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Quel che resta delle Cinque Giornate

Il segnale lo danno ormai soltanto le bandierine bianco crociate che sventolano sui tram ogni anno tra il 18 e il 22 marzo. Capita poi di vedere i tricolori sventolare sullobelisco di piazza Cinque Giornate e l magari incrociare una piccola banda, i rappresentanti delle associazioni combattentistiche, pompieri, carabinieri e polizia e varie autorit per le celebrazioni ufficiali. E ricordarsi cos che sono le Cinque Giornate, evento fondante del Risorgimento, ma anche di un pezzo di toponomastica milanese. C innanzitutto quellobelisco che si eleva per 22 metri su uno zoccolo di granito di Svezia stretto da cinque donne mentre un leone (il modello era stato comprato da un circo in liquidazione di Amburgo) si desta per affrontare unaquila, naturalmente asburgica. Nella cripta sotto il basamento sono conservate le ossa dei caduti, i cui nomi sono incisi sullobelisco al cui vertice brilla una stella dorata a simboleggiare il raggio di sole che eternamente saluta le cose sublimi. Unallegoria complessa realizzata da Giuseppe Grandi nel corso di 13 anni con una spesa di 620mila lire (2,6 milioni di euro oggi, quando lExpo Gate ne coser 5) e, finalmente, inaugurata il 18 marzo 1895. Fu per darle ulteriore risalto che Porta Tosa gi diventata Porta Vittoria fu abbattuta lasciando solo i due caselli a testimoniarne lantica esistenza, mentre le nuove vie che si aprivano a ridosso della cinta delle mura spagnole venivano intitolate agli eroi delle Cinque Giornate: Augusto Anfossi, anima e braccio dellinsurrezione come comandante della Guardia Civica, Emilio Morosini, Luciano Manara ed Enrico Cernuschi fra i primi sulle barricate e poi strenui difensori della Repubblica Romana, Pasquale Sottocorno, il primo a fare irruzione nel Palazzo del Genio, Amatore Sciesa, protagonista della rivolta dei Barabba del 53, Alfonso Lamarmora, che, in realt, liber Carlo Alberto dai milanesi A pochi passi, corso XXII Marzo, il giorno della cacciata degli austriaci che quella strada presero per ritirarsi nel Quadrilatero da dove si mossero poi per riconquistare Milano. La citt delle Cinque Giornate capitol il 5 agosto del 1848 senza che fosse sparato un solo colpo dopo la definitiva sconfitta dei Savoia nella prima Guerra dIndipendenza che pure aveva scatenato. Ritrovare a 166 anni di distanza i luoghi della memoria di quelle giornate fuori dalle sale del Museo del Risorgimento di via Borgonuovo per quasi impossibile. Restano pochi punti di riferimento: il Castello Sforzesco dove erano asserragliati 8mila uomini di Radetsky che ne comandava quasi 20mila, il Broletto dove sedeva il podest Gabrio Casati pronto a schierarsi con gli insorti e dove avvennero i primi scontri, la Prefettura sede del governo austriaco, naturalmente quello che diverr Palazzo Reale, lArcivescovado e il Duomo occupati dalle giacche bianche e dalle cui guglie gli jager ungheresi (tirolesi in altre letture) sparavano sui dimostranti.

Restano le porte, obiettivo dei rivoltosi per rompere lassedio delle truppe austriache che controllavano lintera cerchia delle mura spagnole delle quale restano ormai poche labili tracce. Da l avrebbero potuto portare aiuto gli insorti delle campagne che riuscirono a sfondare solo lultimo giorno a Porta Comasina, la futura Porta Garibaldi. Gi tentare di ricostruire le mosse della folla che dalla Chiesa di San Damiano (demolita nel 1921), attraversando la fossa interna del Naviglio che scorreva lungo via Visconte di Modrone attraverso il ponte di via San Damiano per dirigersi verso corso di San Romano (che poi corso Monforte) una sfida alla toponomastica contemporanea. Perch allora Milano era davvero una citt dacqua e i suoi 160mila abitanti vivevano confinati nellarea C: niente telecamere, ma mura e canali. Cos la memoria affidata alle targhe. In corso di Porta Romana, nel muro del numero 3, ancora incastrata dal 20 marzo 1848, una palla di cannone. Su Palazzo Vidiserti in via Bigli si ricorsa che qui ebbe la sua prima sede il Governo Provvisorio poi trasferitosi a Palazzo Taverna al 2 di via Montenapoleone, allora era via Monte di Santa Teresa, teatro di scontri con le truppe austriache che procedevano lungo Corsia del Giardino (via Manzoni). Daltronde Carlo Cattaneo abitava al 23 di Montenapoleone anche se il suo monumento finito in via Santa Margherita e per celebrarlo si sarebbe dovuto attendere fino al 1901 e, come si legge, liniziativa fu della Massoneria Italiana. A testimoniare tutte le diverse anime che animarono la rivolta nella quale si confusero mazziniani, progressisti repubblicani e filo piemontesi, anticlericali e cattolici pronti ad affidare ai muri della citt il loro Viva Pio IX, artigiani e popolani tra i quali si muovevano le staffette dei Martinitt. Gente nientaffatto pacifica. Niente rivoluzioni di velluto allora: 300 i milanesi morti negli scontri, 176 gli austriaci caduti prima della ritirata. Quando su quel che restava di porta Tosa tale Francesco Pirovano di professione panettiere per primo sventolava un tricolore. Ma non c targa o strada che lo ricordi. (la Repubblica Milano, 15 marzo 2014)