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IL GATTO D’UN REGNO LONTANO

Era una di quelle sere di un settembre caldo, addirittura insolitamente e


incoerentemente afoso, più che un inizio di autunno, era un’estate che non voleva
andarsene, si vede che quell’anno s’era trovata bene tra le sue amiche piante campestri,
tra le variopinte farfalle, tra i suoi fastidiosi insetti, tra le sue rose e le sue spine, che noi,
attirati dalla loro bellezza, coglievamo al volo, d’istinto, trovandoci le dita insanguinate
come il colore dei loro petali.
La nonna ci diceva di stare attenti alle cose belle perché spesso ci puniscono per
aver osato toccarle, o solo addirittura immaginarle. Noi non capivamo, la vita, con la sua
silenziosa pazienza, ce lo avrebbe spiegato in seguito.
Quell’estate, dicevo, sembrava avere la presuntuosa intenzione di ritornare indietro
e di rifare il medesimo percorso. Nel regno degli elfi, si sa, gli elementi sono capricciosi,
non è come oggi, che anche una pioggerellina primaverile diventa oggetto di notizia e di
studio, perfino da parlarne nei telegiornali come eventi eccezionali.
È il regno della natura ad essere imprevedibile, il regno dell’aria, della terra e degli
eventi atmosferici, l’originario ed unico regno popolato da quegli esseri benevoli, spiritelli
sospesi tra il cielo e la terra, abitanti dei boschi e delle caverne, che se ne infischiano
tranquillamente, e fanno bene, delle nostre dottrine così sofisticate puntualmente
contraddette e smentite.
Così l’estate era ancora lì, certamente una lotta impari stava avvenendo al di fuori
delle nostre conoscenze.
Ma, questo lo ricordo benissimo, per noi era una questione naturale, le stagioni
andavano e venivano, decidevano i percorsi da fare, stabilivano i loro tempi che noi
vivevamo in piena normalità.
Quella sera di settembre ci trovavamo tutti fuori, nel rustico viale della vecchia casa
sul mare, sotto il pergolato d’uva, gli adulti seduti sopra le panche, mentre noi fanciulli
preferivamo stare accovacciati sul muretto, - state attenti, state attenti (se potete) - a
contare le stelle dell’Orsa Maggiore senza sapere che lo fosse, ad osservare con
meraviglia le luci delle navi attraccate nel porto, ad innamorarci dell’orizzonte nascosto
nell’oscurità.
Mia sorella aveva scelto di distendersi per terra, abbracciata a Giacomino, che se
ne stava placido, tranquillizzato dai discorsi che non disturbavano la quiete della sera.

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Egli aveva il corpo color dell’arancia, formato da striature orizzontali che si
alternavano, una più densa, l’altra più leggera, così fino alla coda, al musetto, agli orecchi;
gli occhi, ecco, gli occhi erano una mistura di verde e azzurro, di bosco e mare, al buio
brillavano come piccole lucerne.

Non so da dove fosse venuto.


Ricordo solo che era un grigio pomeriggio di pioggia scrosciante, mentre percorrevo
la strada di ritorno verso casa, finché non sentii un flebile piagnucolìo, un fievole lamento,
un disperato gemito d’aiuto.
Mi guardai d’intorno, non vidi che l’erbaccia bagnata e un rivolo lungo la cunetta
della via che trascinava le prime secche foglie dell’inoltrato autunno chissà dove.
Mi fermai, le gocce pesanti dell’ombrello battevano sul selciato, le scarpe erano
fradice e rigonfie d’acqua, l’umidità mi consegnò un brivido di freddo lungo il corpo.
Quel lamento si ripeté, e lo intesi provenire da sotto un’auto parcheggiata, dove il
piccolo gatto s’era rifugiato per proteggersi dalla pioggia e dalla paura.
Non mi chiesi nulla, lo raccolsi senza far rumore nei miei pensieri.
A casa, mia sorella, mio fratello e io lo asciugammo, lo avvolgemmo in un panno di
lana e lo avvicinammo al tepore del braciere.
Fu allora che capii che gli animali, come elfi visibili, capiscono il nostro linguaggio e
ancor più i nostri pensieri, senza che l’uomo si sforzi per comprendere almeno il loro
dolore.
Pur tra parole lievemente sussurrate per la casa – appena starà meglio dovrà andar
via – fummo subito certi di aver trovato un amico che, avendo capito di non essere di
impiccio, chiedeva solo di non essere sfortunato.
Forse avrà pensato: vengo da un regno lontano, mi hanno soccorso, mi hanno
portato qui e mi hanno curato!
E poi Giacomino, quel vezzeggiativo dal sapore umano, lo impose mia sorella,
spettava a lei la scelta, – sono le donne a dare i nomi agli animali – disse.

Così arrivò un ospite inatteso e non invitato, che divenne poi parte integrante della
famiglia di quell’arco della nostra vita, solo temporalmente distante, giacché, essendo i

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ricordi custoditi in qualche luogo del nostro essere, non sono vicini, ma, addirittura, sono
noi stessi, il nostro pensiero, il nostro modo di comportarsi, le nostre contraddizioni.
Si alternarono le stagioni, gli anni, i ricordi non percorrono il tempo delle ore.
Un mattino di maggio, le nostre rose orgogliose erano nate nel giardino sotto
l’albero di melograno, la colazione attendeva ansiosa, le uova appena raccolte, calde, e i
biscotti fatti in casa, posti al centro della tavola imbandita con cura dalla mamma,
bisognava far presto, la scuola ci attendeva.
Apparve mio padre col suo volto di pescatore color rame, aveva tra le braccia
Giacomino, amorevole visione di un istante – l’ho trovato fuori il cancello, c’e pericolo per
la via – disse.
Poi, cautamente, lo poggiò per terra, e si inoltrò nella terra rigogliosa.
Amava lì trascorrere i suoi giorni, a rincorrere lucertole farfalle e passeri, mentre noi
andavamo veloci contro il futuro.
L’estate andava e ritornava, tutto andava e ritornava, ma ogni nuovo ritorno ci
presentava un conto da pagare.
Il sole intiepidiva la terra e le mura della nostra casa, prudenti lucertole sbucavano
dalle crepe, ed egli rimaneva ore ad appostarsi, a meno che non apparivano gechi
aggrappati al muro desiderosi di sole.
Allora scappava via, la vista della grigiastra scorza e delle dita munite di lamelle di
questo innocuo abitante mediterraneo lo impauriva.
L’inverno, quando la pioggia bagnava la terra e si mescolava al mare, quando il
freddo pungente rabbrividiva l’aria, le riarse sterpaglie e le secche spoglie dei rami, egli,
simile ad affezionato impostore, ci teneva compagnia, accovacciato accanto al braciere.
Noi, fanciulli spesso pensierosi, eravamo elementi che completavano l’unico quadro
di quel tempo, seduti al vecchio tavolo di legno della cucina, intenti al rito quotidiano dei
compiti scolastici.
Spesso, alzava il suo capo, si guardava intorno, e veniva da noi, curiosando tra i
nostri libri ed i quaderni, camminandoci sopra, accovacciandovisi quasi a voler restar lì a
riposare, a cercare l’intima necessità di un nuovo tepore.

Altro tempo trascorse e con esso il nostro.

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Era un giorno d’estate quando un topo finì intrappolato nell’apposita gabbietta,
sapevamo come si comportava con le lucertole, le farfalle e i passeri, quelle sue piccole
battaglie quasi sempre perse.
Io lo presi in braccio, mentre mia sorella reggeva la gabbietta col malcapitato topo –
vediamo come si comporta, i gatti mangiano i topi – pensammo, o quantomeno li
spauriscono e li cacciano via.
Lo spavento di Giacomino fu raccapricciante, inatteso, fuggì via da me graffiandomi
le braccia e il petto.
Passammo alcuni giorni con la speranza di vederlo tornare, poi la vana attesa dei
mesi: capimmo che non l’avremmo più rivisto.
Intanto, il mio viaggio proseguiva, l’implacabile tempo, di nascosto, mi trasportava
lentamente verso un mondo più ampio.
Il mare sottostante mi teneva compagnia, lui non mi lasciò mai; spesso scendevo a
Salerno per andare a scuola, a piedi, ogni passo era un nuovo pensiero, una nuova
domanda a cui dare una risposta ancora da maturare.
Fu una di quelle mattine, poco prima di Palazzo Olivieri, tra la sovrastante Madonna
degli Angeli e il mare, che vidi Giacomino appostato tra l’erba alta della vegetazione
costiera, scappò via veloce appena mi scorse.
Aveva scelto, a suo modo, la sua libertà.
Continuavano le stagioni ad alternarsi, senza tregua. Quell’inverno ci regalò la
neve, inusuale per noi, quasi sconosciuta, così tanta.
La terra coperta di neve, gli alberi coperti di neve, il braccio del porto e le navi
coperti di neve. Tutto copriva la neve, uniformando gli elementi in un senso interiore di
pace, circondato dall’azzurro del mare.
Fu allora, ricordo, che trovammo un pettirosso, infreddolito e spaurito
nell’inconsueta nevicata, che custodimmo al caldo con la stessa cura d’un bambino che
non riuscì a sopravvivere: lo seppellimmo presso l’albero del fico dentro un salvadanaio di
legno color celeste, chiuso a chiave, mentre continuava la neve a scendere, a render
bianco anche quel piccolo sepolcro.
Poi ritornò la primavera, un pomeriggio tiepido, mia madre mi chiamò dall’agreste
viale, io corsi fuori, era ritornato, finalmente, Giacomino.
Lo riconoscemmo per istinto, era molto cambiato, gli mancava una zampina. Con gli
occhi tentava di parlarci, e noi cercammo di capirlo. Cosa voleva dirci con quegli occhi
appiccicosi e tristi?

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Forse – eccomi, ho voluto fare il temerario, ma sono ritornato, certo, non potrò più
saltare sugli alberi, appostarmi e lanciarmi sulle lucertole e sui passeri, tanto perdevo
quasi sempre l’attacco, ma sto cercando d’abituarmi a questa condizione e vedrete che di
balzi ne farò ancora! – Io pensavo da essere umano, che elemosina a se stesso una
illusione per sopravvivere, riprendendo il cammino.

Quanto tempo era passato da quel pomeriggio piovoso che lo trovai, tutto bagnato
e infreddolito!
Come allora, lo curammo, si riprese, ma non rincorse mai più le lucertole, le farfalle
e i passeri, se ne stava disteso, tranquillo, non voleva più lasciarci, voleva recuperare il
tempo buttato via, donarci la sua compagnia.
Un pomeriggio, come al solito, tornato dalla scuola, mi accorsi che Giacomino non
era lì, nel viale ad aspettarmi; – dov’è? – chiesi a mia nonna e a mia madre. Finsero di non
capire e – il pranzo è pronto sulla tavola, mangia – mi dissero.
Il mio rammarico, ancora oggi, è di non averlo più visto d’improvviso, perché nel
frattempo s’era già provveduto a seppellirlo in quella terra, dove per anni aveva giocato
con le lucertole, le farfalle e i passeri.
Forse la notte è un elfo benevolo che popola la natura del bosco.

ANTONIO RAGONE