L’ITALIA E L’AMBIENTE
Stato, Prospettive e Scenari
SOMMARIO
Presentazione6
Finalità e articolazione del documento 8
CAMBIAMENTI CLIMATICI 15
Quadro di riferimento: politiche e normative 16
Quadro di riferimento delle politiche e normative internazionali ed europee 17
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali 20
Stato, Prospettive e Scenari 24
Cambiamenti climatici in sintesi 24
Clima in Italia 28
Gli Impatti 30
La Mitigazione 34
Industria energetica e trasporti: verso la mitigazione 38
L’Adattamento42
ECONOMIA CIRCOLARE 47
Quadro di riferimento: politiche e normative 48
Quadro di riferimento delle politiche e normative internazionali ed europee 48
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali 49
Stato, prospettive e scenari 52
Economia circolare in sintesi 52
Produzione e Consumo 56
Gestione dei Rifiuti 60
Materie Prime Secondarie 66
Competitività e Innovazione 70
Sostenibilità globale e Resilienza 72
Prospettive per raddoppiare il tasso di circolarità 76
Scenario 1: Potenziamento del recupero/riciclo di materia 77
Scenario 2: Aumento dell’efficienza delle risorse 79
Scenario 3: Mitigazione dei cambiamenti climatici 80
Scenari combinati 82
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO 87
Quadro di riferimento: politiche e normative 88
Quadro di riferimento delle politiche e normative internazionali ed europee 88
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali 95
Stato, prospettive e scenari 100
Verso l’inquinamento zero in sintesi 100
L’inquinamento atmosferico: da dove arriva e su chi impatta 104
L’uso dei pesticidi: strategie per il contenimento dei rischi 108
Acque superficiali: lo stato dei fiumi e dei laghi italiani 112
Lo stato delle acque sotterranee: la principale fonte di ciò che beviamo 116
Lo stato delle acque marino costiere e di balneazione 120
Un problema sulle spiagge come sui fondali profondi: i rifiuti 124
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE 127
Quadro di riferimento: politiche e normative 128
Quadro di riferimento delle politiche e normative internazionali 131
Quadro di riferimento delle politiche e normative europee 136
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali 144
Stato, prospettive e scenari 150
Biodiversità e capitale Naturale in sintesi 150
Il patrimonio faunistico e floristico nazionale 154
Le aree protette: un patrimonio da tutelare 158
Conservazione di specie e habitat di interesse comunitario 160
Le specie aliene: una minaccia per la biodiversità 164
La frammentazione del territorio e del paesaggio 166
Degrado e consumo di suolo 170
Il patrimonio forestale e il ruolo chiave “in negativo” degli incendi 174
Indice delle figure e delle tabelle 178
Riferimenti bibliografici 180
Note183
Contributi e Ringraziamenti 188
PRESENTAZIONE
Presentazione
PRESENTAZIONE
Con il nuovo piano triennale di azione 2022-2024, ISPRA conferma il suo
ruolo istituzionale, autonomo e imparziale, per la protezione dell’am-
biente, combinando la ricerca con il mandato di produzione e diffusio-
ne delle informazioni ambientali.
Nell’ambito di questa specifica missione, oltre alla produzione continua di
dati derivante dalla propria attività sia di monitoraggio ambientale, sia di
ricerca finalizzata, ogni anno ISPRA aggiorna il proprio core set indicatori
(Banca dati Indicatori Ambientali) in linea con i nuovi obblighi di legge, con
le più recenti evoluzioni metodologiche dei principali core set internazio-
nali, nonché, con le più importanti esperienze di reporting ambientale a
livello nazionale, comunitario e internazionale. Inoltre, approfondisce l’uti-
lizzo di strumenti metodologici idonei all’analisi integrata degli indicatori.
In ciò si sostanzia la “doppia anima” di ISPRA.
Con il presente documento ISPRA vuole rispondere alle seguenti do-
mande: “Qual è la situazione dell’ambiente in Italia?” e “Si sta andando
nella direzione ambientalmente auspicata?”
Disponiamo oggi di una mole di informazioni, serie storiche, indicato-
ri e metriche, frutto di anni di raccolta ed elaborazione dati, idonea a
rispondere a queste due domande. Questa pubblicazione rappresenta
l’opportunità per valorizzare il corpus di dati ambientali di ISPRA e resti-
tuire, a un ampio pubblico di cittadini, tecnici, osservatori e decisori po-
litici, un’interpretazione, basata su evidenze empiriche, dell’andamento
rispetto agli obiettivi fissati.
Nella proliferazione multilivello di politiche, strategie, piani, program-
mi, leggi a tutela di ambiente ed ecosistemi – in altre parole, la gover-
nance – e nell’urgenza di valutare l’efficacia degli sforzi compiuti, è
necessario uno strumento di navigazione della complessità: il monito-
raggio.
Occorre mettere a fuoco le informazioni sullo stato dell’ambiente del
Paese sotto la lente dei principali quadri di riferimento delle policies e
normative, a livello internazionale, europeo e nazionale, facendo perno
specialmente sulle iniziative della galassia ONU, Green Deal, VIII Pro-
6
gramma d’Azione per l’Ambientale europeo e Strategia Nazionale per lo
Sviluppo Sostenibile. Ogni capitolo, ciascuno dedicato a un macrote-
ma ambientale, è infatti introdotto da un excursus sul contesto politi-
co-normativo, prima di fornire una fotografia dello stato attuale, delle
prospettive e degli scenari utilizzando indicatori, anche compositi, e
metriche selezionate.
Le tematiche ambientali di cui si dà conto sono quelle emergenti dall’VIII
Programma d’Azione per l’Ambiente europeo: Cambiamenti climatici,
Economia circolare, Verso l’inquinamento zero; Biodiversità e capitale
naturale. Sono queste le sfide ambientali che bussano con insistenza
alla porta del mondo e necessitano di un potenziamento e un coordina-
mento degli sforzi internazionali per la loro risoluzione. Malgrado molti
degli obiettivi 2020 non siano stati centrati, i traguardi fissati per il 2030
e il 2050 sono ancora raggiungibili, a patto si operi un mutamento pro-
fondo dei sistemi di produzione e di consumo alla base del nostro stile di
vita, quali alimentazione, energia e mobilità. I grandi progressi compiuti
dall’Europa, continente-faro delle politiche ambientali negli ultimi dieci
anni, non sono ancora sufficienti a raggiungere l’o biettivo di sostenibilità
“vivere bene entro i limiti del pianeta” e le prospettive future non sono ro-
see. Qui la differenza la può fare, oltre alla volontà politica, il ruolo chiave
degli istituti di ricerca come ISPRA, in qualità di supporto scientifico ai
policy-makers, attraverso l’analisi rigorosa e puntuale dell’informazione
ambientale.
La rottura dell’equilibrio nella relazione uomo-ambiente innesca feno-
meni che stanno già avendo profonde ripercussioni sulla salute dell’uo-
mo stesso e della biosfera nel suo complesso. Solo una consapevolezza
ambientale basata su dati e informazioni oggettive, affidabili e con-
frontabili, quindi condivise, consentirà all’Europa di raggiungere l’am-
bizioso traguardo del 2050. Insieme a questo volume intendo estendere
non un augurio, ma una promessa: svolgere i compiti istituzionali con
maggior vigore e responsabilità per rispondere tempestivamente alle
sfide all’orizzonte e valorizzare una cultura ambientale di salvaguardia
e tutela sempre più concreta, nel rispetto delle generazioni future e del
diritto alla vita stessa.
Il Direttore Generale
Maria Siclari
7
Finalità e articolazione del documento
FINALITÀ E ARTICOLAZIONE DEL DOCUMENTO
Il documento L’ITALIA E L'AMBIENTE: Stato, Prospettive e Scenari vuole
fornire una lettura complessiva, indicandone anche la direzione, dello
stato dell’ambiente in Italia osservato con la lente delle principali stra-
tegie economico-ambientali, European Green Deal e VIII Programma
d’Azione per l’ambiente europeo. Segnala, infatti, i risultati raggiunti
e raggiungibili, le criticità e l’efficacia delle politiche messe in atto at-
traverso una prima analisi delle serie storiche dei principali indicatori
presenti nella Banca dati Indicatori Ambientali di ISPRA ([Link]
[Link]/) .
Finalità non secondaria del documento è quella di semplificare la co-
municazione di dati e tendenze a un pubblico non esperto, e monitorare
l’efficacia delle politiche.
La scelta degli indicatori e delle tematiche ambientali sui quali si de-
clina il documento è basata proprio sulle recenti politiche ambientali in
essere, in particolare su European Green Deal e VIII Programma d’Azione
per l’Ambiente europeo; politiche integrate che hanno come reciproca
“stella polare” l’Agenda 2030 e i relativi Sustainable Development Goals.
Infatti, l’VIII Programma d’Azione per l’Ambiente europeo (VIII PAA) al
2030 mira ad accelerare la transizione verde e a garantire un’azione in-
cisiva per proteggere e ripristinare l’ambiente, perseguendo gli obiet-
tivi del Green Deal europeo, ossia la strategia di crescita verde dell’UE
volta a realizzare un’economia circolare climaticamente neutra, effi-
ciente sotto il profilo delle risorse, priva di sostanze tossiche, resilien-
te e competitiva in maniera giusta e inclusiva.
Un monitoraggio coerente delle principali tendenze mediante indicatori
appropriati è fondamentale per garantire che l’Italia progredisca insieme
all’Europa verso il conseguimento dei propri obiettivi ambientali e clima-
tici. Per sostenere e rafforzare un approccio integrato, l'VIII PAA predi-
spone un meccanismo di governance e affida alla Commissione il compito
di istituire un nuovo quadro di monitoraggio che misuri i progressi com-
piuti verso il conseguimento dei suoi obiettivi prioritari, ossia il quadro
di monitoraggio dell'VIII PAA: la sua base di partenza è costituita da un
numero limitato di indicatori chiave, che comprendono indicatori siste-
mici riguardanti il nesso ambiente-società e ambiente-economia, così da
8
consentire all’UE di monitorare i progressi compiuti verso la transizione
verde. In un contesto di complesse crisi economiche e geopolitiche, tra
cui l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia, l’VIII PAA rispecchia la
salda volontà dell’Unione Europea e dei suoi Stati Membri di affrontare le
crisi del clima, della biodiversità e dell’inquinamento, nonché di rendere
l’Unione Europea più resiliente di fronte a futuri shock. L’VIII PAA stabilisce
un obiettivo prioritario a lungo termine per il 2050, ossia vivere bene entro
i limiti del nostro pianeta, e sei obiettivi tematici prioritari. Comprende al-
tresì un quadro ambizioso di 34 “condizioni favorevoli” al conseguimento di
tali obiettivi, in linea con l’impegno a “non nuocere” del Green Deal europeo
e con una transizione equa e giusta.
Per tali motivi sono stati individuati 4 macrotemi: Cambiamenti clima-
tici; Economia circolare; Verso l’inquinamento zero; Biodiversità e ca-
pitale naturale.
Il rapporto prevede una parte introduttiva (Finalità e articolazione del
documento) e quattro capitoli, dedicati ai macrotemi sopracitati.
La parte introduttiva fornisce una chiave di lettura del documento sup-
portata anche da un Quadro sinottico degli indicatori ambientali utiliz-
zati per descrivere i 4 macrotemi corredati dai simboli di riferimento ai
core set di appartenenza (Green Deal, VIII Programma d’azione ambien-
tale, SDGs).
Ciascun capitolo è strutturato in due parti:
1. la prima di contesto politico-legislativo, dedicata a descrivere le
principali politiche e normative ambientali vigenti relative al tema
trattato;
2. la seconda parte che si prefigge di esaminare stato, prospettive e scena-
ri, corredata da un’analisi sintetica del macrotema anche con l’ausilio di
un indicatore composito rappresentativo della tendenza della tematica.
Questa contiene diverse schede che descrivono, attraverso un linguag-
gio, meno tecnico e più divulgativo, l’evoluzione del fenomeno oggetto
di studio coerentemente al quadro politico di riferimento, cercando di
rispondere alle domande “Come stiamo e dove stiamo andando”. Ogni
scheda contiene una parte testuale corredata da uno o più grafici, pre-
valentemente descrittivi del trend del fenomeno e, ove possibile, con un
confronto rispetto a tutte le politiche ambientali associate, affiancate
da un messaggio chiave. Per alcuni macrotemi viene offerta anche una
analisi di scenari coerenti con gli obiettivi politici da raggiungere.
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Nel quadro sinottico seguente sono riportati gli indicatori utilizzabili per
FINALITÀ E ARTICOLAZIONE DEL DOCUMENTO
descrivere lo stato e il trend delle quattro tematiche ambientali alla base
dell’VIII PAA.
Sono altresì rappresentati i simboli relativi ai core set di appartenenza
dei vari indicatori utilizzati, ovvero i simboli relativi ai vari Goal degli
SDG dell'Agenda 2030, all'VIII PAA e alle tre dimensioni che suddividono
i key indicators di Eurostat per l'European Green Deal.
Quadro sinottico degli indicatori ambientali
“Contributo”
Macro
Scheda Indicatore all’indicatore SDG/VIII PAA/EGD
tema
composito
Temperatura media X
Clima in Italia
Precipitazione cumulata X
Bilancio di massa dei ghiacciai X
Temperatura acque marine
Livello del mare
Gli impatti Crescita del livello medio del mare a Venezia (ICLMM)
Internal flow
Produzione di energia idroelettrica
Stato di salute delle popolazioni di uccelli migratori X
Emissioni di gas serra (CO2, CH4, N2O, HFCS, PFCS,SF6):
X
Disaggregazione settoriale
La mitigazione
Cambiamenti climatici
Emissioni di gas serra (CO2, CH4, N2O, HFCS, PFCS, SF6): trend
e proiezioni
Emissioni di gas serra da processi energetici per settore
economico
Consumi finali e totali di energia per settore economico
Consumi totali di energia per fonti primarie
Dipendenza energetica
Industria Quota di energia da fonti rinnovabili nei consumi finali X
energetica e
trasporti: verso
la mitigazione
Intensità energetiche finali settoriali e totale X
Certificati Bianchi X
Emissioni di gas serra dai trasporti
Domanda e intensità del trasporto passeggeri
10
“Contributo”
Macro
Scheda Indicatore all’indicatore SDG/VIII PAA/EGD
tema
composito
Industria
energetica e
Domanda e intensità del trasporto merci
trasporti: verso
la mitigazione
Cambiamenti
climatici
Perdite economiche dovute a eventi estremi legati al clima X
L’adattamento Impatti della siccità sugli ecosistemi
Percentuale del territorio italiano soggetto a deficit e surplus di
precipitazione
Produttività delle risorse
Material footprint X
Produzione e Produzione totale di rifiuti
consumo
Produzione totale di rifiuti per DMC
Produzione totale di rifiuti per GDP
Spreco alimentare
Tasso di riciclaggio dei rifiuti trattati (esclusi minerali)
Economia circolare
Gestione dei
Tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani
rifiuti
Tasso di riciclaggio di flussi specifici
Commercio internazionale di materia prima da riciclo (Eu-
rostat)
Materie prime
secondarie
Tasso di circolarità X
Occupazione, investimenti e valore aggiunto del settore dell’e-
Competitività e conomia circolare (Eurostat)
innovazione
Innovation index (Commissione Europea)
Consumption footprint (Commissione Europea - JRC) X
Sostenibilità
globale e resi- Carbon footprint X
lienza
Dipendenza dalle importazioni
Emissioni di particolato (PM10): trend e disaggregazione
l'inquinamento zero
settoriale
L’inquinamento Emissioni di particolato fine (PM2,5): trend e disaggregazione
Verso
atmosferico: settoriale
da dove arriva e
su chi impatta
Qualità dell’aria: PM10
11
FINALITÀ E ARTICOLAZIONE DEL DOCUMENTO
“Contributo”
Macro
Scheda Indicatore all’indicatore SDG/VIII PAA/EGD
tema
composito
Qualità dell’aria: PM2,5
Esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici
outdoor - PM2,5
L’inquinamento
atmosferico:
da dove arriva e Esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici
su chi impatta outdoor - PM10
Esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici
outdoor - NO2
Esposizione della popolazione agli inquinanti atmosferici
outdoor - ozono
Qualità delle acque inquinamento da pesticidi
L’uso dei pesti-
cidi: strategie Uso e rischio dei prodotti fitosanitari chimici
per il conte-
nimento dei
rischi Aziende agricole che aderiscono a misure ecocompatibili e
che praticano agricoltura biologica
Stato chimico delle acque superficiali interne
Acque super-
Verso l'inquinamento zero
ficiali: lo stato
dei fiumi e dei
laghi italiani
Stato ecologico delle acque superficiali interne
Stato chimico delle acque sotterranee (SCAS)
Lo stato
delle acque
sotterranee:
la principale Stato quantitativo delle acque sotterranee (SQUAS)
fonte di ciò che
beviamo
Nitrati nelle acque sotterranee (NO3)
Classificazione delle acque di balneazione
Lo stato delle
acque marino Concentrazione Ostreopsis ovata
costiere e di
balneazione:
una risorsa per
il benessere dei Stato chimico delle acque marino costiere
cittadini
Stato ecologico delle acque marino costiere
Un problema Monitoraggio strategia marina – rifiuti marini spiaggiati
sulle spiagge
come sui fon-
dali profondi: i
Monitoraggio strategia marina - microrifiuti nello strato su-
rifiuti
perficiale della colonna d’acqua
12
“Contributo”
Macro
Scheda Indicatore all’indicatore SDG/VIII PAA/EGD
tema
composito
Il patrimonio Consistenza e livello di minaccia di specie animali
faunistico e
floristico na-
zionale: consi-
Consistenza e livello di minaccia di specie vegetali
stenza e livello
di minaccia
Aree protette marine X
Le aree protet-
te: un patrimo- Aree protette terrestri X
nio da tutelare
Rete Natura 2000
Conservazione Stato di conservazione degli habitat terrestri di direttiva
di specie e 92/43/CEE
habitat di
Biodiversità e capitale naturale
interesse co-
Stato di conservazione delle specie di direttiva 92/43/ CEE
munitario
Le specie
aliene: una
Diffusione di specie alloctone animali e vegetali X
minaccia per la
biodiversità
La frammen-
tazione del
Frammentazione del territorio naturale e agricolo X
territorio e del
paesaggio
Entità degli incendi boschivi X
Il patrimonio
forestale e il Superfici di ecosistemi forestali percorse da incendi: stato
ruolo chiave “in e variazioni
negativo” degli
incendi
Contributo delle foreste nazionali al ciclo globale del carbonio X
Certificazione di gestione forestale sostenibile X
Degrado del suolo
Degrado e con-
sumo di suolo
Impermeabilizzazione e consumo di suolo X
13
CAMBIAMENTI
CLIMATICI
Quadro di riferimento: politiche e normative
CAMBIAMENTI CLIMATICI
In base all’ultima pubblicazione dell’International Panel on Climate Change
(IPCC) “Sixth Assessment Report Synthesis Report: Climate Change 2023”
emerge come le temperature, a livello mondiale, siano già salite di 1,1°C
rispetto ai livelli preindustriali, una conseguenza, di oltre un secolo, dell'u-
tilizzo dei combustibili fossili, nonché dell’uso disuguale e insostenibile
dell’energia e del suolo. Ciò ha portato a eventi meteorologici estremi più
frequenti e intensi che hanno causato impatti sempre più pericolosi sulla
natura e sulle persone in ogni parte del mondo. Si prevede che l’insicurez-
za alimentare e idrica dovuta al clima cresca con l’aumento del riscalda-
mento. Inoltre, quando i rischi si combinano con altri eventi avversi, come
pandemie o conflitti, diventano ancora più difficili da gestire.
Il Rapporto IPCC afferma che la soglia di 1,5°C al di sopra dei livelli prein-
dustriali, impone in questo decennio riduzioni profonde, rapide e soste-
nute delle emissioni di gas serra in tutti i settori. Le emissioni devono
diminuire nell’immediato ed essere dimezzate entro il 2030 affinché
questo obiettivo abbia qualche possibilità di essere raggiunto. La solu-
zione proposta dall’IPCC è uno “sviluppo resiliente al clima”, che prevede
l’integrazione delle misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici
con azioni per ridurre o evitare le emissioni di gas serra in modi che for-
niscano benefici più ampi.
16
Quadro di riferimento delle politiche e normative
internazionali ed europee
L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), istituito nel 1988
da due organismi delle Nazioni Unite, l'Organizzazione Meteorologica
mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente
(UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale, nel suo primo
report, nel 1990, evidenziò il rischio di un riscaldamento globale con
effetti sul clima a causa dell'aumento delle emissioni antropogeniche
di gas serra, causato principalmente dall'uso di combustibile fossile. Da
questo presupposto discende la necessità di ridurre le emissioni antro-
pogeniche di gas serra, soprattutto per i paesi più industrializzati. Alla
fine del 1990, l'Unione Europea adottò l'obiettivo di stabilizzare le emis-
sioni di anidride carbonica entro il 2000 al livello registrato nel 1990,
richiedendo agli stati membri di pianificare e implementare iniziative
per la protezione dell'ambiente e per l'efficienza energetica. Gli obiet-
tivi prefissati dall'UE sono stati alla base delle negoziazioni della Con-
venzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United
Nations Framework Convention on Climate Change - UNFCCC).
La Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici è un accordo am-
bientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull'Ambiente e sullo
Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on En-
vironment and Development), informalmente conosciuta come Summit
della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. L'accordo fu aperto alle
ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994.
L'accordo ha come obiettivo la stabilizzazione delle concentrazioni at-
mosferiche dei gas serra, ad un livello tale da prevenire interferenze
antropogeniche pericolose con il sistema climatico terrestre. L'accor-
do non pone limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni
individuali; si tratta quindi di un accordo legalmente non vincolante.
Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati proto-
colli) che avrebbero posto obiettivi di riduzione delle emissioni.
Fondamentale, ai fini dell'accordo e della comunicazione sull'imple-
mentazione della convenzione, quanto prescritto nell'art. 12. In parti-
colare, i paesi industrializzati devono trasmettere regolari report in cui
sono elencate le politiche e misure adottate per la riduzione delle emis-
17
sioni di gas serra; devono altresì comunicare, annualmente, l'inventario
CAMBIAMENTI CLIMATICI
nazionale delle emissioni e degli assorbimenti di gas serra non control-
lati dal protocollo di Montreal, con le stime ottenute con metodologie
comparabili. La Convenzione quadro sui cambiamenti climatici è stata
ratificata in Italia nel 1994, con la legge n. 65 del 15/01/1994. L'ISPRA è
responsabile della redazione dell'inventario nazionale delle emissioni di
gas serra, attraverso la raccolta, l'elaborazione e la diffusione dei dati.
Le metodologie utilizzate per la stima delle emissioni e degli assorbi-
menti sono state quelle redatte dall'IPCC ed ufficialmente approvate
dall'UNFCCC, coerentemente con quanto richiesto dalla convenzione e
dalle successive decisioni delle conferenze delle parti (COP).
Il Protocollo di Kyoto, sottoscritto nel 1997 da più di 160 paesi in occa-
sione della COP3 dell'UNFCCC, è entrato in vigore il 16 febbraio 2005.
A differenza della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici che
può essere definita come un accordo legalmente non vincolante, il re-
lativo Protocollo di Kyoto fissa obiettivi di riduzione delle emissioni per
i paesi industrializzati e con economie in transizione. Per tutti i paesi
membri dell'Unione Europea, il Protocollo di Kyoto stabilisce una ridu-
zione dell'8% delle emissioni di gas serra rispetto il 1990 entro il 2012
(termine del primo periodo d’impegno). Il Protocollo di Kyoto è stato
adottato (dicembre 1997), stabilendo degli obiettivi di riduzione delle
emissioni per i paesi industrializzati e con economie in transizione. In
Italia il Protocollo di Kyoto è stato ratificato con la legge 120 del 2002,
in cui veniva prescritta la preparazione di un Piano di Azione Nazionale
per la riduzione delle emissioni.
L'8 dicembre 2012 è stato adottato l'Emendamento di Doha al Protocollo
di Kyoto, nel quale sono stati fissati gli obiettivi da perseguire nel se-
condo periodo d'impegno (2013-2020). L'Unione Europea e i suoi stati
membri (insieme all'Islanda) hanno stabilito di ridurre le proprie emis-
sioni collettive del 20% al 2020, rispetto ai valori del 1990.
Nel dicembre 2015, in occasione della Conferenza sui cambiamenti cli-
matici tenutasi a Parigi (COP21), le Parti della Convenzione quadro delle
Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) hanno adottato l’Ac-
cordo di Parigi, finalizzato a regolare ulteriormente le emissioni di gas ad
effetto serra individuate quali maggiori responsabili dell’aumento della
temperatura del pianeta. L’Accordo definisce come obiettivo di lungo ter-
18
mine il contenimento dell’au-
mento della temperatura me-
dia globale ben al di sotto dei
2°C e il perseguimento degli
sforzi per limitare l’aumento a
1,5°C, rispetto ai livelli prein-
dustriali. L’Italia ha firmato
l’accordo il 22 aprile 2016 e
lo ha ratificato l’11 novembre
2016. L’Accordo di Parigi, en-
trato in vigore il 4 Novembre
2016, si applica dal 2021. L’Ac-
cordo prevede, accanto alle
misure di mitigazione, ovve-
ro di riduzione delle emissio-
ni, anche la messa in atto di
misure per l’adattamento al
cambiamento climatico, fina-
lizzate ad accrescere la capa-
cità dei Paesi di adattarsi agli
effetti avversi dei cambia-
menti climatici. I flussi finan-
ziari a supporto di tali azioni
dovranno essere orientati in
modo da essere coerenti con un percorso di sviluppo sostenibile a basse
emissioni e resiliente ai mutamenti del clima. I Paesi firmatari dovranno
puntare a raggiungere il picco globale delle emissioni quanto prima e ad
effettuare rapide riduzioni al fine di raggiungere l’e quilibrio globale tra
emissioni e assorbimenti nella seconda parte del secolo.
Al momento dell’adesione all’Accordo, ogni Paese predispone e comu-
nica il proprio “Contributo determinato a livello nazionale” (NDC – Natio-
nally Determined Contribution) con l’obbligo di perseguire misure per la
sua attuazione. Ogni successivo contributo nazionale dovrà costituire
un avanzamento in termini di ambizione rispetto al contributo prece-
dentemente presentato, intraprendendo, così, un percorso di ambizio-
ne crescente che dovrebbe condurre le Parti al raggiungimento dell’o-
biettivo collettivo.
19
Rispetto al Protocollo di Kyoto e al suo emendamento (Emendamen-
CAMBIAMENTI CLIMATICI
to di Doha), che prevedono impegni di riduzione delle emissioni di gas
ad effetto serra da parte dei Paesi industrializzati, rispettivamente,
nei periodi 2008-2012 e 2013-2020, l’Accordo di Parigi rappresenta un
cambio di paradigma nell’approccio alla lotta ai cambiamenti climatici.
L’approccio bottom up basato su Contributi Determinati a livello Nazio-
nale ad ambizione crescente nel tempo prevede un impegno di tutte le
Parti dell’accordo verso il raggiungimento degli obiettivi comuni, ab-
bandonando la distinzione tra Paesi industrializzati e non.
È stato inoltre adottato, nel 2018, il regolamento attuativo (Paris rule-
book) dell'Accordo di Parigi, che include le informazioni necessarie per
la revisione degli NDC e per la contabilizzazione degli impegni adottati,
nonché l’insieme di regole condivise per la trasparenza delle azioni e
del supporto, che implementano l’articolo 13 dell’Accordo di Parigi, ar-
chiviando la tradizionale differenziazione degli obblighi (la cosiddetta
“biforcazione”) tra paesi industrializzati ed in via di sviluppo, con l’ado-
zione di regole comuni e la previsione di flessibilità per quei Paesi in via
sviluppo che ne necessitano in base alle proprie capacità.
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali
Le politiche ambientali nazionali sono fortemente intrecciate al qua-
dro strategico europeo, alle direttive e ai regolamenti. Nel 2012, è stato
raggiunto un accordo tra le Parti circa la prosecuzione del protocollo di
Kyoto attraverso l’emendamento di Doha, che fissa impegni di riduzio-
ne dei Paesi industrializzati per il periodo 2013-2020. Gli Stati Membri
dell’Unione Europea hanno informato il segretariato UNFCCC di voler
adempiere ai propri impegni relativi al secondo periodo d’impegno del
Protocollo di Kyoto congiuntamente.
Il Consiglio Europeo nella primavera del 2007 aveva sancito la necessità
che l’Unione avviasse una transizione verso un’economia a basso con-
tenuto di carbonio attraverso un approccio integrato tra le politiche at-
tuate per la riduzione dei gas a effetto serra e le politiche energetiche.
Il Consiglio si è, pertanto, impegnato a raggiungere, entro il 2020, i se-
guenti obiettivi:
20
• riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 20% rispetto ai
livelli del 1990;
• riduzione dei consumi energetici del 20% rispetto allo scenario bu-
siness as usual;
• produzione di energia da fonti rinnovabili pari al 20% dei consumi
energetici dell’Unione europea;
• uso dei biocombustibili per il 10% della quantità di combustibile uti-
lizzato nel settore dei trasporti.
A seguito delle conclusioni del Consiglio, è stato approvato il cosiddet-
to “Pacchetto clima-energia 2020”, ossia un insieme di provvedimenti
legislativi finalizzati a dare attuazione agli impegni assunti. I provve-
dimenti più rilevanti in materia di gas serra sono la direttiva Emissions
Trading e la decisione 406/2009/UE Effort Sharing.
L’obiettivo di riduzione dell’Unione Europea successivo al 2020 e in-
viato all’UNFCCC come contributo dell’Unione (NDC) all’Accordo di Pa-
rigi prevede la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 40%
a livello europeo rispetto all’anno 1990, senza utilizzo di meccanismi di
mercato internazionali.
Al fine di raggiungere tale obiettivo, l’UE ha quindi adottato un pacchet-
to di provvedimenti, il cosiddetto “Pacchetto clima-energia 2030”, volto
a ottenere, oltre alla riduzione di almeno il 40% delle emissioni, il rag-
giungimento di una quota di energie rinnovabili sui consumi comples-
sivi al 2030 pari ad almeno il 32% e la riduzione dei consumi di energia
primaria del 32,5% rispetto all’andamento. Una parte dell’obiettivo di
riduzione delle emissioni è ripartito tra i settori soggetti all’Emissions
Trading System (ETS), per i quali è richiesta a livello europeo una ridu-
zione del 43% rispetto ai livelli del 2005. Per la quota rimanente, non
soggetta ad ETS, è invece richiesta una riduzione complessiva del 30%
rispetto ai livelli del 2005, ai sensi del regolamento (UE) 2018/842 (noto
come Effort Sharing) che ha stabilito specifici obiettivi di riduzione
per ciascuno Stato Membro. In tale quadro va anche ricordato il rego-
lamento (UE) 2018/841 che definisce gli impegni per il settore Land use,
Land-Use Change, and Forestry (LULUCF).
21
Per conciliare i temi della riduzione delle emissioni climalteranti con
CAMBIAMENTI CLIMATICI
quelli della sicurezza energetica e dello sviluppo del mercato interno
dell’energia, l’UE ha adottato il regolamento (UE) 2018/1999 (di segui-
to regolamento Governance) che istituisce un sistema di Governance
dell’Unione dell’Energia e mira a pianificare e tracciare le politiche e
misure messe in atto dagli Stati membri. In tale contesto, l’Italia ha defi-
nito il proprio Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC),
con il quale vengono stabiliti gli obiettivi nazionali al 2030 sull’efficien-
za energetica, sulle fonti rinnovabili e sulla riduzione delle emissioni di
gas serra. Nell’ambito del Green Deal europeo, nel settembre 2020 la
Commissione ha proposto di elevare l’obiettivo di riduzione delle emis-
sioni al 2030 ad almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, includendo
anche gli assorbimenti del settore LULUCF, nell’ottica di raggiungere
la neutralità emissiva entro il 2050 come stabilito nella recente Long
22
Term Strategy della Commissione Europea. Il nuovo obiettivo al 2030
è stato riportato anche nell’aggiornamento dell’NDC inviato dall’UE
all’UNFCCC nel dicembre 2020. In tale contesto, si collocano anche le
Strategie nazionali di decarbonizzazione, come la Strategia nazionale
di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra
(LTS) trasmessa dall’Italia nel 2021.
Successivamente la Commissione europea, al fine di conseguire il nuo-
vo NDC, ha presentato il pacchetto di proposte legislative noto come
Fit for 55, che si pone l’obiettivo di riformare profondamente l’insieme
di direttive e regolamenti che a tutt’oggi stabiliscono gli obiettivi in
materia di ETS, ESR, LULUCF, efficienza energetica e rinnovabili per
gli Stati Membri. L’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni è di
almeno il 55% entro in 2030, rispetto al rispetto ai livelli del 1990. Infor-
mazioni dettagliate sull’implementazione del Fit for 55 a livello naziona-
le, con particolare riferimento ai Regolamenti Effort Sharing e LULUCF,
sono disponibili nel rapporto ISPRA Le emissioni di gas serra in Italia:
obiettivi di riduzione e scenari emissive.
Parallelamente alle misure di mitigazione, l’Italia sta predisponendo
strumenti per far fronte agli impatti già in atto e attesi dei cambiamen-
ti climatici. A tal fine è stato elaborato il Piano Nazionale di Adatta-
mento ai Cambiamenti Climatici (PNACC, nato dal Decreto direttoriale
n.86 “Strategia Nazionale di adattamento ai Cambiamenti Climatici), at-
tualmente sottoposto a procedura di VAS. Il PNACC ha come obiettivo
principale quello di fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’imple-
mentazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo possibile i rischi
derivanti dai cambiamenti climatici, a migliorare la capacità di adatta-
mento dei sistemi socioeconomici e naturali, nonché a trarre vantag-
gio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove
condizioni climatiche.
È importante, dunque, il ruolo decisionale e proattivo svolto dall’Ita-
lia in Europa e la coerenza nell’implementazione del quadro nazionale.
Tuttavia, il rispetto del quadro normativo europeo ad oggi presenta an-
cora diversi casi di criticità e inadempienze. È fondamentale che que-
ste vengano superate, non solo per non incorrere in ulteriori sanzioni,
ma soprattutto perché l’Italia, come tutto il bacino del Mediterraneo, è
considerata una degli hotspot più vulnerabili ai cambiamenti climatici.
23
Stato, Prospettive e Scenari
CAMBIAMENTI CLIMATICI
Cambiamenti climatici in sintesi
Un’attenta valutazione dei progressi verso i cambiamenti climatici è
fondamentale per capire come le diverse componenti di questa politica
si sviluppano nel tempo e se il cambiamento va nella direzione deside-
rata. È utile, inoltre, per comprendere l’efficacia delle diverse azioni
attuate. La messa a punto di appropriati strumenti conoscitivi riguar-
danti lo stato del clima e la sua evoluzione costituisce la base informa-
tiva indispensabile per la valutazione della vulnerabilità e degli impatti
dei cambiamenti climatici.
L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) riporta, a livello mon-
diale, un aumento di temperatura media globale di almeno 1,15°C, nel
2022, rispetto all’età preindustriale e registra gli ultimi 8 anni, a partire
dal 2015, come i più caldi di sempre.
Un aumento di 2°C rispetto alla temperatura dell’epoca preindustriale è
associato a gravi impatti negativi sull’ambiente naturale e sulla salute
e il benessere umani, compreso un rischio molto più elevato di cambia-
menti pericolosi e potenzialmente catastrofici nell’ambiente globale.
Per questo motivo la comunità internazionale ha riconosciuto la ne-
cessità di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben
al di sotto dei 2°C e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. L’Italia
registra, negli ultimi trenta anni, valori di anomalia della temperatura
media spesso superiori a quello medio globale sulla terraferma. Sulla
base dei dati preliminari, il 2022 risulta essere l’anno più caldo di tutta
la serie dal 1961, con una marcata anomalia della temperatura media di
1,12°C rispetto alla media climatologica 1991-2020, superiore di quasi
0,5°C rispetto al precedente record assoluto del 2018, e superiore al
valore del 2021 di quasi 0,9°C.
La causa principale dei cambiamenti climatici è l’incremento della tem-
peratura provocato dall’aumento della concentrazione in atmosfera dei
gas serra, in particolare: l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4), il
protossido di azoto (N2O) e i gas fluorurati (F-gas), derivanti dalle atti-
24 vità umane.
Nel corso del 2021, in Italia le emissioni di gas serra sono in gran parte
quelle di anidride carbonica (80,8% delle emissioni totali in CO2 equi-
valente), dovute principalmente all’utilizzo dei combustibili fossili.
Contribuiscono alle emissioni totali nazionali anche il metano (11,3%),
le cui emissioni sono legate principalmente all’attività di allevamento
zootecnico, allo smaltimento dei rifiuti e alle perdite nel settore ener-
getico, e il protossido di azoto (4,2%) derivante soprattutto dalle atti-
vità agricole e dal settore energetico, inclusi i trasporti. Il contributo
generale all’effetto serra dei gas fluorurati (HFCs, PFCs, SF6, NF3) è
minore rispetto ai suddetti inquinanti (varia da meno dello 0,01% al 4%
delle emissioni totali) e la loro presenza deriva essenzialmente da atti-
vità industriali e di refrigerazione.
I cambiamenti climatici interessano tutte le regioni del mondo. L’Italia
per la sua collocazione è soggetta ai rischi tipici dell’Europa Mediter-
ranea e, come riporta IPCC, alcuni sono dovuti alla peculiarità del cam-
biamento climatico, altri alla particolare vulnerabilità di ecosistemi e
settori produttivi. Le peculiarità del cambiamento climatico sono le-
gate all’attesa diminuzione delle precipitazioni (con conseguenze sulla
disponibilità di risorse idriche) e alla particolare intensità del riscalda-
mento estivo.
I cambiamenti climatici sono stati al centro di molte riflessioni poiché,
per l’Italia, da una stima provvisoria, il 2022 oltre che l’anno più caldo
risulta anche il più secco dal 1961, con un valore di anomalia di precipi-
tazione cumulata annuale pari a -21% rispetto alla media climatologica
1991-2020.
Severe e persistenti condizioni di siccità hanno interessato l’Italia cen-
tro settentrionale. Sebbene le stime per il 2022 siano ancora in corso di
validazione, si è rilevato che il deficit di precipitazione e la persistenza
di elevate temperature hanno di fatto ridotto la disponibilità delle ri-
serve idriche per i diversi usi (civile, agricolo, industriale) e per il so-
stentamento degli ecosistemi e dei servizi che essi erogano. Nell’ulti-
mo trentennio climatologico 1991–2020, con un valore medio annuo che
ammonta a più di 440 mm, la disponibilità di acqua è diminuita del 20%
rispetto al valore di riferimento storico (1921–1950) di 550 mm. Anche le
stime sul lungo periodo (1951–2021) evidenziano una riduzione signifi-
cativa: circa il 16% in meno rispetto al valore annuo medio storico.
25
Altro tema di interesse è l’arco alpino. Dai dati disponibili su alcuni
CAMBIAMENTI CLIMATICI
ghiacciai relativi al bilancio di massa netto per l’anno idrologico 2021-
2022 emergono perdite di massa annua da record: ad esempio, nelle
Alpi centrali, il Caresèr e, nelle Alpi Occidentali, il Ciardoney, registrano
una perdita annua di massa di circa 4 metri di acqua equivalente, men-
tre il Vedretta Pendente (Alpi Orientali) ha una perdita di 3,5 metri di
acqua equivalente. I pericoli legati agli eventi metereologici estremi,
come ondate di calore, forti precipitazioni e siccità, rappresentano un
rischio per la salute umana e possono portare a notevoli perdite econo-
miche. L’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) stima che tra il 1980 e il
2020, gli estremi meteorologici e climatici hanno rappresentato circa
l’80% delle perdite economiche totali causate da calamità naturali ne-
gli Stati Membri dell’AEA, pari a 487 miliardi di euro. Ciò equivale a 11,9
miliardi di euro all’anno.
Lo scenario che emerge in merito ai cambiamenti climatici e alle loro con-
seguenze è oramai ampio e la soluzione, come raccomanda il Sesto Rap-
porto di Valutazione dell’IPCC, risiede nello “sviluppo resiliente al clima.
Ciò comporta l’integrazione di misure di adattamento ai cambiamenti cli-
matici con azioni volte a ridurre o evitare le emissioni di gas serra, in modo
da fornire benefici più ampi.” (IPCC, 2023). Per valutare le politiche messe
in atto a livello nazionale per fronteggiare la crisi climatica e il rispetto
degli impegni di riduzione delle emissioni previsti dagli accordi interna-
zionali ed europei, è fondamentale monitorare l’andamento delle emissioni
dei gas serra. In Italia, dall’ultimo inventario nazionale delle emissioni di
gas serra relativo al periodo 1990-2021, si rileva che le emissioni tornano
ad aumentare del 8,5% rispetto al 2020, dopo la battuta d’arresto dovuta
essenzialmente al periodo pandemico. Si registra comunque una diminu-
zione complessiva delle emissioni del 19,9% rispetto al 1990, grazie alla
crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed
eolico), all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali e al
passaggio all’uso di combustibili a minor contenuto di carbonio.
Le categorie che contribuiscono maggiormente alle emissioni totali di
gas serra sono quelle del Settore energetico (80%), di cui le industrie
energetiche insieme ai trasporti sono responsabili di circa la metà del-
le emissioni nazionali di gas climalteranti. Nel 2021, rispetto al 1990,
calano le emissioni provenienti dal Settore delle industrie energetiche
del 37,2%, mentre crescono dell’1,1% quelle dei trasporti.
26
Dall’analisi degli scenari emissivi, in continuo aggiornamento per le
esigenze di pianificazione nazionale, emerge che, al fine di contribuire
adeguatamente al raggiungimento dell’obiettivo di riduzione delle emis-
sioni nette stabilito per l’Unione Europea (-55% al 2030) e in particolare
raggiungere gli obiettivi nazionali al 2030 contenuti nei regolamenti UE,
è necessario adottare delle politiche aggiuntive. Infatti, le proiezioni a
politiche correnti (ovvero considerando l’effetto delle politiche adottate
fino al 31 dicembre 2021, incluse quelle definite dal PNRR), comunicate
da ISPRA alla Commissione Europea a marzo 2023 nell’ambito del Mecca-
nismo di Monitoraggio europeo delle emissioni totali nette dei gas serra
al 2030, mostrano un decremento di circa il 28%, ovvero una riduzione
non sufficiente per raggiungere l’obiettivo di riduzione del 43,7%, incluso
nella revisione del Regolamento ES di recente adozione.
Utilizzando la sintesi analitica offerta dagli indicatori compositi, nel
grafico sottostante è possibile osservare l’andamento registrato dal
tema oggetto d’analisi, caratterizzato da un evidente peggioramento
dal 2013, nonostante sia presente il contributo positivo dovuto a una ri-
duzione delle pressioni (emissioni gas serra) e a un miglioramento delle
risposte dato da un incremento delle fonti rinnovabili e dell’efficienza
energetica.
Figura 1: Indicatore composito “Cambiamenti climatici”
Fonte: ISPRA 27
Clima in Italia
La storia della Terra è da sempre stata caratterizzata da
cambiamenti delle condizioni climatiche. La messa a pun-
to di appropriati strumenti conoscitivi riguardanti lo stato
del clima e la sua evoluzione costituisce la base informa-
L’aumento della tiva indispensabile per la valutazione della vulnerabilità e
temperatura media degli impatti dei cambiamenti climatici. Il riconoscimento
registrato in Italia negli e la stima delle tendenze delle variabili climatiche devono
ultimi trenta anni è
stato spesso superiore
essere effettuati attraverso l’elaborazione statistica delle
a quello medio globale serie temporali di dati rilevati dalle stazioni di monitorag-
sulla terraferma. gio presenti sul territorio.
È stato stimato,
mediante un modello A tal fine l’ISPRA ha realizzato, nell’ambito dei propri com-
di regressione lineare piti di sviluppo e gestione del sistema informativo nazio-
semplice, un aumento
significativo (α=0,05)
nale ambientale, il Sistema nazionale per la raccolta, l’ela-
della temperatura borazione e la diffusione di dati Climatologici di Interesse
media in Italia di circa Ambientale (SCIA). Esso risponde all’esigenza di armoniz-
0,37°C per decade nel zare e standardizzare i metodi di elaborazione e rendere
periodo 1981-2021.
Dalla stima provvisoria
disponibili indicatori utili alla valutazione dello stato del
emerge che per l’Italia, clima e della sua evoluzione.
il 2022 risulta l’anno
più caldo e il più secco L’aumento della temperatura media registrato in Italia ne-
dal 1961, registran- gli ultimi trenta anni è stato spesso superiore a quello me-
do un’anomalia della dio globale sulla terraferma. A partire dal 2000 le anoma-
temperatura media di
lie rispetto alla media climatologica 1961-2020 sono state
1,12°C e un’anomalia di
precipitazione cumula- sempre positive, ad eccezione di quattro anni.
ta annuale pari a -21%
entrambi rispetto alla Il 2022, sulla base delle elaborazioni preliminari risulta
media climatologica essere l’anno più caldo di tutta la serie dal 1961, con una
1991-2020. marcata anomalia della temperatura media per l’Italia di
1,12°C rispetto alla media climatologica 1991-2020, supe-
riore di quasi 0,5°C rispetto al precedente record assolu-
to del 2018, e superiore al valore del 2021 di quasi 0,9°C.
Da una stima provvisoria emerge che il 2022, per l’Italia
oltre che l’anno più caldo risulta il più secco dal 1961, con
un valore di anomalia di precipitazione cumulata annuale
28
pari a -21% rispetto alla media climatologica 1991-2020. Al secondo e
al terzo posto tra gli anni meno piovosi della serie dal 1961 si collocano,
rispettivamente, il 2001 e il 2017, con valori di anomalia prossimi a quelli
del 2022.
Le precipitazioni sono state inferiori alla media climatologica su gran
parte del territorio nazionale, con le anomalie negative più marcate nel
Nord Italia - specialmente sulla parte occidentale - e in Sardegna, Sici-
lia e Puglia. Anomalie superiori alla media, di debole entità, sono state
registrate in Campania, in alcune zone del Centro e del Nord.
Tutte le stagioni sono state meno piovose della media; la primavera è
stata la stagione più secca (-35%), seguita dall’inverno (-32%) e dall’au-
tunno (-12%).
Figura 2: Serie delle anomalie medie annuali della temperatura media
sulla terraferma, globale e in Italia, rispetto ai valori climatologici nor-
mali 1991-2020
1,5
0,5
0
1961
1966
1971
1976
1981
1986
1991
1996
2001
2006
2011
2016
2021
°C
‐0,5
‐1
‐1,5
‐2
GLOBALE ITALIA
Fonte: NCDC/NOAA e ISPRA
29
Gli Impatti
L’Italia si trova al centro del bacino del Mediterraneo,
dove gli impatti dei cambiamenti climatici saranno pre-
sumibilmente più intensi e potenzialmente disastrosi a
causa dell’elevata vulnerabilità dell’area: riduzione della
durata e dello spessore della neve, scarsità di acqua, per-
In Italia i segnali di
cambiamento climati-
dita di biodiversità, aumento del dissesto del territorio,
co sono evidenti: erosione costiera potranno essere alcune tra le possibili
• L’ambiente alpino pre- conseguenze, con ripercussioni significative sul benes-
senta palesi tendenze sere della popolazione e sull’economia del nostro Paese. Il
alla deglaciazione; cambiamento climatico influisce sulla salute delle perso-
• Rischio della siccità; ne in molti modi, anche attraverso ondate di caldo, inon-
• Variazioni annue di dazioni e la diffusione di malattie infettive. Emergono al-
temperatura superfi- cuni segnali molto significativi in merito ai cambiamenti
ciale del mare e l’innal- in atto sulle risorse naturali del nostro territorio.
zamento del livello del
mare; L’ambiente alpino e i mari italiani sono oggetto di parti-
• Numerose specie ani- colare attenzione al fine del monitoraggio dei possibili ef-
mali e vegetali stenta- fetti dei cambiamenti climatici.
no ad adattarsi.
L’ambiente alpino presenta evidenti tendenze alla de-
glaciazione. A causa dell’effetto combinato delle elevate
temperature estive e della riduzione delle precipitazioni
invernali, si registra una perdita costante di massa. In
particolare, dal 1995 al 2021, per sei corpi glaciali italiani,
il bilancio cumulato mostra perdite significative che am-
montano da un minimo di oltre 20 metri di acqua equiva-
lente per il ghiacciaio del Basòdino a un massimo di oltre
43 metri per il ghiacciaio di Caresèr, per una perdita di
massa media annua pari a oltre un metro di acqua equiva-
lente. Nel 2022, i ghiacciai hanno dovuto fare i conti con
un’estate caldissima, caratterizzata da intense ondate di
calore, record di temperature per il Nord Italia e siccità
estrema. In ciascuno dei tre settori alpini (occidentale,
centrale e orientale) i ghiacciai registrano un arretramen-
to: i più piccoli, alle quote meno elevate, stanno perden-
30 do il loro “status” di ghiacciaio, riducendosi ad accumuli
di neve e ghiaccio o poco più. Dai dati disponibili per l’anno idrologico
2021-2022 relativi al bilancio di massa netto di alcuni ghiacciai, emer-
gono perdite di massa annua da record: nelle Alpi centrali, il Caresèr
e, nelle Alpi Occidentali, il Ciardoney, registrano una perdita annua di
massa di circa 4 metri di acqua equivalente, mentre il Vedretta Penden-
te (Alpi Orientali) ha una perdita di 3,5 metri di acqua equivalente.
Ci sono poi cambiamenti anche per quanto riguarda le variazioni annue
della temperatura superficiale del mare. Nel periodo 2008-2022, le va-
riazioni annue della temperatura superficiale mostrano incrementi in
tutti i mari italiani, con alterazioni marcate nel mar Ligure, mar Adria-
tico e alto Ionio e valori meno pronunciati nel canale di Sicilia e basso
Ionio.
Oltre all’innalzamento delle temperature, è necessario monitorare anche
le variazioni del livello del mare: queste sono impercettibili all’o cchio
umano ma costituiscono fonte di preoccupazione per le conseguenze
che l’innalzamento potrà avere sulle coste. Gli incrementi, dell’o rdine di
pochi millimetri, sono rilevabili in gran parte dei mari italiani, con altera-
zioni marcate nel mar Adriatico.
Quando si parla di innalzamento del livello del mare, una città in parti-
colare va monitorata e protetta: Venezia, dove è presente un fenomeno
combinato di eustatismo e subsidenza. Se nel lungo periodo (1872-2021)
il tasso di innalzamento del livello medio mare si attesta mediamente
sui 2,5 mm/anno, si ritiene opportuno evidenziare che dal 1993 al 2021,
l’innalzamento del livello medio mare è raddoppiato attestandosi sui
4,9 mm/anno.
Accanto agli impatti dei cambiamenti climatici sopramenzionati,
emerge, nel corso del 2022, il tema della siccità e della crisi idrica. Le
stime per il 2022 sono ancora in corso di validazione, ma è evidente
che il deficit di precipitazione, liquida e solida, e la persistenza di ele-
vate temperature, hanno di fatto ridotto la disponibilità delle riserve
idriche per i diversi usi (civile, agricolo, industriale) e per il sosten-
tamento degli ecosistemi e dei servizi che essi erogano. Nell’ultimo
trentennio climatologico 1991–2020, con un valore medio annuo che
ammonta a più di 440 mm, la disponibilità di acqua diminuisce del
20% rispetto al valore di riferimento storico (1921-1950) di 550 mm.
31
Figura 3: Bilancio di massa cumulato di alcuni ghiacciai italiani
20.000
15.000
10.000
5.000
0
-5.000
-10.000
mm WEQ
-15.000
-20.000
-25.000
-30.000
-35.000
Valori cumulati rispetto al 1995
-40.000
-45.000
-50.000
1967
1969
1971
1973
1975
1977
1979
1981
1983
1985
1987
1989
1991
1993
1995
1997
1999
2001
2003
2005
2007
2009
2011
2013
2015
2017
2019
2021
Caresèr Ciardoney Basòdino Sforzellina** Fontana Bianca* Vedretta Pendente
Fonte: Comitato Glaciologico Italiano, Comitato Glaciologico Trentino
SAT, Meteotrentino, Dip. Ingegneria Civile e Ambientale Università di
Trento, Museo delle Scienze di Trento, [Link] TeSAF e Geoscienze dell’U-
niversità di Padova (Caresèr); Società Meteorologica Italiana (Ciardo-
ney); G. Kappenberger (Basòdino); Comitato Glaciologico Italiano (Sfor-
zellina), Ufficio idrografico della Provincia autonoma di Bolzano - Alto
Adige (Fontana Bianca, Vedretta Pendente)
Note:* Dal 2018, Il dato di massa è stimato in base alle misure su solo 3
paline di monitoraggio (paline P9, P10 e P16)
** Dal 2021 non viene effettuato il rilievo per la determinazione del bilan-
cio in quanto la quasi totale copertura detritica rende il bilancio glacio-
logico di terreno complicato da realizzare e poco attendibile.
32
Anche le stime sul lungo periodo (1951–2021) evidenziano una riduzione
significativa: circa il 16% in meno rispetto al valore annuo medio stori-
co. Questa riduzione, dovuta in gran parte agli impatti dei cambiamenti
climatici, è da attribuire non solo alla diminuzione delle precipitazioni,
ma anche all’incremento dell’evaporazione dagli specchi d’acqua e dalla
traspirazione dalla vegetazione, per effetto dell’aumento delle tempe-
rature (ISPRA, Comunicato stampa del 22 marzo 2023, Giornata mon-
diale dell'acqua).
La grave siccità che ha colpito l’Italia nel 2022 ha causato anche un
crollo record della generazione di energia idroelettrica, pari – in base
ai dati provvisori TERNA - a -37,7% in un solo anno: infatti si è ferma-
ta a meno di 30 TWh, tornando ai livelli degli anni ’50, quando però la
capacità produttiva era un terzo di quella di oggi. Questo ha portato l’i-
droelettrico a contribuire alla generazione elettrica nazionale solo per
il 10%.
I cambiamenti climatici si stanno verificando a ritmi talmente veloci
che numerose specie animali e vegetali stentano ad adattarsi. Gli im-
patti diretti comprendono i cambiamenti della fenologia (comporta-
mento e ciclo di vita delle specie animali e vegetali), l’abbondanza e la
distribuzione delle specie, la composizione della comunità, la struttu-
ra dell’habitat e i processi ecosistemici. Evidenze dimostrano che la
biodiversità sta già reagendo ai cambiamenti climatici e continuerà a
farlo, come emerge, ad esempio, dallo studio dello “Stato di salute delle
popolazioni di uccelli migratori” in cui le specie che non si sono adatta-
te al riscaldamento globale anticipando in maniera significativa la data
di migrazione, versano in cattivo stato di conservazione.
L’analisi mostra un anticipo biologicamente significativo della data di
migrazione primaverile per sei delle dieci specie considerate: Codiros-
so, Forapaglie, Luì verde, Rigogolo, Stiaccino e Beccafico, specie che
quindi sembrano manifestare un certo grado di resilienza al riscalda-
mento globale.
Al contrario, Cannaiola comune, Usignolo, Canapino maggiore e Balia
nera presentano un anticipo della data di migrazione primaverile nullo
o troppo lento (1 giorno ogni 9+ anni), non rispondendo probabilmente in
maniera adeguata ai cambiamenti ambientali che scaturiscono dall’au-
mento delle temperature primaverili. 33
La Mitigazione
Negli ultimi trent’anni le emissioni di gas serra prodot-
te dall’Italia si sono ridotte di circa un quinto rispetto al
1990. Nello specifico, le emissioni nazionali di gas serra
sono passate da 521 a 418 milioni di tonnellate di CO 2 equi-
valente dal 1990 al 2021, riducendosi del 19,9%.
Nel 2021, le emissioni di
gas serra in Italia dopo
Tale tendenza è stata determinata principalmente dal set-
la battuta d’arresto
dovuta essenzialmente tore energetico e quindi dalle emissioni di CO2, che rappre-
al periodo pandemico sentano in media l’80% delle emissioni totali lungo l’intero
mostrano un incremen- periodo 1990-2021.
to dell'8,5% rispetto al
2020, pur registran- Dal 1990 al 2021 le emissioni del settore energetico sono
do una diminuzione
diminuite del 21,8%. In particolare, il settore dei trasporti
del 19,9% rispetto al
1990. Le emissioni che (31,0% del totale delle emissioni di energia) ha registrato
ricadono nel campo di un incremento dell’1,1%; si è inoltre osservato un aumento
applicazione del rego- (pari allo 6,4%) delle emissioni negli altri settori, incluso il
lamento "Effort sharing"
residenziale, che nel 2021 rappresentano il 25,0% del totale
(EU) 2018/842 nel 2030,
secondo lo scenario a delle emissioni settoriali. Le emissioni relative al settore
politiche correnti, si processi industriali (7,6% del totale delle emissioni di gas
riducono del 28,5% ri- serra) hanno mostrato una diminuzione del 18,9% dovuta,
spetto ai livelli del 2005,
principalmente alla riduzione nel settore della chimica e
a fronte di un obiettivo
di riduzione del 43,7%. delle emissioni della produzione di minerali e metalli.
Per l’agricoltura (7,8% del totale delle emissioni di gas ser-
ra) le emissioni si riferiscono principalmente ai livelli di CH4
e N2O; la diminuzione (-13,2%) è principalmente dovuta alla
riduzione delle emissioni di CH4 da fermentazione enterica
(-14,2%), e alla diminuzione di N2O dai suoli agricoli (-7,8%).
Infine, le emissioni del settore rifiuti (4,8% del totale delle
emissioni di gas serra) sono aumentate del 6,3%, principal-
mente a causa dell’aumento delle emissioni da smaltimen-
to in discarica (14,7%), che rappresentano il 77,6% delle
emissioni dei rifiuti.
Negli stessi anni è anche aumentata la quantità di anidride
carbonica assorbita dalle foreste e dai suoli, contribuendo
34
a contrastare i cambiamenti climatici. Considerando nei totali nazionali
anche le stime e gli assorbimenti dal settore LULUCF (Land Use, Land-U-
se Change and Forestry), le emissioni totali di gas serra diminuiscono del
24,7% dal 1990 al 2021. Il consistente aumento degli assorbimenti di CO2 è
dovuto, essenzialmente, all’aumento della superficie forestale (+24% dal
1990) e dal conseguente aumento di sequestro di carbonio nella biomassa
forestale.
Nel 2021, il settore è responsabile di assorbimenti netti pari a 27,5 Mt CO2
eq. principalmente grazie alle foreste e ai prati, pascoli e altre terre bosca-
te. Bisogna comunque considerare che gli assorbimenti totali del settore
LULUCF mostrano un’elevata variabilità interannuale, condizionata dalle
emissioni relative agli incendi e ai disturbi.
Figura 4: Trend delle emissioni totali di gas serra
600
500
400
CO2 eq. (Mt)
300
200
100
0
1994
2005
2009
2020
1990
1991
1992
1993
1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2006
2007
2008
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2021
Energia Processi Industriali e uso di prodotti Agricoltura Rifiuti
Fonte: ISPRA
La riduzione delle emissioni, riscontrata in particolare dal 2008, è una
conseguenza sia della riduzione dei consumi energetici sia delle pro-
duzioni industriali, a causa della crisi economica e della delocalizza-
zione di alcune produzioni, ma anche della crescita della produzione di
35
energia da fonti rinnovabili e dell’incremento dell’efficienza energetica.
L’aumento delle emissioni rilevato nel 2021 rispetto al 2020, dovuto so-
prattutto alla ripresa della mobilità e delle attività economiche dopo
l’interruzione pandemica, si stima continui anche nel 2022.
A livello europeo, nel contesto della procedura che ha stabilito l’obiet-
tivo del 55%, è stata conferita forza di legge all’obiettivo della neutrali-
tà emissiva entro il 2050, prevedendo la definizione di una traiettoria,
a livello europeo, per il periodo successivo al 2030. In tale contesto
si collocano le Strategie nazionali di decarbonizzazione al 2050 (Long
Term Strategies, LTS) che gli Stati Membri devono adottare ai sensi del
Regolamento UE 2018/1999. L’Italia ha adottato la propria Strategia na-
zionale di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a effetto
serra nel gennaio 2021.
Gli obiettivi di riduzione dei gas ad effetto serra in capo all’Italia sono
quelli relativi alla riduzione delle emissioni dei settori inclusi nel Re-
golamento Effort Sharing e gli obiettivi derivanti dal Regolamento (UE)
36 2018/841 per il settore LULUCF.
Per i settori inclusi nel Regolamento Effort sharing (Trasporti, Edilizia,
Agricoltura, Industria non soggetta al sistema di scambio delle emis-
sioni (ETS) e Rifiuti), lo scenario di riferimento, comunicato da ISPRA
alla Commissione Europea a marzo 2023 nell’ambito del Meccanismo
di Monitoraggio europeo, mostra che è necessario adottare politiche e
misure aggiuntive per raggiungere l’obiettivo di riduzione del 43,7% al
2030 rispetto ai livelli del 2005.
Per il settore LULUCF, lo scenario di riferimento prevede che sia rag-
giunto l’obiettivo di neutralità climatica al 2025, così come previsto dal
Regolamento UE 2018/841; gli assorbimenti del settore al 2030, secon-
do lo scenario di riferimento pari a -34,9 MtCO 2eq, si avvicinano all'o-
biettivo per il settore LULUCF pari a -35,8 MtCO 2 eq. contenuto nel pac-
chetto “Fit for 55”.
Figura 5: Trend e proiezioni delle emissioni di gas serra soggette al rego-
lamento “Effort Sharing”
330
310
290
270
250
MtCO2eq
230
210
190
170
150
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020
2021
2022
2023
2024
2025
2026
2027
2028
2029
2030
Storico Scenario a politiche correnti (incluso PNRR)
Obiettivi attuali (-33% al 2030) Proposta nuovi obiettivi (-43,7% al 2030)
Fonte: ISPRA
Note: Lo scenario di riferimento è quello comunicato da ISPRA alla Com-
missione Europea a marzo 2023 nell'ambito del Meccanismo di Monito-
raggio
37
Industria energetica e trasporti:
verso la mitigazione
Le categorie che contribuiscono maggiormente alle emis-
sioni totali di gas serra sono quelle del Settore Energetico
(80%), di cui le industrie energetiche insieme ai trasporti
Nel 2021, responsabili sono responsabili di circa la metà delle emissioni nazio-
di circa la metà delle nali di gas climalteranti.
emissioni nazionali
di gas climalteranti In Italia, da una valutazione nel lungo termine del settore
rimangono i settori della
della produzione di energia, emerge che, pur permanendo
produzione di energia e
dei trasporti. una significativa dipendenza dalle fonti estere (74,9% nel
Nel 2021 rispetto al 2021), continua la transizione, in corso da alcuni anni, ver-
1990, calano le emissio- so un sistema energetico più efficiente e a minor intensi-
ni provenienti dal setto-
tà di carbonio. Dal 1990 al 2021 diminuiscono le emissioni
re delle industrie ener-
getiche del 37%, mentre provenienti dalle industrie energetiche del 37%, a fronte
crescono dell’1,1% quelle di un aumento della produzione di energia termoelettrica
dei trasporti. (da 178,6 TWh - a 189,7 TWh) e dei consumi di energia elet-
trica (da 218,7 TWh a 300,9 TWh).
Dal 2005 è iniziata una fase di riduzione della domanda
di energia primaria principalmente condizionata dalle
crisi economiche attraversate a partire dal 2008 e dalle
politiche di risparmio energetico derivanti dagli obietti-
vi ambientali del pacchetto “20-20-20”, adottato sia a li-
vello europeo sia a livello nazionale. Nel 2021 la domanda
di energia primaria è pari a 150 Mtep, con un decremento
medio annuo del 2% circa dal 2005.
Le fonti rinnovabili, grazie alle politiche di incentivazio-
ne attuate, sono cresciute da 14 Mtep del 2005 a 29 Mtep
del 2021, raggiungendo circa il 20% del mix energetico del
paese. Contestualmente, la domanda di energia da fonti
fossili ha registrato una contrazione complessiva di circa
60 Mtep e un decremento medio annuo del 3%, con ridu-
zioni del petrolio e carbone molto più sensibili rispetto a
quelle registrate dal gas naturale.
38
Un ruolo di primo piano nel sistema energetico nazionale è svolto dalle
fonti rinnovabili. Seppur ancora lontana dal target fissato al 2030, nel
2020 la quota di energia rinnovabile, pari al 20% del consumo finale
lordo, ha superato l’obiettivo del 17% previso per lo stesso anno, ed è
più che triplicata rispetto al 2004, quando rappresentava il 6,3% del
consumo finale lordo di energia. Nel 2021 tale quota è scesa al 19%.
Figura 6: Quota di energia da fonti rinnovabili rispetto ai consumi finali
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati Eurostat
L’intensità energetica primaria presenta un trend decrescente, restan-
do più bassa della media europea; ciò è dovuto all’incremento dell’ef-
ficienza energetica nel settore dell’industria, ma soprattutto alla va-
riazione del sistema produttivo, con una quota crescente dei consumi
finali localizzata nel settore dei servizi, caratterizzato da intensità
energetica di gran lunga inferiore al settore dell’industria. Di particola-
re rilievo ai fini della diminuzione dell’intensità energetica appaiono le
misure volte all’incremento dell’efficienza energetica di cui i Certificati
Bianchi (CB) ne rappresentano una parte rilevante.
Nel corso del 2021 il quadro delle politiche comunitarie è cambiato
rapidamente, stabilendo ambiziose tabelle di marcia verso l’appunta- 39
mento intermedio del 2030, in vista della neutralità climatica del 2050.
L’Italia sta provvedendo a una riformulazione delle proprie strategie e
dei propri obiettivi sul risparmio energetico, sulle fonti rinnovabili e
sull’efficienza energetica, adattando le proprie potenzialità ai profili
del mutato scenario.
Il settore dei trasporti, nel 2021, con un incremento dell’1,1% in termini di
CO2 equivalente rispetto al 1990, ha contribuito complessivamente per il
24,7% al totale nazionale delle emissioni di gas serra, di cui il trasporto
stradale costituisce la fonte maggioritaria (93% del settore dei trasporti).
L’impatto emissivo è legato alla composizione del parco veicolare
stradale italiano, che, oltre ad aver registrato negli anni una notevole
espansione, è tuttora caratterizzato da veicoli a combustione interna e
ad alimentazione convenzionale, fondamentalmente benzina e gasolio.
In particolare, nel 2021, il 93% del trasporto passeggeri avviene su stra-
da, con il restante coperto da treni (5%) e navigazione aerea (2%). Tale
composizione risulta non in linea con gli obiettivi di sviluppo e promo-
zione di shift intermodale contenute negli ultimi strumenti di pianifi-
cazione nazionali, nei quali si prevede un ulteriore ampliamento della
quota del fabbisogno di mobilità privata coperto dal trasporto pubblico
e/o condiviso.
40
Se si analizza la composizione percentuale per modalità di trasporto
merci dal 2006 al 2021, si nota una contrazione per l’autotrasporto di
circa 8 punti percentuali, a fronte di un aumento della quota del tra-
sporto marittimo. Tale andamento, pur in linea con le indicazioni con-
tenute negli ultimi strumenti di pianificazione nazionali, non può con-
siderarsi soddisfacente. La ripartizione modale necessita ancora di un
maggior equilibrio tra trasporto ferroviario e marittimo e di un ridimen-
sionamento, in termini di quota percentuale, di quello stradale.
41
L’Adattamento
I pericoli legati agli eventi estremi, come temperature
estreme, forti precipitazioni e siccità, rappresentano un
rischio per la salute umana e possono portare a notevo-
li perdite economiche. L’Agenzia Europea dell’Ambiente
stima che, tra il 1980 e il 2020, gli estremi meteorologici
In termini assoluti, l’A-
genzia Europea dell’Am- e climatici hanno rappresentato circa l’80% delle perdite
biente specifica che le economiche totali causate da calamità naturali negli Stati
maggiori perdite eco- Membri dell’AEA, pari a 487 miliardi di euro. Ciò equivale a
nomiche dovuti a eventi
11,9 miliardi di euro all’anno.
estremi legati al clima
nel periodo 1980-2020,
L’IPCC prevede che gli eventi estremi legati al clima diven-
sono state registrate in
Germania, seguita dalla teranno ancora più frequenti in tutto il mondo. Ciò potreb-
Francia e poi dall'Italia. be interessare più settori e causare fallimenti sistemici
Le maggiori perdite pro in tutta Europa, portando a notevoli perdite economiche.
capite in Svizzera, Slo-
Tuttavia, il costo futuro dei pericoli legati al clima dipen-
venia e Francia, mentre
per unità di superficie de non solo dalla frequenza e dalla gravità degli eventi,
in Svizzera, Germania e ma anche da numerosi altri fattori, come la dimensione
Italia. delle popolazioni e il valore dei beni esposti. Pertanto, è
necessario un approccio globale e integrato per adattar-
si e gestire i rischi. Migliorare la resilienza della società
ai cambiamenti climatici concentrandosi su prevenzione,
preparazione, risposta e recupero sarà fondamentale per
la strategia di adattamento riveduta dell’UE.
L’indicatore headline dell’VIII PAA “Perdita economica le-
gata al clima”, finalizzato a monitorare le perdite moneta-
rie totali derivanti da eventi metereologici legati al clima,
varia considerevolmente da un paese all’altro. In termini
assoluti, l’Agenzia Europea dell’ambiente specifica che le
maggiori perdite economiche nel periodo 1980-2020 sono
state registrate in Germania, seguita dalla Francia e poi
dall’Italia. Le maggiori perdite pro capite sono state regi-
strate in Svizzera, Slovenia e Francia, mentre, per unità di
superficie, in Svizzera, Germania e Italia.
42
Figura 7: Perdite economiche dovute a eventi estremi legati al clima
200
160
120
€ procapite
80
40
0
2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021
EU 27 Italia
Fonte: AEA
Il nostro territorio è inoltre notoriamente soggetto ai rischi naturali (fe-
nomeni di dissesto idrogeologico, alluvioni, erosione delle coste, ca-
renza idrica) e già oggi è evidente come l’aumento delle temperature
e l’intensificarsi di eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici
(siccità, ondate di caldo, venti, piogge intense, ecc.) tendano ad am-
plificarli con impatti economici, sociali e ambientali destinati ad au-
mentare nei prossimi decenni. Nel corso del 2022 diversi sono stati gli
eventi meteo-climatici significativi:
• Il 3 luglio l’enorme crollo verificatosi nel ghiacciaio della Marmolada
ha provocato una valanga di neve, ghiaccio e rocce che ha causato
11 vittime. L’incidente, verificatosi per una serie di condizioni il cui
peso relativo non è di facile determinazione, è legato anche all’au-
mento delle temperature che hanno influito sullo stato del ghiac-
cio 1;
• Intorno alla metà di agosto, piogge intense, grandine e forti venti, con
velocità massima fino a 110 km/h, hanno colpito parte dell’Italia setten- 43
trionale e centrale, causando frane, caduta di alberi, danni a edifici,
interruzione di strade;
• Tra il 15 e il 16 settembre una violenta ondata di maltempo abbattu-
tasi nelle Marche, fra le province di Ancona e di Pesaro e Urbino ha
avuto un esito disastroso, provocando allagamenti ed esondazioni
di diversi corsi d’acqua e la conseguente perdita di vite umane. L’e-
vento ha avuto precipitazioni cumulate che hanno superato local-
mente i 400 mm;
• Il 26 novembre l’isola di Ischia è stata colpita da intense piogge, i
cui effetti, amplificati dalla fragilità del territorio, hanno provocato
una frana, ingenti danni e anche qui la perdita di vite umane.
L’altro indicatore headline adottato dalla Commissione al fine di moni-
torare l’obiettivo di adattamento previsto dall’VIII PAA è “l’impatto della
siccità sugli ecosistemi”. La siccità è un problema globale: tra il 2000 e
il 2021 l’UE è stata colpita da gravi siccità, con impatti significativi nel
2003, 2012, 2018, 2019 e 2020. Nel periodo esaminato, in media il 4,5%
del territorio dell’UE (circa 146.000 km 2) è stato colpito ogni anno da
siccità dovuta a scarse precipitazioni, elevata evaporazione e ondate
di caldo. Gli impatti più elevati si registrano nelle terre coltivate e nelle
44
foreste, in cui risultano colpiti, rispettivamente, circa 62 e 52 mila km 2
in media ogni anno.
In Italia, nel periodo 2000-2020, la superficie media annua di territorio
colpito da siccità è pari al 3,3%, e nel 2021 è stato riscontrato un im-
patto dalla siccità superiore del 2,6% alla media del periodo 2000-2020
(EEA, 2023 A).
La percentuale di territorio italiano soggetto a condizioni di siccità
estrema espresso mediante lo Standardized Precipitation Index rileva
che dagli inizi degli anni ’50 tale valore tende a aumentare in linea con
quanto riscontrato anche a livello europeo. 45
ECONOMIA CIRCOLARE
Quadro di riferimento: politiche e normative2
ECONOMIA CIRCOLARE
Quadro di riferimento delle politiche e normative
internazionali ed europee
Nel 2019 l’Agenzia europea dell’ambiente tratteggiava nel report The
European Environment – state and outlook 2020 3 un quadro molto chiaro
in cui collocava l’Europa di fronte a sfide ambientali senza precedenti
per urgenza e portata. Tali sfide riguardano diverse tematiche ambien-
tali, quali biodiversità, uso delle risorse, cambiamenti climatici. I trend
a livello globale comportano pressioni aggiuntive sull’ambiente euro-
peo. In particolare, la crescita della popolazione mondiale darà luogo a
un’ulteriore crescita nell’uso delle risorse naturali fino quasi a raddop-
piare dal 2017 al 2060 4.
In questo contesto la Commissione Europea ha lanciato l’European Green
Deal 5 alla fine del 2019, un programma ambizioso per rispondere a que-
ste sfide attraverso “una nuova strategia di crescita mirata a trasforma-
re l’UE in una società giusta e prospera, dotata di un’e conomia moderna,
efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva che nel 2050 non
genererà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita econo-
mica sarà dissociata dall’uso delle risorse.”
L’European Green Deal, inoltre, si collega al contesto globale indicando
la necessità di agire a tutti i livelli per attuare l’Agenda 2030 e gli obiet-
tivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
Fra le numerose politiche abbracciate dall’European Green Deal, è chia-
ra l’attenzione all’economia circolare e all’efficienza delle risorse, in
rapporto diretto e indiretto con le altre politiche. Il nuovo Piano d’azione
per l’economia circolare 6, pubblicato a marzo 2020, è quindi una delle
componenti principali dell’European Green Deal. Il Piano della Commis-
sione Europea presenta iniziative da sviluppare secondo la prospettiva
dell’intero ciclo di vita dei prodotti, dal design, ai processi produttivi,
fino al consumo sostenibile e la prevenzione dei rifiuti. Se confrontato
con il primo Piano d’azione (dicembre 2015), il secondo Piano si distin-
gue per un approccio più marcatamente rivolto alle filiere produttive e
per spostare l’azione dai rifiuti ai prodotti, fermo restando l’obiettivo
48
primario di conservare il valore dei prodotti, dei materiali e delle risor-
se naturali il più a lungo possibile nel sistema economico.
Inoltre, il Piano d’azione per l’economia circolare 2020 fissa obiettivi
specifici a livello europeo per:
• il disaccoppiamento fra la dinamica dell’economia e quella dell’uso
delle risorse;
• limitare l’uso delle risorse entro i limiti del pianeta;
• ridurre gli impatti ambientali dei consumi;
• raddoppiare il tasso di circolarità nel prossimo decennio;
• ridurre la produzione di rifiuti.
L’economia circolare è ora al centro delle politiche europee e, a parte il
Piano d’azione, il tema trapela da numerose altre strategie, come quella
dell’industria e della bioeconomia. Inoltre, sinergie fra economia circola-
re, mitigazione dei cambiamenti climatici e arresto della perdita di bio-
diversità sono sempre più riconosciute e studiate, ad esempio in ambito
OECD7, Commissione Europea8 e Agenzia Europea dell’Ambiente9.
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali
In Italia, la Strategia nazionale per l’economia circolare è stata adottata
a giugno 2022, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
In particolare, la Strategia è inserita nella componente del Piano che
riguarda investimenti e riforme relativi alla gestione dei rifiuti, all’eco-
nomia circolare, al sostegno alle filiere agroalimentari e alla transizio-
ne ecologica 10.
La Strategia prevede un nuovo sistema di tracciabilità digitale dei rifiu-
ti, incentivi fiscali a sostegno delle attività di riciclo e utilizzo di mate-
rie prime secondarie, una revisione del sistema di tassazione ambien-
tale, il diritto al riutilizzo e alla riparazione dei prodotti, la riforma del
sistema di responsabilità estesa del produttore e dei relativi consorzi 11,
il sostegno agli strumenti normativi esistenti – quali la legislazione sul-
la cessazione della qualifica di rifiuto e i criteri ambientali minimi nel
quadro degli appalti verdi – e il sostegno alla simbiosi industriale. 49
La Strategia individua obiettivi generali e specifici da raggiungere entro
ECONOMIA CIRCOLARE
il 2035.
A tali obiettivi si fa riferimento in Tabella 3, nella scheda “Prospettive per
raddoppiare il tasso di circolarità”. Su come raggiungerli è attualmente
in corso un programma di assistenza tecnica sviluppato dall’OECD e fi-
nanziato dalla Commissione Europea, delle cui raccomandazioni in tema
di strumenti di policy e di misurazione dell’e conomia circolare l’Italia ter-
rà conto in fase di attuazione e monitoraggio della Strategia. Il progetto
si concluderà ad agosto 2023.
Una fotografia del contesto italiano viene fornita dal Country profile on Cir-
cular Economy12 redatto nel 2022 per la Commissione europea dall’Agenzia
europea dell’ambiente e dal Gruppo Eionet “Economia circolare e uso
delle risorse” 13. Il Country profile offre un panorama aggiornato delle po-
litiche attuate a livello nazionale, con particolare attenzione agli aspet-
50 ti innovativi e peculiari rispetto al quadro comunitario.
Particolarmente interessanti sono gli elementi di economia circolare
inseriti in altre iniziative politiche, quali il Programma nazionale per la
gestione dei rifiuti, gli Acquisti verdi, il Catalogo dei sussidi ambiental-
mente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli, i Titoli di Stato
Green, le diverse edizioni del Rapporto sullo stato del capitale naturale.
Raggiungere gli obiettivi “verso l’economia circolare”, così profondi e
trasformativi in termini di uso delle risorse, richiede una sistematica
analisi delle sinergie e dei trade-off affinché venga assicurata coerenza
fra le politiche. Sinergie e trade-off, nonché le interconnessioni fra le
risorse naturali e il loro uso, sono colti dal concetto di resource nexus 14.
Il caso dei veicoli elettrici è esemplare. Essi sono presentati come una
delle soluzioni per ridurre le emissioni in atmosfera nei trasporti. Sen-
za dubbio la loro diffusione implicherà una riduzione della domanda di
combustibili fossili e benefici per la salute dei cittadini per il contem-
poraneo miglioramento della qualità dell’aria nelle aree urbane.
Allo stesso tempo la diffusione dei veicoli elettrici implicherà una mag-
giore domanda di materie prime – minerali metalliferi e non metalli-
feri – in quanto tali veicoli richiedono mediamente un input di risorse
minerali sei volte maggiore di un veicolo tradizionale, principalmente
per la produzione di batterie 15. Inoltre, la successiva produzione di ri-
fiuti derivante da batterie e infrastrutture per la produzione di energia
rinnovabile (ad esempio turbine eoliche, pannelli solari e fotovoltaici)
mostra sia sfide sia opportunità 16: da una parte si prevede una crescita
nella produzione di questi rifiuti di 30 volte superiore nei prossimi dieci
anni, dall’altra si ha l’occasione per ridurre i consumi di risorse scarse
con il recupero e riciclo di materiali metalliferi e altre risorse preziose.
Le schede seguenti presentano, dopo una valutazione complessiva del-
la politica, come le risorse e i materiali da esse derivati sostengano i
processi di produzione e consumo e alimentino i beni e i servizi che
tutti i cittadini richiedono per necessità fondamentali, quali servizi
abitativi, alimentari, shopping e mobilità; qual è il grado di circolarità
del sistema economico e il ruolo fondamentale che può svolgere un si-
stema innovativo e competitivo. Infine, si indaga su alcuni scenari sul
tasso di circolarità.
51
Stato, prospettive e scenari
ECONOMIA CIRCOLARE
Economia circolare in sintesi
Un’attenta valutazione dei progressi verso un’economia circolare è fon-
damentale per capire come le diverse componenti di questa politica si
sviluppano nel tempo e se il cambiamento va nella direzione desiderata.
È utile, inoltre, per comprendere l’efficacia delle diverse azioni attuate,
e costituisce una base analitica per individuare nuove priorità. A livello
europeo, lo sviluppo della misurazione dell’economia circolare – in cui
si tenga conto anche delle connessioni e delle sinergie, come quelle
con le politiche per la neutralità climatica e per la riduzione dell’inqui-
namento – è esplicitamente richiesto dai due Piani d’azione pubblicati
dalla Commissione Europea a dicembre 2015 e marzo 2020.
Non esiste un indicatore onnicomprensivo per misurare la circolarità di
un’economia, anche perché non sarebbe in grado di coglierne la com-
plessità e le diverse dimensioni. Infatti, il monitoring framework della
Commissione Europea tematizza cinque aspetti chiave della circolari-
tà17. Le dimensioni individuate sintetizzano i diversi settori di attività e
le aree di intervento prioritarie: i) produzione e consumo; ii) gestione dei
rifiuti; iii) materie prime secondarie; iv) competitività e innovazione; v)
sostenibilità globale e resilienza (Figura 8)18.
Figura 8: Nuovo monitoring framework per l’e conomia circolare della
Commissione Europea
Fonte: Commissione Europea
52
La circolarità delle economie europee è dunque misurata dal lato dei
suoi input materiali (terza dimensione: materie prime secondarie),
delle attività che coinvolgono produttori e utilizzatori finali (prima di-
mensione: produzione e consumo), di parte dei suoi output (seconda
dimensione: gestione dei rifiuti), della sua efficienza presente e futura
(quarta dimensione: competitività e innovazione), e attraverso la valu-
tazione del contributo della circolarità ad altri temi ambientali, nonché
la sua resistenza a shock esterni (quinta dimensione: sostenibilità glo-
bale e resilienza).
Il diagramma di flusso della Figura 9, nonostante fornisca una foto-
grafia solo in termini fisici, è ricco di tante interrelazioni, è in grado
di cogliere la trasversalità dell’economia circolare e presenta in modo
efficace le cinque dimensioni, mostrando i materiali che entrano nel
sistema economico, che hanno un percorso interno al sistema e, alla
fine, ne fuoriescono.
Figura 9: Flussi di materia dell’e conomia italiana nel 2021
Fonte: Eurostat 19
*Nota: unità di misura: tonnellate pro capite
Legenda: biomasse: verde; minerali metalliferi: blu; minerali non metal-
liferi: senape; combustibili fossili: bordeaux
53
I materiali sono estratti dall’ambiente o importati dall’estero, per la
ECONOMIA CIRCOLARE
produzione ed il consumo di beni e asset o per scopi energetici; sono
quindi accumulati in stock di beni quali edifici, infrastrutture e beni du-
revoli, o restituiti al sistema naturale in forme modificate, o esportati
verso altre economie. La circolarità è rappresentata dai prodotti che
non seguono il classico percorso lineare verso l’ambiente, ma vengono
riutilizzati per produrre materie prime secondarie (sommandosi agli in-
put in entrata) o per altri scopi (backfilling). In questo modo l’estrazione
delle risorse naturali viene limitata.
Nel 2021, delle 13,5 tonnellate pro capite (t/p) di materiali che entrano
nei processi di produzione e consumo dell’economia italiana (indicati
come ‘Processed materials' in Figura 9), 5,2 t/p sono importate (3,6 t/p
la media europea). Ciò indica la dipendenza dall’estero per i materiali
necessari a soddisfare la domanda interna ed estera di beni e servizi
(per approfondimenti si veda indicatore ‘dipendenza dalle importazioni
nella sezione ‘Sostenibilità globale e resilienza’).
Poco più della metà dei processed material entrati nell’economia, pari a
7,2 t/p (10,6 t/p per l’UE), viene destinato ad usi non energetici (material
use) e 2,5 t/p (1,6 t/p per l’UE) viene esportato.
Guardando l’output del sistema economico e i processi interni al siste-
ma stesso, si nota che la maggior parte dei materiali immessi nell’eco-
nomia – circa due terzi sia per l’Italia sia per la media europea – diventa
o emissioni in atmosfera (3,6 t/p per l’Italia e 5,6 t/p per l’UE, principal-
mente derivanti dagli usi energetici), o materiali che annualmente si
aggiungono allo stock di beni manufatti che restano a lungo nell’econo-
mia (material accumulation, pari a 4,9 t/p per l’Italia e 6,6 t/p per l’UE,
principalmente infrastrutture, edifici, macchinari).
Questa articolazione in termini fisici del sistema antropico italiano, che
può esser visto come un organismo caratterizzato da un vero e proprio
metabolismo 20, riesce a restituire ai processi produttivi 2,0 t/c (1,7 t/p
per l’UE) di materiali.
È dunque evidente la presenza di almeno due vincoli strutturali sui qua-
li intervenire, che precludono l’incremento del recupero di materiali:
la quota dei materiali che annualmente si aggiunge allo stock di beni
manufatti che restano a lungo nell’economia; la quota delle risorse de-
54
stinata ad usi energetici, trasformata dopo i processi di combustione in
flussi di materia non più recuperabile.
Utilizzando la sintesi analitica offerta dagli indicatori compositi, nel
grafico sottostante è possibile osservare l’andamento registrato dal
tema oggetto d’analisi, caratterizzato da un complessivo miglioramen-
to nel periodo considerato, nonostante periodi di flessione seguiti da
parziali recuperi negli anni tra il 2013 e il 2019 e un deciso incremento
nell’ultimo anno considerato.
Si osservi che l’indicatore è stato costruito tenendo in considerazio-
ne solo quattro degli indicatori precedentemente analizzati, ponen-
do attenzione essenzialmente agli impatti ambientali dei consumi
(Consumption footprint), alle pressioni sull’uso delle risorse (Material
footprint), alle emissioni in atmosfera causate dal sistema produttivo
(Carbon footprint), e infine al contributo dei materiali riciclati riutiliz-
zati per la produzione in sostituzione dell’estrazione di risorse naturali
(Tasso di circolarità).
Figura 10: Indicatore composito "Economia circolare"
Fonte: ISPRA
55
Produzione e Consumo
Misurare le fasi della produzione e del consumo ponen-
do al centro il funzionamento di un’economia è essenziale
per comprendere i progressi verso un’economia circolare.
Nel lungo periodo la transizione può contribuire ad au-
mentare l’autosufficienza di determinate materie prime
A fronte di risultati
positivi nella produt-
per i processi produttivi. Indagare cosa accade allo spre-
tività delle risorse e co alimentare è utile per conoscere un flusso di materia
nel material footprint, importante anche in relazione agli stili di vita.
spiegati soprattutto
dalla caduta dell’atti- Dal 2000 al 2021 la produttività delle risorse – rapporto
vità economica delle fra il prodotto interno lordo (PIL) e il consumo materiale
costruzioni, la produ-
zione di rifiuti per unità
interno (CMI) 21 – dell’economia italiana aumenta di circa il
di PIL e per unità di CMI 45% (circa dieci punti percentuali in più rispetto alla me-
segnalano una minor dia europea; Figura 11).
efficienza dell’e cono-
mia italiana. Tuttavia, questo incremento non si è verificato in modo
costante. Fino al 2006 la produttività delle risorse non
manifesta variazioni significative, con un valore medio del
2,14 euro per kg dal 1995 al 2006. A partire dagli anni suc-
cessivi, caratterizzati dalla crisi economica e finanziaria,
la crescita esplode fino a raggiungere 3,28 euro per kg nel
2013 e 3,54 euro per kg nel 2017.
Il 2017 è l’anno in cui questa tendenza si inverte, con una
diminuzione fino al 2021 di circa il 10%. L’analisi delle
componenti della produttività delle risorse fa luce sull’e-
voluzione di questo indicatore nel periodo 1995-2021.
Prima del 2006 e dopo il 2013, il prodotto interno lordo e il
consumo materiale interno mostrano un forte accoppia-
mento.
Nel periodo 2009-2021, a una tenuta del prodotto interno
lordo corrisponde la caduta del consumo materiale inter-
no.
56
Figura 11: Produttività delle risorse in Italia ed UE
170 170
Prodotto interno lordo
160 160
Consumo materiale interno
150 150
Produttività delle risorse
140 140
Produttività delle risorse UE
130 130
120 120
2000 = 100
2000 = 100
110 110
100 100
90 90
80 80
70 70
60 60
50 50
1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020
2021
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati Istat e Eurostat 22
Oltre che per la produttività delle risorse, l’Italia mostra forti migliora-
menti in un altro indicatore fondamentale per quest’area dell’economia
circolare. Il material footprint 23 – che quantifica l’estrazione di risorse
naturali (biomasse, minerali metalliferi, minerali non metalliferi e com-
bustibili fossili) a livello globale dovuta ai consumi finali e agli investi-
menti dell’economia italiana – scende di circa il 30% dal 2010 al 2020
fino a 10,6 tonnellate pro capite (13,7 tonnellate pro capite il dato UE nel
2020, -7,5% dal 2010) 24.
Queste differenze rispetto all’UE sono spiegate dalla caduta più accen-
tuata rispetto alla media europea nel consumo apparente di minerali
non metalliferi in conseguenza del declino dell’attività economica delle
costruzioni, dal lato dell’offerta, e parallelamente degli investimenti nel
settore abitativo e delle infrastrutture, dal lato della domanda, all’indo-
mani della crisi economico e finanziaria.
Al contrario, la produzione di rifiuti primari (rifiuti totali meno rifiuti se-
condari) 25, indicatore anch’esso condizionato dai materiali delle attività 57
delle costruzioni e demolizioni, aumenta per l’Italia dal 2010 al 2020 da
2,4 a 2,5 tonnellate pro capite, dove per l’UE si riduce da 4,8 a 4,5 ton-
nellate pro capite, risultando più sensibile alla crisi pandemica.
La produzione di rifiuti denota per l’Italia una forte dipendenza dai suoi
driver economici, sia monetari (livello dell’attività economica) sia mate-
riali (uso delle risorse materiali). Infatti, si nota che l’intensità dell’eco-
nomia italiana nella produzione di rifiuti (produzione di rifiuti per unità
di prodotto interno lordo generato) e l’efficienza nell’uso delle risorse
(produzione di rifiuti per unità di consumo materiale interno) mostrano
andamenti meno favorevoli in confronto a quelli registrati per la media
complessiva europea 26.
Infine, lo spreco alimentare – rifiuti prodotti nelle diverse fasi della fi-
liera alimentare (produzione primaria; trasformazione e fabbricazione;
58 vendita al dettaglio e altre forme di distribuzione degli alimenti; risto-
ranti e servizi di ristorazione; famiglie) – costituisce una forte preoc-
cupazione a livello europeo ed è collegato con la pressione ambientale
su risorse naturali limitate, sull’ambiente e sui cambiamenti climatici.
Non è trascurabile anche l’impatto da una prospettiva meramente fi-
nanziaria.
Questo aspetto dell’economia circolare costituisce una priorità per il
Circular Economy Action Plan e il suo monitoraggio è rilevante anche nel
contesto dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile che si
propone di dimezzare entro il 2030 lo spreco pro capite globale di rifiuti
alimentari nella vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdi-
te di cibo lungo le filiere di produzione e fornitura, comprese le perdite
post-raccolto (obiettivo 12.3).
Nel 2020 le quantità di rifiuti alimentari in Italia ammontano a 146 chilo-
grammi pro capite (131 kg pro capite il dato medio europeo), di cui quasi
tre quarti attribuibili ai consumi delle famiglie (mentre per l’UE oltre la
metà) 27.
59
Gestione dei Rifiuti
Questo aspetto dell’economia circolare riguarda la par-
te dei rifiuti trattati che sono recuperati e riciclati, cioè
quelle risorse materiali che rientrano nei circuiti di pro-
duzione e consumo e che continuano a creare valore. Gli
indicatori principali presentati per il monitoraggio dei
L’Italia è fra i leader
europei per le attività
progressi generali nel recupero di materiali sono il “tas-
di riciclo, sia in genera- so di riciclaggio dei rifiuti trattati esclusi i principali ri-
le sia per alcuni flussi fiuti minerali” e “il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani”,
specifici quali i mate- quest’ultimo oggetto di target obbligatori in ambito euro-
riali da imballaggio e
i rifiuti da attività di
peo. Inoltre, alcuni flussi di rifiuti specifici rivestono par-
costruzione e demoli- ticolare importanza in quanto anch’essi oggetto di obiet-
zione. tivi vincolanti e di esplicita attenzione da parte del Piano
di azione sull’economia circolare del 2020 della Commis-
sione Europea.
Il rapporto tra quantitativi di rifiuti riciclati rispetto alla
quantità totale dei rifiuti trattati, esclusi i principali rifiu-
ti minerali (ad esempio quelli provenienti dal settore delle
costruzioni e demolizioni) cresce di oltre dieci punti per-
centuali dal 2010 al 2020 (Figura 12). Nel 2020 il tasso si
attesta al 72,4% collocando l’Italia tra i leader del riciclo a
livello europeo, dove in media questo tasso mostra un rit-
mo di crescita più lento, e comunque sotto il 60% nel 2020.
La Figura 12 confronta inoltre il tasso di riciclaggio dei
rifiuti trattati esclusi i principali rifiuti minerali con quello
dei soli rifiuti urbani.
Mentre il primo tasso si riferisce ai rifiuti totali riciclati
provenienti dalla produzione e dal consumo, il secondo
tasso si riferisce ai soli rifiuti urbani generati dai consumi
delle famiglie e da altre fonti che producono rifiuti assimi-
labili per tipologia e composizione a quelli delle famiglie.
Nonostante la quota dei rifiuti urbani sia relativamente
bassa sul totale dei rifiuti prodotti, la loro eterogeneità
60
comporta un notevole sforzo nella gestione dei rifiuti. Perciò tale tasso
di riciclo costituisce un indicatore del sistema complessivo di gestione
dei rifiuti.
Inoltre, viene usato per misurare i progressi verso gli obiettivi europei:
50% in termini di peso al 2020, fino al 65% entro il 2035. L’Italia rag-
giunge l’obiettivo 2020 con il 51,4% dei rifiuti urbani riciclati, recupe-
rando rispetto alla media europea che registra tassi più alti fino al 2014.
Figura 12: Tasso di riciclaggio dei rifiuti trattati esclusi i principali rifiuti
minerali e tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani
Tasso di riciclaggio dei rifiuti trattati Tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani
80
70
60
50
%
40
30
20
10
0
2010 2012 2014 2016 2018 2020 2010 2012 2014 2016 2018 2020
Italia UE
Fonte: ISPRA e Eurostat 28
La normativa europea prevede obiettivi di riciclaggio ambiziosi al 2025 e
al 2030 per i rifiuti di materiali da imballaggio29 che rappresentano uno dei
principali flussi monitorati.
Nel 2021 il riciclaggio di tali rifiuti rappresenta oltre il 70% dei quantitativi
immessi al mercato, superando di quasi sette punti percentuali l’obietti-
vo del 65% al 2025. Rispetto agli altri paesi dell’UE, l’Italia è ai primi posti
come tasso di riciclaggio dei rifiuti d’imballaggio, molto al di sopra della
media europea.
61
Gli obiettivi previsti per il 2025 sono praticamente già raggiunti per
tutte le frazioni di imballaggio, ad eccezione della plastica. Per incre-
mentarne il riciclaggio si prevede di sviluppare nuove tecnologie di
trattamento, soprattutto per quelle tipologie di rifiuti che sono al mo-
mento difficilmente recuperabili mediante processi di tipo meccanico.
È, inoltre, necessario ridurre i divari territoriali del Paese. Per questo
misure importanti sono contenute sia nel Programma Nazionale di Ge-
stione dei Rifiuti (PNGR) 30 sia nel Programma Nazionale di Ripresa e
Resilienza (PNNR).
La Tabella 1, estratta dal PNGR, presenta il quadro riassuntivo dei tar-
get europei e lo stato a scala nazionale. L’Italia si colloca in linea con gli
obiettivi europei, tranne per alcune filiere – rifiuti tessili, veicoli fuori
uso, apparecchiature elettriche ed elettroniche e batterie – che pre-
sentano punti di debolezza nella raccolta differenziata, spesso con di-
vari territoriali significativi.
Tabella 1: Quadro riassuntivo dei target europei e stato a scala nazionale
Stato Italia al
Target
2021
Nazionale
Obiettivo Fonte Target europeo (dove non Stato
(se recepito
diversamen-
diversamente)
te indicato)
55% in peso entro il
Preparazione
Art. 11 2025
per il riutilizzo, 48,1%
Direttiva 2008/98/CE 60% in peso entro il
riciclaggio e
(recepito nell’art.181 2030
recupero dei
[Link]. 152/2006) 65% in peso entro il
rifiuti urbani
2035
Dato nazio-
35% entro il 31
nale: 64,0%,
Art. 205 dicembre 2006
Raccolta dif- di cui
[Link]. 152/2006 45% entro il 31
ferenziata dei Nord: 71,0%,
L. 27 dicembre 2006, dicembre 2008
rifiuti urbani Centro:
n. 296 65% entro il 31
60,4%
dicembre 2012
Sud: 55,7%
Percentuale
di Comuni che
Art 11, comma 1 diret- Istituire la
hanno raccolto
tiva 2008/98/CE raccolta diffe-
Istituire la raccolta rifiuti tessili
modificata dalla diret- renziata entro il
Rifiuti tessili differenziata dei rifiuti Dato naziona-
tiva 2018/851/UE 1° gennaio 2022
tessili entro il 2025 le: 72%, di cui
(art. 205 (art. 205 [Link].
Nord: 74%
[Link]. 152/2006) 152/2006)
Centro: 79%
62 Sud: 66%
Stato Italia al
Target
2021
Nazionale
Obiettivo Fonte Target europeo (dove non Stato
(se recepito
diversamen-
diversamente)
te indicato)
Percentuale
di Comuni che
Art. 22 Direttiva hanno raccolto
Raccolta differenziata
2008/98/CE rifiuti organici
e riciclaggio alla fonte
Rifiuti organici (recepito nell’art. Dato naziona-
entro il 31 dicembre
182-ter [Link]. le: 96%, di cui
2023
152/2006) Nord: 97%
Centro: 95%
Sud:94%
Percentuale
dei Comuni
che hanno
raccolto rifiuti
Art.20 Direttiva
Raccolta differenziata urbani peri-
2008/98/CE -
Rifiuti domes- delle frazioni di rifiuti colosi
sostituito dall’art.1
tici pericolosi domestici pericolosi Dato nazionale
par. 17 direttiva
entro il 1 gennaio 2025 - (2020): 89,9%,
2018/851/UE
di cui
Nord: 98,5%
Centro: 86,7%
Sud: 6,5%
Entro il 31 dicembre
2025:
50 % plastica, 25 %
legno,
70 % materiali ferrosi,
50 % alluminio, 70 %
vetro,
75 % carta e cartone 55,6% pla-
Art. 6 della direttiva 65% in peso di tutti i stica, 64,7%
94/62/CE rifiuti di imballaggio legno, 71,9%
modificato
acciaio, 67,4%
Riciclaggio dei dall’articolo
alluminio,
materiali da 1, paragrafo 5 della
76,6% vetro
imballaggio direttiva 2018/852/UE
85,1% carta
(recepito nell’Allegato Entro il 31 dicembre
73,3% in peso
E, parte IV [Link]. 2030:
di tutti i rifiuti
152/2006) 55 % plastica, 30 %
di imballaggio
legno,
80 % materiali ferrosi,
60 % alluminio, 75 %
vetro, 85 % carta e
cartone
70% in peso di tutti i
rifiuti di imballaggio
63
Stato Italia al
Target
2021
Nazionale
Obiettivo Fonte Target europeo (dove non Stato
(se recepito
diversamen-
diversamente)
te indicato)
Tasso minimo di rac-
colta pari a:
Tasso di raccol- Direttiva 2012/19/UE 65% del peso medio
ta dei rifiuti di sui rifiuti di apparec- delle AEE immesse
apparecchia- chiature elettriche e sul mercato nei 3 anni 25,6%
ture elettriche elettroniche (RAEE) precedenti
ed elettroniche (recepito all’art. o, in alternativa
(RAEE) 14 [Link]. 49/2014) 85 % del peso dei RAEE
prodotti nel territorio
dello Stato membro
Livello minimo di rac-
colta differenziata per
il riciclo delle bottiglie
in plastica individuate
alla parte F dell’alle-
gato:
Entro il 31 dicembre
Riduzione 2025
dell’incidenza 77 %, in peso, di tali Dato statistico
Direttiva 2019/904/UE
di determinati prodotti di plastica ufficiale non
(recepito all’art.9
prodotti di monouso immessi sul ancora dispo-
[Link]. 196/2021)
plastica sull’am- mercato in un determi- nibile
biente nato anno
Entro il 31 dicembre
2029
90 %, in peso, di tali
prodotti di plastica
monouso immessi sul
mercato in un determi-
nato anno
Entro il 31 dicembre
Direttiva 1999/31/CE 2035
19%
Discariche modificata dalla diret- limitare la quota di ri-
tiva 2018/850/UE fiuti urbani collocati in
discarica al 10%
64
Stato Italia al
Target
2021
Nazionale
Obiettivo Fonte Target europeo (dove non Stato
(se recepito
diversamen-
diversamente)
te indicato)
84,7% (dato
Entro il 1° gennaio 2015
2020)
- percentuale
di reimpiego e di
84,7% (dato
recupero almeno 95
2020)
% del peso medio per
Direttiva 2000/53/CE
veicolo
Veicoli fuori uso modificata dalla diret- Il dato di recu-
- percentuale di
tiva 2018/850/UE pero totale e
reimpiego e di rici-
di riciclaggio
claggio pari almeno
sono uguali
85 % del peso medio
perché in
per veicolo e per
Italia si adotta
anno.
il recupero
energetico.
entro il 31 dicembre
Art. 11 della direttiva 2020
Rifiuti di co-
2008/98/CE 70% percentuale di 79,9% (dato
struzione e
(recepito all’art.181 preparazione per il 2020)
demolizione
[Link]. 152/2006)) riutilizzo, riciclaggio e
recupero di materiali
entro il 30 settembre
Art. 10 Direttiva 2016 43,9% (dato
Batterie
2006/66/CE 45% tasso di raccolta 2019)
delle batterie portatili
Fonte: Programma nazionale per la gestione dei rifiuti 2022-2028. Tabel-
la aggiornata al 2021 con dati ISPRA
Legenda:
Stato rispetto al target
Positivo
Negativo
Intermedio
Non valutabile
65
Materie Prime Secondarie
Per chiudere il cerchio dell’economia circolare, una parte
dei materiali e dei prodotti che attraversano i processi di
produzione e consumo devono alla fine essere reintrodot-
ti nell’economia. Uno degli indicatori che meglio sintetiz-
za questo aspetto è il tasso di circolarità, che quantifica
Il tasso di circolarità
italiano presenta una
la capacità del sistema di produrre materia prima secon-
maggiore dinamicità daria in sostituzione dell’estrazione di risorse naturali a
rispetto a quello UE livello globale. Tale capacità richiede la creazione di con-
nel periodo 2004-2021. dizioni favorevoli di mercato interne e internazionali. Per
Nel 2021 il suo livello
è 7 punti percentuali
queste ultime, il monitoraggio del commercio internazio-
superiore alla media nale di materia prima secondaria è altrettanto importan-
europea. Inoltre, si te.
importano materiali
riciclabili per due terzi Una valutazione di otto mercati delle materie prime se-
da paesi UE e se ne condarie a livello europeo conclude che solo tre – allumi-
esportano tre quinti
verso paesi extra-UE.
nio, carta e vetro – possono dirsi come ben funzionanti,
cioè aperti, internazionali e con una quota di mercato si-
gnificativa.
Mentre una valutazione negativa si riscontra per i merca-
ti di cinque materiali – legno, plastiche, materia organi-
ca, materiali da costruzione e demolizione, tessile – per
i quali le dimensioni ridotte, la mancanza di indicazioni
tecniche specifiche, quali i criteri per la cessazione del-
la qualifica di rifiuto e la presenza di sostanze pericolose
nei materiali recuperati, e una minor fiducia nell’efficacia
di tali prodotti, costituiscono un freno al loro sviluppo 31.
Per contro, in Italia i dati sulle ingenti quantità di rifiuti
riciclati (si veda la scheda precedente) testimoniano di un
settore industriale consistente.
Il tasso di circolarità conferma l’importanza per l’Italia
delle materie prime secondarie rispetto alle risorse com-
plessivamente utilizzate (Figura 13) e la maggiore dina-
micità rispetto alla media europea. Per l’Italia il tasso nel
66
2021 è pari a 18,7% (11,7% per l’UE), con uno scatto rispetto al 2004 di
quasi tredici punti percentuali (solo +3,4 per l’UE).
A livello di categoria di materiale sono evidenti grandi differenze fra le
categorie, ad esempio fra i minerali metalliferi e i combustibili fossili.
Figura 13: Tasso di circolarità totale e per categoria di materiale di Italia
e UE
Fonte: ISPRA ed Eurostat 32
Tuttavia, per le risorse energetiche fossili gli impieghi energetici in-
fluiscono sul livello di circolarità generale, non rendendo possibile la
chiusura del cerchio, ad eccezione delle quantità trasformate in mate-
rie plastiche e di pochi altri impieghi non energetici.
La decarbonizzazione si rende pertanto necessaria anche per aumen-
tare il tasso di circolarità dell’economia; il passaggio dalle fonti energe-
tiche fossili a quelle rinnovabili è dunque un prerequisito importante in
direzione della circolarità.
67
Per un’interpretazione del livello elevato del tasso di circolarità delle ri-
sorse metallifere (45% in media nel periodo 2010-2021) si consideri che,
in generale, i prodotti importati ed esportati (flussi diretti) richiedono
per la loro produzione l’estrazione e l’impiego di materiali che non sono
in essi fisicamente contenuti (flussi indiretti).
Per i minerali metalliferi il rapporto fra flussi indiretti e flussi diretti
importati ed esportati è molto elevato. Pertanto, in una prospettiva di
tipo life-cycle, il tasso di circolarità delle risorse metallifere sarebbe
pari a poco meno del 20% in media dal 2010 al 2021, se i loro consumi
(denominatore del rapporto che origina il tasso) comprendessero tutte
le quantità di materia prelevate dall’ambiente naturale a livello globale
(flussi diretti e indiretti) per essere incorporate nei prodotti.
68
Anche se il tasso di circolarità sottostima gli input secondari – in quan-
to non include i materiali di scarto al di fuori dell’ambito normativo dei
rifiuti che sono scambiati fra stabilimenti industriali per essere riutiliz-
zati (simbiosi industriale) – tale indicatore sembra mostrare una lunga
transizione verso un’economia circolare, in quanto l’attività di recupero
di materiali è solo un aspetto dell’economia circolare.
Fra le componenti del tasso di circolarità figurano le importazioni e le
esportazioni di rifiuti destinati al recupero. Per costruzione, l’indicato-
re del tasso di circolarità premia l’impegno di un paese nella raccolta di
rifiuti destinati al recupero (sottraendo le importazioni e sommando le
esportazioni) ed evidenzia il suo contributo all’offerta globale di mate-
ria prima secondaria e alla riduzione di risorse naturali estratte 33.
Un quadro ulteriormente preciso delle materie prime secondarie scam-
biate a livello internazionale viene fornito dalle quantità importate ed
esportate di rifiuti e sottoprodotti riciclabili 34 (indicate anche in Figura 9).
Nel periodo 2010-2021 si tratta di quote intorno al 3,5% delle importa-
zioni e delle esportazioni totali italiane, per livelli nel 2021 pari a 12,3
milioni di tonnellate per le importazioni di materiali riciclabili e 4,6 mi-
lioni di tonnellate per le esportazioni di materiali riciclabili.
Negli ultimi dieci anni le importazioni di materiali riciclabili provengono
per circa due terzi da paesi UE.
Sono inoltre costituite per circa la metà da scarti e rifiuti di metalli
ferrosi, per circa un terzo da rifiuti e sottoprodotti di materia organica
di origine animale e vegetale, e meno del 10% da scarti e rifiuti di rame,
alluminio e nickel; le restanti tipologie di materiali riciclabili importate
sono plastiche, gomma, carta e cartone, metalli preziosi, tessili e vetro.
Le esportazioni di materiali riciclabili sono destinate per circa il 60%
verso paesi extra-UE; esse si compongono di quote importanti di scarti
e rifiuti di carta e cartone (circa il 30% nel 2021), di scorie, ceneri e ri-
fiuti di minerali (circa un quarto del totale nel 2021, ma in calo rispetto
agli anni precedenti), di metalli ferrosi e non ferrosi (circa un quarto del
totale nel 2021, in crescita rispetto agli anni precedenti), di materiale
organico, principalmente di origine vegetale (poco più del 10% del to-
tale nel 2021).
69
Competitività e Innovazione
In un’economia circolare la durata dei prodotti può au-
mentare migliorandone il design, incrementando il riuso,
la riparabilità e promuovendo processi industriali e mo-
delli di consumo innovativi.
Nel 2022, l’Italia si Gli indicatori per il monitoraggio di questi aspetti dell’e-
colloca nel gruppo dei conomia circolare sono l’eco-innovation index 35, informa-
paesi UE leader per
l’e co-innovazione. Il
zioni economiche e occupazionali del settore dell’econo-
settore dell’e conomia mia circolare, i brevetti per il riciclo e le materie prime
circolare, ancora molto secondarie.
sottostimato statisti-
camente, copre una L’e co-innovation index si riferisce allo sviluppo di beni e
quota del PIL pari a servizi nuovi o migliorati in misura significativa tali che
poco più dell’1%.
l’uso di risorse e le sostanze pericolose sia ridotto lun-
go l’intera filiera produttiva. Oltre ai benefici ambientali,
l’eco-innovazione contribuisce a rafforzare l’economia e a
creare occupazione.
La Figura 14, riferita all’anno 2022, mostra differenze so-
stanziali fra i paesi UE.
L’Italia si colloca fra i paesi più innovatori e registra un pro-
gresso di oltre il 25% rispetto al 2013. L’indicatore copre
cinque aree tematiche: input produttivi (fra cui gli inve-
stimenti); grado di dinamicità dell’attività; output (fra cui
brevetti e letteratura scientifica); efficienza delle risorse,
anche in termini di intensità delle emissioni di gas serra;
aspetti socioeconomici.
L’economia circolare può contribuire in maniera signifi-
cativa alla creazione di occupazione e crescita economi-
ca. Quest’informazione è derivabile dalle attività econo-
miche che adottano l’approccio circolare.
La definizione statistica del settore dell’economia cir-
colare non è tuttavia facile, considerata la trasversalità
della politica. Al momento si è in grado di fornire dati di
70
attività il cui contributo è più diretto ed evidente, quali quelle di riciclo,
riparazione e riuso. Pertanto, quanto si presenta è una sottostima di un
settore che ha sicuramente un impatto maggiore nell’economia.
Figura 14: Eco Innovation Scoreboard europeo (2022)
Luxembourg
Finland
Austria
Denmark
Sweden
Germany
France
Italy
European Union
Netherlands
Spain
Slovenia
Estonia
Czechia
Ireland
Portugal
Latvia
Lithuania
Greece
Belgium
Cyprus
Slovakia
Croatia
Romania
Hungary
Malta
Poland
Bulgaria
0 20 40 60 80 100 120 140 160 180
Fonte: Commissione Europea
Nel 2019 il settore dell’economia circolare è in grado di produrre va-
lore aggiunto per 20,6 miliardi di euro, pari all’1,14% del prodotto in-
terno lordo (percentuale piuttosto stabile dal 2008). Gli investimenti
valgono in media nello stesso periodo lo 0,13% del PIL e l’occupazione
impiegata dal settore dell’economia circolare costituisce poco più del
2% di quella totale. Queste percentuali sono in linea con la media eu-
ropea 36.
71
Sostenibilità globale e Resilienza
La quinta dimensione dell’economia circolare mostra il
nesso dell’economia circolare con la neutralità climati-
ca, con la sostenibilità globale e il suo grado di resilienza.
Quest’ultimo aspetto scaturisce dalla recente crisi pan-
demica che ha sottoposto a shock esterni l’economia glo-
Il consumption fo-
otprint mostra modelli
bale.
di consumo alimentari
con un forte impatto
Il consumption footprint37 stima gli impatti dei consumi
ambientale negli ultimi dell’UE e dei suoi Stati Membri combinando dati sull’inten-
dieci anni. In aggiunta, sità dei consumi e sugli impatti ambientali di gruppi di pro-
nel 2021 l’Italia supera i dotti rappresentativi (Figura 15). Lo scopo è dunque moni-
planetary boundary per
impatti dei consumi sui
torare l’evoluzione degli impatti ambientali dei consumi,
cambiamenti climatici, cogliendone le variazioni dei modelli di consumo a livello di
sull’e cotossicità per prodotto. L’indicatore copre cinque aree di consumo: elet-
l’ambiente acquatico trodomestici, alimentari, prodotti per le famiglie, abitazioni,
di acqua dolce, sulle
emissioni di particola-
trasporti. Come gli altri indicatori di tipo footprint, il con-
to e, in misura inferio- sumption footprint38 considera le catene del valore globali
re, sull’uso delle risorse dei beni e servizi importati, prodotti e consumati. I risultati
abiotiche. sono espressi con un punteggio che aggrega 16 impatti am-
bientali39. Inoltre, l’indicatore è in grado di valutare gli im-
patti ambientali innescati dai consumi finali in rapporto ai
planetary boundary40.
Nel 2021, gli impatti ambientali dei consumi italiani mo-
strano una crescita del 4,4% rispetto al 2010 (+2,3% per la
media europea). Il livello degli impatti italiani è superiore
a quello UE sia nel 2010 sia nel 2021 (Figura 15). In entram-
bi gli anni, sia per l’Italia che per l’UE, l’impatto più elevato
deriva dai consumi alimentari (45 prodotti, fra cui carne,
pesce, uova, legumi, frutta, verdura, bevande e prodot-
ti confezionati), seguiti dai consumi per le abitazioni (una
classificazione di 30 tipologie di edifici residenziali), poi i
trasporti (34 tipologie di veicoli), e i prodotti per le fami-
glie (37 prodotti, dai detersivi ai prodotti sanitari, ai mo-
bili, all’abbigliamento e ai prodotti in plastica). I consumi
72 per elettrodomestici e apparecchiature (18 prodotti, fra cui
lavatrice, frigorifero, lavastoviglie, televisione, illuminazione) registrano
l’impatto ambientale più basso.
I risultati del consumption footprint mostrano quindi modelli di consu-
mo piuttosto stabili a distanza di un decennio e in lieve peggioramento
in merito ai loro impatti ambientali.
Non è una notizia confortante, anche considerato che nel 2021 le soglie
di sicurezza entro cui le attività umane devono mantenersi per permet-
tere ancora sopravvivenza e prosperità dei popoli sono state superate
per l’Italia – in misura maggiore che per la media europea – dagli impatti
dei consumi sui cambiamenti climatici, sull’ecotossicità per l’ambien-
te acquatico di acqua dolce, sulle emissioni di particolato e, in misura
inferiore, sull’uso delle risorse abiotiche. Le strategie e le misure per
l’economia circolare possono avere un effetto positivo andando a modi-
ficare i modelli di produzione e consumo attuali e il profilo ambientale
dei prodotti.
Figura 15: Contributo al consumption footprint per gruppo di prodotti
(2010, 2021)
Fonte: Commissione Europea (Joint Research Centre)
73
Accanto all’informazione del consumption footprint sugli impatti am-
bientali dei consumi, è utile conoscere anche le pressioni ambientali
attivate dagli impieghi finali interni dell’economia, cioè consumi delle
famiglie e dell’amministrazione pubblica, e gli investimenti intrapresi
dalle imprese.
Dopo aver trattato il material footprint (quindi le pressioni sull’uso delle
risorse) nella scheda “Produzione e consumo”; ora si accenna al carbon
footprint, cioè l’anidride carbonica emessa in atmosfera per produr-
re beni e servizi destinati agli impieghi finali dell’economia, incluse le
emissioni derivate dall’uso degli input produttivi intermedi e le emis-
sioni evitate grazie alle importazioni di ulteriori input necessari ai pro-
cessi produttivi e di prodotti finali.
74
Nel periodo 2010-2020 il carbon footprint italiano 41 è stimato in media
a 6,7 tonnellate pro capite (7,0 la media europea per gli anni disponibili
2014-2019), con una quota di emissioni di CO 2 evitate dalle importazioni
che passa da due quinti a un terzo delle emissioni totali dovute alla do-
manda finale interna dell’economia italiana.
In tema di resilienza, l’indicatore che stima la dipendenza dalle impor-
tazioni 42 racconta per l’Italia di un’economia molto dipendente dalle ma-
terie prime importate.
Tale dipendenza estera, derivata come quota dei direct material in-
puts 43, può essere calcolata per tipo di materiale o a livello complessi-
vo. Dal 1995 al 2021, la dipendenza del totale dei materiali passa da poco
più di un terzo dell’input materiale diretto nei primi anni del periodo a
circa la metà negli anni più recenti.
A livello di materiali, l’economia italiana si mostra autosufficiente solo
per i materiali da costruzione; le biomasse passano nello stesso perio-
do da una dipendenza di circa un quarto del totale a circa il 40% negli
ultimi anni. La dipendenza dalle risorse importate è pressoché totale
per i minerali metalliferi e i combustibili fossili.
75
Prospettive per raddoppiare il tasso di circolarità
ECONOMIA CIRCOLARE
Nel 2021 l’economia italiana usa 8,9 tonnellate pro capite di materiali 44
(14,1 il dato medio europeo), di cui il 18,7% viene reimmesso nei proces-
si di produzione e consumo (tasso di circolarità 45). È interessante, dopo
aver valutato lo stato e gli andamenti passati dell’economia circolare in
Italia, indagare le prospettive italiane verso l’obiettivo (non vincolan-
te) del raddoppio del tasso di circolarità nel prossimo decennio stabi-
lito dal Piano d’azione per l’economia circolare dell’Unione Europea per
contenere l’uso di risorse naturali nei limiti del pianeta 46.
Si può ipotizzare di applicare tale target all’Italia a partire dal livello
del 2021, pari a 18,7%, con l’obiettivo di raggiungere il 37,4% nel 2030 47.
Considerando che il tasso di circolarità italiano è aumentato in media di
circa mezzo punto percentuale per anno negli ultimi dieci anni (nel 2012
era pari al valore 13,9%), nei prossimi dieci anni dovrebbe registrare
incrementi superiori per raggiungere l’obiettivo molto impegnativo del
raddoppio.
L’European Green Deal e il Piano d’azione per l’economia circolare dell’U-
nione Europea introducono politiche sull’uso sostenibile dei prodotti,
sul diritto alla riparazione dei prodotti, sulla circolarità nei processi
produttivi, su un ambiente edificato sostenibile, sulla riduzione dei ri-
fiuti alimentari, sulla gestione dei rifiuti e relativi target più stringenti,
sui consumi sostenibili, sulla neutralità climatica al 2050.
Quest’ultima politica andrà a incidere sul mix dei materiali delle eco-
nomie europee, rendendole meno dipendenti dai combustibili fossili e
modificandone i consumi di minerali metalliferi e non metalliferi, e del-
le biomasse per produrre energia da risorse rinnovabili e beni e servizi
più sostenibili.
In riferimento al tasso di circolarità, le politiche appena citate possono
essere tradotte in alcuni scenari esplorativi per l’Italia, anche in riferi-
mento alle politiche e misure della Strategia nazionale per l’economia
circolare, costruiti analizzando – ceteris paribus – l’effetto di queste
politiche sul tasso di circolarità. Tali scenari riguardano: i) l’aumento
delle quantità di materiali riciclati; ii) la riduzione dell’uso di materiali,
76
sia per scelta sia per un migliore design di prodotto, che portano a in-
crementi di efficienza nell’uso delle risorse, a un uso più intensivo dei
materiali nei prodotti esistenti e a una vita dei prodotti più lunga; iii) il
raggiungimento dei target climatici 48 attraverso l’azzeramento gradua-
le del consumo dei combustibili fossili.
Inoltre, l’intensità di tali effetti dipende da fattori quali il grado di fun-
zionamento e crescita dei mercati della materia prima secondaria, le
tecnologie per il riciclaggio, i modelli di consumo, il grado di innovazio-
ne, le dinamiche dello stock di materiale antropogenico (i materiali ne-
cessari per l’ambiente costruito e la sua manutenzione), il ritardo tem-
porale nella disponibilità per il riciclo di prodotti con una vita più lunga.
Si tratta di fattori che incidono direttamente sul tasso di circolarità.
Scenario 1: Potenziamento del recupero/riciclo di
materia
Misure quali un miglior design di prodotto per la loro riparabilità e scom-
ponibilità, l’utilizzo di minori sostanze pericolose, sviluppi tecnologici
per una raccolta e selezione dei materiali, l’introduzione di incentivi per
il riciclo, potrebbero permettere il recupero di una quota maggiore di
materiali contenuti nei rifiuti trattati, quest’ultima già molto alta in Ita-
lia (oltre quattro quinti del totale dei rifiuti trattati), nonché la più alta
fra i 27 paesi dell’Unione Europea.
Si tratta di misure e obiettivi compresi nella Strategia nazionale per
l’economia circolare e nel Piano d’azione per l’economia circolare UE
(Tabella 3). Questo scenario esplora come varierebbe il tasso di circo-
larità se:
• Il 90% dei rifiuti trattati fosse riciclato/recuperato (obiettivo inter-
medio al 2030);
• Il 95% dei rifiuti trattati fosse riciclato/recuperato (obiettivo ambi-
zioso al 2050).
Potenzialmente, con tassi di recupero di materiali come quelli pro-
spettati si può attendere una maggiore disponibilità di materia prima
secondaria in sostituzione dell’estrazione di risorse naturali.
77
Tuttavia, un tale effetto di sostituzione non è automatico. Rebound
ECONOMIA CIRCOLARE
effect 49 e downcycling (cioè il riciclaggio dei rifiuti in cui il materiale
riciclato è di qualità e funzionalità inferiori rispetto al materiale origi-
nale) sono esempi di conseguenze potenziali che agiscono in direzio-
ne contraria rispetto a quanto si aspetterebbe da tassi di circolarità
più elevati.
Figura 16: Scenario 1 - Crescita potenziale del tasso di circolarità grazie
all’incremento delle attività di recupero/riciclo (obiettivo intermedio e
ambizioso). Italia
60 60
50 50
40 40
30 30
%
%
20 20
10 10
0 0
totale biomasse minerali minerali non combustibili fossili
metalliferi metalliferi
Tasso di circolarità 2021 Obietttivo intermedio (riciclo al 90%)
Obietttivo ambizioso (riciclo al 95%) Obiettivo 2030
Fonte: Elaborazione ISPRA
Lo scenario 1 in Figura 16 mostra un incremento del tasso di circolarità
dal 18,7% al 20,0% con l’obiettivo intermedio, fino ad arrivare a 20,9%
con un livello di riciclo ancora più ambizioso (95%).
Il solo potenziamento del riciclo non è dunque sufficiente a incremen-
tare la circolarità dell’economia.
78
Scenario 2: Aumento dell’efficienza delle risorse
Fra le misure strategiche dell’European Green Deal, del Piano d’azione per
l’e conomia circolare UE e della Strategia nazionale per l’e conomia circo-
lare, quelle tese a incrementare l’efficienza delle risorse riguardano la
durata dei prodotti più estesa; il miglioramento del loro riutilizzo e ripa-
rabilità; l’uso in condivisione; criteri di eco-design; incentivi fiscali (ad
esempio, tasse su prodotti o materiali, deduzioni per prodotti riciclabili
o riparabili, imposte indirette più basse per servizi di riparazione); il sup-
porto finanziario per misure di ricerca e sviluppo che mirano ad aumen-
tare la circolarità (come tecnologie per il riciclo, infrastrutture, sviluppo
di mercati per i materiali riciclati); approcci cooperativi, ad esempio fra
i diversi attori economici (o fra gli stessi e il mondo della ricerca) lungo
le filiere di prodotto o di materiale; la formazione in ambito lavorativo
mirata alle attività di riparazione, manutenzione e smontaggio.
Allo stesso tempo, dal lato della domanda, pari importanza va data al
mondo del consumer behaviour. Scelte di consumo consapevole pos-
sono potenzialmente condizionare le filiere produttive, sia a monte (ad
esempio, per l’uso di materiali e per il design di prodotto) sia a valle del-
le filiere (ad esempio con il riciclo o con il riuso). I fattori che influen-
zano le scelte dei consumatori sono di tipo economico (prezzi e costi
associati), l’adeguatezza fra bisogni e offerta (disponibilità, qualità,
caratteristiche dei beni e dei servizi), l’informazione per scegliere, le
preferenze e le convinzioni, fattori di tipo sociale. Gli ultimi tre aspetti
sono quelli su cui le politiche possono incidere con maggiore difficoltà.
Le misure esposte portano ad un uso di risorse inferiore da parte dell’e-
conomia, risultante in una riduzione dell’indicatore del consumo mate-
riale interno (si veda anche la Tabella 3). L’efficienza con cui le risorse
sono utilizzate da un’economia è espressa dalla produttività delle ri-
sorse, definita come rapporto fra il prodotto interno lordo e il consumo
materiale interno, nel 2021 pari a 3,19 euro per chilogrammo in Italia 50.
Si ipotizzano, a partire dal 2021, incrementi progressivi dell’efficienza
nei prossimi anni, fino al 2030 e fino al 2050 51:
• obiettivo intermedio al 2030: incremento della produttività delle ri-
sorse di oltre il 20% rispetto al 2021 (pari a una riduzione del consu-
mo materiale interno di circa il 20%); 79
• obiettivo ambizioso al 2050: incremento della produttività delle ri-
ECONOMIA CIRCOLARE
sorse di oltre il 90% rispetto al 2021 (pari a una riduzione del consu-
mo materiale interno di circa il 45%).
La Tabella 2 presenta i risultati del secondo scenario.
Tabella 2: Aumento dell’e fficienza delle risorse (Scenario 2)
Obiettivo interme-
Obiettivo ambizioso (2050)
dio (2030)
Situazione attuale
Indicatore 20 % riduzione del
(2021) 45 % riduzione del consumo
consumo materia-
materiale interno rispetto al
le interno rispetto
2021
al 2021
Produttività delle
3,19 3,92 6,18
risorse (euro/kg)
Tasso di circolarità
18,7 % 21,6 % 29,3 %
(%)
Fonte: Elaborazione ISPRA
In questo scenario il tasso di circolarità aumenterebbe nel 2030 di circa
3 punti percentuali dall’attuale 18,7% (obiettivo intermedio), e nel 2050
di oltre 10 punti percentuali (obiettivo ambizioso). Entrambi gli obiettivi
non porterebbero a un raddoppio del tasso di circolarità.
Scenario 3: Mitigazione dei cambiamenti climatici
Le politiche del Fit for 55 package mirano alla riduzione entro il 2030
delle emissioni nette dei gas serra del 55% rispetto al 1990, verso la
neutralità climatica al 2050. Ciò si traduce nella necessità di una gra-
duale fuoriuscita dall’uso energetico dei combustibili fossili. Questo
scenario ipotizza che il consumo di tale categoria di materiali sia di-
mezzato in un primo obiettivo intermedio, e successivamente portato a
zero in un obiettivo più ambizioso.
80
Quest’ultima ipotesi considera che gli usi non energetici dei combu-
stibili fossili (ad esempio per la produzione di materie plastiche) siano
anch’essi non più contemplati nei processi produttivi.
Si noti, inoltre, che la domanda aggiuntiva per materiali derivanti da
altre categorie di risorse (ad esempio i minerali metalliferi in seguito
alla diffusione delle energie rinnovabili, o biomasse nell’ambito delle
costruzioni) non è presa qui in considerazione.
Figura 17: Scenario 3 - Fuoriuscita dall’uso dei combustibili fossili e im-
plicazioni per il tasso di circolarità
Tasso di circolarità CMI ‐ totale (sc. dx) CMI ‐ combustibili fossili (sc. dx)
30 600
25 500
20 400
%
Mt
15 300
10 200
5 100
0 0
Situazione attuale (2021) Consumo dei combustibili fossili Azzeramento dei consumi di
dimezzato (2030) combustibili fossili (2050)
Fonte: Elaborazione ISPRA
L’obiettivo intermedio prevede una riduzione del consumo di combusti-
bili fossili da 124,9 milioni di tonnellate del 2021 a 62,4 milioni di tonnel-
late nel 2030, per poi azzerarsi nello scenario più ambizioso del 2050.
Tali obiettivi implicano tassi di circolarità in aumento di 1,5 e 3,4 punti
percentuali rispetto al 18,7% del 2021 (Figura 17). La transizione ener-
getica e le politiche climatiche ad essa collegate sono certo una leva
importante per incoraggiare l’economia circolare, ma da sole non sono
sufficienti al raddoppio del tasso di circolarità.
81
Scenari combinati
ECONOMIA CIRCOLARE
Quest’ultima sezione presenta la combinazione degli scenari prece-
denti (Tabella 3) per ottenerne un’indicazione sull’effetto potenziale
derivante dall’integrazione delle politiche per raggiungere l’obiettivo di
tassi di circolarità più elevati. La Figura 18 mostra il risultato dell’inte-
grazione delle tre politiche, insieme ai valori del tasso di circolarità per
il periodo 2005-2021 e i valori raggiunti nei singoli scenari.
Figura 18: Variazioni del tasso di circolarità in base a tre scenari diffe-
renti e alla loro combinazione. Italia
40
DOUBLING TARGET (2030)
35
30
25
20
%
15
10
0
2005 2010 2015 2020 2025 2030 2035 2040 2045 2050
Tasso di circolarità 2005-2021 Scenario 1: incremento del riciclo
Scenario 2: maggiore efficienza delle risorse Scenario 3: mitigazione dei cambiamenti climatici
Scenario 1+2+3
Fonte: Elaborazione ISPRA
L’integrazione degli scenari al 2030 ipotizza un sistema produttivo in
cui il 90% dei rifiuti trattati sia riciclato; una maggiore efficienza delle
risorse che implichi una riduzione del 20% dei consumi di materia ri-
spetto al 2021; l’uso dei combustibili fossili venga dimezzato. Il risultato
dell’integrazione di queste politiche comporta un tasso di circolarità
che resta 12 punti percentuali al di sotto del doubling target.
L’obiettivo ambizioso che combina i tre scenari al 2050 – integrando
il riciclaggio fino al 95%; la riduzione del 45% del consumo materiale
interno rispetto al 2021; l’azzeramento dei consumi delle risorse fos-
82 sili – dà luogo a un tasso di circolarità del 38,4%, di poco superiore al
target fissato dal Piano d’azione per l’economia circolare per l’Unione
Europea.
Tabella 3: Panoramica degli obiettivi dell’European Green Deal (EGD), del
Piano d’azione per l’e conomia circolare UE (CEAP) e della Strategia nazio-
nale per l’e conomia circolare (SEC), e scenari corrispondenti per il tasso
di circolarità
Situatione at-
Variazioni ipotizza-
tuale e trend
te nello scenario Parame-
passato
tro del
Politica/ Obiet- tasso di
Scenario Obietti-
Strategia tivo circola-
vo am- rità mo-
2021 inter-
bizioso dificato
medio
- 2050
- 2030
1. Potenziamento del
recupero/riciclo di
materia:
SEC:
• creare le condizioni per
un mercato delle materie
prime seconde in sostitu-
zione delle materie prime
tradizionali;
• rafforzare e consolidare il
principio di Responsabilità
Estesa del Produttore;
Nel 2021 circa
• sviluppare una fiscalità
l’83 % dei 90% dei 95% dei
favorevole alla transizione Uso cir-
rifiuti trattati rifiuti rifiuti
verso l’economia circolare; colare
SEC, è destinata al trattati trattati
• rafforzare le azioni mirate dei ma-
recupero/rici- viene viene
all’upstream della circola- CEAP teriali*
clo (circa +10 recupe- recu-
rità (ecodesign, estensione
punti percen- rato/ri- perato/
della durata dei prodotti,
tuali rispetto ciclato riciclato
riparabilità e riuso, etc.);
al 2010)
• sviluppare e diffondere
metodi e modelli di valuta-
zione del ciclo di vita dei
prodotti e dei sistemi di
gestione dei rifiuti e dei
relativi effetti ambientali
complessivi;
• migliorare la tracciabilità
dei flussi di rifiuti;
CEAP: Titolo 3: Principali catene di
valore dei prodotti
83
ECONOMIA CIRCOLARE
Situatione at-
Variazioni ipotizza-
tuale e trend
te nello scenario Parame-
passato
tro del
Politica/ Obiet- tasso di
Scenario Obietti-
Strategia tivo circola-
vo am- rità mo-
2021 inter-
bizioso dificato
medio
- 2050
- 2030
2. Aumento dell’efficien-
za delle risorse:
SEC:
• educare e creare compe-
tenze nell’ambito pubblico
e privato in materia di eco-
nomia circolare;
• prevedere strumenti e
servizi per supportare le
imprese, soprattutto le
PMI, nell’implementazione
di tecnologie, metodologie
e approcci finalizzati alla
gestione efficiente e so-
stenibile dei prodotti;
• porre le condizioni per l’e- Nel 2021 la Produt- Produt-
stensione della durata del produttività tività tività
prodotto attraverso una delle risorse delle delle Consu-
sua progettazione ispirata SEC, è pari a 3,19 risorse risorse mo ma-
ai principi di modularità e euro per kg (in pari a pari teriale
riparabilità. In questa di- CEAP
aumento di un 3,92 a 6,18 interno*
rezione vanno le proposte fattore 1,4 dal euro per euro
commerciali di condivisio- 2000) kg per kg
ne, di noleggio e di leasing;
• potenziare ricerca e svilup-
po nel settore dell’eco-ef-
ficienza, migliorare la trac-
ciabilità dei beni e risorse
nel loro ciclo di vita, così
come integrare e rafforzare
gli indicatori per misura-
re il grado di circolarità
dell’economia secondo le
metodologie LCA, il Carbon
Footprint e, in una logica di
valutazione dell’economici-
tà di processo, attraverso
Key performance indicator;
CEAP: Titolo 2: Un quadro strategi-
co in materia di prodotti sostenibili
84
Situatione at-
Variazioni ipotizza-
tuale e trend
te nello scenario Parame-
passato
tro del
Politica/ Obiet- tasso di
Scenario Obietti-
Strategia tivo circola-
vo am- rità mo-
2021 inter-
bizioso dificato
medio
- 2050
- 2030
3. Mitigazione dei cam-
biamenti climatici:
SEC: sviluppare una fiscalità
favorevole alla transizione verso
l’economia circolare, da realizzarsi
sia con la graduale eliminazione
dei sussidi dannosi all’ambiente, Circa 125 Riduzio-
sia con forme positive di incenti- milioni di ne del Consu-
Consu-
vazione delle attività di riparazione tonnellate di consu- mo ma-
SEC, mo di
dei beni, sia per una loro progetta- combustibili mo di teriale
combu-
zione più sostenibile; fossili sono combu- interno
EGD, stibili
consumate nel stibili dei
fossili
CEAP 2021 (circa il fossili combu-
pari a
EDG: Fit for 55 package: riduzione 30% in meno del 50% stibili
zero
del 55% delle emissioni nette di rispetto al rispetto fossili
gas serra rispetto al 1990 entro il 2000) al 2021
2030 e neutralità climatica entro
il 2050;
CEAP: Titolo 6.1: La circolarità
come presupposto per la neutralità
climatica
* il tasso di circolarità è dato dal rapporto U/M, con U: uso circolare dei
materiali; M: uso complessivo di materiali, pari al consumo materiale in-
terno più U
85
VERSO
L’INQUINAMENTO ZERO
Quadro di riferimento: politiche e normative
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
L’obiettivo “inquinamento zero” è trasversale: contribuisce all’Agenda
2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e integra l’obiet-
tivo della neutralità climatica entro il 2050 in sinergia con gli obiettivi
dell’economia pulita e circolare e del ripristino della biodiversità. È par-
te integrante del Green Deal europeo e di altre iniziative e la Commis-
sione continuerà a inserirlo nelle future iniziative politiche.
Il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) sancisce i
quattro principi su cui è fondata la politica e l’azione ambientale eu-
ropea, che i Paesi membri devono impegnarsi a rispettare: principi di
precauzione e di azione preventiva, principio della correzione in via
prioritaria alla fonte del danno, nonché il principio “chi inquina paga”
(polluter pays). L’assegnazione di un giusto prezzo all’inquinamento e
la creazione di incentivi per promuovere le alternative, come previsto
proprio da quest’ultimo principio, sono fattori chiave per promuovere
una produzione e un consumo più puliti 52. A questi si aggiunge, il prin-
cipio DNSH, acronimo di do not significant harm (non arrecare danno
significativo): introdotto dal Regolamento (UE) 2020/852, il cd. “Rego-
lamento Tassonomia”, che mira a coniugare crescita economica e tute-
la degli ecosistemi 53.
Quadro di riferimento delle politiche e normative
internazionali ed europee
Aria pulita
La normativa e le politiche dell’UE in materia di aria pulita richiedono
un significativo miglioramento della qualità dell’aria dell’UE per poter-
si avvicinare ai livelli di qualità raccomandati dall’Organizzazione Mon-
diale della Sanità (OMS) e ridurre le emissioni dei principali inquinanti
atmosferici.
L’inquinamento atmosferico e i suoi effetti sugli ecosistemi e sulla bio-
diversità dovrebbero essere ulteriormente ridotti con l’obiettivo a lun-
88
go termine di non superare carichi e livelli critici. Ciò richiede il poten-
ziamento degli sforzi per raggiungere il pieno rispetto della normativa
dell’UE sull’aria pulita e la definizione di obiettivi strategici e azioni per
il 2030 e oltre. A livello internazionale l’OMS stabilisce gli standard di
qualità dell’aria globali, basati su considerazioni sanitarie per una serie
di inquinanti atmosferici, che sono poi tradotti in impegni di riduzione
delle emissioni a livello regionale e di singolo paese.
Gli obiettivi per il 2030 del piano d’azione europeo per l’inquinamento
zero consistono nel ridurre del 55% gli impatti dell’inquinamento atmo-
sferico sulla salute e del 25%, rispetto al 2005, gli ecosistemi dell’UE
minacciati da inquinamento atmosferico.
Le disposizioni a cui si deve fare riferimento sono racchiuse nella Di-
rettiva 2008/50/CE, per la quale è prevista la valutazione della qualità
dell’aria su basi comuni e ottenere informazioni sullo stato della qua-
lità dell’aria assicurando la disponibilità pubblica delle informazioni e
promuovendo la cooperazione tra gli Stati Membri, integrata succes-
sivamente dalla Decisione 2011/850/EU. Esse fanno riferimento alla
concentrazione di quattro sostanze chiave nel determinare la qualità
dell’aria: particolato PM10, particolato fine PM2,5, biossido di azoto NO 2
e ozono troposferico O 3.
Per quanto riguarda le emissioni di particolato, vi sono ulteriori riferi-
menti normativi da considerare per una visione settoriale: la Direttiva
(UE) 2015/2193 riguardo alle emissioni originate da impianti di combu-
stione medi stabilisce norme anche per il controllo delle emissioni at-
mosferiche al fine di ridurre i rischi potenziali per la salute umana e per
l’ambiente; la Direttiva 2010/75/UE indica i valori limite di emissione di
particolato per combustibili solidi, liquidi e gassosi nei grandi impianti
di combustione; il Regolamento CE 715/2007 riguardo all’omologazione
ed emissioni di veicoli passeggeri e commerciali leggeri Euro 5 e 6; e il
Regolamento CE 595/2009 relativo all’omologazione dei veicoli a moto-
re e dei motori riguardo alle emissioni dei veicoli pesanti.
Infine, la nuova Direttiva NEC 2016/2284 del Parlamento europeo e del
Consiglio concernente la riduzione delle emissioni nazionali di deter-
minati inquinanti atmosferici (recepita in Italia con il [Link] 81/2018),
definisce gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni rispetto al
2005, applicabili al periodo 2020-2029 e a partire dal 2030. 89
A queste si aggiungono diversi programmi concernenti il miglioramento
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
della qualità dell’aria come il Programma “Aria pulita” per l’Europa (Bru-
xelles, 18.12.2013 COM (2013) 918 final), “Un’Europa che protegge: aria
pulita per tutti” (Bruxelles, 17.5.2018 COM (2018) 330 final) e “Un percorso
verso un pianeta più sano per tutti” Piano d’azione dell’’UE: “Verso l’in-
quinamento zero per l’aria, l’acqua e il suolo” (Bruxelles, 12.5.2021 COM
(2021) 400 final).
A fine ottobre 2022 è stata pubblicata, ed è attualmente in fase di nego-
ziato, la proposta al Consiglio di una profonda revisione delle Direttive
Europee che prevede in particolare il rispetto entro il 2030 di limiti si-
gnificativamente più severi di quelli attuali, sia pure ancora leggermente
più alti dei valori di riferimento dell’OMS.
Nelle sue valutazioni l’OMS non stabilisce un valore al di sotto del quale
non vi sia rischio, ma individua come limite inferiore di esposizione dei
valori definiti “Air quality guideline level”, termine che può essere inte-
so come “livello raccomandato a cui tendere”: è il livello più basso per il
quale è stato osservato un incremento della mortalità totale, di quella
per cause cardiopolmonari, e di quella per cancro del polmone, con una
confidenza migliore del 95%.
L’OMS ha anche definito degli “interim target”, cioè dei livelli più alti da
considerare, nelle aree particolarmente inquinate, come obiettivi da
raggiungere in step successivi, attraverso l’implementazione di politiche
di risanamento della qualità dell’aria.
I programmi dell’UE per l’aria pulita hanno stabilito che l’o biettivo a me-
dio-lungo termine si conformi alle linee guida dell’OMS sulla qualità dell’a-
ria, che sono molto più rigorose degli standard fissati dalle direttive sulla
qualità dell’aria dell’UE e si basano su quanto è ritenuto necessario per
garantire la protezione della salute umana. Il pacchetto di politiche per
l’aria pulita e il Piano d’azione per l’inquinamento zero mirano a ridurre il
numero di decessi prematuri collegati all’inquinamento atmosferico di
oltre la metà entro il 2030 rispetto al 2005.
Sostanze chimiche
Il tema delle sostanze chimiche tocca trasversalmente acqua, aria e
90 suolo. La legislazione europea in materia di sostanze chimiche fornisce
una tutela di base per la salute umana e ambientale e garantisce stabi-
lità e prevedibilità alle imprese che operano nel mercato interno.
Nello specifico, il Regolamento REACH 1907/2006/CE concernente la re-
gistrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze
chimiche, entrato in vigore nel 2007. Si prefigge di colmare le lacune co-
noscitive sulle sostanze, di promuovere la sostituzione di quelle maggior-
mente preoccupanti per la salute umana e l’ambiente mediante alternative
più sicure e di rendere più efficiente la gestione del rischio. Questo viene
fatto in primo luogo assegnando l’onere della sicurezza alle imprese che
hanno l’obbligo di fabbricare, immettere sul mercato o utilizzare sostanze
che non arrechino danno alla salute umana o all’ambiente.
Il Regolamento 1272/2008/CE relativo alla classificazione, all’etichet-
tatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele pericolose (CLP),
entrato in vigore a gennaio del 2009, si basa sul sistema mondiale ar-
monizzato di classificazione ed etichettatura delle sostanze chimiche
(GHS) delle Nazioni Unite e ha lo scopo di garantire un elevato livello di
protezione della salute e dell’ambiente, nonché la libera circolazione di
sostanze, miscele e articoli. 91
La Direttiva 2009/128/CE regolamenta il monitoraggio dei pesticidi nel-
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
le acque, al fine di acquisire informazioni sullo stato di qualità della ri-
sorsa idrica, di individuare eventuali effetti non previsti adeguatamen-
te nella fase di autorizzazione e non adeguatamente controllati nella
fase di utilizzo. I pesticidi, da un punto di vista normativo, compren-
dono i prodotti fitosanitari (Regolamento 1107/2009/CE), utilizzati per
la protezione delle piante e per la conservazione dei prodotti vegetali,
e i biocidi (Regolamento 528/2012/UE) impiegati in vari campi di atti-
vità (disinfettanti, preservanti, pesticidi per uso non agricolo, ecc.). Il
monitoraggio si inserisce nel quadro più ampio della disciplina per la
tutela delle acque che, con la Direttiva 2000/60/CE e le direttive deri-
vate, stabilisce standard di qualità ambientale per le acque superficiali
e sotterranee.
La normativa di riferimento relativa alle specifiche tecniche per l’a-
nalisi chimica e il monitoraggio dello stato chimico delle acque è rap-
presentata dalla Direttiva 2009/90/CE la quale fissa criteri minimi di
efficienza per i metodi di analisi e stabilisce le regole per comprovare
la qualità dei risultati delle analisi. L’analisi delle tendenze di conta-
minazione risponde a quanto predisposto dalla Direttiva 2009/128/CE,
che istituisce un quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo so-
stenibile dei pesticidi e che definisce un Piano di azione nazionale.
Per quanto riguarda i prodotti fitosanitari chimici, i riferimenti al loro
utilizzo e rischio sono contenuti nel quadro del Green Deal europeo
(COM(2019) 640 final), con cui la Strategia Farm to Fork è stata ema-
nata con la Comunicazione della Commissione (COM(2020) 381 final) al
Parlamento, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e
al Comitato delle regioni. La Strategia pone due obiettivi di riduzione
dei pesticidi chimici in ambito agricolo da perseguire entro il 2030. Al
fine di misurare i progressi verso il loro raggiungimento di riduzione,
la Commissione ha sviluppato due indicatori: andamento dell’uso e del
rischio dei pesticidi chimici e andamento dell’uso dei pesticidi più pe-
ricolosi. La procedura per il calcolo si basa sulla metodologia utilizzata
per l’indicatore di rischio armonizzato (HRI-1) stabilito con la Direttiva
(EU) 2019/782 (Indicatori di rischio armonizzato (HRI)). I pesticidi più
pericolosi sono prodotti fitosanitari contenenti una o più sostanze at-
tive approvate come “candidate alla sostituzione” ai sensi dell’Articolo
92 24 del Regolamento 1107/2009/CE ed elencati nella parte E dell’allega-
to del Regolamento di esecuzione 540/2011/UE, o contenenti una o più
sostanze attive elencate nell’allegato del Regolamento di esecuzione
2015/408/UE.
L’UE intende garantire che le sostanze chimiche siano prodotte e im-
piegate con modalità in grado di ridurre al minimo gli effetti negati-
vi significativi sulla salute umana e sull’ambiente. Nell’ottobre 2020 la
Commissione ha pubblicato la Strategia in materia di sostanze chimi-
che sostenibili, dal titolo “Verso un ambiente privo di sostanze tossi-
che” 54, che ha portato ad alcuni cambiamenti sistemici nella legislazio-
ne dell’UE che le disciplina. La strategia persegue l’ambizione dell’UE
di conseguire l’obiettivo “inquinamento zero”, un impegno chiave del
Green Deal europeo.
Qualità e gestione delle risorse idriche
La normativa e le politiche dell’UE in materia impongono una notevole dimi-
nuzione dell’impatto delle pressioni sulle acque superficiali interne, di tran-
sizione, marino costiere e sotterranee. Raggiungere e mantenere un buono
stato dei corpi idrici come definito dalla Direttiva quadro sulle acque, op-
pure migliorarlo, garantirà ai cittadini dell’UE la possibilità di beneficiare di
standard elevati per l’acqua potabile, le acque di balneazione, e per la quali-
tà di tutte le acque in generale così come una gestione del ciclo dei nutrienti
(azoto e fosforo) più sostenibile ed efficiente sotto il profilo delle risorse.
La Direttiva Quadro sulle acque 2000/60/CE costituisce l’e lemento por-
tante della politica europea in materia di acque, successivamente ag-
giornata dalla Direttiva 2013/39/UE per quanto riguarda le sostanze pri-
oritarie, la quale ne aggiunge 12 da considerare per la valutazione dello
stato chimico delle acque al 2027.
Per una visione più ampia della materia, è necessario considerare an-
che la Direttiva sui limiti di qualità per la protezione delle acque sot-
terranee (Direttiva 2014/80/UE) che modifica l’allegato II della Direttiva
2006/118/CE sulla protezione delle acque sotterranee dall’inquinamen-
to e dal deterioramento; le Direttive sugli standard di qualità ambienta-
le per le acque superficiali 2008/105/CE e 2013/39/UE; la Direttiva sul-
le alluvioni 2007/60/CE; la Direttiva sulle acque di balneazione 2006/7/
CE; la Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane 91/271/CEE;
93
la Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino 2008/56/CE; la
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
Direttiva sulle emissioni industriali (IED) 2010/75/UE; il nuovo Regola-
mento sulle prescrizioni minime per l’utilizzo dell’acqua 2020/741/UE.
Infine, la nuova Direttiva sull’acqua potabile 2020/2184/UE mira a intro-
durre norme per la protezione della salute umana dagli effetti negativi
derivanti dalla contaminazione delle acque destinate al consumo uma-
no, garantendone “la salubrità e la pulizia”. Essa promuoverà una mag-
giore tutela della salute umana grazie a standard di qualità dell’acqua
più rigorosi, contrastando gli inquinanti che destano preoccupazioni,
quali gli interferenti endocrini e le microplastiche, il che comporterà la
disponibilità per tutti di acqua corrente potabile e una minore necessi-
tà di utilizzare acqua commerciale in bottiglia di plastica.
Per giunta è necessario considerare parte integrante della protezione
e della qualità dell’acqua la Direttiva sui nitrati 91/676/CEE, che trat-
ta il tema della protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai
nitrati provenienti da fonti agricole e gli orientamenti applicativi della
medesima.
94
Tutte queste normative definiscono il quadro europeo per una gestione
idrica sostenibile e integrata, che mira a un elevato livello di protezione
delle risorse idriche, alla prevenzione di un ulteriore deterioramento e
al ripristino del buono stato ambientale.
Di fatto, l’azione cruciale consisterà quindi in un’attuazione rigoro-
sa da parte dei Paesi membri della normativa in materia di acque. La
Commissione intende in particolare assicurare che gli Stati Membri
promuovano un consumo idrico sostenibile ed efficiente, scoraggino
l’inquinamento idrico e adottino una fatturazione idrica socialmente
equa a tutti gli utenti e a tutti coloro che inquinano le risorse idriche,
ivi comprese l’industria, l’agricoltura e i consumatori domestici, utiliz-
zando al meglio le entrate per investimenti sostenibili.
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali
Aria pulita
Nonostante in Italia le emissioni dei principali inquinanti siano diminu-
ite in modo significativo e la crescita del PIL sia proseguita, la qualità
dell’aria in Italia continua a destare profonde preoccupazioni e le stime
dell’Agenzia europea dell’ambiente continuano a registrare decine di
migliaia decessi prematuri attribuibili alle concentrazioni di particola-
to fine, ozono e biossido di azoto 55.
La normativa nazionale di riferimento per la tutela dell’aria e la ridu-
zione delle emissioni in atmosfera è il Decreto Legislativo 3 aprile
2006, n. 152 (“Norme in materia ambientale”, parte quinta). Il Decreto
è stato successivamente aggiornato dal [Link].128/2010 e ha subito
ulteriori modifiche a seguito dell’entrata in vigore del [Link]. 4 marzo
2014, n. 46 sugli impianti industriali, che attua la direttiva 2010/75/
CE. La nuova Direttiva NEC 2016/2284 del Parlamento europeo e del
Consiglio (recepita con il Decreto legislativo 81 del 2018), concernen-
te la riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti at-
mosferici, definisce gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni
rispetto al 2005, applicabili dal 2020 al 2029 e a partire dal 2030: ri-
spettivamente del 10% e del 40%.
95
Relativamente alla qualità dell’aria, il [Link] 155/2010 recepisce a livello
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
nazionale la Direttiva 2008/50/CE. Tale Decreto consente a regioni e
province autonome la valutazione e la gestione della qualità dell’aria. I
valori di tale atto normativo rappresentano gli obiettivi di qualità dell’a-
ria da perseguire per prevenire, evitare, e ridurre gli effetti nocivi per
la salute umana nel suo complesso e per la salvaguardia dell’ambiente.
I valori di riferimento per il PM10 ammontano, per il periodo di media-
zione di 24 ore, a 50 µg/m³ da non superare più di 35 volte per anno
civile e 40 µg/m³ per il periodo di mediazione di un anno civile.
Per il PM2,5, per il periodo di mediazione di un anno civile il valore limite
è di 25 µg/m³.
Per il NO 2, per il periodo di mediazione di un’ora il valore limite è di 200
µg/m³ da non superare più di 18 volte per anno civile, e per il periodo di
mediazione di un anno civile il valore limite è di 40 µg/ m³.
Per l’O 3, l’obiettivo a lungo termine è di 120 µg/m³.
La Commissione Europea ha dato seguito alle violazioni persistenti de-
gli standard della qualità dell’aria, che hanno gravi effetti negativi sulla
salute dell’uomo e sull’ambiente, attraverso l’attivazione di diverse pro-
cedure di infrazione nei confronti dell’Italia 56. L’obiettivo è la messa in
atto di misure appropriate per assicurare la conformità di tutte le zone
agli standard di qualità dell’aria. A tal proposito, gli accordi tra governo
e le regioni per la gestione dell’inquinamento atmosferico sono consi-
derati uno degli strumenti più efficienti in materia. Il Paese si è avval-
so del programma LIFE e del progetto integrato PrepAIR, che valuta la
qualità dell’aria nella Pianura Padana.
Per il conseguimento degli standard prefissati, sono state individuate
le seguenti azioni prioritarie:
• intraprendere azioni nel quadro del programma nazionale di con-
trollo dell’inquinamento atmosferico al fine di ridurre le emissioni;
• garantire il pieno rispetto degli standard di qualità dell’aria dell’UE,
mantenere la riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici, ri-
durre gli impatti negativi dell’inquinamento atmosferico sulla salute
e sull’economia al fine di conseguire in futuro i valori guida dell’OMS;
• accelerare la ratifica del Protocollo modificato di Göteborg, del pro-
tocollo sui metalli pesanti e del protocollo sugli inquinanti organici
96
persistenti ai sensi della Convenzione sull’inquinamento atmosfe-
rico della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite
(UNECE).
Sostanze chimiche
Il monitoraggio dei pesticidi nelle acque viene eseguito nel rispetto dei
compiti stabiliti dal Piano di Azione Nazionale (Decreto ministeriale n.
35 del 22 gennaio 2014) ai sensi della Direttiva 2009/128/CE sull'uso so-
stenibile dei pesticidi, al fine di acquisire informazioni sullo stato di
qualità della risorsa idrica, di individuare eventuali effetti non previsti
adeguatamente nella fase di autorizzazione e non adeguatamente con-
trollati nella fase di utilizzo.
I pesticidi, da un punto di vista normativo, comprendono i prodotti fi-
tosanitari (Regolamento CE 1107/2009), utilizzati per la protezione delle
piante e per la conservazione dei prodotti vegetali e i biocidi (Regola-
mento. UE 528/2012) impiegati in vari campi di attività (disinfettanti,
preservanti, pesticidi per uso non agricolo, ecc.). In alcuni casi i due tipi
di prodotti utilizzano gli stessi principi attivi. Il monitoraggio si inseri-
sce nel quadro più ampio della disciplina per la tutela delle acque, che
con la Direttiva 2000/60/CE e le direttive derivate, stabilisce standard
di qualità ambientale per le acque superficiali (Direttiva 2008/105/CE e
Direttiva 2013/39/UE, recepita in Italia con il [Link]. 172/15) e i limiti di
qualità per la protezione delle acque sotterranee (Direttiva 2006/118/
CE recepita con il [Link]. 30/09).
La normativa di riferimento relativa alle specifiche tecniche per l’analisi
chimica e il monitoraggio dello stato chimico delle acque è rappresenta-
ta dalla Direttiva 2009/90/CE (recepita in Italia con il [Link]. 260/2010), la
quale fissa criteri minimi di efficienza per i metodi di analisi e stabilisce
le regole per comprovare la qualità dei risultati delle analisi.
L’analisi delle tendenze di contaminazione risponde a quanto predispo-
sto dalla Direttiva 2009/128/CE, che istituisce un quadro per l’azione
comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi e che definisce
un Piano di azione nazionale. Il Piano, attuato con Decreto Ministeriale
n. 35 del 22 gennaio 2014, prevede una serie di indicatori, tra cui alcuni
specifici per la tutela dell’ambiente acquatico, a cui si fa riferimento.
Gli indicatori sono contenuti nel Decreto Interministeriale del 15 luglio 97
2015 che definisce le modalità di raccolta ed elaborazione dei dati per
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
l’applicazione degli indicatori previsti dal Piano d’Azione nazionale.
Le norme principali di riferimento relative alla sicurezza nella gestio-
ne delle sostanze chimiche
sono il Regolamento REACH
(Registration, Evaluation, Au-
thorisation and Restriction of
Chemicals) e il Regolamento
CLP (Classification, Labelling
and Packaging). L'Italia ha at-
tuato le strategie di applica-
zione dei Regolamenti REACH
e CLP, la cui verifica spetta al
Ministero della Salute, alla Di-
rezione Generale della prevenzione sanitaria, nonché alle regioni e pro-
vince autonome. Di norma, le violazioni del Regolamento REACH sono
classificate come reati amministrativi ambientali gravi o molto gravi.
Se l'infrazione è sufficientemente grave, l'autorità competente può de-
cidere di irrogare ulteriori sanzioni oltre alle ammende e, nel caso fosse
necessario, disporre il sequestro provvisorio di beni e documenti.
In Italia il [Link]. 133/2009 regolamenta la disciplina sanzionatoria del
Regolamento REACH 1907/2006/CE; tra i Paesi europei l’Italia ha una
delle percentuali più basse di casi di non conformità 57.
Qualità e gestione delle risorse idriche
La normativa nazionale ha come riferimento principale il Decreto Le-
gislativo 152/2006 [Link]. che recepisce la Direttiva 2000/60 e Di-
rettive successive che la modificano in parte ed è relativa alle acque
superficiali interne, di transizione, marino costiere e sotterranee.
Con particolare riguardo alle acque sotterranee bisogna fare riferimen-
to anche al [Link]. 30/2009, che attua la Direttiva 2006/118/CE, fissan-
do gli standard di protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento
e dal deterioramento.
Il [Link]. 219/2010 attua la Direttiva 2008/105/CE relativa agli standard
98 di qualità ambientale nel settore della politica delle acque, introducen-
do specifiche tecniche per l’analisi chimica e il monitoraggio dello sta-
to delle acque.
La Direttiva Alluvioni viene recepita in Italia dal [Link]. 49/2010 riguar-
dante la valutazione e la gestione del rischio; la Direttiva 2006/7/CE
relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione è recepita
dal [Link]. 116/2008 e attuata con Decreto del Ministero della Salute 30
marzo 2010; la Direttiva che istituisce un quadro per l’azione comunita-
ria nel campo della politica per l’ambiente marino è recepita dal Decre-
to Legislativo 190/2010.
La prevenzione e riduzione dell’inquinamento da emissioni industriali nelle
acque è contenuta nel [Link]. 53/2014. Per quanto riguarda invece la nuova
Direttiva sull’acqua potabile, è stata recepita dal [Link]. 18/2023 finalizzato
a stabilire i concetti di igiene per i materiali che entrano in contatto con le
acque potabili, per i reagenti chimici e materiali filtranti attivi o passivi, in-
trodurre un approccio di valutazione e gestione del rischio efficace ai fini
della prevenzione sanitaria, migliorare l’accesso equo per tutti all’acqua
potabile sicura e assicurare la comunicazione tra le autorità competenti.
Per quanto riguarda la Direttiva Nitrati viene attuata da [Link]. 152/2006.
Inoltre, il Decreto Ministeriale 25 febbraio 2016 “Criteri e norme tecni-
che generali per la disciplina regionale dell’utilizzazione agronomica
degli effluenti di allevamento e delle acque reflue, nonché per la produ-
zione e l’utilizzazione agronomica del digestato”, apporta un ulteriore
contributo al suo rispetto e realizzazione.
Le azioni prioritarie individuate per la gestione delle risorse idriche sono:
• valutare le nuove modifiche fisiche dei corpi idrici in linea con
l’art.4, paragrafo 7, della Direttiva quadro sulle acque esaminando le
opzioni alternative e le opportune misure di mitigazione;
• proseguire gli sforzi tesi a ridurre ulteriormente l’inquinamento del-
le acque sotterranee causato dai nitrati da fonti agricole e inclu-
dere stazioni di monitoraggio delle acque sotterranee inquinate o
a rischio e delle zone che scaricano in acque eutrofiche quando la
pressione agricola è significativa;
• ultimare l’attuazione della direttiva sul trattamento delle acque
reflue urbane per tutti gli agglomerati costruendo le infrastrutture
necessarie.
99
Stato, prospettive e scenari
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
Verso l’inquinamento zero in sintesi
La normativa e le politiche in materia di aria pulita richiedono un signi-
ficativo miglioramento della qualità dell’aria per potersi avvicinare ai
livelli di qualità raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità
e ridurre le emissioni dei principali inquinanti atmosferici.
In Italia negli ultimi anni le emissioni dei principali inquinanti atmosfe-
rici sono diminuite significativamente (1990-2021: PM10 -41,9%; PM2,5
-37%), con conseguente miglioramento della qualità dell’aria; cionono-
stante, i problemi di qualità dell’aria persistono a causa delle concen-
trazioni di inquinanti atmosferici ancora troppo elevate.
L’obiettivo ad oggi è ridurre i livelli dei principali inquinanti in modo so-
stanziale cercando di allinearci, entro il 2030, agli ambiziosi traguardi in-
dicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra il 2012 e il 2021 la con-
centrazione di PM10 è diminuita in media del 2,3% annuo. Nel 2021, è stato
registrato un superamento del valore limite annuale, nello 0,2% dei casi, e
il valore limite giornaliero nel 22% dei casi. Mentre risultano superati nella
maggior parte delle stazioni di monitoraggio sia il valore di riferimento an-
nuale dell’OMS (91% dei casi), sia quello giornaliero (91% dei casi).
Le stime sanitarie più accreditate attribuiscono una porzione signifi-
cativa di morti premature e riduzione della speranza di vita legate all’e-
sposizione agli inquinanti atmosferici. Da un’analisi dei dati della popo-
lazione esposta ai diversi inquinanti è risultato che, nel 2020 il 96% è
stato esposto a livelli superiori del valore guida dell’OMS fissato per il
PM10; il 100% è stato esposto a livelli superiori al valore guida dell’OMS
fissato per il PM2,5 l’83% è stato esposto a livelli superiori al valore gui-
da dell’OMS fissato per il NO 2; il 100% è stato esposto a livelli superiori
al valore guida dell’OMS fissato per l’ozono.
La situazione resta critica, nonostante, si evidenzi tra il 2016 e 2020,
per tutti e 4 gli inquinanti una tendenza alla riduzione dei livelli di espo-
sizione non attribuibile agli effetti del lockdown ma legata principal-
mente alla riduzione delle emissioni da traffico.
100
In tema di sostanze chimiche, l’UE intende garantire, che siano pro-
dotte e impiegate con modalità in grado di ridurre al minimo gli effetti
negativi significativi sulla salute umana e sull’ambiente.
Tra queste troviamo i prodotti fitosanitari (noti anche come pesticidi)
che proteggono le colture agricole da parassiti e da malattie. Una volta
immessi nell’ambiente i pesticidi possono migrare nel suolo, nell’acqua
e nell’aria, contribuendo all’inquinamento ambientale e mettendo a ri-
schio gli ecosistemi e la biodiversità.
Nel 2021, in Italia sono state immesse in commercio circa 116,4 mila tonnel-
late di prodotti fitosanitari, con una sensibile diminuzione rispetto al 2011,
dovuta a un più cauto impiego delle sostanze chimiche in agricoltura, dell’a-
dozione di tecniche di difesa fitosanitaria a minore impatto e dell’aumento
dell’agricoltura biologica.
Un ulteriore problema dell’uso dei pesticidi è il loro ritrovamento nelle
acque superficiali e sotterranee. Nel 2020 le concentrazioni misurate
di pesticidi hanno superato i limiti di qualità ambientale previsti dalle
normative (30,5% dei siti di monitoraggio per le acque superficiali e
5,4% di quelli per le acque sotterranee).
101
La normativa e le politiche dell’UE in materia di acqua impongono una
VERSO L’INQUINAMENTO ZERO
notevole diminuzione dell’impatto delle pressioni sulle acque di transi-
zione, costiere, superficiali e sotterranee.
Il terzo ciclo di monitoraggio delle acque (2016-2021) per quanto riguar-
da i fiumi, mostra, a livello nazionale, un aumento, rispetto al sessen-
nio precedente (2010-2015), dei corpi idrici classificati in stato chimico
buono (78%), e una forte diminuzione della percentuale dei corpi idrici
non classificati (9%). Per i laghi la situazione è similare ai fiumi: cresci-
ta netta dei corpi idrici in stato buono (69%), e diminuzione dei corpi
idrici non classificati (20%).
A livello nazionale, lo stato ecologico delle acque superficiali interne
– fiumi e laghi - raggiunge l’obiettivo buono e superiore per il 43% dei
corpi idrici, solo il 10% dei corpi idrici è ancora in uno stato sconosciu-
to.
102
Relativamente ai corpi idrici sotterranei, nel sessennio 2016-2021, il
70% è in stato chimico “buono”, mentre il 27% risulta “scarso” e solo
un’esigua percentuale di corpi idrici ancora risulta “non classificata”.
Si definisce, invece, un corpo idrico sotterraneo in stato quantitativo
buono se il livello delle acque sotterranee è tale che la media annua dei
prelievi per attività antropiche a lungo termine non esaurisca le risorse
idriche sotterranee disponibili, non vi siano danni alle acque superfi-
ciali e agli ecosistemi connessi e non si verifichi intrusione salina o
contaminazione di altro genere. Il 79% dei corpi idrici sotterranei è in
buono stato quantitativo, il 19% è “scarso” e solamente il 2% non è an-
cora classificato, percentuale in forte diminuzione rispetto al prece-
dente sessennio (24,6%).
Lo stato chimico delle acque marino costiere italiane, nel sessennio
2016-2021, è risultato in stato buono nel 51% dei corpi idrici marino
costieri, non raggiungendo ancora l’obiettivo previsto dalla normativa
e risultando etereogeneo a livello territoriale. Tale disomogeneità si
esprime sia a livello di numero di corpi idrici identificati per distretto
sia per classificazione.
Ai fini del raggiungimento del “Buono Stato Ambientale”, la Strategia Ma-
rina indica che i rifiuti marini devono essere a un livello tale da non pro-
vocare rilevanti impatti sull’ecosistema costiero e marino (20 rifiuti totali
ogni 100 m). In Italia, nel 2021, tale valore è risultato pari a 273 (valore
mediano), in calo rispetto agli anni precedenti ma ancora nettamente su-
periore agli obiettivi prefissati.
103
L’inquinamento atmosferico: da dove
arriva e su chi impatta
L’inquinamento atmosferico, insieme a dieta e fumo di
tabacco, rappresenta uno dei principali fattori di rischio
ambientale per la salute umana.
Nel 2021, nel quadro È stato dimostrato che sussiste una relazione causale tra
del piano di azione i livelli di esposizione e la mortalità generale, l’insorgenza
europeo “verso l’inqui-
di patologie cardio-respiratorie acute e croniche, l’insor-
namento zero per l’aria,
l’acqua e il suolo” la genza del tumore polmonare.
Commissione Europea
ha proposto l’o biettivo Gli inquinanti di grande interesse per la salute pubblica,
di ridurre di oltre il 55% ritenuti dunque prioritari, tenendo conto dei loro effetti
gli impatti sulla salute e dell’entità delle loro emissioni in atmosfera, sono alcu-
dell’inquinamento at-
ni gas (biossido di zolfo, biossido di azoto, monossido di
mosferico entro il 2030
e di allineare gli attuali carbonio, ozono), una grande varietà di composti organici
standard di qualità volatili e l’aerosol, una sospensione di particelle solide o
dell’aria alle più strin- liquide disperse in aria, di diversa dimensione e composi-
genti raccomandazioni
zione in funzione della loro origine (PM10 e PM2,5).
dell’OMS.
Nel quadro europeo, L’inquinamento atmosferico danneggia sia la salute uma-
l’Italia con il bacino
padano, rappresenta
na sia l’ambiente. In Italia, le emissioni di molti inquinanti
ancora una delle aree atmosferici sono diminuite notevolmente negli ultimi de-
dove l’inquinamento cenni, come le emissioni di particolato PM10 che dal 1990
atmosferico è più al 2021, si sono ridotte del 41,9%, seguite dalle emissioni di
rilevante.
PM2,5 (-37%) con conseguente miglioramento della quali-
tà dell’aria; tuttavia, le concentrazioni di inquinanti atmo-
sferici sono ancora troppo elevate e i problemi di qualità
dell’aria persistono. Questo si verifica anche perché il rap-
porto tra emissioni (ciò che esce dai tubi di scappamento
delle automobili o dai camini di case e industrie) e le con-
centrazioni in atmosfera degli inquinanti (che descrivono
la qualità dell’aria che effettivamente respiriamo) non è
generalmente diretto e lineare: la concentrazione di tali in-
quinanti dipende infatti, oltre che dal carico emissivo, da
altri fattori, quali il tempo atmosferico o le reazioni chimi-
che fra altre specie inquinanti.
104
Figura 19: PM10 - Variazione percentuale media annua stimata della con-
centrazione presso le 436 stazioni analizzate (2012-2021)
105
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati SNPA
105
L’obiettivo oggi è ridurre i livelli dei principali inquinanti in modo sostan-
ziale, ben al di sotto degli attuali limiti di legge, cercando di avvicinare
entro il 2030 gli ambiziosi traguardi indicati dall’Organizzazione Mondiale
della Sanità nella recente revisione delle linee guida sul tema. Tra il 2012 e
il 2021 la concentrazione di PM10 (particolato di dimensioni pari o inferiori
a 10 micron) è diminuita in quasi tre quarti delle stazioni di monitoraggio,
con una riduzione media annuale del 2,3%. Nel 2021, è stato registrato un
superamento del valore limite annuale (pari allo 0,2% dei casi).
Il valore limite giornaliero è stato superato in 118 stazioni (pari al 22% dei
casi) in larga parte situate nel bacino padano e in alcune aree urbane del
Centro - Sud. Risultano infine superati nella maggior parte delle stazioni
di monitoraggio sia il valore di riferimento annuale dell’OMS (91% dei casi),
sia quello giornaliero (91% dei casi).
Le stime sanitarie più accreditate attribuiscono una porzione significativa
di morti premature e riduzione della speranza di vita legate all’esposizione
agli inquinanti atmosferici. Da un’analisi dei dati, nel 2020, della popola-
zione esposta ai diversi inquinanti è risultato che: per il PM10 il 96% della
popolazione è stata esposta a livelli superiori del valore guida dell’OMS (15
µg/m 3); per il PM2,5 il 100% della popolazione è stato esposto a livelli su-
periori al valore guida dell’OMS (5 µg/m 3); per il NO 2 l’83% della popolazione
è stato esposto a livelli superiori al valore guida dell’OMS (10 µg/m 3); per
l’ozono il 100% della popolazione è stato esposto a livelli superiori al valore
guida dell’OMS (60 µg/m 3 come media della distribuzione dei massimi gior-
nalieri delle medie mobili di 8 ore nel periodo che va da aprile a settembre).
Nonostante si evidenzi per tutti e 4 gli inquinanti nel periodo 2016- 2020
una tendenza alla riduzione dei livelli di esposizione non attribuibile agli
effetti del lockdown, ma legata principalmente alla riduzione delle emis-
sioni da traffico, la situazione resta critica.
I settori su cui i piani nazionali e internazionali prevedono di agire sono
quelli della produzione energetica, del riscaldamento civile, dei trasporti,
dell’efficienza energetica degli edifici, dell’agricoltura e della zootecnia.
È fondamentale che le azioni individuate per ridurre l’inquinamento atmo-
sferico siano coerenti e sinergiche con quelle necessarie per mitigare gli
effetti dei cambiamenti climatici e siano perseguite sia a livello locale sia
regionale e nazionale.
106
Figura 20: PM10 – Stazioni di monitoraggio e superamenti del valore limi-
te giornaliero per la protezione della salute (2021)
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati SNPA 107
107
L’uso dei pesticidi: strategie per il
contenimento dei rischi
I prodotti fitosanitari (noti anche come pesticidi) proteg-
gono le colture agricole da parassiti e da malattie cau-
sate da patogeni. Oltre ai prodotti fitosanitari impiegati
La percentuale delle in agricoltura, i pesticidi comprendono anche i biocidi, i
irregolarità dei residui quali, in alcuni casi utilizzano le stesse sostanze attive.
di prodotti fitosanitari
nelle matrici alimentari Essendo concepiti per combattere organismi ritenuti dan-
si mantiene al di sotto nosi, i pesticidi possono comportare effetti negativi per
dell’1% nei campioni
tutte le forme di vita. Una volta immessi nell’ambiente, in
analizzati. Nel rappor-
to del Ministero della funzione delle caratteristiche molecolari, delle condizioni
Salute del 2023, su dati di utilizzo e di quelle del territorio, i pesticidi possono mi-
del 2020, emerge che grare nel suolo, nell’acqua e nell’aria, contribuendo all’in-
su 8.410 campionamen-
quinamento ambientale e mettendo a rischio gli ecosiste-
ti, il 67 % non presenta
alcun residuo e una mi e la biodiversità.
percentuale di questi,
molto esigua (0,96%) è Possono quindi essere compromessi servizi ecosistemici
risultata non conforme, importanti come la fertilità dei suoli, l’impollinazione, o la
contro il 3,6% della fitodepurazione delle acque. Inoltre, la presenza di resi-
media europea. Tutti
dui di pesticidi nei prodotti agricoli, ma anche nei prodotti
regolari sono risulta-
ti i cibi per la prima derivati dagli animali da allevamento e nell’acqua potabile,
infanzia. può rappresentare un rischio per la salute dell’uomo.
Poiché si tratta di sostanze che svolgono una funzione
importante nel garantire la produzione e la qualità dei
prodotti agricoli, ma possono costituire un rischio per
la salute dell’uomo e per gli ecosistemi, con un impatto
nell’immediato e a lungo termine, il loro uso si fonda su un
difficile compromesso ed è regolato da normative euro-
pee molto stringenti.
Nel 2021, in Italia sono state immesse in commercio circa
116,4 mila tonnellate di prodotti fitosanitari, con un con-
tenuto di principi attivi pari a circa 50,3 mila tonnellate, i
cui quantitativi distribuiti per unità di superficie tratta-
bile a livello nazionale sono circa 3,5 kg di fungicidi per
108
ettaro, 0,5 kg/ha di insetticidi e acaricidi, 0,6 kg/ha di erbicidi e 1,1 kg/
ha di vari.
Dal 2011 al 2021 si è verificata una sensibile diminuzione delle quantità
messe in commercio, indice di un più cauto impiego delle sostanze chi-
miche in agricoltura, dell’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria a
minore impatto e dell’aumento dell’agricoltura biologica.
Un problema importante dell’utilizzo dei pesticidi è il loro ritrovamento
nelle acque superficiali e sotterranee.
Figura 21: Superamenti degli Standard di Qualità Ambientali (SQA) nei
punti di monitoraggio
35,0 1,8
1,6
30,0
1,4
25,0
1,2
Punti totali (normalizzati) (n.)
Frequenza superamenti (%)
20,0 1,0
15,0 0,8
0,6
10,0
0,4
5,0
0,2
0,0 0,0
2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020
Frequenza superamenti - acque superficiali Frequenza superamenti - acque sotterranee
Punti totali normalizzati - acque superficiali Punti totali normalizzati - acque sotterranee
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati delle Regioni, Province autonome,
ARPA/APPA
Note: La frequenza dei superamenti rappresenta la percentuale dei pun-
ti di monitoraggio in cui la concentrazione media dei pesticidi supera gli
SQA. Il numero dei punti di monitoraggio è normalizzato all’anno di inizio
del trend e corrisponde a 1.176 per le acque superficiali, 2.595 per le ac-
109
que sotterranee
109
Nel 2020 le concentrazioni misurate di pesticidi hanno superato i limiti di
qualità ambientale previsti dalle normative nel 30,5% dei siti di monitorag-
gio per le acque superficiali e nel 5,4% di quelli per le acque sotterranee.
La contaminazione rilevata è ancora sottostimata, a causa delle difficoltà
tecniche e metodologiche, anche se negli anni l’efficacia del monitoraggio
sta migliorando in relazione alla copertura territoriale, al numero di cam-
pioni analizzati e alle sostanze cercate.
Un "forte impulso a transitare verso un’agricoltura più sostenibile" è indivi-
duato nell’ambito del Green Deal europeo da due strategie chiave: “Biodi-
versità 2030” e “Dal produttore al consumatore” (Farm to fork), e dal “Piano
d’azione verso l’inquinamento zero”. La Commissione si è impegnata ad
agire per ridurre del 50% l’uso e il rischio complessivo dei pesticidi chimici
entro il 2030 e ridurre del 50% l’uso dei pesticidi più pericolosi.
110
Nel 2020, gli indicatori finalizzati a misurare i progressi compiuti verso
tali obiettivi di riduzione segnalano nell’UE una diminuzione dell’uso e
del rischio dei pesticidi chimici del 14% rispetto al periodo di riferi-
mento 2015-2017, mentre per l’Italia tale riduzione ammonta al 27%. Per
quanto riguarda l’uso dei pesticidi più pericolosi l’andamento mostra
una riduzione del 26% per l’UE e del 21% per l’Italia, rispetto al triennio
2015-2017.
In linea generale le proposte a livello europeo hanno come obiettivo
comune:
• ridurre l’uso e i rischi dei pesticidi chimici, in particolare quelli che
contengono sostanze attive più pericolose;
• incrementare l’applicazione e il rispetto della difesa integrata;
• promuovere l’uso di alternative meno pericolose e non chimiche per
il controllo delle specie nocive.
L’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari è quindi complementare alla
promozione dell’agricoltura biologica e al raggiungimento dell’obiettivo
della Strategia “Dal produttore al consumatore” di destinare almeno il
25% della superficie agricola dell’Unione ad agricoltura biologica entro
il 2030.
In particolare, secondo l’ultima revisione Eurostat, nel 2021 l’Italia si
pone con il 16,8% di superficie agricola destinata a biologico al 4° posto 111
nell’Europa (27), mentre nel complesso l’UE 27 detiene circa il 10%. 111
Acque superficiali: lo stato dei fiumi e
dei laghi italiani
Le acque dolci sono una risorsa di straordinaria impor-
tanza, poiché sono essenziali sia per molti ecosistemi na-
turali sia per moltissime attività umane. Circa i 2/3 della
Sia a livello nazionale superficie terrestre sono ricoperti di acqua, elemento
sia di distretto, per costitutivo di ogni organismo vivente, compreso l’essere
quanto riguarda i fiumi umano. Ma sono anche una risorsa da tempo “sotto pres-
e laghi, si registra
un generale aumen-
sione”. L’Italia è caratterizzata da circa 6.900 corpi idrici
to, rispetto al ciclo fluviali e quasi 350 corpi idrici lacustri.
precedente, dei corpi
idrici classificati in L’artificializzazione del territorio e le conseguenti modi-
stato chimico buono e fiche all’assetto dei corpi idrici, insieme all’uso intensivo
una riduzione dei corpi delle risorse, hanno modificato la circolazione idrica su-
idrici non classificati.
Rimangono comunque,
perficiale e sotterranea, con impatti rilevanti sugli ecosi-
per qualche distretto, stemi e sui servizi a essi legati, come ad esempio la for-
percentuali signifi- nitura di acqua potabile, il potere auto-depurativo delle
cative di corpi idrici acque, la naturale capacità di mitigazione delle alluvioni.
in stato chimico non
buono e non ancora Negli ultimi decenni si è assistito a un decisivo abbat-
classificati.
timento dei carichi organici e di taluni inquinanti, come
atrazina e DDT, e al conseguente miglioramento della
qualità delle acque.
Tuttavia, lo stato dei corpi idrici è in generale ancora a
rischio a causa di una gestione troppo invasiva e di una
conoscenza ancora parziale delle pressioni e dei loro ef-
fetti cumulativi.
Con il Decreto Legislativo 152/2006, l’Italia ha recepito
la Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE (Water Framework
Directive, WFD) il cui obiettivo principale è quello di ga-
rantire una quantità sufficiente di acqua di buona quali-
tà, per soddisfare i bisogni dei cittadini e dell’ambiente,
imponendo agli Stati Membri il raggiungimento del buono
stato di tutti i corpi idrici superficiali e sotterranei.
112
Figura 22: Stato chimico dei corpi idrici superficiali - fiumi - 3° ciclo
(2016-2021) dei Piani di Gestione delle Acque
Fiume Po
LEGENDA
3% Stato buono
83%
14% Alpi orientali Stato non buono
Stato sconosciuto
Fiume Po Alpi orientali
9%
88%
3%
Appennino centrale
Appennino 1%
87%
Appennino settentrionale centrale 12%
Appennino
settentrionale
1%
70%
29%
Appennino
Appennino meridionale
meridionale
28%
51%
20%
Sardegna
Sardegna Sicilia
91% Sicilia 69%
23%
9% 7%
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati reporting WISE 2022 (aggiornamento
ottobre 2022)
113
113
Per controllare se fiumi e laghi sono in “Buono Stato Ambientale”, occorre
valutare lo stato chimico e lo stato ecologico delle acque. Un “Buono Sta-
to Chimico” si ottiene quando le concentrazioni delle sostanze prioritarie
monitorate, così definite a livello europeo, restano al di sotto degli stan-
dard di qualità ambientale (SQA) stabiliti dalla Direttiva 2013/39/UE che in-
tegra e sostituisce la Direttiva 2008/105/CE, mentre il raggiungimento o
meno del “Buono Stato Ecologico” viene stabilito valutando la salute degli
ecosistemi in termini di elementi di qualità biologica di inquinanti specifi-
ci, e di parametri idromorfologici e chimico-fisici.
La Direttiva Quadro Acque prevede cicli di monitoraggio della durata di sei
anni ciascuno. Per il terzo ciclo (2016-2021), a livello nazionale, per quanto
riguarda i fiumi (Figura 22), si registra un aumento, rispetto al sessennio
precedente (2010-2015) dei corpi idrici classificati in stato chimico buono,
che salgono al 78%, mentre i corpi idrici in stato non buono si attestano
al 13%. Dimezzata, invece, la percentuale di corpi idrici non classificati,
che scende al 9%. Per i laghi (Figura 23) si evidenzia una crescita netta dei
corpi idrici in stato buono, che raggiunge il 69%, mentre la percentuale di
corpi idrici in stato non buono resta sostanzialmente invariata, e i corpi
idrici non classificati scendono al 20%.
Lo stato ecologico, che un corpo idrico assume in risposta alle pressioni a
cui è sottoposto, è misurato dallo stato di alcuni suoi “elementi” indicativi
(per esempio, macroinvertebrati, pesci, ecc.) rispetto agli stessi in con-
dizioni indisturbate (ad esempio, assenza di prelievi, scarichi, opere). A
livello nazionale, lo stato ecologico delle acque superficiali interne – fiumi
e laghi - raggiunge l’obiettivo buono e superiore per il 43% dei corpi idrici,
solo il 10% dei corpi idrici è ancora in uno stato sconosciuto.
Per mantenere o migliorare lo stato dei corpi idrici occorre attuare una
serie di misure di gestione sostenibile, come l’uso efficiente delle risorse,
la riconnessione dei fiumi da monte a valle e con le piane inondabili, il rila-
scio dei deflussi ecologici, ritenute strategiche anche per il recupero della
biodiversità, il potenziamento dell’attività di monitoraggio e di valutazione
dello stato dei fiumi e dei laghi, così come delle pressioni su di essi agenti,
per poter poi predisporre adeguate ed efficaci misure di tutela e miglio-
ramento.
114
Figura 23: Stato chimico dei corpi idrici superficiali - laghi - 3° ciclo
(2016-2021) dei Piani di Gestione delle Acque
Fiume Po
LEGENDA
23%
75% Stato buono
3%
Stato non buono
Alpi orientali
Alpi orientali Stato sconosciuto
Fiume Po
3%
97%
Appennino centrale
Appennino 5%
76%
centrale 18%
Appennino
Appennino settentrionale
settentrionale
3%
76%
21%
Appennino Appennino
meridionale
meridionale
43%
43%
15%
Sardegna
Sardegna Sicilia
10%
87% 28%
3% Sicilia 38%
34%
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati reporting WISE 2022 (aggiornamento
ottobre 2022)
115
115
Lo stato delle acque sotterranee: la
principale fonte di ciò che beviamo
Le acque sotterranee sono la principale fonte di acqua
potabile del nostro Paese, ma sono sottoposte a diverse
pressioni. In generale, sono soggette a prelievi ingenti
In tutti i distretti che ne mettono a rischio la rinnovabilità e ne riducono la
idrografici i corpi idrici capacità di diluizione e trasporto degli inquinanti, sia di
sotterranei in stato
origine agro-zootecnica (fertilizzanti e fitosanitari), sia
chimico sconosciuto
sono in netta riduzione legati alla presenza e cattiva gestione di impianti indu-
rispetto al ciclo prece- striali, di siti contaminati o di discariche. Nelle aree co-
dente, con la totalità stiere il prelievo eccessivo favorisce l’intrusione salina,
di corpi idrici classifi-
che riduce ulteriormente l’utilizzabilità dell’acqua.
cati nei Distretti Alpi
Orientali, Appennino
I corpi idrici sotterranei nazionali sono 1.009, molto diver-
Meridionale e Sicilia.
si fra loro per caratteristiche geochimiche e idrogeologi-
che e quindi, per la risposta alle pressioni a cui sono sot-
toposti. Molte sostanze indesiderate presenti nelle acque
sotterranee sono di origine naturale, come, ad esempio,
ferro e manganese, altre invece sono di origine antropica
quali: pesticidi, microinquinanti organici, nitrati ecc.
Nel quadriennio 2016-2019 il 68% dei siti di monitoraggio
ha presentato una concentrazione di nitrati inferiore alla
soglia di significatività di 25 mg/l.
Per la classificazione delle acque sotterranee si fa riferi-
mento a quanto specificato nell’allegato II della Direttiva
2006/118/CE (aggiornato dalla Direttiva 2014/80/UE).
Lo stato chimico delle acque sotterranee misura la pre-
senza di sostanze chimiche contaminanti derivanti dalle
attività umane. Lo stato è definito “buono” se tali sostan-
ze sono presenti in concentrazioni inferiori a determina-
te soglie limite (in Italia, specificate nel [Link]. 152/2006
[Link].), poiché diversamente si comprometterebbero i
suoi usi, come il prelievo di acqua potabile e la sussisten-
za degli ecosistemi dipendenti. Nel sessennio 2016-2021
116
il 70% dei corpi idrici sotterranei è in stato chimico “buono” mentre il
27% risulta “scarso” e solo un’esigua percentuale di corpi idrici ancora
risulta non classificata.
Figura 24: Stato chimico dei corpi idrici sotterranei - 3° ciclo (2016-2021)
dei Piani di Gestione delle Acque
Fiume Po
LEGENDA
7%
71% Stato buono
22%
Alpi orientali Stato scarso
Fiume Po Alpi orientali Stato sconosciuto
85%
15%
Appennino
Appennino centrale
centrale 6%
Appennino 61%
settentrionale
Appennino settentrionale 33%
4%
66%
30%
Appennino
Appennino meridionale
meridionale
70%
30%
Sicilia
Sardegna
Sardegna
4% 56%
16%
80% Sicilia 44%
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati reporting WISE 2022 (aggiornamento
ottobre 2022)
117
117
Si parla invece di “Buono Stato Quantitativo” delle acque sotterranee quan-
do la quantità di risorsa idrica sotterranea disponibile non è superata dalla
media annuale di captazione sul lungo periodo.
Lo stato quantitativo delle acque sotterranee misura la sostenibilità dei
prelievi rispetto alla capacità di ricarica del corpo idrico nel lungo termine.
Esso misura anche gli effetti indotti dalle attività umane sui processi di
ricarica delle acque sotterranee. Il 79% dei corpi idrici sotterranei risulta
in buono stato quantitativo, il 19% è “scarso” e solamente il 2% non è an-
cora classificato, percentuale in forte diminuzione rispetto al precedente
sessennio (24,6%).
Per determinare lo stato quantitativo occorre effettuare il bilancio idroge-
ologico di ciascun corpo idrico, schematizzandolo attraverso un modello
utile anche a valutare le direzioni preferenziali della circolazione dell’ac-
qua e della diffusione degli inquinanti e individuare così le più efficaci
strategie di tutela, conservazione delle risorse sotterranee e del loro uti-
118 lizzo efficiente e sostenibile.
Figura 25: Stato quantitativo dei corpi idrici sotterranei - 3° ciclo (2016-
2021) dei Piani di Gestione delle Acque
Fiume Po
LEGENDA
5%
87% Stato buono
8% Stato scarso
Fiume Po Alpi orientali
Alpi orientali Stato sconosciuto
98%
2%
Appennino centrale
2%
Appennino 75%
23%
centrale
Appennino
settentrionale
Appennino settentrionale
77%
23%
Appennino
Appenninomeridionale
meridionale
58%
42%
Sardegna Sicilia
Sardegna
1% 74%
92% Sicilia 26%
7%
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati reporting WISE 2022 (aggiornamento
ottobre 2022)
119
119
Lo stato delle acque marino costiere e
di balneazione: una risorsa per il
benessere dei cittadini
L’acqua è essenziale in moltissime attività umane, le qua-
li però possono essere causa di inquinamento. Tutto ciò
L’analisi delle acque ha reso necessaria l’emanazione di una serie di norme, in
marino costiere a li-
vello nazionale mostra
cui sono stati stabiliti standard e obiettivi in materia di
che i corpi idrici in scarichi di sostanze pericolose, acqua potabile, zone di
stato ecologico buono pesca, acque destinate alla molluschicoltura, acque di
ed elevato sono più del balneazione e sotterranee, per proteggere l’ambiente e la
66% (291 corpi idrici su
394 totali), pertanto si
salute umana.
sta avvicinando all’o -
biettivo previsto dalla
Oggi in Italia più della metà degli 8.300 chilometri di co-
normativa vigente. ste è destinata alla balneazione e le acque vengono con-
trollate mediante due indicatori di contaminazione fecale
Il 51% dei corpi idrici (Escherichia coli ed Enterococchi intestinali) e alla pre-
marino costieri è nello
stato chimico buono.
senza della microalga Ostreopsis cf. ovata che contribui-
sce alla valutazione ambientale delle acque di balneazio-
ne.
Durante la stagione balneare 2021 la salute dei bagnan-
ti è stata tutelata grazie al continuo monitoraggio delle
acque di balneazione. Su circa 6.400 chilometri di costa,
marina e fluviale, sono state identificate 5.486 acque di
balneazione e prelevati oltre 25.000 campioni di acqua. I
risultati delle analisi oltre a garantire durante la stagione
l’assenza di rischi igienico sanitari hanno anche permesso
di classificare le acque.
A livello nazionale la maggior parte delle acque è in classe
eccellente (88%), tuttavia permangono ancora delle cri-
ticità dovute alle presenze di acque in classe scarsa (2%
circa) e non classificabili (1% circa), per le quali non è pos-
sibile esprimere un giudizio di qualità.
L’Ostreopsis cf. ovata, microalga bentonica potenzial-
120 mente tossica, con fioriture che possono dare luogo a fe-
nomeni di intossicazione umana e a effetti tossici su organismi marini
bentonici (stati di sofferenza o mortalità), nel 2021, è risultata essere
presente in 11 regioni costiere e assente lungo le coste dell’Emilia-Ro-
magna, Molise, Veneto.
Figura 26: Stato chimico dei corpi idrici delle acque marino costiere - 3°
ciclo (2016-2021) dei Piani di Gestione delle Acque
Fiume Po LEGENDA
100% Stato buono
Alpi orientali Stato non buono
Fiume Po Alpi orientali Stato sconosciuto
100%
Appennino
Appennino centrale
centrale
Appennino 91%
Appennino settentrionale 9%
settentrionale
57%
43%
Appennino
Appennino meridionale
meridionale
1%
34%
65%
Sardegna Sicilia
Sardegna
87% 23%
13% Sicilia 77%
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati reporting WISE 2022 (aggiornamento
ottobre 2022)
121
121
Le acque marino costiere sono “le acque superficiali situate all’interno ri-
spetto a una retta immaginaria distante, in ogni suo punto, un miglio nau-
tico sul lato esterno dal punto più vicino della linea di base che serve da
riferimento per definire il limite delle acque territoriali e che si estendono
eventualmente fino al limite esterno delle acque di transizione” (Comma 1
dell’articolo 74 del [Link]. 152/2006). La normativa ([Link]. 152/2006) impo-
ne il raggiungimento del “buono” stato dei corpi idrici (chimico + ecologico)
entro specifiche date fissate dalla stessa. Al mancato raggiungimento de-
gli obiettivi ambientali conseguono le misure di risanamento.
In base all’analisi dei dati riportati dai Distretti nel 3° Reporting alla Com-
missione Europea relativo al sessennio 2016-2021 (3° Piano di Gestione
- PdG), lo stato chimico delle acque marino costiere italiane risulta ete-
rogeneo. Tale disomogeneità si esprime sia a livello di numero di corpi
idrici identificati per distretto sia per classificazione. Mentre il Distretto
della Sicilia e il Distretto dell’Appennino Meridionale con oltre il 60% dei
corpi idrici in stato chimico non buono e i Distretti delle Alpi Orientali e
del Fiume Po con la totalità dei corpi idrici in stato chimico non buono
evidenziano una situazione critica, i Distretti dell’Appennino Settentriona-
le, Appennino Centrale e della Sardegna registrano, invece, una situazione
decisamente migliore rispettivamente con più del 50%, più del 90% e più
dell’80% di corpi idrici in stato chimico buono.
Dal confronto tra il 2° PdG (2010-2015) e il 3° PdG emerge che nel 2° PdG i
corpi idrici con stato chimico sconosciuto erano il 26% (147 corpi idrici su
561 totali), mentre nel 3° PdG un solo corpo idrico è in stato sconosciuto. In
termini generali, i corpi idrici nello stato chimico buono sono comparabili
nei due PdG, rispettivamente il 52% e il 51%, mentre sono aumentati i corpi
idrici nello stato chimico non buono nel 3° PdG (49%).
Anche lo stato ecologico delle acque marino costiere italiane, monitorato
nel sessennio 2016-2021 mostra analoghe disomogeneità. I Distretti delle
Alpi Orientali, Appennino Settentrionale, Appennino Centrale, Sicilia e della
Sardegna presentano una percentuale di corpi idrici in stato buono ed ele-
vato maggiore o uguale al 70%. Il Distretto della Sardegna è quello con la
percentuale più alta di corpi idrici in stato ecologico elevato (44%), mentre il
Distretto del Fiume Po e dell’Appennino Meridionale hanno rispettivamente
il 67% (2 corpi idrici su 3 totali) e il 69% (100 corpi idrici su 145 totali) in stato
ecologico sufficiente.
122
Figura 27: Stato ecologico dei corpi idrici marino costieri - 3° ciclo (2016-
2021) dei Piani di Gestione delle Acque
LEGENDA
Fiume Po
Stato elevato
67% Stato buono
Stato sufficiente
Stato scarso
33%
Fiume Po Alpi orientali
Alpi orientali
Stato
Stato
cattivo
sconosciuto
17%
83%
Appennino
Appennino centrale
centrale
Appennino
Appennino settentrionale 16%
17% settentrionale
5% 84%
79%
Appennino meridionale
Appennino
meridionale
69%
1%
Sardegna 1%
29%
Sicilia
Sardegna
44%
Sicilia 25%
56%
75%
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati reporting WISE 2022 (aggiornamento
ottobre 2022)
123
123
Un problema sulle spiagge come sui
fondali profondi: i rifiuti
I rifiuti che troviamo in mare provengono principalmente
da terra, attraverso i fiumi, o perché abbandonati lungo i
litorali o gettati nei tombini. E ogni giorno il mare ci resti-
I rifiuti legati al fumo tuisce qualcosa di quello che gli riversiamo dentro.
(SMOKE) nel 2021 sono Un altro problema dei nostri mari sono i microrifiuti (mi-
risultati più abbondanti
croparticelle con dimensioni inferiori di 5 mm) che si ri-
nella Sottoregione
Mar Ionio e Mediter- versano nello strato superficiale della colonna d’acqua e
raneo centrale (16 vengono ingeriti dagli animali marini danneggiando l’eco-
oggetti/100 m). sistema costiero e marino.
La percentuale di
Ai fini del raggiungimento del Buono Stato Ambientale (Di-
microrifiuti per il 2021
è la più bassa finora rettiva Strategia Marina 2008/56/CE) i rifiuti marini devono
registrata (2,4%). essere a un livello tale da non provocare rilevanti impatti
sull’ecosistema costiero e marino, verificando il graduale
avvicinamento al valore soglia di 20 rifiuti totali ogni 100 m
definito a livello europeo.
In Italia, nel 2021, tale valore è risultato pari a 273 (valore
mediano), in calo rispetto agli anni precedenti (si contavano
mediamente 462 oggetti ogni 100 m nel 2018, 413 nel 2019 e
311 nel 2020) ma ancora nettamente superiore agli obiettivi
prefissati. La maggior flessione ha riguardato i rifiuti le-
gati alla pesca e acquacoltura (FISH) e le borse e sacchetti
di plastica (BAG), le cui densità mediane si sono dimezza-
te rispetto l’inizio della serie storica (2015). È leggermente
diminuita anche la densità delle plastiche monouso (SUP)
che, nel 2021, scende per la prima volta sotto una mediana
di 100 oggetti/100 m, continuando a rappresentare comun-
que la categoria più abbondante (31% del totale dei rifiu-
ti). I rifiuti legati al fumo (SMOKE), invece, non tendono a
diminuire, attestandosi intorno a un valore mediano di 10
oggetti/100 m, dato rilevante considerato che il filtro delle
sigarette è costituito da acetato di cellulosa, un materiale
che si degrada molto lentamente e che dopo la combustio-
ne della sigaretta diventa un concentrato di sostanze tos-
124
siche. Le spiagge con le minori densità di rifiuti si trovano nella Sottore-
gione Mar Ionio e Mediterraneo centrale (170 oggetti/100 m). L’Adriatico
è interessato da elevate densità di rifiuti legati alla pesca e acquacoltura
(FISH), con una densità mediana di 37 oggetti/100 m.
Relativamente alla densità delle microparticelle presenti nelle superfici dei
nostri mari, nel periodo 2015-2021, sono state rinvenute in media 0,04 per m2
(valore mediano), ossia 40.000 microparticelle per km2 (valore mediano). La
concentrazione territoriale dei microrifiuti mostra una distribuzione presso-
ché omogenea nelle sottoregioni Mar Adriatico e Mar Mediterraneo occiden-
tale (rispettivamente 39% e 34%), mentre risulta inferiore la concentrazione
nel Mar Ionio e Mediterraneo centrale (27%). Nel Mar Adriatico, nel 2021 la con-
centrazione dei microrifiuti presenta una flessione rispetto all’anno prece-
dente, pari al 12%. Nel Mar Ionio e Mediterraneo centrale, il dato più evidente
è il forte decremento registrato prima nel 2020 rispetto al 2019 pari al 70% e
confermato nel 2021 con un ulteriore calo del 30% rispetto al 2020.
Figura 28: Valori mediani della densità dei rifiuti totali (oggetti/100 m)
presenti lungo le coste italiane sulla base dei monitoraggi realizzati
nell’ambito della Strategia Marina (2015-2021)
460 462
430
408 413
Rifiuti totali (oggetti/100 m)
311
273
Buono Stato Ambientale = 20 oggetti/100 m
2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati ARPA
Legenda: Mediana del numero di rifiuti totali per 100 m di litorale. Il grafi-
co riporta il valore di densità che corrisponde al Buono Stato Ambientale,
125
come definito a livello europeo 125
BIODIVERSITÀ
E CAPITALE NATURALE
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
Quadro di riferimento: politiche e normative
Vi è consenso scientifico attorno al fatto che il tasso globale di estin-
zione delle specie è oggi almeno 10-100 volte più alto di quanto non lo
sia stato, in media, negli ultimi 10 milioni di anni (IPBES, 2019). Si parla
di una sesta estinzione di massa in corso, a causa delle pressioni an-
tropiche: in primis distruzione e frammentazione di habitat naturali.
Ciò produce effetti a cascata sulla salute planetaria, effetti molto com-
plessi e ancora non del tutto noti. I modelli dell’equipe dello scienziato
ambientale J. Rockstrom dello Stockholm Resilience Centre mostrano
che lo stato di integrità della biosfera 58 (biosphere integrity nella figu-
ra in basso) ha abbondantemente superato la sua soglia di sicurezza o
planetary boundary, trovandosi oltre la zona di incertezza (la fascia in
giallo) e risultando difatto il rischio ambientale più pericoloso nell’am-
bito dei nove limiti planetari 59.
Figura 29: Diagramma dei limiti planetari
Fonte: Steffen, et al., 2015
Sarebbe un errore pensare che la definizione di capitale naturale si ridu-
ca alla parte vivente del patrimonio ambientale (o, in termini scientifici,
128
biotica, cioè l’insieme di flora e fauna che costituisce la biodiversità e
gli ecosistemi marini e terrestri): anche la parte non-vivente (abiotica)
ossia le risorse naturali quali l’acqua, l’aria, i minerali, i metalli, le fibre
tessili, gli idrocarburi, l’energia solare ed eolica, le terre rare, i principi
attivi biochimici – elementi questi che, insieme al cibo, rientrano nella
definizione di servizi ecosistemici di approvvigionamento (provisioning
services) – è compresa nella gamma del capitale naturale 60.
Il valore di questi assets è tipicamente esprimibile tramite grandezze
monetarie che ne segnalano la fungibilità per i sistemi antropici. Non
solo: anche le funzioni ecologiche, equivalenti ai servizi ecosistemici
di regolazione (per esempio regolazione del clima, purificazione dell’ac-
qua, impollinazione, ecc.) sono capitale naturale, insieme ai servizi di
supporto (supporting services) quali la formazione del suolo e il ciclo dei
nutrienti. Infine, si potrebbero considerare parte del patrimonio natu-
rale non solo i biomi (una foresta, un deserto roccioso, una palude di
mangrovie, ecc.) e il loro contenuto (piante, animali, suolo e sottosuo-
lo), ma anche i servizi culturali non tangibili che scaturiscono dall’e-
sistenza di tali beni pubblici ambientali, che nell’uomo provocano una
reazione ricreativo-estetica e persino spirituale-religiosa 61.
Emerge quindi una prima criticità: se una parte di beni e servizi del ca-
pitale naturale è scambiata regolarmente sul mercato e il meccanismo
di domanda e offerta ne determina un prezzo che ci segnala, più o meno
grossolanamente, il loro valore economico 62, una grossa parte di beni
e servizi (funzioni) ambientali esiste in un regime di accesso libero, in
qualità di bene pubblico puro (locale, come un ghiacciaio, o globale,
come l’atmosfera). Quest’ultimo non avendo formalmente (legalmente)
un proprietario non può essere reclamato né ceduto, non si arriva a
determinare un prezzo di scambio attraverso il mercato e soprattutto
viene meno l’incentivo economico a proteggerlo. La conseguenza è un
sovrautilizzo, che ne comporta l’esaurimento e/o l’inquinamento.
Da qui le varie tecniche e metodologie per arrivare a stabilire il valo-
re economico totale (Total Economic Value, TEV), composto da valore
intrinseco o di non-uso 63, oltre a quello estrinseco o d’uso, di beni e
servizi ecologici. Il mondo della ricerca e della prassi internazionale si
sta da tempo esercitando nella costruzione di approcci standard sta-
tistico-contabili: in ambito internazionale si ricorda il System of Envi-
129
ronmental-Economic Accounting (SEEA) che promuove metodologie per
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
la contabilità ambientale fisico-monetaria satellite, la quale orbita at-
torno al sistema di contabilità nazionale tradizionale (per esempio PIL,
metriche macroeconomiche) e la sua sotto-unità Experimental Ecosy-
stems Accounting (EEA), che sta lavorando in particolare alla standar-
dizzazione di metodologie per la contabilità degli ecosistemi (assets)
e servizi ecosistemici (flows) – a questo proposito a marzo 2021 la 52°
sessione della Commissione Statistica delle Nazioni Unite ha dato lo
status di “standard statistico internazionale” ai primi sette capitoli del
nuovo SEEA-EA e lanciato il nuovo quadro statistico “Making Nature
Count”. Una delle ultime stime del valore economico totale dei servizi
forniti dagli ecosistemi del pianeta, evolutasi a partire dal lavoro semi-
nale del gruppo di ricerca di R. Costanza del 1997 64, oscilla tra i 125 mila
e 145 mila miliardi di dollari l’anno.
Una codificazione del concetto di Capitale Naturale si fa risalire al lavo-
ro di H. E. Daly e R. Costanza del 1992, Natural Capital and Sustainable
Development 65, un lavoro teoretico di sistematizzazione del concetto di
capitale naturale contrapposto al capitale “manufatto” o fisico, cioè lo
stock di manufatti costruiti dall’uomo (per esempio macchinari, utensi-
li, infrastrutture, edifici, strade).
A differenza di quest’ultimo, che genera un singolo flusso di reddito,
economicamente misurabile e apprezzabile dal mercato, lo stock natu-
rale, genera due distinti flussi: uno, comunque, economicamente mi-
surabile come oggetto di mercato (ossia l’estrazione di risorse naturali
nel tempo); un altro non catturato dal meccanismo di segnale dei prezzi
di mercato, quindi non immediatamente riducibile a una metrica eco-
nomico-monetaria (ossia i servizi ecosistemici).
Corollario fondamentale del pensiero di Daly e Costanza è che, a dif-
ferenza di quanto sosteneva Hartwick con la celebre Hartwick’s rule 66,
il capitale naturale non è perfettamente sostituibile, qualitativamen-
te, con il capitale manufatto: qualcosa si perde nella conversione. Quel
qualcosa, tra l’altro, sono proprio le funzioni ecologiche di approvvigio-
namento, supporto e regolazione della vita, umana e non.
130
Quadro di riferimento delle politiche e normative internazionali
Sul piano internazionale, sono molti gli attori istituzionali, le agenzie,
le ONG, i think tank e i centri di ricerca che si occupano di politiche e
misure a tutela di capitale naturale e biodiversità. In questa sede si
citano le risoluzioni delle ultime Conferenze delle Parti di due delle tre
Rio Conventions (CBD e CCD) delle Nazioni Unite e la International Union
for the Conservation of Nature (IUCN), un’organizzazione indipendente.
La Convention on Biological Diversity e il Kunming-Montreal
Global Biodiversity Framework
Dalla quinta edizione del report Global Biodiversity Outlook delle Nazioni
Unite (Secretariat of the Convention on Biological Diversity, 2020) emer-
ge che da parte della comunità internazionale non sono stati raggiunti i
20 obiettivi del Piano strategico mondiale per la Biodiversità per il pe-
riodo 2011-2020, siglato ad Aichi (Nagoya, Giappone). La Conference Of
the Parties di Kunming-Montreal (COP15) ha rappresentato dunque un
momento di riflessione collettiva su questo fallimento e insieme l’occa-
sione per inaugurare un nuovo corso.
Risultato storico dell’ultima COP della Convenzione sulla Biodiversità
(Convention on Biological Diversity, CBD) delle Nazioni Unite è stato l’ac-
cordo, da parte dei 188 rappresentanti di governo confluiti a Montreal
nel dicembre 2022, su un pacchetto di misure per arrestare la perdita di
biodiversità e il degrado degli ecosistemi globali: il Kunming-Montreal
Global Biodiversity Framework (GBF). Il GBF prevede quattro “goal” e 23
“target”, da raggiungere entro il 2030. Il sistema di obiettivi e targets di
Kunming-Montreal si pone in continuità con gli “Aichi targets”, che hanno
costituito l’agenda internazionale della CBD per lo scorso decennio di pro-
grammazione. Tra i targets più significativi del nuovo periodo “post-Aichi”,
si ricordano:
• la conservazione e gestione efficace di almeno il 30% delle terre, ac-
que interne, zone costiere e oceani del mondo, con particolare enfasi
sulle aree di singolare importanza per la biodiversità e i servizi ecosi-
stemici - riconoscendo i territori e le pratiche indigene e tradizionali.
Attualmente il 17% e il 10% delle aree terrestri e marine del mondo
sono protette, rispettivamente; 131
• il ripristino totale o parziale di almeno il 30% degli ecosistemi terre-
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
stri, delle acque interne, costiere e degli ecosistemi marini degra-
dati a livello globale;
• ridurre a (quasi a) zero la perdita di aree ad alto tasso di biodiversi-
tà;
• dimezzare l’eccesso di nutrienti disperso nell'ambiente e il rischio
complessivo rappresentato da pesticidi e agenti chimici;
• cancellare o riformare i sussidi che danneggiano la biodiversità di
almeno 500 miliardi di dollari ogni anno, al contempo potenziando
gli incentivi per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiver-
sità;
• impedire l’introduzione di nuove specie aliene invasive classifica-
te come prioritarie, dimezzare l’introduzione di altre specie aliene
note o potenzialmente invasive, eradicare o almeno controllare la
popolazione di specie aliene su isole o altri territori vulnerabili;
• mobilizzare almeno 200 miliardi di dollari l’anno in fondi pubblici e
privati per la protezione nazionale e internazionale della biodiver-
sità;
• vincolare le grandi compagnie internazionali e le istituzioni finan-
ziarie alla rendicontazione pubblica dei rischi, dei rapporti di di-
pendenza e degli impatti sulla biodiversità che le loro operazioni
comportano 67.
Viene ribadita la necessità di una mobilitazione massiva di risorse fi-
nanziarie, umane e intellettuali per chiudere progressivamente la lacu-
na nella tutela della biodiversità, ammontante a 700 miliardi di dollari
all’anno. Tutti i flussi finanziari dovrebbero allinearsi al Kunming-Mon-
treal Global Biodiversity Framework e alla Visione al 2050 per la Biodi-
versità.
I Paesi firmatari sono obbligati al monitoraggio dell'attuazione dei loro
impegni e a rendicontarli, ogni cinque anni, facendo uso di un ampio
set di indicatori.
132
Convention to Combat Desertification (UNCCD)
La Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione (UNCCD)
è stata istituita nel 1994 per proteggere e ripristinare la terra e i suoli
da deterioramento e siccità. L’UNCCD è l’unico quadro di riferimento
giuridicamente vincolante istituito per affrontare la desertificazione e
gli effetti della siccità. Ne fanno parte 196 paesi più l’Unione Europea
nella sua interezza. La Convenzione - basata sui principi della parteci-
pazione, del partenariato e del decentramento - è un impegno multila-
terale per mitigare l’impatto del degrado del suolo e proteggere la terra
in modo da poter fornire sostegno alla vita, cibo, acqua, riparo e oppor-
tunità economiche a tutte le persone. Tra le iniziative-faro della UNC-
CD: il Programma di Definizione degli Obiettivi per la Land Degradation
Neutrality (LDN), la Drought Initiative, la Great Green Wall Initiative.
L’ultima Conferenza delle Parti (COP), la quindicesima, si è svolta ad
Abidjan, in Costa d’Avorio, nel maggio 2022. Dopo due settimane di di-
scussioni e negoziati ad alto livello, i delegati hanno adottato 38 deci-
sioni per migliorare la resilienza alla siccità (soprattutto per le popo-
lazioni che dipendono strettamente dalla terra), ridurre il degrado del
133
suolo, investire negli sforzi di ripristino del territorio e migliorare le si-
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
nergie con le convenzioni sui cambiamenti climatici e sulla biodiversità.
Convenzione di Ramsar
La Convenzione relativa alle zone umide di importanza internazionale,
in particolare quali habitat degli uccelli acquatici, è stata firmata nel-
la città iraniana di Ramsar, il 2 febbraio 1971. Ad oggi sono 172 i paesi
che hanno sottoscritto la Convenzione e sono stati designati 2.433 siti
Ramsar per una superficie totale di 255 milioni di ettari.
L’atto è stato sottoscritto nel corso della “Conferenza Internazionale
sulla Conservazione delle Zone Umide e sugli Uccelli Acquatici”, pro-
mossa dall’Ufficio Internazionale per le Ricerche sulle Zone Umide e
sugli Uccelli Acquatici (IWRB-International Waterfowl and Wetlands Re-
search Bureau) con la collaborazione dell’Unione Internazionale per la
Conservazione della Natura (IUCN -International Union for the Nature
Conservation) e del Consiglio Internazionale per la protezione degli uc-
celli (ICBP -International Council for Bird Preservation).
Oggetto della Convenzione di Ramsar è la tutela e lo studio della grande
varietà di zone umide, delle quali adotta una definizione molto ampia:
tutti i laghi e i fiumi, le falde acquifere sotterranee, le paludi e gli ac-
quitrini, le praterie umide, le torbiere, le oasi, gli estuari, i delta e le
piane tidali, le foreste di mangrovie e altre zone costiere, le barriere
coralline e tutti i siti di produzione umana come gli stagni ittici, risaie,
serbatoi e saline, quando tali zone hanno importanza come habitat de-
gli uccelli acquatici, ecologicamente dipendenti da esse. Uno dei lavori
più rappresentativi della Convenzione è l’individuazione di zone umide
di importanza internazionale, la “Ramsar List”.
Durante l’ultima Conferenza delle Parti (COP), la quattordicesima, svol-
tasi congiuntamente tra Wuhan e Ginevra nel novembre 2022, i delega-
ti hanno adottato 21 risoluzioni, molte delle quali volte ad aumentare
la portata e la diversità dell’impegno nei lavori della Convenzione sulle
zone umide. Tra questi, la promozione del ruolo delle popolazioni indi-
gene e delle comunità locali nella gestione delle zone umide. Tra queste
si ricordano: l’affermazione della gestione delle zone umide come natu-
re-based solution, l’educazione dei giovani e il rafforzamento della Con-
134 venzione tramite i giovani, l’istituzione del Centro Internazionale per le
Mangrovie e l’espansione delle sinergie e della cooperazione con altri
accordi ambientali multilaterali.
La Convenzione di Ramsar è stata ratificata e resa esecutiva dall’Italia
con il DPR 13 marzo 1976, n. 448 e con il successivo DPR 11 febbraio 1987,
n. 184 che riporta la traduzione non ufficiale in italiano, del testo del-
la Convenzione internazionale di Ramsar. Le zone umide d’importanza
internazionale riconosciute e inserite nell’elenco della Convenzione di
Ramsar per l’Italia sono ad oggi 57, distribuite in 15 regioni, per un tota-
le di circa 74.000 ettari. Inoltre, sono stati emanati i Decreti Ministeriali
per l’istituzione di ulteriori 9 aree e, al momento, è in corso la procedu-
ra per il loro riconoscimento internazionale.
IUCN e la Lista rossa delle specie minacciate
La IUCN conta oggi oltre 1.000 membri tra stati, agenzie governative,
agenzie non governative e organizzazioni internazionali: in Italia ne fan-
no parte la Direzione per la Protezione della Natura del Ministero dell’Am-
biente e della Sicurezza Energetica, le principali organizzazioni non go-
vernative per la protezione dell’ambiente, enti di ricerca e alcune aree
protette. Alla IUCN è affiliata una rete di oltre 10.000 ricercatori che con-
tribuiscono come volontari alle attività scientifiche e di conservazione.
La realizzazione e l’aggiornamento periodico della IUCN Red List of Threa-
tened Species o Lista Rossa IUCN delle Specie Minacciate68 è l’attività più
influente condotta dalla Species Survival Commission della IUCN. Avvia-
ta nel 1964, la Lista Rossa IUCN è il più completo inventario del rischio di
estinzione delle specie a livello globale. Dal 1994 le valutazioni sono basate
su un sistema di categorie e criteri quantitativi e scientificamente rigorosi,
la cui ultima versione risale al 2001. Queste categorie e criteri, applicabili
a tutte le specie viventi a eccezione dei microorganismi, rappresentano lo
standard mondiale per la valutazione del rischio di estinzione.
Il "barometro della vita", come è altrimenti definito, fornisce informazioni
sulla diffusione delle specie, sulle dimensioni di popolazione e degli habi-
tat, sull'ecologia, sull'uso ed eventuale commercializzazione delle specie,
sulle minacce sulle azioni di conservazione che aiutano a informare le de-
cisioni di conservazione.
Nella IUCN lavorano numerose commissioni, tra cui la Commission on
Enveromental, Economic and Social Policy (CEESP).
135
I circa 1.465 membri della CEESP agiscono insieme come gruppo auto-
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
revole di esperti impegnati sui fattori socio-economici che investono
le risorse naturali e la diversità biologica e sviluppano orientamenti po-
litici per la conservazione e l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali.
La CEESP lavora per identificare, analizzare e condividere politiche e
pratiche sostenibili delle comunità umane, con particolare attenzione
alle popolazioni indigene e alle comunità locali.
Quadro di riferimento delle politiche e normative europee
La natura europea è in allarmante stato di deterioramento. Secondo il rap-
porto State of Nature in the EU dell’European Environmental Agency circa
l’80% degli habitat protetti è in condizioni ecologiche insufficienti, e solo
un quarto delle specie presenta uno stato “buono” di conservazione: tra i
gruppi faunistici che preoccupano maggiormente si segnalano molte spe-
cie di uccelli, pesci e anfibi, mentre una ogni tre specie di insetti impollina-
tori è a rischio (EEA, 2020). La protezione della natura è uno dei capisaldi
dell’UE e viene declinato in strategie, programmi, piani e reti di intervento.
Nuovo stimolo alle politiche di tutela della biodiversità e capitale naturale
è stato dato con l’adozione del Green Deal e con l’approvazione dei diversi
piani di ripresa e resilienza nazionali post-pandemici; a mantenerli coesi
provvede l’VIII PAA europeo.
VIII Programma d’Azione per l’Ambiente
Il Programma d’Azione per l’Ambiente (PAA) è il documento program-
matico proposto dalla Commissione che indica la via da seguire per le
politiche e legislazioni ambientali europee. L’ultima edizione, l’ottava,
esprime una visione al 2030, a sostegno degli obiettivi del Green Deal, e
riconosce che il benessere e la prosperità umani dipendono da ecosiste-
mi sani, all’interno dei quali è necessario operare, in altre parole: “vivere
bene entro i limiti planetari”. Uno dei sei obiettivi prioritari riguarda pro-
prio la protezione, la preservazione e il ripristino della biodiversità e il
rafforzamento del capitale naturale – in particolare l’aria, l’acqua, il suolo
e le foreste, le acque dolci, le zone umide e gli ecosistemi marini.
Per tenere traccia dell’andamento rispetto agli obiettivi previsti, l’VIII
PAA suggerisce di istituire un nuovo quadro di monitoraggio. A luglio
136 2022, la Commissione ha adottato una lista di indicatori chiave (headli-
ne indicators), che saranno tenuti aggiornati dalla Commissione stessa,
di concerto con l’European Environment Agency (EEA) e l’European Che-
micals Agency (ECHA).
Strategia europea sulla biodiversità al 2030
La strategia sulla biodiversità è un documento di policy framework che
l’UE prepara a cadenza decennale. A gennaio 2020, conclusosi il periodo
di validità della precedente strategia, l’UE ha avviato una procedura di
consultazione pubblica per concertare con la società civile nuovi obiet-
tivi di ripristino e tutela della natura. Cinque mesi dopo è stata pubblica-
ta la Strategia al 2030, un documento complesso e ambizioso che vuole
fare dell’Europa, come peraltro già è per altri settori ambientali, la regio-
ne che guiderà lo sforzo mondiale per invertire la tendenza al collasso
ecosistemico generalizzato.
La Strategia europea rappresenta inoltre il contributo più sostanziale ai
negoziati internazionali.
Vengono individuate quattro fonti di minaccia per la società umana le-
gate allo stato di salute di biodiversità ed ecosistemi:
• gli effetti dei cambiamenti climatici (ad esempio, su produzione
agricola e disponibilità idrica);
• gli incendi boschivi, specie nell’Europa meridionale;
• l’insicurezza alimentare;
• le zoonosi.
Tra le azioni messe in campo per realizzare l’obiettivo generale vi sono:
• il rafforzamento e l’estensione della rete di aree protette terrestri e
marine (CDDA e Natura 2000), dando priorità alle zone identificate
come ad alto coefficiente di biodiversità, raggiungendo un 30% di
protezione di qui al 2030;
• una riforma della governance per la biodiversità;
• il ripristino degli ecosistemi degradati e la loro gestione sostenibi-
le. Quest’ultimo aspetto è confluito nella proposta della Commissio-
ne Europea di una legge sul ripristino della natura;
• miglioramento dello stato di conservazione per almeno il 30% di ha-
bitat e specie che attualmente sono in uno stato non favorevole.
137
Strategia europea per il suolo al 2030
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
La nuova Strategia dell’UE per il suolo al 2030 69, adottata nel novembre
2021, delinea un quadro di misure concrete per proteggere e ripristina-
re i suoli e garantire che siano utilizzati in modo sostenibile. Definisce
una visione per la salute dei suoli europei al 2050, con obiettivi inter-
medi e azioni concrete entro il 2030. Annuncia inoltre una nuova legge
sulla salute del suolo entro il 2023.
La Strategia per il suolo è figlia della Strategia sulla biodiversità e con-
tribuirà a centrare gli obiettivi del Green Deal.
La Strategia si pone i seguenti obiettivi:
• tutti gli ecosistemi dei suoli dell’UE siano sani e più resilienti e pos-
sano quindi continuare a offrire i loro servizi fondamentali;
• non si edifichi più su nuove aree e che inquinamento e degrado del
suolo siano ridotti a livelli non più dannosi per la salute delle persone o
per gli ecosistemi;
• la protezione dei suoli, la loro gestione sostenibile e il ripristino dei
suoli degradati diventino pratiche standardizzate a livello comuni-
tario.
Le azioni previste per perseguirli, sono:
• formulare una proposta legislativa dedicata sulla salute del suolo
entro il 2023 per consentire la realizzazione degli obiettivi della
Strategia dell’UE per il suolo e ottenere buoni risultati sulla salute
del suolo entro il 2050;
• far sì che la gestione sostenibile del suolo diventi lo standard, pro-
ponendo ai proprietari terrieri un programma gratuito di analisi del
suolo, promuovendo la gestione sostenibile del suolo attraverso la
Politica Agricola Comune e condividendo le buone pratiche;
• prendere in considerazione l’ipotesi di proporre obiettivi giuridica-
mente vincolanti per limitare il prosciugamento delle zone umide e
dei suoli organici e per ripristinare le torbiere gestite e prosciugate;
• studiare i flussi dei terreni scavati e valutare la necessità e il po-
tenziale di un “passaporto del suolo” giuridicamente vincolante per
promuovere l’economia circolare e migliorare il riutilizzo del suolo
pulito;
• ripristinare i suoli degradati e bonificare i siti contaminati;
138
• prevenire la desertificazione e il degrado del suolo sviluppando una
metodologia di valutazione comune;
• incrementare le ricerche, i dati e il monitoraggio del suolo;
• mobilitare l’impegno sociale e le risorse finanziarie necessarie.
I lavori della Commissione sulla Strategia sono legati al lavoro scientifico
e divulgativo svolto dall’Osservatorio Europeo sul Suolo (EU Soil Observa-
tory, EUSO).
Strategia europea per le foreste al 2030
Anch’essa figlia della Strategia per la biodiversità, la Strategia euro-
pea per le foreste, pubblicata a luglio 2021, è uno dei fiori all’occhiello
del Green Deal. La Strategia concorre al raggiungimento degli obiettivi
europei sulla salvaguardia della biodiversità e di decarbonizzazione al
2030 e al 2050. Essa riconosce il ruolo centrale e multifunzionale delle
foreste, dei gestori e manutentori delle foreste europee (per esempio
corpi forestali dello Stato), nonché dell’intera catena del valore lega-
ta al comparto forestale, in qualità di volano per la prosperità sociale,
economica e ambientale delle aree rurali.
139
Cuore della Strategia è l’impegno di piantare tre miliardi di alberi su
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
suolo europeo entro il 2030. Più in generale, essa mira a fare delle fore-
ste europee un modello di resilienza, protezione e ripristino, adattando
il patrimonio forestale comunitario alle nuove condizioni poste dagli
eventi meteorologici estremi e dallo stato di permanente variabilità e
vulnerabilità dovuto alla crisi climatica. Il ruolo dell’adattamento è cen-
trale per far sì che le foreste continuino a esercitare le loro funzioni
socio-economiche (per esempio bioeconomia) ed ecologiche, assicu-
rando così un futuro prospero alle popolazioni che da esse dipendono,
direttamente e indirettamente.
Tra le azioni messe in campo per conseguire gli obiettivi prefissati vi
sono:
• la promozione della bioeconomia forestale sostenibile e certificata
per prodotti in legno di lunga durata;
• la garanzia dell’utilizzo sostenibile e certificata delle risorse legno-
se per la bioenergia;
• la promozione dell’ecoturismo forestale;
• lo sviluppo delle competenze per la bioeconomia forestale sosteni-
bile;
• la protezione delle ultime foreste primarie dell’UE (old-growth fore-
sts);
• il ripristino delle foreste degradate, unitamente alla gestione so-
stenibile per l’adattamento climatico e per la resilienza;
• la riforestazione e afforestazione di foreste biodiverse, compresa
la piantumazione di 3 miliardi di alberi supplementari entro il 2030;
• la fornitura di incentivi finanziari per i proprietari e i gestori fore-
stali per migliorare la quantità e la qualità delle foreste dell’UE.
La Strategia si concentra inoltre su:
• la raccolta dei dati delle foreste, il monitoraggio strategico e la ren-
dicontazione sullo stato e dinamiche del patrimonio forestale;
• lo sviluppo di un’agenda incisiva di ricerca e innovazione per miglio-
rare la conoscenza delle foreste;
• l’attuazione di un quadro di governance forestale dell’UE inclusivo e co-
erente.
140
Strategia “Farm to Fork”
L’approvvigionamento di cibo e fibre è uno dei servizi ecosistemici che
più di tutti ricorda la dipendenza della specie umana dal buono stato di
salute del capitale naturale.
La strategia “Farm to Fork” è il piano decennale messo a punto dal-
la Commissione Europea per guidare la transizione verso un sistema
agro-alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente, che al contem-
po garantisca la sicurezza alimentare. Altro pilastro del Green Deal, la
Strategia prevede l’adozione di pratiche agricole sostenibili, la riduzio-
ne dell’utilizzo di pesticidi e la promozione di un’alimentazione equili-
brata basata su alimenti di origine europea. Inoltre, si concentra anche
sulla trasparenza delle informazioni fornite ai consumatori sulla prove-
nienza e la produzione degli alimenti. Questa Strategia è strettamen-
te connessa alla Politica Agricola Comune (PAC) e fa parte degli sforzi
dell’UE per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazio-
ni Unite e contribuire a un futuro più verde e sostenibile per l’Europa.
La Strategia non è vincolante di per sé, tuttavia i Paesi membri, nel
momento in cui adottano altre norme e leggi o quando si allineano a
politiche comunitarie già esistenti (come la Politica Agricola Comune),
saranno vincolati a rispettare gli obiettivi stabiliti dalla Commissione.
Con la Farm to Fork, è la prima volta che l’UE cerca di progettare una po-
litica agro-alimentare a largo spettro, che proponga misure e obiettivi
che coinvolgono l’intera filiera, dalla produzione al consumo, passando
per la distribuzione.
Centrale all’interno della Farm to Fork è il principio di multifunzionalità
dell’agricoltura. L’obiettivo è salvaguardare un modello agricolo euro-
peo che tenga unite tutte le realtà, a partire da quelle più fragili, che
svolgono un importante ruolo come presidio del territorio e custodia
dell’ambiente e delle sue componenti biodiverse.
La Strategia nasce anche dalla consapevolezza che i sistemi agro-ali-
mentari non possono essere resilienti a shock esogeni, come la pande-
mia di Covid-19, se non sono sostenibili. I nostri sistemi agro-alimentari
rappresentano circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, consu-
mano grandi quantità di risorse naturali, causano perdita di biodiversità
e impatti negativi sulla salute (dovuti sia alla denutrizione sia alla sovra- 141
nutrizione) e non permettono rendite economiche eque e redditi per tut-
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
ti gli attori, in particolare per i produttori primari.
Schematizzando, la Strategia pun-
ta all’accelerazione verso un siste-
ma di produzione e consumo del
cibo che:
• abbia un impatto positivo o al
più neutro;
• aiuti a mitigare gli effetti della
crisi climatica e ad adattarsi
agli impatti;
• arrestare e invertire la perdita
di biodiversità;
• garantire la sicurezza alimen-
tare, la nutrizione e la salute
pubblica, assicurandosi che
ognuno abbia accesso a cibo
sufficiente, sicuro, nutritivo e
sostenibile;
• garantire l’economicità del cibo
assicurando al tempo stesso un
più congruo ritorno economi-
co ai produttori nazionali e una
competizione più equa con i
produttori stranieri (fair trade).
La Strategia si estrinseca in strumenti regolatori e non regolatori, con
le politiche agricole e di pesca comunitarie a fare da supporto di policy.
Una proposta per un quadro di riferimento legislativo verrà avanzata in
Commissione, insieme a un piano di contingenza per assicurare la conti-
nuità nella fornitura e accesso al cibo anche in caso di crisi, sulla scorta
degli insegnamenti della pandemia.
EU Nature Restoration Law
La proposta di Legge sul Ripristino della Natura della Commissione Eu-
ropea, di giugno 2022, è la prima proposta di Regolamento di questo
142
tipo a livello comunitario. L’importante novità consiste nella presen-
za di obiettivi vincolanti di ripristino, specie per gli ecosistemi con il
più alto potenziale di sequestro e immagazzinamento di carbonio e per
quelli che mitigano l’impatto dei disastri naturali ed eventi meteorolo-
gici estremi.
Gli obiettivi sono:
• rafforzare il sistema di protezione già in vigore per tutti i tipi di habitat;
• arrestare il declino delle popolazioni degli insetti impollinatori;
• migliorare la gestione degli ecosistemi forestali, in particolare del
legno morto (deadwood), delle foreste di età non uniforme, poten-
ziando la connettività forestale (corridoi ecologici), la presenza di
uccelli boschivi comuni e l’immagazzinamento del carbonio;
• mettere a dimora 3 miliardi di alberi su suolo europeo;
• arrestare la perdita netta di spazi verdi urbani entro il 2030 e au-
mentarli progressivamente nel 2040 e 2050;
• aumentare lo stock di carbonio organico nei terreni minerali da col-
tura e la quota di terreno agricolo con caratteristiche di alta diversità
nell’assetto paesaggistico – ripristinare le torbiere (peatlands) prosciu-
gate dall’uso agricolo;
• ripristinare habitat marini come il fondale algale o a sedimenti – ripristi-
nare gli habitat delle specie marine native, tornando ad uno stato ecolo-
gico “buono”;
• identificare e rimuovere le barriere che impediscono la connettività
delle acque superficiali, in modo da garantire, al 2030, uno stato di
libero scorrimento (free-flowing) ad almeno 25.000 km di fiumi.
L’insieme delle misure di protezione e ripristino dovrà riguardare al-
meno il 20% del territorio (terrestre e marino) UE al 2030, arrivando a
proteggere la totalità degli ecosistemi bisognosi di ripristino entro il
2050 70. La proposta stima che per ogni euro investito nel ripristino del-
la natura, i benefici siano quantificabili tra gli 8 e i 38 euro.
Gli Stati Membri dovranno sottoporre alla Commissione, entro i due
anni dall’entrata in vigore della Legge, i propri Piani Nazionali di Ripri-
stino, che illustrino azioni e metodi per conseguire i risultati attesi e il
sistema di monitoraggio e rendicontazione dei medesimi. Sarà compe-
tenza dell’Agenzia Europea dell’Ambiente la stesura di report tecnici sui
progressi compiuti. 143
Direttive europee sul capitale naturale
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
Data la vastità delle componenti del patrimonio naturale, esse sono
normate a livello europeo da una pluralità di istituti giuridici. Si citano
le quattro più importanti:
• Direttiva 1992/43/EEC, detta “Direttiva Habitat”, che istituisce la Rete
Natura 2000, la più ampia rete ecologica a livello globale (un quinto
della superficie terrestre europea e 250 mila kmq di superficie ma-
rina);
• Direttiva 2000/60/EC detta “Direttiva quadro sulle acque”;
• Direttiva 2008/50/EC sulla qualità dell’aria;
• Direttiva 2009/147/EC detta “Direttiva Uccelli”, che integra e ag-
giorna la precedente legislazione a protezione degli uccelli selvati-
ci (Direttiva 79/409/EEC, la più vecchia norma giuridica ambientale
europea).
Quadro di riferimento delle politiche e normative nazionali
Nell’ordinamento italiano la tutela formale di biodiversità ed ecosistemi
hanno fatto la loro comparsa soltanto di recente con la modifica, nel
febbraio 2022, di due articoli della Carta Costituzionale, il 9 (tra i prin-
cipi fondamentali) e il 41, sulla libera iniziativa economica.
Nell’articolo 9 era già contenuta la tutela del patrimonio paesaggisti-
co e di quello storico e artistico della Nazione; con la riforma si attri-
buisce ai compiti della Repubblica anche la tutela dell’ambiente, della
biodiversità e degli ecosistemi e viene specificato esplicitamente un
principio di tutela per gli animali. Il nuovo articolo 41, sempre sancendo
la libertà dell’iniziativa economica privata, prosegue dicendo che essa
“non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare
danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità
umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché
l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coor-
dinata a fini sociali e ambientali.”
Prima di queste significative, se non simboliche, conquiste, il capitale
naturale trovava cittadinanza nel quadro delle politiche e delle leggi ita-
144 liane in una pluralità di istituti, tra cui la Legge 349/91 o “Legge Quadro
sulle Aree Protette”, i vari decreti di attuazione delle direttive europee
già citate e il [Link] 3 aprile 2006, n. 152 detto “Codice dell’ambiente”.
Più di recente, il capitale naturale trova un riferimento nella Legge 28
dicembre 2015, n.221, “Disposizioni in materia ambientale per promuo-
vere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo
di risorse naturali”.
Il Comitato e il Rapporto sullo stato del capitale naturale
L’Art. 67 della Legge 221/2015 istituisce il Comitato per il capitale na-
turale, un organo presieduto dal Ministero dell’Ambiente e coadiuvato
da Banca d’Italia, Istat, CNR, ENEA e ISPRA, più altri esperti del mondo
accademico e istituzionale personalmente nominati. In Italia il discorso
politico istituzionale attorno al capitale naturale è animato in particolare
da tale Comitato, che riveste un ruolo consultivo e di supporto ai deci-
sori politici oltre che informativo-rendicontativo. Al comma secondo, la
Legge stabilisce infatti che “Al fine di assicurare il raggiungimento degli
obiettivi sociali, economici e ambientali coerenti con l’annuale program-
mazione finanziaria e di bilancio […], il Comitato […] trasmette, entro
il 28 febbraio di ogni anno, al Presidente del Consiglio dei ministri e al
Ministro dell’economia e delle finanze un rapporto sullo stato del capitale
naturale del Paese, corredato di informazioni e dati ambientali espressi
in unità fisiche e monetarie, seguendo le metodologie definite dall’Orga-
nizzazione delle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, nonché di valuta-
zioni ex ante ed ex post degli effetti delle politiche pubbliche sul capitale
naturale e sui servizi ecosistemici.”
L’ultima edizione del rapporto, la quinta (dati aggiornati al 2021), è sta-
ta pubblicata a febbraio 2023 71. Il rapporto saluta il “nuovo” principio
europeo dell’azione-tutela ambientale del “non arrecare danno signifi-
cativo” (do not significant harm, DNSH) – sancito dal Regolamento sul-
la disclosure relativa alla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari
(2019/2088) e dal Regolamento sulla tassonomia delle attività economi-
che e investimenti sostenibili (2020/852) – e l’introduzione di ambiente
e biodiversità nella Costituzione.
Questa edizione ha rappresentato, tra l’altro, un momento di rilettura cri-
tica dei Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) alla luce dell’ur-
genza di tutela del patrimonio naturale nazionale, il quale trova cittadi- 145
nanza con i progetti della Misura PNRR M2C4 – Tutela del territorio e della
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
risorsa idrica, per la quale sono stati stanziati 15 miliardi di euro dei 59
totali dedicati alla missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”.
Il rapporto, oltre a essere un dialogo tra istituzioni e ricerca, ripor-
ta i risultati di studi inediti e fornisce informazioni chiave sullo stato
del capitale naturale italiano. Ad esempio, viene presentato il Farm-
land Bird Index (FBI), indice normalmente utilizzato in ambito europeo
(PAC) come metrica di contesto sullo stato di salute delle aree rurali a
coltivo, a prato o altro, basandosi su numerosità e frequenza di alcu-
ne specie di uccelli specialiste e frequentatrici di selezionati habitat
agricoli. Esso sfrutta la proprietà di tali specie di essere bioindicato-
ri. In vent’anni (2000-2020) il FBI è diminuito nel complesso del 29%,
una perdita equivalente di 8-14
milioni di esemplari, con punte
del -46% negli habitat classi-
ficati come pianure (dramma-
tica la situazione nella Pianu-
ra Padana). Se si considerano
solo le sette specie avicole più
esigenti in termini di caratte-
ristiche dell’habitat (quali allo-
dola, cutrettola, averla piccola,
calandra, rondine, torcicollo e
saltimpalo), la loro popolazione
risulta dimezzata.
Altri dati provengono dal Si-
stema europeo di informazione
sugli incendi boschivi (Europe-
an Forest Fire Information Sy-
stem, EFFIS): 160.000 ettari di
bosco bruciati nella sola estate
2021, l’87% in Sardegna, Sicilia
e Calabria, regioni in cui insi-
stono gli ecosistemi forestali e
di arbusteti mediterranei che la
IUCN classifica come “in peri-
146 colo” o “vulnerabile”.
Il Comitato ricorda le principali fasi per l’applicazione del SEEA-EA alle
praterie di Posidonia oceanica, specie endemica del Mediterraneo ap-
partenenti alla famiglia delle fanerogame.
Nell’ultimo secolo le stime indicano una perdita netta del 30% delle
praterie di fanerogame marine a causa delle pressioni antropiche, tra
cui danni meccanici (dragaggio, scarico, pesca a strascico ed ancorag-
gio), costruzioni costiere, inquinamento, eutrofizzazione, piscicoltu-
ra e introduzione di specie aliene. Le praterie di Posidonia oceanica
generano servizi ecosistemici chiave, come la protezione dei litorali
dall’erosione, il rifugio di numerose specie ittiche pregiate durante gli
stadi giovanili, la produzione di ossigeno e, soprattutto, la regolazione
climatica attraverso il sequestro e lo stoccaggio di notevoli quantità di
carbonio (Coastal Blue Carbon).
Altro importante lavoro nell’ultima edizione è la computazione di stime
standard dei costi unitari di ripristino per tipologie di biomi ed ecosi-
stemi (per esempio 15.964 €/km per il ripristino di zone umide).
Infine, il rapporto stila una serie di 23 azioni prioritarie e raccoman-
dazioni per ri-orientare le politiche pubbliche e i mercati in favore
della salvaguardia di biodiversità e capitale naturale, insistendo sugli
strumenti regolatori, fiscali, di mercato e finanziario-assicurativi ad
hoc, nonché sull’applicazione sistematica del principio DNSH, l’ado-
zione di soluzioni basate sulla natura (NBS) e sulla restoration ecology,
la co-progettazione di infrastrutture verdi, blu e grigie, l’applicazione
dell’Environmental and Resource Costing (ERC) per la tariffazione e l’ap-
prezzamento delle risorse naturali e, non da ultimo, la graduale ma cer-
ta eliminazione dei sussidi dannosi per la biodiversità.
Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030
Nel 2021 il già Ministero della Transizione Ecologica ha avviato il proces-
so di definizione della Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030,
il nuovo documento strategico nazionale che, in coerenza agli obiettivi
della Strategia Europea per la Biodiversità al 2030, delinea una visione
di futuro e di sviluppo incentrata sulla necessità di invertire, a livello
globale, l’attuale tendenza alla perdita di biodiversità e al collasso degli
ecosistemi.
147
La Strategia Nazionale rappresenta lo strumento attraverso il quale l’Ita-
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
lia intende contribuire all’obiettivo internazionale di garantire che entro
il 2050 tutti gli ecosistemi del pianeta siano ripristinati, resilienti e ade-
guatamente protetti.
A partire dal bilancio conclu-
sivo della passata Strategia
Nazionale Biodiversità 2020,
dalle indicazioni contenute nel
Quarto Rapporto sullo Stato del
Capitale Naturale e in coeren-
za con gli ambiziosi obiettivi
di conservazione e ripristino
del patrimonio naturale previ-
sti dalla nuova Strategia Euro-
pea per la Biodiversità, la nuo-
va Strategia Nazionale prevede
l’identificazione di una serie di
obiettivi specifici che rappre-
sentano la declinazione su scala nazionale delle priorità europee e de-
gli impegni definiti in ambito internazionale, all’interno di alcuni ambiti
tematici di intervento (per esempio Aree Protette, Agricoltura, Foreste,
Acque interne, Mare).
Per ciascun obiettivo vengono individuate azioni specifiche e indicato-
ri sviluppati appositamente per verificarne il raggiungimento, indica-
tori che dialogano con quelli della Strategia Nazionale per lo Sviluppo
Sostenibile.
La Strategia è articolata in due obiettivi strategici e relativi obiettivi
specifici:
• Obiettivo Strategico A) Costruire una rete coerente di aree protette
terresti e marine.
- A.1 Proteggere legalmente almeno il 30% della superficie terrestre
e il 30% della superficie marina attraverso un sistema integrato di
aree protette, Rete Natura 2000 e altre aree legalmente protette;
- A.2 Garantire che sia protetto in modo rigoroso almeno un terzo
delle aree legalmente protette terrestri (incluse tutte le foreste pri-
148 marie e vetuste) e marine;
- A.3 Garantire la connessione ecologico - funzionale delle aree pro-
tette a scala locale, nazionale e sovranazionale;
- A.4 Gestire efficacemente tutte le aree protette definendo chiari obiet-
tivi e misure di conservazione e monitorandone l’attuazione in modo ap-
propriato;
- A.5 Garantire il necessario finanziamento delle aree protette e del-
la conservazione della biodiversità.
• Obiettivi Strategico B) Ripristinare gli ecosistemi terrestri e marini.
- B.1 Assicurare che almeno il 30% delle specie e degli habitat pro-
tetti ai sensi delle Direttive Uccelli e Habitat il cui stato di conserva-
zione è attualmente non soddisfacente, lo raggiungano entro il 2030
o mostrino una netta tendenza positiva;
- B.2 Garantire il non deterioramento di tutti gli ecosistemi e assi-
curare che vengano ripristinate vaste superfici di quelli degradati,
con particolare attenzione a quelli potenzialmente più idonei a cat-
turare e stoccare il carbonio nonché a prevenire e ridurre l’impatto
delle catastrofi naturali;
- B.3 Assicurare una riduzione del 50% del numero delle specie delle
liste rosse nazionali minacciate da specie esotiche invasive.
Il primo obiettivo strategico, che racchiude il concetto di rete o corridoi
ecologici tra singole aree protette fino ad oggi non comunicanti, è di im-
portanza cruciale al fine di ricostruire l’o riginaria connettività ecologica
tra ecosistemi, che allo stato naturale non sono affatto isolati ma colle-
gati funzionalmente: il tutto è superiore alla somma delle singole parti.
I corridoi ecologici, così come le infrastrutture verdi e le altre natu-
re-based solutions, come le tecniche agroecologiche, sono vettori di
contrasto alla frammentazione degli habitat naturali, fenomeno sto-
ricamente dovuto alla massiva urbanizzazione (sprawling) e antropiz-
zazione del territorio rurale. La frammentazione del territorio non è
dannosa soltanto per le specie vegetali e animali che lo popolano, ma
nel lungo periodo anche per l’uomo, i cui sistemi economici dipendono
dall’integrità e dallo stato di salute di funzioni ed elementi ecologici
pensati come un tutto organico.
Il concetto di ripristino, enucleato dal secondo obiettivo strategico,
deriva invece dalla restoration ecology.
149
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
Stato, prospettive e scenari
Biodiversità e Capitale Naturale in sintesi
Dinnanzi a un quadro di riferimento delle politiche internazionali, euro-
pee e italiane a difesa di biodiversità ed ecosistemi così ricco di recenti
iniziative e in piena evoluzione, la situazione attuale della biodiversi-
tà e del capitale naturale in Italia può essere sintetizzata dai seguenti
aspetti.
L’Italia è tra i Paesi europei più ricchi di biodiversità, in virtù essenzial-
mente di una favorevole posizione geografica e di una grande varietà geo-
morfologica, microclimatica e vegetazionale, determinata anche da fatto-
ri storici e culturali. La fauna italiana è stimata in oltre 58.000 specie, con
tassi significativi di endemismo, particolarmente per gli anfibi e i pesci
ossei di acqua dolce. Delle oltre 8.200 entità della flora vascolare italiana,
più del 21% è endemica. Questa ricchezza però è minacciata come mostra-
no le valutazioni IUCN. Ad esempio, delle 672 specie di vertebrati italiani
(576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte in Italia e 161 sono minacciate di
estinzione (pari al 28% delle specie valutate), mentre delle 2.430 entità va-
scolari valutate dalle Liste Rosse italiane il 2,2% (pari a 54 entità) è estinto
o probabilmente estinto e il 24,3% (590 entità) è a rischio di estinzione.
La copertura nazionale della superficie protetta, al netto delle so-
vrapposizioni tra aree protette e siti Natura 2000, ad oggi è di circa
3.920.174 ettari a mare, pari all’11,2% delle acque territoriali e ZPE
(Zona di Protezione Ecologica) italiane, e di circa 6.530.473 a terra, pari
al 21,7% del territorio italiano.
L’estensione delle aree di sovrapposizione, ovvero di quelle aree che
rientrano sia in un’area protetta sia in un sito Natura 2000, è aumentata
nel tempo arrivando, nel 2021, a 774.792 ettari a mare e 2.446.563 a ter-
ra. I trend mostrano che la percentuale nazionale di superficie protetta
si è stabilizzata a partire dal 2006 per il mare e dal 2011 per la parte
terrestre.
Tuttavia, per il raggiungimento dell’obiettivo del 30% fissato dalla Stra-
tegia Europea sulla Biodiversità per il 2030 esiste ancora uno scarto di
150 un ulteriore 19% circa di superficie marina da sottoporre a tutela (pari
a circa 6.600.000 ettari) e di un 8% di superficie terrestre (pari a circa
2.500.000 ettari).
L’Italia ospita 132 habitat e 340 specie di interesse comunitario, protet-
ti dalla Direttiva Habitat. Nell’ultimo reporting nazionale sulla Direttiva
Habitat, lo stato di conservazione delle specie risulta complessivamen-
te scarso, essendo in stato di conservazione sfavorevole: il 54% della
flora terrestre e delle acque interne (di cui il 13% in stato di conserva-
zione “cattivo”), il 53% della fauna terrestre e delle acque interne (di cui
il 17% in stato di conservazione “cattivo”) e il 22% delle specie marine
(di cui il 17% in stato di conservazione “cattivo”). Lo stato di conserva-
zione degli habitat terrestri di interesse comunitario risulta comples-
sivamente “cattivo” (89%) e solo l’8% è in uno stato di conservazione
favorevole.
Le principali pressioni sugli habitat e sulle specie individuate nella re-
lazione dell’Italia sono l’agricoltura, lo sviluppo, la costruzione e l’uso di
infrastrutture e zone residenziali, commerciali, industriali e ricreative
e le specie aliene.
Il numero delle specie aliene è in forte crescita: + 96% in 30 anni, un
trend superiore a quello registrato a scala europea (76%). Il fenomeno
riguarda tutti gli ambienti e tutti gli ecosistemi; attualmente, in Ita-
lia sono presenti 3.489 specie aliene e circa il 15% di queste provoca
impatti sulla biodiversità e i relativi servizi ecosistemici, come dimo-
strano i crescenti danni causati da patogeni e parassiti alieni alle col-
tivazioni e alle foreste. Ad oggi, le specie esotiche (o ancora di status
incerto) introdotte in Italia sono state più di 3.600, di cui 3.498 attual-
mente presenti. Di queste, più di 1.800 appartengono al regno animale,
oltre 1.600 al regno vegetale e poi funghi, batteri, cromisti e protozoi.
In Italia uno dei principali fattori di minaccia della biodiversità è rap-
presentato dalla distruzione e frammentazione degli habitat naturali.
La frammentazione del territorio è il processo di riduzione della conti-
nuità di ecosistemi, habitat e unità di paesaggio a seguito di fenome-
ni come l’espansione urbana e lo sviluppo della rete infrastrutturale,
che portano alla trasformazione di patch (aree non consumate prive di
elementi artificiali significativi che le frammentano interrompendone
la continuità) di territorio di grandi dimensioni in parti di territorio di
minor estensione e più isolate. Secondo i dati del 2021, il 44,7% del ter- 151
ritorio nazionale presenta un grado di frammentazione elevato o molto
BIODIVERSITÀ E CAPITALE NATURALE
elevato e complessivamente quasi un quinto (19,6%) risulta a frammen-
tazione molto elevata.
Un altro fattore di minaccia per la biodiversità e gli ecosistemi è l’im-
permeabilizzazione o la copertura artificiale del suolo. A tal proposito
in Italia, nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguar-
dato altri 6.911 ettari, con un consumo di suolo netto pari a 6.334 ettari
ovvero, in media, oltre 17 ettari al giorno e 2 metri quadrati al secondo,
un incremento che allontana ancora di più dagli obiettivi di azzeramen-
to del consumo netto di suolo. In termini assoluti, in Italia sono oggi
irreversibilmente persi circa 2.150.000 ettari di suolo.
Infine, considerando anche la richiamata Strategia dell’UE per le foreste
per il 2030, adottata a luglio 2021, che fa parte del pacchetto “Fit for 55”
e promuove i numerosi servizi forniti dalle foreste, occorre dire che il
territorio italiano ospita un’ampia varietà di boschi, diversi tra loro per
composizione in specie, struttura, funzione, esigenze ecologiche e dal
secondo dopoguerra a oggi le foreste italiane sono aumentate costan-
temente, passando da 5,6 a 11,1 milioni di ettari. La capacità delle piante
di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera attraverso la fotosintesi
clorofilliana, e di “sequestrare” il carbonio nei loro tessuti sta assumendo
un’importanza sempre maggiore per ridurre la concentrazione dei gas
serra in atmosfera e raggiungere gli obiettivi climatici previsti dall’Ac-
cordo di Parigi. Gli stock di carbonio nelle foreste italiane sono in au-
mento, segnando un bilancio positivo tra le emissioni e gli assorbimenti
di gas serra (carbon sink). Maggiore preoccupazione destano le emissio-
ni legate agli incendi. Considerando solo i grandi incendi, l’anno con la
più estesa superficie forestale bruciata risulta il 2021, mentre il 2022,
nonostante un valore inferiore in termini di superfici forestali percorse
da incendi, è il secondo peggior anno in ordine di importanza dell’ultimo
quinquennio.
La forte pressione esercitata sugli ecosistemi forestali ha attirato
nell’ultimo decennio l’attenzione da parte di decisori politici, aziende
private, associazioni e privati cittadini, stimolando azioni concrete e
strumenti efficaci mirati a prevenire tali impatti e a mitigarne gli effet-
ti. Tra queste azioni, le certificazioni forestali hanno un ruolo di rilievo
essendo nate proprio come uno strumento volto a prevenire gli impatti
152
negativi e le minacce al patrimonio forestale nazionale e internazio-
nale, attraverso l’adozione di pratiche improntate a un’attenta pianifi-
cazione e monitoraggio delle attività di gestione e utilizzazione delle
biomasse legnose. In Italia, al 31 dicembre 2021, la superficie forestale
certificata secondo lo schema del Programme for Endorsement of Fo-
rest Certification schemes (PEFC™) è pari a 892.610 ettari (con un in-
cremento dello 0,4% rispetto al 2020); mentre, al termine dello stesso
anno, la superficie certificata secondo lo schema del Forest Steward-
ship Council® (FSC®) ammonta a 75.214 ettari (+9,8% rispetto al 2020).
Tali andamenti sono stati certamente influenzati dagli effetti e dalle
restrizioni imposte a seguito dalla pandemia causata dal virus Sars CoV
2, degli ultimi 2 anni.
Utilizzando la sintesi analitica offerta dagli indicatori compositi, nel
grafico sottostante è possibile osservare l’andamento registrato dal
tema oggetto d’analisi, caratterizzato da un miglioramento in termi-
ni ambientali complessivi eccetto un picco negativo del 2017 dovuto
essenzialmente a un’impennata del numero degli incendi boschivi e al
conseguente calo del contributo delle foreste al ciclo del carbonio.
Figura 30: Indicatore composito “Biodiversità e capitale naturale”
Fonte: ISPRA 153
Il patrimonio faunistico e floristico
nazionale: consistenza e livello di minaccia
L’Italia è tra i Paesi europei più ricchi di biodiversità, in
virtù essenzialmente di una favorevole posizione geogra-
fica e di una grande varietà geomorfologica, microclima-
Con un numero di spe- tica e vegetazionale, determinata anche da fattori storici
cie animali, vegetali e e culturali.
di tipi di habitat tra i
più alti d'Europa, l'Italia Le piante, insieme a muschi, felci e licheni, sono indispen-
può essere considerata
sabili per la vita sulla terra. Producono l’ossigeno che respi-
un hotspot di biodiver-
sità, ma per preser- riamo, assorbono l’anidride carbonica e sono alla base delle
vare questa ricchezza catene alimentari. Sono quindi una parte fondamentale de-
occorre contenere i gli ecosistemi naturali.
fattori di minaccia
principali. Il patrimonio floristico italiano è di grande rilievo per ric-
chezza di specie e sottospecie (2.704 licheni, 1.209 brio-
fite e 8.249 entità vascolari) e per valore biogeografico.
Secondo i dati aggiornati a gennaio 2022, il 21,1% delle
8.249 entità della flora vascolare italiana (pari a 1.739 en-
tità) è endemica, ovvero esclusiva del nostro territorio, e
di queste, 1.164 sono anche esclusive regionali, cioè con
areale ristretto a una sola regione.
Nonostante la ricchezza della flora italiana, purtroppo,
molte specie vegetali sono a rischio perché vivono in am-
bienti fortemente minacciati come gli ambienti costieri,
quelli umidi e le zone di pianura, intaccati e frammentati
dall’espansione delle città e delle infrastrutture, o sog-
getti agli impatti dell’agricoltura.
Altre specie sono invece a rischio perché vivono in ambienti
nei quali sono state abbandonate le pratiche agropastorali
tradizionali, come le praterie montane che non essendo più
sfalciate, né pascolate, vengono riconquistate dal bosco.
A evidenza dello stato di conservazione non soddisfacente
della flora italiana si citano le 2.430 entità vascolari valu-
154
tate dalle Liste Rosse italiane: il cui 2,2% (pari a 54 entità) è estinto o
probabilmente estinto e il 24,3% (590 entità) è a rischio di estinzione.
Le pressioni antropiche correlate ai cambiamenti di uso del suolo conti-
nuano ad agire sul nostro territorio e rappresentano attualmente uno dei
maggiori driver del rischio di estinzione delle specie vegetali.
La Lista Rossa della flora vascolare indica tra le pressioni più rilevanti le
modifiche dei sistemi naturali (il 39% dei 2.430 taxa valutati sono sog-
getti a questa forma di pressione), lo sviluppo agricolo (27%) e residen-
ziale (27%) e il disturbo antropico diretto sugli ambienti naturali (20%).
Figura 31: Livello di minaccia della flora vascolare italiana: ripartizio-
ne percentuale nelle categorie IUCN di rischio di estinzione delle 2.430
piante vascolari valutate (2020)
PROBABILMENTE
ESTINTE IN NATURA ESTINTE
0,2% 1,7%
ESTINTE Abies nebrodensis
0,4%
GRAVEMENTE MINACCIATE
6,3%
Lycopodiella inundata Woodwardia
DATI INSUFFICIENTI radicans
16,6%
MINACCIATE
11,1%
VULNERABILI
7,0% Primula palinuri
A MINOR RISCHIO
Arnica montana QUASI A RISCHIO
40,6%
16,2%
Aquilegia magellensis
Fonte: Orsenigo et al. 2020. Red list of threatened vascular plants in
Italy. Plant Biosystems
155
Per quanto riguarda la fauna italiana, anch’essa è tra le più ricche d’Eu-
ropa. Essa è stimata in oltre 58.000 specie e il numero totale arriva a
circa 60.000 taxa se si considerano anche le sottospecie. Questa ric-
chezza è però minacciata, come mostrano le valutazioni IUCN e le ten-
denze demografiche delle popolazioni. Delle 672 specie di vertebrati
italiani (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte in Italia e 161 sono
minacciate di estinzione (pari al 28% delle specie valutate). I diversi
gruppi di vertebrati mostrano percentuali di rischio variabili: 2% nei
pesci ossei marini, 19% nei rettili, 21% nei pesci cartilaginei, 23% nei
mammiferi, 36% negli anfibi, fino al 48% nei pesci ossei di acqua dolce
(considerando le categorie CR+EN+VU). Inoltre, le popolazioni di verte-
brati terrestri e marini sono complessivamente in declino, rispettiva-
mente per il 27% e 22%. Gli uccelli nidificanti sono l’unico gruppo per
il quale sono state realizzate due valutazioni IUCN, a distanza di 7 anni.
Delle 278 specie valutate nel 2019, 5 sono estinte e 67 minacciate (era-
no 76 nel 2013), pari al 26% delle specie valutate. La metà delle specie
di uccelli nidificanti italiani non è a rischio di estinzione imminente.
Tra gli invertebrati sono minacciati di estinzione il 9% dei coralli, l’11%
delle libellule, il 21% dei coleotteri saproxilici, il 6% delle farfalle e l’11%
degli apoidei valutati. Anche per gli invertebrati si rilevano trend preoc-
cupanti, ad esempio la percentuale di popolazioni di libellule in declino
è pari al 16% del totale, 5 volte maggiore di quelle in aumento.
156
Figura 32: Ripartizione percentuale nelle categorie IUCN dei cinque
gruppi di invertebrati ad oggi valutati
0% 10% 20% 30% 40% 50% 60% 70% 80% 90% 100%
Coralli (2014) 3,6 3,6 28,8 60,4
1,8 1,8
2,2
Libellule (2014) 4,5 4,5 10,1 74,2 3,4
Coleotteri saproxilici (2014) 4,1 6,1 10,8 17,6 49,2 12,1
2,8
Farfalle (2015) 3,2 5,6 87,0 0,7
Api (2018) 3,3 6,6 8,6 77,5
1,3 2,6
RE CR(PE) CR EN VU NT LC DD DD/LC
Fonte: Audisio et al., 2014. Lista Rossa IUCN dei Coleotteri Saproxilici
Italiani. Comit. ital. IUCN e MATTM. Balletto et al., 2015. Lista rossa IUCN
delle Farfalle Italiane - Ropaloceri. Comit. ital. IUCN e MATTM. Quaranta
et al., 2018. Lista Rossa IUCN delle api italiane minacciate. Comit. ital.
IUCN e MATTM. Riservato et al., 2014. Lista Rossa IUCN delle libellule Ita-
liane. Comit. ital. IUCN e MATTM. Salvati et al., 2014. Lista Rossa IUCN dei
coralli italiani. Comit. ital. IUCN e MATTM
Legenda RE: Regionally Extinct, Estinta nella Regione; CR (PE): Critically
Endangered (Possibly Extinct), in Pericolo Critico (Possibilmente Estin-
ta); CR: Critically Endangered, In Pericolo Critico; EN: Endangered, In
Pericolo; VU: Vulnerable, Vulnerabile; NT: Near Threatened, Quasi Mi-
nacciata; LC: Least Concern, Minore Preoccupazione; DD: Data Defi-
cient, Carente di Dati; DD/LC (fusione di 2 categorie IUCN) = DD+LC
Note: Tra parentesi è riportato l’anno di pubblicazione delle valutazioni.
Sono escluse dalle valutazioni le specie appartenenti alle categorie Non
Applicabile (NA, Not Applicable)
157
Le aree protette: un patrimonio da
tutelare
Le aree protette sono strumenti essenziali per la salva-
guardia della biodiversità.
La Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030 (SEB
Per il raggiungimento
dell’o biettivo del 30% 2030), adottata nel maggio del 2020 mira a riportare la
fissato dalla SEB 2030 biodiversità nell’UE sulla via della ripresa e definisce nuo-
esiste uno scarto di: vi obiettivi e meccanismi di governance per ottenere eco-
un ulteriore 19% circa
sistemi sani e resilienti. In particolare, la SEB 2030 fissa i
di superficie marina
da sottoporre a tutela seguenti obiettivi ambiziosi:
(pari a circa 6.600.000
ettari) di un 8% di
• proteggere almeno il 30 % della superficie terrestre
superficie terrestre dell’UE e il 30 % dei suoi mari e integrare i corridoi
(pari a circa 2.500.000 ecologici in una vera e propria rete naturalistica tran-
ettari). seuropea;
• proteggere rigorosamente almeno un terzo delle zone
protette dell’UE, comprese tutte le foreste primarie e
antiche ancora esistenti sul suo territorio;
• gestire efficacemente tutte le zone protette, definen-
do obiettivi e misure di conservazione chiari e sotto-
ponendoli a un monitoraggio adeguato. La Strategia
definisce anche un piano dell’UE per il ripristino della
natura, ossia una serie di impegni e azioni concrete fi-
nalizzati a ricostruire gli ecosistemi degradati in tutta
l’UE entro il 2030 nonché a gestirli in modo sostenibi-
le, affrontando i fattori chiave della perdita di biodi-
versità.
Le Direttive Habitat e Uccelli sono strumenti legislativi
chiave per conseguire gli obiettivi della SEB 2030, e costi-
tuiscono l’asse portante della legislazione dell’UE finalizza-
ta alla conservazione della natura.
Integrando i dati spaziali relativi alle aree di tutela della bio-
diversità esistenti nel nostro Paese (aree protette e Rete
Natura 2000), e calcolando la superficie italiana attualmen-
158
te tutelata a terra e a mare, è possibile valutare la variazione dal 1991 al
2021 e mostrare la distanza tra la percentuale di superficie terrestre e ma-
rina protetta e il target del 30% posto dalla SEB 2030.
La copertura nazionale della superficie protetta, al netto delle so-
vrapposizioni tra aree protette e siti Natura 2000, ad oggi è di circa
3.920.174 ettari a mare, pari all’11,2% delle acque territoriali e ZPE
(Zona di Protezione Ecologica) italiane, e di circa 6.530.473 a terra, pari
al 21,7% del territorio italiano.
L’estensione delle aree di sovrapposizione, ovvero di quelle aree che
rientrano sia in un’area protetta sia in un sito Natura 2000, è aumentata
nel tempo arrivando, nel 2021, a 774.792 ettari a mare e 2.446.563 a ter-
ra. I trend mostrano che la percentuale nazionale di superficie protetta
si è stabilizzata a partire dal 2006 per il mare e dal 2011 per la parte
terrestre.
Figura 33: Percentuale di territorio protetto a terra e a mare al netto del-
le sovrapposizioni e percentuale prevista dal target della Strategia Euro-
pea per la Biodiversità per il 2030
35
35
30
30
25
21,6 21,6 21,7
20,5
25
20 18,5
17,0 21,6 21,6 21,7
20,5
20 18,5
15 17,0
11,2
10,3 10,3 10,3
15
10 8,4
6,6 11,2
10,3 10,3 10,3
10 8,4
5 6,6
1,8
0,5
05 1,8
0,5
1991 1996 2001 2006 2011 2016 2021
0
1991 1996 2001 2006 2011 2016 2021
% superficie marina protetta % superficie terrestre protetta % target SEB2030
% superficie marina protetta % superficie terrestre protetta % target SEB2030
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati MASE
Note: Le superfici marine protette sono calcolate all’interno delle acque
territoriali e delle ZPE italiane
159
Conservazione di specie e habitat di
interesse comunitario
La Direttiva Habitat (92/43/CEE) rappresenta uno dei
principali pilastri della politica comunitaria per la conser-
vazione della natura.
Lo stato di conserva-
zione delle specie risul- L’Italia garantisce ogni sei anni un reporting periodico ri-
ta complessivamente chiesto agli Stati Membri dall’art. 17 della Direttiva.
scarso, essendo in
stato di conservazione L’ultimo report ufficiale, che riporta i progressi compiuti
sfavorevole: verso il mantenimento o il ripristino di uno stato di con-
- il 54% della flora servazione soddisfacente delle specie e degli habitat, si
terrestre e delle acque
interne (di cui il 13% in
riferisce ai dati dei monitoraggi effettuati dalle regioni e
stato di conservazione dalle province autonome nel periodo 2013-2018.
“cattivo”);
- il 53% della fauna Le principali pressioni sugli habitat e sulle specie italiane
terrestre e delle acque sono l’agricoltura, le specie aliene e lo sviluppo, la costru-
interne (di cui il 17% in zione e l’uso di infrastrutture e zone residenziali, com-
stato di conservazione
“cattivo”);
merciali, industriali e ricreative.
- il 22% delle specie
In merito agli habitat, la tendenza rispetto al precedente
marine (di cui il 17% in
stato di conservazione ciclo di rendicontazione risulta negativa con una diminu-
“cattivo”). zione delle valutazioni favorevoli.
Lo stato di conser-
vazione degli habitat Attualmente sono in stato di conservazione favorevole
terrestri di interesse solo l’8% dei casi a fronte del 49% di valutazioni di stato
comunitario risulta
inadeguato e del 40% di valutazione di stato cattivo. Si
complessivamente “cat-
tivo” (89%) e solo l’8% è rileva pertanto una situazione generale problematica, che
in uno stato di conser- allontana, ancor di più rispetto al passato, dal raggiungi-
vazione favorevole. mento degli obiettivi fissati dalla normativa.
In termini di regioni biogeografiche si rileva che il mag-
gior numero di valutazioni risultate in stato di conserva-
zione cattivo è presente nella regione continentale (40),
dove tuttavia il numero di valutazioni inadeguate è minore
(35) rispetto alle altre regioni biogeografiche.
160
Nel complesso le valutazioni sfavorevoli sono maggiori nella regione
mediterranea: 33 cattive e 51 inadeguate.
Figura 34: Stato di conservazione complessivo degli habitat terrestri
di Direttiva 92/43/CEE: numero di schede di reporting e distribuzione
percentuale, sul totale delle valutazioni effettuate, delle 4 classi di sta-
to di conservazione (2019)
XX - Sconosciuto
8; 3% FV - Favorevole 21; 8%
U2 - Cattivo
102; 40%
U1 - Inadeguato
124; 49%
Fonte: Dati IV Report Italiano ex art. 17 72
A livello regionale, i territori che presentano uno sforzo di monito-
raggio maggiore sono quelli che ricadono in più di una regione bio-
geografica, poiché le valutazioni di uno stesso habitat in questo
caso vanno ripetute su una base territoriale diversa.
Lazio e Abruzzo risultano le regioni maggiormente coinvolte nelle
attività di monitoraggio degli habitat con 173 e 164 valutazioni ri-
spettivamente. Sopra le 150 valutazioni anche Toscana, Piemonte e
Liguria.
161
In merito alle specie, il report ufficiale italiano su un totale di 349 spe-
cie (232 specie animali e 117 specie vegetali) di interesse comunitario
presenti sul nostro territorio e nei nostri mari mostra che sono in stato
di conservazione sfavorevole (inadeguato o cattivo) oltre la metà delle
specie terrestri e delle acque interne, il 54% della flora e il 53% della
fauna, e il 22% delle specie valutate in ambito marino.
Dal confronto tra i due periodi di reporting (2007-2012 e 2013-2018), non
si rilevano miglioramenti dello stato di conservazione delle specie, uni-
co segnale positivo sia per le specie e sia per gli habitat è l’aumento
delle conoscenze, con una diminuzione dei casi “sconosciuti”.
Il miglioramento dello stato di conservazione risulta prioritario nelle
nuove iniziative comunitarie sulla conservazione della natura.
La Strategia per la Biodiversità per il 2030 (elaborata all’interno del pia-
no economico del Green Deal Europeo) mira, infatti a rendere la conser-
vazione parte integrante della strategia globale di crescita economica
dell’UE.
La Strategia si propone obiettivi ambiziosi, come la protezione del 30%
del territorio europeo e il miglioramento dello stato di conservazione
per almeno il 30% di habitat e specie che attualmente sono in uno stato
non favorevole.
Ciò verrà realizzato sia attraverso il miglioramento in efficacia dell’ap-
plicazione delle politiche già attive, sia attraverso un imponente pro-
gramma finanziato ad hoc e mirato al recupero e ripristino ambientale.
I dati rilevati evidenziano una forte criticità nei confronti della conser-
vazione degli habitat, tuttavia, possono rappresentare un punto di par-
tenza per un “cambio di rotta” imprescindibile per il raggiungimento di
tali obiettivi.
162
Figura 35: Stato di conservazione (SC) delle specie italiane di interesse
comunitario: confronto tra III Report (2013) e IV Report (2019)
100 3 3
5
90 16 13 17
18
80 10 39
50
70
41 36
60 33
40 17
50
%
40 5
25
30
20 43 44 44
12,5 39
34
10
12,5
0
III R IV R III R IV R III R IV R
(2013) (2019) (2013) (2019) (2013) (2019)
SPECIE FLORA SPECIE FAUNA SPECIE MARINE
terrestre e terrestre e
acque interne acque interne
SC Favorevole SC Inadeguato SC Cattivo SC Sconosciuto
Fonte: ISPRA, Serie Rapporti 349/2021
Note: Valori percentuali calcolati sul numero di valutazioni
163
Le specie aliene: una minaccia per la
biodiversità
L’introduzione di specie esotiche (o alloctone) potenzial-
mente invasive costituisce un fattore di rischio per la biodi-
versità la cui importanza è ormai nota a scala planetaria. A
Le specie esotiche (o livello mondiale rappresentano la seconda minaccia alla bio-
ancora di status incer- diversità, nonché il fattore chiave nel 54% delle estinzioni di
to) introdotte in Italia
specie animali conosciute.
sono più di 3.600, di
cui 3.498 attualmente Le principali pressioni sugli habitat e sulle specie indivi-
presenti. duate nella relazione dell’Italia sono l’agricoltura, lo svi-
Di queste, più di 1.800 luppo, la costruzione e l’uso di infrastrutture e zone resi-
appartengono al regno
denziali, commerciali, industriali e ricreative e proprio le
animale, oltre 1.600 al
regno vegetale e poi specie aliene.
funghi, batteri, cromi-
sti e protozoi. Figura 36: Numero di specie introdotte in Italia a partire
dal 1900 e tasso medio annuo di nuove introduzioni, cal-
colati su 712 specie stabilizzate con data di introduzione
certa
200 20
180 18
n. specie alloctone introdotte
160 16
140 14
120 12
n. specie /anno
100 10
80 8
60 6
40 4
20 2
0 0
1900-1909
1910-1919
1920-1929
1930-1939
1940-1949
1950-1959
1960-1969
1970-1979
1980-1989
1990-1999
2000-2009
2010-2019
2020-2021
n. di specie introdotte tasso medio annuo
Fonte: ISPRA - Banca Dati Nazionale Specie Alloctone (agg.
dicembre 2021)
164 Note: l’ultimo istogramma è riferito a soli 2 anni
Tale fenomeno è in forte crescita, con un aumento del numero di specie
aliene del 96% in 30 anni, un trend superiore a quello registrato a scala
europea (76%). Il fenomeno riguarda tutti gli ambienti e tutti gli ecosiste-
mi; attualmente in Italia sono presenti 3.489 specie aliene e circa il 15%
di queste provoca impatti sulla biodiversità̀ e i relativi servizi ecosiste-
mici, come dimostrano i crescenti danni causati da patogeni e parassiti
alieni alle coltivazioni e alle foreste.
Dal 1° gennaio 2015 è entrato in vigore il Regolamento (EU) 1143/2014 del
Parlamento e del Consiglio europei sulla prevenzione e la gestione dell’in-
troduzione e la diffusione delle specie aliene invasive. Il Regolamento
fissa le regole per prevenire, ridurre al minimo e mitigare l’impatto sulla
biodiversità, sui servizi ecosistemici, sulla salute umana e sull’e conomia
dovuto all’introduzione e diffusione, sia deliberata sia accidentale, di
specie aliene invasive all’interno dell’Unione Europea. La Commissione
ha adottato un elenco di specie invasive rilevanti per l’Unione, aggiorna-
to di continuo e revisionato almeno ogni 6 anni. Dette specie non posso-
no essere intenzionalmente introdotte nel territorio europeo, né essere
allevate, trasportate, immesse sul mercato o rilasciate nell’ambiente.
Il Decreto legislativo n. 230/17 di adeguamento della normativa nazionale
alle disposizioni del Regolamento UE 1143/2014, entrato in vigore il 14 feb-
braio 2018, stabilisce le misure per: i controlli ufficiali necessari a preveni-
re l’introduzione deliberata delle specie di rilevanza unionale e nazionale, il
rilascio delle autorizzazioni in deroga ai divieti, l’istituzione di un sistema
nazionale di sorveglianza, le misure di gestione volte all’eradicazione o con-
tenimento delle specie di rilevanza unionale e nazionale e la disciplina san-
zionatoria per le violazioni delle disposizioni.
A giugno 2019 l’Italia ha inviato i dati per la prima rendicontazione pre-
vista ai sensi dell’art. 24 del Regolamento UE sulle specie aliene di rile-
vanza unionale. Questo evidente “recente” interesse per le specie aliene,
anche in termini di riferimenti normativi è giustificato tra l’altro dai reali
impatti che esse possono generare sull’ambiente. Si tratta di impatti le-
gati alla predazione e alla competizione con specie autoctone, ai cam-
biamenti strutturali degli ecosistemi che certe specie aliene possono
determinare (ad esempio le alghe marine del genere Caulerpa, o il fico
degli Ottentotti). Inoltre, impatti legati alla tossicità e alla diffusione di
malattie (es. zanzare tigre), o relativi alla cosiddetta ibridazione, fino a
quelli connessi a danni alle infrastrutture (es. la nutria, la cozza zebrata)
o ad agricoltura e foreste (lo scoiattolo grigio, la vespa velutina).
165
La frammentazione del territorio e del
paesaggio
Il principale fattore di minaccia per la biodiversità in Italia
è rappresentato dalla distruzione e frammentazione degli
habitat naturali dovuta, ad esempio, all’agricoltura, che
Le regioni con maggior rappresenta la prima minaccia per le specie e gli habitat, a
superficie a frammen- causa della sottrazione di aree naturali, dall’inquinamento
tazione molto elevata
derivante dalle pratiche colturali e dalla captazione delle
sono Veneto (40,44%),
Lombardia (33,64%), acque per l’irrigazione.
Puglia (28,54%) e
Campania (28,52%). Anche l’espansione delle aree urbanizzate e la costruzione
Tale dato conferma la di infrastrutture continuano a sottrarre spazi agli habitat
stretta corrispondenza naturali, così come la regimazione e la cementificazione
tra frammentazione e
lungo le sponde di fiumi e torrenti.
densità di urbanizza-
zione. La frammentazione del territorio è il processo di riduzio-
ne della continuità di ecosistemi, habitat e unità di pa-
esaggio a seguito di fenomeni come l’espansione urbana
e lo sviluppo della rete infrastrutturale, che portano alla
trasformazione di patch (aree non consumate prive di ele-
menti artificiali significativi che le frammentano inter-
rompendone la continuità) di territorio di grandi dimen-
sioni in parti di territorio di minor estensione e più isolate.
Ne deriva una riduzione della connettività ecologica, che
influenza negativamente la resilienza e la capacità degli
habitat di fornire servizi ecosistemici, aumenta l’isola-
mento delle specie (e di conseguenza la loro capacità di
accedere alle risorse) e si ripercuote sulla qualità e sul
valore del paesaggio (come definito dall’art. 131 del Codice
dei beni culturali e del paesaggio). Inoltre, la frammenta-
zione ha conseguenze anche sulle attività agricole, au-
mentando, ad esempio, i costi di produzione e il consumo
di carburante per le lavorazioni.
166
Figura 37: Indice di frammentazione del territorio (2021)
Fonte: Elaborazione ISPRA su cartografia SNPA
167
Limitare la frammentazione del territorio e del paesaggio costituisce
uno degli elementi chiave per proteggere, conservare e migliorare il ca-
pitale naturale dell’UE (VII PAA Programma generale di azione dell’Unione
in materia di ambiente) e pertanto deve rientrare tra gli aspetti da con-
siderare nella pianificazione territoriale e paesaggistica ai diversi livelli
territoriali. La Strategia nazionale per lo Sviluppo Sostenibile richiama
tra gli obiettivi strategici “garantire il ripristino e la deframmentazio-
ne degli ecosistemi e favorire le connessioni ecologiche urbano/rurali”
(area pianeta Ob. III.4).
In termini di misurazione il grado di frammentazione del territorio è valu-
tato attraverso l’indice “effective mesh-density” (Seff) che misura l’ostacolo
al movimento dovuto alla presenza sul territorio dei cosiddetti “elementi
frammentanti”.
168
Nel 2021 il 44,73% del territorio nazionale presenta un grado di fram-
mentazione elevato o molto elevato e complessivamente quasi un quin-
to (19,62%) risulta a frammentazione molto elevata.
L’evoluzione temporale dei livelli di frammentazione è correlata all’an-
damento del grado di copertura artificiale e della sua densità sul terri-
torio nazionale. Il continuo incremento delle superfici artificiali che si
registra sul territorio nazionale comporta livelli di frammentazione del
suolo agricolo e naturale sempre maggiori.
Tra il 2012 e il 2021 si osserva un aumento dell'1,44% delle aree a fram-
mentazione molto elevata, mentre rispetto al 2006 tali aree sono au-
mentate del 5,84%. Le zone a frammentazione elevata mostrano in-
vece un aumento più limitato, dello 0,15% rispetto al 2012 e dell’1,37%
rispetto al 2006. L’estensione delle aree a media frammentazione non
ha subito importanti variazioni nel periodo 2012-2021, mentre rispet-
to al 2006 si registra una riduzione dell’1,26%. I cambiamenti più rile-
vanti hanno riguardato soprattutto i territori a frammentazione bassa
(-2,13% tra il 2012 e il 2021 e - 5,66% tra il 2006 e il 2021). 169
Degrado e consumo di suolo
Per le sue caratteristiche morfologiche, il territorio italia-
no è naturalmente soggetto a fenomeni di dissesto idroge-
ologico quali frane, alluvioni, valanghe, erosione delle co-
ste e dei versanti. Questi fenomeni naturali sono aumentati
nell’ultimo secolo anche a causa della progressiva espan-
Dal 2006 al 2021 il
consumo di suolo è sione delle aree urbanizzate. La crescente urbanizzazione
aumentato di oltre ha allo stesso tempo causato una perdita di suolo, inteso
115.000 ettari, quasi come lo strato più superficiale della crosta terrestre che
il 40% concentrati
ha funzioni di regolazione dei processi naturali, come il
prevalentemente nelle
regioni del Nord in ciclo dell’acqua, del carbonio, e degli elementi nutritivi, di
particolare Lombardia, approviggionamento, con la produzione di cibo o di altre
Veneto, Emilia-Roma- biomasse, e di supporto, costituendo la sede di tutta l'atti-
gna e Piemonte.
vità biotica compresa quella umana. Il suo consumo, legato
alla costruzione di edifici o strade comporta dunque una
sottrazione di tutti quei servizi ecosistemici che esso è in
grado di garantire.
Visti i tempi estremamente lunghi di formazione (posso-
no servire anche diverse migliaia di anni per generarne
pochi centimetri), il suolo è una risorsa sostanzialmente
non rinnovabile, da tutelare e preservare per le genera-
zioni future.
La Commissione Europea è da anni impegnata sul tema dell’u-
so sostenibile del territorio e a fine 2020, quattordici anni dopo
la prima proposta di Strategia tematica, ha lanciato la nuova
Strategia dell’UE per la protezione del suolo, ribadendo che
la salute del suolo è essenziale per conseguire gli obiettivi in
materia di clima e di biodiversità del Green Deal europeo. In
quest’ambito, già nel 2006 veniva sottolineata proprio la neces-
sità di attuare buone pratiche per mitigare gli effetti negativi
dell’impermeabilizzazione del suolo. Nel 2011, con la tabella di
marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse,
la Commissione Europea ha introdotto l’obiettivo di un incre-
mento dell’occupazione netta di terreno pari a zero da raggiun-
gere, in Europa, entro il 2050, obiettivo ribadito in seguito con
170 l’approvazione dell’VIII Programma di Azione per l’Ambiente nel
luglio 2022. Nel 2012 la Commissione Europea ha presentato il rapporto “Gui-
delines on best practice to limit, mitigate or compensate soil sealing” con una
serie di buone pratiche atte a limitare, mitigare e compensare l’impermeabi-
lizzazione del suolo e, agli inizi di novembre 2020, ha lanciato la roadmap che
ha condotto alla “New Soil Strategy – healthy soil for a healthy life”, la nuova
strategia dell’UE per la protezione del suolo, che è stata approvata il 17 novem-
bre 2021, come previsto anche dalla risoluzione del Parlamento europeo del
28 aprile 2021 sulla protezione del suolo, con la quale si chiedeva alla Commis-
sione di predisporre una direttiva vincolante in materia entro la fine dell’anno.
Figura 38: Suolo consumato a livello provinciale (2021)
Fonte: Elaborazione ISPRA su cartografia SNPA
L’Italia, nonostante non si sia mai dotata di una specifica normativa di ri-
ferimento, è comunque tenuta a rispettare gli obiettivi comunitari e quelli
previsti dall’Agenda 2030, che prevedono un processo di monitoraggio co-
struito attraverso un sistema di indicatori, alcuni specifici sul consumo di
171
suolo, sull’uso del suolo e sulle aree artificiali e, entro il 2030, l’allineamen-
to del consumo alla variazione demografica e il bilancio non negativo del
degrado del territorio.
A livello regionale sono invece diverse le norme che impongono obiettivi
di contenimento progressivo del consumo di suolo, attribuendo spesso
un significato al fenomeno non in linea con le definizioni europee.
Figura 39: Aree in degrado tra il 2015 e il 2019 per una o più cause di de-
grado
Fonte: ISPRA
Nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri
6.911 ettari, con un consumo di suolo netto pari a 6.334 ettari ovve-
ro, in media, oltre 17 ettari al giorno e 2 metri quadrati al secondo. Un
incremento che allontana ancora di più dagli obiettivi di azzeramento
del consumo netto di suolo, mostrando una preoccupante inversione
di tendenza dopo i modesti segnali di rallentamento fatti registrare lo
scorso anno. Anche se non esiste una normativa nazionale, si è ancora
ben lontani dall’obiettivo di azzeramento del consumo di suolo previsto
dall’VIII Programma di Azione per l’Ambiente.
172
In termini assoluti, in Italia sono oggi irreversibilmente persi 21 Km2 di
suolo. Prendendo in esame le ripartizioni geografiche del territorio ita-
liano, i valori più elevati si registrano al Nord: molte province che si af-
facciano sulla Pianura Padana hanno ormai superato il 10% di superficie
impermeabilizzata con un sensibile incremento, in termini di ettari con-
sumati tra il 2020 e 2021, registrato soprattutto nella pianura veneta e
lombarda. Nel 2021, in 15 regioni il suolo consumato supera il 5%, con i
valori più elevati in Lombardia, Veneto e Campania che vanno oltre il 10%
di superficie regionale consumata.
Figura 40: Possibili scenari rispetto all’o biettivo di sostenibilità
Fonte: ISPRA
In futuro, se la velocità di trasformazione dovesse confermarsi pari a quel-
la attuale, la stima del nuovo consumo di suolo, tra il 2021 e il 2050, supe-
rerebbe i 1.800 km2. Nel caso invece, si tornasse alla velocità media regi-
strata nel periodo 2006-2012, si sfiorerebbero i 3.000 km2. Se si attuasse
una progressiva riduzione della velocità di trasformazione, ipotizzata del
15% ogni triennio, si avrebbe un incremento delle aree artificiali di oltre
800 km2, prima dell’azzeramento al 2050.
Gli scenari futuri indicano valori molto lontani dagli obiettivi di sostenibilità
contenuti nell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demogra-
fiche, imporrebbero addirittura un saldo negativo del consumo di suolo73.
173
Il patrimonio forestale e il ruolo chiave
“in negativo” degli incendi
Il territorio italiano ospita un’ampia varietà di boschi, di-
versi tra loro per composizione in specie, struttura, fun-
zione, esigenze ecologiche. Dal secondo dopoguerra a
Lo stock del carbonio oggi le foreste italiane sono aumentate costantemente,
nelle foreste non è co- passando da 5,6 a 11,1 milioni di ettari.
stante, poiché diminu-
isce in alcune annate La crescita, avvenuta a spese delle superfici agricole e di
a causa degli incendi,
terreni naturali e semi-naturali, ha subito un’accelerazio-
che tornano a liberare
carbonio in atmosfera, ne negli anni più recenti: dal 1985 al 2015 le foreste hanno
del prelievo di legname, avuto un incremento pari al 28%, passando da 8,7 a 11,1
e per disturbi naturali milioni di ettari.
come malattie e attac-
chi di parassiti. La percentuale di territorio coperta da boschi ha così
raggiunto il 37%, valore superiore a quello dei paesi “tra-
dizionalmente” forestali come la Germania e la Svizzera,
entrambe al 31%.
Alcune di queste tipologie forestali si stanno però ridu-
cendo e necessitano di particolare attenzione e tutela.
Sono divenuti ad esempio molto frammentati e rari i bo-
schi umidi e lungo le rive dei fiumi, le foreste vetuste e le
preziose formazioni forestali di pianura, sempre più com-
promesse, destrutturate e ridotte in estensione, minac-
ciate dagli incendi, dall’edilizia e dalle infrastrutture.
Le recenti strategie europee sulla biodiversità, l’agri-
coltura e le foreste e la nuova Politica Agricola Comune
2023-2027 contengono indirizzi chiave per attuare le più
adeguate misure di tutela e valorizzazione. Nel comples-
so, il nostro patrimonio forestale e la diversità genetica,
di specie e di ecosistemi forniscono una serie di impor-
tanti contributi: legname, acqua pulita, ma anche ridu-
zione dei rischi legati ai disastri naturali e alla diffusione
di malattie, controllo dell’erosione e regolazione del ciclo
del carbonio.
174
La capacità delle piante di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera
attraverso la fotosintesi clorofilliana e di “sequestrare” il carbonio nei
loro tessuti, soprattutto nel legno e nel suolo, sta assumendo un’im-
portanza sempre maggiore per ridurre la concentrazione dei gas serra
in atmosfera e raggiungere gli obiettivi climatici previsti dall’Accordo
di Parigi. Gli stock di carbonio nelle foreste italiane sono in aumento,
segnando un bilancio positivo tra le emissioni e gli assorbimenti di gas
serra (carbon sink).
Ciò è legato da una parte alle politiche di conservazione e di tutela del-
le foreste; dall’altra, a causa di complessi motivi economici e sociali,
a una riduzione del volume dei prelievi legnosi. Maggiore preoccupa-
zione destano le emissioni legate agli incendi. L’andamento del carbon
sink, nel periodo 1990-2020, è fortemente condizionato dalla riduzione
dell’assorbimento dei gas serra connesso alle superfici percorse an-
nualmente dagli incendi.
È particolarmente evidente, infatti, l’effetto delle perdite di biomassa
dovute agli incendi nel 1990, 1993, 2007 e nel 2017 sul trend del carbon
sink. Da ciò si intuisce il ruolo chiave degli incendi al contributo che le
foreste nazionali possono dare al ciclo globale del carbonio.
Dall’analisi dei dati relativi alla superficie forestale percorsa da grandi
incendi su scala nazionale si osserva che l’anno con la più estesa su-
perficie forestale bruciata risulta il 2021, mentre il 2022, nonostante
un valore inferiore in termini di superfici forestali percorse da incendi,
risulta tuttavia il secondo peggior anno in ordine di importanza dell’ul-
timo quinquennio.
In generale le classi forestali maggiormente colpite nell’intero periodo
sono le latifoglie sempreverdi e le latifoglie decidue, mentre la meno
colpita è quella delle foreste temperate sub-alpine quali i lariceti, ri-
sultato correlabile con le relative abbondanze di queste coperture fo-
restali sul territorio nazionale.
175
Figura 41: Superficie forestale regionale percorsa da incendio (2022)
Fonte: Elaborazione ISPRA su dati ISPRA e JRC
176
La forte pressione esercitata sugli ecosistemi forestali, dovuta all’in-
cremento nell’utilizzazione delle biomasse, ha condotto, in molti casi,
al degrado di tali sistemi naturali, specie nelle aree tropicali del piane-
ta.
Questi fenomeni risultano spesso associati allo sfruttamento insoste-
nibile e/o illegale delle risorse naturali, come il taglio, la trasformazio-
ne e il trasporto del legno e dei suoi derivati e generano rilevanti impat-
ti negativi sia dal punto di vista ambientale sia economico sia sociale.
Nell’ultimo decennio l’attenzione da parte di decisori politici, aziende
private, associazioni e privati cittadini, è stata rivolta a tale fenomeno,
stimolando azioni concrete e strumenti efficaci mirati a prevenire gli
impatti e a mitigarne gli effetti.
La certificazione forestale nasce come uno strumento volto a prevenire
gli impatti negativi e le minacce al patrimonio forestale nazionale e in-
ternazionale, attraverso l’adozione di pratiche improntate a un’attenta
pianificazione e monitoraggio delle attività di gestione e utilizzazione
delle biomasse legnose. In Italia, al 31 dicembre 2021, la superficie fo-
restale certificata secondo lo schema del Programme for Endorsement
of Forest Certificationschemes (PEFC™) è pari a 892.610 ettari (con un
incremento dello 0,4% rispetto al 2020); mentre, la superficie certifi-
cata secondo lo schema del Forest Stewardship Council (FSC®) ammon-
ta a 75.214 ettari (+9,8% rispetto al 2020).
Tali andamenti sono stati certamente influenzati dagli effetti e dalle
restrizioni imposte a seguito dalla pandemia causata dal virus Sars CoV
2, degli ultimi 2 anni.
177
Indice delle figure e delle tabelle
INDICE DELLE FIGURE E DELLE TABELLE
Figura 1: Indicatore composito “Cambiamenti climatici” 27
Figura 2: Serie delle anomalie medie annuali della temperatura media sulla terraferma,
globale e in Italia, rispetto ai valori climatologici normali 1991-2021 29
Figura 3: Bilancio di massa cumulato di alcuni ghiacciai italiani 32
Figura 4: Trend delle emissioni totali di gas serra 35
Figura 5: Trend e proiezioni delle emissioni di gas serra soggette al regolamento “Effort
Sharing”37
Figura 6: Quota di energia da fonti rinnovabili rispetto ai consumi finali 39
Figura 7: Perdite economiche dovute a eventi estremi legati al clima 43
Figura 8: Nuovo monitoring framework per l’economia circolare della Commissione Europea 52
Figura 9: Flussi di materia dell’economia italiana nel 2021 53
Figura 10: Indicatore composito "Economia circolare" 55
Figura 11: Produttività delle risorse in Italia ed UE 57
Figura 12: Tasso di riciclaggio dei rifiuti trattati esclusi i principali rifiuti minerali e tasso
di riciclaggio dei rifiuti urbani 61
Tabella 1: Quadro riassuntivo dei target europei e stato a scala nazionale 62
Figura 13: Tasso di circolarità totale e per categoria di materiale di Italia e UE 67
Figura 14: Eco Innovation Scoreboard europeo (2022) 71
Figura 15: Contributo al consumption footprint per gruppo di prodotti (2010, 2021) 73
Figura 16: Scenario 1 - Crescita potenziale del tasso di circolarità grazie all’incremento
delle attività di recupero/riciclo (obiettivo intermedio e ambizioso). Italia 78
Tabella 2: Aumento dell’e fficienza delle risorse (Scenario 2) 80
Figura 17: Scenario 3 - Fuoriuscita dall’uso dei combustibili fossili e implicazioni per il
tasso di circolarità 81
Figura 18: Variazioni del tasso di circolarità in base a tre scenari differenti e alla loro
combinazione. Italia 82
Tabella 3: Panoramica degli obiettivi dell’European Green Deal (EGD), del Piano d’azione
per l’e conomia circolare UE (CEAP) e della Strategia nazionale per l’e conomia circolare
(SEC), e scenari corrispondenti per il tasso di circolarità 83
Figura 19: PM10 - Variazione percentuale media annua stimata della concentrazione
presso le 436 stazioni analizzate (2012-2021) 105
Figura 20: PM10 – Stazioni di monitoraggio e superamenti del valore limite giornaliero per
la protezione della salute (2021) 107
178
Figura 21: Superamenti degli Strandard di Qualità Ambianteli (SQA) nei punti di monito-
raggio109
Figura 22: Stato chimico dei corpi idrici superficiali - fiumi - 3° ciclo (2016-2021) dei Piani
di Gestione delle Acque 113
Figura 23: Stato chimico dei corpi idrici superficiali - laghi - 3° ciclo (2016-2021) dei Piani
di Gestione delle Acque 115
Figura 24: Stato chimico dei corpi idrici sotterranei - 3° ciclo (2016-2021) dei Piani di Ge-
stione delle Acque 117
Figura 25: Stato quantitativo dei corpi idrici sotterranei - 3° ciclo (2016-2021) dei Piani di
Gestione delle Acque 119
Figura 26: Stato chimico dei corpi idrici delle acque marino costiere - 3° ciclo (2016-2021)
dei Piani di Gestione delle Acque 121
Figura 27: Stato ecologico dei corpi idrici marino costieri - 3° ciclo (2016-2021) dei Piani
di Gestione delle Acque 123
Figura 28: Valori mediani della densità dei rifiuti totali (oggetti/100 m) presenti lungo
le coste italiane sulla base dei monitoraggi realizzati nell’ambito della Strategia Marina
(2015-2021)125
Figura 29: Diagramma dei limiti planetari 128
Figura 30: Indicatore composito “Biodiversità e capitale naturale” 153
Figura 31: Livello di minaccia della flora vascolare italiana: ripartizione percentuale nelle
categorie IUCN di rischio di estinzione delle 2.430 piante vascolari valutate (2020) 155
Figura 32: Ripartizione percentuale nelle categorie IUCN dei cinque gruppi di invertebrati
ad oggi valutati 157
Figura 33: Percentuale di territorio protetto a terra e a mare al netto delle sovrapposizioni e
percentuale prevista dal target della Strategia Europea per la Biodiversità per il 2030 159
Figura 34: Stato di conservazione complessivo degli habitat terrestri di Direttiva 92/43/
CEE: numero di schede di reporting e distribuzione percentuale, sul totale delle valuta-
zioni effettuate, delle 4 classi di stato di conservazione (2019) 161
Figura 35: Stato di conservazione (SC) delle specie italiane di interesse comunitario:
confronto tra III Report (2013) e IV Report (2019) 163
Figura 36: Numero di specie introdotte in Italia a partire dal 1900 e tasso medio annuo di
nuove introduzioni, calcolati su 712 specie stabilizzate con data di introduzione certa1 64
Figura 37: Indice di frammentazione del territorio (2021) 167
Figura 38: Suolo consumato a livello provinciale (2021) 171
Figura 39: Aree in degrado tra il 2015 e il 2019 per una o più cause di degrado 172
Figura 40: Possibili scenari rispetto all’o biettivo di sostenibilità 173
Figura 41: Superficie forestale regionale percorsa da incendio (2022) 176
179
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Planetary boundaries: guiding human development on a changing planet. Science, 347(6223)
182
Note
1. Per approfondimenti [Link]
cercatori-che-da-ventanni-studiano-il-ghiacciaio (Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico per
le ricerche sulla Marmolada: Comitato Glaciologico Italiano, Università di Parma, Università di
Padova, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale).
2. Questa parte del documento sintetizza la partecipazione di ISPRA ai lavori dei tavoli internazio-
nali (Commissione europea, Agenzia europea dell’ambiente – Eionet – European Topic centre
on circular economy and resource use, OECD, UNECE) in tema di politiche e misurazione dell’e-
conomia circolare.
3. EEA (2019): The European environment – state and outlook 2020 ([Link]
soer/2020).
4. OECD (2019): Global Material Resources Outlook to 2060. Economic drivers and environmen-
tal Consequences ([Link]
[Link]).
5. European Commission (2019): The European Green Deal – COM (2019) 640 final.
6. European Commission (2020) A new Circular Economy Action Plan. For a cleaner and more
competitive Europe – COM(2020) 98 final.
7. Inclusive Forum on Carbon Mitigation Approaches, il cui primo meeting si è tenuto il 9 febbraio
2023.
8. DG CLIMA: Role of the circular economy as a contributor to industry decarbonisation beyond
2030 - CLIMA.A4/FRA/2019/0011.
9. ‘Circular economy and climate mitigation – guidance on including Circular Economy actions
into Member States'climate reporting and policy making’, nell’ambito delle attività dell’ETC CE
2022-2026.
10. Va notato che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza affianca l’economia circolare alla bio-
economia. Ma non per ragioni sostanziali, piuttosto per la mancanza di una ‘missione'per l’e-
conomia circolare. Una missione dedicata sarebbe stata auspicabile vista la caratteristica e
capacità dell’economia circolare di coinvolgere elementi trasversali ai settori industriali in sen-
so lato, non riconducibili a energia e trasporti. Viceversa, la logica adottata sembra quella set-
toriale, considerato che ci si concentra su infrastrutture e impianti per la gestione dei rifiuti.
11. La riforma del sistema di responsabilità estesa del produttore e dei consorzi risponde inoltre
alla necessità di un uso più efficiente del contributo ambientale per garantire l'applicazione di
criteri trasparenti e non discriminatori. Viene creato un organo di vigilanza ad hoc con l'obietti-
vo di monitorare il funzionamento e l'efficacia del sistema dei consorzi.
12. Circular economy country profile – Italy, 2022 ([Link]
products/etc-ce-products/etc-ce-report-5-2022-country-profiles-on-circular-economy/
italy-ce-country-profile-2022_for-[Link]).
13. Eionet (European Environment Information and Observation Network) è la rete di partenariato tra
EEA e i suoi 38 paesi membri e cooperanti, il cui sviluppo e coordinamento è affidato all’Agenzia
stessa. La rete si basa su una solida cooperazione istituzionale, con l’obiettivo di condividere dati,
informazioni, indicatori e analisi, e informare la politica sullo stato dell’ambiente in Europa.
14. Bleischwitz, R., et al. (2018): Resource nexus perspectives towards the United Nations sustai-
nable development goals. Nature Sustainability 1(12), pp. 737-743.
15. IEA (2021): The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions. International Energy Agen-
cy, Paris.
183
16. EEA (2021): Emerging waste streams: opportunities and challenges of the clean-energy tran-
NOTE
sition from a circular economy perspective. EEA Briefing No. 07/2021, European Environment
Agency.
17. Si tratta di aspetti dell’economia circolare che sostanzialmente ritornano nei quattro building
block (ciclo di vita dei materiali e filiere produttive; interazioni con l’ambiente naturale; risposte
e misure; opportunità sociali ed economiche) del quadro di monitoraggio sviluppato dal lavo-
ro congiunto dell’Expert Group on information for a Resource Efficient and Circular Economy
(OECD) e dalla Task force on measuring circular economy (UNECE) nelle Guidelines for measu-
ring circular economy: Conceptual framework, statistical framework and indicators, in corso
di pubblicazione ([Link]
18. Nel documento ci si riferirà a quest’ultima edizione del monitoring framework, la cui pubblica-
zione è prevista ai primi di giugno 2023. Inoltre, tale riferimento consente di confrontare l’Italia
con il dato medio europeo.
19. Eurostat ([Link]
g=en).
20. Le attività di tale organismo sono infatti alimentate da risorse materiali prelevate dall’ambien-
te; tali risorse vengono trasformate e consumate, e infine accumulate o restituite all’ambiente
in forme modificate.
21. In Figura 9 il consumo materiale interno è pari ai direct material inputs meno le esportazioni.
22. Annuario ISPRA: [Link] Eurostat ([Link]
eu/eurostat/databrowser/view/env_ac_rp/default/table?lang=en).
23. Annuario ISPRA: [Link] Eurostat ([Link]
eu/eurostat/databrowser/view/env_ac_rme/default/table?lang=en).
24. Il material footprint altro non è che il raw material consumption, cioè il consumo materiale in-
terno, più i flussi indiretti di materia utilizzati per la produzione dei beni e servizi finali. Per
approfondimenti si veda Renato Marra Campanale, Aldo Femia (2013): An environmentally inef-
fective way to increase resource productivity: evidence from the Italian case on transferring
the burden abroad. Resources 2013, 2(4), 608-627; [Link]
25. Eurostat ([Link]
g=en).
26. Annuario ISPRA: [Link] Eurostat ([Link]
eu/eurostat/databrowser/view/CEI_PC032__custom_354647/bookmark/table?lang=en&bo-
okmarkId=6861ca21-d5c8-4fc1-9d66-eabee18da732).
27. Eurostat ([Link]
g=en).
28. Annuario ISPRA: [Link] [Link]
[Link]/sys_ind/1096; Eurostat ([Link]
default/table?lang=en e [Link]
table?lang=en).
29. Eurostat ([Link]
bookmark/table?lang=en&bookmarkId=d3ad391e-e2c7-4c78-9a0e-542d309b8084).
30. Il PNGR 2022-2028 è lo strumento di indirizzo e supporto per la pianificazione regionale della
gestione dei rifiuti, che mira a orientare le politiche pubbliche ed incentivare le iniziative priva-
te. Il Programma si pone come uno dei pilastri strategici e attuativi della Strategia nazionale per
l’economia circolare, insieme al Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti (in corso di ag-
giornamento) e ad altri strumenti di policy, come quelli economici, normativi e comportamentali.
31. Malin zu Castell-Rudenhausen, Dirk Nelen, Susanna Paleari, Margareta Wahlström, Henning
184 Wilts, Roberto Zoboli, Ioannis Bakas: Investigating Europe’s Secondary Raw Material Markets.
Report dell’European Topic Centre on Circular economy and resource use. In Corso di pubbli-
cazione. La valutazione comprende: dimensione e crescita del mercato; ruolo delle politiche
per lo sviluppo dei mercati; prezzi; ostacoli tecnici.
32. Annuario ISPRA: [Link] Eurostat ([Link]
eu/eurostat/databrowser/view/env_ac_cur/default/table?lang=en).
33. In linea di principio il tasso di uso circolare dei materiali misura sia la capacità di un paese di pro-
durre materie prime secondarie che il suo impegno nella raccolta di rifiuti destinati al recupero. In
un’economia chiusa questi due aspetti si equivalgono. Ciò non è di solito vero in un’economia aper-
ta, con flussi di importazioni ed esportazioni di rifiuti raccolti in un paese ma trattati e riciclati in un
altro. In questo caso, la produzione di materie prime secondarie e lo sforzo per la raccolta di rifiuti
per il recupero/riciclaggio possono verificarsi in diversi paesi. Per questo motivo l’indicatore può
focalizzarsi su uno dei due aspetti a seconda di come viene costruito.
34. Eurostat ([Link]
g=en).
35. Commissione europea ([Link]
36. Eurostat ([Link]
bookmark/table?lang=en&bookmarkId=2c809d6c-cb60-464a-b404-dabcae6a01d2 e ht-
tps://[Link]/eurostat/databrowser/view/CEI_CIE012__custom_6101336/bookmark/
table?lang=en&bookmarkId=03be6bf1-c5fa-4b7b-bbfc-9a6b2a4e71b8).
37. Commissione europea: [Link]
38. Ad esempio, il carbon e il material footprint stimati da ISPRA. Sono indicatori conosciuti a li-
vello internazionale anche con la locuzione demand-based indicator, in quanto sono in grado
di risalire a ritroso le filiere produttive – siano esse nazionali o estere – a partire dalla domanda
finale per beni e servizi. La loro prospettiva life-cycle si sposa perfettamente con uno degli
obiettivi chiave dell’economia circolare che si rivolge all’intero ciclo di vita dei prodotti. Si veda
anche la Bellagio Declaration.
39. Cambiamenti climatici; riduzione dello strato di ozono; tossicità per gli esseri umani con effet-
ti cancerogeni; tossicità per gli esseri umani con effetti non cancerogeni; particolato; radia-
zione ionizzante, effetti sulla salute umana; formazione di ozono fotochimico; acidificazione;
eutrofizzazione terrestre; eutrofizzazione delle acque dolci; eutrofizzazione marina; ecotos-
sicità acque dolci; uso del suolo; uso dell’acqua; uso delle risorse minerali e metallifere; uso
delle risorse fossili.
40. Rockström et al. (2009): Planetary boundaries: exploring the safe operating space for humani-
ty. Ecology and Society, Volume 14, N. 2, Article 32.
41. Annuario ISPRA: [Link] Eurostat ([Link]
eu/eurostat/databrowser/view/env_ac_io10/default/table?lang=en).
42. Annuario ISPRA: [Link]
43. Si veda anche la Figura 9, dove l’indicatore direct material inputs è pari alla somma dell’estra-
zione interna e delle importazioni.
44. Questo dato è desumibile in Figura 9 come differenza fra i direct material inputs e le esporta-
zioni, ed equivale all’indicatore ‘consumo materiale interno'(si veda Annuario ISPRA: https://
[Link]/sys_ind/1093).
45. Si veda anche la sezione 2.4 ‘Materie prime secondarie’.
46. Il Piano d'azione 2020 dell’Ue per l'economia circolare afferma che “[…] l'Ue deve accelerare la
transizione verso un modello di crescita rigenerativo che restituisca al pianeta più di quanto
prenda, adoperandosi a favore del mantenimento del consumo di risorse entro i limiti del pia-
neta, e dunque deve fare il possibile per ridurre la sua impronta dei consumi e raddoppiare la
percentuale di utilizzo dei materiali circolari nel prossimo decennio”. Il Piano non definisce nè 185
l’anno di riferimento nè il valore del target. Inoltre, il target viene fissato solo per il livello euro-
NOTE
peo complessivo, senza una sua modulazione per paese.
47. Per gli scenari a livello Ue si veda: Maarten Christis, An Vercalsteren, Philip Nuss, Renato Marra
Campanale, Sören Steger (2023): Analysis of the circular material use rate and the doubling
target. Report dell’European Topic Centre on Circular economy and resource use (ETC CE). Gli
scenari presentati nel documento seguono la stessa metodologia del Report ETC CE (https://
[Link]/etcs/etc-ce/products/etc-ce-report-2023-6-analysis-of-the-circular-
material-use-rate-and-the-doubling-target).
48. La Commissione europea ha proposto, all’interno dell’European Green Deal, di fissare il target
2030 per le emissioni di gas serra a una riduzione di almeno il 55% rispetto al 1990, nella pro-
spettiva che l'Ue raggiunga la neutralità climatica entro il 2050. I paesi membri contribuiranno
all’obiettivo attraverso la pianificazione integrata delle misure nei settori dell’energia e del clima.
49. La compensazione dei benefici ambientali ottenuti dall’economia circolare a causa di un con-
temporaneo aumento dei livelli produttivi. Si veda: Zink, T. and Geyer, R. (2017): Circular Eco-
nomy Rebound, Journal of Industrial Ecology 21(3), pp. 593-602 (DOI: 10.1111/jiec.12545)
50. Si veda la Sezione ‘Produzione e consumo’.
51. Tali incrementi sono ottenuti dall’applicazione al prodotto interno lordo del tasso medio annuo di va-
riazione degli anni pre-COVID (2009-2019: +0,3%) e del tasso medio annuo di variazione del 2% per il
consumo materiale interno.
52. Bruxelles, 12.5.2021 COM(2021) 400 final
53. Il regolamento classifica quali attività economiche e in che misura possono essere conside-
rate sostenibili – e quindi, oggetto di finanziamenti pubblici come il PNRR – definendo (negli
allegati tecnici) delle soglie di tolleranza, oltre le quali l’attività diventa pregiudizievole e l’entità
del danno (esternalità) “significativa”.
54. COM (2020) 667 final: [Link]
ri=COM%3A2020%3A667%3AFIN
55. Commissione europea, [Link]
56. Se a livello europeo si sono registrati discreti progressi, il ritardo italiano nell’adeguamento alla
direttiva National Emission Ceilings (NEC) si è invece cronicizzato. Il nostro Paese ha collezio-
nato una serie di tre procedure di infrazione per inadempienza in ragione del mancato rispetto,
“sistematico e continuativo”, dei limiti di emissione di inquinanti atmosferici in ottemperanza alla
normativa comunitaria. L’ultima, la n.2299 del 2020, disposta per violazione del diritto dell’Unio-
ne per “Cattiva applicazione in Italia della direttiva 2008/50/CE del 21 maggio 2008, relativa alla
qualità dell’aria, dell’ambiente e per un’aria più pulita in Europa, per quanto concerne i valori limite
per il PM2,5”, attualmente messa in mora. Prima, la n. 2043 del 2015 per “Cattiva applicazione della
direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria ed in particolare obbligo di rispettare i livelli di biossido
di azoto NO2”, per la quale è stata recentemente emessa una sentenza dalla Corte di Giustizia
Europea ai sensi dell’Art. 258 TFUE. Infine, la n. 2147 del 2014 ancora per “Cattiva applicazione
della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria - Superamento dei valori limite di PM10
in Italia”, per la quale anche è stata comminata sentenza. Tali procedure (e sanzioni) mettono in
capo allo Stato ulteriori costi amministrativi e di riparazione, in aggiunta a quelli sanitari e altri
costi esterni. L’elenco di tutte le procedure d’infrazione europee in capo all’Italia è disponibile alla
pagina [Link]
57. Commissione europea, [Link]
report_REACH-CLP%20MS%20reporting_2020.pdf pag. 79
58. Il limite dell’integrità della biosfera (biosphere integrity) è a sua volta diviso in diversità geneti-
ca (genetic diversity) e diversità funzionale (functional diversity). Mentre per il primo esiste un
indicatore, misurato in termini di estinzioni per milioni di specie per anno (E MS-1 year-1), per il
186 secondo i confini non sono ancora stati quantificati pertanto non esiste un indicatore.
59. Secondo solo, forse, al rischio posto dall’alterazione dei flussi biogeochimici di azoto e fosforo.
Tutti i limiti planetari hanno un legame diretto o indiretto sul capitale naturale.
60. La classificazione del capitale naturale in componente biotica e abiotica è stata promossa
dalla Convention on Biological Diversity (CBD) con il suo “approccio ecosistemico”. Un altro ap-
proccio classificatorio è quello basato sulla fonte o matrice ambientale: suolo (foreste, flora,
fauna, microbi del suolo, ecc.); sottosuolo (minerali, mettali, combustibili fossili, ecc.); acqua
(fiumi, laghi, oceani, falde acquifere, ecc.); atmosfera (elementi chimici aeriformi, clima, ecc.);
biodiversità (specie viventi).
61. La classificazione dei servizi ecosistemici qui presentati è tratta dal testo Ecosystems and
Human Well-being: A Framework for Assessment (World Resources Institute, 2003).
62. Su questo aspetto andrebbe sottolineato che il prezzo di mercato delle risorse naturali è una
approssimazione (proxy) parziale che non ne riflette in toto il loro valore. In realtà, molto spesso
le risorse naturali esauribili, ma anche quelle rinnovabili in tempi lunghi e comunque soggette
a scarsità potenziale, sono caratterizzate da underpricing, per una serie di ragioni tra cui la
mancata internalizzazione delle esternalità e l’esistenza di sussidi (tipicamente, i combustibili
fossili).
63. In economia ambientale si parla di valore di non-uso o uso passivo, per indicare il valore che
i beni, in questo caso ambientali, possiedono intrinsecamente, al di là del fatto che siano o
meno usati e scambiati all’interno di sistemi economici umani. Tra i valori di non-uso, si di-
stinguono il valore d’esistenza (existence value), il valore altruistico (altruistic value) e il valore
vicario o di lascito (bequest value), ossia il valore assegnato alla permanenza del bene per le
generazioni future.
64. (Costanza, et al., 1997).
65. (Costanza & Daly, 1992).
66. La regola di Hartwick per la sostenibilità debole implica che lo stock totale di capitale (naturale
e manufatto) resti costante nel tempo. In base a questo criterio, anche una situazione ipotetica
ed estrema in cui lo stock di capitale naturale scenda a zero, ma sia rimpiazzato interamente da
stock di capitale manufatto, è sostenibile secondo il paradigma di sostenibilità debole. È inte-
ressante notare come questo scenario non sia più soltanto un’ipotesi scolastica, dal momento
che è stato calcolato che la massa di capitale fisico globale ha superato quella della biomassa
vivente (Elacham, 2020).
67. Per una disamina completa dei goal e target della COP15 di Montreal, consulta [Link]
[Link]/article/cop15-cbd-press-release-final-19dec2022.
68. [Link]
69. Il testo integrale della strategia è disponibile alla pagina [Link]
tent/EN/TXT/?uri=CELEX:52021DC0699
70. Il testo integrale della proposta è disponibile alla pagina [Link]
topics/nature-and-biodiversity/nature-restoration-law_en.
71. Scaricabile a questo indirizzo [Link]
to-del-capitale-naturale-italia-2022.
72. [Link]/themes/biodiversity/state-of-nature-in-the-eu/article-17-national-sum-
mary-dashboards/conservation-status-and-trends)
73. [Link]
bile/
187
Contributi e Ringraziamenti
CONTRIBUTI E RINGRAZIAMENTI
La predisposizione della pubblicazione rientra tra le principali inizia-
tive programmate dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca
Ambientale (ISPRA), combinando due delle mission dell’Istituto quali la
ricerca e la produzione e divulgazione dell’informazione ambientale.
La progettazione e la realizzazione complessiva del prodotto sono sta-
te curate dal Servizio per l'informazione, le statistiche ed il reporting
sullo stato dell'ambiente (DG-STAT) con il coordinamento generale di
Mariaconcetta Giunta.
La base informativa del documento è costituita principalmente dalla
Banca dati Indicatori Ambientali di ISPRA.
Autori
Mariaconcetta Giunta, Giovanni Finocchiaro, Cristina Frizza, Alessan-
dra Galosi, Renato Marra Campanale, Carlo Massaccesi, Nicolò Giovanni
Tria, con il contributo di Simona Buscemi, Annunziata Centra, Elisa-
betta Giovannini, Daria Gorozhankina, Silvia Iaccarino, Angela Imperi,
Raffaele Morelli, Francesca Palomba, Matteo Salomone, Luca Segazzi,
Patrizia Valentini e della tirocinante Aurora Bobbio.
Referee
Cambiamenti climatici: Andrea Gagna, Francesca Giordano, Emanuele
Peschi, Emanuela Piervitali, Daniela Romano, Marina Vitullo.
Economia circolare: Andrea Lanz.
Verso l'inquinamento zero: Giorgio Cattani, Emanuela Pace, Francesca
Piva, Cecilia Silvestri.
Biodiversità e capitale naturale: Stefania Ercole, Marco Di Leginio.
188
Si ringraziano per le informazioni fornite:
i Direttori dei Dipartimenti ISPRA;
la rete dei coordinatori tematici (ISPRA) della Task Force dell’Annuario
dei dati ambientali e gli autori della banca dati “Indicatori Ambientali di
ISPRA”; un particolare ringraziamento all’Area per la valutazione delle
emissioni, la prevenzione dell’inquinamento atmosferico e dei cambia-
menti climatici, la valutazione dei relativi impatti e per le misure di mi-
tigazione e adattamento (VAL ATM);
il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA);
i Ministeri: dell’Ambiente e Sicurezza energetica; per la protezione ci-
vile e per le politiche del mare; Agricoltura, Sovranità alimentare e Fo-
reste; Imprese e Made in Italy; Infrastrutture e Trasporti; Università e
ricerca; Salute Cultura, Turismo;
le Regioni e le Province autonome;
i principali enti/istituzioni nazionali e internazionali: ACI (Automobile
Club d’Italia), Banca d’Italia, CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche),
CREA (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in Agricoltura),
CUFA - Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari dell’Arma
dei Carabinieri, EEA (European Environmental Agency), ENEA (Ente per
le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), EUROSTAT (Ufficio Sta-
tistico delle Comunità Europee), FAO (Food and Agriculture Organiza-
tion of the United Nations), FSC (Forest Stewardship Council), GSE Spa
(Gestore dei Servizi Energetici), INGV (Istituto Nazionale di Geofisica
e Vulcanologia), ISS (Istituto Superiore di Sanità), Istat (Istituto Nazio-
nale di Statistica), JRC (Joint Research Centre), PEFC (Pan-european
Forest Certification Council), Terna - Rete Elettrica Nazionale S.p.A.;
i Comitati: Glaciologico Italiano, Comitato per il Capitale Naturale e le
Autorità di bacino Distrettuali.
189
Contributi fotografici:
Pag. 28 Cloudy sunset – Campania – Meteorologia – foto di Agostino Migliaccio
Pag. 30 Ghiacciaio del Miage da Testa Bernarda – Valle d‘Aosta – Cambiamenti climatici – foto di Moira Zurli
Pag. 42 A giugno si raccolgono le nespole – Emilia-Romagna – Meteorologia – foto di Raffaele Fava
Pag. 45 Suolo – foto di Amelia De Lazzari
Pag. 50 Bottiglia fatta dalle bottiglie di plastica riciclata – Emilia-Romagna – Economia circolare – foto di
Aneta Malinowska
Pag. 66 Aggregati riciclati da recupero inerti – Basilicata – Economia circolare foto di Antonio Mangiolfi
Pag. 95 Aria – foto di Aneta Malinowska
Pag. 98 Laboratori – foto di Giuliano Saiu
Pag. 104 3 metri sopra il cielo (Treviso) – Veneto – Aria – foto di Emilia Cotone
Pag. 112 Fiume Aniene – Lazio – Acqua – foto di Ilaria Falconi
Pag. 116 Acqua sorgente di vita – Marche – Acqua – foto di Renata Andreoletti
Pag. 118 Grotte del Caglieron – Veneto – Acqua – foto di Amelia De Lazzari
Pag. 120 La guglia di Goloritze vista da Punta Salinas – Sardegna – Mare – foto di Marco Puddu
Pag. 142 Eleganza- Veneto – Biodiversità – foto di Elena Rizzardo
Pag. 148 Natura – Bolzano – Biodiversità – foto di Nadia Franzoi
Pag. 154 Natura…artista meravigliosa – Lombardia – Biodiversità- foto di Maria Elena Garini
Pag. 156 I colori della natura – Sicilia – Biodiversità- foto di Daniela Bellomo
Pag. 158 Riserva naturale di Fiumefreddo, (CT) – Sicilia – Biodiversità – foto di Emilia Cotone
Pag. 160 Wildlife – Sardegna – Biodiversità – foto di Giuliano Saiu
Pag. 164 Un alieno… tutto verde Myiopsitta monachus, il Parrocchetto monaco – foto di Andrea Bonifazi
Pag. 170 foto ISPRA
Informazioni legali
L’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), insieme alle 21 Agenzie Regionali
(ARPA) e Provinciali (APPA) per la protezione dell'ambiente, a partire dal 14 gennaio 2017 fa parte del Sistema
Nazionale a rete per la Protezione dell'Ambiente (SNPA), istituito con la Legge 28 giugno 2016, n.132.
Le persone che agiscono per conto dell’Istituto non sono responsabili per l’uso che può essere fatto delle
informazioni contenute in questa pubblicazione.
ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Via Vitaliano Brancati, 48 – 00144 Roma
[Link]
ISPRA
ISBN 978-88-448-1163-1
Coordinamento: Servizio Informazione, statistiche e reporting sullo stato dell’ambiente – ISPRA
[Link]
Riproduzione autorizzata citando la fonte
Elaborazione grafica
Grafica di copertina: Antonella Monterisi
ISPRA – Area Comunicazione
Layout grafico e impaginazione: Cristina Frizza, Alessia Marinelli, Antonella Monterisi, Elena Porrazzo.
ISPRA – Servizio Informazione, statistiche e reporting sullo stato dell’ambiente e Area Comunicazione
Coordinamento tipografico:
Daria Mazzella
ISPRA – Area Comunicazione
Amministrazione:
Olimpia Girolamo
ISPRA – Area Comunicazione
Giugno 2023