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© Edizioni Scientifiche Italiane

SISPA (Roma-Milan-Napoles, 1999)


http://www.esispa.com/
A Sir Michael Tippett
… Io sono l'uccello bennu
che è in Annu, e sono il custode del libro delle
cose che sono e delle cose che non sono.
Libro Egiziano dei Morti

(Il papiro di Ani)


Chi sei?
Puoi essere davvero ciò che immagino,
Forse sei un fantasma,
Un ente che ispira terrore.
Oh, se mi fosse dato conoscerti!
Se tu volessi rivelarti a me!
Tu che mi traesti dalla terra
E mi forgiasti con il fango,
Guardami!
Chi sei, oh Creatore?

Inno Quechua
(frammento)
Le scienze che seguono i percorsi che le sono propri, non hanno causato
molto danno fin'ora; però un giorno l'unione di quelle conoscenze
dissociate ci aprirà alla realtà e alla posizione indelebile che in questa
occupiamo, prospettive così terribili che impazziremo davanti alla
rivelazione, o fuggiremo da quella funesta luminescenza, rifugiandoci nella
sicurezza e nella pace di una nuova età delle tenebre.

H.P. Lovecraft
I miti di Cthulú
Tutta una cosmogonia e tutta una psicologia possono trasmettersi in un
geroglifico che non ha alcun significato per chi non è iniziato.

Dion Fortune
La Cabala mistica
Prologo

Il 25 giugno 1945 il capitano B. fu convocato d’urgenza a Roma dal


Comandante in capo. Si trovava al Cairo con una delegazione e quella
chiamata lo sorprese.
Erano momenti molto difficili per l’Italia. La guerra era praticamente
finita, ma non c’era ottimismo nei segni che si percepivano. Forze
d’occupazione molto pesanti opprimevano la dolce Madre Patria. E la
povertà del popolo sembrava aver fatto eruzione in osceno contrasto con la
prodigalità dei vincitori.
L’aereo che lo trasportava sorvolò alle sette del mattino il Mediterraneo, e
ancora una volta Cesare Filippo provò un fremito di piacere davanti a
quella magnifica piana di acciaio scintillante sotto il sole.
A Roma fu ricevuto proprio dal Comandante in capo che gli diede
appuntamento per il pomeriggio stesso alle 15.00, in Via di Porta
Lavernate, dove gli avrebbe affidato una missione molto importante. Il
Comandante in Capo sottolineò in modo particolare il fatto che dovesse
vestirsi in borghese, senza alcunché di stravagante, cosa che infastidì
intimamente B. poiché non aveva mai avuto inclinazioni esibizionistiche
nel vestire, ma non disse nulla. Gli fu anche detto di portare con sé un
bagaglio leggero, perché lì avrebbe avuto inizio un itinerario che lo avrebbe
riportato di nuovo in Africa.
Alle tre in punto del pomeriggio, il marchese Da Milano gli presentò il
dottor Massimo Toddi, archeologo, col quale sarebbe partito di nuovo
verso l’Adriatico. Con un’auto privata iniziarono il lungo viaggio che li
avrebbe portati al Convento di Castilenti dove arrivarono verso il
tramonto. Il Priore aveva fatto preparare due camere confortevoli. Dopo
una cena frugale, il dottor Massimo Toddi disse al capitano B. che
dovevano svegliarsi alle cinque giacché alle sei in punto gli sarebbe stato
comunicato l’oggetto della sua missione.
Tutto si svolse secondo i piani. Alle sei meno un quarto il capitano B., il
dottor Massimo Toddi e un monaco benedettino in là con gli anni, si
trovarono in una stanza circolare situata in un luogo particolare dei
sotterranei del Convento. Qui, sotto una luce strana proveniente da non si
sa dove, il dottor Massimo Toddi spiegò a B. i punti salienti della missione.
Doveva trasportare fino in Etiopia, con la massima riservatezza e sicurezza
una scatola di piombo che gli avrebbero consegnato subito dopo.
La scatola conteneva un pezzo di pergamena con iscritta una leggenda.
Quella pelle non avrebbe dovuto cadere in alcun modo in mani estranee,
ma solo in quelle del destinatario. E visto che era stato scelto proprio per il
suo alto senso di responsabilità, il capitano B. sarebbe stato informato
direttamente dal dottor Massimo Toddi sul valore di quel reperto
archeologico.
Avrebbe avuto nelle mani un oggetto unico dal potere immenso. Quel
foglio di pelle di capra, così liscio, conteneva la Parola capace di
trasformare e ricreare l’Ordine dell’Universo. Era stata scoperta dai saggi
dell’Antichità e, per praticità d’uso, fissata dagli eseni con inchiostro
indelebile.
Nel periodo dell’espansione italiana degli anni ’30 era capitata nelle mani
del dottor Toddi durante un viaggio di studio in Libia. Gliel’aveva affidata
un ladro prima di morire sotto i colpi di pistola della polizia. Fece anche in
tempo a indicargliene le proprietà e il nome e l’indirizzo del vero
proprietario pregandolo di restituirla, per liberare la sua anima da quel
peso.
Il dottor Massimo Toddi pensò che quella pelle avrebbe potuto essere uno
strumento formidabile per aiutare a realizzare la Nuova Italia che si
sognava.
Era caduta provvidenzialmente nelle sue mani e si sentì in dovere di
metterla immediatamente a disposizione del Duce.
Prima di esalare l’ultimo respiro, il ladro aveva anche detto che quel pezzo
di pelle di capra non avrebbe sortito alcun effetto se non fosse stato unito e
utilizzato insieme con l’altra metà che era nelle mani di una “donna
adriatica”.
Dieci anni della sua vita e quelli di un nutrito gruppo di ufficiali dei Servizi
Segreti se ne erano andati dietro l’unico affannoso lavoro della ricerca
della donna e dell’altra parte della pergamena. Ma non avevano avuto
successo. A quel punto era imperativo evitare che gli invasori entrassero in
possesso di quella reliquia e persino che venissero a conoscenza della sua
esistenza. Doveva essere restituita al più presto al legittimo proprietario o
ai suoi discendenti.
Era quella la missione segreta del capitano Cesare Filippo Bertozzi che
doveva imbarcarsi quel pomeriggio stesso fino alla volta dell’antica
Etiopia.

***

Il capitano Bertozzi arrivò con non poche difficoltà nel luogo indicato dalla
mappa consegnatagli da Massimo Toddi che gli aveva anche raccomandato
di distruggerla a missione compiuta. Era una viuzza gremita di passanti,
nel centro commerciale di Mái Edagá. Di fatto il posto era un altro mercato
dove due giovani offrivano essenze di tutti i tipi, delicate ceramiche di
artigianato e parecchie stoffe dai disegni molto vari. Sembrarono
veramente sorpresi quando l’italiano chiese del “dottore Abdul al
Alhazred”. Prima di rispondere confabularono a lungo - anche se sottovoce
- nel loro idioma impenetrabile.
Alla fine lo fecero passare nel retrobottega in una saletta appartata, tutta
adorna di ricchi tappeti persiani.
Dovette attendere per circa mezz’ora finché una donna, col viso coperto, gli
indicò di seguirla ancor più all’interno della casa.
In un ampio salotto lo attendeva un uomo molto anziano con un vestito
all’europea piuttosto stropicciato e senza cravatta. Quando si presentò -
parlando un perfetto italiano - come Abdul Ib’n al Alhazred, il capitano
Bertozzi gli chiese cortesemente di mostrargli le sue generalità. Allora
l’uomo fece qualcosa di veramente straordinario. Si trasformò in una
pantera nera e lucente che, balzando dalla poltrona dove era seduto
l’anziano, cominciò a girare intorno all’ufficiale guardandolo
minacciosamente. Con mano incerta il capitano Bertozzi estrasse dalla
valigetta la scatola di piombo che conteneva e nello stesso momento il
vecchio, pallido in volto, riapparve seduto sulla poltrona.
Prima di congedarlo, gli disse alcune parole che il capitano avrebbe
segnato in seguito sul suo taccuino per non dimenticarle:
«Tu non sei il predestinato, ma in questi giorni, nascerà dal tuo seme colui
al quale sarà dato di trovare e capire la Parola».

***

Alcuni mesi dopo, per ragioni apparentemente fortuite, fu incaricato


ancora una volta di prestare servizio a Mái Edagá.
Quella volta fu trasferito con sua moglie Lydia che era incinta.
E lì, in un giorno caldo e ventoso, nacque dalle sue viscere il figlio. Era
d’oro e splendente, come un piccolo sole.

Parte prima

Roma, agosto 1995.

- Quell’uomo - disse Laura - è lo stesso che abbiamo visto all’uscita


dell’hotel di Pescara.
Un individuo alto, biondissimo, estremamente curato nel vestito scuro, era
appena sceso da una Lancia metallizzata che continuò per la sua strada.
Apparentemente andava a comperare qualche cosa in un piccolo negozio
della Via Ostiense, proprio di fronte e sotto la casa dei Bertozzi.
- Beh, potrebbe arrivare a sapere quasi tutto quel che facciamo,
chiedendocelo o attraverso i giornali - rispose Bertozzi cercando di non
dare importanza al fatto. Non vedo perché avrebbe bisogno di spiarci.
- Tu non lo sai - disse dubbiosa Laura. Il caffè fumava formando un
arcobaleno evanescente attraversato dal sole del mattino. Dal suo posto
vicino all’alta finestra vide l’uomo che usciva - probabilmente uno
straniero - che, dopo aver guardato nella loro direzione, salì sulla stessa
automobile che con puntualità cronometrica era ripassata a prenderlo. -
Forse possiedi qualcosa che lui cerca e tu non lo sai.
- La cosa più preziosa che possediamo di solito è nel nostro cuore - disse
Bertozzi -. E generalmente non lo sappiamo.
- Non mi riferivo a questo - obiettò Laura con un grazioso gesto di
impazienza - . Quel tipo di gente non corre dietro alle cose spirituali.
In effetti, i tratti affilati di quell’uomo, i suoi movimenti felini facevano
subito pensare a un combattente o a un “cacciatore”. Il taglio dei capelli e
lo sguardo blu, gelido, suscitavano, come in una sferzata, l’immagine di
certi ufficiali dei Servizi Segreti Nazisti.
- Non sarà questo quello che cerca? - esclamò Laura. Aveva preso dagli
scaffali zeppi di libri, una specie di agenda foderata di pelle marrone.
- Il taccuino di mio padre - riflettè Bertozzi. Perché dovrebbero cercarlo?
Senza rispondere direttamente, Laura sfogliò un momento le numerose
annotazioni e dopo aver osservato attentamente il numero di pagina, lesse
un paragrafo come a caso:
- … “il marchese Da Milano, mi disse che se avessero trovato l’altra parte
della pergamena, il risultato della guerra sarebbe stato sicuramente molto
diverso…”
Bertozzi sembrò riflettere in silenzio. Dopo un po’ rispose:
- Sì. Probabilmente è questo ciò che cercano. La pergamena di Mái Edagá.
Ma mio padre non ha lasciato, né nel taccuino né altrove la benché minima
indicazione di come arrivare a questo Abdul al Alhazred di cui parla, o a
qualcuno che ce lo possa indicare… (E poi, in cinquant’anni, le cose devono
essere cambiate abbastanza, no?). Il marchese Da Milano è morto senza
lasciare eredi; del dottor Massimo Toddi, nessuno sa dove sia sparito… E
molto probabilmente quell’arabo Abdul al Alhazred, che era già vecchio
quando mio padre lo conobbe, non ci sarà nemmeno più.
Laura lesse di nuovo:
“in questi giorni, nascerà dal tuo seme colui al quale sarà dato di trovare e
capire la Parola…“
- Con questo cosa vuoi dire… - mormorò Bertozzi.
- Che forse… cercano te - sillabò lentamente Laura - che forse la chiave è in
te.
Bertozzi non potè evitare che un fremito percorresse tutto il suo corpo. E
per la prima volta sentì il riflesso di un oscuro, lontano timore.

Losanna, agosto 1995.

Il banchiere Peter Hymet si sentì sempre più interessato al racconto


dell’antropologo spagnolo che avevano assunto.
- Sembra che quel pezzo sia esistito veramente… o esista… - continuò
quest’ultimo. Secondo la leggenda fu creato dagli eseni.
- Chi sono gli eseni? - domandò la segretaria di Peter Hymet.
- Erano - disse l’antropologo -. Erano una setta israelita, nata, sembra,
durante l’esilio del popolo ebreo, in Persia circa quattrocento anni prima di
Cristo…
La ragazza emise un’esclamazione:
- Così tanti!
- Circa centocinquant’anni prima di Cristo - continuò l’antropologo, senza
farle caso - gli eseni decisero di tornare in Israele. Sembra che ponessero
molte speranze in un movimento fondamentalista sorto in quell’epoca, i
Maccabei, che cominciarono a lottare per liberarsi dai greci ai quali erano
ancora sottomessi e che obbligavano il popolo a fare cose che aborriva. Per
esempio, praticare sport nudi… Ciò che per i greci (maschi o femmine) era
naturale poiché lo avevano fatto fin dalle origini della loro civiltà, per gli
ebrei costituiva un vero orrore.
- Giacché gli ebrei hanno sempre avuto una mentalità arretrata, da quel
che si è visto - considerò la segretaria. Senza la minima intenzione di
perdere il filo del racconto, il giovane con la barba scura proseguì:
- I Maccabei (che all'origine erano una famiglia, ma che con l’appoggio di
gran parte del popolo ebreo divennero un esercito), attaccarono i soldati di
Antioco Epifano IV e gli inflissero sconfitte su sconfitte. Fu una guerra
molto dura e lunga, in realtà, durante la quale si posero le basi di una
nuova organizzazione statale israelita. Quando ottennero l’espulsione
definitiva dei greci, la famiglia Maccabea rimase padrona del potere, nella
persona del suo lider di allora, Giovanni Hircano.
- Per favore, puoi parlarci della pergamena? supplicò Peter Hymet.
- E’ necessario raccontare i precedenti per comprenderne il senso - affermò
l’antropologo.
“ Insomma, Giovanni Hircano ha fatto tutto il contrario di ciò che gli eseni
si aspettavano. Loro volevano la restaurazione di Israele specie per ciò che
riguardava la sua cultura. Vale a dire, l’osservanza a ogni costo delle leggi e
di tutti i precetti sacri, obbligatori per una razza che fanaticamente
credevano eletta da Dio. Ma i Maccabei, che durante il processo
indipendentista avevano ricevuto l’appoggio politico dei romani, erano
diventati sempre più lascivi in modo direttamente proporzionale al sempre
maggior accumulo di ricchezze e potere. Inoltre, a causa del connubio con
Roma si erano occidentalizzati e stavano trasformando il culto a mera
formalità.
«Allora, guidati da qualcuno che nei loro scritti chiamano il Maestro di
Giustizia - probabilmente un Sommo Sacerdote indispettito, poiché gli
eseni credevano che dopo la vittoria avrebbero dovuto affidar loro
l’amministrazione del tempio…
« Che stavo dicendo? Ah!, guidati dal Maestro di Giustizia, gli eseni
decisero di abbandonare in massa il corrotto popolo israelita, per fondare
una Città Santa nel deserto.
- Ci riuscirono? - domandò la segretaria.
- Sì, disse l’antropologo - . Costruirono case solide e spaziose, sulla roccia,
e formarono una società religioso-comunista, composta di uomini casti che
producevano tutto quello di cui avevano bisogno, evitando così qualsiasi
forma di dipendenza dal peccaminoso mondo esteriore.
«Lì, in quelle rocce, si rifugiarono allora per pregare e attendere il Messia.
«Fu in quel periodo di grande delusione temporale e di intensa vita
spirituale che fu creata la pergamena.
- Finalmente - sospirò a bassa voce Peter Hymet.
- La redasse un anziano filosofo esenio, Qohelet, che pensò che se il Messia
doveva dominare la terra per i veri israeliti, sarebbe stata necessaria
un’arma poderosa in grado di dissolvere tutta la cattiveria e le crudeltà
accumulate dagli uomini… E lui, Qohelet, nelle sue ricerche occulte, l’aveva
scoperta nonostante non avesse avuto il coraggio di usarla.
«Era - secondo la leggenda - una semplice congiunzione di lettere (per la
precisione nove) scritte in un idioma soprannaturale ignoto al mondo di
allora. Isolate non servono a niente, ma unendole e pronunciandole in un
certo modo, avrebbero dato al detentore il potere di scomporre e
riorganizzare la materia, tutta la materia, dal fiore più piccolo a una
montagna gigantesca, compresa la materia cosmica, quella che si compone
di energie invisibili ma ancora più potenti di quelle della fissione
nucleare…
Per un lungo momento tutti rimasero in silenzio. Poi, ansiosamente, il
banchiere svizzero Peter Hymet domandò:
- Bertozzi possiede la metà di quella pergamena?
- No, ma profetizzarono al padre che avrebbe trovato la via per
conseguirla…
- Sequestriamolo, allora - suggerì la segretaria - sicuramente lo
convinceremo a indicarci il modo per arrivarci…
- Sarebbe meglio aspettare che fosse lui a trovarlo, replicò l’antropologo -.
E dopo, “invitarlo” a casa nostra.
- Sono dello stesso parere - disse il banchiere -. Ma dopo aver trovato la
pergamena, Bertozzi non ci servirà più a niente. Così invece di portarlo con
noi, credo che potremmo esentarlo definitivamente dal far parte di questo
contaminato pianeta…

Roma, 1995.
Angelo Merante era preoccupato per le conseguenze che potevano derivare
dall’ipotesi suggerita da Bertozzi. Mentre guidava nell’intenso traffico di
Viale Aventino si diceva che non era possibile l’esistenza di un'equazione di
quel tipo.
Secondo questa - secondo questa ipotesi - l’esistenza materiale dipendava
da un sistema di relazioni metafisiche. Da lì, a sostenere che ciò che si
percepisce con i sensi è un’illusione - come sostengono i buddisti - il passo
era breve.
Dove andava a finire allora la complicata e seria ricerca degli scienziati
occidentali che per secoli avevano accumulato, pezzo su pezzo, particella
su particella, un bagaglio formidabile di evidenze legate alle dimostrazioni
razionali - e, certamente, materiali - dell’esistenza? Che sarebbe successo
dei sofisticati strumenti di osservazione e misurazione creati dall’uomo,
come il microscopio o le reazioni chimiche, se tutto si poteva modificare
con una voglia di volontà, per mezzo di vaghe idee?
Poiché l’ipotesi della pergamena non significava altro. La pretesa che con
una combinazione di allusioni astratte, generate sulla base di certi segni, si
potesse modificare la composizione molecolare della materia. Né più né
meno di quanto sostenuto da certi maghi del Medio Evo, del Rinascimento
- come Paracelso - che certamente era stato sepolto dalla vera scienza.
Ma Bertozzi era il suo miglior amico, e un uomo onesto a tutti gli effetti. La
sua ansia di ricerca, inoltre, era sempre stata puntigliosa e accuratamente
organizzata. E se quell'ipotesi ereditata dal padre risultasse essere vera?
Angelo Merante non volle pensarci e, approfittando della sosta davanti a
un semaforo, accese una lunga sigaretta turca, tirandola fuori da un
astuccio di legno con disegni inisti che gli avevano regalato da poco.
1995, Francavilla al Mare e Roma.

Fu allora che accadde quell’incidente strano nella via principale di


Francavilla al Mare. Bertozzi tornava con la sua motocicletta
dall’Università quando fu bloccato da una macchina con quattro uomini.
L’urto delle ruote lo fece cadere sul marciapiede.
L’automobile frenò con stridore e gli uomini scesero di corsa verso di lui.
Bertozzi era convinto che si trattasse di un incidente e che gli uomini
scendessero per aiutarlo.
Per fortuna era illeso e stava per dirlo, ma quelli, senza aprir bocca lo
circondarono minacciosi e uno di loro, afferrandolo brutalmente per il
colletto della giacca, gli disse in un pessimo italiano:
- Tutto ciò che farai contro Israele ti costerà molto caro… - e con uno
spintone lo buttò a terra.
Così come erano venuti, scomparvero. Alcune persone si avvicinarono a
offrire il loro aiuto, e mentre ringraziava, Bertozzi si chiedeva
mentalmente:
- Ma cosa c’entra Israele? Non ho mai avuto niente contro di loro… o sarà
uno scherzo? (certo di pessimo gusto, visto che quasi mi costa un osso).
Il fatto colpì molto il suo amico François Proïa che non volle lasciarlo
tornare da solo a Roma. Lui stesso lo portò prendendo il volante del coupé
di Bertozzi.
Quando arrivarono trovarono una lettera proveniente dall’Etiopia. Laura
non aveva dato tanta importanza al fatto, prima che finissero di
raccontarle ciò che era accaduto a Francavilla al Mare.
Ma Bertozzi aveva già aperto la busta con il vapore e spiegava meravigliato
davanti ai suoi occhi un foglio di carta dorata scritto a grandi caratteri con
un pennello.
La lettera era scritta in greco antico, ma Bertozzi conosceva quella lingua,
così che, nonostante certi dubbi, fece subito la traduzione.
La lettera diceva più o meno questo:
Tu che fosti tra gli eletti di coloro che seguirono i dettami di Joab per la
custodia del nostro benedetto re Salomone.
Tu che albergasti nel tuo ventre la luce divina del nostro beneamato
Quenhaz.
Tu che avesti il privilegio della forza del nêfed, affinché compissi ciò che
era stato promesso.
Oggi quel giorno è giunto.
Devi rispondere alla chiamata del destino, iscritta da millenni nel tuo
essere immortale.
A Mai Edagà aspettano te, il vecchio guardiano del nostro tempio ti darà le
istruzioni perché tu dia gloria alla tua predestinazione.

In fondo alla lettera era disegnata una semplice cartina geografica che
indicava un luogo tra le viuzze del centro. E il nome che dovevano
chiedere.
Dopo un attimo di riflessione, Bertozzi disse:
- Credo che dovremo andare lì.
François e Laura protestarono. Il francese disse:
- Attento, Gabriele, potrebbe essere uno scherzo pericoloso del tipo di
quello che ti hanno già fatto a Francavilla al Mare…
- No - rispose Bertozzi -. Ho la forte sensazione che si tratti di una
straordinaria verità.

Who is Bertozzi?

- E chi è questo Bertozzi? - chiese il banchiere Peter Hymet.


- Un artista, un intellettuale… l’inventore dell’Inismo…
- Tutto ciò non mi dice niente - disse Hymet - : puoi dirmi qualcosa di
concreto sulla sua vita?
- Bene. Si dice che abbia nelle sue vene sangue etrusco e che sia
imparentato con famiglie nobili della Toscana come i marchesi Malaspina
e i Conti Rosselmini. Un bisnonno, del quale gli piace dire che gli
assomiglia più del padre e del nonno, ha combattuto come ufficiale nelle
più importanti battaglie per l’indipendenza italiana: Montebello, Palestro,
Magenta, San Martino, Solferino e la conquista di Roma - con la breccia di
Porta Pia -, per la quale fu scomunicato (anche se poco dopo il papa stesso
gliela tolse).
«Il nonno Aldo - che era avvocato - fu ufficiale e combattente nella prima
guerra mondiale. Ricevette una medaglia al valore in Africa e fu convocato,
da civile, a presiedere i processi giudiziari del dopo guerra.
«Del padre, sappiamo già che fu ufficiale a Mai Edagà (dove seppe della
profezia della quale abbiamo già parlato).
Nella battaglia dell’Amba Alagi, fu fatto prigioniero dagli inglesi e inviato
in un campo di concentramento ai piedi dell’Himalaya. Lì rimase per sei
anni in frequente contatto con monaci buddisti e indiani - particolare che
non dovremmo sottovalutare.
«Bertozzi, proprio il nostro Bertozzi - fin da giovane è un intellettuale di
grande rilievo che presta il suo servizio militare come ufficiale
paracadutista nell’esercito della sua patria. Fu uno degli aderenti al
Lettrismo, movimento artistico d’avanguardia sorto nel dopo guerra, ma
presto mostrò la sua indipendenza di giudizio, mettendone in discussione
alcuni fondamenti basilari, per poi in seguito allontanarsi e fondare
l’INIsmo.
- Che cos’è l’inismo? - interruppe Hymet.
- Bella domanda. E’ ciò che si chiede tanta gente: ma non è facile
rispondere. Vi sono molte risposte, per esempio…
«Nato nel 1980 a Parigi, da un gruppo di artisti - per lo più scrittori e
cineasti, si diffuse rapidamente nel mondo, non tanto sulla superficie ma
in profondità, per la forza delle creazioni artistiche, in vari paesi distanti
uno dall’altro come la Finlandia e l’Argentina.
«Possiedono una forza straordinaria dietro l’obiettivo di creare una nuova
lingua che permetta all’umanità di progredire nella comprensione dei piani
superiori della conoscenza e della percezione, a quel che dicono.
– Non capisco - disse il banchiere.
- Sì, non è facile da capire… disse a bassa voce l’antropologo che fino a quel
momento spiegava - specie se uno ha dedicato la sua vita a lavori molto
diversi, aggiunse con cortese cautela -. Ma è proprio perché utilizzano
conoscenze non molto accessibili alla massa, che costituiscono ciò che nel
linguaggio artistico si chiama avanguardia. E queste conoscenze difficili da
capire, frutto dei loro approfondimenti e ricerche creative, non sono
assolutamente necessarie per poter decifrare il contenuto segreto della
pergamena.

5 ottobre 1995. Mái Edagá.

Laura e Bertozzi arrivarono a Mái Edagá alle due di notte. Faceva freddo,
per fortuna l’autista trovò rapidamente il piccolo hotel dove avrebbero
alloggiato durante la loro permanenza. Prima di entrare, Bertozzi baciò la
terra che aveva sentito i suoi primi soni. Dormirono fino a mattina
inoltrata e solo verso le due del pomeriggio uscirono per conoscere il
paese. Camminarono per ore tra le viuzze polverose, tra centinaia di
bancarelle che offrivano ogni sorta di prodotti, fermandosi di tanto in
tanto per ammirare alcuni piccoli oggetti di artigianato locale tra
l’abbondante offerta di oggetti giapponesi, cinesi o nordamericani.
Alle nove di sera, si resero conto che si erano dimenticati di mangiare. E lo
fecero in una piccola trattoria, illuminata da lampade a petrolio appese alle
pareti, e fu anche una porta aperta alle sorprese ogni volta che giocavano a
scoprire gli ingredienti dell’appetitosa cena - scelta a caso giacché non
conoscevano la lingua - che avevano ordinato.
Così passarono due giorni alla scoperta di quella cultura deliziosa e dei
posti nascosti del luogo. Solo al terzo giorno si decisero a compiere quella
missione che sembrava fosse voluta da tanti secoli.
Per tutto il tempo Bertozzi si era sentito in un modo come prima non gli
era mai successo. Una specie di trasposizione del corpo in un piano extra
terreno, in cui gli sembrava di volare invece di toccare terra con i piedi. E
la sua emotività vibrava a fior di pelle, mettendolo spesso e senza una
ragione apparente sull’orlo delle lacrime.
Questa sensazione andava intensificandosi man mano che si avvicinavano
al posto indicato sulla cartina fino a diventare un’acuta oppressione nel
petto tanto che a un certo momento indusse Laura a chiedergli se si
sentisse bene; e lui fu sul punto di chiederle di ritornare rinunciando a
quella strana avventura che all’improvviso gli causava un profondo senso
di instabilità interna.
Ciononostante non disse niente e solo dopo un po’ disse:
- Sí, confesso che sono un po’ emozionato. Però è comprensibile, no?
Finalmente arrivarono al posto indicato. Era una botteguccia dove era
esposto ogni tipo di indumento, dai bellissimi abiti arabi da donna, fino a
quelli molto rifiniti da uomo, in stile occidentale. Una ragazza
particolarmente bella andò loro incontro, senza capire quasi niente di quel
che dicevano, ma i suoi occhi si illuminarono quando le dissero che
cercavano il dottor Al Alhazred. Un uomo scuro con gran baffi neri che era
rimasto in silenzio dietro alla cassa, si avvicinò e in un italiano accettabile
domandò i loro nomi. Dopo che glieli ebbero detti, parlò un po’ con la
ragazza nella loro lingua e subito questa andò nel retro oltre una pesante
tenda.
Bertozzi e Laura si intrattennero osservando le ricche stoffe esposte,
appese con grazia a piccole stampelle di legno a loro volta appese al
soffitto. Dopo venti minuti - ventiquattro per l’esattezza, osservò Bertozzi -
la ragazza tornò dicendo che il dottor Alhazred li attendeva nel suo studio
privato. L’uomo che parlava italiano disse loro che li avrebbe condotti lei.
Da un corridoio molto illuminato da luci al neon, dove si vedevano ritratti
di uomini e donne appesi alle pareti, attraverso una vecchia porta
passarono a un altro che, benché fosse della stessa grandezza sembrava più
angusto. L’impressione era data dalle piccole lampade a olio, che distanti
più o meno tra loro circa tre metri, constituivano l’unica illuminazione del
passagio. Sotto quel bagliore morente, le rugosità dell’intonaco si
evidenziavano drammaticamente; gli europei notarono che non vi era
alcun addobbo se non piccoli segni che sembravano dipinti col pennello,
proprio a metà tra una lampada e l’altra, vale a dire, proprio dove la luce
era insufficiente per vederli con una certa chiarezza.
Arrivarono a una porta angusta che terminava ad arco, e dopo aver
oltrepassato alcune tende si trovarono in uno studio immenso, zeppo di
libri e oggetti antichi, da dove oltre le finestre aperte, attraverso le tende
trasparenti mosse ritmicamente dalla brezza, si potevano scorgere le belle
palme che sembravano essere l’unica compagnia di un antico palazzo di
uno stile precedente a quello mussulmano, oltre il quale vi era solo il
deserto.
L’uomo che li attendeva sorridente dietro l’ampia scrivania sembrava
molto giovane, e i suoi lineamenti avrebbero potuto essere benissimo
quelli di un francese, di uno spagnolo o di un italiano. L’impressione era
accentuata dai vestiti: portava un leggero sweter bordeaux, su una camicia
di un celeste molto pallido, e quando in seguito durante la conversazione si
alzò da dietro la scrivania per muoversi un po’, poterono verificare che
portava anche jeans curati e mocassini di pelle naturale. Dopo averli
salutati in un perfetto italiano, si presentò come «Abdul Al Alhazred,
dottore in economia e commercio… ».
- La sua professione è… - chiese Bertozzi, sorpreso giacché si aspettava di
incontrare un egittologo o uno studioso di scienze occulte o qualcosa di
simile.
- Economista, disse l’uomo. Lavoro per il governo, nel campo della
pianificazione. Abitualmente non risiedo a Mái Edagá, ma ad Addis Ababa.
Sono venuto ora, soltanto per aspettarvi…
- Allora sapeva del nostro arrivo… - disse Bertozzi.
- Lo sapevamo - rispose l’uomo.
- Allora sa anche la storia della pergamena di suo nonno… - disse Bertozzi,
a mezza voce.
- So tutto della pergamena… della mia pergamena, non quella di mio
nonno… - rispose sorridendo l’etiope -: Io sono Abdul Al Alhazred… non
suo nipote.
- Ma mio padre lo vide nel 1945… e aveva circa settant’anni, secondo la sua
descrizione… e lei non deve averne più di trenta…
L’uomo rimase in silenzio, alcuni secondi, come chi pensa a quel che deve
dire.
- Non è semplice spiegare ciò che siamo - perché è esprimibile solo con
referenze non accettate dalla nostra ragione - disse alla fine. Voi e io, siamo
in realtà molto vecchi… solo che nel mio caso personale mi è stata data la
non molto facile responsabilità della coscienza permanente nel piano
fisico… Ma voi siete proprio quelli che, per mia fortuna, dovrete liberarmi
da questo compito con in più la gioia di aver compiuto la mia missione.
Tornando al mio aspetto: posso presentarmi nel modo in cui desidero,
vecchio o giovane, drago o animale, con l’unica limitazione del sesso,
perché mi fu concessa solo una energia maschile. Questi piccoli trucchi li
ho imparati nei duemila anni di esistenza che mi porto dietro…
- Lei ha vissuto duemila anni? domandò Laura.
- Ho vissuto per tutto questo tempo sulla terra, a causa di questa delicata
missione… ma per favore, sedetevi… gradite un caffè?
Dopo essersi seduti, e dopo che una svelta fanciulla in shador ebbe servito
loro un caffè denso e squisito in preziose tazzine, ascoltarono la storia vera
e completa della pergamena… che erroneamente chiamavano « di Mái
Edagá», ma che da allora dovevano chiamare «di Qumrán».
Ecco il racconto di Alhazred: «Durante gli ultimi anni del regno di
Giovanni Hircano, il santo pellegrino Menahem vide che Erode sarebbe
stato un grande re, e il suo governo avrebbe rafforzato Israele.
«Il suo cuore gemello, il nostro fratello e sacerdote Qohelet, disse che per
gli eseni era arrivato il momento di agire. In accordo con ciò che sembrava
una seria interpretazione delle Scritture, i tempi attesi del Messia grande e
portentoso, erano arrivati… secondo la valutazione del nostro sacerdote, il
figlio di Antipatro era chiaramente quello chiamato a restituire la gloria al
popolo di Israele.
«Era ovvio che per questo, prima o poi si sarebbe visto obbligato a
espellere i romani, i greci e gli altri popoli empi e degenerati, come quelli
che dalla Siria e dal Nord Est dispiegavano i loro influssi perversi sulla
razza superiore dei veri semiti di Israele.
«Non importò che Erode, appena incoronato, si fosse sottomesso a
Marc'Antonio, il quale lo aveva fatto proclamare rex amicus et socius
populi romani dal senato. E nemmeno il suo matrimonio con Marianna, la
figlia del Sommo Sacerdote fariseo, traditore della causa di Israele, né
l’orrenda strage di quarantacinque membri del Sinedrio che il giovane re
aveva ordinato per consolidarsi. Al contrario, a Qohelet - che era
ossessionato dalla sua illusione - quelle aberrazioni sembrarono prove
dell’astuzia e fermezza che si convengono a un buon capo.
« Così è che, per la prima volta, si decise a concepire un oggetto
straordinario la cui formula segreta - appresa non senza innumerevoli
raccomandazioni da un antenato recabita che a sua volta l'aveva avuta da
un Ebdemelec Etiope - era rimasta nella sua mente fino ad allora in
astratto. Come si vede, il circolo iniziale si chiude.
«Qohelet si decise a ricostruire la Parola segreta scoperta sembra durante
il regno di Nabucodonosor, da Ebdemelec e i recabiti.
«Questa Parola era la concentrazione cardinale di energia, la quintessenza
della materia, uno dei quattro atomi elementari dell’Universo e conteneva,
in sé, la particella infinitesimale dell’umidità e del fuoco, della sonorità e
del silenzio, del sensibile e dell’invisibile, capace di suscitare, con la sua
alchimia, tutte le forme della materia, di trasformarle o disintegrarle.
«Qohelet decise di rendere attiva questa conoscenza, per metterla al
servizio del suo re, giacché era convinto che egli avrebbe reso possibile ciò
che aveva annunciato Abdias: I senza terra, questo esercito dei Figli di
Israele, erediteranno ciò che appartenne ai cananei… e le città del
Negueb… usciranno vittoriose, fino al monte Sion per governare da lì…
« Per quaranta giorni e quaranta notti Qohelet digiunò, fece penitenza, si
coprì con un saio e cosparse di cenere i capelli già grigi, poiché non si
riteneva degno dell’immensa responsabilità che gli era stata data. Solo
dopo lunghissime invoazioni durante le quali si vide circondato da ogni
sorta di esseri indescrivibili, e in uno stato in cui quasi non toccava terra
con i piedi, prese tra le mani la pelle purificata. Questa era stata riposta in
una scatola d’oro per tantissimi anni, ma si era conservata assolutamente
incorrotta. Lo spirito guidò il suo tratto con mano ferma e pennello sicuro,
per disegnare le nove lettere che conosceva nei minimi particolari, ma che
fino a quel momento non aveva mai osato suscitare. Dopo, con labbra
tremanti si mise a cantarle articolando nella forma indicata e con la
melodia necessaria la loro pronuncia.
«Ma non successe niente. Il tentativo era fallito.
«Disperato, per lunghi giorni Qohelet frugò e rifrugò nei rotoli cercando le
spiegazioni che già sapeva non avrebbe trovato: era una formula segreta;
nessun saggio, se l’avesse intuita, l’avrebbe consegnata per iscritto. Fino a
che, alla fine, osò fare qualcosa di abominevole.
«Tracciando per terra con un gesso nero una stella invertita, invocò
Asmodeo, il demonio maledetto, istruttore di tutte le scienze proibite agli
umani.
«Con una risata interminabile, il demonio gli diede dello scemo… Ma non
sapeva che tutte le cose nell’universo possedevano un polo positivo e uno
negativo? Ebdemelec e i recabiti avevano ingannato i suoi predecessori,
lasciando loro solo una parte del sapere perché la sua presenza fosse
simbolica, con l'unico scopo che non se ne perdesse memoria tra gli
uomini. Era impossibile far funzionare la pergamena senza la
partecipazione di una donna.
«Questo insegnamento costò a Qohelet l’obbligo di servire Asmodeo per
cinquemila anni. Ma si consolò dicendosi - artifici dell’intelletto - che
sicuramente sarebbe stato liberato da lui dal suo Messia, quando si
sarebbe impadronito del vero Potere.
«Qohelet doveva allora cercare la donna; e senza perder tempo, si mise
all’opera. Alcuni misteriosi suggerimenti di Asmodeo lo portarono a Partia
dove, dopo scrupolose ricerche credette di averla trovata.
«Ma prima di bussare alla sua porta, mio padre - sì, mio padre, che era
stato il suo migliore amico e lo accompagnava -, lo uccise.
«Mio padre, che era anche lui un santo, si era reso conto della tremenda
contraddizione in cui stava incorrendo Qohelet. Com'era possibile affidare
a un terribile dittatore e assassino come Erode le facoltà di un Dio, e
pensare che le avrebbe usate per il bene? Come si poteva invocare uno dei
peggiori demoni e credere che anche così si stesse servendo il Signore?
«Una volta sola mio padre affondò il pugnale nella nuca di Qohelet, per
inviarlo dal suo attuale padrone Asmodeo, e recuperò così la pergamena,
con la volontà di purificarsi e distruggerla.
«Ma al ritorno, giunto nella sua caverna di Qumrán, una terribile malattia
immobilizzò le sue membra tanto da poter muovere appena le mani per i
movimenti più essenziali.
«Fu allora che mi chiamò, giacché vivevo a quel tempo con mia madre a
Gerusalemme. Avevo 14 anni e avevo cominciato gli esercizi purificatori
con il proposito di iniziarmi al Servizio del Tempio.
«Però mio padre mi disse che gli era apparso un angelo e gli aveva
consegnato una boccetta con una pozione che dovevo prendere per
protrarre la permanenza del mio corpo qui in terra.
«Avrei dovuto conservare il mio corpo e la coscienza per alcune centinaia
di anni, forse, per compiere la missione che stava per affidarmi.
«Era stata commessa una profanazione inaudita, e si poteva risanare
unicamente restituendo il potente pezzo che era stato concepito
inopportunamente all’unico che avrebbe potuto dissolverla o dargli senso:
il Venerabile, Altruista Ingegnere di tutta la Creazione.
«La pergamena era indistruttibile con i mezzi umani. Anzi, qualsiasi
tentativo in quel senso avrebbe prodotto catastrofi imprevedibili
nell’ambito cosmico e terrestre, se lo si effettuava.
«Per questo, l’unica cosa da farsi era preservarlo fino al momento
opportuno, quando sarebbe giunto chi avrebbe saputo come agire.
«Intanto, la missione che mi affidava era:
«1) Dividerlo in due, esattamente dopo la quinta lettera.
«2) Trovare la donna che, analogamente alla mia esistenza, doveva
diventare immortale e nel contempo conservare la parte negativa della
pergamena finché fosse arrivata l’occasione di consegnarla a chi sarebbe
giunto per porre fine alla missione.
«Insieme, la donna e io, avremmo potuto - eventualmente - provare con
successo di porre in funzione il Potere concesso alla pelle di capra. Ma il
castigo che avremmo attirato sulle nostre anime con simile condotta,
sarebbe stato così orrendo, che persino l’angelo ammutoliva rabbrividendo
al solo immaginarlo».
Bertozzi si mosse per la prima volta sulla sedia e accavallò le gambe. Ma
presto abbandonò quella posizione, perché ricordò che gli arabi
considerano tale attitudine un'offesa. Questo fece sorridere Abdul
Alhazred, che gli disse:
- No, stia comodo se lo desidera, questa cosa da nulla non potrebbe dar
fastidio a me!…
- Mi scusi, mi scusi! - esclamò Bertozzi - Ho interrotto i suo racconto!
- Bene - disse dolcemente Alhazred -. Stiamo arrivando al culmine.
«Mi ci son voluti ventidue anni e sei mesi per incontrare la donna - che
non era quella che aveva trovato Qohelet. Viveva a Ctesifone, si chiamava
Hillen Fraates, aveva 23 anni (vale a dire che era appena iniziata la sua vita
quando mi fu affidato questo compito) ed era discendente di un re.
«Capì meravigliosamente il suo ruolo - era stata istruita per quello - e con
prontezza accettò.
«Le affidai la sua parte, la scatola d’oro con le cinque lettere. E da allora
non la vidi mai più».
- Non l’ha mai più incontrata dopo? - chiese Laura.
- Forse - rispose Abdul al Alhazred - . Voglio dire che non la riconobbi.
Sapete già che noi, tanto lei che io, abbiamo la facoltà di assumere diversi
aspetti, per fare con maggior efficienza il nostro lavoro e rendere meno
opprimente l’attesa del momento della nostra liberazione.
Seconda parte

Lucerna, 8 ottobre 1995.

- Dopo la sua fondazione a Parigi, nel 1980, l’Inismo si diffuse


rapidamente in altri paesi… - lesse la segretaria sul monitor del computer.
Si tolse le scarpe e, alzando una gamba per appoggiarla sulla sedia, strofinò
distrattamente le dita di un piede con l’intento di riscaldarle.
- Fin quasi dalle origini, Bertozzi e Laura Aga-Rossi erano in
corrispondenza con argentini, e un professore universitario diede impulso
all’Inismo negli Stati Uniti dal 1982…
Camminando scalza sul tappeto la bella ragazza accese la radio. Si
sintonizzò su un concerto degli Skorpion e tornò al lavoro.
- Un gruppo di spagnoli si aggregò verso il 1985; subito, con la loro grande
attività, diventano i più importanti motori di questo movimento in lingua
spagnola… Negli anni seguenti, si formano gruppi inisti in Portogallo,
Cuba, Brasile e Finlandia…
Ogni tanto organizzano un incontro internazionale - il più recente è stato
L’idea di visionario all’Università di Pescara - e pubblicano una rivista
molto importante che si chiama Bérénice…
- Non c’è altro - pensò ad alta voce Marietta, facendo una smorfia. Questo
non soddisferà Peter Hymet. Lui cerca dati sul modo in cui alchimizzano i
loro fonemi e i loro codici segreti, e non la storia del movimento… Forse
dovrei diventare amica di uno di loro per ottenerli… già! perché no? Può
essere divertente!
Riad, 17 ottobre 1995.

- Nell’anno 656, un gruppo di nobili appartenenti all’esercito mussulmano


egiziano, arrivò a Medina con il proposito di assassinare il re - disse
Bertozzi. Alla radio si sentiva una registrazione abbastanza accettabile, in
arabo, di El día que me quieras, di Carlos Gardel. - Regnava Utman,
cognato di Mahoma e membro dell’influente famiglia coraicita@@ della
Mecca. A quei tempi, l’impero islamico era cresciuto già abbastanza: i suoi
generali governavano gran parte dell’Asia Minore e Bisanzio, fino a
Bactria, Kabul e Ghazni.
«Però il pericolo che incombeva sul governo veniva proprio dai suoi nobili
che avevano acquisito troppe raffinatezze e potere. Si stava formando una
seconda generazione urbana che sorgeva tra i divertimenti e il lusso di
Alessandria, Damasco e Ctesifone, e le città-caserma di Bassa e Kufa.
Erano giovani cresciuti nel lusso e nel potere assoluto e nessun limite li
frenava.
«La politica, il potere e il prestigio erano diventati fini a se stessi, e Utman
- uomo dai modi delicati e benevolo, che era stato amico intimo del Profeta
- sembrava poco indicato per sottomettere tante passioni, come quelle che
ribollivano tra i nobili».
In quel momento squillò il telefono. Laura rispose.
- Patricia - disse.
- Ho parlato con il nostro amico argentino - raccontò Patricia quando
Bertozzi prese il ricevitore - Da parte sua sta lavorando molto
intensamente -. Patricia era proprio entusiasta: - Mi sembra che la nostra
tesi sarà un successo fenomenale.
Gli inisti preparavano una tesi collettiva su Il linguaggio contemporaneo
per presentarla al XXVIII Congresso Internazionale di Linguistica che si
sarebbe realizzato a Carisbad, California, nel luglio del 1997.
- Bene - disse Bertozzi, dopo aver commentato ancora un po’ le novità che
aveva riferito Patricia -, ti interessa continuare con Utman?
- Evidentemente per te è molto importante - rispose Laura -
- Lo è. Vedrai subito il perché.
«I giovani generali ribelli, dopo essersi presentati al re e averlo offeso con
accuse di malgoverno, decisero di abbatterlo. Per questo assediarono le
caserme con forze potentissime. Un infiltrato permise loro di scoprire che
Utman - che sembrava già disposto ad abdicare - in realtà stava solo
guadagnando tempo per permettere l’arrivo a Medina di Muawiya,
governatore della Siria, che andava a difenderlo. I regicidi, allora, presero
d’assalto il palazzo. Trovarono il califfo rassegnato alla sua sorte che
leggeva il Corano. Abdallah, figlio di Abu Bakr - che fu il primo califfo - fu
colui che inflisse il primo colpo…
Dopo di ciò Bertozzi rimase in silenzio.
- Ebbene? - domandò Laura.
- Ebbene - sillabò dolcemente Bertozzi. Ascolta ciò che racconta Shapur
Mukdiseh, storiografo dell’XI secolo sull’evento:
«Quando il re vide entrare i nobili armati, con il male dipinto negli occhi,
volle fuggire, spaventato. Ma al suo fianco c’era Hillén, la bella
sacerdotessa straniera, che mettendosi davanti agli assassini, li fermò con
la sua autorità, e ordinò che si permettesse loro di pregare da soli prima di
compiere il fatale proposito. Si dice che quando Abdallah e i suoi amici alla
fine entrarono, la sacerdotessa, trasformatasi in uccello, volò attraverso la
finestra; il re, sembrava dormisse, e nell’affondare i pugnali nel suo corpo,
gli assassini sentirono che nessun’anima ormai abitava quella parvenza. Il
regicidio fu allora, a quanto sembra, un mero atto simbolico, giacché
l’anima di Utman si innalzava già verso il cielo. Si dice anche che quella
stessa notte la videro volare, presa dalla mano di Hillén, sulle cupole della
Mecca, come se fossero due graziosi e trasparenti fantasmi».
- Hillen Fraates - disse Laura.
- Sì -, rispose Bertozzi, dubbioso -. Sono leggende, è vero. Ma guarda che
coincidenza suggestiva.
Parigi, novembre 1995.

Flavio Donnini uscì deciso dall’edificio, immerso nei suoi pensieri, ma


dovette tornare indietro. Pioveva; le luci del boulevard baluginavano con
un bagliore azzurrognolo, formando nell’aria intrecci iridescenti sui
molteplici scintillii delle macchine e degli ombrelli nel crepuscolo.
Flavio aveva la mente piena di figure, colori, suoni, frammenti di parole.
Usciva da una seduta di cinema e da una conversazione con Lemaître e,
come sempre, era stata un'esperienza molto intensa. Vide un taxi, gli fece
cenno e corse fino al marciapiede dove si fermò. Mentre stava per salire,
urtò con un altro fianco e si spostò un po’, sorpreso. Una graziosa
biondina, sui ventitre anni, aveva cercato di salire anche lei … da dove era
saltata fuori?
- Scusa - disse Flavio.
- L’ho chiamato io per prima - disse seria la ragazza.
- Va bene - rispose lui -. Nessun problema, ne aspetterò un altro…
- Ma potremmo prenderlo insieme - disse lei conciliante mentre saliva
mostrando le belle gambe;
- Dove vai? In realtà Flavio non aveva ancora deciso dove andare…
meccanicamente diede l’indirizzo di Giovanni Agresti.
- Anch’io vado da quella parte! - esclamò la biondina - Ma, presto, sali, ti
stai bagnando!…

Pescara, novembre 1995.

- Crede nella reincarnazione, professore? - chiese una studentessa del


corso di Letteratura Francese.
Avevano parlato della testimonianza di Marcel Schwab che durante una
conversazione era rimasto sorpreso dal modo in cui lo scrittore descriveva
un episodio egiziano, accaduto circa 1200 anni prima di Cristo, come se lo
avesse vissuto lui stesso. Schwab aveva parlato della battaglia del 1229
vinta da Mernepta contro gli israeliti, descrivendo la stele situata nel luogo
con una tal profusione di particolari che il suo amico - che era un
egittologo e sapeva che tutti quei dettagli non figuravano in alcun libro -
era rimasto ammutolito per lo stupore.
François Proïa pensò molto prima di rispondere.
- Non lo so… - disse alla fine -. Vale a dire, non potrei affermarlo con
sicurezza… Bertozzi dice che lui e Maurice Lemaître erano amici anche
nell’antico Egitto durante la XX Dinastia…
« Non solo impiastricciavamo papiri e tavolette, ma decoravamo anche
sarcofaghi, templi e piramidi… Lasciammo i nostri segni ovunque, ma, così
come oggi, solo alcuni eletti sapevano leggere la nostra scrittura-disegno…
per questo, puoi immaginarti cosa accadde quando fummo destinati (io
almeno) alla musica, alla simultaneità e ad altri lavori canonici!»
- Questo lo dice Bertozzi, in una intervista. E sembra dirlo seriamente, e
più in là aggiunge: «Nonostante la religione ci separasse (con Lemaître);
lui credeva in uno strano dio dell’Est, che si chiamava, credo, Isid Ison
(nonostante la sonorità del nome, non aveva nulla a che vedere con Iside),
e io ero un devoto di Ini-a ef, che innalzava allo stesso modo l’etica e
l’estetica. Eravamo ancora insieme quando, vicino a Tarquinia, un dio
fanciullo che apparve nel solco di un campo, ci concesse il dono di una
nuova scrittura che in seguito arricchimmo e impiegammo in modo
sistematico. Però anche queste opere continuarono a essere misteriose fino
a oggi…
- Allora Bertozzi sarebbe vissuto fino a circa quattromila anni fa? domandò
la ragazza con gli occhiali che aveva iniziato il dialogo.
- Precisamente - rispose François Proïa -. Di certo v’è una teoria che, sulla
frequenza delle nostre reincarnazioni, sostiene che accadono ogni mille
anni… una volta come donna, un’altra come uomo… in accordo con questo,
chiaramente Bertozzi potrebbe ben essere stato ancora uomo, circa
quattromila anni fa…
- Permette? - disse un giovane biondo dall’accento straniero seduto nelle
ultime file.
- Sì - rispose François Proïa.
- Desidero raccontare un aneddoto che riguarda Shakespeare…
- Dica pure - consentì il professore.
Si dice che Shakespeare sia stato influenzato da un alto iniziato delle
Scienze Occulte, e che fu proprio lui a infondere le sue conoscenze a Roger
Bacon e Jacob Boheme…
- Chi lo dice? - chiese François Proïa.
- Beh… Gaetano Bianchi, un compilatore del XVIII secolo… rispose il
ragazzo.
- Ebbene?
- Ma ciò che ci interessa, credo, è che alcuni anni dopo visse in Germania
un poeta che scrisse alcune poesie molto strane… Chi le lesse, afferma che
quelle poesie, lette con le chiavi giuste, in molti passaggi riproducevano
fatti della vita più intima di Shakespeare. Una, ad esempio, diceva - dopo
essere stata decifrata -... ora mi chiamano Jacobo Baldus, ma il mio nome
precedente, dall’altra parte del lago, fu Guglielmo, / e mi esprimevo sia
nella tragedia, sia nella commedia, sia nel dramma, / come ora il mio
linguaggio… è la poesia, ma tanto allora come ora sono la scintilla dello
stesso essere immortale.

Firenze (Palazzo Pitti), 23 dicembre 1995.

- Questa esposizione rappresenta un importante riconoscimento per gli


inisti - disse lo scrittore Attilio Silvestrini.
- Non necessariamente - rispose col suo tono calmo ma sempre un po'
acido e ironico Poli Gracenza ( giornalista di Flash Art). Nota che nella
storia quando le avanguardie cominciano ad arrivare nei musei ufficiali, in
genere sono già morte.
«Ma tu sai - continuò col suo tono strascicato - che non ho mai creduto che
tutto questo fosse avanguardia, né che ciò che è esposto possa qualificarsi
come “arte”.
- Mi sembra che estremizzi le tue posizioni ideologiche - affermò
Silvestrini. Stava parlando con il giovane giornalista nella Galleria di Arte
Moderna che era stata ceduta per una mostra inista. La sala brulicava di
gente.
- Amico mio, le ultime avanguardie morirono con i beatnik. Da allora ogni
desiderio di portare qualche innovazione nelle arti, con quadri appesi alle
pareti , è intento vano. Il resto è morto. O è agonizzante.
- Scusa, sei troppo fissato con la morte, caro Poli… l'hai già nominata tre
volte, nel breve tempo della nostra conversazione - fece notare lo scrittore.
- E' che fa parte, bellamente, del mondo in cui viviamo, caro Attilio… La
civiltà industriale prima, quella tecnologica poi, hanno ucciso a poco a
poco le relazioni sociali, la produzione di opere d'arte; sistematizzandole e
incorporandole in un processo assolutamente prevedibile e convertendo le
sue materie prime essenziali in rifiuti o elementi chimici, hanno tramutato
l'80% del modo civilizzato in un immenso cimitero.
- Insisto nel dire che guardi le cose con molto pessimismo, mio caro… -
ribattè Silvestrini. Al contrario, credo che questa esposizione inista sia una
testimonianza di vita… Guarda, guarda questo quadro di Angelo Merante…
Poli lo guardò con indifferenza.
- Ebbene? - disse.
- Ascolta… puoi riconoscere un'opera d'arte dalle sue vibrazioni
intrinseche… qui c'è armonia, ritmo, colore e drammaticità, ma
soprattutto, quella congiunzione di vibrazioni interne raggiunte dagli
elementi che forse sarebbero percepibili solo al microscopio, quell'unità e
moto interno che suggeriscono allo spettatore una pluralità di sentimenti,
portandolo a partecipare attivamente all'opera… Precisamente la funzione
dell'arte!
- Il tuo entusiasmo mi sembra eccessivo… da parte mia percepisco solo una
ingegnosa artigianale combinazione di lettere, colori e sì, certamente vi è
armonia, però non lo trovo del livello che tu gli attribuisci…
«Anche così - aggiunse, apparentemente conciliante -, supponendo che
individualmente Angelo Merante abbia la statura di un pittore… come si
inserisce in questo caos di manifestazioni diverse, che potremmo
chiamare, prima «movimento» e poi «avanguardia»? Guarda, guarda! Qui
disegni con influssi surrealisti, là, manoscritti, più in là figurine
manipolate al computer… e anche film, opere teatrali, manifesti
contraddittori tra loro… insomma… che caspita è l'Inismo?

L'Inismo è essenzialmente conservatore - disse Penny Wallfisch, contenta


di aver incontrato qualcuno di lingua inglese con il quale conversare. Lex
Lœb era un po' stanco - era arrivato dagli Stati Uniti la mattina stessa,
giusto in tempo per partecipare all'inaugurazione. La professoressa inglese
sciorinò la sua teoria:
- Se riflettiamo sull'Opera Magna di Bertozzi in letteratura, La Signora
Proteo, e sugli altri segni presenti in tutte le opere dell'Inismo, vedremo
che, essenzialmente, è un movimento conservatore.
«Che altro propone La Signora Proteo, se non restituire al mondo il
significato della sua esistenza? A partire dalla prova che l'umanità ne ha
perso il senso, La Signora Proteo indica, allora, che la missione dei
restauratori - un'avanguardia illuminata - è ridare il senso alla storia,
riprendendo il filo proprio lì dove è stato sfilacciato, e generando un
linguaggio nuovo, è vero, ma basato realmente su una simbologia molto
antica, come sono i geroglifici, e quella vocazione indagatrice per
recuperare un linguaggio universale.
- L'idea mi piace - rispose Lex Lœb - ma io mi sento “molto moderno”.
- E' che l'idea di «conservatore» non implica una negazione della
modernità né necessariamente quella di «controrivoluzione» - insistette la
bella professoressa che doveva avere circa quarantadue anni - secondo i
calcoli del nordamericano.
In quel momento Paul Lambert - altro inista nordamericano - si avvicinò
con la sua macchina fotografica.
- Poso fare qualche foto? - domandò
Gli risposero di sì, e così attivò il dispositiv automatico che cominciò a
scattare con gran velocità mentre l'alto artista di Portland sventagliava
l'obiettivo dell'apparecchio.
- Guarda - disse Penny Wallfisch - i Maccabei erano rivoluzionari perché si
opponevano alla dominazione dell'imperialismo greco che rappresentava
lo status quo@@ politico di quel momento… ma nel contempo erano
profondamente conservatori nella loro ideologia… Lottavano per
restaurare i costumi e la cultura degli israeliti, soggiogati da un
«modernismo» senza sostanza…
- Giacché hai nominato i Maccabei - mormorò Lex Lœb - Sapevi che
Bertozzi possiede una pergamena antica, di quell'epoca, con segni
stranissimi, perché sembrano inisti? (nello stesso momento però si pentì di
aver parlato: si chiese se non stesse rivelando un segreto dell'Inismo, che
per giunta poteva mettere in pericolo l'integrità fisica di Bertozzi).
- Ah sì? - rispose l'inglese -. Spero che lo abbia fatto esaminare da un
archeologo responsabile… Sai che ne hanno falsificate centinaia di queste
reliquie negli ultimi secoli…
Lex Lœb respirò sollevato. Sembrava che la raffinata storica d'arte non
avesse captato l'importanza della rivelazione che aveva appena udito.

Ma che cosa è l'Inismo? - domandò Marietta Korngold, mentre


contemplava l'«Uomo con gli occhi grigi» di Tiziano. Flavio Donnini
guardò pazientemente la sua amica svizzera e dopo un breve silenzio le
rispose.
- Non è molto facile da definire…
- Va bene, ma deve pur esserci una definizione… - insistette Marietta -:
ogni cosa ce l'ha…
- Dici bene - replicò Flavio - «le cose ce l'hanno», perché sono elementi
immobili. Ma l'Inismo è qualcosa di vivo, in costante movimento e
trasformazione… e non si può definire qualcosa la cui caratteristica
essenziale è questo permanente rinnovamento…
- Guarda Flavio, io posso dire con chiarezza qualcosa sull'Impressionismo,
Cubismo, Surrealismo… posso dare una definizione… e anche quelli furono
movimenti vivi, credo - aggiunse Marietta.
- “Furono” hai detto. Perché non lo sono più. Non sono più “movimenti
vivi”. Mentre l'Inismo consiste, come ti ho appena detto, essenzialmente in
questo: vita, materia e spirito in movimento. Ma oltre a movimento è
energia e sostanza trascendentale…
- Ho letto in uno dei vostri scritti che aspirano a creare forme
tridimensionali… ha qualcosa a che vedere con l'alchimia?
- Già è vero. Il processo alchemico ebbe sempre una base essenzialmente
artistica nelle sue operazioni. La creazione della pietra filosofale comincia
insieme con il processo artistico, e continua dopo attraverso strumenti
esterni…
- E' per questo, allora, che Bertozzi dà tanta importanza a quella
pergamena etiope che possiede?…
Flavio rimase senza fiato. Nel rendersi conto che aveva parlato troppo,
anche la bella ragazza si zittì. Per dieci lunghi secondi ci fu tra i due un
silenzio imbarazzante.
- Come sai della pergamena? - domandò alla fine Flavio, cercando di
nascondere il suo nervosismo.
- Beh, tutti sanno che Bertozzi colleziona pergamene antiche… o no? Credo
di averlo letto in un'intervista che tu stesso mi hai dato, o no? - balbettò la
giovane svizzera.
Ma Flavio si mise in guardia. Stava succedendo qualcosa di strano con
quella ragazza. Che cosa cercava in realtà? Si vestiva con studiata
trascuratezza, ma era evidente che apparteneva a un settore frivolo della
società. Cercava di sembrare un'intellettuale, ma le sue numerose carenze
culturali la denunciavano appena si iniziava a parlare di qualche cosa di
impegnativo. E adesso questa domanda sulla pergamena… Chi era quella
giovane inquisitrice? E a chi riferiva?

Una moltitudine variegata si spandeva con movimenti lenti al secondo


piano di Palazzo Pitti. Ragazze in minigonna o con lunghe gonne
zingaresche, uomini brizzolati o giovani capelluti, intellettuali di ogni tipo
e artisti si alternavano guardando le opere iniste o semplicemente
dialogando nel vasto salone centrale.
Un uomo ancora giovane, vestito di nero con il cappello caratteristico dei
sefarditi si fece strada fra la gente dirigendosi verso Bertozzi. Ai due lati
della nuca scendevano un paio di trecce fatte con i suoi capelli neri; la
barba pure molto nera, gli copriva quasi tutto il viso scendendo fin sul
petto.
Quando riuscì ad avvicinare Bertozzi, che parlava in francese con un
gruppo di accademici, gli toccò dolcemente una spalla e si presentò:
- Sono il rabbino Ebdemelec Bar Thizbà… devo parlare urgentemente con
lei… possiamo appartarci… per favore?

- Cos'è l'Inismo? - domandò la graziosa fanciulla inchiodando su François


Proïa gli occhi azzurri. Accanto a François sua madre, anziana, vestita di
scuro, meditava, mentre intorno a lei scorrevano come una corrente
d'acqua decine di persone, osservando i quadri, le sculture, i libri oggetto.
Su una parete laterale, un immenso schermo in 3D proiettava un
intrigante film realizzato da un nordamericano.
- Cos'è l'Inismo? - insistette la ragazza facendo le fusa.
- François contemplò il colore incredibile di quegli occhi, i capelli lisci
color mogano antico che scendevano su un collo e una pelle alla
Modigliani, le mani grandi, posate con dolcezza inusuale sul catalogo verde
scuro, per rispondere:
- E me lo chiedi?… Inismo… Inismo… tu sei l'Inismo!*

Francisco Juan Molero Prior si muoveva tra la gente come un pesce


nell'acqua. Era scoppiettante, parlava un po' con i francesi per poi passare
al gruppo nordamericano; da lì agli italiani - come per recuperare energie -
ma dopo osava parlare anche con i finlandesi… ma sempre in spagnolo!
Francisco era uno dei creatori inisti più simpatici. Apprezzato da tutti, era
riuscito a dare impulso a un grande movimento in Spagna, ed era merito
suo e della sua immensa capacità organizzatrice la comparsa di centri inisti
in Brasile e a Cuba.
Una serie di quadri di varie tecniche ma di grande forza, quadri-poesie,
inigrafie, di origine spagnola, cubana, portoghese e brasiliana erano appesi
alle pareti e attiravano l'attenzione dei visitatori.
Molero Prior era contento. L'Inismo aveva ottenuto, con quell'esposizione,
un riconoscimento pubblico molto importante.

- Credo nell'arte - disse Antonio Gasbarrini -; credo, come ti dicevo, che


l'arte debba essere il veicolo per recuperare le dimensioni etico spirituali
(ancora compresse) nel corpo mutilato di un Bacon, per esempio…
- Sicuramente la rappresentazione più alta del parossismo schizofrenico
delle scienze e filosofie del XX secolo… - intervenne Nicola D'Antuono.
- La difficile relazione tra arte e scienza… - riflettè Gasbarrini -… che non
deve sboccare nell'incesto… L'arte non è un mero complemento, svincolato
dalla scienza, ma una tensione critica, nei confronti dei suoi problemi che
fanno la vita stessa dell'umanità…
Furio De Mattia e Argentina Capriotti ascoltavano in silenzio. Angelo
Merante disse:
- Certo, molto spesso l'arte anticipa la scienza… basti osservare le
straordinarie coincidenze che si trovano tra molti quadri di Joan Miró e
alcune fotografie prese con il microscopio nucleare, di particelle in fondo al
mare… Il sorprendente è che quando i quadri del catalano furono dipinti, il
microscopio nucleare non esisteva ancora…
- La rete spazio temporale, modellata dall'energia dei campi
elettromagnetici che riorganizzano, in particolare, ogni tema di immagini
iconiche o a-iconiche@@, distrutte dalle avanguardie storiche, Futurismo,
Dada e Surrealismo in particolare, e tratte ora a nuova vita dalla est-etica
subatomica inista, è un chiaro esempio di ciò che dici - affermò Gasbarrini.
«Il genoma Bertozzi - continuò approfittando del fatto che le sue parole
avevano suscitato aspettative in tutti gli astanti -, privilegiato erede di
Arthur Rimbaud e delle avanguardie storiche, mantenendo ancora integre
le istruzioni creative ricevute, si stacca da quelle, come ogni gene-genio che
si rispetti, in modo radicale. In altri pochi inisti come in lui, il segno riesce
a trasformarsi completamente in inia, in quella orchestrazione di pensieri
e sentimenti, in quella molteplice visione globale che ci offre la realtà
(organica e inorganica, visibile e invisibile) che ci permette di avvicinarci
alle radici del mistero esistenziale e da questo a una verità probabile.
«Primigenia arcaicità e futuribile modernità, cortocircuito simbolico
rituale avanguardista, sincretismo stilistico, contestuale sperimentabilità
di tutti i generi espressivi fino a oggi conosciuti e di quelli ancora da
inventare: queste sono le costanti poetiche (esoteriche, se vogliamo
puntualizzare fino in fondo) dell'opera di Bertozzi, un artista esplosivo
nella sua multiforme, eclettica, poliedrica, instancabile attività. Il saggio
visionario bertozziano tende a ricomporre inisticamente ( e perciò in un
ordine sensibile, superiore e innovatore) il déjà vu e il déjà pensé nel
grembo, nel cuore e nel cervello-mente dell'avanguardia».

- Ho fatto un sogno abominevole - esclamò il rabbino tutto d'un fiato


quando si fu appartato con Bertozzi. - Un sogno terrificante…
Il lider dell'Inismo si chiese cosa volesse dire, ma lo lasciò continuare.
- Io non la conoscevo prima di questo sogno - disse il rabbino. - Ma dopo
essermi alzato e averla vista sul giornale, ho avuto la prova che esisteva
realmente, e che stava facendo un'esposizione qui…
«Nel sogno una catastrofe immensa si abbatteva sulla terra… Lingue di
fuoco uscivano dalle montagne, e una marea di acqua bollente inondava
tutti i paesi della terra… i palazzi si aprivano e cadevano, e i monumenti
maggori dell'umanità affondavano nel terreno che era diventato una
enorme pozzanghera…
«Ma tra tutto quel terrore e isteria degli umani che correvano di qui e di là
gridando atrocemente, vidi un uomo che avanzava imperterrito con due
oggetti in mano…
«Quell'uomo era lei… Avanzava con alle spalle un cielo infuocato e gli occhi
brillavano come fossero di una qualche strana pietra, e i capelli erano
scomposti dal fumo sanguigno dell'incendio…
«Mi buttai a terra, terrorizzato, e la sola cosa che ricordo è che chiesi,
prima si svenire:
«Chi sei?
«- Bertozzi - mi rispose - e allora vidi, come in un lampo, che portava due
immense lettere di ferro, a me sconosciute, una per ogni mano.
Patricia Iezzi parlava animatamente con Lisiak-Land Díaz, Giovanni
Agresti e Marinisa Bove, quando videro entrare Bertozzi molto assorto.
Fecero una battuta quando passò ma sembrava che fosse in un altro
mondo.
In quel momento si sentirono gli applausi, e la voce del “maestro di
cerimonia” invitò gli astanti ad avvicinarsi al salone centrale. Stava per
iniziare la fase musicale della mostra.
Un violino, una viola, un basso, una chitarra e un oboe cominciarono a
diffondere le loro melodie.
Le voci, a poco a poco si quietarono. Il pubblico, placidamente si dispose
ad ascoltare.
Come una bella serpe eterica, la melodia Gnossienne n. 1 di Erik Satie
penetrò negli animi con lenta dolcezza.

* Qui l'autore fa riferimento alla poesia di Gustavo A. Bécquer «¿Qué es


poesía?» (Rimas).

Roma, 26 dicembre 1996.

Mozart disse che il piano che gli era capitato aveva tre tasti intrecciati e
non era sufficientemente accordato, ma la cosa certa è che perse la sfida
con Clementi - affermò Bertozzi
«Si incontrarono all'inizio di gennaio del 1781, per la prima e ultima volta,
nel palazzo dell'imperatore Giuseppe II d'Austria. Clementi avrebbe
raccontato in seguito a uno dei suoi allievi che prima che gli fosse
presentato, considerava Mozart come uno di quei figurini eccessivamente
agghindati che pullulano nelle corti reali. Ma lo diceva affettuosamente
perché Clementi non parlò mai male dei suoi avversari.
«Di contro Mozart non digerì mai che in quel confronto i più lo diedero per
sconfitto. Clementi è un ciarlatano, come tutti gli italiani. Scrive ‘presto’ in
una sonata o peggio ancora ‘prestissimo e alla breve’, e lui stesso la suona
‘allegro’ a compasso 4/4. L'unica cosa che fa bene sono i suoi passaggi in
terza; ma ha sudato giorni e notti a Londra, lavorandoci sopra. A parte
questo, non può fare niente, assolutamente niente, perché non ha la
minima forza espressiva, gusto e meno ancora sentimento: questo dice
Mozart di Clementi, tra altre ironie e offese, nonostante in varie occasioni
Clementi parlasse di lui sempre con gran rispetto.
«Ma questa è proprio una caratteristica tedesca; se osservi la storia della
musica, vedrai che gli inventori della Sinfonia (e dei fondamenti della
musica classica) furono italiani: Scarlatti, Corelli, Bononcini, Albinoni,
Stradella, Vivaldi. Ciononostante i tedeschi chiamano Haydn che si ispirò
costantemente a loro, ‘il padre della sinfonia’. Ma torniamo a Clementi.»
- Posso fare una domanda? - disse Furio De Mattia.
- Certo!
- Qual è il nesso tra questo pianista e la pergamena?
- Bene, ora lo vedrai… se mi lascerete arrivare al punto attraverso una
parte della sua storia.
- Oh certo! - rispose Furio - siamo qui per questo, o no?
Laura si servì una piccola dose di miele con pezzetti di noci, prendendola
con un cucchiaino lungo da un vasetto posto sopra un tavolo da disegno.
- Clementi era un uomo integro e disciplinato. Aveva talento a anche senso
dell'ordine e della pianificazione. Insomma era un uomo a tutto tondo… a
differenza di Mozart la cui educazione artistica era stata molto severa, ma
che nella vita era disordinato e passionale.
«Perché sottolineo questo?… per quanto segue: in un Diario intimo,
esumato in parte dai discendenti di Clementi e pubblicato a Londra nel
1897, ho trovato un paragrafo interessantissimo. Si parla di qualcosa che
nessuno menziona nelle sue biografie. Lo leggerò perché è essenziale» -
assicurò Bertozzi.
Prendendo alcune fotocopie da una cartella, lesse:
- Wiltshire, 7 agosto 1771 (Clementi allora aveva 19 anni), aggiunse
Bertozzi: Ieri abbiamo passato una serata straordinaria a Kentish, a casa di
Lord Craven, dove eravamo stati invitati, come ho detto prima, con tre
mesi di anticipo. Dopo le presentazioni abbiamo preso un aperitivo
durante il quale abbiamo parlato, per conoscerci un po'. Assisteva
all'incontro un gruppo di vicini influenti del posto. In seguito,
naturalmente, fui invitato a suonare.
«Ma la cosa più importante accadde dopo il concerto. Fu allora che Lord
Craven mi presentò quella donna, Lady Lunara, che non dimenticherò
mai.
«Era alta e bella, di età indefinibile poiché sembrava fisicamente molto
giovane e, nel contempo, matura per il modo in cui parlava. Se si spostava,
con angelica fragilità da un posto all'altro della sala, non potevo fare a
meno di seguirla, come un cagnolino, tanto mi sentivo attratto dalla sua
irradiazione. particolare Mi parlò, in un discorso molto saggio ma con
grande umiltà, della vita e della morte; del lavoro, della volontà, dell'arte,
della saggezza e dei Grandi Esseri che dirigono dai piani invisibili la nostra
evoluzione Mai avevo sentito parole tanto profonde da alcun mortale, ma
la cosa più importante era che io sapevo che le ‘lezioni’ di quell'angelo dalle
sembianze femminili, sarebbero state trascendentali per tutta la mia vita e
anche - è bene scriverlo - per quando la mia vita fisica fosse finita.».
Bertozzi smise di leggere.
- Poi Clementi cerca di sintetizzare in alcune pagine ciò che la donna gli
disse, idee che a sua volta l'editore taglia poiché le considera noiose per il
lettore comune. Ma in sintesi sono consigli, in relazione (come dice lui)
con la forma nella quale si deve vivere per accedere alla felicità possibile
per un umano su questa terra. E ha fatto sì che Clementi la conseguisse: da
figlio adottivo, passò a essere il miglior pianista d'Europa, l'unico che batté
Mozart, poi ricco fabbricante di pianoforti per arrivare alla vecchiaia colmo
di prestigio, affetto e possedimenti, dando concerti per i suoi amici fin
negli ultimi anni della sua lunga vita.
«Ebbene, rispondiamo ora alla domanda di Furio: ‘cosa c'entra tutto
questo con la pergamena’. La risposta potremo trovarla, credo, in
quest’altro testo (devo avvertire che è solo un'ipotesi). Leggo:
«Lunara Fluctibus, discendente in linea diretta da antiche famiglie di
Maidstone; di lei si diceva che avesse poteri paranormali, e correva voce
che possedesse un'antica pergamena egizia, chiusa in un cofanetto d'oro,
che la dotava della capacità di trasformare gli oggetti nei suoi contrari
qualora lo desiderasse».
Bertozzi rimase in silenzio, come se quello che aveva letto fosse già
sufficiente per giustificare tutta la sua storia.
- Ebbene? - disse Furio De Mattia.
- Ebbene? Non ti sembra suggestivo? Clementi giovane incontra questa
donna straordinaria e lei gli consegna, pare, la chiave del successo e della
prosperità. Noi stiamo cercando una donna così, no? Perché non potrebbe
essere la stessa?
- Potrebbe essere - mormorò Furio De Mattia. Ma si vedeva che non era
molto convinto.

Zurigo, 28 dicembre 1995.

- L'uomo ha già la pergamena - disse il gigante.


- Perfetto - sussurrò Peter Hymet -. Puoi andartene. Passa dalla cassa 69,
chiamerò Helga per dirle che ti dia un supplemento, te lo sei guadagnato.
- Grazie - disse il gigante, e se ne andò.
Peter Hymet rimase per un momento pensoso. Senza volerlo, si lasciò
trasportare dalle sue fantasticherie, finché il dolce suono dell'interfono le
interruppe. Era Helga.
- Il signor Hock dice che gli ha promesso una somma…
- Ah, sì! rispose Peter Hymet -; dagli seicento franchi, per favore e
addebitali sul conto C/28 0976… Grazie Helga!
Poi prese subito il telefono e digitò il numero di Marietta. Quando rispose
le disse:
- Organizza un incontro con l'antropologo per questa sera, dopo le otto.
- Bene - disse Marietta e riagganciò.

Roma, 3 gennaio 1996.

- Il suono è la ragione di tutta l'esistenza - disse Bertozzi - E' il suono che


causa le onde nell'acqua e imprime nell'aria cerchi concentrici che si
dilatano in successione proprio come succede nell'acqua di un lago quando
si butta una pietra.

«La vibrazione molecolare è un movimento che crea, sostiene e trasforma


la vita…
«Per la fisica, il suono ha origine da ogni movimento più o meno rapido di
va e vieni; il suono sarà grave o acuto a seconda della velocità del
movimento e della qualità della materia che gli serve da conduttore».
Vi era un gran silenzio quella sera. Una grandine finissima cadeva sulla
città. Laura, in quel momento ascoltava in silenzio, affascinata. Lieve,
«allegro e non presto», il Concerto in do maggiore per oboe e violini di
Albinoni, agiva da avvolgente cortina.
- Ma mio padre mi insegnò un sapere che portò dall'Oriente, acquisito
durante la sua prigionia nel Tibet:
«Secondo lui, un'energia essenziale produce il suono; gli orientali la
chiamano Akaza. Questa vibrazione essenziale si modifica per produrre i
quattro elementi fondamentali della natura: Terra, Aria, Acqua e Fuoco.
«Quella energia primigenia nel senso macrocosmico genera il Tejas, come
movimento positivo verso il concreto e negativo verso l'astratto. Da questo
emerge la potenza in movimento o Vayú; poi questa sostanza si concretizza
trasformandosi nella natura umida, per materializzarsi più tardi,
addensandosi nelle masse di materia oggettiva.
«Le differenze sono caratterizzate dalla gravità e dall'acutezza del suono.
Fra lo stato Akaziko o sottile, e il concreto delle forme, esiste come
differenza una scala graduale di suoni, dall'acuto al grave, dal grave al
medio, dal medio all'alto e dall'alto all'ultra, non registrabile dai sensi
umani, come non è udibile l'infrasuono che sostiene la sostanza molecolare
dei minerali e dei vegetali e che si eleva in progressiva gradazione per dare
origine agli organismi e agli esseri di un'evoluzione superiore.
«Ecco perché per far funzionare la nostra pergamena abbiamo bisogno di
un suono, o meglio di una confluenza di suoni (Alhazred disse: cantare il
testo…)»
- E quali saranno i suoni giusti?
- Non lo so. E' un altro aspetto del problema che dovremo analizzare.
Con un'ispirazione improvvisa, Laura mormorò:
- Ricordi quella poesia di Baudelaire… La vie antérieure…
- Oh sì… - esclamò Bertozzi - che Henri Duparc mise in musica…
bell'esempio: Laura, ti amo…
- E' qui… è qui… - disse Laura, cercando affannosamente tra i numerosi
dischi ordinati nel mobile - Eccolo qui!
Subito un pianoforte malinconico precedette la bella voce di Rosamunde
Illing che lentamente cominciò a dire:

J'ai longtemps habité sous


de vastes portiques
Que les soleils marins
teignaient de mille feux.
Et que leurs grands piliers,
droits et majestueux,
Rendaient pareils, le soir,
aux grottes basaltiques.

Les houles, en roulant les


images des cieux,
Mêlaient d'une façon
solennelle et mystique
Les tout-puissants accords
de leur riche musique
Aux couleurs du couchant
reflété par mes yeux.

C'est là que j'ai vécu dans


les voluptés calmes,
Au milieu de l'azur, des
vagues, des splendeurs
Et des esclaves nus, tous
imprégnés d'odeurs,
Qui me rafraîchissaient le
front avec des palmes.

Et dont l'unique soin était


d'approfondir
Le secret douloureux qui me
faisait languir.

Il suo nome è Azathoth, il dio cieco che esplode senza fine, e dalla sua
morte nascono i mondi manifesti, pianeti, stelle, soli e i suoi abitanti, lesse
Furio De Mattia e non poté fare a meno di rabbrividire.
… Yog-Sothoth, la materia informe, l'illusione che nessun uomo fuori dal
Naxyr potrà mai vincere. Sta sulla soglia ed è parte della soglia Il suo volto
è un cumulo di globi iridescenti che girano uno attorno all'altro. E uccide
ridendo; le sue spirali sono mortali per chiunque sia tanto imprudente da
lasciarsi ingannare. E' la corruzione della forma.
Stava quasi per smettere di leggere. Aveva trovato quello strano libro nella
biblioteca di Santo Stefano Circolare. Un monaco con la pelle
incartapecorita glielo aveva prestato senza alcuna raccomandazione, come
se disfarsene gli importasse molto poco, benché fosse evidente a prima
vista che era un esemplare unico.
V'era qualcosa di sinistro in quel volume dalle pagine appiccicose e
ingiallite, interamente scritto a mano con caratteri comuni, spesso difficili
da capire. Le espressioni idiomatiche di quell'italiano facevano pensare che
fosse del XI o XII secolo, quando la lingua scritta era ancora molto giovane
e non possedeva un'ortografia definitiva.
V'era un non so che di tenebroso in quell'oggetto. La copertina era fatta a
mano con una pelle eccessivamente liscia, di colore rossiccio che al
toccarla suscitava un'inspiegabile ripugnanza.
Vi fu un tempo in cui gli antichi abitarono a Nord, oltre il fiume di fuoco,
nel deserto freddo in cui si ergeva la Montagna sconosciuta - continuò a
leggere Furio De Mattia.
… Allora, Nyarlathotep pronunciò sette volte la Doppia Parola del potere
segreto… Quella Parola è nascosta nel bosco incantato, nel regno più
profondo del bosco incantato, nel regno più profondo del sogno, nel quale
tutto è e non è.
Da quel mondo non v'è possibilità di fuga. L'unica via d'uscita è affrontare
il misterioso guardiano che si nasconde oltre l'abisso, oltre la stella
luminosa…
Che suggestione strana possedeva quel testo che sottoponeva la ragione a
una serie di impulsi contraddittori, ora di attrazione ora di repulsione! La
mente di Furio De Mattia si riempì di immagini, antichi ricordi,
folgorazioni, incantesimi con il volto di Bertozzi che danzava nel mezzo
come una proiezione nell'aria…
E quando arriverai, incontrerai Chi-non-ha-forma che si nasconderà a te
sotto la maschera di un caos informe.
E ti rivelerà il cammino coln i quale potrai arrivare alla porta nera. E, tra le
due colonne, griderai il nome di tua madre e ripeterai tre volte il nome di
tuo padre. Ma, attenzione! Perché se lo farai senza doverlo fare, ti
rivolterai contro te stesso.
Arrivato a questo punto lanciò un grido, senza poter evitarlo. Chiuse il
libro di scatto e prese il telefono per chiamare Bertozzi. Ma il numero era
sempre occupato.
Roma, 14 febbraio 1996.

- Una donna adriatica? - domandò come se parlasse tra sé Giorgio Mattioli


- Vediamo - continuò con la sua potente voce da baritono -: potrebbe
essere greca o albanese… potrebbe essere anche veneziana o slava,
austriaca… croata, bosniaca o montenegrina…
- Opto per una greca - disse Laura.
- E' quello che pensarono gli investigatori di Mussolini - precisò Bertozzi -.
Secondo quanto racconta mio padre nel suo Quaderno, rastrellarono
villaggio su villaggio tutta la costa da capo Akritas a Tirana. Ma non
trovarono nulla.
- Sembra la cosa più logica. I greci costituirono l'accesso alle culture
antiche per il “nuovo mondo” europeo, che cominciò ad aprirsi solo sotto
Giulio Cesare ma che prima alimentava soltanto una miriade di culture
regionali…
- Non crederci - dise Mattioli -. Anche il Tirreno fu una via per le influenze
antiche, così come il sud della Penisola Iberica…
- Ma in minor misura - disse Bertozzi -. Insomma quello che interessa a
noi è trovare una donna adriatica…
- E' molto difficile! - esclamò Laura - Non abbiamo alcun altro dato!
- Vediamo - propose Mattioli - ordiniamo i dati (i pochi dati) di cui
disponiamo: questa donna, secondo quanto sappiamo, dovrebbe essere:
primo, una vecchia; secondo, probabilmente greca; terzo, molto
intelligente ed educata; quarto, dovrebbe chiamarsi Hillen Fraates, o
qualcosa di simile…
- Quello che dici sembra nel complesso molto logico… - riflettè Bertozzi -
Vi sono soltanto due punti sui quali non sarei molto d'accordo…
- Ah sì? - interloquì Mattioli.
- Sì - continuò Bertozzi - Non mi sembra necessario che si presenti come
una vecchia… lo dico per la nostra esperienza con Alhazred che si presentò
a noi come un uomo di non più di 34 anni… Queste persone sono molto
speciali… possono assumere, sembra, l'aspetto che abbisogna loro… E
l'altro è che, non so perché (è solo un'intuizione), credo che la donna che
cerchiamo non sia necessariamente greca.

Francavilla al Mare, 22 febbraio 1996.

- «Sabato 27 agosto 1427 - lesse Marinisa Bove - giunsero nei sobborghi di


Parigi dodici penitenti: un duca, un conte e dieci uomini, dicendo che
erano originari del Basso Egitto. Dichiararono che, in altri tempi, erano
stati sconfitti e convertiti al cristianesimo. Più tardi furono invasi dai
saraceni, ma la regione fu presto reconquistata dai polacchi, dai tedeschi e
dagli italiani. Decisero di amministrare loro stessi quel paese, e
decretarono che gli antichi proprietari di quelle terre le avrebbero
recuperate se avessero ottenuto il consenso del Papa. Allora andarono
numerosi, giovani, vecchi e bambini, tra grandi privazioni, fino a Roma.
Confessarono i loro peccati davanti al Sommo Pontefice che, dopo aver
consultato i consiglieri, impose loro come penitenza di vagare nel mondo
per sette anni senza dormire in un letto».
Marinisa vide che erano le nove di sera, e ricordò che l'avevano invitata a
una festa di compleanno. Ma si disse che avrebbe letto ancora un po' prima
di prepararsi: il testo che aveva scoperto le sembrava affascinante.
«Alcuni giorni dopo, nel giorno del martirio di San Giovanni Battista,
arrivò tutta l'orda: erano circa 200 persone, donne e bambini compresi.
Dissero che quando avevano lasciato il loro paese in Egitto, erano circa
mille, milleduecento anime; gli altri erano morti cammin facendo insieme
con il re e la regina…
«In un bosco vicino al paesino di Hamel, a circa centocinquanta metri da
un monumento druidico formato da sei pietre, vi è una fonte chiamata La
Cucina della Fattucchiera, dove gli immigrati dimorarono per qualche
tempo. La gente cominciò a chiamarli Faccia di lepre, Rom, Boemi o
Gitani…
«Il signore di Vaillant racconta che discendevano da Mambres, i cui
miracoli facevano concorrenza a quelli di Mosè… Il re d'Egitto - secondo
questa versione - li mandò ovunque per spiare i figli di Israele e rendere
insopportabile la loro sorte; erano gli assassini che Erode avrebbe
utilizzato per sterminare i primogeniti di Belen; in realtà erano pagani, per
gli altri, ma non capivano una sola parola di egiziano; la loro lingua, al
contrario, aveva molte parole ebraiche; si diceva che fossero i sopravvissuti
di una razza abbietta che dormiva nelle tombe della Giudea dopo averne
divorato i cadaveri, gli stessi che nel 1348 furono cacciati, torturati e messi
al rogo per aver buttato veleno nei pozzi e nelle cisterne italiane… Fossero
ebrei o egiziani, eseni o cusi, faraonici o caftori, assiri balistari o filistei di
Canaan, erano rinnegati e in Sassonia, Francia e ovunque erano buoni solo
per essere arsi vivi o impiccati… »
Marinisa provò un brivido davanti a quelle affermazioni di intolleranza
scritte con tanta scioltezza dall'autore. Ma continuò a leggere:
«La loro proscrizione ricadde anche sullo strano libro con cui erano soliti
officiare le loro cerimonie segrete. Le immagini a colori, incomprensibili
per una mente razionale, contenevano la sintesi grandiosa delle rivelazioni
antiche, la chiave dei geroglifici egizi, le prime scritture di Henoc@@ ed
Hermes, le clavicole di Salomone.
«Conteneva allegorie filosofiche e religiose tratte dai testi arcaici di
Henochia, l'Ot-tara dell'India di cui l'Orsa polare o Arc-tura dell'emisfero
nord rappresenta la forza maggiore (tarie) sulla quale poggia la solidità del
mondo e il firmamento siderale sulla Terra. Di conseguenza, come l'Orsa
polare che è considerata il carro del Sole, il carro di Davide e Arturo è il
fato greco, il destino cinese, il caso egiziano e la sorte dei boemi e, nel loro
giro incessante, le stelle spargono sulla terra auspici e fatalità, luce e
ombra, freddo e caldo, da cui fluiscono il bene e il male, l'amore e l'odio…
«Nella pagina di mezzo di quello strano libro, vi è un diagramma cinese,
consistente in caratteri che formano grandi scomparti oblunghi, ordinati in
sei colonne perpendicolari, ognuno dei cinque primi scomparti è diviso in
quattordici parti, per un totale di settanta, mentre il sesto è pieno a metà e
contiene sette scomparti. Pure questo diagramma è formato secondo la
stessa combinazione del numero sette; ogni colonna completa è due volte
sette o quattordici scomparti, mentre la colonna di mezzo contiene sette
scomparti. Questo diagramma risale alla prima epoca dell'Impero Cinese,
vale a dire quando IAO prosciugò le acque del diluvio, circa
seimilaseicento anni fa… »
Marinisa chiuse il libro di scatto e andò sotto la doccia. Ma il ricordo di ciò
che aveva letto rimase a lungo nella sua mente e le sollecitò numerose
riflessioni.

Losanna, 23 febbraio 1996.

- In pratica, come funzionerebbe questa pergamena? - volle sapere Peter


Hymet.
- Secondo gli indizi che abbiamo trovato, si tratta di un asse di
agglutinamento - rispose con cautela l'antropologo spagnolo -. Significa
che la pergamena non contiene in sé una riserva di energia capace di
funzionare, come potrebbe fare, con un esempio rozzo, un'automobile
elettrica… La sua funzione consiste nel concentrare l'energia di chi lo tiene
in mano per proiettarla, moltiplicata, su ciò che desidera modificare…
- Sì, ma come funziona… concretamente, con un esempio…
- Può materializzare oggetti?
- Sì, può materializzare oggetti… (non dimentichi che ciò che si sa su
questa pergamena per ora sono soltanto teorie, ricostruzioni storiche in
base a testi in molti casi senza certificato di autenticità…)
- Che oggetti sarebbe capace di materializzare, per esempio? - si spazientì
Hymet.
- Quello che desidera… o piuttosto quello che sarebbe capace di
immaginare… suppongo che un poeta potrebbe creare giardini incantati…
Lei, sicuramente è capace di immaginare molto denaro; bene allora, in
questo caso, potrebbe materializzarlo nella quantità che desidera con la
pelle…
- Il denaro non mi converrebbe, sarebbe poi un problema per la
numerazione… meglio materializzare oro… riflettè ad alta voce il
banchiere.
Bene allora, oro - disse l'antropologo spagnolo -. Il meccanismo sarebbe
più o meno questo: lei prende la pergamena, unisce le due parti, canta le
lettere che sono scritte sopra…
- Cantare? - si stupì Marietta.
- In effetti - disse l'antropologo -. E' necessario cantarle. Questo canto, a
sua volta, di riflesso, risveglia le prime note di alcuni suoni di
trasformazione, e si mette in moto dopo una “interpretazione” cosmica di
diverse armonizzazioni in accordo con gli oggetti da creare e che in
definitiva è quella che sostiene la base di condensazione eterica che
precede la materializzazione dell'oggetto. Tutto qui.
- Tutto qui? - esclamò Hymet - A me sembra quanto mai complicato e
strano.
- Il suono è la base di tutta l'esistenza: la radioattività, per esempio, non è
altro che suono in azione. Questo gli antichi lo sapevano già, come
Pitagora, benché poi molte sue conoscenze furono respinte per un erroneo
orientamento dominante della scienza, specie dei secoli XVIII e XIX. Ma
sembrerebbe, secondo le nuove scoperte che tutto il Sistema Solare sia un
enorme strumento musicale. Per questo la mitologia greca lo chiamava “la
lira dalle sette corde”. Un filosofo disse: «lasciatemi scrivere la musica di
una nazione e non mi preoccuperò di chi farà le sue leggi». Chiarisco che il
termine musica non deve riferirsi a esecutori o ululanti volgari, tipo i
Rollings Stones o gli Skorpions…
Marietta arrossì.

- No - proseguì l'antropologo -. La musica è quella che riuscirono a


comporre e diffondere per esempio un Beethoven, un Vivaldi, un Fauré,
Elgar o Tippett.
- Vuol dire che la musica è la chiave di questa pergamena? - domandò
Marietta.
- Una delle sue chiavi. Ve ne sono altre che non conosciamo… - disse
l'antropologo.
- Ma le otterremo. Una volta che Bertozzi avrà trovato la donna e ottenuta
l'altra parte, faremo pressione perché ce la dia, insieme con i segreti
necessari al suo funzionamento… - disse Hymet.
- Non credo però che Bertozzi li conosca - dubitò l'antropologo.
- Ma sta lavorando per questo… e ci riuscirà, a quanto pare, attraverso i
suoi esperimenti inisti. E poi, una volta trovata la parte femminile
dell'oggetto, possiamo persuaderlo a lavorare con noi, insieme… Bertozzi è
un artista, non gli interessa il potere… potremmo offrirgli la diffusione e
incentivi illimitati per l'Inismo, fino a trasformarlo in un movimento di
moda, attraverso intense campagne in Europa e in America, specie con la
televisione… Lo sa, il denaro facilita tutto, e sono disposto a investire quel
che è necessario in lui, se è disposto a insegnarci l'uso della pergamena… E
da parte mia - articolò Hymet, in tono sognante -, mi dedicherò a creare
oro e tecnologia in azione, con un solo obiettivo: creare la potente
Confederazione Helvetico-Italiana…
- Confederazione? - si meravigliò l'antropologo.
- Sì - proseguì Hymet -. Una potente nazione, la più potente del mondo…
che resusciti le glorie dell'antico Impero Romano-Germanico… ma questa
volta sotto il dominio di noi svizzeri, che oggi costituiamo, non c'è dubbio,
insieme con gli italiani del nord, la razza superiore.
Lo spagnolo lo guardò preso dal dubbio. L'altro aveva dimenticato che
stava parlando con un vero latino, dando libero sfogo alle sue velleità
razziste. Dimenticava forse che tutta la parte concettuale di quell'affare
doveva essere controllata da lui? Era questo un argomento di cui doveva
tener conto, quando sarebbe giunto il momento della resa dei conti..
Parigi, marzo 1996.

L'incaricata della Videoteca degli Artisti Contemporanei del Centro


Georges Pompidou era una donna di circa quarantacinque anni. Giovanni
Agresti e Iniero Garesto l'avevano conosciuta lì già durante
l'organizzazione delle conferenze di Bertozzi. Ma il loro attuale interesse
era dovuto al fatto che avevano verificato certi dati su di lei che erano
intriganti. Si chiamava Elen Fraatzek, era nata in un piccolo villaggio della
frontiera tra Iugoslavia e Albania… sulle sponde dell'Adriatico.
Nonostante fosse molto bella e intelligente, non si era sposata. La sua vita
intima era un mistero per i suoi compagni di lavoro che sapevano soltanto
che viveva da sola in un quartiere appartato del centro della città.
Quando Giovanni e Iniero la avvicinarono, si mostrò sorpresa e non li
riconobbe. I bellissimi occhi color caffè brillarono con un lampo ironico,
perché credeva che i giovani cercassero solo una scusa per corteggiarla.
Quando nominarono Bertozzi cambiò atteggiamento e li invitò ad andare
nel suo ufficio.
- Non vogliamo farle perdere molto tempo - disse Giovanni - per questo la
prego di scusarci se andiamo subito al sodo.
- Bene, di che si tratta? - disse la bella laureata in Arte.
- Si tratta della pergamena - rispose Giovanni.
Si produsse un silenzio imbarazzante, poiché Elen Fraatzek non pareva
aver capito e restava a guardarli con aria interrogativa come se sperasse
che le dicessero qualcosa di più. Alla fine, davanti al silenzio degli altri,
domandò:
- Scusate, non sono sicura di aver capito bene ciò che ha detto… ha parlato
forse di una pergamena?
- Certamente - rispose Giovanni che credeva che la donna stesse recitando
per proteggere la preziosa reliquia che possedeva - La pergamena di Mái
Edagá… o, meglio, di Qumram…
- Per cortesia, spiegatevi un po' meglio - chiese la funzionaria del «Georges
Pompidou».
- Bene - disse Iniero, disposto a dimostrare tutto a un tratto che poteva
fidarsi di loro -. Noi veniamo da parte dell'uomo che ha la missione di
trovare e unire le parti della pergamena… Bertozzi… La pergamena che fu
immaginata per la prima volta durante il tenebroso regno turanio@@; la
cui conoscenza è passata agli egizi nel IX secolo avanti Cristo, ma non fu
mai usata per il timore che ispirava, e il suo segreto fu consegnato
simbolicamente e rinchiuso in vasi di ferro, ai tempi di Mernepta. La stessa
pergamena che poi passò, perché la custodissero, ai sacerdoti recabiti di
Israele; questi dovettero consegnarla a Ebdemelec l'Etiope ai tempi
dell'invasione babilonese. Ebdemelec ebbe la missione di custodirla finché
si fosse compiuto il tempo dell'esilio, ma al ritorno dei veri destinatari, i
recabiti, dovette restituirlo. L'ultimo suo discendente, Qohelet, un saggio
esenio, fu colui che per primo osò darle forma concreta, ingannato da una
erronea interpretazione delle profezie. Ma un suo amico decise di impedire
le temibili conseguenze che potevano derivare dal suo possesso da parte di
quell'assassino di Erode, e gliela strappò dopo averlo ucciso. La metà
positiva della pergamena andò a finire in Etiopia e l'altra metà a Partia…
nelle mani di una donna bella e raffinata, che oggi si dice abbia l'aspetto di
«una donna adriatica»…
Arrivati a questo punto i giovani rimasero a guardarla, aspettando. Ma la
donna sembrava perplessa.
- Capisce ora di che parliamo? - chiese Giovanni.
- No - rispose la bella specialista di arte contemporanea del «Georges
Pompidou» -.
Scusatemi, ragazzi, ma non capisco assolutamente niente di quello che mi
dite!
Madrid, 8 marzo 1996.

- Due gruppi pericolosi stanno cercando la pergamena di Bertozzi - disse


Molero Prior.
Flavio Donnini lo ascoltava allarmato. Francisco aveva ottenuto
quell'informazione quasi per caso, grazie ai suoi contatti con la Polizia
Spagnola.
- Uno di loro, il più pericoloso - continuò Molero - è un gruppo di
fondamentalisti ebrei, i «Custodi della Parola».
- Sembra un nome canonico - mormorò Flavio.
- Lo è - disse Molero Prior -. Sono una setta Azhkenazin, si dicono
jasidisti@@, ma agiscono dietro ordine di Geburah, il quinto Sephirah
cabalistico. Si considerano una sorta di polizia segreta della fede, il cui
dovere è custodire il rispetto della tradizione di Israele. Per questo
chiunque si interessi ai testi ebraici, presto o tardi cade in sospetto.
- E gli altri?
- Gli altri, pare, sono solo delinquenti comuni che lavorano per un
banchiere svizzero che cerca di appropriarsi della pergamena per
soddisfare la sua ambizione smisurata. Ma anche loro sono molto
pericolosi. Si muovono con parecchio denaro e potenti contatti
internazionali. Li ha scoperti la polizia francese mentre stava investigando
sui separatisti corsi. Seguendo le orme di un antropologo spagnolo che
attirò la loro attenzione per i frequenti viaggi in Svizzera, arrivarono a
scoprire questi cospiratori. Si infiltrarono nella rete computerizzata della
banca che gestisce Hymet - così si chiama lo svizzero - e trovarono alcuni
indizi strani nelle note personali di detto banchiere. Seguendo il filo,
riuscirono ad accedere alla memoria dei computer che Hymet possiede -
anche in rete - nelle sue case e uffici. Non trovarono nulla che si riferisse
alla Corsica. Mentre possiedono schede su Bertozzi con una maggior
precisione di dati di qualsiasi archivio italiano… La cosa colpì la loro
attenzione, ma poiché non hanno ancora commesso alcun delitto, li
lasciano continuare anche se sotto controllo… Uno dei capi più giovani dei
corpi speciali, che è amico mio, poiché sa che sono un inista mi ha
trasmesso questi dati.
Flavio fece la domanda che gli urgeva nel petto da un bel po'.
- Marietta collabora con loro?
Molero Prior lo guardò con un'aria di compassione negli occhi vivi. Poi
rispose con voce molto bassa:
- Marietta è il braccio destro di Peter Hymet.

Pescara, 18 marzo 1996.

Angelo Cichelli quel pomeriggio rientrò dall’università più presto del


solito. Patricia Iezzi stava prendendo un tè mentre organizzava il suo
lavoro sulla Letteratura Francese. Gaia, la loro bambina, giocava sul
tappeto con animaletti di legno.
- Mi ha sorpreso una ragazza del primo anno - disse Angelo mentre si
preparava un tè.
- Era bella? - chiese Patricia.
- Al contrario - rispose Angelo -. Bassa, pienotta, un po' strabica…
- Oh! poverina! - disse ridendo Patricia.
Angelo era professore della cattedra di Scienza dell'Alimentazione
dell'Università di Pescara. Nel pomeriggio aveva fatto una lezione, in
laboratorio, con coloro che iniziavano quella materia.
- E che cosa ti ha colpito della ragazza?
- La vastità delle sue conoscenze - disse Angelo -. Per certi aspetti, sembra
saperne più di me… mi ha lasciato perplesso.
- Forse ha studiato la materia prima della lezione… - lo consolò Patricia.
- No, non è il sapere di chi studia casualmente… ma di chi conosce e ha
molta pratica di una materia… E non è che desiderasse mostrare le sue
virtù scientifiche, al contrario, sembrava tanto poco motivata, restando in
assoluto silenzio mentre gli altri mi coprivano di domande che, per
incentivarla un po', la invitai a partecipare… Incominciò col farmi
domande molto intelligenti; quando, dopo le mie spiegazioni aggiunse
qualcosa, la indussi ad approfondire il tema e finì col darci una lezione di
biologia molecolare…
- E come si chiama questo fenomeno? - chiese quasi retoricamente
Patricia.
- Hillen Fraates…
- Hillen Fraates! - esclamò Patricia che nell'alzarsi di scatto aveva
rovesciato la tazza (per fortuna già vuota) sui suoi appunti.
- La conosci? - domandò Angelo sorpreso.
- Eccome! - disse eccitata Patricia -. La stiamo cercando, con tutti gli inisti,
da centinaia di anni!
- Centinaia! - ripeté Angelo. Dai suoi occhi Patricia si rese conto di aver
detto qualcosa di molto strano. Allora chiarì:
- Beh… in realtà solo da alcuni mesi… è che sono stati così intensi, che a
noi inisti sembrano secoli… Ma aspetta: devo chiamare Bertozzi… subito
adesso!

Marina di Città Sant'Angelo, 19 marzo 1996.

Si convocò urgentemente un miniconcilio inista per parlare


dell'importante notizia.
Patricia Iezzi raccontò i particolari dei quali era stata messa al corrente, su
Hillen Fraates. Ma non erano molti. In sintesi si vide che fino a quel
momento l'unica cosa valida era una coincidenza nel nome e una certa
erudizione su temi scientifici.
Bertozzi era convinto che l'avevano trovata. Ma come mai non l'avevano
trovata prima le centinaia di agenti militari che l'avevano cercata,
rastrellando a palmo a palmo quel ferro di cavallo dell'Europa? E come
poteva essere oggi una ragazza di solo diciotto o diciannove anni?
- Possono assumere l'aspetto che desiderano - precisò Laura. L'uomo che
ci ricevette a Mái Edagá non pareva avesse più di 35 anni, ed era vissuto
circa duemila e cento.
Dopo lunga riflessione, fu deciso che un incontro con Bertozzi era ancora
prematuro, finché non si avessero maggiori certezze. Lisiak-Land Díaz fu
designata per desumere questi dati.

Pescara, 20 marzo.

Lisiak-Land Díaz era una professoressa di origine peruviana che viveva in


Italia da parecchi anni dopo essersi sposata con un ufficiale della Marina
Mercantile Italiana. Intelligente e dolce, applicava alla sua vita quotidiana
in modo creativo le risorse della ragione europea unite alle profonde
conoscenze della tradizione ancestrale americana da cui proveniva.
Fu facile per lei trovare la ragazza e grazie all'aiuto di un impiegato
amministrativo, la invitò nel suo studio. Hillen Fraates accorse
immediatamente.
Lisiak la invitò a sedersi e si presentò. Ma la ragazza la sorprese dicendo:
- Aspettavo che mi chiamasse… ci conosciamo da prima, abbiamo anche
stretto amicizia, ma lei non lo ricorda!
- Scusa, dove ci siamo conosciute? - chiese Lisiak.
- Fu in Sicilia, al tempo di Gregorio III… Gli arabi invadevano l'Italia e dal
Nord minacciavano gli iconoclasti… Lei era uno scrivano molto devoto che
soffriva grandi pene per i conflitti interni che agitavano il paese in quegli
anni. Io lavoravo per la delegazione imperiale di Harun al-Raschid… Le
salvai la vita quella volta, giacché, quando le truppe arabe presero
Palermo, la città in cui lei viveva, cadde prigioniero insieme con i suoi
superiori, che erano generali dell'Impero Romano di Occidente…
- Io ero uomo quella volta? - volle sapere Lisiak.
- Certo - disse Hillen Fraates -. Stavano per decapitarla sommariamente.
Ma io segnalai al generale arabo che comandava quella spedizione, le sue
conoscenze di italiano, spagnolo e latino, che potevano esserci molto utili.
- Così mi salvò la vita! - si meravigliò Lisiak.
- Sì, ma non si preoccupi. Mi restituì il favore, e rimase in quel secolo
stesso senza debiti con me. Vent'anni dopo Michele III vinse gli arabi. Lei
intercedette per me, poiché in quell'occasione dovetti subire il carcere nelle
mani dei vincitori europei.
- Mi sembra sorprendente - disse Lisiak-Land Díaz - ma non ci sarei mai
arrivata a pensarlo.
- E' naturale - disse la giovane di diciotto anni -; il Creatore ha disposto che
non conosciamo le nostre esperienze precedenti finché raggiungeremo uno
sviluppo spirituale che ci consenta di sopportarlo. Vi sono sempre nelle
nostre vite passate (quando eravamo molto più ignoranti di ora) cattive
azioni che esigono riparazione. E questo destino va liquidandosi
gradualmente; così che, se conoscessimo le nostre vite passate, potremmo
sapere come e quando la Legge di Causa ed Effetto ci porterebbe le
conseguenze del nostro mal agire. Vedremmo l'orrenda calamità che si
chiude sopra di noi, e la paura ci toglierebbe tutta la forza di cui abbiamo
bisogno per combattere la battaglia contro il destino… quando la fatalità
sovrasta, saremmo inermi e indifesi, non potremmo mai vincerla! E in
questo modo, non potremmo nemmeno avanzare.
- Sai molte cose per la tua età! - esclamò Lisiak.
- Non lo creda. Al contrario, credo che la mia potenzialità sia piuttosto
mediocre. Ho 1965 anni…
- Allora, tu sei…
- Sono io. La donna che Bertozzi cerca. E anche quella che lo aspetta per la
sua liberazione.
Loreto Aprutino, 27 marzo 1996.

L'incontro con Bertozzi avvenne alle sei del pomeriggio, a casa di Hillen.
Era un piccolo appartamento in una vecchia costruzione giallognola, in
una stradina in discesa da dove si vedevano le montagne.
Bertozzi, solo, arrivò a piedi con quindici minuti di anticipo. Hillen lo
aspettava sulla porta.
La ragazza, piccola, capelli castani, grassoccia, vestiva abiti molto comodi e
leggeri.
- Conosci anche me da tanti secoli? - chiese Bertozzi, quando si furono
accomodati nelle poltrone del salotto prismatico.
- No - rispose semplicemente la ragazza.
- Come sai, allora, che sono io colui che doveva venire?
- Esistono molti piani che gli umani «normali» non conoscono - rispose
pazientemente Hillen Fraates -. In questi, chi è allenato può vedere, come
in un film, gran parte di ciò che esiste nel mondo.
- E' lì che mi hai visto… - disse Bertozzi.
- E' così… ma non perché mi piaceva andare a curiosare nei fatti della
gente, ma per una ragione molto importante: i Grandi Esseri mi avevano
inviato un messaggero (già da vari secoli) che ci mostrò chiaramente come
sarebbe stato colui che doveva venire.
Il rituale della cerimonia di consegna fu iniziato da Hillen alle sei. Durò
esattamente trentasei minuti.
Quando Bertozzi uscì, stringeva contro il petto una valigetta di pelle nera,
consunta dagli anni con dentro, avvolto nel velluto rosso, il cofanetto d'oro
che conteneva la preziosa parte finale della pergamena.
Aveva cominciato a piovigginare. Qua e là piccoli fari giallognoli creavano
un alone simile all'atomo bombardato dall'uranio. Le viuzze anguste
scendevano e salivano nella penombra del corvo*. I capelli di Bertozzi
gocciolavano sulla fronte; non aveva preso la precauzione di prendere
l'impermeabile e il suo vestito bianco, di un solo pezzo, si stava
inzuppando. Non gliene importava niente, a malapena se ne accorgeva.
L'oggetto che portava, stretto contro il petto, gli trasmetteva una
straordinaria leggerezza e una sensazione di serena allegria. Quasi non
sentiva i piedi toccare il selciato: anzi credeva di galleggiare. Da lontano,
distinse le luci della Tabaccheria Vincenzo Cavallone dove Laura - già un
po' in pensiero - lo aspettava.
- Mi ha detto che non posso usarla.
Sulla via del ritorno Bertozzi raccontò a sua moglie le parti essenziali
dell'incontro. Laura guidava…
- Non puoi usarlo?
- Nessuno può usarlo. Anzi: nessuno deve usarlo. La pergamena è qualche
cosa che non dovrebbe esistere. Un'anomalia della natura. Qualche cosa di
mostruoso come la bomba atomica o il Fondo Monetario Internazionale.
Solo che quelli sono poteri ancora controllabili, nonostante la loro
enormità. La pergamena possiede un potere troppo grande, deleterio per
l'umanità, in questa tappa della sua evoluzione.
- Allora cosa dobbiamo fare?
- Dobbiamo restituirla.
- A chi?
- All'Essere Infinito, all'Innumerevole, alla cui sfera superiore fu
illegittimamente tolto dagli umani.
- Non potevano farlo loro, Hillen e Abdul?
- Non potevano.
- Perché?
- Non lo so. Forse perché non erano sposati, come noi. Perché non si
amavano, come noi. Questo ha suggerito Hillen. L'amore è una condizione
imprescindibile per produrre la musica.
- Che musica?
- La musica che fa agire la pergamena. Senza quella musica, non serve a
niente. In questo consiste il capire la Parola: non nel tentare qualche
applicazione concettuale, ma nell'estrarre dal suo senso la musica. Ognuna
delle nove lettere contiene un tipo di melodia. Che coincide con melodie
che conosciamo, poiché le opere d'arte altro non sono che accertate
incursoni di un genio umano nei piani superiori: esistevano già prima di
lui. Ma le melodie della pergamena possono essere suonate da due anime.
Due anime alle quali l'amore permetta di agire come il violino con l'arco.
Laura, d'un tratto, capì. E i suoi occhi si riempirono di lacrime.

* Nella tradizione ebraica chiamano penombra del corvo la dolce oscurità


della sera che i cristiani chiamano orazione, e penombra della colomba
quella dell'alba.
Terza parte

Roma.

Otto giorni dopo, Gabriele-Aldo Bertozzi andò alla posta per spedire
alcune lettere e non tornò. Aveva detto a Laura che ne avrebbe approfittato
per fare una passeggiata, ma quando furono le dieci di sera - era uscito alle
cinque del pomeriggio - e non era ancora tornato, d'accordo con Furio De
Mattia, Angelo Merante e Giorgio Mattioli decise di avvertire la polizia.
L'ufficiale in borghese che arrivò al più presto, li trovò riuniti, perché
Laura aveva chiamato gli inisti dalle sette.
Al gruppo si erano aggiunti Flavio Donnini, Argentina Capriotti e Paolo
Pelino. Molero Prior aveva telefonato dicendo che avrebbe preso il primo
aereo in partenza dalla Spagna. Patricia Iezzi stava arrivando da Pescara.
Dopo aver discusso avevano deciso di raccontare tutto alla polizia.
L'ufficiale e il suo aiutante non capirono assolutamente niente della storia
della pergamena - come era da prevedere -, ma si diedero subito da fare
per cercare qualche pista e ritrovare Bertozzi. A questo punto si erano fatte
le tre del mattino.
Lucerna. Sabato 6 aprile 1996.

Gli avevano messo in camera uno schermo gigante. Lì poteva vedere la


faccia di chi gli parlava.
Quell'uomo gli era assolutamente sconosciuto e indifferente. In realtà era
una fisionomia che solo in un sensitivo poteva produrre quell'effetto -
pensò Bertozzi. Biondo, occhi verdognoli, d'una cinquantina d'anni, vestito
grigio. Apparve nello schermo dopo che gli individui che lo avevano rapito
e portato in aereo fin lì gli dissero che doveva restarci per alcuni giorni.
L'uomo dello schermo gli chiese se avesse lamentele sul trattamento
ricevuto durante il rapimento.
Bertozzi disse di no. In realtà lo avevano trattato con molta cortesia. Ma
desiderava sapere perché, minacciandolo con le pistole, lo avevano
obbligato a venire fin lì. Non gli avevano nascosto da dove venivano e forse
se lo avessero invitato formalmente sarebbe venuto di sua spontanea
volontà, sempre che il motivo lo giustificasse.
- Non potevamo correre rischi - rispose laconicamente l'uomo dello
schermo.
- Almeno fatemi parlare al telefono con mia moglie. Prometto di non dirle
dove sono - chiese Bertozzi.
- Non possiamo correre rischi - ripeté l'altro.
- Non è giusto - protestò Bertozzi -. Ma potreste almeno spiegarmi perché
sono qui?
- Ne parleremo domani di persona, dottor Bertozzi - disse l'uomo biondo -.
Deve essere molto stanco del viaggio. Dedichi per favore quel che resta del
giorno per riposare. Faremo sapere a sua moglie che sta bene. Lasci fare a
noi. Ma lei si riposi. Di qualsiasi cosa abbia bisogno può ordinarla per
telefono. Sarà subito accontentato. Dopo essersi riposato, in mattinata
verrà qualcuno da lei per indicarle il posto dove potremo parlare.
Roma.

- Ci sono due possibilità - disse Molero Prior. O sono i fanatici jasidim, o il


banchiere svizzero.
«Se sono i primi… - continuò, ma subito si fermò quasi di soprassalto -…
sarà molto difficile… molto difficile… possiedono un apparato
internazionale potentissimo… e pericolosissimo… non agiscono per
denaro, ma per fanatismo, e ciò li rende quasi invincibili. Ma se è la banda
dello svizzero, non sarà molto difficile ritrovarlo. Sono un pugno di
delinquenti in guanti bianchi, con poca esperienza se non nel puntar alla
roulette o effettuare frodi ai danni dei computer delle banche. Non hanno
coraggio né armi sufficienti per resistere a un assedio serio della polizia.
«In ogni caso sarà pericoloso. Uno non sa mai cosa può fare un individuo
armato quando lo si mette alle strette. Come un gatto rinchiuso. Spero che
non facciano come il gatto.
- Mi ha circuito solo per carpirmi informazioni su Bertozzi e io,
stupidamente, gliele ho date - mormorò Flavio. Sembrava costernato.
- Non ci pensare - lo consolò Laura - Chiunque può ottenere informazioni
su Bertozzi: la sua vita è pubblica. Ma il fatto che ti abbiano avvicinato, ora
ci favorice. Altrimenti non avremmo avuto la certezza che potevano
sequestrarlo.
- Voi credete che quei gruppi rischierebbero tanto per un pezzo di pelle
vecchia? - disse la polizia.
- Lo crediamo - dissero all'unisono Molero e Patricia.
- Bene. Da chi cominciamo?
- Propongo che cerchiamo prima in Svizzera - disse Flavio Donnini.
Lucerna. Domenica 7 aprile

A Bertozzi la ragazza che sedeva accanto all'uomo dello schermo, con un


bloc notes sulle gambe che uscivano dalla minigonna cortissima, parve
vagamente familiare. Forse era stata sua allieva in qualche università… Ma
non aveva tempo di riflettere su questo.
- Lei sa che l'abbiamo portata qui per la pergamena - disse il banchiere
Peter Hymet dopo brevissime formalità. Bertozzi non rispose. L'uomo,
dietro la scrivania a forma di racchetta - una stupida pacchianata, aveva
pensato Bertozzi - insisté:
- Insomma, lo sa o non lo sa?
Bertozzi decise di rispondere con franchezza.
- Non importa se lo sapevo; me lo ha già detto lei. Ora mi chiedo: crede che
potrebbe usare la pergamena in caso gliela dessi?
Lo svizzero rimase per un attimo sorpreso. Non aveva previsto che
potessero arrivare così presto al nocciolo della questione.
- Certo che lo credo - affermò -. Lei, oltre a consegnarmelo mi insegnerà a
usarlo. Non gratuitamente, certo. Le offrirò una somma mensile di denaro
perché possa vivere tranquillo per il resto dei suoi giorni. E poi le darò
appoggio (un grande appoggio), con le mie imprese, perché possa
diffondere l'Inismo in tutto il mondo… non vi sarà un angolo del pianeta in
cui non conosceranno le opere d'arte dell'Inismo, con l'impulso
pubblicitario che gli daremo. Organizzeremo esposizioni, happening inisti,
show televisivi, magliette e berretti inisti, un sito permanente su Internet…
Ma, come le dicevo, oltre a consegnarmi la pergamena, dovrà insegnarmi a
usarla… sappiamo già che conosce il metodo.
Bertozzi abbozzò un sorriso triste, scuotendo la testa.
- Oh no, signor… come ha detto di chiamarsi?
- Hymet.
- Oh, signor Hymet - interloquì Bertozzi, non credo sia possibile!
- Perché? - si spazientì il banchiere.
- Mi permetta di farle una domanda - disse Bertozzi -. E' sposato?
- Sono divorziato - rispose Hymet.
- E dopo non ha incontrato qualcuno che pensi di amare sinceramente?
- L'amore ce l'ho quando voglio - disse il banchiere - mi basta pagare per
quello. Ho bisogno per caso di un fastidio permanente?
- Lei sa che questo non è amore - disse Bertozzi.
- Ma che cazzo c'entra questo? Vuol portarmi in un consultorio
sentimentale? Mi parli della pergamena, è quella che mi interessa.
- Mi dispiace, signor Hymet… lei non potrà trarre nemmeno un briciolo del
suo potere dalla pergamena.
- Perché?
- Non potrebbe capire…
- Bertozzi, per favore, non mi faccia perdere la pazienza… Mi dispiace
ricordarle che posso obbligarla a dirmi quel che desidero sapere…
- Signor Hymet… non si tratta di qualcosa che io possa dire - disse
commiserandolo Bertozzi.
- Cosa vuol dire con questo? - si inalberò lo svizzero - Per caso che
unicamente lei può far funzionare la pergamena?
- E' così - rispose Bertozzi.
Hymet lo guardò alcuni istanti con ira. Per un momento sembrò che
volesse alzarsi per colpirlo. Ma non lo fece. Al contrario, recuperò
completamente la calma, e con tono pacato affermò:
- Bene, dottor Bertozzi. Sarà meglio che si abitui a noi, visto che lei è
l'unica chiave che ci permetterà di accedere ai segreti della pergamena, la
useremo costantemente, a beneficio di tutti.
- Non le servirò a niente… - mormorò con fastidio e ripugnanza Bertozzi.
- Come, non mi servirà! La indurremo a far funzionare la pergamena! Non
mi crede capace di farlo?
- Sì, lo credo. Ricorrere alla violenza è il modo più facile per chiunque. Ma
il fatto è che non posso farla funzionare da solo…
Immediatamente dopo aver detto questo Bertozzi si pentì. Lo sguardo di
Hymet tornò a farsi acuto e la collera incipiente gli colorò la faccia. Ma
prima che dicesse qualcosa, entrò bruscamente lo sbirro filonazista che
aveva visto a Roma con Laura. Era trasformato e aveva una rivoltella in
mano.
- Scusi, dottore - disse: Abbiamo alla porta un poliziotto e dice che siamo
circondati… Che facciamo? Resistiamo?…
Hymet diventò un'altra volta pallido, ora più del solito.
Lascia fare a me - rispose, avviandosi -. Li riceverò io.
Bertozzi rimase solo con la ragazza.
- Mi scusi, eccellenza - disse in italiano.
- Ci siamo conosciuti da qualche parte? - rispose Bertozzi.
- Sono amica di Flavio Donnini… oh, lui mi odierà dopo questo!…
Bertozzi la guardò per un momento.
- Conosce qualcuno dei significati della parola amicizia? - disse poi.
- Oh, eccellenza, quanto mi pento!
- Quel che state facendo è stupido - affermò Bertozzi.
Lei non disse niente. Ma diventò rossa come un peperone.

Dopo circa dieci minuti tornò in scena Hymet. Era tutto sconvolto in volto.
- Non ci resta che arrenderci e consegnare Bertozzi - mormorò rivolto alla
segretaria.
Senza dir niente, Marietta proruppe in lacrime.
- Quei mostri hanno circondato la casa con un arsenale capace di farci
saltare in aria in due minuti - continuò Hymet gridando -. Sono un fallito,
Marietta! - esclamò inusitatamente. Solo ora capisco che non sono nato
per queste cose…
Poco dopo, senza gloria, e con molta pena, i cinque uomini - compresi lo
spagnolo e la ragazza furono fatti salire sul cellulare della Polizia
antiterrorista svizzera.
Bertozzi, da parte sua, dopo aver abbracciato Laura e i compagni inisti, salì
su una macchina con cui erano venuti a cercarlo.
Pescara, 8 aprile. Ore 22.

Semplicemente scomparsa - disse Angelo -. Come per magia.


- Lei conosceva la magia - gli ricordò Patricia.
- E' qualcosa di incredibile - insistette Angelo -. L'ho cercata nella lista
degli studenti, per mettere a verbale la sua assenza, ma ho visto che non vi
figurava più.
«Mi sono detto: deve essere un errore di questa copia. Sono andato al
computer, ho guardato la lista di tutti gli studenti del primo anno… Non
c’era nemmeno lì! Poi ho guardato la lista di tutti gli iscritti all'Università
degli ultimi tre anni, non c'era! Semplicemente era sparita, come se avessi
sognato.
- Hai chiesto agli altri studenti?
- Sì! e anche ai professori, e ai ricercatori! Nessuno la ricorda, eccetto io!

18 maggio 1996.

Bertozzi e Laura fecero un ritiro assoluto di 40 giorni durante il quale si


astennero da ogni contatto fisico e si nutrirono solo con latte, miele e
vegetali. Nel castello di S. Apollinare, lontano da ogni agitazione esteriore,
si disponevano a mettere in funzione la pergamena, seguendo
rigorosamente le istruzioni di Hillen Fraates.
Cinque inisti e quattro iniste li accompagnavano. Erano stati selezionati
proprio per questa missione. Dovevano custodire il rituale della
pergamena, senza permettere che alcun incidente esterno turbasse la
seduta. I nomi erano:
Lisiak-Land Díaz
Marinisa Bove
Patricia Iezzi
Argentina Capriotti
E anche:
Giorgio Mattioli
Furio De Mattia
Angelo Merante
Francisco Juan Molero Prior
Flavio Donnini.

Alle ore 18 del 18 maggio si riunirono tutti attorno alla stanza circolare
nella quale Bertozzi e Laura si erano rinchiusi con le due scatole che
contenevano la pergamena.
Pochi minuti dopo che furono entrati, cominciarono a sentire una musica
dolce, come di violini che usciva dalla stanza.
- Hanno qualche strumento con loro? - domandò Furio.
- E' la musica delle loro anime - rispose Patricia -, questo significa che
stanno cercando di far funzionare la pergamena.
Ma dopo un po' di musica sublime, cominciò a sentirsi qualcosa di
radicalmente diverso, suoni simili alla colonna del film «United of
Plutonium» del giapponese Tetsuji Kobayashi.
Ciò proccupò gli inisti che erano a guardia del rituale. Durante alcuni
lunghi minuti quei suoni persistettero. La situazione parve aggravarsi
quando, di tanto in tanto, le musiche si interrompevano, riprendendo
bruscamente con suoni simili a martellate su un tamburo, o stridii acuti,
fino a ricordare a tratti le esecuzioni più violente di Led Zeppelin o Deep
Purpple.
Ma dopo un momento di incertezza tutto si calmò. E cominciò a suonare,
da dentro, il Concerto n. 2 di Rachmaninov. Laura e Gabriele avevano
imparato a memoria uno schema fornito loro da Hillen Fraates. In quello
erano segnate le chiavi musicali della Parola. Eccolo qui:
Dopo un momento di profonda concentrazione, dai cuori di Gabriele e
Laura, seduti entrambi davanti al tavolo dove erano poste le due parti della
pergamena, emerse una linea di luce che, prendendo come vertice la
pergamena, formava un triangolo perfetto che li univa. All'interno di quella
linea circolava una vibrazione luminosa che in accordo con la pronuncia
mentale di ogni lettera fatta all'unisono, si impregnava di diversi colori.
Al prodursi di qualche disappunto o deconcentrazione, i colori si
sporcavano, la linea sembrava segata, la musica si interrompeva, dando
origine ai più vari rumori.
A poco a poco, però, gli sposi riuscirono a ottenere la pronuncia perfetta, il
cui requisito era che nel farlo, avrebbe dovuto suonare la melodia indicata
da ogni passaggio della costruzione eterica della Parola.
Quando arrivarono al Concerto di Rachmaninov successe la cosa più
straordinaria.
Quattro esseri giganteschi, sovrapposti, come se fossero trasparenti, si
manifestarono davanti agli occhi stupiti di Laura e Bertozzi. Erano pieni di
occhi davanti e dietro, e quattro paia di ali spuntavano i lati. Il primo
assomigliava a un leone; il secondo a un toro; il terzo aveva il volto umano,
e il quarto assomigliava a un'aquila in volo. Quegli esseri ripetevano
soltanto:
Santo, Santo, Santo, colui che era e colui che è e colui che viene. Degno sei
di ricevere la gloria, l'onore e il potere, perché lo creasti tutto, e per tua
volontà è esistito e si è creato.
Allora videro apparire un angelo, con l'arcobaleno intorno al capo, il volto
come un sole e i piedi come colonne di fuoco che teneva tra le mani un
libro aperto. L'angelo parlò con voce possente e disse:
E' questo il momento in cui dovete scegliere tra il bene e il male.
Potreste ordinare quello che desiderate, a partire da ora, alla pergamena.
Ma questo potere che avrete per mille anni, dopo la sua estinzione vi farà
retrocedere per 200 milioni di anni nell'evoluzione, fino a convertirvi
un'altra volta nei minerali più primitivi che esistono nell'Universo. A
partire da allora dovreste ricominciare di nuovo ripercorrendo tutto ciò
che avete vissuto per arrivare fin qui.
Se decidete per il Bene, dovete restituire questo pezzo al suo proprietario,
nostro Creatore. In tal caso dovete portare le scatole di piombo e d'oro in
un piccolo villaggio, chiamato Garza, nella provincia di Santiago del
Estero, in Argentina. E' questo un punto che forma un triangolo perfetto
con Pescara e Mái Edagá, nella mappa del mondo. Lì v'è una piccola
cappella che apparteneva alla famiglia dei Revainera. Quando arrivate lì,
dovete consegnare sull'altare, l’oggetto divino.
Tutto scomparve e la stanza per un momento cadde nella penombra.
Splendeva soltanto il filo di luce a forma triangolare che univa Laura con
Bertozzi e la pergamena. Cominciarono a passare davanti ai loro occhi con
immagini simili a quelle olografiche, le maggiori creazioni della civiltà
sulla terra. Il Taj-Mahal, Versailles, la Piazza Rossa, gli immensi parchi
meccanici degli Stati Uniti, i fiumi di denaro che escono dalle zecche delle
banche statali tedesche, giapponesi e nordamericane…
Aerei con un'artiglieria tra le più moderne attraversavano come uccelli
d'acciaio il cielo limpido; i corpi di ballo delle razze più varie
intraprendevano a turno danze straordinarie con milioni di colori; schermi
televisivi giganteschi trasmettevano una e più volte le più grandi
meraviglie della tecnica del XX secolo…
All'improvviso Bertozzi si girò di scatto verso Laura, tagliando il flusso di
luce e immagini.
- Che succede? - gli chiese.
- Dobbiamo portare la pergamena a Garza - disse Bertozzi, con voce
agitata.
- Lo credo anch'io - rispose Laura.
Buenos Aires, 22 giugno 1996.

Laura e Bertozzi arrivarono in Argentina in un giorno di pieno sole. Subito


si trasferirono all'aeroporto Jorge Newbery, dove dovevano prendere
l'aereo che li avrebbe portati a Santiago del Estero. Alle quattro del
pomeriggio arrivarono a Huaico Hondo. Lì li aspettava l'Inista Argentino
che era già al corrente dei passi che dovevano fare gli italiani.

Santiago del Estero, 24 giugno 1996.

Il giorno prima avevano camminato un po' per la campagna santiaguegna.


Non assomigliava a niente di tutto ciò che avevano visto prima.
Ingannevolmente incolta o desertica, a tratti, in alcune sfumature
ricordava i quadri più famosi di Dalì. Gli alberi - sottili, ascetici - parevano
mani gesticolanti al cielo. La terra, ocra, possedeva un magnetismo
straordinario che al solo calpestarla sembrava riempire il corpo di intense
vibrazioni. E una musica strana, costante, vibrava nell'animo appena ci si
allontanava un po' dal rumore della città.

- Quella cappella è appartenuta ai miei avi - riferì l'Inista Argentino. Erano


le quattro del mattino e viaggiavano - Bertozzi e Laura, l'argentino e sua
moglie Gloria - su un autobus molto confortevole, che doveva condurli fino
a Garza. - Su quel luogo esiste un'antica leggenda.
«Si dice che gli aborigeni venerassero una pietra senza tempo, caduta dal
cielo. Era una pietra azzurra con vari segni incisi e un airone bianco per
corona. (Era quello il segno degli antichi Toltecas). Quando arrivarono i
conquistatori spagnoli la pietra sparì. Alcuni dissero che era tornata in
cielo. Altri che era sepolta molto profondamente nello stesso luogo dove
anticamente veniva venerata. La prova di ciò sarebbero state certe luci che,
nelle sere invernali, si vedevano emergere da quel posto.
«Gli spagnoli, anche se non videro mia niente, davanti al persistere degli
indios che prendevano ogni notte l'antico centro come luogo di devozione,
decisero di costruire lì una cappella.
«Poco tempo dopo fu distrutta da un gruppo di indiani che si impossessò
di quel luogo per quasi cent'anni. In seguito, quando un mio avo comperò
quel terreno, adempì a un vecchio voto e insieme con la casa ricostruì la
cappella».
Alle cinque e mezza del mattino arrivarono a Garza. Camminando per le
viuzze sterrate, nella penombra rosata dell'alba, giunsero alla cappella dei
Revainera.
La porta era socchiusa. Emozionati per il momento, Bertozzi, Laura, Gloria
e l'Inista Argentino entrarono nella navata in semplice stile coloniale e si
diressero verso l'altare, dietro il quale, murato alla parete, c'era il cofanetto
di quebracho colorato che custodiva il calice della consacrazione.
L'argentino e sua moglie si fermarono a metà, lasciando avanzare Bertozzi
e Laura che portavano in mano i cofanetti d'oro e di piombo contenenti le
due parti della pergamena.
Giunti all'altare si fermarono. Lentamente depositarono sulla ruvida
tovaglia di lino le due scatole. Poi si inginocchiarono. L'Inista Argentino e
Gloria, li imitarono. Passarono alcuni istanti. Una tenue spera di sole
cominciò a filtrare attraverso il vetro rosa di una vetrata. Come un raggio
laser si diresse direttamente sul piano dove c'erano i due cofanetti di
metallo. Appena li colpì, videro sorgere una luce intensa e diafana che
vibrò nell'aria per alcuni istanti. Il fulgore si mutò in un cestello di fiori che
s'innalzò lentamente verso un cerchio di luce sorto fluttuando vicino alla
cripta in penombra della cappella.
Dopo di ciò, la luce scomparve. Tutti guardarono verso l'altare: non c'era
niente. Anche i cofanetti di piombo e oro erano scomparsi, come se non
fossero mai stati lì.
Una musica profonda si fece sentire, simile al passaggio «Quando corpus
morietur» dello Stabat Mater di Dvorak.
Gli inisti si guardarono senza saper che fare. Laura e Gabriele andarono
incontro all'Inista Argentino e a sua moglie. Erano molto felici. Senza dir
nulla si abbracciarono.

© Quipu Editorial, Universidad de Pescara, It. 1997.


© Versión italiana: ESI - Roma-Napoles, 1999.
© Traduzione di Patricia Iezzi