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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:20 Pagina 5 L’urgenza della generazione Idee e progetti non mancano. È

L’urgenza della generazione

Idee e progetti non mancano. È l'intero ecosistema dell’innovazione a doversi rafforzare

C risi della finanza mondiale,

Borse che bruciano milio-

ni di euro ogni giorno,

speculazioni e alchimie

finanziarie che destabiliz-

zano sistemi che appariva-

no solidi. Lo scenario che

ha spinto molti a definire quanto sta succe- dendo nella seconda metà del 2008 come la “fine del capitalismo” o “la peggiore crisi finanziaria dal 1929” è certamente un grosso problema per molte banche d’affari, per ope- ratori della finanza, per chi possiede titoli azionari, ma è anche una grossa opportunità per gli investimenti in capitale di rischio. Si sa che quando ci sono le crisi emergono con maggiore risalto le idee migliori e le opportunità prima nascoste, che solo chi, anche di fronte al peggiore degli scenari, non

perde la testa e continua a investire sul futu- ro avrà le maggiori possibilità di sopravviven- za e di ritorno alla crescita. È successo con la implosione della bolla internet quando solo le aziende della new economy che hanno saputo tenere duro e destinare le poche risorse disponibili alla ricerca e allo sviluppo, hanno superato i momenti peggiori e oggi sono i campioni dell’economia che ruota attorno alle poten- zialità che la rete informatica mondiale ha iniziato a esprimere in modo consistente. Oggi serve una nuova visione e un nuovo coraggio, serve investire nell’economia reale ma in quella che guarda al futuro. I rischi continuano a esserci ma è solo abbandonan- do quelli delle speculazioni finanziarie per abbracciare quelli degli investimenti in inno- vazione e nuove imprese che dall’innovazio-

in inno- vazione e nuove imprese che dall’innovazio- Emil Abirascid , giornalista, scrive di innovazione e

Emil Abirascid, giornalista, scrive di innovazione e nuove tecnologie. Segue da vicino l’ecosistema dell’innovazione italiana. Collabora con il Sole 24 Ore, è coordinatore scientifico del Master in Comunicazione, marketing e nuove tecnologie de Il Sole 24 Ore. È consulente di Smau per l'innovazione e in tale veste cura ‘I Percorsi dell’innovazione’ area dedica- ta alle start-up innovative italiane. È autore del blog Innov’azione (www.abirascid.com) dedicato all’innovazione italiana e del blog Eurodesk di Intesa SanPaolo.

italiana e del blog Eurodesk di Intesa SanPaolo. 5 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA
5 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA GENERAZIONE
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L’URGENZA DELLA GENERAZIONE

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ne nascono, che si può dare nuova linfa all’economia e al Paese. Ecco che il concetto di capitale di rischio assume una nuova luce. È certo un modo rischioso di investire, lo è appunto per defini- zione, ma è un rischio vero, un rischio di mercato, un rischio industriale, non è specu- lazione. È un modo, anzi il modo, per fare sì che i capitali tornino a lavorare per creare nuova economia e non per farli danzare

incontrollati sui listini delle Borse di tutto il pianeta. Solo così si sbloccano nuove risorse,

si consente alle innovazioni di trasformarsi in

imprese e quindi in economia, e quindi in competitività. Solo così si permette ai giovani imprenditori e aspiranti tali di disporre di

risorse di capitale, senza dover ricorrere a pre- stiti e debiti o alle cosiddette tre ‘F’ (friend, family and fool, vale a dire gli amici, i paren-

ti e gli ‘sciocchi temerari’ che mettono i loro

soldi a disposizione del giovane imprendito- re), per poter fare sbocciare le loro idee e progetti. Idee e progetti che non mancano. In Italia

negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di

giovani ricercatori che diventano imprendi- tori, che studiano da manager, che muovono i primi passi negli incubatori d’impresa, che imparano a scrivere un business plan, a pro- grammare eventi come gli elevator pitch e i seed match, le occasioni per presentarsi a venture capital, seed capital e business angel. Tra loro ci sono quelli che già registrano i primi successi sui mercati, anche internazio- nali, e anche quelli che hanno saputo attira-

re l’attenzione di imprese grandi, medie e

piccole che, in modo avveduto, hanno scelto

di sostenerli acquisendo partecipazioni nelle

start-up. Il ruolo del tessuto imprenditoriale italiano è fondamentale in questo scenario, al pari di quello degli operatori del capitale di rischio e di tutti gli attori dell’ecosistema ita- liano che supportano la nascita di start-up innovative sostenendole con strumenti non finanziari come sono i parchi scientifici, gli

incubatori, gli acceleratori d’impresa. Le imprese italiane hanno l’innovazione a

portata di mano, pronta per essere utilizzata

o quasi, devono solo cercare la start-up che

ha l’idea più adatta al loro settore di business

e investire in essa. Investimento leggero che

ha pochissimi costi fissi perché le strutture delle start-up sono ridotte al minimo e che, se

le cose dovessero andare male, non avrà con-

traccolpi sugli assetti e sul core business con- solidato di chi ha acquisito la partecipazione.

È uno scenario potenzialmente vincente per

tutti quello che ruota attorno a una più soli- da relazione tra start-up e imprese perché

porta vantaggi alle prime in termini di inno- vazione, alle seconde in termini di apertura al mercato e risorse finanziarie e manageriale, ma anche all’intero sistema Paese in termini

di crescita della competitività.

“È un fatto che l’innovazione è oggi driver essenziale per lo sviluppo della competitività del Paese e quindi anche delle piccole e medie imprese – dice Federica Guidi, vice presiden-

te e presidente dei giovani imprenditori di

Confindustria -, bisogna lavorare per innova-

re processi e prodotti puntando alla fascia alta

del valore. Le imprese medie e piccole italia- ne l’innovazione la fanno ma è ancora poco tracciata” . Iniziative come il Premio nazio- nale innovazione possono quindi avere un ruolo anche di stimolo affinché dell’innova- zione si parli di più, che venga messa in luce, valorizzata anche dal punto di vista della comunicazione con il mondo esterno: “Dob- biamo dare valore ai giovani ricercatori con le idee vincenti che in Italia non mancano – aggiunge Guidi -, creare network capaci di coinvolgere imprese consolidate, start-up e spin-off, dare vita a un contesto capace di

favorire la nascita e la crescita di nuove impre-

se innovative, con questo non intendo dire

che le start-up devono essere aiutate in tutto

perché sono loro le prime a dover dimostrare

la validità dei progetti e la capacità di operare

sui mercati, ma la rete di relazioni è fonda- mentale per non disperdere le energie e per accelerare il processo di sviluppo e innovazio- ne, e qui Confindustria gioca un ruolo

importante”. La rete può servire anche per

dare una risposta alle criticità legate alla que- stione dei finanziamenti: “I finanziamenti sono il tasto dolente – aggiunge la presiden-

te dei giovani di Confindustria – perché biso-

“I finanziamenti sono il tasto dolente – aggiunge la presiden- te dei giovani di Confindustria –
“I finanziamenti sono il tasto dolente – aggiunge la presiden- te dei giovani di Confindustria –

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:20 Pagina 7 gna rendere più flessibile l’accesso al capitale di rischio

gna rendere più flessibile l’accesso al capitale

di

rischio che a sua volta deve crescere perché

la

liquidità non manca, perché bisognerebbe

attuare politiche di defiscalizzazione degli investimenti in tecnologia e ricerca, perché bisogna fare in modo che le nuove idee trovi- no il necessario supporto finanziario nei tempi giusti. I giovani imprenditori di Confindustria in molte sedi regionali hanno

{

}

Innovare significa cambiare e per farlo bisogna sapere dove si è e dove si desidera andare. Per gestire questo processo serve un nuovo modello di governance, capace di operare in un contesto non più lineare

Ezio Andreta

attivato tavoli per facilitare la valutazione di progetti e i contatti tra i diversi attori”. Un esempio di queste iniziative è la Venture community nata per volontà dei giovani imprenditori di Assolombarda proprio per

dare vita a un’attività permanente finalizzata all’analisi e alla valutazione di idee innovative alle quali offrire occasioni di visibilità e di incontro con potenziali business partner e investitori. “Anche in Friuli Venezia Giulia e

in

Trentino esistono iniziative simili a quella

di

Assolombarda – sottolinea Guidi – ciò che

dobbiamo fare è mappare questi progetti, farli conoscere anche in altre regioni ma senza stabilire una organizzazione centraliz- zata di tali attività perché altrimenti si rischie- rebbe di inciampare nella burocrazia da un lato e di rinunciare al valore dato dalle speci- ficità locali dall’altro”. “Per portare l’innovazione sul mercato serve che i tre attori: le imprese che sono già sul mercato, la finanza che deve sostenere le start-up e i giovani imprenditori innovativi, lavorino insieme fino dal momento del ger-

moglio delle idee – dice Ezio Andreta, presi- dente dell’Agenzia della ricerca europea – . Non è sufficiente costruire una filiera serve che gli attori condividano il percorso da

una filiera serve che gli attori condividano il percorso da 7 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA
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NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA GENERAZIONE intraprendere altrimenti sul mercato i pro- getti innovativi

intraprendere altrimenti sul mercato i pro-

getti innovativi difficilmente riescono ad arrivare”. Questo approccio risulta essere vitale in un momento di forte cambiamento delle regole e degli strumenti sui quali l’eco- nomia si basa. Strumenti finanziari, fiscali, istituzionali, organizzativi, che devono esse- re profondamente rivisti per sostenere lo svi- luppo di una economia trainata dalla cono- scenza e capace di operare in un contesto dove a seguito della globalizzazione i concet- ti di tempo e spazio assumono valore nuovo rispetto al passato. Oggi in Italia solo il 7% delle imprese fa uso della conoscenza per rea- lizzare prodotti a valore aggiunto, in Europa la percentuale è di poco superiore e si ferma al 10, e questo è un paradosso considerando come in Italia, e in Europa, la produzione di conoscenza sia elevata, una miniera d’oro che è sfruttata oggi solo in minima parte. “Innovare significa cambiare e per farlo biso- gna sapere dove si è e dove si desidera anda- re – aggiunge Andreta –, per gestire questo processo serve un nuovo modello di gover- nance capace di operare in un contesto com-

plesso, e non più lineare come abbiamo fatto fino a oggi, dove l’innovazione deve essere radicale e non incrementale perché altrimen- ti non si rompe con il passato e non si va avanti. Devono cambiare le Università per

usare le loro credibilità al fine di accelerare il ruolo centrale della conoscenza, e le imprese che devono imparare la cultura della condivi- sione e quella del rischio. Bisogna puntare sulla qualità, progettare prodotti multifun- zione che integrino i servizi come sta acca- dendo con le nanotecnologie e le microtec- nologie dove stiamo imparando a compor- tarci come la natura mettendo insieme atomi

e molecole per ottenere oggi i primi prodot-

ti industriali innovativi, domani i materiali nanostrutturati e in futuro i nanosistemi che integreranno anche biotecnologie ed elettro-

nica, il tutto riducendo al minimo gli sprechi

e l’impatto ambientale. Bisogna inoltre crea-

re un sistema capace di essere attrattivo per imprese, talenti e capitali, e fare tutto il pos-

sibile per dare vita a nuove generazioni di persone, perché l’innovazione è un fenome- no sociale, e di imprese”.

sibile per dare vita a nuove generazioni di persone, perché l’innovazione è un fenome- no sociale,
sibile per dare vita a nuove generazioni di persone, perché l’innovazione è un fenome- no sociale,

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:20 Pagina 9 Il Pni arriva a Milano U no dei principali serbatoi di

Il Pni arriva a Milano

U no dei principali serbatoi di start-

up, o meglio di idee innovative cor-

redate da business plan che ne illu-

stra le potenzialità di business è il Premio nazionale innovazione (Pni). Nato nel 2003 quasi in sordina con l’ambizioso progetto di accelerare la consapevolezza da parte delle

Università italiane che l’innovazione non poteva più restare chiusa nei laboratori ma uscire e trovare la strada per trasformarsi in business, è oggi un appuntamento di respi-

ro

nazionale che coinvolge decine di atenei

di

tutto il Paese.

Il

2008 sarà una edizione fondamentale per

il

Pni perché, oltre all’avere registrato nuove

adesioni rispetto allo scorso anno, ma è que-

sta una tendenza che ha caratterizzato il Premio in tutta la sua storia fino a oggi (si veda tabella), consolida il processo di riorga- nizzazione del Premio che comprende anche

la nuova formula per la composizione della

giuria che sceglierà i migliori progetti nella finale nazionale in programma a Milano il 27 novembre 2008 e organizzata dalla Fonda- zione Politecnico di Milano. Riorganiz- zazione avviata lo scorso anno da Vincenzo Pozzolo, primo presidente del PniCube, l’as-

sociazione degli incubatori universitari italia-

ni che organizza il Pni, il quale ha lasciato

l’incarico all’inizio dell’anno passando la mano a Gianni Lorenzoni dell’Università di

Bologna. La giuria, fino al 2006, era compo- sta da esponenti delle Università che parteci- pano al Pni, un modello che ha funzionato per un po’ ma che con il crescere del Premio

e con la necessità di dare alle start-up una

ribalta più ampia, ha cambiato formula lo scorso anno quando fu deciso che doveva essere composta da professionisti della finan- za in capitale di rischio. Alla finale 2007 a Napoli in giuria c’erano rappresentanti dei venture capital, dei business angel, delle ban- che, più un esponente di Vodafone che pro- prio dalla scorsa edizione è sponsor e partner strategico del Premio nazionale innovazione

con il quale ha siglato un rapporto di colla- borazione che ha durata triennale. Non fu facile per Vincenzo Pozzolo (si veda Nova24 Review numero 5 del novembre 2007) com- piere questo importante quanto necessario cambiamento di rotta ma il mondo accade- mico ha capito e i venture capital che hanno una sensibilità certamente diversa soprattut- to in relazione alle effettive potenzialità di business di start-up e idee corredate da busi- ness plan, si sono dimostrati all’altezza sce- gliendo progetti innovativi e solidi. Non è stato facile nemmeno per Gianni Lorenzoni proseguire sulla strada tracciata da Pozzolo e ampliare la giuria anche a rappresentanti

delle imprese. Mossa fondamentale perché, come detto, il ruolo del mondo imprendito- riale italiano è essenziale per dare slancio al processo di innovazione dell’economia. Quindi alla finalissima di Milano finalmente

ci saranno anche le imprese e si auspica non

solo nella giuria, dove rappresentano il 40% dei giurati (il restante 60% sono sempre ven- ture capital, banche e business angel), ma anche tra coloro che verranno ad assistere

alla premiazione finale e a vedere le start-up

di tutta Italia che hanno superato le selezio-

ni regionali e che metteranno in mostra le loro innovazioni. “Il formato del Pni – spiega Gianni Loren- zoni, presidente di PniCube – consolida e amplia la strada che è stata tracciata negli anni scorsi rilevando la crescente partecipa- zione da parte delle Università e consideran- do la finale milanese come occasione per affermare la bontà del progetto e la relativa capacità operativa”. Il fatto che tale premia- zione avvenga per la prima volta a Milano (in precedenza si è svolta a: Bologna, Torino, Padova, Udine e Napoli) è una occasione in più per aprire alle aziende cercando quella maturità capace di portare al Premio nazio- nale innovazione ancora maggiore valore. “Il risultato più significativo che il Pni ha conquistato nelle edizioni che si sono svolte

che il Pni ha conquistato nelle edizioni che si sono svolte 9 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA
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fino a oggi – prosegue Lorenzoni – è contri- buire fortemente a creare la consapevolezza

come una sorta di capofila di gruppi di busi- ness angel industriali desiderosi di dialogare

noti (alcune indiscrezioni indicano come tra

da parte degli atenei della opportunità che offre la trasformazione della ricerca in busi- ness e su questa strada dobbiamo continuare

con le start-up per conoscere i loro progetti. “Vodafone Italia farà il capofila per il settore delle telecomunicazioni – dice Guindani – i

lavorare, soprattutto a livello locale con le start-cup regionali, per fare in modo che le idee migliori si manifestino”.

Scovare le idee negli atenei è il primo e fon-

a

e

sarà sempre più anche quello di favorire i

nomi delle altre aziende saranno presto resi

i possibili quelli di Cisco, Indesit, Siemens e Intel, ndr), l’obiettivo è abbattere le barriere

damentale passo, ma il presidente di

di

comunicazione tra imprese neonate e

PniCube guarda avanti: “Compito del Pni è

imprese medie e grandi”. Progetto importantissimo e ambizioso quel-

contatti tra le start-up e il mondo esterno, si

tratta di un lavoro che stiamo iniziando a fare e che nei piani coinvolge non solo le figure che animano il settore del capitale di rischio come i venture capital e i business angel, ma anche le medie e grandi imprese

lo di Lorenzoni che richiede anche un altro sforzo, quello che lui stesso definisce come il lavoro ‘a monte’: “se contribuire affinché le start-up possano avere maggiori occasioni di sviluppare il loro business è la missione ‘a valle’ che rappresenta la naturale evoluzione

italiane. Questa direzione è condivisa con il

del

Pni, non possiamo però distrarci dal lavo-

nostro partner strategico Vodafone Italia e in

ro

‘a monte’, quello che riguarda l’organiz-

particolare con il suo presidente Pietro Guindani e deve concretizzarsi in azioni

zazione del PniCube e del premio che è altrettanto fondamentale perché solo coin-

capaci di accelerare le relazioni tra le start-up

volgendo il tessuto imprenditoriale con la

e

il mercato”. In una intervista pubblicata da

sua

capacità di comprendere meglio il valore

Nova24 – Il Sole 24 Ore il 18 settembre

2008, Pietro Guindani ha anticipato come le

industriale dei progetti innovativi, già nei processi di selezione delle proposte si posso-

start-up che sbocciano grazie al terreno fer-

no

accorciare e irrobustire i rapporti con

tile creato dal Pni poi devono crescere e cam- minare autonomamente per affrontare il mercato e in questo processo non possono ricevere aiuti ma possono essere sostenute nell’incontrare il tessuto imprenditoriale, per questo Vodafone Italia e il Pni sono al lavo- ro per individuare grandi imprese che opera- no nei settori delle telecomunicazioni, del- l’informatica, della farmaceutica, della mec- canica e dell’automazione, che agiscano

loro”. Questo approccio è centrale nelle stra- tegie di Lorenzoni che ha iniziato a metterlo in pratica partendo dalla giuria dove si misce- lano le competenze finanziarie con quelle industriali: “Non dobbiamo dimenticare che il vero giudizio vera per le start-up è quello che arriva dal mercato – dice – quindi è importante riuscire a creare una sintesi di tutte le forze che sul mercato agiscono, per esempio mi piacerebbe coinvolgere in futuro

agiscono, per esempio mi piacerebbe coinvolgere in futuro   Le sei edizioni del Premio nazionale innovazione
 

Le sei edizioni del Premio nazionale innovazione

 

Anno

Numero Start-cup

Numero Università

Città sede della

2003

5

5

Bologna

2004

10

10

Torino

2005

12

15

Padova

2006

12

15

Udine

2007

14

36

Napoli

2008

17

42

Milano

Fonte: Pni cube

15 Padova 2006 12 15 Udine 2007 14 36 Napoli 2008 17 42 Milano Fonte: Pni

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:20 Pagina 11 un maggiore numero di responsabili della ricerca, dello sviluppo

un maggiore numero di responsabili della ricerca, dello sviluppo e dell’engineering di grandi e medie imprese”. Il coinvolgimento delle imprese è visto non solo in un’ottica di collaborazione di mercato che, come visto potrebbe portare vantaggio a tutti, ma anche

con l’idea di creare una relazione di coa- ching, quindi di collaborazione che va oltre i potenziali benefici di business ma diventa supporto manageriale, di gestione, di net- working che le grandi e medie organizzazio- ni possono offrire alle start-up emergenti.

I numeri del business

I l valore che l’esperienza del Pni ha co-

struito nelle sue cinque edizioni fino a

oggi è quantificabile: alla fine del 2007 si

contavano, 267 imprese innovative attive sul

mercato nate nelle start-cup locali (le selezio-

ni regionali che premiano le migliori idee e

progetti che poi partecipano alla finale nazio-

nale, nell’edizione 2008 ci sono 17 start-cup, comprese le nuove entrate Puglia, Sardegna e

dello Stretto di Messina, alle quali partecipa- no oltre quaranta università di tutto il Paese) che danno vita al Pni. Delle 267 imprese 14 hanno fatturato nel 2007 più di un milione

di euro, 62 più di 200mila euro e complessi-

vamente generano un fatturato superiore ai 61,5 milioni di euro dando lavoro a oltre

1400 persone. Fanno capo a queste imprese

87 brevetti registrati, 23 start-up sono parte-

cipate da un venture capital o un business angel, 37 hanno tra i soci un’impresa o un gruppo industriale. Dall’anno della sua fondazione a tutto il

2007 il Pni con gli incubatori universitari

soci del PniCube (oggi sono 28) ha erogato complessivamente oltre un milione di euro a fondo perduto a sostegno delle iniziative imprenditoriali registrando un tasso di mor- talità delle start-up attorno all’11%. Questi risultati, frutto di una ricerca commissionata dal PniCube che ha coinvolto le start-cup di Bologna, Catania, Molise, Veneto, Palermo, Perugia-Camerino, Toscana, Lombardia,

Veneto, Palermo, Perugia-Camerino, Toscana, Lombardia, 11 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA
Veneto, Palermo, Perugia-Camerino, Toscana, Lombardia, 11 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA
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PALCOSCENICO PER IDEE

Il Premio nazionale innovazione vive e si sviluppa sul territorio, all’edizione 2008 partecipano 17

start-cup che coinvolgono oltre quaranta atenei: Milano-Lombardia (Politecnico di Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università Commerciale Luigi Bocconi, Università degli Studi di Milano, Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università Carlo Cattaneo Liuc e Università degli Studi di Pavia), Bologna (Università degli Studi di Bologna), Udine-Un.is.co (Università degli Studi di Udine, Università

degli Studi del Sannio, Seconda Università degli Studi di Napoli e Scuola internazionale superio-

re di studi avanzati Sissa di Trieste), Trieste (Università degli Studi di Trieste), Napoli (Università Federico II), Veneto (Università degli Studi di Padova, Università degli Studi di Verona e Università Cà Foscari di Venezia), Piemonte (I3P Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino, 2I3T Incubatore di Imprese dell’Università degli Studi di Torino, Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro), Perugia-Camerino (Università degli Studi di Perugia e Università degli Studi di Camerino), Palermo (Università degli Studi di Palermo), Sardegna (Università degli Studi di Cagliari e Università degli Studi di Sassari), Puglia (Università degli Studi di Bari, Politecnico di Bari, Università degli Studi di Foggia, Università del Salento e Libera Università mediterranea Jean Monnet), Salerno (Università degli Studi di Salerno), Catania (Università degli Studi di Catania), Molise (Università del Molise), Toscana (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Pisa, Scuola Normale Superiore

di Pisa), dello Stretto (Università degli Studi di Messina e Università degli Studi di Reggio

Calabria), Modena-Reggio Emilia (Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia). Ogni start-cup organizza il premio regionale a Milano, per esempio, la finale della start-cup si è svolta quest’anno presso la Università Bocconi e i progetti sono stati selezionati da una giuria fatta di

venture capital e rappresentanti delle Università: ha vinto il primo premio la società Parallel tra- ding system nata in seno al Politecnico di Milano con un innovativo sistema informativo di ana-

lisi delle transazioni finanziarie in tempo reale che opera con i mercati azionari di Milano, New

York e Tokio. Con questa edizione il Pni si apre al mercato internazionale, lo fa invitando alla giornata della

finalissima esponenti di realtà attive nel sostegno alle imprese innovative in diversi Paesi europei. Saranno presenti: Guido Hillebrands, Ceo di Inno group (www.inno-group.com), società di con- sulenza con sede in Germania e uffici in altri Paesi europei che si occupa di definire strategie innovative per regioni, Stati e organizzazioni internazionali; Jean-Michel Dalle responsabile del- l’incubatore per imprese ad alta tecnologia Agoranov (www.agoranov.com) ente no-profit che gode del supporto del ministero francese della Ricerca, delle amministrazioni della città di Parigi

e della regione Ile-de-France; Tim Minshall del centro per il technology management della

Università britannica di Cambridge (www.ifm.eng.cam.ac.uk/CTM); Nava Swersky Sofer del centro per il trasferimento tecnologico Yiussum di Gerusalemme, Kjell-Håkan Närfelt di Vinnova (www.vinnova.se), l’agenzia del governo svedese per lo sviluppo del sistema dell’innovazione; e

Mark Harris, direttore per l’alta formazione e la ricerca di Intel per l’area che comprende Europa, Medio oriente e Africa. Alla giornata della finale del Premio nazionale innovazione 2008 che si svolgerà il 27 novembre presso il Politecnico di Milano e il Piccolo Teatro, interverranno oltre agli ospiti stranieri, a Federica Guidi, Giampio Bracchi, Gianni Lorenzoni e Pietro Guindani, anche il rettore del Politecnico Giulio Ballio, il sindaco di Milano Letizia Moratti, Ezio Andreta dell’Agenzia nazio- nale per l’innovazione, e poi rappresentanti del capitale di rischio come Michele Appendino, pre- sidente di Ame ventures; Giuseppe Campanella, amministratore delegato di Fondamenta Sgr e del fondo Tt venture creato da un pool di Fondazioni bancarie che comprende anche la Fondazione Cariplo; Tomaso Marzotto Caotorta, segretario generale dell’Italian business angel network (Iban), l’organizzazione nazionale dei business angel; Marco Nicolai, amministratore delegato di Finlombarda; Rodolfo Tuminiati, direttore corporate development Italia di Siemens.

A fare gli onori di casa sarà Giuseppe Serazzi, delegato del rettore per l’Acceleratore di impresa

del Politecnico di Milano e coordinatore scientifico del Premio nazionale innovazione 2008.

l’Acceleratore di impresa del Politecnico di Milano e coordinatore scientifico del Premio nazionale innovazione 2008.
l’Acceleratore di impresa del Politecnico di Milano e coordinatore scientifico del Premio nazionale innovazione 2008.

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L’URGENZA DELLA GENERAZIONE

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Piemonte, Modena e Reggio Emilia, Trieste,

e sette incubatori di impresa: AlmaCube di

Bologna, I3p del Politecnico di Torino, Start Cube di Padova, Navacchio e Piccioli di Pisa, l’Acceleratore d’impresa del Politecnico di Milano e 2I3T dell’Università di Torino, danno una visione della dimensione e delle potenzialità che il Pni è in grado di offrire a coloro che sviluppano idee innovative nei laboratori universitari e intendono imbocca- re la strada dell’imprenditore. I numeri non dicono però tutto. Per esempio non dicono che le imprese innovative nate dal Pni e dalle start-cup operano nei più diversi settori:

information technology, meccanica avanzata,

( I business angel in Italia hanno ancora un'influenza contenuta. Ma il capitale di rischio
(
I business angel in Italia hanno ancora
un'influenza contenuta. Ma il capitale di rischio
si sta attrezzando,
anche grazie al sostegno pubblico
)

automazione, tecnologie per l’ambiente e il territorio, energie alternative, elettronica, biotecnologie, tecnologie per dispositivi medicali, robotica, aerospazio. Non dicono che alcune di queste start-up oggi operano anche a livello internazionale come è per esempio il caso della milanese Neptuny e della torinese Electro power system e non dicono che PniCube, consapevole della necessità di seguire lo sviluppo di start-up e

progetti innovativi ha istituito, a partire dallo scorso anno anche il premio Start-up dell’an- no che si svolge attorno alla fine di maggio e che nella prima edizione è stato organizzato

a Torino, mentre la seconda si è svolta pres-

so l’Università di Perugina. Il premio Start- up dell’anno si propone di individuare le imprese innovative che, nate nel contesto del Pni, sono cresciute negli anni e hanno con- quistato un loro mercato, tipicamente si trat- ta di aziende che hanno tra i tre e i quattro

anni di vita. A Perugia lo scorso maggio

mercato, tipicamente si trat- ta di aziende che hanno tra i tre e i quattro anni
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mercato, tipicamente si trat- ta di aziende che hanno tra i tre e i quattro anni

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L’URGENZA DELLA GENERAZIONE

furono premiate Bmr genomics, spin-off della Università di Padova fondata nel 2004, che nel 2007 ha fatturato un milione di euro circa operando nel settore del sequenzia- mento del Dna e con lei le imprese Dream e Tethis sbocciate rispettivamente nell’incuba- tore I3p del Politecnico di Torino e nell’Università degli Studi di Milano, la prima ha sviluppato soluzioni innovative per l’industria petrolifera, mentre la seconda ha realizzato materiali nanostrutturati ed è par- tecipata da Genextra che vi ha investito 3milioni e mezzo di euro nel 2005. “Le imprese industriali che comprano inno- vazione dalle start-up sono ancora troppo poche – esordisce Giampio Bracchi, presi- dente della Fondazione Politecnico di Milano e dell’Aifi, l’Associazione italiana del venture capital e del private equity – la mag- gior parte di loro fa innovazione di tipo incrementale e solo una minima parte dispo- ne delle competenze interne necessarie per fare lo scouting di nuove idee, è uno scena- rio questo che varia molto a seconda del comparto industriale, per esempio nel setto-

re delle biotecnologie è quasi una normalità vedere le grandi e medie imprese andare alla ricerca di start-up con idee innovative”. In tale contesto il Premio nazionale innovazio- ne è occasione per il mondo della ricerca di sviluppare cultura d’impresa e di visibilità per le start-up, ma poi serve che cultura e visibilità diventino business: “dare alle start- up occasioni di business è l’aspetto più criti- co per gli incubatori universitari – aggiunge Bracchi – ma per ottenere risultati apprezza- bili serve che le stesse imprese innovative prendano qualche rischio in più, non si può per esempio puntare solo sui servizi ma bisogna guardare soprattutto ai prodotti perché solo così si costruisce la possibilità di cogliere le migliori opportunità, bisogna guardare avanti e avere forte ambizione, guardare ai mercati internazionali e non accontentarsi. Certo questo implica rischi maggiori, implica destinare almeno due o tre anni di vita al duro lavoro senza avere la certezza del successo, ma solo così si ha una possibilità di riuscita, solo così si attira l’at-

senza avere la certezza del successo, ma solo così si ha una possibilità di riuscita, solo
senza avere la certezza del successo, ma solo così si ha una possibilità di riuscita, solo
senza avere la certezza del successo, ma solo così si ha una possibilità di riuscita, solo

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:21 Pagina 15 tenzione dei venture capital”. La mancanza al fine di sostenere

tenzione dei venture capital”. La mancanza

al fine di sostenere sia il venture capital sia le

imprese innovative con investimenti diretti; degli interventi programmati dalla Cassa depositi e prestiti per un valore complessivo massimo pari a due miliardi di euro destina-

ti specificamene al sostegno delle nuove

imprese innovative, fondi che hanno già ricevuto il via libera dalle autorità del- l’Unione europea e non rischiano quindi di essere considerati come aiuti pubblici in contrasto con la normativa della Commis- sione europea; e del fondo da 86 milioni di euro nato per sostenere l’imprenditorialità innovativa nelle regioni del Meridione. Fondo, quest’ultimo, che è stato disegnato per essere alimentato da fondi pubblici e pri- vati, gestito da Società di gestione del rispar- mio (Sgr) in ottica di mercato, proprio come un normale fondo di venture capital. Questo fondo voluto dall’allora ministro per l’innovazione Lucio Stanca e poi sviluppato dal suo successore Luigi Nicolais e confer- mato dall’attuale ministro per l’Innovazione Renato Brunetta, rappresenta una delle ini- ziative più innovative dal punto di vista del modello finanziario tanto che tutti i princi-

coraggio è confermata anche dalla bassis-

sima percentuale di nuove imprese che falli-

scono: “In Italia si creano migliaia di impre-

ma poche sono quelle veramente innova-

tive nelle alte tecnologie ed è su questo fronte che bisogna lavorare puntando ai mercati globali, sviluppando prodotti com-

petitivi, dedicando tempo e risorse alla rea- lizzazione dei prototipi, cercando sul merca-

dei capitali di rischio le risorse finanziarie

necessarie. Bisogna fare imprese vere, anche tentando e ritentando, bisogna imitare i casi

successo, tradurre l’innovazione in valore

per gli investitori ancora prima che esso si

concretizzi, bisogna perfino che gli impren- ditori abbiano il coraggio un futuro di

lasciare la guida delle loro aziende se questo

rivelerà elemento fondamentale per con-

sentire loro di continuare a crescere, in sostanza bisogna puntare alla luna”. Scena- rio questo valido per gli innovatori-impren- ditori più ambiziosi ma anche le start-up che puntano su innovazioni verticali pensate per specifiche applicazioni e mercati devono essere capaci di dialogare con i potenziali partner di business, tipicamente le realtà

industriali potenzialmente interessate ai loro prodotti e soluzioni, e con quelli finanziari rivolgendosi magari più
industriali potenzialmente interessate ai loro
prodotti e soluzioni, e con quelli finanziari
rivolgendosi magari più ai business angel e
ni
ai
seed capital capaci di fornire supporto
di
finanziario, più limitato rispetto a quello
tipicamente erogato dai venture capital, ma
anche consulenza manageriale e di gestione.
è
“I
business angel in Italia sono una comuni-
ancora piuttosto piccola – spiega Bracchi
– ma stanno facendo la loro parte, così come
gli altri soggetti, in questo momento che il
capitale di rischio nel nostro Paese sta tor-
nando ad attrezzarsi. È un momento impor-
tante che potrebbe vivere una stagione di
forte sviluppo con il concretizzarsi delle ini-
ziative di origine pubblica che hanno le
potenzialità per diventare detonatori per il
settore del capitale di rischio nel nostro
Paese”. Iniziative che si concretizzano con il
fondo di finanza d’impresa da 600 milioni di
re
euro che il ministero delle Attività produtti-
ve
ha definito, con la collaborazione di Aifi,

pali operatori finanziari di fondi chiusi italia-

hanno partecipato alla gara per diventar-

ne uno dei gestori affiancando così loro risorse. La gara ha però subito una battuta

arresto a causa di una delle domande che

stata inizialmente respinta, il titolare di

tale domanda ha fatto ricorso e la cosa che ha di conseguenza bloccato l’effettiva par- tenza dell’operazione con la relativa dispo- nibilità dei fondi. Il tutto dovrebbe però sbloccarsi il prossimo 8 dicembre quando ci sarà quella che tutti si augurano la decisione definitiva sull’ammissibilità o meno della domanda al momento esclusa. È importante che questo fondo parta non solo perché così si rendono disponibili risorse finanziarie, ma anche perché è la prima volta che nel nostro Paese viene utilizzato un modello di questo

tipo e sarà assai interessante poterne valuta-

i risultati soprattutto considerando che si

è scelto di attivarlo prima per il meridione e poi, se funzionerà come ci si aspetta, allar- garne il raggio di azione a tutto il Paese.

aspetta, allar- garne il raggio di azione a tutto il Paese. 15 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA
aspetta, allar- garne il raggio di azione a tutto il Paese. 15 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA
15 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 L’URGENZA DELLA GENERAZIONE
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ANTONIO MISSIERI

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Missione da technopreneurs

Una proposta per la formazione degli scienziati che si preparano a trasformarsi in imprenditori

“I l problema di fondo è che i Paesi industrializzati in genere sfornano meno scienziati di l problema di fondo è che i Paesi industrializzati in genere sfornano meno scienziati di quelli che dovrebbero. Detto questo, alcuni, come l’America, superano il problema in

modo semplice: importano i cervelli di cui hanno bisogno. Altri, come l’Italia, fanno più fatica a importarli, anche perché offrono meno opportunità dal punto di vista accade- mico. In questo contesto, o fanno uno sfor- zo per mettersi in pari o rischiano di trovarsi indietro”. Così Gary Becker, premio Nobel per l’Economia, fotografava in maniera impietosa una delle principali criticità del nostro Paese (si veda l’intervista apparsa sul

Sole-24 Ore del 15 dicembre 2007). E non si fermava qui: “Ho paura che la struttura universitaria italiana, così rigida, così centra- lizzata, impedisca di dare sfogo a giovani brillanti… Pensi al caso di Google, nato in laboratorio a Stanford e divenuto in dieci anni un elemento dirompente per l’econo- mia mondiale. Insomma, il mito che lo scien- ziato per definizione si gode il prestigio ma non i soldi, in America non c’è più; ci sono molte porte girevoli e ci sono Nobel per la genetica che aprono aziende farmaceutiche. Sempre più, nell’economia moderna ad alto valore aggiunto, avremo scienziati imprendi- tori. Si tratta di una combinazione straordi- naria perché riduce di molto i tempi per pas- sare dalla ricerca teorica all’applicazione pra-

Leo Miglio, è professore ordinario di Fisica della Materia presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali della Università di Milano Bicocca e svolge attività di ricerca fondamentale, in collaborazione con diverse Leo Miglio istituzioni europee, nel settore delle nanostrutture di semiconduttori per microelettronica, optoelettroni- ca istituzioni europee, nel settore delle nanostrutture di semiconduttori per microelettronica, optoelettroni- ca e celle fotovoltaiche. È Coordinatore del Dottorato di Ricerche in Nanostrutture e Nanotecnologie, in consorzio con l’Università di Roma Tor Vergata, e Direttore del Centro Interuniversitario per le Nano- strutture Epitassiali su Silicio e Spintronica (L-Ness), una iniziativa congiunta di Politecnico di Milano e Università di Milano Bicocca. Da alcuni anni si occupa anche di trasferimento tecnologico e di progetti di ricerca industriale.

tecnologico e di progetti di ricerca industriale. 17 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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18 MISSIONE DA TECHNOPRENEUR S NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 18 tica. E se questo lo si può
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tica. E se questo lo si può fare in modo siste- matico, coinvolgendo migliaia di scienziati, ecco, l’intero sistema Paese ne trae beneficio. In America i canali ormai ci sono, in Italia credo di no” Che questa sia una preoccupazione diffusa negli Stati Uniti è confermato anche da un altro fatto: poco prima dell’estate, sono stato invitato - insieme ad alcuni altri colleghi pro- fessori-imprenditori o docenti ed esperti di imprenditorialità tecnologica - a una riunio- ne presso l’ambasciata americana di Roma, per discutere come incentivare la nascita di moderni imprenditori manifatturieri, analiz- zare alcuni dei progetti formativi americani e cercare di creare una rete di istituzioni uni-

versitarie italiane, che affrontino il problema con iniziative sinergiche. È chiaro, che migliori rapporti commerciali potrebbero essere sviluppati tra i due Paesi, se ci fosse un maggior tasso di imprese di dimensione e specializzazione tali da offrire e ricevere par- tnership reciproche. D’altra parte, questa analisi non è certo una novità d’Oltreoceano: anche all’interno della

comunità universitaria italiana, almeno tra i più “illuminati”, ci si è spesso domandati come sanare la dicotomia tra il grande potenziale umano prodotto dal nostro Paese, che eccelle d’inventiva nella ricerca di base e nelle arti (come credo tutti ci riconoscano), e la modesta frazione di questo che decide di dare vita ad imprese hi-tech. Circa quattro anni fa, con Alberto Quadrio Curzio, econo- mista di fama e preside della Facoltà di Scienze Politiche della Università Cattolica

di Milano, ci chiedevamo come mai il nostro

Paese fosse - solo oggi - così avaro di inven- tori-imprenditori, in grado di dar vita a

nuove imprese o addirittura a nuovi settori industriali. Senza scomodare Guglielmo

Marconi e tanto per citare due illustri laurea-

ti del Politecnico di Milano in secoli diversi:

dove sono finiti i Giovanni Battista Pirelli, che creano da un’intuizione geniale l’indu- stria della gomma in Italia, fin dalla seconda metà dell’Ottocento? Oppure i Giacomo Fauser, che inventano un processo rivoluzio- narmente efficiente per la sintesi dell’ammo-

niaca e permettono il decollo della

Montecatini (e della grande industria chimi-

ca italiana) nella prima metà del Novecento?

Se è vero che lo spirito imprenditoriale è un

dono difficilmente insegnabile, è anche vero che - potenzialmente pure oggi - ci devono essere i soggetti adatti e che tale attitudine va

in loro coltivata, soprattutto all’interno dei

corsi di formazione tecnico-scientifici. Ma questi due elementi essenziali - spirito

imprenditoriale e conoscenza puntuale dei limiti e delle opportunità che le tecnologie offrono - non si combinano più facilmente a dare l’odierno “Technopreneur”, per usare

la felice sintesi anglosassone dei due termini.

Come mai? Da un lato c’è il problema del nostro sistema formativo superiore, così focalizzato sugli aspetti più accademici della scienza, anche perchè l’esperienza d’impresa – diretta o

indiretta - è estranea alla stragrande maggio- ranza del corpo docente. Non è sufficiente prevedere per legge che gli studenti delle Facoltà di Scienze possano seguire un corso

di Economia (fatto per gli economisti), quale

materia aggiuntiva al proprio curriculum di studi. Come riportato poco sopra da Becker,

è l’esempio di un professore inventore-

imprenditore che motiva veramente gli stu- denti e che insegna loro come coniugare l’aspetto tecnico e quello di management nella visione organica di un progetto d’inno- vazione industriale. Come e quando farlo, dentro o fuori dei piani didattici esistenti, in tutti o solo in pochi selezionati Atenei, è un problema minore rispetto a quello di trovare un numero sufficiente di questi “esemplari”. D’altra parte, se è vero che poca “Impresa” è riuscita ad entrare nei curricula formativi (a differenza di “Inglese” e “Internet”, che ormai sono un patrimonio comune di molti giovani), c’è da dire che l’attitudine sociale dei ragazzi occidentali è - mai come ora - distante dallo spirito di rischio e di sacrificio

che la vocazione imprenditoriale presuppo- ne. Lo scorso anno ho partecipato alla pre- sentazione dell’interessante studio dell’Isti- tuto Iard, “Valori e fiducia tra i giovani ita- liani”, patrocinato dal precedente Ministero

studio dell’Isti - tuto Iard, “Valori e fiducia tra i giovani ita- liani”, patrocinato dal precedente
studio dell’Isti - tuto Iard, “Valori e fiducia tra i giovani ita- liani”, patrocinato dal precedente

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{
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delle Politiche giovanili e organizzato dal collega Antonio de Lillo, sociologo della mia Università di Milano Bicocca. Bene, emerge – sorprendentemente - da questa indagine, che la massima fiducia dei ragazzi è riposta negli scienziati e negli atleti, “faticatori” per eccellenza, che rappresentano sicuramente il prototipo dell’individuo che investe nel pro- prio futuro e crede nel giudizio di merito. Ma, con un certo disappunto di Giovanna Melandri, l’allora ministro che presiedeva la conferenza stampa, sia io (come ricercatore), che Yuri Chechi (come atleta) osservavamo che a tanta fiducia corrispondeva poca o nes- suna predisposizione alla emulazione. Nonostante la politica, la televisione e le banche risultino contendersi, in questo stu- dio, gli ultimi posti in fatto di fiducia, la stra-

Sempre più, nell'economia moderna ad alto valore aggiunto, avremo scienziati imprenditori. È una combinazione straordinaria che riduce i tempi per arrivare all'applicazione pratica:

l'intero sistema Paese ne trae beneficio

Gary Becker

}

grande maggioranza dei giovani preferisce le vie corte al successo economico, iscrivendosi

ai corsi di Scienza delle Comunicazioni, di

Giurisprudenza e di Economia. Che alla base

di questo atteggiamento, il cosiddetto “pre-

sentismo”, come analizzato da diverse altre indagini sociologiche, ci sia la paura del futu-

ro e l’incertezza su quali saranno le compe-

tenze richieste da una società, che troppo rapidamente evolve i propri valori, è innega-

bile. Ma anche una parte importante la gioca

la martellante pubblicità volta alla esaltazio-

ne del “carpe diem”, banalizzato al “life is now” e altri similari. Fatto sta, che questo atteggiamento è una mina formidabile alla base degli sforzi per formare una classe diri- gente imprenditoriale, specie nel settore high-tech. È un disvalore che azzera la pro-

pensione al rischio calcolato sulla propria

azzera la pro- pensione al rischio calcolato sulla propria 19 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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20 MISSIONE DA TECHNOPRENEUR S NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 pelle (pochissimi studenti usufruiscono dei prestiti

pelle (pochissimi studenti usufruiscono dei prestiti d’onore), impedisce una analisi fred-

da di quale futuro ci attende (e di quali biso-

gni i consumatori avranno bisogno), disin- centiva a intraprendere – ora - un duro cam- mino di studio che - un domani - darà, forse, dei frutti eccezionalmente ricchi. Forse, se sarò bravo e fortunato. Contro questa attitudine c’è poco da fare, se non mostrare con esempi concreti che le pro-

babilità di successo non sono poi così poche, che si può prevedere in cosa investire il pro- prio tempo e che, in definitiva, il futuro non

è una lotteria, ma un percorso che possiamo

costruirci. Per creare un ciclo virtuoso che si

autoalimenti – esempi che stimolino altri esempi – non basta “lavorare di comunicazio- ne”, dobbiamo anzitutto migliorare gli sforzi

per formare questa tipologia di tecno-

imprenditori, senza aspettare che nascano per incanto come i funghi. Come farlo? In questi ultimi tre anni, un rappresentativo gruppo di colleghi delle università lombarde ha, con me, studiato il problema e cominciato a spe- rimentare alcune proposte. Di tale progetto, sostenuto dalla Camera di Commercio di Como e dalla Associazione UniverComo, parlerò più diffusamente nella seconda parte

di questo articolo. Ma la didattica non sareb-

be sufficiente per creare i Technopreneurs con le loro aziende, se non ci fossero anche le altre condizioni che ne permettono la cresci- ta. Di questo ci occuperemo prima, analiz- zando anche i meccanismi classici (poco effi- caci in Italia) attraverso i quali si sviluppa nor- malmente l’innovazione tecnologica.

Meccanismi d’innovazione

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I l meccanismo più efficiente attraverso il

quale – storicamente - si è sviluppata l’in-

novazione radicale, quella che modifica i

comportamenti sociali, o che permette la

nascita di nuovi settori industriali, comporta

la presenza di grandi imprese strutturate. Per

tutto il Novecento, queste aziende di respiro

internazionale hanno fatto della ottima ricer-

ca applicata all’interno dei propri laboratori,

a volte - come nel caso dei Bell Labs (ora

Alcatel-Lucent Laboratories), o quelli della

Ibm, tanto per citare il settore delle Ict che

mi è più familiare - addirittura della ricerca di

base. Tuttavia, come spiegato molto chiara- mente in una conferenza di Norman N. Augustin, ex presidente e amministratore delegato della Lockheed Martin Corporation

ed ex Sottosegretario alla Difesa degli Usa,

tenuta nell’aprile 2005 alla Associazione delle Università Americane, questo paradig- ma non può più essere valido, neppure nel

loro Paese. La ricerca, anche quella applicata,

è diventa oramai troppo costosa (capital

intensive, si dice ora), vuoi per la sofisticazio-

ne dei prodotti (a cui le nanotecnologie hanno contribuito molto) e vuoi perché le

soluzioni tecnologiche più semplici sono già state sfruttate e ora rimangono solo quelle più complesse, che richiedono massicce dosi

di tempo e di risorse. Anche l’occasione di

incappare fortuitamente in qualcosa di vera- mente interessante, che risulti applicabile all’interno del proprio core-business, è ormai

piuttosto rara. Per queste ragioni, a parte le sempre fre- quenti joint-venture industriali, per lo svilup-

po di piattaforme tecnologiche comuni, la via

indicata da Augustine è il trasferimento della

ricerca esplorativa alle università e il finanzia- mento pubblico della stessa. Di per sé, non si tratta di un semplice scaricabarile, stante che industrie sane, che sfruttassero la ricerca pro- dotta in centri di ricerca pubblici, paghereb- bero non solo i relativi diritti industriali, ma anche la quota aggiuntiva delle tasse per i proventi connessi, che a loro volta dovrebbe essere miratamente adoperata per finanziare

la ricerca, anche quella di base. Un esempio

che a loro volta dovrebbe essere miratamente adoperata per finanziare la ricerca, anche quella di base.
che a loro volta dovrebbe essere miratamente adoperata per finanziare la ricerca, anche quella di base.

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:21 Pagina 21 di investimento pubblico di questo tipo è la grande iniziativa

di investimento pubblico di questo tipo è la

grande iniziativa sulle nanotecnologie, lan-

ciata dall’Amministrazione Clinton diversi

anni fa. Questo è purtroppo un ciclo virtuo-

so di cui non si è ancora capita l’importanza

nel nostro Paese. Per venire a una situazione a noi più vicina, anche l’innovazione incrementale e l’otti- mizzazione di processi e di prodotti è stata - per tutto il Novecento - sostenuta (indiretta- mente) dalle grandi imprese: la nascita di spin-off industriali, o di vere e proprie new company specializzate in un processo tecno-

logico, è spesso avvenuta attraverso il distac- co di un manager o di un tecnico, che si accorge di come egli stesso possa realizzare - meglio o a minor costo - un certo prodotto,

se portato all’esterno della azienda madre. Si

rendono così possibili degli accordi vantag- giosi con quest’ultima, che diventa fornitrice

o principale cliente della nuova impresa, aiu-

tandola nella fase critica del decollo. Il pro- blema odierno del nostro Paese sta nel fatto che queste aziende-scuola sono quasi total- mente scomparse e che quelle poche esisten-

ti hanno subito una progressiva finanziariz-

zazione, distaccandosi sempre di più dai pro-

blemi tecnologici relativi ai propri processi.

E le Pmi? Anch’esse possono e debbono fare

della innovazione significativa, in alcuni casi nascendo esse stesse da una idea fortunata.

Esistono due percorsi ideali attraverso i quali coniugare le competenze tecniche e quelle imprenditoriali, che risiedono normalmente

in persone e ambienti diversi. Analizziamo

anzitutto il primo, che è il più diffuso nel nostro Paese e lasciamo il secondo alla seguente sezione dedicata agli spin-off uni- versitari. Esso origina da una piccola o media impresa che vuole realizzare un proprio progetto, basato sulla constatazione che esiste un biso- gno di consumo, oppure che esiste una opportunità economicamente interessante di modifica del proprio processo di lavorazione. In questo caso, l’impresa si rivolge alle Università o a degli esperti (anche indicati dai fornitori o dai broker tecnologici), che la aiutino a mettere a punto una soluzione.

Purtroppo la fase di sviluppo è spesso diffici- le e onerosa in diversi termini: ammesso di trovare le competenze giuste, anche in rela- zione ai processi industriali coinvolti (non sempre queste tecnologie sono residenti nei laboratori universitari, soprattutto in ragione dei costi di manutenzione), l’impiego del tempo-uomo, delle strumentazioni analiti- che, delle attrezzature e dei materiali neces- sari allo realizzazione di un prototipo, la disponibilità di un luogo opportuno dove

svolgere queste attività (spesso l’azienda stes-

sa non è in grado di fornirlo, per le specifiche richieste o per ragioni logistiche) comporta- no somme non trascurabili, dell’ordine delle

parecchie centinaia di migliaia di Euro. La Pmi non è quasi mai in grado di sostenere con le sole proprie forze questa fase esplora- tiva e purtroppo i finanziamenti a fondo per- duto di origine pubblica o di seed money privato sono troppo scarsi e saltuari: com- plessi nei processi di attivazione i primi, poco propensi a coprire un puro rischio tecnologi- co i secondi. La terna indispensabile di capitale umano competente, flessibili strumenti finanziari e luoghi opportunamente infrastrutturati per sviluppare innovazione (come i Parchi scien- tifici e tecnologici) è un punto essenziale che va recepito dal sistema-Paese: se manca uno solo di questi elementi, l’impresa non è in grado di innovare efficacemente. Le univer- sità e i centri del Cnr sono potenzialmente in grado di fornire sin da ora una soluzione, se addivenissero alla conclusione che alcuni progetti possono essere sviluppati insieme alla impresa, in termini di rischi (e benefici) condivisi. Essi potrebbero fornire competen- ze, strumentazioni analitiche e spazi come investimento nel progetto, riducendo drasti- camente il bisogno di finanziamento e lasciando all’azienda gli oneri di attrezzatu- re, materiali e personale tecnico dedicato. Ovviamente - in cambio - l’ente pubblico (e

i suoi ricercatori!) riceverebbero i ritorni

economici in termini di royalties o di parte- cipazione agli utili generati da quanto trova- to, lasciando però libera l’impresa di gestire lo sfruttamento industriale dello stesso, nel

di gestire lo sfruttamento industriale dello stesso, nel 21 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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modo più consono alle regole del mercato

del mondo, anche perché il governo olande-

(alle quali l’università è estranea per vocazio-

se

stacca un assegno annuale di due milioni

ne

e cultura). Il mio ateneo sta già realizzan-

risultati diranno se sia una strada praticamen-

di

euro per pagarne i puri costi di consumo e

do un progetto pilota nel settore dei nuovi materiali fotovoltaici su questo schema e i

le aziende produttrici di strumentazioni fanno a gara per regalare i loro ultimi model- li, sapendo di poter così disporre della

te

percorribile o meno.

migliore show-room per i propri acquirenti

Ma il vero problema che rimane è la limitata disponibilità di risorse e di tecnologie che le università e i centri di ricerca italiani posseg- gono. Se le competenze accademiche sono più che buone, quelle puramente tecnologi- che soffrono la mancanza di laboratori attrezzati allo stato dell’arte, in cui possano operare i ricercatori, ma anche e soprattutto quei tecnici che sono indispensabili alla manutenzione delle attrezzature. Si pensi che Dipartimento di Ingegneria microelet- tronica della Università di Delft possiede il laboratorio accademico (la “camera bianca”, per chi è del settore) più grande e attrezzato

industriali. Il pieno mantenimento anche di uno solo di questi centri per ognuna delle tecnologie più costose è un interesse nazio- nale, perché agisce da laboratorio-scuola per tutto il personale che - direttamente o indi- rettamente - parteciperà allo sviluppo di vera innovazione industriale. Questa è una lezio- ne per i nostri Governi, ma anche per il per- sonale della ricerca, che sempre si è opposto alla concentrazione delle risorse in siti di eccellenza: se l’Austria condensa la propria ricerca sui semiconduttori in due sedi univer- sitarie, perché l’Italia non può farlo in non più di quattro?

perché l’Italia non può farlo in non più di quattro? 22 Il limite dello spin-off I
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Il limite dello spin-off

I l secondo percorso attraverso il quale si

crea innovazione (e nuove aziende) high-

tech è quello che origina dalle idee pro-

dotte spontaneamente nelle università e nei centri di ricerca. Ad un certo momento, in maniera fortuita (“serendipitosa”, direbbero gli esperti di filosofia della scienza), ci si

accorge che il risultato scientifico del lavoro

di diversi anni permette la messa a punto di

un nuovo prodotto o di un nuovo processo, per il quale potrebbe esistere un bisogno di consumo. Spesso (negli Usa, ma anche in Inghilterra, meno frequentemente in Italia) il ricercatore decide di dar vita a uno spin-off universitario e va alla ricerca di partner per finanziarlo e fornire il necessario manage- ment. Tuttavia, questo meccanismo ideale, chiamato modello lineare d’innovazione (nella versione Technology Push), comporta diversi problemi e rappresenta purtroppo un contributo marginale al sistema industriale di

un Paese. Già nella seconda metà del secolo scorso, Eric von Hippel, pioniere della Scienza dei materiali e capo del Innovation and Entrepreneuship Group del Mit di Boston, confutava la significatività di questo approccio “serendipitoso” alla risoluzione dei bisogni complessi della società moderna, rilevando come la maggior parte delle inno- vazioni fossero state invece sviluppate dai bisogni dei consumatori (market pull) o per- fino costruite dagli stessi consumatori (come

il sistema operativo Linux, alternativo a quel-

lo Microsoft, sviluppato dagli utenti stessi).

Tuttavia, il principale problema italiano sta nella dimensione fisiologicamente nana e nella fragilissima crescita di questi spin-off universitari, come segnalano i risultati di un censimento della prestigiosa Scuola Sant’Anna di Pisa (si veda Il Sole-24 Ore del 24 giugno 2007), che rileva solo il 10% di essi essere pronto ad entrare sul mercato. Le

Pisa (si veda Il Sole-24 Ore del 24 giugno 2007), che rileva solo il 10% di
Pisa (si veda Il Sole-24 Ore del 24 giugno 2007), che rileva solo il 10% di

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MISSIONE DA TECHNOPRENEURS

origini di questo nanismo sono diverse, molto spesso consistono nella scelta del set- tore merceologico a cui si indirizza l’inven- zione del ricercatore, che è troppo frequen- temente quello degli strumenti da laborato- rio o quello dei prodotti informatici sofisti- cati (il 30% degli spin-off secondo l’analisi della Scuola Sant’Anna), per ovvia compe- tenza da un lato e per scarsa sensibilità indu- striale dall’altro. Questi sono settori di nic- chia, che non garantiscono il raggiungimen- to delle dimensioni minime, che permetto- no alla azienda di superare i momenti di crisi. Un’altra causa, come indicato da Becker, è quella della permanente vocazione alla ricerca scientifica di chi ha dato vita alla impresa, il quale non si decide a compiere il salto dimensionale che lo porterebbe ad occuparsi pienamente e solamente della

gestione d’impresa, ne’ a cercare – spesso per gelosia della propria creatura - un ade- guato socio che svolga le funzioni di ammi- nistratore delegato. Il punto è che non è facile convertire ad imprenditore uno scienziato senior e che bisognerebbe invece formare fin dall’inizio un vero manager tecnologico, che non abbia aspirazioni di carriera accademica. Vediamo quali sarebbero i requisiti, che spesso manca- no ai professori-imprenditori italiani, prove- nienti da una carriera accademica. Bene, il primo requisito è umano, se no non

professori-imprenditori italiani, prove- nienti da una carriera accademica. Bene, il primo requisito è umano, se no
professori-imprenditori italiani, prove- nienti da una carriera accademica. Bene, il primo requisito è umano, se no

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capiremmo come mai tante piccole imprese prosperano sotto la guida di persone senza una formazione scientifica avanzata, ma molto determinate. Bisogna credere forte- mente nella propria idea, esserne un po’

innamorati (e cercare soci che lo siano altret- tanto), dedicare al progetto non i ritagli, ma quasi tutto il proprio tempo; contempora- neamente, bisogna essere oggettivi nel valu- tare le chanche tecnologiche e di mercato del proprio prodotto, le qualità dei collaborato-

ri

(o dei potenziali soci) e i ragionevoli ritor-

ni

economici che chiunque ci aiuti si aspetta

di

avere. Di più: si deve essere così distaccati

da

valutare anche quando sia un bene per la

propria impresa uscirne, vendendola o tra- sformandola. Sembrano banalità e in effetti questo mix di passione e ragione è quello che

( Bisogna credere nella propria idea. ) Ma poi è necessario muoversi in maniera corretta,
(
Bisogna credere nella propria idea.
)
Ma poi è necessario muoversi in maniera corretta,
supportati da un sistema e un metodo adeguati.

si dovrebbe adoperare in tutte le cose, matri- monio compreso. Come nel matrimonio, appunto, questa scelta modifica profonda- mente la nostra vita e le nostre priorità: non

si può fare gli imprenditori e i gli scienziati

allo stesso tempo. Questo non vuol dire, ovviamente, che anche un professore non

possa continuare a essere il “consulente tec- nologico” dell’azienda che ha fatto nascere grazie alle sue ricerche e che non abbia dei ritorni economici in termini di royalties sul brevetto o di partecipazione agli utili del- l’impresa. Ma il management della stessa, compreso forse il chief technology officer, deve essere completamente dedicato.

Il secondo requisito è di carattere sociale,

anzi globale, e spiega come mai i veri imprenditori e i professori universitari sem-

brino muoversi in due universi temporali

globale, e spiega come mai i veri imprenditori e i professori universitari sem- brino muoversi in

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diversi. Le migliori innovazioni sono il frut- to congiunto di un “humus” tecnologico che ha raggiunto la sua maturità (technology push…) e della esigenza sociale ed economi- ca di nuovi prodotti (market pull…). Quando ciò accade, si nota – storicamente - che la stessa invenzione nasce in posti diver- si, contemporaneamente e indipendente- mente, per la prima ragione e ha rapidamen- te successo, per la seconda (come magistral- mente spiegato nell’originale e prezioso volume “L’invenzione: come nascono e si sviluppano le idee” di Norbert Wiener, anche padre della cibernetica). Questo vuol dire che i tempi su cui muoversi per battere i potenziali concorrenti (il time-to-market, per intenderci) sono brevissimi e la odierna globalizzazione dovuta alle Ict ha reso ancor più parossistica la corsa ad arrivare per primi e quasi maniacale la richiesta di protezione sulle proprie idee. Chi, come i ricercatori, è formato per trovare la miglior soluzione a problemi complessi, indipendentemente dal fattore tempo, fatica molto a comprendere i ricercatori, è formato per trovare la miglior soluzione a che questo è invece il punto che questo è invece il punto critico. È pur vero che anche gli scienziati odierni sono in competizione globale - con le stesse regole - nel pubblicare per primi e assicurarsi un mer- cato di lettori ed estimatori. Già, ma nel loro caso, se battuti sul tempo da un collega che pubblica per primo un risultato scientifico, si arrovellano rapidamente per trovarne un altro su cui rifarsi. La differenza è che l’im- piego di risorse umane, finanziarie, di tempo per saltare da un progetto d’impresa a un’al- tro non è paragonabile. Infatti, si possono pubblicare dieci lavori fondamentali nella propria vita, difficilmente si possono creare dieci imprese di successo. Terza e ultima condizione è di carattere metodologico e qui cade la maggior parte dei professori-imprenditori, non supportati da un buon servizio di trasferimento tecno- logico (che alcune università italiane comin- ciano ad avere). La sequenza che porta alla creazione di un nuovo prodotto passa per almeno tre stadi, ognuno con i suoi attori: il primo è un progetto di ricerca applicata che permette di realizzare la proof of concept,

cioè la prova che il nucleo tecnologico del- l’idea funziona, e di depositare un primo brevetto “di bandiera”; il secondo è un pro- getto industriale per la realizzazione di un prototipo di sistema funzionante (ingegne- rizzazione, scale-up e consimili), che mette in grado di valutarne la competitività (di efficienza e di costi) rispetto a quelli esisten- ti e di conferire il vero valore economico al brevetto (possibilmente completato ed este- so); nel terzo stadio, dopo la redazione di un business model e poi di un business plan, avviene la messa in opera della struttura pro- duttiva in proprio (ovviamente con dei finanziatori), oppure la ricerca di partner industriali con cui condividere la realizza- zione della start-up, oppure la cessione a una azienda del settore dei diritti industriali relativi al brevetto. La prima fase può essere sviluppata solo dai ricercatori, in parallelo ad altre attività di ricerca, con le risorse a dispo- sizione in università, anche all’interno di progetti finanziati da enti pubblici o fonda- zioni; ma richiede una visione strategica al momento del deposito del brevetto (un consulente esterno all’università, di solito) in modo da analizzare con cura i brevetti esistenti, evitare sovrapposizioni e non limi- tare gli sviluppi industriali futuri; la seconda fase richiede invece la costituzione di un team completamente dedicato, con un pro- ject manager di mentalità industriale, che controlli gli stati di avanzamento del proto- tipo, sviluppi le partnership necessarie alla realizzazione delle diverse parti del sistema ingegnerizzato, valutando anche le diverse soluzioni percorribili in relazione ai costi industriali. La terza e ultima fase richiede comunque una competenza di puramente economica, per stilare il business plan, da presentare a chi acquista licenza di produ- zione o a chi vuole finanziare la costituzio- ne di una start-up. Insomma, il raccordo tra la parte tecnica e quella imprenditoriale richiede una figura che parli entrambi i linguaggi e raccolga le diverse competenze, che progressivamente si rendono necessarie: una nuova figura di imprenditore.

si rendono necessarie: una nuova figura di imprenditore. 25 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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Un imprenditore nuovo

Q uello di cui avremmo bisogno anche in Italia è quindi – come detto da Becker - di imprenditori-inventori,

capaci di concepire e industrializzare innova- zione, come lo hanno fatto nel Novecento i laureati del Politecnico di Milano, dando un contributo decisivo allo sviluppo e alla pro- sperità del sistema manifatturiero del nostro Paese. Ma il problema è più difficile di quan- to sembri e le soluzioni del passato non sono semplicemente traslabili al presente. Infatti, le frontiere della tecnologia e la complessità del management d’impresa sono così avanza- te, che solo pochi settori industriali si preste- rebbero a riunire nella sola persona dell’im- prenditore-inventore le qualità tecniche e gestionali di livello adeguato a reggere la competizione globale. Possiamo quindi - nella maggior parte dei casi – cercar di alle- vare una nuova classe di Technopreneurs, che avendo una formazione primaria di tipo

tecnico-scientifico, ma anche una successivo training intensivo al managment d’impresa, possano stabilire un rapporto intenso e frut- tuoso con i ricercatori e recuperare soluzioni brillanti alle esigenze del mercato. È eviden- te, infatti, che la creatività di un imprendito- re moderno non possa prescindere dalla conoscenza dei limiti e delle opportunità connesse con la tecnologia di cui si vuole ser- vire: l’idea d’innovazione industriale deve nascere (ben fondata) dalla testa dell’impren- ditore, non in quella del suo capo-tecnico, ne’ in quella del ricercatore che gli fornirà il supporto scientifico per la sua realizzazione. Per avvalorare la tesi che un tale figura possa essere appropriata anche alla situazione delle industrie artigiane italiane, basta considerare l’interessante parallelismo tra i fattori di suc- cesso di uno studio di architettura moderna e quello di una piccola impresa tecnologica. In entrambi i casi è centrale l’innovazione, declinata come frutto della creatività: l’azien- da è concepita quindi come un atelier, dove fantasia e tecnica si incontrano. Una impor-

tante lezione che ci viene dai grandi protago- nisti della architettura odierna è che bisogna impossessarsi spietatamente della tecnica per liberare fino in fondo la propria creatività. Pensiamo, ad esempio, al giovane Renzo Piano che concepì l’ardito progetto del Centro Pompidou di Parigi con travi metal- liche di campata impensabile per un architet- to digiuno delle moderne tecniche metallur- giche. Solo dalla intesa profonda tra impren- ditore e ricercatore, o se si vuole tra l’archi- tetto e l’ingegnere, trova realizzazione una innovazione, che contribuisce a costituire il portafoglio brevettuale dell’impresa, vero capitale della azienda. In fondo, redigere un business plan di un prodotto è come progettare una opera archi- tettonica: convincere l’investitore è come convincere il committente della qualità (tec- nica e funzionale) della propria idea. Terminato un progetto si è pronti ad intra- prenderne un altro, acquisendo magari nuove tecnologie e partner scientifici, che ne permettono la realizzazione. In questo modo l’impresa allarga il proprio portafoglio brevetti, cresce e si proietta in una dimensio- ne dinamica, che è l’obiettivo naturale di molte nostre Pmi. Ormai, il ciclo di vita di un prodotto è ben più breve del periodo di attività di un imprenditore e il cambio dal vecchio al nuovo, anche al di fuori del pro- prio core-business consolidato, è una situa- zione che si deve poter ripetere alcune volte. È come il cambio di cavallo alla stazione del pony-express nell’epopea del West, così ben colto nel famoso dipinto di Remington: si cambia al volo il cavallo stanco per quello fresco, ma il cavaliere rimane lo stesso. Questo paradigma con i grandi atelier ci dice anche che la giusta dimensione aziendale non potrà più essere quella della nano- impresa, con un solo imprenditore tuttofare e pochi fedelissimi. Anche per le Pmi la strut- turazione dei compiti ai livelli più alti dovrà essere chiara e se imprenditore è il riferimen-

per le Pmi la strut- turazione dei compiti ai livelli più alti dovrà essere chiara e
per le Pmi la strut- turazione dei compiti ai livelli più alti dovrà essere chiara e

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:21 Pagina 27 to esecutivo, la responsabilità delle decisioni

to

esecutivo, la responsabilità delle decisioni

raggiungere quel livello di conoscenze che

tecnologiche e di quelle finanziarie è bene

possiede chi ha frequentato un intero corso

che stiano in capo a due suoi pari. Infine, se

di

studi economici, ma esso sarà sufficiente

occorrerà acquisire una nuova tecnologia e

ad

indirizzare le proprie azioni e a permette-

questa dovrà essere ricercata presso dei labo-

re

un approfondimento individuale nei casi

ratori o imprese straniere, nulla di male ad avere una compagine aziendale (e un lin-

specifici. Tale doppia sfida è il punto critico di un

guaggio) internazionale e mutabile nel

ambizioso progetto che voglia re-indirizzare

tempo.

lo

sbocco occupazionale dei laureati scientifi-

Per far acquisire queste sensibilità a un gio-

ci

verso la carriera imprenditoriale, differen-

vane imprenditore bisogna partire da una buona formazione scientifica universitaria e

ziandosi così dai corsi di Master in Business Administration (Mba), che qualificate univer-

poi colmare il gap tecnologico, che tuttora esiste nel nostro Paese, tra il sapere accade-

sità italiane già propongono a chi abbia una qualche esperienza d’impresa e nessuna

mico e il saper fare allo stato dell’arte di una determinata tecnologia. Contemporanea- mente, bisognerà anche formare quelle capa- cità di managment, che sono normalmente assenti nei laureati di materie scientifiche: i

necessità di formazione tecnologica. Per que- sto, con diversi colleghi delle università lom- barde abbiamo ritenuto utile avviare un meti- coloso studio di fattibilità, che presenterò nella parte finale di questo saggio. Una cosa

concetti base del mondo economico, le tec-

è

comunque certa: il nuovo imprenditore

niche gestionali, le strategie aziendali e le abilità individuali di cui un imprenditore non

non potrà più essere una persona che ha dovuto limitare i propri studi per immergersi

può fare a meno. Non si potrà ovviamente

precocemente nel lavoro d’azienda.

L’esperienza di Como

L a Camera di Commercio di Como, d’intesa con le associazioni di catego- ria, alcuni istituti di credito e gli enti

del territorio, sta guidando un processo di

rivitalizzazione del tessuto industriale, che ben tiene presenti i tre elementi contempora- neamente indispensabili per lo sviluppo d’in- novazione. Attraverso una finanziaria apposi- tamente costituita, SviluppoComo Spa, sta mettendo a punto dei flessibili strumenti finanziari per incoraggiare progetti di inno- vazione industriale e sta realizzando, con il contributo anche della Fondazione Cariplo, un parco scientifico e tecnologico, destinato

a

fornire il luogo infrastrutturato dove poter-

li

compiere. A questi due elementi, la Cciaa

di

Como ha aggiunto anche - in comparteci-

pazione con UniverComo, che è una associa- zione destinata a sostenere le iniziative for-

mative e di ricerca sul territorio - lo studio di fattibilità e le prime sperimentazioni per la creazione di quel capitale umano di techno- preneurs, che deve essere il protagonista della innovazione sul territorio.

A

questo fine abbiamo costituito un gruppo

di

lavoro che, oltre a me stesso, ha compreso

i seguenti colleghi, studiosi di innovazione industriale delle università lombarde: Stefano Breschi e Alberto Grando (Università Bocconi), Vittorio Chiesa e Marco Garetti (Politecnico di Milano), Mario Maggioni (Università Cattolica di Milano), Antonella Zucchella (Università di Pavia) Alberto Silvani (Università Statale di Milano) e Francesco Silva (Università Milano Bicocca). Con la consulenza di molti diversi esperti delle varie tecnologie e dei colleghi Andrea Bonaccorsi (Università di Pisa) e Vanni

dei colleghi Andrea Bonaccorsi (Università di Pisa) e Vanni 27 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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28 MISSIONE DA TECHNOPRENEUR S NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 28 Codeluppi (Iulm Milano), questo gruppo ha lavorato
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Codeluppi (Iulm Milano), questo gruppo ha lavorato per quasi tre anni, dalla fine del 2005 fino ad oggi, con obiettivo di concepi- re e realizzare un percorso di Master univer- sitario di secondo livello, dedicato a laureati specialistici di discipline tecnico-scientifiche, che vogliano formarsi alla imprenditorialità e approfondire una tecnologia, in funzione di una specifica applicazione. In effetti, la realizzazione di un Master postlaurea per creare tecno-imprenditori risponderebbe non solo a una lata esigenza

Il raccordo tra la parte tecnica e quella imprenditoriale richiede una figura che parli entrambi i linguaggi

e raccolga le diverse competenze che si rendono necessarie: una nuova figura di imprenditore

nazionale, ma anche a un preciso disegno ter- ritoriale, volto a realizzare nuove Pmi tecno-

logiche, attraendo capitale umano e compe- tenze da bacini lontani. In questo modo, il naturale declino dei distretti fondati su tecno- logie obsolete, o soggetti alla pressione com- petitiva di aree a minor costo di produzione, potrebbe essere controbilanciato dalla ristrut- turazione di complessi industriali esistenti, iniettandovi idee e competenze nuove. Inoltre, la possibilità di concepire una scelta universitaria di orientamento scientifico non meramente in funzione di un lavoro dipen- dente potrebbe attrarre quella notevole por- zione di studenti, che considera limitante e non idonea alle proprie inclinazioni una tale prospettiva di vita: si contribuirebbe così ad aumentare il numero di allievi delle facoltà scientifiche, recentemente molto sofferenti per la scarsità di iscrizioni. Viene da chieder- si quanti studenti avrebbero le congestionate facoltà di giurisprudenza, se i giovani pensas- sero che gli unici sbocchi di lavoro fossero nella Pubblica Amministrazione. Un’altra importante motivazione di questo studio è stata la aspirazione a concepire un

nella Pubblica Amministrazione. Un’altra importante motivazione di questo studio è stata la aspirazione a concepire un
nella Pubblica Amministrazione. Un’altra importante motivazione di questo studio è stata la aspirazione a concepire un

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:21 Pagina 29 esempio di alta formazione postlaurea, che garantisca la

esempio di alta formazione postlaurea, che garantisca la creazione di una classe dirigente all’altezza dei tempi. Nella comprensibile esi- genza di migliorare il livello della istruzione diffusa e di permettere il conseguimento del titolo al maggior numero di studenti, le uni- versità sono state obbligate (tramite la cosid- detta riforma del 3+2) ad allentare l’attenzio- ne sulla selezione e la formazione degli stu- denti più motivati e capaci: una pericolosa

deriva che alimenta la fuga dei migliori laurea-

ti verso Paesi dove maggiori opportunità sono

offerte alla loro realizzazione professionale. È

evidente come un percorso formativo innova- tivo, interdisciplinare e flessibile nell’adattarsi alle aspirazioni industriali dei diversi studenti non possa essere realizzato da un solo ateneo, che difficilmente potrebbe fornire tutte le competenze richieste. Per tale ragione, il team che ha contribuito allo studio è stato formato da docenti provenienti da svariate università. In questo senso, un ultimo e importante punto di forza di questo progetto è stato il proposito di far cooperare in modo paritetico

sinergico le forze presenti nei diversi atenei lombardi, mirando ad un titolo riconosciuto da tutti e pienamente competitivo nel conte- sto europeo. Sotto questo profilo, la colloca- zione dell’iniziativa a Como, appoggiata pres- so un Consorzio per l’Alta Formazione, appo-

sitamente costituito tra Cciaa e UniverComo, garantisce quella “neutralità” che è un buon punto di partenza per superare comprensibili individualismi accademici. Se ambiziosa sarebbe la collocazione istitu- zionale del Master, gli obiettivi formativi di questo progetto lo sono altrettanto. Si tratta di addestrare un limitato numero di studenti a muoversi con disinvoltura in cinque diversi contesti:

comprendere i grandi trend economici, sociali e di consumo in atto a livello globale, permettendo loro di posizionare la propria aspirazione in una situazione favorevole; gestire una azienda attraverso le più moderne tecniche di management industriale, per farla crescere oltre la soglia dimensionale critica; creare, proteggere e finanziare l’innovazione che sta alla base del proprio futuro; padroneggiare una realtà tecnologica al punto di comprenderne limiti e opportunità, anche in relazione alle altre tecnologie che spesso coesistono in un prodotto o in un processo industriale; sviluppare quelle abilità pratiche di pianifica- zione, comunicazione e negoziazione che permettono il decollo di una nuova impresa.

e

che permettono il decollo di una nuova impresa. e 29 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
che permettono il decollo di una nuova impresa. e 29 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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30 MISSIONE DA TECHNOPRENEUR S NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 30 Per ognuno di tali contesti si è
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Per ognuno di tali contesti si è previsto uno specifico insegnamento, formato da diversi

moduli, con docenti differenti, non tutti di estrazione accademica. Tutori provenienti da agenzie di consulenza e da acceleratori d’im- presa, testimonianze di imprenditori di suc- cesso e seminari di studiosi di fama interna- zionale sono stati pianificati per completare

la parte di addestramento frontale.

Le figure professionali che risulterebbero da

un tale percorso non sarebbero solo gli imprenditori che fondano nuove aziende o che vengono associati ad imprese da riconver- tire, ma anche manager tecnologici di impre-

se medio-grandi e consulenti per il supporto

gestionale e per il finanziamento da capitale di rischio di start-up tecnologiche. Ovviamente, non è un compito facile, considerando come i

nostri laureati - ma anche i dottori di ricerca -

di materie tecnico-scientifiche siano digiuni di

qualsiasi argomento economico.

Per questo, in una proposta iniziale, si è pen- sato a un percorso biennale in cui il primo anno consentisse uno studio full-time resi- denziale, propedeutico a uno stage (preferi-

bilmente all’estero) dove l’approfondimento

di una tecnologia e il contatto con esempi di

imprenditorialità innovativa e dinamica potessero portare alla redazione di una tesi singolarmente propositiva, cioè ad un vero e proprio business plan. È ovvio che tale pre-

tesa originalità non potrebbe fondarsi esclu- sivamente su di una invenzione propria, anche se in alcuni settori tecnologici un anno

di stage, opportunamente preparato, potreb-

be portare a tale risultato. Più realisticamen-

te, potrebbe trattarsi di trasferire una solu- zione tecnologica di uso comune in labora- torio a un prodotto di largo consumo, oppu-

re potrebbe consistere nella realizzazione di

una partnership con un ricercatore del labo-

ratorio frequentato durante lo stage, che for- nisca una idea innovativa, maturata in diver-

si anni di studio e sperimentazione.

In una seconda fase del progetto, abbiamo

messo in rete la proposta e l’abbiamo capillar- mente comunicata per vedere la risposta dei giovani, anche coinvolgendo in maniera attiva

le principali associazioni industriali del Paese.

Siamo così entrati in contatto con alcune deci- ne di potenziali studenti, provenienti da quasi

tutte le regioni italiane e distribuiti su un arco

di età tra i 25 e i 35 anni, sia con titolo di lau-

rea specialistica che – molti - con titolo di dot- torato di ricerca. La sorpresa è stata che quasi nessuno aveva alle spalle una azienda di fami- glia interessata a una loro specializzazione e che quasi tutti avevano timore di interrompe- re le attività in corso (professionali, primo impiego o assegno di ricerca in università) per usufruire dei prestiti d’onore agevolati, che avevamo organizzato al fine di sostenerli (in buona parte) nei due anni di Master. Questa così bassa propensione al rischio, benché par- zialmente immaginabile, ci ha molto colpito. Infatti, non avevamo deliberatamente previsto delle borse di studio, al fine di selezionare gli studenti più motivati a scommettere sul pro- prio successo: una caratteristica indispensabile per diventare imprenditori. Avevamo invece proposto di ripianare la metà dei costi di iscri- zione (un importo sostanzialmente in linea con le altre proposte del Mip del Politecnico

di Milano e della Sda di Bocconi) a coloro che

avessero poi realizzato una impresa sul territo- rio della Provincia di Como. Molte e già discusse possono essere le cause sociali di que- sta attitudine conservativa degli studenti:

certo è che le storie degli imprenditori di prima generazione, anche odierni, sono parti-

te da condizioni di sacrificio ben peggiori di

quelle proposte. Comunque, in una terza e ultima fase dello studio, recependo la necessità degli studenti di

accorciare il percorso formativo, di renderlo fruibile contemporaneamente ad attività di lavoro già in corso, o - ancor meglio - di forni-

re un supporto economico pieno alla realizza-

zione di un progetto di innovazione, abbiamo

rimodulato la proposta per l’anno accademico 2008/2009 come segue. Si è ridotto il carico

di lezioni frontali, organizzandolo in una setti-

mana residenziale ed intensiva al mese, per dieci mesi, come già sperimentato in diversi altri corsi di Mba; si è previsto uno stage tec- nologico o d’impresa per soli quattro mesi aggiuntivi (anche considerando che si era libe- rato del tempo disponibile tra un ciclo di lezio-

per soli quattro mesi aggiuntivi (anche considerando che si era libe- rato del tempo disponibile tra
per soli quattro mesi aggiuntivi (anche considerando che si era libe- rato del tempo disponibile tra

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ni

e il successivo); si è, infine e soprattutto,

cassetto” di piccole e medie imprese, non rea-

accompagnata l’offerta di prestiti d’onore e di

lizzati per mancanza di tempo o di competen-

ripianamento a posteriori della metà dei costi

ze, e la vivace disponibilità delle stesse a pro-

di

iscrizione con la possibilità di usufruire di

porli sono probabilmente state la sorpresa più

una dozzina di “borse di studio”. Queste sono

positiva e incentivante della nostra esperienza.

state offerte da impresi esistenti del territorio, che hanno proposto dei progetti di innovazio-

Attualmente, ci troviamo nel periodo finale della terza fase di questo studio e stiamo rac-

ne

tecnologica, molto interessanti ed originali,

cogliendo la risposta dei potenziali studenti:

da

far sviluppare agli studenti in collaborazio-

tuttavia – dopo quasi tre anni di lavoro – alcu-

ne

con l’azienda medesima. Questi “sogni nel

ne conclusioni sono già possibili.

Questi “sogni nel ne conclusioni sono già possibili. Una proposta L’ idea di addestrare alla imprenditoria

Una proposta

L’ idea di addestrare alla imprenditoria

tecnologica i nostri laureati di materie

scientifiche ha riscosso l’interesse e

l’approvazione di molti osservatori ed esper-

ti, compresi quelli della European Materials

Research Society, che sono stati incaricati di studiare una soluzione simile dalla Commissione Europea. Alcune altre iniziati-

ve del genere sono in fase embrionale presso

Atenei italiani di eccellenza, come la Sissa di Trieste, la Scuola Sant’Anna di Pisa e il Consorzio Alma Laurea di Bologna, per citarne solo alcuni. Tuttavia, il numero glo- bale degli studenti che ancora si laureano con percorso quinquennale in tali discipline è veramente molto limitato, inferiore alla offerta di lavoro dipendente, e la loro pro- pensione a scegliere una carriera prometten-

te ma rischiosa è tanto bassa, quanto la loro

conoscenza del mondo imprenditoriale. Da questo punto di vista, per rendere efficaci le proposte di Master postlaurea, bisognerebbe davvero sensibilizzare i ragazzi a queste opportunità di carriera, fin dagli ultimi anni della scuola superiore e durante gli studi uni- versitari. Purtroppo, i piani di studio lasciano poco margine a inserire, organicamente e con esempi stimolanti, queste tematiche e l’unica via percorribile rimane – a mio avviso - quella di organizzare delle brevi scuole esti- ve, alle quali i migliori studenti potrebbero partecipare a titolo di premio. Per fare un

esempio concreto, si potrebbe modulare tale

iniziativa in quattro diversi corsi, ognuno di una settimana, con contenuti di complessità

e specializzazione crescenti con l’età dei

ragazzi: uno sulla impresa in generale, per il quarto anno scuole superiori; uno sulle indu- stria manifatturiera, per i laureati triennali; uno sulla impresa hi-tech, per i laureati spe- cialistici di discipline tecniche e scientifiche; infine uno sulla ricerca industriale per i dot- torandi dei corsi tecnico-scientifici. Riguardo

a questo ultimo caso, esiste già un preceden- te di successo: come Scuola di Dottorato della Facoltà di Scienze della Università di Milano Bicocca organizziamo già da alcuni anni una settimana di lezioni comuni per

tutti gli studenti dei diversi corsi di dottora- to, che riguardano il project & knowledge management, la gestione della proprietà intellettuale e la comunicazione scientifica. Quello che è certo è che una iniziativa di questo genere, anche in fase sperimentale, andrebbe opportunamente patrocinata e supportata finanziariamente dal Ministero della Istruzione e della Università e Ricerca, magari con un meccanismo di vaucher-pre- mio agli studenti più meritevoli. Solo stimo- lando i nostri migliori ragazzi a conoscere le tematiche dell’impresa e della ricerca applica-

ta possiamo sperare di formare, poi, dei ricer-

catori attenti al trasferimento tecnologico o dei veri e propri Technopreneurs.

tecnologico o dei veri e propri Technopreneurs. 31 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
tecnologico o dei veri e propri Technopreneurs. 31 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 MISSIONE DA TECHNOPRENEURS
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MISSIONE DA TECHNOPRENEURS

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Comunicazione just in time

La prospettiva concreta di reti ad altissima velocità e interoperabili. Per tutti. E per qualsiasi utilizzo

e interoperabili. Per tutti. E per qualsiasi utilizzo A lla fine del 2007 Tim Berners Lee

A lla fine del 2007 Tim

Berners Lee tracciò una

sintesi dello sviluppo e

dell’evoluzione di inter-

net per aprire uno sguar-

do sul suo futuro. Queste

riflessioni furono ripor-

tate da diversi quotidiani all’estero e da alcune pubblicazioni scientifiche, e furono riprese da diversi autori per analizzare

aspetti specifici attinenti a ricerche in corso. In questo articolo partirò dalle sue considerazioni ed estrapolerò in modo sin- tetico argomenti sviluppati da diverse ricer- che in corso, in stadi più o meno avanzati, per tracciare un panorama del possibile futuro del Web, cercando di dare pesi simi- li agli aspetti riguardanti le tecnologie, i contenuti, i modelli d’interazione e i model- li economici.

Cesare Massarenti, Professore di Comunicazione e Sistemi Interattivi alla Facoltà di Sociologia, Università di Milano-Bicocca e di CrossMedia al Politecnico di Torino. Director Digital Media di Nexus Global Partners LLC (Stati Uniti, Brasile, Israele, Dubai, Italia). In Francia, USA e UK produzione e regia di video su pittori e architetti, musica e musicisti, scienza; progetti interattivi; sceneggiature per lungometraggi e serie televisive. Dalla fine degli anni ‘60 lavora sulle interrelazioni tra contenuti, tecno- logie, modelli economici e processi produttivi nei media. Più recentemente si concentra su Cesare Massarenti multichannel content deli- very, crossmedia e sulla continuità spazio-temporale della comunicazione: multichannel content deli- very, crossmedia e sulla continuità spazio-temporale della comunicazione: communication continuum e just in time communication. È stato advisor del Ministero francese della Cultura e della Comunicazione e della DG Information Society della Commissione Europea.

e della DG Information Society della Commissione Europea. 33 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN TIME
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COMUNICAZIONE JUST IN TIME

1. Prospettive in rete

I progressi nel settore delle tecnologie

della comunicazione sono stati caratteriz-

zati da passaggi che vanno da bassi livelli

di astrazione a livelli sempre più elevati.

Quando, per la prima volta, dei computer

furono collegati via linee telefoniche, era necessario utilizzare un programma specifico

per

operare la connessione tra un computer e

un

altro; poi diventava possibile connettere il

secondo al terzo, e così di seguito, ma era necessario sapere come far funzionare non solo il primo, ma anche il secondo e gli altri nella catena di trasmissione. I primi messaggi

furono trasmessi da un computer a un altro utilizzando le ore notturne per ridurre al minimo i costi delle comunicazioni e gli indi-

rizzi contenevano una lista di computer per renderne possibile la diffusione. La capacità di utilizzare questo potenziale di trasmissione divenne veramente utile solo con internet:

questo primo passo fece sì che non erano più

importanti i cavi di trasmissione, erano importanti i computer. Internet permise di non curarsi più delle connessioni individuali

né di come far funzionare i computer a valle

nel percorso di trasmissione, e nacque la nozione di “internet cloud”: i messaggi veni-

vano inviati e ricevuti senza che fosse necessa-

rio sapere come erano suddivisi in pacchetti o

come i pacchetti fossero trasmessi da un com- puter ad un altro. Tuttavia le reali capacità di comunicazione

tra

computer non erano facilmente utilizza-

bili

dalla grandissima maggioranza delle per-

sone, fino alla ideazione, messa in opera e ampia diffusione del web. Con questo pas- saggio i computer perdevano importanza a vantaggio dei documenti che potevano esse-

re trasmessi. I protocolli Www (cioè Url,

Http, Html) definirono in che modo i documenti potevano essere trasmessi tra ser-

ver e browser. L’utilizzatore poté così acce-

dere a una ragnatela di documenti intercon- nessi, senza doversi preoccupare del funzio- namento dei protocolli, con due sole ecce-

zioni. In primo luogo, quando sorgevano dei problemi o dei malfunzionamenti era necessario riuscire a capire se c’era un pro- blema con la connessione a Internet, con l‘indirizzo Uri nel link che stava seguendo, oppure un errore lato server. In secondo luogo, occorre tener presente che l’informa- zione che appare nel browser proviene da un server specifico, il cui nome è stato registra- to con riferimento a una persona fisica o a un’organizzazione ben precisa. La fiducia che si pone in quell’informazione è legata a quella persona fisica o a quell’organizzazio- ne specifica. Si può affermare così che il web è soltanto una ragnatela composta di docu- menti, tenendo conto che è necessario esse- re coscienti degli aspetti sociali che si trova- no al livello sottostante. La reale estensione delle capacità e caratteri- stiche del web non aveva raggiunto il suo potenziale completo fino allo sviluppo del web semantico, che permette di fare un salto qualitativo di grande importanza: non sono i documenti che sono interessanti di per sé; quel che è importante è ciò che contengo- no. Una persona interessata a una pagina web che tratta di un certo argomento è inte- ressata all’argomento piuttosto che al docu- mento, pur essendoci eccezioni perché alcu- ni documenti sono interessanti in sé per un dato pubblico; ma, quando si considerano il mondo degli affari o quello della scienza, ciò che interessa sono i clienti, i prodotti, i servizi, oppure le proteine, i geni. Allora si può dire che un browser semantico è valido quando fornisce all’utilizzatore informazio- ni a proposito di una certa cosa che può risultare dall’interrelazione o fusione di molte fonti: l’utilizzatore è in grado di rece- pire e comprendere la ragnatela di connes- sioni astratte tra le informazioni o le cose (per es. questa persona è un cliente, che ha trasmesso quest’ordine, che include questo elemento, che è fabbricato in questo stabili- mento, ecc.).

cliente, che ha trasmesso quest’ordine, che include questo elemento, che è fabbricato in questo stabili- mento,
cliente, che ha trasmesso quest’ordine, che include questo elemento, che è fabbricato in questo stabili- mento,

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Anche in questo caso vi sono due eccezioni di cui occorre tener conto. Da una parte, quan- do s’incontrano problemi, l’utilizzatore deve essere in grado di trovare informazioni a un livello inferiore per capire se il documento era stato recepito correttamente, ma mancavano alcuni dati, oppure se il documento non era stato recepito correttamente, e in questo caso deve essere in grado di capire qual’era il pro- blema sottostante. D’altra parte, quando l’utilizzatore sta consultando dati specifici in una pagina deve essere in grado di vedere facilmente da quale documento proveniva l’informazione. Una cosa, una persona, un’organizzazione possono avere numerosi Uri nel web seman- tico. Spesso questo Uri contiene l’Uri relati- vo al documento che contiene qualche infor- mazione sulla cosa: un gene definito nell’on- tologia Gene; una proteina definita in una tassonomia specifica; un cittadino definito

2. Verso il web n+1definita in una tassonomia specifica; un cittadino definito U na domanda che molti si pongono da

U na domanda che molti si pongono da qualche tempo è che cosa avverrà del Web 2.0, ormai giunto al quarto o

quinto anno di esistenza, con partecipazione sempre più numerosa e attiva di utilizzatori e con interesse crescente da parte di aziende e istituzioni. Ma il percorso può essere esami- nato in modo più ampio e generalizzato, con implicazioni multiformi e multivariate. Forme più complesse, al di là del Web 2.0, sembrano essere ancora piuttosto lontane, mentre il Web 2.0 continua le sue mutazioni. Non è possibile prevedere con sufficiente precisione ciò che marcherà il punto di rottura e le opi- nioni sono numerose, quanto incerte ed imprecise. Tuttavia è possibile identificare tre componenti centrali:

1) il Web semantico permette ai computer (e ai device che si avvicinano sempre di più al computer) di capire meglio che cosa fare con i dati che vengono messi online

nel glossario dell’anagrafe; ecc. Allo stesso modo, l’Uri del documento contiene il nome Dns del computer. In tal modo la “struttura

sociale” può essere vista all’interno dell’Uri.

Il web delle cose è costruito sul web dei

documenti, che è costruito sul web dei com- puter controllati dai proprietari dei Dns, a sua volta costruito su un insieme di cavi interconnessi. Tale architettura fornisce un sostegno sociale ai nomi che sono dati alle cose: permette alle persone di trovare gli

aspetti sociali delle cose con le quali hanno a che fare, quali provenienza, fiducia, persi- stenza e durata, licenza d’uso, utilizzo appropriato, e dati grezzi. Permette inoltre

di identificare che cosa è successo quando

qualcosa non funziona e chiarisce le respon- sabilità. L’ultimo livello di astrazione è il

Web delle “cose reali”, costruito al di sopra

di quello dei documenti, che a sua volta è

costruito sul network di computer.

2) i social network contribuiscono a far sì che la costruzione pubblica dei significati sia probabilmente tra i progetti più importan- ti per molti anni a venire 3) la connessione permanente in mobilità (una delle modalità più diffuse di “com- munication continuum”) gioca un ruolo sempre più importante su vari livelli - tec- nici, economici, sociali, psicologici. L’ipotesi Sapir-Whorf, proposta nel 1929, postula un collegamento tra pensiero e lin- guaggio: se una persona non possiede una parola per un concetto, la persona non può pensarlo; ma se una persona non può pensare

ad un concetto, non potrà inventare una

parola per nominarlo. Il termine “Web 2.0” rientra in questa ipotesi. Fu inventato da un editore per dare un nome, un titolo alla costruzione di una serie di conferenze e con- cettualizza l’idea di siti che acquistano valore attraverso l’aggiunta di dati da parte dei loro

valore attraverso l’aggiunta di dati da parte dei loro 35 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
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visitatori. Ma va sottolineato che il concetto esisteva già, prima del nome: eBay era già Web 2.0 nel mondo Web 1.0.

Al di là di tanti aspetti che molti autori e mol-

tissimi utilizzatori/fruitori trovano e giudica-

no positivi e anche appaganti (rispetto alle loro aspettative), vi sono pericoli e aspetti negativi nel Web 2.0. Per esempio, persone che investono moltissimo tempo in un sito assumono un forte impegno e rischiano di

legarsi a un formato di dati completamente chiuso; questo aspetto è in certo modo simi- le alla strutturazione obbligata dei dati quan-

do si utilizza un software proprietario. Uscire

da queste strettoie può rappresentare un

costo elevato in tempo, energie e focus.

Cercare di ovviare a questi aspetti negativi fu uno dei punti che giustificarono la creazione

di Xml, che riduce le possibilità di restare

bloccati in una struttura di dati prefissata: la

rappresentazione standardizzata dei dati per-

mette l’utilizzo degli stessi dati per varie fina- lità e in contesti diversificati. Ad esempio, se si decide di iscriversi a un sito di scambio di fotografie, si ha la possibilità di scaricare un

numero molto elevato di fotografie e di clas- sificarle e organizzarle utilizzando il sistema

di

classificazione e di organizzazione costrui-

to

entro quel sito, di cui ne fa parte integran-

te; poi succede che si trovi un sito molto migliore, con un miglior sistema di classifica- zione e organizzazione dei dati. Quali sono le possibili scelte? Cosa succede se il sito scelto utilizzato chiude per una ragione qualsiasi? Tutto il lavoro rischia di essere vanificato. Con quali criteri si sceglie il sito di social net- work al quale si vuole partecipare? Quali

variabili permettono di decidere se scegliere

di partecipare a un solo sito oppure a diversi,

dovendo rifare il lavoro ogni volta che si par-

tecipa a uno nuovo? Tutti questi sono esempi della legge di Metcalf, che postula che il valore di un net- work è proporzionale al quadrato del nume-

ro di nodi nel network. Semplici calcoli arit-

metici mostrano che se si divide in due un network, il suo valore è dimezzato. Su que- ste basi è possibile affermare che è meglio se c’è un solo World Wide Web. Se si conside- rano in modo più specifico i siti di tipo Web 2.0, questi suddividono il web in un certo numero di sotto-categorie, e al tempo stesso

bloccano gli utilizzatori all’interno di quelle sotto-categorie: il risultato è una riduzione notevole del valore del network nel suo insieme.

Il vantaggio del web semantico, invece, è di

permettere che i dati che fanno parte del- l’ambiente digitale di una data persona siano

distribuiti sull’intero Web, evitando una qualsiasi forma di centralizzazione. Se si

aggiungono metadati ai dati inclusi nell’am- biente digitale, diventa possibile fruire di ser- vizi di aggregazione che offrono le stesse funzionalità che si trovano sui siti Web 2.0, ma senza pericoli di blocco o di perdita dei dati, qualora il servizio dovesse cessare. Per permettere l’inclusione di media non testua- li nel web semantico, è necessario estendere i linguaggi attualmente in uso; al tempo stes- so si deve tener conto del fatto che alcune delle attuali interfacce sono fondate su assunti che potrebbero non essere più validi

o applicabili

assunti che potrebbero non essere più validi o applicabili WORLD WIDE WEB nico e digitale per

WORLD WIDE WEB

nico e digitale per la pubblica-

insieme a Robert Cailliau, e

(WWW). La “ragnatela intorno

zione di contenuti multimedia-

oggi gli standard su cui è basa-

al

mondo” secondo la traduzio-

li, oltre che un mezzo per la

to, in continuo sviluppo, sono

ne

letterale), è uno dei servizi

distribuzione di software e la

mantenuti dal World Wide

di

internet. Il web è, con la

fornitura di servizi particolari

Web Consortium (W3C). La

posta elettronica, il servizio di internet più utilizzato e cono-

sviluppati dagli stessi utenti. Il web è stato creato da Tim

sua nascita risale al 6 agosto 1991, giorno in cui Berners-

sciuto; mette a disposizione degli utenti uno spazio elettro-

Berners-Lee, mentre era ricer- catore al CERN di Ginevra,

Lee mise on-line su Internet il primo sito web.

elettro- Berners-Lee, mentre era ricer- catore al CERN di Ginevra, Lee mise on-line su Internet il

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3. In evoluzione

P er quanto riguarda Xml, si può dire che il suo ampio utilizzo rappresenta un’importante innovazione tecnologi-

ca e Xml rivela la sua validità in tutto quello che non è direttamente visibile all’utilizzato- re: le tecnologie del web semantico sono principalmente tecnologie relative alle infra- strutture sottostanti. Alcuni esempi possono illustrare i miglioramenti che ne conseguiran- no, con lo sviluppo e la disponibilità progres- siva delle diverse tecnologie: i siti web diven- tano più personalizzati, perché le tecnologie non visibili del web semantico rendono pos- sibile che il profilo degli interessi di una per- sona sia interoperabile con le fonti dei dati del sito; i motori di ricerca permettono di migliorare l’agglomerazione (clustering) dei risultati, perché le tecnologie non visibili dei motori hanno classificato i risultati della ricer- ca in un’ontologia significativa per l’utilizza- tore; strumenti di ricerca per il desktop sono in grado di collegare i nomi degli autori dei documenti con gl’indirizzi e-mail presenti nell’indirizzario perché questi formati di dati sono stati resi interoperabili mediante invisi- bili operazioni semantiche. Tuttavia nessuna di queste applicazioni sarà identificabile da un’interfaccia che indichi che si tratta di tecnologie del web semantico:utilizzo rappresenta un’importante innovazione tecnologi- l’utilizzatore semplicemente non “vede” le

l’utilizzatore semplicemente non “vede” le applicazioni, ma nota miglioramenti impor- tanti nel lavoro quotidiano. Queste tecnolo- gie sono alcuni degli sviluppi di applicazioni

che saranno integrate nella prossima genera- zione di computer e cellulari, più semplici da usare e con maggior potenza di aggregazioni significative dei dati. Alcuni studi molto recenti portano a considerare i rapporti tra i diversi media, tradizionali e non, di massa e “personali”, in base a dati che non era stato possibile raccogliere precedentemente, o erano stati raccolti e analizzati in maniera epi- sodica. I risultati di queste ricerche permetto- no di esaminare i comportamenti dei fruitori alla luce di diverse teorie che sono state fino- ra applicate in modo relativamente limitato a questi ambiti di ricerca. Va sottolineato che le caratteristiche divenu- te proprie del Web 2.0 non avrebbero potu- to essere previste quando fu sviluppata la prima versione di Http e possiamo ribadirlo riferendoci alla transizione attualmente in corso, nella quale si sta andando oltre i link creati da utilizzatori/fruitori fisici (perso- ne), verso integrazioni di dati mediate da vari tipi di computer e altri device. E’ sem- pre difficile fare previsioni accurate sulle applicazioni e sui fenomeni sociali che ne potranno emergere. In termini molto gene- rali, e con molte riserve, si potrebbe dire che gli utilizzatori/fruitori si orienteranno sem- pre più verso forme di interscambi e di rela- zioni interpersonali e/o intergruppi pro- gressivamente più complesse, variegate, stra- tificate e in grado di sostenere un conti- nuum comunicativo che potrebbe essere

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COMUNICAZIONE JUST IN TIME

URI. Lo Uniform Resource Identifier (Uri), identifica univo- camente una risorsa generica che può essere un indirizzo web, un documento, un’immagine, un file, un servizio, un indirizzo di posta elettronica, ecc. Lo Uniform Resource Locator (Url) è più comunemente chiamato indirizzo

web. Uno Uri può essere classifi- cato come un localizzatore (Url) oppure nome (Urn) o entrambi. Lo Uniform Resource Name (Urn) è come il nome di una persona fisica, ne definisce l’iden- tità, mentre l’Url è come il suo indirizzo, fornendo il metodo per trovarlo.

HTTP. Acronimo per HyperText Transfer Protocol, è un protocol- lo a livello applicativo per sistemi informativi distribuiti, collaborati- vi, ipermediali. Utilizzato dal 1990, è un protocollo generico che può essere utilizzato per molte attività e compiti, oltre il suo uso per gli ipertesti.

è un protocollo generico che può essere utilizzato per molte attività e compiti, oltre il suo

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estrapolato da considerazioni relative alla teoria sulle aspettative e sull’equilibrio origi- nate da Fritz Heider
estrapolato da considerazioni relative alla
teoria sulle aspettative e sull’equilibrio origi-
nate da Fritz Heider (“theory of expecta-
tions”) da una parte, dalle ricerche e descri-
zioni comportamentali di Erving Goffman
dall’altra. L’altra variabile di grande impor-
tanza è e sarà sempre più il tasso del cambia-
mento nel tempo.
4. Intelligenza artificiale
N el fare previsioni sul futuro, accade con
relativa frequenza di trovare afferma-
zioni che pongono sullo stesso piano
web semantico e Intelligenza artificiale. I due
ambiti hanno alcuni elementi e strumenti in
comune (per es. le ontologie, il framework di
investigazione, le forme logiche), ma le finalità
dei due progetti sono profondamente diverse:
quelle del web semantico sono molto più tec-
niche, ma anche più ristrette. Piuttosto che
cercare di costruire un sistema intelligente glo-
bale, di utilità generale, comprendente una lar-
ghissima varietà di fenomeni, basato su inter-
net, la finalità del web semantico è di arrivare a
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ottenere livelli ottimali d’interoperabilità tra set
di
dati, siano essi strutturati, semi-strutturati o
non strutturati. Si potrebbe dire che
l’Intelligenza artificiale è un campo di studi e
ricerche, mentre il web semantico è un proget-
to. Nel luglio 2006 Berners Lee tenne al Mit
una conferenza sul tema nella quale, tra le altre
argomentazioni, attaccò alcuni miti riguardan-
ti
il web semantico, quali per esempio che il
web semantico riguarda principalmente docu-
menti testuali annotati manualmente o che
richiede un’unica ontologia che deve essere
adottata da tutti. Un’altra osservazione che
s’incontra spesso riguarda la prevalenza, quasi
l’onnipresenza, di discussioni a proposito del
Web 2.0, mentre sembra che il Web semantico
sia stato quasi dimenticato o accantonato.
La ricerca e l’interesse per il Web semantico
sono però quanto mai di attualità, come indica
la conferenza internazionale SemTech (Seman-
tic Technology Conference), che si tiene
annualmente a San José; da 300 partecipanti
nel 2005 è passata a più di 1.000 quest’anno.
La controparte europea, la European Semantic
Technologies Conference, ha registrato più di
200 partecipanti nel 2007 a Vienna e la secon-
da conferenza si è tenuta lo scorso settembre,
con una partecipazione quasi tripla.
Secondo Gartner “un elemento di grande
importanza emerso dalle ricerche sul futuro
del web è la percezione che nel corso dei
prossimi dieci anni le tecnologie basate sul
web miglioreranno la capacità di includere
strutture semantiche in documenti, e creare
vocabolari strutturati e ontologie atti a defini-
re termini, concetti e relazioni. Questo insie-
me di caratteristiche permetterà miglioramen-
ti di grande portata nella visibilità e nello
HTML. HyperText Mark-Up
Language, linguaggio di marcatu-
ra per ipertesti, è un linguaggio di
formattazione (non di program-
mazione) usato per descrivere i
documenti ipertestuali disponibili
nel web. Tutti i siti web sono
scritti in HTML, codice che viene
letto ed elaborato dal browser, il
quale genera la pagina che viene
visualizzata sullo schermo del
computer; descrive il contenuto,
testuale e non, di una pagina web.
DNS. Acronimo per Domain
Name System, è un sistema di
denominazione gerarchico per
computer, servizi o qualsiasi altra
risorsa presente su internet.
Associa diverse informazioni con
nomi di dominio assegnati alle
diverse risorse. Traduce nomi di
dominio comprensibili in lin-
guaggio umano in identificatori
in codice binario associati con le
apparecchiature di rete, con lo
scopo di localizzare e indirizzare
questi device in tutto il mondo.
NÒVA24 REVIEW Novembre/2008
COMUNICAZIONE JUST IN TIME
di localizzare e indirizzare questi device in tutto il mondo. NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
di localizzare e indirizzare questi device in tutto il mondo. NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
di localizzare e indirizzare questi device in tutto il mondo. NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:23 Pagina 39 XML. L’eXtensible Markup Language, linguaggio di marca- tura
XML. L’eXtensible Markup Language, linguaggio di marca- tura estensibile, è un metalin- guaggio creato nel
XML. L’eXtensible Markup
Language, linguaggio di marca-
tura estensibile, è un metalin-
guaggio creato nel 1998 e gesti-
scopo ben diverso: mentre il
primo è un insieme di tag, creati
principalmente per la descrizione
e la formattazione di pagine web
to dal World Wide Web
Consortium (W3C) che permette
e, più in generale, di ipertesti, il
secondo è un metalinguaggio
di definire la grammatica di
diversi linguaggi specifici derivati.
Rispetto all’Html, l’Xml ha uno
utilizzato per creare nuovi lin-
guaggi, atti a descrivere docu-
menti strutturati.

sfruttamento delle informazioni, specialmen- te nella capacità di sistemi d’interpretare documenti e di fare inferenze e deduzioni sui significati senza intervento umano. La visione del web semantico si concretizzerà attraverso molteplici passi evolutivi, e le iniziative su scala di piccole-medie dimensioni rappresen- teranno spesso i migliori punti di partenza”. Si può verificare così che nel mondo della ricerca c’è largo consenso che il Web 2.0 e il web semantico (che alcuni denominano impropriamente Web 3.0) sono complemen- tari piuttosto che in competizione. Si può dire che il Web 2.0 ha un basso livello di comples- sità all’ingresso, cioè è facile cominciare a uti- lizzarlo, ma ha anche un limite di sviluppo assai basso: la tecnologia permette di fare certi passi, piuttosto limitati, senza possibilità di ampliamento. Il web semantico, invece, ha un livello elevato di complessità all’ingresso, che si traduce in investimenti più elevati di start- up, ma ha limiti assai più elevati, cioè si può fare molto di più. Gartner propone di combi- nare tecniche e tecnologie del web semantico con quelle del Web 2.0, e prevede che si assi- sterà a un percorso di crescita graduale dal web attuale, con l’impiego di strumenti semantici propri del Web 2.0, di basso livello, ma facili da utilizzare, fino all’impiego di tec- niche e tecnologie più complesse, più costose, ma con ritorni molto più elevati. Tale ipotesi potrebbe rivelarsi inesatta per difetto qualora si verificassero dei salti tecnologici di partico- lare pervasività e si assistesse alla diffusione molto rapida di banda larga di alto livello in molti Paesi:100 Mbit/s o più alle case e 10- 100 Gbit/s per i network fondamentali.

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WIFI. Abbreviazione di Wireless Fidelity, indica uno standard di tecnologia di tele- comunicazioni per computer,
WIFI. Abbreviazione di
Wireless Fidelity, indica uno
standard di tecnologia di tele-
comunicazioni per computer,
personal digital assistant, stam-
panti, scanner, cellulari, ecc.,
che possono collegarsi a reti
locali senza fili ed è interopera-
bile su diversi sistemi e prodotti
cellulari, ecc., che possono collegarsi a reti locali senza fili ed è interopera- bile su diversi

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5.1. Salti pervasivi I l lancio quasi contemporaneo in settem- bre-ottobre dei cellulari da parte
5.1. Salti pervasivi
I l lancio quasi contemporaneo in settem-
bre-ottobre dei cellulari da parte di
del settore tradizionale della telefonia cellula-
re. Microsoft opera nel settore dei sistemi
Google insieme a T-Mobile - il Google-
phone - e di Nokia può essere considerato
come possibile salto di amplissima portata,
non soltanto tecnologico quanto di adozione
sempre più importante della tecnologia
touch-screen, e di altre tecnologie, in molti
devices e particolarmente nei nuovi cellulari.
Microsoft cerca di mantenere una posizione
assai difficile sul mercato, continuando a
sostenere Windows Mobile Operating
System, il proprio sistema operativo per cellu-
lari. Questi device sono indicati come “smar-
tphones”, cellulari che integrano l’utilizzo di
internet in mobilità. Il diffondersi di questi
cellulari e la concorrenza che si annuncia per
i servizi che diventeranno man mano disponi-
bili porteranno a cambiamenti rilevanti nel-
l’utilizzo di internet e nei comportamenti
degli utilizzatori; anche i social network tro-
operativi e del software. Google è una new
entry, anche se i piani di lancio per il cellulare
sono noti dall’inizio del 2006, così come
quelli del sistema operativo open source
Android. Queste tre società hanno come
punto comune di riferimento l’iPhone di
Apple, che ha lanciato il suo cellulare da poco
più di un anno, venendo dal settore dei com-
puter e successivamente dei prodotti consu-
mer. Con oltre il 40%, Nokia domina il mer-
cato mondiale dei cellulari e ha una forte pre-
senza in quello degli smartphone; nell’estate
2008 ha accentuato la sua posizione con l’ac-
quisizione di Symbian, di cui utilizzava già il
sistema operativo. Sul fronte degli smartpho-
ne, Nokia deve però competere anche con
Rim, che ha annunciato a luglio di voler
entrare nel mercato consumer con un model-
lo
simile a quelli venduti dalla concorrenza,
40
veranno nuove aree di applicazione.
Questi nuovi smartphones incorporano la tec-
nologia touch-screen, già utilizzata da anni in
vari contesti; ma la presentazione di Jeff Han
a TED 2006 e poi l’arrivo dell’iPhone hanno
provocato numerose reazioni a catena e la tec-
pur mantenendo la propria posizione focaliz-
zata sul settore business con il BlackBerry.
nologia è stata applicata da altri costruttori in
ambiti quali la telefonia mobile. Touch-scre-
en, tastiera estraibile e schermo di maggiori
dimensioni facilitano notevolmente l’utilizzo
Nokia ha dichiarato di essere intenzionata a
offrire a titolo gratuito ad altri costruttori la
licenza d’uso di Symbian e ritiene che gli svi-
luppatori di applicazioni ne creeranno un’am-
pia varietà, includendo non solo applicazioni
di
“lavoro”, ma anche applicazioni per l’enter-
tainment e specialmente giochi, che rappre-
sentano già attualmente revenues notevoli per
di
questi cellulari, favorendone la penetrazio-
gli operatori di telefonia mobile e per le socie-
ne
sul mercato. Delle tre, solo Nokia fa parte
di software.
di
diversi costruttori, tanto in
case e uffici (creando network
locali senza fili) che in mobilità.
La comunicazione viene effet-
tuata mediante un collegamen-
in collegamento con il device
utilizzato.
WIMAX. Il Worldwide
Interoperability for Microwave
Access, è una tecnologia che
to
internet via rete cablata fino
a punti - detti access point o
hot spot - dotati di antenna che
trasmettono e ricevono i segnali
consente l’accesso a reti di tele-
comunicazioni a banda larga e
senza fili. Estende reti Wifi su
distanze fino anche a 30-50 km.
e con maggiore velocità di tra-
smissione dati, fino a 30-50
Mbit/s; distanze e velocità
variano a seconda delle condi-
zioni ambientali.
Può essere utilizzato per forni-
re accesso ad alta velocità a
utenti che non potrebbero
essere raggiunti da reti cablate
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a utenti che non potrebbero essere raggiunti da reti cablate NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
a utenti che non potrebbero essere raggiunti da reti cablate NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
a utenti che non potrebbero essere raggiunti da reti cablate NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:24 Pagina 41 a banda larga (rete Adsl o a larghissima banda fino alla
a banda larga (rete Adsl o a larghissima banda fino alla sta- zione base, anche
a banda larga (rete Adsl o a
larghissima banda fino alla sta-
zione base, anche assai distan-
te dall’utente, poi collegamen-
to wireless con Wimax).
Questo tipo di connessione
misto può contribuire a dimi-
nuire fortemente il digital
divide territoriale, permetten-

Mentre Apple e Microsoft perseguono la stra- da del sistema operativo proprietario, è importante sottolineare la scelta di Google di utilizzare un sistema operativo open source. Questo è solo agli stadi iniziali di sviluppo ed è sviluppato sotto l’egida della Open Handset Alliance, un gruppo di più di 30 società che include Motorola, Qualcomm, Htc e T- Mobile. La scelta può essere meglio intesa sia “leggendo” la storia di Google che tenendo conto di quanto detto sopra a proposito di applicazioni in ambito Web semantico: web services e comunicazioni interoperabili tra computer e cellulare (esempio di continuum comunicativo) potrebbero svilupparsi forte- mente attorno a piattaforme open source piuttosto che essere costruiti su piattaforme proprietarie: la concorrenza diventerebbe molto più ampia con notevoli differenziazio- ni. Google ha indicato chiaramente l’inten- zione di estendere al cellulare il proprio modello economico, che ha avuto così tanto successo sul Web: i revenue verranno dall’in- tegrazione di servizi, quali Gmail e Google Maps, negli smartphone che utilizzeranno Android; queste integrazioni permetteranno poi di vendere spazi pubblicitari a quelle società che vogliono arrivare a comunicare con target ben definiti, con la possibilità di accesso tanto in situazione statica che in mobilità. Va considerato inoltre un elemento passato quasi inosservato: le caratteristiche tecniche contenute nella sottomissione di una richie- sta di patent nel 2008 da parte di Google. Il documento è intitolato “Sistemi e metodi di comunicazione flessibili” e descrive un siste-

do collegamenti su vaste aree rurali e montane. ADSL. Acronimo per Asymmetric Digital Subscriber Line,
do collegamenti su vaste aree
rurali e montane.
ADSL. Acronimo per
Asymmetric Digital Subscriber
Line, può arrivare anche fino a
100 Mbt/s (per es. in
Olanda), ma di norma è di
qualche Mbit/s; l’offerta di
prezzi è assai diversificata a
seconda dei paesi e dei provi-
der. Non utilizza necessaria-
mente la fibra ottica: i dati
possono essere trasmessi anche
via cavo telefonico in rame con
opportuni algoritmi, router e
apparecchi specifici di ricezio-
ne-trasmissione.
router e apparecchi specifici di ricezio- ne-trasmissione. 41 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN TIME
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ma mediante il quale un device in mobilità può monitorare e selezionare automatica- mente il network wireless disponibile e instradare su questo il traffico voce, audio, immagini fisse, video e dati, decidendo in funzione di quale connessione sia meno costosa in un dato istante e in un dato luogo. La richiesta di patent descrive come poten-

ziali sistemi di comunicazione i cellulari e le infrastrutture Wifi e Wimax, con tutti gli aspetti tecnici sottostanti non visibili per il fruitore/utilizzatore. Un esempio di applica- zione di questo tipo può essere l’utilizzo di un cellulare che funziona in connessione con un network Wifi in casa o in ufficio, poi la connessione può passare senza discontinuità all’esterno su uno hotspot Wifi o Wimax, oppure su un network di telefonia mobile. Un altro esempio può essere la scelta auto- matica del network per mantenere la connes- sione in modo continuo quando l’utilizzato-

re si muove tra superficie e sotterranei (per

es. metropolitana) e/o a velocità elevate (visione di video in mobilità). Nokia ha cominciato a integrare in alcuni

modelli la tecnologia Near Field Commu- nication, che può diventare un forte concor-

rente, e forse sostituirla nel tempo, della tecno- logia Rfid per il riconoscimento d’informazio- ni a brevi distanze (qualche centimetro). Queste tecnologie possono essere largamente utilizzate nei supermercati o in altre zone d’ac- quisto o nelle case (per es. all’interno di frigo- riferi per tenere sotto controllo lo stato dei prodotti) per classificare e riconoscere diverse caratteristiche di una data merce (data e luogo

di fabbricazione, data limite di vendita, data di

scadenza, prezzo, ecc.). Le informazioni che possono essere codificate con Rfid sono molto più numerose di quelle disponibili con il codi- ce a barre. Un utilizzo molto importante è connesso alla gestione automatica o semi- automatica degli stock, con diminuzione note- vole dei costi derivanti dall’immobilizzo ecces- sivo delle merci prima della vendita.

La tecnologia Nfc, particolarmente utile in mobilità, è parzialmente simile all’Rfid per

certi utilizzi, ma è prevista per essere integra-

ta nel cellulare e in più permette il pagamen-

to immediato, in mobilità - se l’utilizzatore decide di comprare un certo prodotto o ser- vizio, il cui codice identificativo e prezzo siano riconosciuti dal suo cellulare mediante Nfc, può semplicemente autorizzarne l’ac- quisto con il cellulare e la somma pagata verrà trasferita direttamente dal conto corrente o

carta di credito dell’utilizzatore al conto cor- rente del venditore. La situazione che si sta venendo a creare è fortemente competitiva e tocca le radici stes- se dei device, il sistema operativo; si prevede che porterà ad una notevole espansione e varietà di applicazioni fortemente improntate

a web service di alto livello, oltre a prezzi più

contenuti sul medio periodo, tanto per i cel- lulari che per i costi associati all’utilizzo degli applicativi. D’altra parte questi potenziali utilizzi presup- pongono una connettività pervasiva nell’am- biente, che però incontra diversi ostacoli, legati ai posizionamenti degli operatori nei vari paesi, a volte assai difficili da superare. In un certo senso, sembrano riaprirsi i giochi nel settore della telefonia mobile, con idee innovative, largamente basate su tematiche di web service e di convergenza tanto tecnologi- ca che di contenuti. E’ un altro tassello verso

il futuro web, anche perché la comunicazione

in mobilità richiede(rà) sempre più strumenti

e metodologie proprie del web semantico e di

applicazioni avanzate che permettano un con- tinuum comunicativo nel quale il contatto,

mediato dalle interfacce e dalle tecnologie, tra fruitore/utilizzatore/consumatore e conte- nuti è/sarà sempre più trasparente, mentre la tecnologia diventa/diventerà sempre più embedded. In molti settori della ricerca può essere chiaramente percepito un vasto movi- mento che tende a far sparire microprocessori

e computer nel background. In questo conte-

sto una delle aree di ricerca più intensa è quel- la relativa allo sviluppo di “interfacce portabi- li”: il fruitore non sceglierà solo i contenuti (i

documenti), ma vorrà sempre più poterli sce- gliere e utilizzare accedendovi mediante inter- facce che può trasferire (o trovare già embed- ded) sui diversi device di cui si serve. Questo aspetto ha notevoli conseguenze comporta-

(o trovare già embed- ded) sui diversi device di cui si serve. Questo aspetto ha notevoli
(o trovare già embed- ded) sui diversi device di cui si serve. Questo aspetto ha notevoli

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mentali poiché, tra l’altro, abbassa il livello di tensione cognitiva dedicata all’interfaccia, liberandola per il “lavoro”.

Se la grande maggioranza dei cellulari, anche

smartphone, include attualmente schermi Lcd di piccole dimensioni, quasi tutti i

modelli costruiti da Samsung e molti di quel-

li proposti da Sony-Ericsson presentano uno

schermo di tipologia Oled, molto innovativa,

a bassissimi consumi (quindi durata molto

più lunga della carica della batteria), e ad

altissima risoluzione (molecolare). Gli scher-

mi Oled sembrano essere destinati a sostitui-

re nel tempo le tipologie Lcd e plasma, ma presentano una serie di difetti intrinseci alle tecnologie. Gli schermi Oled sono ancora costosi, ma offrono numerosi vantaggi e non c’è un limi-

( Sono ormai a portata di mano infrastrutture di reti ad altissima velocità, del tutto
(
Sono ormai a portata di mano infrastrutture
di reti ad altissima velocità, del tutto interoperabili,
che permetteranno una connettività diffusa
e di grande valore aggiunto per gli utenti,
un "communication continuum"
)
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te teorico alla loro dimensione; d’altra parte
gli
strati di molecole che costituiscono questi
schermi possono essere “spalmati” su super-
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fici sottilissime di alluminio o plastica, che li

può rendere pieghevoli e arrotolabili.

Quando, entro due-tre anni, i costi di produ- zione cominceranno a diminuire in modo apprezzabile e le diverse opzioni tecnologi- che si saranno stabilizzate, diverse ricerche indicano che questi schermi potranno trovare

un mercato molto ampio nel settore della

telefonia mobile perché l’utilizzatore potrà

acquistare lo schermo Oled delle dimensioni

che preferirà e lo potrà connettere al cellulare

a seconda delle necessità, avendo quindi la

scelta tra schermo di piccole dimensioni, embedded, e schermo di maggiori dimensio-

ni, con collegamento esterno. Se si immagina

una connettività mista cablata e wireless inte-

di maggiori dimensio- ni, con collegamento esterno. Se si immagina una connettività mista cablata e wireless
di maggiori dimensio- ni, con collegamento esterno. Se si immagina una connettività mista cablata e wireless

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roperabile e ad altissima velocità, si può pen- sare al cellulare come strumento fondamenta-

le e centrale per la comunicazione d’impor-

tanza crescente. Con la possibilità di connet- tere schermi anche di grandi dimensioni, il

cellulare potrà diventare uno strumento di

ricezione d’informazioni ad altissime densità

di dati che potranno essere visionate contem-

poraneamente anche da più persone, in mobilità.

Infine, a titolo di esempio sul campo, il livel-

lo di penetrazione e di utilità per emittente e

ricevente, che poi diventa a sua volta emitten-

te, dell’utilizzo dei cellulari smartphone si può considerare come sta operando da fine settembre il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, il senatore Barack Obama. Come legge nel reportage di Maggie Shiels dalla Silicon Valley per la Bbc, da metà settembre l’organizzazione del candidato democratico ha messo tutto in moto per convertire

l’iPhone in uno strumento di reclutamento politico mediante un’applicazione la cui fina- lità è di portare le persone a votare. Il softwa-

re include, tra le altre funzionalità, un’opzio-

ne “Call friends” che permette di attivare e organizzare i contatti, soprattutto negli stati

nei quali il voto è ancora indeciso. Sul blog di Obama si può leggere: ”Questo strumento è concepito per aiutarti a coinvolgerti più direttamente nella nostra campagna per cam- biare il paese”. Maggie Shiels sottolinea che l’applicazione è stata sviluppata in meno di tre settimane da un gruppo di volontari e par- ticolare attenzione è stata posta per protegge-

re la privacy tanto delle persone che fanno i

contatti che per quelle contattate. Inoltre,

l’aver messo a punto il software applicativo strategicamente così tardi nella campagna impedirà a McCain di ricorrere a metodi simili. Raven Zachary, uno dei co-sviluppato- ri dell’applicazione commenta così:

“L’iPhone è solo una delle piattaforme di

telefonia mobile attualmente disponibili, e vi sono milioni di potenziali votanti che non hanno l’iPhone. Ma siamo soltanto all’inizio

di una nuova ondata delle tecnologie per la

mobilità e, con la campagna di Obama, stia- mo osservando come il candidato utilizza questa tecnologia. In futuro, queste modalità diventeranno la norma”. Quanto è stato messo in campo non era mai stato utilizzato prima d’ora, né da uomini politici né in altri ambiti. Obama aveva già dato prova delle sue capacità d’interpretare

possibili utilizzi delle tecnologie disponibili quando annunciò la sua scelta del candidato alla vice-presidenza, Joe Biden, inviando un sms, fatto che fu riportato con grande evi- denza da tutti i media. Al di là dell’utilizzo del cellulare, tanto Obama che McCain hanno agito via internet per la raccolta di fondi, con messaggi di tipo pubblicitario inviati su YouTube o Facebook per attirare l’attenzione di chi frequenta i social net- works, che costituisce in gran parte un parti- colare potenziale di neoelettori; tuttavia la campagna di Obama in questo senso è stata molto più capillare e consona alla natura intrinseca della rete, con l’attenzione presta-

ta alla raccolta anche di piccole somme, che

hanno finito per raggiungere l’ammontare più elevato di contributi in una campagna presidenziale americana.

5.2. L’altissima velocità

L a banda larga è oggetto di numerosi

documenti pubblicati negli ultimi cin-

que-sei anni, ma in realtà con questa

singola espressione s’intendono due approcci

profondamente diversi ai network di comuni-

cazioni, al loro utilizzo e alle conseguenze economiche e sociali che ne derivano. I para- metri che differenziano i due approcci sono la velocità delle trasmissioni dei dati e la tipolo- gia del cablaggio (doppino telefonico tradi-

i due approcci sono la velocità delle trasmissioni dei dati e la tipolo- gia del cablaggio
i due approcci sono la velocità delle trasmissioni dei dati e la tipolo- gia del cablaggio

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:24 Pagina 45 zionale in rame o fibra ottica). Da una parte, la banda

zionale in rame o fibra ottica). Da una parte, la banda larga è intesa come

un’infrastruttura che permette trasmissioni alla velocità di alcuni Mbit/s, tipicamente con la tecnologia Adsl, d’altra parte per tra- smissioni a banda larga s’intendono network

in grado di trasmettere dati ad altissima velo-

cità, dell’ordine dei Gbit/s (superfast broad-

band). La prima tipologia utilizza principal- mente delle connessioni mediante doppino telefonico, con distribuzione dei segnali, device di accesso e software di gestione delle trasmissioni specifici. La seconda tecnologia

può essere abilitata soltanto con la posa di reti

in fibra ottica. Sono possibili anche infrastrut-

ture parzialmente cablate in fibra e poi con

doppino in rame per il collegamento finale all’utilizzatore. Attualmente, nella maggio- ranza dei paesi, l’accento è posto sulla diffu- sione della banda larga del primo tipo. Le questioni relative ai due tipi di tecnologie vanno ben oltre gli aspetti e le considerazioni d’ordine puramente tecnico e tecnologico: il dibattito è implicitamente un dibattito sulle relazioni tra investimenti in nuove tecnologie

non può avere accesso. Anche in paesi come Germania e Italia, nei quali si verifica un incremento notevole, più del 12% delle abita- zioni non può avere accesso. Le reti ad alta velocità sono uno dei punti di passaggio obbligato nella costruzione della Società dell’Informazione e costituiscono uno degli elementi centrali nel piano iEurope 2010. Se esaminiamo le prospettive di sviluppo della banda larga ad altissima velocità, Corea del Sud e Giappone hanno già preso tutte le deci- sioni necessarie per poter beneficiare in tempi brevi di queste tipologie di rete e di trasmis- sione dati fino alle case e agli uffici. Negli Stati Uniti, Internet-2 a 10 Gbit/s esiste da

oltre un decennio e da più di due anni è ini- ziato il deployment della nuova rete nota come National LambdaRail (18), a 100 Gbit/s, che collega i principali centri di ricer-

ca pubblici e privati, università e istituzioni. Come esempio dei dibattiti che toccano que-

sta tipologia di rete, tra i paesi europei, pos-

siamo prendere in considerazione il caso della

Gran Bretagna, molto più avanti degli altri nel processo decisionale per le infrastrutture

di

trasmissione, creazione di nuovi contenuti

di

rete in fibra ottica. Ofcom, l’Authority

e

sviluppo economico, con i ritorni che si

possono attendere dalla messa in opera di questi nuovi networks. Le decisioni che

saranno prese dai vari paesi a livello governa- tivo, dall’industria delle telecom e dagli altri stakeholder coinvolti nel processo di muta- mento verso alte velocità di trasmissione avranno profonde ramificazioni negli utilizzi della rete e nelle possibilità di sviluppo eco- nomico. L’attenzione della Commissione europeaper

delle Comunicazioni, sta completando le consultazioni con tutti i settori interessati per

definire da una parte la costruzione delle nuove linee principali e degli snodi, d’altra parte l’ampiezza di banda e la velocità di tra- smissione per il collegamento tra snodi e ulti- ma destinazione, anche per case e piccole- medie imprese. Il primo obiettivo, o piutto- sto compito, di Ofcom è di assicurare piena trasparenza e un alto livello di fiducia sul futuro ambito di regolamentazioni riguar-

la

banda larga, anche per connessioni di tipo

dante reti a banda larga ad altissima velocità,

Adsl, è stato costante dal 2003 in poi. Dai

proponendo e conducendo consultazioni,

dati risulta che, tra il 2003 e il 2007, l’utiliz- zo della banda larga è triplicato, per arrivare

che inoltre tracciano le grandi linee delle pro- poste di Ofcom sul potenziale ruolo del set-

al

36% delle abitazioni, con un incremento

tore pubblico nell’intraprendere nuovi inve-

annuo di circa il 20%. Tuttavia, anche a fron-

stimenti, concentrandoli su quelle località

te

del territorio europeo, permangono differen-

di questa crescita generalizzata sull’insieme

dove le forze di mercato saranno meno pre- senti nella costruzione di nuovi networks.

ze molto forti tra i diversi stati membri. In

A

settembre Ofcom ha pubblicato delle pro-

Danimarca, Belgio, Lussemburgo il 100% della popolazione può accedere a connessioni a banda larga; in Romania invece più del 60%

poste coordinate per incoraggiare gli investi- menti e allargare la concorrenza in modo tale da poter portare banda larga ad altissima

in modo tale da poter portare banda larga ad altissima 45 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST
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velocità alle case e a tutti i settori del com- mercio e delle istituzioni in Gran Bretagna il più rapidamente possibile. Le proposte sono costruite con lo scopo preciso di rimuovere barriere agli investimenti e assicurare una forte concorrenza in modo tale da offrire ai consumatori la più ampia scelta possibile nel mercato della banda larga ad altissima veloci-

tà e dei servizi che potranno essere resi dispo-

nibili. Sono in discussione due opzioni prin-

cipali con costi assai diversi e la scelta è assai complessa:

1) Con la prima opzione si porterebbe la rete in fibra ottica fino ad un’unica unità di sud- divisione e scambio per ogni casa o ufficio,

a livello stradale, per poi separare le linee e

mantenere il cablaggio in doppino di rame fino alla destinazione finale: il costo potreb- be essere di circa 5,1 miliardi di sterline. Si stima che la scelta di questa opzione per- metterebbe connessioni alla velocità di 30 fino a 100 Mbit/s. Tuttavia la qualità del cablaggio esistente, in rame, varia moltissi- mo da zona a zona, e certe velocità non potrebbero mai essere raggiunte se non con

un nuovo cablaggio. 2) La seconda opzione, che ha due varianti e che consiste nel portare connessioni ad altissima velocità mediante fibra ottica a tutte le case e uffici, potrebbe costare fino

a 28,8 miliardi di sterline:

in una variante, del costo stimato a 25,5 miliar-

di, si tratterebbe di servire un numero ridotto

rispetto ai vantaggi derivanti dall’utilizzo di

tali connessioni. Se i costi associati alla prima opzione vengono suddivisi tenendo conto delle densità geografica di case e uffici, porta-

re la fibra al primo 58% delle case costerebbe

circa 1,9 miliardi di sterline, portarla al secon- do 26% costerebbe circa 1,4 miliardi e il col-

legamento dell’ultimo 16% costerebbe £ 1,8 miliardi. I parametri di costo possono essere ripresi in gran parte dei Paesi europei, dove la questione del cablaggio delle aree rurali e montane si ripresenta in varie istanze e si deve considerare che pochi paesi dell’Europa con- tinentale posseggono un’infrastruttura di cablaggio in rame di alta qualità, che permet- terebbe di scegliere la prima opzione britan- nica per fare il grande salto qualitativo verso

la banda larga ad altissima velocità diffusa su

tutto un paese e su tutta l’Europa.

La Francia è l’altro paese europeo nel quale il

dibattito a proposito della banda larga è molto intenso. Per la creazione delle reti a banda larga per le telecomunicazioni si assiste a movimenti importanti nella direzione delle nuove infrastrutture, con l’accordo raggiunto

da due dei maggiori operatori - Orange e Sfr-

Neuf Cegetel -, tradizionalmente portati ad una fortissima concorrenza tra di loro, di tro-

vare un terreno d’intesa per cablare insieme

in fibra l’intero paese, anche in assenza di una

quadro di regole preciso. L’accordo è aperto agli altri operatori, qualora decidessero di partecipare all’investimento. L’opzione scelta

di partecipare all’investimento. L’opzione scelta di abitazioni o di piccoli uffici con una singola da

di

abitazioni o di piccoli uffici con una singola

da

Orange e Sfr è di cablare individualmente

linea condivisa in fibra a 2,5 Gbit/s; nell’altra

in

fibra tutte le abitazioni, fino ai piani, ma

variante ogni unità abitativa o ufficio sarebbe servito da una singola linea in fibra, con una

all’esterno delle unità abitative, mediante la creazione di una società unica, che noleggerà

velocità di connessione fino a 1 Gbit/s; il

le

linee ad altri operatori, che s’incaricheran-

costo potrebbe raggiungere 28,8 miliardi. Uno dei problemi di fondo riguarda conside- razioni su un possibile incremento del digital divide tra zone urbane e zone rurali, se si cablasse in un modo piuttosto che in un altro,

no a loro volta della connessione all’utente finale. Tuttavia l’accordo tra le due società è considerato da altri operatori e provider, ma anche da numerosi commentatori, come un tentativo da parte di Sfr e Orange di occupa-

ma il costo più basso per il cablaggio in fibra

re

completamente il terreno della banda larga

ottica è molto più elevato di quanto sia già

ad

altissima velocità e di mettere l’organismo

stato speso dalle società di telecomunicazioni

di

regolamentazione di fronte al fatto com-

per il cablaggio esistente della Gran Bretagna e il costo di portare la fibra fino alle più isola- te comunità rurali sarebbe sproporzionato

piuto; è sottolineato anche il tentativo di chiusura dell’operazione rispetto ad un mer- cato che deve essere aperto e concorrenziale.

anche il tentativo di chiusura dell’operazione rispetto ad un mer- cato che deve essere aperto e
NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:24 Pagina 47 Ma nella maggioranza degli altri Paesi euro- pei la questione

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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:24 Pagina 47 Ma nella maggioranza degli altri Paesi euro- pei la questione

Ma nella maggioranza degli altri Paesi euro- pei la questione della banda larga ad altissima velocità e dei vantaggi economici e struttura-

zi dei consumatori”. Il rapporto del Ftth Council Europe indica chiaramente che, in Europa, le velocità della banda larga stanno

ge case atte ad essere collegate secondo le

li

che ne deriverebbero è spesso ignorata

aumentando del 50% e più all’anno, che l’uti-

completamente o dibattuta in modo opaco, e non si tiene conto neppure di quanto sta facendo da diversi anni la Commissione Europea, anche mediante l’organismo Ftth Council Europe (Fiber To the Home). Secondo un rapporto (luglio 2008) migliora-

menti sostanziali della velocità della connetti- vità a banda larga stanno già avendo un impatto chiaramente percettibile sull’utilizzo

lizzo di banda larga per utilizzatore di alto livello e per casa sta aumentando al ritmo del 20% annuo, e che la banda larga che raggiun-

modalità di FTTH fanno muovere traffico di dati di tutti i tipi più di tre volte superiore all’Adsl di due-tre anni fa. Nel dibattito riguardante la banda larga entra anche un’altra tecnologia, questa volta wire-

di

banda da parte dei consumatori. In assen-

less, che potrebbe contribuire a risolvere,

za

di ricerche precedenti di portata europea,

almeno in gran parte, alcune delle problemati-

è molto probabile che la ricerca condotta da

che indicate sopra per quanto concerne i costi

Ventura Team sia la prima a sottoporre a test

va

ai computer; la legge di Nielsen propone

di

cablare interamente un paese - e l’Europa -

rigoroso l’ipotesi della cosiddetta Legge di

e

il pericolo di creare delle zone a due veloci-

Nielsen riguardante l’ampiezza di banda di

tà,

con conseguente apparizione o incremento

Internet rispetto ai modelli verificati in Europa di utilizzo di fibra e di Adsl.

del digital divide. La tecnologia nota come Wimax permette velocità di trasmissione dati

Presentando il rapporto Joeri Van Bogaert,

assai elevate - fino ad un massimo di 54 Mbit/s

presidente di Ftth Council Europe, ha spie-

-

e la connettività è assicurata da un numero

gato: “Conosciamo la legge di Moore relati-

limitato di antenne, poiché le trasmissioni pos- sono essere stabilite e mantenute in zone con

un approccio simile per misurare la larghezza

raggio utile fino a circa 30 km. Se la tecnologia

di banda di Internet. Mentre Moore prevede

che la potenza di calcolo aumenti del 60% all’anno, Nielsen dice che la larghezza di

banda disponibile a un high-end user aumen-

ta del 50% l’anno. Per la prima volta abbiamo

voluto sapere se questo aumento di disponi- bilità di linee e connessioni ad alta velocità sia reale e sia collegato alla domanda e agli utiliz-

è stata messa a punto principalmente per essere

utilizzata da computer in mobilità, la diffusione

degli smartphone, che offrono anche l’accesso

a internet, ne estende l’utilizzo in modo molto

notevole. Il costo delle infrastrutture Wimax è nettamente inferiore al costo della posa della fibra ottica, e questa riduzione di costi è parti- colarmente percepibile quando si prendono in

costi è parti- colarmente percepibile quando si prendono in 47 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
costi è parti- colarmente percepibile quando si prendono in 47 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN
47 NÒVA24 REVIEW Novembre/2008 COMUNICAZIONE JUST IN TIME
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NovaRev2008-05-sez1:NovaReview 21-10-2008 9:24 Pagina 48 considerazione località isolate o poco popolate, o laddove il

considerazione località isolate o poco popolate,

o laddove il territorio è particolarmente acci- dentato. Wimax è considerato sempre più un

complemento e un integratore per la diffusione della banda larga, piuttosto che come un con- corrente di altre tecnologie.

6. Nuove reti, nuovi usi

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M entre è iniziato in vari paesi il deployment di network di tipo Wimax, negli ambiti della ricerca

avanzata sulle telecomunicazioni si sta met- tendo a punto un insieme di tecnologie che permetteranno connessioni wireless a 10 o anche a 20 Gbit/s. Questo è reso possibile da tecnologie che stanno facendo diminuire in

modo drastico i costi dell’utilizzo di bande di frequenza molto elevate, con lunghezza d’onda millimetrica o sub-millimetrica, finora inutilizzabili a causa degli enormi investimen-

ti necessari e dei costi delle apparecchiature.

visualizzazione d’immagini ad alta densità o per la condivisione di esperienze e di ricerche

in

chimica molecolare o fisica delle particelle,

o

per centri di design industriale con unità

suddivise, o per diffusione di immagini stereo- scopiche in vari ambiti, ecc. La ragione per la quale le frequenze millime- triche permettono trasmissioni di dati ad altis- sima velocità è che queste onde oscillano molto più rapidamente; inoltre questa regio- ne dello spettro è quasi completamente libe- ra, e non ancora sottoposta a licenza; non è stata ancora sfruttata per ragioni di costi ele-

Mentre Wifi, Wimax e le reti wireless della telefonia mobile operano a frequenze com-

prese tra 2,4 e 5,0 GigaHertz, le tecnologie che possono sfruttare lunghezze d’onda mil- limetriche operano in una regione delle spet- tro elettromagnetico compresa tra 60 e 100 GigaHertz. Dei test effettuati dai laboratori della società Battelle di Columbus, Ohio,

vatissimi delle apparecchiature necessarie per generare segnali di questo tipo, codificarli all’invio e poi decodificarli a destinazione. I

ricercatori della società Battelle hanno combi- nato l’utilizzo di elementi ottici con fasci laser, riuscendo ad ottenere risultati che sem- brano poter permettere la costruzione di apparecchiature in serie a costi che potrebbe- ro essere competitivi rispetto alla costruzione

nella primavera-estate del 2008, hanno per- messo di verificare sul campo trasmissioni di

di

infrastrutture in fibra ottica, che rappresen-

dati punto a punto a velocità di 10,6 Gbit/s

ta

attualmente l’unica possibilità per trasmet-

e in situazioni simulate anche a 20 Gbit/s.

Questi studi sono effettuati non soltanto per trovare alternative economicamente valide alla posa di fibra ottica per trasmissioni ad altissima velocità, ma anche per permettere trasmissioni ad alta densità di dati in tempi brevissimi in situazioni d’emergenza (disastri, terremoti, gravi incidenti), fornendo la possibilità di met- tere in opera dei collegamenti temporanei, ad hoc, molto rapidamente. Altre applicazioni riguardano la possibilità di trasmettere video ad alta definizione non compresso tra punti relativamente vicini (per es. su un campus), oppure di collegare direttamente apparecchia- ture di diagnosi con medici a distanza per

tere dati a velocità dell’ordine dei Gbit/s. Da questo quadro a proposito delle opzioni e alternative della banda larga, intesa nelle diverse modalità descritte, emerge la prospet- tiva di poter avere disponibili in un futuro

non lontano - si potrebbe ipotizzare tra 3-5 anni - infrastrutture di reti ad altissima veloci- tà, cablate, wireless e miste, che siano comple- tamente interoperabili, in modo tale da poter effettuare scelte economicamente sostenibili per una connettività diffusa e di grande valo-

aggiunto cumulato per gli utilizzatori, rea- lizzando così in parte quel “Communication Continuum” di cui avevamo già parlato (Nòva24Review, febbraio 2007).

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lizzando così in parte quel “Communication Continuum” di cui avevamo già parlato (Nòva24Review, febbraio 2007). re
lizzando così in parte quel “Communication Continuum” di cui avevamo già parlato (Nòva24Review, febbraio 2007). re
lizzando così in parte quel “Communication Continuum” di cui avevamo già parlato (Nòva24Review, febbraio 2007). re