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ANTONIO RAGONE

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La Passione degli Apostoli

(Dall'Orto degli Ulivi a Emmaus) PREFAZIONE di Antonio Fiorito

Il buio e la luce. Lurlo e la pace. Evoca toni, colori e atmosfere caravaggesche lultima fatica poetica di Antonio Ragone. I paesaggi luminosi, lazzurro, il bianco delle precedenti raccolte poetiche di Ragone qui scompaiono. Rimane larcheti-po fondamentale della sua poesia, quello del viaggio per mare come simbolo della vita, ma un mare che si fa emblematica-mente notturno: la nostra vita rimasta l, nellOrto degli Ulivi, costretti da oscuri eventi a riprendere il largo sul notturno mare. La tesi di fondo chiara e dichiarata: lOrto degli Ulivi rappresenta la vita. Linizio della passione degli Apostoli, della loro tragica speranza della vita per naturale estensione la passione di tutta lumanit. Al centro del poemetto sta quindi leterno problema del male, della sofferenza, il mistero dun dolore inesplicabi-le (IV), quello che san Paolo chiamava il mistero delliniquit (2 Ts 2,7). Il chiaroscuro il tono dominante: la prima delle venti poesie di dodici versi ciascuna (come gli Apostoli) comincia con:

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giunta lora estrema, si fa buio nei nostri cuori abbandonati e stanchi lultima, la ventesima, si chiude con lardente richiesta dei discepoli di Emmaus allo sconosciuto viandante: resta con noi che il giorno al suo declino gi avanzano le ombre della notte. La parola notte nel primo verso di ben cinque poesie:

Notte, profonda notte, sopra lorto (II) E tutti siam scappati nella notte (IV) Insicuro riparo la notte (V) Come capire questa notte gelida (VI) ormai gi sera, poi sar la notte (XVIII)

ed presente in dieci poesie per tredici volte variata in si fa buio, scende la sera, savanza lora delle tenebre (I); ombre fluttuanti, nellombra (III); nelle tenebre (VII); il buio della fine, si fa buio (XIII); tenebra (XVIII); oscuro sepolcro (XIX). Leffetto chiaroscurale a versi come: Notte, profonda notte, sopra lorto, ombre fluttuanti tra fumanti torce (II) Insicuro riparo la notte se accesi sono i fuochi nelle strade (V)

C ancora un fuoco ardente nel mio cuore (V)

ti vuoi scaldare al fuoco del coraggio (VI)

come la notte della parascve, come lampade accese verso il sabato (XIV) sta il mattino spuntando che rischiara le notti di tragedia appena scorse

nel triste odore che precede lalba (XV) giorno sinsinua tra mani atterrite

squarciar la notte (XVI)

celiamo gli occhi a non veder lalbore (XVIII).

La prima poesia si chiude con la parola angoscia e il viaggio tramato di brivido, tragico
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mistero, silenzio dolo-roso e cupo (II), atroce tarlo della solitudine, eterno conflit-to (III), pianto amaro (VI), croce (X, XI, XIX, XX). E in controluce, in chiaroscuro appunto, lombra della morte, definita in due memorabili versi: inascoltato grido dabbandono misteriosa osmosi col silenzio (XIII).

Nellultima poesia per, accanto alle ombre della notte affiorano la speranza e il cuore ansioso dei discepoli di Emmaus. Contrasto quindi e proprio nel contrasto chiaroscurale laccostamento allarte di quel Caravaggio che una volta a Roma era arrivato a sfondare il soffitto della sua casa (in affitto!) per studiare il fenomeno del raggio di luce che trafigge la camera oscura. Le ragioni di quella ricerca si adattano bene alla poesia di Ragone: togliere il superfluo per portare alla luce, per fare luce nel buio, per liberarne la Verit. Come Caravaggio con il pennello, come laltro Michelangelo, il Buonarroti, con lo scalpello. Non a caso, come ha scritto Roberto Filippetti, Caravaggio diede il volto del Buonarroti al Nicodemo della sua Deposizione nel sepolcro (Pinacoteca Vaticana): larte non salva, ma pu portare Colui che salva, abbracciarsi alle Sue ginocchia e offrirLo agli occhi di chi ha un cuore semplice.

Laccostamento a Caravaggio diventa poi addirittura sor-prendente se si pensa che il sottotitolo della raccolta di Ragone DallOrto degli Ulivi a Emmaus e che Caravaggio, dopo aver dipinto nel 1602 La cattura di Cristo nellOrto degli Ulivi (National Gallery di Dublino), dipinse nel 1606 a Zagarolo, la cittadina nella quale Ragone vive, il celeberrimo Cristo in Emmaus della Pinacoteca di Brera. Caravaggio, ospite a Zagarolo del principe Marzio Colonna, in fuga da Roma, dove gli stato comminato il bando capitale per luccisione, forse per legittima difesa, di Ranuccio Tommasoni. Il pittore, ferito e in preda a chiss quale turbamento interiore, esprime attraverso il volto di Cristo, velato di mestizia, il suo desiderio di pace che si contrappone allurlo della testa mozzata di Golia, nella quale Caravaggio si autoritrae tre anni dopo (David con la testa di Golia. Roma. Galleria Borghese). *** LOrto degli Ulivi come metafora della vita, la passione degli Apostoli come metafora della passione di tutta lumanit. Ha un senso, un significato questa passione? La risposta ancora una volta in un punto di contatto fra la poesia di Ragone: dove sei andato, Pietro? Il gallo canta ed il tuo pianto amaro. (VI)

e una tela di Caravaggio, la Negazione di Pietro (New York. Collezione privata), in cui lApostolo, con le mani congiunte e puntate contro il petto, sembra esprimere contemporaneamente la discolpa e laddolorato mea culpa del traditore. Il dolore, questa passione degli Apostoli, una costante della vita di Caravaggio. Alla sua vita inquieta e disordinata dobbiamo un certo modo di sentire Cristo: si accorge della Presenza come perdono, come misericordia. Luomo prova dolore solo quando perdonato. Il bambino che ha combinato qualche danno non sente dolore prima che arrivi la mamma. E allora questo dolore deve avere un senso, un significato. Non a caso Manzoni arriv a chiamarlo provida sventura (Adelchi. Coro. Atto IV), indicando poi il sugo di tutta la storia dei Promessi Sposi nella conclusione di Renzo e Lucia: i guai quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita

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migliore. Il linguaggio da povera gente, ma utili per una vita migliore vuol dire che i guai, il dolore, la sofferenza hanno un valore. Innanzitutto un valore naturale, relativo alla crescita civile: il dolore ha un valore pedagogico: si soffre perch non si ha quello che si vorrebbe e conseguentemente ci si industria (si lavora, ci si sforza di migliorare etc.) per ottenerlo. Non a caso i popoli che pi hanno contribuito alla civilt sono quelli che pi hanno sofferto. La storia procede per sfide: luomo sfidato dalla situazione, dallavversario, dalla difficolt etc. ed egli risponde e procede. E soprattutto poi il dolore ha un valore soprannaturale; al de-siderio di Infinito delluomo corrisponde lofferta di s di Dio stesso. Qual , diciamo cos, la cinghia di trasmissione? Non la sapienza, non la potenza, ma lamore. Quante fiabe, miniera della sapienza popolare, ripropongono come archetipo questa grande verit! Basti per tutte pensare a Cenerentola, povera, innalzata per amore a livello di regina. Per innamorarsi di Dio e amarLo bisogna per combattere il proprio ego-ismo, la pretesa di una autosufficienza tutta umana: la sofferenza in fondo un accettare quello che non vorremmo, cio un mettere da parte il nostro ego, la nostra volont, per far posto alla volont di Dio. Luomo nasce egoista, ma deve diventare innamorato di Dio e la vita stessa si incarica dinsegnargli a diventare povero, come Cenerentola, cio a svuotarsi di s, a uscire da s, dal proprio egoismo. Basti pensare a quella serie di appuntamenti inevitabili con il dolore nella vita di ogni uomo senza i quali non si potrebbe crescere: 1. la nascita come doloroso distacco dal grembo materno; 2. lo svezzamento; 3. il primo inserimento nellambiente scolastico; 4. linizio di una professione; 5. ogni volta che accettiamo quello che non vorremmo, che facciamo un sacrificio; 6. la morte, infine, come ultimo superamento di s. Tutti appuntamenti che ci fanno crescere ogni giorno nel-laccettazione dellaltro per prepararci allaccettazione di Dio, ci insegnano a uscire dallamore di s per arrivare allamore dellAltro. Ci insegnano insomma lamore vero, lamore-dono, che non quello del mi piace e nemmeno quello del mi sono innamorato di , ma quello del ti voglio bene che vuol dire voglio il tuo bene. Significativamente i primi due verbi sono riflessivi, cio ego-centrati, mentre il terzo attivo: se voglio il tuo bene devo spendermi, sacrificarmi, donarmi. Il dolore, il sacrificio sono insomma utili, perch ci fanno uscire dallamore-uso (io consumo te) e ci avviano allamore-dono (io mi consumo per te). Chi ama si sacrifica, cio mette da parte il proprio egoismo per fare la volont di Dio. Ma la volont di Dio lo Spirito e quindi chi fa spazio alla volont di Dio fa per ci stesso spazio a Dio dentro di s. Sacrificarsi (dal latino sacrum facere) aiuta ad accantonare la propria egoistica volont, a volere ci che non si vorrebbe, affinch si possa poi dire Tuttavia, la Tua, non la mia volont sia fatta, che, non a caso, proprio la conclusione della preghiera di Ges nellOrto degli Ulivi, che permetter la gioia del cuore ardente dei discepoli di Emmaus. Antonio Fiorito,
critico letterario, docente di Lettere e Filosofia presso il Liceo classico statale Claudio Eliano di Palestrina (Roma)

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LA VITA: VIAGGIO VERSO LISOLA NASCOSTA PREFAZIONE di Antonio Fiorito

Enea o Ulisse? Chi siamo? A chi dei due assomiglia la nostra vita? Crollate tutte le ideologie, sparite le utopie, ammainate o strappate tutte le bandiere, sembra che la scelta decisiva per lumanit sia quella di fronte a questa alternativa: o il viaggio di Ulisse, luomo greco, leroe vittorioso, che vince con il braccio e la testa e viaggia attraverso il mare per riprendersi Itaca, la sua isola, e ridiventare re, sposo e padre; o il viaggio di Enea, luomo romano, leroe che ha perso, che non ha pi patria, che rinuncia alla sua comoda, ma piccola, angusta Itaca, la Cartagine di Didone che gli offriva se stessa e un trono, e, guidato dallo spirito del padre, va per obbedire agli dei verso qualcosa che non sa nemmeno lui bene cosa sia, perch si sente chiamato, avverte cio tutta la vita letteralmente come vocazione. un fatto che luomo greco ha poi fondato tante piccole Itaca, tante pleis, mentre luomo romano ha fondato un impero che non stato tranquillo finch non ha coinciso quasi con i confini del mondo. La poesia di Antonio Ragone ci aiuta a scegliere il viaggio, cio il destino di Enea. Per Ragone (Ouverture) siamo tutti inconsapevoli marinai, ma la nostra antica meta, lisola nascosta, non Itaca, non lorizzonte ristretto della terrestrit, non una dimensione umana chiusa in s, conclusa in se stessa: la strada stretta porta al mare, allinfinito, allelemento arcano, si slarga nellazzurro golfo, sino allestremo irraggiungibile orizzonte (Passaggio Costiero) Lampia distesa di mare fatica e riposo, affascinante paura, ma soprattutto per noi esuli, nel misterioso spazio dun istante, speranza di porti pi lontani dellorizzonte (La Donna con le Vesti Nere) Come Enea, anche Ragone non ha sempre un rapporto idilliaco con il mare, con il viaggio per mare, cio con lesperienza della vita. Nel rapporto col reale egli non si nasconde difficolt e problemi. A cominciare dal dato di fatto iniziale nellesperienza umana: esistiamo e non sappiamo perch. Come lagave nata sulla roccia / che costeggia lasfalto cocente / dellestate (Terra e Mari Lontani) ci sentiamo fuori posto, fatti per un luogo altro, per qualcosa di pi grande di noi stessi e quindi incommensurabile. E infatti il mare invernale, lultima frontiera della terra ci rammenta i sensi racchiusi nellantica corteccia della storia, giacch quel vento che ci chiama oltre lorizzonte, vola pi lontano di noi (Esodo verso il Mare) Linconsapevole / marinaio si sente esiliato e solo e a volte sagita la barca per pietrosi scogli; non c
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la luna che sia da lume, n luci seppur distanti duna proda di sale (Sul Mare di Cartone) Ma non siamo soli: siamo circondati dai segni della Presenza che salva, segni che ci accompagnano verso lantica meta e ce ne indicano la strada. Un cuore di poeta non pu non coglierli: tu, nei miei viaggi irrequieti e senza fine, con me, su questo mare, come chiaro faro, sempre mi sei accanto (Dedica Marina alla Moglie) Ma, da lontano, un faro si culla sui flutti, luce certa dun porto che protegge dalle insidie delle urla marine; verso quel faro, dentro quel porto mai abbandonato, sulla barca che ondeggia sullonde amabili dun mare che vive, dorme azzurro il marinaio (Sul Mare di Cartone) E a pro-vocare, a chiamare letteralmente in avanti il pascaliano cuore delluomo, ancora una volta il mare-realt, il dantesco gran mar dellessere della vita trepidante fascino (Mmesi) Anche se i remi abbandonati nei flutti tremano, il viaggio dellungarettiano superstite / lupo di mare riprende: avanti, forti, col sole e la tempesta verso un mare spalancato al mistero (Luca Cupiello) La torre misteriosa / baluardo antico contro i saraceni, altra potente metafora di Ragone, incorporata alla scogliera dinerpicanti / agavi e carrubi e fichidindia (Notte dOttobre 54), ha resistito ai marosi, che lhanno flagellata, ai venti contrari, alle illusioni delle sirene. E il viaggio riprende, sempre il viaggio riprese, / lo stanco marinaio, e ancora oggi! (La Sera Inquieta), un viaggio che passa attraverso loceano, il deserto, la fatica, per approdare alla terra promessa, alla pienezza, per scoprire un luogo in cui si stia bene, una dimora, un thos, come dicevano i greci. A questo thos Ragone d il nome di isola nascosta, quella che Gozzano definisce La pi bella perch lIsola non-Trovata: la segnano le carte antiche dei corsari, sannuncia col profumo, Ma, se il piloto avanza, rapida si dilegua come parvenza vana, si tinge dellazzurro color di lontananza Lisola si nasconde, ma esiste. Non lIsola-che-non-c. nascosta, deve essere cercata, ma c. Lo ha capito alla fine anche Ulisse, a cui Dante (che non a caso comincia la Divina Commedia con la parola cammino perch anche per lui la vita viaggio) rivolge nel Canto XXVI dellInferno una domanda interessantissima. Dante accetta tutta la storia dellUlisse omerico, non inventa un altro Ulisse, perch luomo cristiano non deve negar nulla, non deve dire che era uno sciocco lUlisse di Omero, no, lo accetta tutto, ma gli fa la domanda che luomo cristiano fa alluomo greco: Ulisse, dove sei andato a morire?. Questa la domanda con cui inizia il dialogo perch Dante sa che Ulisse, cio luomo, non pu fermarsi, accontentarsi di Itaca. Dante conosce la misura del cuore di Ulisse meglio di Omero e perci lUlisse di Dante non il contrario di quello di Omero, ma il suo compi-mento: inizia dove quello di Omero era finito. Infatti Ulisse

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risponde a Dante: vero, non mi sono fermato a Itaca, ho ripreso il mare. Anche Ulisse, sembra commentare Ragone, mentre il giorno gi declina nella sera celeste e silenziosa, con LUltima Vela torna ad immergersi in mare, senza posa, sallontana dagli azzurri massi di Itaca e si affida al vento fuori dai (suoi) rumori. quello che cantava lo sconosciuto / che vendeva more di gelso su foglie di fico e che la Madre nel suo tenerissimo Colloquio con il figlio ri-corda, riporta cio letteralmente al suo cuore: La barca solitaria in mezzo la mare, cerca riparo in darsena il fanciullo; poi, pur nella tempesta il suo viaggio riprende, ch il mare il suo colore ha messo negli occhi suoi (Colloquio con la perduta Madre) Ed questultima la grande verit, leredit della madre che Ragone accetta di condividere con noi, suoi lettori: il viaggio riprende perch il mare il suo colore / ha messo negli occhi di ogni uomo, che si ritrova per questo pieno di desiderio (dalle stelle!), di una strana nostalgia non lenita mai da niente, da nessuna piccola Itaca e che quindi nostalgia di un Infinito. Il viaggio riprende perch, rivela la madre, noi siamo il mare: perch quellInfinito la profondit del finito, lorigi-ne e il sostegno di tutto quello che esiste. Non riconoscerlo porta al dis-astro, al fallimento di Ulisse, il cui errore non fu di voler oltrepassare le Colonne dErcole, ma di voler misurare lOceano come aveva misurato il Mediterraneo, di voler cio ridurre prometeicamente lInfinito al finito, di conquistare la falsa felicit di un paradiso terrestre, invece di colmare LAssenza e compiere LAttesa, varcando la soglia dei silenzi, ove non si smarrisce la ragione e non si tirano per ogni dubbio i dadi, l dove LUltima Vela conduce a trovare la pace / nella sua bianca veste. Noi siamo il mare, questo spazio immenso, eppure troppo breve per la nostra eternit, questo scrigno aperto pieno di mistero, questa incessante pro-vocazione a intraprendere e ripren-dere il viaggio verso LIsola Nascosta. Antonio Fiorito,
critico letterario, Docente di Lettere e Filosofia Presso il Liceo-Ginnasio statale Claudio Eliano di Palestrina (Roma)

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