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ANNUNCIARE LA PAROLA

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


ANNO B
La scena evangelica si apre con una singolare notazione: "La grande folla lo ascoltava
volentieri". Perch? Ges toccava il cuore della gente perch l'amava a tal punto da dare
la sua stessa vita per loro. Ascoltare il Vangelo, e ascoltarlo volentieri, era decisivo per la
salvezza. Gi l'antico libro del Siracide esortava l'uomo saggio ad "La folla capiva che
ascoltare volentieri la parola divina" (6, 35).
Siamo al termine del viaggio di Ges verso Gerusalemme e il contrasto con gli scribi e i
farisei ha raggiunto il suo culmine. L'evangelista Marco sottolinea la diversit tra
l'atteggiamento della folla e quello della gerarchia religiosa. Tuttavia non si tratta di una
differenza riguardante l'appartenenza o meno ad una determinata categoria. Il nodo del
problema sta nel cuore degli uomini e nel bisogno che si ha della salvezza. Ges sente le
domande della folla che lo segue e non vuole disattenderne il bisogno e tanto meno
abbandonarla al suo destino.
Il rifiuto o la disattenzione a quel grido avrebbe significato riconsegnare quella folla di
bisognosi nelle mani degli scribi e dei farisei, cattivi pastori che avrebbero lasciato tutti
nella disperazione. L'indifferenza non mai solo indifferenza; molto di pi. Essa
abbandono dei pi deboli in bala degli "scribi".
E ogni tempo ha i suoi "scribi" che si aggirano con lunghe vesti, che occupano i primi seggi
nelle assemblee e nelle agor della politica e della cultura, che ricevono i saluti e
l'ossequio della maggioranza.
Sbaglieremmo se pensassimo che le sferzanti denunce che si leggono nel nostro passo
riguardassero tutte e soltanto gli scribi del tempo di Ges. In realt la descrizione dello
scriba fatta dall'evangelista una sorta di clich, uno stampo, il cui scopo di denunciare
alcune strutture che possono colpire qualsiasi uomo religioso, in ogni epoca. Uomini simili
si rivelano, anzitutto, nei loro atteggiamenti vanitosi, un difetto che potrebbe anche farci
sorridere.
Si pavoneggiano nelle loro divise, che li fanno riconoscere come i maestri. In forza della
posizione che occupano (sono, appunto, i maestri riconosciuti) pretendono deferenza e
venerazione. Ma la cosa pi grave che costoro hanno introdotto nella loro vita la
menzogna (divorano le case delle vedove e ostentano lunghe preghiere).
Una duplice menzogna, quella di separare il culto di Dio dalla giustizia: pregano Dio e
danneggiano i poveri. E quella, ancor pi radicale, che consiste nell'illudersi di amare Dio
e il prossimo, e invece non amano che se stessi. L'autorit morale di cui godono, la
dottrina che possiedono, le pratiche religiose che compiono, tutto deve servire a metterli in
luce, tutto deve tornare consapevolmente o meno a loro vantaggio. Persino i criteri
della giustizia finiscono con l'identificarsi con il loro tornaconto.
ANNUNCIARE LA PAROLA
Scribi e farisei sono coloro che dettano cosa sia la felicit o l'infelicit; sono coloro che
governano le coscienze e i gusti, che ci indirizzano con un'autorit che spesso non
cogliamo ma alla quale soggiaciamo. Sono dei veri maestri di vita. Hanno a disposizione
potenti mezzi, come potenti e forti erano gli scribi al tempo di Ges. Egli, allora come oggi,
con la povert della predicazione evangelica, vuole scalzarli dal loro ruolo di guida perch
non impongano pi pesi gravi e inutili sulle spalle della gente disperata. Ges, solo lui, il
vero buon pastore.
Ges non si arresta nella sua requisitoria e aggiunge: "Essi divorano le case delle vedove
e ostentano di fare lunghe preghiere". Le case delle vedove sono quelle di chi non ha
nessuno che li difenda. Ancora oggi sono molte le case di vedove e di orfani non difesi, a
volte si tratta di paesi interi. Ci sono ancora oggi tante vedove come quella di Zarepta, di
cui abbiamo ascoltato nella prima lettura dal primo libro dei Re.
Ges le guarda. Le guarda come oggi ha guardato la vedova che gettava la sua offerta nel
tempio. Nel cortile del tempio, al quale avevano accesso anche le donne, erano allineate
tredici ceste, in cui venivano gettate le offerte. Ci sono molti ricchi che fanno laute offerte,
di cui il sacerdote ripete ad alta voce l'entit, suscitando l'ammirazione dei presenti. E c'
una povera vedova che offre poche monete, tutto quanto possiede. Nessun mormorio di
ammirazione.
Ma quella donna, insignificante agli occhi dei pi e magari anche disprezzata, guardata
con affetto e ammirazione da Ges. Egli ci insegna a guardare con amore e attenzione
anche le cose pi piccole.
Ges richiama l'attenzione dei discepoli con parole che il Vangelo riserva per gli
insegnamenti pi importanti: In verit vi dico. Ges ha finalmente trovato ci che
cercava: un gesto autentico. Un'autenticit garantita da tre qualit la totalit, la fede e
l'assenza di ogni ostentazione.
Quella povera vedova non ha dato qualcosa del suo superfluo, ma tutto ci che aveva.
Donare del proprio superfluo non ancora amare. E neppure fede. Donare, invece, fino al
punto da mettere allo sbaraglio la propria vita, questa fede. E infine l'assenza di ogni
ostentazione: quella donna non ha dato molto, ha dato tutto, ma il tutto si riduceva a poche
monete. Convinta di questo compie il suo gesto in tutta umilt. Il povero - di solito - ti dona
del suo scusandosi del poco che ha. Succede invece, alle volte, che il ricco dia del suo
superfluo facendotelo pesare.
Non un caso che un episodio cos insignificante e comunque cos poco appariscente, sia
posto dall'evangelista a conclusione della vita pubblica di Ges e del suo insegnamento
nel tempio di Gerusalemme. Al contrario del giovane ricco che "se ne and triste" perch
aveva molti beni e volle conservarli per s (Mc 10, 22), questa povera vedova, donando
tutto, ci insegna come amare Dio e il Vangelo. Ella si allontan felice. Non era in verit
vedova. Agli occhi degli uomini appariva tale. Su di lei si erano posati gli occhi d'amore di
Ges. La stessa felicit gusteremo noi se, come lei, sapremo dare il nostro povero cuore
interamente al Signore.