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I MORTI NON VANNO VIA

Un giorno - forse era un pomeriggio torrido


d'estate - non sapevo cosa fare e, per caso, mi
trovai tra le mani un dizionario della lingua
italiana. Lo sfogliai senza alcun interesse, vedevo
solo accavallarsi ad ogni foglio le parole in neretto
corrispondenti ai vocaboli della lingua italiana.
Penso, ad un certo punto, mentre
continuavo a sfogliare, d'essermi addormentato in
compagnia del dondolìo della poltrona di vimini.
Ma forse stavo solo in dormiveglia.
Aprii gli occhi giusto per un attimo quando
cambiai posizione sulla sedia, e il libro tra le mani
mi si aprì. E lessi, quasi senza accorgermene, la
seguente definizione:
– Avarizia: smodata cupidigia di denaro e di
averi, ed eccessiva tenacità nel conservarli. –
Poi, richiusi gli occhi.

Un bambino correva lungo la stradina fitta di


fichidindia sotto piante di quercia. Al di là del
muretto che delimitava la stradina cespugli ed
ortiche erano nati sotto alberi di carrube, e più giù
ancora, la roccia che scendeva sino al mare, la
tirrenica roccia su cui esili agavi s'innalzavano.
Il suono dell'estate era la cicala nascosta
forse tra i rami del centenario pino e il cinguettio
di passeri irrequieti.

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In questo schietto gioco la corsa del
bambino era la pagina vitale più armoniosa, il
movimento che spinge l'uomo a fare la sua storia.
Il suo sudore mattutino brillava ai raggi del
solerte sole, quando, ad un tratto, i suoi ginocchi
conobbero il duro contatto della ghiaia. Sul viso
apparve il segno del dolore, gli occhi, prima si
gonfiarono, poi sparsero lacrime.
La mamma sentì il flebile pianto del bimbo,
e accorse, segnando in quel breve tragitto, un
segmento d'amore. Appena giunta, lo sollevò da
terra, svincolandolo dal tronco della quercia, al
quale, cadendo, s'era come abbracciato. Il bimbo
si strinse, lenendo il suo dolore, all'esile collo della
madre.
Gracile il corpo della donna, eppure così
forte fu l'abbraccio al figlio mentre lo portava
verso casa, dove il melograno faceva ombra.

– Oh, eccoti finalmente! – Fu questa


l'esclamazione che accolse Angela appena
rientrata in casa.
La ragazza non batté ciglio, non perché
quelle parole non la ferissero, ma per
l'assuefazione conquistata in quel tipo di
trattamento: essa era la migliore delle protezioni
agli sconforti, alla desolazione, alle angosciose
solitudini.
Anche la fatica che copriva l'intero giorno,
dall'alba al tramonto, così stancante e muta, la
proteggeva e la isolava dal presente e dal

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passato, così denso, quest'ultimo, di ricordi più
grandi della sua giovane età.
I ricordi sono come semi gettati nella terra
fertile della nostra mente: gli anni e la loro vita
sono l'acqua che li alimenterà. Come alberi
spunteranno tra i meandri dei nostri misteri,
spontaneamente cresceranno, silenziosi, sì che
noi nemmeno ne avvertiamo la presenza e i
mutamenti. Durante il viaggio, alcuni di essi forse
seccheranno, altri si fermeranno a una certa
altezza, e altri ancora diventeranno alti, sempre
più alti.
I ricordi ancora sono come frutti raccolti
lungo il sentiero e messi nel sacco che portiamo
sulle spalle già dalla nascita: pian piano esso si
riempirà e, crescendo, sarà sempre più pieno, così
matureremo.
Il sacco non ha un peso preciso: a volte
pesa pochi grammi o quasi niente se i suoi frutti ci
fanno gioire e ci aiutano a continuare il viaggio;
altre volte ha un peso indescrivibile e vorremmo
liberarci del carico di taluni frutti. Eppure
anch'essi fanno parte del sacco che è soltanto
nostro, anch'essi maturano la vita alla luce
dell'esperienza.
– Dove sei stata, eh? Sempre dietro a
questo moccioso! – la voce riprese più burrascosa
di prima.
Angela si voltò d'istinto, ma nemmeno sfiorò
lo sguardo della donna che le stava di fronte,
immobile, appena curva sulla schiena, gli occhi
fissi e severi e le braccia ai fianchi.
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La sera, a letto, il piccolo Nicola, con la testa
sul cuscino, aveva lo sguardo perso nel vuoto. A
tratti gli occhi, sopraggiungendo il sonno, gli si
chiudevano per poi riaprirsi, ma solo brevemente.
Così, lentamente, si addormentò, dopo ch'ebbe
avuto cura di farsi il segno della croce.
La mamma girava per la piccola stanza
mettendo in ordine i pochi vestiti sparsi sul letto e
sulla sedia. Poi guardò il figliuolo e si commosse a
vederlo dormir così serenamente. Si sedette al
suo fianco e gli poggiò la testa vicino.
E il sacco dei ricordi si svuotò,
inesorabilmente.

Angela e Mario camminavano lungo la


spiaggia in una tiepida mattina che a volte il
freddo e piovoso gennaio regala agli abitanti del
mare.
Si dicevano il loro amore stringendosi le
mani, poi si nascosero tra le barche puntellate
sulla sabbia, e il corpo di lei per la prima volta si
scoprì all'amore.
Più tardi, ancora passeggiavano più vicini al
mare, proprio dove l'onda lambiva la spiaggia.
– Ti sposerò – le disse Mario – voglio
sposarti. Sto mettendo da parte i soldi.
Quest'anno la pesca è buona. –
Le strinse ancora la mano, e poi si
allontanò.
Angela restò a guardarlo, mentre il pensiero
le divenne triste.
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– La pesca è buona – pensò mentre lo
vedeva allontanarsi, e lo sentì davvero sempre più
lontano.
Come lontano, e cupo, all'alba del giorno
dopo, fu il boato che si sentì sul mare, al di là
della scogliera.
La voce di morte risuonò nelle strade del
villaggio dei pescatori, si sparse per i vicoli, entrò
nelle case: – Mario è morto. –
Angela percepì il tragico messaggio.

Doveva essere notte avanzata, dopo questi


ricordi.
Ella si voltò verso il bambino e lo accarezzò.
– Domani andremo via – disse al bimbo
come se potesse ascoltarla – non possiamo più
restare qui. Andremo in città, là cercherò mio
fratello, avrà trovato un lavoro, forse ci aiuterà.
Domani andremo via. –
E all'indomani, appena il giorno s'era levato,
Angela era già pronta sulla soglia della casa.
Aveva gli occhi rossi e lucidi per il pianto e la
notte insonne. Con una mano reggeva una
vecchia valigia di cartone, con l'altra la piccola
mano di Nicola.
La vecchia Adele, com'era sua abitudine, era
già per i campi. Quando vide Angela e il bambino,
strinse intensamente i pugni delle mani. E, forse,
prima che il cuore s'indurisse ancor di più, sentì
un leggero fremito caderle addosso come la piuma
di un'allodola passeggera. Forse voleva accostarsi,

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ma i piedi avevano i muscoli tesi sulla sabbia
smossa dai colpi della zappa.
Non fecero altro, le due donne, che
guardarsi a distanza, e fu un addio senza parole.

Quella sera la vecchia Adele si chiuse nella


sua stanza prima del solito, e quelli che le stavano
attorno, serve e operai, se ne stupirono molto.
– La vecchia, questa sera, ha parecchi soldi
da contare – qualcuno disse sottovoce.
Una delle serve, infatti, una volta raccontò
d'aver visto di notte, attraverso la fessura della
porta chiusa, la vecchia che, seduta sul letto,
contava e ricontava soldi. Dopo il racconto
qualcuno ammonì quella ragazza, perché non era
bello mettere il naso nelle cose segrete degli altri;
ma i più mormorarono:
– Si sa che la vecchia è molto avara.
– E non spende nulla del suo denaro.
– Sono anni che lo mette da parte: chissà
come sarà ricca!
Quella sera, invece, Adele non contò i soldi.
Restò a lungo seduta ai bordi del letto, le
braccia tese sulle gambe e il busto eretto.
E anche per lei, inesorabilmente, il sacco dei
ricordi si svuotò.

I ricordi di Adele salirono a uno a uno dalle


profondità della sua memoria, si adagiarono nella
sua mente, parlavano, chiedevano.
– Adele, Adele... – la voce del marito
abbandonato nel suo letto agonico. –
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– Adele. un po' d'acqua, ho sete... soffoco...

L'inutile attesa della moglie, e poi, tragico, il
tonfo del suo corpo sul pavimento, inutilmente
teso verso il bicchiere sul comodino.
Poi accorsero le serve, chiamate dai rumori,
mentre inconsuetamente e suggestivamente
nevicava sul podere e sul mare.

– Mamma.. – com'era lontana la voce del


figlio. Da dove proveniva? Dov'era, in quel
momento. quel figlio che fuggì di casa? E i suoi
occhi? Com'erano, cosa volevano i suoi occhi?
Si possono descrivere le parole, darne o
cercarne un senso, analizzarle; ma spiegare gli
occhi, tradurre in parole le loro espressioni è
possibile solo in minima misura.
Gli occhi del figlio avevano i colori
dell'implorazione e della paura; e di quanti altri
colori ancora? Colori di domande, di rimorsi,
persino di odio; e ancora, di pietà, di vendetta,
tutti sulla stessa tavolozza.

Con questi ricordi Adele passò tutta la notte,


i lunghi capelli grigi sciolti le cadevano fin sopra la
schiena, si appoggiavano sulla coperta bianca del
letto.
Intanto, dai fori della finestra, qualche
leggera luce s'intravedeva.
Tante albe ancora Adele vide rifiorire sul
mare, da quella notte di ricordi, tante albe
impregnate di profumi campestri e marini, o di
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temporali che chiudevano persino la linea
dell'ultimo orizzonte; ancora tante albe
accompagnate dal rombo del vapore in lontananza
che chiedeva il permesso di entrare nel porto,
dalle barche che tornavano a riva dopo la
notturna pesca al largo, cariche di uomini e pesci,
dal grido dei gabbiani appoggiati sui pali dei mitili.
Nel vasto arcipelago umano Adele era
avulsa da quei movimenti, per lei tutto era fermo,
tranne il tempo e la vita.
Invecchiava sempre più, come tutto
invecchia; ma ogni anno le dava la sua razione di
vecchiezza senza pietà, in disarmonia col tempo.

Se il giorno con il suo chiarore riesce a tener


chiusi dentro i volti degli spettri e a soffocarne
trepide le voci, la notte, adombrando, li libera dal
giogo.
Così essi, spezzate le catene, si insinuano
tra le barche addormentate, tra gli alberi,
strisciano sui sentieri cosparsi di fogliame, nella
pioggia sono gocce che cadono, inesorabili,
sempre sullo stesso punto della memoria umana,
nel vento sono sospiri che volano in cerca di
qualcuno da sfiorare.
Una notte d'inverno inoltrato, dalla
finestrella socchiusa, penetrarono nella stanza di
Adele, insieme con il buio, sospiri di vento
inumiditi di pioggia, la pioggia che, scesa già dalle
prime ombre della sera, accompagnava tuoni
impetuosi e lampi che segnavano uno squarcio di

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luce sino all'ultimo orizzonte, dove il mare sembra
finire.
Adele si guardava allo specchio, come per
tutto il giorno aveva fatto. I suoi occhi erano rossi
e una lacrima tardiva scendeva attraverso le
rughe.
Intanto entravano, quei sospiri, nella
stanza, sfiorando la fiamma della candela posta
sul comò accanto ad Adele, e Adele non poteva
fermarli. La tenue fiamma dondolava e con essa i
volti tormentati sulle pareti, maschere erano con
occhi sbarrati di sangue che colava lungo le facce
ora oblunghe, ora schiacciate: ridevano, ridevano,
e Adele non poteva zittirli; piangevano,
piangevano, e Adele non poteva allontanarli.
Come lontano era il suono delle loro voci,
giungevano certamente da una valle così lontana
da Adele, eppure così vicina a sé, così dentro di
sé.
Per gran parte della notte, di quella notte di
Adele, le immagini e le voci popolarono la stanza,
che volteggiava anch'essa nella penombra, sì da
sembrare un atomo indistinto nell'universo della
vita.
Poi i sospiri cessarono, e le immagini e le
voci si calmarono, e la stanza si fermò.
E allora apparve, senza alcun rumore,
riflessa nello specchio, Angela: si muoveva come
sospesa nell'aria.
- Angela... sei tornata?... Oh, Angela, sono
tanto sola... –

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Adele disse queste parole senza voltarsi,
fissando la figura di Angela nello specchio.
Angela piangeva e aveva pallido il volto.
– Dov'è Nicola – chiese Adele?
Angela abbassò il volto.
Adele si voltò di scatto, voleva correre ad
abbracciar Angela, ma non c'era nessuno dietro di
lei, se non il vuoto gelido, il nulla.
Abbassò il capo, si rigirò verso lo specchio, e
così la rivide.
E di nuovo chiese: – Dov'è Nicola? –
Angela socchiuse gli occhi.
Adele capì, e disse: – Ora lo so, siete morti,
siete tutti morti. –

Un rumore tinnulo girava per l'intera casa,


scuoteva la sua quiete. Come un segno
intermittente esso si infiltrava nella mente
stabilendosi nei tratti delle tempie, sconvolgendo
la linea di frontiera che separa il sogno dalla
realtà.
Per qualche momento penso d'aver esitato a
quel richiamo, non volendo distogliermi, forse
stavo dormendo, ma essendo tutto ormai giunto
alla fine, capii che potevo ridestarmi.
E sudato e frastornato, aprii gli occhi.
Il telefono squillava chissà da quanto!
Mi alzai di scatto dalla sedia e corsi all'altra
stanza, non prima d'aver inciampato nel dizionario
che nel frattempo m'era caduto tra i piedi.
Tirai su la cornetta del telefono: – Pron..
pronto... –
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La voce di donna che rispose alla mia rituale
domanda arrivava al mio orecchio attutita e
scomposta per la lontananza, e disturbata da un
fruscìo: forse per questo l'avvertii tremante,
ansiosa, roca come una voce vecchia.
– C'è Angela? – chiese la voce.
D'istinto risposi: – Angela è andata via. Per
sempre. –
Io ritornavo dal passato.
La voce, allora, domandò stupìta, sempre
più lontana: – Come?... Per sempre? –
Mi ripresi: – No, qui non c'è nessuna
Angela. Forse... credo... –
La voce si sovrappose, smorzando quel mio
barbugliare: – Allora... ho sbagliato, ho sbagliato
numero. Mi scusi, ho sbagliato. –

Antonio Ragone

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