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DENTRO L’IO ABITA IL NOI

MARCELLO VENEZIANI – “IL PENSIERO COMUNITARIO DI GENTILE” INTRODUZIONE A “GENESI E


STRUTTURA DELLA SOCIETÁ”. VALLECCHI, 2020 ( SITO )

Giovanni Gentile é il filosofo della comunitá, il piú radicale, il piú conseguente pensatore
comunitario; perché la sua fondazione non é solo sociale ma investe la condizione umana integrale
e fonda un orizzonte comune trascendente.

La comunitá é dentro di noi, innata, abita in interiore homine, diremmo con linguaggio
agostiniano. “La comunitá é presente come legge interna all’individuo” e anche la gloria personale
non é che il compimento, anzi “l’adempimento”, dell’universale che é in noi. Nella gloria ció che
é soggettivo si fa universale. Organicismo comunitario.

Non é un Noi giá compiuto e preesistente né la comunitá é un dato naturale che l’individuo eredita
dal passato. Ma é un atto, un processo, una volontá in cui ció che é originario si realizza, diviene
e sorge quella che possiamo definire la filosofia dell’identitá (…). L’individuo é massima
particolaritá in quanto é massima universalitá, piú é lui piú é tutti; anzi l’individuo contiene in sé
la comunitá. Ma anche il volere del singolo si realizza solo nel volere universale dello Stato, la
libertá coincide con l’autoritá, l’Io con lo Stato, la societá trascendentale é l’Io trascendentale.

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Basta talvolta uno sguardo e il prossimo si fa tutt’uno con noi, nota Gentile in un passaggio pervaso
di romanticismo, “gli occhi sono cosí eloquenti testimoni del cuore che un lampo solo di essi basta
per accendere l’amore inteso come la piú perfetta societá tra due individui”. In senso piú ampio,
l’amore é per Gentile “perfezione della conoscenza”; ama le cose chi le studia: studium vuol dire
amore. Conoscere é amare, e viceversa. Gentile nota che l’uomo vive d’amore, é l’amore che lo
porta a uscire fuori da sé, a condurlo alla trascendenza, superando sé stesso.

Per essere individuo non basta nascere, dice Gentile, ma la sua umanitá si rivela “nella previsione
del futuro”; lo diceva giá Kant parlando de “l’attesa ponderata dell’avvenire”. L’uomo é colui che
progetta, l’umanitá é tensione e proiezione nel futuro e ogni proiezione indica responsabilitá del
proprio agire, assunzione dei frutti della propria azione. Torna l’identificazione tra libertá e
dovere.

Nelle pagine seguenti di Genesi e struttura della societá risuona la sacrosanta correlazione tra
diritti e doveri, la loro reciprocitá necessaria quanto ideale. Riemerge il mazzinianesimo di
Gentile ma anche l’incolmabile lontananza dalla nostra etá dei diritti che hanno perso ogni
relazione coi doveri e si legano piuttosto ai desideri.

Pagine di monumentale fierezza sono dedicate all’elogio della costanza e della coerenza; anche
perché dietro quelle parole vedi la vita e la morte di Gentile. É il capitolo dedicato al carattere,
che é “la costanza del volere”, in cui la volontá si distingue dalla velleitá – che é una volontá fallita,
o abortita, che comincia e non finisce ed é dunque inconcludente. É la coerenza che non cambia
col mutare delle circostanze, nota Gentile; é l’unitá di una vita, il volere di tutta una vita, che non
si ferma solo al presente e alle circostanze contingenti. Il carattere non é nel tempo, semmai
tempra il proprio tempo, lo curva e lo trascende. Ancor piú esplicito e calzante, anche rispetto ai
tempi in cui scrive, é il paragrafo dedicato al “coraggio civile” che é la “ferma fedeltá alla propria
coscienza, nel parlare ed agire secondo i suoi dettami, assumendone di fronte agli altri tutta la
responsabilitá”. Non puoi non vedere in questa affermazione il destino a cui va incontro Gentile.
Pagine toccanti.