Sei sulla pagina 1di 9

Dummett, Glock e Williams sulla natura e il futuro della filosofia (analitica) Elisabetta Lalumera Universit di Milano-Bicocca e Northern Institute

of Philosophy, Aberdeen I. Se le universit fossero un'invenzione del XX secolo, sarebbe venuto in mente a qualcuno di includere la filosofia fra le materie da insegnare e da studiare? Sembra assai dubbio. E' il fatto di avere una radice millenaria nell'educazione universitaria che ha salvato finora la nostra disciplina dell'estinzione: questo il parere di Michael Dummett all'inizio di La natura e il futuro della filosofia1. Naturalmente ci si pu rifiutare di impegnarsi nella speculazione controfattuale proposta da Dummett, perch come tale davvero difficile da mantenere fuori dalla fantastoria2. Per dobbiamo confrontarci con un fatto, ovvero che nelle universit del XXI secolo non in quanto fondate, ma in quanto governate oggi viene in mente a molti di escludere o ridimensionare la filosofia come materia da insegnare e studiare, radici millenarie a parte. In Gran Bretagna gi successo, alla Middlesex University. Contemporaneamente l'Unesco ha dichiarato il 2010 'anno mondiale della filosofia' perch promuove il pensiero libero e critico, e in un volume appena uscito3 la filosofa statunitense Martha Nussbaum auspica un incremento dell'educazione umanistica e in particolare filosofica fin dalla prima infanzia, per il suo valore come contributo allo sviluppo di persone complete, capaci di interagire in una societ democratica. In momenti come questo, di tendenze contraddittorie, pu essere utile cimentarsi non nell'immaginazione controfattuale, ma nell'introspezione (metafilosofica) e chiedersi in che cosa consista il nostro lavoro, quale sia il suo valore e il suo rapporto con le altre attivit intellettuali del presente. L'obiettivo di queste pagine naturalmente pi limitato rispetto al porsi direttamente queste domande metafilosofiche fondamentali. Vorrei presentare tre contributi relativamente recenti sulla natura e il futuro della filosofia analitica: La natura e il futuro della filosofia, di Michael Dummett; What is Analytic Philosophy4, di Hans-Johann Glock, e Philosophy as a Humanistic Discipline5, di Bernard Williams. Il primo un piccolo volume in cui l'autore riprende i temi centrali della sua ricerca, oltre ad affrontare le questioni nel titolo; il secondo una monografia di molte pagine dedicata interamente alla discussione dei criteri distintivi della filosofia analitica, e il terzo una raccolta di saggi uscita postuma, di cui solo gli ultimi due sono strettamente pertinenti al nostro tema. Si tratta di libri diversi tra loro, ma accomunati dalla possibilit di fornire una risposta almeno parziale alle domande metafilosofiche che ho introdotto; inoltre si tratta di tre
1 M. Dummett, La natura e il futuro della filosofia, tr. it. di E. Picardi, Genova, Il melangolo, 2001, versione inglese The nature and future of philosophy, New York, Columbia University Press. 2 La domanda stata recentemente discussa in un blog abbastanza frequentato, The Leiter Report (http://leiterreports.typepad.com/blog/2010/05/philosophy-and-the-universities.html). 3 M. Nussbaum, Not for profit, Harvard (Mass.), Harvard University Press, 2011, tr. it. di R. Falcioni Non per profitto, Bologna, il Mulino, 2011. 4 H. Glock, What is analytic philosophy?, Cambridge, Cambridge University Press, 2008. 5 B. Williams, Philosophy as a humanistic discipline, Princeton, Princeton University Press, 2006.

autori europei in senso lato, che condividono quindi una certa prospettiva sulla filosofia analitica. Ovviamente la filosofia analitica europea non tutta la filosofia: si tratter di un punto di vista parziale. Meno ovviamente, la natura e il futuro della filosofia di per s non sono la natura e il futuro della filosofia come disciplina accademica, di cui ho parlato in apertura. Tuttavia sembra che ci troviamo di fronte a un caso diverso da quello del rapporto tra mettiamo il cinema italiano contemporaneo e le cattedre di teoria del cinema, per svariati aspetti. Ad esempio, un regista pu avere un giudizio sul presente e il futuro del cinema come disciplina accademica, che non si basa su come concepisce il proprio stile e l'obiettivo di ci di cui si occupa6; un filosofo forse no. La sua difesa, o non difesa, della filosofia come disciplina accademica sembra dover essere motivata razionalmente dalle risposte che offre alle domande metafilosofiche. Ma questa un'intuizione che non intendo argomentare in questo spazio. Lasciando l'intuizione sullo sfondo, questo articolo quindi organizzato come segue. Dopo aver brevemente descritto i volumi di Dummett, Glock e Williams, mi soffermo sulle risposte dei tre autori alle domande metafilosofiche: in che cosa consiste secondo I tre autori il lavoro filosofico e qual' il suo scopo? In che senso diverso, se lo , dal lavoro dei filosofi o degli storici? 1. La natura e il futuro della filosofia compendia, in sedici brevi capitoli, il punto di vista di Dummett sulle questioni metafilosofiche, ma anche su quelle filosofiche. Lo stile chiaro e conciso, pi espositivo che argomentativo: in molti casi per una spiegazione esaustiva delle tesi occorrer tornare ai testi precedenti della produzione dummettiana. Riguardo alle questioni filosofiche, Dummett riprende l'importanza della teoria semantica di Frege come base della metafisica (capitoli 8-10), l'intuizionismo, e l'antirealismo motivato da una teoria semantica della comprensione degli enunciati (cap. 14), il rifiuto del relativismo aletico (cap. 15), il primato dell'analisi del linguaggio su quella del pensiero, e distinta sia dal metodo dell'interpretazione di Gadamer (cap. 11), sia dall'analisi delle idee di Husserl (cap. 12). In pi, illustra la sua opinione sul rapporto tra religione e filosofia, che non di conflitto intrinseco, ma potenziale (capp. 6-7): Dummett afferma che il prezzo di negare l'esistenza di Dio l'abbandono dell'idea che vi sia qualcosa come il modo in cui la realt in se stessa, e nondimeno che un filosofo deve andare in fondo alle proprie argomentazioni anche se portano a conclusioni contrarie alla sua fede; in caso di conflitto potr, a seconda dei casi, esporle ammettendo di non poterle credere vere, oppure farle proprie, e abbandonare qualcuno dei precetti corollari della propria chiesa ad esempio Dummett illustra le ragioni del proprio rifiuto dei precetti dell'Enciclica Humanae Vitae in materia di controllo delle nascite. Quanto alle questioni metafilosofiche, sono trattate prevalentemente nei primi 5 capitoli e nell'ultimo. Dummett ritiene che la filosofia sia affine alla matematica nel non richiedere un input specifico dell'esperienza (cap. 1); diversamente dalle scienze naturali essa non allarga il campo delle nostre
6 Intendo l'obiettivo dell'attivit che si intraprende come distinto dalla propria motivazione nell'intraprenderla. Il regista, cos come il filosofo, pu avere come motivazione il bisogno di guadagnarsi da vivere, il desiderio di migliorare il mondo quello di diventare famoso; questo concettualmente differente da ci che concepisce come lo scopo del fare film, o del fare filosofia.

conoscenze, ma mira a chiarire quelle che abbiamo mediante l'analisi concettuale (capp- 3-5). Ci a cui si arriva mediante l'analisi non informativo come si impara dal paradosso dell'analisi ma non banale perch il percorso inferenziale che lo precede pu essere una via mai tracciata prima (cap. 12). Con questa funzione e metodo la filosofia complementare alla scienza, in almeno due aspetti: esistono problemi messi in luce da particolari aspetti delle teorie scientifiche (ad esempio dalla fisica) che il filosofo pu contribuire a chiarire, ed esiste una gamma di problemi genuinamente filosofici che non possono essere ignorati dalla scienza (ad esempio la natura del tempo). La filosofia non quindi solo una sorta di incubatrice da cui I problemi uscirebbero non appena sono scientificamente affrontabili per passare, ad esempio, alla linguistica, alla psicologia o alle neuroscienze. La filosofia pu dare un contributo alla conoscenza anche se non affine per metodo alle scienze naturali qui Dummett ribadisce la sua presa di distanza dallo scientismo della tradizione soprattutto americana seguente a Quine, che comporta l'abbandono dell'idea che la filosofia abbia un metodo suo proprio. Secondo Dummett c' invece una fondamentale differenza tra I concetti scientifici e quelli filosofici: Proprio in una collaborazione senza sovrapposizione con la scienza, (e in parte la religione) che Dummett vede il futuro della nostra disciplina; ci sono problemi della conoscenza umana ancora aperti: l'interpretazione della meccanica quantistica, la realt del tempo, il rapporto mentecorpo e del libero arbitrio, fino al problema dell'esistenza di Dio (o, in chiave intuizionista, il problema della possibilit di fornire una prova dell'esistenza di Dio), che la filosofia pu contribuire a risolvere chiarendo I termini della questione e avanzando tesi concettuali (cap. 2,16). Partendo da una recente discussione di Peter Simons7, Dummett sostiene che la storia della filosofia non una storia di progresso lineare e nemmeno un catalogo di gesta di individui illuminati; ma non nemmeno destinata a ripetersi in cicli senza andare avanti questa era la visione di Franz Brentano: una fase teoretico-naturale, poi pratico-popolare, poi scettica e infine dogmatico-mistica. La visione di Brentano, secondo Dummett, incompatibile con l'idea che lo scopo della filosofia sia trovare la verit e che la verit sia epistemicamente raggiungibile. Se si vuole preservare questa idea, la visione della storia della filosofia pi realistica e insieme ragionevole quella di un progresso tortuoso, con momenti di arretramento. Il volume di Glock, What is analytic philosophy, focalizzato sui criteri per caratterizzare la filosofia analitica in quanto distinta da altri tipi di filosofia contemporanea, soprattutto dalla cosiddetta 'filosofia continentale'. E' un libro ricco di distinzioni minuziose, citazioni e riferimenti storici in parte quindi didatticamente utile. Nel primo capitolo si argomenta che anche il termine 'filosofia continentale' poco chiaro, dato che raccoglie sia la tradizione storicista europea che il postmodernismo, la fenomenologia e altre scuole piuttosto, nota Glock, per la maggior parte la filosofia in Europa 'tradizionale', cio storia della filosofia con velleit teoretiche. Il secondo capitolo contiene la versione di Glock della storia della filosofia analitica (si va dall''analisi concettuale' di Bolzano, Frege, Russell e Moore, alla svolta linguistica, attribuita a Wittgenstein, fino al naturalismo e alla riabilitazione della metafisica e dell'etica che sono proprie degli ultimi decenni). Il terzo capitolo discute, rifiutandole, le caratterizzazioni geo-linguistiche di 'filosofia anglofona' o 'anglo-americana', alla luce della diffusione crescente (seppur minoritaria) in altri paesi con altre
7 Peter Simons, Four Phases of Philosophy, The Monist, vol. 83, 2000, pp. 68-88.

lingue, e delle origini variegate discusse sopra. Il capitolo 4 dedicato al rapporto con la storia: qui Glock sostiene, con esempi, che la filosofia analitica di per s non antistorica n anacronistica, e d'altra parte non si pu dire che I non analitici ('tradizionali') abbiano il monopolio dell'accuratezza storica. Poi Glock conclude che i filosofi analitici tendono a condividere un blando storicismo, ovvero l'atteggiamento secondo cui lo studio dei pensatori del passato utile, ma non indispensabile per risolvere i problemi che ci si pongono: questa anche la tesi che Glock sostiene, contrapponendosi allo storicismo intrinseco di Bernard Williams - ne parler pi avanti. Nel cap. 5 Glock esamina la possibilit di una caratterizzazione che chiama 'materiale' della filosofia analitica (in contrasto con una 'formale'), ovvero basata su tesi anzich su metodi. Le possibili tesi caratterizzanti sono il principio del contesto in filosofia del linguaggio, la tesi di priorit del linguaggio sul pensiero, il rifiuto della metafisica su basi semantiche, e l'antipsicologismo. Ma Glock ritrova il principio del contesto anche in Kant (la sola funzione dei concetti il loro uso nel giudizio) e persino in Bentham, e l'antipsicologismo era condiviso da Husserl delle Logische Untersuchungen, nonch dai neokantiani. Quanto al rifiuto della metafisica, Glock nota che per molti filosofi di oggi si limita ad ammirazione per la recensione di Rudolf Carnap a Heidegger, e la priorit del linguaggio sul pensiero, difesa da Dummett, stata contestata dai suoi stessi eredi, da Gareth Evans a Christopher Peacocke. Abbandonando quindi la caratterizzazione 'materiale', gli altri possibili criteri definitori della filosofia analitica resterebbero quelli 'formali' dell'uniformit di metodo (l'analisi concettuale) e un certo rapporto di contiguit con la scienza (cap. 6). Ma anche qui ci sono controesempi (Williams e Henry Frankfurt non fanno analisi, secondo Glock, e il filone Sellars-McDowell-Brandom, per esempio, sarebbe contro alla metafisica naturalista). Inoltre la tendenza del presente sembra essere quella di una sostanziale disomogeneit di metodo: tra una 'fazione' e l'altra c' disaccordo su quali siano le domande fondamentali da porsi e se occorra procedere a priori o a posteriori (cap. 12). C' da chiedersi allora, ragiona Glock nel cap.7, se filosofia analitica non sia un concetto come democrazia, persona o vita: concetti che sfuggono a una caratterizzazione univoca perch oltre ad avere un contenuto descrittivo sono associati a valori (concetti thick, direbbe Williams). Ma il suo scopo proprio evitare una caratterizzazione prescrittiva o valutativa, in cui 'filosofia analitica' diventerebbe un titolo di merito da parte dei praticanti - la filosofia della chiarezza, del rigore e dell'onest intellettuale - o di biasimo da parte delle altre comunit filosofiche la filosofia scolastica e remota dalle questioni della vita reale. La tesi finale del wittgensteiniano Glock quindi, non sorprendentemente, che filosofia analitica un concetto descrittivo, la cui appartenenza determinata da somiglianze di famiglia, non da tratti necessari e sufficienti; in pi, vincolata da relazioni causali di influenza tra filosofi o gruppi8. Le propriet dei membri prototipici sono: tendenza a usare la parafrasi o pi generalmente l'analisi concettuale, l'interesse per la logica e le propriet formali delle lingue naturali, e rinuncia alla pretesa hegeliana di pronunciarsi a priori sulla natura della realt, indipendentemente dalle scienze speciali (questo tutto ci a cui si riduce lo 'scientismo' della filosofia analitica secondo Glock). Si tratta di alcune delle caratteristiche discusse e scartate prima: i capitoli precedenti hanno minuziosamente mostrato, per ciascuna, che ci sono filosofi analitici che non la possiedono, e filosofi continentali che invece la condividono. Ma qui rientrano come propriet non
8 Secondo Diego Marconi questa una caratterizzazione estensionalmente adeguata ma non vivida della filosofia analitica: non efficace per spiegare che cosa sia la filosofia analitica a chi non la conosce. Diego Marconi, Analytic philosophy and intrinsic historicism, Teorema, vol. XXX no. 1, 2011. Tutto il volume di Teorema dedicato alla discussione del volume di Glock.

definitorie. Lo scopo del libro era arrivare a una caratterizzazione descrittiva e non prescrittiva del concetto, e questo risultato raggiunto (cap.8). Il capitolo finale tratta dei difetti della filosofia analitica (tendenza alle fazioni, come si detto; troppa specializzazione, distanza dalle questioni di interesse del largo pubblico, tendenza al monolinguismo), e del suo ruolo nel presente, che Glock vede nella contrapposizione con il postmodernismo di filosofi come Irigaray, Lacan, Kristeva e Deleuze e Guattari gi bersaglio della burla di Sokal, a cui Glock d ampio spazio - e non nella confutazione del relativismo (che con John McFarlane diventato una tesi perfettamente rispettabile ad anzi mainstream in filosofia del linguaggio, ma questo successo proprio mentre Glock scriveva il libro). Per il futuro Glock auspica, in sintesi, un maggior impegno della filosofia analitica come guida del pensiero critico: si tratta di mettere in luce assunzioni date per scontate e di chiarire confusioni concettuali. In ambito di sociologia della conoscenza, un maggiore spazio per i gruppi europei, anche non anglofoni. Philosophy as a humanistic discipline stato pubblicato dopo la morte di Bernard Williams, avvenuta nel 2003. Raccoglie diciassette saggi ed diviso in tre parti: 'Metaphysics and epistemology', 'Ethics' e 'The scope and limits of philosophy' - vedremo qui solo l'ultima, che comprende 'Political philosophy and the analytic tradition', 'Philosophy and the understanding of ignorance', 'Philosophy as a humanistic discipline' e 'What might philosophy become'. Il primo saggio stato pubblicato in prima versione ormai trent'anni fa, e anche se datato interessante perch presenta una diagnosi del tradizionale disimpegno (senz'altro superato) dei filosofi analitici nel campo della filosofia politica e pratica in genere. Si tratta di una diagnosi del tutto teorica, che non menziona fatti politici o sociali. Secondo Williams tutto nasce dalla distinzione tra fatti e valori: se le propriet descrittive sono metafisicamente distinte da quelle normative, impossibile derivare obblighi, valutazioni o prescrizioni dalla descrizione dei fatti per via puramente logica. Farlo significa commettere la fallacia naturalistica discussa da G. E. Moore nei Principia Ethica9. Williams ricorda che la tesi di Moore di per s non sufficiente per motivare razionalmente il disimpegno in filosofia pratica: Moore stesso scrive infatti di etica. Ma se a questa distinzione si aggiungono una semantica ed epistemologia espressivista dei giudizi normativi, cio se questi sono solo espressioni di approvazione o di biasimo da parte di chi li emette, il disimpegno in filosofia pratica diventa razionale: che pretesa pu avere il filosofo, fra tanti, di essere ascoltato quando esprime il suo sentire? La proposta di Williams di recuperare una visione 'tridimensionale' della distinzione fatti-valori, in cui un concetto normativo (ad esempio coraggio o peccato) venga considerato non solo nella sua relazione di possibile equiestensionalit con un concetto non-normativo di cui si occuper una delle scienze sociali - ma anche nelle sue relazioni con vari concetti e credenze propri di un certo periodo storico e gruppo culturale. L'elucidazione di queste relazioni dei nostri concetti normativi e il riconoscimento della loro contingenza un lavoro tipicamente filosofico secondo Williams, e richiede una 'presa di distanza' del filosofo che si raggiunge solo con la conoscenza storica. Nel saggio successivo della raccolta, 'Philosophy and the Understanding of Ignorance', scritto in occasione di un evento promosso dall'Unesco, Williams brevemente rifiuta la concezione della filosofia come disciplina dell'ignoranza o 'incubatrice', gi citata a proposito di Dummett: l'ambito da cui le questioni escono non
9 G.E. Moore, Principia Ethica, Cambridge, Cambridge University Press, 1903.

appena se ne sa abbastanza per affrontarle con metodo scientifico. In realt ciascuna scienza ha rapporti pi complessi con la filosofia o con parti di essa: nel caso del problema dell'interpretazione della meccanica quantistica, la riflessione teorica dei fisici e quella dei filosofi della scienza specializzati sarebbero praticamente indistinguibili, mentre nel caso del problema della coscienza non nemmeno chiaro se una soluzione scientifica possa esistere, e non sia piuttosto la descrizione di un altro fenomeno. Analogamente, nel caso di un problema etico-sociale come la pace universale, non solo non sappiamo come realizzarla, ma nemmeno se si tratti di una possibilit. In generale poi Williams sostiene una non trasparenza dell'ignoranza: plausibile dire che non sappiamo cosa non sappiamo in almeno due sensi. Uno il problema generale del 'margine dell'errore', argomentato da Timothy Williamson10 con un esempio: so che nella mia citt ora vivono meno di cinquecentomila persone, ma quando il numero diventa abbastanza piccolo (trecentoquarantaduemila? Trecentoquarantunomila duecentonovantanove?), non so se so che nella mia citt vivono meno di quel numero di persone. Dato che non so quale sia il numero che mi fa passare dalla certezza di sapere al non sapere, non vero in tutti i casi che so quello che so, e nemmeno che so quello che non so. Il secondo senso in cui non sappiamo ci che non sappiamo conenesso col fatto che, secondo Williams, possiamo pensare che le teorie scientifiche del futuro non siano semplicemente estensioni su base empirica di quelle di oggi, ma siano anzi formate da concetti differenti da quelli che abbiamo ora (una forma di relativismo). Se cos, allora non possiamo dire oggi quale sar il limite esplicativo di quelle teorie, e nemmeno quali questioni all'interno di esse potranno essere risolte per via sperimentale, e quali no. Il penultimo saggio della raccolta di Williams quello che ne d il titolo: 'Philosophy as a humanistic discipline'. Qui l'idea centrale che la filosofia sia una disciplina umanistica nel senso che descrive il mondo dall'interno di una prospettiva: di un insieme di concetti che sono contingenti e storicamente situati, ma anche storicamente individuati, nel senso che il loro contenuto determinato in parte dalla relazione temporale con altri concetti. di cui essa stessa cosciente, su cui pu e deve riflettere. Diversamente le scienze mirano a una descrizione in cui i concetti impiegati sono meno storicamente caratterizzati (Williams non arriva a dire 'per nulla', perch rifiuta la possibilit di una concezione assoluta del mondo), e in cui la riflessione sulla propria prospettiva non parte integrante del lavoro. Inoltre lo scienziato pu curarsi poco della storia dei concetti che usa perch la storia della scienza giustificativa (vindicatory) rispetto alla scienza odierna: la storia dei successi e insuccessi passati mostra che I concetti odierni sono esplicativamente validi. Non cos la storia della filosofia, che non giustificativa: non lineare rispetto ai metodi e ai risultati e pu tornare indietro, anche per questo indispensabile conoscerla per non dover 'reinventare la ruota' o, peggio, la ruota quadrata. Williams poi discute I limiti dello scientismo in filosofia che alla luce delle considerazioni fatte sopra un errore filosofico, perch viene da una mancata comprensione della natura dei concetti filosofici. Viene per rifiutata anche la concezione 'ironica' di Richard Rorty secondo cui, in estrema sintesi, si prende atto della contingenza storica della nostra prospettiva e della filosofia e si conclude che per questo da considerarsi un discorso fra gli altri, privo di un intrinseco valore. L'ultimo saggio l'unico inedito prima della raccolta: 'What might philosophy become'. Scritto per un
10 Timothy Williamson, Vagueness, London, Routledge, 1995.

convegno di filosofia 'post-analitica', riprende il tema del legame della filosofia con la sua storia, la presa di distanza dallo scientismo tendenza ad assimilare la filosofia ai metodi e agli scopi delle scienze empiriche che qui indicato come causa, o meglio, cattiva ragione di un certo stile di scrittura filosofica. Si tratta dello stile di molte riviste specializzate, improntato alla chiarificazione minuziosa di ogni dettaglio al solo scopo di prevedere le possibili obiezioni, ma che va scapito della leggibilit. Williams sostiene che scopo della filosofia non sia soltanto il dire ci che si ritiene vero veridicit, truthfulness - ma dirlo nel modo giusto, o migliore, con uno stile cio che rifletta attenzione alle proprie parole. Esempi virtuosi sono Platone, Hobbes, Descartes, Stuart Mill, Nietzsche e Wittgenstein (filosofi che hanno una voce e producono narrazioni) mentre lo stile piano di Aristotele che ha detto il vero, ma non nel modo migliore gli ha fatto meritare, come epigoni, secoli di scolastica come giusta discendenza. Alla luce di questo obiettivo per Williams auspicabile che la filosofia sia pi aperta alle influenze di discipline umanistiche come la storia e la letteratura. II. In questa seconda parte vorrei tirare le fila di come I tre testi in esame rispondono alla domanda metafilosofica che ho posto in apertura: qual' lo scopo della filosofia e quale metodo deve usare per perseguirlo. Quello che mi interessa qui illustrare la caratterizzazione normativa che I tre autori hanno della della propria disciplina ci che, secondo ciascuno, fissa gli standard per essere professionista o esperto, in senso epistemico. Naturalmente si potrebbe obiettare che la caratterizzazione normativa inutile perch ogni norma pu essere violata o semplicemente ignorata: pi produttivo sarebbe vedere ci che I filosofi effettivamente fanno e come. Di questo parere Glock, che nota in pi punti che spesso I filosofi (anche analitici) disattendono proprio I requisiti che propongono. Qui invece assumiamo, senza argomentare, che nel caso dei filosofi, considerare ci che reputano dover fare sia un buon modo per capire che cosa fanno11. Le caratterizzazioni normative della filosofia analitica che si possono trarre dai tre volumi che ho brevemente esposto non sono identiche. Semplificando, per Dummett: (D) Lo scopo della filosofia arrivare a tesi vere, anche se non informative, mediante la chiarificazione delle tesi di altre discipline e dei concetti del senso comune. Il metodo della filosofia analitica l'analisi dei concetti, che si effettua tramite l'analisi del significato delle espressioni delle lingue che esprimono i nostri pensieri e con l'aiuto della logica e della semantica formale. Questa caratterizzazione contiene una tesi minoritaria: come noto, e come mostra persuasivamente Glock, I filosofi analitici che oggi sottoscrivono che l'analisi logica del linguaggio sia la via primaria per l'analisi dei concetti sono pochi la dummettiana 'tesi di priorit'. Tesi di priorit a parte, (D) ha una clausola
11 Un'altra possibilit per rispondere alla domanda sarebbe, naturalmente, quella di effettuare una ricerca su un vasto campione di quello che i filosofi fanno o riescono a produrre. Ma anche in questo caso sarebbe necessaria una caratterizzazione normativa anteriore: per discriminare i prodotti filosofici riusciti dai meri tentativi. La questione comunque complessa, e non questo lo spazio per affrontarla.

largamente condivisa, cio che la semantica delle lingue naturali e la logica formale siano parte del metodo per arrivare alle conoscenze filosofiche. Si noti che per Dummett, diversamente che per Wittgenstein, in filosofia si mira ad arrivare a tesi vere; ma, come si detto, sono verit che non allargano il dominio di ci che conosciamo: verit concettuali, potremmo dire. Un lavoro tipicamente filosofico per Dummett dunque questo (esemplificato nel cap. 12): il filosofo considera le condizioni di applicazione di un concetto o di accettazione di un pensiero, e le conseguenze che l'applicazione di quel concetto o accettazione di quel pensiero comportano. Poi confronta la pratica linguistica ordinaria e trova che dall'accettazione del pensiero 'S ha la pelle nera' si fa seguire 'S pericoloso': un'inferenza non legittimata dalle condizioni del concetto di pelle nera. In casi come questo il filosofo non si limita a descrivere, ma enunciando una tesi concettuale (sulle condizioni di applicazione del concetto) sanziona una certa pratica linguistica come errata, da correggere. L'esempio specifico per Dummett un caso semplice; quelli pi interessanti sono I problemi concettuali posti dalla matematica o della fisica teorica, nonch, come si detto, della religione. In questi ambiti il filosofo deve essere anche un esperto della materia per fare analisi concettuale: per questo Dummett auspica che I filosofi della matematica e della fisica siano competenti nella matematica e fisica attuale. Glock esplicitamente vuole astenersi da caratterizzazioni normative e sottolinea che il concetto filosofia analitica non va associato a nessun ethos metodologico. Alla domanda 'qual' il metodo della filosofia analitica?' risponderebbe quindi con una disgiunzione aperta e vincolata, come si detto, da parametri storici e causali. Tuttavia alcune delle somiglianze di famiglia che egli attribuisce ai filosofi analitici sono di fatto obiettivi e indicazioni di metodo, e nella discussione finale dei 'difetti' appaiono, per contrasto, altre indicazioni prescrittive di metodo; per cui forzando un pochino si potrebbe estrarre dal suo lavoro una tesi di questo tipo: (G) Lo scopo della filosofia mettere in questione le assunzioni comuni e chiarire le confusioni concettuali presenti nel senso comune e, in parte, nella scienza; il metodo l'argomentazione esplicita e rigorosa. Qui l'enfasi non pi sull'analisi come metodo unico, e certamente non sull'analisi logico-formale; non pi sulla verit e sulle tesi informative o non informative che siano - ma sulla chiarificazione e sulle domande. Quale pu essere in questo quadro un esempio di lavoro e di metodo filosofico? Probabilmente l'esempio migliore proprio il lavoro che fa Glock sulla filosofia analitica: di fornte alla domanda 'che cos' la filosofia analitica' si procede a caratterizzare il concetto, prendendone in esame possibili definizioni, considerando quale caratterizzazione in grado di dare conto dell'applicazione che di fatto ne facciamo, o ne facciamo in quanto esperti), esaminando I criteri potenzialmente incompatibili, fino ad arrivare alla caratterizzazione per somiglianze di famiglia. La differenza con il metodo prospettato da Dummett che l'analisi qui non ha uno scopo correttivo rispetto alla pratica, ma descrittivo. L'uso che facciamo del concetto o del termine il punto di partenza e il punto di arrivo. La specifica competenza del filosofo presumibilmente varier a seconda del concetto: nel caso di filosofia analitica si tratta di conoscenza storica e di storia della filosofia. In pi, per l'analisi di qualsiasi concetto, indispensabile la competenza nelle forme

di inferenza valida: un'analisi filosofica valutabile come corretta o non corretta in base alla cogenza degli argomenti. In Williams c' una caratterizzazione normativa ancora diversa dell'attivit filosofica: W) Lo scopo della filosofia arrivare a tesi vere dall'interno di una prospettiva (insieme di concetti, credenze, tradizioni) e contemporaneamente conoscere la prospettiva stessa; il metodo l'argomentazione all'interno di storie concettuali o 'genealogie', storicamente documentate. Che cos' una tesi filosofica per Williams? Ad esempio 'I giudizi normativi sono solo espressioni di approvazione o di biasimo da parte di chi li emette' una tesi filosofica, che Williams, come abbiamo visto brevemente, rifiuta. Diversamente, 'Tommaso Campanella scrisse Apologia di Galileo nel 1616' non una tesi filosofica, bens storica. Come si arriva a tesi filosofiche? Qui di nuovo il metodo l'analisi concettuale, ma intesa in un modo pi esteso rispetto a Dummett e a Glock. L'analisi concettuale di Williams anche diacronica: si tratta di illustrare ed eventualmente valutare le caratterizzazioni di un certo concetto nel tempo ad esempio l'analisi del concetto di a priori prender in considerazione la caratterizzazione di Kant e di Leibniz. Perch conoscere Kant e Leibniz dovrebbe dovrebbe portarci a dire qualcosa di vero sull' a priori ? Semplificando, le ragioni sono quelle che ho riassunto nella sezione precedente: per Williams la storia della filosofia non un catalogo di concezioni superate, ma di concezioni possibili e come tali da valutare e rivalutare (non storia giustificativa, diversamente dalla storia della scienza, in cui grosso modo la relazione 'successivo a' coestensiva con 'migliore di'). Inoltre, e questa la ragione pi generale, non c' modo di dire qualcosa di vero sull'a priori se non dicendo qualcosa di vero sul concetto di a priori, che storicamente individuato: tutta la nostra conoscenza passa prima dalla conoscenza della nostra prospettiva, dato che si assume l'impossibilit di un accesso ai fatti del mondo senza una prospettiva. Dunque qual' la competenza specifica del filosofo? In parte anche competenza storica, oltre che argomentativa: ma non solo per concetti che sono ovviamente storici, come filosofia analitica o neoplatonismo cristiano, ma anche per verit, ragione, a priori, bello, eccetera. In generale dovrebbe essere competenza sulle varie articolazioni della nostra prospettiva: in questo senso secondo Williams il filosofo dovrebbe essere aperto alle influenze di letteratura, arte, eccetera. Non possibile in questo spazio valutare le concezioni dello scopo e del metodo della filosofia presentate da Dummett, Glock e Williams alla luce dei possibili argomenti: significherebbe in buona parte andare oltre quello che c' nei tre testi che qui ho presentato. Le domande filosofiche aperte sono molte e importanti: che cosa vuol dire che alcune verit non sono informative? E' possibile descrivere senza valutare? Che cosa comporta ammettere che tutti concetti siano prospettici? Dato che il mio proposito qui era illustrare le risposte dei tre autori a questioni metafilosofiche, sembra inevitabile notare, in conclusione, che la distinzione tra metafilosofia e filosofia ha contorni sfumati.