Sei sulla pagina 1di 56

La Storia dello Sviluppo del

Principio di Conservazione de
lla Forza
Premessa e Introduzione

Sommario

Premessa

Le prime formulazioni del Principio di


Conservazione dell'Energia si sono avute nel
1842 (Mayer), 1843 (Joule), 1847 (Helmholtz).
Le tesi sostenute erano talmente innovative
che gli articoli di Mayer ed Helmholtz
vennero inizialmente rifiutati dalle riviste
scientifiche dell'epoca. In pochi anni per il
Principio di Conservazione dell'Energia
assunse un'importanza fondamentale nella
ricerca scientifica: nel 1867 Thomson e Tait
lo porranno alla base del loro imponente
Treatise of Natural Philosophy.

Le formulazioni e interpretazioni del


principio furono numerose e spesso
contrastanti: nel campo dell
elettromagnetismo, ad esempio, erano in
conflitto le idee di Maxwell-Poynting, di
Clausius, di Weber e di Helmholtz (il
dibattito fu molto acceso specialmente tra il
1870 ed il 1885). Successivi sviluppi
portarono ad ulteriori formulazioni del
concetto di energia e del principio di
conservazione, ad esempio all'equivalenza
tra massa ed energia da parte di Einstein
nel 1905.

Sorse cos tra la fine dell'Ottocento e gli


inizi del Novecento l'esigenza di analizzare
pi a fondo le origini di questo principio, le
sue differenti formulazioni, il suo
significato, i suoi rapporti con le teorie
fisiche dell'epoca, e infine le sue
applicazioni. A questo compito si
dedicarono alcuni fisici di valore tra i quali:
Tyndall (1863), Secchi (1864), Tait (1868),
Mach (1872), Maxwell (1870 e 1877), Balfour
Stewart (1874), Stallo (1882), Planck (1887),
Helm (1887 e 1898), Poincar (1902),
Ostwald (1908), Haas (1909).

La grande importanza del principio


sottolineata, inoltre, agli inizi del secolo
dall'interesse di alcuni filosofi di rilievo:
Meyerson (1908), Cassirer (1910) ed anche
dai lavori di Jung, il fondatore della
psicologia analitica (1928). Dopo la parentesi
neopositivista, in cui le analisi del principio
sono state prevalentemente rivolte alla
definizione del suo status, gli storici della
scienza hanno ripreso ad analizzarne i
complessi problemi e l'intreccio di temi
storici, filosofici e scientifici legati al
principio di conservazione tornato
all'attenzione degli studiosi.

I risultati per non sono completamente


soddisfacenti: dai lavori della
contemporanea storiografia non traspare
pienamente l'eredit dei classici.
Nell'ambito di ricerche di Storia della
Scienza volte alla rivalutazione del
patrimonio storico scientifico iniziamo
dunque con questo volume di A. Haas la
pubblicazione di una serie di "testi classici"
sull'energia, testi che sono poco noti e che
sono stati troppo a lungo trascurati.

In un contesto in cui l'energia, la sua


conservazione e dissipazione hanno
assunto rilevanza economicosociale,
un'analisi delle origini di questo concetto
nella cultura occidentale speriamo possa
essere d'interesse non solo per gli
scienziati, gli storici e i filosofi ma anche
per un pubblico pi vasto.

Introduzione
Il testo del 1909
La dettagliata analisi del ruolo svolto da
alcune idee filosofiche nell'origine e nello
sviluppo del Principio di Conservazione
dell'Energia (PCE) costituisce il merito
maggiore di quest'opera di Arthur Haas ed il
motivo per cui essa si distingue dagli altri
"classici" dedicati alla conservazione
dell'energia.

Nel concludere il suo lavoro Haas afferma


che:
"il fondamento della moderna energetica
pot essere solo il risultato del lavoro
comune del filosofo speculatore della
natura, dell'empirico sperimentale e del
teorico analizzatore" (p. 145 e p. 156).
La maggior parte della sua analisi (i primi
sette dei dieci capitoli) per dedicata al
primo di questi tre aspetti; un solo capitolo
dedicato alle determinazioni sperimentali (il
nono), ed uno solo alla formulazione
matematica (l'ottavo).

L'interesse di Haas per i problemi filosofici


d'altra parte evidente fin dall'introduzione,
ove viene riproposto il dilemma se l'energia
debba intendersi come sostanza (la
concezione sostanzialista di Ostwald
menzionata a p. 27) o come categoria a
priori utile nell'ordinare i fenomeni (p. 5, p.
57 e p. 150).
I modelli fisici delle interazioni in gioco ("le
forze") ricevono invece poca attenzione: il
modello meccanico (materia e movimento)
nella sua versione newtoniana (forze
centrali agenti istantaneamente a distanza)

non mai messo in discussione e quindi


manca una definizione di energia che sia
indipendente da questo specifico modello
fisico, come pure manca un'analisi dei
rapporti tra versioni differenti del principio
di conservazione dovute a differenti modelli
fisici adottati (ad esempio azione istantanea
a distanza o azione contigua); sulla
conservazione locale dell'energia si trovano
solo due brevissimi cenni (a p. 27 e a p.
122).

D'altra parte queste lacune, che si


riferiscono principalmente al dibattito
scientifico della seconda met dell
Ottocento sono riconosciute esplicitamente
ed Haas rimanda (p. 7n)[[*]] ai lavori di
Planck[1], in cui questo problema trattato
con straordinaria precisione, e a quelli di
Helm[2].
All'interno di questi limiti, o forse proprio in
virt di questi, l'opera di Haas costituisce
un contributo storico di rilievo, ma
purtroppo poco noto, alla storia della fisica
ed al

dibattito post-positivista sui rapporti tra


scienza e metafisica (ove metafisica qui
intesa nel senso di concezione del mondo).
In primo luogo va notato che i risultati del
lavoro storico di Haas sono infatti in
stridente contrasto con le successive e
ormai note asserzioni (ad es. di
Reichenbach[3]) sulla demarcazione tra
scienza e metafisica e sulla svalutazione del
contesto della scoperta rispetto a quello
della giustificazione.

In secondo luogo va notato che non


difficile scoprire in Haas le radici di alcuni
famosi ''risulltati'' della contemporanea
letteratura secondaria anglosassone, come
vedremo pi avanti.
Il libro non per organizzato storicamente:
nel tentativo di offrire anche un'analisi
logica del principio di conservazione (p. 7)
Haas isola alcune idee fondamentali, le
discute separatamente nei singoli capitoli e
svolge la trattazione storica all'interno di
ciascun capitolo. Una sintesi finale

rimandata all'ultimo capitolo ed alle tavole


sinottiche che l'accompagnano (pp. 146-8).
Quest'approccio non sembra sortire
completamente l'effetto sperato, per la
difflcolt che il lettore incontra nell'operare
una sintesi tra sviluppi storici paralleli (ad
esempio i contributi di Leibniz sono
menzionati in capitoli diversi: II, III, IV, V, VII,
VIII, X).
Sembra quindi opportuno mettere in evidenza,
con una lettura "trasversale", alcuni aspetti
del lavoro di Haas di particolare rilievo per il
dibattito contemporaneo:

1. Le origini metafisiche del


concetto di energia
I filosofi greci ci forniscono gi le seguenti
enunciazioni: la conservazione di una certa
sostanza, la conservazione della sua
capacit d'azione, l'idea, famosa nella sua
formulazione latina, che "ex nihilo nil fit" e
che "nil fit ad nihilum" (cio l'impossibilit
di creare e di distruggere, altrimenti da
qualunque cosa potrebbe nascere
qualunque altra cosa), la possibilit che il
divenire venga ridotto ad aggregazioni e
disaggregazioni sia di atomi che di moti.

Senz'altro tali filosofi offrono un quadro


filosofico molto sofisticato e di grande utilit
per lo sviluppo della scienza e c' accordo
nel dire (p. 8) che la scienza occidentale
prende le mosse dal tentativo di stabilire
delle regole per definire una conservazione
all'interno del cambiamento[4]. Haas
testimonia la fioritura di queste ricerche ad
opera di Melisso, Empedocle, Anassagora,
Democrito, Epicuro e poi Lucrezio (cap. I) e
individua tre elementi metafisici alla base
degli sviluppi del PCE: le idee di costanza,
di causalit e di unit nei fenomeni naturali

(pp. 5-6). All'idea di costanza vengono


dedicati i capitoli I e II, a quella di causalit i
capitoli III, IV e V ed a quella di unit i
capitoli VI e VII.

2. L'abbandono dell'idea di
conservazione per quasi duemila anni

Viene dedicato un breve accenno a Platone


e poi si compie un grande salto fino a
Gassendi e Lavoisier che riprendono
l'approccio degli antichi atomisti.
E opportuno sottolineare pi di quanto non
faccia Haas la non linearit del processo
storico di sviluppo della scienza. Gi nel
trattare la conservazione della sostanza
(cap. II) e la conservazione dell'energia di
movimento (cap. III), Haas costretto ad un
salto di quasi duemila anni tra Epicuro e

Gassendi (p. 11) e tra Epicuro e Nicola


Cusano (p. 14). Prevalsero infatti in questo
lungo periodo l'idea di Platone di un
demiurgo ordinatore e non creatore di
materia (p. 9) e la concezione aristotelica
del motore primo, vicina a quella del motore
perpetuo ed in antitesi con la conservazione
dell'energia. Con Platone e Aristotele viene
introdotto un dualismo tra spirito e materia
di certo non favorevole ad una
conservazione della capacit d'azione a
livello cosmologico e che porta al rifiuto
della metafisica atomista.

3. L 'impossibilit della creazione e


disintegrazione: un ritorno
Come si riaffermano le concezioni degli
antichi greci nel Cinquecento e Seicento?
Lentamente ed un po' alla volta, perch ora
non si tratta pi di enunciare
"semplicemente" una concezione del
mondo, ma anche e soprattutto di tradurla in
termini fisici, matematici e sperimentali. Gli
stessi Mayer[5], Helmholtz[6] e Planck[7]
sottolineano il ruolo storico delle idee di
impossibilit della creazione (ex nihilo nil fit)
e della disintegrazione (nil fit ad nihilum )
negli sviluppi del principio come fa Haas

(pp. 9-10). In particolare Helmholtz e Planck


notano che la traduzione in termini fisici
dell'idea metafisica dell'"ex nihilo " e
dell'"ad nihilum " si svolsero in tempi
diversi.
La prima idea che torna in auge quella
dell'"ex nihilo nil fit " che ricompare proprio
nel periodo in cui la ricerca del motore
perpetuo (a livello sublunare in analogia al
motore immobile celeste) era diventata
un'ossessione[8] (p. 39). Assumendo
l'impossibilit del motore perpetuo, (cio
l'impossibilit di fornire una prestazione

senza una corrispondente compensazione


(p. 39)), si riescono ad ottenere dei validi
risultati fisici, ad esempio le leggi
dell'equilibrio dei pesi su piani inclinati di
Stevino, la legge della caduta dei gravi di
Galilei (p. 97), il teorema di Huygens sulla
forza viva (p. 41 e p. 99), ed in seguito il
ciclo di Carnot (p. 45). Haas di nuovo
prodigo di riferimenti e citazioni su questo
punto a partire da Ipparco fino ad Helmholtz
(p. 48). E da sottolineare la sua critica alla
famosa interpretazione di Mach dei
ragionamenti di Stevino (pag. 39).

4. La riaffermazione dell'idea dell'"ad nihilum"


nelle opere di Cartesio e Leibniz. Il principio
di causa-effetto e l'idea di compensazione
Pi difficile fu il ristabilire l'altra met
dell'idea di conservazione: nil fit ad nihilum
(vedi per es. pp. 38, 48 e 123).
Occorre qui infatti assumere che in un
sistema ci sia una relazione di causa ed
effetto tra lo scomparire di un certo
fenomeno ed il comparire di un altro e che la
causa e l'effetto, pur qualitativamente
differenti, siano quantitativamente uguali
(pp. 32, 35, 42, 53 e 55).

Occorre inoltre individuare uno specifico


modello fisico per la causa e uno per
l'effetto ed inoltre riportare entrambi ad
un'unit di misura comune, e questo per
tutti i fenomeni. Compito evidentemente non
da poco e che richiese, a partire da Cartesio
e Leibniz, oltre due secoli (p. 55). Haas
dedica a questo punto gran parte del
secondo capitolo, il terzo ed il quinto.
Cartesio e Leibniz esplicitamente accettano
l'ex nihilo (e rifiutano quindi il motore
perpetuo), in pi definiscono l'unit di
misura per la compensazione negli scambi

energetici tra diversi elementi dello stesso


sistema e mostrano cos una piena
consapevolezza anche dell'ad nihilum.
Il punto di partenza di Cartesio
evidentemente una concezione fisica
piuttosto semplice: forze a contatto tra
elementi di materia in movimento (p. 16), e
qui Haas giustamente sottolinea
l'importanza del principio d'inerzia (di solito
ricordato solo per gli sviluppi connessi al
principio di relativit) per lo sviluppo del
principio di conservazione dellenergia (p.
14). La costanza del moto di un corpo

isolato (e quindi il moto perpetuo) non


infatti in disaccordo con l'impossibilit del
motore perpetuo . Ma cosa accade quando il
corpo non pi isolato? (p. 15).
Cartesio si limita a considerare urti elastici
(p. 33) e indica nella quantit di moto (mv)
l'unit di misura della compensazione, la cui
somma quindi rimane costante (p. 16).
Leibniz, fortemente critico di questa
soluzione (pp. 24, 102), pi esplicito
sull'idea causalit (pp. 103, 104), introduce
la dicotomia tra forza viva e forza morta (p.
103n) ed il concetto di forza latente (per

spiegare l'apparente scomparsa del moto


negli urti anelastici pp. 34, 35 e 73). Leibniz
inoltre indica nel lavoro l'unit di misura a
cui tutti i fenomeni fisici devono essere
ricondotti per valutare le compensazioni ed
indica in mv 2 la forza motrice, ossia la
capacit di compiere lavoro di un sistema in
moto. Sia a Cartesio che a Leibniz mancava
la distinzione tra il concetto di forza e quello
di energia (problema ancora irrisolto
nell'opera di Helmholtz del '47 e cui fa eco il
titolo stesso del lavoro di Haas) eppure il
problema in discussione era ben fondato.

La pretesa di d'Alembert (p. 102n) di


considerare, sulla base di un'applicazione
della definizione newtoniana di forza, la
controversia Leibniz-Cartesiani come un
equivoco, giustamente ridimensionata
dall'insieme del lavoro di Haas (ma anche
esplicitamente da Planck). Questo punto di
vista sar "riscoperto" in chiave post
positivista, recentemente e con clamore, da
Laudan[9]. Per i leibniziani come Johann
Bernoulli la conservazione della vis viva la
conservazione dello specifico rapporto
causa/effetto (pag.27 e 105) che lega in ogni
istante posizione e quadrato della velocit di

un corpo in movimento. Questa quindi una


straordinaria anticipazione del rapporto,
stabilito successivamente, tra variazione
dell'energia cinetica e variazione
dell'energia potenziale, ma in mancanza di
una definizione di forza tale anticipazione
all'epoca restava nel vago.

Haas critica giustamente l'incomprensibile


pretesa di Kelvin e Tait (p. 54n e p. 143n) di
attribuire a Newton ed al suo principio di
azione e reazione la paternit della
conservazione dell'energia (vedi anche p.
23), rilevando che, al pi, il principio di
azione e reazione un'applicazione del
principio di causa-effetto, ma non dell'unit
e della costanza dei fenomeni naturali.

5. Nuovo abbandono della metafisica a


favore di sviluppi analitici
La "conservazione della forza viva" per
Huygens ha un significato diverso da quello
che ha per Leibniz. I contributi di Huygens
sono legati a risultati di esperienza con i
pendoli composti e sono alla base di una
linea di pensiero che porter alla teoria
matematica del potenziale. Essi sono
rilevanti per gli sviluppi che si hanno nel
'700 allorch, rifiutata la metafisica
leibniziana (pp. 27-28) prevale
un'interpretazione della conservazione della

forza viva in termini di un teorema interno


alla meccanica (p. 28) privo di valore
generale. Dall'impossibilit del motore
perpetuo e sulla base dell'indipendenza della
velocit finale di caduta dei gravi dalla
traiettoria di caduta (risultato ottenuto da
Galileo ancora sulla base dell'impossibilit
del motore perpetuo) (p. 97) Huygens ricava
che l'altezza di discesa e di salita del centro
di gravit di un pendolo composto non
dipende dai vincoli del sistema (p. 100) ed
quindi indipendente dalle traiettorie. La
conservazione della mv 2 ad una certa
posizione, indipendentemente dalle

traiettorie seguite per arrivare a quella


posizione, pone una connessione tra una
funzione della posizione e la forza viva e
quindi, tramite le relazioni di Galileo, tra
variazione di forza viva e lavoro e, infine, tra
una funzione della posizione e lavoro (pp.
106-109 e 113). Di qui le origini della teoria
matematica del potenziale (p. 109 e anche p.
58n.).

6. Lo sviluppo delle macchine


termiche in Inghilterra
Fu rilevante per gli sviluppi del principio di
conservazione dell'energia, che si limitava a
fine Settecento ad un teorema della
meccanica analitica, lo sviluppo delle
macchine termiche e della problematica
tecnologica dell'interscambio calore-lavoro
(pp. 79-85). Questo importante aspetto
per solo accennato da Haas[10].

7. Lo sviluppo dell'ingegneria
meccanica in Francia

L'Inghilterra fu la patria delle macchine a


vapore, ma gli ingegneri francesi, a partire
da Lazare Carnot (p. 36), furono i primi a
dare un'analisi teorica dei processi in gioco
e fu in Francia che il concetto di lavoro
acquis definitivamente la sua grande
importanza scientifica (pp. 114-125). Haas
anche su questo punto anticipa con
precisione in una delle parti pi interessanti
e documentate della sua opera (cap. VIII) gli
studi contemporanei.

Infatti nelle opere di Coriolis, Poncelet,


Hachette, Navier, Dupin che il concetto di
lavoro assume rilevanza teorica, una
precisa definizione, ed un collegamento con
il teorema della vis viva. Tutti elementi ben
presenti in Haas e riscoperti poi da Kuhn e
da Grattan-Guinness[11].
Ci troviamo cos di fronte a due tradizioni, la
meccanica analitica (con gli inizi della teoria
del potenziale) e la meccanica applicata alle
macchine, entrambe francesi.

8. La ripresa dei temi metafisici nella


filosofia tedesca della natura
Ulteriore elemento dell'analisi di Haas che
anticipa gli storici contemporanei
l'accento sulla filosofia romantica della
natura, che in Germania ai primi dell'800 ag
come elemento stimolante per la ricerca di
una sintesi unitaria dei fenomeni fisici (pp.
62-64 e pp. 69-71). Tale stimolo agir
direttamente su alcuni dei maggiori fisici del
primo Ottocento (Oersted, Faraday) e
influenzer un buon numero di scienziati
che contribuirono alla formulazione del

principio. A questa tradizione filosofica si


deve il definitivo recupero nell'Ottocento
della tradizione metafisica dell'ad nihilum
(che era stata ripresa da Leibniz e da altri
nel Seicento ma abbandonata di nuovo ai
primi del Settecento (p. 28)).
Haas sottolinea, in maniera un po' troppo
lineare, (vedi le Considerazioni finali) come
la sintesi unitaria venne perseguita
attraverso gli sviluppi della concezione
meccanica (tav. 3 p. 148 e pp. 64-69).

Questa super le teorie dei fluidi


imponderabili di fine Settecento e si estese
al dominio dell'acustica, del calore, della
luce, e dell'elettricit. Pur tuttavia il capitolo
VI in cui si discutono le idee di Democrito,
Hobbes, Cartesio, Eulero, Boscowich, Kant,
Schelling, Herbart, Bacone, Locke, Boyle,
Hooke, D. Bernoulli, G. Hermann, Rumford,
Davy, Joule, Rankine, Clausius, Ampre,
Herschel, Leslie, Nobili, Melloni, Deluc,
Stahl, Diderot, Faraday notevolmente pi
ricco dell'analoga trattazione nel lavoro di
Kuhn[12].

9. Lo sviluppo dei processi sperimentali di


conversione dei fenomeni naturali e la
determinazione dei fattori di conversione
Ed ancora nella convertibilit dei processi
naturali, ottenuta in domini sempre pi
larghi dell'indagine scientifica (p. 85), che
Haas individua con precisione un ulteriore
elemento di sviluppo verso il principio,
sottolineando l'importanza della costanza
dei rapporti di trasformazione (p. 128)[13]
concepita teoricamente e perseguita
sperimentalmente. Nell'analisi di Haas si fa
riferimento ai lavori di Leibniz, G. e D.

Bernoulli, s'Gravesande, Wolff, Davy,


Rumford, Fresnel, Carnot, Volta, Carlisle,
Oersted, Faraday, Davy, Seebeck, Peltier,
Barlow, Liebig, Herschel, Grove, Seguin,
Holtzmann, Colding, Joule, Mohr per quel
che riguarda i processi di conversione e a
quelli di E.Darwin, Dalton, Delaroche e
Berard, Marcet, Delarive, Regnault,
GayLussac, Clement, Dulong, Mayer,
Holtzmann, Joule, S. Carnot, Seguin,
Rumford, Haldat, Morosi, Colding per quel
che riguarda la determinazione
sperimentale dei fattori di conversione.

In definitiva i tre motivi che Kuhn adduce


per spiegare come mai tra il 1830 e il 1850
molti scienziati si dedicarono alla ricerca di
un principio di conservazione dell'energia
sono gi presenti nel lavoro di Haas. Pi
esattamente: la tradizione dell'ingegneria
meccanica francese e l'importanza del
concetto di lavoro nel cap. VIII; la filosofia
romantica della natura nel cap. VI ed i
processi di conversione e la determinazione
sperimentale dei rapporti di conversione nei
capitoli VII e IX.

10. La sintesi nelle opere di Mayer, Joule,


Helmholtz
Finalmente tutti questi temi si unificano
negli anni '40 del secolo scorso nell'opera
dei tre famosi grandi: Joule, Mayer ed
Helmholtz, con cui finalmente una
formulazione del Principio di Conservazione
dell'Energia supera i confini della
meccanica. Correttissima l'idea di Haas di
non preoccuparsi del "vero" scopritore (p.
143); egli precede quindi ancora una volta
Kuhn ed i problemi della scoperta
simultanea[14] ed interessante la

puntualizzazione sul contesto teorico


dell'opera di Joule (p. 29 e p. 91): troppo
spesso si dimentica che ci che rilevante
nel valore equivalente calore-lavoro trovato
sperimentalmente (vedi cap. IX) l'ipotesi
teorica che tale valore sia lo stesso, per le
stesse condizioni iniziali e finali,
indipendentemente dal tipo di processo e
quindi dal modo del passaggio (p. 129).
Meno soddisfacente, a mio avviso, la
mancata differenziazione, che pur molto
rilevante, tra l'approccio di Mayer e quello di
Helmholtz. E' ormai noto infatti che il peso
dei due articoli di Mayer (1842;1845) tutto

a favore delle concezioni metafisiche, con


pochissimo spazio dato all'esperienza
(l'analisi di Haas dei riferimenti sperimentali
utilizzati da Mayer per molto dettagliata
pp. 131-132) e nessuno a modelli fisici.
Questo apparente limite di Mayer in realt il
suo punto di forza: distaccandosi dalla
concezione meccanicistica (che come
mostrer Planck non affatto necessaria alla
conservazione dell'energia[15]) egli fonda
l'approccio relazionale che sar poi mutuato
dall'energetica, anche se verr trasformato in
senso sostanzialista da Helm e Ostwald[16].

Invece Helmholtz fu uno dei massimi


esponenti della concezione meccanicista e
ci ben noto[17]. Non altrettanto ben
noto che l'ipotesi di base della memoria del
'47 sull'equivalenza tra impossibilit del
motore perpetuo e l'ipotesi di forze centrali
non corretta (l'impossibilit vale anche per
forze non centrali: ci fu affermato da Weber
nel '48[18] fu accettato da Helmholtz nel
1870[19] e da Maxwell nel 1873[20]);
importante quindi il rilievo di Haas (v. p.
126n) e ci evidenzia che la connessione
stabilita da Helmholtz tra principio di
conservazione e modello fisico newtoniano

(cio, in conclusione, la definizione di


energia come somma di termini cinetici e
potenziali) non l'unica possibile. Infatti nel
1885 Poynting[21] ne avrebbe mostrata una
ben diversa, legata alla propagazione
contigua di interazioni con velocit finita. Su
questo Haas d semplicemente un cenno (p.
27).

Questo stimolante libro di Haas termina


lasciando nel lettore un rimpianto per la
mancata analisi delle complesse vicende
del principio di conservazione nella
seconda met del secolo: la bravura
dell'autore, sia come fisico, sia come
storico, avrebbe senz'altro consentito di
raggiungere dei risultati di rilievo.
F.B.

Arthur Erich Haas


nasce a Brunn in Moravia (oggi Brno,
Cecoslovacchia) il 30 aprile 1884. Dopo aver
studiato fisica a Vienna e Gottinga ed aver
conseguito il dottorato a Vienna, nel 1906
Haas si dedica, sotto l'influenza di Mach e
Ostwald, alla storia della fisica e nel 1909
presenta il volume qui tradotto come
dissertazione per ottenere un incarico di
insegnamento allUniversit di Vienna.
Largomento storico fu causa di imbarazzo
per la commissione di esame che richiese
anche un lavoro specifico di ricerca in fisica

teorica. Haas si dedic quindi alla fisica pi


recente ed in particolare al problema della
radiazione di corpo nero. Sviluppando i
lavori di J.J. Thomson e W. Wien egli pens
di collegare il problema della natura del
quanto d'azione con quello della struttura
dell'atomo, e fu il primo nel 1910 ad
applicare una formula quantistica per
spiegare la struttura dell'atomo. Haas
ipotizz per l'atomo di idrogeno
epot="h[[upsilon]]" e infine ricav ,

ove e ed m sono la carica e la massa


dell'elettrone in moto su un' orbita di raggio
r.
Il risultato di dedurre il quanto d'azione
dalle dimensioni dell'atomo non poteva
essere raggiunto per l'incertezza sul valore
delle costanti, ma nello sviluppo di queste
idee Haas pervenne anche a derivare, a
meno di un fattore numerico, la costante di
Rydberg. E' ben chiaro che Haas non pu
essere considerato un anticipatore di Bohr:
egli non fece nessuna assunzione sul
comportamento dell'atomo nei suoi scambi

energetici con l'esterno; pur tuttavia il suo


ruolo fu importante nel processo che port
a sostituire l'oscillatore di Planck con il
concetto di atomo.
Ci non fu riconosciuto immediatamente: il
lavoro venne accolto con scetticismo nel
1910 e solo nel 1911 suscit una meritata
attenzione.
Nel 1913 Haas divenne professore associato
di Storia della Scienza all'Universit di
Lipsia e fu il curatore del 5 volume della
bibliografia di Poggendorff.

Alla fine della guerra torn a Vienna ad


occuparsi di fisica e nel 1920 pubblic dei
risultati originali nello studio degli spettri di
rotazione. Infine nel 1935 emigr negli Stati
Uniti dove fino alla morte, avvenuta nel
1941, fu professore di fisica all'Universit di
Notre Dame nell'Indiana.