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NATOLI: Sono Salvatore Natoli e insegno Filosofia teoretica alla II Universit di Milano.

L'argomento che affronteremo oggi : Il dolore innocente, vediamo il filmato. L'idea dell'innocenza controversa. Spesso l'enfasi eccessiva sull'innocenza evoca il suo contrario. Le persone e le situazioni non sono mai innocenti. C' sempre una molteplicit di intenzioni nell'io, come ha denunciato Freud, e una variet di modi di descrivere la condotta degli individui, che rende il concetto di innocenza problematico. Eppure, nonostante queste difficolt, l'innocenza un'idea essenziale per cogliere alcune tra le ragioni pi profonde del senso dell'umanit e della giustizia, poich proprio quando riusciamo a scorgere il dolore dell'innocente che l'ingiustizia ci appare al suo stato puro e che il nostro animo risponde con altrettanta immediatezza. Ma l'innocenza del grido di dolore qualcosa che possiamo ritrovare in qualsiasi essere umano, anche nell'animo pi corrotto. Come ha scritto la poetessa Vislava Zimbowski, vi qualcosa di eterno nel grido dell'innocente torturato. Il gesto delle mani, che proteggono il capo, il corpo che si torce, si dimena, si divincola, che cade fiaccato, che si gonfia e sanguina. Vi qualcosa di eterno nell'attesa fanciullesca, che troviamo in ogni altro essere umano, nonostante i crimini commessi, le sofferenze patite o assistite, che non gli venga fatto del male. Questa attesa, che ci venga fatto del bene una fonte profonda e importante del senso di importanza degli esseri umani, nella loro sacralit, in quanto creature vulnerabili alla sorte. Ma come pu convivere questo elemento di innocenza con il senso della colpa e del peccato che grava sugli esseri umani? STUDENTESSA: Lei nella scheda affronta il problema della relativit dell'innocenza e quindi della colpa. A questo proposito cosa pensa della pena di morte? NATOLI: La pena di morte, a mio parere, essenzialmente incongruente, perch il punto di vista della colpa deve essere collegato sempre alla possibilit del riscatto. Tra l'altro, la pena di morte in s contraddittoria, perch la comunit punisce un suo membro eliminandolo. Ma allora non pi suo, come se lo cacciasse fuori da s. Il problema rendere il soggetto, se turbato e pericoloso, incapace di danneggiare, nella convinzione che l'essere umano sempre migliorabile. Da questo punto di vista la pena di morte non salva dal male, anzi fa peggio; per evitare che l'umanit sia colpita da qualcuno che ha una tendenza distruttiva, bisogna impedirgli di distruggerla e non togliergli la vita. Anzi la vita l'unica cosa che gli resta per poter diventare migliore. STUDENTE: A proposito della pena di morte, Lei cosa pensa del fatto che il condannato, negli attimi prima dell'esecuzione, si aspetti che comunque gli venga fatto del bene o che lo si grazi, anche se lui in passato non ha esitato a far soffrire gli altri? NATOLI: Questo naturale, nell'uomo c' sempre un bisogno, una voglia di conservazione, anche se ha ucciso. D'altra parte c' una razionalit in questo, perch se si ucciso qualcuno, il fatto di morire noi stessi o di ucciderci, non un risarcimento. Se si fatto del male, non si risarcisce il male aggiungendo

altro male. Anzi, l'unica possibilit per il colpevole di fare del bene che viva e cambi, e quindi risarcisca offrendo e non togliendosi di mezzo. Solo la sovrabbondanza del bene pu limitare il male. STUDENTESSA: Ma il dolore sempre inevitabile? NATOLI: No. Ecco, a questo punto bisogna distinguere fondamentalmente tra due forme di dolore. Un dolore che viene dalla natura: una malattia, lunga, pesante, una morte. E allora diciamo che il dolore inevitabile, perch l'uomo muore. L'uomo, infatti, soffre perch mortale. E quindi come inevitabile la morte, inevitabile il suo acconto, cio tutto ci che con la morte connesso. Il problema di vedere come l'uomo si possa portare all'altezza di questa sofferenza, come la possa governare, che forza possa avere contro il dolore, come possa essere - per dirla con Nietzsche - pi forte del dolore stesso. Per si tratta di una dimensione di necessit, perch la natura - questo i Greci l'avevano compreso chiaramente - insieme innocente e crudele. La natura non ha scopi, anzi distrugge ci che crea. Voi ricorderete quella bella immagine di Leopardi del giardino fiorito. Ecco lo stesso sole che fa sbocciare quei fiori li consuma. Nella natura c' questo nesso stretto tra crudelt e innocenza. La natura crudele, ma insieme innocente. Allora ci troviamo dinanzi a un dolore inevitabile, dove il problema dell'uomo come poter essere pi forte di questo dolore, perch, tra l'altro, il dolore sperimentabile soltanto fino a che c' vita. E quindi lo sfondo della sofferenza pur sempre la dimensione vitale dell'esistenza, perch se non c' vita non c' neanche dolore. L'uomo questa lotta, questo agon dicevano i Greci, questa battaglia permanente. Per, a fronte di questo dolore, ce n' un altro che quello che gli uomini si infliggono gli uni gli altri. E allora qui bisognerebbe porsi la domanda: perch gli uomini, anzich condividere la loro gracilit, si infliggono reciprocamente dolore? Perch anzich soccorrersi nel dolore, aggiungono dolore a dolore? Questo dolore s che evitabile. Eppure, nonostante sia evitabile, l'umanit costantemente lo ripete. Anche oggi noi ci troviamo dinanzi a spettacoli tremendi di guerra. Era proprio necessaria? Ecco, allora, da questo punto di vista, c' una connessione tra dolore e colpa. Quindi possiamo dire che per un verso c' un'innocenza nel dolore, nonostante la crudelt, e per un altro verso c' una crudelt gratuita, arbitraria, che scaturisce dalla cattiva volont degli uomini. Ed questo il tema su cui vogliamo riflettere. Anzi, per riflettere bene su questo argomento, Vi farei vedere un contributo. "Lasciai il Brasile, dove insegnavo all'Universit di San Paolo ed ebbi la grande sciagura di perdere un figlioletto di otto anni. Il dolore che nato da queste due tremende sciagure che mi colpivano, dalla sciagura che colpiva il mio popolo, la mia nazione, caduta nelle stoltezze di una guerra bestiale - in tutti i sensi bestiale - queste due cose, una tanto personale, l'altra tanto universale, e universali tutte e due, hanno dettato il dolore. Il dolore stato scritto piangendo. Io non ho scritto una parola del dolore senza prorompere in singhiozzi. E non mi potevo trattenere, mi strozzavano, perch non sono un sentimentale. Sono un uomo che ha, forse, di sentimento, ma non un sentimentale. Non ho potuto trattenere i singhiozzi nello scrivere questa poesia. E' nata vivamente da due emozioni, enormi, pi forti di un uomo, pi forti di me".

[] Alzavi le braccia, come ali E ridavi nascita al vento, Correndo nel peso dell'aria immota. Nessuno mai vide posare Il tuo lieve piede di danza Grazia, felice, Non avresti potuto non spezzarti In una cecit tanto indurita Tu semplice soffio e cristallo, [] NATOLI: In questo testo ricchissimo di Ungaretti, sono introdotti due tipi di dolore contemporanei e violenti; ma, nel primo, la morte del figlio, il dolore inevitabile, tremendo ma inevitabile. Il secondo invece, la guerra, prodotto dalla lotta che gli uomini muovono l'uno contro l'altro. Allora il primo un dolore innocente in senso stretto, perch, se si dovesse andare a cercare un'origine, una colpa, un colpevole non si troverebbe, tema che, come certamente ricorderete, era affrontato da Dostoevskij nei Karamazov, nellincontro di Ivan con il Grande Inquisitore. Ne La Leggenda del Grande Inquisitore c'era questo tema tremendo della morte dei bambini e del perch i bambini muoiono, quasi ci fosse un'ingiustizia. Anche adesso, per esempio, quando si parla della guerra in Serbia, il lamento cade sui bambini che muoiono, sulle donne, sui deboli. Allora il tema era: perch Dio permette questo, che il grande interrogativo di Auschwitz, perch Dio l'ha permesso? Per spiegare questo dolore della morte in guerra, invece, non necessario chiamare in causa Dio, ma la volont degli uomini. E per la morte che viene dalla natura, chi chiamiamo in causa? Ecco, si tratta di domandarsi se il dolore, non solo dei bambini, ma anche degli uomini adulti, dei giovani, degli stessi vecchi, sia evitabile. Perch i vecchi non potrebbero morire dolcemente, riposare nella morte senza il trauma dell'ultimo dolore? Perch la natura crudele? Ecco, questo un perch che non bisogna neanche porsi, perch appunto la vita legata da sempre alla morte, in questo circolo eterno della trasformazione. Allora qui evidentemente non c' colpa. C' colpa solo se si introduce un tema teologico. Cio, solo se c' un dio sorge il problema del male; ma se non c' un dio, ci che viene dalla natura non pu essere pensato come male. E allora perch quando muore un bambino, quando un bambino soffre ci si scandalizza? Perch, quando c' la sofferenza di un bambino ci si chiede perch debba soffrire? Perch nel dolore del bambino il dolore fa scandalo pi che in un adulto? Vi siete mai posti questa domanda? STUDENTESSA: Perch un bambino non ha in s le capacit per affrontare un dolore o per capire perch gli stato inflitto quel dolore. Secondo me, un adulto pu razionalizzare la sofferenza, mentre un bambino no, e quindi questo pu portargli degli scompensi per tutta la vita.

NATOLI: Questo uno dei motivi, l'osservazione giusta, per solo una parte del problema; in effetti, c' un'innocenza nel dolore, quando si vede che chi lo patisce non all'altezza o non pu sostenerlo. Allora in questo caso si vede maggiormente quanto la natura sia violenta. Ma c' un problema molto pi profondo, che colpisce la piet umana. Nel bambino c' promessa di vita. Perch i bambini fanno tenerezza? Perch i bambini vengono amati? Perch l c' in boccio il futuro. Gli uomini adulti hanno gi dimensionato la loro vita. Hanno ristretto lo spazio delle proprie possibilit, sono diventati qualcosa. Si poteva diventare altro, ma ormai il tempo passato. Si realizzato anche qualcosa. Cio quest'uomo, in fondo, la vita l'ha vissuta, ha prodotto, si valorizzato nella parte che gli toccava, negli aspetti in cui poteva valorizzarsi. Nel bambino c' la percezione della possibilit pura, la vita nella sua originaria promessa. Quando la vita uccide un bambino, contraddice se stessa, si tradisce. Il tradimento che la vita perpetra nei confronti degli uomini, quando hanno realizzato la loro vita, meno visibile del tradimento che essa compie quando uccide un bambino. E quindi diciamo che la vita spietata contro se stessa. E dinanzi a questa spietatezza, ci si sente disarmati. Questo uno dei motivi fondamentali per cui quando il dolore inevitabile colpisce un bambino si scopre di pi il tradimento della vita e viene da dire: "Non vale la pena"; oppure si cerca un colpevole, un colpevole grande, che Dio. E allora il grande dilemma, la grande domanda: "Dio perch permette il male?". "Unde malum?". Nel dolore innocente esplode una domanda teologica. E non solo nel bambino, ma esplode in Giobbe, quando dice: "Io ho rispettato la legge perch soffro". Allora il problema non il dolore, ma la giustizia: ci vuole un garante pi alto, che Dio. Questa la diversit fondamentale tra il dolore dei bambini e il dolore che gli uomini si infliggono nella loro reciproca crudelt. STUDENTESSA: Ma si sempre coscienti del dolore inflitto? NATOLI: S, del dolore inflitto si coscienti nel senso che il dolore inflitto la tortura, la fame, la violenza della guerra. "Io che c'entro?". La gente che si trova sotto le bombe, che cacciata via, che patisce la violenza, la fame, la distruzione, la mutilazione si accorge benissimo che questo dolore non viene dalla natura. Ecco, quando il dolore inflitto ci si accorge che qualcuno ci fa del male. Il problema : colui che ci infligge il dolore, fino a che punto ha diritto di farlo? E qui si apre un problema molto importante, terribile e difficile da risolvere, perch molte volte si infligge dolore, cio si uccide, in nome della giustizia, in nome dei valori. Masse di cadaveri sono state fatte a difesa dell'umanit. Ti uccido perch questo il minor male, perch tu sei una fonte del male. Allora nel dolore inflitto il problema del male e della giustizia emergono e stanno intrecciati insieme. Si uccide per prevaricazione, ma si uccide anche per difesa. In ambedue i casi il dolore inflitto. Si uccide perch si fa del male, ma si uccide in nome delle garanzie di giustizia, addirittura per realizzare un mondo migliore. E' stata celebrata anche la violenza giusta! A questo punto il discorso della sofferenza inflitta strettamente legato al problema della responsabilit e della colpa. La fame nel mondo un dolore inflitto: come si pu tollerare che ci siano uomini che muoiono di fame? Cosa si fa? Nella fame il dolore ancora pi tragico e tremendo di quanto non lo sia nella guerra, perch la guerra pu essere colorata di giustizia, ma la fame? Perch si toglie il pane o non lo si d?

Ecco, allora qui abbiamo tutto un problema di sofferenza, strettamente legato alla colpa. Qui esistono davvero innocenti e colpevoli. Il problema che non bisogna avere superficialit dicendo: la colpa di questo, la colpa di quello. Per si deve sapere che la colpa c' e bisogna indagare sulle responsabilit. Homo homini lupus, diceva Hobbes e non sbagliava. C' anche un altro aspetto: l'uomo pu essere Dio per l'altro uomo. Allora chiaro che il dolore inflitto non pu essere pi praticato. STUDENTESSA: Il dolore innocente pu essere fonte di una disperazione tale da portare addirittura al suicidio? Ad esempio, Primo Levi, che dopo aver subito le pene dei campi di concentramento, nonostante fosse riuscito a tornare in patria, alla fine non ce l'ha fatta ad affrontare la vita e si suicidato. NATOLI: Questo un discorso che non si collega direttamente al dolore innocente. Qualsiasi dolore strema e non tutti sono in grado di sopportarlo. Per, quando il dolore viene dalla natura, se l'uomo maturo si pu scatenare una lotta, direi quasi cavalleresca, contro la natura. Tu natura mi colpisci, ma anche io sono natura. E la vita ha difese, attacca se stessa, ma si bilancia dentro di s. Quindi dinanzi a un dolore di questo genere, l'uomo, soprattutto se aiutato, se si trova accanto ad altri che gli dicono:" Guarda, questo dolore superabile, ce la puoi fare, sei importante per noi", pu essere chiamato ad una battaglia, a diventare eroico nella sua stessa sofferenza. Ci pu essere depressione: "Non ha pi senso vivere", ma ci pu essere anche una risposta attiva, positiva. Ci sono dei sofferenti che fino all'ultimo giorno della loro vita riescono a dare qualcosa, e in questo dare motivano la loro stessa vita. Ma dinanzi alla sofferenza ingiusta, dinanzi al dolore inflitto, si dubita della vita stessa. Molte volte il dolore insostenibile, non ci si pu difendere e ci si sente coinvolti in un male pi grande, rispetto a cui non si pu resistere, perch l'aggressivit dell'uomo pi violenta di quella, non programmata, della natura. Non solo, ma di fronte all'aggressivit della natura gli uomini stanno insieme ad aiutarsi. Ma quando l'aggressivit viene dall'altro e l'altro molto pi potente di te, ti distrugge. Allora o hai la possibilit della ribellione o ti senti implicato nello stesso male che ti distrugge, addirittura interiorizzi la colpa di chi ti fa del male. Ecco, questo un fenomeno che si sviluppato molto in Nei sommersi e nei salvati di Primo Levi. Il fatto di vivere, per lui, stato vissuto con un sentimento di colpa: "Perch io sono sopravvissuto mentre altri sono morti? Perch? Sono morti forse i migliori, quelli che sono stati pi rigorosi nella loro condotta, meno compromessi? Ecco, io, colpito dal male, forse mi sono salvato perch in un certo senso ne sono stato partecipe". Questo l'elemento tragico. STUDENTESSA: Le diverse situazioni culturali possono, secondo Lei, condizionare l'esperienza del dolore? NATOLI: Sempre! Questo un problema che va oltre il tema dell'innocenza e della colpa, anche se implicato in tutte e due le dimensioni: la dimensione della sofferenza umana sempre legata al mondo d'esperienza in cui ci si trova. Io ho sempre sostenuto che bisogna distinguere nel dolore il danno dal senso. Se noi ci facciamo del male, subiamo un danno. Mi rompo una mano, mi spezzo

una gamba. Allora il danno pu essere uguale sia per me adesso che per un greco del VI secolo a.C., che per un cristiano del Medioevo, che, verosimilmente, per un uomo del prossimo secolo. Se facessimo una radiografia a tutti questi uomini, ci sarebbe lo stesso danno nella stessa parte del corpo. Per il modo in cui vissuto diverso, perch il cristiano vive questo dolore o come espiazione dei propri peccati o come offerta nei confronti del male del mondo, e quindi lo sente anche meno, perch gli d un senso. Noi oggi, per esempio, quando abbiamo un dolore, lo collochiamo sempre nell'esperienza della guarigione, della tecnica. La prima cosa che uno fa, quando sta male, rivolgersi al medico. Abbiamo interamente pensato la vita in termini di possibilit di gestirla tecnicamente. In questo caso il dolore viene vissuto in modo diverso, perch lo viviamo in un contesto che non ha pi riferimento con la trascendenza. L'esperienza del dolore sta sempre in questa circolarit tra danno e senso: universale il danno, ma particolare il senso, relativo alle culture, ai mondi storici, alle societ. Gli uomini soffrono tutti, ma in modo diverso. STUDENTESSA: Si pu parlare di colpa innocente per quanto riguarda quelle persone che non impediscono un dolore inflitto? NATOLI: Si pu parlare di colpa innocente se c' un'omissione di soccorso o una non opposizione al male. E' chiaro che una colpa diversa rispetto a quella di chi opera direttamente il male, per, in ogni caso, ci pu essere anche, se non una collaborazione, una sorta di non reazione, di omert. Il problema vedere quanto e fino a che punto identificabile il colpevole. Ci possono essere delle situazioni in cui si sa chi il colpevole e non si impedisce a quest'uomo di fare del male. In altri casi, si capisce che c' un responsabile, ma non si sa chi il colpevole. Ecco, questa la difficolt. E poi, per dirla con Manzoni, ci vuole anche coraggio. Quando Don Abbondio non si oppone a Don Rodrigo e il Cardinal Federigo lo riprende: "Ci vuole coraggio!", dice: "Ma chi me lo d il coraggio? ". Negli uomini c' anche questa gracilit, questa debolezza. Quando poi diventa connivenza, diventa una cosa molto grave. STUDENTESSA: Per Lei esiste un'innocenza allo stato puro? NATOLI: Non esiste un'innocenza allo stato puro. La nostra realt complessa. Siamo sempre collocati in una dimensione di ambiguit. Probabilmente da quando diventiamo coscienti, perch il problema dell'innocenza legato a quello della coscienza, se non c' coscienza, non c' n colpa n innocenza, in noi c' qualcosa che ci rende partecipi del male, nel senso che non reagiamo abbastanza, non abbiamo la forza di una radicale opposizione nei confronti di ci che ci spinge a deviare. Per questo non vuol dire che siamo colpevoli. Ecco, io distinguerei tra la dimensione di innocenza pura e quella di colpevolezza. Siamo in una situazione in cui dobbiamo costantemente migliorarci. Ci sono in noi delle impotenze, pi che delle colpevolezze. Diventiamo colpevoli se a fronte di queste impotenze non reagiamo, se cediamo. Se invece ci impegniamo a rafforzarci, a diventare pi forti, collaborando, magari aiutandoci, allora la tensione verso l'innocenza c'.

STUDENTESSA: Secondo Lei, la percezione del dolore diversa se provocata da una cosa propria o da altri? NATOLI: Certamente diversa, anche se, quando si ha una situazione di dolore, non si mai cos lucidi, cos freddi, razionali. Quando si in una situazione di dolore, gli individui sentono di non meritarselo. E allora, se si collega il dolore al merito, ci si sente sempre colpiti da qualcuno, anche se la natura. Questo discorso pi chiaro quando il dolore chiaramente inflitto da qualcuno. Magari non si pu far niente, ma si capisce da dove viene la radice del nostro male. Quando invece il male viene dalla natura, ci si sente ingiustamente colpiti. Ingiustamente perch la dimensione dell'uomo quella di vivere il male sempre come un qualcosa che viene dall'esterno. La vita come tale respinge la morte. E quando la morte entra nella vita, noi la sentiamo sempre come esterna, come se fossimo colpiti. La morte stessa noi immaginiamo che ci venga da fuori, per il semplice fatto, come diceva Epicuro, che "quando ci siamo noi non c' la morte e quando c' la morte non ci siamo noi". Quindi la morte, per il vivente, viene sempre da fuori. E l'individuo, per quanto sappia di morire, la sente come ingiusta. In questo senso c' una dimensione di rifiuto naturale del male e quindi essere colpiti sempre imputabile a qualcuno. STUDENTE: Chi carnefice di un innocente, mai stato vittima? NATOLI: Pu esserlo, ma non sempre. In alcuni casi, proprio perch stato vittima, pu capire quanto grande la sofferenza e non infliggerla. C' un passo della Bibbia molto bello in cui si invita il popolo ebraico alla misericordia e al perdono, con questa formula: "Ricordati che tu sei stato in Egitto e hai patito in Egitto la schiavit. Quindi non imporla agli altri". Altre volte la sofferenza subita rende la vittima carnefice. Qui, allora, entriamo nelle variabili storiche individuali, perch effettivamente un eccesso di sofferenza pu produrre una stortura. Nei bambini, negli uomini che, per esempio, vivono nella guerra, che sin dall'adolescenza hanno visto cadaveri, si pu produrre una insensibilit nei confronti della morte e una sorta di sentimento indelebile di vendetta; quindi, in ragione della morte subita, ci si sente autorizzati ad infliggerla. Le variabili sono molteplici e bisogna entrare nella storia, nelle vite individuali. Non si pu mai generalizzare sugli effetti che gli eventi hanno sulle storie e le vite. STUDENTESSA: Lei pensa che, per superare il dolore, oltre a utilizzare gli strumenti della ragione e della fede, ci siano altri modi? NATOLI: Ne ha detti due che sono importanti. Ma questo non vuol dire che rendano facile il cammino. Non dobbiamo semplificare, perch il dolore indebolisce, stordisce. Superarlo con la ragione? Ma quanto si pu restare lucidi nel dolore? Il dolore molte volte oscura. Quindi, certo, la ragione una risorsa, ma non dobbiamo immaginare che nel dolore la ragione rimanga impregiudicata e tranquilla. Per, certamente una delle possibilit attraverso cui il dolore pu essere superato. Direi che la condivisione del dolore, la comprensione che il dolore non mai una cosa propria ma del mondo, un atteggiamento di distacco dalla propria stessa sofferenza, permette di essere pi reattivi. Ma questo un percorso lento, non facile e bisogna essere formati a questo. Nel

nostro tempo uno dei limiti pi terribili che il dolore rimosso dalla vita e quindi quando ci colpisce ci trova impreparati. Noi siamo pi spinti ad emarginarlo che a condividerlo. E questo paradossalmente anzich renderci pi forti, ci rende pi deboli. Per quanto riguarda la fede, sempre attanagliata dal dubbio. "Posso credere sino in fondo che c' un dio che mi libera dal dolore e dalla morte?". "S, lo credo. Ma lo posso credere sino in fondo?". Anche la fede un'esperienza drammatica, come insegna Kierkegaard. STUDENTESSA: Professore, c' un nesso tra dolore e senso di colpa? NATOLI: Ho gi detto che ci pu essere un nesso tra dolore e senso di colpa, perch, in generale, - questo lo dicono i proverbi, i libri sapienziali della Bibbia di tanti dolori noi siamo anche responsabili. Questo un tema molto importante. Abbiamo parlato di dolori inevitabili, che vengono dalla natura. Ma un fumatore, che contrae un tumore, responsabile o no del suo dolore?In questo caso io parlerei di vera e propria colpa, in termini di spregiudicatezza, di superficialit, di non sentirsi responsabili mai del giorno dopo. Questo molto importante dirlo ai giovani, perch i giovani vivono sullo slancio, la vita innanzi a loro aperta a ogni possibile sviluppo, non c' il problema del giorno dopo. Il giorno dopo viene man mano che si matura, man mano si apprende che c' un giorno dopo. Ma forse molte volte, quando si scopre questo, tardi. Allora l'educazione alla responsabilit molto importante, perch noi possiamo essere causa del nostro danno e molte cose che ci sembrano naturali potrebbero essere evitate se fossimo pi accorti, prudenti e astuti. Non dimentichiamo che la parola aret, da cui viene virt, in greco significa soprattutto abilit. Bisogna essere abili, la virt molte volte pi una questione di astuzia e di buon senso che di dovere. Pensarla legata al dovere, vuol dire sostanzialmente pensarla come esterna a noi stessi e non dipendente dalle nostre decisioni. STUDENTESSA: Cosa pensa dell'eutanasia come liberazione da un dolore innocente? NATOLI: Questo un tema arduo e variamente riproposto. In linea di principio condivido l'eutanasia, ma importante distinguere almeno due accezioni del termine. C' l'eutanasia passiva, in cui il soggetto ormai nella dimensione della fine, come rifiuto dell'accanimento terapeutico: inutile investire risorse per una vita non salvabile, e tra l'altro questo anche iniquo, perch si tolgono risorse per salvare vite salvabili. A un certo punto giusto non andare oltre nel difendere una vita che non c' pi. Il problema serio l'eutanasia attiva, quando il soggetto colpito da una grave malattia e non la vuole sostenere, non ce la fa. Allora qui si dice: "Bisogna rispettare la sua dignit e non farlo morire nello strazio e nella miseria". Perch in effetti la malattia lo mortifica. In questo caso, il problema : chi decide per chi. E' proprio vero che un sofferente in una condizione di lucidit sufficiente da dire: "Voglio morire?". Spesso, quando vediamo dei sofferenti, ci rendiamo conto che passano da dimensioni di euforia a dimensioni di depressione da un momento all'altro. Quindi, se in linea di principio io sono d'accordo per la dignit nella morte, il problema dell'eutanasia stabilire fino a che punto il soggetto sia davvero titolare di questa decisione o non ci siano altri che possano decidere per lui; una situazione border line, a

rischio. Questo pone molti problemi di fatto, e quindi le questioni diventano dilemmi giuridici. STUDENTE: Come pensa che, ad esempio, i bambini del Kosovo potranno un giorno dare un senso alla loro sofferenza, visto che la loro un'innocenza colpevole solo di appartenere ad un determinato popolo? NATOLI: Quella non una colpa e rispondo con un grande profeta, Ezechiele, che ha rovesciato il modello antico della retribuzione: se appartieni a un popolo, a una famiglia, ricadono su di te le colpe dei tuoi padri. No, la responsabilit sempre individuale. Quindi questo un bambino, non pu avere in senso stretto nessuna colpa di quello che commettono altri. Per questo bambino pu ereditare una colpa in senso morale: si trovato in una situazione di depravazione, che lo ha messo in contatto col male e quindi lo ha esposto ad un rischio, nel senso che, per esempio, gli ha fatto percepire come plausibile la crudelt, cosa cui non avrebbe mai pensato. Quindi, se, in senso stretto, questo bambino sar responsabile soltanto di quello che far, certamente avr il peso di una crudelt che lo ha messo a rischio anche nella possibilit di discernimento del bene dal male. Deve essere aiutato anche in questo senso. Potrebbe, per, sviluppare un sentimento pi alto di piet. Chiss che, proprio perch ha visto tanta sofferenza, non sia indisposto a darla e quindi magari pi generoso. Questo lo dir la storia. STUDENTE: Abbiamo trovato su Internet uno dei tanti siti che parlano della fame nel mondo. Ottocento milioni di persone oggi soffrono la fame e di queste circa duecentomila sono dei bambini. Questo dato reso ancora pi inquietante dal fatto che circa cinquecento milioni di dollari l'anno vengano spesi per spese militari - che arrecheranno altro dolore - e non vengano investiti per risolvere questo grave problema. Lei cosa ne pensa? NATOLI: Questa la contraddizione vera e profonda della realt storica contemporanea, ma anche dell'uomo che non presente dove c' sofferenza, e anzi la provoca. Nella nostra condotta dovremmo cercare di invertire questa situazione, ma il fatto che questo problema esista ci mostra chiaramente che un problema del dolore innocente c'. Se la natura innocente certamente l'uomo colpevole. Il fatto che ci siano fame e guerra deve far sospettare della nostra giusta umanit.