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Andrea CHITI-BATELLI Mazzini, precursore dell’idea di federazione europea?

Dicembre 1998

Andrea CHITI-BATELLI

MAZZINI,
PRECURSORE DELL’IDEA DI FEDERAZIONE EUROPEA?

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Andrea CHITI-BATELLI Mazzini, precursore dell’idea di federazione europea?
Dicembre 1998

Mancano studi ampi e approfonditi sull’europeismo di Mazzini

Habent sua fata libelli, afferma un detto latino assai noto. Lo stesso avviene, a quel che pare,
per i grandi movimenti storici e, in ogni caso, per il Risorgimento, una delle caratteristiche del quale
è quella di aver sempre suscitato l’interesse di storici britannici particolarmente avveduti che, da
Bolton King a Mack Smith, hanno dato contributi notevoli per far comprendere la vera natura del
movimento italiano di unità nazionale e delle sue diverse manifestazioni e per liberarlo dall’alone
agiografico di cui la storiografia italiana ha tendenza a circondarlo1.
Non si può dire lo stesso per il pensiero europeo di Mazzini: che ha avuto certo, anche questo,
il suo storico britannico di primo piano, nella persona di Gwilym Oswald Griffith, almeno se si deve
giudicare dal titolo del suo libro Mazzini, profeta di una nuova Europa. Ma in realtà questo autore
dedica soprattutto la sua opera, senza dubbio notevole, a chiarire, studiando la biografia di Mazzini,
le idee democratiche che quest’ultimo avrebbe voluto far trionfare nell’Europa intera, e molto poco,
invece, a cogliere il pensiero mazziniano sull’organizzazione futura del nostro continente2.
E anche un’altra opera inglese su Mazzini dovuta al già ricordato Bolton King3 non dedica
quasi nessuna attenzione al pensiero europeo del grande genovese4.
Vi è, è vero un opera, apparsa vari anni addietro in Francia, più specificamente dedicata a
Mazzini «federalista»: ma essa è molto più un esaltazione entusiastica che non un analisi critica ed
obiettiva, sì che la sua utilità è limitatissima5.
Pertanto, per avere lumi più precisi sul nostro tema è necessario ricorrere a due opere classi-
che di Gaetano Salvemini6 e di Alessandro Levi7, e specie al primo fra loro; ma soprattutto a un vo-
lume più recente di Dante Visconti che, pur essendo dedicato allo studio dell’idea europea in tutto il
Risorgimento, e non solo a Mazzini, resta tuttavia lo studio forse più importante di questo aspetto

1
Dirò di Bolton King fra poco. Quanto a Mack Smith – autore alla moda in Italia per i suoi studi dissacranti sul Risor-
gimento – la sua iconoclastia non tocca Mazzini, a cui egli non ha dedicato,inizialmente, se non poche pagine, ma as-
sai equilibrate, nella sua antologia Il Risorgimento italiano, Bari, Laterza, 1968 (Mazzini, si legge alla p. 70, riteneva
che «la pace internazionale e l’indipendenza nazionale dovessero necessariamente andar congiunte»). Più recente-
mente egli ha dedicato a Mazzini un intero volume, di cui si dirà in bibliografia. – L’interesse degli storici inglesi,
d’altra parte, non si è arrestato al Risorgimento: da un lato Cecil J.S. Sprigge (The development of modern Italy, Yale
Univ. Press, 1944, tr. it., Storia politica dell’Italia moderna, Bologna, Capelli, 1963, 303 pp.); dall’altro lo stesso
Mack Smith (Italy. A modern history, Anna Arbor, The Univ. of Michigan Press, 1959, pp. VII, 508; tr. it. Bari, La-
terza, 1959) hanno dedicato opere notevoli alla storia italiana degli ultimi cento anni. Anche la storia di gran lunga
più importante e più completa della cosiddetta Repubblica Sociale fascista è dovuta a un autore britannico: Fr. W.
Deakin, The brutal friendship. Mussolini, Hitler and the fall of Italian fascism, Londra, Weidenfeld and Nicolson,
1962, (tr. it. Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1970, pp. XIII, 826).
2
L’originale dell’opera del Griffith si intitola Mazzini, prophet of modern Europe, London, Hodder and Stoughton,
1932. La traduzione italiana è stata pubblicata da Laterza, Bari, 1935. Lo stesso carattere biografico è proprio di un
altro volume interessante di Edith Hinkley, Mazzini. The story of a great Italian, Londra, Allen and Unwin, 1924,
287 pp. E fra queste figlie d’Albione italianizzanti deve ancora annoverarsi Jessie White Mario, La vita di Giuseppe
Mazzini, Milano, Sonzogno, 1886, 499 pp., che non è una storia stricto sensu, ma a cui dobbiamo molti ricordi im-
portanti sulla vita e l’attività di Mazzini.
3
Bolton King, Mazzini, Londra, Dent, 1902; tr. it. Mazzini, Firenze, Barbera, 1903, più volte ristampato. Si veda an-
che, dello stesso autore, The life of Mazzini, Londra, Dent, 1911.
4
Lo stesso è da dirsi di una delle opere tedesche più importanti sul nostro autore, dovuta a Richard Bichterich, Giu-
seppe Mazzini, der Prophet des neuen Italien, Berlino, 1937; tr. it. Milano, Garzanti, 1940.
5
Maria Dell’Isola e Georges Bourgin, Mazzini, promoteur de la République Italienne et pionnier de la Fédération eu-
ropéenne, Parigi, Rivière, 1956.
6
Gaetano Salvemini, Il pensiero religioso, politico, sociale di Giuseppe Mazzini, Messina, Trimarchi, 1905; nuova ed.
Mazzini, Catania, Battiati, 1915; tr. ingl., Giuseppe Mazzini, Londra, Cape, 1956.
7
Alessandro Levi, La filosofia politica di Giuseppe Mazzini, Bologna, Zanichelli, 1917 nuova ed. Napoli, Morano,
1967.
2
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del pensiero del nostro autore8: così come un saggio di Franco Della Peruta9 costituisce lo studio più
notevole sull’azione europea – quella della «Giovine Europa» – grazie alla quale Mazzini cercò di
realizzare quel pensiero10.
Last but not least, ricordiamo in questa bibliografia sommaria, che cercheremo di completare
alla fine, un saggio particolarmente notevole di Mario Albertini sulle idee sovrannazionali nel Ri-
sorgimento11 che, insieme alla sua opera più ampia sullo Stato nazionale12 – e, soprattutto, con uno
studio molto più breve, ma non meno importante, di Georges Goriély13 –, costituisce per noi il pun-
to di riferimento essenziale, la «pierre de touche federalista», che permette di pronunciare un giudi-
zio storico, nel senso profondo della parola – sul pensiero europeo di Mazzini14.

Perché Mazzini non è un federalista europeo

Fondandosi su tali studi, e sugli scritti più importanti di Mazzini in argomento15 si può affer-
mare, per quanto ciò possa sembrar paradossale, che un pensiero «europeo» (nel senso di una con-
vinzione della necessità di una unità sovrannazionale del continente, indispensabile a garantire un
ordine democratico, pacifico e stabile in Europa) non esiste nel pensatore genovese: e non esiste per
due ragioni fondamentali, ciascuna sufficiente a escluderlo.

1) La prima ragione è che Mazzini non era convinto – a differenza di altri pensatori del Ri-
sorgimento – che solo un ordine sovrastatale avrebbe potuto, anche allora, assicurare in modo per-
manente lo sviluppo e il progresso del Vecchio continente nell’ordine e nella giustizia. Mazzini
condivide invece in pieno l’illusione che era stata ed era propria dei liberali e degli economisti
«manchesteriani», e sarebbe stato anche quella dei socialisti di confessione marxista o «utopistica»,
che si può chiamar l’«illusione dell’omogeneità».
È solo l’esistenza di regimi capitalistici – afferma l’ultima versione, appunto quella socialista,
di tale illusione triforme, ma sostanzialmente una –; è solo l’esistenza di regimi capitalistici, dicevo,
che è la causa profonda e reale dei contrasti fra nazioni e delle guerre che ne derivano: una società
internazionale di Stati socialisti sarà, per definizione e necessariamente, pacifica.
Sono solo gli ostacoli al libero commercio – afferma la prima versione, di cui la versione so-
cialista, ad esempio in Marx, deriva direttamente – a causare questi contrasti: un’Europa liberista
sarà un’Europa in cui le cause stesse delle guerre saranno state eliminate in radice.
È solo l’Europa dei re, degli anciens régimes, dell’assolutismo – afferma la seconda versione,
quella democratica – è solo «l’Europa dei principi» che è per sua stessa natura bellicosa: l’Europa
repubblicana, «l’Europa dei popoli» – questa è la profonda convinzione di Mazzini – sarà

8
Dante Visconti, La concezione unitaria dell’Europa nel Risorgimento italiano, Milano, Francesco Vallardi, 1948.
9
Franco Della Peruta, Mazzini e la Giovine Europa, «Annali dell’Istituto Gian Giacomo Feltrinelli», 1962.
10
Invece, per quanto concerne la storia dell’influenza che l’idea europea ha avuto sui fatti, e non solo sulle idee, del Ri-
sorgimento, è particolarmente importante il vol. di Luigi Salvatorelli, La Rivoluzione Europea (1848-1849), Milano,
Rizzoli, 1949.
11
Mario Albertini, Il Risorgimento e l’unità Europea ( 1961), Napoli, Guida, 1979. Albertini dà nel suo saggio una bi-
bliografia assai vasta in argomento: si potranno trovarvi citati, accanto ad opere di Luigi Salvatorelli, studi importanti
sull’idea europea nell’Ottocento di F. Chabod, E. Curcio, C. Morandi, P. Renouvin, E. Rota, A. Saitta.
12
Mario Albertini, Lo Stato nazionale, Milano, Giuffrè, 1961.
13
Georges Goriély, Appunti sullo sviluppo del sentimento nazionale in Europa, Roma, Movimento Federalista Europeo,
1953. (Soltanto la versione italiana è completa; l’originale francese è apparso in quello stesso torno di tempo nella ri-
vista belga «Les Cahiers Socialistes»).
14
Tale pensiero è espresso passim nell’opera immensa – un centinaio di volumi – di Mazzini: vera «selva selvaggia» a
proposito della quale qualcuno ha parlato di grafomania. Per cominciare ad orientarvisi, si potrà ricorrere alla vasta
antologia pubblicata dall’U.T.E.T.: Giuseppe Mazzini, Scritti politici, Torino, 1972.
15
Vedere in proposito l’antologia cit. alla nota prec.
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un’Europa in cui i conflitti fra stati, che hanno sempre origini dinastiche, saranno per definizione
superati. E per quanto concerne il coordinamento indispensabile a livello continentale delle diverse
politiche stato-nazionali – già naturalmente cospiranti per la loro stessa essenza democratica, per lo
stesso soffio religioso («Dio e Popolo») che le ispira – questo sarà pienamente garantito da una sorta
di «Concilio laico» sovrastatale (non meglio definito, e su cui mi soffermerò più oltre)16.
Pur riservandomi di ritornare in argomento e di indicare delle limitazioni a ciò che sto per af-
fermare, si può ben dire, per paradossale che ciò possa sembrare che, se si volesse dare una defini-
zione moderna dell’Europa che Mazzini sognava, si dovrebbe cercarla piuttosto nelle concezioni
dell’«Europa delle patrie» – cioè di un’Europa degli Stati, confederale e non federale – e non
nell’Europa auspicata dai movimenti federalisti.
Non manca nemmeno, in quest’analogia, né un pretesto pseudo-realista proprio dell’una come
dell’altra concezione – secondo il quale l’Europa federale è buona per domani ma utopistica per og-
gi, il che giustificherebbe la necessità di procedere, per il momento, nel senso opposto, quello di un
rafforzamento con tutti i mezzi dello stato nazionale (rendendo così ancor più difficile la realizza-
zione dell’obiettivo finale) –; né un sottinteso egemonico e nazionalista, altrettanto arbitrario: giac-
ché anche Mazzini pensa in termini di «grandeur» ed è convinto che la «Roma del popolo», chiama-
ta a succedere secondo lui alla «Roma dei Papi», sarà destinata ad esser centro d’una nuova religio-
ne laica dell’umanità e ad esercitare così un rayonnement analogo – per quanto di natura diversa e
puramente morale – a quello che hanno esercitato nei secoli passati «la Roma dei Cesari» e la «Ro-
ma dei Papi»17.

L’Europa di Mazzini è un’Europa non federale, ma confederale

2) In altri termini – veniamo così alla seconda ragione – per affermare in modo esplicito ed
univoco la necessità di una Federazione europea bisogna rendersi chiaramente conto nella teoria, ed
affermare energicamente nella pratica, i limiti e i rischi dell’unità nazionale. Non è necessario, certo
– e, soprattutto, non era necessario allora – pronunziarsi contro l’idea stessa dell’unità italiana, co-
me faceva ad esempio, e appunto in nome del federalismo, Proudhon in Francia (o in Italia, anche se
in forma molto più sfumata, Ferrari). Ma bisogna almeno comprendere l’esigenza di una duplice li-
mitazione di tale idea stato-nazionale – in nome di quel principio del federalismo che viene detto
«di sussidiarietà», e che dopo Maastricht è diventato alla moda –: verso l’alto e verso il basso. Ver-
so il basso, tramite il federalismo interno; verso l’alto, grazie all’istituzione di un vero Governo eu-
ropeo: come pensava e diceva, appunto all’epoca di Mazzini, il solo pensatore e uomo politico del
Risorgimento, Carlo Cattaneo, che possa esser considerato realmente un precursore dell’idea degli
Stati Uniti d’Europa, giacché egli è anche il solo che l’abbia compresa in termini moderni e rigoro-
samente federalisti – nel senso infra e sovrannazionale –, subordinando e deducendo l’idea
dell’organizzazione regionale della nazione, come quella dell’organizzazione federale dell’Europa,
dal solo e supremo principio della libertà.
Ora, da un lato Mazzini era contrario alla «regionalizzazione» dell’Italia, almeno nei limiti che
sono stati indicati chiaramente da Giuseppe Tramarollo18, e dall’altro giudicava, in modo non meno

16
La più impeccabile confutazione di tale «illusione triforme», come l’ho chiamata sopra, è stata data da Lionel Rob-
bins, The economic causes of war, Londra, Cape, 1939, tr. it. Le cause economiche della guerra, Torino, Einaudi,
1944 (si veda anche, dello stesso autore, Economic planning and international order, Londra, Macmillan, 1937, tr. it.
Le cause economiche della guerra, Milano, Rizzoli, 1948).
17
Visconti fa notare con ragione che tanto il pensiero come l’azione di Mazzini – la «Giovine Italia» come la «Giovine
Europa» – costituiscano altresì una reazione deliberata contro la massoneria, nel suo duplice carattere di concezione
cosmopolitica - che nega il gradino intermedio, e secondo lui indispensabile, dello Stato-nazione – ed organizzazione
implicante praticamente, ai suoi occhi, un rayonnement e una superiorità francesi, che egli non era disposto a tollera-
re.
18
Giuseppe Tramarollo, Nazionalità e unità europea nel programma mazziniano, Centro Napoletano di Studi, 1970.
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apodittico, l’indipendenza delle varie nazioni europee – concepite appunto nella forma di una so-
vranità statale assoluta – come condizione indispensabile della possibilità, per esse, di adempiere al-
la «missione» a cui erano chiamate dalla provvidenza divina: a dare il loro contributo particolare e
insostituibile all’incivilimento, al progresso dell’umanità.
In questa prospettiva Mazzini concepiva, del tutto naturalmente, l’azione della «Giovine Eu-
ropa» non come destinata a promuovere l’unità del nostro continente, ma a favorire la realizzazione,
in ciascun paese, di regimi democratici e repubblicani analoghi a quello che egli auspicava per
l’Italia, e capaci di rinforzarne e garantirne politicamente, a livello internazionale, la stabilità e
l’influenza.
È vero che nel pensiero religioso mazziniano – è un osservazione molto pertinente di Mario
Albertini – la «missione» nazionale coincideva con l’obiettivo stesso dell’unità europea («ricordate-
vi che la missione italiana è l’unità morale d’Europa», Dei doveri dell’uomo): il che induce Alberti-
ni a concludere che «si deve ammettere che i valori sovrannazionali furono per lui le premesse ed il
fine della sua dottrina della nazione e non soltanto qualche cosa di accidentale, di estrinseco». Resta
che anche in quelle parole, e in molte altre dello stesso tenore che si potrebbero citare, Mazzini par-
la sempre di unità «morale», e non di unità politica e statale dell’Europa, a differenza di Cattaneo: il
quale poteva concepire tale unità in quei termini perché – è ancora un rilievo di Visconti – nel suo
pensiero l’Europa, stante l’origine comune delle sue diverse lingue, poteva esser considerata come
una sorta di nazione in potenza o di nazione dell’avvenire (un’intuizione che Mazzini non ha mai
avuto in una forma così esplicita): il che gli permetteva di elaborare (o, per dir meglio, di accennare,
giacché non ha dedicato all’argomento se non alcune riflessioni marginali) una concezione che su-
perava realmente la nozione di equilibrio e di diritto internazionale: gli consentiva cioè di proporre
un’organizzazione dell’Europa realmente diversa rispetto a quella che era propria dell’«Europa dei
principi»19.
È vero certo – vi ho già fatto cenno – che Mazzini pensava a una sorta di «Concilio laico» in-
ternazionale, di cui egli parla ogni tanto nei suoi scritti (senza tuttavia preoccuparsi di dire come e
con quali metodi esso dovrebbe esser reclutato): Concilio destinato a sostituire il papato, composto
dagli spiriti più illuminati e profondi dei diversi paesi e che dovrebbe costituire una specie di su-
prema autorità europea (per quanto, ancora una volta, puramente morale), col compito di coordinare
e di render sempre più armoniosa l’attività internazionale, già naturalmente cospirante, delle diverse
nazioni. Ma bisogna pur riconoscere che, se si è potuto affermare – come tra gli altri ha fatto Sal-
vemini – che la concezione religiosa di Mazzini è al tempo stesso la parte del suo pensiero di gran
lunga la meno chiara e la più incoerente e contraddittoria, e quella che ha trovato una minore udien-
za negli stessi mazziniani, contemporanei o posteriori, si deve ugualmente affermare che quest’idea
di un Concilio Europeo – senza potere, senza vera funzione né vera ragion d’essere – è, di tutta que-
sta costruzione confusa e arbitraria che è la religione mazziniana, la parte forse più arbitraria e con-
fusa. Influence is not government, diceva Washington: ma una tale Lega delle Nazioni ante litteram,
pallida ed effimera quant’altre mai, non avrebbe avuto neppure un’«influenza», ed essa non è in
fondo se non un mezzo con cui il suo autore cerca di nascondere – a se stesso forse prima ancora
che agli altri – ciò che Visconti ha visto chiaramente, e che è opportuno ripetere: e cioè che Mazzini
era in realtà incapace «di superare sul terreno politico la concezione di un ordine europeo fondato

19
Invece l’ordine europeo di Mazzini – che egli chiamava spesso la «nuova Santa Alleanza» – somiglia molto al vec-
chio (è ancora un’osservazione di Visconti), e cioè all’ordine che egli combatteva, e non supera né il concetto di dirit-
to internazionale, né il principio dell’equilibrio: equilibrio di cui anzi Mazzini si preoccupava particolarmente, cer-
cando di disegnare una carta della nuova Europa capace di garantire un sistema coerente e stabile di «check and ba-
lances»: il che mostra che egli credeva in fondo assai poco, nella pratica, alla fraternità necessaria delle nazioni de-
mocratiche e repubblicane, che egli affermava in teoria (Visconti, o.c., pp. 178, 184, 192, 195).
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sul diritto internazionale e sul principio dell’equilibrio»20. Come ha affermato P. Renouvin, il suo
europeismo non era in fondo se non un alibi per il suo nazionalismo.

In che senso Mazzini può,


e anzi deve considerarsi precursore dell’europeismo odierno

La nostra conclusione dunque è che non vi sono, nel pensiero di Mazzini, elementi che con-
sentano di considerare il loro autore, in senso per così dire «tecnico», come uno dei precursori del
progetto di una Federazione Europea. Se tale idea non è quella di uno «stato d’animo» europeo, ma
di uno «Stato» continentale, Mazzini non era federalista.
Ma si può esser precursori, e lasciar germi fecondi per l’avvenire, in un senso più elevato e
più profondo che non in senso tecnico: ed è appunto in questo secondo senso che Mazzini è senza
dubbio uno degli autori che devono avere una place de choix nel Pantheon federalista, e che merita
d’essere più conosciuto e più studiato, anche sotto questo profilo.
La concezione religiosa che egli aveva della solidarietà fra i popoli nella difesa della demo-
crazia e della giustizia contro l’illegittimità dell’ancien régime, contro la conservazione cieca della
Santa Alleanza, contro il culto della ragion di Stato e il disprezzo dei diritti dell’individuo, tutto
questo costituisce, al di là delle contraddizioni superficiali e delle fumisterie mistiche e romantiche,
una concezione politica non solo solida e coerente ma anche – aggiungevo vari anni addietro, con
considerazioni solo in parte superate, trattando lo stesso tema mazziniano21 –,
che gode oggi di una rinnovata attualità, dato che l’Europa è sempre più stretta nella morsa di una nuova «Santa Alleanza»
che difende, come quella ottocentesca, sempre e dovunque lo status quo, anche nei suoi aspetti più indifendibili, e che com-
pensa la tolleranza che si concede alle ingiustizie e ai crimini altrui con una tolleranza analoga di cui si beneficia per i crimini
e le ingiustizie proprie.
La contestazione di un tale ordine ha avuto luogo fino ad oggi – nella forma a nostro avviso meno felice e più con-
troproducente – su basi puramente nazionali («l’Europa delle patrie») e nell’ambito di una ideologia conservatrice e molto
poco sensibile, specie nei rapporti internazionali, ai valori della libertà, della giustizia e della personalità umana, sempre sa-
crificate a quel «mostro freddo» che è lo Stato sovrano. (La definizione dell’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, nel
1968, come un «incidente di percorso» propria di un ministro gollista – una definizione «anti-mazziniana» quant’altre mai –
può esserne il simbolo). Si deve dunque auspicare che tale contestazione sia ripresa nei soli termini che possono farne qual-
cosa più di una velleità sterile e destinata non solo al fallimento, ma anche a favorire e a render più stabile il condominio
sull’Europa che essa intendeva e intende combattere (si vedano i contributi di Pierre Hassner al vol. a cura di R.S. Jordan,
Europe and Superpowers, Boston, Allyn and Bacon, 1971): voglio dire in termini democratici ed europei, e non in un ambito
conservatore e nazionale (rinvio anche, in proposito, a un mio articolo in «Les Problèmes de l’Europe», 1970, n. 48).
Ma torniamo all’oggi: Mazzini non offre solo, per un tale agonizing reappraisal, per tale revi-
sione radicale, e indispensabile, dell’idea d’indipendenza europea, il suo severo impegno morale,
nell’ambito di un’ideologia in cui le ragioni dell’uomo prevalgono sempre sulle esigenze astratte, e
spesso assurde, dello Stato e dei potenti. E su un punto almeno ci dà anche un suggerimento molto
preciso di carattere «tecnico», nel senso che dicevo sopra, che ci indica la direzione da seguire. Mi
riferisco alla polemica costante, in tutti i suoi scritti, contro il principio di non intervento, che egli
condanna come un vero e proprio «ateismo» nella politica internazionale: un ateismo che ignora
come solo tramite il cambiamento e l’intervento l’umanità ha realizzato i suoi maggiori progressi e
le sue più notevoli conquiste.
Tale idea, è vero, non è coerentemente sviluppata da lui fino alle sue ultime conseguenze: ma
non è difficile rendersi conto – seguendo la linea e lo spirito stesso del suo pensiero e del suo inse-

20
O.c., p.195. La precisazione di Visconti, «su terreno politico», è importante, giacché, come dirò meglio concludendo,
ritengo anch’io che, per l’ispirazione religiosa e il sentimento morale che l’anima, lo spirito di fraternità che traspare
dall’opera di Mazzini superi una tale concezione, o almeno suggerisca la direzione giusta per giunger a tale supera-
mento: ed è, come vedremo, un suggerimento fondamentale, ancor oggi pienamente valido.
21
Nel n° 1 (gennaio 1974) del «Bulletin du Centre Interdisciplinaire de Recherches sur l’Italie de l’Université de Stras-
bourg» (pp. 24-25).

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gnamento – che l’idea della moralità, del carattere obbligatorio dell’intervento internazionale rende
necessario che ad esso si dia un fondamento giuridico e implica dunque la limitazione della sovrani-
tà; e che questa limitazione deve essere a sua volta disciplinata e organizzata razionalmente, grazie a
una costituzione e a un ordine statale al di sopra degli stati: sotto pena, altrimenti, di veder il mostro
freddo e la ragion di stato riprender tutti i loro diritti. Se lo Stato, invero, non può esser superato,
l’idea di non intervento finisce per esser anch’essa inattaccabile, giacché coerente col sistema, no-
nostante tutto il suo ateismo—o piuttosto, appunto a causa di esso: giacché allora è il sistema stesso
che risulta, in questo senso, «ateo».
Appunto su questo aspetto del pensiero mazziniano i federalisti dovrebbero, credo, concentrar
la propria riflessione, come sul filo conduttore grazie al quale si può trarre, dall’opera e dall’azione
di Mazzini, un insegnamento valido per l’Europa di oggi. E in questa prospettiva – lo noto en pas-
sant – anche la concezione religiosa di Mazzini, e quella della politica come una sorta di religione
laica – concezione che appariva così rébarbative a uno spirito eminentemente concreto e «positivi-
sta» come Salvemini – riprende tutto il suo valore e il suo significato profondo, come una sorta
d’«incarnazione mitologica» – indispensabile per darle efficacia pratica – dell’idea morale di una
società umana che avrebbe eliminato in radice nel suo seno la violenza fra i gruppi come fra le na-
zioni: la società che Kant chiamava della «pace perpetua», e Dante della «Monarchia universale», e
che segnerà – come dice Albertini, applicando a quest’ordine di idee un’espressione di Marx – il
passaggio dalla preistoria alla storia. Una società che Mazzini – molto sensibile ai valori profondi
della morale (e molto poco, invece, agli aspetti istituzionali che questi valori devono assumere, se
vogliono prendere una dimensione e un significato politico, e non puramente individuale) vedeva
simbolizzata nel passaggio dall’era dei diritti, che era stata quella della Rivoluzione francese,
all’epoca dei doveri che era quella di cui egli si voleva profeta.

Conclusione

Alessandro Levi mostra molto pertinentemente, in un altro dei suoi studi dedicati al pensatore
genovese22, che la sua grandezza non risiedeva né nel suo pensiero – spesso contraddittorio, confu-
so, oscuro –, né nella sua azione, che si è finalmente conclusa con un fallimento così completo, che
Mazzini è morto, come si ripete spesso in Italia, «esule in patria». La sua grandezza risiede nella ri-
gorosa coerenza morale con cui, senza alcun compromesso e fino in fondo, egli ha saputo – loyal to
loyalty, per dirla con Royce – restar fedele alle sue convinzioni e conservar una adaequatio perfetta
fra il suo pensiero e la sua azione.
Si può dir qualcosa di analogo per la questione che qui ci concerne. Il valore, e anche la gran-
dezza dell’insegnamento europeo di Mazzini non sta nella concezione, assai vaga e nebulosa, della
sua Europa. Non sta nemmeno nell’azione europea che le organizzazioni rivoluzionarie da lui fon-
date, nell’ambito della «Giovine Europa» – tutte, del resto, assai fantomatiche – hanno sviluppato, e
che non è mai stata un’azione orientata, sia pur minimamente, verso obiettivi sovrannazionali. Essa
sta invece nello spirito, nell’anima morale di tutta la sua attività, interamente volta a mostrare – e a
vivere una tale convinzione – che la democrazia, la libertà, la difesa della dignità dell’uomo sono
solidali a livello europeo, o sono destinate a perire. Sta a noi di procedere su questa via e di scoprire

22
Alessandro Levi, Mazzini e i mazziniani nel 1848-49, nell’opera di vari autori Il 1848-49, Firenze, Sansoni, 1950 (si
veda di lui anche Mazzini, Firenze, Barbera, 1955). Si possono trovare considerazioni analoghe nell’articolo di Guido
Dorso Mazzini, politico dell’irrealtà, «L’Acropoli», marzo 1946 («La nota dominante nella vita dell’esule genovese è
la rispondenza perfetta tra ideale e vita […]. Mazzini è la protesta al compromesso istituzionale, l’antesignano e in-
sieme il vate del Risorgimento»). Questo è anche il senso del verso ben noto dedicato a Mazzini da Giosuè Carducci:
«Tu sol, pensando, o ideal sei vero». Il che conferma le considerazioni di Albertini sopra riferite e rafforza la nostra
conclusione.
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ciò che Mazzini ha potuto solo intravedere: trovare cioè i mezzi pratici e gli strumenti giuridici ne-
cessari a ottenere che questa solidarietà si incarni nella realtà e «si faccia stato»23.

Bibliografia

Ancora sul tema: in che senso Mazzini


è un precursore del federalismo europeo
Ecco un ulteriore bibliografia, in aggiunta a quella fornita nelle note, a conferma di quanto fin qui sostenuto.
Anzitutto alcune opere generali sul pensiero politico di Mazzini, nelle quali è tuttavia possibile trovare indicazioni utili al no-
stro fine: C. Cantimori, Saggio sull’idealismo di Giuseppe Mazzini, Faenza, Montanari, 1904 (specie pp. 258-263); G. Calogero, Il
pensiero filosofico di Giuseppe Mazzini, Brescia, Vanini, 1937 (specie pp. 209-256); B. Disertori, Mazzini filosofo, Trento, TEMI;
1961 (specie pp. 183-190). (Invece nessuno spunto utile si trova nelle opere dedicate a Mazzini da Arturo Codignola, Ugo Della Se-
ta, Pietro De Nardi, Giuseppe Santonostaso etc.).
Occorre poi insistere sul valore delle opere, già cit., di Salvemini e di Levi, e specie sulle pagine che quest’ultimo dedica, nel
suo saggio sul pensiero del nostro autore, alla «carta dell’Europa secondo Mazzini»: pagine che consentono di comprendere perché
la concezione mazziniana dell’unità europea è, come si è detto, «confederalista» e non «federalista» (nel senso americano di queste
due parole).
Se davvero Mazzini avesse dovuto pronunziarsi su un progetto di Federazione europea, egli avrebbe affermato il suo princi-
pio «all’unità attraverso la Patria», ne avrebbe dedotto (è un’altra delle sue massime) che «le nazioni non muoiono prima d’aver
compiuto la loro missione» e avrebbe giudicato quel progetto prematuro.
Giovanni Gentile24 porta, anche lui, acqua al nostro mulino quando nega che Mazzini possa esser considerato precursore del-
la Società delle Nazioni. Stranamente convinto che per Wilson questa dovesse esser una forza davvero superiore agli Stati, egli os-
serva (e qui con ragione) che per Mazzini l’associazione delle nazioni era semplicemente «un’idea».
Ma quale può essere il valore di questa idea, di questo principio di un’unità è puramente morale dell’Europa e dell’umanità?
Ricordiamo in proposito le critiche molto pertinenti che Francesco De Sanctis25 ha espresso sul carattere vago e l’assenza di contenu-
to concreto dell’idea religiosa di Mazzini del suo «Concilio laico». Queste critiche valgono ugualmente per la sua concezione,
anch’essa molto vaga, dell’unità europea.
Tale vaghezza può esser posta in luce anche osservando – esprimo qui in termini più scientifici e con riferimento all’epoca
stessa di Mazzini ciò che ho detto sopra circa il suo «gollismo» – che se il suo pensiero democratico è qualitativamente diverso da
quello, ad esempio, dei moderati e delle forze che hanno fatto l’Italia (e lo stesso vale per la «carta dell’Europa» che egli auspicava e
per le frontiere interamente nuove che questa avrebbe dovuto prevedere), la sua concezione invece dell’unità del nostro continente e
dei vincoli giuridici che avrebbero dovuto realizzarla non è sostanzialmente diversa, e risulta altrettanto vaga, da quella che avrebbe-
ro potuto proporre Gioberti o Cavour e che effettivamente essi proponevano, come Visconti ha mostrato.
Detto questo, tuttavia, occorre riconoscere:
– da un lato ciò che dice Albertini: il livello morale a cui si colloca Mazzini – e che, non senza ragione, ha suggerito a Otto
Vossler, in un saggio notevole sul pensiero del nostro autore, un confronto fra l’idea nazionale in Mazzini e in Fichte26 – gli permette
di esprimere e di vivere, anche al di là delle sue intenzioni, il principio, l’idea profonda che deve ispirare la concezione federalista
europea e mondiale, il che è ben più importante che non una semplice formula istituzionale;
– dall’altro ciò che si è già osservato, quando si è richiamata l’attenzione sul valore fondamentale della critica mazziniana del
principio di non intervento: questa critica, rigorosamente sviluppata, deve sboccare in un superamento del diritto internazionale e in
una concezione federalista.
Si aggiunga che hanno lo stesso valore «creativo» – ancora una volta al di là delle intenzioni del loro autore – le critiche che
Mazzini rivolge all’ «Europa dei principi», e che mettono in causa il principio della ragion di stato, quindi la natura stessa dello Stato
sovrano, e in modo tutto particolare quelle che concernono la diplomazia e i suoi segreti («la diplomazia dinanzi al Diritto delle genti
è come l’ipocrisia dinanzi alla virtù»), o il principio dell’equilibrio europeo (secondo il quale «la conquista operata da una Potenza
deve controbilanciarsi da conquiste delle altre») 27.

23
È l’espressione usata da Luigi Salvatorelli nel suo vol. cit. La Rivoluzione Europea. Tale rivoluzione europea del
1948-49, egli dice, fallì perché non riuscì a «farsi stato», a darsi, al di sopra delle diverse nazioni, un legame perma-
nente e sufficientemente forte per impedire alle forze della reazione di riprendere il sopravvento: un giudizio che si
potrebbe ripetere quasi alla lettera, in forma di previsione, per l’Unione Europea odierna, se questa non saprà passare
dalla moneta europea a una vera Unione politica.
24
G. Gentile, I profeti del Risorgimento italiano, Firenze, Sansoni, 1944 (specie pp. 28-32). Si veda, sugli scritti di Gen-
tile dedicati a Mazzini, il saggio di G. Galasso ne «I Quaderni della Voce Repubblicana», Roma, 1966, n. 1
25
F. De Sanctis, Mazzini e la scuola democratica, in Opere, Torino, Einaudi,1951 (specie pp. 44-51).
26
Otto Vossler, Mazzinis politisches Denken und Wollen, Monaco di Baviera, Oldenbourg, 1927, 87 pp. (tr. it. Il pen-
siero politico di Mazzini, Firenze, La Nuova Italia, 1971)
27
Cf. A. De Donno, La nuova Europa nella concezione mazziniana, nel vol. Mazzini, Roma, Comitato Nazionale per le
Onoranze a Giuseppe Mazzini, Roma, 1949 (pp. 39–42); dello stesso, Il pensiero di Mazzini, ibid., 1949, (pp. 94-
106).
8
Andrea CHITI-BATELLI Mazzini, precursore dell’idea di federazione europea?
Dicembre 1998

Sono questi gli argomenti e le idee del grande genovese che dovrà analizzare lo storico del suo pensiero, per mostrare come
egli, pur senza esser un fautore di un’unità sovrannazionale dell’Europa, avesse individuato con notevole chiaroveggenza le ragioni
filosofiche, morali, giuridiche e politiche che ne mostrano la necessità.

Il «préalable» dell’unità nazionale


Concludiamo sul punto con l’esame di un saggio di Ludovico Gatto dedicato al tema che qui ci interessa: L’Europa di Maz-
zini, apparso nell’opera collettiva Mazzini nella cultura italiana («I Quaderni della Voce Repubblicana» Roma, 1966, n.1).
L’autore cita opportunamente questa definizione dell’unità europea contenuta nel Manifesto della Giovine Europa:
«L’epoca nuova è destinata ad organizzare la Giovine Europa; organizzare un’Europa di popoli liberi, indipendenti in
quanto alla loro missione interna, ma associati fra loro a un intento comune, sotto la divisa libertà, eguaglianza, umanità. […]
Ogni supremazia esclusiva di un popolo deve spegnersi nella riabilitazione di tutti, nella determinazione di una missione
spettante a ciascuno di essi e costituente la sua nazionalità».
Si tratta di un’unità, è bene ripeterlo, puramente morale; ma, ancora una volta, questa limitazione è attenuata dal carattere
profondamente religioso che ha per Mazzini la stessa idea nazionale. Per lui la nazionalità è – è ancora Gatto che cita dalla stessa
fonte –
la divisione dell’umanità in nuclei affratellati in un comune intento, indipendenti nella scelta dei mezzi che devono raggiun-
gerlo; è il riparto fra i membri di una stessa associazione delle varie funzioni indicate dalle condizioni geografiche, delle lin-
gue, delle credenze, delle tradizioni storiche.
Resta ad ogni modo che, nella concezione mazziniana, l’unità nazionale conserva il valore di un porro unum assoluto. E se
Mazzini ha potuto affermare (ibid.) che «la questione sociale non sarà risolta mai se prima i popoli non sono costituiti liberi, uguali,
alleati con norme e bandiera proprie e coscienza di sé», lo stesso préalable valeva evidentemente anche, secondo lui, per ogni proget-
to di unità europea implicante un sistema federale, un superamento immediato della nazione, una limitazione precisa, politica e giuri-
dica, della sovranità degli Stati nazionali. Gatto ha dunque ragione quando conclude che «l’Europa di Mazzini risponde più che a
uno schema federale ad uno schema di varie federazioni, che potremmo chiamare tra loro confederate».

Altri scritti su Mazzini europeista


Ecco ancora alcune opere meritevoli di esser ricordate.
Abbiamo parlato dell’interesse che Mazzini ha suscitato in Gran Bretagna. Aggiungiamo alle citazioni precedenti l’opera di
E. Ashurst Venturi, Biographie de Mazzini, che conosco nella traduzione francese, Paris, Charpenter, 1881; e, per l’influenza di
Mazzini sulla letteratura inglese, Maria Schubinger von Solothurn, Giuseppe Mazzini im englischen Geistesleben, Uznach, Oberhol-
zers, 1930.
Fra le opere italiane non menzionate fin qui si ricordino ancora
Giuseppe Mazzini, Italia ed Europa, Roma, Colombo, 1945, pp. XV, 333.
È la migliore antologia del pensiero europeo di Mazzini, dovuta a Mario Menghini. Questi, nella prefazione, non menziona
neppure che Mazzini avrebbe potuto avere dell’Europa un’idea federale o confederale ed interpreta la sua «nuova Europa» in senso
strettamente limitato, da un lato all’ordine democratico e repubblicano che Mazzini auspicava per ciascuno degli Stati del nostro con-
tinente, e dall’altro al rimaneggiamento della carta geografica dell’Europa, ugualmente auspicata da Mazzini, sulla base del principio
di nazionalità e di autodeterminazione;
A. Vajana, La nuova Europa e il pensiero di Giuseppe Mazzini, Libreria Editrice Milanese (tip. S.E.S.A., Bergamo), s.d.
(1945 o 1946), 250 pp.
Si tratta in realtà solo di un’antologia, vasta ma superficiale, del pensiero di Mazzini. Nei capitoli dedicati alla concezione
mazziniana della «Federazione europea» (che non è in realtà se non una assai vaga confederazione) e ai suoi «presupposti» (essen-
zialmente un ordine repubblicano e democratico di ciascun paese e «la pubblicità degli affari che oggi si trattano nel mistero della
diplomazia»), l’autore non fa, involontariamente, se non confermare la nostra interpretazione28.
Vajana sottolinea con ragione che Mazzini non ha mai preteso di prevedere esattamente la struttura istituzionale dell’Europa
futura, giacché tale previsione superava, com’egli diceva, le possibilità umane. Una volta vinta la reazione, «Dio ispirerà le vie del
futuro».
Quest’ultima affermazione è citata da F. Quintavalle, La politica internazionale nel «pensiero» e nell’«azione» di Giuseppe
Mazzini, Milano «La Prora», 1938, 347 pp. In un’epoca in cui l’idea nazionale era ancora lungi dall’esser realizzata – rileva Quinta-
valle – «non si poteva fissare che a grandi linee il futuro assetto dell’Europa» (p. 255);
F. Canfora, Federalismo europeo e internazionalismo da Mazzini a oggi, Firenze, Parenti, 1954, 100 pp.
Scritto dal punto di vista comunista (quello dell’epoca della guerra fredda, che può definirsi «staliniano»), questo saggio ha
almeno il merito, anzitutto di richiamar l’attenzione su un’affermazione di Benedetto Croce che dice l’essenziale sull’«attualità», an-
che secondo noi, dell’europeismo di Mazzini: «Non perché un’idea politica non trovi ancora le condizioni e il motivo di operare per-
de la sua efficacia propulsiva nella storia, ch’è un processo sempre aperto»29, sicché «l’intimo suo valore è ancora valido»30; in se-

28
Lo stesso è da dirsi per l’opera, anch’essa di interesse per noi assai limitato, di Dora Melegari, La Giovine Italia e la
Giovine Europa, dal carteggio inedito di Giuseppe Mazzini a Luigi Amedeo Melegari, Milano, Treves, 1906, 341
pp.(tr. fr. Parigi, Fischbacher, 1908).
29
Così afferma Croce ne «La Critica» (29 nov. 1938, pp. 459-60) riassumendo l’idea centrale dell’opera di H. G. Kel-
ler, Das «Junge Europa»: 1834-1836. Eine Studie zur Geschichte der Volkerbundsidee und des nationalen Gedan-
9
Andrea CHITI-BATELLI Mazzini, precursore dell’idea di federazione europea?
Dicembre 1998

condo luogo, di avere, anche lui, sottolineato ciò che abbiamo chiamato l’ «illusione triforme», con gli argomenti di Luigi Salvatorel-
li (Mazzini e gli Stati Uniti d’Europa, «Rassegna Storica del Risorgimento», gennaio-dicembre 1950).
Ciò che invece non si trova nel volume di Canfora, contrariamente a ciò che ci si potrebbe attendere dato l’orientamento poli-
tico dell’autore, è la critica seguente, che è stata invece chiaramente formulata, ad es., dal Morghen31:
«Già nell’idea di missione dei popoli, e in quella di primato, sia pure civile e morale, di una nazione sulle altre, che
furono proprie di Mazzini e Gioberti, nonostante l’alta ispirazione morale, era contenuto in germe un principio di competi-
zione per la supremazia, che doveva fatalmente fornire una certa giustificazione al sacro egoismo del nazionalismo del secolo
XX»:
critica che è opportuno tener presente, in appoggio agli argomenti di Visconti32.

Salvatorelli e Tramarollo
Torniamo al saggio di Salvatorelli, apparso, come si è detto, nella «Rassegna Storica del Risorgimento». «L’associazione fra i
popoli», egli scrive, «viene considerata (da Mazzini) come una conseguenza naturale dell’affrancamento delle nazionalità: si potreb-
be dire che i due fatti sono per il Mazzini come il concavo e il convesso di una stessa lente»: ed è appunto per questo che una tale
associazione non è mai, nel pensiero mazziniano, «appoggiata a nessuna esecuzione, a nessun potere specifico: non si parla se non di
“patto”, e anzi di “fede”».
Quando tuttavia nasce qualche dubbio, anche in Mazzini, sull’effettiva «spontaneità» di una tale cooperazione fra i popoli,
allora, prosegue Salvatorelli, «come pensava egli di prevenire il pericolo? Non con l’istituzione di un potere superiore alle singole
nazioni, ma con quello stesso espediente dell’equilibrio che egli rifiutava quando era adoperato per le relazioni tradizionali tra i vec-
chi stati» (è, come si vede, lo stesso rilievo fondamentale che era già stato fatto da Visconti).
Salvatorelli ha anche il merito di aver trovato, nell’immensa opera di Mazzini, un cenno realmente federalista, ne La Santa
Alleanza dei popoli («la democrazia non conquisterà, per trasformarla, l’Europa, se prima non s’ordina a forma di Stato e di governo,
nucleo primitivo dell’Europa dei popoli»); e un secondo merito, almeno altrettanto grande, di aver sottolineato che una tale afferma-
zione – del tutto eccezionale del pensiero di Mazzini – non è tale da modificare la natura «confederale» del suo europeismo, e i limiti
di questo33.
G. Tramarollo, L’Europa di Mazzini, Pisa, «Domus Mazziniana», 1962, 19 pp.; dello stesso Nazionalità e Unità europea nel
programma mazziniano, Centro Napoletano di Studi, 1970, cit. (l’essenziale di quest’opera in G. Tramarollo, Giuseppe Mazzini e
l’Europa, estratto dalla rivista «Il Risorgimento», febbraio 1973, 10 pp.).
Tramarollo si chiede se l’idea europea di Mazzini «si tradusse in un preciso disegno istituzionale», e risponde che «Mazzini
non va al di là del riconoscimento dell’unità culturale europea», fondata «sui principi di libertà ed eguaglianza […], ma l’attuazione
di essi doveva essere il compito di una nuova epoca sociale» (è quello che aveva già notato F. Quintavalle); e conferma con un argo-
mento importante l’interpretazione «confederale» che abbiamo dato del pensiero europeo di Mazzini: quest’ultimo, che aveva passa-
to un lungo periodo in Svizzera e partecipato alla lotta per la trasformazione di questa in Stato federale, conosceva perfettamente il
significato politico e giuridico di un tale tipo di Stato. Se non ha usato questa terminologia per l’unità europea – è un rilievo anche di
Salvatorelli – ciò è dovuto al fatto che egli immaginava, per il nostro continente, un vincolo qualitativamente diverso da quello fede-
rale.
D’altra parte Tramarollo adduce un argomento nuovo e importante quando pone in luce che, all’interno dell’Italia, «la cam-
pagna ferma e costante di Mazzini contro il federalismo italiano» era in realtà diretta «contro il confederalismo giobertiano». Si può
dunque concedere a Tramarollo che Mazzini fu «regionalista» (contrariamente all’opinione della maggior parte degli storici del Ri-
sorgimento), pur restando oppositore del federalismo che si direbbe oggi «infra-nazionale»34.
Si veda in argomento anche G. Bozzoni, Le critiche del federalismo in Giuseppe Mazzini, Pisa, Nistri-Lischi, 1941, 63 pp.,
ma, soprattutto, A. Monti, L’idea federalista nel Risorgimento italiano, Bari, Laterza, 1922.

Alcune opere più recenti su Mazzini


Sono a vario titolo importanti, ma non dedicano particolare spazio all’europeismo di Mazzini i volumi di Luigi Ambrosoli,
Giuseppe Mazzini: una vita per l’unità d’Italia, Manduria, Lacaita, 1993; Romano Bracalini, Mazzini: il sogno dell’Italia onesta,
Milano, Modadori, 1993 e Salvo Mastellone (a cura di), Pensieri sulla democrazia in Europa, Milano, Feltrinelli, 1997.

ken, Zurigo, Niehaus, 1938, 94 pp. Da notare che Keller, con giudizio storico più corretto di quello di Gentile, ritiene
che l’ideale internazionalistico di Mazzini abbia trovato la sua piena realizzazione nella S.d.N.
30
Quest’ultima affermazione è di T. Grandi, Il concetto mazziniano d’unità europea in un ignoto opuscolo di Gustavo
Modena, «Rassegna Storica del Risorgimento», aprile-settembre 1955 (p. 304).
31
R. Morghen, L’idea di Europa, Torino, E.R.I., 1960, 219 pp.
32
M. Bastianetto, nel suo vol. Gli Stati Uniti d’Europa, Firenze, Bulgarini, 1973, giunge fino a rimproverare all’ultimo
Mazzini – quello de La politica internazionale (1871) – un atteggiamento colonialistico (p. 46).
33
Rilievi analoghi – e tutti di particolare peso – Salvatorelli svolge nella sua relazione Mazzini e gli Stati Uniti
d’Europa, apparsa negli Atti del Convegno sul tema «Mazzini e l’Europa» (Roma, 9-10 nov. 1972), Roma, Accade-
mia dei Lincei, 1974, che riprende sostanzialmente il suo saggio con lo stesso titolo del 1950. Da notare come nessu-
na delle altre relazioni presentate a quel convegno si occupi minimamente dell’europeismo di Mazzini.
34
Tramarollo ha sviluppato la sua interpretazione di Mazzini regionalista anche nell’articolo Voleva libertà di comune
ed unità d’Europa, «Comuni d’Europa», Roma, luglio-agosto 1972.
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Andrea CHITI-BATELLI Mazzini, precursore dell’idea di federazione europea?
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Anche il volume di Denis Mack Smith, Mazzini, Milano, Rizzoli, 1993 – pur, per altro verso, di particolare importanza – non
dedica se non alcune considerazioni fugaci al pensiero europeo nel Nostro. «Mazzini – egli scrive – è un acuto e assai sconosciuto
profeta dell’idea di una Comunità europea: egli considerava il nazionalismo come un passo verso più vaste e più armoniose confede-
razioni».
Tale affermazione è confermata, e assai più ampiamente argomentata, nell’altrettanto importante volume di Massimo Scio-
scioli, Giuseppe Mazzini. I principî e la politica, Napoli, Guida, 1995, il quale cita tra l’altro, a conferma, quanto Mazzini scriveva
nell’«Italia del Popolo» del 15 giugno 1848: «Nessuno potrà ottener seggio nel concilio dei popoli [e cioè nella futura Unione euro-
pea] se non costituito in unità nazionale». E Scioscioli aggiunge, con considerazioni singolarmente coincidenti con le nostre (p. 234):
«Il sentimento nazionale, allora vivissimo, non permetteva di guardare oltre un vincolo di tipo confederale; ma le forze spirituali alle
quali Mazzini faceva appello spingono nella direzione dell’unità politica».
Per un approfondimento della concezione religiosa che Mazzini aveva della politica è di ulteriore aiuto, oltre al ricordato vo-
lume dello Scioscioli, quello di Roland Sart, Mazzini: a life for the religion of politics, Westport, Greenwood, 1997 (da completare
con le importanti considerazioni sul concetto di democrazia in Mazzini contenute nella ricordata antologia, sopra cit., di Salvo Ma-
stellone).
Termino ricordando un’importante antologia mazziniana che mi era sfuggita: quella, a cura di Giuseppe Galasso, Antologia
degli scritti politici di Giuseppe Mazzini, Bologna, Il Mulino, 1961.

L’«altro» Mazzini: Andrea Luigi


È stato notato, forse non senza ragione, che se si vuol trovar un precursore dell’idea della Federazione europea nel Risorgi-
mento – a parte le non molte parole dedicate all’argomento da Cattaneo – bisogna concentrare la propria attenzione non su Giuseppe
Mazzini, ma su Andrea Luigi Mazzini (1814-1849), e soprattutto sul libro di quest’ultimo, pubblicato in Francia, De l’Italie dans ses
rapports avec la liberté et la civilisation moderne, Parigi, Amyot, 1847, 2 voll. (si veda su di lui A. Saitta, Sinistra hegeliana e pro-
blema italiano negli scritti di A.L. Mazzini, Roma, Istituto Storico Italiano, 1968), nel quale si afferma che «la grande idea
dell’Europa futura è la fusione, l’unità di tutte le razze, di tutti i popoli, di tutti i principî, di tutti gli interessi». Ma se A.L. Mazzini
ha idee incontestabilmente interessanti – soprattutto quando afferma che la nascita della nuova Europa suppone «la distruzione orga-
nica della vecchia società europea» (compreso il principio di nazionalità, almeno nel suo carattere assoluto) – è ugualmente certo che
questi spunti sono in realtà troppo vaghi ed episodici perché si possa considerare A.L. Mazzini, più del suo omonimo più celebre, un
vero federalista europeo ante-litteram.

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Andrea CHITI-BATELLI Mazzini, precursore dell’idea di federazione europea?
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[PER LE PAGINE DA CITARE, INTRODUZIONE PER IL TESTO INGLESE]

Giuseppe Mazzini (1805-1872) è stato, come è noto, uno dei «padri della patria» dell’unità
italiana, e per tutta la sua vita si è battuto perché l’Italia fosse una, repubblicana e democratica:
un’attività che gli costò a più riprese prigione ed esilio.
Per realizzar il suo obiettivo egli fondò, nel 1833 un’associazione rivoluzionaria, la «Giovine
Italia»; ma rendendosi conto che difficilmente il fine perseguito avrebbe potuto esser raggiunto – e
durare nel tempo – entro un’Europa ostile e ancora legata agli anciens régimes, cercò di dar vita,
parallelamente, a una «Giovane Europa», per altro rimasta in gran parte sulla carta e che, nei suoi
propositi, avrebbe dovuto articolarsi in una «Giovane Germania», «Giovane Polonia», e così via.
Ecco lo statuto della «Giovane Europa» (1834):
[QUI SEGUE LO STATUTO]

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Nello statuto della «Giovane Europa» sopra riferito Mazzini concepisce ancora l’unità del
Vecchio continente nel senso che tutti gli Stati europei avrebbero dovuto darsi un ordinamento re-
pubblicano e democratico, abbattendo monarchie, aristocrazie, regimi autoritari, e imperi multina-
zionali, come quello austriaco e russo, «prigioni dei popoli».
Successivamente egli pensa a qualche forma di Unione istituzionalizzata, ma in termini vaghi
e sempre solo confederali. Ecco qualche suo pensiero in proposito:

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