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PER FRANCESCO BIAMONTI 47 N. 141-142

Simona Morando

Una memoria affettiva: Biamonti lettore


dei poeti liguri in una conferenza del 1976
(e in alcuni postillati)

P Probabilmente sappiamo ancora troppo poco del Francesco Biamonti prima dellAn-
gelo dAvrigue, del Biamonti lettore, scrittore, intellettuale che ha esercitato i suoi pen-
sieri e la sua penna in unombra silenziosa e tanto estesa lungo gli anni, anni pi folti di
quelli che lo hanno visto di colpo divenire il petit matre della prosa lirico-narrativa italiana,
autore raffinato di una casa editrice, lEinaudi, ancora capace di scommesse, allora. Molte
tracce di quel Biamonti sono ancora confidate alle carte, agli oggetti, ai libri minutamente
postillati in azzurro, conservati nella sua casa-archivio a San Biagio della Cima. Una casa
dove loperazione di riordino dei materiali deve sfidare anche il senso di compattezza del
tempo con cui Biamonti ha inciso il suo lavoro e la sua vita, la sua fedelt quasi senza ce-
dimenti a certi argomenti, poeti, libri. Questo per dire che non semplice capire se una nota
a penna posta a margine di una pagina della Nuova poesia francese curata da Carlo Bo per
Guanda nel 1952 (libro che spicca per il traffico delle note) sia di un Biamonti giovane (pro-
babilmente s) che affina la sua lingua sui testi dei poeti, o sia del Biamonti maturo che resta
fedele a quelloggetto-libro e a quegli autori senza sentire lo sbalzo degli anni. La stessa fe-
delt che Biamonti ha manifestato per i poeti della terra ligure. Nella sua biblioteca ci sono
edizioni di Montale, Sbarbaro, Boine, Novaro consunte dalluso, ricamate dalle note a mar-
gine. Difficile stabilire una cronologia dei segni incisi in azzurro e in nero su quelle pagine,
impossibile stabilire quando si cristallizza il patto con i poeti liguri.
Loccasione che fu della giornata di studi dedicata a Francesco Biamonti il 22 ottobre
2011, nel decennale della scomparsa dello scrittore, ed oggi di questo numero monogra-
fico, proficua per recuperare dallArchivio di Casa Biamonti un documento finora ine-
dito. Inedito anche perch affidato alla sola registrazione orale1. Si tratta di una conferenza
tenuta da Biamonti il 23 dicembre 1976, ore 21 o poco pi, presso la Biblioteca Civica di
Ospedaletti, nellambito di una serie di manifestazioni raccolte sotto il titolo Il nostro en-
troterra, che annover anche altri appuntamenti (il 30 dicembre ci fu una serata dedicata alle

1
Ringrazio Gian Carlo Biamonti, Gian Luca Picconi, e Federica Cappelletti che mi hanno aiutato e direi segnalato cal-
damente questo piccolo inedito. Insieme a loro e con particolare grazia me ne parl Ario Calvini, che mi forn anche le au-
diocassette con la registrazione della conferenza. A lui va il mio pensiero commosso.
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poesie dialettali di Vincenzo Jacono e ai canti folkloristici, il 5 gennaio del 1977 ci furono
alcune proiezioni di film amatoriali sullentroterra ligure). La conferenza di Biamonti, o
meglio del Sig. Francesco Biamonti, come si legge nella fotocopia del pieghevole messomi
a disposizione da Ario Calvini, fungeva da presentazione alla Mostra di Pittura e Fotogra-
fia in cui si esponevano opere di Angela Casarotti, Michelangelo Corbellati, Giuseppe
Cuoco, Ettore Marvaldi, Giulio Costa, fotografo e regista2, e soprattutto di Mario Raimondo
Barbadirame, pittore di Dolceacqua, morto nel 2010, allievo a suo tempo di Picasso, e vec-
chio amico di Biamonti, che su di lui aveva esercitato la penna almeno a partire dal 19683.
Si deve probabilmente a Barbadirame la presenza di Biamonti come conferenziere a que-
sta serata.
Registrata su una cassetta in duplice copia dallaudio a dir poco rovinato, ma che gra-
zie alla riedizione digitale eseguita da Gian Luca Picconi stata resa maggiormente fruibile,
la conferenza di Biamonti, che dura allincirca quarantacinque minuti, andrebbe collocata
tra quei testi che lo stesso Picconi e Federica Cappelletti hanno definito come parlati nel
volume degli Scritti e parlati edito nel 2008, dove compaiono testimonianze del Biamonti
gi scrittore noto, dopo il 1983.
Questa conferenza dunque un documento che ci testimonia di un Biamonti quaran-
tottenne ancora ignoto al grande o medio pubblico dei lettori, ma noto localmente, autore-
vole localmente, per aver scritto soprattutto di arte e di pittori: la bibliografia dei suoi scritti4
ci ricorda suoi contributi a partire dal 1964 su Ennio Morlotti, Mario Raimondo (Barbadi-
rame), Sergio Biancheri, Mario Canepa, Alfredo Chighine, per mostre personali e collet-
tive allestite tra quella porzione estrema di Riviera (Bordighera, Ventimiglia), e Acqui Terme
e Milano. Nel 1976, inoltre, Biamonti parco autore di racconti5, tra cui quello premiato nel
1956 al Cinque Bettole, e sappiamo che nella sua officina, ancora avvolta dal riserbo, si
stanno scrivendo le pagine dellAngelo di Avrigue, anzi una delle versioni dellAngelo, quella

2
Su Angela Casarotti (nata a Sanremo, 1936) non so dire attualmente di pi. Michelangelo Corbellati (Taggia, IM,
1928- 2011) ha vissuto e operato a Sanremo lavorando anche come orefice. Ha svolto la sua ultima personale al Casin di San-
remo nel 2009, pittore di paesaggi en plein air. Giulio Costa (nato nel 1936) fu autore con Renato Tavanti nel 1977 di un do-
cumentario sulla Valle Argentina intitolato Liguritudine. Ha continuato a girare documentari sulla Liguria, tra cui nel 2011 uno
dedicato alla Strada di San Giovanni di calviniana memoria.
3
Si vedano nel libro di Paola Mallone, Il paesaggio una compensazione. Itinerario a Biamonti con appendice di
scritti dispersi, Genova, De Ferrari, 2001, p. 74 della Bibliografia degli scritti di Biamonti la segnalazione dello scritto sulla
pittura di Mario Raimondo datato 1968 poi in Terra e gente di Liguria nella tematica di Raimondi (Barbadirame), catalogo
della mostra personale al Casin Municipale di Sanremo, 1973. Il testo poi pubblicato alle pp. 157-158. Su questo pittore
Biamonti torna nello scritto Barbadirame, luniverso contadino, in Materiali della realt occitanica. Raimondo (barbadi-
rame). Pittura. Ario Calvini. Fotografia, Biblioteca Civica Ospedaletti, 20 dicembre 1980-6 gennaio 1981, ora in Francesco
Biamonti, Scritti e parlati, a cura di Gian Luca Picconi e Federica Cappelletti, Torino, Einaudi, 2008, pp. 194-195. Questo vo-
lume, che mi capiter spesso di citare, da qui in poi siglato a testo SP, seguito dal numero di pagina.
4
Si vedano la bibliografia dellautore pubblicata sul sito ufficiale www.francescobiamonti.it, sia il libro di Paola Mal-
lone, Il paesaggio una compensazione, cit., pp. 69-95.
5
Serenit tra i fiori, in La Battaglia dei fiori, Numero unico, 20 maggio 1951, p. 3, poi in Paola Mallone, Il pae-
saggio una compensazione, cit., p. 3, poi in u berrin, A. II, n. 2, 2003, pp. 53-54; Dite a mio padre... in Il Nuovo Eco
della Riviera, 12 agosto 1956 poi in Paola Mallone, Il paesaggio una compensazione, cit., pp.102 106 [Vincitore del
Premio Cinque Bettole, sezione Narrativa, 1956].
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che termina con la morte di Jean Pierre, contrariamente a quanto succede nella versione de-
finitiva.
Il tema della conferenza, in sintonia con la collettiva dei pittori e le fotografie di Giu-
lio Costa, il paesaggio ligure. Allascolto, sembra essere stata tenuta a braccio da Bia-
monti, con la sola scorta di alcuni testi che legge al pubblico: il Cimitero marino di Valry,
La crisi degli ulivi in Liguria di Boine e una poesia di Sbarbaro, Scarsa lingua di terra.
Parlando a sentimento Biamonti segue una logica rapsodica che cerco di sintetizzare rapi-
damente: egli cerca in principio di definire il paesaggio ligure, utilizzando le stesse catego-
rie dei poeti, che sono poi anche le sue: realismo esistenziale, fisicit e metafisicit,
desolazione naturale ed umana. Poi passa a definire la presenza umana in quel paesaggio.
Come spesso ripete, il paesaggio ligure, chiuso e oppressivo, costringe luomo a coltivare
un senso tragico della vita, e nello stesso tempo ad elaborare strategie di uscita, oltre il pae-
saggio, ma senza ricorrere alla consolazione, n alla religione. qui riconvocata la lezione
di Montale, che Biamonti d per nota a tutti gli astanti. Dato come dogmatico il senso tra-
gico della vita, Biamonti identifica nel ligure colui che confida il senso del tutto nelle opere,
nel fare, nel costruire (fasce, terrazze strappate alla roccia), come in una ripetizione perpe-
tua del mito di Sisifo di Camus, per cui luomo soffre e fatica e sa, oltretutto, che Dio
morto (tema questultimo, come si sa, molto caro al Biamonti frequentatore della piccola li-
breria della Pazielli a Bordighera6). Tra il poeta e il paesaggio pu esistere un rapporto es-
senzialmente proustiano, perch decifrabile in una struggente lotta contro il tempo. questo
che fa larte: una lotta contro il tempo. Ma essendo la vita fatica, anche larte fatica, priva
di ogni consolazione, per chi la fa e per chi ne fruisce. Il paradigma del rapporto vita-arte
come sempre Czanne, il pi commovente dei pittori, dice, perch corrode la realt, ne
coglie lessenziale, che il mistero tragico e sacro che essa conserva. Il corrispettivo poe-
tico di Czanne per Biamonti sempre Valry, che cita, e come conseguenze ineludibili,
scattano anche le citazioni di Boine e di Sbarbaro, su cui chiude la conferenza.
Qualche postilla allimpianto di questa conferenza. Premesso che di una conferenza
si tratta, di una comunicazione orale, per giunta apparentemente non supportata da un testo
scritto, e premesso che, come sempre in Biamonti, si manipola un materiale friabile, refrat-
tario alle definizioni troppo stringenti, tuttavia in questa sede mi preme verificare la lunga
durata - o le effrazioni intervenute lungo il tempo - delle riflessioni sul paesaggio e sulla let-
teratura ligure qui offerte in modo domestico, rapportandole a ci che Biamonti scrive, o la-
scia scritto di s, quando un autore affermato. Con questa conferenza siamo infatti in
ascolto di un Biamonti che non deve confezionare, data anche loccasione pressoch ami-
cale in cui si trova a parlare, un ritratto di s ad usum dei lettori, ma si espone, e nello stesso
tempo dispone sul tavolo i suoi strumenti di lettura, abbastanza semplici, quasi artigianali.

6
F. Biamonti, Ricordo di Maria Pia Pazielli (testimonianza al convegno Maria Pia Pazielli: la cultura, la fede, i libri,
Bordighera, 28 maggio 1994), poi Resine, 86, ottobre-dicembre 2000, pp. 33-42, in Paola Mallone, Il paesaggio una com-
pensazione, cit., pp. 161-165.
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Non una novit largomento affrontato da Biamonti nelloccasione: il paesaggio li-


gure. Cos come non un fatto nuovo riscontrare laffezione di Biamonti verso gli scrittori
liguri, quelli che nomina sempre con molta partecipazione, Novaro, Sbarbaro, Boine, su
tutti Montale, quello degli Ossi, essenzialmente. Il volume degli Scritti e parlati riserva
ampia testimonianza di questa passione dautore su cui possiamo ricalibrare le parole pro-
nunciate. Ma vale forse la pena sottolineare come fin dallinizio il paesaggio ligure sia quel
paesaggio che opprime, imprigiona gli uomini, ivi incluso lo stesso Biamonti, e che proprio
per questa mancanza di distanza egli abbia bisogno di oggettivarlo nel paesaggio dei poeti
liguri, che coincide dunque col suo. Dice Biamonti: limmagine che io ho di questo pae-
saggio oscura a me stesso, in quanto sono inevitabilmente travagliato da questo paesag-
gio stesso. Infatti laddove si vive, laddove si soffre, laddove si gioisce, la visione non riesce
a formarsi. Per cui io mi orienter pi che altro sugli aspetti di questo paesaggio che sono
venuti fuori dalla letteratura del Novecento o dallarte figurativa del Novecento.
Biamonti non sente alcuna cesura tra il paesaggio rappresentato in poesia e lesperienza
reale del paesaggio nel quale vive. Pi avanti negli anni questo rispecchiamento biunivoco
si attenua, e prende consistenza la fisionomia del solo suo paesaggio, confine fragilissimo
del mondo cosmopolita. Nella Breve nota autobiografica dei primi anni Novanta pubblicata
negli Scritti e parlati, che bench non edita dallautore ma da altri, comunque stata con-
servata tra le sue carte, il senso di appartenenza al paesaggio ligure, a quel paesaggio rap-
presentato dai poeti, come ridimensionato, ed anzi collocato in un quadro che
casualmente ligure, aperto il pi possibile ad unaria cosmopolita:

Il paesaggio? destino umano abitare un mondo. Unopera darte nasce da un rapporto della co-
scienza soggettiva con la storia e con la natura. Il paesaggio che mi vedo sempre davanti agli occhi
quello ligure. Le storie in genere le invento, raccolgo e solidifico una sparsa atmosfera. // Non de-
nuncio, descrivo un disagio. La terra forse insegna la calma, la ricerca della verit. Amo le radici
della terra, ma anche il cielo e il cosmopolitismo. Ben vengano altri popoli, altri individui, colgono
anchessi il significato delle rocce e dei cieli. (SP, p. 17)

Nel 1976 la radice della terra invece totalmente solida e vischiosa. Biamonti si
sente erede diretto di Boine, di Novaro, Sbarbaro e del Montale degli Ossi, secondo una
linea ideale di uomini sensibili al tormento del paesaggio e della vita. La cosiddetta linea
ligure della poesia del Novecento per Biamonti una realt e non una comoda categoria
manualistica, ed egli, scrittore ancora inedito, si colloca al suo interno.
Dobbiamo considerare per unaccezione particolare di linea ligure, cos come viene
formulata in questa conferenza. La linea ligure per Biamonti una sfumatura precisa
della grande letteratura europea, non solo di quella italiana, che dialoga perci strettamente
con Camus, con Proust, con Valry. Del resto Biamonti sempre stato certo di appartenere
ad una letteratura dai confini nazionali alquanto allargati, una letteratura che ha queste co-
lonne dErcole: il golfo di Genova (Montale); il golfo di Marsiglia (Valry), il golfo di
Orano (Camus), che hanno creato una civilt letteraria legata alle cose, in cui le cose par-
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lano al posto delluomo. Una civilt data dalla luce, dal sapere, dalla lucidit e dalla corro-
sione7. Questo uno dei tratti pi tenaci nella poetica di Biamonti, se pensiamo anche al-
lautocommento ad Attesa sul mare nel 1994, che dista ventidue anni dalla conferenza di
Ospedaletti: Ho pensato agli Ossi di seppia di Montale e al Cimitero marino di Valry, ai
due grandi interlocutori del golfo di Genova e del golfo di Marsiglia, alla loro meditazione
su rive scoscese e tra le pietre dorate e le tombe assalite dai marosi (SP, p. 28). La fedelt
a Valry e ai suoi diamanti estremi (citazione ricorrente quasi in maniera ossessiva in
Biamonti) del resto cosa nota e testimoniata anche dal lungo articolo apparso nel 1995 su
la Repubblica8.
La letteratura ligure una costola della letteratura europea (la letteratura del pessimi-
smo), connotata dal realismo intimo ed esistenziale, da fisicit e metafisicit, da un pae-
saggio e dallo sfondato oltre il paesaggio. Dice infatti durante la conferenza:

Per come tutto ci possa essere imprigionato nella pagina quasi un mistero, quasi un segreto
non si pu dire indubbiamente dove ci sia la Liguria e dove ci sia lEuropa, dove ci sia questo pae-
saggio e dove ci sia un oltre-paesaggio, una desolazione metafisica, per cui infatti si parla sempre,
quando si parla di una letteratura ligure, di una letteratura fisica e metafisica, in quanto la desolazione
umana che nasce dallesperienza del travaglio storico oltrepassa il dato paesaggistico.

Legato alla definizione della linea ligure c il nodo problematico della letteratura
provenzale. In una fase molto lunga Biamonti non vede diversit tra gli esiti della lettera-
tura provenzale alla Mistral e la poesia ligure: losservazione del 1976 sui cieli provenzali
che spaziano e serrano come quelli liguri, abbastanza chiara:

In quanto alla distonicit di questo paesaggio, direi che ancora pi drammatico della dram-
maticissima Provenza, perch mentre la Provenza caratterizzata da una tortura morfologica, per
si apre su orizzonti vastissimi, su cieli sublimi, quindi direi che - sono impressioni personali - il cielo
fa quasi da tetto protettivo, da volta sacra e definitiva della vita, e il cielo quindi non si apre verso
linfinito ma ti imprigiona, e questo il carattere anche della finitudine, della mortalit, della tem-
poralit, della anti-superominicit della letteratura ligure del Novecento []

Ebbene, questa osservazione coincide con una nota inserita in una recensione alle Car-
toline di mare di Nico Orengo apparsa in sede locale, su LEco della Riviera (9 agosto
1984): (Nella lirica ligure del Novecento il descrittore si doppia sovente di un metafisico;
di un moralista, nella lirica francese. Straziato nel cuore, ma pieno di scettica grazia pro-
venzale qui losservatore della nostra costa) (SP, p. 41). E coincide con il riutilizzo di

7
Traggo da Francesco Cevasco, Il fienile in pietra del poeta sullultima frontiera ligure, in Corriere della Sera, 4 set-
tembre 2011, p. 34.
8
Francesco Biamonti, Paul Valry e il fascino del Cimitero, in La Repubblica, 12 agosto 1995, poi in SP, pp. 56-58.
Lincipit: C un ritorno di Valry, il pi oscuro e limpido dei poeti, colui che ascolta piangere il vento che passa coi suoi dia-
manti estremi.
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quellespressione, acre verdezza, che Biamonti si trova ad avere con una certa dimesti-
chezza nella penna in ogni scritto che abbia a che fare con la Liguria e con la Provenza.
Venne usata da Montale in una recensione a Firpo per definirne il dialetto e a sua volta Bia-
monti la usa per definire la sua ricerca linguistica: Amo il francese, lo spagnolo, il pro-
venzale. In questultimo, come nel dialetto, cerco unacre verdezza (SP, p. 16). E nello
stesso testo: Ho col dialetto un rapporto ambiguo, a volte mi pare di unacre verdezza, a
volte morto, stucchevole, specie se ostentato (SP, p. 17).
Ma pi avanti, in uno scritto del 1987 su Mario Novaro Biamonti decifra una diffe-
renza tra la poesia e il paesaggio provenzali e la poesia e il paesaggio liguri: gli uni virano
sulla percezione morale, gli altri su quella metafisica. Novaro per lui in questo senso in-
triso di luce occitanica (SP, p. 44). E lui, Biamonti, forse si pone come trait dunion tra que-
sti due modi di intendere il paesaggio, suonando ora luna ora laltra corda, prediligendo
quella metafisica, infine. Lesito di questo pensamento infatti nel parlato su Vento largo
del 1992: In Liguria la letteratura sempre stata metafisica: cio il paesaggio sempre
servito come nucleo di una forte meditazione etico-morale, che a volte diventa metafisica,
a volte resta puramente etica, procedimento analogo a quello della letteratura provenzale,
dove quasi sempre gli elementi esterni della realt sono il correlativo oggettivo di uno stato
danimo delluomo (SP, p. 79).9
In base alla necessit di Biamonti di collocarsi in questa particolare accezione di linea
ligure, in virt dello stesso paesaggio esperito, e in virt dello stesso scavo della parola, va
forse ripensata lopinione di quanti vedono nel suo esordio soprattutto la matrice di una
scrittura francese tradotta, traslitterata in un italiano di frontiera; o in Biamonti uno scrittore
di essenza francese proposto in italiano. Certo che Biamonti recepisce la lezione del rcit
poetique, ma partendo dallesperienza del verso ligure: la radice della pianta qui, e le sue
ramificazioni pi verdi nella grande letteratura francese ed europea.
Va quindi corretta anche limmagine che di s Biamonti d, gi famoso, nella Breve
nota autobiografica gi citata. Erano i primi anni Novanta e Biamonti di s scriveva:

Quandero ragazzo la Francia rappresentava la sola civilt dello spirito. Mi piacerebbe vivere
su un altipiano in Provenza o sulle coste dellAtlantico. Come si fa a non avere simpatia per i fran-
cesi? Ci hanno insegnato a cercare una visione del mondo. (SP, p. 16)

La Francia dunque, dal Biamonti scrittore noto, proposta come culla dellanima e non
la Liguria confine dEuropa, come sentiva intensamente anni prima. Ma si tratta di un cor-
rettivo posto in opera su un ritratto di s che si vuole dare meno localistico possibile. Qual-
che riga dopo, nella Nota autobiografica, troviamo un elenco di autori amati e che sono
stati formativi per lui. Listinto tradisce in un caso: quando prima di Valry e di Camus cita
Montale; mentre una certa organizzazione pi pensata, pi strutturata callidamente con-

9
Sulla Provenza, come luogo di vita vissuta, resta fondamentale La Provenza nel cuore (1999), SP, 140-141.
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forma il secondo piccolo elenco che ora vado a citare dove invece i nomi dei liguri, tra cui
Montale, su cui Biamonti forma di fatto la sua lingua e la sua visione del mondo, prima an-
cora che sui testi francesi, a mio avviso, sono posti in climax dopo altri nomi di scrittori che
lo scrittore chiama a s per stabilire un suo piccolo canone, in cui auto-collocarsi:

Leggo Montale, Valry, Camus per la loro mtaphysique ensoleille e lo stile rischioso e se-
vero. // Leggo dappertutto e di solito scrivo a casa. // Ho amato Pavese, Silvio DArzo, Calvino, Lalla
Romano, Rigoni Stern, Boine, Sbarbaro, Montale. (SP, p. 17)

Si tratta di una piccola biblioteca trasportabile dove ogni autore si lega ad unidea che
Biamonti vuol veicolare di s, oltre a ricambiare stima e riconoscenza verso persone come
Lalla Romano e Mario Rigoni Stern che conosce e su cui scrive10: C idea, ad esempio, del-
lesplorazione di un paesaggio in maniera mitica (Pavese), del malessere, della memoria e
della psiche (Silvio dArzo, che anche una scelta forse non di vera elezione affettiva, ma
di preziosit voluta11), e c la rilettura di Lalla Romano in chiave proustiana, come poi scri-
ver: La penombra che abbiamo attraversato limmagine proustiana del titolo allude al-
linfanziaecc.12. In questo elenco Calvino ci sta per il sentimento di riconoscenza che
Biamonti nutre verso chi di fatto lo ha pubblicato per primo in Einaudi, ribadito anche nel
1994 su Tuttolibri, quando dice che quando scrive pensa a Calvino13, nella sua limpi-
dezza, nella sua capacit dessere semplice e cristallino (SP, p. 30), smuovendo categorie
o pi traguardi stilistici che non sono propriamente biamontiani. Un Calvino che, come im-
pareremo dagli scritti pi tardi, viene riletto come colui che prosciuga il paesaggio di
Montale e Sbarbaro, forzatamente ritagliato sul Sentiero e sulla prefazione tormentata del
64 al medesimo (questo al convegno di Sanremo del 1986), pur inseguendo, come dimo-
stra poi nel convegno del 96, anche tutta la scrittura pi o meno del disastro del Calvino ma-
turo.
Di tutta questa biblioteca pret porter rester poco nelle ultime dichiarazioni di Bia-
monti. Il nesso paesaggio-rappresentazione del paesaggio nella poesia ligure catafratto com-
pletamente nel mondo biamontiano fa in sostanza piazza pulita di tutto e restituisce Biamonti
alle sue radici. Una volta consunto il paesaggio, come sappiamo, in Biamonti resta il mare,
che immodificabile, che ancora la porta di un infinito su cui si apre la contemplazione,

10
Cfr. Mario Rigoni Stern, Sentieri sotto la neve (1998), SP, pp. 99-103.
11
Su di lui si veda il passaggio allinterno del saggio Bernard Simeone: la purezza dellorizzonte (1992) in SP, pp. 54-
55. Il testo in originale in francese. La traduzione: Credo che abbia trovato in Silvio DArzo la fraternit che cercava.
DArzo il prosatore italiano pi puro e segreto di questo secolo. Tutto in lui, dal paesaggio ai personaggi, dal ritmo alle sfu-
mature del cielo, passa al vaglio dellanima. unarte globale dello spirito.
12
Cfr. Lalla Romano, la roccia e laria, apparso nel volume Intorno a Lalla Romano (1996) e poi in SP, pp. 60-62.
13
Si veda anche Calvino, un ligure cosmopolita, testo presentato al convegno di studi su Calvino tenutosi a Sanremo
nel 1986 e poi in Italo Calvino. La letteratura, la scienza, la citt, a cura di Giorgio Bertone, Genova, Marietti, 1988 (SP, pp.
46-49). E Calvino, scrivere dal fondo dellopaco, SP, pp. 64-67, per il convegno del 1996. E Lincontro con Calvino (1999),
SP, pp. 68-69. Cfr. anche la risposta a Paola Mallone nellintervista in Il paesaggio una compensazione, cit., p. 49.
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e che pur sempre il mare di Montale, di Novaro, di Sbararo, di Valry, come afferma lui
stesso in Davanti al mare (1996), SP, 89-91. E nel Magazine littraire, Noia, malinconia,
vibrazioni liriche, del luglio-agosto 2011, uno degli ultimi scritti di Biamonti credo, le pa-
role che contano restano molte poche: mare, ricordi, universalit, contemplazione, il tutto
riassunto nella frase La letteratura della mia regione fatta di questo linguaggio aspro,
teso verso lessenziale:

Sul mare laridit prevale. Per me, niente pu essere concepito senza legame con il paesaggio,
e quando le cose riappaiono sul mare, nel mezzo dei ricordi, hanno questo tono di spoliazione e di
dolcezza, non tanto dal punto di vista della malinconia romantica quanto da quello delluniversalit.
Lo sguardo sul mare causa la contemplazione dellinfinito. Le rocce mi riportano alle cose antiche.
Il minerale pi vicino allessenza, mentre il deserto pi superficiale. La letteratura della mia re-
gione fatta di questo linguaggio aspro, teso verso lessenziale. Oggi vedono scrittori che si buttano
con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio. Non amo que-
sto tipo di letteratura, preferisco la contemplazione. (SP, p. 35)

Chiuso questo excursus, possiamo chiederci: da dove arriva a Biamonti questa idea
della linea ligure? Fermo restando che Biamonti offre ai suoi ascoltatori un pensiero gi
tutto suo, che non ha bisogno di particolari letture, comunque utile notare come dalla bi-
blioteca dello scrittore si possano sfilare alcuni testi, che valgono anche come materiali pre-
paratori di questa conferenza del 1976. Biamonti in un punto li dichiara, quando cita
Natalino Sapegno e Giovanni Cattanei. Altri li scoveremo.
Ora, la citazione di Sapegno direi per molto vaga: E questa la modernit, o il ca-
rattere tipicamente moderno di questa letteratura del Novecento, e daltra parte non sono io
che lo dico, lha detto Sapegno, che il massimo critico di letteratura italiana, insomma ha
detto: bisogna oggi veramente per sentire la modernit della letteratura del novecento ita-
liano cercarla in quei margini dellitalianit che sono la Liguria e Trieste. Su suggerimento
di Giorgio Bertone, che ringrazio, ho guardato la Storia letteraria delle Regioni dItalia,
scritta da Sapegno e da Walter Binni e pubblicata da Sansoni nel 1968. Nelle due paginette
dedicate alla Liguria (pp. 85-86), non trovo alcun accostamento della Liguria a Trieste, ma
citando Biamonti a memoria, ci pare poco rilevante. Il giudizio sulla letteratura ligure di
Binni e Sapegno per nelle corde della lettura biamontiana: Per merito di Boine, di Sbar-
baro, soprattutto di Montale, una chiusa tradizione di valori etici, con i suoi segreti fermenti
anarchici e la sua costretta ansia di ribellione, e il riconoscibile disegno di un tormentato pae-
saggio di mare e di scogli, di vento e di sole, affiorano primamente alla soglia della co-
scienza e dellespressione, sincidono nella memoria del lettore ed entrano a far parte del
comune patrimonio poetico della nazione (p. 86).
Probabilmente tolta da Cattanei la citazione attribuita a Sapegno sullisolamento di
Trieste e della Liguria. Biamonti segna con penna blu a p. 18 del volume di Giovanni Cat-
tanei, La Liguria e la poesia italiana del novecento, Milano, Silva editore, 1966, che pos-
siede e postilla ampiamente, lespressione: isolamento e universalismo, in linea con
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quanto afferma nella conferenza. E ancora a p. 24 Cattanei cita da Giovanni Titta Rosa (La
poesia italiana, in Almanacco letterario Bompiani, p. 59) una riflessione sulla poesia ligure
e triestina per cui Sbarbaro accostato a Giotti e Saba. La crasi con la presunta fonte di Sa-
pegno abbastanza giustificabile se pensiamo che qualche riga sopra queste citazioni Cat-
tanei cita giustappunto Sapegno.
Questo libro di Giovanni Cattanei lo strumento povero ed essenziale su cui Bia-
monti ripassa i suoi autori liguri, prelevando alla bisogna citazioni e riferimenti per questa
conferenza del 1976 e per altro. Il volume La Liguria e la poesia italiana del novecento, pre-
sente nella biblioteca dellautore, postillato e letto soprattutto in alcune parti: il cap. I Li-
guria e Ligusticit, il cap. II Tempo de La Riviera Ligure e il cap. III I poeti della Riviera
Ligure, con particolare attenzione alle pagine dedicate a Giovanni Boine, a Mario Novaro
e a Camillo Sbarbaro, e il cap. IV La Dorsale dove legge attentamente il paragrafo dedicato
a Eugenio Montale (scritto quando Montale aveva appena compiuto 70 anni). Non plus
ultra, allapparire del paragrafo su Adriano Grande la penna di Biamonti smette di segnare
parole e frasi.
Nella conferenza del 1976 le citazioni esplicite da Cattanei sono due, ma una proba-
bilmente non attribuibile a Cattanei medesimo: nella prima Biamonti dice: in quanto lo
stesso Cattanei che ha fatto un grande studio sui contributi ligustici alla poesia e alla lette-
ratura europea del Novecento, dice che c una strana somiglianza tra il senso tragico della
vita del ligure e il senso tragico della vita dei siciliani; nella seconda: forse lo stesso Cat-
tanei, dice che il Ligure ha il senso del desvivere del desvivir catalano.
Da Cattanei, a p. 27, annotata con una riga e un asterisco, e unulteriore x a fondo pa-
gina, arriva effettivamente la suggestione veristica del paragone Liguri-Siciliani, perch
Biamonti cita Remigio Zena come Cattanei, ma fuori fuoco, come unico romanzo che ha
rappresentato nell800 la Liguria (Ruffini dimenticato, e anche Cattanei infatti non lo ri-
corda); Cattanei fa un discorso linguistico sulluso del dialetto invero, ma Biamonti segna
queste parole da un paragrafo che cito cos: Dobbiamo dire, a questo punto, che, per con-
tro, proprio quel Novecento che abbiamo assunto a tema di questa indagine, sta a dimo-
strare come i massimi poeti che noi vogliamo considerare ligustici siano poeti in lingua.
E ci come vedremo dallottocentesco Remigio Zena [] sensibile alla lezione del verismo
italiano, quanto amorevolmente legato a Genova, a Savona, alla riviera, agli incisivi sug-
gerimenti del paesaggio e della gente della regione, paziente annotatore di una terra solita-
ria e piena di fervore, rassegnato, malinconico e scabro di una civilt classicamente ligure:
a Mario Novaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Giovanni Boine, Camillo Sbarbaro, ed
Eugenio Montale. Questo passo diventa ben altra cosa nella restituzione orale di Biamonti:

Per quanto riguarda poi lambito della Liguria di qui, occidentale, della provincia di Imperia, io
direi che una cosa difficilissima farsene unidea sia letteraria che iconografica, in quanto non ci sono
tradizioni del passato. Lunico romanzo ligure dellOttocento quello di Remigio Zena Bocca del
lupo, se non vado errato, venuto fuori direi sui modi verghiani, sul modo dei Malavoglia: infatti un
episodio di cui si parla poco perch lunico romanzo in cui riuscito a rappresentare la Liguria lha
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rappresentata nellambito di una sicilianit applicata alla Liguria, ma non senza una certa genialit,
in quanto lo stesso Cattanei, che ha fatto un grande studio sui contributi ligustici alla poesia e alla let-
teratura europea del Novecento, dice che c una strana somiglianza tra il senso tragico della vita del
Ligure e il senso tragico della vita dei Siciliani, in quanto tutti e due isolati, uno dal mare e laltro dal
mare e dai monti, comunque tutti e due fuori di una prospettiva davvenire in quanto barricati in una
vita, che non credeva in realt n in Dio n nella storia, cio un uomo che non credeva pi in nulla,
tranne che nelle sue opere.

Il filtro tragico di Biamonti reinventa le letture evidentemente. E si sovrappone forse


alla breve annotazione letta in Binni-Sapegno che dice di Zena: precoce sperimentatore
anche nelle sue liriche, di tempi e forme attinti al repertorio della sensibilit decadente14.
Cos deve essere successo anche per laltra citazione presunta da Cattanei, quella sul de-
svivir catalano. Difficilmente Cattanei si abbandona ad annotazioni cos esistenzialiste. In-
vece agisce qui la presenza e, direi, lamicizia con Guido Seborga. Seborga nel 1972
pubblica con la rivista Carte segrete Vivere disvivere15, volumetto assai prezioso presente
nella biblioteca personale di Biamonti. Ma dei lunghi colloqui con Seborga la conferenza
del 1976 tradirebbe molto di pi a chi si mettesse in ascolto delle ragioni invisibili del-
lamicizia: Claudio Panella, che ringrazio, potrebbe documentare di frequentazioni e scambi
epistolari di Seborga con Cattanei e con Sapegno, probabilmente note e discusse a e con Bia-
monti, e tracciare una linea del realismo letterario, che nella conferenza di Biamonti si de-
nota come realismo esistenziale, concetto a cui Seborga era affezionato, che annovera
Verga quanto Sbarbaro. Questo per stringere in un viluppo non solo libresco le parole pro-
nunciate in sede amicale da Biamonti in una sera prenatalizia del 1976.
Infatti, ecco un esempio. Se questa conferenza ha qualche rilievo, lha in merito alla ri-
flessione permanente sulla letteratura ligure condotta da Biamonti. Ma per questo il libro
amato e utile di Cattanei e lo scambio con Seborga pari sono.Del libro di Cattanei Biamonti
segna soprattutto quei passi che definiscono le caratteristiche della poesia ligure. A p. 15 trac-
cia in blu tutto un paragrafo in cui riportato un passo di Giansiro Ferrata, Il ligure Cec-
cardo, apparso su Corrente nel 1939. Scartata lidea di una Famiglia terremo su, della
poesia ligure, solo un carattere comune: lesclusione da unaltezza di canto, per spiegarci
alla meglio, preventiva, a cui si accompagni o si voglia accompagnare dallinizio lintera
presenza del poeta, secondo la gerarchia tradizionale degna in alcuni dessere chiamata clas-
sica. I poeti liguri moderni, che abbiamo accennato come nostri, si tengono invece ad una
suggestione iniziale dintimit quasi a indugio prima di risolversi (quando si risolvono) in
bellezza: intimit che pu farsi anche molteplicit di toni (per lirrequietezza estetico-bio-

14
Walter Binni-Natalino Sapegno, Storia letteraria delle Regioni dItalia, Firenze, Sansoni, 1968, p. 85.
15
Guido Seborga, Vivere disvivere. Fogli demotici Realismo cosmico Ideografia, Roma, Edizioni Carte segrete, s.d.
[1972]. La collana Biblioteca Letteraria, una delle tre affiancate alla rivista, dai libri particolari rilegati in cartone ondulato
(Biblioteca darte, Biblioteca letteraria, biblioteca teatrale). Il poema Vivere disvivere, come riporta una nota, del 1970. Il
volume contiene anche venti opere grafiche di Seborga
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grafica) e per lardore delle transizioni) o vicinanza con speciali idea di Prosa (confessione,
documento, grido puro, o ritmo sorto e ancora avvolto a fondo nel mistero). chiaro che
si tratta di un passo ancora da meditare da parte nostra nei confronti di Biamonti, e non solo
perch nella conferenza cita pedissequamente a memoria: cio questo senso del desvivere,
che fa che non si riesca mai a giungere, in Liguria, a un canto spiegato, n nella letteratura,
n nella pittura. Seborga pu collaborare in questo: nel poema Vivere disvivere, di fronte
al mare di Arzeglia (Bordighera), pensandosi pescatore, scatta la presenza del tragico e del-
lalienazione:

vano
cercare
sollievo
nella natura ostile
ma
la materia risplendeva
eternamente.

Tracce non sempre visibili. Pi semplice restare sulla scia del tratto di penna che po-
stilla il volume di Cattanei. Alle pp. 22 e 23 lautore discute leredit illumistica e gianse-
nista nel ponente ligure, passi che Biamonti segna con almeno tre V e una X. Evidentemente
le riflessioni sulla laica religiosit dello sguardo sul paesaggio, presenti anche nella confe-
renza del 76, cercavano una giustificazione antica.
Da Cattanei deriva anche il ripasso approfondito di Boine, autore che una delle ra-
dici pi resistenti della formazione di Biamonti. Il lessico e le espressioni di Boine sono
tutte sottolineate: gli alberi strosciano (Cattanei, p. 61), la pegola (p. 63 con scritto a
fianco pece), il canto del grillo agucchiante con la definizione sotto16e a p. 65
scialba di ulivie poi tutte le espressioni riguardanti gli ulivi (grigiore degli ulivi che
emanavano un profumo amarognolo p. 66, ulivi contorti p. 67,che si affiancano alle si-
mili espressioni sugli ulivi di Mario Novaro sottolineate qualche pagina pi avanti.quasi
a cercare un vocabolario coeso legato a questalbero-cattedrale e civilt.17
Boine uno dei tre autori su cui si sofferma Biamonti nella sua conferenza, oltre a Va-
lry e alla chiusa su Sbarbaro. Per introdurlo dice queste parole:

Viveva ad Imperia, in condizioni di estrema miseria, tant che morto tisico a trentaquattro

16
Scrive in fondo a p. 64 agucchiare: lavorare con lago o con i ferri di lana, ma senza troppo impegno e per passare
il tempo.
17
Del paragrafo dedicato a Novaro e delle sue parole sottolinea: terra povera, irregolare, tormentata, regolata dal-
lolivo che vi porta il caldo e lumidore; si perdeva volentieri fra quei fitti scabri ulivi dalle forme contorte e strane, a p. 81
e a p. 82 I muri a secco di pietra forte che reggono larida terra di Liguria a terrazzo dulivi sempre verdi, sempre rappez-
zati, e nessuno gli ha murati per primo. Questultima frase riportata pari pari nella conferenza ad indicare lopera faticosa
delluomo.
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anni, un giornalista che era nato a Dolcedo [che non vero, era nato a Finalmarina], e che ha scritto
un romanzo allora in clima dannunziano, che nessuno ha preso in considerazione, intitolato Il Pec-
cato: invece un bellissimo romanzo, una specie di iniziazione allarte. un romanzo che sotto certi
aspetti assomiglia ai Quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke e al Ritratto di un giovane artista di
Joyce, cio a questi romanzi allora di questi giovani in parte associali, in parte inficiati, se cos si pu
dire (inficiare una parola dispregiativa), permeati di poetica decadentistica, della poetica della me-
moria che non si riuscivano ad adattare alla vita della societ e poterono trovare una loro forma
espressione nel divenire artisti. Comunque Boine per eccesso di povert caduto malato ed morto
e ha lasciato delle pagine (vi leggo qualche riga) che ha capito perfettamente ancora prima della
prima guerra mondiale...

Legge, dopo queste parole, un brano tratto da La crisi degli ulivi in Liguria, che ci fa
capire quale libro avesse fra le mani Biamonti quella sera. Sebbene le osservazioni su Boine
tradiscano la lettura del Peccato edito nel 1975 nelle Centopagine di Einaudi, collana di-
retta da Calvino, con cura e commento di Giulio Ungarelli, libro posseduto nella biblioteca
di Biamonti, qui egli sembra utilizzare un altro libro presente tuttoggi nella sua biblioteca,
cio Il Peccato e le altre opere con Ritratto di Boine di Giancarlo Vigorelli, Parma, Guanda,
1971: una copia (in realt) della Biblioteca Civica di Ospedaletti, di cui riporta ancora se-
gnatura ed etichetta. Qui si trova La crisi degli ulivi in Liguria, antologizzato da Vigorelli
col titolo La casa del nonno e la cattedrale degli ulivi, a pp. 551-554 (passo citato a pp.
552-553).
Ma ad agire sul ritratto di Boine offerto agli ascoltatori proprio la prefazione di Un-
garelli. Da essa Biamonti prende, ricordando a braccio, senza appunti, laccostamento del
Peccato al Portrait di Joyce e allEwald Tragy di Rilke (che poi per Biamonti cita per -o
forse confonde con - i Quaderni di Malte Laurids Brigge).
La copia del Peccato curato da Ungarelli postillata, segnata dalla penna blu di Bia-
monti. Il quale sottolinea le frasi che hanno colpito la sua lettura e che corroborano una pre-
cisa immagine di Boine, cio quella di un autore filosofo18. Ma soprattutto sottolinea quei
passaggi dellintroduzione che lo aiutano a ripensare allevoluzione del romanzo europeo
del Novecento, e come ovunque nei postillati che ho potuto vedere, le annotazioni di tipo
linguistico. Nellintroduzione, ma soprattutto nel corpo del testo di Boine, gli asterischi in
blu sono riservati a quei passaggi dove esiste linvenzione linguistica e stilistica nella rap-
presentazione del paesaggio, naturale e segnatod alluomo: la salita sassosa, incassata fra
i muri sgretolati bianchi di cinta e le cime dei mandorli e dei limoni lucide-verdi (siamo
a p. 15); e poi il mare monotono-ondante di p. 19, laggroviglio del fogliame di p. 55,

18
Giovanni Boine, Il Peccato, a cura di Giulio Ungarelli, Torino, Einaudi, 1975. Nella Nota introduttiva, p. X, segnata
a margine questa porzione di paragrafo: difatti di quegli anni lavvento di una letteratura riflessa, o meglio riferita, per op-
posizione o concordanza, ad altro, cio ad una tradizione culturale assunta come precisa intenzionalit semantica: allimma-
ginazione si sostituisce lanamnesi per dar vita ad una sorta di mimesi al quadrato. A p. XI sottolineata in penna blu la frase:
una biografia di idee, di emozioni oggettivate.
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il tronco ruvido torto dulivo di p. 81, o lincosciente raffica damore di p. 88. E par-
ticolarmente segnalata da una linea verticale e da due VV il paragrafo finale del romanzo:

Or dunque ecco che il compito tuo dessere attento e conservare ogni cosa con scrupolo. Ma
tu hai rotto, tu guardi con accorata elegia la sicurezza di chi sta con freno nella spiritual tradizione
fuor del tumulto, tu hai rotto come questa paranza che il maestrale ha questa notte strappata dal porto
e sballotta ora (c sul molo nello spruzzo e nel vento la calca a guardarla), fuor delle tue aperte fi-
nestre sul mare giallastro bavoso19.

La copia delledizione Vigorelli del 1971 non invece postillata, forse proprio perch
non personale ma di propriet della biblioteca civica di Ospedaletti: contiene per due fogli
A4 piegati e infilati tra le pagine. Il primo scritto probabilmente con una penna stilogra-
fica nera, e nellangolo sinistro in alto leggibile la parola Camus; poi c una tradu-
zione, probabilmente di Biamonti stesso, di un passaggio da Le vent Djemila da Noces di
Camus20, e poi ci sono due annotazioni su Boine. La prima: Boine pag. 58// Come una
scintillazione di rapida vita ecc./ fino a ci che gi stato, in cui segnala unintera pa-
gina di Boine (il fatto che cominci scrivendo Boine ci indica che deve differenziare lappunto
dalla pagina di Camus e che quindi sta sostanzialmente riutilizzando un foglio). Sotto com-
pare unaltra annotazione ma scritta con penna nera biro molto meno scura della precedente:
p. 114/ e quegli immobili gridi di creste ecc., prelevati da Resoconto dellescursione, e
non dal Peccato.
Il secondo foglio ripiegato nel libro riporta versi di Taci anima stanca di godere di Sbar-
baro e una riflessione su Camus21 che per - se decifro bene la scrittura - rivolta tutta alla
definizione del personaggio di Gregorio dellAngelo di Avrigue, come il giudice penitente
di Camus, quindi come il personaggio de La chute. Credo che questo sia un buon appunto
intorno a cui studiare in futuro.
Limmagine di Boine che Biamonti d nella conferenza del 76 davvero dipendente
da Ungarelli. Questo si capisce perch altrove, quando scriver di Boine, penso soprattutto
a La terra decaduta in La citt di Boine del 1987, ricerca soprattutto lemblematico attac-
camento allulivo, che si dilata vistosamente nella percezione biamontiana, a toccare La
terra di Alvargonzlez di Machado. Nel Boine di Biamonti prevale pi il sentimento della

19
Ivi, p.102.
20
Car pour un homme, prendre conscience de son prsent, cest ne plus rien attendre. Sil est des paysages qui sont
des tats dme, ce sont les plus vulgaires. Et je suivais tout le long de ce pays quelque chose qui ntait pas moi, mais de
lui, comme un got de la mort qui nous tait commun. Entre les colonnes aux ombres maintenant obliques, les inquitudes
fondaient dans lair comme des oiseaux blesss. Et leur place, cette lucidit aride. Linquitude nat du coeur des vivants.
Mais le calme recouvrira ce coeur vivant : voici toute ma clairvoyance. A mesure que la journe avanait, que les bruits et les
lumires touffaient sous les cendres qui descendaient du ciel, abandonn de moi-mme, je me sentais sans dfense contre les
forces lentes qui en moi disaient non.
21
Camus.// come il giudice penitente di Camus, lautore cerca [cass.] Gregorio cerca il cammino difficile di unetica
assumendo la colpevolezza comune senza consentire al suo carattere irrimediabile, indagando sul male senza credere tuttavia
di esserne indenne.
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decadenza della terra, che coincide con la desertificazione dellanima, che lafflato reli-
gioso, episodio solo temporaneo per Biamonti, soprattutto nello scritto del 1987 e nemmeno
preso in considerazione nella conferenza del 1976, tutta incentrata a fare di Boine uno scrit-
tore europeo, al pari di Rilke e di Joyce e dei loro libri di formazione. Boine diventer quindi
non tanto lautore europeo delliniziazione allarte, ma linventore narrativo, critico, poetico,
di un attaccamento alla terra che coincide con quella di Boine. Boine il precursore di Bia-
monti, o almeno quello che lo stesso Biamonti sceglie per s. Anche le sottolineature al
capitolo su Boine nel libro di Cattanei vanno tutte in questa direzione, nella ricerca cio di
un rispecchiamento fedele di s nellantica voce di Boine. Sottolinea infatti convintamente
questo tipo di frasi: senso angoscioso della solitudine, il paesaggio visto come nuda
sigla di una verit, la mancanza in esso di risoluzione e di consolazione (p. 157), e an-
cora Questo suo spirito diviso fra una tragico-gioiosa concezione del mondo come uno
scatenato torrente, e un attento e preciso governo dellanima (160) e poi sottolinea tutto
il passo in cui Cattanei decifra lallontanamento da Rinnovamento e quindi labbandono
della estetica religiosit (p. 164). In effetti Biamonti prende in considerazione lafflato re-
ligioso di Boine solo se temporaneo, solo se poi approda alla nuda realt tragica senza con-
solazioni. Tutte le sottolineature a Boine (che non posso restituire qui interamente) vanno
in questa direzione, inseguendo un Boine irrazionale e disperatamente attaccato alla terra.
Un Boine alquanto speculare alla ricerca dello stesso Biamonti.
Lo stesso procedimento di rispecchiamento Biamonti attua con le pagine di Cattanei de-
dicate a Montale. Va insomma alla ricerca di se stesso: non si spiegano altrimenti le sotto-
lineature di frasi tipo Amore, ancora che si fa tormento per la solitudine e lassillante
angoscia che nellaria di una terra secolarmente adagiata sulla sua intima vicenda di scon-
forto e di fatica (p. 220); sulle montagne dove i casolari sono rimasti incredibilmente ar-
roccati nei secoli fuori dal mondo (p. 221). Montale immortalato e segnato con linea e
asterisco cos come lo consegna Caproni in una citazione di Cattanei a p. 226: il paesag-
gio rensianamente visto come geroglifico [] la vita intesa come sofferenza continua
o il Solmi di Montale 1925 citato e sottolineato intensamente da Biamonti (pp. 230-231),
le allusioni al nichilismo montaliano (p. 238), la desolazione e la negazione completa (p.
240). A questa immagine di Montale che si ferma di fronte al groviglio del paesaggio e che
cerca un varco Biamonti fa continuamente eco per tutta la sua opera. E infatti in calce alle
pagine su Montale di Cattanei che Biamonti ha bisogno di sintetizzare la sua idea di ligu-
sticit che cos scrive in blu a p. 236 e che riduce allosso molti caratteri riscontrabili nella
prosa matura:

ligusticit segreto esistenziale esoterismo (passando per cenni alle condizioni storiche)
figure mistico-religiose (pur nellidiosincrasia al sacro, in una storia laica dellanimo)

Chiuderei soffermandomi sulla lunga citazione di Proust. Il paradigma proustiano uti-


lizzato fortemente nella conferenza per indicare il meccanismo di approccio delluomo, del
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poeta, al paesaggio. Se infatti laltro paradigma, quello di Czanne, notissimo e sempre ra-
dicalmente presente nel sistema di cose dello scrittore, sempre uguale a se stesso, il para-
digma proustiano muta: differente la concezione della memoria affettiva di Proust proposta
qui rispetto a quel che ne sar nei libri dello scrittore. Biamonti afferma nel 1976 che i pit-
tori, il fotografo, lartista attuano una poetica proustiana, per riprendere possesso della re-
alt. E cos spiega:

Molto spesso, nel crogiuolo del vivere non ci si rende conto di ci che ci si presenta dinanzi, delle
figure della realt, dei tendaggi dei cieli, dei mari, per quando a un certo punto la memoria scatta,
recupera queste cose sotto una forma quasi sognante: quella che Proust chiama la memoria affet-
tiva, da distinguersi nettamente dalla memoria matematica. Per fare un esempio banale, se io mi pro-
pongo di rivivere, di rivedere ci che ho fatto una settimana fa, io posso rivedermi la mia giornata.
Per questa memoria non fonte di emozione, una memoria fredda, matematica, non attiva. La
memoria affettiva quella che involontariamente ci travolge, quella che ci prende nel dormiveglia,
quella che ci prende per analogia: cio perch un determinato colore evoca un determinato oggetto
visto in una determinata circostanza. Mettiamo: voi sapete lepisodio famoso delle madeleines, dove
c il destino di Proust, che poi direi che il settanta per cento dellarte contemporanea nasca proprio
da questo recupero della memoria, cio in questa palude del passato la memoria umana riesce a in-
travvedere qualche fiore prezioso. Ora, questa memoria affettiva, che poi agganciata alle cosid-
dette intermittences du coeur, cio intermittenze del cuore, non che ti afferri e non ti perdi, ti afferri
e ti perdi, e poi ti torni ad afferrare, cio una memoria fenomenologica, in Proust nasce dalle cosid-
dette madeleines, cio immergendo una madeleine in una tazza di t Proust sente una grande emo-
zione, una specie di musica di terra e capisce che questa musica, questemozione non pu essere data
da un semplice pasticcino; poi a poco a poco, a questo odore e sapore del pasticcino, si accorge che
legato a tutta una miriade di suoi passaggi, cio che lui allet di sei anni andava da una sua zia Leo-
nie, mi pare che si chiami, tutte le domeniche pomeriggio con sua madre, e lei dava a lui questo la-
sciar immergere nella sua tisana un po di questo dolce. Ora, questo dolce ripreso a quarantanni gli
ricorda tutto questo mondo ma senza che lui lo voglia, anzi quasi lui non vorrebbe perch un mondo
che lo travolge, che lo sommerge, lo disturba, che gli fa sentire questo crepaccio del tempo, del pas-
sato, questa inesorabilit della vita, e quasi infatti riesce a dimenticarsene, senonch finch lui fa
unopera di difesa contro questo passato, questo passato non ritorna, ma un giorno ti sei dimenticato
di tutto e ti ritorna limmagine, questa madeleine nel t, questo passato ritorna. Ritorna e a lui sem-
bra che quasi voglia disperatamente essere salvato. Allora nasce questo recupero dellarte sulle cose
morenti o morte, sullagonia della vita nasce questo trionfo dellarte che vince il tempo. E mi pare
che questi quadri, che queste fotografie siano una lotta disperata contro il tempo, un tentativo di far
sopravvivere qualcosa.

Di questa poetica proustiana, nel corso del tempo, rester la fortunata formula delle
intermittenze del cuore, spesso a significare le baluginanti sincopi della scrittura: Il time-
shift e la stratificazione temporale: Proust. Les intermittences du coeur sono paragonabili a
unilluminazione di unampiezza spaziale.// La cronologia in linea retta sostituita da un or-
dinamento degli eventi nella memoria di un narratore o nella coscienza di un personaggio.
Stagioni evocate dalla coscienza narrante. (SP, pp. 13-14).
Ma proprio il fatto che resti solo questo, questo flusso intermittente che proviene dal-
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linterno delluomo e che si connette ad intermittenza col mondo di fuori, la dice lunga sulla
sparizione del resto. Perch di fatto la memoria rimorso22 in Biamonti, il passato qual-
cosa che non vale la pena di rivivere, e pi esplicitamente citando le Parole e la notte: La
memoria pesa, fa sentire il rimorso del tempo perduto. La memoria non giova mai e quindi
non una via percorribile e Lesserci si lega allo spazio del presente e non al tempo del pas-
sato. Sono qui e ora, anche se dentro la distruzione, anche se visitato dal ben noto angelo
della distruzione, dice il Biamonti che conosciamo. Non c foto che possa restituire il pas-
sato, non c quadro, questo avrebbe detto il Biamonti del dopo, con Gregorio, con Var, con
Edoardo.
La visione radicalmente pi pessimista del Biamonti che verr non cancella per luso
affettuoso pi che affettivo compiuto sulla memoria proustiana. Esso, nel 1976, perfetta-
mente consonante con il bisogno di recuperare tutta la linea ligure e le sue voci poetiche e,
con esse, tutto il paesaggio. Estrema difesa del paesaggio che sparisce, affidata alle sole pa-
role dei poeti.
Di Vento largo Biamonti disse che un canto daddio per una Liguria che entra nel-
lErebo (SP, p. 80). Il paesaggio non esiste pi nella realt dunque, e la scrittura s, recupera
affettivamente qualcosa di perduto per sempre. E quando il paesaggio riaffiora, lo fa solo
con le parole dei poeti liguri, di Boine, di Sbarbaro, di Montale, di Valry, gi raggelato, quel
paesaggio, dentro le parole frante di un non dispersivo vocabolario che mette insieme loro
e la morte, la luce, il vento, il mare a barbagli, la fatica e il delirio. Credo che dentro questo
vocabolario Biamonti intese stare da erede ultimo e disperato della linea ligure.

22
Giorgio Bertone, Il confine del paesaggio. Lettura di Francesco Biamonti, Novara, Interlinea, 2006, p. 78: La me-
moria rimorso: Forse la seduzione del ricordo era solo la copertura doro del rimorso (Langelo di Avrigue, p. 112).

Francesco Biamonti e Lalla Romano, presso Casa Elisa a Bordighera, 1998. Foto di Antonio Ria.
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PER FRANCESCO BIAMONTI 63 N. 141-142

Francesco Biamonti

Conferenza tenuta presso la Biblioteca Civica di Ospedaletti,


gioved 23 dicembre 1976

[Parler delle] caratteristiche fondamentali del paesaggio ligure o del rapporto che que-
sto paesaggio ha con larte del Novecento e soprattutto con larte figurativa, in quanto lim-
magine che io ho di questo paesaggio oscura a me stesso, in quanto esistenzialmente
travagliato da questo paesaggio stesso. Si sa che laddove si vive, laddove si soffre, laddove
si gioisce, la visione non riesce a formarsi. Per cui io mi orienter pi che altro sugli aspetti
di questo paesaggio che sono venuti fuori dalla letteratura del Novecento o dallarte figu-
rativa del Novecento
Intanto, un elemento caratteristico di questo paesaggio la marginalit rispetto alla sto-
ria centrale della letteratura italiana, cio lanti-retoricit, la poca letterariet di queste ter-
razze che si inerpicano verso il cielo, di questi greti arsi di fiumi e torrenti, di questi roventi
muri dorto, come dice Montale, di questo paesaggio bruciato, stretto fra il mare e le Alpi
che ha dato, d alla Liguria quasi la caratteristica di unisola appartata, un fondamentale ca-
rattere scabro ed essenziale: il quale si configura nella lirica ligure del Novecento, quella
di Boine, quella di Sbarbaro, quella di Montale, quella di Mario Novaro.
In quanto alla distonicit di questo paesaggio, direi che esso ancora pi drammatico
della drammaticissima Provenza, perch mentre la Provenza caratterizzata da una tortura
morfologica, per si apre su orizzonti vastissimi, su cieli sublimi, qui direi che sono im-
pressioni personali il cielo fa quasi da tetto ossessivo, da volta sacra e ossessiva della vi-
ta. Il cielo quindi non si apre verso linfinito ma ti imprigiona, e questo il carattere anche
della finitudine, della mortalit, della temporalit, della anti-superominicit della letteratu-
ra ligure del Novecento, questa letteratura che ante litteram diventata una specie di reali-
smo esistenziale, in concomitanza con certa letteratura pi pessimisticamente europea, la let-
teratura del grande realismo intimo ed esistenziale, dicevo. Per come tutto ci possa esse-
re imprigionato nella pagina quasi un mistero, quasi un segreto non si pu dire indub-
biamente dove ci sia la Liguria e dove ci sia lEuropa, dove ci sia questo paesaggio e dove
ci sia un oltre-paesaggio, una desolazione metafisica, per cui infatti si parla sempre, quan-
do si parla di una letteratura ligure, di una letteratura fisica e metafisica, in quanto la deso-
lazione umana che nasce dallesperienza del travaglio storico oltrepassa il dato paesaggi-
stico. Diremo cos, per fare un esempio: il dato paesaggistico della toscanit ottocentesca,
dove il rapporto del pittore o del poeta col paesaggio si consuma in un idillio, anche este-
nuato o triste, per sempre si consuma in questo rapporto fisico; mentre la letteratura ligu-
re come caratteristica oltrepassa il paesaggio, cerca un varco al di l del paesaggio, un mo-
do di uscirne, da queste spire dellesistenza, da questo senso tragico e faticoso della vita. Ma
non di uscirne con lillusione religiosa: questo un punto fondamentale. C una religiosi-
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N. 141-142 64 PER FRANCESCO BIAMONTI

t, in quanto non si accetta interamente lesaurirsi della vita nellambito fisico, ma nello
stesso tempo si proclama lassoluta mancanza di ogni prospettiva di aldil, cio, unol-
trevita che si cerca, che sconfina continuamente nel nulla. E questa la modernit, o il ca-
rattere tipicamente moderno di questa letteratura del Novecento. E daltra parte non sono io
che lo dico, lha detto Sapegno, che il massimo critico di letteratura italiana, insomma ha
detto: bisogna oggi veramente per sentire la modernit della letteratura del Novecento ita-
liano cercarla in quei margini dellitalianit che sono la Liguria e Trieste e queste due zone
in cui una sconfina nellacre verdezza della letteratura provenzale, in una poesia fatta di
rocce rosmarini e mare, quella di Mistral e di altri, e laltra che sconfina nella psicoanalisi
di tipo mitteleuropeo, cio che rompe questo rapporto di sicurezza delluomo con se stesso
e delluomo con la natura per far sentire uno scardinamento fondamentale. Daltra parte
credo che tutti voi conoscerete a perfezione la poesia di Montale, quindi non c bisogno che
vi dica cosa significa questa corrosione fisica degli oggetti e questo cercare negli oggetti un
correlativo oggettivo alla propria metafisica disperazione.
Per quanto riguarda poi lambito della Liguria di qui, occidentale, della provincia di Im-
peria, io direi che una cosa difficilissima farsene unidea sia letteraria che iconografica,
in quanto non ci sono tradizioni del passato. Lunico romanzo ligure dellOttocento quel-
lo di Remigio Zena, Bocca del lupo se non vado errato, venuto fuori direi sui modi ver-
ghiani, sul modo dei Malavoglia; infatti uno scrittore di cui si parla poco perch lunico
romanzo in cui riuscito a rappresentare la Liguria lha rappresentata nellambito di una si-
cilianit applicata alla Liguria, ma non senza una certa genialit, in quanto lo stesso Catta-
nei, che ha fatto un grande studio sui contributi ligustici alla poesia e alla letteratura euro-
pea del Novecento, dice che c una strana somiglianza tra il senso tragico della vita del Li-
gure e il senso tragico della vita dei Siciliani, in quanto tutti e due isolati, uno dal mare e lal-
tro dal mare e dai monti, comunque tutti e due fuori di una prospettiva davvenire in quan-
to barricati in una vita, che non credeva in realt n in Dio n nella storia; cio un uomo che
non credeva pi in nulla, tranne che nelle sue opere. Questa identificazione delluomo nel-
la sua opera stranamente venuta a coincidere con molta parte della filosofia del Nove-
cento: questuomo che si riconosce nella fattit, nel fare, nellagire, nel costruire, questo
Ligure che erge le sue fasce, le sue terrazze, pietra su pietra, dice bene Mario Novaro: Nes-
suno le ha murate per primo questi chilometri di muraglie, questo strappare la terra ai mon-
ti, alle frane, a queste impervie terrazze, questi alti muri, che poi popolano tutta la poesia di
Sbarbaro, di Montale, di Mario Novaro. Cio luomo ha riconosciuto un segno del suo de-
stino in questo.... direi che io ho sempre pensato leggendo quel vecchio libro fondamenta-
le come il Mito di Sisifo di Camus, che c gi questa morale di Sisifo, cio il proletario de-
gli dei, che porta un macigno perch sa che il suo destino portare il macigno sulla som-
mit della montagna, ma sa che quando sar sulla montagna il macigno rotoler di nuovo a
valle, e lui arriva dagli dei e dice gli dei sono convinti che io sia convinto che il macigno
rester lass, ma io lo porto lass per dare un compito alla mia anima mortale. Cio que-
sta sfida, questa specie di anti-destino, che riguarda tutto questo travaglio delluomo del
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Novecento che ha perduto ogni fiducia troppo ottimistica nei destini progressivi e allo stes-
so tempo non ha assolutamente... ha trovato Dio morto, per una serie di fattori culturali, ha
vissuto anche la morte di Dio e non pu pi che credere disperatamente al proprio agire, al
proprio operare. Ma adesso mi pare di andare un po fuori tema, ritorneremo, chiedo scusa.
Per ritornare al tema io credo che questi pittori, questo fotografo, molto genialmente
hanno con un po di auto-tortura, forse, hanno applicato, mi pare di capire, una specie di,
come dire, poetica proustiana, il recupero, attraverso il sogno della memoria, di una realt.
Molto spesso, nel crogiuolo del vivere non ci si rende conto di ci che ci si presenta di-
nanzi, delle figure della realt, dei tendaggi dei cieli, dei mari, per quando a un certo punto
la memoria scatta, recupera queste cose sotto una forma quasi sognante: quella che Proust
chiama la memoria affettiva, da distinguersi nettamente dalla memoria matematica. Per fare
un esempio banale, se io mi propongo di rivivere, di rivedere ci che ho fatto una settimana
fa, io posso rivedermi la mia giornata. Per questa memoria non fonte di emozione, una
memoria fredda, matematica, non attiva. La memoria affettiva quella che involontaria-
mente ci travolge, quella che ci prende nel dormiveglia, quella che ci prende per analogia:
cio perch un determinato colore evoca un determinato oggetto visto in una determinata cir-
costanza. Mettiamo: voi sapete lepisodio famoso delle madeleines, dove c il destino di
Proust, che poi direi che il settanta per cento dellarte contemporanea nasca proprio da que-
sto recupero della memoria, cio da questa palude del passato la memoria umana riesce a
intravvedere qualche fiore prezioso. Ora, questa memoria affettiva, che poi agganciata
alle cosiddette intermittences du coeur, cio intermittenze del cuore, non che ti afferri e
non ti perdi, ti afferri e ti perdi, e poi ti torni ad afferrare, cio una memoria fenomenolo-
gica, in Proust nasce dalle cosiddette madeleines, cio immergendo una madeleine in una
tazza di t Proust sente una grande emozione una specie di musica di terra e capisce che que-
sta musica, questemozione non pu essere data da un semplice pasticcino; poi a poco a
poco, questo odore e sapore del pasticcino, si accorge che legato a tutta una miriade di suoi
passaggi, cio che lui allet di sei anni andava da una sua zia Leonie, mi pare che si chiami,
tutte le domeniche pomeriggio con sua madre, e lei dava a lui questo lasciar immergere
nella sua tisana un po di questo dolce. Ora, questo dolce ripreso a quarantanni gli ricorda
tutto questo mondo ma senza che lui lo voglia, anzi quasi lui non vorrebbe perch un
mondo che lo travolge, lo sommerge, lo disturba, gli fa sentire questo crepaccio del tempo,
del passato, questa inesorabilit della vita, e quasi infatti riesce a dimenticarsene, senonch
finch lui fa unopera di difesa contro questo passato, questo passato non ritorna, ma un
giorno ti sei dimenticato di tutto e ti ritorna limmagine di questa madeleine nel t, questo
passato ritorna. Ritorna e a lui sembra che quasi voglia disperatamente essere salvato. Al-
lora nasce questo recupero dellarte sulle cose morenti o morte, sullagonia della vita nasce
questo trionfo dellarte che vince il tempo. E mi pare che questi quadri, queste fotografie
siano una lotta disperata contro il tempo, un tentativo di far sopravvivere qualcosa. Ma non
per uno scopo che nasca da una celebrazione retorica, nasce proprio da unesigenza esi-
stenziale di sortire a un tormento segreto che travaglia lanima di questi pittori. Per, ad-
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dentrarmi specificatamente nellanalisi di ogni quadro adesso non mi sembra opportuno,


poi non ho i mezzi tecnici per farlo, cio mi dichiaro incompetente nel giudicare quadro per
quadro. Comunque mi sembra che siano tutti quadri di altissimo, di buonissimo livello. Poi,
daltra parte, i pittori che sono qui sono abbastanza famosi, quindi...
Di Barbadirame conoscete tutti questo misto di rozzezza e poesia che ne fa un perso-
naggio singolare nel panorama della nostra pittura. Questa pennellata che scava con appa-
rente durezza e in realt dolcissima. Evidentemente il suo fantasma pittorico di perizia
consumatissima. inutile che vi illustri... daltra parte poi i quadri sono l, inutile voler
raggiungere con le parole ci che ogni quadro dice con limmagine.
Per me c questo fatto, che questa parte di Liguria non mai stata rappresentata nel
passato. Ora, qualche grande storico della letteratura sostiene che questa mancanza di pittori,
questa mancanza di letterati dovuta allestrema difficolt della vita; voi sapete che larte,
la letteratura, i libri, richiedono un certo loisir, richiedono una certa sicurezza economica, un
certo studio, una certa possibilit di applicarsi allinfinito. Qui la vita sempre stata terribile,
tragica, durissima e giustamente mi pare che qualcuno, forse lo stesso Cattanei, dice che il
Ligure ha il senso del desvivere, del desvivir catalano, cio si nasce, si fatica e si muore, inu-
tilmente, o per fare quelle poche terrazze, o per dissodare quella terra. O mia anima esauri-
sciti in un compito mortale!, come nellesegesi e nel frontespizio dellHomme revolt di
Camus. Il Ligure ha questo senso del desvivere, e mi pare che questa pittura che vediamo que-
sta sera, queste fotografie diano questo senso del desvivere, cio il rapporto indubbiamente
dei pittori col paesaggio non un rapporto idilliaco, su una linea di grande tormento e di
grande modernit, e anche da queste foto per me sprigionano sempre una tormentosa delizia,
per il lato tormentoso non riesco mai a dimenticarlo... questo senso del desvivere, che fa che
non si riesca mai a giungere, in Liguria, a un canto spiegato, n nella letteratura, n nella pit-
tura. Daltra parte direi che se c un maestro fondamentale per larte figurativa nostra, ligure,
dovrebbe questo maestro essere Czanne, direi il pi torturato, il pi commovente dei pittori,
forse il pi grande pittore che sia mai comparso su questa terra, per questo modo di rivedere
la realt come se il mondo fosse una crosta estranea, che luomo scopre per la prima volta,
dove la pietra, lerba, il cielo hanno la stessa importanza del corpo umano, dove Dio, se com-
parisse non avrebbe pi importanza di un cespuglio, questo guardare con assoluta impassi-
bilit e con una commozione talmente profonda da superare i limiti della contingenza
immediata tutte le cose di questo universo. E infatti io non che li abbia molto visti, per mi
hanno detto che certi pittori, certa linea ligure che si va delineando in pittura tenta proprio di
accentrarsi su un delirio di cieli, su dei cieli che rappresentati cos, nella loro realt di appa-
rente e di sciatta monocromia creano un delirio sacro. Direi che anche questi pittori hanno
capito questo segreto dei cieli, questi pittori che sono qui stasera; questo segreto di un cielo
che non si sa se faccia da scenario o se sia un cielo come dicono i francesi rongeur, che cor-
rode la realt, che la distrugge, che la comprende appunto, che la cattura, che la incapsula in
un mistero tragico e senza possibilit di alternative, di un aldil qualsiasi.
A questo proposito vorrei invitarvi a leggere, non qui, chi di voi ha voglia di leggerlo,
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PER FRANCESCO BIAMONTI 67 N. 141-142

un testo fondamentale per avere questa idea di questa mistione di natura e classicit, di na-
tura che giunge allapoteosi della luce e del suono e poi si corrompe in una specie di oro fu-
nebre. Direi Le cimetire marin di Paul Valry che per me e per molti resta uno dei punti
fondamentali della letteratura europea del Novecento... questo Cimetire marin che poi il
cimitero, per alcuni, di Ste, che una cittadina sulle sabbie vicino a Marsiglia, per altri ad-
dirittura il cimitero di Santo Stefano al Mare. Valry stesso lasciato... siccome faceva molti
viaggi a Genova, e era figlio di .... forse la madre era genovese, non ricordo, comunque
amava molto questo lato di Liguria, di qui a Genova... Qualcuno ha detto, per esempio il
Gide, che era il cimitero di Santo Stefano.
Questo proliferare della vita tra il mare e il vento e i pini e questa vita che si leva ed
riconvogliata in un flusso cosmico, in un nulla di carattere eracliteo, di carattere presocra-
tico, e questo riconvogliamento, questa vita che non riesce a prendere delle forme stabili, o
delle forme consolatorie, ma che rimane eterna auto-tortura.
Intanto linizio di una bellezza incredibile. Tradotto in italiano : Questo tetto tran-
quillo becchettato da colombe ( un mare pieno di schiume) tra i pini palpita e le tombe
/ Mezzogiorno a picco vi compone dei fuochi.
E poi [parole incomprensibili] lunghissimo termina: il vento si leva bisogna cercare
di vivere; le vent se lve... il faut tenter de vivre.
Per me la Liguria tutta qui, in questo gioco. Che non il nulla romantico, capiamoci
bene. Non la malinconia romantica o sentimentale, una malinconia virile, una malin-
conia di chi accetta virilmente le conseguenze della sua missione mortale e che si rispecchia
in questo paesaggio bellissimo e desolato nel contempo.
Io qui ho portato qualche voi sapete che qui in Liguria c stato un grande poeta, un
grande scrittore, che Boine che di qui, di Dolcedo, no1, che adesso sembra che la lette-
ratura italiana riprenda, che ha pubblicato le sue prime cose sulla Riviera Ligure, che era
una rivista diretta da Mario Novaro, che questa rivista ligure. Mario Novaro era figlio di
un commerciante dolio, lolio Sasso, e lui, appunto, viene fuori con questa rivista dabbi-
namento di arte e prodotti industriali. Cio, per fare pubblicit a questolio Sasso, agli inizi
del Novecento il padre gli ha dato i soldi per fare questa rivista. Siccome questo Mario No-
varo era un uomo molto colto, preparato e in pi ricco, ha chiesto la collaborazione per que-
sta rivista Riviera ligure a ogni letterato italiano del Novecento. Vi sono apparsi le prime
cose di Pirandello, i Canti orfici di Campana, i primi ossi di Montale, i trucioli di Sbar-
baro, cio le cose pi importanti del Novecento sono comparse su questa rivista. Viveva ad
Imperia, in condizioni di estrema miseria, tant che morto tisico a trentaquattro anni, un
giornalista che era nato a Dolcedo, e che ha scritto un romanzo, allora in clima dannun-
ziano, che nessuno ha preso in considerazione, Il Peccato: invece un bellissimo romanzo,
una specie di iniziazione allarte. un romanzo che sotto certi aspetti assomiglia ai Qua-
derni di Malte Laurids Brigge di Rilke e al Ritratto di un giovane artista di Joyce, cio a

1
In realt la madre di Boine era di Dolcedo, lo scrittore nacque a Finalmarina.
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N. 141-142 68 PER FRANCESCO BIAMONTI

questi romanzi allora di giovani in parte associali, in parte inficiati, se cos si pu dire (in-
ficiare una parola dispregiativa), permeati di poetica decadentistica, della poetica della
memoria, che non si riuscivano ad adattare alla vita della societ e poterono trovare una
loro forma despressione nel divenire artisti. Comunque invece questo Boine per eccesso di
povert caduto malato ed morto e ha lasciato delle pagine (vi leggo qualche riga) che ha
capito perfettamente ancora prima della prima guerra mondiale.

Non ci hanno lasciato palazzi i nostri padri, non han pensato alle chiese, non ci hanno lasciata
la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente
costruito dei muri, dei muri a secco come templi ciclopici, dei muri ferrigni a migliaia, dal mare fin
in su alla montagna! Muri e terrazze e sulle terrazze gli olivi contorti a testimoniare che han vissuto,
che hanno voluto, che erano opulenti di volont e di forza; i muri e le terrazze a testimoniare che han
vinto contro la natura la loro battaglia ordinata; gli olivi contorti a mostrarci la generosit e lopu-
lenza delle anime loro. [].
Come il popolo di una citt medioevale, la cattedrale sua, cos, noi nei secoli. []
E noi fummo tra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni nostra speranza era
l, ogni nostra sicurezza era l, negli ulivi. Ora dunque gli ulivi ci furono come una benefica divinit
che manda labbondanza e la pace sopra il popolo suo. Noi fummo ricchi e pacifici. Noi lavorammo
ciascuno sul suo, [] mangiando del nostro pane, abitando la nostra casa, pregando la domenica,
nelle chiese, com duso il Signore, ma credendo in noi, nei padri nostri, nei nostri figli e nella terra
feconda. E noi fummo dunque, per fatica dei padri, uomini in cospetto del mondo e pacifici e ricchi...2

Se non vi annoio possiamo continuare. Possiamo continuare con qualcosa di... inutile
che vi parli di Montale perch lo conosciamo troppo bene, certo qui lo conosciamo tutti a
memoria, e poi ha preso anche il premio Nobel, ma preferirei continuare con una poesia
meno conosciuta, di Sbarbaro, sulla Liguria: era un poeta di Spotorno, di grandissima im-
portanza. Scarsa lingua di terra che orla il mare, una poesia dedicata alla Liguria.

Scarsa lingua di terra che orla il mare,


chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello dancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
lalghe e le procellarie
- ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
limmagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porter, come chi parte

2
Questo brano si legge nella gi citata edizione Vigorelli, verosimilmente consultata da Biamonti. Si intitola, nelledi-
zione: La casa del nonno e la cattedrale degli ulivi, pp. 551-554 (passo citato 552-553).
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PER FRANCESCO BIAMONTI 69 N. 141-142

il rozzo scapolare che gli appese


lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove lerba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi doro sullomero - dovunque,
mi trapass di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni


svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il d che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,


con lanima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dallolivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue citt cercai,
nei fungai delle tue case, lamore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
- per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio damore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te lanima,
Liguria, che hai dinverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e dimprovviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
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N. 141-142 70 PER FRANCESCO BIAMONTI

saprono violette frettolose


sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,


lossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi dombra
dalloliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
- aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che saffacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,


Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nellalga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi lorto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
Lultimo remo, vecchio marinaio
tappenderei.

Ch non giovano, a dir di te, parole:


il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
il solo canto che saccorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia


il filuzzo dellerba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

Se volete fare delle domande. Perch impancarmi io qui ad insegnare agli altri, non so
niente, io, siamo tutti alla ricerca delle stesse cose. Se volete fare delle domande, possiamo
vedere insieme se riusciamo a definire unidea di Liguria, di letteratura ligure, perch - come
dico - non che io sia particolarmente preparato.
Indubbiamente abbiamo dimenticato qualcosa della vita socio economica della Ligu-
ria, per si sa piccoli proprietari con lanima dei piccoli proprietari, cos liberal-anar-
chica. Anche i marxisti liguri di questa zona sono portati a questa specie di rivolta anarchico
individuale, per questa antica tradizione dellautosufficienza. Ma siamo fuori tema, perch
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PER FRANCESCO BIAMONTI 71 N. 141-142

si tratta qui di vedere come lartista rifletta queste sue particolari disperazioni. Questa aper-
tura al sociale, ad esempio, che c in tutta larte ligure data da questo fatto: dal pessimi-
smo, dalla sfiducia nella storia, perch la storia qui stata soprattutto solo una storia di
grandi predonerie. Il Ligure lavorava, faticava, e veniva depredato, da Genova, dal Pie-
monte, prima dai Turchi Il Ligure dalla storia non ha avuto altro che bruciature e tenta-
tivi di difendersi da questo arrovellio un po manzoniano in questo, anche il Ligure pi
comune, di campagna, vede sempre la storia come esercizio di prepotenza, una grande fre-
gatura del prepotente che riesce sempre, con le buone o con le cattive, ad avere la meglio
sul debole. Mi pare che ci sia nel Ligure questa tendenza. Poi il Ligure si organizza e si
erige a difesa contro queste spoliazioniper in Liguria c sempre stato questo senso qui,
lo Stato come un nemico, come fregatura perch c questa tradizione: il povero costruiva,
pescava, e poi non aveva niente e veniva solo depredato, veniva strappato alla sua terra per
fare la guerra. Genova lo strappava da qui per fare la guerra a Pisa, il Piemonte lo strappava
da qui per fare la guerra allAustria, e cosa abbiamo fatto noi allAustria? Insomma, qui
tutta una storia cos.
Al mio paese, per esempio, il grande mito sempre stato la Francia, la nostalgia, i con-
tadini, la Francia come paese dei diritti dellEuropa, delle grandi libert, dei principi del-
lOttantanove; c ancora adesso un grande rimpianto di questa Francia come Eldorado della
felicit umana, anche forse radicata nei miti, ma dovuta anche alla condizione direi subu-
mana in cui si viveva: i contadini non erano nemmeno proletariato, erano sottoproletariato
perch avevano linsicurezza, lindigenza del sottoproletariato, non avevano nemmeno la ga-
ranzia della vita che aveva il proletariato. Per cui questa nostalgia
Ma perch state zitti? Avete pi cose da insegnare di me...
[segue dibattito]

Fasce nellentroterra di Ventimiglia, anni '90. Foto di Ario Calvini.