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A Udine.

Una cit particolare


Francesco Tentori
Una delle prime citazioni di Udine:
In Frioli, paese quantunque freddo lieto di
belle montagne, di pi fumi e di chiare fon-
tane [le risorgive della bassa pianura], una
terra [alla fne del XIII secolo Udine, dun-
que, ancora una terra e non una cit
come Cividale] chiamata Udine [].
Decameron di Giovanni Boccaccio,
Giornata X, novella 5
Il 10 novembre 2005, il preside Alberto Pratelli e il prof. Vinicio Bonometo mi
invitarono, con brevissimo preavviso, per una lezione allUniversit di Udine,
nel corso di Architetura e Composizione Architetonica I. Sono loro molto grato
perch essendo io friulano di nascita e udinese di adozione mi piaceva poter
almeno metere piede per una volta, da pensionato, e sia pure per un solo gior-
no, in quella sede che, qualche decennio prima, quando insegnavo al Politecnico
di Milano e prima di fare domanda di trasferimento allIuav di Venezia, mi
era sembrata la pi adata per concludere la mia carriera di insegnamento e di
ricerca.
Dal punto di vista della comunicazione, qualunque tema avessi scelto, avevo il
problema delle immagini, perch il mio archivio di diapositive era ormai indispo-
nibile, n volevo correre il rischio di sofermarmi nella descrizione di immagini e
fnire, magari, per parlare troppo a lungo di ognuna di esse. Lo risolse Bonometo,
trovando una serie, lunga e interessante, di prospetive a colori dei progeti di
Raimondo DAronco, decano degli architeti moderni friulani, il quale sarebbe sta-
to uno dei punti salienti del mio discorso; immagini che Vinicio fece scorrere mol-
to lentamente mentre parlavo.
Volevo parlare di Udine, una cit che stata oggeto di molti miei studi, ma
questa volta non della cit antica alla base del colle, la cit delle strade in cur-
va, tracciate a dorso di asino (come le chiamava Le Corbusier), bens delle novit
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del XIX secolo: a partire da quelle strade in retiflo, disegnate e fate costruire dal-
lamministrazione francese, come alla periferia di Udine il viale Palmanova e
il viale Venezia. Per non parlare della grande utopia di una serie di retifli che
avrebbe dovuto congiungere Venezia (partendo dalla via Garibaldi che fu interra-
ta proprio a questo scopo) con Palmanova.
Ma volevo parlare senza complicazioni. Cos ricordo che prendendo prete-
sto dal trovarci a novembre, ossia nel mese dei morti decisi di proporre un iti-
nerario particolare: che comprendeva un giro atraverso quella cit semplifcata,
elementare, razionale, che il cimitero monumentale di San Vito, nonch una se-
rie di soste davanti ad alcune tombe, sopratuto di architeti, in esso contenute.
Il cimitero fu progetato da Valentino Presani (Udine 18 aprile 1788-18 apri-
le 1861), il quale dopo gli studi a Bologna e Venezia e la laurea nel 1811 era
ancora quasi allinizio della sua lunga carriera di ingegnere provinciale, alle di-
pendenze dellImperial-Regio Governo austriaco: che lo port, in periodi diver-
si della sua vita, a lavorare, oltre che a Udine, a Trieste, a Zara e in Dalmazia, a
Verona e, per alcuni anni, a seguire la costruzione delle stazioni della ferrovia
Venezia-Milano.
Il cimitero, cominciato a edifcare nel 1817, su una laterale direta verso nord
(ora denominata viale Firenze), che partiva dallatuale viale Venezia chiamato,
agli inizi dellOtocento, la Strada Eugenia (aperta qualche anno prima in onore
del vicer napoleonico Eugenio di Beauharnais), il cimitero dicevo non era sta-
to ancora completato alla morte del Presani, malgrado le semplifcazioni introdot-
te, rispeto al suo progeto, sempre a scopo di risparmio.
Non lo feci notare durante la lezione, ma in questa sede pu essere rilevato:
Valentino Presani massimo rappresentante del neoclassicismo in provincia di
Udine, allinfuori di alcuni specialisti del Friuli-Venezia Giulia quasi uno sco-
nosciuto in Italia.
Cominci infati, su di lui, a fare confusione lEnciclopedia Italiana (voce Udine
in vol. XXXIV, 1937, pp. 602-04 e tavv. LXXXI-II) ponendo, tra una impeccabile
nota geografco-demografca di Elio Migliorini e una altretanto impeccabile nota
storica di Pier Silverio Leicht, la descrizione dei monumenti di un giovane libe-
ro docente, Luigi Coleti, che tra molte altre lacune non accenna nemmeno n
a Presani, n al Cimitero di S. Vito o alle altre sue opere, come il Palazzo delle
scuole a piazza Garibaldi: tanto che la direzione dellEnciclopedia ritenne giusto
di tornare a parlare di Udine gi nellAppendice I, 1938, pp. 1076-77, dove queste no-
tizie detagliate appaiono per la prima volta e il testo rimanda alle illustrazioni
del volume XXXIV per molti altri detagli. In seguito, sembra che Presani sia sta-
to un nome noto solo agli estensori della Guida del Friuli Venezia Giulia del Touring
Club Italiano, ma non per esempio al Dizionario Enciclopedico di Architetura e
Urbanistica dellIstituto Editoriale Italiano, a cura di Paolo Portoghesi: opera che,
oltre allarchiteto, ignora addiritura anche Udine.
Nel mio libro Udine, nella collana Laterza Le cit nella storia dItalia (1988), an-
che con laiuto dellopera di Decio Giosef Udine: le arti (1982), io parlo abbastan-
za estesamente, passim, di Presani e delle sue opere, ma del Cimitero in particolare
alle pp. 135-138, con una prospetiva e una tavola trati da La Necropoli Udinese, te-
sto e incisioni dello stesso Presani (tip. Seitz, 1865: uscito, cio, quatro anni dopo
la morte dellarchiteto).
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Rinvio gli interessati a questo libro perch mi sembra, per chi voglia studia-
re Udine, pi tranquillo e sedimentato del mio precedente, Udine: mille anni di svi-
luppo urbano, edito da Casamassima nel 1982: in cui il maggiore assillo era stato lo
studio delle varie fonti udinesi efetuato credo per la prima volta da un pun-
to di vista urbanistico-insediativo, e metendo insieme, nel poco tempo che ave-
vo a disposizione per la pubblicazione, una sorta di zibaldone di 533 pagine sullo
sviluppo della cit, ma esclusivamente nei secoli IX-XV, che forse la mia ricer-
ca pi originale, ma che non ho mai pi avuto occasione di riprendere in mano.
Sopratuto, di concludere, portando almeno avanti la ricerca stessa fno al XIX
secolo.
In modo pi sintetico, questo proseguimento sullo sviluppo di Udine, fno al
piano di Edmondo Sanjust di Teulada (1909: quando lingegnere sardo aveva ap-
pena ultimato il piano regolatore di Roma) e alle vicissitudini successive, per
contenuto nella pubblicazione Laterza che ho gi nominato.
E prima di iniziare la passeggiata, atorno e dentro il Cimitero di San Vito, mi
rivolgo agli studenti che abbiano ancora tempo di leggere, dando credito ai sugge-
rimenti di un vecchio professore.
Una letura molto breve ma io spero stimolante per loro, costituita dal-
la introduzione (pp. 1-8) al mio libro Udine (Laterza 1988 e ristampe), mentre una
letura molto pi impegnativa, ma di grande apertura per tuta la storia friulana,
con centoventi biografe dei personaggi friulani pi illustri dallet romana (4
ritrati) a quella barbarica (6 ritrati), e poi patriarcale (12 ritrati), veneziana (50
ritrati), risorgimentale (47 ritrati, tra i quali quello di Valentino Presani) rap-
presentata dal libro di un sacerdote di Gemona, don Giuseppe Marcheti, che
intitolato Il Friuli, uomini e tempi (edito per la prima volta da Doreti nel 1959, ri-
stampato varie volte fno alledizione in due volumi, 2004, de Il Messaggero
Veneto). Estemporaneamente, don Marcheti fu il ripetitore di italiano e latino
per un gruppo di ragazzi tarcentini tra cui il sotoscrito nel periodo gennaio
1944-aprile 1945, quando essi non potevano pi raggiungere Udine. Faceva delle
lezioni interessanti e incisive, ma si seppe dopo la Liberazione che pr Bepo ave-
va approftato, di quei quotidiani spostamenti tra Gemona e Tarcento, per svolge-
re la funzione di stafeta partigiana!
Ancora un indugio: Andrea Palladio (1508-1580) fu il maestro di Vincenzo
Scamozzi (1552-1616), entrambi neo classici. Scamozzi fu il maestro dellebreo ve-
neziano di origine ticinese Baldassarre Longhena (1598-1682), un genio del ba-
rocco, sopratuto nel suo capolavoro, S. Maria della Salute, e questi a sua volta
fu il maestro ideale di Giorgio Massari (1686-1766) che, scrive bene il Dizionario
Enciclopedico di Portoghesi (vol. III, p. 509), allievo di A. Tiroli, guard a B.
Longhena, atraverso il quale risal al Palladio che, infati, nella maggioranza delle
opere del Massari la sua ispirazione pi evidente.
Badiamo ora (oltre alle numerose sue chiese veneziane) anche soltanto alle ope-
re udinesi dello stesso Massari dallimpianto e dalla cappella dellImmagine mi-
racolosa in S. Maria delle Grazie (1730, santuario completato della facciata, tra il
1838 e il 51, proprio da Presani), alla chiesa di S. Antonio Abate o dellArcivesco-
vado (1733), alla chiesa di S. Spirito (1738). Sono opere neoclassiche e Massari pu
essere considerato il principale ispiratore, o il maestro ideale di Valentino Presani.
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Inediti e Rari
Ma mi piacerebbe poter atribuire al Massari anche la udinese cappella Manin
ereta dice la Guida Touring FVG 1982, p. 289 da Ludovico Manin, probabil-
mente su disegno di Domenico Rossi, perch nellimpianto chiaramente neo-
classico del Cimitero di S. Vito esistono due anomalie barocche: che sono le due
cappelle (non edifcate ma ben evidenti nella prospetiva e nei disegni da me pub-
blicati in Udine, pp. 135 e 136) al centro delle facciate laterali del quadriportico, an-
tistante allesedra della chiesa di S. Vito. Due edicole le aveva descrite Presani
in La necropoli Udinese , sui fanchi del cimitero, le quali potranno considerarsi
come Pantheon degli uomini illustri [ e dei] benemeriti della Provincia nelle let-
tere, nelle scienze, nella politica, nelle armi. Evidentemente, Presani era a cono-
scenza di quellaltro Pantheon in forma di Partenone , anchesso riempito di
busti e lapidi degli uomini illustri che, sulla riva sinistra del Danubio, a valle di
Regensburg, aveva voluto il sovrano Ludwig I di Baviera e fato erigere da Leo von
Klenze tra il 1831 e il 42.
Forse Presani si immaginava e sperava che il suo stesso sepolcro sarebbe stato
ospitato in uno dei due Pantheon e invece a proposito del suo sepolcro non so
nemmeno dirvi se la tomba di Presani inclusa nel Cimitero di S. Vito.
Una osservazione generale: i giardinieri o responsabili del verde pubblico della
cit di Udine, probabilmente, non hanno mai amato lopera del Presani, cos che si
sono proposti di renderla invisibile. Partiamo, infati, dal prospeto monumentale
anteriore: esso non visibile nella sua interezza da un punto di vista centrale, ma
soltanto di scorcio, da una delle due estremit, a causa della quantit di piante ad
alto fusto profuse atorno al breve piazzale.
Entrati nel porticato anteriore, e dirigendosi lungo lasse del cimitero, due fla-
ri di cipressi cresciuti fno ad essere giganteschi, consentono di vedere a malape-
na solo una striscia verticale, molto streta, della facciata della chiesa, allestremo
opposto, mentre il quadriportico e lesedra antistante la chiesa sono del tuto in-
visibili, altro che di estremo scorcio. Del cimitero esistono cos, visivamente, solo
le singole parti: i quatro porticati; lesedra, caraterizzata dalle colonne e che si pu
vedere anchessa solo da vicino; i due retangoli di verde, laterali al viale assiale, a
loro volta divisi da un viale assiale di cipressi che interseca quello principale.
Quelli che ho appena chiamato retangoli di verde e che, una cinquanti-
na di anni fa erano prati, con qualche sepolcro ogni tanto, ognuno ben distanzia-
to dagli altri sono diventati una vera e propria lotizzazione di tombe pressoch
continue, a schiera: se non sbaglio, di sei fle di tombe per parte, rispeto al viale
assiale. Atualmente, dunque, lo spazio pi aperto e visibile di tuto il cimitero
rappresentato soltanto dai porticati.
Per vedere il Cimitero di S. Vito nel suo insieme, bisognerebbe salire su un eli-
cotero oppure allenarsi a quel fondamentale elemento educativo del nostro me-
stiere che la capacit di immaginare gli spazi architetonici, ricostruendoli con
la mente atraverso i disegni: piante, alzati e sezioni, anche prospetive se volete
ma per ultime e con molta discrezione.
Suggerisco che, dallingresso principale antistante, nel porticato vi dirigiate
verso sinistra fno ad arrivare al quadrato di estremit, dove si incontrano i due
porticati, frontale e laterale. Passerete, in questo modo, davanti al sepolcro n. 107,
quello della famiglia Danioti, dominato dalliscrizione riguardante Cesare Miani
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architeto 22-8-1891/4-2-1961, decano dellOrdine di Udine quando io mi iscrissi nel
57. Ma proseguiamo.
Allangolo dei due porticati (dove ci sarebbe anche un cancello dingresso al
cimitero, ma perennemente chiuso), davanti a voi, in alto, compare la scrita: IL
COMUNE DI UDINE AI SUOI BENEMERITI. Credevo che questo impianto deri-
vasse da qualche recente disposizione, perch i nomi di scritori, poeti, musicisti,
artisti, inscriti sono in prevalenza direi della seconda parte del ventesimo se-
colo. Ma a questo punto, se vi girate verso sinistra, alle vostre spalle trovate nien-
temeno che i nomi dei due massimi scritori friulani del XIX secolo: Piero Zoruti e
Caterina Percoto (biografe in Il Friuli, uomini e tempi).
Per parte mia, del lungo elenco di nomi illustri, ne ricorder soltanto due: quel-
lo di Marcello DOlivo architeto e artista 27-2-1921/24-8-1991: certamente uno dei pi
grandi architeti friulani del ventesimo secolo. Immagino che anche Ermes Midena
12-09-1895/19-10-1972, Provino Valle 10-3-1887/12-8-1955 con i fgli architeti Gino e
Fernanda, deta Nani, nonch Pietro Zanini 14-7-1895/??? siano sepolti a S. Vito, ma
non so dirvi dove.
Il secondo nome che voglio ricordarvi, dallelenco dei benemeriti del Comune
di Udine, quello di Giovanni Marinelli geografo 28-2-1846/2-5-1900. Geografo
insigne, ma non sto a dirvi le sue opere (anche lui, insieme col fglio Olinto, lo
trovate tra le biografe di Friuli, uomini e tempi), bens vorrei accennare alla sin-
golare strada che lo condusse alla catedra di geografa, prima di Padova e poi
di Firenze. Cito dalla Enciclopedia Italiana vol. XXII, p. 345, voce G. Marinelli di
Atilio Mori: Friulano per discendenza paterna, cadorino per quella materna,
ebbe comuni con quelle forti popolazioni montanare lamore per le montagne na-
tie [ dal Ginnasio di Udine] pass a Padova a studiarvi matematiche, che pre-
sto abbandon per giurisprudenza [... ma] latirava linsegnamento. Fu cos che,
compiuti gli studi universitari, nel 1867 chiese di essere nominato assistente alla
catedra di italiano-storia-geografa dellIstituto tecnico, fondato a Udine dopo
lannessione allItalia; e poi, conseguita labilitazione, pot occupare la catedra
di storia e geografa in quello stesso istituto [] La sua preparazione nel campo
scientifco apparve tale che, allorquando G. Dalla Vedova lasci la catedra da lui
occupata nelluniversit di Padova, fu proprio lui a indicare in Marinelli il suo
successore [].
Mi pare evidente, in questa storia, la mescolanza di casualit, da un lato, ma
anche di amore per la natura (cos generalizzo lamore per le montagne) e di vo-
lont di ricerca scientifca, dallaltro.
Prendete anche una vicenda pi illustre: quando Charles Darwin part, come
naturalista, con la spedizione del brigantino Beagle (che vuol dire bracco, un cane
da caccia) a poco pi di 22 anni, probabilmente non ci si aspetava da lui pi di
una funzione sopratuto decorativa, a bordo di quella nave destinata a completa-
re lo studio [cartografco] delle coste della Patagonia e della Terra del Fuoco, di ri-
levare i piani della costa del Chile, del Per e di alcune isole del Pacifco, dando a
lui il modo di
visitare le isole del Capo Verde, quindi, da Rio de Janeiro e da Bahia, fare qualche
lunga escursione nellinterno del Brasile e poi, nei due anni in cui il Beagle perlustr
tuta la costa americana a sud di Montevideo [Uruguay], sofermarsi in molti punti di
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Inediti e Rari
tale costa e compiere lunghissime, talora pericolose, peregrinazioni nella Pampa e nei
piani della Patagonia. Visit anche le Isole Falkland e la Terra del Fuoco (rischiando
anche, presso al Capo Horn, di naufragare nella tempesta) e poi, sul Pacifco, le Isole
Chilo e Chonos e tuta la costa del Chile e del Per su fno a Callao, facendo molte so-
ste e internandosi fn sulle Ande (atraversandole, anzi, fra Valparaiso e Mendoza), e
infne pot esplorare minutamente larcipelago delle Galpagos. Del resto del viaggio,
da ricordare sopratuto una fermata di 12 giorni allatollo di Feeling nellOceano
Indiano.
Probabilmente, la stessa durata del viaggio (Devonport 27 dicembre 1831-
Falmouth 5 otobre 1836) era unincognita e Darwin, alla partenza, sembrava pi
interessato ai movimenti della crosta terrestre che allo studio delle trasformazio-
ni animali. Tutavia pose in quei cinque anni la durata di un corso universitario
le basi per una ricerca durata fno al 12 aprile 1882, data della sua morte a Down
nel Kent.
Volevo, insomma, dire che la casualit, certo, non la possiamo controllare, ma
invece lamore per la ricerca e la determinazione s. Sono due punti contro uno a
nostro favore.
Siamo ancora nellambito del recinto racchiuso dal quadriportico e dallesedra
della chiesa.
Sempre nel retangolo sulla sinistra, entrando dallingresso principale, se
prendete a met per il viale trasversale, trovate a un certo punto, ancora a si-
nistra, una sorta di copia in scala 1:4 della chieseta di S. Eufemia a Segnacco.
la tomba della famiglia Masieri, e in essa riposa larchiteto Angelo Masieri 6-
12-1921/28-6-1952, nato a Udine e morto prematuramente per un incidente di
macchina in Pennsylvania: allievo predileto e collaboratore di Carlo Scarpa per
tuti i suoi lavori friulani fno al 52. Per fortuna, proprio dallaltra parte del via-
leto, in corrispondenza alla chieseta Masieri, vi una tomba molto rafnata,
disegnata, decorata e costruita da Angelo Masieri per la famiglia Veriti (la stes-
sa per cui in seguito Carlo Scarpa costruir la casa): una testimonianza del suo
valore.
Arriviamo ora, lungo il viale principale, in prossimit dellesedra. Sulla destra,
in primo piano, vedrete la tomba della famiglia Aloisio: nientaltro che un neopla-
stico insieme di lastre orizzontali di marmo con una croce in bronzo dorato e i
nomi di sei persone: un elenco che comincia con Marcello Aloisio 8-3-1900/7-8-1923
(credo sia stato un fratello dellarchiteto) e termina con Otorino Aloisio Architeto
16-3-1902/24-1-1986: potete vedere ancora la diferenza di colore tra la data di na-
scita, brunita dal momento di costruzione della tomba, e la data di morte, aggiun-
ta nel 1986 dopo il funerale.
Per lui, primo laureato della Facolt di Architetura di Roma, brillante vinci-
tore di un concorso per lUniversit dello Sport (1928), emigrato a Torino, per po-
ter lavorare, quasi nello stesso tempo in cui un altro architeto friulano, Cesare
Scoccimarro Udine 9-12-1897/Roma 29-5-1953 emigrava a Milano e un terzo archi-
teto, il gi citato Ermes Midena emigrava (come fece anche il padre di Guido
Canella), sempre per poter lavorare, a Bucarest; per Aloisio dicevo rimando
alla bella biografa di Marco Pozzeto Vita e opere dellarchiteto udinese OTTORINO
ALOISIO, edita a Torino e distribuita dal Centro Di, Firenze, nel 1977. Aloisio, per
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lo spazio centrale del Cimitero di S. Vito, ha inventato un nuovo tipo di sepolcro:
non una chiesa o altra costruzione pi o meno miniaturizzata, ingombrante alla
vista, ma una costruzione bassa, a flo terra, in modo di conservare lunit dello
spazio. Purtroppo ben pochi (architeti? famiglie?) hanno seguito il suo esempio.
E tra i pochi che hanno capito lintenzione di Aloisio, il per me anonimo architeto
della tomba per la famiglia di Giorgio Vidoni 1926-2006 (quindi recentissima) che
ha adoperato una spoglia e bella lastra di graniglia, posta a circa mezzo metro dal
suolo (sempre nel prato di sinistra).
Unultima sosta nel recinto centrale: il quadrato di incontro posto, a sinistra,
tra portico ed esedra, dedicato alla famiglia Leicht. Il capostipite, Michele Leicht,
nato a Tarcento nel 1827, morto a Cividale nel 1897, magistrato che ha fato car-
riera a Venezia, dove nasce suo fglio Pier Silverio Leicht 25-5-1874/Roma 3-2-1956,
accademico dei Lincei e senatore del Regno, eminente storico e fondatore del-
la rivista Memorie Storiche Forogiuliesi. Nella tomba Leicht riposa, con la mo-
glie Giuliana Leicht, un amico carissimo: Carlo Guido Mor, professore emerito di
Storia Medioevale allUniversit di Padova 30-12-1903/13-10-1990.
Nel prato antistante, a poca distanza, la tomba brutalista delle Famiglie Tomadini.
Ricordo che lesposizione orale di questa lezione fu fata in ordine inverso: non
partendo dallingresso centrale ma da quello laterale est, dove sono da tempo tra-
smigrati i negozi di fori per i morti ed esiste un capiente posteggio per le auto.
Invitavo, allora, gli studenti a notare, fermandosi pochi metri prima dellin-
gresso e guardando verso destra, una singolare tomba che travalica di molti metri
laltezza del muro di cinta. la tomba DAronco, dove riposa Raimondo DAronco ar-
chiteto, nato a Gemona il 31-8-1857, morto a San Remo il 3-5-1932: con Ernesto Basile,
palermitano, il massimo architeto del periodo foreale italiano (vedi biografa in Il
Friuli, uomini e tempi).
Mi sono sempre chiesto se il progeto di questa tomba sia veramente opera di
Raimondo, oppure in una famiglia di impresari, artigiani e costrutori frut-
to di una sorta di collaborazione parentale, che si conclusa con questa bizzar-
ra ed esotica scenografa. Allultima visita, ho
avuto anche la sorpresa di notare che la tom-
ba completamente puntellata, come se avesse
avuto di recente dei cedimenti statici. Per rag-
giungerla, dallingresso laterale del cimitero bi-
sogna prendere il primo vialeto sulla destra
e proseguire fno a incontrare un altro vialet-
to che parallelo a quello dingresso. Se vi po-
nete, a una decina di metri di distanza, proprio
sullasse della tomba, avrete la sorpresa di con-
statare che qualcuno ha piantato un cipresso
proprio allincrocio dei due vialeti, quasi per
impedire la visione della tomba.
Bisogna percorrere proprio questo stes-
so vialeto per raggiungere il capolavoro di
DAronco nel cimitero di S. Vito: la tomba del-
la famiglia Camavito, capolavoro anche di ese-
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Mi sono sempre chiesto se il progetto di questa tomba sia veramente opera di Raimondo, oppure in una
famiglia di impresari, artigiani e costruttori frutto di una sorta di collaborazione parentale, che si conclusa
con questa bizzarra ed esotica scenografia. Allultima visita, ho avuto anche la sorpresa di notare che la tom-
ba completamente puntellata, come se avesse avuto di recente dei cedimenti statici. Per raggiungerla,
dallingresso laterale del cimitero bisogna prendere il primo vialetto sulla destra e proseguire fino a incontra-
re un altro vialetto che parallelo a quello dingresso. Se vi ponete, a una decina di metri di distanza, proprio
sullasse della tomba, avrete la sorpresa di constatare che qualcuno ha piantato un cipresso proprio
allincrocio dei due vialetti, quasi per impedire la visione della tomba.
Bisogna percorrere proprio questo stesso vialetto per raggiungere il capolavoro di DAronco nel cimitero
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Inediti e Rari
cuzione artigianale: di un fastigio in pietra artifciale in cui una grande croce
sorge da una specie di selva di giaggioli. Purtroppo i commitenti hanno voluto
aggiungere, alla base della croce, una estranea testa di Cristo contornata di spine.
Sarebbe da togliere.
Ritornando ora verso il quadriportico, proprio per il vialeto che passa davan-
ti alla tomba Camavito, potete trovare una terza opera di Raimondo DArronco: la
tomba del Senatore Edoardo Spezzoti 6-8-1885/18-4-1968.
A poca distanza dalla precedente, sempre sulla destra del vialeto, la tomba
neogotica in pietra artifciale e formelle di terracota della famiglia Burghart,
dove riposano i miei genitori e che insieme a tute le altre che ho ricordato la
meta delle mie visite alla necropoli udinese di Valentino Presani.
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