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2 Principi costruttivi degli edifici

2. PRINCIPI COSTRUTTIVI DEGLI EDIFICI


2.1. Cenni sulla teoria delle strutture Nel campo delle costruzioni il termine struttura spesso usato per indicare qualcosa di pi specifico di un sistema di relazioni. Con tale termine si indica il complesso di opere specificamente dedicate a sopportare i carichi che gravano su di esse e necessarie per la stabilit dellinsieme. I carichi si dividono in statici e dinamici. I carichi statici sono il peso proprio della struttura, i carichi permanenti sulla struttura (pavimenti, manti di copertura, macchinari fissi, ecc..) ed i carichi accidentali (o sovraccarichi), gravanti sulla struttura in modo non permanente (persone, arredi, neve, vento, ecc.). I carichi dinamici sono forze di cui pu variare lintensit, come lazione sismica. I carichi possono essere considerati concentrati se agiscono su una superficie piccola e possono essere pensati come agenti in un punto della struttura, oppure possono essere considerati distribuiti se la loro azione distribuita su una superficie sufficientemente ampia. La struttura tende a reagire ai carichi con forze di reazione espresse dai vincoli (reazioni vincolari). La struttura in equilibrio statico quando le reazioni vincolari ed i carichi si annullano a vicenda creando un sistema a risultante nulla. (Fc+Fv) = 0 Un corpo in equilibrio nello spazio quando sono inibiti gli spostamenti in tre direzioni (X, Y, Z), e le rotazioni attorno ai tre assi (X, Y, Z). Ognuno di questi movimenti chiamato grado di libert. Nello spazio gli elementi hanno dunque 6 gradi libert; nel piano XY solo 3 gradi di libert (spostamenti lungo X e lungo Y, e rotazione attorno allorigine).

2.1.1. Vincoli Affinch la struttura sia equilibrata staticamente si ricorre ai vincoli, che devono essere in grado di offrire le reazioni necessarie ad inibire quegli spostamenti e quelle rotazioni. Ad ogni grado di libert inibito corrisponde una reazione vincolare. Nella realt le strutture sono tridimensionali. Per semplicit di apprendimento, tuttavia, si iniziano a schematizzare sul piano. Nel piano i vincoli si dividono in semplici, se tolgono un grado di libert, doppi se ne tolgono due e tripli se ne tolgono tre. Vincoli semplici sono lappoggio semplice, il carrello scorrevole e lasta o pendolo. Vincoli doppi sono la cerniera fissa nel piano, il manicotto, il pattino e il bipendolo. Vincoli tripli sono la cerniera ed il tripendolo. Questi tipi di vincoli sono schematizzazioni e semplificazioni di quanto avviene nella realt per le connessioni tra gli elementi strutturali. I vincoli pi importanti nel piano sono: il carrello (inibisce un grado di libert e d una reazione), la cerniera (inibisce due gradi di libert e d due reazioni), lincastro (inibisce tre gradi di libert e d tre reazioni).

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Figura 2.1: schematizzazione dei vincoli nella Scienza delle Costruzioni. Lappoggio semplice, il carrello scorrevole, il pendolo inibiscono un grado di libert; la cerniera fissa, il manicotto, il pattino, il bipendolo e la cerniera (ideale) due gradi di libert; lincastro e il tripendolo tre gradi di libert. Nel caso del bipendolo (due pendoli paralleli ad una certa distanza) la struttura pu traslare con piccoli movimenti solo parallelamente alle aste. Nel caso delle cerniera ideale nellultima riga i due pendoli non paralleli impediscono tutte le traslazioni ma non la rotazione di un corpo attorno al punto dincontro del prolungamento dei pendoli stessi. Quando i vincoli sono insufficienti a tenere in equilibrio la struttura si dice che la struttura labile. Quando i vincoli sono strettamente necessari a mantenere la struttura in equilibrio si dice che essa isostatica. Quando i vincoli, al contrario, sono sovrabbondanti si dice che la struttura iperstatica. Nel campo della Scienza delle Costruzioni le strutture in equilibrio statico, ai fini della loro analisi, vengono schematizzate in vario modo. Siccome gran parte delle strutture edilizie costituita da telai, un modo classico quello di utilizzare schemi semplici bidimensionali, costituiti da elementi snelli (aste) vincolati tra loro e con lesterno. Nelle aste una direzione prevale sulle altre e valgono le caratteristiche di deformazione elastica secondo i principi di de Saint-Venant. Se si pone: Cr = componenti di reazione (max 3 componenti di vincolo) A = aste o membrature nel piano (3 gradi di libert) si ha: Struttura isostatica: Cr uguale a 3A Struttura iperstatica: Cr maggiore di 3A Struttura labile: Cr minore di 3A

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Figura 2.2: schematizzazione strutturale nella Scienza delle Costruzioni: strutture piane costituite da aste vincolate ai loro estremi ( da Caleca).

2.1.2. Equilibrio al ribaltamento di corpi rigidi Ai fini della valutazione del comportamento delle strutture e della loro sicurezza, si possono definire vari modelli di calcolo che portano ad analizzare gli elementi costruttivi per la propria deformazione, elastica o meno, fino al punto di plasticizzazione e poi di rottura (calcolo a rottura) oppure per le loro condizioni di stabilit o equilibrio. Nel caso di elementi che si comportano come prevalentemente come corpi rigidi (per esempio, le murature) il primo modo per valutarne la sicurezza quello di calcolarne lequilibrio rispetto allazione di ribaltamento al di fuori del proprio piano mediano (perpendicolarmente ad esso) in seguito ad azioni orizzontali come quella sismica o del vento. Rispetto alle azioni verticali di schiacciamento nel piano, infatti, un corpo murario rimane in equilibrio. Rispetto, invece, ad unazione orizzontale, esso tende a ruotare rispetto allo spigolo di base (si crea cerniera alla base) e questa azione (primo modo di danno) pi pericolosa rispetto alla quella precedente di schiacciamento. E anche pi pericolosa di unazione

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orizzontale nel piano del muro (secondo modo di danno). Nella schematizzazione pi semplice, lazione ribaltante (momento ribaltante) data dalla forza orizzontale, applicata al baricentro, per la distanza dalla cerniera di base; lazione stabilizzante (momento stabilizzante) data, invece, dalla forza peso per la distanza dalla cerniera di base.

Figura 2.3: equilibrio delle murature rispetto allazione di ribaltamento. Lobiettivo di una prima analisi dunque quello di valutare lentit della forza che tende a ribaltare il muro. Il ribaltamento dipende dal peso specifico del muro e dalla sua larghezza. Il coefficiente C indicatore del grado di sicurezza al ribaltamento del muro. Se Fs (s sta per sismica) uguale a b2, allora il coefficiente 1 e il muro non ha margine di sicurezza, uguagliandosi i due momenti. La capacit del muro di ribaltarsi attorno a ipotetiche cerniere alla base dipende dal fatto che esso pu essere isolato, oppure collegato per un lato o per entrambi i lati a muri trasversali, nel qual caso la sua stabilit al ribaltamento aumenta perch minore la parte di

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muro che tende a staccarsi e a ribaltarsi (si staccano lembi triangolari). Le murature trasversali contribuiscono quindi a diminuire il rischio al ribaltamento nelle costruzioni (effetto scatolare). Ponendo Fs = cbH e uguagliando Ms e Mr, si ha c = b/H; c (inverso del coefficiente di sicurezza) rappresenta di quanto si deve ridurre la forza ribaltante, rispetto al peso del muro, per ritenerlo sicuro, e coincide anche con il rapporto tra spessore e altezza del muro (inverso della snellezza del muro). Nella storia delle costruzioni un modo classico per assicurare la sicurezza di un muro, acquisito dallesperienza, era di costruirlo con un rapporto geometrico tra laltezza e lo spessore, di 1/8; per muri vincolati ai bordi da muri travsversali, questo rapporto poteva scendere a 1/12. 2.1.3. Equilibrio elastico Una prima generale suddivisione tra i materiali costruttivi si pu fare tra materiali elastici ed anelastici. Nella realt tutti i materiali hanno una certa elasticit, e la teoria delle strutture parte dalla teoria dellelasticit, cio considera il comportamento degli elementi strutturali per la loro caratteristica di elasticit. Se si vuole indagare una struttura per il suo aspetto elastico, in quanto i materiali e gli elementi che la compongono hanno quella caratteristica (per il materiale in s e per la forma) si pu dire che, per effetto dei carichi, si generano nei materiali delle sollecitazioni interne che provocano delle tensioni interne (forze per unit di superficie, in genere indicate con se normali al piano di sollecitazione e se tangenziali) che si oppongono alla deformazione. Lelemento strutturale acquisisce una configurazione deformata che assicura lequilibrio tra forze esterne e tensioni interne che si definisce equilibrio elastico. Le deformazioni sono deformazioni elastiche, nel senso che, al cessare della sollecitazione, cessa anche la deformazione. Oltre il livello massimo consentito dal materiale la deformazione elastica si trasforma in deformazione plastica, nel qual caso essa diventa permanente ed il materiale si plasticizza. In natura non esistono corpi perfettamente elastici o perfettamente rigidi. Tutti i corpi, sottoposti a delle sollecitazioni, si deformano e generano al loro interno tensioni interne (, ) che si oppongono alle deformazioni stesse. Le caratteristiche di deformazione di un materiale dipendono dal proprio legame costitutivo, cio dalle propriet elastiche e di rottura, e dalle condizioni di isotropia od ortotropia, cio dal fatto di comportarsi rispetto alla sollecitazione in modo uguale in tutte le direzioni oppure secondo direzioni privilegiate. Se le deformazioni elastiche sono direttamente proporzionali allintensit delle tensioni, lelemento ha un comportamento elastico di tipo lineare e segue la cosiddetta legge di Hooke: E (modulo elastico) = / ove la deformazione in una generica direzione. Per valutare le tensioni interne bisogna innanzitutto conoscere le caratteristiche di sollecitazione interne. Ci sono sollecitazioni semplici e composte. Quelle semplici sono: A. trazione B. compressione C. flessione D. taglio E. torsione

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Figura 2.4: effetti delle sollecitazioni. Il modo per individuare allinterno degli elementi le sollecitazioni quello di spezzarli in due parti e di individuare delle forze interne che equilibrano quelle esterne (risultanti relative). Nel caso specifico si pu scomporre la risultante relativa ad uno stato di sollecitazione piano in una forza normale Rn al piano ed in una tangente Rt. La prima si pu sostituire con un sistema equivalente (N e Mf) e cos pure la seconda (T e Mt). N genera uno sforzo di trazione (o sforzo assiale); se fosse nellaltro senso sarebbe di compressione T genera una sollecitazione di taglio o scorrimento. Mf rappresenta una sollecitazione di flessione (semplice) Mt rappresenta una sollecitazione di torsione. La presenza contemporanea di pi di una sollecitazione semplice genera una sollecitazione composta.

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Figura 2.5: sollecitazioni semplici.

Trazione (o compressione semplice) e taglio N = amm = allungamento unitario = L/L = N/EA A T = amm = scorrimento unitario = T/GA, A = fattore di taglio = 1.2 per sezione rettangolare), G = modulo di elasticit tangenziale = E/2(1+), = coeff. di Poisson Flessione M = amm W I W= ymax

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con W = modulo di resistenza; I = momento dinerzia baricentrico della sezione; per sezione rettangolare W = bh2/6, inoltre: M = EI I W= ymax Torsione M = t amm Wt M = rotazione.unitaria = q t GI p

q = fattore.di.torsione I p = momento.d ' inerzia. polare

Figura 2.6: tensioni interne nelle sollecitazioni semplici


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Sollecitazioni composte: presso flessione P Pe amm max = A W min e = eccentricit

Per una sezione rettangolare, con W=bh2/6, si ha un diagramma triangolare quando leccentricit uguale a h/6.

Figura 2.7: pressoflessione in una sezione rettangolare.

Figura 2.8: pressoflessione con centro di pressione comunque disposto

max =
min

P Pex Pe y amm A W y Wx

e = eccentricit

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Un altro problema quello dellequilibrio dei corpi elastici snelli rispetto ad un carico verticale assiale (carico di punta). In questo caso si ingenera un fenomeno tale per cui non sufficiente che la struttura resista alle sollecitazioni di compressione, ma che non si instabilizzi. Figura 2.9: carico di punta, per il dimensionamento dellelemento si usa la formula di Eulero, con rapporto di snellezza e l0 lunghezza teorica di calcolo. Il carico ammissibile dato dalla formula:

Pamm =

1 2 EJ min n l02

l0

min

dove min il raggio di inerzia e n un coefficiente di sicurezza; il rapporto di snellezza varia in ragione della lunghezza teorica di calcolo lo, che dipende dal tipo di vincolo dellelemento. Nella verifica, per determinare la tensione ammissibile, si usa il metodo omega, dove dato da tabelle specifiche sui materiali:

P amm A

In conclusione, il metodo tradizionale di valutare la sicurezza di una struttura, analizzata dal punto di vista elastico, quello di determinare le sollecitazioni interne attraverso la risoluzione della struttura. Se questa iperstatica, nella determinazione delle sollecitazioni entrano in gioco le deformazioni elastiche. A questo punto, si deve controllare che il livello calcolato di tensione allinterno del materiale sottoposto alle sollecitazioni esterne non raggiunga il limite di resistenza, cio il limite di rottura (r o r) proprio del materiale, diminuito di un coefficiente di sicurezza (in ragione del materiale, della struttura e della sollecitazione) che superiore a 1, ma vale in genere da 3 a 10. Il valore tensionale diminuito del coefficiente di sicurezza da non superare si definisce tensione ammissibile, ed il metodo di valutazione di sicurezza della struttura si definisce metodo delle tensioni ammissibili. Negli ultimi cento anni si usato principalmente il metodo delle tensioni ammissibili per valutare la sicurezza delle costruzioni, soprattutto di quelle in conglomerato cementizio armato. Tuttavia, si ritiene oggi che usare come valutazione della sicurezza solo il metodo delle tensioni ammissibili sia meno efficace ed anche troppo cautelativo, per cui le norme tecniche richiedono un altro metodo, conosciuto come metodo agli stati limite. In questo secondo caso il controllo della sicurezza si basa su valutazioni di tipo statistico e probabilistico che non portano a verificare lo stato tensionale interno del materiale nei punti di maggiore sollecitazione, ma di valutare i cosiddetti stati limite di esercizio ed ultimi, assicurandosi attraverso luso di particolari coefficienti, che le sollecitazioni non superino
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condizioni strutturali ritenute statisticamente non sicure. Per fare ci tuttavia occorre valutare lo stato di sollecitazione di una struttura sotto molteplici condizioni di carico, e ci implica luso di strumenti di calcolo automatici. Inoltre, nellottica del metodo degli stati limite, per struttura particolarmente complesse valutare solo condizioni di elasticit lineare dei materiali appare riduttivo sia in termini di margini di utilizzo del materiale, sia in termini di effettivo comportamento strutturale. Allora, si mettono in gioco, nella valutazione delle sicurezza, le risorse plastiche del materiale, cio il comportamento del materiale oltre uno stato di perfetta elasticit, che riguarda solo gli stadi di sollecitazione pi bassi. Infine, sulla base di complessi algoritmi di calcolo, per avvicinarsi maggiormente al comportamento reale dei materiali, si possono prevedere caratteristiche di deformazione riferite a comportamenti elastici non lineari.
2.1.4. Meccanismi di rottura nelle murature nel loro piano

I materiali come il cemento o la pietra o il laterizio hanno una rottura di tipo fragile e sono meno resistenti a trazione che a compressione, per cui la loro rottura avviene per trazione. Nel caso di giunti di malta tra elementi di muratura, la rottura avviene spesso lungo questi giunti, che costituiscono lanello debole del sistema murario. Per individuare il piano lungo cui si ha la trazione massima bisogna conoscere lo stato tensionale della muratura rispetto alle azioni di compressione verticali e a quelle orizzontali taglianti.

Figura 2.10: cubetto elementare, sottoposto a sollecitazioni in due direzioni ortogonali tra loro e ad azione di taglio. Tali azioni possono essere tra loro combinate.

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Figura 2.11: compressione di un ipotetico elemento murario vincolato sopra e sotto da una piastra pi o meno rigida rispetto allelemento stesso. La compressione genera sollecitazioni di tipo orizzontale che dipendono dalla distanza dalla piastra. Le linee pi spesse rappresentate in figura corrispondono al piano della rottura potenziale per trazione. Dallo schema si intuisce landamento tensionale nei tre cubetti. Nel caso 2 la compressione genera una trazione in senso perpendicolare. I casi 1 e 3 sono una combinazione di azione tagliante e di compressione. Estrapolando landamento della lesione nel cubetto ed applicando lo stesso principio su tutto lelemento murario, si pu intuire la propagazione della lesione in tutto il muro. In mezzo verticale e poi, via via, con maggiore inclinazione. Se non ci fosse compressione sarebbe perfettamente diagonale. Dato lo schema sopra riportato sempre possibile individuare per ogni cubetto elementare una posizione tale per cui si abbia solo trazione e compressione (piani principali). In tale posizione si genera una isostatica di massimo nel piano dove corre la trazione ed una isostatica di minimo nel piano di compressione. La rottura avviene lungo lisostatica di
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minimo (perpendicolarmente alla direzione di trazione dellis. di massimo). Pi precisamente seguendo i punti lungo i quali si generano le massime isostatiche di massimo (isobare).

Figura 2.12: Disposizione delle isostatiche di massimo e di minimo in presenza di aperture dentro un solido murario. Notare arco sopra leffetto larchitrave; questo effetto corrisponde alla potenziale linea di frattura nel caso di cedimento dellarchitrave stesso. Figura 2.13: lesioni tipiche dovute a spostamenti localizzati, generati a loro volta da azioni localizzate: a) per spostamento laterale dello spigolo delledificio; b) per schiacciamento della struttura muraria; c) per cedimento fondale della parete di facciata; d) per spinta verso lesterno delle strutture di solaio; e) per effetto di spinta della struttura a volta interna; f) per presenza di copertura spingente; g) per cedimento fondale nella zona intermedia di facciata.

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Nel caso di forze orizzontali come i sismi, il primo modo di danno dato dal loro ribaltamento (come spiegato prima). Una volta scongiurato questo meccanismo esse subiscono unazione tagliante nel loro piano.

Figura 2.14: modalit di rottura della struttura muraria resistente in seguito ad azioni nel piano: a) edifici con fasce di piano rigide; rottura dei maschi murari; b) edifici con fasce di piano duttili; rottura della muratura fra le file di aperture.

2.2. Principi costruttivi degli edifici

Sulla base di quanto appena detto, le interazioni tra gli elementi costruttivi (o strutturali) degli edifici portano a distinguere tre diversi principi statico-costruttivi principali, che danno origine a tre differenti sistemi costruttivi (o strutturali) in rapporto al modo di racchiudere e definire uno spazio con la costruzione. 1. sistema pesante (o trilitico): basato sul principio statico dellappoggio semplice dellorizzontamento sui sostegni, fondato genericamente sulla trasmissione verticale delle forze-peso. 2. sistema spingente: basato sul principio dellarco, o della solidariet dei singoli elementi mediante la semplice forma cuneiforme, che permette di ottenere una successione continua in cui gli sforzi inclinati genericamente non chiamano in causa sforzi di trazione. Lo scarico delle forze degli elementi di orizzontamento sui sostegni avviene secondo direzioni inclinate. Gli elementi lavorano quindi per mutuo contrasto. 3. sistema elastico (o intelaiato): basato sul principio del telaio, costituito da elementi con spiccate propriet elastiche e basato sulla realizzazione tra gli elementi di vincoli di incastro o comunque di solidariet. Ci sono altri principi costruttivi, come quello del cavo, del triangolo, del fungo, del pneumatico. Nel principio del cavo anzich larchitrave o larco si predispone un cavo o fune appesa ai piedritti, sfruttandone le capacit di resistenza a trazione e di assumere, data la capacit di resistere a flessione, una configurazione di equilibrio sotto lazione del peso proprio e di altri
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carichi verticali. La stabilit dellinsieme pu essere affidata ai soli piedritti oppure ai piedritti e a tiranti ancorati al suolo che assorbono lazione orizzontale determinata dal cavo. Nel principio del triangolo, per creare un vano agibile si utilizzano due soli elementi, a giacitura inclinata, contrapposti e soggetti a compressione, che creano una configurazione a triangolo. Nel caso del principio dellalbero o del fungo lo spazio agibile definito da un elemento verticale portante, il ritto, sorreggente un elemento di chiusura orizzontale aggettante. Il principio del pneumatico si basa sulluso di elementi a camera daria gonfiabili.
Nota: i principi costruttivi generano, composti tra di loro, gli elementi di fabbrica (vedi Mandolesi) e quindi lorganismo edilizio. In un primo caso il principio costruttivo generale dellorganismo mirato alla creazione di un involucro globale (con procedimento a conci, a guscio, a cesto, a pallone, a tenda, a capanna); in un secondo caso il principio costruttivo globale basato sul concetto di involucro scatolare, che si pu ottenere procedendo per setti o a gabbia, o utilizzando entrambi i modi (vedi Maretto, precedentemente).

2.2.1. Sistema pesante (o trilitico) - Principio costruttivo elementare del trilite

il principio costruttivo pi intuitivo ed antico. Si basa sullappoggio di un elemento orizzontale trasversale (architrave), soggetto a flessione e taglio, su due elementi verticali (piedritti). Il limite principale costituito dal fatto di instabilizzarsi facilmente rispetto ad unazione orizzontale.

Figura 2.15: principio del trilite.

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Similmente al muro isolato, per lequilibrio del trilite si ha: Mr = Fsism-piedrHpiedr/2 + Fsism-archit(Hpiedr+Harchit/2) Ms = Ppiedrb/2+ParchitL/2 Ms/Mr = C Ove le forze sono applicate al baricentro degli elementi. Ponendo C = 1 si ricava schematicamente la forza sismica limite Fsism-piedr che tende a ribaltare il piedritto. Ovviamente questo succede nel caso di pura rotazione: nella realt le condizioni di attrito tra gli elementi variano il valore della forza ribaltante. Per semplicit si pu pensare dunque al sistema costruttivo trilitico costituito da una trave appoggiata su due muri, quindi ad una struttura isostatica. Per quanto riguarda i carichi verticali entra in gioco quindi la capacit elastica dellelemento trasversale di deformarsi a flessione. Tuttavia, siccome lelemento orizzontale non collegato a quelli verticali da un vincolo rigido, il sistema costruttivo derivato da questo principio poco stabile e sicuro nel caso di forze orizzontali. Nella realt oggi le travi appoggiate sfruttano comunque parte dellincastro nella muratura o altre condizioni di vincolo attritivo per resistere alle forze orizzontali.

Figure 2.16, 2.17, 2.18, 2.19: schemi elementari del trilite: dagli esempi storici di Stonehenge dei templi greci al capannone prefabbricato in c.a.a. Nel trilite lelemento orizzontale pu avere comportamento elastico, data la sua snellezza. Sotto si riportano gli schemi strutturali e le sollecitazioni per architravi (travi appoggiate), con comportamento elastico e diverse tipologie di carico.
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Carico concentrato in mezzeria

MA = MB = 0 M max = + Pl 4

P V A = VB = 2 HA = 0

P TAdes = VA = 2 P TB = 2

Pl 3 f = 48EJ Pl 2 = 16 EJ

Carico concentrato non in mezzeria

1 Pa b 3 EJl Pb(l 2 b 2 ) = 6 EJl fc =

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TAdes = V A = TCsin Pa l Pb Tx = l TCdes =

Pb l Pa VB = l HA = 0 VA =

MA = MB = 0 Pab l Pb x Mx = l MC = +

Carico distribuito

pl VA = VB = 2 HA = 0

TAdes = V A = TB =

pl 2

pl 2 pl Tx = + px 2

MA = MB = 0 M max = + pl 2 8

5 pl 4 384 EJ pl 3 = 24 EJ f max =

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Il principio del trilite viene a cadere nel momento in cui gli appoggi sono su livelli diversi e la trave si inclina. Se gli appoggi sono fatti in modo da consentire lo scarico di azioni orizzontali, si genera una spinta.

Figura 2.20: trave inclinata, tipica di una copertura a falde inclinate con azione spingente sulla muratura perimetrale. La trave, poich crea una spinta, viene chiamata anche puntone. sottoposta sia ad azione flettente da un carico concentrato P (dovuto alla presenza, per esempio, di un arcareccio) e a compressione per parte della sua lunghezza. 2.2.2. Sistema spingente - Principio costruttivo dellarco Se allelemento unico dellarchitrave si sostituiscono due elementi che si reggono in equilibrio per mutuo contrasto, si ottiene un sistema spingente. Le azioni sui piedritti non sono pi verticali ma generano una spinta che tende a ribaltarli. Il valore della spinta in rapporto allinclinazione dei due elementi. Se si aumenta il numero degli elementi (conci) disponendoli lungo un asse curvilineo che coincide con la funicolare dei carichi si ottiene una struttura spingente (ad arco) sottoposta in ogni sezione a compressione semplice.

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Figura 2.21: principio dellarco.

Figura 2.22: la piattabanda ha un comportamento equivalente a quello di un arco; si pu pensare la piattabanda come un arco con raggio di curvatura a raggio infinito per landamento interno delle tensioni.

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Figura 2.23: strutture storiche dalla civilt greca, con forme simili a quelle degli archi, ma con comportamento diverso. Per capire il funzionamento di un arco si pu partire a rovescio, considerando il funzionamento di una catenaria in cui un filo teso a cui sono attaccati dei pesi si dispone secondo una curva di tipo quadratico.

Figure 2.24, 2.25: studio del Poleni sulla forma della cupola di San Pietro. Se la funicolare la forma naturale secondo cui si dispone una corda, anche la forma dellarco deve seguire una forma naturale ribaltata, altrimenti si generano delle eccentricit che le strutture in muratura non possono sopportare. Anche la natura delle sollecitazioni interne di forma opposta.
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Storicamente il problema dellarco stato dunque quello di capirne lequilibrio ed i meccanismi di rottura. I meccanismi di collasso di archi e piattabande sono stati studiati empiricamente attraverso osservazioni dirette, arrivando a definire le sezioni dove avveniva il distacco e quindi la rotazione. In base alle osservazioni, i fenomeni rilevati riguardavano la presenza di lesioni in mezzeria o ai bordi. Oggi questo fenomeni potrebbero essere interpretati e schematizzati in due modi: un modo di collasso legato al taglio, nel caso in cui non si verifichino rotture in mezzeria (come nelle travi, prevalenza delle azioni di taglio, pi forti ai bordi) e il sistema ruoti solo rispetto ad una cerniera alla base; un secondo modo legato alla rottura in mezzeria, per prevalenza di flessione, con la rotazione del sistema attorno a cinque punti.

Figura 2.26: meccanismo di rottura a taglio (da Blasi).

Figura 2.27: meccanismo di rottura per flessione (da Blasi).

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Figura 2.28: disegni di Rondelet sui meccanismi di collasso di archi e piattabande. Rondelet individua negli archi a tutto sesto cerniere poste a 45 sullorizzontale

Figure 2.29, 2.30: casi reali di collasso di archi e cupole storiche che confermano le osservazioni di Rondelet. Larco in pietra con collasso in mezzeria e la semicupola lesionata in Asia minore, con meccanismo pi vicino al concetto di collasso per taglio. Gli archi in muratura sono formati da conci, considerati come elementi rigidi. Il problema dellindividuazione delle cerniere nella realt non lineare, ma il meccanismo di formazione di cerniere in una struttura continua, pu interpretare bene il comportamento di un arco. Se si concepisse un arco come elemento in cui c continuit materiale, applicando il concetto di corpo elastico, lelemento costituirebbe un sistema iperstatico sottoposto a flessione con azioni orizzontali e verticali agli appoggi. Questo avviene, per esempio, nel caso di uno schema di arco in cemento armato. Se si creasse una cerniera in chiave (arco a tre cerniere), allora il problema diventerebbe isostatico, avvicinandosi alla situazione reale dellarco a conci, in cui gli elementi sono tra loro collegati da vincoli monolateri.

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Figura 2.31: trave elastica a forma di arco, 1 volta iperstatica; introducendo una terza cerniera, larco elastico tende ad avvicinarsi, come funzionamento, ad un arco in muratura costituito da conci, per il quale la risoluzione della struttura problema non lineare.

Figura 2.32: arco di epoca romana costituito da conci di travertino con giunti radiali. Il meccanismo di collasso di un arco a tutto sesto si pu dunque pensare, in sintesi, con la creazione di 5 cerniere: una in chiave, due al piano delle reni (30), due al piano dimposta dellarco. Per generare la formazione di cerniere allestradosso e allintradosso, la risultante delle azioni deve passare per tali cerniere (generando momento nullo).

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Figura 2.33: studi sperimentali di Mery. Arco a tutto sesto: cerniere a 30 sullorizzontale, apertura in chiave allintradosso. Arco acuto: cerniere a 45, apertura in chiave allestradosso. Collasso per rotazione con cerniera quasi in chiave e 2 cerniere alle reni. Affinch avvenga il fenomeno delle 5 cerniere, la curva delle successive risultanti (curva delle pressioni) deve avere landamento in figura, passando per le cerniere stesse. Si pu, tuttavia, fare una valutazione pi raffinata, introducendo il concetto del terzo medio.

Figura 2.34: schema dellarco fessurato con la formazione di 5 cerniere e introduzione del concetto di terzo medio. Se si ragiona preventivamente sulla possibilit di fessurazione dellarco, allora si deve evitare che nascano tensioni di trazione nella sezione, contenendo lazione entro il terzo medio.

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Dal punto di vista tensionale, per essere sicuri che non si generino sforzi di trazione nella sezione (quelli che potrebbero innescare le fessurazioni, se ammettiamo a favore di sicurezza che i conci e leventuale malta dei giunti abbiano resistenza nulla a trazione), la risultante delle pressioni non deve passare per il punto di rotazione, ma deve rimanere entro i limiti del terzo medio. Quando arriva al bordo del terzo medio, allora incomincia lo sforzo di trazione e la potenziale rotazione attorno al punto di bordo. Conoscendo il meccanismo di collasso, il problema da iperstatico diventa isostatico, schematizzando la struttura come sopra: si studia lequilibrio di uno dei conci intermedi nella situazione fessurata allo stato limite ultimo di equilibrio. In mezzeria si dispone una cerniera per simmetria di carichi e di forma. Il metodo per lo studio della situazione limite di fessurazione, proposto da Mry sulla base degli studi di Navier (met XIX secolo), si effettua considerando la fascia delimitata dal terzo medio delle sezioni. Per contenere la curva delle pressioni allinterno del terzo medio si usano i rinfianchi, riportati come settori di forma quasi trapezoidale sopra larco.

Figura 2.35: impostazione del Metodo del Mery e sua risoluzione in modo analitico.

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Con il metodo del Mery (1928) landamento della curva delle pressioni si controlla non analiticamente, ma graficamente. Considerando un arco simmetrico, si considera solo la met compresa tra il giunto alle reni e lasse di simmetria, delimitando la parte di muro di rinfianco sovrastante sostenuta dallarco.

Figura 2.36: metodo di Mery, prima fase. Si divide arbitrariamente larco in n conci mediante giunti ideali e si innalzano le verticali dalla linea di estradosso, dividendo la muratura soprastante in n blocchi. In base ai materiali usati, si calcolano i pesi dei conci e dei blocchi e si applicano le forze al baricentro, ricavando per ogni coppia la risultante. Con un poligono funicolare di polo arbitrario H si determina, con lintersezione del primo e ultimo lato (Hx e Hy traslati e fatti partire da p5 e p1), la retta dazione rr della risultante R dei pesi Pi. Se si conosce il valore di R si possono tracciare C1G e C0G, ove C1 e C0 sono i punti limite oltre i quali la curva delle pressioni esce, rispettivamente allintradosso e allestradosso, dal nocciolo centrale dinerzia. Traslando C1G e C0G, nel poligono funicolare si tracciano a e f (la reazione limite dellaltro semiarco) ed A, permettendo di individuare H1, e progressivamente le nuove direttrici a, b, c, d, e, f delle pressioni, che si riportano nuovamente sullarco traslandole allintersezione con i pesi.

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Si deve verificare che queste non escano dal terzo medio (o nocciolo centrale dinerzia). Se ci avviene in una o pi sezioni, si ha non solo compressione. Se la sezione risulta solo parzialmente compressa, potrebbero innescarsi delle fessurazioni date da tensioni di trazione che potrebbero portare al distacco completo del concio e alla sua rotazione sul lembo estremo. In definitiva, secondo Mery larco si pu dire in sicurezza se la curva delle pressioni giace allinterno del terzo medio.

Figura 2.37: metodo di Mery, seconda fase.

Figura 2.38: spinta sui piedritti (da Blasi).


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Figura 2.39: contenimento della spinta sui piedritti: aumento del peso del piedritto, innalzamento del muro di contenimento, muro a scarpa.

Figura 2.40: archi rampanti di scarico delle spinte nelle cattedrali gotiche: la sezione di sinistra inscritta in un triangolo equilatero.
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2 Principi costruttivi degli edifici

Un altro problema nellequilibrio degli archi stato quello di contrastare la spinta degli archi sui piedritti. Per secoli uno delle domande fondamentali per gli architetti stata: quale dimensione e peso devono avere le spalle di un arco perch non ruotino e siano in grado di sostenere la spinta dellarco? Per contrastare la spinta si ricorre sostanzialmente a tre tipi di soluzioni statiche: 1. aumento del peso del piedritto rispetto a quello dellarco, 2. costruzione di muri di contenimento pi alti e di pinnacoli sopra di essi, per abbassare la direzione della spinta, 3. aumento delle dimensioni di base del piedritto, con sezioni murarie a scarpa o contrafforti. Questi concetti sono stati allorigine di forme e stili architettonici, dagli esempi dellepoca romanica a quella delle costruzioni gotiche.

Figura 2.41: metodi per la determinazione grafica dello spessore dei piedritti (da Milani)

Figura 2.42: aumento del peso specifico della sezione muraria nel Pantheon di Roma attraverso tecniche costruttive differenziati, ai fini della stabilizzazione della cupola (da Gulli).

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2 Principi costruttivi degli edifici

Leffetto arco si crea anche nella piattabanda. Confrontando il comportamento di una trave elastica e di una piattabanda si pu notare la differenza nellandamento delle tensioni interne. Il comportamento della piattabanda simile a quello dellarco: al raggiungimento dello stato di fessurazione, si crea un arco, che ha il centro in funzione dellinclinazione dei conci. Mentre nella storia si sono adottati modelli grafici (Mery), che consideravano rigidi i corpi e utilizzavano un calcolo a rottura (metodi ancora validi in certe situazioni), oggi un modo per capire il funzionamento della piattabanda e dellarco quello di utilizzare un modello numerico (elementi finiti) con elementi lineari o planari o tridimensionali, che impiegano specifici legami costituitivi del materiale (elastici o non) e specifici vincoli ai nodi.

Figura 2.43: effetto arco nella piattabanda e impostazione di un modello numerico agli elementi finiti.

Figura 2.44: analisi fotoelastica comportamento di una piattabanda.

del

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2 Principi costruttivi degli edifici

Figura 2.45: arco di scarico e piattabanda.

2.2.3. Sistema elastico - Principio costruttivo del telaio

Il principio del telaio si basa sul fatto che il piedritto e lorizzontamento (elementi prevalentemente lineari) sono collegati tramite vincoli dincastro (pi o meno perfetti) oppure a cerniera e sfruttano le loro propriet elastiche.

Figure 2.46, 2.47: a sinistra, concetto di telaio con nodi a cerniera e di telaio con nodi rigidi; a destra, telaio primitivo con nodi non rigidi.
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2 Principi costruttivi degli edifici

Figura 2.48: nei telai in c. c. a. la rigidit del nodo assicurata dalla connessione tra le armature di travi e pilastri. (immagine dal manuale CNR, inizi anni 50)

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La ripetizione delle aste di piedritto in orizzontale o verticale dei telai genera schemi strutturali a gabbia o scheletro indipendente. I collegamenti tra piedritti e fondazioni possono essere pensati come incastri o cerniere. Un aspetto fondamentale dei telai riguarda il loro grado di rigidezza. Esiste una rigidezza alla traslazione ed una rigidezza alla rotazione, intendendo rispettivamente come rigidezza la forza o il momento in grado di assicurare la rotazione o lo spostamento unitario in un nodo. La rigidezza legata alla forma, alle dimensioni e allelasticit delle aste, nonch al tipo di vincolo tra le aste stesse (incastro o cerniera). Nel caso di strutture di legno o di acciaio i nodi possono essere considerati rigidi o meno. Nei telai complessi in conglomerato cementizio armato i nodi sono in genere progettati per essere rigidi. Le strutture sono dunque fortemente iperstatiche. Nelle strutture elastiche a scheletro indipendente le murature di chiusura dello spazio interno delledificio sono di tamponamento e svolgono una funzione portante non principale (danno un contributo alla rigidezza al taglio).

Figure 2.49, 2.50: strutture a telaio; a sinistra, struttura portante mista, con ossatura in c.c.a. e copertura di legno (alla piemontese). Si notano le deformazioni elastiche delle aste (esagerate per una migliore comprensione), in special modo quella della trave a mensola. A destra, funzione di controventamento esplicata da un tamponamento in muratura inserito in un telaio in c.c.a. Per risolvere le strutture a telaio ci sono vari metodi della Scienza e della Tecnica delle Costruzioni. Nel metodo delle forze si sostituiscono i gradi di libert della struttura con le reazioni vincolari corrispondenti, rendendo la struttura isostatica, e si pongono tali reazioni come incognite. Si trovano le incognite ponendo le equazioni di congruenza (detto anche metodo della congruenza). Questo metodo diventa oneroso per telai complessi. Essi vengono analizzati distinguendo le situazioni in qui i nodi possono essere considerati fissi, cio in grado di ruotare ma non di traslare, oppure non fissi, nel qual caso prevalente, per esempio in seguito ad unazione orizzontale, la componente di spostamento orizzontale. In rapporto al tipo di vincolo le aste hanno dunque una propria rigidezza alla traslazione e/o alla rotazione. Le forze ed i momenti si ripartiscono nei nodi in rapporto a tale rigidezza delle aste. Nel metodo degli spostamenti o delle rigidezze, usato per la risoluzione dei telai complessi, si procede applicando questo procedimento: si vincolano i nodi con incastri e si pongono come incognite gli spostamenti o le rotazioni corrispondenti ai movimenti vincolati. Una versione di questo approccio laborioso chiamato metodo di Cross. Oggi sono i software di calcolo a velocizzare lanalisi dei telai complessi.

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2 Principi costruttivi degli edifici

Schemi strutturali della trave incastrata con carico verticale uniformemente distribuito (tre gradi iperstaticit) e della trave a mensola (isostatica). Nel caso della trave incastrata le reazioni valgono:
V A = VB = pl 2 H A = HB = 0

TAdes = VA = TB =

pl 2

MA = MB = M + max = pl 2 24

pl 2 12

pl 2 pl Tx = + px 2

1 pl 4 384 EJ 1 pl 4 x 2 y 2 fx = 24 EJ l 2 l 2 f max =

Nel caso della mensola le reazioni valgono: VA = pl HA = 0 TB = 0 TA = pl Tx = px px 2 Mx = 2 M A = M max = pl 2 2 pl 4 8 EJ pl 3 = 6 EJ f =

La rigidezza alla rotazione della trave, sostituendo due cerniere al posto degli incastri e applicando due momenti simmetrici, vale 2EJ/l (per semplicit si scrive 6R).

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Telaio del tipo portale con cerniere alla base, sottoposto o a carico uniforme verticale sulla traversa o a forza orizzontale sullo spigolo superiore. Nel primo caso si ha:
V A = VB = pl 2 MA = MB = 0 M C = M D = H Ah Ml/2 2k + 1 pl 2 = 2k + 3 8

pl 2 H A = HB = 4h(2k + 3) J h k= t Jh l

Nel secondo caso si ha:


VA = VB = p 2 p HA = HB = 2 MA = MB = 0 ph 2 ph MD = 2 MC =
V A = VB = ph 2 k l (1 + 6k ) ph 3 + 2k HB = 8 2+k H A = ph H B Jl h Jh l

M C = M A H Ah + M D = M B H Bh MA =

ph 2 2

1 + 4k ph 2 3 + k 6(2 + k ) + 1 + 6k 4

k=

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2 Principi costruttivi degli edifici

In questo secondo caso la rigidezza alla traslazione dellasta verticale, incernierata alla base, vale 3EJ/l3 (per semplicit si scrive 3R). Se lo stesso telaio, sottoposto a forza orizzontale, fosse incastrato alla base in entrambe le aste, la rigidezza del piedritto varrebbe 12EJ/l3, 4 volte superiore al precedente.

Doppio telaio sottoposto a carico verticale uniformemente distribuito.

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