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Il blogging nell’era post global (1ª parte)

Scritto da MarioEs
martedì 26 dicembre 2006

Per chi crede che siamo all’apice della globalizzazione grazie alle tecnologie della comunicazione potrebbe rappresentare qualche stupore leggere il libro di Mario De

Aglio “Postglobal” , che invece asserisce che ormai i giorni della “globalizzazione di mercato” sono pressocchè tramontati.
Innanzittutto, De Aglio ci ricorda che la globalizzazione non è per niente un fenomeno dei nostri giorni (dagli anni ’80 del XX secolo), ma che anzi la prima grande
globalizzazione si è avuta dalla seconda metà dell’800 – definibile come globalizzazione vittoriana – e si è drammaticamente conclusa con la prima guerra
mondiale quando il volume delle esportazioni mondiali di merci rappresentava circa il 7,3% del prodotto lordo mondiale, cifra raggiunta dall’economia mondiale
solo molti anni dopo e precisamente alla fine degli anni ’70 dopo il Kennedy Round.

Il periodo che comprende le due guerre mondiali ha sostanzialmente interrotto bruscamente il processo di integrazione delle economie facendo sprofondare il
pianeta Terra in una sorta di baratro economico. Alle soglie della prima guerra mondiale anche il mercato dei capitali, seppure in misura minore, aveva raggiunto
volumi percentuali paragonabili a quelli dell’inizio degli anni ’80.

La tesi è che la globalizzazione non è un fenomeno o un processo continuo ed irreversibile e, soprattutto, che è un fenomeno assolutamente
sopravvalutato e ideologizzato.

Infatti, De Aglio – dati alla mano – ci dimostra come in realtà la cosiddetta globalizzazione economica (quella dello scambio delle merci) misurabile come peso
percentuale di importazioni ed esportazioni sul prodotto lordo globale non ne rappresenti che circa un “misero” 20% o poco più e che poi in realtà gli scambi
economici avvengono secondo una mappa geopolitica e geoeconomica che assume la forma di un “arcipelago” (laglobalizzazione arcipelago, appunto).

Per esempio, l’Unione Europea – come precisa anche Adair Turner nel suo “Just capital” – scambia solo l’ 11% del suo prodotto lordo fuori dai suoi confini e solo il
5% con i Paesi emergenti a basso reddito: il grosso sono scambi “interni”. Idem per gli Usa, Canada e Messico che scambiano in gran parte nell’ambito del
NAFTA.

A ciò si aggiungono Cina ed India che in qualche modo rappresentano delle “isole in sé” e che destinano solo metà delle proprie esportazioni principalmente a
vantaggio di UE ed USA.

Il risulto è che la tendenza è più verso dei “confini chiusi e delimitati” degli scambi che alla tanto decantata apertura.

Altro che globalizzazione!

In realtà la globalizzazione, come aveva intuito Marshall Mc Luhan, è frutto dell’influsso che hanno su di noi i mezzi di comunicazione e sulla relativa percezione
mediata del mondo che ne deriva.

I mezzi di comunicazione plasmano la società.

E noi ne abbiamo un’esperienza (anche esaltante direi) diretta grazie al network di Internet che, come tutti andiamo decantando, annulla le barriere spaziali e
temporali e consente con l’attuale Web 2.0 livelli diinterattività fra individui forse mai vissuti prima dal genere umano.

Ma siamo sicuri che il fenomeno del blogging non stia dando vita anch’esso a fenomeni di polarizzazionenell’ambito della società?

Siamo certi che la Rete sia immune dalla globalizzazione arcipelago? Eppure la tendenza dei network è proprio quella di creare dei gruppi accomunatati da
interessi dello stesso tipo e quindi l’interattività si esplicita per lo più in una sorta di “similia similibus” e non proprio nell’unione delle diversità.

Quello che forse manca è una globalizzazione culturale in cui sia effettivamente presente un dialogo fra culture diverse.

Ne parleremo.

To be continued…