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Associazione Nazionale Partigiani dItalia Comitato Provinciale di VICENZA

A cura del Gruppo di Studio Sezione ANPI Trissino Castelgomberto - Nogarole

IL PROBLEMA DEL CONFINE ORIENTALE ITALIANO NEL NOVECENTO


Premessa
Dal 2005 in Italia il 10 febbraio si celebra la Giornata del Ricordo. Infatti il 10 febbraio 1947 venne ratificato a Parigi il Trattato di pace con cui si concluse la vicenda italiana nella Seconda guerra mondiale. Il Trattato modificava il confine orientale italiano cedendo diversi territori alla Jugoslavia, paese aggredito senza dichiarazione di guerra dallItalia fascista nel 1941 ma poi risultato tra i paesi vincitori, in quanto liberatosi autonomamente con la guerriglia partigiana guidata dal maresciallo Tito. Dai territori passati alla Jugoslavia si ebbe un trasferimento in massa di residenti di origine italiana (o pi correttamente, veneta) verso lItalia. Il periodo bellico segn profondamente la regione della Venezia Giulia, con stragi e violenze, spesso esemplificate con il riferimento a uno di questi avvenimenti, le foibe. Alle vittime di questi eventi dedicata la Giornata del Ricordo. Tuttavia fin dallinizio questi avvenimenti sono stati oggetto di aspre polemiche, strumentalizzazioni politiche, falsificazioni, campagne propagandistiche, contrapposizioni etniche e nazionali che hanno gettato una cortina di fumo sui fatti. Ancor oggi, a pi di sessantanni di distanza, questa nube stenta a diradarsi. Perci riteniamo opportuno riassumere le vicende del Confine orientale italiano nel corso del Novecento nelle loro linee essenziali e documentate.

La regione istrodalmata prima degli Stati nazionali


Prima di entrare nello specifico diamo qualche cenno della storia etnico - politica della regione nei secoli precedenti, al fine di chiarire alcune questioni spesso usate strumentalmente dagli opposti nazionalismi. Infatti mentre geograficamente i confini occidentali e settentrionali corrono sulla cresta delle Alpi e delimitano nettamente il territorio italiano, anche se lasciano diverse commistioni etniche, il confine orientale ha sempre costituito un problema geografico e storico: la valle dellIsonzo geograficamente italiana ma etnicamente per la maggior parte slovena. Ancora pi problematica la

definizione dellitalianit del territorio istrodalmata: dal punto di vista geografico esso appartiene alla penisola balcanica, ed etnicamente stato un mosaico di popoli di origine e cultura diverse, che si sono sovrapposti e mescolati nel corso dei secoli. Tra questi i discendenti delle popolazioni illiriche latinizzate, Veneti, Istri, Dalmati, che nel corso del Medio Evo rimasero in costante collegamento col potere marinaro di Venezia, e i gruppi slavi spintisi verso le coste dallinterno della penisola balcanica, in particolare Sloveni e Croati. Assieme a questi popoli convivevano gruppi minori di varia origine etnica: Serbo-montenegrini, Albanesi, Aromuni, Narentani, Zingari, Ebrei. Politicamente tutti furono soggetti in parte al Sacro romano impero e in parte allImpero bizantino, a cui poi si sostitu la Repubblica di San Marco. Quindi per secoli la regione giulianodalmata fu caratterizzata da una consistente presenza di popolazione veneta, che conviveva con altre popolazioni di diversa origine, e politicamente fu in buona parte soggetta a Venezia. Le guerre napoleoniche determinarono la fine della Repubblica veneta: nel 1797 il trattato di Campoformido assegn allAustria il Veneto, lIstria e la Dalmazia; successivamente la pace di Vienna del 1809 istitu le Provincie Illiriche, soggette direttamente alla Francia, comprendenti la Carinzia, la Carniola, Gorizia, Trieste, lIstria, parte della Croazia, la Dalmazia e Ragusa. Dopo la caduta di Napoleone lintera zona torn (1815) sotto il dominio degli imperatori dAustria, ma rimase separata dal Veneto; con la bipartizione dellImpero venne assegnata al Regno dUngheria, esclusa Trieste che divent autonoma. Il periodo risorgimentale port alla nascita dello Stato nazionale italiano e di Stati nazionali balcanici: Serbia, Bulgaria, Romania, Grecia. Tutto questo a danno degli Imperi sovranazionali, austriaco, russo e turco. Lemergere di forti spinte nazionalistiche nei Balcani dove molte etnie, compresa quella venetoitaliana, erano frammiste a macchie di leopardo preoccupava molti statisti europei, non solo quelli turchi e austriaci; per una soluzione federalista si espressero anche protagonisti del Risorgimento italiano come Mazzini, Tommaseo (originario di Sebenico), Mamiani e lo stesso Garibaldi.

Lidea di Statonazione
E necessario osservare che fino allora queste regioni appartenevano a Stati che non avevano carattere etnico: la Repubblica di San

Marco, lImpero asburgico, quello napoleonico e pure quello ottomano non sognavano nemmeno di imporre una lingua e una religione nazionali; ciascun popolo seguiva i propri costumi e il sovrano garantiva queste libert in cambio della formale sottomissione e dei tributi. Ma nellOttocento prese forza lidea che il potere di uno Stato sarebbe diventato maggiore con luniformit linguistica, religiosa e culturale, cio con uno Statonazione, sullesempio di Francia e Inghilterra. Agli inizi del Novecento lideologia nazionalista dominava in tutta Europa, e nei Balcani in particolare i movimenti irredentistici slavi ed italiani costituivano una spina nel fianco per lImpero plurinazionale austro-ungarico. Proprio in questi luoghi scoppi, in seguito allattentato di Sarajevo, la Prima guerra mondiale. Alleati contro lAustria-Ungheria, i nazionalisti slavi e italiani venivano a conflitto con le loro rivendicazioni. Gli slavi avanzavano richieste che, oltre a Trieste e Gorizia, arrivavano al Tagliamento, per comprendere la Slavia veneta, cio le zone abitate dalla minoranza slovena del Friuli (trentamila persone); mentre gli italiani rivendicavano anche la Dalmazia, dove secondo il censimento austriaco del 1910 sessantamila italiani convivevano con seicentomila slavi. Non mancavano comunque i politici ragionevoli: ancora nel 1914 il ministro degli esteri italiano, Antonino di San Giuliano, rivendicava allItalia Trieste e lIstria, ma dichiarava che occorreranno speciali stipulazioni a garanzia dellelemento italiano di Fiume, di Zara e di altre citt dalmate: quindi non riteneva opportuno annettere il Quarnaro e la Dalmazia allItalia. Nello stesso periodo il croato Frano Sapilo, uno dei principali sostenitori dellidea jugoslava, scriveva: .. lIstria occidentale, specialmente le citt, italiana; la parte orientale slava. Non si pu tagliare cos che tutti restino da una parte o dallaltra; ci sono e ci saranno delle oasi italiane e slave . Purtroppo prevalsero i nazionalismi estremi, e da qui si svilupparono le tragiche vicende novecentesche .

Italiani, Sloveni e Croati fra Triplice Alleanza e Fascismo.


La vicenda delle foibe e lEsodo giuliano-dalmata secondo i principali storiografi hanno trovato le loro radici nelle profonde fratture che si sono generate con la fine delle monarchie europee e con la nascita degli Stati nazionali. Molte indagini e ricerche (Pupo,

Spazzali, Rumici, Donato, Catalan) prendono il via nel cogliere la dimensione prospettica legata alle vicende della fine dellImpero asburgico e allaffermarsi, sulle sue tragiche rovine, di contrastanti identit di popolazioni che sino ad allora per centinaia di anni avevano convissuto. E molto difficile comprendere la dimensione assoluta dello sradicamento della componente italiana nei luoghi e nei territori che ne avevano visto la presenza fin dalla romanizzazione dellAlto Adriatico. E tanto pi incomprensibile perch non vi fu alcuna discontinuit nelle popolazioni presenti nei secoli precedenti anche con il mutare delle realt storiche, tanto che quei territori definiti dalla Repubblica di Venezia come Istria e Dalmazia conservarono fino alla fine del 1800 le condizioni di convivenza tra popolazioni con differenti origini. Quei territori attraversarono lImpero asburgico senza grandi contrasti , che si scatenarono per con lavvicinarsi della fine dellinfluenza austriaca e continuarono nel Regno dItalia con il passaggio dellAlto Adriatico ai Savoia dopo il 1918. In questo periodo, che va da alcuni decenni prima della fine dellottocento alla 1a guerra mondiale i conflitti tra sloveni, italiani e croati si alimentarono quale parte di un pi generale conflitto tra le nazionalit presenti nella fase finale della vicenda asburgica. Questultima si era delineata dopo il 1848 con la nascita di una sorta di duplice regno dando voce alla rivoluzione nazionale ungherese, e con la fondazione di due Stati indipendenti in Italia e in Germania. In ci che restava delle nazionalit asburgiche, forti erano i contrasti che non avevano trovato una soluzione analoga a quella ungherese del 1867. Facciamo riferimento alla Boemia, alla Moravia, alla Galizia, alla Transilvania, ecc., dove differenti gruppi nazionali svolgevano ruoli diversi, in base alle condizioni che lamministrazione asburgica generava per governare. Ad esempio i sudditi di lingua italiana nel Tirolo si consideravano oppressi da quelli di lingua tedesca; mentre nella Dalmazia gli italiani erano ormai assorbiti dai croati, al contrario in Istria con questi ultimi competevano per il controllo dellamministrazione locale. Nella penisola dellAdriatico Settentrionale le popolazioni italiane, che erano state storicamente pi numerose, assistevano alla crescita demografica dei loro vicini slavi; esse per controllavano in modo assoluto la citt di Trieste. In questa luce nel 1863 lAscoli propose di chiamare quei territori che comprendono le coste settentrionali

dellAdriatico con il termine Venezia Giulia, dando espressione ai sentimenti che il Risorgimento italiano aveva suscitato in quei luoghi. Essi erano per la verit quantomeno contrastanti e differivano da citt a citt, da luogo a luogo. In Dalmazia ed Istria vi fu un grande fervore poich erano forti i sentimenti che accomunavano quei territori con leredit veneziana. A Trieste prevaleva invece una certa prudenza, generata dalla paura di perdere le ampie autonomie economiche che avevano fatto di quella citt il porto per eccellenza degli Asburgo. Essa si era trasformata da piccolo borgo marinaro in uno dei pi importanti porti del Mediterraneo. Nella citt i flussi migratori erano convulsi ma prevaleva sempre una categoria mercantile di lingua italiana che aveva imposto a tutta la citt la sua cultura. Trieste alla fine dell800 era una delle pi grandi citt italiane per fervore economico, sociale e culturale. Essa si considerava quale capoluogo di una sorta di provincia che si estendeva lungo le coste nord ed est dellAdriatico, come era avvenuto qualche secolo prima con lunificazione veneziana della costa istrodalmata. La citt era saldamente amministrata da una classe dirigente cosmopolita con la prevalenza di quella di cultura e lingua italiana che, per conservare le proprie fortune e autonomie, aveva pi volte dimostrato lealt a Vienna emarginando ogni rivendicazione nazionale e democratica. Il 1861 port alla nascita del Regno dItalia; tale proclamazione vide nella realt triestina il sorgere nella dirigenza cittadina di un grande interesse verso il nuovo Stato italiano. Importanti e facoltosi triestini di origine ebraica erano attirati dalle libert religiose, politiche ed economiche che lo Statuto Albertino aveva introdotto sin dal 1848 e che il nuovo Stato italiano aveva conservato. Il movimento liberale e di ispirazione nazionale che guidava Trieste mantenne per grande prudenza, sia perch prevalevano atteggiamenti conservatori rispetto alla situazione economica sia perch a partire dal 1882 lItalia ader definitivamente alla Triplice Alleanza con gli Imperi centrali lasciando poche alternative nei disegni liberali e democratici tra gli aderenti triestini al Risorgimento.

Italiani e slavi nella Trieste asburgica


I fattori che a Trieste negli ultimi 20 anni del 19 secolo spostarono gli avvenimenti furono in primo luogo la nascita di un movimento nazionale sloveno e la costituzione nel tessuto cittadino di

un consistente ceto borghese sloveno. Il primo evento arrest lassorbimento della immigrazione slovena richiamata dal grande sviluppo economico della citt, creando profondi allarmi per la crescita demografica delle popolazioni slave. Il secondo cre gravi contrasti con la parte italiana che deteneva il controllo economico ed amministrativo della citt. La borghesia slovena si dimostrava assai dinamica e sosteneva le rivendicazioni della propria nazionalit. Chiedeva lattuazione dei diritti nazionali, tutti incentrati nel riconoscimento della lingua nazionale sia nelleducazione, che nellamministrazione. Il fattore di contrasto principale va ricercato in ci che era centrale per ciascuno dei movimenti nazionali presenti nella citt e pi in generale nellEuropa di fine 800: ogni possibilit di realizzare completamente lidentit nazionale doveva attuarsi nel controllo delle istituzioni di governo. A Trieste sia italiani che slavi avevano aderito a tale rivendicazione della propria identit, percorrendo irrimediabilmente il cammino che li condusse ad un aspro conflitto per il potere. Ci caratterizz tutti gli eventi fino al crollo dellImpero e successivamente si trasform nella lotta per far prevalere la propria frazione nazionale sulle altre affinch il proprio territorio redento fosse inserito nello Stato nazionale di appartenenza. In estrema sintesi ci avvenne per gli italiani dopo la Prima guerra mondiale e fu attuato e portato a compimento con le persecuzioni del fascismo, mentre per gli slavi si attu dopo la Seconda guerra mondiale attraverso le efferatezze che accompagnarono la rivoluzione di Tito. Nella provincia di Trieste lamministrazione austriaca favor gli slavi, e gli italiani cominciarono a sentirsi oppressi. Non era certo una congiura ma rientrava negli equilibrismi politici asburgici per conservare il proprio potere. Vienna interveniva nei poteri locali e nel governo delle periferie favorendo chi era escluso da questi. A Trieste possiamo dire che le vicende precedenti la Prima guerra mondiale furono paradigmatiche dei rapporti tra le nazionalit italiane, slovene e croate. Nellamministrazione comunale erano impiegati solo italiani poich essa era controllata dagli italiani, mentre le amministrazioni postale e ferroviaria prediligevano eclusivamente slavi poich esse erano sotto il diretto controllo imperiale. In queste vicende Trieste subiva anche alcuni fattori di natura geografica e politica che spingevano ad assegnare alla citt una fondamentale valenza strategica. Gli Asburgo consideravano i territori a nord dellAdriatico irrinunciabili e certamente da non lasciare agli italia-

ni, la cui fedelt non era assoluta visto le esperienze ormai storiche nellItalia Settentrionale. Trieste, per la politica dellAustria, doveva divenire una citt non pi italiana ma di differenti nazionalit; le istituzioni imperiali attuarono tale politica con diligenza fino ad essere considerate dagli italiani di Trieste e delle aree di sua influenza come avverse ed oppressive. Il concetto di nazionalit italiana aveva dunque superato lautonomia locale concessa e perseguiva la propria affermazione attraverso laffrancamento dallImpero soprattutto perch questo stava ridimensionando il potere economico a favore degli altri gruppi nazionali slavi. Tutta leconomia giuliana si era affermata con lo sviluppo della citt nellattuazione della politica estera dellimperatore. Tra la fine dellottocento e la Prima guerra mondiale Trieste era incentrata sul sistema economico industriale e portuale. I suoi processi economici non erano in mano alla classe dirigente cittadina ma erano sempre pi condizionati da una dirigenza che stava fuori dal territorio e che faceva riferimento agli interessi geopolitici di due Stati che si fronteggiavano nellAdriatico. Tra gli italiani di Trieste e pi in generale tra quelli dellAdriatico Orientale era diffuso il principio secondo il quale essi erano soggetti ad un assedio; tale concetto stato definito da Catalan proprio come un vero complesso che condizion lo scenario giuliano per tutto il secolo delle guerre mondiali. Lirredentismo fu il frutto di tale condizionamento, il tentativo di uscire dallassedio slavo-asburgico ed affermare la propria nazionalit nel Regno dItalia. Tale scelta si concretizzava allinizio del 900, ma essa era tuttaltro che vicina alle istanze democratiche e liberali del Risorgimento che aveva visto come protagonisti Mazzini e Garibaldi. Essa era permeata da tutta la cultura del nazionalismo italiano con il bagaglio completo di aggressivit, imperialismo e xenofobia. Fatta esclusione dei socialisti triestini fedeli al pacifismo internazionalista, tutte le altre componenti politiche e sociali del territorio triestino , istriano e dalmata con la spinta delle generazioni italiane pi giovani abbandonarono ogni prudenza e abbracciato lirredentismo allo scoppio della Prima guerra mondiale si lanciarono pienamente nel progetto interventista fino alla diserzione per arruolarsi nel Regio Esercito Italiano.

Dalla Prima guerra mondiale al fascismo


La fine vittoriosa della guerra e il Patto di Londra portarono il Regno dItalia a concludere il proprio processo di unificazione nazionale inglobando tutti i territori dellAlto Adriatico, con circa mezzo milione di slavi. Secondo Kacin Wohinz la popolazione allogena, come era chiamata ufficialmente dalle istituzioni italiane, era formata da 327.000 sloveni e 152.000 croati, oltre ai circa 34.000 sloveni veneti (cittadini italiani gi dal 1866). Un quarto del popolo sloveno e un consistente numero di croati diventarono sudditi del regno dItalia. Il nazionalismo italiano per non fu appagato dai guadagni territoriali ratificati dal trattato di pace. Loccupazione della citt libera di Fiume da parte degli Arditi guidati da Gabriele DAnnunzio esemplifica la svolta imperialista ed espansionista italiana, precorrendo la politica estera del regime fascista. Lesito della guerra aveva in serbo per gli italiani i frutti amari del dissanguamento patito dalle popolazioni delle campagne e delle citt che portarono alle rivolte e alle lotte tra il 19 e il 21. Il pi acerbo di questi frutti fu lavvento sulla scena politica nazionale del Fascismo, fino allassunzione della guida del governo nel 1922 da parte di Benito Mussolini. Nel confine orientale, teatro di sanguinosissime battaglie, la penetrazione fascista ebbe la connotazione di fascismo di frontiera secondo la definizione di Anna Vinci. Esso si esprimeva con lepica e la retorica della guerra per la difesa del confine nazionale. Il fascismo espresse ampiamente atteggiamenti aggressivi e xenofobi verso coloro che considerava i nemici esterni della Venezia Giulia: serbi, croati e soprattutto sloveni. Vi erano poi anche nemici interni nei nuovi territori acquisiti nello Stato nazionale e nelle comunit storicamente conviventi nel litorale adriatico: croati e sloveni, cui una particolare attenzione fu data visto il loro grande numero. Lo squadrismo giuliano esasper con particolare foga i concetti nazionalistici, manifestando come segno di forza, sicurezza e potenza lomogeneit nazionale conquistata con la guerra del 15-18. Francesco Giunta fu il fascista protagonista degli eventi eversivi giuliani che si attuarono nel 1920 con lincendio della Narodni dom, sede delle principali associazioni slovene, attuato nel centro della citt di Trieste. Lo squadrismo fascista, appoggiato dallatteggiamento delle autorit militari verso le cosiddette popolazioni allogene, fu rivolto soprattutto contro gli slavi. Gli atti di violenza si estesero a Pola e a

Pisino e furono il cambio di passo e la chiara fusione tra le istanze violente postbelliche, rappresentate dal fascismo, e quelle rappresentate dalla borghesia liberale che nello Stato italiano come nella Venezia Giulia non era pi in grado di rispettare le tradizionali regole di convivenza sociale e politica. Dal 22 in avanti questi metodi verso gli slavi furono i metodi dello Stato fascista. Con laffermazione del principio nazionalista lobbiettivo divenne la negazione delle nazionalit slovena e croata fino alle conseguenze pi estreme. LItalia fascista divenne protagonista di tutti i contrasti, anche i pi storicizzati, tra italiani e slavi. NellIstria, nella Dalmazia e nei territori sloveni inglobati la diversit fu oggetto di esclusione fino allodio. Nel territori giuliano-dalmati oltre alle leggi speciali introdotte a partire dal 26, quando il fascismo si fece regime, furono applicati provvedimenti che avevano lo scopo esplicito di annichilire le nazionalit non italiane. da questa fase in avanti che Anna Vinci e altri storici ci parlano di bonifica del territorio da chi non italiano.

Le persecuzioni fasciste
Oltre alla eliminazione di tutte le garanzie dello Stato liberale, in questi territori per gli sloveni e i croati era proibito luso della propria lingua, al punto di perseguire la preghiera nella lingua madre. Tutte le espressioni culturali non italiane furono soppresse e perseguitate con lo scopo di italianizzare fino alle estreme conseguenze le popolazioni allogene. Al loro interno furono individuate tutte le figure di riferimento per le comunit locali non italiane e fu avviata una campagna di persecuzione che riguard in maniera specifica preti, maestri e capi dei villaggi. Furono emanate precise norme per liquidare e limitare il potere economico della borghesia slava nella Venezia Giulia, fino alla soppressione e inglobamento nelle imprese italiane del tessuto creditizio e cooperativo. Questo ceto sociale fu oggetto di numerose espulsioni e altri seguirono chi li aveva forzatamente preceduti abbandonando i territori dellAdriatico. Il ridimensionamento della borghesia slava fu radicale, andando a erodere lequilibrio precedente, sia nella pubblica amministrazione che nel tessuto economico privato, nelle libere professioni e in quello sociale. In queste aree gli slavi furono sostituiti da un nuovo ceto borghese italiano proveniente dalla penisola e di provata fede fascista. Furono raggiunti livelli assai beffardi in questo processo di ita-

lianizzazione: furono cambiati cognomi, toponimi che mai erano stati italiani, fino alla rimozione di ogni memoria slava dentro i cimiteri. Il solco tra italiani e slavi divenne profondo, le radici culturali di questultimi furono estirpate e separate da quelle italiane anche se erano state intrecciate per secoli e si erano nutrite dallo stesso terreno. La violenza dello Stato fascista nel perseguire lannullamento slavo fu implacabile ed efficiente nelle citt, mentre nella campagna, da sempre luogo lasciato a sloveni e croati, fu assai meno efficace e spesso la sostituzione degli slavi negli incarichi preminenti e nellamministrazione fu impossibile anche per non compromettere lesistenza stessa della macchina statale. Le popolazioni slave non furono compatte nel rifiutare e respingere le lusinghe che il fascismo porgeva loro dove non era possibile attuare la politica sostitutiva, e non furono infrequenti accordi e concessioni nelle aree di campagna tra slavi e fascisti. In questi territori sebbene il partito fascista non si diffondesse capillarmente, operava lazione terroristica e deterrente dei sistemi polizieschi che il fascismo stava collaudando anche sul resto del territorio nazionale. Il modello dellassedio che aveva caratterizzato le citt giuliane fu imposto, a parti invertite, al retroterra carsico e alle aree povere dellIstria. Nonostante il volto suadente che il fascismo cercava di propagandare con organizzazioni benefiche e sociali per portare a s le popolazioni di queste parti del territorio, prevaleva la sua grande macchina poliziesca. Ma le popolazioni allogene, sebbene ridotte ai limiti economici di sussistenza, non cedevano e orgogliosamente respingevano ogni integrazione. La vita delle comunit slovene e croate fu ispirata sempre di pi da criteri di resistenza attorno a particolari figure che sostenevano il sentimento popolare nonostante le persecuzioni. questo il caso della Chiesa cattolica che si espose anche dopo la firma del Concordato tra lo Stato italiano e il Vaticano. Numerosi sacerdoti sloveni e croati furono confinati e un numero sempre maggiore di cittadini sloveni fu deportato in speciali campi di detenzione disseminati nel Triveneto. Non mancarono movimenti clandestini nazionalistici slavi (TIGR) che portarono a termine atti di resistenza e di ribellione che culminarono con processi, fucilazioni e violente repressioni poliziesche, e si svilupp una rete clandestina di movimenti di sinistra. La Chiesa sub gravi epurazioni con la rimozione dei vescovi di Gorizia, Capodistria e Trieste, giacch con lesilio dei quadri diri-

genti sloveni e croati si era assunta il ruolo di custode della nazionalit slava. Essa fu travolta da divisioni laceranti su base nazionale che a volte si possono intravedere ancora oggi. La popolazione slava, alla luce delle vicende che cos profondamente minavano il tessuto delle nazionalit croata e soprattutto slovena, fu spinta a emigrare sia verso la Jugoslavia che verso il continente americano, inserendosi nel flusso della emigrazione italiana oltreoceano. Per Wohinz sono quasi 100.000 gli slavi che lasciarono i territori amministrati dallItalia. I motivi che spinsero sloveni e croati ad abbandonare i loro territori erano di natura economica e politica. I censimenti degli anni 30 dimostrano che, sebbene il numero degli emigranti non abbia ridotto considerevolmente le popolazioni di lingua slava, si sia appiattita verso il basso la composizione sociale e sia stata contrastata se non fermata lespansione demografica slava, temuta dagli italiani alla fine dell800. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale per le popolazioni slave sul confine orientale ammontavano a circa 400.000 unit e testimoniavano il sostanziale fallimento della brutale politica di italianizzazione; furono usate, nello stesso tempo, come simbolo di pericolo per la nazione italiana, agitato anche rispetto agli slavi di oltre confine. Larroganza che nasceva dalla supposta superiorit nazionale italiana fece sottovalutare i semi di una mala pianta che si alimentava del medesimo vigore nazionalistico presente tra gli jugoslavi oltre il confine orientale. Qui le minoranze slovene e croate della costa giuliano-dalmata trovarono le risorse, gli aiuti e la speranza che port a compimento il loro processo nazionale con gli esiti della Seconda guerra mondiale. Le lacerazioni del ventennio fascista e le basi poste dal nazionalismo interventista ormai erano maturate e avviavano popolazioni che avevano convissuto per quasi un millennio al confronto finale.

La Seconda guerra mondiale


Linizio dellavventura bellica nazista e la successiva entrata in guerra dellItalia determin anche un inasprimento del conflitto tra slavi e italiani nella Venezia Giulia. Si intensific lattivit dei gruppi armati indipendentisti sloveni e croati, con attentati a ponti e ferrovie, agguati a carabinieri, miliziani e gerarchi fascisti. Parallelamente si alz il livello della repressione fascista, con le autorit italiane che ormai guardavano con preoccupazione il crescente fer-

mento tra gli allogeni. Un ulteriore salto di qualit si verific dopo laggressione nazifascista alla Jugoslavia il 6 aprile 1941 e il successivo smembramento del regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Infatti lesercito italiano occup una consistente parte della Jugoslavia: in particolare la Slovenia meridionale venne annessa alla Venezia Giulia, costituendo la provincia di Lubiana; la Lika croata venne occupata e la Dalmazia, fino a Spalato, annessa alla provincia di Zara. Inoltre il Kosovo fu annesso allAlbania, gi aggregata allItalia, e nel Montenegro occupato venne insediato un governatore italiano. Per linvasione italogermanica accese la miccia della polveriera balcanica, innescando ovunque rivolte armate, vendette interetniche, stragi feroci. La repressione nazifascista fu durissima, e anche il Regio esercito si macchi di crimini efferati, paragonabili a quelli dei nazisti tedeschi. Alla fine della guerra le autorit jugoslave accusarono gli occupanti italiani della morte di trecentomila civili, chiedendo lestradizione di centinaia di criminali di guerra italiani. Questa non venne mai concessa, e tale fatto condizion per molto tempo (e condiziona ancora oggi) le relazioni italoslave. In effetti molti documenti delle truppe italiane di occupazione dopo lotto settembre e lo sfaldamento dellesercito italiano finirono nelle mani dei resistenti jugoslavi e ancor oggi sono conservati nei vari archivi delle repubbliche exjugoslave; tali documenti confermano precise responsabilit dellItalia fascista in fatto di crimini di guerra. Anche nelle province di Gorizia, Trieste e Pola, a partire dal 1940, furono assunti ulteriori provvedimenti contro i cittadini di etnia slava. I militari giuliani di origine slava vennero allontanati dalla zona e successivamente inquadrati nei battaglioni SP (sospetti politici) e isolati in speciali campi in Sicilia e Sardegna. Nella provincia di Lubiana, formalmente appartenente alla Venezia Giulia, tra il 1941 e il 1943 vennero uccisi 12.000 civili e altri 35 mila furono deportati (in tutto contava 330 mila abitanti); la citt di Lubiana venne completamente circondata con una barriera di filo spinato e un quarto dei suoi abitanti venne incarcerato. Molti villaggi furono bombardati dallartiglieria o dallaviazione, con la distruzione di decine di migliaia di abitazioni. Il prefetto Grazioli, in accordo con il generale Robotti, propose di deportare lintera popolazione sostituendola con immigrati italiani. Tale comportamento invece di scoraggiare favoriva lattivit insurrezionale. I militari di origine slava disertavano, vi erano scioperi, sabotaggi, attentati, e la popolazione civile appoggiava i rivoltosi.

Il Carso era battuto da bande armate che rendevano difficili e pericolose le comunicazioni tra le citt della Venezia Giulia. Questa prima attivit partigiana in territorio italiano documentata dagli atti del Tribunale Speciale, che commin numerose pesanti condanne, spesso alla fucilazione. Tra i condannati ci sono nomi indubitabilmente italiani, segno di una saldatura tra il ribellismo slavo e lantifascismo militante italiano. La situazione peggior nel 1942, quando le sorti del conflitto mondiale cominciarono a volgersi contro lasse italo-tedesco. Molti territori giuliani erano di fatto controllati dai partigiani, e la repressione, guidata dai generali Roatta, Robotti e Gambara, diventava sempre pi feroce. Tra il 42 e il 43 la storia italiana registra una delle sue pagine pi vergognose: linternamento di circa 50 mila civili di etnia slava in campi di concentramento gestiti dallesercito italiano. Si trattava in massima parte di vecchi, donne e bambini - gli uomini validi si erano dati alla macchia - provenienti dalle zone ad elevata attivit partigiana. Ne morirono oltre undicimila, di fame, maltrattamenti e malattie. La mortalit nel campo dellisola di Arbe risulta percentualmente pi elevata di quella del lager nazista di Dachau. vero che alcuni denunciarono questa ignominia, ufficiali, medici e religiosi, ma incontrarono il silenzio delle autorit fasciste e delle alte gerarchie ecclesiastiche o le ciniche risposte dei generali. Ad esempio al medico provinciale che segnalava le morti per fame nel campo di Arbe il generale Robotti rispondeva che si trattava di un campo di concentramento e non di ingrassamento; quando il cappellano militare del campo di Chiesanuova, vicino a Padova, don Cocioni, segnal al vescovo la situazione degli internati, lo stesso Robotti lo fece trasferire. Questa era quindi la situazione alla vigilia del crollo dellItalia fascista. Quando il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo dichiar decaduto Mussolini, nella Venezia Giulia la guerriglia partigiana infuriava da tempo, con l appoggio della popolazione slava. La repressione operata dallesercito italiano continu anche durante la dittatura di Badoglio, specie nelle zone slovene. La situazione invece appariva pi tranquilla in Istria, perch la guerriglia era localizzata a est di Fiume, nelle zone croate occupate dallesercito italiano, dove si registrarono numerose stragi di civili. Nel breve periodo badogliano non vennero segnalati particolari fermenti, anche perch sul confine orientale erano schierate due armate, con 150 mila effettivi. Ma la resa italiana agli Alleati an-

nunciata lotto settembre determin il loro sfaldamento; il comandante, generale Gambara, si mise al servizio dei tedeschi. Gran parte dei soldati part verso ovest, abbandonando accantonamenti e armi. Non risultano particolari atti di violenza nei loro confronti da parte della popolazione slava. Le armi abbandonate finirono nelle mani dei partigiani dando ulteriore consistenza alla ribellione. NellIstria si organizzarono anche locali forme di amministrazione democratica. Ma nelle campagne dellIstria meridionale esplose uninattesa ondata di violenza.

Le foibe istriane
La serie di uccisioni che si verificarono in Istria nel settembre del 1943 non ha riscontri nellItalia di quel periodo. Anche la modalit delle esecuzioni di massa con le vittime scaraventate nelle foibe, le profonde voragini carsiche, dest grande impressione. Probabilmente da sempre quelle scure cavit generavano paura tra la gente del luogo. Ma la prima minaccia esplicita di gettare nella foiba risale ai primi anni Venti: gli squadristi fascisti promettevano quella fine a chi non osservasse le imposizioni del regime, come coloro che osavano parlare slavo in pubblico. Alcuni autori riportano testimonianze riguardo infoibamenti operati dai fascisti durante le repressioni dei sommovimenti che si ebbero tra la popolazione slava, in particolare tra i minatori del bacino carbonifero dellArsa e delle cave di bauxite, tra il 1940 e il 1943. Proprio in queste zone si verificarono le vendette, che resero tristemente famosi alcuni luoghi come la Foiba dei colombi presso Vines. Probabilmente gli italiani non si erano resi conto di come la repressione avesse creato un profondo risentimento tra la locale popolazione croata. Infatti in questo caso non possibile chiamare in causa direttamente i partigiani di Tito, che si trovavano molto pi a sud. Sicuramente fra i partigiani locali vi erano molti comunisti, e tra loro vi erano anche italiani, ma le testimonianze indicano un coinvolgimento dei civili e in particolare delle donne nelle esecuzioni, con lappoggio anche di elementi nazionalisti e la comprensione del regime fascista di Pavelic: non bisogna dimenticare che gli ustascia croati usarono il metodo dellinfoibamento di massa nei confronti dei serboortodossi di Bosnia, il pi sanguinoso episodio di pulizia etnica (centinaia di migliaia di morti) avvenuto nei Balcani durante il Novecento. Si riscontra insomma pi il clima di selvaggia rivolta contadina che

un progetto politico, ma laccaduto lascer un ricordo di terrore tra gli italiani. La vicenda si svolse in un paio di settimane, tra il 18 e il 30 settembre, durante le quali i tedeschi ripresero il controllo, anche se non totale, del territorio istriano, a prezzo di sanguinose stragi. Nellottobre successivo si svolsero le ricerche da parte dei Vigili del Fuoco di Pola; vennero estratti dalle voragini 203 cadaveri, dei quali 121 furono riconosciuti. Si trattava di miliziani ed esponenti fascisti, impiegati comunali, insegnanti, capisquadra delle miniere, proprietari terrieri, cio le categorie verso le quali era maggiore il risentimento, e in gran parte erano di etnia italiana. Accanto a questi vi furono persone uccise in altri modi e molti scomparsi; in totale le autorit nazifasciste calcolarono circa 400 -500 vittime; per contro il 7 ottobre il bollettino tedesco dichiara luccisione di 3.700 banditi nella regione di Trieste. I dati non sono particolarmente significativi rispetto ad altre rese dei conti o repressioni avvenute in Italia, ma lo sono relativamente allepoca, perch nel periodo agostosettembre 1943 non si verificarono nel resto dItalia oltre a questo episodi particolarmente cruenti. Quindi si tratta di unanticipazione di quanto succeder dappertutto negli anni successivi. Nella zona del Confine orientale invece la situazione di confronto sanguinoso etnico-politico rester costante fino alla fine della guerra ed oltre.

La Resistenza e la repressione
Quando i tedeschi decidono di ripristinare il fascismo, in forma repubblicana, nellItalia occupata, lasciano fuori dalla nuova entit statale vasti territori, che annettono direttamente al Reich. Friuli, Venezia Giulia, Istria, Fiume, Zara e provincia di Lubiana entrano a far parte della zona operazioni Litorale Adriatico, affidata al Gauleiter della Carinzia, Rainer. La popolazione locale viene divisa, secondo i canoni del razzismo nazista, in quattro etnie: slovena, croata, italiana e friulana, questultima ritenuta affine alla ladina. Il progetto tedesco prevedeva per il futuro la creazione di uno statocuscinetto, il Friuli, tra Italia e Germania: infatti Trieste doveva diventare il porto tedesco sul Mediterraneo. Gli italiani quindi diventano minoranza, e tutte le autorit civili e militari sono carinziane. I tedeschi organizzano reparti armati collaborazionisti: domobranci, guardie bianche e guardie azzurre per gli sloveni, ustascia per i croati, milizia di difesa popolare per gli italiani, tutti dipendenti dalle

SS. Vengono pure stanziati in zona i cosacchi dellex generale dellArmata Rossa Vlasov, ritiratisi con le loro famiglie dal fronte orientale al seguito dei tedeschi, che hanno promesso loro lAlto Friuli, e alcuni reparti di cetnici serbi. Dallaltra parte ormai vi una forte e organizzata resistenza partigiana, che ha il suo centro nelle zone slovene del Carso. Vi sono consistenti formazioni slave, come la Gortan e la Gregorovic, e alcune italiane, come la Fontanot e la Budicin, garibaldine, e la Osoppo, autonoma. I rapporti tra queste formazioni non sono sempre amichevoli, dal momento che gli sloveni pretendono che le formazioni italiane siano subordinate al loro comando, ma anche tra gli italiani vi sono attriti, che culminano con lepisodio di Porzus. La guerriglia e la relativa repressione sono sempre pi feroci, e limpiego dei reparti collaborazionisti assume aspetti di persecuzione etnica. Hitler ha autorizzato per il Litorale Adriatico luso dei mezzi repressivi gi adottati per il fronte orientale con le direttive del 18 agosto 1942, che prevedono lannientamento dei civili nelle zone interessate dalla guerriglia. Un aspetto di questa linea listituzione del campo di sterminio nei capannoni dellex risiera situata nel quartiere triestino di San Sabba. Rainer per organizzarlo chiam un esperto, Odilo Globocnik, che aveva diretto leliminazione di un milione e mezzo di ebrei polacchi, assieme ad una squadra specializzata di SS proveniente dai lager tedeschi. Nella rigida organizzazione germanica San Sabba era un campo di raccolta e smistamento per gli ebrei, che venivano sterminati in altri campi; provvedeva invece alleliminazione degli oppositori, partigiani o politici antifascisti. Non doveva trapelare nulla allesterno di quanto accadeva, nel reparto di sterminio potevano entrare solo le SS addette, per per i lavori pesanti venivano utilizzati prigionieri ebrei che comunque dovevano scomparire. Invece alcuni di questi riuscirono a sfuggire allo sterminio e testimoniarono le modalit di funzionamento: gli oppositori rastrellati venivano uccisi con il gas o con mazze ferrate, subito dopo venivano inceneriti nei forni e le ceneri disperse in mare. Perci il numero delle vittime sconosciuto, le stime variano da duemila a cinquemila persone, tra i quali si suppone alcuni dirigenti della Resistenza triestina e veneta di cui si persero le tracce. La repressione nazifascista, in particolare dopo lotto settembre, segn profondamente la Venezia Giulia e i territori jugoslavi occupati dallItalia nel 1941: gli sloveni denunciano 60 mila civili morti per cause belliche, mentre alcuni storici addebitano allesercito ita-

liano luccisione di oltre duecentomila civili. Se i fascisti sfruttano per la loro propaganda lepisodio delle foibe, tra le forze della resistenza jugoslava si diffonde a causa delle stragi indiscriminate un forte rancore che dai fascisti rischia di espandersi a tutti gli italiani. La stessa Chiesa triestina nel 1944 mette in guardia il potere locale riguardo leccessiva violenza, paragonando i campi di detenzione fascisti alle foibe.

La fine della guerra


Nella primavera del 1945 lesercito tedesco sta cedendo sia nei Balcani che in Italia. Larmata di Tito il 20 marzo occupa Bihac, in Bosnia, ma poi invece di dirigersi verso Zagabria punta su Trieste. Qualche storico parla di corsa per Trieste tra jugoslavi e angloamericani. Il 30 aprile il CLN triestino d inizio allinsurrezione; il primo maggio entrano in citt i partigiani sloveni del IX Corpus, provenienti dal Carso; il 2 maggio arrivano anche i neozelandesi dellVIII armata britannica e reparti della IV armata jugoslava. Inizia un periodo in cui la zona di Trieste occupata da pi eserciti, non sempre in accordo tra loro. Comincia ad operare lOZNA, organizzazione per la difesa del popolo, una specie di polizia politica legata al potere jugoslavo, che opera molti arresti, non solo di fascisti, ma anche di esponenti del CLN, in quanto si vogliono eliminare coloro che possono opporsi alla linea jugoslava; spesso gli arrestati scompaiono, tanto che si torna a parlare di foibe. Quando gli angloamericani si rendono conto di quanto sta accadendo decidono di intimare agli jugoslavi di lasciare Trieste, Gorizia e il territorio circostante. In questi dieci giorni avvengono diverse uccisioni di collaborazionisti slavi ed italiani, ma anche di esponenti antifascisti e di rappresentanti delle istituzioni italiane. Oltre che di resa dei conti si pu parlare di operazione politica, di epurazione preventiva organizzata dal potere jugoslavo contro i potenziali avversari. Loperazione concentrata a Trieste e Gorizia, mentre risulta marginale in Istria. Le dinamiche dei fatti non sono ancora state chiarite, perch alla confusione del momento sono succedute distorsioni e falsificazioni dovute alla nascente lotta politica e nazionalistica. Esemplare in questo senso la storia della foiba di Basovizza, frazione di Trieste, dichiarata nel 1992 monumento nazionale. In realt si trattava del profondo (oltre 200 metri) pozzo di una miniera di carbone. Nel giugno del 1945 alcuni giornali italiani pubblica-

rono voci di una strage avvenuta il mese precedente, ai primi di maggio, durante loccupazione jugoslava di Trieste. Gli angloamericani, presenti in citt al momento del presunto fatto, svolsero delle indagini, ma incontrarono la reticenza degli sloveni triestini: alcune ammissioni vennero da donne, bambini e da un sacerdote, che parl di unesecuzione di poliziotti fascisti rei di persecuzioni antislave. Gli inglesi sondarono il pozzo, recuperando resti umani irriconoscibili (viene citata solo la quantit: 270 chili) oltre a carcasse di cavalli e residuati bellici. Secondo gli abitanti sloveni del posto si trattava di partigiani gettati nel pozzo dai fascisti e di caduti tedeschi appartenenti a una colonna impegnata in una battaglia, cui appartenevano anche armi e cavalli. Da parte italiana si ebbe una campagna di stampa dove comparvero notizie poi smentite dalle ricerche degli alleati, come la presenza di cadaveri di neozelandesi e americani, i 400 teschi recuperati e poi scomparsi e la stima di 500 metri cubi di resti umani. Negli anni successivi il pozzo fu ceduto a una ditta che recuperava dal fondo rottami ferrosi, quindi la giunta democristiana di Trieste decise di usarlo come discarica di rifiuti. Le ricorrenti polemiche sulla stampa infine fecero decidere per coprire tutto con una colata di cemento. Oggi ancora restano versioni diverse: negli ambienti sloveni si continua a negare sia avvenuta una strage di italiani e si parla di una montatura dovuta al razzismo antislavo, mentre in alcuni ambienti italiani si parla di diverse centinaia, se non migliaia, di morti. Sul monumento compare un solo numero, quello di 97 finanzieri italiani: forse i finanzieri scomparsi (per allora si era in Germania) sono i poliziotti di cui parlava monsignor Scek, ma difficilmente emerger la verit. Le ricostruzioni pi accurate riguardo a quel periodo riferiscono per larea della Venezia Giulia di 1.300 morti accertati. Le ricerche svolte dagli Alleati riportano le cifre degli scomparsi: 1.470 in provincia di Trieste e 1.100 in provincia di Gorizia. Dopo il calo della tensione con la Jugoslavia vennero eseguite ricerche anche negli uffici di anagrafe dei comuni passati alla JuMonumento allingresso della goslavia, che portarono il totale degli foiba di Basovizza. scomparsi a 4500 persone, senza precisare

se italiani o slavi, fascisti o antifascisti, presumibilmente uccisi o scomparsi di loro volont, deportati e morti nei campi di concentramento di Tito oppure inceneriti nei forni della Risiera. Anche gli storici pi documentati (Pupo, Spazzali, Apih ecc.) stimano le vittime nella regione tra il 1943 e il 1945 per ordine di grandezza: centinaia delle foibe vere e proprie, migliaia della repressione politica jugoslava, decine di migliaia della repressione nazifascista. E centinaia di migliaia, anche se non si parla di morti, per lesodo, che tra le vicende citate il fenomeno proporzionalmente pi rilevante e anomalo.

L Esodo
Nelle vicende del confine orientale il termine esodo, di chiara derivazione biblica, stato usato per indicare labbandono della propria terra da parte delle comunit italiane (venete) dellIstria e della Dalmazia. Si tratta di una serie di trasferimenti di popolazione che iniziarono durante la seconda guerra mondiale e si conclusero alla fine degli anni 50 del Novecento, con fasi e intensit alterne. I primi abbandoni riguardarono la gi ridotta comunit italiana della Dalmazia, e paradossalmente iniziarono dopo loccupazione nazifascista della Jugoslavia. Infatti la Dalmazia, occupata dalle truppe italiane, venne inserita nel nuovo stato croato controllato dai nazionalisti ustascia di Ante Pavelic. Costoro iniziarono una feroce pulizia etnica verso i numerosi gruppi di popolazione non croata, e sebbene Pavelic fosse un amico personale di Mussolini la comunit italiana viveva con preoccupazione la situazione. Gli emigranti si dirigevano soprattutto verso la provincia di Zara, rimasta sotto controllo italiano. Ma dopo lotto settembre Zara venne occupata dai tedeschi, e a partire dallautunno del 1943 sub una serie di devastanti bombardamenti angloamericani che provocarono duemila morti, sui poco pi di ventimila abitanti della citt. Perci nel 1944 la popolazione abbandon quasi totalmente la citt, dirigendosi verso lItalia o verso Trieste . Dopo il 1943 e la costituzione della zona di operazioni Litorale Adriatico (Adriatische Kunstenland, comprendente Friuli, Venezia Giulia, Slovenia, Quarnaro), annessa alla Germania, parecchi italiani (circa ventimila) abbandonarono la parte orientale delle province di Gorizia e Trieste. Si trattava di funzionari o di immigrati nel periodo fascista, in quanto quelle zone erano compattamente slovene.

In quel periodo vi infuriava la guerriglia partigiana con relative repressioni naziste, quindi il rischio di violenze era elevato. Fin qui possiamo considerare questi spostamenti di popolazioni come una conseguenza della guerra, che al confine orientale aveva assunto caratteri di particolare ferocia e dove anche gli italiani, esercito e milizie fasciste, avevano molte responsabilit. Anche le stragi che si verificarono, compresi gli episodi delle foibe, sono da inquadrare in questo clima. Tuttavia dopo la fine della guerra non si verificarono subito partenze in massa dalle zone della Venezia Giulia occupate dalla Jugoslavia. Lesodo vero e proprio infatti cominci nel 1947, dopo che il trattato di pace assegn alla Jugoslavia gran parte della Venezia Giulia, contro le speranze della locale popolazione veneta . Ricordiamo gli episodi essenziali della conclusione della guerra sul confine orientale italiano. Il primo maggio 1945 entrarono a Trieste i partigiani jugoslavi del corpo darmata sloveno, provenienti da nordest; il giorno successivo arrivarono i neozelandesi inquadrati nellarmata britannica. Fiume fu occupata il 3 maggio dallesercito di Tito, proveniente da sud; questo poi attravers lIstria per congiungersi con gli sloveni. Nel frattempo a Pola erano sbarcati gli angloamericani. Il 12 maggio il presidente americano Truman intim alle truppe jugoslave di lasciare Trieste. Gli Alleati, dopo un periodo di occupazione plurima pieno di tensioni, si accordarono (intesa di Belgrado, 9 giugno 1945) per dividere la Venezia Giulia in due zone di occupazione, separate dalla cosiddetta linea Morgan: la zona A, comprendente Gorizia, Trieste e Pola, controllata dagli angloamericani, e la zona B, con gran parte dellIstria e Fiume, controllata dagli jugoslavi. Segu un periodo confuso, con gli jugoslavi decisi ad annettere subito Fiume, considerata illegalmente occupata dallItalia dopo che gli accordi conclusi alla fine della prima guerra mondiale le avevano assegnato lo status di citt libera. Le richieste jugoslave poi spostavano il confine alla linea IsonzoNatisone, comprendendo nella Jugoslavia Trieste, Monfalcone e Gorizia. Gli italiani daltra parte pensavano di poter conservare Gorizia, Trieste, lIstria occidentale e Fiume. La conferenza di pace conclusa a Parigi nellautunno 1946 scontent sia lItalia che la Jugoslavia, perch assegn Gorizia e Monfalcone allItalia, Fiume, Pola e gran parte dellIstria alla Jugoslavia. Veniva inoltre creato il Territorio Libero di Trieste, diviso in una

zona A con Trieste , amministrata dagli angloamericani, e zona B, con Capodistria e Buie, affidata allamministrazione jugoslava. Il trattato non venne firmato subito dallItalia, che sperava nella revisione di alcune clausole, e la sua applicazione venne rimandata al 15 settembre 1947. Lesito della conferenza di pace fu un duro colpo per le speranze italiane. Infatti la classe politica italiana, la stampa, lopinione pubblica e la popolazione locale avevano nutrito illusioni infondate sul ruolo dellItalia nel nuovo contesto internazionale. Invece la Jugoslavia era uno degli Stati vincitori della guerra, e le grandi potenze alleate non intendevano premiare gli sconfitti. Forse poteva anche andare peggio, se Stalin avesse sostenuto fino in fondo le rivendicazioni jugoslave; il capo sovietico invece era piuttosto irritato dallattivismo di Tito e si dimostr malleabile. Comunque restava un problema, dal momento che centinaia di migliaia di italiani passavano sotto la sovranit jugoslava e decine di migliaia di sloveni restavano dentro i confini italiani, mentre non era stata definita la situazione di Trieste. Il fatto poi che Pola, gi in mano occidentale, fosse stata abbandonata al suo destino segnala che gli angloamericani nel clima montante di guerra fredda si muovevano in una logica militare: meglio tenere un territorio compatto con un confine abbastanza lineare, anche se illogico dal punto di vista etnico, che due enclaves come Trieste e Pola (Fiume era gi data persa), circondate dal confine jugoslavo e raggiungibili solo via mare. Questa conclusione provoc numerose manifestazioni di protesta a Pola, controllata dagli americani, e la decisione del CLN locale, il 23 dicembre 1946, di dichiarare aperto lesodo verso lItalia. Segu una migrazione in massa degli abitanti, in buona parte di origine veneta. Gli accordi di Parigi prevedevano lopzione per trasferirsi da una nazione allaltra. Nella zona passata alla Jugoslavia furono presentate circa duecentomila domande di opzione per lItalia, quasi met della popolazione. A presentare domanda non furono solo italiani, ma anche slavi contrari al nuovo regime. Molte meno furono le opzioni verso la Jugoslavia, in genere sloveni che si spostarono verso i sobborghi orientali di Gorizia rimasti al di l del confine, dove si svilupp il centro di Nova Gorica, ma anche qualche migliaio di italiani, operai dei cantieri di Monfalcone e Trieste e diversi militanti comunisti provenienti da ogni parte dItalia, che scelsero la Jugoslavia per ragioni ideologiche, dirigendosi soprattutto verso Fiume.

Le autorit jugoslave, preoccupate per lo spopolamento della regione e dalla constatazione che chiedevano di andarsene anche gli slavi (a Pisino, considerata la capitale dellIstria croata il 90% degli abitanti aveva chiesto lopzione per lItalia), crearono ostacoli alle partenze, ma queste proseguirono per anni, riducendo ai minimi termini la presenza italiana in centri di antichissima tradizione veneta, come Zara, Fiume, Pola, Parenzo, Rovigno. Inutilmente il governo italiano, guidato da De Gasperi, tent di frenare la migrazione, finanziando attraverso il CLN dellIstria gli italiani in difficolt economiche. La durezza del nuovo regime, la prevalenza delletnia slava, la sfiducia nel futuro spingevano la componente italiana (e non solo questa) a lasciare lIstria. Lultima fase dellEsodo riguard gli abitanti della zona B del Territorio Libero, cancellato dopo gli accordi del 1954 (Memorandum di Londra) che restituivano Trieste (con cinquantamila abitanti sloveni) allItalia ma consegnavano alla Jugoslavia anche la parte settentrionale dellIstria (zona B del Trattato del 1947), abitata in buona parte da italiani. La fuga si esaur alla fine degli anni Cinquanta. Quanto ai numeri, le stime oscillano tra le 190.000 opzioni rilasciate ufficialmente dalla Jugoslavia e le 350.000 partenze contate da alcune associazioni di esuli. Lente di assistenza appositamente creato in Italia segnala 201mila profughi; contando gli espatri clandestini gli storici ritengono che abbiano lasciato la parte di Venezia Giulia passata alla Jugoslavia tra 250 e 270 mila persone, di cui circa 200 mila italiani. Queste stime trovano riscontro nei dati del Censimento riservato italiano del 1939, basato non sulle dichiarazioni dei cittadini ma sulle indagini degli uffici anagrafici relative alla lingua usata abitualmente, che segnalava 241.186 parlanti italiano residenti nelle provincie di Zara, Fiume e Pola. Il censimento jugoslavo del 1961, contava nelle stesse zone 25.615 italiani. Quindi quasi il 90% dei residenti italiani lasciarono lIstria. In Italia furono accolti in un centinaio di campi profughi, spesso in condizioni di forte disagio data la situazione economica: nel dopoguerra lItalia si trovava in condizioni disastrate, con le citt distrutte dai bombardamenti, lagricoltura e lindustria bloccate dalla guerra, le risorse alimentari insufficienti. Vi furono anche episodi di intolleranza verso i profughi, da alcuni considerati fascisti, da altri slavi, da altri ancora concorrenti per il lavoro e labitazione. Una parte quindi prese la via dellulteriore emigrazione verso lAmerica o lAustralia, ma la maggior parte riusc a inserirsi nella

societ italiana, spesso conservando e coltivando la propria specificit. Da ricordare anche i trentamila che decisero di restare, in una situazione molto difficile, a volte considerati come traditori dagli esiliati, ma che hanno permesso la sopravvivenza di una comunit italiana in Istria. Le interpretazioni Questi i fatti e i numeri. Quanto alle cause le discussioni sono ancora aperte e spesso influenzate da fattori non obiettivi e dalla mancanza di alcune documentazioni, ma al di l della complessit della questione gli storici hanno individuato alcune motivazioni fondamentali. Ci sono due tesi contrapposte: una, sostenuta da settori della destra italiana, parla di pulizia etnica da parte degli slavocomunisti; laltra, avanzata negli ambienti jugoslavi, riduce il fatto a una migrazione per motivi economici fomentata dalla propaganda italiana. Si tratta evidentemente di spiegazioni semplicistiche di un fenomeno ben pi complesso, ma entrambe contengono una parte di verit. Per quanto riguarda la pulizia etnica vero che alcuni settori dellOF (Osvobodilna Fronta, il fronte di liberazione jugoslavo costituito dai partiti antifascisti, corrispondente al CLN italiano) chiedevano la cacciata degli italiani da tutti i territori a est dellIsonzo Natisone, in ritorsione delle violenze subite durante la guerra. Ma si trattava di formazioni di centro e nazionaliste, quando di fatto la resistenza jugoslava era dominata dai comunisti di Tito. E la linea ufficiale dei comunisti jugoslavi era quella della fratellanza italo slava, in nome dellinternazionalismo proletario. Sul campo per questa linea fu smentita dai fatti. Gli storici a questo riguardo hanno individuato una serie di ondeggiamenti, contraddizioni e ambiguit allinterno della gerarchia jugoslava, e non solo in questa. Il gruppo dirigente comunista intendeva imporre la trasformazione in senso socialista a qualsiasi costo, e us metodi forse pi radicali di quelli staliniani, che causarono migliaia di vittime in tutta la Jugoslavia, e in misura relativamente maggiore che nella Venezia Giulia. Qui per il processo rivoluzionario socialista assunse connotati decisamente nazionalistici, incoraggiati da esponenti di primo piano come il leader sloveno Kardelj, a danno degli italiani. Intimidazioni e violenze avevano un pretesto politico: infatti la fratellanza italo

slava riguardava gli italiani onesti e buoni, non i fascisti o chiunque avesse avuto a che fare con loccupante nazifascista; inoltre si dovevano perseguire i nemici del popolo, cio coloro che difendevano il vecchio sistema economico e sociale. Di fatto diventavano nemici del popolo tutti coloro che non seguivano le direttive del nuovo potere. In quel periodo caotico per la Jugoslavia i centri di potere si trovavano a Belgrado (livello federale), per la zona in questione a Lubiana e Zagabria (livello nazionale), e infine a livello dei quadri locali. La commistione nazionalismocomunismo a livello locale e la scollatura con il potere centrale particolarmente evidente in Venezia Giulia e Istria, dove il revanscismo sloveno e croato tendeva a identificare i nemici del popolo attraverso lequazione: italiano uguale fascista. Cos si assiste a una politica contradditoria: le autorit centrali emanavano direttive per frenare lesodo italiano, mentre i militanti locali (slavi ma anche italiani) invitavano i dissenzienti ad andarsene, a volte usando intimidazioni squadristiche. Le accuse a questo riguardo indussero il governo jugoslavo a costituire, nel 1951, una commissione dinchiesta. Questa accert alcune vicende violente, e identific il motivo principale della fuga da quelle zone nel cosiddetto lavoro volontario, organizzato dalle autorit locali per ripristinare le infrastrutture distrutte dalla guerra: ferrovie, miniere, fabbriche. In realt si trattava di lavoro coatto, in condizioni durissime, spesso paragonato ai lager. Per non riguardava solo gli italiani, e forse pu spiegare la consistente quota di residenti di etnia slava (valutabile intorno al 20 %) che partecip allEsodo. Tale spiegazione comunque va nella direzione della migrazione per motivi economici sostenuta da alcuni storici jugoslavi. Infatti Istria e Venezia Giulia nel dopoguerra subirono una grave crisi economica, determinata dallimposizione del nuovo modello di economia statalizzata e dalla chiusura della frontiera verso Trieste, il principale sbocco dei prodotti della zona. La crisi colp soprattutto la borghesia cittadina, in gran parte italiana, e anche molti settori della classe operaia condizionati dalla chiusura o dal trasferimento delle fabbriche, tanto che vi furono scioperi contro le autorit jugoslave cui parteciparono anche militanti comunisti. Quanto alla propaganda italiana stata rilevata una certa tendenza della stampa ad esasperare i toni, creando un clima di paura. Sintomatico che lesodo da Pola cominci prima della firma del trattato, quando la citt era ancora sotto lamministrazione angloamericana, sulla scia di una campagna di stampa che richiamava la vicenda delle foi-

be spesso riportando notizie esagerate o false riguardo la barbarie slava. Per quanto riguarda le mosse politiche di parte italiana di fronte a questi avvenimenti, molte critiche colpirono De Gasperi, democristiano presidente del consiglio, e il ministro Togliatti, segretario del partito fratello di quello al potere in Jugoslavia. La storiografia ha ridimensionato queste critiche: i due erano forse i politici italiani con pi vasta esperienza internazionale, e perci consapevoli della limitata possibilit di azione dellItalia. De Gasperi intendeva frenare lesodo attraverso la trattativa cercando lappoggio americano, come nella questione dellAlto Adige, tuttavia le circostanze e levoluzione dei rapporti internazionali bloccarono le sue iniziative. Quanto a Togliatti, si trovava in mezzo tra il dovere di solidariet internazionalista verso i comunisti jugoslavi e la politica di collaborazione con gli altri partiti antifascisti del CLN, che sostenevano le ragioni italiane nella vicenda del confine orientale. Comunque Togliatti decise per la seconda opzione, votando gli ordini del giorno governativi del 3 e 12 maggio 1945 che condannavano loccupazione jugoslava e rivendicavano Trieste allItalia. Questa decisione per scontent parte della base del partito, dove il mito della rivoluzione titina trovava largo seguito, e in particolare i comunisti monfalconesi e triestini, favorevoli allannessione jugoslava, a tal punto che nel 1946 i quadri locali decisero la scissione e lautonomia costituendo il PCRG, partito comunista regione giulia, che incoraggiava il cosiddetto controesodo, cio la migrazione di militanti verso la Jugoslavia. Lesito fu infelice, perch con la rottura tra Tito e Stalin si ebbero ulteriori scissioni e , nelle zone passate alla Jugoslavia, lavvio di persecuzioni verso i militanti comunisti, italiani compresi, rimasti legati alle posizioni internazionaliste. Infine le contraddizioni erano presenti pure tra gli alleati occidentali. Tra americani e inglesi non cera identit di vedute, e in particolare questi ultimi erano poco propensi a sostenere le ragioni italiane, sia perch avevano instaurato un rapporto di collaborazione con Tito sia perch esisteva un certo risentimento verso lItalia, che , come ricordava Churchill, aveva causato la perdita di 200 mila soldati inglesi nei vari fronti di guerra. Anche i rapporti tra i soldati britannici (i quali, e questo spesso viene dimenticato, costituirono la maggior parte delle forze alleate impegnate nella liberazione dellItalia) e la popolazione locale non erano dei migliori, tanto che il giorno della firma del Trattato, il 10 febbraio 1947, il comandante

del presidio alleato di Pola, il generale De Winton, veniva assassinato da una nazionalista italiana. Il deterioramento delle relazioni con lURSS convinse successivamente gli occidentali ad assumere una posizione pi rigida verso la Jugoslavia, al punto che si arriv alla Nota tripartita del 20 marzo 1948, con la quale USA, Francia e Gran Bretagna proponevano al Consiglio di Sicurezza dellONU di assegnare allItalia tutto il Territorio libero di Trieste, compresa quindi la zona di Capodistria. La proposta non ebbe seguito, anche perch poco dopo, il 28 giugno dello stesso anno, veniva resa pubblica la risoluzione di condanna del deviazionismo jugoslavo decisa dal Cominform: la rottura tra Tito e il resto dello schieramento comunista legato a Stalin apriva nuove prospettive rispetto alla Jugoslavia, modificando ancora una volta latteggiamento delle potenze occidentali. Quindi la questione del Territorio libero di Trieste si trascin fino al 1954, quando il Memorandum di Londra assegn la zona A allItalia e la zona B alla Jugoslavia, provocando lultima ondata di esuli. Politicamente la questione pareva chiusa negli anni 70, quando la normalizzazione dei rapporti italojugoslavi port agli accordi di Osimo, ma la dissoluzione della federazione jugoslava ha riacceso i contrasti tra i vari nazionalismi, compreso quello italiano. Per superare queste contrapposizioni necessario il riconoscimento delle responsabilit relative agli avvenimenti in questione. In particolare lItalia democratica deve assumere il peso storico, ora ipocritamente nascosto, delle persecuzioni fasciste e dei crimini commessi dallesercito nelle zone jugoslave occupate dal 1941 al 1943, cos come le repubbliche ex jugoslave devono fare i conti con leredit del regime di Tito e chiarire il destino dei deportati del maggio 1945. La vicenda del Confine orientale ora forse pu essere definitivamente chiusa con lentrata di Slovenia e Croazia nellUnione Europea, superando i particolarismi nazionalistici in un ambito di collaborazione e amicizia tra popoli e culture diversi ma uniti oltre che dal reciproco interesse da una secolare storia di comune convivenza.
Gruppo di studio ANPI Sezione di Trissino, Castelgomberto, Nogarole

Luglio 2007

BIBLIOGRAFIA
Contrariamente a quanto affermano luoghi comuni ampiamente diffusi dai mezzi dinformazione, sulle vicende del confine orientale esiste una vasta produzione storiografica sia in Italia che fuori: libri, articoli su riviste specializzate, documenti, testimonianze, indagini giornalistiche. Vi sono anche opere politicamente allineate, di autori sia italiani che jugoslavi, spesso arroccati in posizioni pregiudiziali e a volte scorretti nella produzione documentale, che qui vengono trascurati. Di seguito elenchiamo alcune delle opere dedicate al problema, dalle quali sono state tratte le linee portanti di questo lavoro. Sulle vicende della regione nella storia APIH E. Trieste, in Storia delle citt italiane Laterza, Bari 1988 CATALAN Il conflitto nazionale tra italiani e slavi alla fine dellimpero absburgico Scheda in PUPO SPAZZALI Foibe Bruno Mondadori, Milano 2003 DALESSIO V. Il cuore conteso. Il nazionalismo in una comunit multietnica: lIstria asburgica Filema, Napoli 2003 KACIN WOHINZ M. PIRIEVEC J. Storia degli sloveni in Italia 1866 1998 Marsilio, Venezia 1998 SESTAN E. Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale. Dal Bianco, Udine 1997 TAMBORRA A. LEuropa centro orientale nei secoli XIX XX (1800 1920), in Storia Universale, vol. VII, tomi III e IV, Vallardi, Milano 1973 Sul periodo fascista APIH E. Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918 1943) Laterza, Bari 1966 BURGIO A. (a cura di) Nel nome della razza. Il razzismo nella storia dItalia 1870 1945 Il Mulino, Bologna 1999 KACIN WOHINZ M. Le minoranze sloveno croate sotto il fascismo, in Fascismo, foibe, esodo. Le tragedie del Confine orientale ANED, Milano 2005 VINCI A. M. Il fascismo al confine orientale, in Fascismo, foibe,esodo cit. Sulla seconda guerra mondiale e le persecuzioni nazifasciste CAPOGRECO C. S. I campi del duce. Linternamento civile nellItalia fascista (1940 1943) Einaudi, Torino 2004 COLLOTTI E. Lesperienza del Litorale Adriatico , in Fascismo, foibe cit MATTA T. Le deportazioni dalla Risiera di San Sabba, in Fascismo, foibe cit

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Pubblicato da Associazione Nazionale Partigiani dItalia Comitato Provinciale di VICENZA Novembre 2010