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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI PADOVA

Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali

La portata storico-politica del crollo del sistema di Bretton Woods Un approccio storiografico

Relatore: Prof. Antonio Varsori Laureando: Tommaso Menegazzi 596771/SSE A. A. 2011/12

Indice

Introduzione

p. 5

I. Il sistema di Bretton Woods. Origine e crollo

p. 9

II. Stati Uniti ed Europa unita: competizione o cooperazione? La questione monetaria (1969-1973) p. 27

Conclusione

p. 47

Bibliografia

p. 49

Introduzione
Dal 2008, il lessico della politica e, pi in generale, degli studi dedicati ai rapporti tra i soggetti economici e le forze preposte in misura pi o meno marcata, a seconda dei contesti politico-culturali alla regolazione delle attivit e dei flussi economici, pervaso dal concetto di crisi. Tuttavia, sufficiente una rapida scorsa alla storia dellultimo secolo e mezzo per rendersi conto del susseguirsi ciclico, allinterno dellevoluzione del sistema produttivo capitalista, di contesti economici critici, che sono stati gestiti in modo pi o meno dinamico ed efficace e, soprattutto, con esiti sempre diversi. Ci che sintende affermare, pertanto, che le crisi, anche quelle sistemiche, rappresentano ineludibilmente dei fattori morfogenetici: detto altrimenti, ogni periodo critico, nella storia pi recente, ha condotto alla generazione di nuove e ulteriori forme politiche, sociali ed economiche (ma anche a nuovi stili di vita e a nuove condizioni, per cos dire, esistenziali), in virt dellazione e degli interventi trasformativi degli attori la cui funzione , per lappunto, quella di regolare e gestire i processi che caratterizzano i diversi sistemi attraverso i quali organizzata la pluralit dei soggetti tipica delle societ complesse. Cos fu anche nel caso della prima met degli anni 70, in cui il mondo occidentale (e la sua struttura produttiva) si trov a far fronte alla prima grande crisi del sistema economico, finanziario e monetario sorto dalle ceneri della seconda guerra mondiale e cristallizzato negli accordi di Bretton Woods del 1944 e nel GATT (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) del 1947. Fu dunque in virt di quella prima vera e propria crisi sistemica del periodo postbellico che mut il contesto economico degli Stati occidentali, giungendo cos alla generazione di nuove forme di produzione (il cosiddetto post-fordismo) e, di conseguenza, anche alla trasformazione dei campi sociale, politico e ideologico1. Tuttavia, sarebbe troppo sbrigativo sostenere, come

Per una ricognizione generale del contesto economico, sociale e anche culturale degli anni 70, cio di quel peculiare periodo storico che, proprio in virt dellapparire della prima crisi sistemica della societ occidentale, rappresenta forse la vera e propria transizione al nostro attuale presente, si veda almeno PH. CHASSAIGNE, Les annes 1970. Fin dun monde et origine de notre modernit, Armand Coline, Paris 2008. Non secondario il fatto che anche lo studioso francese consideri la disgregazione del sistema monetario internazionale, avvenuta tra il 1971 e il 1973, il punto di svolta periodizzante che permette di riconoscere quella transizione di cui sopra.

avviene in parte della letteratura dedicata, che quei cambiamenti avvennero esclusivamente a causa dello shock petrolifero del 1973, dovuto alla decisione dei paesi esportatori di petrolio di bloccare i trasferimenti di greggio verso gli Stati che avevano appoggiato Israele nella guerra dello Yom Kippur, una decisione che fece aumentare il prezzo del greggio del 70%. Tale shock, in realt, venne a inserirsi amplificandola in una situazione di gi difficile gestione delle tensioni e turbolenze che si iniziarono a registrare, soprattutto tra gli Stati Uniti e i Paesi dellEuropa occidentale, fin dalla seconda met degli anni 60. bene non sottovalutare, inoltre, il fatto che non si trattava unicamente di questioni economico-monetarie: queste ultime, infatti, erano inestricabilmente connesse a una serie di ulteriori questioni di natura internazionale assai rilevanti e sulle quali non sempre vi era accordo tra le due sponde dellAtlantico, come lOstpolitik e il riparto delle spese militari per la difesa europea, lingresso della Gran Bretagna nella CEE e la singolare posizione di De Gaulle circa lEuropa delle patrie. dunque in questo senso che sintende procedere nel presente lavoro, il cui obiettivo, lungi dal pretendere di stabilire nuovi e originali nessi causali, quello di sondare criticamente la letteratura scientifica che, analizzando le cause e levoluzione di quel periodo critico che segn la fine della grande espansione economica e sociale del secondo dopoguerra, cerca di mettere in luce la portata storico-politica, e in particolar modo nel senso morfogenetico prima specificato, dellabbandono del sistema di Bretton Woods, basato sulla cosiddetta finestra aurea, ovvero sulla convertibilit del dollaro in oro a un prezzo fisso di 35 $/oncia e sulla conseguente configurazione di un sistema monetario internazionale a cambi fissi (ma aggiustabili), essendo le altre valute agganciate al dollaro. La decisione di sospendere la convertibilit del dollaro fu comunicata dallallora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon la sera del 15 agosto 1971 durante un discorso televisivo, ma !"come vedremo nel corso dellanalisi ! non fu affatto una mossa improvvisata: la questione della stabilit e tenuta del sistema monetario internazionale, infatti, si trovava al centro delle discussioni tra le varie anime dellamministrazione Nixon gi dai primi mesi del suo mandato. Fu un vero e proprio shock monetario, accompagnato dal blocco per tre mesi di prezzi e salari in tutto il territorio statunitense e dallistituzione di una sovrattassa temporanea del 10% sulle

importazioni, una misura, questultima, di particolare rilievo per le relazioni commerciali (e di conseguenza politiche) con lEuropa occidentale. Da un lato, quindi, sar importante comprendere il ruolo determinante e stabilizzante del sistema di Bretton Woods nel pi ampio contesto di uneconomia postbellica in piena espansione e di un compromesso storico tra il capitale e il mondo del lavoro, fondato a sua volta su politiche economiche di stampo keynesiano e sullefficacia e redditivit del modo di produzione fordista; dallaltro, ci si interrogher sulla rilevanza che la rottura irreversibile di tale modello ebbe nellelaborazione, da parte dellamministrazione Nixon, di un piano per dare una vera e propria scossa al sistema monetario internazionale, mostrando come in nessun caso sia possibile (da un punto di vista storiografico e metodologico) interpretare una scelta cos radicale, come quella del 15 agosto 1971, in termini meccanici, cio di mera necessit, come accade in buona parte della manualistica economico-monetaria2 . Il presente lavoro, insomma, non vuole essere una ricostruzione storica tout court degli avvenimenti che portarono al crollo del sistema di Bretton Woods (ve ne sono gi molte, e ben pi dettagliate di quanto non si possa fare in questa sede3), bens un tentativo di cogliere limportanza, anzitutto in termini di politica internazionale, sia dei mutamenti dei rapporti di forza tra gli Stati (soprattutto tra i due maggiori blocchi economici mondiali: gli Stati Uniti e lEuropa occidentale), sia delle trasformazioni occorse nei sistemi di regolazione e governo delleconomia capitalista, a seguito del
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Un esempio: La decisione del 15 agosto avrebbe potuto essere rinviata ma non evitata, in quanto la minor fiducia nel dollaro aveva determinato un depauperamento delle riserve auree statunitensi nel tentativo di far fronte alle continue richieste di conversione. La dichiarazione di inconvertibilit diveniva quindi inevitabile in assenza di una rivalutazione delle altre monete (che daltro canto non era negoziabile fino a che il dollaro si fosse mantenuto convertibile, in B. TEW, The Evolution of the International Monetary System, London 1982, trad. it. di E. Cotta Ramusino, Levoluzione del sistema monetario internazionale, Il Mulino, Bologna 1984, p. 188, corsivo mio. Un ulteriore esempio: Le riserve in oro degli Stati Uniti continuavano a ridursi mentre continuavano ad aumentare le riserve in dollari detenute allestero []. Gli Stati Uniti cercarono senza successo nel 1970 e allinizio del 1971 di convincere i paesi in avanzo a rivalutare le proprie monete. A quel punto laspettativa che il dollaro prima o poi sarebbe stato svalutato divenne prevalente sui mercati internazionali di capitali [], portando a fortissimi e destabilizzanti flussi di capitali in uscita dal dollaro []. Il 15 agosto 1971, il Presidente Nixon fu cos obbligato a sospendere la convertibilit del dollaro in oro, in D. SALVATORE, International Economics, Wiley Editions, 20079, trad. it. Economia monetaria internazionale, Etas, Milano 20082, p. 393, corsivo mio.
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Si veda, tra gli altri, F. J. GAVIN, Gold, Dollars, and Power. The Politics of International Monetary Relations, 19581971, The University of North Carolina Press, Chapel Hill, 2003; cfr. anche R. SOLOMON, The International Monetary System, 1945-1976. An Insider's View, Harper and Row, New York 1977.

passaggio da un regime di cambi fissi a un regime di cambi variabili (che, del resto, si rivel essere un passaggio da un gold-dollar standard a un vero e proprio dollar standard) e delleliminazione definitiva delle restrizioni e dei controlli alla libera circolazione dei capitali, avvenuta sempre durante lamministrazione Nixon. Parallelamente, nel capitolo II si cercher di mettere in evidenza la caratterizzazione intrinsecamente duplice (conflitto e cooperazione) dei rapporti tra gli Stati Uniti e il blocco europeo in quel periodo critico che fu la prima met degli anni 70: innegabile, infatti, che il tradizionale appoggio statunitense al processo di integrazione delle strutture economiche e politiche dellEuropa occidentale convivesse con una diffidenza talvolta persino esplicita nei confronti del tentativo, soprattutto da parte francese e tedesca, di mettere in discussione il ruolo centrale (cio di valuta di riserva) del dollaro e di erigere in sede comunitaria un sistema monetario concorrente che garantisse al vecchio continente pi stabilit e una maggiore autonomia, soprattutto alla luce delle gravi conseguenze in termini macroeconomici dei deficit strutturali di bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e della loro tendenza a finanziare i disavanzi mediante lemissione di moneta (con conseguenze evidentemente inflazionistiche). A questo proposito, ci si chieder in che modo, e con quali effetti, lacquis comunitario del Plan Barre, della Conferenza dellAja e del Piano Werner, che veicolarono potentemente lidea di unintegrazione economica e monetaria europea sempre pi urgente, si inser nei gangli pi profondi di un sistema internazionale in fervente evoluzione.

I. Il sistema di Bretton Woods: origine e crollo

Il periodo che va dal 1945 al 1973 comunemente noto come i trentanni gloriosi, o come let delloro del capitalismo occidentale, che fu in grado di garantire delle performance che poi, durante i quattro decenni da allora trascorsi, non ha pi saputo ripetere perlomeno non nelle economie statunitense ed europea. Il boom economico postbellico, inoltre, fu un vero e proprio volano per la stabilizzazione sociale e politica dei Paesi che, allindomani del conflitto mondiale, vennero inclusi nelle dinamiche del libero mercato. A questo proposito, prima di chiarire in che misura il regime monetario e finanziario stabilito negli accordi di Bretton Woods del 1944 fu decisivo al fine di assicurare una gran solidit al sistema monetario internazionale (soprattutto in contrapposizione al periodo di grave instabilit sperimentato tra le due guerre), sar opportuno svolgere alcune riflessioni di carattere economicointernazionale, volte a mettere in luce le ragioni strutturali del boom postbellico dei sistemi produttivi e sociali occidentali. Quali sono, dunque, gli ingredienti dellet doro4 che, mediante

unaggregazione virtuosa, resero possibile unespansione economica e una stabilit sociale e politica mai conosciute nella prima met del secolo scorso? Come gi accennato nellIntroduzione, un elemento determinante fu senza dubbio il compromesso fra capitale e lavoro, che a partire dagli anni 40 inizi prima negli

Lespressione tratta da I. CASSIERS, Le context conomique: de lge dor la longue crise, in E. BUSSIRE, M. DUMOLIN, S. SCHIRMANN (eds.), Milieux conomiques et intgration europenne au 20e sicle. La crise des annes 1970: de la Confrence de La Haye la veille de la relance des annes 1980, Peter Lang, Bruxelles 2006, p. 24.

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Stati Uniti, poi in Europa a generare delle regolarit macroeconomiche5 che si rivelarono decisive nellalimentare quel circolo virtuoso tra il reddito dei lavoratori (cio il loro potere di acquisto), il profitto delle imprese (che beneficiavano dellespansione della domanda) e infine il dispositivo del Welfare State (sostenibile grazie alle alte entrate fiscali). Non da sottovalutare, inoltre, il ruolo giocato da un sistema internazionale che, nonostante (o proprio in virt di) la sua struttura bipolare, si dimostrava relativamente pacificato e stabile, facilitando cos lassunzione di rischi e stimolando gli investimenti, soprattutto grazie alla diffusione anche nel vecchio continente del consumo di massa e del modello produttivo americano, la cui propagazione fu resa possibile grazie allo European Recovery Program, elaborato nel 1947 dallallora Segretario di Stato George Marshall e attuato a partire dallanno successivo. Il compromesso tra capitale e lavoro, inoltre, non sarebbe stato possibile senza la regolazione pubblica: il ruolo dello Stato, sia in America che in Europa, fu determinante, poich rappresent il luogo di mediazione e conflitto a cui facevano riferimento le diverse istanze della societ e del mondo produttivo al fine di stabilire forme di coesistenza civile e democratica incentrate sullidea di un vero e proprio patto sociale. Dopo il 1945, insomma, giunse a maturit un sistema in cui i poteri statali (concertazione, contrattazione collettiva e regolazione dei rapporti salariali, politiche della domanda, investimenti pubblici, etc.) svolgevano una funzione essenziale nel garantire condizioni di stabilit sociale e, al contempo, anche un forte impulso economico. A questo proposito, quasi superfluo ricordare che lorientamento macroeconomico delle politiche monetarie e fiscali era marcatamente keynesiano, pur in presenza di governi di diverso profilo ideologico (laburisti in Gran Bretagna, gollisti
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Non casuale lutilizzo del termine regolarit: per quanto concerne lapproccio metodologico ed epistemologico alle questioni macroeconomiche toccate nel presente lavoro, infatti, si tenuto conto, in modo certo non dogmatico, di alcuni degli insegnamenti della cosiddetta scuola della regolazione, introdotta da M. AGLIETTA, Rgulation et crise du capitalisme, Calmann-Lvy, Paris 1976, trad. it. di A. Salsano, Sul capitalismo contemporaneo, Bollati Boringhieri, Torino 2001 e sviluppata, ad esempio, da R. BOYER Thorie de la rgulation. Une analyse critique, La Dcouverte, Paris 1986, trad. it. di S. Lucarelli, Fordismo e postfordismo. Il pensiero regolazionista, Egea-Universit Bocconi, Milano 2007. Questo particolare approccio, a mio avviso, permette di cogliere una variet di nessi esplicativi che, nel loro insieme, garantiscono uno sguardo olistico sullo schema di riproduzione (e dunque, per contrasto, anche sulle mutazioni) dei paradigmi economico, sociale, politico e culturale proprio delle diverse fasi di un determinato modello di sviluppo, permettendo cos uninterpretazione di ampio respiro (pur senza perdere di vista i dati) di unepoca, come la nostra, che si caratterizza per la sua estrema complessit e interrelazione tra i molteplici fattori e componenti.

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in Francia, democristiani nella Repubblica Federale Tedesca e in Italia). Daltra parte, la produzione in serie (il cosiddetto fordismo) richiedeva una domanda in costante espansione per garantire profitti accettabili per le imprese: consumo di massa e piena occupazione6 furono, durante i trentanni gloriosi, due condizioni del tutto

inseparabili. Come inscindibili erano anche la sostenibilit finanziaria delltat providence e lindice di redditivit del capitale investito. Si trattava, insomma, di un sistema complesso in cui ciascuna parte contribuiva a garantire la stabilit delle altre7. in tale contesto, pertanto, che viene ad inserirsi un ulteriore fattore di stabilit: ci si riferisce, naturalmente, agli accordi monetari e finanziari di Bretton Woods, che fecero del dollaro la valuta di riferimento mondiale e che configurarono un regime di cambi fissi e aggiustabili (cio con un margine di oscillazione verso lalto e verso il basso dell1%), tutto ci grazie al consenso raggiunto da 44 nazioni alleate durante una conferenza internazionale che si tenne dall1 al 22 luglio 1944. Fu inoltre istituito lInternational Monetary Fund e la International Bank for Reconstruction and Development, entrambi entrati in vigore il 27 dicembre 1945. Il dollaro, si diceva, accentr su di s de facto pi che de iure il ruolo di valuta di riserva, poich gli accordi prevedevano che fosse convertibile in oro a un prezzo fisso di 35 dollari/oncia, e gli Stati Uniti si erano formalmente impegnati a garantire tale convertibilit: ecco perch, in quegli anni, generalmente non era considerato rischioso accumulare riserve in dollari invece che direttamente in oro (un ulteriore fattore era indubbiamente la convenienza: i depositi in dollari garantivano interessi, mentre loro no). Valuta di riferimento, si badi bene, non significa automaticamente strumento di politica

Tra il 1945 e la fine degli anni 60 il tasso di disoccupazione, in Europa, si era mantenuto stabilmente al di sotto del 2,5-2,6%, con sforamenti verso lalto in Italia (6,2%) e in Irlanda (4,6%), e con punte minime in Francia (0,7%), Olanda (0,9%) e Germania occidentale (1,2%). Fonte: CH. FREEMAN, L. SOETE, Work for All or Mass Unemployment? Computerised Technical Change into the Twenty-first Century, Pinter, London 1994, trad. it. di A. Ganassini, prefaz. di Lucio Stanca, Lavoro per tutti o disoccupazione di massa? Il computer guida il cambiamento tecnico verso il ventunesimo secolo, Etas, Milano 1994, pp. 7-8. Si veda anche I. CASSIERS, Le context conomique: de lge dor la longue crise, cit., p. 22.
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Non si deve commettere lerrore, tuttavia, di dipingere un quadro totalmente (e astrattamente) positivo: come si argomenta, ad esempio, in M. HARRINGTON, The other America. Poverty in the United States, Macmillan, New York 1962, trad. it. e presentaz. di B. Maffi, La povert negli Stati Uniti, Il Saggiatore, Milano 1971, il modo di produzione fordista e i consumi di massa non erano di per s garanzia immediata di uneliminazione totale di tutti gli strati povert e della conseguente esclusione sociale.

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imperialista. Tuttavia, utile segnalare che nel panorama della letteratura relativa allanalisi del ruolo di Bretton Woods allinterno dei rapporti di forza tra gli Stati nel contesto postbellico sono presenti interpretazioni che riconoscono nella funzione assegnata al dollaro un vero e proprio ombrello egemonico del potere finanziario ed economico, sostenuto dal dominio militare, degli Stati Uniti8. In ogni caso, certo che fino a che il regime di produzione fordista, i volumi del commercio mondiale, gli indici di redditivit delle imprese e la regolazione keynesiana delleconomia seppero garantire buone performance, la centralit monetaria del dollaro assicur a tutti gli effetti una stabilit finanziaria internazionale inaudita, se confrontata alle turbolenze del periodo fra le due guerre, in cui era pratica quotidiana la politica della svalutazione competitiva. Il sistema americano, infatti, grazie al finanziamento dei propri deficit di bilancia dei pagamenti mediante la creazione di moneta, funse da volano per laumento della liquidit mondiale, che al tempo stesso era garantita da tassi di cambio fissi. In tal modo, fu possibile evitare fenomeni generalizzati di pressioni deflazionistiche, tollerando persino una leggera inflazione tendenziale che fluidificasse la crescita degli scambi e degli investimenti. Come ricorda anche uno studioso italiano, Duccio Basosi, sulla scorta dellanalisi della studiosa e politica statunitense Joan Edelman Spero9,

in questo contesto, il fatto che la bilancia dei pagamenti statunitense fosse strutturalmente tendente al deficit non aveva rappresentato un problema politico internazionale, n economico, fino allinizio degli anni Sessanta: al contrario, la tensione tra i due blocchi e leffettivo stato di minorit delle economie dei

D. HARVEY, The condition of Postmodernity, Blackwell, Oxford 1990, trad. it. di M. Viezzi, La crisi della modernit, Il Saggiatore, Milano 1993, p. 171. Per una lettura pi dettagliata e ancora pi radicale, in cui si prende in esame anche il cosiddetto Piano Marshall quale secondo nucleo essenziale del progetto imperialista statunitense, si veda A. S. MILWARD, The Reconstruction of Western Europe, 1945-1951, Meuthen, Londra 1984. In lingua italiana si veda, tra gli altri, M. REVELLI, La sinistra sociale. Oltre la civilt del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino 1997, in particolare pp. 28-35; G. ARRIGHI, Geopolitica e alta finanza, in G. ARRIGHI, B. SILVER, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori, Milano 2003, pp. 43-112.
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Tra le numerose edizioni del suo pi importante volume, si veda, ad esempio, J. E. SPERO, The Politics of International Economic Relations, Routledge, London 19904.

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principali partner [...] rendevano non solo tollerabile, ma addirittura vitale per i governi di quei Paesi, laccettazione dello stato di cose 10.

Ebbene, se fino alla met degli anni 60 tale sistema non incontr particolari difficolt, nel lungo periodo una politica economica statunitense strutturalmente fondata sulla persistenza di deficit di bilancia dei pagamenti, dovuta allimpetuoso sviluppo economico e alla propensione allesportazione dei Paesi europei (che alla fine del decennio rappresentavano saldamente la prima potenza commerciale del mondo) e del Giappone, non era certo una solida garanzia per la stabilit a lungo termine del sistema monetario internazionale. Allo stesso tempo, tuttavia, proprio per il ruolo centrale della valuta statunitense, non era affatto scontato intraprendere politiche fortemente restrittive sul piano interno (o anche esterno: si pensi alla necessit di finanziare limpegno militare in Vietnam), poich ci avrebbe comportato una stretta monetaria a livello mondiale, con la sicura prospettiva di un periodo di recessione: meno investimenti, diminuzione dei volumi commerciali e finanziari, deflazione e conseguente disoccupazione. Tale era, dunque, la vera e propria aporia cui si trovarono a far fronte le amministrazioni Kennedy e Johnson: da un lato vi era uninarrestabile riduzione delle riserve auree della Federal Reserve e un altrettanto inarrestabile aumento dei dollari detenuti allestero (si sviluppava in quegli anni il cosiddetto mercato delleurodollaro, in gran parte proprio a causa del finanziamento della guerra in Vietnam), dallaltro si doveva tener conto dellimpossibilit di svalutare la propria moneta e della necessit di iniettare nel sistema economico e finanziario mondiale una costante liquidit, al fine di sostenere quel circolo virtuoso tra i fattori di

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D. BASOSI, Il governo del dollaro. Interdipendenza economica e potere statunitense negli anni di Richard Nixon (1969-1973), Polistampa, Firenze 2006, p. 37. Come si capir nel corso dellanalisi, questo testo del Basosi rappresenta uno degli snodi irrinunciabili, anche per il presente lavoro, per cogliere la profonda relazione che intercorre tra la politica economica degli Stati e la loro politica estera, soprattutto nel caso di un paese, come gli Stati Uniti, per il quale difficilmente potrebbe sussistere unazione di politica interna che non sia, di per s, anche unazione di politica estera, come si argomenta in M. DE CECCO, International Financial Markets and US Domestic Policy since 1945, in International Affairs, vol. LII, n. 3 (1976), p. 25. Del Basosi, si veda anche The US, Western Europe and a Changing Monetary Sistem, 1969-1979, in A. VARSORI & G. MIGANI (eds.), Europe in the International Arena during the 1970s. Entering a Different World, Peter Lang, Bruxelles, 2011, pp. 99-116. In questo saggio, il Basosi estende il proprio campo di osservazione fino al 1979, prendendo dunque in esame due aspetti delle questioni monetarie internazionali che non sono trattati nel suo volume principale, ovvero il ruolo dellamministrazione Carter e la svolta decisiva rappresentata dallistituzione dello SME (1979).

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stabilit dellespansione economica postbellica sommariamente descritto pi sopra. Fu in questo contesto, dunque, che lamministrazione Johnson, nel 1967, agevol la creazione, in seno allInternational Monetary Fund, di un nuovo strumento di riserva internazionale i Diritti Speciali di Prelievo il cui scopo avrebbe dovuto essere quello di sostituire loro nelle transazioni internazionali attraverso ununit di conto creata ad hoc. Dietro questi primi segnali di crisi del sistema monetario internazionale, vi era in realt una crisi ben pi profonda di un intero modo di produzione, ovvero di quel ciclo economico che, inesorabilmente, gi allinizio degli anni 70 si stava per esaurire. Tutti gli indicatori macroeconomici pi importanti (crescita reale, produttivit, redditivit degli investimenti, potere dacquisto, tasso di disoccupazione e dinflazione) erano in tendenziale peggioramento, con la solita successione temporale per cui negli Stati Uniti le mutazioni economiche (ma, del resto, anche quelle sociali e culturali) si affermavano qualche anno prima rispetto allEuropa. Non possibile realizzare in questa sede unanalisi dettagliata, da un punto di vista macroeconomico, delle cause, dei sintomi e dei numeri di questa rottura del ciclo virtuoso postbellico, cui venne a sommarsi la prima crisi energetica del 197311. Sar sufficiente ricordare che si spezz definitivamente quella felice triangolazione tra tasso di profitto, crescita salariale e sostenibilit finanziaria dello stato sociale: i tre cardini principali dei trentanni gloriosi, insomma, per motivi di natura economico-produttiva, finanziaria e fiscale, furono messi radicalmente in discussione. Per gli obiettivi che ci si posti nel presente lavoro, invece, massimamente importante sar cogliere quale fu il nesso tra la crisi sistemica di tipo economico-finanziario degli anni 70, di cui labbandono del regime basato sugli accordi di Bretton Woods fu una delle manifestazioni pi clamorose, e le relazioni tra gli Stati che, allinterno dellarena politica internazionale, si ripartivano gli spazi di potere nellambito delleconomia di mercato. E in quegli anni vi erano essenzialmente due grandi compagini economiche: gli Stati Uniti e lEuropa occidentale (senza dimenticare il Giappone, di cui per non ci occuperemo nella presente analisi). In questo senso, pertanto, di fondamentale importanza non
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Si veda, tra i numerosi volumi a disposizione, almeno P. ALBANI, Una crisi di sistema. La rottura degli assetti economici del dopoguerra negli anni 70, Franco Angeli, Milano 1980.

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considerare autosufficienti e dotate di uno sviluppo necessario e ineluttabile le questioni di politica economica e monetaria, pur se declinate da un punto di vista internazionale: detto altrimenti, il crollo del sistema di Bretton Woods, come gi ricordato nellIntroduzione e come segnalato in una parte della letteratura dedicata12 , era in realt profondamente intrecciato con altri aspetti dei rapporti internazionali: ad esempio, la concorrenza commerciale (e il ruolo che, a partire dalla seconda met degli anni 50, svolse a tal riguardo la Politica Agricola Comune), la distensione nei confronti dellEuropa dellEst, il delicato equilibrio tra lavvicinamento degli interessi britannici a quelli della CEE e la special relationship inglese con gli Stati Uniti, o anche la solidit e solidariet nel campo atlantico (in particolare la questione del riparto delle spese militari per la difesa dellarea europea e lefficacia del comando integrato in ambito NATO). Ci che sintende sottolineare, dunque, che, se colte da un punto di vista pi ampio e globale, che tiene conto dei diversi fattori in gioco nella spartizione delle aree di influenza nellarena politica internazionale, le questioni di politica economica e monetaria assumono una complessit e una rilevanza ben pi decisive di quelle che solitamente possibile ravvisare in gran parte della manualista macroeconomica. Da un lato, quindi, il sistema monetario internazionale istituito nel 1944 a Bretton Woods, come si accennato nei precedenti paragrafi, fu indubbiamente uno dei pilastri che garant una notevole stabilit e una consistente espansione economica mondiale. Dallaltro, tuttavia, gi verso la fine degli anni 60, in concomitanza con limpegno militare statunitense in Vietnam, il sistema economico-produttivo (e, di conseguenza, pure quello politico-sociale) entr in un cortocircuito dal quale, stando ai principali indicatori macroeconomici relativi ai decenni successivi, ne usc ampiamente indebolito. Emblema di tale crisi sistemica era la situazione

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Un testo che, a mio avviso, di straordinaria importanza e fascino, per quanto concerne i differenti aspetti che caratterizzarono anche i rapporti interni al blocco occidentale durante la guerra fredda, e non solo quelli di contrapposizione con il mondo sovietico, senza dubbio G.-H. SOUTOU, La guerre de cinquante ans. Le conflict Est-Ouest: 1943-1990, Fayard, Paris 2001. Per un approccio pi concreto e circostanziato, si veda H. ZIMMERMANN, Money and Security. Troops, Monetary Policy and West Germanys Relations with the United States and Britain, 1950-1971, Cambridge University Press 2002; per quanto concerne la posizione britannica, cfr. I. POGGIOLINI, Alle origini dellEuropa allargata. La Gran Bretagna e ladesione alla CEE (1972-1973), Edizioni Unicopli, Milano 2005.

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costantemente deficitaria della bilancia dei pagamenti statunitense, la cui pi grave conseguenza era il rischio di una vera e propria crisi di affidabilit del dollaro, dato che le riserve internazionali in valuta americana assumevano, soprattutto nei Paesi in surplus di bilancia dei pagamenti, proporzioni sempre pi inquietanti, mentre al tempo stesso diminuivano le riserve auree detenute dalla Federal Reserve13 . Un rischio assai concreto, soprattutto se associato alla messa in questione dellegemonia statunitense da parte di Paesi politicamente alleati, ma economicamente concorrenti e di sicuro non riluttanti allidea di affermare con forza la propria presenza nella scena internazionale: si pensi, ad esempio, alle due richieste di conversione di dollari in oro che, tra il 1965 e il 1966, la Francia del generale De Gaulle fece pervenire allamministrazione Johnson, alla stregua di una vera e propria sfida sul piano politico-internazionale. Si trattava di una preoccupazione concreta, e non esclusivamente politico-strategica, poich la possibilit di finanziare i propri deficit (determinati anche, ma non solo, dallimpegno bellico in Vietnam) mediante continui aumenti della massa monetaria, da parte del paese la cui valuta era de facto impiegata come riserva internazionale, aveva la conseguenza di trasferire verso altri Paesi gli inevitabili effetti inflazionistici. Una delle cause primarie dellentrata in crisi del sistema monetario internazionale, pertanto, erano le performance economiche negative del sistema americano, che non garantivano pi un afflusso di capitali in grado di salvaguardare lequilibrio internazionale. A ci, come ricorda anche il Basosi, si deve aggiungere loggettiva limitazione posta in essere, da parte delle amministrazioni Kennedy e Johnson, attraverso il Voluntary Program on Credit Restraint e il Foreign Direct Investment Program, nei confronti della piena internazionalizzazione del mercato dei capitali e degli investimenti14 . Alla fine degli anni 60, insomma, il grande capitale americano, oltre a vedere sempre pi diminuito il proprio tasso di profitto (a causa dellestinzione

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Se nel 1948 le riserve auree possedute dalla Federal Reserve ammontavano a 24,4 miliardi di dollari, gi nel 1959 erano calate a 19,5 miliardi di dollari; al contempo, nello stesso periodo i dollari posseduti allestero aumentarono da 7,3 a 19,4 miliardi di dollari. Fonte: IMF, International Financial Statistics, Supplement 1972, Washington DC, IMF, 1973, pp. 2-3.
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Losservazione del Basosi, a onor del vero, sembra orientata soprattutto a suggerire una certa subalternit del sistema politico statunitense al big business delle corporazioni dotate di maggior peso economico e propensione internazionale, cui si sarebbe dimostrata assai vicina, tutelandone gli interessi, lamministrazione Nixon

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del ciclo economico virtuoso del dopoguerra), doveva sottostare a notevoli controlli e limitazioni per quanto riguarda linvestimento estero, riducendo in tal modo il margine di competitivit, soprattutto a causa del notevole sviluppo che in quegli stessi anni faceva registrare il mercato delleurodollaro. Questo, dunque, sintetizzato in poche righe, il contesto che vide affermarsi in modo sempre pi pressante la necessit di riformare, e ripensare su basi diverse, il sistema monetario internazionale. Se i controlli e le restrizioni alla libera circolazione dei capitali in ambito internazionale non rappresentarono un gran rompicapo per lamministrazione Nixon, essendo stati parzialmente rimossi nellaprile del 196915 dopo alcune consultazioni con i governi dei Paesi europei (che, in realt, non si dimostrarono affatto entusiasti), al centro dellesigenza di ripensare il regime finanziario e monetario basato sugli accordi di Bretton Woods risiedeva anzitutto la preoccupazione nei confronti dei potenti attacchi speculativi contro le principali valute mondiali, dovuti in buona parte agli squilibri derivanti da un mix di costante sopravvalutazione di alcune monete (in primis il dollaro, ma anche la sterlina e il franco) e altrettanto costante sottovalutazione di altre (in particolare il marco tedesco). Come argomenta Duccio Basosi, interessato a mettere in evidenza il tentativo americano di assicurarsi una piena e libera iniziativa in quanto a possibili progetti di riforma del sistema16, tutto ci fu oggetto di studio, fin dai primi mesi dellamministrazione Nixon, da parte di un gruppo di lavoro sulla politica monetaria internazionale presieduto da Paul Volcker, sottosegretario al Tesoro per gli affari monetari. Ci che appare con sufficiente chiarezza, in ogni caso, che da parte americana si stava cercando di sondare le possibili exit strategies rispetto a un regime che faceva della rigidit dei tassi di cambio il proprio perno insostituibile (proprio al fine di scongiurare quel gioco a somma negativa che, negli anni tra le due
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Per ovvie ragioni di spazio non possibile soffermarsi in modo dettagliato su questo aspetto: basti ricordare che lamministrazione Nixon decise di abbassare (e poi, nel 1973, di rimuovere completamente) la Interest Equalization Tax, introdotta nel luglio del 1963 dallamministrazione Kennedy in una misura del 15% (calcolato sugli interessi generati nelle piazze finanziare estere), allo scopo di scoraggiare il deflusso di capitali e contrastare il deficit della bilancia dei pagamenti statunitense.
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[...] emergeva con sufficiente chiarezza lorientamento verso unimpostazione del problema del sistema monetario internazionale in termini centrati sul ruolo degli Stati Uniti nel contesto globale. [...] sembra abbastanza evidente la percezione che il sistema dovesse essere riplasmato sulla base delle nuove esigenze della superpotenza. D. BASOSI, Il governo del dollaro, cit., pp. 66-67. In un simile approccio, palese lintento di ragionare in termini di egemonia.

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guerre, i governi resero possibile attraverso la svalutazione competitiva intesa come la principale leva di politica economica internazionale). Una rigidit che implicava una sostanziale impossibilit di svalutare il dollaro, che se da un lato avrebbe rappresentato la via pi semplice per recuperare competitivit e migliorare la propria bilancia dei pagamenti, dallaltro metteva in discussione il ruolo stesso della valuta americana come riserva internazionale. Fu attorno a tale snodo politico-monetario, quindi, che si confrontarono le diverse anime dellamministrazione Nixon, alcune pi inclini di altre a prospettare un abbandono del sistema a parit fisse stabilito a Bretton Woods. Tra i maggiori timori del governo statunitense, pertanto, vi era quello di unimprovvisa crisi di panico a livello internazionale (fu senza dubbio un pessimo presagio la turbolenza valutaria che colp diversi paesi nel maggio del 1969), dovuta alla precaria situazione dei pi importanti indicatori macroeconomici americani, che avrebbe potuto scatenare una vera e propria corsa alla conversione di dollari. Tale era dunque linquietudine che, fin dallinsediamento del Presidente Nixon, aveva innervato lattivit stessa del gruppo di lavoro guidato da Volcker17, che prese in esame, assieme ad altre questioni, anche quella che rileva in modo decisivo per il presente lavoro, ovvero la sospensione della convertibilit aurea del dollaro (la cui versione pi massimalista comprendeva anche la svalutazione unilaterale della valuta americana nei confronti delloro) e i possibili scenari internazionali che si sarebbero aperti in virt di un eventuale periodo di fluttuazione delle valute. E, come accennato poco sopra, proprio su questi due punti si era cristallizzata tra le due sponde dellAtlantico una netta contrapposizione, che metteva in pericolo la possibilit di un negoziato multilaterale sulla riforma del sistema monetario internazionale. Come si evince anche dal paper del Volcker Group precedentemente citato, alla base di ogni possibile negoziato multilaterale, vi sarebbe dovuta essere la necessit di osservare una certa disciplina nella bilancia dei pagamenti, tenendo sotto controllo la sua perdurante tendenza a dei deficit di natura ormai strutturale, a cui (questione non
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A questo proposito, il Basosi suggerisce di interpretare il lungo e dettagliato paper prodotto (nel giugno del 1969) dal cosiddetto Volcker Group, denominato Basic Options in International Monetary Negotiations, Annex I, come lo snodo fondamentale per comprendere le basi economico-politiche da cui muoveva lamministrazione Nixon nel cercare di mantenere la propria leadership, in uno scenario di una sempre pi probabile riorganizzazione del regime economicomonetario internazionale. Cfr. D. BASOSI, Il governo del dollaro, cit., pp. 89-95.

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indifferente) aveva contribuito anche la decisione di Nixon di rimuovere buona parte degli ostacoli alla libera circolazione dei capitali, a causa della quale si era verificato un ulteriore deflusso di liquidit verso Paesi terzi. Tuttavia, il corso degli eventi, come si vedr, rivel che tale indicazione di massima non rappresent in nessun momento le posizioni dellanima pi dura dellamministrazione Nixon, ovvero quella del suo consigliere di sicurezza nazionale, Henry Kissinger, e del Segretario al Tesoro (in carica proprio fino al 1971) David M. Kennedy 18, la quale premeva per un mantenimento del ruolo trainante in senso economico e soprattutto politico degli Stati Uniti nellarena internazionale, abbinato alla volont di non rinunciare ai privilegi derivanti dal ruolo di riserva internazionale del dollaro, ovvero dalla possibilit di finanziare le proprie difficolt interne e i propri deficit attraverso lespansione dellofferta di moneta e la conseguente passivit della bilancia dei pagamenti. Si tratta, insomma, della preminenza di quella politica deliberatamente passiva circa il rigore e la disciplina di bilancio, sulla cui centralit tanto insiste la letteratura che cerca di mettere in evidenza la presunta strategia unilaterale e preordinata (da questo punto di vista, un vero e proprio abuso di potere) che gli Stati Uniti, soprattutto mediante lazione e la pressione di Kissinger e del Segretario al Tesoro Kennedy, avrebbero praticato, negli anni che precedettero labbandono del sistema di Bretton Woods, al fine di assicurarsi piena libert di manovra e la conseguente leadership economica, politica e ideologica sul blocco dei Paesi occidentali19. Questo stesso orientamento di una parte della letteratura, del resto, non si limita a sottolineare la preminenza di tale politica passiva in materia economica, ma insiste in modo particolare anche sullatteggiamento americano progressivamente sempre pi ostile e scettico nei confronti dei tentativi da parte europea, di cui diremo nel prossimo capitolo, di

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Appare evidente, giunti a questo punto dellanalisi, che secondo il Basosi furono proprio questi ultimi i protagonisti indiscussi del biennio 1969-71, che modific definitivamente i rapporti di forza allinterno dello scenario economico-monetario internazionale. In particolare, il Segretario al Tesoro Kennedy avrebbe impresso una forte e decisiva impronta alla politica economica statunitense, esercitando un notevole influsso sulla decisione del 15 agosto 1971.
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A questo proposito, si parlato anche di un atteggiamento statunitense di benign neglect, volto a considerare di vitale importanza per il sistema economico americano il deliberato disinteresse per il riassestamento del cronico squilibrio di bilancia dei pagamenti. Si veda B. EICHENGREEN, From benign Neglect to Malignant Preoccupation. U.S. Balance of Payments in the 1960s, National Bureau of Economic Research, Washington 2000 (http://www.nber.org/papers/w7630.pdf).

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plasmare ununione economica e monetaria, fondata non sulla flessibilit, bens su di una rigidit ancora pi accentuata delle parit di cambio tra le valute dei sei Paesi che si erano riuniti allAja nel dicembre del 196920 . In ogni caso, e indipendentemente dallapproccio storiografico (pi o meno pugnace nonch schierato) che si predilige, ci che emerge con relativa chiarezza, nei mesi a cavallo tra il 1969 e il 1970, la consapevolezza del fatto che le relazioni economico-monetarie, commerciali e politiche tra le due sponde dellAtlantico erano giunte a un turning point decisivo, in primo luogo in virt dellormai definitiva affermazione del gigante economico europeo (assieme a quellacquis comunitario che spingeva in direzione di unalternativa monetaria al predominio de facto del dollaro 21), ma anche a causa della pi ampia e generale ristrutturazione a cui andava incontro il capitalismo occidentale, una volta esauritasi la spinta propulsiva dei trenta gloriosi. Il 1970 fu un anno, per cos dire, rivelatore: la questione della bilancia dei pagamenti statunitense, infatti, giunse definitivamente alla ribalta, facendo registrare un deficit record di 10 miliardi di dollari, un risultato mai raggiunto prima (ma poi superato negli anni successivi22 ). Del resto, tale era il prezzo da pagare anche a livello di prestigio internazionale e di posizione di forza negoziale per uno Stato che, de facto, occupava il ruolo di banca centrale del mondo, ovvero di prestatore di ultima di istanza allinterno del sistema finanziario internazionale. Al tempo stesso, in

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Si veda, ad esempio, M. GUDERZO, Gli Stati Uniti e il primo allargamento della Comunit europea, 1963-1973, in A. LANDUYT, D. PASQUINUCCI, (a cura di), Gli allargamenti della CEE/UE, 1961-2004, Il Mulino, Bologna 2005, vol. II, pp. 1129-1160.
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A questo proposito, interessante notare che sia il Basosi, sia M. E. Guasconi, autrice di una monografia che sar commentata pi dettagliatamente nel corso del prossimo capitolo, segnalano limportanza del discorso che Robert Schaetzel, ambasciatore statunitense presso la Comunit Europea, tenne il 12 febbraio 1970 alla Deutsche Gesellschaft fr Aussenpolitik, nel quale espresse una sorta di monito nei confronti del blocco europeo, il quale, attraverso azioni orientate ora in senso protezionistico (ovvero in violazione di alcune norme del GATT; ma da ricordare anche il ruolo centrale, per il commercio internazionale, che svolse la PAC a favore dei prodotti agricoli europei), ora pi squisitamente europeistico (si pensi alla road map stabilita allAja appena due mesi prima), correva il rischio di mettere a repentaglio le relazioni tra le due sponde dellAtlantico. Cfr. M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento. Il vertice dellAja del 1969 e il rilancio della costruzione europea, Edizioni Polistampa, Firenze 2004, pp. 117-119.
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Fonte: Bureau of Economic Analysis, International Economics Accounts, U.S. Department of Commerce (www.bea.gov/international).

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quellanno linflazione cavalcava al 5,8% 23: uneredit, questa, della forza propulsiva della grande espansione del dopoguerra, caratterizzata come ricordato pi sopra da politiche keynesiane di sostegno alla domanda e da una crescita dei salari collegata allaumento della produttivit. Tuttavia, allinizio degli anni 70 tale situazione si prospettava difficilmente sostenibile, proprio a causa dellesaurimento della spinta espansionistica delleconomia mondiale (come gi indicato, quasi tutti gli indicatori economici mostravano uninnegabile sofferenza: saggio di profitto, produttivit, redditivit degli investimenti, etc.). Per questo, lirritazione dei Paesi europei si faceva sempre pi forte: del resto, lamministrazione Nixon non sembrava incline ad accettare limpegno di correggere quel vero e proprio cortocircuito rappresentato da una notevole pressione inflazionistica, unofferta di moneta non corretta verso il basso (al contrario: alla fine del 1970 si espanse fino all8%) e linevitabile situazione deficitaria della bilancia dei pagamenti americana. Tutto questo non poteva che gettare scredito, agli occhi europei, sulla capacit del sistema statunitense di non seguitare a scaricare il suo processo inflazionistico sui Paesi europei (era proprio questa una delle principali polemiche che, negli anni 1964-65 vide come protagonisti il generale de Gaulle e il governo americano). Non fu un caso, dunque, che proprio alla fine del 1970 iniziarono a pervenire a Washington diverse richieste di conversione di dollari in oro (o di garanzie in tal senso), in un clima di fervente preoccupazione circa la tenuta del sistema economico-finanziario statunitense, sempre pi esposto nei confronti dei paesi creditori (in particolare la Repubblica Federale Tedesca, ma anche il Belgio o la Svizzera). Linarrestabile abbassamento delle riserve auree della Federal Reserve, in altri termini, non era che la punta di un iceberg, la manifestazione pi concreta e tangibile di una situazione che abbisognava di una vera e propria scossa, soprattutto se si tiene conto della vera e propria dichiarazione di intenti che il blocco europeo, capeggiato da Francia e Germania, aveva reso definitivamente pubblica con il vertice dellAja nel dicembre del 1969. Tale scossa al sistema monetario e finanziario internazionale ebbe inizio, simbolicamente, con la nomina di John Connally a Segretario al Tesoro nel febbraio
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Fonte: Bureau of Labour Statistics (http://data.bls.gov/timeseries/CUUR0000SA0?output_view=pct_1mth).

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del 1971. Questo, perlomeno, quanto si argomenta in quella letteratura che tende a interpretare questo turbolento periodo nei termini di un disegno forse non gi del tutto preordinato, ma sicuramente in parte ordito dallamministrazione Nixon al fine di mantenere il proprio Paese in una posizione di forza, in previsione di una sempre pi possibile (e vicina nel tempo) riconfigurazione del regime monetario internazionale su basi assai diverse da quelle che furono predisposte a Bretton Woods24. Ed era proprio tale riconfigurazione, fin dalla primavera del 1971, ad essere al centro delle analisi politiche e degli studi economici condotti dal governo statunitense in un contesto di progressiva riduzione dei margini di manovra della politica passiva di bilancia dei pagamenti e di sempre pi grave instabilit monetaria in campo internazionale. Uninstabilit che aveva ormai raggiunto un livello tale da costringere la Germania, il 5 maggio del 1971, a sospendere ogni negoziazione di valuta estera, per mettersi al riparo dal continuo e inarrestabile di afflusso di dollari verso la Bundesbank, appena qualche mese dopo il riavvicinamento dei margini di fluttuazione delle monete della Comunit Europea, deciso nel quadro della nascente Unione Economica e Monetaria25 . Detto altrimenti, ci che soprattutto il Basosi intende argomentare che con la nomina di John Connally al Tesoro si chiuse il cerchio attorno a quellinsieme non uniforme (in cui, come si detto, coesistevano pi voci e posizioni contrastanti) di analisi economico-monetarie e di politica estera che gi nel 1969, con la formazione del Volcker Group nel 1969, avevano caratterizzato il notevole spirito intraprendente del Presidente che successe a Johnson. Secondo tale lettura, pertanto, Connally viene presentato come una sorta di detonatore che fece esplodere definitivamente quel groviglio di questioni che avevano a che fare con la necessit di mantenere la leadership americana (anche attraverso labbandono della via negoziale e ladozione di

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Si veda, ad esempio, J. ODELL, U.S. International Monetary Policy. Markets, Power, and Ideas as Sources of Change, Princeton University Press 1982, dove, parlando dellorientamento del nuovo Segretario al Tesoro circa le relazioni finanziarie, commerciali e politiche con il blocco europeo, si citano proprio delle parole di Connally: i nostri amici ci vogliono fregare; il nostro compito quello di fregarli prima, p. 248. Traggo la citazione da D. BASOSI, Il governo del dollaro, cit., p. 145, che chiosa nel seguente modo le parole di Connally: Si trattava dunque di optare definitivamente per una scelta conflittuale nelle relazioni economiche con la Comunit [Europea], la quale avrebbe dovuto adeguarsi ai disegni statunitensi, in un modo o nellaltro.
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Si trattava dellattuazione (statuita dal Consiglio Europeo del 22 marzo 1971) del primo tassello del Piano Werner, di cui si dir pi dettagliatamente nel corso del prossimo capitolo.

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posizioni di duro confronto, in particolare coi partner europei) allinterno del blocco occidentale, in una curva storica in cui il sistema produttivo e finanziario statunitense, assieme al dollaro, stava perdendo quella capacit strutturale di fungere da punto di equilibrio dellintero sistema monetario e finanziario internazionale26 . Lipotesi di fondo propria di tale orientamento storiografico, in altri termini, quella secondo cui il nuovo Segretario al Tesoro avrebbe rappresentato simbolicamente (ma anche in termini di elaborazione strategica: la sua influenza sullo stesso Nixon, infatti, col passare dei mesi si sarebbe fatta sempre pi determinante) il turning point che condusse gli Stati Uniti a ritenere che lunica via duscita possibile dalla situazione di impasse monetario e finanziario fosse dunque la rescissione dellancoraggio del dollaro alloro, cui sarebbe dovuta seguire la fluttuazione delle diverse valute nel contesto sempre pi globale dei mercati finanziari. La scossa, infine, giunse. Non questa la sede pi adatta per una disamina dettagliata circa leffettiva capacit di Connally e degli altri protagonisti della politica economica statunitense (Paul Volcker, George Shultz, Arhur Burns, etc.) di influire sulle azioni decise dallamministrazione Nixon nellestate del 1971. Basti segnalare che durante la prima met di agosto scoppi una nuova ondata di speculazione valutaria, causata in parte dalla pubblicazione dei risultati cui era giunta la sottocommissione del Congresso degli Stati Uniti sui cambi e i pagamenti internazionali, presieduta dal senatore Henry Reuss, la quale indicava nella svalutazione del dollaro una ormai sempre pi indispensabile misura a favore del rilancio delle esportazioni americane, che a sua volta avrebbe consentito il riequilibro della bilancia dei pagamenti. Se, a detta della stessa amministrazione statunitense, il dollaro era sopravvalutato, era abbastanza prevedibile unondata speculativa di vendite di tale valuta. Ci in effetti accadde e fu proprio lennesima crisi di disordine monetario una delle ragioni che spinsero il Presidente Nixon a decidere di convocare

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A onor del vero, occorre riconoscere che lo stesso Basosi, in alcune occasioni, ritiene necessario specificare che una simile lettura Connally-centrica, per cos dire, corre il rischio di apparire troppo enfatica. lo stesso studioso fiorentino, infatti, a riconoscere che le espressioni usate da Connally non erano prive di forzature: lidea che in Europa esistesse realmente lintenzione di utilizzare il Piano Werner come grimaldello per scardinare legemonia statunitense suscita infatti un certo scetticismo, D. BASOSI, Il governo del dollaro, cit., p. 150. Questa anche la posizione sostenuta da M. E. Guasconi, che sar analizzata nel capitolo II del presente lavoro.

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per il 12 agosto 1971 una riunione segreta presso la residenza di Camp David. Le conclusioni di tale riunione, com noto, furono comunicate in un discorso televisivo la sera del 15 agosto, senza alcuna consultazione preventiva n coi governi occidentali n con il Fondo Monetario Internazionale, e furono alla base di quella vera e propria rivoluzione economico-finanziaria (non a caso si parl di Nixon shock) che cambi il destino e levoluzione del sistema economico, finanziario e valutario internazionale. In primo luogo, fu chiusa unilateralmente la cosiddetta finestra aurea, e fu cos messo a sicuro il dollaro, che non poteva pi essere convertito in oro; fu poi istituita una sovrattassa temporanea del 10% sulle importazioni, e ci, oltre a rappresentare una risposta alle unfair exchange rates di cui godevano, secondo le parole del proprio Nixon, i prodotti europei e asiatici, argin in qualche modo il rischio di svalutazioni competitive da parte di Paesi terzi, volte a incoraggiare le rispettive esportazioni; furono stabiliti degli incentivi fiscali per gli investimenti; infine last but not least fu sancito il blocco totale dei prezzi e dei salari per 90 giorni, una misura orientata a dimostrare tutta la volont dellamministrazione Nixon di imporre un serio freno alla continua progressione del tasso dinflazione interno. Si trattava del nucleo essenziale di quella che lo stesso Nixon denomin New Economic Policy (NEP), la quale combinava da un lato un atteggiamento rigoroso in ambito interno (il blocco dei prezzi e dei salari), e dallaltro una spinta unilaterale verso labbandono definitivo degli accordi stabiliti a Bretton Woods. E fu proprio nei confronti del regime internazionale basato su tassi di cambio fissi che Nixon, durante il suo discorso alla nazione del 15 agosto27 , fece ricadere limpossibilit per gli Stati Uniti di muoversi con la agilit necessaria (ovvero svalutando la propria moneta) a mantenere dei margini di competitivit nei confronti degli altri Paesi. A questo punto, la riforma del sistema monetario internazionale non era pi una timida richiesta statunitense da far valere allinterno dei vari negoziati multilaterali, bens una realt non pi eccepibile e una necessit non pi prorogabile: un accordo, di qualsiasi natura, doveva essere raggiunto. E tutto ci in un contesto che fece registrare una reazione impalpabile da parte della
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Il discorso del Presidente Nixon (Address to the Nation Outlining a New Economic Policy: The Challenge of Peace) interamente consultabile al seguente indirizzo telematico istituzionale: http://www.presidency.ucsb.edu/ws/?pid=3115, dove si raccoglie lintera collezione dei Public Papers of the Presidents of the United States.

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comunit internazionale e una tenuta pressoch totale del dollaro (non pi convertibile in oro) nelle principali piazze finanziarie, che nei mesi seguenti si trovarono a gestire, per la prima volta dallinstaurazione del sistema di Bretton Woods, una vera e propria fluttuazione generalizzata delle valute. Delle reazioni europee e dellatteggiamento in un primo momento disorientato dellEuropea dei Sei, fino ad arrivare agli accordi presi dal Gruppo dei Dieci (G-10) presso lo Smithsonian Institute nel dicembre del 1971, e stabiliti sulla falsa riga dellintesa di massima raggiunta durante un incontro tra il Presidente francese Georges Pompidou e lo stesso Nixon, si dir nel prossimo capitolo. In ogni caso, ci che appare con sufficiente chiarezza la portata storica, politica e naturalmente anche economica della scelta comunicata nellagosto del 1971, ma come si visto maturata in almeno due anni di dibattito e confronto tra le diverse anime dellamministrazione Nixon. Comunque la si voglia interpretare (in senso pi o meno forzato rispetto a un presunto progetto statunitense di predominio allinterno del nuovo paradigma economico che andava configurandosi alla fine del ciclo economico espansivo postbellico), si tratt di una scelta che, sebbene lo stesso Presidente americano, durante il suo celebre discorso televisivo del 15 agosto, cerc di far apparire come qualcosa di ineluttabile e necessario, rappresent in realt lesito di un processo complesso e ragionato. Non a caso, nel corso di pochi mesi, si giunse a un regime come quello sancito dallo Smithsonian Agreement, in cui il dollaro (svalutato del 7,9% proprio in virt di tali accordi) non perse affatto la centralit garantitagli dal precedente sistema, guadagnando invece un ampissimo margine di manovra monetaria grazie allassenza del vincolo della convertibilit aurea. Prendeva forma, pertanto, un vero e proprio dollar standard, grazie al quale i deficit di bilancia dei pagamenti statunitense non rappresentavano pi una criticit per lintero sistema monetario internazionale, poich i dollari che fuoriuscivano verso Paesi terzi non potevano pi, nemmeno in linea teorica, essere convertiti in oro. Ci, ovviamente, non significa che fossero stati eliminati tout court gli squilibri internazionali di carattere monetario, commerciale ed economico (quindi anche politico) allinterno del blocco occidentale, tuttaltro. Si era semplicemente aperta una nuova fase, che contribu a determinare in senso

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morfogenetico le relazioni tra le due sponde dellAtlantico e anche i rapporti fra i Paesi europei, come si cercher di mostrare sinteticamente nel corso del prossimo capitolo.

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II. Stati Uniti ed Europa unita: competizione o cooperazione? La questione monetaria (1969-1973).

Parallelamente a quanto sostenuto nel precedente capitolo, ribadiamo che non nostra intenzione fornire un resoconto dettagliato e minuzioso degli eventi che, nellarco di pochi anni, fecero registrare uninaudita trasformazione del sistema monetario internazionale. Questo principio, pertanto, valido anche in relazione al focus del presente capitolo, dedicato allanalisi dellevoluzione dei rapporti di forza tra i blocchi economici protagonisti della competizione commerciale, monetaria e finanziaria nel periodo che segn il primo vero e proprio turning point critico (da un punto di vista economico, sociale e culturale) del mondo occidentale, ovvero linizio degli anni 70. Del resto, vi sono gi alcune monografie al riguardo, alcune di esse volte proprio ad affermare il ruolo decisivo che quel decennio (spesso trattato dalla storiografia in termini forse sbrigativi e, per cos dire, privativi28) svolse proprio in quel senso morfogenetico cui si accennato nellIntroduzione, anche per quanto concerne levoluzione della costruzione delledificio europeo29. Lobiettivo di questo secondo capitolo sar dunque quello di cercare di segnalare e descrivere lirriducibile nesso che lega la disgregazione del sistema di Bretton Woods e lo slancio europeo (in fragile equilibrio tra un atteggiamento di cooperazione e di competizione nei confronti degli Stati Uniti) verso ledificazione di un sistema monetario alternativo a quello che prevedeva unassoluta centralit del dollaro in quanto valuta di riserva internazionale. A tal fine, si analizzeranno alcuni contributi che, nel corso degli ultimi anni, hanno
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Vi unindubbia tendenza storiografica a trattare il periodo gli anni 70 come una sorta di pausa di riflessione (di certo non priva di tensioni sociali e istituzionali) presa dalla storia, stretta tra la grande espansione postbellica, culminata nel boom degli anni 60, e la svolta neoliberale e conservatrice degli anni 80. A questo proposito, Philippe Chassaigne, nellintroduzione al suo lavoro prima citato (Fin dun monde et origine de notre modernit, cit., p. 7), richiama con forza lattenzione sulleccessiva unilateralit di una simile interpretazione dellepoca, sulla quale per questo motivo graverebbe un deficit generale dimmagine.
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Si vedano almeno i seguenti volumi: E. BUSSIRE, M. DUMOLIN, S. SCHIRMANN (eds.), Milieux conomiques et intgration europenne au 20e sicle. La crise des annes 1970, cit.; A. VARSORI & G. MIGANI (eds.), Europe in the International Arena during the 1970s, cit.; A. VARSORI (a cura di), Alle origini del presente. LEuropa occidentale nella crisi degli anni 70, Franco Angeli, Milano 2007.

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cercato di argomentare proprio a favore di una riscoperta della prima met degli anni 70 nei termini di una transizione verso un nuovo regime monetario (o piuttosto verso un non-sistema, come alcuni argomentano) e nei termini di una nuova messa in moto dellacquis communautaire affermatosi al vertice dellAja nel dicembre 1969 e concretizzatosi nei progetti di unUnione Economica e Monetaria (UEM) e, successivamente, di un Sistema Monetario Europeo (SME). Sar dunque importante rilevare che il Nixon shock, simbolicamente rappresentato dal discorso televisivo del 15 agosto 1971, non fu una mera evoluzione meccanica del sistema monetario internazionale; al contrario, a mio avviso occorre riconoscere che proprio le questioni monetarie e finanziarie che mettevano a confronto i due principali blocchi economici del mondo occidentale furono intese (da entrambe le parti) come una vera e propria leva per determinare dei cambiamenti sostanziali dei rapporti di forza economici e geopolitici allinterno dellarena internazionale. Se nel corso del precedente capitolo si cercato di analizzare pur sommariamente il contesto socio-economico che condusse alla decisione di sospendere la convertibilit del dollaro in oro, consci del fatto che essa non era che una parte di un insieme pi vasto, e un mezzo verso un fine30 , allo stesso modo in questo capitolo si prover ad applicare un analogo schema metodologico al periodo che, gi dalla seconda met del 1969, port alla sempre maggiore consapevolezza da parte europea della necessit di imprimere una svolta allidea stessa di integrazione economica e monetaria. Anche questultima, infatti, pu essere intesa come una sorta di reazione allinsieme di elementi e questioni che emersero proprio in quegli anni sulla scena internazionale, ad esempio il progressivo indebolimento del dollaro e della centralit delleconomia americana, la necessit di dare continuit e coerenza macroeconomica alle politiche comunitarie (superando il gi notevole livello ottenuto grazie allunione doganale e alla Politica Agricola Comune), ma anche il ripensamento di alcuni pilastri della contrapposizione est-ovest (la Ostpolitik di Brandt). questa, perlomeno, la tesi che si intende proporre, in linea con una parte della letteratura dedicata, forse meno schierata di quella che tende a interpretare il Nixon shock come un tassello della

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PH. CHASSAIGNE, Fin dun monde et origine de notre modernit, cit., p. 18.

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vocazione egemonica e imperialista degli Stati Uniti, ma non per questo priva di interesse storiografico e, per lappunto, metodologico. Se nel 1969 il Presidente Nixon, appena insediatosi, nominava il cosiddetto Volcker Group, con lobiettivo di fornire un quadro analitico ed esauriente sulla politica internazionale monetaria, in quegli stessi mesi anche allinterno della Comunit Economica Europea le questioni monetarie iniziavano ad assumere un peso non irrilevante, forse anche per il fatto che, gi da alcuni anni, il contesto internazionale che si reggeva sugli accordi di Bretton Woods dava i primi, consistenti segnali di sgretolamento, soprattutto per la difficile situazione della bilancia dei pagamenti americana e per la conseguente instabilit monetaria provocata dallafflusso di dollari verso i paesi europei in surplus (si pensi al mercato delleurodollaro). Ebbene, gi nel febbraio del 1968 la Commissione europea present al Consiglio un breve Memorandum sur laction de la Communaut dans le domaine montaire, in cui, oltre alla soppressione dei margini di fluttuazione e la creazione di ununica unit di conto europea, si proponeva di subordinare qualsiasi variazione dei tassi di cambio tra le valute europee a un accordo previo e mutuo. Il progetto non ricevette unaccoglienza troppo calorosa (soprattutto da parte tedesca e olandese), ma significativo che tali proposte che possono apparire assai radicali, visto che prospettavano addirittura ununit di conto europea iniziarono a circolare cos presto. Del resto, fu assai esplicito Raymond Barre, Commissario europeo responsabile degli Affari economici e finanziari, quando dichiar al Parlamento europeo che al fine di garantire la riuscita di unUnione Economica e Monetaria sarebbe stata necessaria una vera autorit politica europea 31. Fu cos che, nel febbraio del 1969, lo stesso Barre, riformulando le proposte contenute nel memorandum dellanno precedente, e adottando un approccio piuttosto pragmatico ed equilibrato, [in cui] lobiettivo primario doveva essere un miglior coordinamento delle politiche economiche e monetarie degli Stati membri32, present un nuovo Memorandum de la Commission
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R. BARRE, I problemi internazionali monetari e la politica monetaria della Comunit, in Bollettino delle Comunit europee, novembre 1968, vol. 1, n. 1, p. 17.
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I. MAES, Projets dintgration montaire la Commission europenne au tournant des annes 1970, in E. BUSSIRE, M. DUMOLIN, S. SCHIRMANN (eds.), Milieux conomiques et intgration europenne au 20e sicle, cit., p. 41.

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au Conseil sur la coordination des politiques conomiques au sein de la Communaut33 . Si trattava del cosiddetto Plan Barre, che, in estrema sintesi, prevedeva un rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche nazionali a breve e medio termine, oltre a interventi volti a istituire un meccanismo comunitario di cooperazione monetaria (a breve termine) e di assistenza finanziaria (a medio termine). Come si pu intuire, tutto ci avrebbe implicato un notevole passo in avanti rispetto alle previsioni dei Trattati di Roma, che delegarono agli Stati membri una pressoch totale autonomia nellambito delle politiche di orientamento macroeconomico. importante sottolineare, pertanto, che gi nei primi mesi del 1969, proprio quando allinterno della stessa amministrazione Nixon, a causa della precaria situazione economico-monetaria statunitense, si incominciava a ragionare su possibili scenari di riforma del sistema basato sugli accordi di Bretton Woods, anche in Europa le questioni monetarie (e pi in generale quelle di carattere macroeconomico) iniziavano a rappresentare un elemento rilevante allinterno delle dinamiche comunitarie. Il Plan Barre, che nel luglio del 1969 aveva ricevuto un importante endorsement a livello comunitario da parte del Consiglio dei Ministri delle finanze (ECOFIN), possedeva una duplica caratterizzazione: da un lato, infatti, prevedeva una convergenza degli orientamenti nazionali in ambito monetario, dallaltro considerava imprescindibile lidea di una pi ampia convergenza economica, cio dei principali indicatori macroeconomici (tasso di crescita, bilancia dei pagamenti, tasso dinflazione, etc.) dei sei Paesi membri. Detto altrimenti, si trattava dellavvicinamento delle due principali posizioni, rispettivamente quella francese e quella tedesca. Ma laspetto pi importante fu indubbiamente la funzione preparatoria che il Plan Barre svolse in vista di uno dei vertici pi importanti della storia della prima fase dellintegrazione europea, quello che si tenne allAja i primi due giorni del dicembre 1969, da alcuni studiosi descritto come la vera e propria rinascita di un forte acquis comunitario, dopo diversi anni in cui la centralit del progetto dintegrazione si limit

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Bollettino della Comunit Economica Europea, marzo 1969, Supplemento 3/69. Disponibile allindirizzo telematico del Centre Virtuel de la Connaissance sur l'Europe: http://www.cvce.eu/ content/publication/1997/10/13/0c6bb32d-10d3-4d61-bf4a-3f4883c6921b/publishable_fr.pdf.

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alla sfera doganale della libera circolazione delle merci34 . Alcune condizioni contestuali, del resto, risultavano indubbiamente favorevoli: in Francia Georges Pompidou fu eletto come nuovo presidente della Repubblica (ma soprattutto usc di scena il generale de Gaulle), mentre in Germania Willy Brandt divenne Cancelliere proprio nellautunno di quellanno. Questultimo era ben conscio dellimportanza (in negativo) dei conflitti monetari tra i Paesi membri, essendo stato diretto testimone, da Ministro degli esteri di Bonn, del progressivo deterioramento delle relazioni francotedesche. Non fu casuale, pertanto, come riconosce anche un attento studioso tedesco delle relazioni monetarie internazionali, che lintegrazione europea divenne una parte cruciale del suo [di Brandt, ndt] disegno di politica estera 35. Da non sottovalutare, infine, anche la svolta in senso progressista del Regno Unito, da sempre vero e proprio convitato di pietra nelle discussioni sullallargamento della Comunit: nel giugno del 1970, infatti, dopo un lungo ciclo di esecutivi di orientamento conservatore, divenne primo ministro il laburista Harold Wilson, e ci contribu a migliorare ancor pi il contesto di fondo in cui si innest il rafforzamento dellacquis comunitario. Fu cos, dunque, che si riavvicinarono le posizioni franco-tedesche circa lingresso del Regno Unito allinterno della CEE, tradizionale obiettivo tedesco, a cui corrispose il consenso da parte del governo di Bonn per la definitiva regolamentazione finanziaria della Politica Agricola Comune, che invece rappresentava da sempre il nucleo pi profondo delle richieste francesi. Ci che preme sottolineare, in ultima istanza, proprio la coincidenza tra il periodo di forti turbolenze e difficolt monetarie in campo internazionale (in parte dovute a quellatteggiamento di bening neglect messo in campo dallamministrazione Nixon nei confronti della disciplina della propria bilancia dei pagamenti) e un periodo in cui a livello europeo trov nuova linfa quella spinta ad approfondire, completare e allargare le dinamiche comunitarie, anche (e soprattutto) in direzione di una unione economica e monetaria.
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A questo proposito, imprescindibile il riferimento a un volume di una studiosa italiana, la cui funzione strutturale nella stesura di questo capitolo pu essere intesa parallelamente al riferimento al lavoro del Basosi per quanto concerne il capitolo I: M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento. Il vertice dellAja del 1969 e il rilancio della costruzione europea, cit..
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H. ZIMMERMANN, The Fall of Bretton Woods and the Emergence of the Werner Plan, in L. MAGNUSSON, B. STRT, From the Werner Plan to the EMU. In Search of a Political Economy for Europe, Peter Lang, Bruxelles 2001, p. 68.

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La conferenza dei capi di Stato e di Governo dei Sei, tenutasi allAja i primi due giorni di dicembre del 1969, e fortemente voluta dal neo-eletto Presidente francese, rappresenta dunque un turning point decisivo anche per quanto concerne il focus del presente lavoro. A questo proposito, appare massimamente appropriato il titolo del volume di Maria Eleonora Guasconi precedentemente citato: LEuropa tra continuit e cambiamento. Questa situazione transitoria, questa terra di mezzo tra continuit e discontinuit rappresentava infatti lemblema e la specificit regionale (in questo caso europea) delle trasformazioni che lintero sistema economico e sociale del mondo occidentale stava attraversando. Se da un lato, infatti, la conferenza implic un notevole passo in avanti e una discontinuit forte rispetto al passato (si pensi ai veti di de Gaulle, al fallimento del Piano Fouchet, alla tradizionale pratica del do ut des messa in atto dagli Stati a discapito degli interessi comunitari, etc.), dallaltro occorre riconoscere, come fa la Guasconi, che leredit del passato, i sospetti e le ambiguit reciproche avrebbero fortemente condizionato le direzioni del rilancio impresso alla costruzione europea dal vertice dellAja36 . Continuit e discontinuit, insomma, erano due condizioni destinate a convivere. Pi in generale, risulta di estremo interesse lapproccio metodologico di fondo scelto dallautrice del volume, che cerca di mettere in relazione la transizione europea verso i tre obiettivi dellallargamento, approfondimento e completamento delle dinamiche comunitarie con il pi complesso contesto internazionale, al fine di mostrare come non sia possibile prescindere da una concezione amplia e globale nellanalisi di una delle fasi pi interessanti ma anche tra le meno studiate del processo dintegrazione europea. Questo ragionamento ancor pi convincente e necessario se ci si riferisce allimportanza che il vertice dellAja ebbe in relazione alle circostanze internazionali di carattere monetario, e in particolare alla perdita di credibilit e centralit del dollaro, il cui carattere di valuta internazionale provocava non poche difficolt e disordini, mal tollerati dai partner europei. Non questa, ovviamente, la sede pi adatta per proporre unanalisi dettagliata delle due giornate del vertice, ma sar comunque necessario soffermarsi sullimportanza strategica che ebbero le decisioni relative alla questione

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M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 87.

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dellapprofondimento dellacquis comunitario. In un clima di fragili equilibri, infatti, fu stabilito di elaborare un piano, nel corso del 1970, in vista della creazione di ununione economica e monetaria (UEM) e di un Fondo di Riserva Europeo, destinati a garantire una maggiore stabilit rispetto alle turbolenze di fine anni 60. I capi di Stato e di Governo affidarono dunque al Consiglio il compito di mettere a punto tale piano, il quale a sua volta decise di istituire un comitato di esperti, presieduto dal primo ministro lussemburghese, Pierre Werner, che (sulla base di una proposta della Commissione) procedette a elaborare un piano a tappe per giungere agli obiettivi preposti. Il rapporto definitivo, conosciuto come Piano Werner, fu presentato nellottobre del 1970, ed effettivamente prevedeva una suddivisione in tre fasi, e un arco temporale complessivo di dieci anni, per la realizzazione di una riforma sia dellambito monetario, sia di quello del coordinamento delle politiche economiche37 . Il tono era marcatamente federalista, e ad ununione monetaria che implicasse la convertibilit totale e irreversibile delle valute, leliminazione dei margini di fluttuazione, la fissazione irrevocabile delle parit di cambio e la totale liberalizzazione dei movimenti di capitali38 , veniva ad aggiungersi sul piano istituzionale la proposta di istituire due organi comunitari: un centro decisionale sulla politica economica e un sistema di banche centrali. Si trattava del frutto di unattenta opera diplomatica e di mediazione tra le diverse spinte presenti in seno al comitato di esperti: da un lato, infatti, erano schierate Germania e Olanda, che premevano per la priorit del coordinamento delle politiche economiche comunitarie sullunione monetaria, mentre dallaltro si trovavano le posizioni francese, belga e della Commissione, che intendevano lunione monetaria (si badi bene: il Piano Werner parlava esplicitamente della possibilit di adottare una moneta unica39) alla stregua di un vero e proprio volano per la successiva e conseguente integrazione delle politiche
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Il testo del rapporto interamente consultabile on-line allindirizzo telematico del Centre Virtuel de la Connaissance sur l'Europe: http://www.cvce.eu/content/publication/ 1997/10/13/80c02a56-a4d7-4043-8db2-935d2b4cbeac/publishable_fr.pdf.
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Ivi, p. 4.

Cfr. ivi, p. 4: [Ununione monetaria] pu essere accompagnata dal mantenimento delle monete nazionali o dalla creazione di una moneta comunitaria unica. Da un punto di vista tecnico, la scelta tra queste due soluzioni potrebbe apparire indifferente, ma delle considerazioni di ordine psicologico e politico depongono in favore delladozione di una moneta unica.

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economiche dei Paesi membri. Come ben sintetizzato dalleconomista Ivo Maes, in seno al comitato Werner vi era dunque un vivo dibattito che opponeva gli economisti, sotto la guida della Germania, e i monetaristi, di cui faceva parte la Francia40. In ogni caso, importante sottolineare che entrambe le posizioni vedevano confluire i propri obiettivi di fondo in un ripensamento radicale dei presupposti di fondo del sistema monetario basato sugli accordi di Bretton Woods, i quali, com noto, conferivano alla valuta statunitense (e di conseguenza al suo sistema economico e finanziario) un ruolo determinante, a scapito dellautonomia monetaria dei partner europei. Al tempo stesso, tuttavia, occorre segnalare che le basi teoriche e pratiche di tale ripensamento in direzione di una sempre maggiore integrazione europea non coincidevano con quelle in virt delle quali anche Washington stava avviandosi verso la consapevolezza di dover (o voler) abbandonare il regime monetario postbellico. Gli Stati Uniti di Nixon, infatti, tra il 1971 e il 1973 scelsero di minare lesistenza stessa del concetto di fissazione delle parit di cambio e di riduzione dei margini di fluttuazione, optando per la chiusura della finestra aurea e, soprattutto, scommettendo sulla maggior efficienza di un regime a cambi variabili, mentre la scelta europea andava esattamente nella direzione opposta, cio quella dellinstaurazione a livello regionale di un sistema a cambi fissi, ricalcando in toto limpostazione di fondo del sistema di Bretton Woods. Come ben segnalato dalla Guasconi, mediante numerosi riferimenti a documenti e fonti diplomatiche, non si pu certo sostenere che la versione finale del Piano Werner avesse prodotto un consenso generalizzato tra i membri della Comunit, sebbene nessuno poteva dirsi del tutto scontento. Da un lato, infatti, Pompidou critic con durezza limpostazione marcatamente federalista, ovvero la previsione di un futuro trasferimento a livello sovranazionale di competenze di politica economica e monetaria (in particolare, attraverso la creazione di un sistema centralizzato di banche centrali e di un fondo di stabilizzazione dei cambi), mentre dallaltro Brandt sostenne con forza limportanza epocale del Piano Werner, proprio in virt di quelle previsioni che irritavano le forze francesi pi riluttanti a immaginare una cessione di
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I. MAES, Projets dintgration montaire la Commission europenne au tournant des annes 1970, cit., p. 46.

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sovranit da parte dello Stato-nazione in ambito monetario. In altre parole, e reiterando il tradizionale schema di funzionamento della storia politica europea, anche in questo caso i maggiori dissidi erano quelli tra Francia e Germania41 . Un vero e proprio accordo in sede comunitaria fu infine raggiunto dal Consiglio dei Ministri del 22 marzo 1971, dopo una serie di rinvii e colloqui bilaterali tra Brandt e Pompidou. Lintesa rappresentava tuttavia un compromesso insoddisfacente42: la Francia spinse per svincolarsi dagli aspetti pi federalisti del piano e per limitare la prevista attribuzione di maggiori competenze alle istituzioni comunitarie in ambito di politica economica, mentre la Germania, temendo di dover finanziare i saldi negativi degli altri partner europei [impose, ndt] una clausola di sicurezza, vale a dire la possibilit [...] di ritirarsi dai meccanismi della UEM, qualora i costi si fossero rilevati troppo elevati, eliminando di fatto lautomaticit del passaggio dalla prima alla seconda fase dellunione monetaria e indebolendo lintera struttura del sistema43. Detto altrimenti, il governo di Bonn volle cautelarsi da un eventuale mancato accordo sulla fase finale del progetto della UEM, cio quello del coordinamento a livello comunitario delle politiche economiche dei Paesi membri, avvertendo che in tal caso sarebbe venuto meno anche laccordo iniziale sulla riduzione dei margini di fluttuazione tra le valute europee. Un accordo cui fu data una prima e parziale attuazione il 27 aprile 1971, quando tale margine fu ridotto da 0,75% a 0,60%. Tuttavia, come si evidenziato nel corso del precedente capitolo, proprio nelle settimane successive allattuazione della prima fase della UEM, venne ad abbattersi sulla scena internazionale, e in particolare sulla Germania, una nuova ondata speculativa di carattere monetario. Il governo di Bonn, gi assai preoccupato per la forte ripresa inflazionistica (per contrastare la quale propose una fluttuazione congiunta dei tassi di cambio delle valute europee nei confronti del dollaro), nel maggio del 1971 si trov ad assistere allennesimo afflusso di uningente quantit di eurodollari. Il Ministro dellEconomia e delle Finanze tedesco, Karl Schiller, decise
41A

tal proposito, cfr. ID., On the Origins of the Franco-German EMU controversies, in European Journal of Law and Economics, vol. 17, n. 1 (2004), pp. 21-39.
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M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 109. Ibidem.

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dunque di chiudere il mercato dei cambi e di far fluttuare il marco, che si espose inevitabilmente a una rivalutazione, in seguito alla quale fin per rivalutarsi anche il fiorino olandese. Laspetto pi rilevante di tali manovre, tuttavia, fu la totale assenza di coordinamento (e di consultazione) con gli altri Paesi membri della neonata Unione Economica e Monetaria, le cui fondamenta, pertanto, iniziarono a cedere gi poche settimane dopo la delibera del Consiglio dei Ministri mediante la quale essa era ufficialmente nata. Fu dunque su questa gi assai debole e fragile base dellintegrazione monetaria europea, che si innest il cosiddetto Nixon shock, vale a dire quellinsieme di misure comunicate dal Presidente statunitense la sera del 15 agosto 1971, il cui nucleo essenziale, com noto, era rappresentato dalla decisione di sospendere temporaneamente la convertibilit del dollaro in oro. Una decisione che, se da un lato costringeva i partner europei a rinegoziare la forma e la sostanza del regime monetario e finanziario internazionale in vigore fin dal 1944, mantenendo il dollaro in una posizione centrale, svincolato per dagli obblighi di convertibilit stabiliti a Bretton Woods, dallaltro metteva a rischio la concezione stessa di una compiuta integrazione dellarea monetaria e finanziaria europea. Un rischio, questo, forse non del tutto sgradito a Washington, come ricorda (seppur senza la rigidit interpretativa che caratterizza lapproccio del Basosi) anche la Guasconi, poich era ormai chiaro che la leadership commerciale e finanziaria statunitense poteva difficilmente coesistere con unEuropa che mal sopportava la tendenza di Washington a continuare a godere dei privilegi di un sistema che garantiva al dollaro una posizione di vantaggio competitivo e al tempo stesso di protezione ed esonero dagli obblighi derivanti dal suo ruolo di riserva internazionale. Ecco perch il rilancio della costruzione europea, sancito dalla Conferenza dellAja del dicembre 1969 e le proposte avanzate dal Piano Werner riacutizzavano il dilemma collaborazionecompetizione44. Detto altrimenti, una vera e propria unione economica e monetaria europea poteva essere interpretata, da parte americana, come una potenziale minaccia di conseguenze almeno pari, per intensit e portata, a quelle subite a causa dellistituzione della PAC, il cui regime di funzionamento provoc non poche

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M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., pp. 117-18.

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ripercussioni negative per leconomia statunitense, che vide ridursi notevolmente le proprie esportazioni verso la CEE. Insomma, da questo punto di vista possibile affermare che la spinta verso un regionalismo monetario europeo, il cui apice fu toccato tra il 1969 e il 1971, oltre a rivelarsi pienamente intelligibile solo allinterno del pi ampio contesto internazionale, a sua volta svolse un ruolo affatto irrilevante nel determinare gli orientamenti dellamministrazione Nixon nei confronti della necessit di imprimere un vero e proprio turning point alle relazioni monetarie internazionali. Del resto, proprio questa linquietudine che si ritrova nelle parole che il segretario al Tesoro Connally, tra i principali protagonisti di questa fase di rottura e discontinuit nei rapporti euroatlantici in ambito monetario, diresse in un memorandum al Presidente Nixon:

In particular, I believe we must realize there is a strong element of thinking within Europe that would take advantage of weakness or clumsiness on our part to promote the Common Market not as a partner but as a rival economic bloc, competing vigorously with the dollar and reducing or shutting out, as best it can, U.S. economic influence from a considerable portion of the world. [In particolare, ritengo necessario prendere coscienza del fatto che in Europa vi una forte corrente di pensiero che trarrebbe vantaggio dalla nostra debolezza o goffaggine al fine di promuovere il mercato comune non come un partner, bens come un blocco economico rivale, in forte competizione con il dollaro e orientato a ridurre o a cancellare del tutto linfluenza economica americana da una porzione considerevole del mondo.]45

Le questioni monetarie, come puntualmente segnala la Guasconi, erano dunque divenute una vera e propria cartina di tornasole del dilemma che attanagliava le relazioni tra le due sponde dellAtlantico46 : competizione o collaborazione? Da

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Memorandum from John Connally to Richard Nixon, 8.6.1971, confidential. Il documento ora disponibile anche nei diplomatic papers dei Foreign Relations of the United States (FRUS), 1969-1976, vol. III, doc. n. 158, ed consultabile allindirizzo telematico dellOffice of the Historian dellU.S. Department of State: http://history.state.gov/historicaldocuments/ frus1969-76v03/d158.
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M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 114.

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questo punto di vista, allora possibile interpretare la mossa del 15 agosto 1971 non tanto in senso anti-europeo (un sentimento che ha sempre avuto poco riscontro nellimmaginario collettivo statunitense, sia delle lites sia della gran parte della popolazione), quanto nei termini di un tentativo americano di imprimere una svolta a una situazione che, oggettivamente, stava creando non poche difficolt al sistema economico, monetario e finanziario del Paese che fin dallinizio del secolo era riuscito a imporre la propria leadership a livello internazionale. Competizione, in ultima istanza, non significa contrapposizione frontale o scontro aperto, bens il tentativo di far valere la propria forza (finanziaria, commerciale, etc.) allinterno di unarena internazionale in piena evoluzione. E non si pu certo dire che lo shock nixoniano non abbia sortito gli effetti desiderati, dato che le reazioni europee allinstaurazione della sovrattassa del 10% sulle importazioni, ma soprattutto alla chiusura della finestra aurea, si dimostrarono ben poco unitarie e prive di una strategia certa. Il 19 agosto si riunirono i Ministri dellEconomia e delle Finanze dei Sei, ma non si concretizz la proposta del Benelux di determinare nuove parit di cambio tra le valute dei Paesi membri, facendole poi fluttuare in maniera congiunta nei confronti del dollaro. Contraria era in particolar modo la Francia, che si erigeva come sempre a strenuo difensore delle parit fisse, ovvero del sistema sui cui era basata la PAC, per non rendere meno competitivi i suoi prodotti, mentre era favorevole la Germania. Inizi cos un periodo di fluttuazione tra le valute europee e divenne massimamente evidente che il Piano Werner si stava rivelando largamente ottimista non solo per quanto riguarda tempi e modi dellintegrazione monetaria dellarea europea, ma anche in relazione agli obiettivi ultimi di tale progetto, vale a dire lidea stessa di una cessione di sovranit da parte dei singoli Stati in ambito di politica economica e monetaria. Detto altrimenti, lacquis comunitario dellAja sembrava letteralmente svanito di fronte alloffensiva dellamministrazione Nixon. Con ci non sintende affermare che non vi fu alcuna reazione a livello comunitario, ma semplicemente che non vi fu coordinamento n unione dintenti a livello dei singoli governi. pur vero che il 13 settembre 1971 il Consiglio dei Ministri rese pubblica la sua posizione circa lormai necessaria (e nei fatti gi incominciata) riforma del sistema monetario internazionale, chiedendo esplicitamente agli Stati Uniti la revoca della sovrattassa

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sulle importazioni, il riallineamento delle valute e il ritorno alle parit fisse e il mantenimento del ruolo delloro e dei Diritti Speciali di Prelievo quali strumenti ufficiali di riserva. Tuttavia, la presa di posizione appariva piuttosto astratta e poco adeguata a far fronte a uno shock di tale entit. Non casuale, pertanto, che fu ancora un incontro bilaterale a determinare luscita dallimpasse, sebbene, come sottolinea lo storico delle relazioni internazionali Hubert Zimmermann, in una simile situazione una rapida implementazione del Piano Werner avrebbe rappresentato la scelta pi logica47 . Ma ormai, come si gi evidenziato, il progetto approvato in sede comunitaria solo pochi mesi prima aveva perso tutta la sua spinta propulsiva. Cos, la risposta al disordine monetario e finanziario venne dalla volont soprattutto francese e americana di mettere fine alla crisi, annunciando che il 13 e il 14 dicembre 1971 si sarebbe tenuto un incontro tra il Presidente Nixon e Georges Pompidou. Pochi giorni prima dellincontro, inoltre, vi fu un ulteriore colloquio tra il Presidente francese e Brandt, durante il quale il primo convinse il secondo ad accettare una rivalutazione del marco (e una svalutazione del dollaro nei confronti delloro), lasciando tuttavia immutato il tasso di cambio del franco, offrendo come contropartita la possibilit di aumentare il margine di fluttuazione sia tra le monete europee, sia tra queste ultime e il dollaro. Questo accordo fu a sua volta la condizione di possibilit dellaccordo franco-americano, raggiunto durante lincontro celebrato alle Azzorre il 13 e 14 dicembre. Come ben sintetizzato dalla Guasconi, il do ut des consisteva nello scambio tra la svalutazione delloro rispetto al dollaro e la rivalutazione di alcune monete, in particolare il marco tedesco del cinque-sei per cento [...] rispetto alla valuta americana48. Gli Stati Uniti ottennero in tal modo la possibilit di rinegoziare alcuni aspetti degli accordi commerciali con la CEE, toccando anche il tasto dolente dei prodotti agricoli. Fu, in ultima istanza, un classico esempio, questa volta a livello internazionale e non solo comunitario, della tradizionale pratica del do ut des, che a sua volta releg in secondo piano loriginaria idea di unintegrazione monetaria europea. Tale situazione fu poi ratificata il 18

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H. ZIMMERMANN, The Fall of Bretton Woods and the Emergence of the Werner Plan, cit., p. 70. M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 137.

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dicembre 1971 da un accordo multilaterale, firmato dai ministri delle finanze del Gruppo dei dieci (il cosiddetto G-10, istituito nel 1962 e formato dai dieci Paesi pi industrializzati) presso lo Smithsonian Institute, a Washington. Si trattava dunque di ci che la storiografia economica conosce come lo Smithsonian Agreement, il punto di svolta che, facendo proprio il consenso raggiunto durante lincontro franco-americano di pochi giorni prima e regolando il funzionamento del meccanismo delle svalutazioni e rivalutazioni, sanc il crollo definitivo del sistema monetario e finanziario di Bretton Woods basato su cambi fissi. Oltre allimpegno americano a rimuovere la sovrattassa sulle importazioni, fu confermata, infatti, la non convertibilit del dollaro in oro49, il cui effettivo utilizzo come strumento di riserva spar per sempre dalla scena internazionale, mentre il dollaro fu svalutato del 7,9% (loncia doro passava a costare da 35$ a 38$) e le valute forti rivalutate (il marco tedesco, ad esempio, del 13,6%). pur vero che furono stabiliti dei tassi di cambio fissi, aumentando il margine di fluttuazione fino al 2,25% (verso lalto e verso il basso) rispetto alla parit, ma nei mesi successivi gli Stati Uniti non rispettarono compiutamente lonere di mantenere le nuove parit fissate il 18 dicembre e, in tal modo, tutto il peso della stabilit ricadeva sulle singole banche centrali europee, costrette in varie occasioni ad acquistare grandi quantit di dollari. Lo Smithsonian Agreement, pertanto, avendo rimandato a successivi incontri il compito di una vera e propria riforma strutturale del sistema monetario internazionale, aveva di fatto permesso linizio della fluttuazione del dollaro. Non certamente compito del presente lavoro ripercorrere tutte le tappe attraverso le quali, a partire dal 1972, i Paesi europei cercarono di reintrodurre allinterno dellarea monetaria della Comunit una certa stabilit dei tassi di cambio. Gli avvenimenti, infatti, si susseguirono numerosi e determinarono le sorti dellUnione
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A tal proposito, la Guasconi, allineandosi in parte allapproccio interpretativo proprio della ricerca del Basosi, commenta che gli Stati Uniti mantenevano la centralit del dollaro, liberandosi allo stesso tempo dai vincoli del sistema di Bretton Woods, in altre parole il governo americano avrebbe potuto finanziare a lungo termine i deficit della propria bilancia dei pagamenti, senza essere pi costretto a convertire dollari in oro, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 138. Queste parole sembrano confermare lidea secondo la quale il Nixon shock non fece altro che indurre la comunit internazionale a ratificare de iure una situazione che, negli anni precedenti, si era concretizzata de facto, permettendo cos agli Stati Uniti di proseguire ora con una sorta di autorizzazione internazionale quella pratica del benign neglet rispetto alla propria bilancia dei pagamenti.

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Economica e Monetaria, ipotizzata fin dal 1969. tuttavia importante ricordare, mediante le parole della Guasconi, fino a che punto lesperienza della UEM fu sottoposta a un vero e proprio stress a livello internazionale. La studiosa, infatti, ribadisce che

Sul piano europeo il grave disordine monetario che aveva caratterizzato il 1971 dimostrava che lottimismo con cui, sin dal vertice dellAja e successivamente con il Piano Werner, era stata promossa lunione economica e monetaria era del tutto illusorio [...]. La sospensione della convertibilit del dollaro aveva spazzato via il castello di sabbia rappresentato dal Piano Werner [...]. I Paesi europei, lungi dallaver concretamente attuato quellarmonizzazione delle politiche economiche, finanziarie e di bilancio necessaria premessa della UEM, avevano reagito alloffensiva americana in ordine sparso [...]. La tempesta monetaria scatenata dalla Nuova Politica Economica americana suon come un brusco risveglio 50.

Sulla base di una simile interpretazione, si potrebbe dunque affermare che, allinizio degli anni 70, ovvero alla fine di quel lungo ciclo economico espansivo che aveva caratterizzato i trentanni gloriosi del capitalismo occidentale, e che a sua volta aveva determinato una stabilit monetaria e finanziaria inaudita, se paragonata al periodo che aveva preceduto il conflitto bellico, latteggiamento dellamministrazione Nixon, ma anche quello dei membri della CEE, era quello proprio di soggetti che, gradualmente, iniziavano a concepire lambito delle relazioni monetarie internazionali come un contested territory51 carico di implicazioni finanche ideologiche. In questo senso, allora, come puntualmente segnala la Guasconi, di estremo interesse mostrare come lo stesso Pompidou, a partire dal 1972, inizi a interpretare lidea di ununione monetaria regionale nei termini di un rafforzamento identitario in senso europeo52 e, soprattutto, in contrapposizione con lincontrastata (e ribadita dallaccordo del 18 dicembre 1971) centralit monetaria del dollaro. quanto riporta anche lo storico Philippe Chassaigne a proposito del ministro francese delleconomia, Valry Giscard
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Ivi, p. 141. H. ZIMMERMANN, The Fall of Bretton Woods and the Emergence of the Werner Plan, cit., p. 70. M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 140.

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dEstaing, il quale insisteva sulla necessit di un riparto pi equo del peso del dollaro, sottolineando che solo allora lEuropa sarebbe stata in grado di affermare la propria personnalit montaire53. Era a questa logica, dunque, che rispondeva il tentativo da parte del Consiglio dei Ministri delle Finanze dei Sei di instaurare un regime ben pi rigido di quello previsto dallo Smithsonian Agreement, riducendo progressivamente lo scarto tra la moneta comunitaria pi apprezzata e quella meno apprezzata, e al tempo stesso stabilendo che tale scarto non dovesse superare complessivamente il 2,25% (la met di quanto previsto per i margini di fluttuazione nei confronti del dollaro). Fu cos che, nel 1972, nacque il precario tentativo del serpente monetario54, sistema a cui aderirono anche Regno Unito, Irlanda e Danimarca, e in supporto del quale venne istituito, nellottobre dello stesso anno, un Fondo Europeo di Cooperazione Monetaria. Anche nel caso del serpente monetario, come si gi accennato, lillusione di una stabilit valutaria in area europea fu assai breve. Come accadde per il Piano Werner, furono sufficienti poche settimane per minare alla radice le fondamenta stesse degli accordi entrati in vigore il 24 aprile 1972 in risposta alla debolezza del sistema anomico dello Smithsonian Agreement. Del resto, persistevano le incomprensioni e i dilemmi franco-tedeschi: i timori della Francia per un sistema monetario dominato dal marco, la reticenza di Parigi a cedere la propria sovranit ad organismi comunitari e ad abbandonare i tassi di cambio fissi per difendere la PAC, ma allo stesso tempo lopposizione della RFT a dover intervenire finanziariamente in sostengo degli altri partner in situazioni di crisi, luso strumentale della minaccia di far fluttuare il marco e la crescita dellinflazione55 . Inoltre, parallelamente a quanto avvenne lanno precedente, non tardarono ad abbattersi su alcune valute europee dei veri e propri attacchi speculativi e gi il 23 giugno la sterlina dovette abbandonare il serpente, seguita il giorno dopo dalla corona danese, mentre il 13 febbraio 1973 fu il turno della lira italiana (che rientr solo nel 1979, quando fu istituito il Sistema Monetario

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PH. CHASSAIGNE, Les annes 1970. Fin dun monde et origine de notre modernit, cit., p. 24.

Per un approfondimento analitico del meccanismo di funzionamento del serpente monetario, si veda A. RIZZUTO, LEuropa monetaria. Dallet delloro allet delleuro, Armando Editore, Roma 2003, in particolare pp. 97 e sgg.
55

M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit., p. 141.

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Europeo). Tuttavia, il mese di febbraio avrebbe riservato uno shock ancora pi travolgente per il sistema monetario internazionale, poich gli Stati Uniti annunciarono non solo unulteriore svalutazione del dollaro, questa volta pari al 10%, ma anche la definitiva consegna dellandamento delle sue fluttuazioni alla legge della domanda e dellofferta, cio ai mercati finanziari internazionali. Con tale decisione, chiosa Chassaigne, il mondo era entrato in unra di cambi variabili che sarebbe durata tutto il decennio, e anche oltre56. Ed quasi superfluo, in un contesto cos delineato, segnalare fino a che potuto la crisi petrolifera innescata dalla guerra dello Yom Kippur abbia potuto generare effetti devastanti sulla gi assai fragile esperienza di unione monetaria europea. Detto in termini pi espliciti, e cercando di cogliere analiticamente la distribuzione e la configurazione dei campi di forza allinterno delle relazioni monetarie internazionali, sembra dunque che loffensiva della New Economic Policy nixoniana sia stata in grado di rispondere in modo pi che adeguato (in quanto a efficacia e tempestivit) alla sfida e alla competizione lanciate, proprio in ambito monetario, dal proposito europeo di istituire unarea valutaria che fosse in grado, per lappunto, di competere con quella americana. Come si cercato di descrivere in queste pagine, il fallimento del primo tentativo di unificazione monetaria allinterno del blocco europeo fu dovuto a una molteplicit di cause e circostanze di diversa natura. Da un lato, indubbio che esso sia in parte imputabile allinstabilit del contesto internazionale; una condizione, questa, che tuttavia pu essere intesa come un qualcosa di voluto e ricercato, se si accetta linterpretazione sostenuta da quella parte di letteratura dedicata che individua nel Nixon shock un tassello di un piano egemonico ben pi vasto. Dallaltro, occorre per riconoscere che tale fallimento fu determinato in egual misura anche dal fatto che il processo dintegrazione europea non era sufficientemente avanzato perch lunione monetaria fosse un obiettivo realistico57, come argomenta leconomista Ivo Maes. Del resto, a livello comunitario non vi era ancora il consenso necessario per la

56 57

PH. CHASSAIGNE, Les annes 1970. Fin dun monde et origine de notre modernit, cit., p. 25.

I. MAES, Projets dintgration montaire la Commission europenne au tournant des annes 1970, cit., p. 49. A tal proposito, si veda anche ID., Economic Thought and the Making of European Monetary Union, Edward Elgar, Cheltenham 2002.

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cessione, da parte dei Paesi membri, di una fetta consistente di sovranit monetaria. Inoltre, il dissidio franco-tedesco sugli obiettivi di politica economica di breve e medio termine non venne mai del tutto sciolto (n si pu dire che tuttoggi questo problema sia lontano dal riproporsi!): se Parigi premeva per unidea di crescita economica che fosse prioritaria rispetto ai differenziali dinflazione allinterno dello spazio comunitario, Berlino insisteva con fermezza sulla necessit di tenere sotto controllo linflazione. Tutto ci, in ogni caso, non deve far sottovalutare (soprattutto oggi, in virt di uno sguardo retrospettivo) limportanza e il rilievo di quel periodo che, dal 1969 al 1973, vide concretizzarsi anche a livello intergovernativo, e non solo della Commissione, il luogo per eccellenza deputato a tutelare gli interessi comunitari il primo vero e proprio progetto di integrazione monetaria. Il Plan Barre, il vertice dellAja, il Piano Werner (e anche il fragile tentativo del 1973, il cosiddetto serpente monetario) possono essere intesi, in questo senso, come dei momenti decisivi e imprescindibili nella storia della costruzione del blocco monetario europeo, sebbene non abbiano condotto nel breve periodo a risultati definitivi. In altri termini, anche (e forse soprattutto) prendendo in esame le relazioni monetarie tra Stati Uniti ed Europa, che si caratterizzarono per la coesistenza di atteggiamenti di competizione e cooperazione, gli anni 70 rappresentarono un reale e drammatico punto di svolta nel processo di integrazione europea58. Ci non significa, tuttavia, che i giochi fossero fatti. Al contrario, alcuni analisti preferiscono insistere sul fatto che le prime manifestazioni di ci che sarebbe stata la crisi degli anni 70 colpiscono unEuropa comunitaria la cui messa a punto istituzionale, sul piano economico, ben lungi dallessere raggiunta [...]. Al di l della fragile sovrastruttura

58

A. VARSORI., The European Construction in the 1970s. The Great Divide, in A. VARSORI & G. MIGANI (eds.), Europe in the International Arena during the 1970s, cit., p. 27. Questo saggio del Varsori, inoltre, cerca di mettere in evidenza come questa nuova fase dellintegrazione europea fosse dovuta anche alla svolta a sinistra dei pi importanti governi europei (ad esempio di quello tedesco, francese e italiano), e pi in generale al cambio di paradigma sociale e culturale che aveva trasformato valori e stili di vita, in particolare di una parte della popolazione occidentale (in particolare di quella nata e cresciuta dopo il conflitto mondiale, cio nella cosiddetta societ dei consumi). In tal modo, il Varsori argomenta che se si prendono in considerazione tutti questi fattori [...] gli obiettivi dellAja allargamento, completamento e approfondimento non erano semplicemente la conseguenza di un rilancio dellEuropa [...], ma ladattamento di strutture e istituzioni gi esistenti ai cambi radicali avvenuti sia in Europa occidentale che nel mondo, ivi, p. 34. In questo senso, si potrebbe parlare dunque di una svolta verso unEuropa sociale, sopravvenuta propria negli anni 70.

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rappresentata dallunione doganale, leuropeizzazione del quadro e degli attori economici non esiste che in modo marginale59. Si tratta di un punto di vista che non sottrae affatto importanza alla svolta dei primi veri e propri progetti di formazione di unarea monetaria regionale60 in ambito europeo, ma che tuttavia preferisce dare maggior rilievo strutturale, come del resto accade in gran parte della letteratura dedicata, alla fase in cui tali obiettivi furono a tutti gli effetti raggiunti (si pensi al Piano Delors e allAtto Unico Europeo, veri e propri apripista di Maastricht), in un contesto di riorganizzazione generale, in senso eminentemente liberista, delleconomia e del commercio internazionali. In ogni caso, anche alla luce di quanto si detto e argomentato in questo capitolo, indubbio che la prima met degli anni 70 e le relazioni monetarie internazionali rappresentano un punto di osservazione assai privilegiato per apprezzare sia levoluzione dei rapporti di forza tra i due maggiori blocchi economici mondiali, sia la spinta di quello europeo verso un cammino di integrazione monetaria, da interpretare proprio alla stregua di una iniziativa intrapresa in risposta al tentativo americano di imprimere una precisa direzione allevoluzione di tali rapporti.

59

. BUSSIRE, Dune Europe inacheve laffirmation du regionalisme europen dans la mondialisation, in A. VARSORI & G. MIGANI (eds.), Europe in the International Arena during the 1970s, cit., p. 48.
60

Lo stesso Bussire, al tal proposito, riconosce che il passaggio allunione monetaria non comprensibile se non nel contesto della definitiva messa in questione del Sistema Monetario Internazionale, cos come concepito a Bretton Woods [...]. dunque la deflagrazione del sistema mondiale istituzionalizzato che facilita lemergere di un polo monetario regionale europeo, ivi, p. 50.

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Conclusione

Giunti ormai al termine del percorso che si cercato di tracciare allinterno di temi cos complessi e che indubbiamente meriterebbero una trattazione ben pi ampia e approfondita, comunque possibile trarre alcune conclusioni, se non altro da un punto di vista metodologico. In particolare, si visto che le relazioni tra i Paesi occidentali, durante i primi anni 70, subirono forti scosse e trasformazioni, che a loro volta furono accompagnate da una vera e propria crisi sistemica del regime monetario (ma anche economico e finanziario) in vigore dal 1944, quando vennero firmati gli accordi di Bretton Woods. Il presupposto di fondo della presente analisi, infatti, che nel periodo di riferimento che si scelto di prendere in esame (1969-1973), il campo delle relazioni monetarie tra i due blocchi economici pi importanti, lungi dallessere considerato di secondaria importanza, vale a dire come un epifenomeno che rifletteva landamento dellalta politica, [...] condusse invece a dei nuovi orientamenti di grande rilievo politico61, come per esempio le misure (che alcuni analisti definiscono come una vera e propria challenge) approvate dallamministrazione Nixon il 15 agosto 1971, studiate nel capitolo I, o anche la svolta europeista basata sul profondo acquis comunitario del vertice dellAja, analizzata nel capitolo II. Proprio a questo ci si riferiva, nellIntroduzione, quando si parlava della carica morfogenetica di ogni momento critico e di transizione, allinterno delle diverse curve storiche. A partire da questo presupposto, pertanto, si poi cercato di mostrare che vi sono diversi approcci possibili, nellinterpretazione dellevolversi del campo delle relazioni monetarie internazionali. Da un lato, vi sono studi come quello del Basosi62 (ma non solo), che tendono a decodificare il cosiddetto Nixon shock nei termini di un tassello di un ben pi vasto programma che avrebbe dovuto riorganizzare da una parte il ruolo che il potere statunitense avrebbe dovuto svolgere in appoggio al processo di
61

H. ZIMMERMANN, Western Europe and the American Challenge. Conflict and Cooperation in Technology and Monetary Policy, 1965-1973, in Journal of European Integration History, vol. 6, n. 2 (2000), p. 86.
62

D. BASOSI, Il governo del dollaro, cit.; per ulteriori riferimenti bibliografici, si veda supra, p. 12, n. 8.

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internazionalizzazione e deregolamentazione della produzione e della finanza, dallaltra il rapporto tra lavanzamento di questo processo e il mantenimento di un potere statunitense adeguato 63. In questo senso, allora, il passaggio dal gold-dollar standard al dollar standard e lopzione americana per un sistema monetario a cambi flessibili come quello impostosi di fatto dopo lo Smithsonian Agreement (che in realt prevedeva il rispetto delle parit fisse stabilite proprio il 18 dicembre 1971), sono intesi dal Basosi alla stregua di uno strumento dellesercizio di potere economico nelle relazioni internazionali64. Dallaltro lato, vi sono per anche degli studi, come quello della Guasconi65 (ma non solo), il cui proposito non tanto quello di stabilire in che modo gli Stati Uniti, nel momento iniziale di una vera e propria crisi sistemica del regime economico-monetario internazionale, cercarono di salvaguardare la propria egemonia attraverso la strada unilaterale (e ideologica) dellesercizio di potere, bens quello di mostrare in che misura si rivelino determinanti le circostanze internazionali e linterdipendenza transatlantica, soprattutto in campo monetario, al fine di comprendere la portata storica e politica di ci che alcuni studiosi definiscono come una svolta, ovvero una nuova fase, allinterno del processo di integrazione europea, in questo caso declinato in senso monetario, vale a dire in direzione della creazione di una vera e propria unione economica e monetaria. A mio avviso, entrambi gli approcci storiografici risultano validi (in un certo senso, si potrebbero definire persino complementari), perch volti a evidenziare la funzione morfogenetica della crisi sistemica che il mondo occidentale si apprestava a vivere a cavallo tra gli anni 60 e 70, e che esprime la capacit di creare appunto nuove forme economiche, sociali e finanche politiche.

63 64 65

Ivi, p. 187. Ivi, p. 181.

M. E. GUASCONI, LEuropa tra continuit e cambiamento, cit.; altri importanti riferimenti bibliografici sono quelli utilizzati nel corso del capitolo II, e che in generale cercano di ribaltare la tradizionale caratterizzazione degli anni 70 come una fase di passaggio, una mera transizione verso gli anni 80, cio quello che sarebbe stato il vero punto di svolta dei pi importanti processi economici e politici mondiali, in particolare laffermazione del mercatismo e del liberismo, e la definitiva integrazione europea. Cfr. supra, p. 30, n. 26.

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