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VECCHIO BDS, ADDIO

Palermo, 16 novembre 2007

Dell’istituto di credito tra i maggiori d’Italia, tra poco


scomparirà anche il nome
Soppresse antiche filiali, dipendenti in esubero: il sindacato è
sotto accusa

I l forte si mesce col vinto nemico, col novo signore rimane l’antico;
l’un popolo o l’altro sul collo vi sta; dividon i servi dividon gli armenti
sui campi cruenti di un volgo disperso che nome non ha. Il passo
dell’Adelchi sembra descrivere alla perfezione l’atteggiamento che spesso i siciliani hanno tenuto davanti alle
“calate” degli stranieri arrivati nell’Isola, nel corso degli anni, in cerca di un bottino, più o meno ricco. Svevi e
valtellinesi, normanni e vicentini, arabi e milanesi, aragonesi e romani, nessuna differenza. Nella politica come
nell’economia.

Emblematica è la storia del Banco di Sicilia, sotto attacco fin dai tempi dell’Unità d’Italia, da quando, cioè,
la banca siciliana, istituto di emissione e zecca, venne scissa in due. Svilita e svuotata. Con quel complice
silenzio dei siciliani di manzoniana memoria. Un destino che s’è ripetuto fino ai giorni nostri. Prima con
Capitalia, poi con Unicredit. Operazioni che si sono svolte all’insegna di un silenzio assordante della
classe politica e con copiose “lacrime di coccodrillo” dei sindacati bancari, che prima hanno firmato gli
accordi e poi, come in una sorta di farsa, hanno gridato al ladro.

È proprio quello che sta succedendo in questi giorni. La cronaca dell’ultima settimana riporta infatti le dichiarazioni
al vetriolo dei sindacalisti che denunciano discriminazioni a carico dei dipendenti del Bds e il ridimensionamento
operativo di quell’istituto di credito che, dopo “Cosa nostra spa”, era la più grande azienda dell’Isola. Peccato che
gli accordi base siano stati firmati ormai da mesi. Da management e sindacati insieme, allegramente. Il caso più
eclatante è rappresentato dall’accordo sul piano-esuberi, che oltre ogni logica sindacale e oltre il comune buon
senso, i sindacalisti hanno firmato lo scorso 3 agosto, prima della definizione del piano industriale. Ovvero quel
documento che, attraverso un’analisi attenta dello stato di salute di un’azienda e dei suoi obiettivi, porta anche alla
definizione di eventuali esuberi. Nel caso del Sicilbanco invece si è privilegiato il percorso contrario. Prima gli
esuberi, poi si vedrà. Insomma è come se un medico prescrivesse una cura a un malato senza prima averlo
visitato. E così a fine agosto 1.500 dipendenti dell’istituto di credito hanno ricevuto una lettera con la quale la
direzione delle risorse umane del nuovo colosso bancario da 100 miliardi di euro, nato dall’incorporazione di
Capitalia in Unicredit, li sollecitava ad aderire al Fondo esuberi Abi o al prepensionamento. I termini dell’adesione
sono scaduti il 16 novembre e gli aderenti dorrebbero essere circa un migliaio. Non hanno scelta. E la storia si
ripete.

Basti pensare che, negli anni Novanta i dipendenti del Banco erano 15 mila. Oggi sono 6.500. Cifra che sta per
essere ulteriormente sfoltita fino ad arrivare a 4.800. Tra il silenzio generale. E con i complimenti di Alessandro
Profumo che, in occasione dell’integration day di fine settembre, ha lodato i sindacalisti per la collaborazione
ricevuta. Il management insomma ringrazia pubblicamente i sindacati per avergli reso tutto più facile. E
presumibilmente la classe politica per non avere fiatato dinnanzi all’ultimo colpo mortale inferto al Bds,
ridotto ormai a una rete retail. Ovvero sportelli dove potere effettuare versamenti e pagare bollette. Mentre
attraverso lo scorporo del corporate e del private il Banco ha ceduto, con grande generosità e tra sorrisi vari, il 40%
del proprio volume d’affari. L’alibi ufficiale è che in un’economia globalizzata le banche regionali non hanno
speranze. A parte il fatto che il Bds non è mai stato una piccola banca, c’è da dire che nessun teorema sulla
globalizzazione presuppone la mortificazione degli interessi locali. La Sicilia, come ogni regione moderna,
necessiterebbe del suo “glocalism”, ovvero di un’occhio al mercato globale senza però mortificare il localismo. Un
concetto, a quanto pare, estraneo a politici e sindacalisti che oggi sorridono a Profumo, come ieri a Geronzi. Né ha
senso sostenere, come qualcuno fa, che prima delle operazioni Capitalia e Unicredit il Banco fosse alla mercè dei
politici.
Altro caso eclatante, la cancellazione della Cassa assistenza del Bds, un fondo previdenziale da 1,8 milioni
di fatturato. L’accordo di fusione delle due holding firmato a settembre ne prevede, all’articolo 10, la
soppressione entro la fine del 2008. «Parificazione economica tra i dipendenti del gruppo», si legge nelle
motivazioni.

Sempre a scoppio ritardato e quindi solo nelle ultime settimane, i sindacati si accorgono che sul tema della
previdenza, delle agevolazioni e degli inquadramenti, i dipendenti del Banco, vengono discriminati e le relazioni
industriali ridimensionate, nonostante i risultati eccellenti degli ultimi anni. Ma si sa, il popolo siciliano è molto
generoso e dà senza nulla chiedere in cambio. Minaccia scioperi, ma è solo per dire. Anzi, quasi si scusa.
Come quando, con l’aiuto dell’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, Capitalia ha fagocitato il
Bds, facendo quasi apparire l’operazione come un favore concesso ai siciliani, dati i conti in rosso
dell’istituto di credito. Magie nella redazione del bilancio, perché a microfoni spenti, tutti ammettono che il
Bds non era affatto in sofferenza, ma che, nei fatti, ha risolto i problemi di altre banche che di debiti,
invece, ne avevano in abbondanza.

Ancora in questi giorni sono in corso le trattative sui dipendenti di “Capitalia Solutions” e “Capitalia Informatica”. Le
previsioni danno nuvole nere e un uso estremamente elastico dell’istituto del distacco. Un’interpretazione originale
del articolo 2112 del codice civile e della legge 428 che prevede il distacco solo per periodi limitati e in casi
eccezionali. Ma forse i sindacalisti e i politici non ricordano bene che cosa preveda la legge. Capita. Infine, la
vendita degli sportelli, come imposto dall’Antitrust.
In barba a tutte le dichiarazione di salvaguardia della territorialità del Banco, Unicredit sta procedendo alla
vendita indiscriminata di sportelli Bds che spariranno da certe piazze storiche. In tutto sono 55 le filiali in
vendita in Sicilia. Ventisei solo nel Palermitano. Tradotto vuol dire che sulle Madonie il marchio Bds non esisterà
più. Altre 131 saranno cedute nel Catanese, otto nel Messinese e sei nell’Agrigentino. Il pacchetto cessioni include
anche l’antica filiale di Termini Imerese, riferimento storico per l’economia locale. L’Antitrust si è pronunciata due
mesi fa. Non è difficile fare i conti sui livelli di raccolta delle singole filiali. E non sarebbe stato difficile trovare
alternative allo smantellamento del Banco nel territorio madonita. Ma i sindacati se ne accorgono solo ora: «In
alcuni comuni scomparirà il marchio del Bds facendo venire meno il ruolo sociale della banca; questo è l’ultimo atto
dello smantellamento del Banco», hanno scritto una settimana fa in una nota congiunta. Meglio tardi che mai. O
no?

Antonella Sferrazza
www.laltrasicilia.org