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La Repubblica.

L’aspirazione a governarsi da sé
Alessio Sfienti
Pubblichiamo il testo del dialogo tra Aldo G. Ricci e Alessio Sfienti. Ricci lavora presso l'Archivio Centrale dello
Stato. Ha curato l'edizione critica dei "Verbali del consiglio dei Ministri. 1943-1948". Tra i suoi libri recenti Aspettando
la Repubblica. I governi della transizione. 1943-1946 (Roma, Donzelli, 1996), Il compromesso costituente. 2 giugno
1946-18 aprile 1948 (Bastogi Editrice Italiana, 1999) e, da ultimo, La Repubblica, volume uscito nella collana “Identità
italiana” diretta da E. Galli della Loggia per la casa editrice Il Mulino.

Prof. Ricci il repubblicanesimo è stato accusato di essere anacronistico, di guardare ad una


realtà sociale (le libere repubbliche) che non è per nulla attuale. Che significato ha oggi in
Italia la parola Repubblica?

Io credo che l’anacronismo della parola Repubblica e delle tematiche repubblicane sia legato a
come è nata la Repubblica, soprattutto al contesto in cui è nata la Repubblica nel nostro paese,
perché questo è forse uno dei paradossi più interessanti e più contrastanti della nostra vicenda
repubblicana. Perché la Repubblica, come ho provato anche a ricostruire nel libro che ho scritto e
che ha per l’appunto questo titolo, ha delle radici molto lontane e profonde nella storia del nostro
paese e senza risalire a Roma o addirittura, come fanno gli storici settecenteschi, a prima di Roma,
ma basta partire dai Comuni per capire come essa sia uno degli elementi identificativi della storia
d’Italia e poi via attraverso i grandi nomi che hanno riflettuto su queste tematiche da Machiavelli,
dagli utopisti come Campanella, le esperienze delle repubbliche giacobine e così via. Ma se
vogliamo partire dell’epoca moderna, quindi dall’indomani dalla fine di Napoleone, uno storico
fondamentale per queste tematiche che è Sismondi, mette al centro di una delle sue più grandi opere
la storia delle repubbliche italiane e quindi fondamentalmente la storia delle repubbliche
comunali[1]. Egli vede in queste vicende due cose fondamentali: da una parte uno dei tratti
caratteristici della storia italiana, vista per la prima volta nell’opera di Sismondi come una storia
unitaria, una storia nazionale. Infatti questo suo lavoro ebbe poi una grossa influenza su tutti i
patrioti del Risorgimento. L’altro elemento importante che Sismondi individua nelle repubbliche
comunali è un insegnamento di libertà che l’Italia ha consegnato all’intera Europa. In altre parole,
da questo punto di vista vede addirittura nell’Italia un battistrada di una libertà più vasta, di una
libertà europea. Poi il Risorgimento, naturalmente, e quindi quello che il repubblicanesimo ha
significato nel Risorgimento, come mobilitazione di massa, come individuazione dell’obiettivo
dell’indipendenza e dell’unità. Quelli che mettono per la prima volta a fuoco nell’Ottocento
l’obiettivo unitario e dell’indipendenza sono i repubblicani. Dopodiché sappiamo che l’esito delle
vicende è stato un altro per una serie di ragioni internazionali, oltre che nazionali. Tuttavia rimane
forte questa presenza repubblicana.

Che ne fu del concetto di repubblica dopo il consolidamento dello Stato unitario


monarchico e la presa del potere da parte di Mussolini?

Con il consolidamento del fascismo la parola ‘Repubblica’ dal 1928 con la concentrazione
antifascista a Parigi diventa una pregiudiziale. In pratica la lotta al fascismo coincide alla lotta con
la monarchia: quando cadrà il fascismo dovrà cadere anche la monarchia. Su questa linea i partiti
del CLN si presentano all’appuntamento del 25 luglio, cioè alla nascita del governo Badoglio, e la
pregiudiziale antimonarchica rimane fino alla svolta di Salerno. Poi, com’è noto, ci fu la tregua
istituzionale e poi le elezioni della Costituente e il grande scontro referendario monarchia-
repubblica. E qui scatta il paradosso perché lo scontro referendario monarchia-repubblica è uno
scontro molto forte, infatti i dibattiti di carattere costituzionale, su quello che sarà l’assetto futuro
del paese andarono abbastanza in secondo piano. Quello che invece restò in primo piano fu la
battaglia sulla forma istituzionale, monarchia o repubblica. Quindi uno si aspetterebbe da questo
punto di vista un forte tratto di repubblicanesimo in questa vicenda.
E invece?

In realtà appena vinto il referendum, l’elemento monarchico che pure si era rivelato così forte
scompare, e quelli che sono i contenuti di un possibile repubblicanesimo, vengono in qualche modo
occultati, coperti da quello che è lo scontro decisivo, la divisione del mondo in due blocchi e quindi
da quelli che sono i due partiti di massa che tendono a diventare in qualche modo dei partiti
“pigliatutto”, che occupano tutti gli spazi. Dei veri partiti-chiesa come vengono anche chiamati. Da
una parte il Partito comunista, dall’altra la Democrazia Cristiana, che in qualche modo non nasce
come partito così totalizzante ma è portata a diventarlo per contrapposizione, per difesa rispetto al
Partito comunista. Quindi i contenuti tipicamente repubblicani vanno in secondo piano, il
patriottismo, l’appartenenza forte è l’appartenenza di partito. Di conseguenza viene meno quello
che avrebbe potuto essere un discorso di appartenenza alla Repubblica intesa come casa comune.
Naturalmente questo significa che fino a che c’è stata questa presenza così forte gli spazi per questo
repubblicanesimo possibile erano pochi. Tanto è vero che le vicende del Partito Repubblicano sono
emblematiche. Questi spazi si riaprono dopo l’89 con il crollo del muro, la fine dei blocchi e quindi
l’apertura di una riflessione sull’identità nazionale, sulla patria, su un possibile patriottismo della
Repubblica e così via.

Mazzini mostra come "la forma di governo non è elemento sufficiente per creare una
repubblica, se questa manca di quei principi d'identificazione collettiva, di educazione, di
miglioramento morale, in definitiva di etica civile"[2] in assenza dei quali non si disporrà dei
mezzi per avere una vera repubblica. Il mazzinianesimo può essere considerato come la prima
forma di religione civile[3]. Quale contributo può dare nello specifico l’apporto di Mazzini per
una ricostruzione di una religione civile della Repubblica in Italia?

Io credo che Mazzini da questo punto di vista abbia svolto un ruolo fondamentale e ancora lo
possa svolgere nonostante i tanti travisamenti di cui è stato oggetto il suo pensiero. Sicuramente
Mazzini aveva un’idea di Repubblica forte, nel senso che presupponeva l’esistenza di una
educazione del cittadino, di un senso del dovere, del sacrificio. Tutta una serie di elementi etici che
erano determinanti. Di questo è rimasto largamente nel popolo repubblicano, anche dopo la vittoria
della soluzione monarchica, ed è rimasto come tradizione, come tessuto connettivo, come discorso
comune. Naturalmente bisogna distinguere quello che è il pensiero di Mazzini da quelle che sono
state poi un po’ le caricature di questo pensiero di cui è stato anche in parte oggetto da parte di
alcuni settori del movimento operaio quando la battaglia fra repubblicani e socialisti e poi comunisti
ha visto prevalere tendenzialmente le organizzazione del movimento operaio. In pratica si è anche
un po’ enfatizzato questo aspetto etico-moralistico del mazzinianesimo. Credo però che sia
necessario “distinguere il grano dal loglio”, cioè l’attuale dall’inattuale. Io sono convinto che ci
siano - ma è un compito della storia, della politica, del dibattito pubblico mettere a fuoco quello che
è utilizzabile da quello che non lo è più – delle istanze di fondo permanenti nel pensiero di Mazzini
assai feconde per la democrazia. Ad esempio, quando sottolinea l’indispensabilità affinché ci sia
una Repubblica, di una identificazione civile, educativa, partecipativa, associazionistica, egli mette
in luce quelle che sono condizioni indispensabili alla realizzazione di uno Stato democratico.
Naturalmente questo è un obiettivo tendenziale, poi sicuramente ci sono nel suo pensiero, se si va
ad esaminarlo filologicamente, anche degli elementi che sono stati chiamati “virtuistici”, in cui sono
presenti preoccupazioni che possono sembrare forse anche moralistiche e in parte anacronistiche.
Tra l’altro c’è un elemento di diffidenza di Mazzini nei confronti di tutto ciò che è divisione,
contrapposizione. Per esempio Mazzini non ha grande simpatia per il contrasto tra vari partiti che
per noi oggi invece, è una forma di pluralismo indispensabile. Quindi ci sono degli elementi
potenzialmente organicistici nella sua concezione. Tuttavia c’è questo richiamo, che io giudico
attualissimo e permanente, alla necessità del rapporto tra Repubblica e appartenenza e senso di
cittadinanza, senza il quale la Repubblica diventa una mera formula o forma di governo ma priva di
quella sostanza che le dà vera vita.

Esistono in Cattaneo rispetto a Mazzini delle differenti concezioni della parola virtù, nel
suo significato civico?

Sappiamo che Cattaneo e Mazzini, un po’ come in tutte le nostre tradizioni nazionali che si
rispettano, sono i due potenziali capitani di una squadra che attraverso vie diverse puntano a un
unico risultato: la Repubblica. In Mazzini la Repubblica ha i caratteri etici di cui parlavano, in cui
l’elemento unitario è fondamentale. È talmente fondamentale che Mazzini tende a stabilire – questo
lo ha fatto in più occasioni ma in particolare proprio in una lettera a Sismondi – un rapporto tra
libertà e unità che è un rapporto dialettico e contraddittorio allo stesso modo, perché afferma “io
amo la libertà più dell’unità, ma l’unità della patria l’amo prima”, nel senso che è un elemento
naturale diciamo quasi istintivo, mentre la libertà è già un elemento culturale. Questo spiega anche
il suo percorso di fronte alle vicende storiche dell’unità italiana, cioè spiega perché ad un certo
punto lasci il passo alla battaglia unitaria rinunciando alla pregiudiziale repubblicana.
Cattaneo da questo punto di vista rovescia i termini del problema e addirittura ritiene una
soluzione unitaria più pericolosa per la libertà perché ne rimanda in un certo senso l’affermazione.
Cattaneo da questo punto di vista, al di là dell’istanza federalista, dell’importanza che lui attribuisce
alle realtà locali, alla conservazione, valorizzazione di tutte quello che sono espressioni di tradizioni
e ricchezze nel senso lato del termine locali, rovescia questo discorso e ritiene che il percorso debba
passare attraverso l’affermazione sempre e comunque delle battaglie della libertà, e l’unità italiana
federale sia al termine di questo discorso. Mi pare che da questo punto di vista l’alternativa sia
abbastanza netta.

I fondamenti della laicità dello stato italiano sono da ricercarsi nel principio delle
guarentigie introdotto nella Repubblica Romana del '49. Attualmente la Chiesa in Italia
sembra però svolgere nientemeno che una supplenza di religione civile[4] offrendo elementi di
integrazione civica altrimenti indisponibili. La laicità dello stato è ancora di fondamentale
importanza in società multiculturali e multietniche così come vanno trasformandosi quelle
attuali? Inoltre è possibile, attraverso una riscoperta delle radici repubblicane, ridare vigore
ad una religione civile della Repubblica?

Il discorso della laicità secondo me va un po’ ripensato, nel senso che è un discorso sempre
valido, quello dell’autonomia, la separazione delle sfere. Lei ha ricordato la Repubblica Romana
come primo esempio in cui vengono introdotte le guarentigie che poi saranno riprese pari pari dallo
Stato italiano. Nella costituzione della Repubblica Romana ci sono le guarentigie ma non c’è
l’affermazione della religione cattolica come religione dello Stato che poi invece sarà stabilita nello
stato monarchico. Su questa possibilità di stabilire o meno questa formula ci fu un dibattito, ma alla
fine prevalse proprio nella Roma ex-papalina, sia pure per pochi mesi, la scelta di non mettere
questo aggancio. Oggi, certo le forme del vecchio laicismo sono sicuramente superate, nello stesso
tempo di fronte a una debolezza della coscienza civica che in questo momento è incerta e smarrita
dopo che è venuta meno l’importanza dei grandi partiti storici nazionali. In questa situazione c’è
una tendenza viva, forte della Chiesa a rioccupare spazi che vengono lasciati vuoti da altre forme
associative. Da questo punto di vista la Chiesa fa il suo dovere perché è del tutto evidente che
appartengono ai suoi compiti il proselitismo e anche l’occupare spazi. Pensiamo per esempio a
quelle che sono le difficili questioni dell’immigrazione, della droga, dei disadattati e degli
emarginati, ecc. Esiste tutta una realtà che se non viene affrontata dalla società civile, dalla società
politica, è normale che venga affrontata dalla società religiosa. Ora io non ritengo che la Chiesa
debba essere esclusa da questo tipo d’intervento, naturalmente ci deve essere un libero confronto
delle varie opzioni. In questo momento la debolezza dell’opzione pubblica, civica, statuale, è tale
che forse si rischia di avere spazi anche troppo ampi che poi in prospettiva possono anche in
qualche modo snaturare il ruolo stesso della Chiesa che secondo me fa parte delle nostre tradizioni e
verso la quale ho tutto il rispetto.

Nel suo libro afferma: “Le dimensioni sorprendenti dell’adesione alla monarchia che il 2
giugno portò alla superficie avevano certamente anch’esse le loro premesse in un rifiuto,
speculare e rovesciato rispetto al voto repubblicano, di ciò che la repubblica per molti
rappresentava (salto nel buio, rivoluzione sociale, ecc.), ma esprimevano anche il radicamento
profondo di un’istituzione che, pur con le colpe accumulate dal 1922 in poi, e soprattutto negli
ultimi anni, da metà degli italiani veniva ancora identificata con quello che restava della
Nazione”[5]. Quel restava sembra quasi dare un credito alle teorie della “morte della
patria”[6], eppure il repubblicanesimo italiano ha sempre espresso una certa idea dell'Italia
alternativa a quella che poi si è realizzata attraverso la monarchia e successivamente col
fascismo.

Qui tocchiamo dei punti abbastanza importanti e delicati e, negli ultimi anni, oggetto di un
acceso dibattito che ha visto confrontarsi e scontrarsi differenti opinioni. L’8 settembre è un trauma
nazionale dall’una e dall’altra parte. La storia dell’8 settembre è un trauma per tutti, per cui come
tutti i traumi cerca una risposta. Ovviamente tutte le risposte non sono uguali: c’è chi l’ha trovata
nella Resistenza, c’è chi l’ha trovata nel sostegno al governo regio e quindi nell’esercito che si va
ricostituendo al Sud, c’è chi l’ha trovata nella Repubblica Sociale, in un certo tipo d’idea di
mantenimento della parola data, ecc. Ripeto non sono tutte scelte uguali. Dietro la Repubblica
sociale c’erano i tedeschi con tutto quello che questo significa, mentre la forza dell’elettorato
monarchico è una forza legata in parte a tradizioni locali, sia in Piemonte che nel Sud, in varie città
particolari, ecc.. Però è anche il rifiuto di un certo monopolio creato dai partiti del CLN della
rappresentanza politica. I partiti del CLN – ma d’altra parte questo è anche spiegabile nella
situazione d’emergenza in cui si svolgeva la battaglia politica – tendono in qualche modo a
presentarsi come la rappresentanza di tutto il Paese, escludendo qualsiasi altra forza. Questo lascia
spazi per identificarsi nella monarchia per tutte quelle forze che non si riconoscono
immediatamente nei partiti ciellini, pur non avendo niente a che vedere né col fascismo né con la
Germania o quant’altro. Non s’identificano direttamente con questi partiti che per larga parte
dell’opinione pubblica erano in molte zone del Paese come delle meteore piovute dal cielo, eccetto
forse un po’ la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Comunista soprattutto in certe
zone. Il voto monarchico è una forma di protesta di fronte a questa realtà che viene sentita
largamente come estranea.

Quali strumenti concettuali può offrire la tradizione repubblicana per la ricostruzione di


un patriottismo democratico in Italia e in Europa?

Dopo l’89 il quadro mondiale è cambiato radicalmente. Non è un caso se dopo quella data, non
solo gli addetti ai lavori ma anche giornalisti, storici, politici si interrogano sui problemi
dell’identità nazionale, della “morte della patria”, su come ricostruire una forma di etica civile e di
partecipazione. Questo perché i vecchi canali della partecipazione, cioè i vecchi partiti sono in
grave crisi. D’altra parte non si può demandare interamente all’esterno, come un po’ è stato fatto in
passato, in altre parole una costruzione più ampia di quelli che sono i nostri compiti, i nostri
bisogni. Cioè non possiamo pensare che basti stare in Europa per essere qualche cosa. Bisogna
prima essere qualche cosa e poi stare in Europa, altrimenti ci si sta fisicamente ma la nostra è una
presenza soltanto numerica, non qualitativa, non essenziale. Leo Valiani che da questo punto di
vista era una persona lungimirante l’aveva già indicato molti anni fa, ancora quando sembrava che
le contrapposizioni interne partitiche potessero essere superate in una visione nazionale in tempi più
brevi di quello che poi in realtà non è avvenuto. Bisogna che l’Italia riacquisti una sua identità, una
sua fisionomia, un suo denominatore comune – politico, istituzionale, morale – al suo interno,
affinché possa poi svolgere un ruolo nel più vasto contesto europeo. Già è difficile tutto questo a
livello europeo perché vediamo come dal punto di vista dell’Europa politica le difficoltà sono
infinite. È vero che abbiamo la moneta unica e fra un po’ disporremmo di un esercito di difesa
comune, però sono primi passi, il salto qualitativo non è ancora avvenuto. Per partecipare a questo
salto qualitativo bisogna che prima ci sia una forma d’identità e partecipazione interna pari a quella
che c’è negli altri paesi dell’Unione. Da questo punto di vista il patriottismo della repubblica è
sicuramente il punto di partenza, ma non è il punto d’arrivo perché poi non sappiamo come
riusciremo a riempirlo di contenuti. Il patriottismo della Repubblica è quello che è mancato in Italia
per il prevalere dell’identità di partito, ed è quello a cui dobbiamo guardare come obiettivo se
vogliamo essere in Europa con un nostro ruolo specifico.
a cura di Alessio Sfienti

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Note

[1] J.C.L. Simonde de Sismondi, Storia delle repubbliche italiane, Torino, Bollati Boringhieri, 1996.
[2] A. G. Ricci, La Repubblica, Il Mulino, Bologna, 2001, p. 66.
[3] In particolare Mazzini identifica la «politica come religione civile», cioè la politica è fornita di un contenuto
etico, fondata su principi, su valori, su ideali, la quale ha sempre chiamato in causa la conquista della democrazia come
ricerca di un sistema superiore di partecipazione popolare. Su questo punto si vedano R. Sarti, Giuseppe Mazzini. La
politica come religione civile, Roma-Bari, Laterza, 2000 e S. Mastellone,
[4] Su questo punto si veda il bel libro di G. E. Rusconi, Possiamo fare a meno di una religione civile?, Roma-Bari,
Laterza, 1999.
[5] A. G. Ricci, La Repubblica, cit., p. 210.
[6] Sul dibattito intorno al tema della “morte della patria” si vedano in particolare: E. Galli della Loggia, La morte
della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996; R. De
Felice, Rosso e Nero, Milano, Baldini & Castoldi, 1995; G. E. Rusconi, Resistenza e postfascismo, Bologna, Il Mulino,
1995; Id., Patria e Repubblica, Bologna, Il Mulino, 1997; G. Spadolini (a cura di), Nazione nazionalità in Italia, Roma-
Bari, Laterza, 1994; M. Viroli, Per amore della Patria. Patriottismo e Nazionalismo nella storia, Roma-Bari, Laterza,
1995.