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Nota

7 ottobre 2008
a cura di
Agostino Megale
Beniamino Lapadula
Riccardo Sanna

Modelli contrattuali e numeri a confronto

Premessa
La valutazione del modello proposto da Confindustria, come di qualsiasi altro modello di
relazioni industriali che cambi l’Accordo del 23 luglio 1993, parte da un presupposto
imprescindibile: il Protocollo del 23 luglio rappresenta “l’accordo costituente delle relazioni
industriali del nostro Paese” (G. Giugni) e venne realizzato all’insegna del risanamento
dell’economia italiana e dell’entrata nell’Unione europea; mentre, oggi, la priorità che dovrebbe
muovere la trattativa e, dunque, la formulazione di un nuovo accordo tra le parti sociali è la crescita
del sistema-paese, dopo anni di perdita di competitività e di produttività. Ad aggravare la situazione
e porre l’attenzione a livello europeo contribuisce la grave crisi – scaturita dagli Stati Uniti come
nel 1929 – che sta attraversando l’economia mondiale e che richiede una profonda riflessione,
certamente non limitata alla difesa degli interessi precostituiti. Insomma, l’interesse generale deve
tornare a rappresentare la stella polare delle parti.
Non esiste, quindi, accordo che possa essere istruito peggiorando i diritti dei lavoratori,
soprattutto con riferimento alla tutela del potere d’acquisto delle retribuzioni. A partire
dall’Accordo del 23 luglio, che stabilisce una tutela a livello nazionale del potere d’acquisto, si
devono trovare soluzioni innovative che allarghino ed estendano la contrattazione di secondo livello
per generare più produttività e più competitività del sistema di imprese, tenendo sempre presente
che sostenere i salari vuol dire produrre più ricchezza, poiché l’equilibrio e la crescita del sistema
sono strettamente connessi alla domanda interna (consumi e investimenti) e, perciò, al contributo
al PIL fornito dai redditi da lavoro.

Il modello proposto da Confindustria


Il modello conta un aspetto positivo – assunto anche nella Nota n. 08-4 del Centro Studi
Confindustria – relativo all’inflazione di riferimento: l’indicatore d’inflazione al netto della
componente energetica immaginato per il prossimo triennio si attesta mediamente al 2% a fronte di
un tasso d’inflazione programmata dell’1,5%. Non era mai stato registrato, d’altronde, uno
scostamento tra inflazione programmata (all’1,7%) e inflazione effettiva (prevista al 3,6%) come
nel 2008. Va rimarcato, però, che negli anni in cui si sono rilevati scostamenti dell’inflazione
effettiva da quella programmata, erano sempre anni in cui governava il centro-destra.
I punti di differenza del modello proposto da Confindustria dal Protocollo del 23 luglio 1993,
invece, sono essenzialmente quattro:

1
1. Il valore punto1 basato sui minimi tabellari (mediamente 15,74 euro) e, pertanto, tra il 10% e
il 30% più basso del valore punto attualmente adottato dalle categorie (mediamente 18 euro).
L’inflazione dell’ultimo periodo (2004-2008) mediamente si è attestata al 2,5%. Moltiplicando
infatti 18,00 euro per 2,5 punti di inflazione media annua per 12 mesi per 4 anni si ottiene un
incremento di 2.160 euro. Moltiplicando, invece, 15,74 euro per il 2,5 punti d’inflazione media
annua per 12 mesi per 4 anni la cifra si riduce a 1.889 euro (–271 euro). Per effetto del cumulo
della perdita di potere d’acquisto generata dal primo anno e trascinata nei successivi, la perdita
cumulata esclusivamente attribuibile ala riduzione del valore punto è di circa 951 euro.
2. L’indicatore di inflazione (IPCA)2 depurata della componente energia. Nel quinquennio
2004-2008 l’indice generale registra una crescita media annua del 2,5% e quello depurato
dell’energia del 2,1%. Questo significa un’ulteriore perdita cumulata di 406 euro.
3. Confindustria, inoltre, ha previsto nel modello proposto un recupero – anche annuale – di uno
“scostamento significativo”. Tale elemento lascia margini di perdita di potere d’acquisto in
base alla definizione di “significativo”, nonché delle modalità del recupero: ad esempio, se lo
scostamento fosse dello 0,3%, con un parametro ritenuto “significativo” di 0,4%, ciò
comporterebbe una perdita di 1,2 punti in quattro anni, ovvero 258 euro.
4. Oltre a non essere definita l’entità dello “scostamento significativo”, l’eventuale recupero è
stato contemplato solamente in rapporto all’inflazione depurata dell’energia registrata per
l’anno precedente e non quella effettiva, rilevata dall’indice generale: ad esempio, se
l’inflazione nel 2009 si dovesse confermare attorno al 3,2% e il rinnovo prendeva come
riferimento l’inflazione depurata dell’energia al 2,5%, lo scostamento dal 2,9% eventualmente
registrato a fine 2009 comporterebbe un recupero dello 0,4% e non del 0,7%.

Quanto appena esposto, può essere raffrontato con la dinamica effettiva delle retribuzioni
registrata dall’Istat tra il 2004 e il 2008 [Tabella 1], in cui l’applicazione del Protocollo del 23 luglio
1993 (con parametro di riferimento l’inflazione attesa) ha portato una crescita del potere d’acquisto
dei salari contrattuali di 2,1 punti in 5 anni. Se tornassimo indietro nel tempo ed applicassimo il
modello proposto da Confindustria, registreremmo una perdita cumulata di –2,2 punti, equivalente a
–1.357 euro:

Tabella 1 Protocollo 23 luglio 1993 Proposta Confindustria

Retr. Retr. Retr. Retr.


contrattuali IPCA contrattuali contrattuali IPCA contrattuali
nominali reali nominali reali
2004 2,8% 2,3% +0,5% 2,0% 2,3% –0,3%
2005 3,1% 2,2% +0,9% 1,8% 2,2% –0,5%
2006 2,8% 2,2% +0,6% 2,0% 2,2% –0,2%
2007 2,3% 2,0% +0,3% 2,0% 2,0% -
2008 3,4% 3,6% –0,2% 2,4% 3,6% –1,2%
Somma 14,4% 12,3% +2,1% 10,2% 12,3% –2,2%
Media 2,9% 2,5% +0,4% 2,0% 2,5% –0,5%

1
Il valore punto è il valore economico attribuito ad ogni punto di inflazione per determinare gli aumenti salariali
corrisposti ai lavoratori in occasione del rinnovo economico del CCNL, generalmente convenuto di comune accordo
tra le parti.
2
Tra il 2004 e il 2008 l’inflazione programmata (1,7) è 8 decimi di punto inferiore all’Inflazione armonizzata Ue
(IPCA=2,5), un indicatore che si dimostra puntuale e certamente non sovrastimato: mantenendosi, infatti, sempre
sotto l’indicatore dell’abbattimento dei consumi (Delatore dei consumi=2,6) non propaga inflazione.

2
Variazione reale
+443 € –674 €
delle retribuzioni

Variazione cumulata
reale delle +1.773 € –1.357 €
retribuzioni

L’analisi del Csc


Confindustria ritiene che l’applicazione del modello da loro proposto faccia guadagnare ai salari
dei lavoratori 2.503 euro in termini nominali, di cui 766 euro in termini reali. Con la Nota n. 08-4
del Csc (7 ottobre 2008), si afferma quanto segue:

A. È stata stimata una variazione dell’indice d’inflazione al netto dell’energia sostanzialmente


allineata alla variazione dell’indice generale dell’inflazione dal 2009 al 2011 [Tabella 2]
attorno mediamente al 2,0%, con uno scostamento solo nel primo anno di appena un decimale.
Seguendo queste previsioni, perciò, emerge una contraddizione nel voler utilizzare l’inflazione
depurata delle componente energetica se l’andamento di questa grandezza dovesse mostrarsi
meno rilevante di quanto registrato nel 2008. D’altra parte, nel lungo periodo oscillazioni
marcate della componente energia (come nel 2008) non giustificherebbero comunque il ricorso
ad un indice depurato dalle componenti inflazionistiche importate se la motivazione alla base di
tale scelta dovesse confermarsi la stessa enunciata nel 1993: le cosiddette ragioni di scambio
non possono giustificare un abbattimento del potere d’acquisto delle retribuzioni con la scusa di
non propagare inflazione, quando l’aumento dei costi dell’energia e delle altre commodities
investe tutta l’Europa, in cui il mercato ruota attorno alle stesse regole per tutti gli stati membri
e in cui vige la moneta unica.

IPCA totale IPCA - Energia IPCA totale IPCA - Energia


Tabella 2 (stima Ires) (stima Ires) (stima Csc) (stima Csc)

2009 3,2% 2,9% 2,3% 2,2%


2010 2,8% 2,5% 1,9% 1,9%
2011 2,3% 2,1% 2,0% 2,0%
Media 2,8% 2,5% 2,1% 2,0%
Totale 8,3% 7,5% 6,2% 6,1%

Bisogna ricordare, inoltre, che il problema della cosiddetta inflazione importata e, nello
specifico, dei costi dell’energia non può ricadere solo sui lavoratori e per ben due volte: secondo
i dati Eurostat (2007) il differenziale negativo di costo dell’energia tra l’Italia e gli altri paesi
dell’Area euro è del 45% per le famiglie e del 36% per le imprese. Questo significa che già
l’utilizzo dell’energia – tra abitazione e mezzi di trasporto – alle famiglie di lavoratori, a parità
di consumi, costa mediamente 2.000 euro in più ogni anno nei confronti delle famiglie tedesche
o francesi: secondo i dati Istat la spesa media mensile (2007) è pari a circa 2.480 euro, di cui il
4,7% per Combustibili ed energia elettrica e il 14,7% per Trasporti; tali spese incidono per il
9,4% sulla retribuzione media annua, ossia uno 0,3% per ogni punto di crescita della
retribuzione abbattuta dai soli costi energetici. La crescita dei prezzi al consumo dovuta alla

3
variazione della componente energetica sull’inflazione grava ulteriormente sul reddito dei
lavoratori (nel 2008 per un altro 0,3% ogni punto d’inflazione).

B. Si prevede una crescita media annua dell’1,8% delle retribuzioni contrattuali nel triennio 2009-
2011, una dinamica dunque ogni anno –0,9 punti inferiore alla crescita registrata nel periodo
1993-2007, in cui l’Istat ha rilevato un tasso medio annuo del 2,7%. Lo stesso differenziale,
infatti, calcolato sugli ultimi 5 anni, simulando il modello Confindustria [Tabella 1], portava una
perdita cumulata di potere d’acquisto di –1.357 euro tra il 2004 e il 2008.
Nello studio del Csc si è tenuto conto delle retribuzioni di fatto e non delle sole retribuzioni
contrattuali3, ipotizzando implicitamente una combinazione tra primo e secondo livello per
tutelare il potere d’acquisto. Sarebbe stato più corretto utilizzare le retribuzioni contrattuali per
quantificare l’aumento da CCNL, ma è stata presa come riferimento la retribuzioni di fatto della
Contabilità nazionale Istat, stimata a 26.678 euro nel 2008.
Simulando, allora, il modello Confindustria per la sola crescita del potere d’acquisto della
retribuzioni contrattuali secondo la nostra previsione di inflazione 4 [Tabella 3] – con il
combinato disposto della riduzione del valore punto e della depurazione dell’inflazione della
componente energia e del mancato recupero degli scostamenti dall’inflazione effettiva – il
risultato su una retribuzione media annua contrattuale (2008) di 22.186 euro sarebbe negativo
con una perdita cumulata di –1.417 euro nel triennio 2008-2011 (con una crescita nominale di
soli 1.242 euro e non 1.829 come dovrebbe essere e come sarebbe stata con la proposta Cgil):

Retr. contrattuali Retr. contrattuali


Tabella 3 nominali
IPCA
reali
2009 2,0% 3,2% –1,2%
2010 1,7% 2,8% –1,1%
2011 1,8% 2,3% –0,5%
Somma 5,5% 8,2% –2,7%
Media 1,8% 2,7% –0,9%
Variazione nominale delle retribuzioni 1.242 €

Deflazione delle retribuzioni 1.829 €

Variazione reale a regime –587 €

Variazione cumulata reale delle


–1.417 €
retribuzioni

Anche utilizzando la stima d’inflazione (IPCA totale) di Confindustria [Tabella 3], la perdita
cumulata sarebbe di –346 euro euro (con una crescita nominale di soli 1.242 euro e non 1.376
come dovrebbe essere e come sarebbe stata con la proposta Cgil):

3
La retribuzione media annua contrattuale registrata dall’Istat è pari a 21.456 euro nel 2007 e, secondo le stesse
previsioni Istat di aumento a dicembre 2008, pari a 22.186 euro quest’anno.
4
Secondo le evoluzioni dei futures (costo del petrolio $/barile) e dei fondamentali dell’economia legati ai nuovi
sviluppi del mercato finanziario e delle possibili ricadute sulla cosiddetta economia reale.

4
Retr. contrattuali Retr. contrattuali
Tabella 4 nominali
IPCA
reali
2009 2,0% 2,3% –0,3%
2010 1,7% 1,9% –0,2%
2011 1,8% 2,0% –0,2%
Somma 5,5% 6,3% –0,8%
Media 1,8% 2,1% –0,3%
Variazione nominale delle retribuzioni 1.242 €

Deflazione delle retribuzioni 1.376 €

Variazione reale a regime –133 €

Variazione cumulata reale delle


–346 €
retribuzioni

C. In ogni caso, per ottenere i 766 euro di crescita reale delle retribuzioni di fatto è stata contata da
Confindustria una crescita della produttività redistribuita al lavoro del 2,7% nel triennio
2009-2011 (circa uno 0,9% medio annuo).
Se applicassimo quella redistribuzione della produttività al modello attuale [Tabella 5],
scommettendo sul secondo livello, con la previsione d’inflazione dell’Ires-Cgil, otterremmo una
crescita cumulata delle retribuzioni reali (oltre l’inflazione) nel periodo 2009-2011 di 1.528
euro, che se sommati ai 1.829 di deflazione porterebbero un risultato di 3.357 euro 5:

Retr. di fatto Retr. di fatto


Tabella 5 nominali
IPCA
reali
2009 4,1% 3,2% +0,9%
2010 3,7% 2,8% +0,9%
2011 3,2% 2,3% +0,9%
Somma 10,9% 8,2% +2,7%
Media 3,6% 2,7% +0,9%
Variazione nominale delle retribuzioni 2.428 €

Deflazione delle retribuzioni 1.829 €

Variazione reale a regime +599 €


Variazione cumulata reale delle
+1.528 €
retribuzioni

Sempre applicando la redistribuzione della produttività di 0,9 punti ogni anno al modello attuale
[Tabella 6], con la previsione d’inflazione del Csc, otterremmo una crescita cumulata delle

5
Se utilizzassimo la retribuzione media annua di fatto (26.678 euro nel 2008) stimata dal Csc sulla base della
Contabilità nazionale Istat, infatti, la variazione nominale nel triennio considerato sarebbe di 2.920 euro a prezzi
correnti, l’equivalente dei 3.357 euro cumulati al 2011.

5
retribuzioni reali (oltre l’inflazione) nel periodo 2009-2011 di 1.257 euro, che se sommati ai
1.376 di deflazione porterebbero un risultato di 2.633 euro 6:

Retr. di fatto Retr. di fatto


Tabella 6 nominali
IPCA
reali
2009 3,2% 2,3% +0,9%
2010 2,8% 1,9% +0,9%
2011 2,9% 2,0% +0,9%
Somma 8,9% 6,2% +2,7%
Media 3,0% 2,1% +0,9%

Variazione nominale delle retribuzioni 1.975 €

Deflazione delle retribuzioni 1.376 €

Variazione reale a regime +599 €


Variazione cumulata reale delle
+1.257 €
retribuzioni

Conclusioni
In breve, anche se Confindustria sostiene che i salari nominali dovrebbero crescere da qui al
2011 di 2.503 euro, secondo le nostre stime dovrebbero crescere di 3.357 euro, con una differenza
di 854 euro, di cui 453 euro sulle sole retribuzioni da contratto nazionale.
Questo avendo sempre a mente che sui dati certi, relativi al passato (2004-2008), senza margini
di errori previsionali, si è registrata un aumento reale delle retribuzioni contrattuali di 443 euro a
fronte della perdita che sarebbe scaturita se applicato il modello Confindustria con –674 euro.
Quindi, considerato il mancato guadagno, la perdita sarebbe stata pari a –1.117 euro complessivi.

6
In questo caso, se utilizzassimo la retribuzione media annua di fatto (26.678 euro nel 2008) stimata dal Csc sulla base
della Contabilità nazionale Istat, la variazione nominale nel triennio considerato sarebbe di 2.374 euro a prezzi
correnti, l’equivalente dei 2.633 euro cumulati al 2011.