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Integrazione degli immigrati e culture politiche in

Europa

di Umberto Melotti
Università di Roma “La Sapienza”

Introduzione

Il termine “integrazione” non ha un significato


univoco. Applicato agli immigrati stranieri è per di più
suscettibile d’interpretazioni anche molto diverse nei
vari Paesi, in relazione alla loro cultura politica,
soprattutto quando s’intende quest’ultima –
diversamente che nelle più superficiali elaborazioni
che riprendono più o meno pedissequamente la
sopravvalutata letteratura anglosassone in argomento
– la relazione esplicitamente o implicitamente istituita
fra Stato, popolo e nazione, la prevalente concezione
di quest’ultima (che, come vedremo, è a volte anche
notevolmente diversa), la concezione del popolo (che
può parimenti variare, essendo a volte coniugata con
l’ethnos e a volte col demos), il rapporto fra
nazionalità e cittadinanza e i princìpi fondamentali
che regolano l’acquisizione, a titolo originario o
derivato, dello status civitatis, con tutti i relativi diritti
e doveri.
La cultura politica così intesa ha in effetti
direttamente influenzato i diversi “progetti sociali
globali” che nei Paesi europei di più antica esperienza
immigratoria hanno più o meno consapevolmente
orientato l’ammissione dei cittadini stranieri nel
territorio dello Stato e la gestione della loro presenza,
con particolare riferimento proprio alla complessa
problematica della loro integrazione sociale, culturale
e politica (cfr. Melotti, 1992, 1996a). Gioverà qui
richiamare, in particolare, la chiara relazione esistente
fra la cultura politica prevalente in Francia e il
tradizionale progetto assimilazionista ivi tuttora
praticato, anche se con denominazione diversa, per
quel pedaggio d’ipocrisia che il vizio talvolta paga
alla virtù (cfr. Haut Conseil à l’intégration, 1991, su
cui Melotti, 1992, pp. 112-119; cfr. anche Wihtol de
Wenden, 1990, e Schnapper, 1991). Un simile legame
esiste anche fra la cultura politica prevalente nel
Regno Unito e il progetto che ho altrove definito in
termini di “pluralismo ineguale” (cfr. Melotti, 1992,
pp. 119-123; cfr. anche Rex, 1990). Né meno stretto è
il rapporto fra la cultura politica prevalente in
Germania e il progetto di quel Paese, a lungo orientato
al mantenimento degli immigrati in una condizione di
non casuale precarietà (cfr. Melotti, 1992, pp. 124-
130; cfr. anche Giordano, 1987), parzialmente
superato solo assai di recente (2000) con l’entrata in
vigore della contrastata riforma della legge sulla
cittadinanza. Tali progetti sono stati, peraltro,
influenzati anche dal diverso tipo d’immigrazione che
tali Paesi hanno conosciuto e dalla prevalente
funzione che l’immigrazione vi ha svolto in alcune
fasi cruciali della loro storia recente e meno recente.

L’integrazione nei tradizionali Paesi europei


d’immigrazione

Tutto ciò emerge chiaramente dall’esperienza dei tre


principali Paesi europei d’immigrazione già sopra
citati. Gioverà pertanto sintetizzare qui, a grandi linee,
la situazione che si è profilata in ciascuno di essi, con
particolare riferimento alle vicende di questi ultimi
anni.

La Francia: il difficile rapporto fra integrazione e


assimilazione

La situazione francese si caratterizza per


l’assimilazionismo etnocentrico del progetto sociale
tradizionalmente dominante: un orientamento che
costituisce una risposta – non occasionale, ma
profondamente radicata nella cultura politica
prevalente – alla funzione specifica che
l’immigrazione ha assolto in Francia, l’unico Paese
europeo che sin dal secolo scorso l’ha utilizzata per
fronteggiare non solo delle occasionali carenze di
manodopera, ma anche una prolungata crisi
demografica.
In effetti la Francia, che alla vigilia della Rivoluzione
dell’89 era il Paese più popoloso d’Europa, nei primi
decenni del secolo scorso subì il contraccolpo
demografico delle guerre rivoluzionarie e delle guerre
napoleoniche e conobbe poi, prima degli altri Paesi
europei, una forte caduta del tasso di natalità. Così,
quando, dopo il 1820, cominciò la sua
industrializzazione, emerse una forte domanda di
forza-lavoro che l’offerta interna non poté appagare.
Tale situazione si è protratta, tra alti e bassi, sino ai
giorni nostri, stanti anche le successive, reiterate
falcidie causate dalle varie guerre combattute in
Europa e nelle colonie (fra cui, nel secolo testé
concluso, le due grandi guerre mondiali e le guerre del
Vietnam e dell’Algeria).
Ciò ha favorito una consistente immigrazione, in parte
temporanea e in parte definitiva, che la società
francese ha cercato d’integrare nell’unico modo
concepibile in un Paese che si rappresenta come una
grande nazione omogenea e s’identifica
profondamente con un forte Stato centralistico, che
non riconosce al proprio interno né nazionalità
minoritarie, né gruppi etnici locali, e contrasta con
vigore ogni pretesa di mediazioni particolaristiche fra
le istituzioni e i cittadini (ai quali d’altra parte
assicura, su base tendenzialmente ugualitaria, i diritti
formali solennemente sanciti dalla Dichiarazione
dell’89, della cui tradizione, laica e giacobina, la
Repubblica francese si considera tuttora erede).
L’integrazione, in questo contesto, presuppone
necessariamente un’assimilazione alla cultura del
Paese, così come la configura l’ideologia dell’État-
Nation. In concreto, il progetto francese (in parte
implicito e in parte esplicito) prevede che gli
immigrati, non che utilizzare la propria identità
etnico-culturale come una risorsa strategica per
un’integrazione non subalterna, l’abbandonino
completamente per diventare dei “buoni francesi”.
Tale processo, d’altra parte, presuppone
l’assimilazione per quanto concerne la lingua, la
cultura e, possibilmente, la stessa mentalità. In
cambio, lo Stato estende agli immigrati tutti i diritti
degli autoctoni, grazie alla cosiddetta
“naturalizzazione” (come viene significativamente
definita la concessione della cittadinanza), che premia
l’avvìo di tale processo e ne favorisce il
proseguimento (nel corso degli anni ’80 sono stati ben
100.000 all’anno, in media, gli stranieri che hanno
acquisito la cittadinanza francese). D’altra parte,
anche gli immigrati che non possono o non vogliono
naturalizzarsi mettono al mondo, volenti o nolenti, dei
figli francesi. Sin dal 1851 in materia di cittadinanza
vige infatti lo jus loci, limitato solo di recente (1993) e
per un breve periodo (per un confronto, gioverà
richiamare che l’Italia, che è restata fino a pochi
decenni fa il maggior Paese europeo d’emigrazione e
ha ancora, in conseguenza di quel processo, quasi 4
milioni di cittadini all’estero, continua a privilegiare
invece lo jus sanguinis, che permette di attribuire la
cittadinanza italiana ai figli dei suoi emigrati, e solo
nel 1992, dopo di essere diventata a sua volta un
importante Paese d’immigrazione, ha parzialmente
rivisto le sue norme sulla cittadinanza, estendendo lo
jus loci).
Il progetto assimilazionista in tema d’immigrazione ha
avuto a lungo in Francia un pendant significativo nella
politica coloniale. Quest’ultima prevedeva infatti che
gli évolués di ogni razza e di ogni cultura, proprio in
virtù della loro assimilazione, potessero acquisire gli
stessi diritti dei Francesi (anche se, di fatto, solo una
minima parte dei colonizzati poté beneficiarne
davvero). Ma, come quella politica coloniale, che pur
ebbe a conseguire dei notevoli risultati, a un
determinato momento non riuscì più a contrastare le
aspirazioni dei colonizzati all’indipendenza, così
quella politica migratoria, nonostante gli innegabili
successi del passato, è entrata in una crisi profonda,
non essendo più in grado di far fronte ai problemi
posti dalle recenti trasformazioni dell’immigrazione.
Proprio per favorire l’assimilazione degli immigrati,
finché le fu possibile la Francia preferì attingere ai
grandi serbatoi di manodopera degli altri Paesi latini e
cattolici (in un primo tempo il Belgio, oltre tutto di
lingua francese nella sua area vallone, da cui provenne
il contributo più consistente sino agli inizi del ’900;
poi, per un lungo periodo, sino agli anni ’70, l’Italia,
la Spagna e il Portogallo). Ma questi serbatoi si sono
da tempo esauriti e la maggior parte degli immigrati
giunge ormai da aree culturalmente assai più lontane: i
Paesi del Maghreb, di lingua araba e di religione
musulmana, i Paesi dell’Africa occidentale, di
prevalente religione islamica, i Paesi del Sud-Est
asiatico, di religione buddista o di tradizione
confuciana. Orbene, anche se si tratta per lo più di
Paesi che hanno conosciuto la colonizzazione francese
e in cui il francese costituisce ancora la lingua
veicolare o la prima lingua straniera, il progetto
assimilatore si scontra oggi con la maggior distanza
culturale di questi immigrati, per non parlare della
loro assai più evidente diversità etnica, della loro
ormai rilevante consistenza numerica e della loro
frequente presenza in nuclei di intere famiglie o
addirittura in comunità etniche organizzate, che
rivendicano la propria identità e promuovono la
conservazione dei legami coi Paesi di origine. D’altra
parte, lo stesso progetto assimilazionista appare anche
intrinsecamente sempre meno legittimo a mano a
mano che si dissolvono le convinzioni nella missione
civilizzatrice della Francia, si diffonde un maggior
rispetto per la diversità culturale ed emerge una nuova
consapevolezza dell’iniquità di subordinare il
riconoscimento di alcuni fondamentali diritti
all’acquisizione della cittadinanza (che oltre tutto in
tale contesto implica una rinuncia alla propria identità
culturale, la cui conservazione appare oggi, sempre di
più, in tutto il mondo, un inalienabile diritto della
persona).
Proprio per questo, negli ambienti più sensibili si è da
tempo aperto un ampio dibattito sulla necessità di
promuovere una concezione più “laica” del rapporto
fra cittadinanza e nazionalità, che in Francia sono
spesso ancora indebitamente confuse (così come del
resto avviene, sia pur in minor misura, in molti altri
Paesi europei, fra cui l’Italia).
Per contro, la “sindrome da invasione” (che è emersa
con forza sin dagli anni ’80, specialmente per ciò che
concerne la componente arabo-islamica della nuova
immigrazione) determina delle forti reazioni
xenofobe, che hanno trovato espressione, fra l’altro,
nella proposta di rivedere radicalmente lo stesso
codice della cittadinanza per ripristinare l’antico jus
sanguinis. Questa proposta, dapprima avanzata solo
dall’estrema destra (il Fronte nazionale di Le Pen),
venne poi fatta propria anche da forze più moderate,
di cui si fece portavoce anche lo stesso ex presidente
della Repubblica Valery Giscard d’Estaing, e fu infine
parzialmente accolta nel 1993 dal governo
conservatore da poco andato al potere. Ma non sono
mancate le aspre reazioni di chi, fedele al “modello
repubblicano d’integrazione” (come la sinistra
francese suole definire il tradizionale progetto
assimilazionista), giudicava “le conseguenze di questo
cedimento allo spirito del tempo nefaste non solo per
gli immigrati, ma anche per i Francesi e per la stessa
Repubblica” (Naïr, 1993, p. 2). Così, col ritorno al
governo della sinistra (1997), la precedente normativa
venne sostanzialmente ripristinata.
Di conseguenza, nel dibattito francese, si tematizza,
ancora, in prevalenza, l’“integrazione degli
immigrati”: un’espressione passe-partout, in cui il
primo termine rappresenta spesso poco più di un
eufemismo per la vecchia “assimilazione” (anche se
sposta l’accento dal piano culturale a quello sociale),
mentre il secondo continua a ridurre ideologicamente
gli stranieri, ormai presenti anche sulla scena francese
in un’assai vasta gamma di figure, a soggetti senza
storia e senza cultura, pronti a entrare, come materia
grezza illimitatamente plasmabile, nella grande
macchina assimilatrice della società francese.
Da tempo, peraltro, questa macchina è entrata in crisi.
Ciò si deve a diversi fattori. Oltre alla maggior
resistenza dei nuovi immigrati all’assimilazione, per
le ragioni già accennate, va ricordata la crisi delle
vecchie agenzie di socializzazione (la scuola,
l’esercito, la fabbrica, i sindacati, i partiti) e la
difficoltà per la Chiesa (che, del resto, in questo
campo ha sempre avuto in Francia un ruolo assai
minore che in Italia) di far sentire la propria voce agli
immigrati, di cui i musulmani costituiscono ormai la
componente più numerosa. A ciò si aggiungono i
cambiamenti in corso nella stessa cultura francese, per
effetto sia delle aperture promosse dall’avvìo
dell’integrazione europea, sia del processo di
globalizzazione, che comporta un’almeno tendenziale
omologazione a scala planetaria, cui risultano
particolarmente sensibili le giovani generazioni.
Quel che prevale, però, è ancora la diffidenza per la
diversità. Ma la sempre più evidente inadeguatezza
del progetto sociale dominante ha stimolato un vivace
dibattito sull’opportunità d’introdurre, nella vita
sociale e più particolarmente nell’educazione, un
nuovo orientamento “interculturale”, che non solo
rispetti, ma valorizzi, le varie culture in presenza,
facendone una preziosa risorsa e un’occasione di
arricchimento per tutti.
Sul piano amministrativo continua invece a prevalere
un netto rifiuto (con poche eccezioni) per gli
interventi speciali per gli stranieri (un rifiuto ora
motivato anche dal timore di suscitare reazioni
xenofobe fra gli autoctoni). La preferenza è, almeno
ufficialmente, per il ricorso a interventi
“universalistici”, di diritto comune, per tutti coloro
(francesi o stranieri) che presentino determinati
problemi (abitativi, sanitari, educativi, etc.). Eppure
l’esperienza insegna che ben raramente gli interventi
di questo tipo costituiscono delle risposte efficaci alle
particolari difficoltà degli immigrati.
Le conseguenze sono gravissime. Come ebbe a
osservare uno dei più autorevoli sociologi francesi,
Alain Touraine (1991, p. 9), in un commento sulle
distruttive forme di conflittualità che periodicamente
esplodono nelle banlieues a più alta concentrazione
d’immigrati, la Francia conosce da tempo una forte
carenza d’integrazione sociale e questa situazione
minaccia la stessa assimilazione culturale.
La politica francese, già assai discutibile sotto il
profilo etico-politico, risulta quindi anche
contraddittoria rispetto ai suoi stessi dichiarati
obiettivi. Ma tante è. Tale politica non è affatto
casuale. C’è del metodo in questa aporia, e non c’è
quindi da sperare che una correzione di rotta davvero
significativa possa essere introdotta nel prossimo
avvenire.

Il Regno Unito: difficile integrazione e pluralismo


ineguale

Il progetto britannico differisce profondamente da


quello francese, così come profondamente diversa è la
cultura politica che l’ispira e lo sorregge: una cultura
pragmatica, che riconosce i particolarismi nazionali,
etnici e culturali, promuove l’autonomia e il
decentramento e valorizza il ruolo delle formazioni
sociali intermedie. Per quanto concerne la regolazione
dei fenomeni sociali, questa cultura diffida dei
provvedimenti astratti e generali e confida invece
nell’azione delle amministrazioni locali, definite, per i
loro significativi poteri, “governo locale” (local
government).
Anche il forte etnocentrismo, comune al progetto
francese e al progetto britannico, si esprime nei due
casi in forma diversa, se non addirittura opposta. Nel
caso francese, come si è visto, si manifesta infatti,
paradossalmente, in forma universalistica, nella
pretesa che gli immigrati di qualsiasi razza e cultura
abbiano a divenire dei “buoni francesi”; nel caso
britannico, invece, si manifesta in forma
particolaristica, nella convinzione che gli immigrati
anche dei Paesi tradizionalmente più vicini per storia e
cultura mai potrebbero divenire dei “buoni britannici”.
Li si accetta pertanto per quello che sono, dandone per
scontata l’irrecuperabile diversità (non più definita
“inferiorità” per correttezza politica, ma pur sempre
considerata tale, almeno di fatto). Ci si preoccupa
pertanto di porli nella condizione di nuocere il meno
possibile, limitandone le interferenze suscettibili di
mettere a repentaglio lo stile di vita britannico
(secondo il timore pubblicamente espresso da due
esponenti di spicco del Partito conservatore, l’ex-
premier Margaret Thatcher e il nipote di Winston
Churchill). Si dà infatti per scontato che il controllo
della situazione non debba sfuggire di mano agli
autoctoni, i quali, peraltro, per un formale ossequio
alla democrazia che ancora li privilegia, si descrivono
non già come i bianchi o gli anglosassoni, ma come la
“maggioranza”.
Anche tale progetto, come quello francese, costituisce
in parte il pendant e in parte la continuazione sul
territorio metropolitano della politica coloniale.
Peraltro, tale politica, che nel caso della Francia era
caratterizzata dall’impostazione assimilazionista e dal
governo diretto, nel caso del Regno Unito era
caratterizzata dall’impostazione differenzialista e dal
governo indiretto. In altre parole, i britannici
ammettevano che i colonizzati conservassero, se lo
volevano, le loro tradizioni e le loro strutture sociali e
politiche (fossero queste i reami dei maharajah in
India o le organizzazioni tribali in Africa), purché
riconoscessero, al di sopra di loro, l’autorità del viceré
o del governatore britannico. Questa politica è poi
proseguita, con le necessarie modifiche, nel
Commonwealth, che, non a caso, è riuscito a
sopravvivere alla decolonizzazione, mentre la
Communauté française fu presto costretta a dichiarare
fallimento.
Il diverso progetto dei due Paesi corrisponde anche a
processi immigratori di natura notevolmente diversa.
Nel Regno Unito l’arrivo degli stranieri non ha mai
svolto una funzione demografica importante ed è stato
anche assai meno motivato da una reale domanda di
lavoro. A determinarlo sono state infatti, soprattutto, le
vicende storiche dei Paesi di esodo (e, più in
particolare, le crisi politiche ed economiche intercorse
nei Paesi del Commonwealth). Di conseguenza è stato
anche un fatto assai meno individuale, che ha assunto
spesso la fisionomia di un vero e proprio movimento
di massa alla ricerca di un rifugio (come nel caso degli
indo-pachistani, nei primi anni del dopoguerra, o degli
asiatici insediati in Africa orientale, negli anni ’60, o
dei cinesi e dei vietnamiti fuggiti dai rispettivi Paesi
per cercare scampo nella colonia britannica di Hong
Kong, negli anni ’70 e ’80). Inoltre nel Regno Unito
da più tempo l’immigrazione proviene da Paesi
lontani: in genere i Paesi del Nuovo Commonwealth,
cioè le ex-colonie dell’Asia, dell’Africa e delle Indie
occidentali abitate in prevalenza da popolazioni di
colore (dato anche che sino al 1962 gli originari di tali
Paesi potevano entrare nel Regno Unito senza
difficoltà, essendo considerati a tutti gli effetti
cittadini britannici). Da più tempo, quindi, in quel
Paese gli immigrati costituiscono uno stock che si
differenzia notevolmente dagli autoctoni in termini
razziali, etnici e culturali.
Queste popolazioni trapiantate (perché di ciò in effetti
si tratta, nella maggior parte dei casi) hanno potuto
formare nel Regno Unito le loro comunità (mentre in
Francia sino al 1981 le stesse associazioni degli
immigrati, soggette a speciale autorizzazione, furono
di fatto proibite, con la motivazione che l’esercizio del
diritto di associazione spettava solo ai cittadini). Nel
Regno Unito le “comunità etniche” hanno così potuto
diventare da tempo degli importanti punti di
riferimento per gli interventi delle autorità
amministrative (mentre in Francia la pubblica
amministrazione, in parte per scelta e in parte per
necessità, ha sempre privilegiato, con solo rare e
recenti eccezioni, il rapporto diretto con i singoli
immigrati).
A ciò si aggiunga che nel Regno Unito la distinzione
fra i cittadini e i non cittadini è assai meno netta che
negli altri Paesi europei. Esiste infatti tutta una
gamma di situazioni intermedie per la presenza di una
categoria, quella degli originari del Commonwealth, a
sua volta differenziata secondo il Paese di
provenienza, la data di arrivo nel Regno Unito,
l’eventuale ascendenza britannica (la cosiddetta
patriality), le eventuali pregresse prestazioni di lavoro
a favore dell’amministrazione britannica, etc. Inoltre
gli immigrati dal Commonwealth godono del diritto di
voto attivo e passivo, sia alle elezioni amministrative,
sia alle elezioni politiche, e la concentrazione di
alcune comunità in determinate circoscrizioni assicura
loro in molti casi, date anche le caratteristiche del
sistema elettorale britannico, una notevole influenza
(come dimostra l’elezione al Parlamento di alcuni loro
esponenti).
Come si vede, si tratta di un’impostazione assai
flessibile, che ha a lungo dimostrato un’apprezzabile
capacità di far fronte a una situazione in movimento.
Peraltro anch’essa rivela da tempo i suoi limiti. Le
comunità più consistenti infatti mordono il freno e
sollecitano un cambiamento nel senso di un vero
multiculturalismo, con la rinuncia all’egemonia da
parte della componente autoctona (che peraltro non
pare affatto disposta ad assecondare tali richieste).
D’altro canto la cosiddetta “seconda generazione”
degli immigrati contesta sempre più vivacemente un
sistema che, pur concedendo dei riconoscimenti e
persino dei privilegi alle comunità, relega di fatto gli
individui che ne fanno parte in una posizione
subalterna, enfatizzandone indebitamente la vera o
presunta “diversità”.
In proposito va sottolineato che il dibattito sulla
presenza straniera (che in Francia verte
sull’“integrazione degli immigrati”, senza distinzioni
di razza e di etnia) nel Regno Unito ruota invece
proprio attorno alla questione delle “relazioni di razza
ed etnia” (racial and ethnic relations) e il problema
che viene più appassionatamente discusso è quello dei
diritti delle “minoranze” etnico-razziali (che in un
Paese di così lunga tradizione liberal-democratica
sarebbe stato lecito attendersi già assicurati da un
pezzo, così come quelli di ogni altra minoranza). Si
aggiunga che la stessa terminologia impiegata in
questo dibattito lascia molto a desiderare. Innanzi
tutto la definizione in termini razziali ed etnici delle
popolazioni immigrate è spesso del tutto impropria e
lascia intravedere per le sue evidenti forzature (basti
dire, ad esempio, che anche gli asiatici sono stati a
lungo ufficialmente considerati blacks, cioè “neri”)
un’indebita tendenza a razzializzare e a etnicizzare i
problemi. In secondo luogo la configurazione
aprioristica di quelle popolazioni in “minoranze” non
può che evocare l’immagine di un sia pur blando
apartheid, tanto più che nel mondo anglosassone le
differenze di razza e di etnia suscitano ancora delle
forti reazioni emotive. In proposito uno dei più
autorevoli specialisti britannici, John Rex (1990, pp.
81 e 85), sudafricano di origine e quindi
particolarmente sensibile in argomento, non ha esitato
a parlare di una condizione di “disuguaglianza
segregata”, che contrasta un’effettiva integrazione
degli immigrati.
Va detto però che, proprio per far fronte alle
discriminazioni e al razzismo e favorire l’integrazione
delle minoranze, nel Regno Unito sono state da tempo
adottate delle importanti misure legislative e
amministrative. Meritano una particolare menzione, in
proposito, i tre Race Relations Acts del 1965, del 1968
e del 1976 e l’istituzione, nel loro quadro, di una
Commissione per l’uguaglianza razziale (Commission
for Racial Equality), che ha assunto il coordinamento
delle diffuse istituzioni locali per l’uguaglianza e le
relazioni razziali. L’ultima delle leggi sopra citate, la
più organica, impegna le autorità locali non solo a
eliminare ogni forma di discriminazione diretta o
indiretta, ma anche a promuovere fra i gruppi etnici
almeno l’“uguaglianza delle opportunità”.
Si tratta di iniziative che molto potrebbero insegnare
agli altri Paesi europei, in cui la convivenza più o
meno forzata di gruppi di origine diversa sta portando
alla ribalta, in qualche caso per la prima volta,
problemi e conflitti di natura implicitamente o
esplicitamente etnica o razziale.
Ciò nondimeno la prognosi per il Regno Unito resta
riservata. Come ha scritto uno dei maggiori esperti
britannici a conclusione di una documentata analisi,
“la Gran Bretagna potrebbe diventare una buona
società multirazziale e multietnica, ma potrebbe anche
evolvere in direzione del tutto opposta” (O’Donnell,
1991, p. 37), con conseguenze devastanti per la
condizione degli immigrati, la conflittualità urbana e
la stessa integrazione sociale.

La Germania: dalla precarietà istituzionalizzata a


un’integrazione difficile
Ancora diverso è il caso tedesco. La Germania – pur
essendo il Paese europeo con il più alto numero
assoluto di immigrati (oltre 8 milioni) e il più alto
numero di extracomunitari rispetto alla popolazione
(9%) – ha a lungo ritenuto di non doversi neanche
riconoscere come un Paese d’immigrazione e la sua
politica è stata improntata a questo principio, che i
suoi governanti hanno ribadito per decenni con una
dichiarazione che, come una formula magica, avrebbe
dovuto esorcizzarne lo spettro: Deutschland ist kein
Einwanderungsland.
Eppure la Germania è stata un Paese d’immigrazione
sin dalla fine del secolo scorso e in questo dopoguerra,
tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60, ha
addirittura intrapreso un’attiva politica di
reclutamento della manodopera straniera per far fronte
alle esigenze della ricostruzione post-bellica e del
successivo periodo di espansione, caratterizzato fra
l’altro dal ben noto “miracolo” economico, e da
qualche tempo ha ripreso a ricercare all’estero
lavoratori specializzati e non specializzati.
In Germania gli immigrati sono stati a lungo
considerati solo dei “lavoratori ospiti” (Gastarbeiter),
cioè degli individui la cui permanenza sul suolo
tedesco era giustificata solo da motivi di lavoro e,
almeno in via di principio, era prevista solo per un
periodo limitato, e tali sono ancor oggi per lo più
ritenuti, benché il sistema d’immigrazione temporanea
che così li configurava sia ormai tramontato da un
pezzo. La chiusura delle frontiere a un ulteriore
immigrazione di lavoro, operata nel 1973, favorì
infatti la stabilizzazione di quelli che erano restati nel
Paese, che, con i familiari che in molti casi poi li
raggiunsero, hanno finito per dar vita, così come in
altri Paesi, a una tipica “popolazione derivata
dall’immigrazione” (per utilizzare l’espressione con
cui i demografi definiscono la situazione). Il rifiuto
ideologico di prenderne atto ha però esonerato la
classe politica dal compito di elaborare un vero
progetto d’integrazione per questi immigrati, che pure
vengono ormai spesso definiti da molti, sia pur con
patente contraddizione, “concittadini stranieri”
(ausländische Mitbürger).
Di fatto la politica perseguita in Germania può essere
sintetizzata più facilmente in termini negativi che
positivi: “Né integrazione, né segregazione”, come si
è espresso efficacemente uno studioso italiano che ben
conosce la situazione (Giordano, 1987, p. 61).
In Germania, in realtà, gli immigrati restano
fondamentalmente degli “stranieri” (Ausländer), di cui
si può anche apprezzare l’apporto economico, ma di
cui non si caldeggia affatto l’insediamento definitivo.
Con loro si può anche convivere per un lungo periodo
di tempo, se necessario, ma senza confusioni di status.
Nonostante qualche concessione in data relativamente
recente (1993), l’acquisizione della cittadinanza resta
assai difficile, sia per la prima generazione
d’immigrati (la naturalizzazione presuppone almeno
quindici anni di permanenza legale nel Paese per gli
adulti e otto anni per i giovani dai 17 ai 23 anni), sia
per la seconda generazione (lo jus loci,
tradizionalmente non previsto, è stato introdotto solo
nel 2000). In via di principio, pertanto, i figli degli
immigrati, anche se nati in Germania, restano degli
stranieri e, nonostante la citata riforma, le
naturalizzazioni concesse a qualsiasi titolo risultano
quattro volte meno numerose che in Francia, benché
gli immigrati siano più del doppio. Non che favorire la
“nazionalizzazione” degli immigrati, ci si attende
infatti che essi siano sempre pronti a lasciare il Paese,
e non soltanto per libera scelta o in seguito a una crisi
economica o politica, ma anche in ossequio a un
eventuale mutamento degli orientamenti governativi.
Pertanto l’obiettivo non è già la loro assimilazione,
bensì la conservazione della loro condizione precaria,
considerata funzionale al loro auspicato rientro al
Paese d’origine (da tempo incentivato con varie
misure, ma con esiti sempre modesti).
Anche questa impostazione non è occasionale, ma
affonda le sue radici in una precisa cultura politica. La
Germania è stato l’ultimo grande Paese europeo a
costituirsi in Stato nazionale e la formazione della
nazione (come in Italia) ha preceduto di gran lunga
quella di tale Stato. D’altra parte, la nazione — lungi
dall’essere concepita in termini soggettivi e ideologici
come in Francia (dove Renan, nel secolo scorso, poté
addirittura descriverla come un “plebiscito di tutti i
giorni”) – è stata sempre concepita in termini oggettivi
ed etnico-culturali: un fatto di sangue e di terra (Blut
und Boden), in cui nativamente si esprime
l’irriducibile specificità del popolo tedesco
(Deutsches Volk). Anche dopo la costituzione dello
Stato nazionale, per le note vicende storiche (fra cui,
in questo secondo dopoguerra, la sofferta divisione del
Paese in due Stati, imposta dai vincitori),
l’appartenenza a tale popolo è stata sempre
privilegiata rispetto all’appartenenza a uno Stato.
Proprio per questo i profughi tedeschi provenienti
dalla Repubblica democratica tedesca o dai territori
orientali del Reich passati alla Polonia e all’Unione
Sovietica (i cosiddetti Übersiedler) e persino i
discendenti dei tedeschi trapiantatisi molte
generazioni or sono nei Paesi dell’Europa orientale (i
cosiddetti Aussiedler) sono sempre stati considerati
dalla Legge fondamentale della Repubblica Federale
Tedesca come dei potenziali cittadini di pieno diritto
(così come in Israele gli ebrei). D’altra parte, tale
concezione ha favorito la tendenza a preservare come
un valore essenziale la pretesa omogeneità etnico-
culturale del popolo tedesco e a contrastarne in ogni
modo il dissolvimento (anche se spesso in forma più
implicita che non esplicita, per ragioni d’immagine e
di opportunità, stante anche il ricordo, in Germania e
all’estero, del regime nazista, che di quel mito si era
alimentato, con gli esiti a tutti ben noti).
L’influenza di questa concezione sulla politica
immigratoria non potrebbe essere più chiara. La prima
preoccupazione di quest’ultima è infatti quella di
“tracciare la distinzione tra gli autoctoni e gli
stranieri” (Blaschke, 1993, p. 152) e tutta la normativa
è orientata a favorire la temporaneità della presenza
degli immigrati sul suolo tedesco e a prevenirne il
radicamento. A tal fine vengono privilegiati gli
interventi di prima accoglienza, legati a un’effettiva
presenza per motivi di lavoro, come, ad esempio,
l’istituzione di dormitori (a carico dei datori di lavoro
e quindi destinati ai soli lavoratori, e non, come in
Italia, a carico degli enti pubblici, e quindi a
disposizione anche dei disoccupati e dei marginali).
Questa politica ottiene inoltre l’effetto di
disincentivare i ricongiungimenti familiari, ammessi
per formale ossequio ai cosiddetti “diritti umani”, ma
poco graditi e quindi non facilitati. Allo stesso modo
tanto le iniziative di carattere culturale e sociale per i
lavoratori quanto i programmi scolastici per i loro figli
tendono a favorire il mantenimento dei legami con il
Paese di origine, in vista del loro pur improbabile
ritorno. In particolare, per quanto concerne
l’istruzione primaria, in molti Länder emerge la
preoccupazione che i ragazzi stranieri non perdano la
conoscenza della lingua del Paese di origine o
addirittura che l’acquisiscano, se nati in Germania
(mentre in Francia, al contrario, tutto l’insegnamento
mira a una socializzazione alla cultura del Paese di
approdo: impartito unicamente in francese, in nome di
una parità di trattamento sin troppo sciovinisticamente
interpretata, non dissimula l’obiettivo di far persino
dimenticare l’esistenza del Paese di origine, secondo
l’impostazione già sperimentata a suo tempo nelle
colonie, dove si utilizzavano dei testi scolastici
dall’incipit ormai proverbiale: “Nos ancêtres les
Gaulois”).
Negli ultimi anni, peraltro, nonostante la nota
efficienza tedesca e l’apprezzabile impegno di molti
amministratori locali, la situazione si è andata
gravemente deteriorando. Quarant’anni di “politica
dello struzzo” (è difficile definire altrimenti la
caparbia negazione del carattere immigratorio della
Germania) hanno infatti determinato l’accumulo di
tanti e tali problemi da rendere ben poco ottimisti
sulla possibilità di un rapido cambiamento del quadro
in presenza.
Per la verità, già nel 1973, il governo federale, pur
ribadendo il carattere non immigratorio del Paese,
ebbe a dichiarare un obiettivo, la cosiddetta
“integrazione temporanea” (Integration auf Zeit), che,
al di là della contraddizione in termini, implicava la
decisione di “rendere più umana la condizione degli
immigrati”. Ma la trasformazione della natura
dell’immigrazione, avviata in quello stesso anno dalla
chiusura delle frontiere, ha reso del tutto insufficienti
le misure allora previste. Infatti, da un lato, iniziò il
consolidamento delle presenze pregresse, con la
complessificazione del tipo d’immigrazione esistente,
e, dall’altro, cominciò anche per la Germania il
periodo dell’immigrazione clandestina e irregolare,
dell’aumento del tasso di disoccupazione fra gli stessi
immigrati legali e dell’arrivo in massa dal Terzo
Mondo di “rifugiati” veri e fasulli. Successivamente,
sul finire degli anni ’80, il tracollo dei Paesi dell’Est
rovesciò sulla Repubblica federale tedesca delle
ondate di profughi senza precedenti in tempo di pace:
oltre 1,5 milioni di persone, con un saldo netto di circa
1 milione, fra il 1989 e il 1990, prima
dell’unificazione dei due Stati tedeschi, fra
Übersiedler e Aussiedler. Dopo l’unificazione (1990)
l’afflusso degli Aussidler è continuato a un ritmo assai
elevato e il numero dei rifugiati di altra origine è
ancora aumentato, mentre il quadro in presenza si è
ulteriormente complicato per le migrazioni interne dai
nuovi ai vecchi Länder e le difficoltà di convivenza
emerse un po’ dappertutto fra autoctoni e immigrati
stranieri.
In questo contesto non possono stupire le pur
gravissime esplosioni di razzismo e di xenofobia,
moltiplicatesi all’indomani della riunificazione e
tuttora non sotto controllo. Il modello
dell’estraniazione degli immigrati, nato in un’altra
epoca storica, con altre funzioni, pare del resto fatto
apposta per coltivare pregiudizi, divisioni, odi e
rancori.
Successivamente vi sono stati dei segni di
resipiscenza, per quanto concerne quella politica. Ma
non si può proprio dire che le pur autorevoli
dichiarazioni in favore dell’integrazione degli stranieri
residenti da molti anni nel Paese, che hanno preceduto
e accompagnato l’adozione di misure restrittive
sull’asilo politico (1993), abbiano sortito degli effetti
significativi. Tali dichiarazioni, del resto, rivelano, in
genere, una concezione assai riduttiva
dell’integrazione, vista non come la conseguenza
spontanea dello sviluppo di normali relazioni sociali
fra persone di origine diversa, ma come il risultato di
un processo guidato dall’alto, nell’interesse innanzi
tutto della componente tedesca, che dovrebbe
continuare a trarre dalla situazione un particolare
vantaggio: assicurarsi l’apporto dei lavoratori stranieri
senza dover riconoscere loro pieni diritti di
cittadinanza. In proposito si è anche parlato di un
ritorno di fatto alla politica dei Gastarbeiter,
specialmente per ciò che concerne i lavoratori
provenienti dalla Polonia e da altri Paesi dell’Europa
orientale (Rudoplh, 1996).
Un primo segnale di speranza è stato costituito però
dalle parole pronunciate dall’ex presidente della
Repubblica federale tedesca Richard von Weizsäcker
(1993) davanti alle bare di cinque immigrati turchi
vittime di uno dei più efferati episodi di razzismo del
dopoguerra tedesco: “Gli estremisti che sfilano per le
strade gridando ‘La Germania ai Tedeschi’
(Deutschland den Deutschen) che cosa vogliono?
Cambiare la Costituzione? Perché il suo primo
articolo dice non già che è inviolabile la dignità dei
Tedeschi; ma che è inviolabile la dignità degli uomini.
Se fosse altrimenti, a essere messa in discussione
sarebbe proprio la dignità dei Tedeschi. Quanto ai
turchi, non sarebbe più giusto e più umano cominciare
a chiamarli cittadini tedeschi di origine turca?”.
Un passo rilevante in questa direzione è stato poi
costituito dalla recente riforma della legge sulla
cittadinanza approvata il 23 maggio 1999, su
iniziativa della nuova maggioranza rosso-verde, non
senza laceranti contrasti nel Parlamento e nel Paese
(l’opposizione democristiana, pur di ridimensionarne
l’importanza rispetto all’originaria proposta, giunse a
minacciare un referendum abrogativo). Questa legge,
entrata in vigore il 1° gennaio 2000, ha operato una
prudente, ma significativa rottura con la tradizione
sopra illustrata, riconoscendo per la prima volta ai
figli degli immigrati stranieri nati in Germania la
possibilità di acquisire, a determinate condizioni, la
cittadinanza del Paese, senza dover passare per le
umilianti forche caudine di una difficile
“naturalizzazione”. Ma le sue conseguenze
sull’integrazione degli immigrati si potranno valutare
pienamente solo fra alcuni anni.

Qualche ulteriore confronto

Prima di soffermarci sul caso italiano, può essere


opportuno operare qualche ulteriore confronto fra i tra
Paesi sopra analizzati.
La Francia e, ancor più, la Germania, tra la fine della
seconda guerra mondiale e il 1973, conobbero delle
immigrazioni di straordinario rilievo, che
rispondevano, però, a un’effettiva domanda di lavoro
da parte delle loro economie, impegnate prima nella
ricostruzione post-bellica e poi in un lungo processo
di sviluppo. Allora per questi due Paesi il problema
era quello non già di limitare gli arrivi, bensì di
reperire la forza-lavoro necessaria, come dimostra
l’implementazione del reclutamento all’estero.
Complementare era peraltro il governo di
quell’immigrazione sul proprio territorio, secondo il
loro progetto sociale, che nei due casi, come abbiamo
visto, era ben diverso. Infatti, in Francia si perseguiva
l’inserimento definitivo di almeno una parte degli
immigrati, previa la loro assimilazione, mentre in
Germania se ne auspicava la permanenza soltanto
temporanea, con una rotazione che ne impedisse il
radicamento. Entrambi questi obiettivi furono a lungo
perseguiti con successo, grazie alla fase di espansione
economica e alla provenienza degli immigrati da aree
vicine, sia culturalmente (per ciò che interessava il
progetto francese), sia geograficamente (per ciò che
interessava il progetto tedesco).
Il Regno Unito, invece, a parte la tradizionale
immigrazione irlandese, utilissima per la sua
economia, ha più che altro subìto l’arrivo degli
immigrati, per lo più profughi del Nuovo
Commonwealth, che tuttavia hanno potuto inserirsi
nel Paese, anche se non senza difficoltà, grazie al calo
della popolazione autoctona, al buon andamento
dell’economia e alla loro previa acculturazione
coloniale.
Successivamente, quando la crisi ebbe a spezzare il
legame fra immigrazione e domanda di lavoro, il
fenomeno divenne ingovernabile e tutti i Paesi
d’approdo decisero di chiudere le loro frontiere. Ma,
se era stato abbastanza facile sollecitare
l’immigrazione con le politiche di reclutamento,
risultò pressoché impossibile bloccarla totalmente con
le politiche di stop. Gli immigrati continuarono ad
arrivare, anche se indesiderati, utilizzando le vie del
ricongiungimento familiare o del rifugio politico, se
appena possibile, o, altrimenti, come clandestini. Nel
frattempo anche la natura dell’immigrazione era
andata mutando, perché ai lavoratori dell’Europa
meridionale erano progressivamente subentrati, in
sempre maggior misura, quelli provenienti da aree
geograficamente e culturalmente più lontane. Per
questo l’immigrazione (vista dapprima come la
soluzione più semplice di un problema limitato, la
carenza di manodopera) è diventata a sua volta un
problema: per pressoché unanime riconoscimento, uno
dei più gravi e complessi fra quelli attualmente
presenti sulla scena europea.
“Abbiamo cercato braccia, sono arrivati uomini”, ebbe
ad affermare icasticamente lo scrittore svizzero Max
Frisch. Non era soltanto una deprecazione populistica
della scarsa attenzione dedicata dai Paesi importatori
di manodopera agli aspetti umani dell’immigrazione.
Era la constatazione, sia pur tardiva, che
l’immigrazione è un “fatto sociale totale”, per dirla
nei termini di Marcel Mauss. Anche quando sia
cominciata in seguito a un’effettiva domanda di
lavoro, per mutuo interesse economico (com’è
avvenuto in quei Paesi, ma non in Italia), non si
esaurisce mai nella mera dimensione economica. È un
processo multidimensionale, che crea in genere assai
più problemi di quanti non ne risolva.
In due decenni di chiusura ufficiale delle frontiere, in
tre Paesi di lunga e consolidata esperienza specifica e
assai più capaci che non l’Italia di governare i
fenomeni sociali, questo processo ha travolto i
progetti sociali elaborati per fronteggiarlo. In realtà
anche quei Paesi si sono ormai ridotti a inseguire le
“emergenze”, come l’Italia, mentre sul loro territorio
si diffondono proprio le tensioni e i conflitti che quei
progetti avrebbero dovuto scongiurare. Si aggiunga
che sin troppo spesso queste tensioni e questi conflitti
hanno assunto quasi dappertutto un’inquietante
carattere etnico-culturale.
Questa dimensione dei processi migratori è stata a
lungo sottovalutata, sia per la prospettiva
economicistica in cui li si è prevalentemente analizzati
in passato, sia per l’etnocentrismo delle società
d’inserimento, che le induceva a ritenerne sempre
possibile l’assimilazione (Francia), la subordinazione
(Regno Unito) o l’estraniazione (Germania) o,
eventualmente, un controllo con un mixtum
compositum di queste tre strategie (come nel caso, qui
non analizzato, ma estremamente importante della
Svizzera, il Paese europeo di dimensioni non
piccolissime che presenta la più alta percentuale
d’immigrati sulla popolazione: il 19%).
Queste politiche sono peraltro tutte miseramente
fallite. L’assimilazione con perdita dell’identità
culturale, nel caso francese, la gerarchizzazione
dissimulata da pluralismo, nel caso britannico, la
coltivazione della reciproca estraneità, nel caso
tedesco, si sono rivelate scelte non solo assai
discutibili sotto il profilo etico-politico, ma del tutto
inadeguate e anzi controproducenti. In particolare, con
quelle politiche le culture dell’immigrazione, non che
diventare un fattore di arricchimento reciproco (come
pur si suole ritualmente auspicare), sono diventate la
componente forse più esplosiva di uno scenario già di
per sé caratterizzato da una netta propensione al
conflitto.
In questo contesto non può stupire che in Italia
manchi ancora un progetto sociale globale per la
gestione dell’immigrazione e, più in particolare, per
l’integrazione degli immigrati. Tale carenza si deve,
peraltro, anche a un insieme di fattori specifici, che è
necessario richiamare.

La situazione italiana

L’Italia, così come gli altri late-comers


dell’immigrazione in Europa (la Spagna, il Portogallo
e la Grecia, in particolare), ha conosciuto
un’immigrazione almeno inizialmente anomala,
dovuta più ai fattori di espulsione nei Paesi di esodo
che ai fattori di attrazione nel Paese di approdo, del
resto a lungo percepito dai migranti come una seconda
opzione rispetto alla tradizionali mete centro-europee
e transoceaniche (Melotti, 1985). L’Italia, come si è
detto, è diventata infatti un Paese d’immigrazione nel
corso degli anni ’70, quando gli arrivi (già cominciati
in sordina nel precedente decennio) aumentarono
rapidamente, nonostante la grave crisi economica.
Molti di coloro che, per loro stessa affermazione, si
sarebbero diretti preferibilmente in altri Paesi,
trovandone chiuse le frontiere, si cominciarono infatti
a riversarsi in Italia, che, considerandosi ancora un
Paese d’emigrazione e non d’immigrazione, aveva
lasciato le sue del tutto aperte (almeno di fatto, se non
legalmente, dato che tale “apertura” derivava in realtà
soltanto dalla disapplicazione sistematica, più per
trasandatezza che per scelta meditata, delle pur
restrittive norme ereditate dall’epoca fascista). A
questi immigrati economici si aggiunsero poi, via via,
i numerosi rifugiati politici di quel periodo (argentini,
brasiliani, cileni, paraguaiani, palestinesi, libanesi,
eritrei, somali, iraniani, curdi, tamil, vietnamiti, etc.).
L’immigrazione s’incrementò ulteriormente negli anni
’80, per effetto sia dei persistenti fattori espulsivi nei
Paesi di origine (per le crisi economiche e politiche
che colpirono molti Paesi del Terzo Mondo e
dell’Europa orientale), sia dei fattori di attrazione, che
cominciarono ad acquisire una certa importanza (per il
notevole sviluppo che caratterizzò i cosiddetti golden
eighties: 1982-1989). Naturalmente a orientare i flussi
verso l’Italia concorsero anche le ulteriori restrizioni
all’immigrazione legale e i più severi controlli contro
quella clandestina introdotti dagli altri Paesi europei
verso la metà degli anni ’80.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno (basati sui
permessi di soggiorno rilasciati dalle questure), il
numero degli stranieri legalmente presenti in Italia si
raddoppiò nel corso degli anni ’70, passando dai circa
150.000 del 1970 ai circa 300.000 del 1980, e
aumentò ancora di più nel decennio seguente,
arrivando a poco meno di 800.000 nel 1990, l’anno in
cui vennero introdotte per la prima volta delle misure
intese a contenere gli ingressi. Dopo un breve periodo
di assestamento (dovuto non tanto a tali misure, che
ebbero sempre ben scarso successo, quanto alla guerra
del Golfo e alla nuova crisi economica),
l’immigrazione riprese a un ritmo sostenuto, che portò
nell’ultimo decennio a un nuovo raddoppio delle
presenze legali. Il numero degli immigrati regolari è
così arrivato a circa 1.700.000 alla fine del 2000.
Il numero effettivo degli immigrati in Italia è stato
però sempre molto più alto di quello risultante dai
permessi di soggiorno, date le consistenti presenze
illegali. Anche se le quattro generosissime sanatorie
del 1987, del 1990, del 1995 e del 1998 (un record
mondiale che nessuno probabilmente c’invidia)
permisero la regolarizzazione di circa 800.000
irregolari, il numero di questi ultimi è infatti restato
sempre molto alto, anche per l’effetto di richiamo
suscitato da quei provvedimenti. Attualmente,
secondo le pur discutibili stime della polizia,
comunicate dal ministro dell’Interno il 18 dicembre
2000, gli irregolari sarebbero almeno 250.000: un
numero superiore a quello calcolato prima dell’ultima
sanatoria da un gruppo di lavoro istituito presso lo
stesso ministero.
L’Italia continua così a essere (come lo è stata per
quasi tutto lo scorso decennio) il primo Paese in
Europa per il numero, assoluto e relativo, degli
immigrati irregolari, così come per la percentuale
degli extracomunitari sul totale degli immigrati (circa
l’88%) e la percentuale dei disoccupati fra gli
immigrati sia regolari, sia irregolari: un insieme di
dati che segnala la particolare problematicità della
situazione, con ovvi riflessi negativi per l’integrazione
sociale degli immigrati e (cosa non indipendente dalla
prima) per la convivenza civile, la sicurezza e l’ordine
pubblico: temi che proprio per questo hanno finito per
essere inevitabilmente sempre più discussi con
riferimenti diretti e indiretti all’immigrazione.
Per comprendere queste difficoltà, non bisogna mai
dimenticare che l’Italia è diventata un Paese
d’immigrazione quando i potenti fattori di spinta già
sopra ricordati hanno indotto frange crescenti della
popolazione di alcuni Paesi del Terzo Mondo prima e
dell’Europa orientale poi a tentare l’avventura
dell’Occidente, cercando sbocchi anche in quei Paesi
dell’Europa meridionale in cui l’immigrazione
costituisce da molti punti di vista un paradosso. In
questi Paesi, infatti, l’immigrazione coesiste con
l’emigrazione (che continua, ancorché in misura
ridotta) e soprattutto con la disoccupazione (che è
invece assai alta). In Italia, in particolare, la
disoccupazione supera l’11% su base nazionale e il
20% nel Mezzogiorno (che ne detiene il triste primato
fra tutte le aree europee), con tassi ancora più alti per
determinate categorie (la disoccupazione femminile
supera il 15% e quella giovanile il 21% su base
nazionale ed entrambe superano il 40% nel
Mezzogiorno).
Questo paradosso ha una spiegazione. Nei Paesi
dell’Europa meridionale gli immigrati s’inseriscono
per lo più in segmenti del mercato del lavoro che sono
poco ricercati, se non sono proprio “rifiutati” (come
spesso si dice impropriamente dire), dagli autoctoni,
soprattutto per le condizioni ivi praticate. Le ragioni
sono diverse. Per l’Italia si deve ricordare, in
particolare, il considerevole aumento dei redditi delle
famiglie, che, assieme alle provvidenze statali, ha
consentito di tamponare le conseguenze di anche
lunghi periodi di disoccupazione giovanile, dovuti,
almeno in parte, alle irrealistiche aspettative suscitate
nei giovani e nelle loro famiglie da una
scolarizzazione prolungata, anche se di scarsa qualità
e poco rispondente alle esigenze del mercato del
lavoro. Ma la domanda e l’offerta di lavoro non
sempre s’incontrano anche per quanto concerne gli
immigrati. Così in Italia (come in Spagna, Portogallo
e Grecia) una gran parte degli stessi immigrati regolari
restano disoccupati. Non sorprende pertanto che qui
molti di essi finiscano per incrementare la piaga della
criminalità diffusa o divengano una manovalanza di
quella organizzata, che da tempo ha esteso le sue
attività molto al di là delle sue tradizionali regioni
d’insediamento (la Sicilia, la Campania, la Calabria, la
Puglia).
Per quanto concerne il lavoro, bisogna inoltre
ricordare che l’Italia presenta un vastissimo settore
“informale” e molte centinaia di migliaia d’immigrati
regolari e irregolari (così come, del resto, cinque
milioni d’italiani) vi trovano un’occupazione in nero,
non risultante dalle statistiche ufficiali. Anche questo
fatto non facilita l’integrazione. A ciò si aggiunga che
molti altri immigrati creano essi stessi i loro posti di
lavoro (se così li si può definire), come il piccolo
ambulantato di strada, il lavaggio dei vetri alle
automobili in sosta o la questua più o meno
mascherata. Si tratta però di attività estremamente
precarie, anche se consentono a molti di loro di
realizzare un reddito superiore allo stipendio di un
funzionario di medio livello nei loro Paesi d’origine.
La maggior parte degli immigrati che hanno un lavoro
normale (regolare o irregolare) sono impiegati nel
settore terziario (servizi domestici, alberghi e
ristorazione, imprese di pulizia, portinerie, etc.). Un
buon numero è però presente anche nel settore
primario (soprattutto attività agricole stagionali e nella
pesca, specie nelle regioni meridionali) e nel settore
secondario (cave e miniere, edilizia, fonderie,
ceramifici e, soprattutto nelle regioni settentrionali,
piccola e media industria, anche leggera).
In alcune attività vi è una forte concentrazione di
immigrati di determinati Paesi. Così, ad esempio, la
maggior parte di coloro che provengono da Filippine,
Sri Lanka, Eritrea, Repubblica Dominicana,
Mauritius, Capo Verde e Salvador (in più o meno netta
prevalenza donne) prestano servizio domestico,
mentre una buona parte di coloro che provengono da
Marocco e Senegal (in prevalenza uomini) si dedicano
all’ambulantato di strada. Questa segmentazione
etnica del mercato del lavoro, molto accentuata agli
inizi del processo immigratorio, si sta però
ridimensionando.
Allo stesso modo si sta riducendo la concentrazione
degli stranieri sul territorio. Gli immigrati,
inizialmente sovrarrapresentati in alcune aree (le
regioni di frontiera e quelle con porti e aeroporti
internazionali, i grandi centri urbani, le zone agricole
del centro-sud), si sono infatti diffusi in tutto il Paese,
anche se ancora notevole è la loro presenza nelle
regioni, nelle provincie e nelle città che offrono le
maggiori possibilità di lavoro o, almeno, di pur
precaria sopravvivenza. Secondo gli ultimi dati
disponibili (1-1-2000), troviamo ai primi posti, fra le
regioni, la Lombardia (316.000), il Lazio (263.000), il
Veneto (144.000), l’Emilia-Romagna (120.000), la
Toscana (110.000), il Piemonte (94.000), la Campania
(75.000) e la Sicilia (68.000) e, fra le provincie, Roma
(238.000), Milano (173.000) e Napoli (50.000).
Questi dati concernono i soli regolari secondo i
permessi di soggiorno, integrati, per quanto concerne i
minori, da opportune stime (Caritas, 2000). Se si
calcolano anche gli irregolari, secondo le più
ragionevoli valutazioni si superano i 300.000 nella
sola area metropolitana di Roma, i 200.000 in quella
di Milano e i 100.000 in quella di Napoli.
Si tratta quindi di un fenomeno assai significativo, che
si è sviluppato nell’arco di oltre un trentennio.
Peraltro per molti anni non ha suscitato un’adeguata
attenzione da parte delle istituzioni. In realtà,
dall’inizio dell’immigrazione sino alla fine del 1986,
l’unica risposta data al fenomeno fu una politica di
sostanziale laissez- faire: nessun progetto sociale
globale, nessun orientamento preciso in tema
d’integrazione, nessuna iniziativa con un minimo di
respiro, nessun intervento specifico neanche in tema
di ordine pubblico (nonostante la pur segnalata
diffusione di attività malavitose correlate con
l’immigrazione). L’assistenza, ridotta ai minimi
termini, era per lo più delegata alla Caritas o ad altre
organizzazioni d’ispirazione cattolica vicine al partito
di maggioranza relativa di allora (la Democrazia
Cristiana) e, in minor misura, alle associazioni
sindacali e parasindacali vicine ai tre maggiori partiti
del tempo: la Democrazia cristiana, il Partito
comunista e il Partito socialista. Seguì, per un breve
periodo (1987-1990), una politica orientata alla
regolarizzazione (in alcuni anni anche indiscriminata,
come al tempo della seconda sanatoria) di tutti i
presenti, ispirata al velleitario “solidarismo” che
accomunava allora i due principali partiti della
maggioranza di centro-sinistra (la Democrazia
cristiana e il Partito socialista) e il maggior partito di
opposizione (il Partito comunista). Successivamente
(1990), quando ci si rese conto che, anche a causa di
quella politica, la situazione aveva ormai superato il
livello di guardia, ci fu un colpo di freno
(informalmente sollecitato anche dalla Comunità
europea, preoccupata dei suoi possibili riflessi oltre i
confini italiani, data anche l’ormai prevista
eliminazione dei controlli alle frontiere fra gli Stati
membri), peraltro con misure restrittive mal definite e
peggio applicate.
Sino al 1998 le due principali leggi in materia furono
la n. 943 del 30 dicembre 1986 e la n. 39 del 28
febbraio 1990 (conosciuta come la Legge Martelli, dal
nome del giovane vicepresidente del Consiglio,
inesperto, ma determinato, che l’impose anche contro
le resistenze di una parte non piccola delle stesse forze
di governo). Queste norme furono poi integrate, in
ambiti specifici, da alcuni provvedimenti ad hoc,
concernenti l’introduzione dei visti d’ingresso per i
cittadini dei Paesi a maggior “rischio migratorio”,
“eccezioni umanitarie” per coloro che provenissero da
Paesi dilaniati dai conflitti bellici (come la Somalia e
gli Stati dell’ex Jugoslavia), altre “eccezioni” imposte
dalla necessità di fronteggiare determinate
“emergenze” (fra cui l’arrivo in massa degli albanesi
sulle coste adriatiche nel 1991 e nel 1997) e misure
speciali a favore dei vecchi e dei nuovi rifugiati.
Le leggi n. 943/1986 e n. 39/1990, che pur furono
recepite soprattutto come dei provvedimenti intesi a
regolarizzare gli extracomunitari già presenti
illegalmente in Italia, hanno altresì sancito i diritti
degli immigrati e hanno definito degli orientamenti di
massima per la loro “integrazione”.
La legge n. 943/1986 ha riconosciuto a tutti i
lavoratori legalmente presenti in Italia la parità di
trattamento e la piena uguaglianza giuridica con i
lavoratori italiani. Ha assicurato loro il diritto al
ricongiungimento familiare e ha affermato, per loro e
per i loro familiari, il diritto all’uso dei servizi sociali
e sanitari, all’abitazione, alla scuola (il diritto
all’educazione venne poi esteso, nel 1994, anche ai
figli degli immigrati irregolari, secondo le
convenzioni internazionali in materia). La stessa legge
ha affermato il diritto degli immigrati di organizzare
proprie associazioni e di mantenere la propria identità
culturale e ne ha promosso la partecipazione, in forma
indiretta, alle decisioni che li riguardano, tramite
specifiche “consulte” locali di vario livello. Sin dal
suo titolo, la legge prevedeva altresì, per la prima
volta in Italia, la lotta all’immigrazione clandestina,
ma questo punto (che pur compariva nel suo stesso
titolo) venne quasi completamente disatteso, per
ragioni diverse (malintesa “solidarietà”, inefficienza
amministrativa e anche interessi e connivenze non
confessabili).
La legge n. 39/1990 ha definito un insieme
d’interventi intesi a favorire l’integrazione sociale e
culturale degli immigrati e ha stanziato dei fondi di
una certa consistenza per implementare il diritto alla
casa e all’educazione. Ha garantito a tutti gli
immigrati regolari l’iscrizione gratuita all’assistenza
sanitaria pubblica per il periodo di un anno (poi
portato a tre). Ha eliminato la cosiddetta “riserva
geografica” che limitava ai soli cittadini europei la
possibilità di ottenere il riconoscimento dello status di
rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra. Ha
stabilito il principio di una programmazione degli
ingressi (che, pur essendo poi restata per alcuni anni a
livello zero, dato l’elevatissimo numero di disoccupati
fra gli immigrati regolari già presenti in Italia, non ha
però impedito l’arrivo di oltre 50.000 immigrati
regolari all’anno, in media, grazie alle norme sul
ricongiungimento familiare e sul rifugio politico e ai
contratti di lavoro, spesso fasulli o di comodo, ma ben
raramente controllati). Negli ultimi anni il numero
degli immigrati regolari annualmente previsti è stato
fissato a 63.000, in aggiunta a quello, non piccolo, di
coloro che, già presenti irregolarmente in Italia, hanno
potuto beneficiare delle due ultime sanatorie (circa
350.000 persone circa, a operazioni non ancora
concluse).
Nel suo insieme, questa legislazione s’ispirava alla
filosofia di attribuire agli immigrati regolari gli stessi
diritti civili, economici e sociali dei cittadini italiani,
senza imporre loro, come condizione per poterne
fruire, l’acquisizione della cittadinanza (secondo lo
stesso principio propugnato per decenni dall’Italia per
i suoi emigrati all’estero). Ciò comportava, per molti
aspetti, l’equiparazione di fatto degli immigrati
extracomunitari regolari ai cittadini dei Paesi
dell’Unione europea, con un’unica rilevante
eccezione: il diritto di voto alle elezioni
amministrative, che in Italia è tuttora riconosciuto solo
a questi ultimi, mentre in altri Paesi europei è
riconosciuto anche agli extracomunitari (è questo il
caso della Danimarca, della Svezia, della Norvegia,
dell’Irlanda, della Spagna, dei Paesi Bassi e persino di
qualche Land tedesco, per tacere del Regno Unito, in
cui, come già detto, i cittadini dei Paesi del
Commonwealth godono di tutti i diritti politici). Per
contro, fortemente affermato è stato il diritto
all’identità culturale e religiosa, del resto già
profondamente radicato nella società civile (per cui,
ad esempio, vicende simili a quelle reiteratamente
vissute in Francia dalle giovani musulmane escluse
dalle scuole statali perché indossavano il cosiddetto
“foulard islamico” in Italia sarebbero addirittura
impensabili, anche se di recente qualche dichiarazione
un po’ troppo sopra le righe contro l’“invadenza
islamica” è stata espressa non solo da alcuni esponenti
della Lega Nord, ma anche da alcuni prelati della
Chiesa cattolica, come il cardinale Biffi, da un
sacerdote da tempo impegnato in politica, come
Giovanni Baget-Bozzo, e da studiosi di orientamento
laico, come Giovanni Sartori).
Peraltro in Italia, ancor più che in altri Paesi,
intercorre un divario notevole fra il teorico
riconoscimento dei diritti e la loro effettiva attuazione.
Non stupisce così che alcuni diritti pur formalmente
sanciti (come quelli, di natura programmatica, al
lavoro e alla casa) siano restati quasi lettera morta,
così come, del resto, avviene per molti italiani.
D’altra parte il forte garantismo della nostra
legislazione, coniugato con la scarsa efficienza degli
apparati di polizia e la macchinosità e la lentezza delle
procedure amministrative e giudiziarie (anche a
prescindere dalle pur comprovate connivenze di non
pochi funzionari deviati dai loro ruoli istituzionali),
assicura la pressoché totale impunità alla maggior
parte degli immigrati, regolari e irregolari, che si
macchino di delitti anche gravi (con tutto ciò gli
immigrati sono arrivati a costituire una percentuale
assai considerevole della popolazione carceraria: il
33% di tutti gli entrati in carcere dallo stato di libertà,
nel 1998). Il meccanismo delle espulsioni è quasi
inceppato. In prima istanza è affidato all’esecuzione
spontanea degli stessi “intimati”, che peraltro ben
raramente rispettano l’ordine di lasciare il Paese. In
seconda istanza è previsto l’accompagnamento alla
frontiera, che peraltro viene eseguito soltanto in una
minima parte dei casi (nel 1993 in un caso su dieci;
ora, a quanto si dice, in un caso su sei). Per di più
basta la distruzione dei documenti d’identità da parte
dell’interessato e la comunicazione da parte sua di
false generalità per mettere in scacco tutta la
procedura, caratterizzata da un formalismo esasperato.
A questa situazione ha invano cercato di porre rimedio
il governo Dini con un decreto (il D.L. n. 489 del 18
novembre 1995) che prevedeva (accanto ad altre cose,
fra cui la già ricordata sanatoria) procedure di
espulsione più spicce almeno per gli immigrati
clandestini colti in flagranza di gravi reati. Tale
decreto, reiterato per ben quattro volte, con varie
modifiche, non è però mai stato convertito in legge
per l’opposizione delle componenti più strenuamente
garantiste della maggioranza di centro-sinistra uscita
dalle elezioni del 1996 ed è stato lasciato decadere
(con salvaguardia però, ad opera di una specifica
legge, la n. 617 del 9 dicembre 1996, delle misure di
sanatoria per gli immigrati clandestini).
Il 19 febbraio 1998 è stata infine approvata, dopo
lunghe e defatiganti discussioni, una nuova legge, la
n. 40/98, che i suoi due principali firmatari, la ministra
della Solidarietà sociale Livia Turco e il ministro
dell’Interno Giorgio Napolitano, hanno voluto
presentare come l’attesa “legge organica”
sull’immigrazione (mentre in realtà la vera legge
organica, predisposta con il pluriennale lavoro di una
pletorica commissione di studio, era stata affondata,
prima della sua stessa formale presentazione, dal
fuoco incrociato della composita lobby pro-immigrati,
ben rappresentata nel seno stesso della commissione, e
delle forze politiche, di maggioranza e opposizione,
orientate a un maggior rigore).
La legge Turco – Napolitano, a detta dei suoi
proponenti, avrebbe dovuto prevedere sia delle
efficaci misure per l’integrazione degli immigrati, sia
dei seri provvedimenti per contrastare l’immigrazione
clandestina (notevolmente accresciuta nel frattempo).
Ma le opposte resistenze emerse durante il suo iter
parlamentare hanno finito per svuotarla quasi di ogni
senso e poche sono state in effetti le sue vere novità
rispetto alla normativa precedente (come si può
evincere dal successivo Testo Unico, che ha
coordinato vigenti norme in materia). Di qualche
rilievo sono peraltro l’introduzione di una carta di
soggiorno permanente per gli immigrati regolari
residenti in Italia da almeno cinque anni, i permessi
semestrali per il lavoro stagionale (anche se
prevedibilmente destinati per lo più a non essere
rispettati, con creazione di nuova irregolarità), le
facilitazioni per l’esercizio del lavoro autonomo e
delle attività professionali, la semplificazione delle
procedure per i ricongiungimenti famigliari (che una
recente sentenza della Corte di Cassazione ha poi
esteso a catena) e il sostegno alle iniziative sociali e
culturali a favore degli immigrati. Poco incisive sono
invece le norme, pur formalmente più severe, contro
l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento degli
immigrati e ogni forma di discriminazione sociale.
L’inadeguatezza della legge su questo piano è, del
resto, platealmente emersa quasi subito, con la
confusa e contraddittoria risposta nell’estate seguente
ai nuovi sbarchi in massa di clandestini sulle coste
meridionali (internati per trenta giorni e poi
paradossalmente lasciati liberi di andare dove
volessero, nel caso in cui fossero riusciti a non farsi
identificare entro tale termine) e con il caotico avvìo
nell’autunno di un’ulteriore sanatoria (anche se non
più chiamata ufficialmente così per quel pedaggio
d’ipocrisia che il vizio talvolta paga alla virtù). La
sanatoria, a lungo ufficialmente negata, venne poi
ufficializzata agli inizi dell’anno seguente, quando già
erano diventati evidenti i suoi effetti di richiamo,
alimentati anche dalle irresponsabili dichiarazioni di
alcuni ministri e di altre autorità (fra cui lo stesso
presidente della Repubblica Scalfaro, che ebbe a
proclamare urbi et orbi, sul finire del 1999, che “le
porte spalancate sono un fatto di civiltà”).
Anche la nuova legge sulla cittadinanza (L. n.
91/1992), approvata qualche anno prima, ha
rappresentato un compromesso non sempre felice fra
le aperture all’integrazione e la tendenza a un maggior
rigore. Pur riconfermando il tradizionale principio
dell’attribuzione della cittadinanza per jus sanguinis,
tale legge ha infatti previsto delle significative
agevolazioni per l’acquisizione della cittadinanza
italiana da parte di alcune categorie di stranieri
(discendenti di ex-cittadini italiani, coniugi di cittadini
italiani, giovani nati in Italia da genitori stranieri), ma
ha introdotto altresì una discutibile discriminazione
fra i cittadini della Comunità europea e quelli degli
altri Paesi. Il requisito della residenza legale, che in
precedenza era di cinque anni per tutti, è stato ridotto
a quattro per i primi e aumentato a dieci per i secondi.
Esistono peraltro delle proposte di legge per una
nuova modifica della normativa sulla cittadinanza, che
dovrebbe superare la distinzione citata, facilitare le
naturalizzazioni ed estendere l’ambito di applicabilità
dello jus loci.
Per i suoi riflessi indiretti sulla condizione degli
immigrati, va ricordata anche la legge n. 205/1993,
che (integrando la precedente legge di ratifica della
Convenzione di New York del 1966 sull’eliminazione
di ogni forma di discriminazione razziale) ha istituito
una specifica repressione penale per gli atti di
discriminazione o provocazione razziale, etnica,
nazionale o religiosa, l’incitamento a commetterli e la
diffusione di idee relative alla superiorità o
all’inferiorità di un qualsiasi gruppo etnico o razziale.
A grandi linee, l’Italia sembra dunque muoversi, sia
pur con difficoltà e contraddizioni, in sintonia con gli
altri Paesi europei, dove, dopo la crisi dei grandi
progetti sociali di un tempo, si cerca ora di
fronteggiare i problemi effettivamente esistenti con
maggior realismo e senso pratico.
Ciò contrasta però col dibattito in corso nel Paese, che
è invece ancora caratterizzato dal prevalere di astratte
posizioni ideologiche (cfr. Furcht, 1993, Melotti, 1994
e 2000a).
Nel corso degli anni ’80 in Italia era stata proposta dai
primi studiosi dell’immigrazione un’“integrazione
sociale con salvaguardia dell’identità culturale” degli
immigrati (Melotti, 1985). Successivamente, però,
altri autori svilupparono in termini ingenui e
discutibili, anche se generosi, l’idea di una non meglio
definita “società multiculturale” che avrebbe dovuto
risolvere, come per incanto, tutti i problemi in
presenza (Ferrarotti, 1988, Macioti, 1991, Ghirelli,
1991). Né sono mancati coloro che, chiudendo gli
occhi di fronte alla realtà, sono giunti a imputare tutte
le difficoltà causate da un’immigrazione consistente e
mal gestita al “razzismo degli italiani”, per utilizzare
una formula che, per la verità, era stata inventata non
dagli studiosi, ma da alcuni disinvolti giornalisti,
propensi a épater les bourgeois anche per mediocri
motivi di cassetta (si veda, in particolare, Bocca,
1988, e Lerner, 1988, su cui, criticamente, Melotti,
1991 e 1993).
Ciò ha fatto sì che anche alcuni studiosi finissero per
interrogarsi più sul razzismo che non
sull’immigrazione, che era, ed è, il vero problema,
anche se degli episodi di razzismo anche gravi in
Italia sono mancati. Per di più questi autori (cfr., ad
esempio, Balbo e Manconi, 1989) hanno ripreso
pedissequamente, dalle elaborazioni francesi, dei
concetti e delle argomentazioni non solo
estremamente discutibili, ma fuorvianti e, in ogni
caso, non rispondenti alla situazione italiana (mi
riferisco, in particolare, alle elaborazioni sul
cosiddetto “razzismo culturale”, che confondono
indebitamente razzismo, etnocentrismo e
culturocentrismo, e quelle sul cosiddetto “razzismo
differenzialista”, che scontano l’originaria
formulazione nel contesto francese con un implicito
riferimento e un’acritica adesione al vecchio “modello
repubblicano d’integrazione” sopra sintetizzato).
Recentemente si è diffuso anche fra gli studiosi un
maggiore spirito critico ed è emersa la consapevolezza
che giovano più le misure concrete e responsabili che
non le fughe in avanti e le astratte e settarie
contrapposizioni ideologiche (Melotti, 1992, Zincone,
1994, Bolaffi, 1995).
Eppure ciò ancora non basta. Per fronteggiare al
livello dovuto la sfida costituita dalle nuove
immigrazioni è necessario elaborare un nuovo
progetto sociale globale, anche se sulla scena europea
non esistono più (ammesso che siano mai esistiti in
passato) dei validi modelli cui riferirsi.
Il passaggio a una società multirazziale, multietnica,
multiculturale, multilinguistica e multireligiosa è
inevitabile sul lungo periodo, ma non rappresenta
certo di per sé una soluzione ai problemi esistenti, che
in questo processo potrebbero anzi addirittura
aggravarsi (Melotti, 1992, 2000a). Per una transizione
positiva si richiedono delle trasformazioni profonde,
sia a livello strutturale, sia a livello culturale. Per ciò
che concerne la risposta politica, occorre innanzi tutto
la definizione di un nuovo rapporto fra Stato e società
civile, cittadinanza e nazionalità, cultura e
organizzazione sociale. Più in particolare, occorre la
definizione di una nuova cittadinanza europea,
articolata a tre diversi livelli: locale, statale e
sovrannazionale: un terreno su cui tutti i Paesi europei
dovranno misurarsi, superando i limiti posti dalle loro
attuali culture politiche (Melotti, 2000b).

L’immigrazione e la cultura politica italiana

Alla luce di quanto si è detto, converrà richiamare, sia


pur in estrema sintesi, qualche aspetto della cultura
politica italiana che ha esercitato, esercita e sembra
destinato a esercitare ancora per parecchio tempo una
significativa influenza sulle gestione italiana
dell’immigrazione. Le difficoltà riscontrate per
l’elaborazione in Italia di un progetto sociale globale
per l’integrazione degli immigrati dipendono infatti
non solo dalle specifiche caratteristiche che
l’immigrazione ha assunto in Italia (anche se è ben
vero che qui è prevalsa, come si è detto,
un’immigrazione non cercata, ma subìta, che ha dato
luogo a situazioni di continua precarietà e a ricorrenti
emergenze). Dipendono anche da alcune
caratteristiche della cultura politica italiana e, più in
particolare, dal suo ambiguo e contraddittorio
concetto di “nazione” (un concetto con cui ogni
discorso sull’integrazione di immigrati “stranieri”
deve almeno implicitamente misurarsi).
Gioverà ricordare, innanzi tutto, che l’idea italiana di
nazione ondeggia fra quella romantica, di tipo
tedesco, e quella illuministica, di tipo francese. La
prima, che ha ispirato gran parte degli stessi
movimenti risorgimentali ed è riemersa poi, in forma
degradata e deteriorata, in questo secolo, nelle
elaborazioni del fascismo (che da ultimo riprese dal
contesto tedesco anche le impostazioni razziste del
nazismo), alimenta diffidenze e paure. La seconda, già
presente in alcune delle più significative figure del
pensiero ottocentesco e novecentesco, ha ispirato, e
ispira, da quando in Italia è iniziata l’immigrazione,
sia certe malcelate velleità “assimilazioniste”, diffuse
anche a livello di senso comune, sia certe disinvolte
aperture “cosmopolite”, che di recente, sotto altre
influenze, provenienti per lo più dal mondo
anglosassone, hanno finito a volte per dar vita a un
retorico e pasticciato “multiculturalismo” di maniera:
una fuga in avanti che non risolve i problemi, ma li
nega (cfr. Melotti, 2000a).
Peraltro in Italia il sentimento nazionale è assai
più debole che in tutti gli altri Paesi dell’Europa
occidentale, come alcune recenti ricerche hanno
documentato. I motivi sono vari e numerosi. Fra
questi, vale la pena di ricordare, in particolare, che
tale sentimento — così come lo stesso senso dello
Stato, per riprendere l’espressione cara ai vecchi
liberali, o la «religione civile» (Tullio-Altan, 1995a,
1995b, Rusconi, 1999), per dirla altrimenti — ha
subìto, e subisce, gli effetti di un duplice attacco. Qui,
più che altrove, hanno infatti pesato, e pesano, sia gli
orientamenti “ecumenici” della religione che non a
caso si definisce “cattolica” (cioè universale), sia gli
orientamenti “internazionalisti” di una certa sinistra,
di pur varia e mutevole ispirazione. Gioverà
ricordarne alcuni motti: “La mia patria è il mondo
intero” (degli anarchici di fine secolo); “Il proletariato
non ha patria” (dei socialisti anche riformisti); “Noi
faremo come la Russia” (dei socialisti massimalisti,
prima, e dei comunisti, poi, che fecero a lungo
riferimento a questa idealizzata Patria straniera,
nonostante la “via nazionale al socialismo” poi anche
formalmente teorizzata da alcuni dei loro principali
leaders). È una tradizione che, nonostante tutte le dure
repliche della storia, in qualche misura continua a
condizionare gli attuali partiti post-comunisti e neo-
comunisti, pur da tempo al governo.
Sulla situazione italiana pesa, del resto, anche un
particolare retaggio storico. Innanzi tutto lo Stato
nazionale italiano si è costituito assai tardivamente (in
Europa occidentale dopo tutti gli altri, a eccezione
della sola Germania, se si considera la data della sua
proclamazione ufficiale, ma anche dopo quest’ultima,
se non si dimenticano le due importanti regioni del
Nord Est, il Trentino e la Venezia Giulia, “redente”
solo al termine della prima guerra mondiale). Per di
più la sua formazione avvenne senza (e in buona parte
contro) le masse popolari: sia quelle per lo più
borboniche e sanfediste del Sud, sia quelle
prevalentemente cattoliche e socialiste del Centro e
del Nord, per tacere di quelle, meno numerose, ma
diffuse in tutto il Paese, di orientamento anarchico e
libertario, ovviamente refrattarie a ogni tipo di autorità
statuale, nazionale o non nazionale che fosse. La
“nazionalizzazione delle masse” (Mosse, 1974),
rimaste a lungo estranee a tale Stato, cominciò solo
con la prima guerra mondiale (e in forma tutt’altro che
indolore) e fu poi caparbiamente perseguita dal
fascismo, ma in forme contraddittorie e
controproducenti, anche per il carattere autoritario e
antipopolare di quel regime, che, nonostante il diffuso
consenso temporaneamente conseguito, finì per
rinsaldare le preesistenti diffidenze verso lo Stato. Né
va enfatizzato oltre modo, secondo i dettami di una
certa storiografia apologetica, che solo di recente ha
cominciato a lasciare il campo a più critici
atteggiamenti, il contributo dato a quel processo dalla
Resistenza, che in Italia fu del resto combattuta
(diversamente che in Francia e in altri Paesi) con
motivazioni più sociali e politiche che non nazionali.
Né maggiore fu il contributo della cosiddetta “prima
Repubblica”, divisa in opposte subculture
egemonizzate da forze politiche che facevano
riferimento ai due blocchi della guerra fredda e, dopo
quella fase, miseramente naufragata negli intrighi dei
partiti e delle loro correnti e nelle tempeste di
tangentopoli. Orbene, una nazione debole e con uno
scarso senso dello Stato difficilmente può perseguire
una politica d’integrazione forte, tanto più in
un’incerta fase di crisi e di transizione, come l’attuale.
La carenza di un vero progetto sociale globale nel
senso sopra precisato ha lasciato spazio a molte
iniziative confuse. Invece di una ben definita politica
d’integrazione, si è avuto lo strabordare
dell’assistenzialismo spicciolo di matrice cattolica,
che, nella latitanza delle istituzioni, ha finito per
assolvere un’indebita funzione di supplenza, specie
per ciò che concerne la gestione della componente
irregolare dell’immigrazione, a lungo maggioritaria e
tuttora assai consistente. D’altra parte lo Stato,
incapace di far rispettare le sue stesse leggi, ha
lasciato che si creasse sul territorio un pressoché
inestricabile cumulo di problemi – sociali e di ordine
pubblico – che rende oggi ben difficile affrontare
criticamente la situazione e formulare delle plausibili
indicazioni per l’avvenire.
Ciò ha purtroppo alimentato due opposti
estremismi: quello, almeno tendenzialmente
xenofobo, di chi predica una drastica chiusura delle
frontiere e l’espulsione in massa degli immigrati e
quello, astrattamente xenofilo, di chi, chiudendo
entrambi gli occhi su una realtà per più aspetti
inquietante, inneggia irresponsabilmente alle
meraviglie dell’“incontro con l’altro” e alle
“magnifiche sorti e progressive” che sarebbero
dischiuse dalla cosiddetta “società multiculturale” in
formazione. Ma di ciò ho già avuto occasione di
parlare diffusamente altrove (cfr. Melotti, 1994a,
1999, 2000a) e non mi ripeterò qui.
Va sottolineato, per contro, che, in contrasto con
quanto era stato affrettatamente sostenuti da alcuni dei
primi osservatori del fenomeno, gli atteggiamenti
apertamente razzisti hanno trovato ben poco spazio in
Italia, tanto nelle forze politiche quanto nell’opinione
pubblica (cfr. Melotti, 1991, e Sniderman et al., 1995),
nonostante le sempre più diffuse resistenze a
un’immigrazione mal controllata, che è
obiettivamente diventata una delle principali cause
d’insicurezza e di aggravamento della criminalità
(Barbagli, 1998).
L’idea italiana di nazione, per quanto contraddittoria,
può essere però anche un’importante risorsa. Converrà
pertanto riprendere e approfondire il discorso sopra
accennato.
L’idea italiana di nazione presenta in effetti una
sua originalità, anche se può sembrare a tutta prima
solo il risultato di una mediazione eclettica fra le
istanze “particolaristiche” del romanticismo (che
trovarono la loro prima e più alta espressione nelle
elaborazioni di Herder, Schlegel e Fichte) e le
aspirazioni “universalistiche” dell’illuminismo (che in
Italia conobbe significativi sviluppi, soprattutto in
alcune città, come Milano e Napoli, ove più marcata
fu l’influenza francese). In ogni caso, l’idea italiana di
nazione, pur partendo dal richiamo romantico al
sangue e alla terra (come nell’emblematica
invocazione manzoniana alla patria “una d’arme, di
lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor”),
trascese ben presto l’impostazione etnico-culturale
implicita in una visione siffatta grazie a
un’interpretazione della nazione intesa come un
vincolo di solidarietà suscettibile di aprirsi agli altri.
Esemplare in proposito fu l’elaborazione di
Giuseppe Mazzini, il riconosciuto apostolo del
“principio di nazionalità”. Questi, pur enfatizzando
forse più di ogni altro personaggio del Risorgimento
l’importanza della nazione, la configurò sempre come
un momento intermedio fra gli individui e l’umanità,
che restò per lui il punto di riferimento più alto (dopo
quello a un Dio peraltro più astrattamente invocato,
nel noto binomio col popolo, che non effettivamente
assunto a orientamento del pensiero e dell’azione).
Ciò gli rendeva del tutto inconcepibile la
giustificazione, in nome dell’interesse nazionale, di
qualsiasi prevaricazione dei diritti altrui (sia di singoli
individui, sia di altri popoli), che è invece sin troppo
frequente in quei teorici della nazione che si
richiamano a motivi particolaristici (del tipo di quelli
icasticamente evocati dall’ormai proverbiale
espressione anglosassone Right or wrong, my country
o dall’affermazione tedesca, poi diventata sinistra
nella stessa Germania, Deutschland über alles).
Di quest’apertura universalistica dell’idea di
nazione del Mazzini costituisce una prova anche la
fondazione, da parte sua, della «Giovine Europa»,
subito dopo quella della «Giovine Italia» (la sua
associazione per l’indipendenza, l’unità e il
rinnovamento repubblicano del Paese). A ciò si
aggiunga l’impegno per la libertà degli altri popoli
testimoniato da tanti patrioti da lui ispirati o
influenzati, fra cui lo stesso Garibaldi, che, dopo le
sue ben note battaglie per la libertà di alcune
popolazioni dell’America del Sud, impugnò le armi
anche in difesa della Francia (pur intervenuta in
precedenza a stroncare la Repubblica romana a lui sì
cara). Ciò conferma che l’idea della nazione del
Mazzini e dei mazziniani (sempre coniugata a quella
della libertà, così come del resto quella di tutte le altre
grandi figure del Risorgimento, dal Cattaneo al
Cavour) esprimeva più la tensione verso un avvenire
da costruire in spirito di solidarietà con gli altri popoli
che un ripiegamento su un mitico passato di
primordiali purezze da tutelare contro ogni possibile
contaminazione (come nel caso delle elaborazioni non
solo a quel tempo dominanti in Svizzera e Germania).
L’originalità della concezione italiana della
nazione emerge anche in autori più attenti alle
formulazioni giuridico-istituzionali. Fra questi merita
una particolare menzione Pasquale Stanislao Mancini
(1851), il maggior teorico italiano dei diritti delle
nazionalità. Questi, trent’anni prima di Renan, mise in
luce l’insufficienza dei tradizionali elementi oggettivi,
a quel tempo da molti ancora ritenuti costitutivi delle
nazioni, e sottolineò l’importanza fondativa di un
elemento soggettivo, la “coscienza della nazionalità”,
intesa quale sentimento di appartenenza a un’unità
politica.
Alla concezione della nazione del Mancini — in
Italia a lungo dominante, con l’unica significativa
eccezione del Crispi e di alcuni esponenti della
sinistra storica — si riallaccia anche l’idea che si
potessero “fare gli Italiani”, per riprendere la celebre
frase attribuita al D’Azeglio (che del resto
riecheggiava i contemporanei detti transalpini secondo
cui era ormai giunto il momento di “trasformare i
contadini in francesi”).
Peraltro, in almeno apparente contrasto con tale
concezione, per ciò che concerne la cittadinanza la
legislazione italiana ha sempre privilegiato lo jus
sanguinis. Va detto però che nel caso italiano
quest’impostazione — ispirata altrove, in molti casi, a
un orientamento da Herrenvolk, propenso a difendere i
propri privilegi escludendo dagli specifici diritti di
cittadinanza i non appartenenti al preteso “popolo dei
signori”, come appare sin troppo chiaramente in certe
elaborazioni tedesche — in Italia esprimeva
soprattutto una preoccupazione da “grande proletaria”
(per riprendere la pur retorica definizione del nostro
Paese data dal Pascoli): quella di mantenere un
legame almeno formale con i suoi cittadini emigrati
all’estero e i loro figli nati là. Va ricordato in proposito
che nel suo primo secolo di esistenza come Stato
nazionale (1861-1961) l’Italia ha conosciuto
un’emigrazione di 26 milioni di persone, pari alla sua
intera popolazione del 1861 (l’anno della
proclamazione della sua unità) e a poco meno della
metà della sua popolazione attuale. Del resto, anche le
norme della prima specifica legge sull’immigrazione
straniera in Italia (1986), così come quelle delle due
leggi successive (1990 e 1998), rivelano in modo
evidente, come si è detto, la preoccupazione di
assicurare agli immigrati proprio quei diritti che
l’Italia aveva a lungo rivendicato per i suoi emigrati.
La contrapposizione fra Italia e Germania non va
però esagerata. In effetti anche l’Impero tedesco negli
anni precedenti la prima guerra mondiale, pur
ricevendo già una consistente immigrazione dall’Est,
era un grande Paese di emigrazione (verso le
Americhe e verso l’Europa occidentale) e una
preoccupazione simile a quella dell’Italia non fu certo
estranea alla formalizzazione dello jus sanguinis
introdotta dalla sua legge sulla cittadinanza del 1913.
Per contro, in Italia avevano allora già cominciato a
prendere piede degli orientamenti etnocentrici e
razzisti, anche in relazione con gli sviluppi della sua
pur tardiva e miseranda politica coloniale.
In effetti la deriva in senso illiberale dell’idea di
nazione era cominciata sin dagli ultimi decenni
dell’Ottocento, con i governi della sinistra storica.
Ben presto però si estese ad altri ambienti, compresi
quelli di orientamento liberale, che, pur prendendo le
distanze dai peggiori eccessi del nazionalismo
attivista, troppo concessero, in nome del “realismo
politico”, a un’ambigua irrisione delle “alcinesche
seduzioni della dea Giustizia e della dea Umanità”
(secondo la ben nota formulazione del Croce, 1917).
La degenerazione fu ancora più evidente nelle varie
correnti dell’“interventismo” prebellico, non escluse
quelle di dichiarato orientamento democratico. Il
regime fascista aggravò poi ancora la situazione, sia
sul piano pratico (con un ricorso sistematico alla
peggior retorica nazionalista per giustificare le più
stolide iniziative in Italia e all’estero), sia sul piano
teorico (con la pretesa di rappresentare la “comunità
nazionale”, concepita come un aggregato organico di
popolo e Stato, provvidenzialmente guidato dal Duce
e inquadrato dal Partito nazionale fascista e dalle sue
varie organizzazioni di massa). A ciò si aggiunga il già
ricordato sbocco razzista di tutta la sua costruzione
teorica.
Forse anche per questo nel secondo dopoguerra in
Italia di nazione si è parlato poco, nonostante la
rifondazione teorica e pratica che a giudizio di taluni
ne sarebbe stata operata dalla Resistenza. Lo stesso
aggettivo «nazionale», percepito come squalificato
epiteto nostalgico, divenne oggetto di diffidenza, se
non di disprezzo, e fu utilizzato quasi solo da alcuni
partiti e movimenti di destra. Gli altri partiti
preferirono definirsi “italiani” o evitarono addirittura
qualsiasi riferimento anche indirettamente nazionale.
A questa diffusa diffidenza si è aggiunta negli
ultimi anni anche un’inattesa contestazione frontale
dello Stato nazionale unitario, che ha peraltro ripreso
alcuni motivi della “questione settentrionale”, già
profilatasi negli ultimi decenni del secolo scorso. Fu
allora, in effetti, che nel Nord si parlò per la prima
volta di secessione, in seguito al crescente contrasto
fra quella componente, per lo più insediata nelle
regioni settentrionali, che si percepiva come il “Paese
produttivo”, perché fattivamente impegnata nelle
attività industriali e commerciali, e quella componente
che la prima considerava come il “Paese
improduttivo”, cioè la “burocrazia romana”, costituita
in crescente misura da quadri immigrati dal Sud, con
una conseguente “meridionalizzazione” delle
istituzioni.
Fra gli anni ’80 e gli anni ’90, anche per reazione
al cattivo governo (esasperante centralismo,
inefficiente burocratismo, impudente corruzione,
esagerata pressione fiscale), nelle regioni
settentrionali si è infatti sviluppato con imprevedibile
rapidità un movimento dal dichiarato carattere
“etnodemocratico”, che, dalle iniziali posizioni
autonomiste e federaliste, è approdato, almeno per
qualche anno, a un aperto secessionismo, non
risparmiandosi neanche il rito grottesco della
fondazione di una nuova unità politica, la Padania,
concepita come una nazione indipendente in attesa
solo di un suo riconoscimento formale. L’espressione
politica di tale movimento, la Lega Nord, fra il 1994 e
il 1996 (prima della sua deriva secessionista, ma
quando era ormai più che evidente la sua netta
contrapposizione allo Stato unitario), è arrivata ad
essere la prima formazione politica per numero di
eletti al Parlamento italiano e ha potuto esprimere per
una legislatura la presidente della Camera dei deputati
e per sette mesi un vice-presidente del Consiglio con
la responsabilità specifica del ministero dell’Interno e
altri importanti ministri e sottosegretari: una
situazione senza precedenti in nessun altro Paese del
mondo.
Con tutto ciò l’idea italiana di nazione resta
ancora relativamente aperta. L’Italia può inoltre
contare su un’altra importante risorsa per arrivare a
formulare un suo originale modello d’integrazione
sociale per gli immigrati: il suo straordinario retaggio
di civiltà, dovuto anche alla funzione di crogiuolo di
popoli e di culture diverse che la penisola ha svolto
nei secoli, anche malgrado sé stessa. L’apertura
universalistica, che, come ebbe a notare già Gramsci,
caratterizzò in passato tanti intellettuali privi di un
loro Stato nazionale, potrebbe ora favorire
l’elaborazione di un progetto inteso a valorizzare la
capacità degli italiani di convivere e di dialogare con
gli altri e al tempo stesso di mantenere vivo un
particolare legame di solidarietà coi propri
concittadini emigrati altrove per scelta o necessità.
È una risorsa da non sprecare. Solo per questa via
si potrà infatti cercare di delineare — sia per gli
immigrati stranieri in Italia, sia per gli ancor più
numerosi emigrati italiani all’estero — una nuova
politica in grado di trasformare il caso italiano da
modello senza progetto a progetto senza modello.

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