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MarIo NEGrI

a crociera della Caird

La rotta impossibile di Shackleton fra Elephant Island e la South Georgia

Le immagini che corredano questo libretto sono state realizzate da Marta Muscariello, che si anche adoprata per la sua mise en page. Mi caro qui ringraziarla, unitamente a Manuela anelli ed Erika Notti, che a diverso titolo hanno, con la consueta disponibilit, contribuito al mio lavoro. (M.N.)

2012 Mario Negri 2012 per la presente edizione arcipelago Edizioni Via Pergolesi 12 20090 Trezzano sul Naviglio - Milano info@arcipelagoedizioni.com www.arcipelagoedizioni.com Prima edizione luglio 2012

ISBN 978-88-7695-474-0 Tutti i diritti riservati


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INdICE
9 PrESENTazIoNE Le cruces di Shackleton 13 INTroduzIoNE Il quadro storico 23 CaPIToLo 1 La determinazione della rotta e il punto-nave astronomico 29 CaPIToLo 11 La documentazione nautica e la strumentazione della James Caird 31 CaPIToLo 111 Timori (e terrori) meteorologici le scenae dramatis 43 CaPIToLo 1V Calcolare le rotte, centrare il bersaglio 52 aPPENdICE I calcoli in extenso 61 aPPENdICE 11 Qualche informazione sulla South Georgia, ricavate dallAntarctic Pilot (3.12 e ss.) 63 BIBLIoGrafIa

n ti difese Odisseo dal periglio

resentazione Le cruces di Shackleton

Sento, qui in limine, lobbligo di chiarire, oltre ogni possibile dubbio, lo spirito con cui mi accingo ad affrontare la materia che il lettore incontrer nelle pagine del libretto che qui presento. E il perch di questo termine che in filologia indica un punto dolente , crux, a proposito delle vicende antartiche di sir Ernest Henry Shackleton. Mai vorrei, infatti, che quel termine, e quanto scrivo, potessero suggerire, anche se solo fra le righe, come unambigua presa di distanza dalla veridicit del racconto delle vicende che hanno coinvolta la Spedizione Imperiale negli straordinari, terribili cinquecentoventidue giorni fra la partenza dellEndurance dalla South Georgia e il ritorno di Shackleton sullisola, rispettivamente il 5 dicembre 1914 e il 10 maggio 1916. Ne avevo letto, non pochi anni fa, grazie al libro di alfred Lansing, ndurance, e, da

allora, e subito, ho avvertito, accanto a unammirazione che, a mano che minoltravo nellargomento, arricchendolo di nuove letture, sempre pi cresceva, tuttavia anche, e non meno forte, il desiderio, vorrei dire lobbligo, di comprendere: di qui nato questo libro e, di qui, anche i suoi volontari accanto agli involontari limiti. di queste cruces ossia dei punti pi problematici dellavventura antartica di Shackleton le pi sfuggono alla mia capacit diretta di valutazione (n, per antico abito mentale, mai vorrei scrivere di ci che non so): per esempio, chiunque si sia interessato di storia della navigazione sa quanto lo scorbuto abbia infierito sulle navi impegnate nelle lunghe traversate oceaniche, decimandone lequipaggio, per la mancanza di vitamina C lacido ascorbico , derivante dallassenza, nella dieta dei marinai del tempo, di verdura e frutta fresca, come pure sugli esploratori delle terre estreme (lo stesso Shackleton ne era stato colpito nel corso della spedizione con Scott nel 1902, e la malattia si ripresent allesploratore inglese nella tragica vicenda del 1912). Come si detto, la Spedizione Imperiale ne fu invece immune (Shackleton 2009, p. 161). Poteva bastare la carne di foca (e di pinguino), che stata la base dellalimentazione di

Shackleton e dei suoi compagni per circa un anno e mezzo, a supplirvi? E poi: come mai, in condizioni tanto avverse, un solo caso di congelamento alle dita dei piedi? E ancora: il superamento della dorsale montuosa della South Georgia, privi comerano di attrezzatura alpinistica, a quote intorno ai 2000 metri ma alla latitudine di 54 S, non lontani dal circolo Polare, e in una stagione che oramai volgeva allautunno antartico, unaltra prova che ha dellincredibile: e la mia impressione, di profano della montagna, almeno a quei livelli, stata condivisa dalla guida della spedizione britannica che, ma soltanto nel 1955 e ovviamente in tuttaltre condizioni ha attraversate di nuovo quelle montagne gelide: Non so come abbiano fatto, salvo che dovevano farcela. Infine, la traversata da Elephant Island fino alla South Georgia e difficolt da non sottovalutare lo sbarco sulla sua costa, dirupata e inospitale. anche questa ha, a prima vista, tutte le caratteristiche di unimpresa impossibile. Tuttavia, in questo caso, potevo opporre allo stupore competenze e strumenti adeguati per seguirla passo a passo, e cos conoscerla intimamente, e valutarla. Ho cos ripercorsa, sulla carta e nei calcoli, la rotta meravigliosamente puntuale seguita

dalla James Caird; e lho seguita e non senza ansia nel suo esausto incrociare, in attesa di poter finalmente prender terra, lungo la costa occidentale della South Georgia, fra secche e ridossi, spesso in balia di venti irrisalibili. Non mi stato difficile immaginare la loro ansia di terra, e ammirare la forza danimo necessaria per allontanarsene. Come ho gi subito detto, non avevo dubbi prima ma, ora, credo di aver anche compreso, nel mio intimo e nella mia esperienza, come abbiano fatto. E so che ce lhanno fatta.
Poscritto Quando gi questo libro era in stampa, ho letta su Nautica (luglio 2012, p.16) la notizia della prossima impresa di Tim Jarvis che, accompagnato da sei uomini, salper nel gennaio 2013 da Elephant Island alla volta della South Georgia (per poi tentarne lattraversamento via terra). Limbarcazione di cui presentata una fotografia avr le stesse caratteristiche della James Caird, e la spedizione user la tecnologia, il cibo e le attrezzature dellepoca (penso dunque alla documentazione nautica e alla strumentazione, a partire dalla bussola e dal sestante). una prova in pi, questa, della fama oramai raggiunta dallimpresa straordinaria cui sono dedicate queste mie pagine.

Note aggiuntive Sui problemi dello scorbuto e dei suoi riflessi sulla storia della navigazione oceanica vd. p.es. fernndez-armesto (2008, pp. 320-4). Il problema dello scorbuto fu attentamente affrontato, e di fatto risolto, da James Cook (1994, I, pp. 123, 389, 426, 454, II, 86, 103, 132, 157, 176, 456, 476). Come ben noto, il nostro organismo ha persa la capacit di sintetizzare autonomamente lacido ascorbico, che deve in conseguenza essere assunto da una fonte esterna. oltre, in generale, ai vegetali freschi (in particolare agrumi, crauti ecc.), lacido ascorbico contenuto, ancorch in misura minore, nelle interiora di alcuni mammiferi (bovini, suini ecc.: Nelson-Cox 2010, pp. 126-7). Non ho trovate notizie concernenti le foche ma, evidentemente, anche questi animali devono aver potuto fornire il quantitativo di acido ascorbico che ha esorcizzata linsorgenza dello scorbuto in Shackleton e nei suoi compagni di avventura (a ben vedere, lo stesso problema, e forse la stessa soluzione, dovrebbe riguardare anche le popolazioni indigene dellestremo Nord). Vd., sulla questione ma non dirimente per il problema Huntford 2011, pp. 128-9;

Chichester 2001, pp. 24, 45-9; J. d. Walters in Bailey e Bailey 1976-89, p. 171. La spedizione britannica del 1955 era guidata da duncan Carse, cui si devono le parole, sobrie ed efficaci, citate nel testo (Lansing 1999, p. 281). Le mie competenze in materia di navigazione che ovviamente non sta a me giudicare sono quelle di un appassionato dilettante. Ben pi significativi sono gli strumenti cui alludo nel testo: in particolare l ntarctic ilot e le carte 3200, 3585, 3592, 3597, 4213 in proiezione di Mercatore dellammiragliato. delle strategie di calcolo analitico di rotte e distanze faccio cenno pi avanti.

Capitolo iii Timori (e terrori) meteorologici le scenae dramatis

...questo oceano australe spaventoso, e non solo la zona di Capo Horn. Basta osservare il mappamondo per vedere come mai queste onde non somiglino a quelle di un altro oceano; non c terra che spezzi la loro forza nel girotondo con cui spazzano il globo roteante. Ci spiega il tremendo mare lungo, anche nei giorni di calma. Non c nulla, inoltre, che rompa la forza del vento: cos descriveva le alte latitudini meridionali sir francis Chichester, mentre si avvicinava a Capo Horn (Chichester 1975, p. 224). delle condizioni che il navigante affronta in quel tratto di mare compreso fra lestremo S dellamerica meridionale e la punta estrema verso N dellantartide molto troppo si scritto, n vorrei aggiungere altre pagine indulgenti, per chi scrive e per chi legge, a quei sentimenti non del tutto nobili che mirabilmente descrivono alcuni celebri versi del De Rerum Natura. Mi limiter cos a ricordare che i venti impetuosi da ponente che ha dovuti affrontare la James Caird sono stati soprattutto i furious o Howling fifties, i Cinquanta urlanti, cos nominati dai marinai britannici per lurlo che producono al contatto con le sartie e con le vele; cos come ruggono i Quaranta (roaring forties) e stridono, ancora pi a Sud, i Sessanta (Shrieking Sixties). Probabilmente, se non fosse per Shackleton, nessuno, o quasi, almeno alle nostre latitudini, avrebbe mai sentito parlare di Elephant Island. Il lettore potr, in queste pagine, vederne la posizione sulla carta di quellarea sperduta del mondo e, se lo desiderer, trovarne ampie notizie come peraltro della ben pi importante, anche dal punto di vista antropico, South Georgia alle pp. 222-6 dellAntarctic Pilot (soprattutto dal ct marino). altrettanto, come si gi fatto cenno, vale per la South Georgia, che ampiamente e dettagliatamente trattata alle pp. 150-82 dello stesso Pilot.

Mentre, per, lIsola di Elephant non offre materia di particolare interesse al nostro racconto, la costa occidentale della South Georgia, raggiunta dopo lincredibile rotta di cui parleremo nel prossimo capitolo, oltre a rappresentarne il sospirato traguardo, ha rischiato di trasformarsi anche nel cimitero della Caird: e, non a caso, le pagine dei diari che descrivono lapprodo fortunoso nella Baia del re Haakon raccontano anche dellardimento e, del resto, della fortunosa sorte di approdare su di una costa sottovento, quasi sconosciuta, salvo le modeste informazioni deducibili dalla documentazione nautica a disposizione di Worsley, rocciosa e impervia, battuta dalle grandi onde venienti dallo Stretto di drake, senza nozione quasi dei fondali, su di una scialuppa modificata per dotarla di ponte, e con pochissima capacit di risalire il vento vento forte o di burrasca , senza luce per illuminare la bussola, senza strumenti con immenso coraggio, con straordinaria perizia. Questo fu lapprodo della James Caird sulla South Georgia il 10 maggio del 1916. Cos, anche forzando la successione degli eventi, proviamo a seguire, con la carta dettagliata della South Georgia sotto gli occhi, le vicende della Caird lungo la sua costa occidentale [figg. 6, 7]. Il piano di navigazione pensato da Shackleton o pi probabilmente da Worsley prevedeva, una volta raggiunta lestremit NW della South Georgia, di doppiarla passando fra Bird Island e le Willis Islands, attraverso lo Stretto di Stewart, largo circa 2 mg e, tenendosi a una certa distanza dalle coste, privo di insidie. Superatolo, con una rotta che potremmo stimare in circa 35, in modo da scapolare in franchia le secche di Elliott, la Caird avrebbe poi virato verso Est, per superare la Bird Island, e poi seguire la costa orientale della South Georgia fino a raggiungere la stazione baleniera di Leith Harbour, nella Stromness Bay, circa a met della costa orientale. avrebbero cos evitato lo stretto e non facile passaggio del Bird Sound fra Bird Island e Cape alexandra [figg. 8, 9, 10]. Tuttavia la Caird giunge pi a S di quanto previsto, di fronte al Capo demidov, circa 16 miglia nautiche a S dellestremit occidentale dellisola, che era, come sopra si visto, il loro obbiettivo originario. doveroso rilevare che si tratta di un risultato a dir poco mirabile, ma ne parleremo appresso. Qui invece torniamo alla situazione davvero pericolosa in cui si trovano Shackleton e i suoi compagni,

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al largo di una costa inospitale sottovento, e incerti su quale potesse essere il ridosso migliore: e cio la Baia del re Haakon, una decina di miglia lungo la costa verso S, ma possibilmente esposta ai venti dominanti di NW, oppure Wilson Harbour, invece verso N rispetto alla loro posizione, e quindi a un dipresso controvento, ancorch assai pi vicino. Non so quanti dei miei lettori abbiano provato a identificare un punto di atterraggio su di una costa sconosciuta, ma chi lha fatto ben sa che si tratta di un compito spesso non agevole, almeno in mancanza di una buona descrizione dei luoghi fatta dal portolano, e di inequivoci punti cospicui. dai dati in mio possesso, non credo che Worsley disponesse di un portolano di quelle acque (posto che gi allora esistesse), e infatti il riferimento sempre alle charts e mai al pilot. daltro canto, almeno a giudicare da quanto ne leggo sul Pilot invece a mia disposizione, il Capo demidov non privo di caratteristiche che lo dovrebbero rendere ben identificabile: ma, ancora mi chiedo, che dati aveva in mano Worsley in quella giornata nuvolosa? Cos si misero alla cappa per attendere la luce del giorno successivo. Il quale avrebbe potuto anche segnare la fine dellimpresa, e la loro morte. durante la notte, la James Caird era scaduta verso SSE evidentemente spinta dal vento di NW che aveva principiato a montare quando si trovavano di fronte al Capo demidov, e che aveva impedito loro di risalire verso il miglior ridosso di Wilson Harbour , cio lungo la direzione della costa, allontanandosi in tal modo dal ridosso, cui miravano, della Baia del re Haakon. al mattino del 9 maggio valutarono un vento intorno ai 65 nodi, con onde di dodici metri, e visibilit ridottissima. a mezzogiorno il vento era virato da SW rinforzato quasi a 80 nodi (sulla scala Beaufort venti oltre i 64 nodi sono valutati di forza 12 uragano). Ma qui mi faccio da parte, e lascio la parola a colui a cui Shackleton si rivolgeva chiamandolo skipper: allalba del 9 maggio eravamo sballottati dalle onde, in un terribile mare incrociato, con cavalloni torreggianti da ponente che, sotto una furiosa tempesta occidentale, ci spingevano sotto la costa a mezzogiorno la tempesta aveva raggiunta forza di uragano, virando da SW, e ci stava gettando dritti su quella

costa irta di scogli. ogni volta che salivamo sulla cresta di una di quelle onde torreggianti, guardavamo con ansia sottovento, se mai ci fosse una barriera sconosciuta su cui ci saremmo schiantati, o su quella costa temibile. E fra di noi pregavamo: acqua, acqua per manovrare o che cambi il vento... alle due del pomeriggio, con sgomento, sono a ridosso della parte pi pericolosa e sconosciuta della costa, che Worsley identifica come mi si consentir qui di non tradurre the stretch between King Haakon Sound and annenkov Island (1999, p. 142-3). anche la mia carta n. 3597 South Georgia dellammiragliato chiosa larea di mare a N dellIsola di annenkov con lavvertenza inadequate Surveys (pur essendo aggiornata al 2011): ma non riesco a identificare quello che Worsley chiama King Haakon Sound, n ne trovo menzione nellAntarctic Pilot (pp. 181, 476). Se non si tratta di un errore (Sound per Bay), possibile che Worsley con quel nome alludesse allo spazio di mare compreso latamente fra la Baia del re Haakon e, ma pi di venti miglia a Sud del suo estremo meridionale, lIsola di annenkov, fra la quale e la costa si protende verso levante lo Hauge reef, per circa cinque miglia, a delimitare cos a ponente lo stretto passaggio non pi di tre miglia dellHauge Strait (di cui, e per quanto posso giudicare con piena ragione, Shackleton diffidava). In quelle condizioni che, non lo nego, anche fatico a immaginarmi, riuscirono a issare le vele, terzarolate, e, faticosamente, a guadagnare acqua verso SW, allontanandosi dalla costa. Ma ora il vento li schiacciava verso SE, dritti sullIsola di annenkov. Il racconto, qui, si fa, se non minganno, confuso quasi a rispecchiare nella memoria il caos di quelle drammatiche, lunghissime ore. fatto si che la scapolarono, tenendola sulla sinistra, quel tanto da superare anche linsidia dei banchi rocciosi fra cui Mislaid rock che contornano annenkov a ponente. Venne cos unaltra notte da passare al largo: e non difficile immaginarne langoscia. al mattino del 10 puntarono finalmente verso la Baia del re Haakon, ma, passato il mezzogiorno, il vento rifiut, volgendosi a Est, ed anche la marea si opponeva ai loro sforzi. Ma, al di l dellessere esausti, e terribilmente provati da unimpresa che ha del sovrumano, era la sete a rendere inaccettabile anche il solo pensiero di unaltra notte in mare. Cos, con lucida e disperata determinazione, prima a vela e nellultimo tratto a forza di remi, entrarono nella Baia e, finalmente, scesero a terra: era il pomeriggio del 10 maggio 1916 [fig. 11].

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Note aggiuntive

La letteratura sullo Stretto di drake e Capo Horn sterminata. Mi piace per, da studioso e in votis marinaio italiano almeno ricordare il bel volume Serafini 2004. La mia impressione sulla scarsa notoriet autonoma di Elephant Island corroborata dalla relativa voce di Wikipedia, che dedica una parte preponderante della succinta trattazione proprio alla vicenda di Shackleton, fornendo anche una cursoria traccia della rotta seguita dalla James Caird. Mentre i fifties e i Sixties appartengono al mondo delle esplorazioni e in tempi pi recenti delle circumnavigazioni sportive estreme (vd. p. es. Piccardi 2001, da cui tratta la fIG. 12, Neglia 2012), i roaring forties hanno giocato un ruolo di primaria importanza nellepopea della rotta dei clipper vd. Chichester 2001; per i vantaggi e i pericoli di latitudini maggiori pp. 108-12 : non a caso, credo, solo questi ultimi sono riportati con nominazione esplicita nello Ships Atlas (Map 2). a quelle latitudini che si svolta lepica impresa di Vito dumas [fig. 13].