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Nikos Kazantzakis

L'ULTIMA TENTAZIONE

Titolo originale
Ό τελευταίος πειρασμός
La dernière tentation
Traduzione di Marisa Aboaf e Bruno Amato

Copyright © 1959 Eleni N. Kazantzakis


©1987 Edizioni Frassinelli

Edizione CDE spa – Milano


su licenza della Edizioni Frassinelli

Dall'indimenticabile autore di Zorba il Greco, un romanzo grandioso e di


profondo impatto emotivo che racconta l'amore e la passione di un uomo: Gesù
di Nazareth. Figlio di un falegname, l'uomo Gesù vorrebbe amare una donna e
avere una famiglia, ma la voce di Dio risuona dirompente nel suo animo, lo
arma di una forza superiore a quella di mille eserciti, gli impone rinunce e
sofferenze. Il conflitto interiore dell'uomo, la lotta tra carne e spirito, l'istinto a
ribellarsi e il desiderio irrinunciabile di unirsi a Dio vengono qui evocati in un
affresco narrativo che celebra il supremo sacrificio di Cristo. Sulla croce, ormai
moribondo, Gesù ha una visione di come sarebbe stata la sua vita se non avesse
seguito il richiamo di Dio. È l'ultima tentazione, appunto, quella che Cristo
respinge morendo per l'intero genere umano.

NIKOS KAZANTZAKIS
Nikos Kazantzakis, nato nel 1883 a Creta, è considerato uno dei più grandi
scrittori del nostro tempo. È morto in Germania nel 1957.

In sovraccoperta: un'immagine dal film "L'ultima tentazione di Cristo" di


Martin Scorsese (foto Ag. Olympia)

grafica: Lidia Guibert Ferrara

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Nikos Kazantzakis
L'ULTIMA TENTAZIONE
(Ό τελευταίος πειρασμός)
La dernière tentation
Traduzione di Marisa Aboaf e Bruno Amato

Prefazione

La doppia essenza di Cristo è sempre stata, per me, un mistero pro-


fondo e impenetrabile, come l'appassionato desiderio degli uomini, così
umano e così sovrumano, di arrivare fino a Dio o con più esattezza, di
ritornare a Dio e di identificarsi con Lui. Questa nostalgia così misteriosa
e così reale allo stesso tempo m'infliggeva profonde ferite.
Fin dalla gioventù la mia angoscia dominante, sorgente di tutte le mie
gioie e di tutte le mie amarezze, è stata appunto questa: la lotta spietata e
incessante fra la carne e lo spirito.
Dentro di me sentivo le forze tenebrose del Maligno, antiche, tanto vec-
chie o più vecchie dell'uomo, e le forze luminose di Dio, antiche, vecchie,
più vecchie dell'uomo; la mia anima era il campo di battaglia sul quale
questi due eserciti si affrontavano.
Era un'angoscia pesante. Amavo il mio corpo e non volevo vederlo
perdersi; amavo la mia anima e non volevo vederla avvilirsi. Lottavo per
conciliare tali forze cosmiche contrarie per far sentir loro che non erano
nemiche, che, anzi, erano unite sia per godere sia per farmi godere della
loro armonia.
Ogni uomo è un uomo-dio, carne e spirito. Ecco perché il mistero di
Cristo non è solamente un mistero particolare, ma tocca tutti gli uomini.
In ogni uomo si combatte la lotta fra Dio e l'uomo stesso, lotta insepa-
rabile dal loro ansioso desiderio di riconciliazione. La maggior parte
delle volte tale, lotta è incosciente e dura poco: un'anima debole non ha la
forza di resistere per molto alla carne; si appesantisce, diventa essa stessa
carne e la lotta finisce. Ma fra gli uomini responsabili, fra coloro che
giorno e notte mantengono gli occhi fissi sul proprio dovere, questa lotta
fra carne e spirito divampa senza mercé e può durare sino alla morte.
Più potenti sono l'anima e la carne, più feconda è la lotta e più intensa
l'armonia finale. Dio non ama le anime deboli né le carni senza consisten-

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za. Lo spirito vuol poter lottare contro una carne potente, piena di resi-
stenza. È un uccello carnivoro che non smette mai d'aver fame, che divora
la carne e che, assimilandola, la fa sparire.
Lotta fra carne e spirito, ribellione e resistenza, riconciliazione e sotto-
missione e infine ciò che è la meta suprema di questa lotta, l'unione con
Dio, ecco il cammino ascendente che ha preso Cristo e che ci invita, a
nostra volta, a prendere, seguendo le tracce insanguinate dei suoi passi.
Come arrivare noi pure a questa vetta suprema in cui, figlio maggiore
della salvezza, è arrivato Cristo? Per poterlo seguire bisognerà avere una
conoscenza profonda della sua lotta e vivere la sua angoscia: come egli
ha superato le insidie terrene, come ha sacrificato le piccole e le grandi
gioie dell'uomo e com'è salito, di sacrificio in sacrificio, di prodezza in
prodezza, fino alla vetta delle sue prove, la Croce.
Non ho mai seguito con altrettanto terrore il cammino insanguinato
verso il Golgota, non ho mai vissuto con simili intensità, comprensione e
amore la Vita e la Passione di Cristo come durante i giorni e le notti du-
rante i quali ho scritto L'ultima tentazione.
Scrivendo questa confessione dell'angoscia e della grande speranza
degli uomini, ero così commosso che i miei occhi si riempivano di lacrime.
Non avevo mai sentito con altrettanta dolcezza, con altrettanta sofferenza,
il sangue di Cristo cadere, goccia a goccia, nel mio cuore.
Cristo, infatti, per salire fino alla vetta del sacrificio, sulla croce, sulla
vetta dell'immaterialità, fino a Dio, è passato attraverso, tutte le prove
dell'uomo che lotta.
Ecco perché la sua sofferenza ci è così familiare, perché la dividiamo
con lui e perché la sua vittoria finale ci appare come la nostra vittoria
futura. Tutto ciò che Cristo aveva di profondamente umano ci aiuta a
capirlo, ad amarlo e a seguire la sua Passione come se fosse la nostra. Se
in lui non ci fosse il calore di tale elemento umano, non potrebbe mai
giungere ai nostri cuori con tanta sicurezza e tenerezza, né potrebbe di-
ventare il modello della nostra vita.
Lottiamo, lo vediamo lottare come noi e prendiamo coraggio. Vediamo
che non siamo soli al mondo e che egli lotta al nostro fianco.
Ogni istante della vita di Cristo è una lotta e una vittoria. Ha trionfato
sull'irresistibile incanto delle semplici gioie umane, ha trionfato sulla
tentazione; trasformava in continuazione la carne in spirito e continuava
la sua ascensione: è arrivato sulla vetta del Golgota ed è salito sulla
Croce.
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Ma la battaglia non è finita lì: sulla Croce lo attendeva la Tentazione,
l'Ultima Tentazione. In un rapido baleno, il Maligno ha spiegato davanti
agli occhi spenti del Crocifisso la perfida visione di una vita pacifica e
felice. Aveva preso, così almeno gli era parso, il cammino piano e facile
dell'uomo, si era sposato, aveva avuto dei bambini, gli uomini lo sti-
mavano e l'amavano; e ora, da vecchio, era seduto davanti alla sua casa,
ricordava le passioni della sua gioventù e sorrideva, soddisfatto. Come
aveva fatto bene! Che saggezza l'aver preso la strada dell'uomo e che
follia era quella di voler salvare il mondo! Che gioia essere sfuggito alle
tribolazioni, al martirio, alla Croce!
Ecco quale fu l'ultima tentazione giunta, in un lampo, a turbare gli
ultimi istanti del Salvatore.
Ma, bruscamente, Gesù ha scosso il capo, ha aperto gli occhi e ha
visto. No, no, non aveva tradito, lodato sia Dio, non aveva disertato,
aveva compiuto la missione confidatagli da Dio, non si era sposato, non
era vissuto felice, era arrivato alla vetta del sacrificio, era inchiodato alla
Croce.
Chiuse gli occhi soddisfatto. Allora si udì il grido trionfale: «Tutto è
compiuto!»
Ossia, ho compiuto il mio dovere, sono stato crocifisso, non ho ceduto
alla tentazione.
È per offrire un supremo esempio all'uomo che lotta, per mostrargli che
non deve temere la sofferenza, la tentazione e la morte, ed è perché tutto
ciò può essere vinto ed è giù stato vinto che è stato scritto questo libro.
Cristo ha sofferto e da allora la sofferenza viene santificata; la Tentazione
ha lottato fino all'ultimo istante per perderlo e la Tentazione è stata vinta;
Cristo è stato crocifisso e da allora la morte è stata vinta.
Ogni ostacolo al suo cammino diventava occasione e misura di una
vittoria. Abbiamo ora davanti a noi un esempio che ci apre la strada e ci
infonde coraggio.
Questo libro non è una biografia, è una confessione dell'uomo che lot-
ta. Scrivendolo, ho fatto il mio dovere. Il dovere dell'uomo che ha com-
battuto molto, che ha sofferto molto durante la propria vita e che ha spe-
rato molto.
Sono sicuro che ogni uomo libero che leggerà questo libro pieno
d'amore amerà Cristo più che mai, meglio che mai.

N. KAZANTZAKIS

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1

Si alzò un leggero soffio divino; era fresco e fluido e se lo portò via.


Sopra la sua testa le stelle intrecciavano le loro orbite, facendo fiorire il
cielo; a terra le pietre fumavano, ancora infuocate dall'ardore del giorno.
Sulla terra e in cielo il silenzio era profondo, fatto delle voci eterne della
notte, ancor più misteriose del silenzio. Dappertutto la pace e la dolcezza:
Dio aveva chiuso gli occhi, la luna e il sole, e si era addormentato. Era
molto buio, doveva essere mezzanotte e mentre sognava in estasi - che Pa-
radiso quello, che solitudine! - all'improvviso l'aria si alterò, si appesantì;
non era più un leggero soffio divino, ma un alito greve e maleodorante, che
sembrava agitarsi senza trovare pace. L'aria era diventata densa, carica
d'angoscia; si coglievano zaffate tiepide che sapevano d'animali, d'uomini
e di fantasmi villosi e insieme un odore pungente di pane appena sfornato,
di acre sudore umano e d'olio di alloro con il quale le donne si spalmavano
i capelli.
Si fiutava, si sentiva, ma non si vedeva nulla. A poco a poco gli occhi si
abituavano: fra le palme folte e scure che s'innalzavano come spruzzi d'ac-
qua si riusciva a distinguere un cipresso dal tronco dritto, austero, più scu-
ro della notte, e si intravedevano gli ulivi dalle foglie rade che, agitate dal
vento, brillavano in quel buio come l'argento; su una collina verdeggiante,
addossate le une sulle altre o anche isolate, si scorgevano delle miserabili
baracche quadrate, fatte di tenebre, di fango e di mattoni imbrattati di cal-
ce. Sulle terrazze, coperti da bianche lenzuola o senza nulla addosso, si po-
tevano indovinare dei corpi umani immersi nel sonno.
Non c'era più silenzio e la notte beata e solitaria si riempì d'angoscia. Si
percepiva un groviglio di piedi e mani di uomini che non riuscivano a
trovar sonno, si udivano sospiri e grida che lottavano disperate, ostinate,
per unirsi nel muto abisso pieno della presenza divina. Ma la loro di-
sperazione era vana, perché non riuscivano a trovare ciò che volevano ar-
dentemente gridare e si disgregavano, perdendosi in deliri incoerenti.
Improvvisamente, proprio nel centro del villaggio, da un terrazzo più
alto, partì un urlo acuto, straziante, come di viscere squarciate: «Dio
d'Israele, Dio d'Israele, Adonai, fino a quando?» Non era un unico uomo,
ma un intero villaggio che sognava e gridava. Dalle ossa dei morti alla ra-
dice degli alberi, era la terra d'Israele tutta intera, la terra d'Israele in do-
glie, che non poteva partorire e gridava.
Ci fu una lunga pausa di silenzio e, all'improvviso, si udì nuovamente
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quel grido squarciare l'aria, dalla terra al cielo; ma ora non era altro che
collera e disperazione. «Fino a quando? Fino a quando?» I cani del vil-
laggio si svegliarono e si misero ad abbaiare; sulle terrazze le donne, in
preda al terrore, si rannicchiarono fra le braccia degli uomini.
Il giovane addormentato, che stava sognando, udì quell'urlo nel sonno;
si agitò e il sogno s'impaurì e cominciò a fuggire. La montagna svanì e
apparvero le sue viscere; non era più fatta di pietra, ma di sonno e di ver-
tigini e l'orda di colossi che si arrampicava su di essa, selvaggiamente, a
passi da gigante, e che altro non era che baffi, barbe, sopracciglia e grosse
mani, perse essa pure la propria materia. Le figure si allontanavano, per-
dendo i loro contorni e modellandosi in altre forme per poi nuovamente di-
sfarsi, come nuvole disperse da un vento impetuoso; presto sarebbero
scomparse dalla testa dell'uomo addormentato.
Ma il suo spirito ebbe il tempo di diventare più pesante, s'immerse nuo-
vamente nel sonno, la montagna ridivenne compatta, tutta di pietra, le nu-
vole si addensarono, tornarono carne e ossa, e si udirono respiri affannosi.
Poi del passi veloci: l'uomo dai capelli rossi apparve di nuovo sulla cima
della montagna, senza camicia, scalzo, infuocato e, dietro di lui, ancora
sprofondata fra i ripidi dirupi, l'orda ansimante dalle mille teste.
Al di sopra, la volta celeste si era riformata, proprio come un tetto ben
costruito, con una sola stella che brillava a oriente, come un punto di fuo-
co. Il giorno stava spuntando.
Il giovane, disteso sui trucioli, respirava profondamente. Il lavoro della
giornata era stato pesante ed egli si riposava; le sue palpebre si socchiusero
per un istante, come se la stella del mattino le avesse colpite con il suo
bagliore, ma lui non si svegliò, il sogno l'aveva di nuovo completamente
pervaso. Sognava. L'uomo dai capelli rossi si era fermato, e il sudore gli
colava dalla fronte solcata da rughe profonde, dalle ascelle, dalle gambe.
Trasudava collera e stanchezza, stava per lanciare una bestemmia, ma si
trattenne. «Fino a quando, Adonai, fino a quando?» mormorò solamente,
con disperazione, soffocando la bestemmia. Ma la rabbia era ancora in fer-
mento e l'uomo si voltò. Il lungo cammino gli apparve in un lampo davanti
agli occhi: le montagne si abbassarono, il sogno scivolò via, gli uomini
sparirono e il dormiente vide spiegarsi sulla sua testa, sul basso soffitto di
stoppia intrecciata, multicolore e piena di fronzoli come un ricamo fatto
nell'aria, come una luce tremolante, la terra di Canahan.
A sud, il deserto d'Idumea fremeva e ondeggiava come il dorso di un
leopardo; più lontano, il Mar Morto, compatto e velenoso, soffocava, as-
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sorbiva la luce; ancor più in là, separata dal mondo dal fossato dei coman-
damenti di Geova, l'inumana Gerusalemme, sulle cui strade colava il
sangue delle vittime di Dio, agnelli e profeti; più lontana ancora, Samaria
l'impura, l'idolatra nel mezzo della quale si vedevano un pozzo e una don-
na imbellettata che vi attingeva dell'acqua; in fondo, all'estremo nord, so-
leggiata, modesta e verdeggiante, la Galilea. Da un estremo all'altro del
sogno il Giordano, arteria regale di Dio che scorre e abbevera sia le sterili
sabbie sia i giardini, sia Giovanni Battista sia gli eretici di Samaria, sia le
prostitute sia i pescatori di Genezareth.
Durante il sonno il giovane si inebriò nel vedere le terre sante e le acque
sacre e tese una mano per toccarle. Ma di colpo, nel bel mezzo dell'oscuri-
tà ovattata, nella rosea luce dell'aurora, la Terra Promessa, fatta di fres-
chezza, di vento e d'antico desiderio umano, si mise a tremare e si spense.
E nel momento in cui si stava spegnendo, egli udì delle voci ruggenti e
delle bestemmie e vide sorgere nuovamente fra le rocce scoscese e i fichi
d'India, trasformata, irriconoscibile, l'orda dalle mille teste. Come si erano
intristiti e avvizziti quei colossi! Come si erano rattrappiti, sembrava che le
loro barbe sfiorassero il terreno! Erano diventati dei nani, degli gnomi an-
simanti e senza fiato; ognuno di essi aveva in mano strani strumenti di tor-
tura, alcuni delle cinghie insanguinate con chiodi di ferro, altri coltelli e
pungiglioni, altri ancora dei grossi chiodi con la capocchia appiattita. Tre
nani dalle gambe corte portavano una croce pesantissima e l'ultimo, il più
disgraziato, il guercio, una corona di spine.
L'uomo dai capelli rossi si chinò, li guardò e scosse con disprezzo la
grande testa ossuta. L'uomo addormentato l'udì pensare: «Non hanno la fe-
de, è per questo che si sono rattrappiti; non hanno la fede, è per questo che
io sono al supplizio...»
Si udì un mormorio: «Non vediamo nulla, capitano, solo la notte».
«Nulla! Non avete la fede?»
«L'abbiamo, capitano, l'abbiamo; è appunto per questo che ti seguiamo,
ma non vediamo nulla.»
«Guardate ancora!»
La sua mano s'abbatté come una spada, squarciò la nebbia e fece appari-
re la pianura; un lago azzurro brillava e sorrideva, sembrava destarsi allon-
tanando la nebbia. In mezzo ai campi, sotto le palme, lungo le rive del lago
coperte di ghiaia, simili a grandi nidi colmi di uova, i villaggi e le capanne
scintillavano candidi.
«È laggiù che si trova!» disse la guida mostrando un gran villaggio in
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mezzo al verde; tre mulini a vento, poco più su, avevano aperto le loro ali
di buon mattino e giravano.
Sul viso dorato e assonnato del giovane si dipinse, di colpo, il terrore.
Fece un gesto con la mano per scacciare il sogno che gli si era posato sulle
palpebre e non voleva andarsene. Riunì tutte le forze per svegliarsi, è solo
un sogno, pensava, bisogna che mi svegli, che me ne liberi. Ma gli gnomi
lo circondavano con ostinazione, rifiutavano di andarsene; il Rosso dallo
sguardo selvaggio stava adesso puntando un dito minaccioso in direzione
del gran villaggio della pianura e parlava loro.
«È laggiù che si trova! È là dentro che vive, che si nasconde. Si veste di
stracci, cammina scalzo, fa il falegname, finge di non esser lui per sfuggi-
re. Ma l'occhio di Dio l'ha scorto: addosso, figlioli!»
Alzò un piede per prendere lo slancio, ma gli gnomi gli si appesero alle
gambe e alle braccia; appoggiò nuovamente il piede per terra.
«Sono tanti gli straccioni e gli scalzi, capitano; sono molti anche i fale-
gnami: abbiamo bisogno di un segno che ci dica chi è, com'è, dov'è, per
poterlo riconoscere. Altrimenti non ci muoviamo, che sia ben chiaro, capi-
tano: non ci muoviamo, siamo troppo stanchi.»
«Lo abbraccerò per dargli un bacio, ecco il segno. Avanti, adesso, an-
diamo; fate piano, non gridate. Sicuramente sta dormendo, non vorrei che
si svegliasse e ci sfuggisse. In nome del Cielo, figlioli, scagliatevi su di
lui!»
«Scagliamoci su di lui, capitano», gridarono all'unisono i nani e si mise-
ro in marcia alzando i loro piedoni.
Ma uno di loro, piccolo, guercio, magro e tutto storto, quello che porta-
va la corona di spine, si afferrò a un arbusto e gli tenne testa.
«Io non vado in nessun posto!» gridò. «Ne ho abbastanza. Da quante
notti, ormai, lo stiamo braccando? Da quanti paesi e da quanti villaggi
siamo passati? Provate a contarli: abbiamo visitato tutti i Monasteri degli
Esseni nel deserto d'Idumea, abbiamo attraversato la Betania, uccidendo
per nulla quel povero Lazzaro, siamo arrivati al Giordano, ma il Battista ci
ha cacciati, pare che non sia lui Colui che cerchiamo e ce ne siamo andati.
Ci siamo diretti a Gerusalemme: lì abbiamo frugato nel tempio, nei palazzi
di Anna, di Caifa, nelle capanne degli Scribi e in quelle dei Farisei: nes-
suno! Non vi erano che farabutti, puttane, bugiardi, ladri, assassini e ce ne
siamo andati. Abbiamo attraversato al galoppo Samaria la scomunicata,
siamo arrivati in Galilea, abbiamo rastrellato Magdala, Cana, Cafarnao,
Bethsaida. Abbiamo frugato capanna per capanna, barca per barca e quan-
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do trovavamo il più virtuoso, il più pio, gli gridavamo: 'Sei tu, perché ti
nascondi? Alzati, per salvare Israele!' E quello, vedendo gli strumenti che
portavamo con noi, era preso dal terrore e si metteva a correre e a urlare:
'Non sono io, non sono io!' e si gettava sul vino, sulle carte, sulle donne, si
ubriacava, bestemmiava, si prostituiva, affinché vedessimo che era un pec-
catore, che non era Colui che cercavamo, per sfuggire... Perdonami, capita-
no, ma è quello che succederà nuovamente. Noi lo cerchiamo invano, poi-
ché non lo troveremo: non è ancora nato.»
«Incredulo Tommaso», disse l'uomo dai capelli rossi. Lo afferrò per la
nuca e lo sollevò in aria, ridendo. «Incredulo Tommaso, mi piaci!»
Si voltò verso i suoi compagni:
«È lui il pungolo; noialtri siamo le bestie da soma. Lasciate che ci
pungoli, che ci impedisca di adagiarci tranquilli».
L'uomo imberbe lanciò un grido acuto, aveva male. Il Rosso lo depose a
terra. Si mise a ridere e percorse con lo sguardo quell'accozzaglia dispara-
ta.
«Quanti siamo?» disse. «Dodici, uno per ciascuna tribù d'Israele. Dia-
voli, angeli, nani, gnomi, tutti i figli e tutti gli aborti di Dio, scegliete e
prendete!»
Era di buonumore; i suoi occhi tondi da sparviero luccicavano. Tese la
mano e uno alla volta li prendeva per le spalle, ora con collera, ora con
tenerezza; li descriveva mentre li teneva sospesi in aria, ridendo.
«Buongiorno a te, taccagno, lingua viperina, artiglio adunco, immortale
figlio d'Abramo; e tu, fanfarone, gradasso, mangione; e tu, il devoto pauro-
so: non rubi, non vai a letto con la donna d'altri, non ammazzi, perché hai
paura; tutte le tue virtù son figlie della paura; e tu, asinello candido che ti
lasci pestare a colpi di bastone e che li sopporti; sopporti la fame, la sete, il
freddo e la frusta; bestia da soma, senza amor proprio, leccatore d'immon-
dizia: tutte le tue virtù son figlie della miseria; e tu, vecchia volpe, che ri-
mani all'ingresso della grotta del leone, di Geova, senza mai entrarvi; e tu,
ingenua pecorella che segui, belando, un Dio che ti divorerà; e tu, ciar-
latano, figlio di Levi, mercante di Dio e che lo vendi a peso; oste di Dio
che vendi da bere agli uomini: si ubriacano e aprono la loro borsa e il loro
cuore, scaltro maestro; e tu, fanatico asceta dalla testa dura che guardi .te
stesso e ti fabbrichi un Dio cattivo, dalla testa dura e che cadi in ginocchio
e l'adori perché ti assomiglia; e tu, la cui anima è una bottega di cambio:
sei seduto sulla soglia, sprofondi la mano in una borsa, fai la carità al po-
vero, presti a Dio, tieni un registro e scrivi: dati tanti soldi per elemosina a
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un tale, nel tal giorno e nella tal ora; e dai ordine che mettano il registro
nella tua tomba per poterlo aprire al cospetto di Dio, per fare i conti con
Lui e incassare i milioni dell'eternità; e tu, bugiardo, imbonitore, a cui po-
co importano tutti i comandamenti di Dio: rubi, dormi con la donna d'altri,
assassini e poi scoppi a piangere, ti batti il petto, prendi la tua chitarra e
componi una canzone sul tuo peccato; sai bene, vecchio astuto, che Iddio
perdona tutto a colui che canta, perché Lui stesso va matto per le canzoni;
e tu, pungiglione aguzzo nel nostro didietro, Tommaso; e io, io, testa matta
che ho creduto che fosse successo, che ho abbandonato moglie e figli e che
cerco il Messia! Tutti insieme, diavoli, angeli, nani, gnomi, siamo indi-
spensabili alla nostra grande causa: lanciatevi su di lui, figlioli!»
Si mise a ridere, si sputò nelle mani, fece un passo avanti con i suoi
grandi piedi.
«Lanciatevi su di lui, figlioli!» gridò ancora e si precipitò, correndo, per
la strada che portava a Nazareth.

Gli uomini e le montagne erano fatte di fumo, sparirono, e le palpebre


addormentate si riempirono di un'oscurità senza sogni. Nel sonno infinito
altro non si udiva che il rumore di due piedi nudi, immensi e pesanti, che
calpestavano il suolo della montagna e che scendevano.
Il cuore del giovane addormentato batteva con violenza. «Arrivano! Ar-
rivano!» Udì un grido che lacerò la sua carne: «Arrivano!» Si alzò di scat-
to, almeno così credette nel sogno, appoggiò il suo bancone da lavoro con-
tro la porta, come un puntello, e vi ammonticchiò sopra tutti i suoi stru-
menti: pialle, lime, seghe, mazze, martelli, cacciaviti, e pure una pesante
croce che stava costruendo. Si infilò quindi nuovamente fra i trucioli e la
segatura e attese.
Una strana calma, inquietante, soffocante, spessa; non si poteva udire né
il respiro del villaggio né quello di Dio; l'universo, persino il demonio che
non dorme mai erano precipitati in un fosso nero e profondo. Era il sonno,
la morte, l'immortalità, Iddio? Il giovane fu assalito dal terrore; vide il pe-
ricolo, radunò le forze, si strinse fra le mani la testa che vaneggiava e si
svegliò.
Era fradicio di sudore. Ricordava un'unica cosa del suo sogno, che qual-
cuno lo inseguiva, ma chi? Una sola persona? Una folla? Degli uomini?
Dei demoni? Non ricordava più. Tese l'orecchio, ascoltò; si poteva udire,
ora, nel silenzio della notte, il respiro molteplice delle anime e dei corpi.
Di tanto in tanto un albero stormiva, un cane guaiva lugubremente, una
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madre, in fondo al villaggio, cullava lentamente il suo piccolo... La notte
era piena di mormorii e di sospiri familiari e amati, la terra parlava, Dio
parlava; il giovane si tranquillizzò. Per un momento aveva avuto paura, si
era creduto solo al mondo.
Di fianco, nella casetta in cui dormivano i suoi genitori, udì il respiro
affannoso del vecchio padre; l'infelice non poteva addormentarsi e cercava,
storcendola, di aprire e chiudere la bocca, con enormi sforzi, per parlare.
Da anni tentava di pronunciare una parola umana, ma rimaneva seduto sul
suo letto, paralizzato, senza riuscire a muovere la lingua; sudava, soffriva,
gli colava la saliva e ogni tanto, dopo una lotta tremenda, riusciva, sillaba
dopo sillaba, ad articolare disperatamente una parola, una sola, sempre la
stessa: A-d-o-n-a-i, Adonai, null'altro. Quando pronunciava quel nome per
intero, si calmava per un'ora o due; poi lo riprendeva l'angoscia e ricomin-
ciava ad aprire e chiudere la bocca.
«È colpa mia... è colpa mia...» mormorò il giovane e i suoi occhi si
riempirono di lacrime. «È colpa mia...»
Il figlio udiva nella notte silenziosa la lotta angosciata del padre e l'an-
goscia lo invase a sua volta; si mise pure lui, involontariamente, ad aprire e
chiudere la bocca e a sudare. Chiuse gli occhi, ascoltò ciò che il vecchio
padre faceva per farlo anche lui; sospirava, emetteva assieme a lui grida
disperate e inarticolate, e a questo punto ricadde nel sonno.
Nell'istante in cui si addormentava, la casa fu scossa, il bancone rove-
sciato, la croce e gli strumenti da lavoro rotolarono a terra, la porta si aprì
ed egli vide, ritto sulla soglia, immenso, beffardo, con le braccia spalan-
cate, l'uomo dai capelli rossi.
Il giovane gridò e si svegliò.

Si rizzò, sedette sui trucioli, appoggiò il dorso contro il muro; sulla sua
testa pendeva una cinghia con due file di chiodi appuntiti: ogni sera, prima
di addormentarsi, si frustava il corpo a sangue, affinché lo lasciasse tran-
quillo durante la notte e non si ribellasse. Un leggero tremito si era im-
padronito di lui. Non ricordava più quali tentazioni gli fossero apparse du-
rante il sonno, ma sentiva che era scampato a un grande pericolo. «Non ne
posso più, ne ho abbastanza...» mormorò e alzò gli occhi al cielo con un
sospiro. La luce nuova, ancora incerta e pallida, s'infilò fra le fessure della
porta; le canne giallastre del soffitto rifletterono una dolcezza strana,
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brillante, preziosa come l'avorio.
«Non posso, ne ho abbastanza...» mormorò nuovamente. Serrò i denti
dall'esasperazione. Fissò lo sguardo nel vuoto: tutta la sua vita gli passò
davanti agli occhi, il bastone di suo padre che era fiorito il giorno del
fidanzamento con sua madre, poi il fulmine che aveva abbattuto e para-
lizzato il fidanzato, poi sua madre che lo guardava, lo guardava di continuo
e non diceva niente. Lui sentiva, però, il suo muto lamento. Aveva ragione
sua madre, i suoi peccati, giorno e notte, erano come altrettanti coltelli nel
cuore, e aveva lottato invano, quegli ultimi anni, per vincere la paura:
rimaneva essa sola, tutti gli altri demoni li aveva vinti, la povertà, il desi-
derio di una donna, la gioia di un focolare, la giovinezza, l'unica che re-
stava era la paura e doveva vincerla, esserne capace... in fondo era anche
lui un uomo, e l'ora era giunta...
«Se mio padre rimane paralizzato, è colpa mia... Se Maddalena è diven-
tata una prostituta, è colpa mia... Se Israele geme ancora sotto il giogo, è
colpa mia...»
Un gallo, certamente nella casa vicina di suo zio il rabbino, batté le ali
sul tetto e cantò con voce forte, incollerita; certamente ne aveva abba-
stanza della notte, era durata troppo e l'animale gridava al sole di apparire.
Appoggiato al muro, il giovane lo ascoltava. La luce cominciava a illu-
minare le case, le porte si aprivano, le strade si animavano; dalla terra, da-
gli alberi, dalle porte delle case, saliva lentamente il mormorio del mattino:
Nazareth si svegliava. Un profondo sospiro giunse dalla casetta vicina,
immediatamente seguito dal grido selvaggio del rabbino che svegliava Id-
dio e gli ricordava la parola data a Israele. «Dio d'Israele», gridava, «Dio
d'Israele, fino a quando?»
Il giovane scosse il capo. «Prega», mormorò, «si prosterna, chiama Id-
dio, adesso batterà sul muro affinché io pure m'inchini.» Corrugò la fronte
in segno di collera. «Come se Iddio da solo non bastasse, mi ci vogliono
anche gli uomini!» disse, colpendo col pugno la parete divisoria per mo-
strare al feroce rabbino che era sveglio e che pregava.
Si alzò di colpo; la veste rattoppata gli scivolò dalle spalle scoprendo il
suo corpo, esile, abbronzato e coperto di chiazze rosse e blu; raccolse rapi-
damente la veste e ricoprì la sua carne nuda, pieno di vergogna.
Dalla finestrella, la pallida luce del mattino cadde su di lui e illuminò
delicatamente il suo viso: non era testardaggine, sofferenza, orgoglio. La
peluria delle guance era divenuta una barba ricciuta, tutta nera; il naso ar-
cuato, le labbra carnose, socchiuse, lasciavano intravedere lo splendore dei
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denti. Non era bello quel viso, ma aveva un fascino segreto, inquietante:
era forse per le ciglia, folte, lunghe, che gettavano un'ombra azzurrina su
tutto il viso? O era forse per gli occhi, neri come il carbone, pieni di luce e
di notte, spaventati e dolci allo stesso tempo? Scintillavano come quelli del
serpente, fissavano attraverso le lunghe ciglia procurando un senso di
vertigine.
Fece cadere i trucioli che gli erano rimasti appiccicati alle ascelle e alla
barba; il suo orecchio aveva individuato dei passi pesanti che si avvicina-
vano e che egli riconobbe.
«E ancora lui, ritorna, ma che cosa vuole?» pensò con furia avvicinan-
dosi alla porta per udire meglio.
Ma si fermò d'improvviso, spaventato; chi aveva spostato il bancone
contro la porta, chi vi aveva ammucchiato la croce e gli strumenti da lavo-
ro? Chi? Quando? La notte è piena di spiriti maligni, piena di sogni; dor-
miamo ed essi trovano le porte aperte, entrano ed escono e mettono sotto-
sopra la nostra casa e la nostra mente.
«Qualcuno è venuto stanotte nel mio sonno», mormorò a. bassa voce,
come se temesse che fosse ancora lì e che potesse udirlo. «Qualcuno è
venuto, sicuramente Dio, oppure il demonio; chi può mai saperlo? I volti si
sovrappongono; talvolta Dio diventa tenebre, talvolta è il demonio a tra-
sformarsi in luce e l'anima dell'uomo ne è confusa.» Rabbrividì; dove diri-
gersi? C'erano due strade, quale scegliere?
I passi pesanti diventavano sempre più vicini; il giovane gettò uno
sguardo angosciato attorno a sé, quasi cercasse un posto in cui nasconder-
si, per sfuggire. Temeva quell'uomo; era, nel fondo della sua anima, una
vecchia ferita che non poteva rimarginarsi. Quando erano ancora bambini
l'altro, che aveva tre anni anni più di lui, l'aveva gettato in terra e l'aveva
picchiato. Lui si era rialzato, senza dire niente, ma non era più andato a
giocare con gli altri bambini, aveva vergogna, paura. Rannicchiato nel
cortile della sua casa, da solo, meditava in che modo, un giorno, avrebbe
potuto togliersi di dosso quella vergogna, mostrar loro che era più forte di
tutti, capace di vincerli tutti. Dopo tanti anni la ferita era ancora aperta e
sanguinava.
«Perché mi perseguita ancora?» mormorò. «Che cosa vuole da me? Non
gli aprirò!»
Un calcio fece tremare la porta; il giovane balzò in piedi e, con tutte le
sue forze, spostò il bancone e aprì. Sulla soglia c'era un colosso dalla barba
rossa e ricciuta, molto agitato, scalzo e senza camicia. Aveva in mano una
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pannocchia di granoturco abbrustolita e la stava mangiando. I suoi occhi
frugarono il laboratorio e si posarono sulla croce appesa al muro. Con
espressione accigliata l'uomo avanzò ed entrò, accovacciandosi poi in un
angolo a sgranocchiare freneticamente la sua pannocchia, senza parlare. Il
giovane, con la testa rivolta dall'altra parte, in piedi, guardava attraverso la
porta aperta l'angusta stradicciola appena sveglia. Non si era ancora alzata
la polvere e c'era un odore di terra bagnata; la luce e il fresco della notte
s'erano fermati sulle foglie dell'ulivo proprio lì davanti e tutto l'albero sor-
rideva. Il giovane, estasiato, respirava la vita del mattino.
Ma il Rosso si voltò urlando:
«Chiudi la porta, devo parlarti!»
Quella voce brutale! Il giovane ebbe un sussulto; chiuse la porta, si
sedette sull'orlo del bancone e attese.
«Eccomi», disse il Rosso, «è tutto pronto.»
Tacque, gettò via la pannocchia, alzò gli occhi azzurri e freddi fissando
lo sguardo sul giovane; il collo grosso e rugoso era teso:
«E tu, sei pronto?»
Ora la luce si era fatta più intensa e il viso dell'uomo dai capelli rossi si
distingueva chiaramente: tagliato con l'accetta, incoerente, non uno ma
due. Quando una metà rideva, l'altra terrorizzava, quando una metà aveva
un'espressione di dolore, l'altra rimaneva immobile, come pietrificata. E
quando le due metà, per un istante, si riconciliavano, si potevano sentire
ancora, in quell'unione. Dio e il demonio, che, irriducibili, lottavano.
Il giovane rimase muto. Il Rosso, rabbioso, lo inchiodò con lo sguardo.
Chiese ancora:
«E tu, sei pronto?»
Stava già alzandosi per afferrarlo per un braccio, scuoterlo, svegliarlo,
obbligarlo a rispondere; ma non ne ebbe il tempo. Si udì il suono di una
tromba, degli uomini a cavallo invasero la stradicciola e, dietro di loro, si
udirono, pesanti e regolari, i passi dei soldati romani; il Rosso strinse i pu-
gni e, alzandoli verso il soffitto, gridò:
«Dio d'Israele, è giunta l'ora. Oggi, non domani, oggi!»
Si voltò verso il giovane.
«Sei pronto?» chiese ancora e, senza attendere la risposta, aggiunse:
«No, no, non consegnerai loro la croce, te lo dico proprio io! Il popolo
si è riunito, Barabba stesso è sceso dalle montagne con i suoi uomini,
distruggeremo la prigione e libereremo lo Zelota e allora il miracolo, non
scuotere il capo, il miracolo avverrà. Domandalo a tuo zio il rabbino. Ci ha
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riuniti tutti, ieri, nella sinagoga. Tu perché non sei venuto? Si è alzato e ci
ha parlato: 'Il Messia non verrà', gridava, 'non verrà finché rimarremo a
braccia conserte. Dio e il popolo devono combattere insieme affinché giun-
ga il Messia!' Ecco che cosa ci ha detto, se vuoi saperlo. Dio non basta, il
popolo non basta, ci vogliono tutti e due insieme, hai capito?»
Lo prese per un braccio e cominciò a scuoterlo.
«Capisci? A che cosa pensi? Avresti dovuto essere lì e ascoltare tuo zio
per chiarirti le idee, disgraziato! Dice che lo Zelota che i Romani infedeli
vogliono crocifiggere oggi, è forse Colui che noi stiamo aspettando da
generazioni e generazioni; se non lo aiutiamo, se non ci precipitiamo a
salvarlo, sappilo, morirà senza rivelare chi è. Se ci precipitiamo a salvarlo,
avverrà il miracolo. Che miracolo? Butterà via i suoi stracci e sul suo capo
brillerà la corona reale di Davide. Siamo scoppiati tutti a piangere. Il
vecchio rabbino ha alzato le braccia al cielo e ha gridato: 'Dio d'Israele,
oggi, non domani, oggi!' Abbiamo tutti alzato le braccia, guardato il cielo,
gridato, minacciato, singhiozzato: 'Oggi, non domani, oggi!' Capisci, figlio
del falegname, o sto parlando inutilmente?»
Il giovane, con gli occhi socchiusi, lo sguardo fisso sul muro di fronte a
lui, dove era appesa la cinghia dai chiodi appuntiti, ascoltava attentamente;
soffocati dalla voce aspra e minacciosa dell'uomo dai capelli rossi, si udi-
vano dalla camera di fianco i suoni strozzati, rauchi, emessi dal vecchio
padre che muoveva le labbra senza tregua e che lottava e si sforzava, inva-
no, di parlare... Le due voci si mescolavano nel cuore del giovane, che im-
provvisamente capì quanto fosse vano e inutile lo sforzo degli uomini.
«Si può sapere a che cosa stai pensando? Capisci che cosa dice il fra-
tello di tuo padre, il vecchio Simeone?»
«Il Messia non viene così...» mormorò il giovane; teneva gli occhi fissi
sulla croce che aveva appena finito di costruire e sulla quale, dolce e ro-
sata, cadeva la luce dell'aurora. «No, il Messia non viene così, non rinnega
mai i suoi stracci, non porta una corona da re, il popolo non si precipita a
salvarlo. Non lo si salva. Muore con i suoi stracci. Tutti, anche i più fedeli,
l'abbandonano. Muore solo, sulla vetta di una montagna solitaria e porta
sulla testa una corona di spine.»
Il Rosso si girò, lo guardò con apprensione; metà del viso brillava, l'al-
tra metà era tutta scura.
«Come fai a saperlo? Chi te lo ha detto?»
Ma il giovane non rispose; saltò giù dal bancone. Ora era pieno giorno.
Raccolse il martello e una manciata di chiodi e si avvicinò alla croce. Ma il
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Rosso fu più veloce: con un balzo arrivò fino alla croce e incollerito si mi-
se a darle dei pugni e a sputarvi sopra, come se fosse stata un essere
umano. Si girò, i suoi baffi, la barba, le sopracciglia pungevano il viso del
giovane.
«Non hai vergogna?» gridò. «Tutti i falegnami di Nazareth, di Cana, di
Cafarnao, hanno rifiutato di fabbricare una croce per lo Zelota, e tu?... Non
hai vergogna? Non hai paura? Se il Messia arriva e ti trova intento a fab-
bricare la sua croce? Perché non hai avuto il coraggio, anche tu, di rispon-
dere al centurione: 'Non fabbrico croci per gli eroi d'Israele?'»
Afferrò nuovamente un braccio del falegname che era completamente
assente, e gli chiese:
«Perché non rispondi? Che cosa stai guardando?»
Gli diede un colpo, lo spinse contro il muro.
«Sei un vigliacco», aggiunse con voce sprezzante, «un vigliacco, ecco
cosa sei! Non combinerai mai nulla nella vita.»
Una voce penetrante squarciò l'aria. L'uomo dai capelli rossi mollò il
giovane, girò il capo verso la porta e prestò ascolto. Si udì un gran tumul-
to; uomini, donne, una gran folla, delle grida: «Il banditore! Il banditore!»
La voce penetrante si levò nuovamente:
«Figli e figlie di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe! Ordine dell'imperato-
re, aprite le orecchie e ascoltate: chiudete botteghe e taverne, non andate a
lavorare nei campi. Madri, portate con voi i vostri bambini. Vecchi, pren-
dete i vostri bastoni. Venite tutti, zoppi, sordi, paralitici, venite a vedere!
Venite a vedere come si torturano coloro che si ribellano al nostro capo,
l'imperatore. Che gli sia concessa lunga vita! Venite ad assistere alla morte
dello Zelota ribelle e fuorilegge!»
Il Rosso aprì la porta e vide la folla che taceva, sconvolta; vide il bandi-
tore in piedi su un grande sasso, era un uomo esile, dal collo lungo e le
lunghe gambe. «Sii maledetto, traditore», borbottò, richiudendo rabbiosa-
mente la porta. Si voltò verso il giovane; la bile gli era salita fin negli
occhi.
«Mi congratulo con te per il figlio di tuo padre, Simone il traditore!»
gridò.
«Non è colpa sua, ma mia», disse il giovane preso dal rimorso. «Sono
io...»
E subito aggiunse:
«È per colpa mia che mia madre l'ha cacciato da casa, per colpa mia... e
lui, adesso...»
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Metà del viso del Rosso, illuminato per un istante dalla compassione, si
addolcì.
Il giovane rimase a lungo in silenzio. Le sue labbra si muovevano, ma
la lingua pareva annodata. Finalmente riuscì a dire:
«Con la mia vita, Giuda, fratello mio, con la mia vita... Non ho altro».
L'uomo dai capelli rossi sussultò; la luce ora entrava nella stanza attra-
verso le fessure della porta e dalla finestrella del soffitto. Gli occhi del gio-
vane brillavano, grandi e neri, e la sua voce era colma d'amarezza e di
paura.
«Con la tua vita?» fece il Rosso e afferrò il mento del giovane. «Non
girare la testa, sei un uomo, vero? Guardami negli occhi; con la tua vita?
Che cosa vuoi dire?»
«Nulla.» Abbassò la testa, in silenzio. E di colpo gridò:
«Non mi chiedere nulla, non mi chiedere nulla, Giuda, fratello mio!»
Giuda prese fra le mani il viso del giovane, lo alzò e lo guardò a lungo
senza fiatare. Poi, dolcemente, lo lasciò. Si diresse verso la porta. Il suo
cuore era sconvolto.
Fuori i rumori erano diventati più intensi; si poteva udire il fruscio di
piedi nudi e di ciabatte strascicate e l'aria risuonava con il tintinnio dei
braccialetti di rame delle donne e dei grossi anelli che portavano alle
caviglie. In piedi sulla soglia, il Rosso osservava la folla che si riversava
incessantemente dalle stradicciole e che diventava sempre più massiccia.
Saliva verso la collina maledetta dove ci sarebbe stato il supplizio. Gli
uomini non parlavano. Bestemmiavano fra i denti, sbattevano i bastoni sui
ciotoli; altri stringevano in seno, nascosto, un coltello. Le donne urlavano,
molte avevano scoperto il capo, si erano sciolti i capelli e già intonavano il
canto funebre.
Davanti, capo del gregge, camminava Simeone, il vecchio rabbino di
Nazareth. Basso di statura, curvo per gli anni, rattrappito da una brutta tisi:
una struttura di ossa rinsecchite tenute insieme da un'anima incrollabile
che impediva loro di cedere. Le mani erano scheletriche e, simili agli arti-
gli di un uccello, stringevano il bastone sacerdotale, con l'impugnatura de-
corata da due serpenti intrecciati. Quel morto vivente aveva l'odore di una
città che brucia: si sentiva, vedendo le fiamme nei suoi occhi, che quella
vecchia carcassa, ossa, carne e peli, era tutta in fuoco e quando apriva la
bocca per gridare: «Dio d'Israele!» del fumo saliva sopra la sua testa. Die-
tro di lui venivano in fila, appoggiandosi ai bastoni, gli anziani, dalle so-
pracciglia folte, la barba a due punte, l'ossatura solida; seguivano gli uo-
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mini, le donne e, per ultimi, i bambini, ognuno con in mano una pietra e
qualcuno anche con una fionda, gettata sulle spalle. Avanzavano tutti assie-
me, e producevano un ruggito basso e sordo, come quello del mare.
Appoggiato allo stipite della porta, Giuda osservava uomini e donne e il
suo cuore traboccava; sono questi, pensava mentre il sangue gli saliva alla
testa, coloro che compiranno il miracolo, assieme a Dio. Oggi, non doma-
ni, oggi.
Una donna robusta si staccò dalla folla. Era imponente, aveva il petto
scoperto e lo sguardo torvo; si chinò, prese una pietra e la scagliò con for-
za contro la porta del falegname, gridando:
«Che tu sia maledetto, crocifissore!»
In un baleno, da una parte e dall'altra della strada, risuonarono grida e
bestemmie e i bambini afferrarono le fionde; il Rosso, con un colpo chiuse
la porta.
«Crocifissore! Crocifissore!» Il clamore giungeva da ogni parte e la
porta rimbombava sotto i colpi delle sassate.
Il giovane, inginocchiato davanti alla croce, piantava dei chiodi, pic-
chiava violentemente con il martello, come per coprire il clamore e le be-
stemmie che giungevano dalla strada; si sentiva ardere il petto e gli occhi
gli lampeggiavano. Freneticamente, picchiava e picchiava, e il sudore gli
colava giù dalla fronte.
Il Rosso s'inginocchiò, lo prese per un braccio, con rabbia gli strappò il
martello dalle mani; diede un calcio alla croce, che si schiantò sul
pavimento.
«La porterai?»
«Sì.»
«Non hai vergogna?»
«No.»
«Non te lo permetterò; la farò in mille pezzi.»
Gettò uno sguardo attorno e tese una mano per afferrare una mazza.
«Giuda, Giuda, fratello mio», disse il giovane lentamente, come se stes-
se pregando. «Non intralciare il mio cammino.»
La sua voce era diventata, all'improvviso, profonda, tenebrosa, irricono-
scibile. Il Rosso ne fu turbato. Chiese con dolcezza:
«Che cammino?» e attese. Guardava il giovane con emozione. Tutta la
luce ora gli cadeva sul viso e sull'esile torso; le labbra restavano serrate,
come per sforzarsi di contenere un grido molto forte.
Il Rosso lo vide fragile e pallido e, nonostante la rabbia, sentì una stretta
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al cuore; gli sembrava che le guance del giovane diventassero ogni giorno
più incavate, come se qualcosa lo consumasse. Era stato via solo poco tem-
po, per il suo solito giro nei villaggi attorno a Genezareth; lavorava il fer-
ro, fabbricava vanghe, vomeri, falci, e ferrava i cavalli. Si era affrettato a
tornare a Nazareth perché aveva udito che si sarebbe crocifisso lo Zelota.
In che stato l'aveva lasciato, il suo vecchio amico, e in che stato lo ritrova-
va! Com'erano diventati grandi i suoi occhi, come s'erano strette le tempie
e che cos'era quella tremenda amarezza che circondava la sua bocca?
«Che cosa ti succede? Perché ti stai consumando? Che cosa ti affligge?»
Il giovane sorrise debolmente. La risposta era «Dio», ma si trattenne.
Era questo il grido che aveva dentro di sé e non voleva lasciarsi sfuggire.
«Lotto», rispose.
«Con chi?»
«Non lo so, ma lotto.»
Il Rosso fissò il giovane nel profondo degli occhi: li interrogava, li sup-
plicava, li minacciava, ma quegli occhi di carbone, inconsolabili, pieni di
terrore, non rispondevano.
Di colpo l'anima di Giuda vacillò: mentre si chinava su quegli occhi
scuri e muti, vide, o almeno credette di vedere, alberi, in fiore, acque az-
zurrine, una folla d'uomini e in mezzo, dietro agli alberi in fiore, le acque e
gli uomini, una grande croce nera che occupava tutta la volta celeste.
Spalancò gli occhi, si drizzò di colpo e volle parlare, domandare: «Ma
saresti tu... tu...?» Ma le sue labbra rimasero mute; volle stringere a sé il
giovane, abbracciarlo, ma la sue braccia, sospese nell'aria, erano come
pietrificate.
Allora, quando il giovane lo vide con le braccia aperte, con i capelli ros-
si ritti, gli occhi spalancati, lanciò un grido; il sogno terrificante della notte
sorse dal fondo della sua anima, tutta quell'orda, i nani, gli strumenti per la
crocifissione, le grida: «Scagliatevi su di lui, figlioli!» e il loro capo,
l'uomo dai capelli rossi, ora lo riconosceva, era Giuda, il fabbro, che si
gettava su di lui, beffardo.
Le labbra del Rosso si mossero. Balbettò:
«Ma saresti tu... tu...?»
«Io? Chi ?»
Il Rosso non rispose. Si mordeva i baffi e lo guardava. Una metà del
viso era di nuovo splendente, l'altra immersa nelle tenebre. Nel suo spirito
si mescolavano i segni e i prodigi che circondavano il giovane fin dal
giorno della nascita e anche da prima... Il bastone di Giuseppe che, unico
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fra tutti i bastoni dei futuri sposi, era fiorito; il rabbino, che gli aveva dato
la bella fra le belle, Maria, consacrata a Dio. Più tardi, il fulmine caduto il
giorno del matrimonio, che aveva paralizzato lo sposo prima che potesse
toccare la sua donna. E più tardi ancora, si disse che la sposa aveva annu-
sato un giglio bianco e che il suo ventre aveva concepito un figlio... E il
sogno che lei aveva avuto, pare, la notte in cui partorì: aveva visto il cielo
che si apriva e gli angeli che scendevano e si mettevano in fila proprio
come gli uccellini sul bordo del tetto della sua umile casa; facevano il nido
e cantavano, altri custodivano la sa glia della sua dimora, altri entravano,
accendevano il fuoco, scaldavano l'acqua per lavare il nascituro, altri anco-
ra preparavano il brodo per la partoriente...
L'uomo dai capelli rossi si avvicinò lentamente, esitante, al giovane e si
chinò su di lui; la sua voce, ora, era piena d'emozione, di preghiera e di
timore:
«Saresti forse tu... tu...?» chiese ancora una volta senza il coraggio di
finire la frase.
Il giovane sussultò, impaurito.
«Io? Io?» disse con una risata breve e sarcastica. «Ma non mi vedi? Non
sono capace di parlare, non ho il coraggio di andare alla sinagoga, appena
vedo delle persone fuggo, non rispetto, e senza vergogna, i comandamenti
di Dio, lavoro il sabato...»
Tirò su la croce che era caduta, la rimise in piedi e afferrò il martello.
«E ora, guarda, fabbrico croci e crocifiggo!» disse e si sforzò nuova-
mente di ridere.
Il Rosso non disse nulla, era infuriato. Aprì la porta, una nuova folla,
agitata, avanzò dal fondo della strada. Vecchie spettinate, vecchi invalidi,
zoppi, ciechi, lebbrosi, tutta la feccia di Nazareth, salivano, ansimando, e
si trascinavano verso il colle della crocifissione. L'ora prefissa si avvici-
nava. «È tempo che me ne vada», si disse il Rosso, «che mi mescoli alla
gente, che ci lanciamo tutti assieme per fermare lo Zelota, e allora ve-
dremo bene se è o non è il Redentore!» Ma esitava; improvvisamente sentì
su di sé un vento gelido, no, non sarà neppure il crocifisso di oggi, Colui
che la razza degli Ebrei attendeva da tanti secoli. «Domani! Domani! Da
quanto ormai ce lo ripeti, Dio d'Abramo! Domani! Domani! Domani! Ma
quando dunque? Siamo degli uomini, siamo stanchi, ormai!»
Era irritato. Fissò con occhi furenti il giovane che piantava dei chiodi,
tutto appoggiato alla croce. «Ma sarà questo?» pensò rabbrividendo. «Sarà
dunque questo, proprio lui, il crocifissore? Le vie di Dio sono tortuose,
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oscure; sarà forse questo?»
Dietro alle vecchie e agli invalidi, indifferenti, silenziosi, avanzavano i
soldati della pattuglia romana, con i loro scudi, le lance e gli elmi di bron-
zo. Spingevano davanti a loro quel gregge umano e guardavano gli Ebrei
con disprezzo.
Il Rosso li osservava con occhi selvaggi. Il suo sangue divampò; si girò
verso il giovane, come se fosse stata colpa sua, strinse i pugni e gli gridò:
«Me ne vado, fai quello che vuoi, crocifissore; sei un vigliacco, uno
scellerato, un traditore, tu, proprio come tuo fratello, il banditore pubblico!
Ma Dio lancerà le sue fiamme su di te, come ha fatto con tuo padre, e ti
brucerà. Ecco che cosa ti dico. Ricordatene».

Il giovane rimase solo. Si appoggiò alla croce e si asciugò il sudore dal-


la fronte; il suo respiro era affannoso e per un momento tutto gli girò at-
torno. Udiva la madre accendere il fuoco e cominciare a cucinare di buon
mattino per avere il tempo di correre ad assistere alla crocifissione; tutte le
sue vicine erano già andate. Il padre continuava a borbottare e si sforzava
di muovere la lingua, ma solo la sua gola pareva fosse viva ed emetteva
versi rauchi e striduli. Fuori, la strada era rimasta nuovamente vuota.
E mentre era in piedi, appoggiato alla croce, con gli occhi chiusi, senza
pensare a nulla e ascoltando solo i battiti del cuore, sussultò bruscamente
per il dolore; sentiva di nuovo l'invisibile uccello da preda affondare pro-
fondamente gli artigli nel suo cranio. Mormorò: «È tornato... E tornato...»
e si mise a tremare. Sentiva che gli artigli facevano buchi profondi, spez-
zandogli le ossa e lacerandogli il cervello. Strinse i denti per non gridare.
Si prese la testa fra le mani e si mise a stringerla come se avesse avuto
paura che scappasse via. Mormorò: «È tornato... È tornato...» Tremava.
La prima volta aveva solo dodici anni, ed era seduto nella sinagoga, fra
gli anziani; li ascoltava spiegare, sudanti e ansimanti, la parola di Dio.
Aveva percepito una specie di formicolio proprio in cima alla testa, lento,
leggero, dolce, come se qualcuno lo stesse carezzando. Aveva chiuso gli
occhi, che dolcezza sconosciuta! Quell'ala lanuginosa che l'aveva sfiorato
e l'aveva innalzato sino al settimo cielo doveva essere il Paradiso! Dalle
palpebre abbassate, dalle labbra socchiuse per la felicità uscì un sorriso
infinito, profondo, che toccava febbrilmente anche la sua carne. Gli anzia-
ni, quando notarono quel sorriso mistico che divorava il bambino, capirono
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che Dio se l'era portato via tacquero.
Passarono gli anni. Aspettava, aspettava, ma la carezza non ritornava.
Ed ecco che un giorno, era il giorno di Pasqua e la primavera meravigliosa,
era andato a Cana, il paese di sua madre, per scegliersi una sposa. Aveva
vent'anni, le sue guance erano coperte da una peluria spessa ricciuta, il suo
sangue ribolliva, di notte non riusciva più a dormire; sua madre aveva
approfittato della febbre della sua giovinezza ed era riuscita a portarlo a
Cana, nel suo villaggio, affinché si scegliesse una moglie.
Era in piedi, aveva una rosa rossa in mano e guardava le ragazze del
villaggio ballare sotto un gran pioppo dalle foglioline novelle. E mentre le
osservava indeciso, desiderandole tutte e non avendo il coraggio di sce-
gliere, d'improvviso, udì dietro di sé una risata cristallina come l'acqua fre-
sca che sgorga dalle viscere della terra. Si girò e vide Maddalena, l'unica
figlia del rabbino fratello di suo padre, dirigersi verso di lui, tutta in ghin-
gheri, con anelli di bronzo alle caviglie, braccialetti, orecchini e sandali
rossi, i capelli sciolti, ornata e ardita come un veliero spinto dal vento. Lo
spirito del giovane ne fu colpito. «È lei che voglio!» gridò «È lei che
voglio!» e protese la mano per donarle la rosa. Ma mentre tendeva la ma-
no, dieci artigli si conficcarono nella sua testa, due ali batterono freneti-
camente su di lui e imprigionarono le sue tempie. Gettò un urlo stridente e
cadde in terra, con la schiuma alla bocca. Quell'infelice di sua madre,
allora, gli ricoprì il viso con un fazzoletto, lo sollevò fra le braccia e, piena
di vergogna, lo portò via.
Da quel giorno fu perso, finito. Nelle notti di luna piena, quando giron-
zolava per i campi, oppure nel silenzio della notte di primavera, quando
tutto è in fiore e profuma, ogni volta che stava per sentirsi felice, che stava
per godere delle più semplici gioie dell'uomo, mangiare, dormire, ridere
con gli amici, incontrare una ragazza per strada e pensare: «Mi piace», i
dieci artigli si conficcavano in lui e il suo desiderio svaniva.
Mai, tuttavia, quegli artigli si erano piantati in lui con tanta ferocia co-
me quel mattino; si accovacciò sotto il bancone con la testa fra le spalle e
rimase a lungo così. Il mondo gli crollava attorno, dentro di sé non udiva
che un brusio e, sopra la testa, un furioso battito d'ali.
A poco a poco, gli artigli abbandonarono la presa, si schiusero, liberaro-
no lentamente prima il suo cervello, poi il cranio, poi la pelle della testa.
Di colpo provò un gran sollievo e una grande stanchezza. Scivolò fuori dal
suo nascondiglio sotto il bancone e si mise una mano sulla testa; si palpò i
capelli pensando di essere pieno di buchi, ma, anche cercando bene, non
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sentì nessuna ferita sotto le sue dita e si calmò. Eppure, togliendo la mano
dalla testa, la vide in piena luce e rabbrividì: era coperta di sangue.
«Dio si è scatenato», mormorò, «si è scatenato... Il sangue comincia a
colare.»
Alzò gli occhi e si guardò attorno, ma non vide nessuno. Eppure fiutava
nell'aria un odore acre d'animale da preda. «È ritornato... è qui vicino a me,
sotto i miei piedi, sulla mia testa...» pensò con terrore.
Abbassò il capo e attese. L'aria era muta e immobile, e la luce giocava,
pacifica e innocente, riflettendosi sul muro di fronte a lui e sul soffitto di.
canne. «Non aprirò bocca, non dirò neppure una parola», decise fra sé e sé.
«Forse avrà pietà di me e se ne andrà...»
Ma, appena presa quella decisione, aprì la bocca e parlò. La sua voce
era lamentosa:
«Perché farmi sanguinare? Perché infuriarti.? Fino a quando mi perse-
guiterai?»
Al principio non accadde nulla, ma improvvisamente qualcuno sopra di
lui si mise a parlare; tese l'orecchio, ascoltò. Ascoltava e non smetteva di
scuotere violentemente la testa come per dire: «No! No! No!»
Infine a sua volta aprì la bocca e la sua voce non tremava più.
«Non posso! Sono analfabeta, fannullone, pigro, amo il buon cibo, il
vino, ridere, voglio sposarmi, avere dei bambini, lasciami in pace!»
Tacque e tese l'orecchio:
«Che cosa dici? Non capisco!»
Appoggiò le mani su ambedue le orecchie per attutire il suono della
voce feroce che parlava sopra di lui. Con il viso contratto, trattenendo il
respiro, ascoltava e rispondeva: «Sì, sì, ho paura... Che mi alzi per parlare?
Per dire che cosa? Per dirlo come? Sono analfabeta, ti dico che non posso!
Che? Il regno dei cieli? Me ne infischio, io, del regno dei cieli; è la terra
che mi piace; voglio sposarmi, ti dico, sposare Maddalena, e peggio per
me se è una prostituta, è colpa mia se lo è diventata, sono io che la salve-
rò... No, non la terra, è Maddalena che voglio salvare; mi basta!... Parla più
lentamente perché possa udirti!»
Mise la mano davanti agli occhi perché il soave chiarore che entrava
dalla finestrella l'accecava; aveva gli occhi fissi in alto, al soffitto, e aspet-
tava. Tratteneva il respiro e prestava orecchio. Mentre ascoltava, il suo
viso brillava, astuto, soddisfatto e la luce illuminava le labbra umide che
luccicavano; di colpo scoppiò a ridere.
«Sì, sì», mormorò. «Hai capito perfettamente; sì, apposta, lo faccio ap-
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posta; affinché tu mi detesti e vada a cercartene un altro, affinché io mi
liberi di te!»
Acquistò fiducia: «Sì, sì, apposta; e per tutta la vita costruirò delle croci
perché si crocifigga il Messia scelto da te!»
Mentre pronunciava queste parole prese dal muro la cinghia con i
chiodi e se ne cinse il corpo. Guardò la finestrella; il sole, ora, era d'ac-
ciaio. Doveva fare in fretta, era proprio a mezzogiorno, quando fa più cal-
do, che doveva aver luogo la crocifissione.
S'inginocchiò, passò la spalla sotto la croce e la prese fra le braccia sol-
levò un ginocchio per far leva, ma la croce gli parve pesantissima, impos-
sibile da sollevare; si trascinò fino alla porta, traballando. Fece due o tre
passi ansimando e quasi vi arrivò, ma, improvvisamente, le sue ginocchia
cedettero, la testa gli cominciò a girare e cadde bocconi per terra, schiac-
ciato dalla croce.
La casetta fu scossa da cima a fondo; si udì un grido di donna, la porta
interna si aprì e apparve sua madre, slanciata, la pelle dorata e gli occhi
grandi. La prima giovinezza era passata ed essa stava entrando nell'in-
quieta e dolce amarezza dell'autunno. I suoi occhi erano cerchiati di blu, la
bocca era decisa e ben disegnata, come quella del figlio, ma il mento era
più forte. Aveva in capo un fazzoletto di lino viola e i, suoi soli gioielli
erano un paio di lunghi orecchini d'argento, che tintinnavano quando si
muoveva.
Dietro di lei, quando aprì la porta, apparve il padre, seduto sul letto, a
torso nudo, livido, gonfio, con gli occhi sbarrati. Sua moglie gli aveva ap-
pena dato da mangiare e stava ancora faticosamente ruminando pane, oli-
ve, cipolle; i peli bianchi e ricciuti del suo petto erano pieni di saliva e di
briciole. Di fianco a lui, il fatidico bastone che era fiorito il giorno del fi-
danzamento; ora era solo legno secco.
La madre entrò, scosse il figlio per terra che si dibatteva sotto la croce e
rimase a guardarlo senza precipitarsi a soccorrerlo. Ne aveva abbastanza di
vedersela riportare a casa svenuto ogni momento, di vederlo errare nei
campi e in luoghi deserti, passare giorni interi senza mangiare, rifiutare di
lavorare e restare ore e ore con gli occhi fissi nel vuoto, inerte e come in-
cantato. Era solo quando gli veniva ordinata una croce per crocifiggere
degli uomini che si metteva al lavoro di tutta lena, giorno e notte, come un
forsennato.
Non frequentava più la sinagoga, non voleva più tornare a Cana, né an-
dare a nessuna festa, e le notti di plenilunio la sua ragione vacillava e l'in-
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felice madre lo udiva delirare e gridare come se combattesse con un
demonio.
Quante volte era andata a gettarsi ai piedi del fratello del marito, il vec-
chio rabbino, che aveva il potere di esorcizzare i demoni. Coloro che ne
erano posseduti arrivavano da terre lontane ed egli li guariva. Ma quando
ancora il giorno prima lei lo aveva implorato di salvarle il figlio, il vecchio
aveva scosso il capo e le aveva detto:
«Maria, non è un demonio che tortura tuo figlio, è Dio. E io non posso
far nulla.»
«Ma perché lo tortura?» domandò l'infelice madre. Il vecchio sospirò.
«Perché lo ama, Maria.»
La madre lo aveva guardato, terrorizzata; era stata sul punto di aprire la
bocca per porgli delle domande, ma il rabbino l'aveva fermata: «Questa è
la legge di Dio. Non fare domande», aveva detto aggrottando le sopracci-
glia e facendole cenno di andarsene.
Erano anni ormai che quel male durava. Maria, anche se era sua madre,
ne aveva abbastanza; e ora che lo vedeva bocconi sulla soglia, con il san-
gue che gli colava dalla fronte, non fece un gesto. Gemette dal più profon-
do del cuore, ma non per il figlio, bensì per il proprio destino. Era stata
molto infelice nella vita, con il marito, con il figlio, vedova prima di essere
sposata, madre senza aver avuto figli. Invecchiava. Ogni giorno aveva
qualche capello bianco in più senza aver conosciuto la giovinezza, il calore
di un uomo, la dolcezza e l'orgoglio della donna sposata, la dolcezza e
l'orgoglio della madre. A forza di piangere i suoi occhi erano diventati
asciutti, tutte le lacrime che Dio le aveva concesso le aveva già versate e
ora guardava il marito e il figlio senza potersi neppure disperare. E se
talvolta piangeva ancora, lo faceva quand'era sola ed era primavera e guar-
dava i campi lontani e sentiva il profumo degli alberi in fiore arrivare fino
a lei; ma in quei momenti non piangeva né per il marito né per il figlio, ma
per la propria vita perduta.
Il giovane si era rialzato e stava asciugando il sangue con il bordo della
veste. Si girò, vide la madre che l'osservava con aria severa e ne fu irritato.
Lo conosceva quello sguardo che non gli perdonava nulla, le conosceva
quelle labbra strette, amare, ma non ne poteva più, ne aveva abbastanza
anche lui di quella casa, di vecchi paralitici, di madri inconsolabili e di
piccoli consigli quotidiani: «Mangia, lavora, sposati!»
La madre aprì le labbra serrate:
«Gesù», disse in tono di rimprovero, «con chi ancora hai litigato sta-
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mattina presto?»
Il figlio si morse le labbra dal timore che gli uscisse una parola dura;
aprì la porta, entrò il sole e, con esso, un vento polveroso, ardente, che ve-
niva dal deserto. Si asciugò il sudore e il sangue dalla fronte, rimise la
spalla sotto la croce e la sollevò senza pronunciare nemmeno una parola.
La madre raccolse nel fazzoletto i capelli che le si erano sciolti sulle
spalle, e fece un passo per avvicinarsi al figlio. Ma quando lo vide in piena
luce, sussultò: il suo viso cambiava a ogni istante, come l'acqua di un fiu-
me che scorre! Ogni giorno lo vedeva come per la prima volta, scopren-
dogli negli occhi una luce sconosciuta, un sorriso, a volte pieni di gioia, a
volte di disperazione; quella luce vorace gli sfiorava la fronte, il mento, il
collo e lo rodeva. Quel giorno, grandi fiamme nere ardevano nei suoi
occhi.
Per un istante fu sul punto di gridargli, spaventata: «Chi sei?», ma si
trattenne. «Ragazzo mio», disse, ma le sue labbra tremavano. Tacque e
attese, perché non sapeva più se quell'uomo era suo figlio. Si sarebbe gira-
to a guardarla, a parlarle? Ma lui non si girò; fece un movimento brusco
per mettere a posto la croce sulla spalla e attraversò la soglia senza bar-
collare.
La madre, appoggiata allo stipite, lo guardava avanzare d'un passo leg-
gero sui ciottoli lungo la salita. Mio Dio, dove trovava tutta quella forza?
Era come se al posto della croce ci fossero due ali che lo sollevavano.
«Signore Iddio», mormorò la madre sconvolta, «chi è? Di chi è figlio?
Non assomiglia a suo padre, non assomiglia a nessuno, cambia ogni gior-
no, non è uno, è molti; ne ho le vertigini.»
Si ricordò di una sera in cui lo teneva contro di sé, nel cortiletto, accan-
to al pozzo; era d'estate e sopra di lei la pergola era carica d'uva. Lo stava
allattando e, di colpo, si addormentò lasciandosi scivolare in un sogno in-
finito. Le sembrò di vedere un angelo del cielo con in mano una stella, si-
mile a una lanterna, con la quale illuminava la terra davanti a sé; si sarebbe
detto che ci fosse una strada nella notte, piena di luce, sinuosa, come un
serpente di fuoco che si consumava e veniva a spegnersi ai suoi piedi... E
mentre, affascinata, guardava quello spettacolo chiedendosi dove potesse
avere origine quella strada e perché venisse a finire proprio ai suoi piedi,
alzò gli occhi e vide che la stella si era fermata proprio sulla sua testa e che
all'inizio della strada erano apparsi tre cavalieri cinti da corone d'oro.
Quando vide la stella fermarsi, diedero di sperone ai cavalli e balzarono in
avanti. Maria, ora, distingueva benissimo i loro visi; quello al centro era un
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adolescente imberbe, dal colorito roseo e capelli biondi; alla sua destra
c'era un uomo giallo, con la barba nera a punta e gli occhi a mandorla; alla
sua sinistra un negro dai capelli bianchi e ricciuti, anelli di bronzo alle
orecchie e denti splendenti. Prima che Maria avesse il tempo di osservarli
a suo agio e di coprire gli occhi del figlio perché non fossero abbagliati
dalla luce accecante, i tre cavalieri erano già lì, inginocchiati davanti a lei.
Il piccolo aveva lasciato il seno e se ne stava ritto sulle ginocchia della
madre.
Il primo ad avvicinarsi fu il giovane biondo; si tolse la corona dal capo
e la depose umilmente ai piedi del bimbo. Fu poi la volta del negro, che si
inginocchiò, estrasse dalla borsa una manciata di rubini e di smeraldi e li
sparse con grande tenerezza sul capo del piccolo. E infine l'uomo giallo
allungò la mano e dispose ai piedi del bambino una manciata di grandi piu-
me di pavone, perché vi giocasse... Ma quello li guardava tutti e tre sor-
ridendo, senza tendere le manine per prendere i regali.
Improvvisamente i tre cavalieri sparirono e si fece avanti un pastorello
vestito con una pelle di pecora, con in mano una scodella di latte caldo;
quando il piccolo lo vide si mise a saltellare sulle ginocchia della madre,
chinò la testolina sulla scodella e cominciò a bere quel latte felice e
insaziabile...
Appoggiata allo stipite della porta, la madre rivedeva nella mente quel
sogno infinito e sospirò. Quante speranze le aveva dato quel figlio unico,
quante predizioni avevano fatto coloro che dicevano la buona ventura, con
che occhi lo guardava il rabbino stesso, come apriva le Scritture e leggeva
i profeti sul capo del piccolo, come cercava sul suo petto, nei suoi occhi,
sui suoi piedi per trovare un segno! Ma, ahimè! Con il passar del tempo le
sue speranze erano svanite, il figlio aveva preso una cattiva strada, allon-
tanandosi sempre più dal cammino degli uomini...
Strinse con forza il fazzoletto, sprangò la porta e s'incamminò lungo la
salita per andare anche lei ad assistere alla crocifissione.

La madre camminava e camminava; aveva fretta di perdersi tra la folla.


Udiva le donne gridare seguite dagli uomini, infuriati, sporchi, ansimanti;
poi venivano i vecchi e, dietro ancora, gli zoppi, i ciechi, gli infermi. La
terra, sotto i passi degli uomini, strepitava mentre si sollevavano nuvole di
polvere, l'aria era fetida e il sole, alto nel cielo, cominciava a scottare.
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Una vecchia si girò, vide Maria e lanciò una bestemmia; altre due di-
stolsero lo sguardo e sputarono per scongiurare la mala sorte: e una giova-
ne sposa rabbrividendo raccolse la sua veste, perché non fosse sfiorata
dalla madre del crocifissore. Maria sospirò e nascose il capo nel fazzoletto
viola; camminava sola, inciampando nei sassi per la fretta di sparire e per-
dersi tra la folla. Sentiva il mormorio della gente attorno a lei, ma le sem-
brava che il suo cuore fosse diventato di pietra e avanzava.
«Figlio mio, bambino mio caro», pensava, «figlio mio, fin dove sei
giunto!» e mordeva un lembo del fazzoletto per non scoppiare in singhioz-
zi.
Raggiunse il corteo nel punto in cui era più compatto, oltrepassò il
gruppo degli uomini e si nascose fra le donne; si coprì la bocca con una
mano, lasciando vedere solo gli occhi. Nessuno avrebbe potuto ricono-
scerla e si calmò.
Improvvisamente udì un gran baccano dietro di sé. Gli uomini spinge-
vano da parte le donne per poter passare davanti; erano ormai vicini alla
caserma in cui Io Zelota era tenuto prigioniero ed erano impazienti di
gettar giù la porta e liberarlo. Maria si fece di lato, si nascose sotto l'arco di
una porta e guardò.
Fra barbe unte, capelli grassi e bocche schiumanti, il vecchio rabbino,
sulle spalle di un colosso dall'aria feroce, agitava le braccia al cielo, gri-
dando. Che cosa diceva? Maria tese l'orecchio e udì:
«Abbiate fiducia nel popolo d'Israele, figlioli: coraggio, avanti, tutti as-
sieme; non abbiate paura; Roma non è che fumo. Dio soffierà e lo disper-
derà! Ricordatevi dei Maccabei, ricordate come hanno cacciato e schernito
i Greci, padroni dell'universo; e allo stesso modo noi pure cacceremo e
scherniremo i Romani; non vi è che un Signore delle Potenze ed è il nostro
Dio!»
Posseduto da Dio, il vecchio rabbino saltava sulle spalle del colosso;
non aveva più la forza di correre, era invecchiato, consumato dai digiuni,
le prosternazioni e le grandi speranze. L'enorme montanaro, tenendolo sul-
le spalle, lo mostrava alla folla, agitandolo in aria come una bandiera.
«Ehi, Barabba», gridava la gente, «lo farai cadere!» Ma lui sballottava il
vecchio con assoluta noncuranza, continuando per la sua strada.
Tutti invocavano Dio a gran voce, il vento sulle loro teste s'infuocò, del-
le fiamme confusero cielo e terra e il cervello della gente vacillò. Il mondo
fatto di pietre, d'erba e di carne divenne evanescente e dietro apparve l'al-
tro mondo, fatto di fiamme e di angeli.
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Giuda si scatenò; allungò le mani e strappò il vecchio rabbino dalle
spalle di Barabba, se lo gettò cavalcioni sulle sue e si mise a urlare: «Oggi,
non domani, oggi!» Anche il rabbino s'infiammò e si mise a cantare, con
voce flebile e morente, il salmo vittorioso; tutta la gente cantò in coro:
«Le nazioni mi hanno assediato; nel nome del mio Dio, le disperdo!»
«Le nazioni mi hanno circondato; nel nome del mio Dio, le disperdo!»
«Mi hanno circondato come uno sciame di vespe; nel nome del mio
Dio, le disperdo!»
Ma mentre cantavano e disperdevano le nazioni nel loro spirito, videro
elevarsi davanti a loro, nel pieno cuore di Nazareth, la grossa costruzione
quadrata, con i quattro angoli, le quattro torri, le quattro aquile gigantesche
di bronzo: la fortezza del nemico, la caserma.
Dentro, il demonio era dappertutto, in ogni angolo: in cima alle torri or-
nate dalle insegne gialle e nere di Roma, con le loro aquile; davanti alle
mura, dove il centurione sanguinario di Nazareth, Rufo, sostava con la sua
armata; e ancora più giù tra i cavalli, i cani, i cammelli, gli schiavi; e infine
nel profondo fossato dove era tenuto lo Zelota, il ribelle, con i capelli lun-
ghi, privato di vino e di donne. Questi, con solo un movimento della testa,
avrebbe potuto far crollare tutto l'edificio maledetto sopra di lui, con gli
uomini, gli schiavi, i cavalli e le torri; è così che Iddio colloca sempre la
voce debole e disprezzata della giustizia alle basi del male.
Questo Zelota era l'ultimo discendente della grande stirpe dei Maccabei:
il Dio d'Israele aveva teso la sua mano su di lui, lo proteggeva e non lascia-
va sparire quella sacra fonte. Il vecchio re Erode, il dannato, aveva cospar-
so di pece quaranta ragazzi e li aveva fatti bruciare come torce, di notte,
perché avevano distrutto l'aquila dorata che quel re di Giudea, il traditore,
aveva collocato sul frontone del Tempio, che, fino ad allora, non era anco-
ra mai stato profanato. I congiurati erano quarantuno; ne avevano presi
quaranta, lasciandosi sfuggire il capo che era stato messo in salvo dal Dio
d'Israele. Si trattava proprio di quello Zelota, ancora adolescente imberbe,
discendente della stirpe dei Maccabei.
Da allora, per lunghi anni, aveva vagato fra le montagne e combattuto
per liberare la terra santa che Dio aveva donato a Israele. «Adonai è il no-
stro solo maestro», proclamava, «non pagate le imposte ai principi del
mondo, non lasciate che i loro idoli e le loro aquile insozzino il Tempio di
Dio, non sgozzate buoi e pecore per sacrificarli al tiranno, all'imperatore.
Non vi è che un solo Dio, il nostro; che un solo popolo, il popolo d'Israele;
che un frutto su ogni albero della terra, il Messia.»
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Ma, improvvisamente, il Dio d'Israele aveva ritirato la mano dal suo
capo e il centurione di Nazareth, Rufo, l'aveva fatto prigioniero. Alla noti-
zia, contadini, operai, possidenti avevano lasciato i loro villaggi, e i pesca-
tori accorrevano dal lago di Genezareth, mentre la voce andava di casa in
casa, di barca in barca, raggiungendo anche i viaggiatori di passaggio per
quelle contrade. «Si crocifigge lo Zelota, è perduto!» si diceva, ma talvolta
era il contrario: «Salve, o fratelli, è arrivato il Redentore, prendete dei
grandi rami di palme e recatevi, tutti assieme, a Nazareth, per dargli il ben-
venuto!»
Il vecchio rabbino si sollevò sulle spalle dell'uomo dai capelli rossi, tese
le braccia verso la caserma e cominciò a gridare:
«È là! È là! Il Messia è in piedi nel fosso e aspetta. Chi aspetta?
Noialtri, il popolo d'Israele! Avanti, sfondate la porta, liberate il Salvatore,
affinché egli ci liberi!»
«In nome del Dio d'Israele!» Barabba urlò selvaggiamente e brandì la
sua accetta.
Il popolo ruggì, i coltelli fremettero nei petti in cui erano stati celati, i
bambini preparano le loro fionde e tutti si lanciarono, Barabba in testa,
contro il portone di ferro. Gli occhi erano accecati dalla grande luce di Dio
e non videro aprirsi una bassa postierla e uscirne, con gli occhi pieni di
lacrime e livida in volto, Maddalena. Il suo cuore aveva sentito pietà per
colui che stava per morire ed essa era scesa, di notte, nel fosso, per dargli
l'ultima gioia, la più dolce che questo mondo possa offrire. Ma il condan-
nato apparteneva alla selvaggia tribù degli Zeloti e aveva giurato che, fino
a quando la terra d'Israele non fosse stata liberata, non si sarebbe tagliato i
capelli, non avrebbe bevuto vino né dormito con una donna. Per tutta la
notte Maddalena era rimasta seduta di fronte a lui, guardandolo; ma lui
guardava oltre, molto lontano, al di là dei neri capelli della donna. Guarda-
va Gerusalemme, non quella sottomessa e prostituita, bensì la Gerusalem-
me futura, la Santa, con le sue sette porte trionfali da fortezza, i suoi sette
angeli guardiani e i settantasette popoli della terra stesi ai suoi piedi con la
faccia per terra. Il condannato toccava il fresco petto della Gerusalemme
futura e la morte spariva, il mondo s'addolciva, si spianava, riempiva il
palmo della sua mano; chiudeva gli occhi, aveva il petto di Gerusalemme
nella sua mano e pensava a una sola cosa: a quel Dio, non rasato, privo di
vino e di donne, il Dio d'Israele. Per tutta la notte lo Zelota, con Gerusa-
lemme sulle sue ginocchia, costruiva dentro di sé, come voleva lui, non
fatto d'angeli e di nuvole, bensì d'uomini e di terre, tiepido d'inverno e fre-
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sco d'estate, il regno dei cieli.
Il vecchio rabbino vide la sua infelice figliola uscire dalla caserma e
distolse lo sguardo; era la grande vergogna della sua vita, com'era potuta
uscire dalle sue viscere, da lui che era puro e timoroso di Dio? Quale de-
monio o quale angoscia inguaribile l'avevano fulminata e le avevano fatto
prendere il cammino della vergogna? Un giorno era tornata da una festa a
Cana e s'era messa a singhiozzare, voleva uccidersi, poi era scoppiata a ri-
dere come una matta; si imbellettava, si ornava di gioielli, passeggiava per
le strade; poi abbandonò la casa del padre e andò a piantare la sua tenda a
Magdala, all'incrocio, proprio dove passano le carovane...
Aveva ancora il petto scoperto, avanzava nella folla senza vergogna, le
labbra e le guance avevano perso il belletto, e gli occhi erano torbidi per le
lacrime e per aver guardato quell'uomo per tutta la notte. Vide il padre vol-
tare la testa, pieno di vergogna, ed ebbe un amaro sorriso; per lei la vergo-
gna, il timore di Dio, l'amore del padre e l'opinione degli uomini non ave-
vano più alcun valore. La si accusava d'avere in corpo sette demoni; ma
non erano demoni, erano sette coltelli conficcati nel cuore. Il vecchio rab-
bino si mise nuovamente a gridare affinché gli occhi della folla si volges-
sero a lui e non vedessero sua figlia; bastava che Dio l'avesse vista, sareb-
be stato Lui a giudicarla.
«Aprite gli occhi al vostro animo, guardate il cielo. Dio è sopra di noi, il
cielo si è lacerato e gli eserciti degli angeli avanzano, l'aria è piena d'ali
rosse e azzurre.»
Il cielo era infuocato, la folla alzò gli occhi e vide sopra di sé Iddio, ar-
mato, che scendeva. Barabba levò la sua accetta e gridò: «Oggi, non doma-
ni, oggi!» e il popolo si gettò sulla caserma, s'abbatté sul portone di ferro,
armato di sbarre, scale e torce. Ma di colpo il portone si aprì mostrando la
figura di due cavalieri in un'armatura di bronzo; se ne stavano immobili, lo
sguardo fisso, la pelle dorata dal sole, i muscoli tesi, sicuri di sé.
Speronarono i loro cavalli, levarono le lance e, in un attimo, le strade
furono piene di gambe e di schiene che fuggivano, urlando, verso la collina
della crocifissione.
Era arida, pietrosa e coperta di spine, quella collina maledetta. Ogni pie-
tra nascondeva gocce di sangue secco: ogni volta che gli Ebrei si ribella-
vano e chiedevano la libertà, quella collina si copriva di croci e su quelle
croci si ritorcevano e gemevano i ribelli. Di notte gli sciacalli venivano a
mangiar loro i piedi e il mattino dopo arrivavano i corvi a cavargli gli
occhi.
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Sotto la collina il popolo, ansimante, si fermò; altri cavalieri di bronzo
s'abbatterono su di loro, volteggiarono, respinsero gli Ebrei e rimasero
quindi immobili come una barriera. Era quasi mezzogiorno e la croce non
era ancora arrivata; due fabbri che nessuno conosceva, sulla cima della
collina, aspettavano con in mano i chiodi e il martello. C'erano, affamati, i
cani del villaggio; le facce, girate verso la collina sotto il sole infuocato,
bruciavano; occhi di carbone, nasi arcuati, guance scure, tempie ossute,
sporche; e le donne, grasse, con le ascelle inzuppate, i capelli unti di sego,
si scioglievano al sole emanando un cattivo odore.
Un gruppo di pescatori, dal viso, il petto e le braccia seccati dal sole e
dal vento, con grandi occhi da ragazzi meravigliati, erano venuti dal lago
di Genezareth per assistere al miracolo: lo Zelota, nel momento in cui i
miscredenti l'avrebbero portato alla croce, avrebbe gettato via i suoi stracci
e si sarebbe trasformato in un angelo con una spada. Erano arrivati il gior-
no innanzi, di sera, con le loro ceste colme di pesci che avevano venduto a
basso prezzo ed erano quindi finiti in una taverna dove avevano bevuto,
s'erano ubriacati, avevano dimenticato perché erano venuti a Nazareth,
s'erano ricordati delle donne e avevano cantato per loro, poi erano venuti
alle mani e quindi si erano riconciliati; di buon mattino il Dio d'Israele era
ritornato loro in mente, si erano lavati e messi in cammino, mezzo addor-
mentati, per andare a vedere il miracolo.
Aspettavano, aspettavano, ne avevano abbastanza; presero qualche ba-
stonata sulla schiena e rimpiansero di essere venuti.
«Io sono dell'idea di ritornare alle nostre barche, ragazzi», disse un pe-
scatore vigoroso dalla barba grigia e ricciuta e la fronte come il guscio di
un'ostrica. «Ricordate ciò che vi dico; crocifiggeranno anche questo e il
cielo non si aprirà; la collera del cielo non ha fine, proprio come l'ingiu-
stizia degli uomini. Che cosa ne dici, tu, figlio di Zebedeo?»
«Ciò che pure non ha fine è la stoltezza di Pietro», rispose uno di loro,
un pescatore dalla barba arruffata e lo sguardo selvaggio, che si mise a ri-
dere. «Non per farti arrabbiare, Pietro, ti son venuti i capelli bianchi, ma
non ti è ancora venuto il cervello. In un secondo prendi fuoco e ti spegni,
come la paglia. Non eri tu, alla fine, che sei venuto a chiamarci, correndo
come un pazzo da una barca all'altra, gridando: 'Venite, fratelli, non è cosa
di tutti i giorni assistere al miracolo; andiamo a Nazareth per vederlo!' E
adesso bastano due colpi di bastone sulla schiena per confonderti e farti
cambiare ritornello: 'Venite, figlioli, andiamocene!' Hanno proprio ragione
a chiamarti Girandola'!»
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Due o tre pescatori, udendolo, si misero a ridere; un pastore, che puzza-
va di capra, alzò il suo bastone e disse: «Non sgridarlo, Giacomo, anche se
è una girandola. È il migliore di tutti noi, ha un cuore d'oro».
«Un cuore d'oro, hai ragione, Filippo», dissero tutti, e tesero le mani per
adularlo e calmarlo.
Ma Pietro, furioso, ansimava; accettava tutto ciò che volevano, ma non
sopportava di esser chiamato Girandola. Forse lo era, il più leggero soffio
di vento poteva portarselo via, ma non perché aveva paura, lo faceva bensì
perché aveva buon cuore.
Giacomo vide che il viso di Pietro si rabbuiava e ne provò dolore; gli
dispiacque di aver parlato così aspramente al compagno più anziano di lui
e, per cambiar discorso, disse:
«Dimmi, Pietro, che cosa ne è di tuo fratello Andrea? Sempre nel deser-
to del Giordano?»
«Sempre, sempre», rispose Pietro sospirando. «Si è già fatto battezzare,
pare, e pure lui mangia cavallette e miele selvatico, come il suo maestro, e
che Iddio mi dia del bugiardo se non lo vedremo presto correre nei villaggi
gridando anche lui: 'Pentitevi, pentitevi! Il regno dei cieli è qui!' Ma quale
regno dei cieli? Ma non c'è più rispetto? Lo domando a voi.»
Giacomo scosse la testa, aggrottò le sopracciglia scure e disse:
«Credo che stia succedendo la stessa cosa a mio fratello Giovanni, quel
furbacchione; anche lui è andato nel Monastero, laggiù nel deserto di
Genezareth, per farsi monaco; pare che non sia fatto per essere pescatore e
mi ha lasciato da solo con due vecchi e cinque barche a sbatter la testa
contro il muro.»
«Ma che cosa gli mancava, a quello sciocco? Tutti i beni che il cielo
poteva offrire, li aveva, che cosa gli è saltato in mente, proprio nel fior
fiore della giovinezza?» chiese Filippo il pastore, mentre segretamente si
rallegrava nel constatare che anche i ricchi avevano un tarlo che li rodeva.
«Di colpo si è messo a farsi cattivo sangue», rispose Giacomo. «Tutta la
notte si girava e rigirava nel letto, come un adolescente che abbia bisogno
di una donna.»
«Eh, be', doveva sposarsi, allora! Di fidanzate né aveva quante ne
voleva!»
«Diceva che non voleva una sposa.»
«E che cosa allora?»
«Il regno dei cieli, anche lui, come Andrea.» I pescatori scoppiarono a
ridere.
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«Che bel piacere!» disse un vecchio pescatore, fregandosi le mani con
aria cattiva.
Pietro stava per aprire la bocca per parlare, ma non ne ebbe il tempo; si
udirono grida roche: «Il crocifissore! Il crocifissore! Eccolo!»
Le loro facce, sconvolte, si voltarono tutte assieme; in fondo alla strada
apparve il figlio del falegname, che si arrampicava, inciampando, ansiman-
do, con la croce sulle spalle.
«Il crocifissore! Il crocifissore!» ruggì il popolo. «Ecco il traditore!»
I due fabbri videro dall'alto della collina la croce e si drizzarono di col-
po, tutti allegri, bruciati dal sole. Si sputarono sulle mani, presero le van-
ghe e cominciarono a scavare una buca; di fianco, su una pietra, avevano
appoggiato i grossi chiodi dalla testa appiattita, ne erano stati ordinati tre,
ne avevano forgiati cinque.
Uomini e donne avevano formato una catena, tenendosi per mano, af-
finché il crocifissore non potesse passare; Maddalena si staccò dalla folla e
fissò lo sguardo sul figlio di Maria, che stava salendo. Il suo cuore traboc-
cava di dolore. Ricordava i loro giochi, quando erano ancora bambini: lui
aveva tre anni e lei quattro; che gioia profonda, indicibile, che gioia inde-
scrivibile! Tutti e due sentivano per la prima volta, molto profondamente,
oscuramente, che uno di loro era un uomo e l'altra una donna, due corpi, si
sarebbe potuto dire, che un giorno erano stati un corpo solo. Un Dio impie-
toso li aveva separati e ora le due parti si erano ritrovate e volevano ricon-
giungersi, ridiventare un corpo solo. Mentre crescevano sentivano sempre
più chiaramente la meraviglia di essere lui un uomo e lei una donna e si
guardavano con muto terrore; aspettavano, come due belve, che il loro ap-
petito si completasse, che la loro fame raggiungesse il massimo, che giun-
gesse l'ora, per gettarsi l'uno sull'altra e per ricongiungere ciò che Dio ave-
va separato. E una sera di festa, a Cana, nel momento in cui il suo amato
tendeva la mano per darle il pegno del fidanzamento, la rosa, il Dio impie-
toso si era gettato su di loro e li aveva separati di nuovo. E da allora...
Gli occhi di Maddalena si riempirono di lacrime. Fece un passo; colui
che portava la croce le stava passando davanti.
«Crocifissore!» gridò con voce rauca, strozzata. Tremava.
Il giovane si girò. Per un istante solo fissò su di lei i suoi grandi occhi
pieni di dolore; la bocca gli tremava convulsamente, ma abbassò subito la
testa e Maddalena non ebbe il tempo di distinguere se era sofferenza,
terrore o un sorriso. Ancora china su di lui, ansimante, Maddalena gli
parlava:
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«Ma non hai vergogna? Non ti ricordi? Dove sei arrivato?»
E le parve di udire subito la sua voce che le rispondeva. «No, no», lei
allora gli gridò, «non è Dio, disgraziato, non è Dio, è il demonio!»
Intanto la folla premeva per impedirgli di passare; un vecchio alzò il
bastone e lo picchiò, due bifolchi, che erano scesi dal monte Thabor per
assistere loro pure al miracolo, lanciarono i loro uncini e lo inchiodarono
sul posto e Barabba agitava minaccioso l'accetta fra le mani. Il vecchio
rabbino vide suo nipote in pericolo, si lasciò cader giù dalle spalle dell'uo-
mo dai capelli rossi e corse a proteggerlo.
«Basta, figlioli», gridò, «non sbarrate la strada di Dio, è un grande pec-
cato! Non impedite che si faccia ciò che è scritto! Che la croce passi, è Dio
che la manda, che i fabbri preparino i chiodi, che colui che Adonai ha
mandato salga sulla croce, non abbiate paura, abbiate fiducia. Questa è la
legge di Dio: bisogna che il coltello entri nella carne fino all'osso,
altrimenti non avverrà il miracolo! Ascoltate il vostro vecchio rabbino, fi-
glioli, vi dico il vero: se l'uomo non arriva al bordo del precipizio, non gli
cresceranno le ali sulla schiena.»
I bifolchi ritirarono i pungoli, i pugni lasciarono cadere le pietre che
stringevano, e il popolo si scansò per liberare la strada di Dio. Il figlio di
Maria, barcollando, con la croce sulle spalle, passò. Lontano, fra gli ulivi,
si udì il canto delle cicale mescolarsi al vento; un cane, affamato, abbaiò di
gioia sulla cima della collina; e più in là, in mezzo alla folla, una donna
con un fazzoletto viola sul capo gettò un grido e svenne.
Pietro, ora, era in piedi, con la bocca aperta e gli occhi spalancati e
guardava il figlio di Maria. Lo conosceva. La casa paterna di Maria, a
Cana, era di fronte alla casa paterna di Pietro; i vecchi genitori di lei,
Gioacchino e Anna, erano amici d'infanzia dei suoi. Erano sante persone,
gli angeli frequentavano regolarmente la loro umile dimora e una volta i
vicini videro Dio in persona, travestito da mendicante, varcare di notte la
soglia della casa; avevano intuito che era Dio perché la casa di Gioacchino
e Anna si era messa a vibrare come se ci fosse stato un terremoto. Nove
mesi dopo avvenne il miracolo. La vecchia Anna, a sessant'anni, mise al
mondo Maria. Pietro non doveva avere neppure cinque anni, ma ricordava
che c'era stata una gran gioia e che tutto il villaggio era accorso, uomini e
donne, a fare gli auguri; vi era chi portava latte o farina, chi datteri o miele,
chi vesti per la neonata; tutti portavano regali, e la madre di Pietro aveva
fatto da levatrice, faceva scaldare l'acqua, vi gettava dentro del sale e lava-
va la neonata che piangeva... E ora, ecco il figlio di Maria: passa davanti a
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lui portando la croce e la gente gli sputa addosso e gli getta delle pietre...
Mentre lo guardava il suo cuore era sconvolto. Che infelice il destino di
quell'uomo, figlio di Maria; senza pietà, il Dio d'Israele l'aveva scelto per
fabbricare croci, per crocifiggere i profeti! «È onnipotente», pensava Pietro
rabbrividendo, «avrebbe potuto scegliere me, ma l'ho scampata. Ha scelto
il figlio di Maria.» All'improvviso il cuore agitato di Pietro si tranquillizzò;
provò di colpo una riconoscenza profonda per il figlio di Maria, che aveva
preso e caricato sulle sue spalle il peccato.
E mentre Pietro rimuginava tutto ciò, il figlio di Maria, ormai senza fia-
to, si fermò.
«Sono sfinito», mormorò, «sono sfinito», e si guardò attorno per cercare
una pietra cui appoggiarsi, o qualcuno che lo aiutasse, ma non vide che mi-
gliaia di occhi che lo guardavano con odio e dei pugni alzati contro di lui.
Gli parve di udire un battito d'ali nel cielo, alzò gli occhi, ma non erano
angeli, erano corvi. S'incollerì e, con ostinazione, avanzò risoluto per pro-
cedere, per salire sulla collina, ma i sassi smottavano sotto i suoi piedi.
Barcollò e scivolò in avanti; Pietro si precipitò su di lui e lo sostenne, gli
prese la croce e se la caricò sulle spalle.
«Aspetta, ti aiuterò», gli disse, «sei stanco.»
Il figlio di Maria si voltò, lo guardò e non lo riconobbe; tutto quel cam-
mino gli pareva un sogno, la sua schiena era stata improvvisamente solle-
vata e ora volava nell'aria, come si vola nei sogni. «Non doveva essere una
croce», pensò, «doveva essere un'ala!» Si asciugò il sudore e il sangue dal
viso e, con passo deciso, seguì Pietro.
L'aria era come un fuoco che lambiva le pietre.
In un simile braciere si potevano udire le teste scoppiare e i cervelli
bollire; in una simile fornace ogni confine fra le diverse cose si muoveva e
si spostava: saggezza e follia, croci e ali, Dio e l'uomo.
Qualche donna pietosa cercò di rianimare Maria che aprì gli occhi e
vide suo figlio, scalzo, scheletrico; stava per arrivare sulla cima e davanti a
lui c'era un uomo che portava la croce. Sospirò, gettò uno sguardo attorno,
come per cercare aiuto. Vide gli uomini del villaggio, i pescatori; stava per
avvicinarsi a loro, appoggiarsi a loro, quando suonò la tromba, dalla caser-
ma, e giunsero nuovi cavalieri sollevando una nuvola di polvere. Il popolo
si scansò e, prima che Maria avesse avuto il tempo di salire su una pietra
per guardare, i cavalieri avevano già preso posto, con i loro elmi di bronzo,
i mantelli rossi, i cavalli fieri e vigorosi che calpestavano la folla.
Con le mani legate dietro la schiena, le vesti lacerate e macchiate di
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sangue, la lunga barba grigia arruffata e i lunghi capelli appiccicati alle
spalle dal sudore e dal sangue, lo Zelota ribelle avanzava con gli occhi fissi
davanti a sé.
Il popolo, alla sua vista, fu preso da terrore; era un uomo quello o,
nascosto sotto gli stracci, un angelo o un demonio che celava fra le sue
labbra strette un terribile e inconfessabile segreto? Il vecchio rabbino e il
popolo si erano accordati per intonare tutti assieme a voce spiegata, al-
l'apparire dello Zelota, il salmo guerriero: «Che i miei nemici siano disper-
si!» per infondere coraggio al ribelle. Ma le gole erano chiuse; sentivano
fin troppo che quell'uomo non aveva bisogno di coraggio, era al di sopra
del coraggio, immobile, inattaccabile e teneva, fra le mani legate, la liber-
tà. Lo guardavano con terrore e tacevano.
Il centurione, dalla pelle abbronzata dal sole dell'Oriente, precedeva il
ribelle, legato con una fune alla sella del cavallo. Era ormai completamen-
te disgustato dagli Ebrei. Erano dieci anni che vedeva croci e crocifissioni,
dieci anni che chiudeva loro la bocca con terra e pietre per impedir loro di
gridare, ma invano! Se ne crocifiggeva uno ed eccone migliaia a fare la
coda, attendendo il loro turno, cantando sfacciatamente uno dei loro salmi
su qualche loro re che non ha paura di morire. Avevano un loro Dio
sanguinario che beve il sangue dei primogeniti e una loro legge, una bestia
con dieci corna, mangiatrice d'uomini. Da dove prenderli? Come sconfig-
gerli? Non temevano la morte; e colui che non teme la morte, il centurione
vi aveva sovente riflettuto, lì in Oriente, colui che non teme la morte è im-
mortale.
Tirò le redini del cavallo e si fermò. Gettò uno sguardo attorno su tutta
quella massa di Ebrei, su quei visi incavati dagli occhi furbi e lucenti, le
barbe unte, le zazzere grasse... Sputò disgustato; partire, partire, tornare
finalmente a Roma, con i suoi bagni, i teatri, gli anfiteatri, e le donne pro-
fumate. Si sentì disgustato dall'Oriente, dai suoi odori, dalla sua sporcizia e
dagli Ebrei.
La croce era già piantata sulla cima della collina, i fabbri si asciugavano
il sudore e il figlio di Maria si era seduto su una pietra a guardare la croce,
il popolo e il centurione, guardava, guardava e non vedeva che un mare di
teste e, al di sopra, un cielo infuocato.
Pietro gli si avvicinò, si chinò su di lui per parlargli e gli parlò, ma nelle
sue orecchie ruggiva un mare in tempesta e non l'udì.
Il centurione fece un cenno con il capo e lo Zelota venne slegato; scrol-
lò le spalle e cominciò a spogliarsi. Maddalena scivolò fra i cavalli, aprì le
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braccia e fu sul punto di avvicinarglisi, ma lui, con un gesto della mano, la
respinse. Una vecchia donna altera, eretta, silenziosa, si fece strada fra la
folla e lo prese fra le braccia; egli si chinò, le baciò ambedue le mani, la
tenne a lungo abbracciata, poi girò il capo. La vecchia rimase ancora un
momento in piedi, senza parlare, senza piangere, limitandoli a guardarlo.
«Ti benedico», mormorò, e andò ad appoggiarsi di fronte a lui, sulla
roccia, con i cani dei fabbri che ansimavano, distesi nella poca ombra.
Il centurione saltò di nuovo in sella al cavallo, affinché tutti lo vedesse-
ro e l'udissero; alzò la frusta in direzione della folla per far cessare il
clamore e parlò:
«Ebrei; ascoltate le mie parole, è Roma che parla, silenzio!»
Segnò con un dito lo Zelota che aveva gettato a terra i suoi stracci e
stava in piedi, al sole, e aspettava.
«Quest'uomo che è ora in piedi e nudo davanti all'Impero Romano, ha
voluto tener testa a Roma; ha demolito, durante la sua gioventù, le aquile
imperiali, ha raggiunto le montagne, ha cercato di convincere il popolo di
raggiungere esso pure le montagne, di ribellarsi: è giunta l'ora, pare, in cui
dalle vostre viscere uscirà il Messia che deve distruggere Roma! Tacete,
non gridate: è un ribelle, un assassino, un traditore, sono questi i suoi cri-
mini. E ora, Ebrei, ascoltate, ve lo chiedo, giudicate voi stessi; che suppli-
zio merita?»
Tacque, gettò uno sguardo sulla folla sotto di lui e attese. Il popolo,
sconvolto, rumoreggiava; le persone si urtavano, cambiavano di posto, si
avventavano verso il centurione, arrivavano fino alle zampe del cavallo e,
all'improvviso, tornavano indietro terrorizzate; quindi, come una marea,
ricominciavano.
Il centurione si infuriò: diede di sperone al suo cavallo e avanzò fra la
folla.
«Io chiedo», tuonò, «per un ribelle, un assassino, un traditore, qual è il
supplizio?»
L'uomo dai capelli rossi balzò su, infuriato, non ce la faceva più a con-
trollarsi, avrebbe voluto gridare: viva la libertà! Stava per aprire la bocca,
ma il suo amico Barabba ebbe il tempo di afferrarlo e di tappargliela.
Per un bel po' non si udì che un rumore simile a quello del mare; nessu-
no osava parlare, ma tutti gemevano sordamente, ansimavano, sospirava-
no. E di colpo si udì una voce flebile e coraggiosa, che sovrastò quel bru-
sio confuso. Tutti si girarono, pieni di felicità e di terrore: il vecchio rab-
bino si era nuovamente issato sulle spalle dell'uomo dai capelli rossi, alza-
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va le mani scheletriche come per una preghiera, come per una maledizione,
e gridava:
«Qual è il supplizio? La corona reale!»
Il popolo rumoreggiò per coprire la sua voce, perché aveva pietà di lui.
Il centurione non udì, mise la mano all'orecchio e urlò:
«Che cos'hai detto, vecchio rabbino?»
«La corona reale!» ripeté il rabbino con tutta la sua forza. Il suo viso era
pieno di luce, ardeva mentre lui si agitava sulle spalle del fabbro, come se
avesse voluto prendere il volo.
«La corona reale!» gridò nuovamente, felice di diventare la voce del
suo popolo e del suo Dio e tese le braccia, come se lo stessero crocifig-
gendo nell'aria.
Il centurione s'infuriò; scese dal cavallo, staccò la frusta dall'arcione e
avanzò in direzione della folla. Camminava con passo pesante, smuoveva
le pietre, avanzava in silenzio come un animale tarchiato, robusto, un bufa-
lo o un cinghiale. Il popolo rimase quieto, trattenendo il respiro; non si
udivano che le cicale negli uliveti lontani e i corvi impazienti.
Fece due passi, poi un altro, e si fermò; la puzza delle bocche spalan-
cate e dei corpi sudati, lo colpì in pieno viso. Avanzò ancora, arrivò davan-
ti al vecchio rabbino; questi guardava dall'alto delle spalle del fabbro il
centurione e tutto il suo essere era raggiante di gioia. L'istante che aveva
desiderato appassionatamente per tutta la vita era giunto, essere ucciso lui
pure, come i profeti.
Il centurione strizzò gli occhi e l'inchiodò con lo sguardo; fece un gran-
de sforzo e trattenne il braccio che già si era levato per sfracellare con un
pugno la vecchia testa ribelle. Frenò la sua ira. Roma non aveva interesse a
che egli uccidesse il vecchio: quel popolo maledetto e indomabile si sareb-
be sollevato e avrebbe ripreso la guerriglia e Roma non aveva interesse a
metter di nuovo la mano nel vespaio che erano gli Ebrei. Contenne il suo
slancio, arrotolò la frusta attorno al suo braccio e si girò verso il rabbino.
Parlò con voce roca:
«La tua persona, vecchio, è rispettabile solo perché io la rispetto; io,
Roma, voglio accordarle un valore che essa non ha, ed è per questo che
non leverò la mia frusta su di te. Ho udito il tuo giudizio e ora darò il
mio».
Si girò verso i due fabbri che erano in piedi ai lati della croce e
aspettavano.
«Crocifiggetelo!» gridò.
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«Ho dato il mio giudizio», disse con voce pacata il rabbino, «e tu hai
dato il tuo, centurione; ma c'è ancora qualcuno, il più grande, che deve
dare il suo.»
«L'imperatore?»
«No, Dio.»
Il centurione si mise a ridere:
«A Nazareth sono io il portavoce dell'imperatore che, sulla terra intera,
è la voce di Dio; Dio, l'imperatore e Rufo hanno dato il loro giudizio».
Così disse, srotolò la frusta dal braccio e andò sulla cima della collina
pestando per terra come un forsennato pietre e spini.
«Dio te lo renda, maledetto, ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli!» mor-
morò un vecchio, alzando le esili braccia al cielo.
I cavalieri di bronzo avevano circondato la croce mentre la folla rumo-
reggiava nervosamente, si alzava sulla punta dei piedi per vedere e trema-
va d'angoscia: sarebbe avvenuto il miracolo? Molti scrutavano il cielo per
vedere quando si sarebbe aperto, le donne avevano già scorto, nell'aria, ali
multicolori; il rabbino, sulle larghe spalle del fabbro, si sforzava di vedere,
fra le zampe dei cavalli e i rossi mantelli dei cavalieri, ciò che succedeva
lassù, attorno alla croce. Era volto verso la vetta della speranza, verso la
vetta della disperazione, guardava e non parlava, aspettava. Lo conosceva
il vecchio rabbino, lo conosceva bene il Dio d'Israele; era spietato, aveva le
sue leggi, il suo decalogo. Dava la sua parola, questo era vero, e la man-
teneva, ma non aveva fretta. Aveva una sua misura e misurava il tempo,
mentre le generazioni si succedevano le une alle altre; e quando finalmente
la sua parola scendeva sulla terra, disgrazia, tre volte disgrazia per l'uomo
che Egli sceglieva per confidargliela! Quante volte, dal principio alla fine
delle Sacre Scritture, gli eletti di Dio si facevano uccidere senza che Dio
avesse mosso una mano per salvarli! Perché? Perché? Non facevano essi la
sua volontà? Oppure la sua volontà era quella che tutti i suoi eletti fossero
uccisi? Il rabbino s'interrogava, ma non osava spingere oltre il suo pensie-
ro. Dio è un abisso, pensava, un abisso al quale non voglio avvicinarmi!
Il figlio di Maria era ancora seduto in disparte, su una pietra, si abbrac-
ciava le ginocchia e guardava. I due fabbri avevano afferrato lo Zelota,
delle guardie romane si erano avvicinate, lo tormentavano ridacchiando,
bestemmiando e cercavano di appoggiarlo sulla croce. I cani videro quella
lotta, capirono e balzarono in piedi.
La vecchia donna altera abbandonò la roccia alla quale era appoggiata;
si fece avanti.
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«Coraggio, figlio mio», gridò, «non gemere, non coprirti di vergogna!»
«È la madre dello Zelota», mormorò il vecchio rabbino, «della nobile
famiglia dei Maccabei.»
Avevano passato una grossa corda doppia sotto le braccia dello Zelota:
vennero appoggiate delle scale sotto le braccia della croce e si cominciò a
issarlo lentamente. Era grande e pesante e la croce, per un istante, traballò
come se stesse per cadere; il centurione diede un calcio al figlio di Maria,
che si alzò titubante, afferrò la mazza e andò a fissare la croce con pietre e
puntelli perché non cadesse.
Maria, sua madre, non ce la fece più. Ebbe vergogna di vedere suo fi-
glio, il suo amato figlio, far tutt'uno con i crocifissori; con il cuore impie-
trito si fece strada a gomitate tra i pescatori di Genezareth che ebbero pietà
di lei e fecero finta di non vederla, e continuò a camminare in direzione dei
cavalieri, per strappare suo figlio da lì e andarsene.
Una vecchia vicina ebbe pietà di lei, la prese per un braccio e la fermò.
«Maria», le disse, «non fare così, dove vai? Ti uccideranno!»
«Vado a tirar fuori mio figlio da lì», rispose Maria e scoppiò in sin-
ghiozzi.
«Non piangere, Maria», le disse la vecchia. «Guarda l'altra madre che è
laggiù, in piedi, immobile e che vede crocifiggere suo figlio; guardala e
fatti coraggio!»
«Non piango solo per mio figlio, vicina, piango anche per quella
madre.»
Ma la vecchia, che aveva sofferto molto nella sua vita, scosse il capo
dai radi capelli.
«È meglio essere la madre del crocifissore», mormorò, «che quella del
crocifisso.»
Maria non udì, era andata avanti per la salita, con gli occhi pieni di
lacrime che cercavano il figlio dappertutto; ma il mondo attorno a lei si era
appannato anch'esso, si era offuscato e la madre distingueva in una bruma
densa i cavalli, le armature di bronzo e, immensa, dalla terra fino al cielo,
una croce costruita di fresco.
Un cavaliere si voltò, la vide, alzò la lancia e le fece cenno di andar-
sene; la madre si fermò, s'abbassò e vide, al di sotto del ventre dei cavalli,
il figlio inginocchiato che dava gran colpi con la mazza, per puntellare la
croce con delle pietre.
«Figlio mio», gridò, «Gesù!»
La sua voce era così penetrante da coprire ogni tumulto di uomini,
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cavalli e cani, che abbaiavano affamati. Il figlio si girò, vide la madre, il
suo viso si offuscò e ricominciò a battere con ancor più furore.
I fabbri, arrampicati su scale di corda, avevano già disteso lo Zelota
sulla croce e lo mantenevano legato con delle corde perché non scivolasse;
allora presero i chiodi per inchiodargli le mani. Grosse gocce di sangue,
calde, schizzarono sul volto del figlio di Maria; fu preso dal panico, lasciò
cadere la mazza e si nascose dietro ai cavalli, ritrovandosi di fianco alla
madre del condannato.
Tremava, attendeva il rumore della carne lacerata. Tutto il suo sangue si
riunì nell'incavo delle palme delle mani, le vene si gonfiarono e batterono
violentemente come se volessero scoppiare; gli sembrava di sentire in ogni
palmo una goccia rotonda, come la capocchia di un chiodo, che gli faceva
male. Si udì nuovamente il grido della madre:
«Figlio mio, Gesù!»
Un gemito profondo e sordo risonò sulla croce, una voce selvaggia,
uscita non dalle viscere dell'uomo, ma dalle viscere della terra:
«Adonai!»
Il popolo l'intese e il suo cuore si spezzò; era esso stesso che aveva
gridato? La terra? O il crocifisso in cui veniva piantato il primo chiodo? Il
tutto non era più che una cosa sola, tutti venivano crocifissi, il popolo, la
terra, lo Zelota; e ruggivano. Il sangue sgorgò, schizzò i cavalli, una grossa
goccia cadde sulle labbra del figlio di Maria, calda, salata e il crocifissore
vacillò, ma la madre fece in tempo a prenderlo fra le sue braccia e non
cadde.
«Figlio mio», mormorò ancora. «Gesù!»
Ora egli aveva gli occhi chiusi: provava nelle mani, nei piedi, nel cuore,
dei dolori insopportabili.
La vecchia madre, immobile, guardava il figlio torcersi sui due pezzi di
legno in croce, si mordeva le labbra e taceva; ma quando udì alle sue spal-
le il figlio del falegname e sua madre, la collera s'impadronì di lei e si vol-
tò. Eccolo l'ebreo apostata che aveva costruito la croce,per suo figlio, ecco
la madre che l'aveva messo al mondo. Fu assalita dalla disperazione; che
simili figli, dei traditori, vivano e che il mio si divincoli e urli sulla croce!
Tese le mani verso il figlio del falegname, si avvicinò e si fermò di fronte a
lui; egli alzò gli occhi e la vide, livida, selvaggia, inesorabile. La vide e
abbassò il capo. Le labbra della donna si mossero:
«Ti maledico», disse con voce selvaggia e roca, «ti maledico, figlio del
falegname, e così come hai crocifisso mio figlio, che un giorno tu pure lo
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sia!»
Si girò verso la madre:
«E il dolore che ho provato io, Maria, che possa pure tu provarlo!»
Poi girò la testa e ricominciò a fissare il figlio.
Maddalena teneva abbracciata la parte bassa della croce, toccava i piedi
dello Zelota e piangeva su di lui; i suoi capelli e le sue braccia erano rico-
perti di sangue.
I fabbri si dividevano a coltellate le vesti del crocifisso; tirarono a sorte
e si presero i suoi stracci. Rimaneva il fazzoletto che aveva portato in testa
e che era macchiato da grosse gocce di sangue.
«Diamolo al figlio del falegname», dissero. «Poveretto, anche lui ha
fatto un buon lavoro.»
Lo trovarono rannicchiato, seduto al sole, che rabbrividiva; gli gettaro-
no lo straccio insanguinato.
«È la tua parte, amico», gli disse uno di loro. «E alla prossima!»
L'altro rise.
«E arrivederci alla tua, di crocifissione!» disse, dandogli una pacca ami-
chevole sulla schiena.

«Andiamocene, figlioli», gridò il vecchio rabbino costernato e dispera-


to, spalancando le braccia per radunare il suo gregge d'uomini e di donne.
«Andiamocene! Devo rivelarvi un gran segreto, coraggio!»
Si misero a correre per le anguste stradicciole; i cavalieri incalzavano
alle spalle, si sarebbe sparso ancora del sangue; le donne urlavano e spran-
gavano le porte, e per ben due volte il vecchio rabbino cadde mentre corre-
va. Si mise nuovamente a tossire e sputò sangue. Giuda e Barabba lo pre-
sero in braccio e, ansimando come una muta di cani, giunsero alla sinago-
ga e là si rintanarono. Riempirono ogni stanza e persino il cortile; quando
furono tutti al sicuro sprangarono la porta della strada.
Appesi alle labbra del rabbino, aspettavano; fra tante delusioni, qual era
il segreto che avrebbe svelato l'anziano per calmare il loro cuore? Erano
anni ormai che venivano sballottati di disgrazia in disgrazia, di crocifissio-
ne in crocifissione. Gli inviati di Dio arrivavano da Gerusalemme, dal
Giordano, dal deserto, dalle montagne, cenciosi, incatenati, con la bava
alla bocca, e tutti erano stati crocifissi.
Si levò un mormorio di collera; i rami d'albero, le palme che decorava-
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no i muri, le stelle a cinque punte e gli scritti sacri, sul tavolo, con le loro
parole in lettere maiuscole, Popolo Eletto, Terra Promessa, Regno dei
Cieli, Messia, non potevano più consolarli. La speranza era durata troppo,
cominciava a diventare disperazione. L'uomo ha fretta, Dio no e non pote-
vano più aspettarlo. Le immagini delle loro speranze, che coprivano i due
muri della sinagoga, non riuscivano nemmeno più ad aiutarli.
Un giorno, il rabbino, mentre leggeva Ezechiele, era piombato in un'e-
stasi divina, si era messo a gridare, a piangere, a ballare, senza riuscire a
calmarsi; la morte del profeta era diventata la sua stessa carne; prese colori
e pennelli, si barricò nella sinagoga e, colto da sacro furore, cominciò a
stendere sui muri le sue visioni, per calmarsi: un deserto infinito, carni e
ossa, montagne di ossa umane e, al di sopra, un cielo scarlatto come il
fuoco. Una mano gigantesca saltava fuori dal mezzo di quel cielo e afferra-
va il profeta Ezechiele per il collo e lo manteneva sospeso nell'aria. Ma la
visione continuava e il rabbino coprì anche l'altra parete: Ezechiele, ades-
so, era in piedi, sprofondato fra le ossa fino alle ginocchia e dalla bocca
verdastra, dalle labbra socchiuse gli usciva una striscia su cui, in lettere
color porpora, era scritto: «Popolo d'Israele, Popolo d'Israele, il Messia è
arrivato!»
Le ossa si mettevano in fila, i crani, pieni di denti e di fango, si solleva-
vano e quella mano terribile usciva dal cielo e teneva sul suo palmo, novel-
la, risplendente, fatta interamente di smeraldi e rubini, la Gerusalemme
Nuova.
Il popolo guardava le pitture, scuoteva il capo e mormorava; il vecchio
rabbino si era incollerito:
«Perché mormorate ?» gridò loro. «Non credete al Dio dei nostri vec-
chi? Un altro ancora è stato crocifisso, il Redentore si è avvicinato di un
altro passo; ecco che cosa vuol dire crocifissione, uomini di poca fede!»
Prese un manoscritto dal tavolo e lo srotolò con gesti febbrili. Il sole en-
trava dalla finestra aperta; una cicogna scese dal cielo e si posò su un tetto
di fronte, come se essa pure avesse voluto ascoltare. Gioiosa, trionfale, la
voce si levò da quel petto devastato: «Fate risuonare a Sion la tromba della
vittoria! Proclamate a Gerusalemme il messaggio di gioia! Gridate: Geova
è giunto fra il suo popolo! In piedi, Gerusalemme, in alto i cuori! Guarda:
dall'Oriente all'Occidente il Signore sospinge i tuoi figli. Le montagne si
sono appianate, le colline sono scomparse, tutti gli alberi emanano pro-
fumi. Gerusalemme, indossa la tua veste di gloria; gioia al popolo d'Israele
per i secoli dei secoli!»
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«Quando? Quando?» chiese una voce fra la folla; tutti si girarono; un
vecchietto rattrappito come una prugna secca si sollevava sulla punta dei
piedi e gridava: «Quando, quando, ordunque, vecchio?»
Il rabbino, in collera, ripiegò il testo delle profezie. «Sei impaziente,
Manasse», disse. «Hai fretta?»
«Sì, ho fretta», rispose il vecchio mentre lacrime gli sgorgarono dagli
occhi. «Non ho più tempo, sto per morire.»
Il rabbino tese le braccia e gli mostrò Ezechiele sprofondato fra le ossa.
«Risusciterai, Manasse, guarda!»
«Sono vecchio», ripeté, «sono cieco, non ci vedo più.»
Intervenne Pietro. Il giorno stava per finire e quella notte sarebbe
dovuto tornare al lago di Genezareth; per la pesca. Aveva fretta anche lui.
«Vecchio, ci hai promesso un segreto, per consolare il nostro cuore.
Qual è il segreto?»
Tutti trattennero il fiato: si accalcavano contro il rabbino e quelli del
cortile che riuscivano a entrare, entrarono. Il caldo era soffocante, e l'odore
umano intenso; qualcuno versò resina di cedro nell'incensiere per purifi-
care l'aria.
Il vecchio rabbino salì su uno scanno, per non soffocare.
«Figlioli», disse, asciugandosi il sudore. «Il nostro cuore si è riempito di
croci; la mia barba, da nera è diventata grigia e da grigia è diventata
bianca, i miei denti sono caduti e ciò che il vecchio Manasse gridava, l'ho
gridato anch'io per anni: 'Fino a quando? O Signore, fino a quando?
Morirò dunque senza vedere il Messia?'
«Domandavo, domandavo e una notte è successo il miracolo: Dio mi ha
risposto. No, non era quello il miracolo; ogni volta che lo interroghiamo,
Dio risponde, ma spesso la carne è greve e le orecchie non sentono. Eppu-
re quella notte io udii, fu quello il miracolo.»
«Che cos'hai udito? Dicci tutto, vecchio!» gridò di nuovo Pietro. Si fece
strada a forza di gomiti e si fermò di fronte al rabbino. Il vecchio si chinò,
guardò Pietro e sorrise:
«Anche Dio è un pescatore, Pietro, come te; esce di notte anche lui per
pescare, quando la luna è quasi piena. E quella notte, la luna, tutta tonda,
avanzava splendente nel cielo, bianca come il latte, compiacente, compli-
ce. Non riuscivo a chiuder occhio, la casa intera mi pareva troppo piccola;
mi inoltrai per i sentieri, mi allontanai da Nazareth, mi arrampicai molto in
alto, mi distesi su una roccia con gli occhi fissi a sud, verso la santa Geru-
salemme. La luna era china su di me e mi guardava come un essere umano
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e mi sorrideva; la guardavo anch'io, la sua bocca, le sue gote, le cavità dei
suoi occhi, e sospiravo perché sentivo che lei mi parlava, mi parlava, nel
silenzio della notte. E io non potevo udirla... Giù, sulla terra, non si muo-
veva neppure una foglia, la pianura in cui il grano non era ancora stato
mietuto aveva profumo di pane e dai monti che mi circondavano, il Tha-
bor, il Ghelboe e il Carmelo scendevano come dei ruscelli di latte. Io pen-
savo: 'Ecco la notte di Dio, questa luna piena dev'essere il viso notturno di
Dio, ecco come saranno le notti nella Gerusalemme futura...'
«L'avevo appena pensato quando i miei occhi si riempirono di lacrime;
la disperazione, la paura s'impossessarono di me. 'Sono invecchiato', grida-
vo, 'dovrò dunque morire senza che i miei occhi abbiano contemplato il
Messia?'
«Mi rialzai di botto; il furore divino era nuovamente entrato in me;
slacciai la cinta, tolsi le vesti e rimasi al cospetto di Dio come mia madre
m'aveva fatto, affinché vedesse che ero invecchiato, che mi ero rinsecchito
e rattrappito come le foglie del fico in autunno, come l'uva che gli uccelli
hanno becchettato e il cui grappolo secco si dondola nell'aria; affinché mi
vedesse, che avesse pietà di me e che facesse svelto!
«E mentre stavo in piedi, nudo, davanti al Signore, sentivo la luce della
luna attraversarmi la carne; ero diventato spirito per intero, mi ero unito a
Dio e avevo udito la sua voce, non fuori di me, non sopra di me, ma dentro
di me, da dove ci giunge la vera voce di Dio. Udii: 'Simeone, Simeone,
non ti lascerò morire prima che tu abbia visto e toccato con le tue mani il
Messia!' 'Ripetilo, o Signore!' 'Simeone, Simeone, non ti lascerò morire
prima che tu abbia visto e toccato con le tue mani il Messia!' Il mio spirito
barcollò di gioia; mi misi a battere le mani, a pestare i piedi, a ballare tutto
nudo sotto la luna. Quanto durò quella danza? Il tempo di un baleno? Mille
anni? Ero sazio, soddisfatto; mi rivestii, mi rimisi la cintura e ridiscesi ver-
so Nazareth. I galli appollaiati sui tetti delle case, vedendomi, si misero a
cantare, il cielo rideva, gli uccelli si svegliavano, le porte s'aprivano, mi
veniva augurato il buongiorno e la mia povera casa scintillava tutta di rubi-
ni: in alto e in basso, dalle porte e dalle finestre. Il legno, le pietre, gli uo-
mini e gli uccelli attorno a me respiravano la presenza di Dio; e pure il
centuriore, il bevitore di sangue umano, si fermò stupito, e mi chiese: 'Che
cosa ti succede, vecchio rabbino, sembri una torcia accesa; attento a non
appiccare il fuoco a Nazareth!' Ma io non gli risposi, per paura di insozzare
la mia voce.
«Sono ormai anni che mantengo questo segreto bel più profondo del
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cuore. Era la mia gioia e lo assaporavo gelosamente, cori orgoglio, per me
solo, e aspettavo; oggi, tuttavia, in questo giorno di lutto in cui una nuova
croce è stata piantata nel nostro cuore, non ce la faccio più. Ho pietà del
popolo e voglio rivelare la felice novella: Egli arriva, non è molto lontano,
dev'essersi fermato a qualche pozzo per bere, a qualche forno per mangiare
un pezzo di pane, ma non tarderà ad apparire; poiché Dio l'ha detto e ciò
che dice non lo rinnega: 'Non morirai, vecchio Simeone, prima di aver vi-
sto e toccato con le tue mani il Messia!' Ogni giorno sento che le mie forze
se ne vanno sempre più, e più se ne vanno, più s'avvicina il Messia; ho
ottantacinque anni, non può tardare ancora!»
Un uomo storpio, guercio e glabro, con il muso magro e appuntito, si
alzò. «E se vivrai mille anni, vecchio? E se non morirai mai, vecchio? E
già successo anche questo. Enoch ed Elia vivono ancora!» disse, muoven-
do gli occhietti loschi e cattivi.
Il rabbino fece finta di non aver udito, ma le sibilanti parole del guercio
erano altrettante pugnalate al cuore. Alzò la mano con un gesto imperioso:
«Voglio rimanere solo con Dio, andatevene!»
La sinagoga si vuotò, la gente si disperse, il vecchio rabbino rimase so-
lo; sprangò la porta della strada, s'appoggiò contro il muro, dove il profeta
Ezechiele era appeso in aria, e sprofondò nelle sue riflessioni. «È Dio»,
pensava. «È, onnipotente, fa ciò che vuole; e se quel furbacchione di Tom-
maso avesse ragione? Disgraziato me se Dio decide che io viva mille anni!
E se decide che io non muoia mai? Allora il Messia? È ben vana la spe-
ranza della razza d'Israele! Da migliaia d'anni porta il verbo di Dio in seno
e lo nutre come una madre nutre il germoglio di vita che essa porta. Ci hai
roso fino al midollo, ci siamo consumati, non viviamo che per quel Figlio,
il seme d'Abramo è ormai giunto alle doglie, grida, liberalo, o Signore! Tu
sei Dio, tu resisti; noi non ne possiamo più, pietà!»
Percorreva avanti e indietro la sinagoga. Era quasi il tramonto, le pitture
impallidivano, la sera aveva inghiottito Ezechiele. Il vecchio rabbino os-
servava attorno a sé le ombre che scendevano, ripassò nel suo spirito tutto
ciò che aveva visto, tutto ciò che gli era successo durante la vita, quante
volte e con che ardore era corso dalla Galilea a Gerusalemme, da Geru-
salemme nel deserto, inseguendo il Messia. Ma vi era sempre una croce
alla fine della sua speranza e tornava a Nazareth, pieno di vergogna.
Eppure oggi...
Si prese la testa fra le mani.
«No, No», mormorò con terrore, «no, no, non è possibile!»
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Erano ormai giorni e notti che la sua testa stava per scoppiare; una nuo-
va speranza era entrata in lui, più grande della sua testa, una follia, un de-
monio che lo rodeva. Non era la prima volta; da anni quella follia piantava
gli artigli nel suo cervello e se lui la scacciava, essa ritornava. Di giorno
non osava avvicinarsi, ma arrivava di notte, nell'oscurità oppure nei sogni.
Oggi, però, oggi a mezza giorno... Se fosse stato lui?
S'appoggiò contro il muro, chiuse gli occhi; eccolo, passa di nuovo da-
vanti a lui, ansimando, portando la croce e l'aria attorno a lui vibra; è così
che essa deve vibrare attorno agli arcangeli... Alza gli occhi; mai il vecchio
rabbino ha visto tanto cielo negli occhi di un uomo! «Sarà lui? Signore,
Signore, perché mi torturi? Perché non rispondi?»
Le profezie, come lampi, laceravano il suo spirito; di tanto in tanto la
sua vecchia testa si riempiva di luce, di tanto in tanto, disperata, era som-
mersa dalle tenebre. Il suo ventre si apriva e ne uscivano i patriarchi; la sua
razza riprendeva, in lui, la sua interminabile marcia; la razza dalla testa
dura, dalle mille piaghe aperte con Mosè, l'ariete con la testa dalle corna
ricurve, la sua marcia dalla terra della schiavitù fino alla terra di Cana e
ora, dalla terra di Cana fino alla Gerusalemme futura. E in questa nuova
marcia non era più Mosè che apriva il cammino, ma un altro, la testa del
rabbino scoppiava, un altro, con una croce sulle spalle...
Con un balzo raggiunse la porta della strada e l'aprì; l'aria lo rinfrescò,
riprese fiato; il sole si era nascosto, gli uccelli tornavano al loro nido per
dormire; le stradicciole si riempivano d'ombra, la terra diventava più fre-
sca. Chiuse la porta, si mise alla cinta la pesante chiave, esitò per un mo-
mento, poi si decise e, ricurvo, si diresse verso la casa di Maria.

Maria era seduta nel cortiletto della sua casa, su un grande sgabello, e
filava. C'era ancora luce, era d'estate e la luce si ritirava piano dalla faccia
della terra, non voleva andarsene. La gente e gli animali da soma torna-
vano dai campi; le donne accendevano il fuoco per preparare il pasto della
sera; il crepuscolo sapeva di legno che brucia. Maria filava e il suo spirito
andava e veniva con il fuso, i ricordi e l'immaginazione si confondevano,
la sua vita era fatta metà di verità e metà di leggenda. L'umile lavoro
quotidiano si susseguiva per anni e anni e, di colpo, come un pavone can-
giante e inaspettato, ecco il miracolo che ricopre la sua vita di miseria con
le sue lunghe ali dorate.
«Portami dove vuoi, o Signore, fai di me ciò che vuoi; sei tu che hai
scelto il mio sposo, che m'hai concesso un figlio, che m'hai fatto soffrire.
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Tu mi dici: grida, e io grido; tu mi dici: taci, e io taccio. Che cosa sono?
Una manciata d'argilla nelle tue mani e tu mi formi come vuoi. Fai ciò che
vuoi, ma ti rivolgo soltanto una preghiera: Signore, abbi pietà di mio
figlio!»
Un piccione bianco volò via dal tetto vicino, sbatté le ali per un istante
sul suo capo, poi si posò, facendo la ruota, sui sassolini del cortile e si mise
a passeggiare e a girare attorno ai piedi di Maria; spiegava la coda, rove-
sciava il collo all'indietro, guardava Maria e i suoi occhietti tondi, nella
luce del crepuscolo, scintillavano come rubini. La guardava, le parlava,
doveva volerle rivelare un segreto; ah! se il vecchio rabbino fosse stato lì,
lui che conosceva il linguaggio degli uccelli, le avrebbe spiegato... Guardò
il piccione ed ebbe pietà di lui; smise di filare, lo chiamò con grande dol-
cezza e quello, pieno di gioia, le balzò sulle ginocchia. E lì, come se quella
fosse stata la meta del suo desiderio, come se quello fosse tutto il segreto,
si rannicchiò, richiuse le ali e rimase immobile.
Maria sentì la sua leggerezza e sorrise. «Ah, se Dio potesse sempre
scendere con questa leggerezza sull'uomo!» pensò. E pensando a ciò, si ri-
cordò del mattino in cui lei e Giuseppe ancora fidanzati si erano arram-
picati fino alla vetta del monte Carmelo, la montagna carezzata dalle nu-
vole, per pregare l'ardente profeta Elia d'intercedere presso Dio affinché
potessero avere un figlio che gli avrebbero consacrato. Dovevano sposarsi
la sera stessa ed erano partiti prima dell'alba per ricevere la benedizione
del profeta infuocato che trova, nel fulmine, la sua gioia. Il cielo era total-
mente terso, l'autunno molto dolce, l'umano formicaio aveva raccolto la
frutta, il mosto fermentava nelle giare, i fichi seccavano in collane appese
alle travi; Maria aveva quindici anni, lo sposo aveva già la barba grigia e
teneva nella sua mano robusta il fatidico bastone fiorito.
Raggiunsero la vetta santa a mezzogiorno; s'inginocchiarono e toccaro-
no con la punta delle dita il granito aguzzo e macchiato di sangue. Trema-
vano. La roccia sprigionò una scintilla che ferì il dito di Maria. Giuseppe
aprì la bocca per gridare, per chiamare il selvaggio padrone della vetta, ma
non ne ebbe il tempo. Dal cielo, nuvole cariche di collera e di grandine si
scagliarono su di loro e volteggiarono, come una tromba d'acqua ruggente,
sul granito aguzzo. E mentre Giuseppe si lanciava per afferrare la fidanza-
ta, per andare a rannicchiarsi con lei in qualche grotta, Dio scagliò un ful-
mine terribile, il cielo e la terra si confusero, Maria cadde all'indietro e
svenne.
Quando riprese i sensi e aprì gli occhi per guardarsi attorno, vide Giu-
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seppe, caduto con la faccia sul granito nero, paralizzato.
Maria tese una mano e carezzò il piccione sulle sue ginocchia, delicata-
mente, per non spaventarlo. «Quel giorno Dio s'è lanciato selvaggiamente
su di noi», mormorò, «e mi ha parlato selvaggiamente... Ma che cosa mi ha
detto?»
Il rabbino, sconvolto dai continui prodigi che la circondavano, glielo
aveva chiesto molte volte.
«Cerca di ricordarti, Maria, qualche volta è così, proprio con il fulmine,
che Dio parla agli uomini; sforzati di ricordare affinché possiamo scoprire
il destino di tuo figlio», le diceva.
«Era il tuono, vecchio, piombava giù dal cielo come un carro di buoi.»
«E dietro al tuono, Maria?»
«Sì, hai ragione, vecchio. Dietro al tuono Dio parlava, ma non sono riu-
scita a distinguere una parola chiara, scusami.»
Carezzava il piccione e si sforzava, dopo trent'anni, di ricordare il ful-
mine e di chiarire la parola nascosta...
Chiuse gli occhi; nel cavo della mano sentiva il piccolo corpo caldo del
piccione e il suo cuoricino che batteva. E improvvisamente, senza sapere
come, senza capirne il perché, fulmine e piccione non erano più che una
cosa sola, il battito del cuore e il tuono, tutto era Dio. Maria lanciò un
grido e si alzò di colpo, piena di spavento; per la prima volta, ora, udiva
chiaramente la parola nascosta dietro al tuono, nel tubare del piccione.
«Ti saluto, o Maria...» Certamente Dio aveva pronunciato quelle parole.
«Ti saluto, o Maria...»
Si girò, vide il marito, appoggiato al muro, aprire e chiudere la bocca;
era già sera ed egli lottava e sudava ancora... Gli passò davanti, non gli dis-
se nulla e si fermò sulla soglia per vedere se suo figlio veniva; l'aveva visto
cingersi il capo e i capelli con un fazzoletto insanguinato del crocifisso,
quindi scendere verso valle... Dov'era andato? Perché tardava? Avrebbe
passato di nuovo la notte nei campi?
La madre rimase in piedi sulla soglia: vide giungere il vecchio rabbino
che s'appoggiava pesantemente al bastone ansimando mentre la brezza
della sera gli scompigliava i bianchi capelli.
Maria si scansò con rispetto, il rabbino entrò, prese la mano del fratello
e la carezzò, senza parlare; che cosa mai avrebbe potuto dire? Il suo spirito
era sommerso dall'oscurità; si girò verso Maria.
«I tuoi occhi brillano, Maria», le disse. «Che cos'hai? E venuto ancora il
Signore?»
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«Ho trovato, vecchio», disse Maria, incapace di trattenersi.
«Hai trovato? Ma che cosa, per grazia di Dio?»
«Ciò che diceva il fulmine.»
Il rabbino fece un balzo. «Il Dio d'Israele è grande», gridò alzando le
braccia al cielo. «È appunto per questo che son tornato, Maria, per doman-
darti ancora... È che oggi hanno crocifisso una delle nostre speranze e il
mio cuore...»
«Ho trovato, vecchio», ripeté Maria. «Stasera, mentre ero seduta e fila-
vo e rivedevo nel mio spirito il fulmine, ho sentito in me, per la prima vol-
ta, il tuono che si calmava e poi ho udito una voce serena, limpida, la voce
di Dio: 'Ti saluto, o Maria!'»
Il rabbino si lasciò cadere su un panchetto e, prendendosi la testa fra le
mani, s'immerse nelle sue riflessioni; dopo un po', sollevò di nuovo il capo.
«Null'altro, Maria? Cerca di penetrare nel fondo del tuo animo, per udi-
re; dalle parole che usciranno dalla tua bocca dipende forse il destino
d'Israele.»
Maria si spaventò nell'udire le parole del rabbino. Il suo spirito fu ri-
preso dal tuono, il petto le tremava.
«No», mormorò, infine, sfinita. «No, vecchio... Ha detto anche molte al-
tre cose, molte altre cose, ma non riesco a udirle.»
Il rabbino posò la mano sul capo della donna dai grandi occhi.
«Digiuna e prega, Maria», disse. «Non disperdere il tuo spirito nelle
cose quotidiane; può forse essere che la luce del fulmine ci illumini? Non
riesco a vedere: il tuo viso si muove. Digiuna e prega e udirai... 'Ti saluto,
o Maria...', la parola di Dio comincia con bontà, sforzati di udirne il
seguito.»
Per nascondere il suo turbamento, Maria si avvicinò agli scaffali in cui
si riponevano le brocche, staccò una coppa di bronzo, la riempì d'acqua
fresca, prese una manciata di datteri e si chinò per darli al vecchio.
«Non ho né fame né sete, Maria, ti ringrazio; siedi, devo parlarti.»
Maria prese il panchetto più basso, si sedette ai piedi del rabbino, girò
la testa e attese.
Il vecchio nel suo spirito pesava le parole una per una; ciò che voleva
dire era difficile, una speranza tenue come il filo di un ragno, e non riu-
sciva a trovare parole abbastanza velate, abbastanza impalpabili per non
dar loro troppo peso, farle diventare certezza. E non voleva neppure spa-
ventare la madre.
«Maria», disse infine, «in questa casa si aggira come un leone del
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deserto, un mistero... Non sei come le altre donne, Maria; non lo senti?»
«No, non lo sento, vecchio», bisbigliò Maria, «sono come tutte le don-
ne, amo le preoccupazioni e le gioie di tutte le donne, mi piace lavare, far
da mangiare, andare alla fonte, chiacchierare piacevolmente con le mie
vicine e, di sera, restare seduta sulla mia porta a guardare i passanti. E il
mio cuore, come quello di tutte le donne, vecchio, è pieno di dolore.»
«Non sei come tutte le donne, Maria», ripeté il rabbino con voce
solenne, e sollevò una mano come per impedire che rispondesse. «E tuo
figlio...»
Il rabbino si fermò; trovare le parole era difficile. Guardò in alto nel
cielo e prestò orecchio; alcuni uccelli, fra gli alberi, si raggruppavano per
andare a dormire, altri stavano svegliandosi, la ruota girava, il giorno
scendeva per porre fine alle fatiche degli uomini.
Il rabbino sospirò; come fuggono i giorni, con che rabbia, come uno
scaccia l'altro; il giorno si leva, cade la notte, il sole passa, le lune passano,
i bambini diventano uomini, i capelli neri diventano bianchi, il Mar Rosso,
la terra, le montagne si sbriciolano, e Colui che è atteso ancora non appare!
«Mio figlio», disse Maria con voce tremante. «Mio figlio, vecchio... ?»
«Non è come gli altri figli, Maria», rispose deciso il rabbino.
Soppesò nuovamente le parole, poi aggiunse: «Talvolta la notte, quando
è solo e crede che nessuno lo veda, ha un ala ne attorno al viso, nell'oscu-
rità. Io, che Dio mi perdoni, ho fatto un piccolo buco, in alto, sul muro;
salgo su e da lì lo vedo, e spio quello che fa. Perché, te lo dico, ne ho la
testa confusa, la mia sapienza non serve a nulla, apro e richiudo le Scrit-
ture, non riesco a capire che cosa è, chi è... Lo guardo di nascosto e, nel-
l'oscurità, distinguo una luce, Maria, che gli sfiora, gli divora il viso. E per-
ciò che ogni giorno diventa più pallido e si consuma; non è una malattia,
non è la preghiera né il digiuno; no, è quella luce che lo divora».
Maria sospirò. «Disgraziata la madre che ha un figlio che non è come
gli altri...» pensò, ma rimase in silenzio.
Il vecchio si chinò verso la donna, abbassò la voce, le sue labbra brucia-
vano.
«Ti saluto, o Maria», disse. «Dio è onnipotente, i suoi disegni sono im-
penetrabili, tuo figlio, forse...» Ma l'infelice madre gettò un grido:
«Abbi pietà di me, vecchio! Un profeta? No! No! Se Dio così ha scritto,
che lo cancelli! Voglio che sia un uomo come gli altri. Che pure lui fab-
brichi, come un tempo suo padre, madie, culle, aratri, utensili per le case e
non, come ora, delle croci per crocifiggere gli uomini. Che sposi una brava
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giovane di famiglia onorata, con una dote, che ami portare provviste nella
sua casa, che abbia dei figli e che il sabato usciamo tutti insieme a pas-
seggio, la nonna, i bambini; i nipotini e che la gente ci ammiri».
Il rabbino si appoggiò con fatica al bastone e si alzò.
«Maria», disse severamente, «se Dio ascoltasse le madri, ammuffirem-
mo nel benessere e nella sicurezza; pensa a tutto ciò che abbiamo detto,
ora che rimani sola.»
Si voltò verso il fratello per augurargli la buona notte; e lui, con i suoi
occhi azzurri diventati sereni, con la lingua fuori, fissava lo sguardo nel
vuoto, sforzandosi di parlare. Maria scosse il capo.
«Da stamattina lotta», disse, «e non è ancora riuscito a liberarsi.» Gli si
avvicinò e gli asciugò la saliva che colava da quella bocca storta.
Nell'istante in cui il rabbino tendeva la mano per augurare la buonanotte
a Maria, la porta si aprì e il figlio apparve sulla soglia. La notte era fonda,
non si vedevano i suoi piedi pieni di polvere, coperti di graffi, né le grosse
lacrime che gli scavavano dei solchi sulle guance.
Entrò, si guardò velocemente attorno, vide il rabbino e la madre e,
vicino al muro, gli occhi vitrei del padre.
Maria fece il gesto di accendere la lampada, ma il rabbino la fermò.
«Aspetta», disse, «voglio parlargli.»
«Gesù», disse teneramente a bassa voce, affinché la madre non udisse,
«Gesù, figlio mio, fino a quando Gli terrai testa?»
Si udì allora un grido selvaggio e la casetta ne fu scossa: «Fino a
quando morirò!»
E di colpo, come se tutta la sua forza fosse venuta a mancare, si acca-
sciò in terra; si appoggiò contro il muro, ansimando, senza fiato. Il vecchio
rabbino stava ancora per parlargli, si chinò su di lui, ma di colpo fece un
salto indietro: come se si fosse avvicinato a un gran fuoco, si era bruciato
il viso. «É Dio che lo circonda», pensò, «è Dio e non lascia che nessuno gli
si avvicini; bisogna che me ne vada.»
Il rabbino se ne andò, meditabondo, chiudendosi la porta dietro le spal-
le. Maria, come temendo una bestia feroce in agguato nell'ombra, non osa-
va accendere la luce. In piedi al centro della stanza udiva il marito sin-
ghiozzare, perso, e il figlio, accasciato al suolo con il fiato mozzo, respi-
rare ansimando di terrore come se soffocasse o venisse soffocato. Ma chi
lo soffocava? L'infelice madre, le unghie conficcate nel viso, chiedeva, ri-
chiedeva, si lamentava con Dio. «Sono madre», gridava, «non hai pietà di
me?» Ma nessuno rispondeva.
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E mentre, immobile e silenziosa, Maria udiva il palpitare di tutte le vene
del suo corpo, si udì un grido selvaggio e trionfale: la lingua del paralitico
si era sciolta e, sillaba dopo sillaba, l'intera parola finì per uscire dalla boc-
ca storta e la casa ne rimbombò tutta: A - DO - NA - I! Appena pronuncia-
ta, il vecchio piombò nel sonno come una pietra.
Maria si armò di coraggio e accese la lampada; si avvicinò al camino,
s'inginocchiò, alzò il coperchio della pentola d'argilla che stava bollendo
per vedere se c'era abbastanza acqua, se bisognava aggiungere sale...

Il cielo era diventato di un colore lattiginoso, Nazareth dormiva e so-


gnava. Sopra la sua testa la stella del mattino vibrava intensamente, i limo-
ni e i datteri erano avvolti da un'ombra bluastra e il silenzio era profondo:
neppure il gallo nero aveva ancora cantato. Il figlio di Maria aprì la porta, i
suoi occhi erano segnati da occhiaie profonde, ma la sua mano non trema-
va. Aprì la porta e, senza guardare indietro, senza vedere né la madre né il
padre, senza richiudere la porta, abbandonò per sempre la casa paterna.
Fece due o tre passi e si fermò: gli era sembrato di udire dei passi pesanti
dietro di sé, si voltò, ma non c'era nessuno. Strinse la sua cintura di cuoio
con i chiodi, annodò sui capelli il fazzoletto ancora macchiato di sangue e
s'inoltrò nelle stradicciole strette e tortuose. Un cane gli guaì vicino, una
civetta, sentendo l'avvicinarsi del giorno, svolazzò spaventata sulla tua
testa. Passò in fretta davanti alle porte chiuse e s'incamminò verso i campi.
I primi uccelli cominciavano già a cinguettare, in un orto un vecchio, attac-
cato al braccio di un pozzo, girava. Il giorno cominciava.
Non aveva né sacca, né bastone, né sandali e il suo cammino era lungo:
Doveva attraversare Cana, Tiberiade, Magdala, Cafarnao, costeggiare il la-
go di Genezareth, arrivare fino al deserto... Aveva sentito dire che da quel-
le parti c'era un monastero di uomini semplici e virtuosi, vestiti di bianco.
Non mangiavano carne, non bevevano vino, non toccavano donne; prega-
vano Dio, aiutavano i poveri di spirito e guarivano le malattie del corpo,
conoscevano incantesimi mistici e cacciavano i demoni dall'anima. Quante
volte suo zio rabbino, sospirando, gli aveva parlato di quel santo monaste-
ro! Era stato monaco laggiù per undici anni, lodando Dio e guarendo gli
uomini; ma, ahimè, un giorno si era lasciato prendere dalla tentazione, an-
che quella era onnipotente, aveva visto una donna, rinunciato alla vita ca-
sta e abbandonato l'abito talare. Si era sposato e aveva generato Maddale-
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na. Dio aveva punito l'infedele come meritava.
«È là che andrò, è là che mi riparerò, sotto la sua ala...» mormorò il
figlio di Maria e affrettò il passo.
Che gioia! Da quanto tempo l'aveva desiderato, fin dai suoi dodici anni,
abbandonare la casa e i genitori, farla finita con i consigli della madre, i
borbottii del padre e le piccole preoccupazioni quotidiane che rosicchiano
l'anima! Scuotersi dai piedi la polvere degli uomini e andarsene, rifugiarsi
nel deserto. E finalmente si era scosso, lasciando tutto dietro di sé, abban-
donando il cammino degli uomini e lasciandosi trascinare in quello di Dio.
Era finalmente libero!
Il viso livido e sofferente s'illuminò per un istante Forse gli artigli di
Dio l'avevano tormentato per tanti anni solo per condurlo là, dove si stava
recando di sua volontà, senza nessuna costrizione. La sua volontà comin-
ciava dunque a mescolarsi con quella di Dio? Non era quello il maggiore,
il più difficile dovere dell'uomo? Non era quella la gioia?
Si sentì il cuore leggero. Non v'erano più artigli ormai, non v'erano più
lotte e grida. Dio era giunto di buon mattino, pieno di compassione, come
un lieve soffio d'aria fresca e gli aveva detto: andiamo! Lui aveva aperto la
porta e ora che pace, che felicità! «Non ne posso più», disse, «alzerò la te-
sta e canterò il salmo della liberazione: 'Tu, mio rifugio, mia protezione,
Signore...'» Il suo cuore non era abbastanza grande per contenere la gioia,
che traboccava. Camminava nella delicata luce dell'aurora, fra tutte le gra-
zie di Dio, gli ulivi, i vigneti, i campi di grano. Il salmo della gioia usciva
dal suo petto e saliva fino al cielo. Alzò il capo, aprì la bocca ma, di colpo,
gli mancò il fiato: aveva appena udito, in quell'istante e chiaramente, il ru-
more di due piedi nudi che correvano dietro di lui. I passi si avvicinavano,
rallentò, prestò orecchio; i due piedi nudi rallentarono pure loro. Gli si
piegarono le ginocchia, si fermò, i passi si fermarono.
«So chi è», mormorò mettendosi a tremare. «Io so...»
Ma si fece forza, si girò bruscamente per avere il tempo di vedere:
nessuno.
Dalla parte in cui sorgeva il sole il cielo era diventato viola, non v'era
neppure un alito di vento, le spighe erano mature, piegavano il capo e
aspettavano la falce. Nessuno, né uomo, né animale. La pianura si estende-
va all'infinito e lontano, in direzione di Nazareth, da una o due case comin-
ciava a salire del fumo; le donne si svegliavano.
Si rassicurò un poco. «Bisogna che non perda tempo», pensò, «bisogna
che mi metta le gambe in spalla, che giri attorno alla collina là in basso,
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che mi allontani dalla sua vista...» e si mise a correre.
Attorno a lui il grano era ad altezza d'uomo. Proprio lì, in quella pianura
di Galilea, erano nati il grano e la vite e qualche ceppo selvaggio ancora si
arrampicava sui fianchi della collinetta. Si udì, in lontananza, il cigolio di
un carro di buoi. Gli asinelli si drizzavano sulle zampe, annusavano l'aria,
agitavano la coda e si mettevano a ragliare. Arrivarono le prime mietitrici,
fra risate e chiacchiere; le falci, ben affilate, scintillavano; il sole vide le
donne e si precipitò sulle loro braccia, sulle schiene, sulle gambe.
Videro da lontano il figlio di Maria che correva e scoppiarono a ridere.
«Ehi, dietro a chi stai correndo?» gli gridarono. «C'è qualcuno che ti
segue?»
Ma quando il giovane fu più vicino e lo videro in viso, lo riconobbero.
Tacquero tutte e si strinsero l'una all'altra.
«Il crocifissore», mormorarono, «il crocifissore, disgrazia gli venga!
L'ho visto ieri che crocifiggeva...»
«Guarda il fazzoletto che ha sulla testa. È macchiato di sangue!»
«È la sua parte delle vesti del crocifisso; il sangue dell'innocente ricade
sulla sua testa!»
Fuggirono; ma con un nodo in gola, senza più ridere.
Il figlio di Maria continuò il suo cammino. Lasciò dietro di sé le mieti-
trici, oltrepassò i campi di grano, arrivò ai vigneti sul fianco della collinet-
ta. Vide un fico e volle fermarsi per tagliarne una foglia e odorarla; l'odore
delle foglie di fico gli piaceva, gli ricordava l'ascella dell'uomo. Quand'era
bambino, chiudeva gli occhi, l'annusava e gli sembrava di essere rannic-
chiato in braccio alla madre, mentre poppava il latte. Ma quando si fermò e
allungò la mano per cogliere la foglia, fu inondato da un sudore freddo: i
due piedi che correvano dietro di lui s'erano anch'essi fermati di colpo. Fu
preso dal terrore. Con il braccio ancora alzato girò lo sguardo tutt'attorno,
ma non vide che solitudine, Dio, la terra bagnata e gocce d'acqua sulle fo-
glie. Una farfalla, nell'incavo di una roccia, cercava di aprire le ali bagnate
per volar via.
«Griderò», si disse, «griderò per calmarmi.»
Quando rimaneva solo sulla montagna o, in pieno giorno, nella pianura
deserta, era forse troppa la gioia dentro di sé, troppa la tristezza o, più di
tutto, la paura? Sentiva che Dio l'assediava da tutte le parti, e allora lancia-
va un grido selvaggio, come se avesse voluto fare un salto disperato per
fuggire. Talvolta cantava come un gallo, talvolta ululava come uno sciacal-
lo affamato, e talvolta come un cane bastonato. Ma ora, nell'istante in cui
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apriva la bocca per gridare, vide la farfalla che cercava di schiudere le ali.
Si chinò, la prese delicatamente e la depose su una foglia del fico che il so-
le cominciava a carezzare.
«Sorella mia...» mormorò, «sorella mia...» e la guardò con compas-
sione.
Lasciò dietro di sé la farfalla che stava riscaldandosi e riprese il cam-
mino; udì subito, a qualche passo da lui, il rumore sordo dei piedi nudi
sulla terra umida.
All'inizio, venendo da Nazareth, il rumore dei passi pareva giungere da
molto lontano, si percepiva appena, ma a poco a poco prendevano corag-
gio, si avvicinavano. «Fra un istante», pensava rabbrividendo il figlio di
Maria, «mi raggiungeranno.» Poi mormorò: «Mio Dio, mio Dio, fammi ar-
rivare presto al monastero, prima che essa abbia il tempo di gettarsi su di
me!»
Il sole ora dominava la pianura, picchiava forte sugli uccelli, gli anima-
li, gli uomini. Un brusio confuso si levò dalle terre, le capre e le pecore si
mossero verso il fianco della collina, il piccolo pastore si mise a suonare il
flauto, tutto, intorno, divenne calmo. Presto, quando avrebbe raggiunto il
gran pioppo sulla sua sinistra, avrebbe visto l'allegro villaggio che tanto
amava, Cana. Quando era ancora un adolescente imberbe e Dio non aveva
ancora piantato i suoi artigli su di lui, vi era venuto con la madre per par-
tecipare a feste rumorose! Quante volte, anche lui, aveva ammirato le ra-
gazze di tutti i villaggi vicini, che ballavano sotto quel gran pioppo dal fo-
gliame folto, battendo allegramente i piedi sul suolo. Ma un giorno,
quando aveva vent'anni, e stava in piedi, sotto al pioppo, con una rosa in
mano...
Rabbrividì. Improvvisamente gli comparve di nuovo davanti colei che
aveva amato segretamente, amato mille volte; teneva, nascosti nel petto, a
destra il sole e a sinistra la luna e il giorno e la notte gonfiavano e piega-
vano la sua tunica diafana...
«Va' via! Va' via! Mi hanno consacrato a Dio e vado a parlare con Lui
nel deserto!» gridò. Scappò correndo. Oltrepassò il pioppo, Cana si stese
davanti ai suoi occhi, le case basse imbiancate con la calce, le terrazze
quadrate, tutte dorate dai covoni di granoturco e le grosse zucche che sec-
cavano al sole. Sedute con le gambe ciondoloni sul bordo delle terrazze, le
ragazzine intrecciavano ghirlande di peperoni scarlatti, per decorare le
case.
Passò con gli occhi bassi davanti a quella trappola di Satana e si af-
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frettò, per non veder nessuno e da nessuno essere veduto. I piedi nudi
adesso pestavano violentemente il suolo e s'affrettavano anch'essi.
Il sole era alto nel cielo e si stendeva sul mondo intero: le mietitrici
dondolavano le loro falci, cantavano e tagliavano il grano. Le manciate di
spighe si trasformavano in un istante in bracciate, in ceste, in covoni che si
rizzavano come torri, nelle aie. «Buon raccolto!» augurava frettolosamente
il figlio di Maria ai padroni, continuando il suo cammino. Cana era scom-
parsa dietro gli ulivi, l'ombra si raccoglieva sotto gli alberi, era quasi mez-
zogiorno. E mentre il suo spirito era colmo di gioia nel guardare il mondo
nutrirsi di Dio, gli giunse alle narici un gustoso profumo di pane appena
uscito dal forno e di colpo si accorse di avere fame e, sentendola, tutto il
suo corpo fremette. Da quanti anni non provava quella santa avidità di
pane, e adesso....
Annusava l'aria con golosità, seguì il profumo, attraversò un fosso, pas-
sò per un'aia, entrò nei vigneti e scoprì, sotto un ulivo rattrappito dal tron-
co cavo, una piccola capanna dal cui tetto salivano volute di fumo. C'era
una vecchia dal naso a punta e i gesti vivaci, che si agitava attorno al for-
no; di fianco a lei un cane nero pezzato spalancava una grande bocca affa-
mata, mostrando i denti. Quando udì i passi nel vigneto si gettò sull'intru-
so, abbaiando. La vecchia, sorpresa, si voltò e scorse il giovane; i suoi oc-
chietti senza ciglia brillarono, sembrava contenta di vedere apparire un uo-
mo nella sua solitudine e si fermò con la pala in mano.
«Arrivi in tempo», disse. «Hai fame? Da dove giungi?» «Da Nazareth.»
«Hai fame?» chiese ancora la vecchia e si mise a ridere. «Le tue narici
fremono come quelle di un cane da caccia.»
«Ho fame, nonna, scusami.»
«Perché ti scusi? Non è cosa vergognosa la fame, ragazzo mio, e nep-
pure la sete né l'amore; è Dio che dà tutto questo; avanti, avvicinati, non
aver vergogna.»
Ridendo scoprì un unico, prezioso dente.
«Qui troverai il pane e l'acqua; l'amore, più lontano, a Magdala.»
Prese una pagnotta che aveva appoggiato sulla panca del forno, fra le
altre.
«Tieni, questo è il pane che teniamo da parte ogni volta che facciamo
un'infornata. Lo chiamiamo il pane della cicala, è per i viandanti, non è
mio, è tuo, taglialo e mangialo.»
Il figlio di Maria si sedette sotto il vecchio ulivo e si mise a mangiare,
quietamente. Com'era saporito quel pane, com'era fresca l'acqua e com'era-
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no dolci le due olive che la vecchia gli aveva dato assieme al pane: polpose
come mele e coi noccioli piccoli piccoli! Masticava tranquillamente, man-
giava, sentiva corpo e anima fondersi dentro di lui e diventare in quello
stesso istante una sola cosa, ricevendo contemporaneamente il pane, le oli-
ve e l'acqua. La vecchia, appoggiata al forno, l'osservava.
«Avevi fame», gli disse ridendo. «Mangia, sei giovane, hai ancora una
lunga strada davanti a te, e molti ostacoli da superare. Devi mangiare per
prendere forze, per farcela.»
Gli tagliò un'altra fetta di pane, gli dette altre olive; e poi si riannodò
frettolosamente il fazzoletto che le era scivolato dalla testa e che aveva
lasciato intravedere il suo cranio pelato.
«Dove vai, ragazzo?» chiese.
«Nel deserto.»
«Dove? Parla più forte!»
«Nel deserto.»
La vecchia fece una smorfia con la bocca sdentata e il suo sguardo di-
venne cattivo.
«Al monastero?» gridò con una collera improvvisa. «Perché? Che cosa
vai a cercare laggiù? Non hai pietà della tua gioventù?»
Il giovane rimaneva in silenzio. La vecchia scosse la testa pelata e sibilò
come un serpente: «Vai a cercare Dio?» chiese con tono sarcastico.
«Sì.»
La vecchia dette un calcio al cane che stava fra le sue gambe e s'avvi-
cinò al giovane.
«Infelice», gridò, «Dio non è nei monasteri, è nelle case degli uomini!
Dove ci sono un uomo e una donna, c'è Dio, e anche dove ci sono bambini,
preoccupazioni, litigi, riconciliazioni, anche lì c'è Dio. Non ascoltare ciò
che dicono gli impotenti, per loro l'uva è troppo verde, allora certamente...
È il Dio di cui ti parlo, quello delle case, non quello dei monasteri, che è il
vero Dio, è questo che bisogna adorare, l'altro è per gli impotenti e i
pigri!»
La vecchia parlava e, più parlava, più s'infuocava. Parlava, gridava, sca-
ricò la sua bile e si calmò. Mise la mano sulla spalla del giovane.
«Scusami, ragazzo mio», disse, «ma avevo un figlio, solido come te. Un
bel mattino gli ha dato di volta il cervello, ha aperto la porta e se n'è an-
dato. È andato al monastero del deserto, dai guaritori, maledizione a loro,
che non guariscano mai più! E l'ho perso. E ora faccia il pane, lo sforno,
per dare da mangiare a chi? Ai miei figli forse? Ai miei nipoti? Sono
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rimasta come un ramo secco.»
Tacque per un momento, si asciugò gli occhi, quindi riprese:
«Per anni ho supplicato Dio, gridavo: perché sono nata? Avevo un fi-
glio, perché me l'hai preso? Gridavo e gridavo, ma non c'era verso che riu-
scissi a farmi sentire! Solo una volta, sul monte del profeta Elia, a mezza-
notte, ho visto aprirsi il cielo e ho udito una voce tonante che diceva:
'Grida pure, se ti fa piacere!' e il cielo si è richiuso. Da allora non ho più
gridato».
Il figlio di Maria si alzò. Tese la mano per salutare la vecchia, ma quella
ritirò la sua. Poi si mise di nuovo a sibilare come un serpente:
«È il deserto, allora, è il deserto che tenta anche te? Ma non hai occhi,
ragazzo mio? Non vedi il sole, i vigneti, le donne? Vai a Magdala, te lo
dico io, troverai ciò che fa per te! Non hai mai letto le Scritture? Io non
voglio, dice Dio, non voglio preghiere e digiuni, voglio della carne! E que-
sto significa, voglio che mi facciate dei figli!»
«Arrivederci, nonna», disse il giovane, «che Dio ti renda il pane che
m'hai donato.»
«Che Dio renda a te pure, ragazzo mio», disse la vecchia, «che Dio ren-
da a te pure il bene che m'hai fatto. Era ormai molto tempo che nessun
uomo era passato dalla mia capanna; e, se ne passava qualcuno, era vec-
chio...»
Egli riattraversò il vigneto, saltò oltre la siepe e si ritrovò sulla strada
maestra.
«Non posso vedere della gente», mormorò fra sé e sé, «non voglio;
anche il pane che mi offrono è fiele. Non c'è che un cammino per arrivare
a Dio ed è quello che ho preso oggi; passa fra gli uomini senza toccarli e
sbocca nel deserto. Ah! Ho fretta di arrivare!»
Aveva ancora quelle parole sulle labbra quando, dietro di lui, scoppiò
una risata. Trasalì e si girò, una risata senza bocca sconvolgeva l'aria,
sibilante, astiosa, aggressiva.
«Adonai!» Il grido uscì dalla sua gola strozzata. «Adonai!» Con i ca-
pelli ritti in testa, guardava l'aria che ridacchiava; spaventato, si mise a
correre e, subito, udì il calpestio di due piedi nudi che correvano dietro di
lui.
«Non ci metteranno molto a raggiungermi... Non ci metteranno molto a
raggiungermi», mormorava mentre correva.
Le donne stavano ancora mietendo, gli uomini portavano i covoni
sull'aia e più in là altri li mondavano. Soffiava una brezza calda che trasci-
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nava con sé la pula, ricopriva la terra con una polvere d'oro e lasciava i
pesanti chicchi di grano ammonticchiarsi sull'aia. I viandanti raccoglie-
vano una manciata di grano, se la portavano alle labbra e auguravano ai
padroni: «Che l'anno venturo sia altrettanto buono!»
In lontananza, fra due colline, apparve Tiberiade; gloriosa, appena co-
struita, idolatra, piena di statue, di teatri e di donne imbellettate. Il figlio di
Maria, scorgendola, s'impaurì. Una volta, quand'era ancora un bambino, vi
era andato con suo zio rabbino, che era stato chiamato per esorcizzare i de-
moni di una patrizia romana. Era il demonio del bagno che la possedeva,
usciva tutta nuda nelle strade e rincorreva i passanti. Erano entrati nel suo
palazzo; proprio in quel momento, la patrizia aveva avuto una crisi del suo
male e correva, completamente nuda, verso la porta della strada, senza che
gli schiavi riuscissero a trattenerla. Il rabbino aveva teso in avanti il suo
bastone e l'aveva fermata. La donna, vedendo il ragazzo, gli si era gettata
addosso e il figlio di Maria aveva lanciato un grido ed era svenuto. Da
allora, al solo ricordo di quella impudica città, il suo sangue si ghiacciava.
«E una città maledetta, figliolo», gli diceva il rabbino. «Quando vi pas-
serai, passaci svelto, guarda la terra ai tuoi piedi e pensa a Dio; e, credimi,
quando andrai a Cafarnao, cerca di deviare da lì.»
L'impudica rideva al sole, la gente entrava e usciva dalle porte, a piedi e
a cavallo. Stendardi con le aquile a due teste sventolavano sulle torri,
armature di bronzo scintillavano. Un giorno il figlio di Maria aveva visto,
stesa su della melma verdastra, fuori dalle porte di Nazareth, la carogna
gonfia di una giumenta; nel suo ventre aperto, pieno di visceri misti a
spazzatura, andavano e venivano eserciti di scarabei stercorari e su di essa
ronzava un nugolo di grosse mosche verdi e dorate e due corvi avevano
conficcato il loro becco appuntito nei due grandi occhi dalle lunghe ciglia
e bevevano... La carogna riluceva, quasi risuscitata da tutta quella vita che
abitava in essa, sembrava si rotolasse nell'erba novella, felice, ebbra di
gioia, con le sue quattro zampe ferrate tese verso il cielo.
«Come la carogna della giumenta così è Tiberiade», mormorò il figlio
di Maria e non riusciva a staccar gli occhi dalla città; così erano anche
Sodoma e Gomorra e così è ancora, l'anima peccatrice dell'uomo...
Un vecchio robusto passò da lì in groppa al suo asino, lo vide e si
fermò.
«Perché resti qui con la bocca aperta, ragazzo?» disse. «Non la conosci?
È la nostra nuova principessa, Tiberiade la prostituta. I Greci, i Romani, i
Beduini, i Caldei, i Boemi, gli Ebrei, le saltano addosso e non riescono a
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domarla. Puoi credere a quanto ti ho detto, non riescono a domarla come
due più due fa quattro!»
Tirò fuori dalla sua bisaccia delle noci e gliele offrì.
«Hai l'aria di un uomo bravo e povero», disse. «Prendile per sgranoc-
chiarle per strada e augura cose buone al vecchio Zebedeo di Cafarnao.»
Aveva una barba bianca a due punte, grandi labbra sensuali, un forte
collo taurino e occhi vivi e neri da rapace. Gli dovevano piacere molto le
donne e il bere ed era ben lungi dall'esserne sazio!
Un colosso con il petto e le gambe nudi, tutto peloso, che portava un
bastone ricurvo da pastore, passò e, furibondo, senza salutare il vecchio, si
voltò verso il figlio di Maria.
«Non sei per caso il figlio del falegname di Nazareth? Non sei tu che
fabbrichi croci e ci crocifiggi?»
Due anziane mietitrici, dal campo vicino, l'udirono e s'avvicinarono
anch'esse.
«Io», disse il figlio di Maria, «io...» e fece per andarsene.
«Dove vai?» disse l'altro afferrandolo per un braccio. «Non te ne andrai
così! Crocifissore, traditore, ti spaccherò il muso!»
Ma il vecchio robusto afferrò il bastone del pastore e glielo strappò di
mano.
«Filippo, aspetta, ascolta anche me, il vecchio. Dimmi, succede
qualcosa a questo mondo, che non sia volontà di Dio?»
«No, vecchio Zebedeo, nulla.»
«Ebbene, allora è volontà di Dio che costui fabbrichi croci, per cui
lascialo in pace. Non immischiamoci negli affari di Dio, è un buon consi-
glio. Due più due fa quattro.»
Nel frattempo il figlio di Maria si era liberato dalla presa del pastore e
se l'era data a gambe, mentre le due vecchie gli gridavano dietro e bran-
divano minacciosamente le loro falci.
«Vecchio Zebedeo», fece il colosso, «andiamo tutti e due a lavarci le
mani che hanno toccato il crocifissore; andiamo a lavare le nostre labbra
che gli hanno parlato.»
«Non complicarti la vita», disse il vecchio. «Andiamocene, mi farai
compagnia, ho fretta.. I miei due figlioli non sono in casa, uno è andato,
pare, a Nazareth a vedere la crocifissione e l'altro si è recato nel deserto
per diventare un santo. Così io sono rimasto solo con le mie barche da
pesca. Vieni con me a tirar su le reti che ormai saranno piene di pesci, te ne
darò un po' da friggere.»
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Si misero in cammino, il vecchio era di buonumore, e scoppiò a ridere.
«Ah», disse, «Dio non deve divertirsi sempre con noi! Ne deve vedere
certo di tutti i colori. I pesci gridano: non ci accecare, o Signore, non farci
cadere nelle reti! I pescatori gridano: acceca i pesci, o Signore, falli cadere
nelle reti! A chi dei due dovrà dar retta Dio? Darà retta una volta ai pesci e
una ai pescatori, e così va la vita!»
Intanto il figlio di Maria aveva preso il sentiero delle capre, per non
sporcarsi attraversando il villaggio maledetto di Magdala. Il villaggio si
stendeva grazioso e sereno, fra i datteri, proprio al punto del ricco crocic-
chio in cui, giorno e notte, passavano le carovane: alcune andavano dal-
l'Eufrate al deserto d'Arabia in direzione del mare, altre da Damasco e
dalla Fenicia verso la valle sempre verde del Nilo. C'era un pozzo d'acqua
fresca, all'entrata del villaggio e sul parapetto, sedeva una donna, con i seni
nudi, imbellettata, che sorrideva ai mercanti... Doveva allontanarsi, cam-
biar strada, tagliar diritto verso il lago, entrare nel deserto! Laggiù, vicino
a una sorgente che s'era prosciugata, Dio l'aspettava.
Si sovvenne di Dio, il suo cuore si rallegrò e affrettò il passo. Il sole eb-
be infine pietà delle ragazze che mietevano, si abbassò verso ovest, diven-
ne più dolce; le mietitrici si distesero sulle macine per prender fiato, per
lanciare una frase arguta, per rilassarsi. Tutta la giornata al sole, le spalle
nude, di fianco agli uomini che sudavano anch'essi, le ragazze si erano
accaldate e ora, ridendo e scherzando, cercavano di riprender fiato.
Il figlio di Maria udiva le loro risate e i loro scherzi, arrossiva e aveva
fretta di non udire più voci di esseri umani. Dirigeva il suo pensiero altro-
ve, rimuginava le parole del pastore dal linguaggio astioso che poco prima
gli aveva parlato e sospirava.
«Non sanno come soffro», mormorò fra sé e sé, «non sanno perché
fabbrico le croci, non sanno con chi io lotto...»
Davanti a una capanna due contadini scuotevano dalle barbe e dai ca-
pelli la pula di cui erano ricoperti e si lavavano; dovevano essere fratelli, la
loro madre disponeva su una panca il pasto dei poveri, faceva abbrustolire
sulla brace pannocchie di granoturco e l'aria era piena di quel profumo.
I due contadini videro il figlio di Maria, sfinito, coperto di polvere ed
ebbero compassione di lui.
«Ehi, tu, dove stai correndo così ?» gridarono. «Hai l'aspetto di venire
da lontano, non hai sacca, fermati a mangiare un boccone di pane con noi.»
«E una pannocchia», aggiunse la madre.
«E beviti un sorso di vino, perché le guance ti si coloriscano un po'!»
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«Non ho fame, ma vi ringrazio!» rispose, e passò oltre... «Se sapessero
chi sono», pensò, «avrebbero vergogna di avermi toccato e di avermi par-
lato.»
«Fai come credi», gli gridò uno dei fratelli. «Indubbiamente non andia-
mo abbastanza bene per te».
«Sono il crocifissore», fu sul punto di rispondere, ma non ne ebbe il co-
raggio, abbassò la testa e filò via.
La sera s'abbatté come una spada: le colline non ebbero il tempo di di-
ventar rosa, la terra si tinse di viola e fu subito nera, la luce, che s'era ar-
rampicata sulla cima degli alberi, balzò verso il cielo e sparì. La notte tro-
vò il figlio di Maria sulla cima della collina: un vecchio cedro era riuscito
a metter radici lassù, battuto dai venti, tormentato, ma teneva duro e le sue
radici divoravano le pietre. Dalla pianura saliva un odore di grano e di
legno bruciato, dalle capanne disseminate qua e là saliva il fumo del pasto
della sera.
Il figlio di Maria aveva fame e sete, per lo spazio di un secondo invidiò
i braccianti che avevano finito il loro lavoro, che tornavano alle loro case
stanchi e affamati e che vedevano fin da lontano il fuoco acceso, il fumo
sul tetto e la loro donna che preparava il cibo.
Sentì all'improvviso di essere più solo delle volpi e delle civette che,
malgrado tutto, hanno il loro nido ed esseri caldi e amati ad aspettarli. Lui
non aveva nessuno, neanche sua madre. Si rannicchiò ai piedi del cedro si
raggomitolò tremante.
«Signore, ti ringrazio per tutto questo», disse, «per la solitudine, per il
freddo, per la fame: non mi manca nient'altro.»
Appena pronunciate quelle parole, dovette sentire l'ingiustizia del male
che subiva. Si guardò attorno come una belva presa in trappola e le sue
tempie ronzavano di collera e di paura. Si rizzò sulle ginocchia, fissò lo
sguardo sul sentiero scuro sul quale si udivano ancora i passi dei piedi nudi
che salivano smuovendo le pietre: stavano arrivando alla cima. Un suono
roco gli uscì dalla gola, suo malgrado. Udendolo, fu preso lui stesso dal
terrore.
«Avvicinati, Signora, non nasconderti; la notte è giunta, nessuno ti
guarda, vieni fuori!»
Trattenne il fiato, attese.
Neppure un'anima rispose; solo le voci della notte salivano serene,
dolci, eterne. C'erano i grilli, i saltamartini, gli uccelli della notte con i loro
gemiti lamentosi e lontano, molto lontano, dei cani che vedevano di notte
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ciò che gli uomini non potevano vedere e abbaiavano... Tese il collo, ne era
sicuro, qualcuno stava in piedi sotto il cedro, davanti a lui; adesso egli
mormorava a voce bassa, come una preghiera: «Signora... Signora...» per
tentare l'invisibile, e aspettava. Non tremava più, ma la fronte e le ascelle
gli si erano ricoperte di sudore.
Guardava, guardava, ascoltava. Di tanto in tanto gli pareva di udire un
sogghigno, nell'oscurità, di tanto in tanto gli pareva di veder l'aria formare
dei turbini sopra la sua testa e divenire compatta, prender la forma di un
corpo, dileguarsi, sparire...
Il figlio di Maria si struggeva, si sforzava di dare una consistenza all'-
aria della notte. Non gridava più, non supplicava, si consumava. In ginoc-
chio, il collo teso, sotto il cedro, aspettava.
Le sue ginocchia si erano sbucciate sulle pietre, si appoggiò al tronco
dell'albero, chiuse gli occhi. Allora, con calma, senza gridare, dietro alle
sue palpebre, la vide. Non era venuta come lui l'aspettava: attendeva la ma-
dre tragica che avrebbe alzato le mani sulla sua testa e l'avrebbe maledetto!
Lentamente, tremando, aprì gli occhi: un corpo selvaggio di donna
scintillava davanti a lui, ricoperto dalla testa ai piedi con un'armatura
disparata, fatta di grosse scaglie di bronzo. Ma la sua testa non era umana,
era la testa di un'aquila con gli occhi gialli e il becco ricurvo che stringeva
un pezzo di carne; guardava tranquillamente, senza pietà, il figlio di Maria.
«Non sei venuta come t'aspettavo», egli mormorò. «Non sei la Madre...
per pietà, parlami, chi sei?»
Domandava, aspettava, domandava ancora; solo gli occhi gialli e roton-
di brillavano nel buio.
E, di colpo, il figlio di Maria comprese.
«La maledizione!» gridò e cadde con la faccia contro il suolo.

Sopra di lui il cielo scintillava e la terra, sotto di lui, Io feriva con le sue
pietre e le sue spine. Aveva steso le braccia e si dimenava come se la terra
intera fosse stata una croce ed egli, urlante, fosse stato crocifisso su di
essa.
La notte passava su di lui con il suo corteo glorioso e familiare, le stelle,
gli uccelli notturni, i cani che abbaiavano nelle aie mentre facevano la
guardia ai loro padroni. Faceva freddo, tremava. Talvolta si abbandonava
per un istante al sonno, ritrovandosi subito altrove, fra paesaggi caldi e
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lontani, ma poi tornava in terra su quei sassi.
Poco prima di mezzanotte udì un allegro suono di sonagli sulla collina
e, dietro ai sonagli, la canzone lamentosa di un cammelliere. Udì qualcuno
parlare, sospirare, e poi una voce di donna, chiara e fresca, sorse nella not-
te. Subito dopo il sentiero divenne nuovamente muto...
A mezzanotte, su un cammello dalla sella d'oro, con il viso straziato dal-
le lacrime, con sulle guance belletti seccati e diventati fango, passò Mad-
dalena.
Dai quattro punti del mondo erano giunti dei ricchi mercanti e non
avendola trovata né al pozzo, né nella sua baracca, avevano mandato un
cammelliere con un cammello tutto bardato d'oro perché gliela portasse in
fretta. Il loro cammino era stato molto lungo, pieno di ostacoli, ma ave-
vano impresso nella mente il corpo di una donna di Magdala e si erano fat-
ti coraggio. Non l'avevano trovata, avevano mandato il loro cammelliere a
cercarla e adesso erano seduti, in fila, nel cortile, e aspettavano.
A poco a poco i sonagli svanivano nella notte, s'addolcivano, e ora il
figlio di Maria poteva udirli come un sorriso delicato, come un getto d'ac-
qua in un fresco giardino che con il suo sciacquio pronunciava tenera-
mente il suo nome; e così, dolcemente, voluttuosamente, seguendo il tin-
tinnio dei sonagli, il figlio di Maria scivolò di nuovo nel sonno.
Fece un sogno: il mondo gli apparve come una prateria verde e fiorita e
Dio come un piccolo pastore bruno con due corna ricurve, tenere, appena
spuntate. Stava seduto vicino a una fontana e suonava il flauto; il figlio di
Maria non aveva mai sentito una musica così dolce, così accattivante. Dio,
il giovane pastore, suonava. Zolla dopo zolla, la terra fremeva, si smuo-
veva, ondeggiava, prendeva vita e all'improvviso la prateria fu coperta da
graziose cerbiatte ornate dalle loro corna. Dio si chinò, guardò l'acqua e la
fontana si riempì di pesci; alzò gli occhi verso gli alberi e le foglie si arro-
tolarono su se stesse; il suono del flauto divenne più acuto e due insetti,
grandi come uomini, uscirono dalla terra e cominciarono ad abbracciarsi
sull'erba novella: rotolavano da un punto all'altro della prateria, si accop-
piavano, si separavano, si accoppiavano di nuovo, ridevano senza pudore,
prendevano in giro il pastore e fischiavano. Il pastore staccò il flauto dalle
labbra. Guardava la coppia insolente e oscena e, di botto, non ce la fece
più: con un gesto deciso spezzò il flauto sotto il suo piede e, in un sol
colpo, cerbiatte, uccelli, alberi, acqua e la coppia aggrovigliata sparirono...
Il figlio di Maria lanciò un urlo e si svegliò, ma nello stesso istante in
cui si svegliò, ebbe il tempo di vedere due corpi uniti, un uomo e una
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donna, precipitare nel più profondo di se stesso. Sì alzò di scatto, ter-
rorizzato.
«Ma c'è dunque tanto fango, tanta sporcizia, in me?» Sciolse la sua
cintura di cuoio con i chiodi, gettò a terra i vestiti e si mise a frustare,
senza pietà, senza emettere un gemito, le cosce, la schiena e il viso. Sentì il
suo stesso sangue scorrere e si sentì sollevato.
Il giorno cominciava, le stelle si spegnevano, l'aria fredda del mattino
gli penetrava fin nelle ossa. Sopra di lui il cedro si riempì di ali e di cin-
guettii. Si guardò attorno: l'aria era vuota, alla luce del giorno la Maledi-
zione di bronzo dalla testa d'aquila era diventata di nuovo invisibile.
«Bisogna che me ne vada, che fugga», pensò, «non devo entrare a Mag-
dala, che sia maledetta! Andrò dritto nel deserto e mi rintanerò nel mona-
stero: laggiù ammazzerò la carne e la farò diventare spirito.»
Allungò la mano, carezzò il vecchio tronco del cedro e sentì l'anima
dell'albero risalire dalle radici e diffondersi fino nei rami più alti e più
inaccessibili.
«Addio, fratello», mormorò, «mi son coperto di vergogna, questa notte
sotto il tuo tetto; perdonami.»
Quindi, estenuato, la mente invasa da lugubri presentimenti, si mise a
scendere per il sentiero.
Raggiunse la strada principale; la pianura si stava svegliando, i primi
raggi di sole cominciavano a scendere e coprivano d'oro le aie ricolme.
«Bisogna che non passi da Magdala», mormorò ancora, «ho paura...» Si
fermò per pensare da dove poteva prendere la scorciatoia per arrivare al
lago. Imboccò il primo sentierino che trovò sulla sua destra. Sapeva che
Magdala era a sinistra e il lago a destra, e proseguì con passo deciso.
Camminava, camminava, il suo spirito navigava da Maddalena la pro-
stituta a Dio, dalla croce al Paradiso, dal padre e dalla madre ai lontani
oceani, alle terre lontane, alle migliaia di facce d'uomini bianchi, gialli,
neri. Non era mai uscito da Israele, ma fin dall'infanzia, nella casetta del
padre, soleva chiudere gli occhi e il suo spirito si lanciava, come sparviero
addestrato alla caccia con i suoi sonagli, di città in città, di mare in mare e
urlava di gioia. Non cacciava, il suo corpo giocava, si liberava dalla carne,
saliva in cielo, non desiderava altro.
Camminava, camminava; il sentiero faceva delle curve, girava e rigira-
va fra le vigne, arrivava negli oliveti e risaliva ancora. Il figlio di Maria lo
seguiva, come si segue un filo d'acqua che cola o la canzone triste e mono-
tona d'un cammelliere. Tutto quel viaggio gli pareva un sogno, il suo piede
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sfiorava appena il terreno, depositandovi leggero la sua impronta: le cin-
que dita, il tallone. Gli ulivi agitavano i rami pesanti di frutti e gli davano
il benvenuto; i grappoli d'uva pendevano, toccavano la terra e i loro chic-
chi cominciavano a brillare; le ragazze che passavano, con i loro fazzoletti
bianchi e i polpacci solidi, dorati dal sole, lo salutavano gentilmente.
Talvolta, quando non c'era anima viva sul sentiero, udiva di nuovo die-
tro di sé il rumore dei pesanti piedi nudi, un riflesso bronzeo scintillava e
si spegneva nell'aria, quella risata cattiva scoppiava di nuovo sul suo capo;
ma il figlio di Maria era paziente, s'avvicinava alla sua liberazione, presto
avrebbe scorto di fronte a sé il lago e, al di là delle acque azzurre, fra le
rocce rosse, appeso come un nido d'aquile, il monastero...
Mentre seguiva il sentiero e la sua mente vagava, all'improvviso si
fermò impaurito: sotto di lui, racchiusa fra palme come in una nicchia ben
protetta, si stendeva Magdala. Il suo spirito lottava, non voleva tornare in-
dietro, ma le sue gambe sembravano condurlo verso il ritiro maledetto,
pieno di profumi, di Maddalena.
«Non voglio! Non voglio!» mormorò spaventato, ma il suo corpo oppo-
neva resistenza, restando immobile come un cane da presa.
«Bisogna che me ne vada», decise ancora dentro di sé, ma rimase in-
chiodato sul posto. Guardava il vecchio pozzo con la vera di marmo, le ca-
sette pulite, imbiancate a calce; i cani abbaiavano, le galline starnazzavano,
le donne ridevano, dei cammelli carichi, in ginocchio attorno al pozzo,
ruminavano... «Devo vederla, devo vederla», udì una flebile voce dentro di
sé, «è indispensabile, devo vederla. È Dio che guida i miei passi, Dio e non
la mia mente, devo gettarmi ai suoi piedi e chiederle perdono... È colpa
mia! Prima di entrare nel monastero e rivestire la tunica bianca, bisogna
che le domandi perdono o non potrò esser salvato... Signore, ti ringrazio di
avermi condotto dove non volevo andare!»
Si sentì contento, strinse la sua cintura e si mise a scendere verso Mag-
dala.
Attorno ai pozzi, sdraiati sul ventre, una mandria di cammelli che ave-
vano appena mangiato, ruminavano lentamente, pazientemente; erano an-
cora carichi, dovevano essere arrivati da paesi lontani, profumati, nell'aria
vi era odore di spezie.
Si fermò al pozzo. Una vecchia che stava attingendo dell'acqua gli tese
la brocca ed egli bevve; stava per chiedere se Maria era a casa, ma ne ebbe
vergogna. «È Dio che mi ha spinto verso la sua casa; devo avere fiducia,
sarà certo qui», pensò e prese il sentiero ombreggiato. Vi erano molti stra-
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nieri, alcuni indossavano tuniche bianche come quelle dei beduini, altri
preziose vesti indiane. Si aprì una porticina, e apparve una grassa matrona
dall'immenso sedere e con dei baffi neri; lo vide e scoppiò a ridere.
«Ehi, benvenuto figliolo! Vuoi fare anche tu le tue devozioni?» gridò e
richiuse la porta sogghignando.
Il figlio di Maria arrossì, ma ebbe pazienza. «Bisogna che io cada ai
suoi piedi», si disse, «e che le chieda perdono.»
Affrettò il passo, la casa era all'estremità opposta del villaggio, in mez-
zo a un giardinetto di melograni. Se ne ricordava bene: una porta verde a
un solo battente, sulla quale uno dei suoi amanti, un beduino, aveva dipin-
to due serpenti intrecciati, uno bianco, l'altro nero; sopra la porta una gran-
de lucertola gialla crocifissa.
Perse la strada, percorse viottoli e stradine, aveva vergogna di chiedere;
era quasi mezzogiorno e si fermò all'ombra di un ulivo per riprendere for-
za. Passò un ricco mercante con la barba nera e ricciuta, gli occhi à man-
dorla, le dita cariche di anelli, e un intenso odore di muschio. Il figlio di
Maria lo seguì.
«Dev'essere un angelo di Dio», si disse mentre lo seguiva e ammirava
l'eleganza del suo portamento e il tessuto prezioso, con ricami di uccelli e
fiori delicati, che gli ricopriva le spalle. «Dev'essere un angelo di Dio, ed è
sceso per mostrarmi il cammino.»
Il giovane signore straniero percorreva con decisione le stradine tortuo-
se e giunse velocemente alla porta verde con i due serpenti intrecciati. Una
vecchietta vi era seduta davanti, su uno sgabello. Aveva acceso un fornello
e faceva cuocere dei granchi; di fianco, su un gran piatto, c'erano delle
polpettine calde di ceci ben pepati e semi di zucca arrostiti.
Il giovane patrizio si chinò, tese alla vecchia una moneta d'argento ed
entrò. Il figlio di Maria lo seguì.
In fila, nel cortile, quattro mercanti erano seduti in terra a gambe incro-
ciate; due vecchi con le unghie e le ciglia tinte, due giovani dalle barbe e i
baffi neri come l'ebano. Fissavano tutti lo sguardo sulla porticina chiusa,
sulla camera di Maria. Di tanto in tanto, dall'interno, provenivano un grido,
un singhiozzo, una risata, le tavole di legno che scricchiolavano; gli uomi-
ni in attesa, allora, interrompevano la conversazione appena iniziata e cam-
biavano nervosamente di posizione, turbati.
Il beduino non la finiva più, era entrato da molto e ci stava mettendo
tanto tempo. Nel cortile giovani e vecchi avevano fretta. Il giovane signore
indiano si sedette al suo posto nella fila e, dietro di lui, il figlio di Maria.
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C'era un grande melograno al centro del cortile, carico di frutti; ai due
lati della porta due solidi cipressi, uno maschio, dritto come una spada, e
l'altro femmina, con i rami stesi e spiegati; al melograno era appesa una
gabbia di paglia con dentro una pernice dorata che svolazzava da sinistra a
destra, beccando e schiamazzando.
Gli uomini in attesa mangiavano dei datteri, mordicchiavano noci mo-
scate per profumarsi la bocca e chiacchieravano fra loro per far passare il
tempo. Si girarono, salutarono il giovane signore e guardarono con dis prez-
zo il figlio di Maria, poveramente vestito.
Il primo vecchio disse, sospirando: «Non esiste un martirio più grande
del mio: sono davanti al Paradiso e la porta è chiusa».
Un giovane, con anelli d'oro alle caviglie si mise a ridere.
«Trasporto delle spezie dall'Eufrate e le porto fino al grande mare;
vedete quella pernice davanti a voi con gli artigli rossi? Ebbene, io offrirò
un carico di cannella e di pepe per comprare Maria, metterla in una gabbia
d'oro e portarmela via. Allora, fate presto ciò che dovete fare, miei giovani
amici, perché non ci sarà una prossima volta.»
«Ti ringrazio, ragazzo mio», disse allora un altro vecchio che aveva la
barba profumata, e le mani sottili e nobili. «Ti ringrazio, ciò che hai appe-
na detto renderà ancor più saporito il gusto del suo amore.»
Il giovane signore aveva abbassato gli occhi dalle folte ciglia, dondola-
va lentamente il busto e muoveva le labbra come se stesse pregando; si era
già immerso, prima di entrare in Paradiso, nella beatitudine eterna. Udiva
la pernice schiamazzare, le voci e gli scricchiolii dentro alla camera chiusa
a chiave e la vecchia, sulla porta, che gettava sulla brace granchi vivi che
saltavano...
«Ecco il Paradiso», pensava agitato, «ecco il sonno pesante che chia-
miamo vita, durante il quale sognamo il Paradiso. Non esiste altro Paradi-
so. Posso, in questo stesso istante, alzarmi e andarmene, perché non ho
bisogno di altra gioia...»
Un uomo imponente, con un turbante verde in testa, seduto davanti a
lui, gli toccò un ginocchio e si mise a ridere.
«Mio giovane signore», gli disse. «Che cosa pensa il tuo Dio di tutto
ciò?»
Il giovane spalancò gli occhi:
«Come, di tutto ciò?»
«Ebbene, gli uomini, le donne, i granchi, l'amore...»
«Che è tutto un sogno, fratello.»
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«Allora attenti, miei giovani amici», esclamò il vecchio dalla barba
bianca che in quel momento stava sgranando un rosario d'ambra, «attenti a
non svegliarvi!»
La porticina si aprì e ne uscì il beduino, con gesti lenti e gli occhi gonfi,
leccandosi i baffi. Era il turno del vecchio che si alzò di colpo, agile come
un giovane di vent'anni.
«Coraggio, entra, vecchio e, per l'amor di Dio, fai presto!» gridarono gli
altri tre che venivano dopo di lui.
Ma quello avanzava togliendosi la cintura, e si richiuse la porta alle
spalle.
Gli uomini, adesso, guardavano il beduino con gelosia, senza neppure
osare parlare. Sentivano che navigava molto lontano, in acque profonde, e
infatti non si girò neppure indietro a guardarli. Attraversò il cortile con
passi incerti, arrivò alla porta della strada e fu sul punto di rovesciare il
fornello, quindi si perse nelle stradine tortuose. Allora, per cercare di cam-
biare argomento, l'uomo dal turbante verde si mise a parlare di leoni, di
mari caldi e di isole lontane, fatte di corallo... così, senza capo né coda.
Il tempo passava. Si udivano i grani d'ambra del rosario urtarsi dolce-
mente, soavemente, mentre gli occhi restavano fissi sulla porticina bassa; il
vecchio tardava, tardava moltissimo a ricomparire...
Il giovane signore indiano si alzò, felice, e tutti si voltarono, sorpresi.
Perché si era alzato? Non avrebbe atteso di stringerla fra le braccia? Sareb-
be andato via? Il viso gli risplendeva, le guance sembravano più sottili. Si
strinse nel mantello, mise la mano sulle labbra e sul cuore, salutò e come
un'ombra attraversò la porta.
«Si è risvegliato...» disse il giovane con gli anelli d'oro alle caviglie;
stava per mettersi a ridere, ma tutti, improvvisamente, furono presi da uno
strano senso di paura e si misero a parlare precipitosamente di mercati di
schiavi ad Alessandria e a Damasco, di perdite e di guadagni... Ma, dopo
poco, ripresero le loro chiacchiere sconce sulle donne e i ragazzi; tiravano
fuori la lingua e si leccavano i baffi.
«Signore, Signore!» mormorò il figlio di Maria. «Dove mi hai con-
dotto? In quale cortile? Per prendere il mio turno dopo quegli uomini? È
questa la più grande vergogna, dammi la forza di sopportarla!»
La fame vinse gli uomini e uno di loro chiamò la vecchia che distribuì il
pane, i granchi e i ceci; portò pure una gran brocca di vino di datteri. Sem-
pre seduti con le gambe incrociate, posarono il cibo in mezzo a loro e si
misero a lavorare di mascelle. Uno di essi ebbe voglia di scherzare e gettò
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un grosso guscio di granchio contro la porta, gridando: «Ehi, vecchio, fai
in fretta!» Tutti scoppiarono a ridere.
«Signore, Signore!» mormorò ancora il figlio di Maria. «Dammi la
forza di non andarmene fino a quando sarà giunto il mio turno!»
Il vecchio dalla barba profumata si voltò verso di lui con aria di pietà e
gli disse:
«Ehi, ragazzo, tu non hai fame, non hai sete? Avvicinati, mangia qual-
cosa per prender forza».
«Sì, per prender forza, infelice», disse ridendo il colosso con il turbante
verde. «Così quando sarà il tuo turno, non farai sentir vergogna a noialtri
uomini!»
Il figlio di Maria arrossì, abbassò il capo e tacque.
«Eccone un altro che sogna», disse il vecchio scuotendo la barba che si
era riempita di mollica di pane e di pezzetti di granchio. «Sogna, per San
Belzebù. Ricordate ciò che vi dico, eccone un altro che si alzerà e se ne
andrà!»
Il figlio di Maria, preso dal terrore, si guardò attorno. Aveva forse ragio-
ne l'Indiano a dire che tutto quello, i cortili, i melograni, i fornelli, le perni-
ci, gli uomini, altro non erano che un sogno? Era forse ancora sotto il ce-
dro a sognare?
Si girò, come per cercare aiuto, e sulla porta della strada, in piedi, di
fronte al cipresso maschio, vestita di bronzo, tutta armata, immobile, vide
la sua compagna con la testa d'aquila e, per la prima volta, guardandola, si
sentì rassicurato e sollevato.
Il vecchio, ansimando, uscì e fu l'uomo dal turbante verde a entrare.
Passarono ore e fu la volta del giovane con anelli d'oro alle caviglie, quindi
quella del vecchio con il rosario d'ambra. Il figlio di Maria rimase solo, nel
cortile, ad aspettare. Il sole tramontava e due nuvole, che passavano in alto
nel cielo, si fermarono e si tinsero d'oro; una leggera nebbia dorata cadde
sugli alberi, sui visi degli uomini e sulla terra.
Il vecchio dal rosario d'ambra uscì, si fermò un attimo sulla soglia, si
asciugò gli occhi, il naso e le labbra bagnate si trascinò, ricurvo, verso la
porta.
Il figlio di Maria si alzò; si girò verso i cipressi, e la sua compagna si
mosse pure lei per seguirlo. Stava per parlarle, per supplicarla: aspettami
fuori, voglio restare solo, non fuggirò, ma, lo sapeva, avrebbe parlato inva-
no, e rimase muto. Strinse la cinghia in vita, alzò gli occhi, vide il cielo,
esitò ma poi udì una voce roca e incollerita giungere dalla camera: «C'è
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ancora qualcuno? Che entri!» Era Maddalena che chiamava. Radunò tutte
le sue forze avanzò; la porta era socchiusa, entrò tremando.
Maddalena, distesa sul letto, completamente nuda, in un bagno di sudo-
re, i capelli sparsi sui cuscini, le braccia piegate sotto la testa, il viso girato
verso il muro, sbadigliava. Era stanca d'aver lottato con gli uomini dall'-
alba; il suo corpo, i capelli e le unghie erano impregnati di profumi di tutti
i paesi; la braccia, il petto e i seni erano coperti di morsi..
Il figlio di Maria abbassò gli occhi. Era rimasto in piedi in mezzo alla
camera e non riusciva ad avanzare. Maddalena, il viso rivolto al muro,
immobile, aspettava, ma non udì alle sue spalle nessun borbottare d'uomo
che si sveste, nessun respiro ansimante. Ebbe paura, girò bruscamente la
testa per guardare e gettò un grido, afferrò il lenzuolo e vi si avvolse den-
tro.
«Tu! Tu!» gridò e si coprì con le mani occhi e bocca.
«Maria», lui disse, «perdonami.»
Roca, stridula, come se tutte le fibre della sua gola si stessero rom-
pendo, Maria scoppiò in una risata.
«Maria», ripeté, «perdonami.»
Allora lei si rizzò sulle ginocchia, strettamente avvolta nel lenzuolo e
alzò il pugno:
«È per questo che sei venuto, ragazzo mio? È per questo che ti sei me-
scolato ai miei amanti, per prendermi in giro, per entrare nella mia casa?
Per vedermi qui, fra le mie lenzuola ancora calde, spauracchio di Dio?
Arrivi tardi, più che tardi, ragazzo mio. E del tuo Dio me ne infischio, m'ha
spezzato il cuore!»
Parlava, gemeva, e il suo petto, nella collera, palpitava sotto il lenzuolo.
«M'ha spezzato il cuore!... M'ha spezzato il cuore...» gemette ancora, e
due lacrime le sprizzarono dagli occhi restandole attaccate alle ciglia.
«Non bestemmiare, Maria, la colpa è mia, non di Dio. È per questo che
sono venuto, per chiederti di perdonarmi.»
Maddalena scoppiò:
«Il tuo Dio ha la tua brutta faccia, siete una cosa sola tutti e due, non ve-
do la differenza. Quando arriva, di notte, mentre penso a lui - maledetto
quel momento! - guarda, è proprio così, è con la tua faccia che viene su di
me, nel buio. E se succede - maledetto quel momento! - che io t'incontri
per strada, mi pare di vedere ancora Dio che si getta su di me».
Tese il pugno.
«Lascia stare Dio», gridò, «vattene e che non ti veda più. Non ho che un
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solo rifugio, una sola consolazione, è il fango! Una sola sinagoga in cui
entrare per pregare e per purificarmi, ed è il fango!»
«Maria, ascolta, lasciami parlare, non disperarti. È per questo che sono
venuto, sorella mia, per tirarti fuori dal fango. I miei peccati sono numero-
si e vado nel deserto per espiarli; i miei peccati sono numerosi, ma il più
pesante è la tua infelicità, Maria.»
Maddalena, con rabbia, parve voler graffiare con le sue unghie appunti-
te il visitatore inatteso, quasi volesse lacerargli le guance.
«Che infelicità?» gridò. «La mia vita è felice, molto felice, non ho biso-
gno che la tua santità mi compianga! Lotto da sola e non chiedo aiuto né
agli uomini, né ai demoni, né a Dio. Lotto per liberarmi e mi libererò.»
«Liberarti da chi, da che cosa?»
«Non dal fango, come tu credi, che esso sia benedetto! È in esso che
son riposte tutte le mie speranze, per me è la strada della liberazione.»
«Il fango?»
«Il fango, la vergogna, la sporcizia, questo letto che vedi, il corpo che
vedi, morsicato, insozzato da tutte le salive, i sudori, le sporcizie del mon-
do! Non mi guardare cosi, con i tuoi occhi da pecora affamata, non avvi-
cinarti, vigliacco! Non voglio saperne di te, mi fai schifo, non toccarmi.
Per dimenticare un uomo, per liberarmi, mi sono data a tutti gli uomini.»
Il figlio di Maria abbassò il capo.
«È colpa mia», ripeté con voce soffocata. Afferrò la cinghia che gli ser-
viva da cintura, ancora chiazzata di macchie di sangue. «È colpa mia, per-
donami, sorella, ma pagherò il mio debito.»
Una risata selvaggia lacerò nuovamente la gola della donna.
«'È colpa mia... è colpa mia, sorella... sono io che ti salverò...' Beli così
pietosamente, invece di levare il capo come un uomo e di confessare la
verità. Brami il mio corpo, non osi dirlo e parli della mia anima; vuoi sal-
varla, come stai dicendo! Che anima, sventato? L'anima della donna è la
carne, lo sai, lo sai, ma non osi stringerla fra le mani, come un uomo,
quest'anima, per baciarla! Per baciarla e per salvarla! Mi fai compassione e
schifo!»
«Sette demoni ti possiedono, impudica!» gridò allora il giovane. Dalla
vergogna era arrossito fino alla radice dei capelli. «Il tuo povero padre
aveva ragione!»
Maddalena sussultò, raccolse i capelli con collera, li arrotolò e li legò
con un nastro di seta rossa. Restò in silenzio per un po'. Alla fine le sue
labbra si mossero:
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«Non sono sette demoni, figlio di Maria, non sono sette demoni, sono
sette piaghe; la donna è una cerbiatta ferita che non ha altra gioia, disgra-
ziata lei, che quella di leccarsi le ferite...»
I suoi occhi si riempirono di lacrime. Se le asciugò bruscamente, con il
palmo della mano e si lasciò andare.
«Perché sei venuto qui e resti accanto al mio letto? Che cosa vuoi da
me? Vattene!»
Il giovane fece ancora un passo, si avvicinò:
«Maria, ricorda quand'eravamo ancora bambini...»
«Non mi ricordo! Che specie di uomo sei? Fino a quando ti colerà la
bava, non hai vergogna? Non hai mai avuto il coraggio di startene in piedi,
da solo, come un uomo, e di non aver bisogno di nessuno; o ti appendi alle
sottane di tua madre, o alle mie, o a quelle di Dio! Non puoi rimanere solo,
perché hai paura, non osi guardare la tua anima in faccia, e neppure il tuo
corpo, perché hai paura! Hai paura, hai paura, povero disgraziato. Mi fai
schifo, mi fai pietà e, quando penso a te, mi si spezza il cuore!»
Non ne poteva più e scoppiò in singhiozzi. Si asciugò gli occhi con
rabbia, ma il suo belletto non smetteva di venir giù con le lacrime e di
sporcare le lenzuola.
Il cuore del giovane palpitò. Ah! se non avesse avuto paura di Dio
l'avrebbe presa fra le braccia, le avrebbe asciugato le lacrime e accarezzato
i capelli per calmarla, e poi se ne sarebbe andato via con lei!
Solo così avrebbe potuto salvarla, non con preghiere e digiuni nei mo-
nasteri. Che cosa se ne sarebbe fatta lei, di quelli, come avrebbero potuto
salvarla? Portarla via da quel letto, andarsene con lei, aprire una bottega in
un villaggio lontano, vivere come marito e moglie, avere dei bambini, sof-
frire, essere felice, come tutti gli uomini... Ecco la strada della salvezza per
la donna, la salvezza a fianco dell'uomo. Non ne esisteva altra!
La notte scendeva. Si udirono dei colpi di tuono in lontananza, un lam-
po entro dalla fessura della porta e, per un istante, illuminò il viso livido di
Maria. Si udì nuovamente il tuono, più vicino. Il cielo si abbassava sulla
terra, carico d'angoscia. Il giovane provò, di colpo, una grande stanchezza,
le ginocchia gli si piegarono e sedette in terra, con le gambe incrociate. Un
odore nauseante lo colpì in pieno viso, un odore di muschio, di sudore, di
caprone, e si strinse la gola con la mano per non vomitare.
Udì la voce di Maria, nell'oscurità:
«Gira la testa, devo scendere per accendere la lampada e sono nuda».
«Me ne vado», disse il giovane a bassa voce. Radunò tutte le sue forze e
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si alzò.
Ma Maria fece finta di non aver inteso:
«Guarda se c'è ancora qualcuno nel cortile; digli di andar via».
Il giovane aprì la porta e mise fuori la testa. L'aria era diventata scura,
grosse gocce di pioggia, rade, picchiettavano sulle foglie del melograno, il
cielo pesava sulla terra come se stesse per cadere.
La vecchia, con il fornello acceso, si era riparata contro il cipresso,
mentre le gocce cadevano sempre più fitte.
«Nessuno», disse il giovane. Chiuse svelto la porta. Il temporale, ades-
so, era scoppiato in pieno.
Maddalena, intanto, si era alzata dal letto e si era avvolta in un caldo
scialle di lana ricamato con figure di leoni e cerbiatte. Gliel'aveva regalato,
quel mattino, uno dei suoi amanti, un arabo.
Le sue spalle e la schiena ricevettero con piacere il dolce calore del-
l'indumento. Si rizzò sulla punta dei piedi e staccò la lampada dal muro.
«Nessuno», ripeté il giovane, con tono raddolcito. «E la vecchia?»
«È sotto il cipresso. È scoppiato il temporale.» Maria si precipitò nel
cortile, scorse il fornello acceso, si avvicinò.
«Vecchia Noemi», disse allungando la mano verso il catenaccio della
porta, «prendi il tuo fornello e i tuoi granchi e vattene. Metto il catenaccio,
stasera non ricevo più nessuno!»
«Hai il tuo amante dentro?» sibilò la vecchia, furiosa di perdere i suoi
clienti notturni.
«Sì», rispose Maria, «è dentro, vattene!»
La vecchia si alzò borbottando e radunando i suoi utensili.
«Bella roba quel ragazzo! Uno straccione...» bisbigliò in tono di scher-
no. Ma Maria la spinse via, aveva fretta; chiuse bene la porta che dava sul-
la strada. Il cielo si era aperto e si rovesciava per intero nel cortile. Gridò
di gioia, come quando era bambina e guardava le prime piogge; quando
rientrò, il suo scialle era inzuppato.
Il giovane si fermò, indeciso, in mezzo alla camera. Andare via? Resta-
re? La sua mente vaneggiava...
«Gesù, piove a catinelle; certamente è tutto il giorno che non mangi;
aiutami ad accendere il fuoco, prepareremo qualcosa...»
La sua voce era tenera e premurosa, come quella di una madre.
«Me ne vado», disse il ragazzo, girandosi verso la porta.
«Rimani a mangiare con me», disse Maddalena come impartendo un or-
dine. «Ti fa schifo? Hai paura di sporcarti a mangiare con una prostituta?»
76
Il giovane si chinò sul focolare, davanti agli alari; prese dei ceppi e del-
le fascine ammucchiati in un angolo e accese il fuoco.
Maddalena sorrideva, si era ammansita. Versò dell'acqua in una marmit
ta e la posò sugli alari; prese da un sacco appeso al muro due grosse man-
ciate di fave e le gettò nell'acqua. Si inginocchiò davanti al fuoco acceso e
tese l'orecchio; fuori il cielo dava libero sfogo alle sue cateratte.
«Gesù», disse allora a voce bassa, «mi hai domandato se mi ricordavo
di quando eravamo piccoli e giocavamo...»
Ma il giovane, inginocchiato pure lui davanti al focolare, fissava il fuo-
co mentre il suo spirito vagava lontano. Come se avesse già raggiunto il
monastero del deserto e vestita la tunica immacolata, passeggiava per spazi
solitari e il suo cuore, come un pesciolino d'oro radioso, nuotava nelle
acque calme e profonde di Dio. Fuori c'era la fine del mondo, ma dentro
lui la pace, la tenerezza, la sicurezza.
«Gesù», udì nuovamente la voce accanto a lui, «mi hai chiesto se mi
ricordavo di quando eravamo piccoli e giocavamo insieme...»
Il viso di Maddalena risplendeva come ferro rovente, alla luce delle
fiamme. Ma il giovane, dall'abisso del deserto in cui era sprofondato, non
udì.
«Gesù», riprese la donna. «Tu avevi tre anni e io un anno più di te.
C'erano tre scalini davanti alla porta di casa mia, io ero seduta su quello
più alto e ti guardavo faticare per delle ore, cadere e rialzarti, senza riuscire
a salire nemmeno sul primo. E io non ti tendevo neppure la mano per
aiutarti: volevo che mi raggiungessi, ma che prima soffrissi molto... Ti
ricordi ?»
Un demone, uno dei sette demoni, la spronava a parlare per tentare
l'uomo.
«Dopo ore di sforzi riuscivi a issarti sul primo gradino e allora faticavi
per raggiungere il secondo... poi il terzo, dove io ero seduta, immobile, ad
aspettarti. Dopo...»
Il giovane trasalì, tese una mano.
«Taci», gridò, «non continuare!»
Ma il viso della donna era raggiante, le fiamme le carezzavano le so-
pracciglia, le labbra, il mento, il petto scoperto. Prese un pugno di foglie
d'alloro e le gettò nel fuoco, sospirando.
«Dopo, mi prendevi per mano, mi prendevi per mano, Gesù. Entravamo
e andavamo a distenderci sulla ghiaia del cortile, univamo da punta a punta
le piante dei nostri piedi nudi, sentivamo il calore dei nostri due corpi me-
77
scolarsi, lo sentivamo salire dai piedi alle nostre cosce, dalle cosce alle
reni, chiudevamo gli occhi...»
«Taci», gridò ancora il giovane. Allungò una mano per chiuderle la
bocca, ma si trattenne, perché ebbe paura di toccare le sue labbra.
La donna abbassò la voce e sospirò.
«Non ho mai provato in tutta la mia vita dolcezza più grande», mor-
morò, poi aggiunse: «E questa dolcezza che cerco da allora, di uomo in uo-
mo, è questa dolcezza, Gesù, e non la ritrovo...»
Il giovane nascose il viso fra le ginocchia. «Adonai», mormorò, «Ado-
nai, vieni a soccorrermi!»
Nella camera calda e tranquilla non si udiva che il fuoco che divorava il
legno e fischiava e il cibo che stava cuocendo a fuoco lento e mandava un
buon odore; fuori l'acqua scrosciante si riversava dal cielo con fracasso, la
terra languida le offriva il suo seno.
«Gesù, a che cosa pensi ?» chiese Maddalena. Ora non osava più guar-
darlo in faccia.
«A Dio», rispose lui con voce soffocata, «a Dio, ad Adonai...»
Appena l'ebbe detto, si pentì d'aver pronunciato il suo santo nome in
quella casa.
Maddalena si rialzò di colpo, cominciò ad andare avanti e indietro fra il
focolare e la porta, il suo spirito si era scatenato.
«Eccolo», pensava, «eccolo il grande nemico, è lui che ci mette sempre
i bastoni fra le ruote, è cattivo, geloso, non ci concede di essere felici.» Si
fermò dietro alla porta e tese l'orecchio; il cielo tuonava, l'uragano furoreg-
giava, i melograni del cortile sbattevano uno contro l'altro al punto da
schiantarsi.
«Non piove più», disse.
«Me ne vado», disse il giovane e si alzò.
«Mangia prima, per prender forza; dove vuoi andare a quest'ora? È
notte profonda, piove.»
Staccò dal muro una stuoia rotonda e la distese in terra. Prese la mar-
mitta, aprì un armadietto scavato nel muro, ne tirò fuori un pezzo di pane
d'orzo abbrustolito e due piatti di terracotta.
«Ecco il pasto della prostituta», disse. «Se non ti ripugna, o uomo pio,
mangia.»
Il giovane aveva fame, allungò veloce una mano; la donna si mise a
ridere.
«Mangi così, senza nemmeno dire una preghiera? Per ringraziare Dio
78
che dà il pane, le fave e le prostitute?» Il boccone quasi strozzò il giovane.
«Maria», disse. «Perché mi odi? Perché mi tenti? Guarda, stasera divido
il pane con te, ci siamo riconciliati; ciò che è fatto è fatto; perdonami. È
per questo che sono venuto.»
«Mangia, invece di piagnucolare. Prenditi il perdono con la forza, se
non ti viene accordato, sei un uomo.»
Ella prese il pane, Io divise, e poi scoppiò a ridere.
«Benedetto», disse, «il nome di Colui che concede al mondo il pane, le
fave e le prostitute. E i pii visitatori!»
Inginocchiati l'uno di fronte all'altra, sotto la luce della lampada, non
dissero più nulla; avevano fame tutti e due, avevano combattuto molto tutti
e due, mangiavano per riprender forza.
Fuori la pioggia cominciava a calmarsi. Il cielo ora splendeva, la terra
era sazia; non si udiva più che il gorgoglio dei ruscelli che scorrevano alle-
gramente sui ciottoli del villaggio.
Finirono il loro pasto; nella piccola madia vi era ancora un sorso di vi-
no, lo bevvero, e mangiarono pure dei datteri ben maturi. Rimasero a lun-
go in silenzio, guardando il fuoco che stava per spegnersi; la loro mente
andava e veniva, danzava al ritmo delle ultime faville.
Il giovane si alzò, mise altri ceppi nel focolare, faceva freddo. Madda-
lena prese ancora una manciata di foglie di alloro, le gettò nel fuoco, la
stanza cominciò a riempirsi di profumo. Andò alla porta e l'aprì; si era al-
zato il vento, le nuvole si erano già disperse e due grosse stelle risplen-
devano, limpide, sul cortile.
«Piove sempre?» chiese il giovane. Era ancora in piedi, il mezzo alla
stanza, indeciso.
Maddalena non rispose. Srotolò una stuoia, tirò fuori dal suo cassone
delle grosse coperte di lana e delle lenzuola, regali dei suoi amanti, e
preparò il giaciglio davanti al fuoco.
«Dormirai qui», disse. «Fa freddo, sì è alzato il vento ed è quasi mezza-
notte. Dove andrai? Gelerai; dormirai qui accanto al fuoco.»
Il giovane rabbrividì.
«Hai paura? Non aver paura, mia bianca colomba, non attenterò al tuo
candore.»
Mise altra legna sul fuoco e abbassò il lucignolo della lampada a olio.
«Dormi tranquillo», disse. «Domani avremo tutti e due imito da fare; tu
riprenderai la strada alla ricerca della tua liberazione e io prenderò un altro
cammino, il mio, per cercare io pure la mia liberazione. A ciascuno il pro-
79
prio cammino; mai più ci incontreremo. Buona notte!»
Si gettò sul letto e nascose la testa fra i guanciali. Per tutta la notte mor-
se le lenzuola per trattenersi dal gridare e dal piangere, con il timore che
l'uomo che dormiva accanto al fuoco potesse udirla, avesse paura e se ne
andasse. Lo udì respirare tranquillamente, con la serenità di un bimbo che
ha appena poppato. Ma lei rimase sveglia, gemeva piano con lunghi sin-
ghiozzi teneri che provenivano dal profondo e lo cullava come una madre.
Il mattino, all'alba, attraverso gli occhi socchiusi, lo vide alzarsi, strin-
gersi in vita la cinta di cuoio, aprire la porta e improvvisamente fermarsi.
Egli voleva partire, ma ora non lo voleva più. Il giovane si voltò, guardò il
letto, esitando fece un passo e si avvicinò. Non c'era ancora molto chiarore
nella camera; si chinò come se avesse voluto vederla, toccarla. La mano
sinistra era infilata nella cintura e con la destra si teneva il mento e la
bocca.
La donna, distesa, immobile, con i capelli che nascondevano il petto nu-
do, lo osservava attraverso le ciglia, con il corpo che le tremava.
Il giovane mosse appena le labbra:
«Maria...»
Nell'udire la propria voce, fu assalito dalla paura; in un balzo fu sulla
soglia, attraversò in fretta il cortile, aprì il catenaccio della porta...
Allora Maria Maddalena si alzò bruscamente sul letto, gettò le lenzuola
di lato, e si mise a piangere.

Oltre il lago di Genezareth, nel deserto, appollaiato come un nido d'a-


quile fra rocce rosse e grigie e costruito con pietre rosse e grigie, si ergeva
il monastero. Era mezzanotte. L'acqua veniva giù dal cielo pesante, com-
patta, come un diluvio; le iene, i lupi, gli sciacalli, più in là una coppia di
leoni, urlavano, terrorizzati dagli ininterrotti colpi di tuono. Il monastero,
inghiottito da un'impenetrabile oscurità, era striato di tanto in tanto dai
lampi; si sarebbe detto che il Dio del Sinai lo stesse frustando. I monaci,
prostrati con il viso al suolo nelle loro celle, pregavano Adonai di non
sommergere la terra per la seconda volta. Non aveva forse dato la sua pa-
rola al patriarca Noè? Non aveva forse steso, dalla terra al cielo, l'arco-
baleno in segno di pace?
Solo nella cella dell'igùmeno era acceso il candelabro a sette braccia.
Gioacchino, l'igùmeno, era seduto sull'alto scanno di legno di cipresso,
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magro, ansimante, con la barba bianca che gli cadeva come una cascata sul
petto, le braccia incrociate, gli occhi chiusi, e ascoltava. Ascoltava Giovan-
ni, il giovane novizio, in piedi davanti a un leggio, che gli leggeva il pro-
feta Daniele.
«Una visione notturna mi è piombata addosso; ho visto i quattro venti
del cielo gettarsi sul Grande Mare e quattro grandi bestie, una differente
dall'altra, ne sono uscite. La prima somigliava a un leone e aveva grandi ali
d'aquila; l'ho guardata fino al momento in cui le hanno strappato le ali,
l'hanno rizzata sulle zampe posteriori, come se fosse stata un uomo e le
hanno conficcato in petto un cuore d'uomo. Ed ecco apparire una seconda
bestia somigliante a un orso; qualcuno le ha gridato: 'Mangiacarne a
sazietà!' Guardavo ed ecco una terza bestia che pareva un leopardo, con
quattro ali sul dorso, come fosse stata un uccello; questa bestia aveva
quattro teste e le fu dato il potere...»
Il novizio si fermò, si girò inquieto e guardò l'igùmeno. Non l'udiva più
sospirare né conficcare le unghie nel legno dello scanno; non udiva più
neppure il suo respiro. Era forse morto? Erano giorni ormai, che rifiutava il
cibo, era in collera con Dio e voleva morire, così aveva dichiarato aperta-
mente ai monaci, affinché la sua anima si scaricasse del peso del corpo e
potesse salire in cielo, andare a trovare Dio. L'igùmeno Gioacchino doveva
lamentarsi con Dio, doveva vederlo, parlargli; ma il suo corpo era come
piombo, gli impediva di salire, e solo abbandonandolo in terra lui, il vero
Gioacchino, sarebbe riuscito a giungere in cielo e presentare le sue lamen-
tele a Dio. Aveva un debito, non era egli uno dei Padri d'Israele? Il popolo
ha bocca ma non ha voce, non può levarsi di fronte a Dio e dirgli i suoi
dolori; ma lui, Gioacchino, poteva e doveva farlo.
Il novizio lo guardava; sotto il candelabro la testa dell'igùmeno, scarna
come un vecchio legno mangiato dai vermi, macchiata dal sole e dai digiu-
ni, assomigliava agli antichi crani di animali feroci, lavati dalle piogge,
quelli che a volte le carovane trovano nel deserto! Che visione aveva dun-
que avuto quella testa, quante volte il cielo si era spalancato davanti a essa
e quante pure l'abisso degli Inferni! Il suo cervello era una scala di Gia-
cobbe su cui salivano e scendevano tutte le speranze e tutte le angosce
d'Israele!
L'igùmeno aprì gli occhi. Vide il novizio, livido, davanti a sé. Alla luce
della lampada, la bionda peluria delle sue guance aveva un riflesso pallido,
verginale, i suoi grandi occhi erano pieni di turbamento e di dolore.
Il viso austero dell'igùmeno si raddolcì; amava molto quel giovane di
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nobile stirpe, l'aveva strappato al padre, il vecchio Zebedeo, l'aveva portato
con sé e consegnato a Dio. Amava la sottomissione di quel ribelle, le sue
labbra silenziose e i suoi occhi insaziabili, la sua dolcezza e il suo calore.
«È lui», pensava, «che un giorno parlerà con Dio; ciò che non ho potuto
fare io lo farà lui e delle due piaghe che ho sulle spalle ne farà delle ali; da
vivo io non sono salito in cielo, lui vi salirà.»
Un giorno era venuto al monastero con i suoi genitori, per festeggiare la
Pasqua, l'igùmeno era un lontano parente di Zebedeo, li aveva ricevuti con
gioia, li aveva fatti sedere a tavola. Durante il pasto, Giovanni, che aveva
appena sedici anni, sentì, mentre era chino, lo sguardo dell'igùmeno cadere
sul suo capo, spalancarne le ossa e penetrare, attraverso le giunture del cra-
nio, nel suo cervello. Ne fu terrorizzato, alzò gli occhi e i due sguardi si in-
contrarono sopra la tavola pasquale... Da quel giorno, la sua barca da pes-
ca, lo stesso lago di Genezareth, erano diventati troppo piccoli per lui, so-
spirava, deperiva finché il vecchio Zebedeo ne ebbe abbastanza. «Non hai
l'indole del pescatore», gli gridò, «se pensi a Dio, vai al monastero, allora!
Avevo due figli, e Dio ha voluto dividerli con me. Va bene, dividiamoceli,
e accontentiamolo!»
L'igùmeno vedeva il giovane restare in piedi davanti a lui, muto, voleva
rimproverarlo ma, guardandolo, il suo viso si raddolcì.
«Perché ti sei fermato, figliolo?» gli domandò. «Hai abbandonato la vi-
sione a metà e non puoi farlo. È un profeta, gli si deve rispetto.»
Il giovane arrossì, spiegò il manoscritto di pelle sul leggio e riprese la
lettura con voce monotona, salmodiando:
«Quindi, nella mia visione notturna, ho visto un quarto animale, spa-
ventoso, ripugnante e di una forza tremenda; aveva grossi denti di ferro,
divorava, faceva a pezzi e gettava a terra tutto ciò che rimaneva; non asso-
migliava a nessuna delle altre bestie e aveva dieci corna...»
«Basta», disse l'igùmeno, «basta così.»
Il giovane si spaventò udendo quella voce e il testo sacro rotolò sulle
lastre del pavimento. Lo raccolse, vi appoggiò le labbra e andò in un ango-
lo con gli occhi fissi sul vegliardo. Questi, con le unghie conficcate nello
scanno, gridava:
«Tutte le tue profezie, Daniele, si sono avverate; le bestie sono passate
tutte e quattro sopra di noi. È passato il leone dalle ali d'oro e ci ha dila-
niati; l'orso che si alimenta della carne degli Ebrei e ci ha divorati; il leo-
pardo a quattro teste e ci ha addentato, a est e a ovest, a nord e a sud; la
bestia infame dalle dieci corna, quella che è in agguato sopra di noi, non è
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passata ancora ma non è neanche andata via. Tutte le ignominie e tutti gli
spaventi che ci avevi promesso nelle tue profezie, Signore, ce le hai man-
date, non è vero? Ma hai predetto anche il bene, perché non lo mandi?
Perché ne sei così avaro? Ci hai dato disgrazie con munificenza, dacci
dunque con munificenza anche le tue grazie! Dov'è il Figlio dell'uomo che
ci hai promesso? Leggi, Giovanni!»
Il giovane abbandonò l'angolo in cui si era ritirato e, con il manoscritto
sul petto', s'avvicinò al leggio e riprese a leggere. Ma la sua voce, ora, era
diventata selvaggia, come quella del vecchio:
«Stavo in contemplazione delle mie visioni notturne ed ecco, sopra le
nuvole del cielo, è arrivato qualcuno che somigliava a un Figlio d'uomo;
avanzò e fu fatto avvicinare al grande vecchio. Gli furono dati la potenza,
il regno e la gloria, e tutti i popoli, tutte le nazioni e tutti gli uomini di tutte
le lingue lo servivano. La sua potenza è una potenza eterna che non avrà
mai fine e il suo regno è indissolubile».
L'igùmeno non poté più trattenersi; lasciò lo scanno, fece un passo, un
altro, raggiunse il leggio ed ebbe appena il tempo di appoggiare la mano
sul manoscritto sacro che divenne più sicuro.
«Dov'è il Figlio dell'uomo che ci hai promesso? L'hai detto, sì o no?
Non puoi negarlo; è scritto qui!» Batteva con collera e giubilo sulla profe-
zia. «È scritto qui! Rileggi, Giovanni!»
Ma il novizio non ne ebbe il tempo: l'igùmeno aveva fretta, gli strappò
il testo dalle mani, l'alzò in alto, bene in luce, e senza neppure guardarlo si
mise a urlare con voce trionfale:
«Gli furono date la potenza, il regno e la gloria, e tutti i popoli, tutte le
nazioni e tutti gli uomini di tutte le lingue lo servivano. La sua potenza è
una potenza eterna che non avrà mai fine e il suo regno è indissolubile...»
Lasciò il manoscritto aperto sul leggio e si diresse verso la finestra, per
guardare la notte.
«Dov'è dunque il Figlio dell'uomo?» Contemplava la notte e gridava.
«Non ti appartiene più, è nostro, poiché ce lo hai promesso! Dov'è, affin-
ché tu gli dia la potenza, il regno e la gloria, affinché il tuo popolo, il po-
polo d'Israele, comandi l'universo? La nostra nuca è intorpidita a furia di
guardare il cielo e di aspettare che si spalanchi. Quando? Quando? Perché
ce lo dici e ripeti con insistenza? Lo sappiamo, per te un istante è come
mille anni dei nostri, ma se tu sei giusto, o Signore, misura il tempo con la
misura umana e non con la tua, questa è giustizia!»
Si appoggiò alla finestra, tese il collo, guardò. Le tenebre e i lampi si
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erano fatti più radi, ma l'acqua continuava a cadere con grande frastuono
sulle rocce ai fianchi del monastero. I fichi d'India, ogni volta che
venivano colpiti dalla luce d'un lampo, sembravano contorcersi, subire una
metamorfosi e diventare un esercito di storpi che alzavano verso il cielo i
loro moncherini lebbrosi.
L'igùmeno irrigidì la sua anima e il suo corpo e ascoltò: udì nuovamente
le belve del deserto ululare in lontananza, non avevano fame, avevano
paura. E il ruggito di una copriva ogni altro suono, avvicinandosi nelle te-
nebre in un turbine di fuoco e di vento... E mentre l'igùmeno ascoltava i ru-
mori del deserto, sussultò, si girò e guardò; qualcuno, anche se invisibile,
era appena entrato nella sua cella! Le sette fiammelle del candelabro oscil-
larono e furono sul punto di spegnersi e le nove corde dell'arpa, che era
rimasta appoggiata in un angolo, vibrarono, come se una mano invisibile,
furiosa, le avesse afferrate per spezzarle. L'igùmeno cominciò a tremare.
«Giovanni», disse a bassa voce, guardandosi intorno, «Giovanni, vieni
vicino a me.»
Il giovane balzò fuori dal suo angolo e si avvicinò. «Comanda, vec-
chio», disse, e mise un ginocchio in terra per prosternarsi.
«Giovanni, vai a chiamare i monaci; bisogna che parli loro prima di
andarmene.»
«Prima di andartene, vecchio?» disse il giovane rabbrividendo e scorse
dietro al vegliardo due grandi ali nere sbattere.
«Me ne vado», disse l'igùmeno, con una voce che pareva giungere da
lontano, «me ne vado! Non hai visto oscillare le sette fiamme, in procinto
di abbandonare il lucignolo? Non hai sentito vibrare le nove corde del-
l'arpa, in procinto di rompersi? Me ne vado, Giovanni, va' a chiamare in
fretta i monaci, voglio parlare loro, subita»
Il giovane chinò la testa e sparì. L'igùmeno rimase in piedi in mezzo
alla cella, sotto il candelabro a sette braccia; ora era solo con Dio, poteva
parlargli liberamente, nessun essere umano l'avrebbe udito. Rialzò tran-
quillamente la testa, sapeva che Dio era davanti a lui.
«Vengo», gli disse, «vengo. Perché entri nella mia cella e cerchi di
spegnere la luce, di rompere l'arpa e di portarmi via? Vengo, non solo per
la tua volontà ma anche per la mia; vengo e ho nelle mani le tavolette sulle
quali vi sono scritti i rimproveri del mio popolo; voglio vederti e parlarti.
Lo so, non odi, fai finta di non udire, ma batterò alla tua porta finché mi
aprirai, e se non mi apri, nessuno è qui ad ascoltarmi, butterò giù la tua
porta! Sei feroce, ami i feroci, solo loro li chiami figli. Finora ci pro-
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sternavamo, piangevamo, dicevamo: che sia fatta la tua volontà! Ma non
ce la facciamo più, Signore, fino a quando dovremo aspettare? Sei feroce,
ami i feroci, diventeremo feroci. Che sia fatta la nostra volontà, per una
volta!»
L'igùmeno parlava e tendeva l'orecchio nel vuoto per ascoltare. Ma la
pioggia si era calmata e i tuoni si allontanavano. Sulla testa bianca del
vecchio le sette fiamme splendevano immobili.
L'igùmeno tacque, attese: attese per un po' che le fiamme si movessero
e che l'arpa vibrasse, ma non accadde nulla.
Il vecchio scosse la testa. «Maledetto sia il corpo dell'uomo», mormorò,
«è lui l'ostacolo che non permette all'anima di vedere e di udire l'Invisibile.
Fammi morire, Signore, affinché io possa stare davanti a te, liberato dalla
prigione della carne e tu mi parli e io ti ascolti!»
Nel frattempo la porta della cella si era aperta silenziosamente e i
monaci entravano in fila, non del tutto svegli, vestiti di bianco, come fan-
tasmi. Si misero con la schiena contro il muro e attesero; avevano udito le
ultime parole dell'igùmeno e il loro sangue si era raggelato. «Parla con
Dio, litiga con Lui, ora ci cadrà addosso il fulmine!» pensavano fra sé e sé;
e aspettavano, tremanti.
L'igùmeno guardava, ma il suo sguardo era altrove, non vedeva; il
novizio gli si avvicinò e si prosternò.
«Vecchio», disse a bassa voce per non turbarlo, «vecchio, Sono qui.»
L'igùmeno udì la voce del suo discepolo, si girò e li vide. Abbandonò il
centro della cella, si mise a camminare lentamente, mantenendo il suo cor-
po moribondo più eretto possibile, e raggiunse lo scanno; salì sul gradino
più basso e si fermò. Al suo braccio, l'amuleto che portava scritte le parole
sacre si slacciò. Il novizio si precipitò e glielo legò di nuovo, ben stretto;
non si era sporcato, toccando il suolo. L'igùmeno, con un gesto lento, prese
di fianco allo scanno il suo bastone sacerdotale dal manico d'avorio. Pa-
reva avesse ritrovato le forze, raddrizzò nervosamente la testa e osservò i
monaci, in fila contro il muro.
«Monaci», disse, «devo parlarvi, per l'ultima volta. Aprite le orecchie e
chi ha sonno se ne vada! Ciò che devo dire è difficile, bisogna che tutte le
vostre speranze e i vostri timori stiano all'erta, drizzino l'orecchio e rispon-
dano.»
«Ascoltiamo, santo igùmeno», disse il più vecchio del gruppo, il padre
Habacuc, avanzando di un passo e mettendosi la mano sul cuore.
«Ecco le mie ultime parole, monaci; avete la testa dura e parlerò con
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parabole.»
«Ascoltiamo, o santo igùmeno», ripeté padre Habacuc.
«Prima vi furono le ali, dopo è venuto l'angelo!» disse. Si fermò, guardò
con gli occhi socchiusi, uno per uno, i monaci e scosse la testa.
«Perché mi guardate con la bocca aperta, monaci? Tu hai risollevato la
testa e le tue labbra si sono mosse, hai qualche obiezione, vecchio Haba-
cuc?»
Il monaco si mise una mano sul cuore e disse:
«Tu hai detto: 'Prima vi furono le ali, dopo è venuto l'angelo'. Questa
parola non l'abbiamo mai vista nelle Scritture, o santo igùmeno».
«Come avreste potuto vederla, vecchio Habacuc? Il vostro cervello, ahi-
mè, è ancora opaco! Aprite i libri dei profeti e i vostri occhi non possono
vedere che delle lettere. Ma che cosa possono dire le lettere? Sono le nere
sbarre della prigione in cui lo spirito soffoca e grida. Fra le lettere, fra le
righe e tutto attorno, sulla carta bianca, circola liberamente lo spirito; io
circolo con esso, e vi porto la grande notizia. Monaci, prima ci sono le ali,
dopo è venuto l'angelo!»
Il vecchio Habacuc parlò di nuovo:
«Il nostro spirito è una lampada spenta, santo igùmeno; accendila.
Accendila, facci entrare nella parabola, aprici gli occhi».
«Al principio, vecchio Habacuc, era la passione della libertà, la libertà
non esisteva. Ma, improvvisamente, dal fondo della schiavitù, un uomo ha
agitato le braccia cariche di catene, vigorosamente, violentemente, come se
fossero delle ali. Poi ve ne fu un altro, un altro ancora, poi fu il popolo
intero.»
Voci gioiose sorsero per domandare:
«Il popolo d'Israele?»
«Il popolo d'Israele, monaci! Ed ecco il grande, terribile momento che
attraversiamo; la passione per la libertà si è scatenata, le ali si sono messe
a battere perdutamente, il liberatore arriva! Il liberatore arriva, monaci!
Perché di che cosa credete che sia fatto questo angelo della libertà? Della
condiscendenza e della misericordia di Dio? Del suo amore? Della sua giu-
stizia? No, è fatto della pazienza, dell'ostinazione e della lotta dell'uomo!»
«È una pesante responsabilità, un insostenibile peso che affidi all'uomo,
o santo igùmeno», replicò il vecchio Habacuc. «Hai dunque una così
grande fiducia in lui?»
Ma l'igùmeno ignorò la replica, il suo spirito rimaneva fissato sul
Messia.
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«È uno dei nostri figli», gridò, «ed è per questo che le Scritture lo chia-
mano Figlio dell'uomo! Perché, a parer vostro, per generazioni e genera-
zioni, migliaia di uomini e donne d'Israele si sono accoppiati? Per saziare
il loro corpo, per far gioire il loro ventre? No! Quelle migliaia di uomini e
quelle migliaia di donne si uniscono fino a quando nascerà il Messia!»
L'igùmeno picchiò violentemente per terra con il suo bastone.
«Attenzione, monaci! Può arrivare a mezzogiorno, può arrivare nel bel
mezzo della notte. State sempre pronti, lavati, a digiuno, svegli; disgrazia a
voi se vi troverà sporchi, sazi e addormentati!»
I monaci si strinsero l'uno all'altro, senza neppure osare guardare in fac-
cia l'igùmeno: sentivano che, dalla sua testa, si scagliava su di loro una
fiamma selvaggia.
Il moribondo scese dallo scanno, avanzò con passo deciso, si avvicinò
al gruppo dei padri terrorizzati e li toccò, uno per uno, con il suo bastone
sacerdotale.
«Fate attenzione, monaci!» gridò. «Se la passione cede per un istante, le
ali ridiventano catene! Vegliate, lottate, mantenete la torcia, la vostra
anima, accesa giorno e notte! Battete l'aria con le vostre ali, martellatela.
Io ho fretta, me ne vado, vado a parlare con Dio; me ne vado, ecco le mie
ultime parole: battete l'aria con le vostre ali, martellatela!»
Di colpo gli si mozzò il respiro, il bastone sacerdotale gli cadde di ma-
no; delicatamente, il vecchio si piegò in ginocchio e rotolò, senza far ru-
more, sulle lastre del pavimento. Il novizio lanciò un grido e corse per so-
stenerlo. I monaci si agitarono, si chinarono, lo distesero sulle lastre, tira-
rono giù il candelabro a sette braccia e lo deposero di fianco al viso livido
e immobile. La sua barba scintillava, la sua tunica bianca si aprì e mostrò
la veste ruvida coperta da chiodi di ferro aguzzi che ricopriva il petto e il
dorso insanguinato del vecchio.
Il vecchio Habacuc posò la mano sul cuore dell'igùmeno.
«È morto», disse.
«È liberato», disse un altro.
«Le due compagne si sono separate e sono tornate ognuna nel proprio
regno, la carne nella terra, l'anima a Dio», mormorò un altro.
E mentre parlavano e si mettevano a scaldare dell'acqua per lavarlo,
l'igùmeno aprì gli occhi. I monaci indietreggiarono terrorizzati e lo guar-
darono. Il suo viso era raggiante, le mani lunghe e sottili si mossero e i
suoi occhi fissarono, in estasi, il vuoto.
Il vecchio Habacuc s'inginocchiò, posò ancora una volta la mano sul
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cuore dell'igùmeno.
«Batte», mormorò, «non è morto.»
Si girò verso il novizio che era caduto ai piedi del vecchio e li baciava.
«Alzati, Giovanni», disse, «prendi il cammello più veloce e corri a
Nazareth, porta qui il vecchio Simeone, il rabbino. Lui lo guarirà. Svelto, è
l'alba!»
Spuntava il giorno, infatti. Le nuvole si erano disperse, la terra brillava,
lavata di fresco e sazia e guardava il cielo con gratitudine; due sparvieri si
lanciarono verso l'alto e si misero a girare in cerchio sopra il monastero,
per asciugarsi le ali.
Il novizio si passò la mano sugli occhi; scelse il cammello più veloce,
uno giovane, magro, con una stella bianca sulla fronte, lo fece inginoc-
chiare, gli montò in groppa e con un fischio dolce gli diede il segnale. Il
cammello si alzò da terra, si drizzò sulle zampe e si mise a correre a grandi
falcate verso Nazareth.
La luce del mattino illuminava il lago di Genezareth; l'acqua scintillava
al sole, e vicino a riva sembrava meno limpida, per via della terra portata
dalla pioggia della notte. Lontano era di un verde bluastro e più lontano
ancora era bianca come il latte. I barcaioli avevano steso le vele inzuppate
per farle asciugare, altri erano già al largo per andare a pesca. Uccelli ma-
rini, bianchi e rosa, ondeggiavano voluttuosamente sulle acque, mentre dei
cormorani neri, sulle rocce, fissavano il lago con i loro occhi rotondi,
aspettando che un pesce, in un momento di gioia, saltasse e venisse a gio-
care fra la schiuma. Sulla riva, Cafarnao, inzuppata anch'essa, si svegliava;
i galli battevano le ali, si udivano gli asinelli ragliare e i vitellini muggire
teneramente e, fra tutte quelle voci disparate, le parole degli uomini
davano all'atmosfera una nota di sicurezza e di dolcezza.
In un gruppo isolato una decina di pescatori, i piedi appoggiati salda-
mente sui sassi, tiravano lentamente e coscienziosamente le reti, cantando;
li sovrastava il vecchio Zebedeo, il padron,, furbo e chiacchierone.
Faceva finta di amarli tutti come figli e di commiserarli, invece non la-
sciava loro nemmeno tempo di tirare il fiato. Lavoravano per lui a giornata
e l'avido vegliardo non permetteva che le loro braccia si riposassero nep-
pure per un momento.
Ci fu un tintinnio di campanelle, un gregge di capre e di pecore ruzzolò
fin sull'argine, dei cani abbaiarono, qualcuno fischiò. I pescatori si giraro-
no a guardare, il vecchio Zebedeo si alzò in piedi.
«È Filippo con la sua 'filippaglia'!»esclamò innervosito. «Noialtri, occu-
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piamoci delle nostre cose!»
Prese lui stesso la corda in mano, facendo finta di aiutarli.
I pescatori continuavano a uscire dal villaggio, con le reti sulla schiena,
seguiti dalle donne che portavano in equilibrio sulla testa le provviste per
la giornata. I ragazzi, abbronzati, avevano già afferrato i remi e ogni due o
tre colpi davano un morso al loro pezzo di pane secco. Filippo apparve su
uno scoglio e fischiò; aveva voglia di parlare, ma il vecchio Zebedeo,
imbronciato, mise le mani a mo' d'imbuto e gli gridò:
«Abbiamo molto lavoro, Filippo; sii buono, vattene». Gli voltò la
schiena.
«Laggiù, appena più in là, c'è Giona che sta gettando le reti, che vada a
chiacchierare con lui; noi qui, al lavoro, ragazzi!» Afferrò nuovamente un
nodo della corda e si mise ancora a tirare.
I pescatori ripresero il canto triste e monotono del loro lavoro; avevano
tutti gli occhi fissi sulle zucche rosse, le boe, che si stavano sempre più
avvicinando.
Ma nel momento in cui stavano per tirare a riva la rete piena di pesci, si
udì, in lontananza, un vasto brusio riempire la pianura, voci flebili come
per un canto funebre; il vecchio Zebedeo drizzò la sua orecchiaccia pelosa
per ascoltare, mentre i pescatori approfittarono della sua distrazione per
riposarsi.
«Che cosa succede, ragazzi? Sembra un lamento, voci di donne che
intonano un canto funebre», disse Zebedeo.
«Qualcuno di potente è morto, che Dio ti mantenga in vita, padrone»,
gli rispose un vecchio pescatore.
Ma il vecchio Zebedeo si era già arrampicato su uno scoglio e i suoi oc-
chi d'aquila rastrellavano la pianura. Vide uomini e donne correre nei cam-
pi, cadere, rialzarsi, lamentarsi. Il villaggio cominciava a essere tutto sotto-
sopra, le donne passavano strappandosi i capelli, seguite dagli uomini, con
la testa china verso il suolo, silenziosi.
«Che cosa succede, ragazzi?» gridò il vecchio Zebedeo. «Dove andate?
Perché le donne piangono?»
Ma quelli proseguivano per la loro strada, raggiungevano in fretta le
aie, senza rispondere.
«Dove andate? Chi è morto?» urlò Zebedeo agitando le braccia. «Chi è
morto?»
Un ometto tozzo si fermò, ansimante.
«Il grano!» rispose.
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«Non dire sciocchezze! Sono il vecchio Zebedeo, non mi piacciono gli
scherzi, chi è morto?»
«Il grano, l'orzo, il pane!» delle grida gli risposero da tutte le parti.
Il vecchio Zebedeo rimase a bocca aperta; di colpo si batté una manata
su una coscia, aveva capito. «Il diluvio si è portato via il raccolto nelle
aie!» mormorò. «A quei poveretti non rimangono più che gli occhi per
piangere!»
Le grida, ora, coprivano la pianura intera; tutto il villaggio usciva dalle
case, le donne si gettavano in terra nelle aie, si rotolavano nel fango, s'af-
frettavano a raccogliere nelle pozzanghere e nei rivoli d'acqua i pochi
chicchi di grano e d'orzo rimasti. I pescatori avevano le braccia spezzate,
non avevano più forza per tirare a riva le reti; il vecchio Zebedeo s'infuriò
vedendo che essi pure, con le braccia ciondoloni, guardavano verso la
pianura.
«Al lavoro, noialtri, ragazzi!» gridò, scendendo dal suo scoglio. «Issa!»
Riprese la corda in mano e fece finta di tirare. «Noialtri siamo pescatori,
ringraziando Iddio, non contadini; se venisse il diluvio, i pesci sanno nuo-
tare, non annegheranno; due più due fa quattro!»
Filippo lasciò il gregge e saltò, di scoglio in scoglio; aveva voglia di
chiacchierare e si avvicinò.
«È un nuovo diluvio, ragazzi!» gridò. «Fermatevi, in nome del cielo,
per parlare un po'; è la fine del mondo! Contate le catastrofi: l'altro ieri
hanno crocifisso la nostra grande speranza, lo Zelota; ieri Dio ha
spalancato le chiuse del cielo, proprio nel momento in cui le aie erano
piene, togliendoci il pane; e non molto tempo fa una delle mie pecore ha
partorito un agnello a due teste... E la fine del mondo, ve lo dico io,
interrompete il vostro lavoro, per l'amor di Dio, per parlare un po'.»
Il vecchio Zebedeo perse le staffe, il sangue gli salì alla testa.
«Ma lasciaci in pace, Filippo, ti ripeto. Abbiamo un sacco di lavoro noi,
siamo pescatori e tu un pastore, lascia che siano i contadini a piangere. Al
lavoro, ragazzi!» gridò.
«E non hai pietà, vecchio Zebedeo, dei contadini che moriranno di fa-
me?» rispose il pastore. «Sono Israeliti essi pure, no? Sono nostri fratelli,
tutti formiamo un solo albero e i contadini, credimi, ne sono le radici; se
esse si seccano, ci seccheremo tutti... Poi c'è ancora questo, vecchio Zebe-
deo: se arriva il Messia e nel frattempo fossimo tutti morti, chi troverà da
salvare, dimmi?»
Il vecchio Zebedeo ansimava dalla rabbia; se qualcuno gli avesse tappa-
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to il naso, sarebbe scoppiato.
«Vattene, se credi in Dio, vattene dalla tua 'filippaglia', ne ho abba-
stanza di sentir parlare di Messia; ne arriva uno, lo si crocifigge, ne arriva
un altro e lo si crocifigge anche lui. Non sai che cos'ha fatto dire Andrea a
suo padre Giona? Ovunque tu vada, così pare, ovunque ti fermi c'è una
croce e il fondo delle carceri è pieno di Messia... Basta così, adesso; ne
facciamo benissimo a meno dei Messia, ci danno noia. Vai a prendermi un
formaggio che ti darò del pesce in cambio. Chi dà, riceve, è questo il Mes-
sia!»
Si mise a ridere e si voltò verso i suoi uomini.
«Svelti, ragazzi miei, accendiamo il fuoco e mettiamo a cuocere la zup-
pa di pesce, per mangiare; il sole si è già alzato di una tesa.»
Ma nel momento in cui Filippo stava per balzar su e raggiungere il suo
gregge, si trattenne. Sullo stretto sentiero che costeggiava il lago era appar-
so un asinello carico da crepare e, dietro di lui, un colosso; il torso e i piedi
nudi, rosso di capelli. Aveva in mano una forca e punzecchiava l'animale,
aveva fretta.
«To', credo proprio che sia Giuda Iscariota, quel rosso della malora!» si
disse il pastore. Si fermò. «Ha ripreso a girare per i villaggi per fabbricare
vanghe e ferrare muli. Andiamo a sentire che cosa racconta.»
«Maledizione!» esclamò il vecchio Zebedeo. «Quel suo pelame proprio
non mi piace. Pare che il suo avo Caino avesse una barba come la sua.»
«È nato nel deserto d'Idumenea, poveretto, dove circolano ancora i leo-
ni, non bisogna volergliene per questo», disse Filippo. Si mise due dita in
bocca e cominciò a fischiare nella sua direzione.
«Giuda», gridò, «che tu sia il benvenuto; passa da questa parte così
potremo vederti!»
Il Rosso sputò e bestemmiò; non gli piacevano né Filippo il pastore né
Zebedeo, fannullone e sfruttatore; ma era fabbro e aveva bisogno di lavo-
rare, per cui si avvicinò.
«Che notizie ci porti dai villaggi in cui fai il tuo giro? Che cosa succede
in pianura?»
Il Rosso afferrò il suo asino per la coda e lo fece fermare.
«Tutto va a meraviglia, il Signore è pieno di misericordia, ama il suo
popolo, che Egli sia lodato!» rispose con una risatina secca. «A Nazareth
crocifigge i profeti e nella pianura manda il diluvio e porta via il pane al
suo popolo. Non udite il lamento funebre che s'innalza? Le donne pian-
gono il grano come un figlio.»
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«Ciò che Dio fa è ben fatto», rispose il vecchio Zebedeo furibondo nel
vedere che tutte quelle chiacchiere gli mandavano al diavolo il lavoro della
giornata. «Qualsiasi cosa Dio faccia, io ho fiducia in lui. Dio mi protegge
quando tutti annegano e io sono il solo a salvarmi. Dio mi protegge anche
quando tutti si salvano e sono solo io ad annegare. Ho fiducia, vi dico; due
più due fa quattro.»
Il Rosso, udendo le sue parole, dimenticò che lavorava a giornata, che
mangiava tutti i giorni e aveva bisogno di tutti loro; soffocava dalla rabbia
e le sue parole furono chiare:
«Hai fiducia, vecchio Zebedeo, perché l'Onnipotente fa andare bene i
tuoi affaretti. Possiedi cinque barche, hai cinquanta pescatori come schiavi,
dai loro da mangiare quel poco perché non crepino di fame, perché abbia-
no la forza di lavorare per te e tu non fai altro che riempire i tuoi forzieri,
le tue cantine e la tua pancia. Allora alzi le braccia al cielo ed esclami: 'Dio
è giusto, ho fiducia! Il mondo è fatto bene, guai se cambia!' Ma domanda
allo Zelota che hanno crocifisso l'altro ieri, perché combatteva per liberar-
ci, domanda ai contadini cui Dio ha portato via in una sola notte tutto il
grano dell'anno, che si rotolano nel fango, che lo raccolgono chicco per
chicco e pianga no, domandalo a me, a me, che percorro i villaggi, che ve-
do e odo la sofferenza d'Israele! Fino a quando? Fino a quando? Non te lo
sei mai chiesto nella tua vita, questo, vero, vecchio Zebedeo ?»
«Per dirti il vero, io è dei capelli rossi che non ho fiducia; sei della razza
di Caino che ha ucciso suo fratello. Perciò vattene, non ho voglia di
discutere con te!» gli rispose il vecchio Zebedeo, e gli voltò la schiena.
Il Rosso diede una bastonata al suo asino che si impennò e partì al
galoppo.
«Sta' tranquillo», mormorò, «sta' tranquillo, vecchio sfruttatore, arriverà
il Messia e metterà ordine.»
Aveva superato gli scogli, ma si voltò ancora indietro.
«Ne riparleremo, vecchio Zebedeo», gridò. «Il Messia arriverà pure uno
di questi giorni, non è vero? Arriverà. E allora metterà tutti i farabutti al
loro posto. Anch'io ho fiducia. Alla prossima, padrone, arrivederci il giorno
del giudizio!»
«Che il diavolo ti porti, Rosso!» gli rispose Zebedeo. La rete gonfia
infine apparve; era piena di orate e pagelli.
Filippo non sapeva da che parte stare. Le parole di Giuda erano giuste,
coraggiose. Succedeva spesso pure a lui di aver voglia di risputargli le sue
parole in faccia e di ficcargli il naso nella sua stessa cacca, a quel vecchio
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mangione, ma non ne aveva il coraggio; quel miscredente era un pro-
prietario piantato, era potente sulla terra e sull'acqua, tutti i prati in cui
Filippo portava a pascolare le sue pecore e le sue capre gli appartenevano,
come fare a mettersi-contro di lui? Bisognava essere dei pazzi o degli eroi
e Filippo non era né l'uno né l'altro, era chiacchierone, sboccato, ma
prudente.
Era quindi rimasto zitto mentre gli altri due litigavano, provando tutta-
via un senso di vergogna. I pescatori avevano appena tirato su le reti, andò
ad aiutarli a riempire le ceste e il vecchio Zebedeo era nell'acqua fino alla
vita, regnava sui pesci e sugli uomini.
Ma mentre tutti si estasiavano davanti alle ceste traboccanti, dallo sco-
glio di fronte risonò la voce rauca del Rosso:
«Ehi, vecchio Zebedeo...»
Questi fece finta di non aver udito, ma la voce ruggì di nuovo.
«Ehi, vecchio Zebedeo, un consiglio, va' a riprenderti tuo figlio Giaco-
mo!»
«Giacomo!» gridò il vecchio sconvolto; già aveva perso il figlio più
giovane, Giovanni, non voleva perdere anche Giacomo. Non aveva altri
figli e aveva bisogno di lui per il lavoro. «Giacomo!» disse inquieto. «Che
cosa sai di Giacomo, Rosso maledetto?»
«L'ho incontrato sul mio cammino, mentre parlava e complottava con il
crocifissore!»
«Quale crocifissore, maledetto? Parla più chiaramente.»
«Il figlio del falegname, quello che fabbrica croci a Nazareth e che
crocifigge i profeti... Ecco qua, mio povero Zebedeo, hai perso anche l'al-
tro; avevi due figli, uno te l'ha preso Dio, l'altro il diavolo!»
Il vecchio rimase bocca aperta; un pesce volante saltò fuori dall'acqua,
volteggiò sulla sua testa, si rituffò nel lago e disparve.
«Cattivo presagio! Cattivo presagio!» mormorò il vecchio, pieno di ter-
rore. «Chissà se anche mio figlio se ne andrà come quel pesce volante
perdendosi nelle acque profonde?»
Si girò verso Filippo.
«Hai visto il pesce volante?» gli chiese. «Non succede mai niente a
questo mondo senza un segno di Dio. Che cosa significherà quel segno?
Voialtri pastori...»
«Se fosse una spalla d'agnello, te lo direi, vecchio Zebedeo; ma i pesci
non sono il mio campo», rispose Filippo con asprezza. Era in collera
perché non aveva il coraggio di parlare anche lui come Giuda, da uomo.
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«Vado dalle mie bestie», disse. Fece scivolare il bastone dietro alle spalle,
saltò di scoglio in scoglio e corse a raggiungere Giuda.
«Aspetta, fratello», gridò, «devo parlarti.»
«Fila via, vigliacco», rispose il Rosso senza nemmeno girarsi, «fila dal-
le tue pecore e non venire a mischiarti agli uomini. E non chiamarmi
fratello, non sono tuo fratello!»
«Aspetta, ti dico, devo parlarti, non ti arrabbiare.»
Giuda allora si fermò e lo guardò con disprezzo.
«Perché non hai aperto anche tu la bocca per parlare? Perché hai paura
di lui? Avrai sempre paura? Non ti sei ancora reso conto di quello che sta
succedendo, non vedi chi viene, dove andiamo? E giunto il momento,
disgraziato, il re degli Ebrei arriva in tutta la sua gloria, disgrazia ai
vigliacchi!»
«Giuda», disse Filippo in tono di preghiera, «sgridami ancora, solleva il
tuo bastone e picchiami, per rendermi il mio amor proprio, ne ho abba-
stanza anch'io di aver paura!»
«Stai parlando dal fondo del cuore, Filippo», disse, «o dici delle parole
qualsiasi, buttate là?»
«Ne ho abbastanza, ti ripeto; oggi il mio cuore m'ha fatto provare ver-
gogna. Cammina davanti a me, indicami la strada, Giuda, sono pronto.»
Il Rosso si guardò attorno e abbassò la voce.
«Filippo, sei capace di uccidere?»
«Un uomo?»
«Certo, un uomo; che cosa credevi, delle pecore?»
«Non ho mai ucciso, ma certo devo esserne capace. All'ultima luna ho
buttato giù un toro e l'ho ammazzato, da solo.»
«Un uomo è più facile. Vieni con noi.»
Filippo sussultò, capiva.
«Anche tu sei di quella gente, gli,. Zeloti?» chiese. Il terrore gli invase
il viso.
Aveva spesso sentito parlare di quella terribile confraternita, i «Santi
Assassini», così si facevano chiamare; seminavano terrore dal monte Her-
mon fino al Mar Morto e più giù ancora, fino al mare di Idumenea. Gira-
vano armati di spranghe di ferro, corde, coltellacci e proclamavano: «Non
pagate tasse agli infedeli, abbiamo un solo Signore, Adonai; uccidete qual-
siasi ebreo che non rispetti la Legge santa, che rida, parli o lavori con i
nemici del nostro Dio, i Romani. Colpite, uccidete, aprite la strada affinché
passi il Messia! Purificate il mondo, preparate il cammino, Egli arriva!»
94
Entravano in pieno giorno nei villaggi e nelle città, formulavano essi
stessi il verdetto, uccidevano il traditore Sadduceo, il romano sanguinario.
I proprietari, i preti, l'alto clero, tremavano davanti a essi e li malediceva-
no; erano loro a far scoppiare la rivolta che faceva apparire le truppe
romane e, a ogni istante, la carneficina ricominciava e il sangue degli Ebrei
colava come le acque d'un fiume.
«Anche tu sei di quella gente... gli Zeloti?» domandò ancora Filippo a
bassa voce.
«Hai paura, ragazzo mio?» disse il Rosso con una risata di disprezzo.
«Non siamo degli assassini, non temere; combattiamo per la libertà, perché
il nostro Dio venga fuori dalla schiavitù, Filippo. In piedi, è giunta l'ora di
mostrare se anche tu sei un uomo. Vieni con noi.»
Ma Filippo restava a testa bassa, si era già pentito di essersi lasciato
andare a parlare di quel genere di cose con Giuda. D'accordo parlare di
prodezze, seduto a mangiare e a bere con un amico, d'accordo lanciarsi in
grandi discussioni, dire farò questo e farò loro vedere quest'altro, ma,
attenti, non bisogna andar oltre, per non prendere una brutta piega!
Giuda, chino su di lui, gli stava parlando; come era mutata la sua voce e
come la sua pesante mano gli teneva e gli carezzava teneramente una
spalla!
«Che cos'è la vita di un uomo, Filippo?» gli diceva. «Che cosa vale se
non è libera? È 'per la libertà che combattiamo, te lo dico io. Vieni con
noi.»
Filippo taceva. Se avesse potuto almeno andarsene! Ma Giuda lo trat-
teneva per la spalla.
«Vieni con noi, sei un uomo, deciditi. Hai un coltello?»
«Sì.»
«Tienilo sempre sul petto, potresti averne bisogno in ogni momento.
Stiamo passando giorni difficili, fratello; odi dei passi leggeri che s'avvi-
cinano? E il Messia, e non deve trovare ostacoli sulla sua strada; il coltello
è più utile che il pane, ecco, guardami!»
Socchiuse la veste. Contro la pelle, sul petto nero, brillava la lama nuda
di un piccolo pugnale da beduino, a doppio taglio.
«È colpa di quello sbadato di Giacomo, il figlio di Zebedeo, se oggi non
l'ho piantato nel cuore di un traditore; ieri, prima di partire da Nazareth, la
confraternita l'ha condannato a morte...»
«Chi?»
«...e la sorte ha designato che fossi io a ucciderlo.»
95
«Chi?» chiese ancora Filippo che era diventato pallidissimo.
«Fatti miei», rispose bruscamente il Rosso. «Non t'immischiare nei miei
affari, non hai fiducia in me?» Il Rosso gettò uno sguardo attorno, si chinò
e afferrò Filippo per un braccio.
«Ascolta bene ciò che sto per dirti, Filippo, e non fiatare con nessuno se
non vuoi essere perso. Adesso vado al monastero, nel deserto, i monaci
m'hanno chiamato per aggiustare i loro arnesi. Fra qualche giorno, tre o
quattro, passerò nuovamente dalle tue parti; rifletti un po' su tutto quello
che ci siamo detti, non parlarne, non rivelare il segreto a nessuno, deciditi
da solo. E se sei un uomo, se prendi la decisione che devi, ti dirò chi
dovremo colpire.»
«Chi? Lo conosco?»
«Non avere fretta, non sei ancora dei nostri.»
Gli tese la grande mano.
«Addio, Filippo», disse. «Finora non eri nulla, il mondo non sapeva se
vivevi o no. Ero così anch'io, un nulla, fino al giorno in cui sono entrato
nella confraternita. Da quel giorno sono diventato un altro uomo, sono di-
ventato un uomo. Non sono più Giuda il Rosso, il fabbro, che lavora come
una bestia da soma e non ha che un'idea: come nutrire questi piedacci,
questo ventre e questo brutto ceffo. Lavoro per una grande causa. E colui
che lavora per una grande causa, anche il più miserabile, diventa grande
pure lui. Capisci? Basta così, addio!»
Pungolò l'asinello e prese la strada del deserto a tutta lena.
Filippo rimase solo. Appoggiò il mento sul suo bastone da pastore e
guardò Giuda fino al momento in cui girò dietro gli scogli e sparì.
«Be', quello che il Rosso dice è giusto», pensò. «Giusto e santo; le sue
sono parole gravi, sicuro, ma che cosa importa? Finché si resta alle parole
va tutto bene, ma se si comincia ad agire? Attento, mio caro Filippo, pensa
anche alle tue pecorelle. Meditaci un po' su, lascia perdere, vedremo il da
farsi quando giungerà il momento.»
Si gettò il bastone sulle spalle, aveva udito le campanelle del gregge e si
mise a correre, fischiando.

Nel frattempo gli uomini di Zebedeo avevano acceso il fuoco e prepara-


to la zuppa di pesce. L'acqua bolliva, vi gettarono dentro degli scorfani, dei
ricci e una pietra ricoperta di alghe verdi, affinché la zuppa prendesse
gusto di mare. Fra poco vi avrebbero gettato dentro orate e pagelli, gli
scorfani e i ricci non avrebbero potuto certamente calmare la loro fame!
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Tutti i pescatori, rannicchiati attorno al fuoco, con gli occhi resi enormi
dall'appetito, parlavano fra loro a bassa voce. Il vecchio pescatore si chinò
e disse sottovoce al suo vicino:
«Non gli ha lesinato le parole, il fabbro. Pazienza, verrà il giorno in cui
i poveri saranno in alto e i ricchi scenderanno in basso: è questa la
giustizia».
«Credi che potrà veramente succedere, compagno?» rispose l'altro, roso
dalla fame fin dall'infanzia. «Credi che potrà veramente succedere questo
nel mondo?»
«Dio esiste?» rispose il vecchio. «Esiste. È giusto? Può Dio non essere
giusto? Lo è. E perciò succederà così. Basta avere pazienza, ragazzo mio,
molta pazienza.»
«Ehi! Che cosa borbottate laggiù?» fece il vecchio Zebedeo che aveva
udito qualcosa e gli era saltata la mosca al naso. «Pensate al vostro lavoro,
lasciate Dio tranquillo, sa che cosa fa. Ma guarda un po' che modi!»
Tutti tacquero di colpo; il vecchio si alzò, prese il cucchiaio di legno e
rimescolò la zuppa.

Mentre gli uomini di Zebedeo tiravano su le reti e il mattino, nuovo co-


me se fosse appena uscito dalle mani di Dio, schiariva il lago, il figlio di
Maria camminava con Giacomo, il figlio maggiore di Zebedeo. Si erano
lasciati Magdala alle spalle e, di tanto in tanto, si fermavano a consolare le
donne che si lamentavano nei campi di grano e nelle aie; quindi riprende-
vano la loro strada, chiacchierando. Anche Giacomo aveva trascorso la
notte a Magdala, era stato colto dal temporale ed era andato a dormire da
un amico; prima dell'alba s'era alzato e aveva ripreso la sua strada.
Camminava in quel chiarore azzurrino, sguazzava nel fango e allungava
il passo per raggiungere il lago di Genezareth. L'amarezza per tutto ciò che
aveva visto a Nazareth cominciava a depositarsi, addolcita, sul fondo del
suo animo e lo Zelota crocifisso era ormai un ricordo lontano. Le barche
da pesca, gli uomini e le preoccupazioni quotidiane riempivano di nuovo il
suo spirito. Superava i solchi scavati dalla pioggia mentre il cielo sopra di
lui rideva, gli alberi gocciolavano fra pianti e risate, gli uccelli si risveglia-
vano, e tutto traboccava di gioia; ma quando cominciò a far giorno, Giaco-
mo scorse le aie saccheggiate dal diluvio e il raccolto di grano e d'orzo che
scorreva per la strada assieme all'acqua. I primi contadini con le loro mogli
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si erano già precipitati nei campi e avevano intonato i lamenti... Di colpo
scorse, in un luogo devastato, chino su due vecchiette, il, figlio di Maria.
Strinse il bastone che aveva in pugno e bestemmiò. La croce, il croci-
fissore, Nazareth, sorsero nuovamente nel suo spirito: e adesso era il cro-
cifissore stesso che vedeva piangere il grano perduto con le donne! Giaco-
mo era rozzo, rude, aveva preso il carattere del padre, era chiacchierone,
avido, senza pietà; non somigliava in nulla alla madre Salomè, santa don-
na, né al fratello Giovanni, così pieno di fascino. Strinse fra le mani il ba-
stone e furibondo tagliò in diagonale in direzione dell'aia.
In quel momento il figlio di Maria si stava rialzando per riprendere la
strada, con le lacrime che ancora gli colavano lungo le guance. Le due vec-
chie gli tenevano le mani, le baciavano e non lo lasciavano andar via. Chi
mai avrebbe trovato, come questo sconosciuto passante, le parole adatte
per consolarle?
«Non piangete, donne, non piangete», diceva loro. «Tornerò», e cercava
di liberare dolcemente le sue mani da quelle rugose delle vecchie.
Giacomo si sentì frenare e si fermò, stupefatto: gli occhi del crocifissore
brillavano, pieni di lacrime, e guardavano in alto il cielo roseo e allegro, o
ai suoi piedi la terra e gli uomini che si chinavano, frugavano nel fango e si
lamentavano.
«È lui il crocifissore? È, proprio lui? Il suo viso brilla come quello del
profeta Elia!» mormorò Giacomo. Si fece da un lato, sconvolto. Il figlio di
Maria aveva appena scavalcato il muretto dell'aia e vide Giacomo. Lo
riconobbe, mise la mano sul cuore e lo salutò.
«Dove vai, figlio di Maria?» chiese il figlio di Zebedeo, cercando di
addolcire la voce. E, senza attendere risposta: «Camminiamo insieme, la
strada è lunga, è meglio essere in due».
«La strada è lunga ed è meglio essere soli», pensò il figlio di Maria; ma
non lasciò trasparire il suo pensiero.
«Andiamo», disse. Presero entrambi la strada selciata che portava a
Cafarnao.
Rimasero a lungo in silenzio; da ogni aia saliva il lamento delle donne; i
vecchi, appoggiati ai loro bastoni, guardavano il grano scivolar via con
l'acqua; gli uomini, con il viso scuro, rimanevano immobili in mezzo al
loro campo, mietuto e saccheggiato. Taluni tacevano, altri bestemmiavano.
Il figlio di Maria sospirò.
«Ah!» mormorò, «se un uomo avesse il potere di morire di fame affin-
ché il popolo non muoia!»
98
Giacomo lo fissò con uno sguardo sarcastico.
«Se tu potessi diventare grano, affinché il popolo ti mangi per non
morire di fame, lo faresti?»
«Chi non lo farebbe?» disse il figlio di Maria.
Gli occhi da sparviero di Giacomo espressero meraviglia e le sue labbra
si mossero.
«Io», rispose.
Il figlio di Maria tacque. L'altro se ne sentì offeso. «Perché dovrei mori-
re?» urlò. «È Dio che ha mandato il diluvio, qual è la mia colpa?»
Gettò uno sguardo feroce verso il cielo.
«Perché Dio ha fatto questo? Che male gli ha fatto il popolo? Non
capisco. Capisci, tu, figlio di Maria?»
«Non far domande, fratello, non si deve. Anch'io fino a ieri l'altro face-
vo domande, adesso ho capito. Ecco il serpente che ha sedotto le prime
creature e che ha fatto sì che Dio ci cacciasse dal Paradiso.»
«Che cosa, dunque?»
«Fare domande.»
«Non capisco», disse il figlio di Zebedeo. Allungò il passo.
La compagnia del crocifissore non gli piaceva più: le sue parole lo
opprimevano e il suo silenzio gli era ancora più insopportabile.
Erano giunti su una collinetta da cui videro scintillare in lontananza le
acque del lago di Genezareth. Le barche erano già al largo e avevano co-
minciato la pesca. Il sole saliva, tutto rosso sul deserto. Sulla riva una ricca
borgata bianca splendeva nella luce.
Giacomo scorse le sue barche e non pensò più che al suo pesce. Si voltò
verso il suo fastidioso compagno. «Dove vai, figlio di Maria?» domandò.
«Ecco Cafarnao.»
L'altro abbassò il capo senza rispondere, aveva vergogna di dire che
andava al monastero per santificarsi.
Giacomo alzò bruscamente la testa, fu colto all'improvviso da un cattivo
pensiero.
«Non vuoi dirlo», urlò, «è un segreto?»
Lo prese per il mento e gli sollevò il viso: «Guardami in faccia, dimmi,
chi ti manda?»
Il figlio di Maria sospirò.
«Non lo so», mormorò, «non lo so; forse è Dio, può anche...»
Si fermò: la paura gli aveva inchiodato la lingua. Se veramente fosse
stato il demonio a mandarlo...
99
Giacomo scoppiò in una risata secca, piena di disprezzo; ora lo teneva
per un braccio e lo scuoteva.
«Il centurione?» borbottò a basse voce. «Il centurione, amico tuo? È lui
che ti manda?»
Sì, era certo lui che lo mandava a spiare; nuovi Zeloti erano apparsi
nelle montagne e nel deserto, scendevano nei villaggi, parlavano alla gente
di vendetta e di libertà, e il centurione sanguinario di Nazareth aveva
mandato in tutti i villaggi degli Ebrei venduti, perché facessero la spia. Il
crocifissore era certamente uno di loro.
Aggrottò le sopracciglia, abbassò la voce e lo respinse, brutalmente, con
un colpo.
«Ascolta ciò che sto per dirti, figlio del falegname; qui le nostre strade
si separano. Tu non sai dove vai, io lo so. Vattene, ne riparleremo. Ovun-
que andrai, ti seguirò, disgraziato, e, attenzione! È tutto ciò che ho da dirti,
ma ricordati: dalla strada che hai preso, non uscirai vivo!»
E senza tendergli la mano, si precipitò giù per il sentiero a tutta velocità.

I pescatori avevano tolto dal fuoco il calderone di rame e si erano seduti


in circolo. Zebedeo, per primo, allungò il cucchiaio di legno, scelse l'orata
più bella e cominciò a mangiarla. Il più vecchio del gruppo tese il braccio
per fermarlo.
«Padrone», disse, «abbiamo dimenticato la preghiera.»
Il vecchio Zebedeo, con la bocca piena, alzò il cucchiaio di legno e sen-
za smettere di masticare, si mise a ringraziare il Dio d'Israele che dà i pe-
sci, il grano, il vino e l'olio per alimentare generazioni di Ebrei e dar loro
la possibilità di tenere duro fino al giorno dell'arrivo del Signore, perché
siano dispersi i nemici e tutte le nazioni cadano ai piedi di Adonai e l'ado-
rino. «È per questo, o Signore, che mangiamo, è per questo che ci spo-
siamo e che abbiamo dei figli, è per questo che viviamo, per amarti!»
Detto ciò, ingoiò la sua orata in un sol boccone.
E mentre il padrone e gli uomini gioivano del frutto del loro lavoro e,
con gli occhi fissi sul mare che li nutriva, mangiavano, ecco apparire
Giacomo, coperto di fango e ansimante. I pescatori si strinsero per fargli
posto e il vecchio Zebedeo gli gridò di buonumore:
«Benvenuto, figlio maggiore! Hai fortuna, siediti e mangia. Che notizie
ci porti?»
Il figlio non rispose; si inginocchiò di fianco al padre ma non allungò la
mano verso il calderone fumante che emanava un buon profumino.
100
Il vecchio Zebedeo girò timidamente la testa e lo guardò; lo conosceva
bene, quel figlio suscettibile e taciturno, e lo temeva.
«Non hai fame?» gli chiese. «Ma che faccia fai! Contro chi te la sei
presa, stavolta?»
«Contro Dio, contro i demoni, contro gli uomini», rispose furioso. «Non
ho fame.»
«Ahi», pensò il vecchio Zebedeo, «è venuto ancora una volta a rovinar-
ci la nostra zuppa di pesce...» ma cercò di essere gioviale, di cambiare
discorso. Dette una pacca affettuosa sul ginocchio del figlio.
«Ehi, furbone», disse strizzando un occhio, «con chi parlavi là sulla
strada?»
Giacomo trasalì:
«Da quando mi spii? Chi te l'ha detto? Non parlavo con nessuno!»
Si alzò, entrò nell'acqua fino alle ginocchia e si lavò. Ritornò in mezzo
a loro, li osservò mangiare e ridere scioccamente e non si trattenne.
«Mangiate e bevete che, nel frattempo, altri si fanno crocifiggere per
voi, a Nazareth!»
Non poteva più sopportare la loro vista. Prese la strada del villaggio,
brontolando.
Il vecchio Zebedeo lo vide allontanarsi e scosse la testa.
«I miei figli mi hanno lasciato con le pive nel sacco», disse. «Uno è
cresciuto troppo dolce, troppo pio; l'altro troppo litigioso, ovunque vada
c'è una rissa; son proprio rimasto con le pive nel sacco. Nessuno dei due è
un uomo completo, un po' dolce, un po' stizzoso, una volta buono, una vol-
ta cane arrabbiato, mezzo angelo, mezzo demonio, un uomo, insomma!»
Sospirò, e prese un'altra orata per farsi passare la tristezza.
«Per fortuna ci sono le orate», disse, «il lago che fa le orate e Dio che fa
i laghi.»
«Che cosa dovrebbe dire allora il vecchio Giona, padrone?» esclamò il
più vecchio del gruppo. «Tutte le sere quel disgraziato si siede su uno
scoglio, guarda verso Gerusalemme e piange per il figlio Andrea. Pure lui
è un illuminato; pare che abbia trovato un profeta e viaggi con lui; mangia
miele e locuste, afferra le persone e le immerge nel Giordano, per lavarle,
dice, dai loro peccati.»
«Abbiate figli, come si suol dire, e ve ne troverete contenti!» disse
Zebedeo. «Portatemi la borraccia, ragazzi, c'è ancora del vino; mi son fatto
cattivo sangue!»
Si udirono sulla ghiaia dei passi lenti e pesanti, dai movimenti tardi si
101
sarebbe detto che stava avvicinandosi un animale incollerito. Zebedeo si
voltò e si alzò, per ricevere il visitatore.
«Benvenuto, Giona, l'uomo giusto!» gridò, asciugandosi la barba, spor-
ca di vino. «Ho appena avuto una spiegazione con i miei figli e con le
orate; vieni anche tu a spiegarti con le orate e dacci notizie del tuo santo
figlio, Andrea!»
Il vecchio pescatore, basso e tozzo, i piedi nudi, cotto dal sole e con la
testa immensa coperta da riccioli bianchi si avvicinò. La sua pelle era
diventata squamosa come quella dei pesci, i suoi occhi erano torbidi e
stanchi. Si chinò e li guardo uno per uno. Cercava qualcuno.
«Chi cerchi, vecchio Giona?» disse Zebedeo. «Ti stanca parlare?»
Vedeva i suoi piedi, i capelli, la barba, nei quali si mischiavano spine di
pesce e alghe; le sue grosse labbra screpolate si muovevano, come quelle
dei pesci, senza parlare.
Il vecchio Zebedeo stava per scoppiare a ridere quando il terrore l'affer-
rò. Un dubbio delirante attraversò il suo spirito: tese ambedue le mani co-
me per impedire che il vecchio Giona si avvicinasse.
«Ah, saresti forse tu Giona, il profeta?» gridò. Balzò in piedi. «Sei
rimasto tanto con noi e ce lo nascondi? Ti scongiuro, nel nome di Adonai,
parla! Un giorno udii il santo igùmeno del monastero parlare dello squalo
che aveva ingoiato il profeta Giona: più tardi l'aveva rigettato e questi era
uscito dalla pancia del pesce tutto intero, come prima. Sì, cielo santo,
l'igùmeno ce l'ha descritto proprio come sei tu in questo momento: pare
che avesse delle alghe fra i capelli e che il suo petto e la sua barba fossero
piene di granchiolini appena nati. Scommetto, senza offesa, vecchio Giona,
che se frugassi nella tua barba troverei dei granchiolini.»
I pescatori scoppiarono a ridere. Gli occhi del vecchio Zebedeo guar-
davano il vecchio amico con terrore.
«Parla, uomo di Dio», gli diceva. «Saresti tu dunque il profeta Giona?»
Il vecchio scuoteva la testa; non ricordava d'esser stato ingoiato da nes-
sun pesce, però poteva esser successo, erano così tanti anni che lottava con
i pesci da non riuscire a ricordarsene.
«È lui, è lui», mormorò il vecchio Zebedeo; i suoi occhi si guardavano
attorno come se volesse scappare. Lo sapeva bene, lui: i profeti erano tutti
degli originali, non bisognava dar loro fiducia. Sparivano nel fuoco, nel
mare, nell'aria, poi un bel giorno, senza dire neppure una parola, eccoteli di
nuovo davanti! Elia non era salito in cielo cavalcando il fuoco? Eppure
vive ancora sano e vegeto su qualche montagna e scalandola ce lo si ritro-
102
va davanti al naso! La stessa cosa vale per Enoch, è immortale. Ed ecco,
ora, il profeta Giona che fa l'innocente, che pretende d'esser pescatore e
padre di Andrea e Pietro. Lo prenderò con dolcezza, questi profeti hanno
un brutto carattere, caratteri impossibili, possono causare dei fastidi.
«Vecchio Giona», con voce dolce, «vicino caro, cerchi qualcuno, forse
Giacomo? È tornato da Nazareth, ma è stanco, pare, ed è tornato al villag-
gio; e se vuoi notizie di tuo figlio Pietro, ti manda a dire che sta bene, mol-
to bene e di non preoccuparti, arriverà. Ti manda un saluto... Mi ascolti,
vecchio Giona? Fammi un segno.»
Gli parlava con dolcezza, carezzava il cuoio rugoso delle sue spalle.
Non si sa mai, tutto può succedere, quest'essere metà bestia da soma, metà
pesce, può benissimo essere il profeta Giona, e allora attenti!
Il vecchio Giona si chinò, prese un piccolo scorfano nel calderone, lo
inghiottì tutto intero e si mise a masticarlo con le spine e tutto.
«Me ne vado», mormorò. Voltò loro la schiena. Un gabbiano, passando
in volo, gli sfiorò la testa, si fermò un istante battendo le ali, come se
avesse scorto un granchio tra i capelli del vecchio pescatore, ma lanciò un
grido rauco, come spaventato, e volò via.
«Attenti, ragazzi», disse il vecchio Zebedeo, «è il profeta Giona, ci
scommetto la testa; che due di voi vadano ad aiutarlo adesso che Pietro
non c'è, così non succederanno storie!»
Due colossi, mezzo ridenti e mezzo impauriti, si alzarono.
«Peggio per te», dissero, «sarai tu a pagare per tutti, vecchio Zebedeo; i
profeti sono bestie feroci, senza dire né A né B spalancano le fauci e ti
divorano fino all'ultimo ossicino. Addio!»
Il vecchio Zebedeo si stirò e sbadigliò, soddisfatto; aveva avuto la sua
con il profeta. Si girò verso gli altri uomini.
«Coraggio, ragazzi, facciamo in fretta! Mettete il pesce nelle ceste,
setacciate i villaggi, ma fate attenzione: i contadini sono dei furbacchioni,
non sono come noi, i figli di Dio, i pescatori. Date meno pesce possibile e
prendete più grano possibile, anche se è dell'anno scorso, olio, vino, polli,
conigli... capito? Due più due fa quattro.»
I pescatori si alzarono e si misero a riempire i cesti.
In lontananza, da dietro gli scogli, apparve un uomo in groppa a un
cammello, che galoppava veloce. Il vecchio Zebedeo si mise la mano
sopra gli occhi e guardò.
«Ehi, ragazzi! Guardate anche voi, non è mio figlio Giovanni?» gridò.
L'uomo ora passava sulla sabbia fina e si stava avvicinando.
103
«È lui, è lui!» gridarono i pescatori. «Benvenuto sia tuo figlio, padro-
ne!»
Il giovane stava passando davanti a loro e agitò la mano in un cenno di
saluto.
«Giovanni!» gridò il vecchio padre. «Perché hai tanta fretta? Dove vai?
Fermati, almeno, che possa vederti!»
«L'igùmeno sta morendo, ecco perché ho fretta!»
«Che cos'ha?»
«Non vuol più mangiare, vuole morire.»
«Perché ? Perché?»
Ma le parole di Giovanni si persero nell'aria.
Il vecchio Zebedeo tossì, rifletté un istante, poi scosse la grossa testa.
«Che Dio ci preservi dalla santità», disse.

Il figlio di Maria vedeva Giacomo scendere a lunghi passi furibondi


verso Cafarnao; si rannicchiò per terra, con le gambe incrociate, e il suo
cuore pieno di dolore. Lui, che desiderava con tanta passione amare ed
essere amato, perché doveva risvegliare tanto odio nei cuori degli uomini?
Era colpa sua, non di Dio, non degli uomini, solo sua. Perché agiva così
vigliaccamente, perché prendeva una strada senza avere il coraggio di
percorrerla fino in fondo? Pauroso, pietoso, vigliacco.
Perché non osava sposare Maddalena, per salvarla dalla vergogna e dal-
la morte? E quando Dio gli piantava i suoi artigli addosso e gli ordinava:
alzati!, perché si afferrava al suolo e non voleva alzarsi? E ora perché la
paura l'aveva invaso, perché andava a sotterrarsi nel deserto? Credeva
forse che lì Dio non l'avrebbe trovato?
Il sole era quasi a picco su di lui; i lamenti per il grano si erano calmati,
quegli esseri straziati si erano già abituati alla catastrofe, ricordandosi che i
lamenti non avevano mai portato la guarigione. Da migliaia d'anni erano
perseguitati, avevano fame, erano tormentati da forze visibili e invisibili
eppure riuscivano a vivacchiare; e avevano imparato ad avere pazienza.
Una lucertola verde apparve fra gli arbusti spinosi per scaldarsi al sole.
Vide l'uomo, come belva terribile, sopra di sé, ed ebbe paura; facendosi co-
raggio, si incollò contro una pietra calda, girò un occhio tondo e nero e
guardò con fiducia il figlio di Maria, come per augurargli il benvenuto,
come per dirgli: ho visto che eri solo e sono venuta a tenerti compagnia. Il
figlio di Maria se ne rallegrò; trattenne il respiro per non spaventarla e,
mentre la guardava e sentiva battere il suo cuore all'unisono con quello
104
della lucertola, due farfalle si misero a svolazzare fra loro; volavano dal-
l'uno all'altra e non se ne volevano andare. Farfalle nere, pelose, con delle
macchie rosse. Volavano allegramente, giocavano nel sole e finalmente si
poggiarono sul fazzoletto insanguinato dell'uomo, proprio sulle macchie
rosse, come se volessero aspirare il sangue. Sentì la loro lieve carezza sulla
testa e si rammentò degli artigli di Dio, gli parve che ali di farfalle e artigli
di Dio gli portassero sempre lo stesso messaggio; ah! pensò, se Dio potes-
se sempre scendere così sugli uomini e non come un'aquila dagli artigli
aguzzi, come il fulmine..
Mentre nel suo spirito mescolava Dio e farfalle, sentì un pizzicore sotto
ai piedi, chinò il capo e vide in fila, preoccupate, affrettate, grosse formi-
che rosse e nere che trasportavano in due o tre un chicco di grano nelle
loro grosse mandibole. L'avevano rubato nei campi, strappato dalla bocca
stessa degli uomini e lo trascinavano nel loro formicaio, ringraziando Dio,
la Grande Formica, che si prende cura del suo popolo eletto, le formiche, e
che scaglia il diluvio sui campi proprio nel momento giusto, quando il gra-
no è ammucchiato nelle aie.
Il figlio di Maria sospirò: anch'esse sono creature di Dio, pensò, proprio
come gli uomini, le lucertole, le cicale, che odo cantare fra gli ulivi, gli
sciacalli che ululano di notte, i diluvi, la fame...
Udì qualcuno ansimare alle sue spalle ed ebbe paura; l'aveva dimentica-
ta per tutto quel tempo, ma lei non lo dimenticava. La sentiva, ora, seduta
anche lei con le gambe incrociate dietro di lui, udiva il suo respiro.
«Anche la Maledizione è una creatura di Dio», mormorò.
Si sentiva attorniato da tutte le parti dalla presenza di Dio: a volte pas-
sava su di lui soave e benevolo, altre selvaggio e senza pietà. La lucertola,
le farfalle, le formiche, la Maledizione, tutto era Dio.
Udì delle campanelle e delle grida sulla strada e si voltò: c'era una lunga
carovana di cammelli, carichi di mercanzie preziose e preceduti da un asi-
nello, che apriva loro la strada. Dovevano venire dal deserto, dovevano es-
sere partiti da più lontano di Ninive o Babilonia, dalle terre grasse e fan-
gose del patriarca Abramo; dovevano trasportare tessuti di seta, spezie e
avorio, forse anche schiavi, ragazzi e ragazze e si dirigevano verso il Gran-
de Mare pieno di imbarcazioni multicolori.
Passavano, passavano, non finivano mai. Quante ricchezze in questo
mondo, pensò il figlio di Maria, quante meraviglie! In coda alla carovana,
con i turbanti verdi, le djellaba bianche, le barbe nere e gli anelli d'oro alle
orecchie, ondulando al ritmo dei cammelli, passavano i ricchi mercanti. Il
105
figlio di Maria rabbrividì.
«Si fermeranno a Magdala», pensò improvvisamente, «si fermeranno a
Magdala, la porta di Maddalena è aperta, aperta giorno e notte, entreran-
no... Salvarla! Se potessi salvarla! Tu, non la tribù d'Israele, quella non
posso; tu, Maddalena! Non sono profeta, io; se apro la bocca non so che
cosa dire. Dio non ha strofinato sulle mie labbra un carbone ardente, non
ha lanciato dentro di me il fulmine per bruciarmi, affinché balzassi sulle
strade e mi mettessi a urlare! Che le parole non siano mie, che siano sue,
non me ne importa; io solo aprirò la bocca e sarà lui a parlare. Non sono
profeta, sono un uomo semplice e pauroso, non posso tirarti fuori dal letto
della vergogna e vado nel deserto, al monastero, a pregare per te. Anche la
preghiera è onnipotente, anche nelle guerre: mentre Mosè teneva le braccia
alzate verso il cielo, i figli d'Israele trionfavano; se era stanco e abbassava
le braccia, essi venivano sconfitti. Giorno e notte terrò le mie braccia alza-
te verso il cielo, per te, Maddalena!»
Guardò in direzione del sole, e ne valutò l'inclinazione. Voleva mettersi
in cammino di notte, passare da Cafarnao senza essere visto, costeggiare il
lago e dirigersi verso il deserto. Il desiderio di arrivare si stava trasforman-
do in angoscia.
«Ah! se potessi camminare sull'acqua e attraversare il lago!» mormorò
con un sospiro.
La lucertola era ancora ferma sulla pietra e si riscaldava al sole, le far-
falle erano volate in alto e si erano perse nella luce, le formiche continua-
vano a trasportare e deporre il raccolto nei loro granai. Il sole stava ormai
per tramontare. A poco a poco le ombre si allungarono, i passanti divenne-
ro più rari, finché la sera cadde sugli alberi e sulle terre ricoprendoli d'oro.
Le acque del lago sembravano in delirio, diventando ora rosse, ora viola
chiaro, ora completamente scure. Una stella, più grande delle altre, brillò
nel cielo, a occidente.
«Adesso scenderà la notte, la scura figlia di Dio con le sue carovane di
stelle...» pensava il figlio di Maria e, prima ancora del cielo, ,fu la sua testa
a riempirsi di stelle.
Stava accingendosi ad alzarsi per riprendere il cammino quando udì alle
sue spalle il suono di una tromba, e poi qualcuno che lo chiamava per
nome. Si girò. Nella luce fioca del crepuscolo vide avvicinarsi un uomo
che portava una grossa sacca e gli faceva dei segni. Chi sarà? pensava.
Cercava di distinguere i lineamenti del viandante, sembrandogli di aver già

106
visto da qualche parte quella faccia livida, quella barbetta brizzolata e
quelle gambe storte. Di colpo lanciò un grido:
«Sei tu, Tommaso? Hai ripreso a girare per i villaggi?»
Il venditore ambulante, strabico e astuto, era adesso di fronte a lui,
ansimante; poggiò a terra il suo carico, si asciugò il sudore dalla fronte os-
suta e dagli occhi. Nessuno avrebbe potuto dire se quello sguardo asim-
metrico comunicasse allegria o se piuttosto si prendesse gioco di chi aveva
davanti.
Il figlio di Maria gli voleva bene; lo vedeva passare spesso davanti alla
sua bottega, con la tromba alla cintola. Qualche volta si fermava, appog-
giava il suo carico sul bancone e si metteva a parlare di tutto ciò che aveva
visto, scherzando, ridendo, prendendolo in giro. Non riponeva la sua fi-
ducia né nel Dio d'Israele né negli altri dei, è tutta una burla, diceva, e noi
intanto gli sacrifichiamo i nostri agnelli, bruciamo il nostro incenso e ci
sgoliamo a celebrare le loro virtù...
Il figlio di Maria l'ascoltava e si sentiva più sereno, ammirando la ge-
nialità di quel cervello che, malgrado tutta la povertà, la schiavitù e la
miseria della sua razza, trovava la forza, con il riso, di trionfare sulla
povertà, la schiavitù e la miseria.
Anche Tommaso, il venditore ambulante, amava il figlio di Maria; ve-
deva in lui un candido agnello sofferente, che cerca Dio e bela, tentando di
raggiungerlo.
«Sei un agnello», gli diceva spesso scoppiando a ridere, «sei un agnello,
figlio di Maria, ma hai dentro di te un lupo e quel lupo ti divorerà!»
Allora estraeva dalla sacca una manciata di datteri, una melagrana op-
pure una mela che aveva rubato negli orti e glieli regalava.
«È fortuna che io t'abbia incontrato», disse, quando riprese fiato. «Dio
deve volerti bene. Ma tu dove stai andando?»
«Al monastero», rispose l'altro, indicando con la mano un posto lonta-
no, oltre il lago.
«Allora è proprio fortuna che io t'abbia incontrato. Torna indietro!»
«Perché? Dio...»
Tommaso s'infuriò.
«Ti prego, non ricominciare con Dio, è impossibile incontrarlo. Si cam-
mina tutta la vita, si cammina tutta la morte per raggiungerlo, ma lui, bea-
to, è eterno. Allora lascialo stare, non mescolarlo alle nostre storie. Noi qui
abbiamo a che fare con dei banditi, con uomini astuti, capisci! Stai bene
attento a Giuda il Rosso! Prima di partire da Nazareth, l'ho visto com-
107
plottare con la madre del crocifisso, poi con Barabba e con due o tre Zeloti
sgozzatori e ho udito il tuo nome: fai attenzione, figlio di Maria, non
andare al monastero!»
Ma l'altro chinò il capo.
«Tutti gli esseri viventi», disse, «sono nelle mani di Dio. Lui salva chi
vuole e lascia morire chi vuole. Che resistenza possiamo opporgli? Andrò
al monastero e che Dio mi protegga!»
«Vi andrai?» gridò Tommaso furioso. «Ma lo sai che Giuda, mentre io
sto qui a parlare con te, è già arrivato al monastero e ha un coltello na-
scosto nel petto? Hai un coltello, tu?»
Il figlio di Maria rabbrividì.
«No, a che cosa mi servirebbe?»
Tommaso scoppiò a ridere.
«Agnello... agnello... agnello...» mormorò.
Si rimise in spalla la sacca.
«Addio», disse. «Fai quello che vuoi. Io ti dico: non andare! Tu mi dici:
vado! Va', allora, e poi ti strapperai i capelli!»
E fischiettando cominciò a scendere dalla collina.
Era notte ormai, la terra diventò scura, il lago sparì, e a Cafarnao si
accesero le prime luci. Gli uccelli del giorno avevano nascosto la testa
sotto un'ala, per dormire, mentre gli uccelli della notte si svegliavano e si
alzavano in volo per la caccia.
Quest'ora è bella e santa, pensò il figlio di Maria; non mi vedrà nessuno,
andiamo.
Gli tornarono alla mente le parole di Tommaso.
«Succederà ciò che Dio vorrà», mormorò. «Se è Lui a spingermi verso
il mio assassino, non mi rimane che andare a farmi uccidere senza
aspettare oltre. Posso farlo e lo farò.»
Si voltò un'ultima volta.
«Andiamocene», disse alla sua compagna invisibile, e si diresse verso il
lago.

La notte era dolce, calda, umida; soffiava un leggero vento da sud e Ca-
farnao odorava di pesci e gelsomini. Il vecchio Zebedeo stava seduto nel
cortile della sua casa, sotto il grande mandorlo, con la moglie Salomè.
Avevano appena finito di mangiare e chiacchieravano. In casa, Giacomo, il
loro figliolo, si rigirava nel letto: lo Zelota crocifisso, il figlio del fale-
gname spione, la nuova ingiustizia di Dio che aveva portato via il grano
108
agli uomini, si mescolavano nel suo spirito, riempivano d'angoscia il suo
cuore, non lo lasciavano dormire. Anche i discorsi del vecchio padre lo
eccitavano. Stava ribollendo. Si alzò di colpo, uscì nel cortile, varcò la
soglia.
«Dove vai?» gli chiese la madre, inquieta.
«Al lago, perché il vento mi fustighi!» gridò. Scomparve nella notte.
Il vecchio Zebedeo scosse il capo e sospirò.
«Il mondo è pazzo, donna», disse. «Adesso i giovani non riescono a star
fermi; non sono né uccelli né pesci, ma pesci volanti. Il mare è troppo
piccolo per loro, e allora volano in alto nell'aria, ma poi non sopportano
l'aria e si rituffano in mare; e tutto ricomincia da capo! Hanno perso la
testa; to', guarda il tuo caro figliolo Giovanni. Ti parla di monastero, di
preghiere, di digiuno, di Dio, la sua barca gli sembra troppo piccola, non ci
sta più dentro. Ed ecco ora che l'altro, Giacomo, che credevo dotato di nor-
male buonsenso, be', ricorda ciò che ti dico, sono sicuro che ha preso pure
lui quella rotta: l'hai visto stasera come s'infuocava, si eccitava? La casa gli
sembrava troppo piccola. A me non importa, ma chi guiderà le mie barche
da pesca e i miei uomini? E tutta la mia fatica, andrà persa? Sono depresso,
moglie, portami un po' di vino e qualche pezzetto di polipo da sgranoc-
chiare, per rimettermi un po'.»
La vecchia Salomè fece finta di non udire; suo marito aveva già bevuto
troppo quella sera, e bastava così. Cercò di cambiar discorso.
«Sono giovani», disse. «Non farti cattivo sangue, passerà.»
«Forse hai ragione, donna», rispose Zebedeo. «Hai davvero un cervello
da donna: a che cosa mi serve restare qui a tormentarmi? Sono giovani,
passerà. La gioventù è una malattia, e passa. Anche a me, quand'ero gio-
vane, venivano degli accessi di febbre, mi giravo e rigiravo nel letto;
credevo di cercare Dio e invece cercavo una donna, proprio te, vecchia
Salomè. Ti ho presa e mi sono calmato. Per i nostri figli è la stessa cosa;
via i brutti pensieri, perciò! Ecco, donna, adesso sono contento. Portami un
po' di vino e un po' di polipo da sgranocchiare e berrò alla tua salute,
Salomè!»
Poco più in là, in un quartiere vicino, il vecchio Giona, solo soletto
nella sua casetta, aggiustava le reti al lume di una lampada. Aggiustava,
aggiustava, ma il suo spirito e i suoi pensieri non andavano né alla sua
povera moglie che era morta l'anno prima, proprio in quella stagione, né al
figlio Andrea che sognava a occhi aperti, né a quel pazzo di Pietro che
stava ancora gironzolando nelle taverne di Nazareth e che l'aveva lasciato
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solo, a lottare, vecchio com'era, con i pesci. Pensava invece alle parole di
Zebedeo ed era molto preoccupato. Era davvero Giona, il profeta? Si guar-
dò le mani, i piedi, le cosce, ormai completamente ricoperte di squame.
Anche il suo fiato e il suo sudore avevano odore di pesce. E quando il
giorno prima aveva pianto sua moglie, anche le sue lacrime avevano il
sapore del pesce... E quel furbone del vecchio Zebedeo aveva ragione,
quando diceva che spesso trovava dei granchi nella sua barba...
Era davvero il profeta Giona? Ah, allora era forse per quello che non
aveva mai voglia di parlare, che le parole gli venivano fuori con il conta-
gocce e che quando camminava inciampava sempre e vacillava; ma quan-
do si tuffava nel lago, che gioia, che sollievo, sentire sulla pelle le carezze
dell'acqua, il bisbigliare delle onde nelle orecchie. E lui, come i pesci,
rispondeva senza parole e dalla bocca gli uscivano delle bolle!
«Devo essere veramente il profeta Giona, sono risuscitato, lo squalo mi
ha rigettato, ma sono diventato ragionevole; sono profeta, ma faccio il pe-
scatore, non apro bocca, non voglio ricominciare ad avere delle storie...»
Sorrise, soddisfatto della sua astuzia. «Ho fatto bene», pensò, «nessuno vi
aveva più pensato da moltissimi anni, e io neppure. C'è voluto quel dan-
nato Zebedeo che, per fortuna, m'ha fatto aprire gli occhi...» Lasciò cadere
le reti, si fregò le mani soddisfatto, tirò fuori una borraccia, gettò indietro il
collo tozzo e squamoso e si mise a bere gorgogliando.
A Cafarnao i due vecchi bevevano, contenti. Immerso nei suoi pensieri,
il viaggiatore notturno camminava lungo la riva. Non era solo, udiva la
sabbia stridere dietro di lui. Nel cortile di Maddalena i mercanti aspetta-
vano il proprio turno seduti con le gambe incrociate, masticavano datteri e
granchi abbrustoliti. Al monastero i monaci vegliavano l'igùmeno nella sua
cella; respirava ancora, aveva gli occhi sbarrati e guardava verso la porta
aperta, il viso emaciato e teso, come se stesse ascoltando.
«Sta aspettando l'arrivo del rabbino da Nazareth..„»
«Sta aspettando il battito delle ali nere dell'arcangelo...»
«Sta aspettando di udire i passi del Messia che si avvicina...»
I monaci parlavano fra di loro a bassa voce e lo guardavano; l'anima di
ciascuno di loro era pronta, in quel momento, a ricevere il miracolo.
Tendevano tutti l'orecchio, ma non udivano che il martello che batteva
sull'incudine, dall'altro lato del cortile; Giuda aveva acceso la sua fucina e
lavorava di notte.

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Lontano da lì, a Nazareth, Maria, la moglie di Giuseppe il falegname,


aveva acceso la lampada e lasciata aperta la porta; stava dipanando la lana
che aveva filato. Faceva in fretta. Aveva deciso di uscire e di fare il giro di
tutti i villaggi per cercare suo figlio. Lavorava, ma il suo spirito era al-
trove; errava fra i campi, passava per Magdala, Cafarnao, si agitava, solo e
disperato, lungo le rive del lago di Genezareth. Cercava suo figlio. «È
scappato di nuovo, Dio l'ha punzecchiato con il suo pungolo, non ha pietà
di lui, non ha pietà di me, che cosa gli abbiamo fatto? Erano dunque queste
le gioie e la gloria che ci aveva promesso? Perché hai fatto fiorire il
bastone di Giuseppe? Perché m'hai fatto prendere per sposo un uomo vec-
chio? Perché hai lanciato il fulmine e fatto germogliare nel mio ventre quel
figlio unico, illuminato?. Ero un mandorlo in fiore quando lo tenevo fra le
mie braccia; dalle radici alla cima, ero tutta fiorita. I vicini passavano, mi
ammiravano e dicevano: 'Sii benedetta, fra tutte le donne, o Maria!' Le ca-
rovane passavano e si fermavano: 'Chi è quel mandorlo in fiore?' chie-
devano i mercanti. Scendevano dai cammelli e riempivano il mio grem-
biule di regali. Di colpo è soffiato il vento, sono rimasta come un albero
spoglio... Incrocio le braccia sul mio petto inutile: Signore, la tua volontà
si è compiuta, mi hai fatto fiorire, hai soffiato su di me, mi sono spogliata.
Signore, non c'è speranza che io rifiorisca?»
«Non vi è dunque speranza che il mio cuore si metta in pace?» si chie-
deva il figlio, quando all'albeggiare, dopo aver costeggiato il lago, si trovò
di fronte al monastero, a picco sulle rocce rosse e verdi. «A mano a mano
che mi avvicino al monastero, il mio cuore è sempre più sconvolto; per-
ché? Non ho forse preso la strada che dovevo, Signore? Non è verso que-
sto santo ritiro che mi stai spingendo? Allora perché rifiuti di stendere un
tuo braccio affinché il mio cuore si tranquillizzi?»
Due monaci vestiti di bianco apparvero sulla gran porta del monastero;
salirono su una roccia e scrutarono lontano, dalle parti di Cafarnao.
«Niente... ancora niente...» disse uno dei due, un uomo dalle gambe
corte, gobbo e mezzo idiota.
«Non lo troverà vivo», disse l'altro, un pezzo d'uomo dalla bocca enor-
me che pareva quella di uno squalo e che gli arrivava fino alle orecchie.
«Senti, Geroboamo, io rimango qui a far da sentinella, per vedere l'arrivo
del cammello.»
«E io vado a vederlo morire», disse allegramente il piccolo gobbo,
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balzando giù dalla roccia.
Il figlio di Maria restava indeciso sulla porta del monastero. Entrare?
Non entrare? Il suo cuore batteva all'impazzata. Il cortile era lastricato; non
un solo albero verde, non un fiore, non un uccello, neppure un fico
d'India... Quel cortile era un deserto circolare, inumano. Tutto attorno vi
erano dei buchi scavati nelle rocce, come delle tombe: le celle.
«È questo il regno dei cieli?» si chiese. «È qui che trova pace il cuore
dell'uomo?»
Guardava, guardava e non si decideva a varcare la soglia. Due cani
pastore neri balzarono su dal loro angolino e si misero ad abbaiare.
Il gobbetto vide il visitatore e fischiò ai cani, che tacquero. Poi si voltò
e lo scrutò dalla testa ai piedi, attento ai minimi dettagli. I suoi occhi gli
parvero molto tristi e le vesti che indossava molto misere; i suoi piedi san-
guinavano. Ebbe pietà di lui.
«Sii il benvenuto, fratello», gli disse. «Qual vento t'ha portato fin qui
nel deserto?»
«Dio!» rispose il figlio di Maria con una voce profonda, inattesa. Il
monaco fu terrorizzato; non aveva mai inteso pronunciare il nome di Dio
con tanto spavento da labbra di uomo. Incrociò le braccia e rimase in
silenzio.
«Sono venuto a trovare l'igùmeno», disse il visitatore dopo un po'.
«Forse lo vedrai, ma lui non ti vedrà. Che cosa vuoi da lui?»
«Non lo so, ho fatto un sogno. Vengo da Nazareth.»
«Un sogno?» disse il monaco mezzo matto scoppiando a ridere.
«Un sogno terribile, vecchio. Da allora il mio cuore non ha più pace.
L'igùmeno è santo, Dio gli ha insegnato il significato dei sogni e quello
degli uccelli. E sono venuto.»
Non aveva mai avuto l'intenzione di venire in quel monastero per do-
mandare all'igùmeno il significato del sogno che aveva fatto la notte in cui
stava fabbricando la croce: il tragico inseguimento nel sonno, il Rosso che
correva e i nani che lo seguivano con gli strumenti di tortura. Ma lì,
all'improvviso, mentre era in piedi sulla soglia del monastero, indeciso, il
sogno gli aveva lacerato lo spirito come un baleno. «È per questo che sono
venuto, Dio me lo ha mandato per mostrarmi il cammino e l'igùmeno me
lo spiegherà.»
«L'igùmeno sta morendo», disse il monaco, «arrivi troppo tardi, fratello,
Vattene.»
«È Dio che me l'ha ordinato», disse il figlio di Maria. «Può lui ingan-
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nare gli uomini?»
Il monaco sogghignò; ne aveva viste troppe, non aveva fiducia in Dio.
«Lui è Dio», disse, «e fa ciò che gli passa per la testa. Sarebbe uno stra-
no Onnipotente se non potesse commettere ingiustizie!»
Batté sulla schiena del visitatore; voleva carezzarlo, ma la sua mano era
pesante, e gli fece male.
«Non preoccuparti», disse. «Entra. Sono io il padre che accoglie gli
ospiti.»
Entrarono nel cortile. Il vento si era alzato, sollevando turbini di sabbia.
Attorno al sole apparve un alone fosco e l'aria divenne scura.
In mezzo al cortile si apriva la gola di un pozzo ormai secco. Una volta
doveva esserci dell'acqua, ma ora era pieno di sabbia. Ne uscirono due
lucertole e vennero a prendere il sole sulla sua vera consumata.
La cella dell'igùmeno era aperta; il monaco afferrò il visitatore per un
braccio.
«Aspetta qui», gli disse. «Vado a chiedere il permesso ai fratelli, non
muoverti.»
Incrociò le braccia sul petto ed entrò. I cani si erano messi ognuno a un
lato della porta; tendevano il collo, fiutavano e guaivano lamentosamente.
L'igùmeno era disteso in mezzo alla cella con i piedi rivolti alla porta.
Attorno a lui, i monaci, sfiniti dalla notte di veglia, sonnecchiavano e
aspettavano. Il moribondo, disteso sulla stuoia, aveva il viso teso e gli oc-
chi aperti, fissi sulla porta spalancata. Il candelabro a sette braccia era an-
cora acceso di fianco alla sua testa e gli illuminava la fronte convessa e
lucida, il naso aquilino, le labbra bluastre, la lunga barba bianca che rico-
priva per intero il petto nudo e scheletrico.
Sulla brace di un incensiere di terracotta era stato gettato dell'incenso
impastato con essenza di rose; l'aria era profumata.
Il monaco entrò, si dimenticò del giovane che aspettava nel cortile e si
rannicchiò sulla soglia, vicino ai cani.
Il sole ora giungeva sino alla porta, voleva entrare e toccare i piedi del-
l'igùmeno. Il figlio di Maria era fuori ad aspettare. Dappertutto, silenzio.
Solo i due cani che mugolavano e, da lontano, il rumore lento e scandito
del martello sull'incudine.
Il visitatore attese molto a lungo; il sole era già alto nel cielo, l'avevano
dimenticato, lì fuori, in piedi al sole del mattino. La notte era stata gelida e
ora tutto il suo corpo riceveva con voluttà il calore del sole. Di colpo, in
mezzo a quel gran silenzio, si udì il grido del monaco che faceva la sen-
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tinella sulla roccia:
«Arrivano! Arrivano!»
I monaci sussultarono, si svegliarono e corsero fuori sulla collina, la-
sciando l'igùmeno da solo.
Il figlio di Maria prese coraggio, avanzò timidamente di qualche passo e
si fermò sulla porta. In quella cella c'era la pace della morte e del-
l'immortalità. I piedi sottili dell'igùmeno, inondati dal sole, riflettevano una
luce pallida; un'ape ronzava contro il soffitto, un insetto nero e peloso svo-
lazzava voluttuosamente attorno alle sette fiamme, come se non sapesse
scegliere su quale farsi arrostire.
Improvvisamente l'igùmeno si mosse, riunì tutte le forze, sollevò il capo
e spalancò gli occhi. Dischiuse le labbra, mentre le narici gli fremevano e
aspiravano l'aria.
Il figlio di Maria si mise la mano sul cuore, sulle labbra, e sulla fronte, e
salutò. L'igùmeno mosse quasi impercettibilmente le labbra.
«Sei venuto... sei venuto... sei venuto...» mormorò in un soffio, tanto
che il figlio di Maria non l'udì. Ma su tutto il viso dell'igùmeno, su quel
viso severo e sofferente, si sparse un sorriso di muta estasi. Di colpo gli
occhi si chiusero, le narici s'immobilizzarono, la sua bocca si sigillò e le
due braccia, che teneva incrociate sul petto; scivolarono ai lati del corpo,
con le palme delle mani aperte e voltate all'insù.
Nel frattempo i due cammelli, con il loro carico, erano entrati nel cor-
tile; i monaci accorsero ad aiutare il rabbino a scendere, mentre il novizio
domandò con l'angoscia nel cuore: «È ancora vivo?»
«Respira ancora», rispose il vecchio Habacuc. «Vede tutto, ode tutto,
ma non parla.»
Il rabbino entrò per primo e dietro di lui il novizio, portando la preziosa
bisaccia che racchiudeva gli unguenti, le piante e gli amuleti magici del
guaritore. I due cani neri, con la coda tra le gambe, non girarono neppure
la testa; con il muso appoggiato per terra gemevano lugubremente.
Il rabbino li intese e scosse la testa. Arrivo troppo tardi, pensò, ma rima-
se in silenzio.
S'inginocchiò di fianco all'igùmeno, si chinò su di lui, gli appoggiò la
mano sul cuore e avvicinò le labbra a quelle dell'igùmeno.
«Troppo tardi», mormorò, «arrivo troppo tardi... Che Dio vi mantenga
in vita, padri!»
I monaci si misero a gridare e si chinarono a baciare il morto, come il
loro ordine prescriveva, ognuno a seconda del proprio rango: il vecchio
114
Habacuc gli baciò gli occhi, gli altri monaci la barba e il palmo aperto del-
le mani, i novizi i piedi. Uno di loro andò a prendere il bastone sacerdotale
sullo scanno vuoto e lo posò alla destra della santa spoglia.
Il vecchio rabbino, in ginocchio, guardava l'igùmeno; non poteva stac-
cargli gli occhi di dosso, che cos'era quel sorriso trionfale? Che significato
aveva quel chiarore mistico attorno agli occhi chiusi? Un sole era caduto
su quel viso, un sole senza crepuscolo, che non lo abbandonava. Che sole?
Si guardò attorno: i monaci erano ancora in ginocchio e si prosterna-
vano; Giovanni, con le labbra incollate ai piedi del morto, singhiozzava. Il
vecchio rabbino posò il suo sguardo su tutti i monaci, uno dopo l'altro,
come se si stesse domandando qualcosa. Improvvisamente, in un angolo,
in fondo alla cella, scorse il figlio di Maria, in piedi, con le braccia incro-
ciate, tranquillo. Ma sul suo viso vi era lo stesso sorriso del morto, trion-
fale e sereno.
«Signore dei potenti, Adonai», mormorò il vecchio rabbino con terrore.
«Vuoi tentare il mio cuore ancora una volta? Aiuta il mio spirito a capire, a
decidersi!»

L'indomani, un sole rosso sangue, infuriato, circondato da un alone scu-


ro, si levò dalle sabbie. Un vento infuocato salì dal deserto verso il sole, il
mondo si oscurò, i due cani neri del monastero vollero abbaiare, ma la loro
bocca si riempì di sabbia e tacquero; i cammelli, appiattiti contro il suolo,
chiudevano gli occhi e aspettavano.
I monaci si tenevano per mano, formavano una catena, avanzavano len-
tamente, a tastoni, lottando per non cadere. Stretti l'uno all'altro come se
fossero un grappolo, sorreggevano con le braccia, perché il vento non le
portasse via, le spoglie dell'igùmeno. Andavano a seppellirlo. Il deserto
pareva ondeggiare, si alzava e si abbassava come il mare.
«È il vento del deserto, è il soffio di Geova», mormorò Giovanni, che
camminava abbracciato al figlio di Maria. «Fa' seccare le foglie verdi,
prosciuga le sorgenti, riempi la bocca di sabbia. Lasceremo la santa spoglia
in un fosso e le onde di sabbia la copriranno.»
Per un istante, in mezzo alla tormenta, nel momento in cui oltrepassa-
vano la soglia del monastero, videro drizzarsi davanti a loro e guardarli,
immenso, nero, con il martello sulle spalle, il fabbro dai capelli rossi; ma
subito la sabbia lo avvolse e sparì. Il figlio di Zebedeo vide quel colosso in
mezzo alla sabbia, ebbe paura e strinse il braccio del suo compagno.
«Chi era?» domandò a bassa voce. «L'hai visto?»
115
Ma il figlio di Maria non rispose. «Dio aggiusta tutto come deve, secon-
do la sua volontà», pensò. «Ecco che ora, alla fine del mondo, nel deserto,
mi riunisce con Giuda. Ebbene, che sia fatta la tua volontà, Signore...»
Avanzavano tutti assieme, chini, i piedi che affondavano nella sabbia
infuocata. Proteggevano la bocca e il naso con il bordo della veste, ma la
sabbia fine era già scesa nelle gole e nei polmoni. Il vecchio Habacuc
camminava davanti; il vento lo sollevò e poi lo lasciò cadere a terra. I
monaci, accecati dalle nuvole di sabbia, non lo videro e lo calpestarono. Il
deserto fischiava, le pietre risuonavano, il vecchio Habacuc cacciò un urlo
roco, ma nessuno l'intese.
«Perché il soffio di Geova non è il vento fresco che ci giunge dal
Grande Mare?» pensava il figlio di Maria. Voleva dirlo al suo compagno,
ma non poteva aprire la bocca. «Perché il vento di Geova non riempie
d'acqua i pozzi asciutti del deserto? Perché non ama le foglie verdi, perché
non prova pietà per l'uomo? Ah, se si potesse trovare un uomo per avvi-
cinarlo, per cadere ai suoi piedi e avere il tempo, prima di essere ridotto in
cenere, di dirgli il dolore degli uomini, il dolore della terra e delle foglie
verdi!»
Giuda se ne rimaneva in disparte davanti alla cella che gli era stata data
come officina. Osservava ridendo il corteo funebre che ora spariva ora
riappariva tra nuvole di sabbia. Aveva scorto l'uomo che inseguiva e gli
brillarono gli occhi. «Il Dio d'Israele è grande», mormorò soddisfatto,
«sistema tutto alla perfezione; mi ha portato il traditore sulla punta del mio
pugnale.»
Tutto contento si lisciò i baffi ed entrò. La cella era buia, ma in un an-
golo, su un piccolo focolare, fiammeggiavano i carboni ardenti. Il monaco
dalle gambe corte, mezzo santo e mezzo matto, teneva il mantice e attiz-
zava il fuoco.
«Ehi, padre Geroboamo», disse il fabbro di buonumore, «è questo
quello che chiamano vento di Dio? Mi piace. Anch'io, se fossi Dio,
soffierei così.»
Il monaco si mise a ridere.
«Io non soffierei per niente, sono stanco...» disse.
Mollò il mantice per asciugarsi il sudore dalla fronte e dal collo. Giuda
gli si avvicinò.
«Vuoi farmi un piacere, padre Geroboamo? Ieri è venuto qui al mona-
stero un visitatore, un giovane con una barbetta nera, i piedi nudi e mezzo
matto come te. In testa ha un fazzoletto macchiato di sangue.»
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«Sono io che l'ho visto per primo!» disse il monaco tutto contento. «Ma
lui, fabbro, è matto del tutto. Pare che abbia fatto un sogno ed è venuto ap-
posta da Nazareth per farselo spiegare dall'igùmeno, che Dio lo perdoni!»
«Ascoltami, allora! Non sei tu il monaco addetto agli ospiti? Quando
arriva qualcuno, non sei tu che gli prepari la cella, il giaciglio, gli porti da
mangiare?»
«Sì, certo, sono io; dicono che non son capace di svolgere altri servizi,
allora mi hanno messo ad accogliere gli ospiti. Lavo, scopo, do da man-
giare ai visitatori.»
«Allora, stanotte, preparagli il giaciglio nella mia stessa cella. Non sono
capace di addormentarmi senza avere qualcuno vicino, che cosa vuoi farci,
Geroboamo? Faccio dei brutti sogni, Satana viene a tentarmi, ho paura di
andare all'inferno. Quando sento vicino a me il respiro di un uomo mi
calmo! Coraggio, ti darò un paio di forbici per tosare le pecore, affinché tu
ti tagli la barba, rada i monaci e tosi i cammelli; così non ti tratteranno più
da buono a nulla... Capisci quello che ti dico?»
«Dammi le forbici.»
Il fabbro frugò nella sua bisaccia e ne tirò fuori un enorme paio di
forbici arrugginite. Il monaco le afferrò e le avvicinò alla luce; le apriva, le
chiudeva, non smetteva di ammirarle.
«Sei grande, Signore, e le tue opere sono ammirevoli», mormorò im-
merso in una contemplazione profonda.
«Allora?» fece Giuda, scuotendolo per risvegliarlo.
«Stasera l'avrai», rispose il monaco. Afferrò le forbici e se ne andò.
I monaci erano già di ritorno. Non erano potuti andare lontano, il vento
di Geova li spingeva dappertutto, facendoli cadere. Avevano trovato una
fossa e vi avevano deposto la salma. Poi avevano chiamato il vecchio
Habacuc per dire la preghiera, ma non lo avevano trovato; fu il vecchio
rabbino di Nazareth a chinarsi sulla fossa e a gridare alla carne vuota e
senz'anima: «Sei polvere, torna alla polvere. L'anima ti ha lasciato e non
servi più a niente, il tuo ruolo è finito, carne; hai aiutato l'anima a scendere
nell'esilio della terra, a camminare giorni e notti sulla sabbia e sulle pietre,
a soffrire, a desiderare appassionatamente la sua patria, il Cielo, e suo pa-
dre, Dio. Carne, l'igùmeno non ha più bisogno di te, disperditi!»
Mentre il rabbino parlava, un sottile strato di sabbia si era già posato sul
corpo dell'igùmeno, il viso, la barba e le mani ne erano già coperti. Si leva-
rono altre nuvole di sabbia e i monaci fuggirono. Mentre il padre addetto
agli ospiti, mezzo matto, riceveva le forbici dal Rosso, i monaci rientra-
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vano nel monastero, gli occhi accecati, le labbra lacerate, le ascelle infuo-
cate, trasportando il vecchio Habacuc che avevano trovato, al ritorno, mez-
zo seppellito nella sabbia.
Il vecchio rabbino si asciugò con un panno umido gli occhi, la bocca e
il collo e s'inginocchiò davanti allo stallo vuoto dell'igùmeno. Udiva, attra-
verso la porta barricata, il soffio di Geova prosciugare e devastare il mon-
do. I profeti occupavano interamente il suo spirito e in quell'aria infuocata
chiamavano Dio gridando: quelle fiamme sulle loro labbra e sui loro occhi
stavano sicuramente a significare che il Signore delle Potenze era vicino.
«Andiamo! Dio è un vento ardente, è il fulmine, lo so», mormorò, «non è
un giardino fiorito. E il cuore dell'uomo non è una verde foglia. Dio lo fa
volteggiare e lo fa seccare. Che cosa fare? Come comportarci con lui
affinché il suo viso si raddolcisca? Se gli sacrifichiamo gli agnelli lui gri-
da: 'Non voglio carne, solo i salmi potranno saziare la mia fame'. Se into-
niamo i salmi lui grida: 'Non voglio parole, solo la carne dell'agnello, la
carne del figlio, dell'unico figlio, potrà calmare la mia fame!'»
Il vecchio rabbino sospirò. Era stanco di pensare a Dio e cercò un ango-
lino per stendersi. Dopo una notte insonne i monaci si erano ritirati nelle
loro celle per dormire e sognare dell'igùmeno. Per quaranta giorni la sua
anima avrebbe errato nel monastero, sarebbe entrata nelle celle per vedere
che cosa facevano i monaci, per dar loro consigli o per rimproverarli. Il
vecchio rabbino si guardò attorno, ma non vide nessuno. C'erano solo i due
cani neri; si stesero sul pavimento e fiutarono, guaendo, in direzione dello
scanno vuoto. Fuori il vento picchiava alla porta con rabbia, per entrare
anche lui.
Mentre il rabbino si preparava a dormire a fianco dei cani, vide, in piedi
in un angolo, immobile, il figlio di Maria che lo stava guardando. Il sonno
abbandonò immediatamente le sue stanche palpebre; si alzò e si sedette,
inquieto, e fece cenno al figlio di suo fratello d'avvicinarsi. L'altro, come
se stesse aspettando d'essere chiamato, ebbe un sorriso amaro che gli fece
vibrare le labbra e s'avvicinò.
«Gesù», disse il rabbino, «siedi. Devo parlarti.»
«Ti ascolto», rispose il giovane. S'inginocchiò di fronte a lui. «Bisogna
che ti parli anch'io, zio Simeone.»
«Che cosa fai qui? Tua madre sta correndo da un villaggio all'altro e
piange.»
«Lei mi cerca e io cerco Dio; non c'incontreremo mai», rispose il figlio.
«Non hai cuore. Non hai mai amato, da uomo, tuo padre e tua madre.»
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«Meglio. Il mio cuore è un carbone ardente. Brucia coloro che tocca.»
«Che cos'hai? Come puoi parlare così? Che cosa ti manca?» chiese il
rabbino. Allungò la testa per guardare meglio il giovane. «I tuoi occhi sono
gonfi di lacrime, un dolore segreto ti divora, figlio mio. Confidami il tuo
dolore, per rasserenarti. Un dolore profondo...»
«Uno?» gridò il giovane. Un sorriso amaro gli coprì il viso. «Uno?
Un'immensità!»
Il rabbino s'impaurì a udire quel grido straziante. Posò la mano sul
ginocchio del giovane, per infondergli coraggio.
«Ti ascolto, ragazzo mio», disse con tenerezza. «Parlami dei tuoi dolori,
strappali dal fondo di te stesso; nel buio si esasperano, la luce li annienta.
Non aver vergogna, non aver paura, parla!»
Il figlio di Maria non sapeva più che cosa dire, da dove cominciare, che
cosa mantenere segreto nel suo cuore, che cosa rivelare per aver sollievo.
Dio, Maddalena, i sette peccati, i crocifissi si confondevano dentro di lui
lacerandogli le viscere...
Il rabbino gli carezzava le ginocchia, lo guardava, lo supplicava in
silenzio.
«Non ci riesci, figliolo?» domandò a bassa voce, ancor più teneramente.
«Non ci riesci?»
«Non posso, zio Simeone.»
«Hai molte tentazioni?» domandò piano, dolcemente.
«Molte, molte», rispose il giovane con terrore. «Molte.»
«Anch'io», disse sospirando il vecchio rabbino, «anch'io, figliolo, quan-
d'ero giovane, soffrivo molto... Dio perseguitava pure me, mi metteva alla
prova, voleva vedere se resistevo, quanto resistevo... Anch'io avevo molte
tentazioni. Certune brutali e queste non mi facevano paura. Altre pacifiche,
piene di dolcezza: erano quelle che mi terrorizzavano e sono venuto, lo sai,
in questo monastero, dove tu pure sei venuto, per trovare la pace. Ma è
stato proprio qui che Dio, che mi perseguitava, m'ha messo in trappola. Mi
ha mandato una tentazione vestita da donna... io non ressi, ahimè, alla
tentazione e da allora - era forse questo che Dio voleva? Era per questo che
mi perseguitava? - da allora mi sono calmato. Anche Dio si è calmato e ci
siamo riconciliati. È nello stesso modo che tu, figliolo, ti riconcilierai con
lui e guarirai.»
Il figlio di Maria scosse la testa.
«Credo», mormorò, «che non guarirò così facilmente.»
Tacque. Di fianco a lui anche il rabbino taceva. Ambedue respiravano
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affannosamente e ansimando.
«Non so da dove cominciare», disse il giovane, accennando a rialzarsi.
«Non comincerò, ho vergogna.»
Ma il rabbino gli strinse con forza le ginocchia.
«Non alzarti», ordinò, «non te ne andare. Anche la vergogna è una ten-
tazione: domala. Rimani. Sono io che ti porrò delle domande, abbi pa-
zienza, sono io che ti porrò delle domande e tu risponderai. Perché sei
venuto al monastero?»
«Per liberarmi.»
«Per liberarti? Da che cosa? Da chi?»
«Da Dio.»
«Da Dio!» esclamò il rabbino sconvolto.
«Mi perseguitava, piantava i suoi artigli nella mia testa, nel mio cuore,
nella mia schiena, voleva spingermi per forza...»
«Dove?»
«Nel precipizio.»
«Quale precipizio?»
«Il suo precipizio. Voleva che mi alzassi e che parlassi. Per dire che
cosa? Non ho nulla da dire. Gli gridavo: lasciami! Ma lui non mi abban-
donava. Ah, non vuoi lasciarmi? Ebbene, vedrai! Vedrai, ti farò provare
disgusto di me e mi abbandonerai. Allora sono caduto io pure in tutti i
peccati.»
«In tutti i peccati!» gridò il rabbino.
Ma il giovane non lo sentiva nemmeno; era trasportato dal dolore e
dalla collera.
«Perché scegliere me? Non ha dunque scoperto il mio petto per guar-
dare? Tutti i serpenti s'intrecciano in me e sibilano. Sibilano e danzano.
Tutti i peccati. E più di ogni altra cosa...»
Gli si strinse la gola e goccioline di sudore apparvero alla radice dei
capelli. Tacque.
«E più di ogni altra cosa?» chiese il rabbino a voce bassa.
«Maddalena!» disse il giovane sollevando il capo.
«Maddalena!»
Il viso del vegliardo era diventato livido.
«È colpa mia, è colpa mia, se ha preso la strada che ha preso. Sono io
che, fin dall'infanzia, le ho mostrato la via del piacere. Lo confesso, ascol-
ta, vecchio rabbino, fremerai. Dovevo avere circa tre anni, scivolavo in
casa vostra quando eravate tutti fuori, prendevo Maddalena per mano, ci
120
spogliavamo, ci distendevamo per terra e univamo le piante dei nostri pie-
di. Che gioia era quella! Che peccato! Da allora, Maddalena si è perduta.
Perduta; non ha più potuto vivere senza un uomo, senza gli uomini...»
Osservò il vecchio rabbino. Ma questi aveva appoggiato la testa sulle
ginocchia e taceva.
«È colpa mia, mia, mia!» gridò il figlio di Maria, battendosi il petto.
Poi, dopo un istante, continuò:
«E come se non bastasse fin dall'infanzia nascondo in me, nell'intimo,
non solo il demone della prostituzione, ma anche quello della presunzione,
vecchio rabbino. Ero piccolissimo, a stento muovevo i primi passi e dove-
vo appoggiarmi ai muri per non cadere, ma dentro di me gridavo: 'Dio,
fammi Dio! Mio Dio, fammi Dio! Mio Dio, fammi Dio! ' Un giorno avevo
in mano un grosso grappolo d'uva; una zingara che passava di lì, si acco-
vacciò accanto a me e mi prese la mano. 'Dammi l'uva', disse e intanto mi
guardava il palmo della mano. All'improvviso gridò: 'Oh, vedo croci, croci
e stelle...' Poi continuò ridendo: 'Tu diventerai il re degli Ebrei', e se ne
andò. E io le credetti e da allora, zio Simeone, da allora ho perso la testa.
«Non l'ho confessato a nessuno finora, tu sei il primo, zio Simeone, tu
sei il primo cui lo dico; da allora ho perso la testa».
Tacque ancora, poi riprese:
«Io sono Lucifero! Io! Io!»
Il rabbino sollevò il capo dalle ginocchia e tese la mano verso le labbra
del giovane.
«Taci!» gli ordinò.
«Non tacerò», rispose il giovane in preda a uno stato di eccitazione.
«Adesso è troppo tardi, non tacerò! Sono bugiardo, ipocrita, pauroso; non
dico mai la verità, non ne ho il coraggio. Vedo passare una donna e arros-
sisco, abbasso la testa, ma i miei occhi si riempiono d'impudicizia. Non
faccio il gesto di prendere, di picchiare, d'ammazzare, non perché non
voglio, ma perché ho paura. Voglio ribellarmi a mia madre, al centurione, a
Dio, ma ho paura; ho paura. Se aprissi il mio ventre, dentro vi vedresti,
come una lepre che trema, la Paura. La Paura. Nient'altro. È lei mia madre,
mio padre e il mio Dio.»
Il vecchio rabbino gli prese le mani, le strinse fra le sue, per farlo
calmare. Ma l'altro si agitava, si dibatteva.
«Non impaurirti, figlio mio», gli diceva il rabbino per consolarlo. «Più
demoni abbiamo in noi, più angeli ci saranno. L'angelo non è che un
demone pentito, abbi fiducia. Ma vorrei domandarti una cosa sola: Gesù,
121
hai mai conosciuto una donna?»
«No», rispose il giovane a voce bassa.
«Non vuoi conoscerne?»
Il giovane arrossì. Non disse parola; ma il suo sangue gli batteva
violentemente sulle tempie.
«Non vuoi conoscerne?» chiese nuovamente il vecchio.
«Sì...» rispose il giovane, con voce così flebile che il rabbino lo intese
appena.
Ma subito sussultò come se si fosse svegliato in quell'istante e lanciò un
grido:
«No, non voglio, non voglio!»
«Perché?» disse il rabbino, che non riusciva a trovare un altro rimedio
ai tormenti del giovane. Lo sapeva per esperienza; lo sapeva per aver visto
decine e decine di invasati, con la schiuma alla bocca, gridare, bestemmia-
re e lamentarsi perché per loro il mondo era troppo piccolo) poi avevano
dei figli e si calmavano.
«Non mi basta», disse il giovane con voce sicura. «È troppo poco per
me.»
«Non ti basta?» chiese il rabbino meravigliato. «Che cosa vuoi, dun-
que?»
Lo spirito del giovane fu attraversato dalla visione di Maddalena, con
quel suo camminare altero, flessuosa, le labbra, le guance e gli occhi im-
bellettati, il petto nudo; i suoi denti, quando rideva, splendevano al sole.
Mentre passeggiava e ondeggiava nel suo spirito, cambiò di corpo: il suo
corpo si moltiplicò, il figlio di Maria ora vedeva un lago, sicuramente il
lago di Genezareth, attorno al quale scorgeva migliaia di uomini e donne,
migliaia di Maddalene con la testa alta e il viso felice, e il sole cadeva su
quei visi raggianti. Ma non era il sole. Era lui, il figlio di Maria, che si
chinava su di essi facendoli traboccare di luce. Era gioia? Amore?
Liberazione? Non riusciva a capirlo. Non vedeva che la luce.
«A che cosa pensi?» chiese il rabbino. «Perché non rispondi?»
«Credi ai sogni, zio Simeone?» domandò il giovane di colpo. «Io ci
credo, anzi, è l'unica cosa in cui credo. Un giorno ho fatto un sogno.
Nemici invisibili mi avevano legato a un cipresso secco e, dalla testa ai
piedi, ero trafitto da lunghe frecce rosse. Il sangue colava. Qualcuno mi
aveva posato una corona di spine sul capo e, tra le spine, risplendevano
delle lettere di fuoco: 'Santo Bestemmiatore'. Quel Santo Bestemmiatore
sono io, rabbino Simeone. Allora non farmi domande: mi metterei a
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bestemmiare!»
«Mettiti pure a bestemmiare, figlio mio», disse tranquillamente il
rabbino, stringendogli le mani. «Mettiti a bestemmiare, se vuoi sfogarti!»
«Dentro di me c'è un demone che grida: 'Non sei il figlio del falegname,
sei il figlio di re Davide! Non sei un uomo, sei il figlio dell'uomo che
Davide ha profetizzato'. E ancora: 'Il Figlio di Dio! Dio!'»
Il rabbino l'ascoltava, curvo, e il suo vecchio corpo era scosso da brivi-
di. Le labbra secche del giovane erano coperte di schiuma, la lingua gli si
era incollata al palato e non poteva più parlare. Che cos'altro poteva dire?
Aveva detto tutto, sentiva che il suo cuore si era svuotato. Con un gesto
brusco liberò le mani da quelle del rabbino e si alzò. Si voltò verso il
vecchio.
«Hai altre domande da farmi?» chiese.
«No», rispose il vecchio. Sentì che gli mancavano le forze e che stava
per svenire. Aveva tirato fuori molti demoni dalla bocca degli uomini
durante la sua vita. Quelli che ne erano posseduti venivano da molto lon-
tano e lui li guariva. I loro erano piccoli demoni, facili da scacciare: il de-
monio del bagno, della collera, della malattia. Ma qui... come lottare con-
tro un simile demonio?
Fuori il vento di Geova batteva ancora alla porta per entrare. Non si
udiva nessun'altra voce. Non un solo sciacallo sulla terra, non un corvo
nell'aria; tutte le creature si erano nascoste, terrorizzate, e aspettavano che
la collera del Signore si placasse.

11

Il figlio di Maria si appoggiò al muro e chiuse gli occhi. In bocca aveva


un sapore amaro come il fiele. Il rabbino aveva nuovamente nascosto la
vecchia testa fra le ginocchia e pensava all'inferno, ai demoni e al cuore
dell'uomo... no, i demoni e l'inferno non stanno in fondo agli abissi della
terra, bensì nel cuore dell'uomo - anche del più virtuoso e del più giusto.
Dio è un abisso, l'uomo pure è un abisso e il vecchio rabbino non osava
aprire il proprio cuore per vedere che cosa contenesse.
Rimasero a lungo in silenzio, un silenzio profondo. Anche i cani si era-
no stancati di piangere il morto e si erano addormentati. Improvvisamente
si udì un fischio lungo e penetrante proveniente dal cortile.
Geroboamo, il mezzo matto, fu il primo a udirlo e uscì di corsa. Ogni
volta che il vento di Geova si alzava, si poteva udire quel dolce fischio
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proveniente dal cortile e il monaco faceva balzi di gioia.
Il sole stava tramontando, ma il cortile era ancora pieno di luce e gli
occhi del monaco scorsero un lungo serpente nero e giallo che avanzava
sollevando la testa, dardeggiando con la lingua e sibilando. Geroboamo
non aveva mai udito un suono di flauto che fosse altrettanto seducente del-
la voce del serpente. Talvolta, d'estate, quando sognava di una donna, la
vedeva così, strisciare come un serpente sulla stuoia sulla quale egli
dormiva, avvicinare la lingua al suo orecchio e sibilare...
Trattenendo il respiro Geroboamo si avvicinò al serpente che fischiava
eccitato. Guardando l'animale, il monaco si eccitò a sua volta e cominciò a
fischiare. Lentamente, dal pozzo prosciugato, dai fichi d'India, tutt'attorno
al cortile, dalla sabbia, uscirono un serpente con la cresta azzurra, un altro
verde con due corna e altri a chiazze gialle o tutti neri... Avanzando veloci,
come rivoli d'acqua, raggiungevano il primo, quello che aveva lanciato il
richiamo e si stringevano in un fascio. Il vecchio Geroboamo restava lì,
stupito, con l'acquolina in bocca. «È così l'amore, è così che l'uomo si
unisce alla donna», pensava, «ed è per questo che Dio ci ha cacciati dal
Paradiso...» il suo corpo gobbo e senza amore si dondolava a destra e a
sinistra come quello dei serpenti.
Il vecchio rabbino udì l'invitante suono del flauto, alzò il capo e tese
l'orecchio. «I serpenti si accoppiano nel vento infuocato di Dio», pensò. «È
Dio che soffia. Vuole bruciare il mondo e i serpenti si rizzano e fanno
l'amore...» Per un istante lo spirito dell'anziano, sedotto, si lasciò andare.
Di colpo rabbrividì. «Tutto viene da Dio», riconobbe, «tutto ha un doppio
senso, un senso visibile e uno nascosto. La gente comune non percepisce
che il senso visibile, cioè che si tratta di un serpente. Ma lo spirito abitato
da Dio vede, dietro al serpente visibile, il significato nascosto. Oggi, dopo
la confessione del figlio di Maria, i serpenti che stanno strisciando e
sibilando davanti alla porta della cella hanno certamente un significato
nascosto... Ma quale?»
Si rannicchiò per terra, le tempie gli battevano. Quale significato? Un
freddo sudore gli bagnò il viso abbronzato; fissava il giovane pallido
accanto a lui e nello stesso tempo ascoltava i serpenti fuori nel cortile.
Quale significato?
Suo nonno, il grande esorcista Josafat, che era igùmeno quando Simeo-
ne s'era fatto monaco in quel monastero, gli aveva insegnato il linguaggio
degli uccelli e il vecchio rabbino sapeva quel che dicono le rondini, i
piccioni, le aquile. Josafat gli aveva promesso di insegnargli anche il
124
linguaggio dei serpenti, ma non ne ebbe il tempo. Era morto, portandosi il
suo segreto con sé... Di sicuro quella sera i serpenti portavano un messag-
gio, ma quale?
Rimase a lungo disteso per terra, si girava e rigirava sospirando, lo
spirito lacerato da una domanda: quale significato? Di colpo lanciò un
grido, si alzò, prese il bastone sacerdotale e vi si appoggiò!
«Gesù», chiese a voce bassa, «Gesù, che cosa senti nel tuo cuore?»
Il giovane non udì. Era immerso in una gioia silenziosa. Per la prima
volta dopo tanti anni, proprio quella sera in cui aveva deciso di confessarsi,
di parlare, aveva dato un nome a quei serpenti che sibilavano nel suo cuore
e gli era sembrato che scivolassero fuori di lui.
«Gesù», chiese ancora una volta il rabbino, «che cosa senti nel tuo
cuore? Sollievo?»
Si chinò, lo prese per la mano e lo fece alzare. Insieme varcarono la
soglia della cella. Fuori i serpenti, saldi, uniti gli uni agli altri, si erano
rizzati in un unico fascio e danzavano nel turbinio di sabbia ardente,
secondo il volere del vento di Dio. A volte invece s'immobilizzavano come
se fossero diventati di pietra.
«Guarda», disse dolcemente il rabbino, «se ne sono andati.»
«Se ne sono andati?» ripeté il giovane, interdetto. «Se ne sono andati,
ma dove?»
«Non senti sollievo nel tuo cuore? È dal tuo cuore che se ne sono
andati.»
Il figlio di Maria spalancò gli occhi e si mise a guardare ora il rabbino
che gli sorrideva, ora i serpenti che strisciavano, danzando, verso il pozzo
prosciugato. Posò una mano sul cuore e lo sentì battere rapidamente, con
allegria.
«Entriamo», disse il vecchio, riprendendolo per mano.
Entrarono e il rabbino chiuse la porta.
«Dio sia lodato», disse emozionato. Guardò il figlio di Maria strana-
mente turbato.
«È un miracolo», pensava, «tutto è un miracolo nella vita di questo
giovane che ora è qui, davanti a me...» Aveva voglia di tendere la mano su
di lui per benedirlo e di abbassarsi per baciargli i piedi... Ma si trattenne.
Quante volte Dio l'aveva già imbrogliato? Quante volte, udendo i profeti
che arrivavano dalle montagne o dal deserto, si era detto: «Ecco il Messia!
È lui!» Ma Dio si prendeva gioco di lui e ogni volta la delusione gli
riempiva il cuore. Perciò si trattenne. Voleva prima mettere il giovane alla
125
prova. Ormai i serpenti che lo rodevano se n'erano andati, e forse si
sarebbe alzato e avrebbe parlato agli uomini.
Si aprì la porta ed entrò Geroboamo, il padre che accoglieva gli ospiti.
Portava loro un misero pasto, pane d'orzo, olive e latte. Si girò verso il
giovane:
«Per questa notte ho messo la tua stuoia in un'altra cella, così avrai
compagnia».
I due ospiti, però, avevano la mente altrove e non l'udirono. Dal fondo
della cisterna asciutta giunse loro di nuovo il sibilo dei serpenti, ormai
senza fiato.
«Si sposano», disse il monaco con tono scherzoso. «Il vento di Dio
soffia e quelli, che siano maledetti, non hanno paura e si sposano!»
Guardò il vecchio strizzando un occhio. Ma questi si era messo a
inzuppare il suo pane nel latte e a masticarlo, per prendere forza, per
trasformare pane, olive e latte in intelligenza, per essere capace di parlare
con il figlio di Maria. Il gobbetto sbirciava ora l'uno ora l'altro; alla fine si
stufò e se ne andò.
Ora stavano mangiando tutti e due, seduti a gambe incrociate uno di
fronte all'altro, in silenzio. Gli scanni, lo stallo dell'igùmeno, il leggio con
il libro aperto del profeta Daniele, riflettevano un chiarore vellutato in
quell'oscurità. L'aria della cella profumava ancora di incenso. Fuori il
vento si stava calmando.
«Il vento ha ceduto», disse il rabbino. «Dio è passato.»
Il giovane non rispose. «Se ne sono andati, se ne sono andati via, via da
me, i serpenti...» Era forse ciò che Dio voleva? Era forse per quello che
l'aveva condotto nel deserto, per farlo guarire? Aveva soffiato, i serpenti
l'avevano udito, erano usciti dal suo cuore e se n'erano andati... Lodato sia
Dio!
Il rabbino finì il suo pasto, alzò le mani al cielo e ringraziò Dio, poi si
girò verso il compagno.
«Gesù», disse, «il tuo spirito è qui? Sono il vecchio rabbino di
Nazareth, mi ascolti?»
«Ti ascolto, zio Simeone», disse il giovane e si scosse per uscire dal
profondo abisso in cui era immerso.
«È giunta l'ora, figliolo mio, sei pronto?»
«Pronto?» fece il giovane, rabbrividendo. «Pronto per che cosa?»
«Lo sai benissimo, perché me lo chiedi? Devi alzarti e parlare.»
«A chi?»
126
«Agli uomini.»
«E che cosa dirò loro?»
«Non preoccuparti, basterà che tu apri la bocca, Dio non ti chiede altro.
Ami gli uomini?»
«Non lo so. Li vedo e li compiango, ecco.»
«È sufficiente, figliolo, è sufficiente. Alzati e parla agli uomini. Il tuo
dolore, forse, si moltiplicherà, ma il loro diverrà più leggero. È forse per
questo che Dio ti ha mandato nel mondo. Vedremo!»
«È forse per questo che Dio mi ha mandato nel mondo? Come fai a
saperlo, vecchio?» chiese il giovane.
«Non lo so, nessuno me l'ha detto, ma è possibile. Ho visto dei segni.
Quand'eri piccolo, una volta hai plasmato un uccello con dell'argilla. E
mentre lo carezzavi e gli parlavi, mi era parso che gli fossero spuntate le
ali e che volasse via dalle tue mani... Quell'uccello d'argilla è forse l'anima
dell'uomo. Gesù, figliolo mio, l'anima dell'uomo è nelle tue mani.»
Il giovane si alzò. Aprì con precauzione la porta, mise la testa fuori e
ascoltò. I serpenti erano ormai in completo silenzio e ne fu felice. Si girò
verso il vecchio rabbino.
«Dammi la tua benedizione, vecchio», disse. «Non parlarmi più, non
posso più ascoltare niente. Basta così.»
Poi aggiunse:
«Sono sfinito, zio Simeone. Vado a dormire. Talvolta di notte Dio viene,
e spiega la giornata. Buona notte, zio Simeone!»
Fuori, trovò il padre che accoglieva gli ospiti ad aspettarlo.
«Vieni», gli disse, «ti mostrerò dove ti ho preparato il giaciglio. Come ti
chiami, ragazzo?»
«Figlio del falegname.»
«Io, Geroboamo. Mi chiamano anche il Mezzomatto, e il Gobbo; che
dicano pure. Io il mio lavoro lo faccio. Sgranocchio la crosta di pane che
Dio mi ha dato.»
«Quale crosta di pane?»
«Non capisci, testone? La mia anima. Quando avrò finito di mangiarla,
ciao! La morte arriva e mangia me!»
Si fermò e aprì una porticina bassa.
«Entra», disse. «Ecco, da quella parte, a sinistra, nell'angolo c'è la tua
stuoia!» Lo spinse sghignazzando e lo cacciò dentro.
«Fa' dei bei sogni, ragazzo mio! È l'aria del monastero, vedrai delle
donne nel sonno.» Scoppiò a ridere e chiuse rumorosamente la porta.
127
Il figlio di Maria si fermò. Era buio. Al principio non riuscì a distin-
guere niente, ma a poco a poco i muri tirati a calce cominciarono timida-
mente a rischiararsi e prima vide una brocca, posata in una nicchia, poi, in
un angolo, due occhi che lo fissavano.
Avanzò piano, a tastoni, le mani tese in avanti. Col piede urtò la stuoia è
si fermò. I due occhi seguivano attenti ogni suo movimento.
«Buonasera, compagno» disse il figlio di Maria, ma non ci fu nessuna
risposta.
Giuda, raggomitolato come una palla, il mento fra le ginocchia, il
respiro pesante, era appoggiato con la schiena contro il muro e lo guarda-
va. «Vieni.., vieni... vieni...» mormorava guardando il figlio di Maria che
avanzava verso di lui. «Vieni... vieni... vieni...»
Ricordava che nel villaggio in cui era nato, a Kerioth, in Idumea, il
fratello di sua madre, l'esorcista, attirava nel medesimo modo gli sciacalli,
le lepri e le pernici che voleva ammazzare. Si distendeva per terra,
inchiodava i suoi occhi di brace sull'animale e cominciava a fischiare. Un
fischio che era nello stesso tempo desiderio, preghiera, comando: «Vieni...
vieni... vieni...» La bestia aveva le vertigini; a testa bassa, ansimando, si
trascinava verso la bocca che fischiava...
Improvvisamente Giuda si mise pure lui a fischiare. All'inizio pianis-
simo, delicatamente, ma poi sempre più forte, minaccioso e il figlio di
Maria che si era disteso a dormire sussultò, spaventato. Chi c'era al suo
fianco? Chi fischiava? Sentì un odore di animale eccitato e capì.
«Giuda, fratello mio, sei tu?» domandò a bassa voce.
«Crocifissore!» urlò l'altro pestando il suolo con rabbia.
«Giuda, fratello mio», ripeté il giovane, «il crocifissore soffre più del
crocifisso.»
Con un movimento brusco il Rosso si girò su se stesso e si volse per
intero verso il figlio di Maria.
«Ho giurato ai miei fratelli Zeloti, ho giurato alla madre del crocifisso
di ucciderti e ti ucciderò; che tu sia il benvenuto, crocifissore, ho fischiato
e sei venuto!»
Si alzò di scatto, chiuse la porta con il catenaccio e tornò a raggomito-
larsi nell'angolo, con il viso rivolto a Gesù.
«Hai capito che cos'ho detto? Non cominciare con i lamenti. Preparati.»
«Sono pronto.»
«Non divertirti a gridare. Svelto! Così me ne andrò mentre è ancora
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notte.»
«Che tu sia il benvenuto, Giuda, fratello mio, sono pronto. Non sei tu, è
stato Dio che ha fischiato e sono venuto. La sua grazia ha stabilito ogni
cosa, sei giunto al momento opportuno, Giuda, fratello mio. Stasera il mio
cuore si è purificato, alleviato, posso presentarmi davanti a Dio. Sono
stanco di vivere e di lottare con lui. Ti porgo la mia gola, Giuda, sono
pronto.»
Il fabbro borbottò e aggrottò le sopracciglia. Non gli piaceva affatto
tutto ciò, gli ripugnava toccare una gola che gli veniva offerta senza difesa,
come il collo di un agnello. Avrebbe voluto che gli opponesse resistenza,
avrebbe voluto mettersi a lottare corpo a corpo, che il loro sangue si
scaldasse e che, infine, come dev'essere per gli uomini, che l'assassinio
fosse l'ultima e giusta ricompensa della lotta.
Il figlio di Maria aveva teso il collo e aspettava. Il fabbro, con la sua
manaccia, lo respinse violentemente.
«Perché non opponi resistenza?» gridò. «Che uomo sei? Alzati e
combatti!»
«Ma non voglio, Giuda, fratello mio. Resistere? Perché? Ciò che tu
vuoi, lo voglio io pure e, di sicuro, è ciò che Dio vuole. È per questo che
ha disposto tutto così bene. Hai visto? Mi sono diretto a questo monastero
e tu sei partito nello stesso momento. Sono arrivato e il mio cuore si è
subito purificato, e sono pronto a farmi uccidere; tu hai preso il tuo
pugnale, ti sei rintanato in quell'angolo e ti sei preparato a uccidere. La
porta si è aperta e io sono entrato... Hai bisogno di altri segni, Giuda,
fratello mio?»
Il Rosso si rosicchiava i baffi freneticamente e taceva; il sangue gli
ribolliva, gli saliva alla testa, gli infuocava il cervello.
«Perché fabbrichi le croci?» chiese infine con furia.
Il giovane abbassò il capo, era un suo segreto, come poteva rivelarlo?
Avrebbe mai creduto, il fabbro, ai sogni inviatigli da Dio, alle voci che
udiva quand'era solo, agli artigli che gli si conficcavano in testa e che
volevano portarlo in cielo? E avrebbe mai capito che lui non voleva, che
resisteva, che si attaccava al male per non abbandonare la terra?
«Non posso spiegarlo, Giuda, fratello mio, perdonami», disse contrito.
«Non posso...»
Il Rosso si spostò per poter meglio vedere nell'oscurità il viso del giova-
ne. Lo guardò avidamente, poi si ritrasse e si appoggiò di nuovo contro il
muro. «Proprio non capisco che uomo è», si disse. «È un demone oppure
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un Dio, chi lo guida? E lo guida con mano sicura, maledizione... non
opporre resistenza è la resistenza maggiore. Io non posso sgozzare degli
agnelli, posso sgozzare degli uomini, ma non degli agnelli.»
Sbottò:
«Sei un vigliacco, infelice, che il diavolo ti porti! Ti si da uno schiaffo
su una guancia e subito tu tendi l'altra. Se vedi un pugnale, offri subito la
gola. Ha schifo, un uomo, a toccarti!»
«Dio non ha schifo», mormorò tranquillamente il figlio di Maria.
Il fabbro si rigirava il pugnale fra le mani, indeciso. Per un istante gli
parve che un chiarore vibrasse attorno alla testa chinata del giovane
«Ho la testa dura», disse, «ma parla, capirò. Chi sei? Da dove vieni?
Che cosa vuoi? Che cosa sono le leggende che ti circondano? Il bastone
fiorito, il fulmine, gli svenimenti che ti assalgono quando passeggi per
strada, le voci che odi di notte? Qual è il tuo segreto, dimmi?»
«La pietà, Giuda, fratello mio.»
«Per chi? Di chi hai pietà? Della tua miseria, della tua povertà? Oppure
hai pietà d'Israele? Parla, dunque! D'Israele? Dimmi questo, capisci,
questo e nient'altro. È la sofferenza d'Israele che ti divora?»
«La sofferenza dell'uomo, Giuda, fratello mio.»
«Lascia stare gli uomini. Sono uomini anche i Greci, maledizione a
loro!, che ci hanno sgozzato durante tanti anni. E anche i Romani, che
continuano a sgozzarci e che insozzano il nostro Tempio e il nostro Dio.
Perché ti preoccupi di loro? Pensa a Israele; se provi pietà, che sia per
Israele e che tutti gli altri siano maledetti!»
«Io ho pietà anche degli sciacalli e dei passerotti, Giuda, fratello mio, e
dell'erba verde.»
«Ho pietà! Ho pietà!.» lo canzonò il Rosso. «E anche delle formiche hai
pietà?»
«Anche delle formiche. Tutto viene da Dio. Mi chino sulle formiche e
nei loro occhi, neri e lucidi, vedo il viso di Dio.»
«E se ti chini sul mio viso, figlio del falegname?»
«Anche lì vedrei, in fondo in fondo, il viso di Dio.»
«E non hai paura della morte?»
«Perché averne paura, Giuda, fratello mio? La morte non è una porta
che si chiude, è una porta che si apre. Si apre e si entra.»
«Dove si entra?»
«Nel cuore di Dio.»
Giuda sospirò furioso. «Non c'è modo di metterlo con le spalle al
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muro», pensò, «non offre appigli, perché non ha paura della morte...»
Appoggiò il mento sulla mano. Lo guardava, sforzandosi di prendere una
decisione.
«Se non ti ammazzo», disse infine, «che cos'hai intenzione di fare?»
«Non lo so. Ciò che Dio deciderà. Vorrei alzarmi in piedi e parlare agli
uomini.»
«Per dir loro che cosa?»
«Come vuoi che lo sappia, Giuda, fratello mio? Aprirò la bocca e sarà
Dio a parlare.»
L'alone di luce attorno alla testa del giovane divenne più intenso, il viso
risplendette, emaciato, pieno di dolore e gli occhi, i grandi occhi neri,
ammaliavano Giuda con indicibile dolcezza. Il Rosso abbassò gli occhi,
turbato. «Se sapessi che si metterà a parlare e che risveglierà i cuori
d'Israele affinché si gettino sui Romani, non l'ucciderei.»
«Perché ti attardi, Giuda, o fratello?» domandò il giovane. «O forse Dio
non ti ha mandato per ammazzarmi? Il suo disegno è forse differente e tu
stesso non lo conosci e stai lottando per indovinare. Io sono pronto a mori-
re, pronto a vivere. Decidilo tu.»
«Non aver fretta», rispose l'altro rudemente. «La notte è lunga, abbiamo
tempo.»
Poi, dopo un momento, gridò fuori di sé:
«Non si può parlare con te, non se ne viene fuori. Ti faccio una doman-
da e rispondi un'altra cosa, non ti lasci mettere le mani addosso. Il mio
spirito era più sicuro, il mio cuore più deciso, prima di vederti e ascoltar-
ti... Lasciami in pace, girati e dormi. Voglio restare da solo, per riflettere e
decidere quello che devo fare.»
Si girò verso il muro borbottando.
Il figlio di Maria si stese sulla stuoia e incrociò le braccia, tranquillo.
«Succederà ciò che Dio vorrà», pensò. Chiuse gli occhi pieno di fiducia.
Una civetta uscì dal suo buco, nella roccia di fronte, vide che il ciclone
di Dio era finito, svolazzò qua e là e si mise a tubare teneramente e a
chiamare il suo compagno.
«Dio se ne è andato», gli gridava. «Siamo di nuovo sicuri, vieni, amore
mio!» In alto il lucernario della cella si riempì di stelle. Si muovevano
lentamente, sparivano, apparivano, e intanto le ore passavano.
Giuda si agitava sulla stuoia, soffocava, brontolava, talvolta si alzava,
andava fino alla porta, tornava indietro. Il figlio di Maria l'osservava con
gli occhi socchiusi e aspettava. «Succederà ciò che Dio vorrà», pensava.
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Aspettava. Le ore passavano.
All'improvviso, nella notte ancora profonda, un gallo cantò. Giuda si
alzò di scatto e con un balzo raggiunse la porta, l'aprì violentemente e la
richiuse. I suoi passi pesanti risuonarono sulle pietre.
Allora il figlio di Maria si girò. Vide nell'angolo opposto, al buio, in
piedi, sveglia, la sua fedele compagna.
«Perdonami, sorella», le disse, «non è ancora giunta l'ora.»

12

Quel giorno il lago di Genezareth era molto agitato, il vento era umido,
caldo, l'autunno era già arrivato e la terra aveva odore di vigna e di uva
troppo matura. Di buon mattino uomini e donne si erano diretti tutti a
Cafarnao; la vendemmia era matura e i grappoli, ricchi di succo, erano in
terra ad aspettare. Le ragazze brillavano come i chicchi d'uva; avevano
mangiato a sazietà l'uva dei tini e le loro labbra ne erano tutte impiastric-
ciate. I giovani, eccitati, gettavano occhiate furtive alle ragazze che ven-
demmiavano e ridevano. Da vigneto a vigneto non s'udivano che grida e
scoppi di risa. Le ragazze prendevano coraggio, scherzavano con i ragazzi
e questi s'infiammavano ancor di più e gli si avvicinavano. Il demone
malizioso della vendemmia correva qua e là con risate beffarde e stuzzi-
cava le donne.
La grande casa di campagna del vecchio Zebedeo, tutta aperta, risuo-
nava di un allegro brusio. A sinistra, nel cortile troneggiava il tino per
pigiare l'uva; i giovani portavano delle ceste traboccanti di grappoli e lo
riempivano. Quattro colossi, Filippo, Giacomo, Pietro e Nataniele, il
ciabattino del villaggio, grande, grosso e ingenuo, si stavano lavando i
polpacci villosi e si preparavano a entrare nel tino per pigiare l'uva. Tutti i
poveri di Cafarnao avevano la propria vigna, per piccola che fosse, ed essa
dava loro il vino dell'anno. Ogni anno versavano il proprio raccolto in quel
tino, lo pigiavano e si portavano via la propria parte di mosto. Il vecchio
Zebedeo, l'accaparratore, si teneva come contributo una decima per l'uso
del tino e riempiva la sue giare e i suoi barili per l'annata.
Il vecchio Zebedeo era dunque seduto su uno scalino, aveva in mano un
pezzo di legno e un coltello e segnava con delle tacche il numero di ceste
di ognuno. Ogni padrone se lo incideva pure lui nella testa, affinché il gior-
no dopo quando si fosse suddiviso il mosto, nessuno si trovasse ad avere
meno di quanto gli spettava. Zebedeo era un vecchio spilorcio e non ci si
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poteva fidare di lui, perciò tutti tenevano gli occhi bene aperti.
La finestra della casa che guardava sul cortile era aperta e la vecchia
Salomè, la padrona di casa, stesa su un divano, vedeva e udiva tutto ciò
che succedeva nel cortile; in tal modo dimenticava i dolori che le trafig-
gevano le ginocchia e le articolazioni. Doveva esser stata molto bella in
gioventù: aveva una ossatura fine, capelli scuri, pelle bianca, grandi occhi.
Era di buona famiglia e tre villaggi se la contendevano: Cafarnao, Magdala
e Bethsaida. Dal suo vecchio padre, il ricco armatore, si erano presentati
tre pretendenti seguiti da un gran corteo d'amici e di cammelli e ceste
ricolme di regali. Il vecchio furbacchione aveva soppesato con cura, fra sé
e sé, il corpo, l'anima e la fortuna di ciascuno di loro e aveva scelto Zebe-
deo. Lui se l'era sposata e lei l'aveva reso felice; ma ora la bella fra le belle
era invecchiata, il suo fascino era svanito e il suo vecchio marito, sempre
vigoroso, passava le notti fuori casa.
Quel giorno, però, il viso della vecchia Salomè era raggiante. Il giorno
prima era arrivato dal monastero Giovanni, il figlio preferito. Per la verità
era debole e pallido, la preghiera e i digiuni l'avevano sfinito, ma ora
l'avrebbe tenuto con sé, non l'avrebbe lasciato ripartire, l'avrebbe fatto
mangiare e bere in abbondanza affinché riacquistasse forza e le sue guance
riprendessero colore. Dio è buono, noi lo veneriamo, ma lui non deve voler
bere il sangue dei nostri figli; il digiuno è cosa buona, praticato con misura
e anche la preghiera, ma sia Dio sia l'uomo ne devono trarre il proprio
beneficio, senza esagerazione, pensava la vecchia Salomè. Guardava la
porta con impazienza, aspettando che apparisse Giovanni, il figlio minore,
di ritorno dalle vigne dove vendemmiava con gli altri.
Sotto il grande mandorlo, carico di frutti, in mezzo al cortile, chino e
silenzioso, Giuda il Rosso picchiava con potenti colpi di martello i cerchi
di ferro delle botti di vino. Se lo si guardava da destra, la sua faccia era
imbronciata, piena di astio; se lo si guardava da sinistra, lo si vedeva in-
quieto e rattristato. Erano giorni e giorni che aveva lasciato il monastero
come un ladro, che stava facendo il giro dei villaggi e preparava le botti
per il vino nuovo. Entrava nelle case, lavorava, ascoltava le conversazioni
e fissava nella testa fatti e gesti di ognuno, per poi riferire alla confrater-
nita. Ma chi mai avrebbe potuto riconoscere il Rosso di un tempo, lo spac-
cone, il rissoso? Era diventato irriconoscibile dal giorno in cui era partito
dal monastero.
«Ehi, Giuda Iscariota, parla, Rosso della malora!» gli aveva gridato
Zebedeo. «A che cosa stai pensando? Due più due fa quattro, non te ne sei
133
ancora reso conto? Parla dunque, amico, di' qualcosa, è tempo di vendem-
mia e non è certo cosa da poco; in questo giorno hanno voglia di ridere
anche gli agnelli a cinque zampe!»
«Non l'indurre in tentazione, vecchio Zebedeo», esclamò Filippo. «Pare
che sia andato al monastero e che voglia farsi monaco. Non l'hai mai senti-
to dire? Il diavolo, invecchiando, si fa monaco!»
Giuda si voltò e lanciò un'occhiata carica di veleno a Filippo, ma non
disse nulla. Filippo gli faceva schifo, non era un uomo. Chiacchierone,
fanfarone, era stato trattenuto dalla paura e non era voluto entrare a far
parte della confraternita: «Ho degli agnelli, non posso abbandonarli».
Il vecchio Zebedeo scoppiò a ridere e si girò verso il Rosso.
«Sta' attento, disgraziato», gli gridò. «La malattia del convento è conta-
giosa, attento a non prendertela! C'è mancato un pelo che non se la pren-
desse anche mio figlio! Per fortuna la mia vecchia moglie si è ammalata e
il suo beneamato figlio l'ha saputo; aveva appreso a fondo le virtù di anti-
che ricette con il vecchio igùmeno ed è venuto a curarla. Ma non metterà
più il naso fuori di qui, ve lo dico io. Per andar dove? Non è matto. Laggiù
nel deserto c'è la fame, la sete, le devozioni e Dio. Qui c'è da mangiare, da
bere, donne e Dio. Dio è dappertutto; allora perché dovrebbe andare a
cercarlo nel deserto? Che cosa ne dici, tu, Giuda Iscariota?»
Ma il Rosso batteva sempre le botti a gran colpi e non rispondeva. Che
cosa dirgli ? Ha una gran fortuna quel vecchiaccio, come può capire l'an-
goscia degli altri? E Dio stesso che, per un nonnulla ha ridotto in briciole
migliaia d'uomini, coccola e cura come la pupilla dei suoi occhi quel vec-
chio Zebedeo, quel farabutto, quell'ingordo, quell'avaraccio. D'inverno lo
copre come una mantella di lana, e d'estate come una fresca veste di lino,
ma perché? Che cosa trova in lui? Forse si rode di disperazione per Israele,
quel vecchiaccio? Se ne infischia totalmente. Ama i Romani perché gli
permettono di conservare i suoi beni. Dio li benedica, dice sempre, perché
mantengono l'ordine, se se ne andassero, tutti i fuorilegge e i miserabili ci
cadrebbero addosso e allora addio alla nostra fortuna-Ma non inquietarti,
vecchiaccio della malora, verrà il tuo momento. Ciò che Dio dimentica o si
astiene dal fare, se lo ricorderanno e lo faranno gli Zeloti, che siano
benedetti... Pazienza, Giuda, non parlare, pazienza, il giorno del Sabbath
arriverà!
Alzò gli occhi color turchese, guardò Zebedeo e lo vide galleggiare a
testa in giù nel suo tino, ma questa volta pieno di sangue. Un grande
sorriso gli rischiarò il volto.
134
Nel frattempo i quattro colossi si erano puliti bene i piedi ed erano
balzati nel tino. Pigiavano, calpestavano l'uva, vi entravano fino alle ginoc-
chia, si chinavano, ne prendevano grosse manciate e la mangiavano
riempiendosi tutta la barba di graspi; a volte si prendevano per mano e
danzavano, a volte ciascuno di loro scalpitava e urlava da solo. L'odore del
mosto li aveva inebriati. E non solo l'odore; dalla porta aperta vedevano in
fondo alle vigne le vendemmiatrici chinarsi e mostrare le loro grazie ben
più in su delle ginocchia e i loro seni dondolare sulle vigne come grappoli.
I quattro uomini le vedevano e ne erano turbati, non era un tino, non
erano la terra e le sue vigne, quello era il Paradiso. E, seduto sullo scalino,
c'era il vecchio Zebedeo che con un lungo pezzo di legno e un coltello
segnava ciò che era dovuto, quante ceste di uva ognuno di loro aveva por-
tato e quante brocche di vino avrebbe dato loro. Quante brocche di vino,
quante marmitte di cibo, quante donne!
«Per la verità», disse Pietro, «se Dio venisse adesso e mi dicesse: 'Ehi,
Pietro, mio piccolo Pietro, oggi sono di buon umore, chiedimi una grazia e
te l'accorderò, che cosa vuoi?' 'Pigiare l'uva, o mio Dio', risponderei,
'pigiare l'uva per l'eternità!'»
«E non bere del vino, sciocco che sei?» gli chiese Zebedeo in tono rude.
«No, dal profondo del cuore, pigiare l'uva!»
Non rideva. Il suo viso era serio, assorto. Si fermò un momento e si sti-
rò al sole. Era a torso nudo e mostrava, proprio sul cuore, il tatuaggio di un
grosso pesce nero. Il disegno era stato fatto con tale abilità che si sarebbe
detto che il pesce muoveva la coda e nuotava felice infilandosi fra i peli
ricciuti del suo petto. Sopra al pesce c'era una croce a quattro braccia con
degli ami.
Filippo, invece, pensava ai suoi agnelli. A lui non importava nulla di
scavare la terra, curare i vigneti e pigiare l'uva. Ridendo disse a Pietro:
«Ah, che bel lavoro ti sei trovato: pigiare l'uva per l'eternità! Io avrei
chiesto a Dio che la terra e il cielo diventassero una prateria verde, piena di
capre e di pecore, per mungerle e lasciare colare giù il latte come un fiume
dalla cima della montagna verso la pianura e che esso formasse dei laghi
per farci bere i poveretti; e che tutte le sere ci riunissimo, noi pastori, con
Dio, capo dei pastori, per accendere il fuoco, arrostire gli agnelli e raccon-
tare delle storie. Questo è il Paradiso!»
«Vattene al diavolo, scemo!» mormorò Giuda, lanciando a Filippo uno
sguardo rabbioso.
I giovani si avvicinavano al tino, nudi, villosi, un cencio colorato attor-
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no ai fianchi; udivano quei discorsi senza capo né coda e ridevano. Aveva-
no pure loro un Paradiso nel cuore, ma non lo confessavano; rovesciavano
le loro ceste nel tino e con un balzo correvano di nuovo dalle vendem-
miatrici.
Il vecchio Zebedeo aprì la bocca per dire anche lui la sua saggia parola,
ma si bloccò alla vista di uno strano visitatore che era apparso sulla porta e
li stava guardando. Era scalzo, «pettinato, coperto da una pelle di cervo
annodata su una spalla e giallo come un pezzo di zolfo. I suoi occhi neri
dardeggiavano.
Tutti si fermarono e guardarono in direzione della porta. Chi era quel
morto vivente lì sulla soglia? Le risate cessarono improvvisamente e la
vecchia Salomè si affacciò alla finestra per guardare. Di colpo lanciò un
urlo: «Andrea!»
«Ma insomma, Andrea, ragazzo mio, che cos'è questo abbigliamento?
Vieni dall'Inferno o ci stai andando?»
Pietro saltò fuori dal tino e prese il fratello per la mano; lo guardava con
tenerezza e terrore, senza dir parola. Mio Dio, era proprio quello Andrea, il
ragazzo robusto, famoso per la sua bellezza, primo alla pesca e primo alle
feste, fidanzato con la più bella del villaggio, la bionda Ruth? Ella era
annegata con il padre, una notte, nello stagno; Dio quella notte aveva fatto
sollevare un vento terribile e l'aveva affogata. E Andrea pazzo di dolore era
andato a offrirsi a Dio mani e piedi legati: se Ruth aveva raggiunto Dio,
pensava, forse l'avrebbe raggiunta lì. Non cercava Dio, ma la sua
fidanzata.
Pietro non smetteva di guardarlo con terrore. «In quale stato l'abbiamo
dato a Dio e in quale stato lui ce lo rende!»
«Ehi! Perché lo guardi e lo palpi così a lungo?» gridò Zebedeo a Pietro.
«Lascialo entrare; entra, Andrea, figlio mio, chinati, prendi un grappolo
d'uva, mangia. Abbiamo anche del pane, che Dio sia lodato, mangia per
riprendere forze e non farti vedere in questo stato da Giona, il tuo povero
padre affinché egli, dalla paura, non si tuffi di nuovo nel suo squalo!»
Ma Andrea alzò il braccio scheletrico e gridò:
«Non avete vergogna, non avete timore di Dio? La gente sta morendo e
voi, qui, pigiate l'uva e ridete a gola spiegata?»
«Ahi, ahi, ahi! Eccone un altro che viene a infastidirci!» mormorò
Zebedeo. Si girò verso Andrea, furioso:
«Neanche tu ci lascerai in pace, vero? Ne abbiamo le scatole piene. È
questo che proclama Battista, il tuo profeta? Digli da parte mia di cambiar
136
ritornello. È giunta la fine del mondo, secondo quanto dice, le tombe si
apriranno e i morti ne usciranno; Dio, pare, scenderà dal cielo. L'Ultimo
Giudizio! Aprirà i registri e, disgrazia a noi! Bugie! Bugie! Non ascoltate,
ragazzi, al lavoro, pigiate l'uva!»
«Pentitevi! Pentitevi!» tuonò il figlio di Giona. Si strappò dalle braccia
del fratello e si piantò in mezzo al cortile. Si fermò davanti al vecchio
Zebedeo, con un dito levato verso il cielo.
«Un buon consiglio, Andrea», disse Zebedeo. «Siediti e mangia, bevi un
po' di vino, per ritrovare il tuo buonsenso. La fame t'ha fatto impazzire,
infelice!»
«La bella vita t'ha fatto impazzire, vecchio Zebedeo», rispose il figlio di
Giona. «Ma la terra si aprirà sotto ai tuoi piedi, e inghiottirà il tuo tino, le
tue barche e te stesso, vecchio maledetto!»
Si era eccitato, girava lo sguardo attorno fissando ora l'uno ora l'altro e
gridando:
«Prima che questo mosto diventi vino, verrà la fine del mondo!
Indossate una camicia di canapa ruvida, spargete il vostro capo di cenere,
battetevi il petto e gridate: 'È colpa mia! È colpa mia!' La terra è un albero
e quell'albero è marcio. Il Messia sta giungendo con l'accetta!»
Il vecchio Zebedeo non riuscì più a controllarsi.
«Se credi in Dio, Pietro», gridò, «prendilo con te e andatevene! Qui
dobbiamo lavorare. Arriva!... Arriva! Una volta ha in mano il fuoco,
un'altra i registri e adesso un'accetta, immaginate! Ma non ci lascerete tran-
quilli, dunque, sfruttatori del popolo? Il mondo è solido, ben solido, ragaz-
zi, allora pigiate l'uva e non abbiate paura!»
Pietro carezzava teneramente le spalle del fratello, cercando di
calmarlo.
«Stai zitto», gli diceva a bassa voce, «taci, fratello mio, non gridare. Il
viaggio ti ha stancato, andiamo a casa e ti riposerai. Il nostro vecchio padre
ti vedrà e il suo dolore si lenirà.»
Lo prese per mano e lo guidava lentamente, con grande sollecitudine,
come se fosse stato cieco. Presero la stretta stradina e sparirono. Il vecchio
Zebedeo scoppiò a ridere:
«Eh, mio caro Giona, pescatore profeta, non vorrei essere nei tuoi
panni!»
Allora la vecchia Salomè parlò.
«Zebedeo», disse scuotendo la testa bianca, «Zebedeo, vecchio diavolo,
misura bene le parole, non ridere; sopra di noi v'è un angelo che ha scritto:
137
'Ciò di cui ti beffi succederà a te!'»
«Mia madre ha ragione», disse Giacomo che non aveva ancora detto
nulla. «È mancato ben poco che non ti succedesse lo stesso con Giovanni,
il tuo beneamato figlio E mi sembra anche che la storia non sia del tutto
finita. I ragazzi che portano le ceste mi dicono che egli non sta
vendemmiando, ma che sta chiacchierando con le donne, su Dio, i digiuni
e le anime immortali... Non vorrei essere neppure nella tua di pelle,
padre!»
Rise seccamente: non poteva sopportare il fratello viziato e fannullone.
Si mise a calpestare l'uva con rabbia. Il sangue salì alla testa di Zebedeo;
neppure lui poteva sopportare il figlio maggiore, gli somigliava troppo.
Sarebbe nata una rissa se, proprio in quel momento, non fosse comparsa
sulla porta, appoggiata al braccio di Giovanni, Maria, la moglie di
Giuseppe di Nazareth. Aveva i piedi e le caviglie sottili coperti di polvere
per il lungo cammino. Erano giorni e giorni che aveva abbandonato la pro-
pria casa, che andava di villaggio in villaggio cercando in lacrime il suo
infelice figlio. «Dio ha fatto uscir di senno, non è più fra gli uomini»,
sospirava la madre e lo piangeva da vivo. Chiedeva, assillava la gente:
«Forse qualcuno lo conosce, è alto, magro, scalzo, ha una veste azzurra e
una cinta di cuoio nero, forse l'avete visto?» Solo ora, grazie al figlio di
Zebedeo, era sulle sue tracce. «È al monastero, nel deserto, ha indossato
una tunica bianca, è prosternato con il viso sul suolo e prega...» Giovanni
aveva avuto pietà di lei e le aveva detto tutto. E ora, appoggiata al suo
braccio, entrava nel cortile del vecchio Zebedeo per riposarsi un poco,
prima di ripartire per il deserto.
La vecchia Salomè si alzò in piedi.
«Che tu sia la benvenuta, carissima Maria», disse. «Entra.»
Maria abbassò lo scialle fino agli occhi, chinò la testa, attraversò il
cortile a occhi bassi, afferrò le mani della sua vecchia amica e scoppiò a
piangere.
«È un grave errore piangere, figliola», aggiunse la vecchia Salomè,
facendola sedere di fianco a lei. «Tuo figlio, adesso, è sotto il tetto di Dio,
è al sicuro.»
«Il dolore di una madre è terribile, Salomè», rispose Maria sospirando.
«Dio mi ha dato un unico figlio ed egli non ha la testa a posto.»
Il vecchio Zebedeo udì il suo lamento; non era cattivo, se non si andava
contro i suoi interessi, e scese dal suo scalino per consolarla.
«È la gioventù, Maria», le diceva. «È la gioventù, non tormentarti,
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passerà. È come il vino, fortunata; ma l'ubriacatura passa presto e poi ci si
sottomette al giogo, senza troppo scalciare. A tuo figlio passerà l'ubriaca-
tura, Maria. Guarda mio figlio, quello che è con te, solo adesso gli sta
passando l'ubriacatura, lodato sia Dio!»
Giovanni arrossì, ma rimase in silenzio. Entrò in casa per prendere
dell'acqua fresca e dei fichi maturi da offrire alla visitatrice. Le due donne,
sedute vicine, parlavano a voce bassa di quel figlio posseduto da Dio.
Mormoravano appena, temendo che gli uomini le udissero, intervenissero
e rovinassero la loro profonda intesa.
«Egli prega, m'ha detto tuo figlio, Salomè. Prega e le sue mani e le sue
ginocchia sono piene di calli a forza di prosternarsi. Pare che non mangi,
che si consumi, che si sia messo a vedere delle ali nell'aria; non vuole bere,
neppure l'acqua, per vedere, così sembra, gli angeli... Fin dove giungerà
questa malattia, Salomè? Suo zio rabbino, che ne ha guariti tanti, non
riesce a guarire mio figlio... Perché Dio mi ha maledetta, Salomè, che cosa
gli ho fatto?»
Appoggiò il capo sulle ginocchia della vecchia amica e si mise a
piangere.
Arrivò Giovanni con l'acqua e cinque o sei fichi su una foglia.
«Non piangere, donna», le disse, appoggiando i fichi in grembo. «Una
luce santa splende attorno al viso di tuo figlio; non tutti la vedono, ma una
notte l'ho vista lambire e rodere il suo viso e ne ho avuto paura. E il
vecchio Habacuc vedeva tutte le notti, mentre dormiva, l'igùmeno defunto.
Teneva, così pare, tuo figlio per mano, lo portava di cella in cella e lo indi-
cava con il dito. Non parlava, lo indicava sorridendo. Il vecchio Habacuc
aveva paura, balzava dal letto, andava a svegliare i monaci e tutti assieme
si sgolavano per cercare di spiegarsi il sogno. Che cosa aveva voluto dir
loro l'igùmeno? Perché indicava loro il nuovo venuto sorridendo? E di col-
po, l'altro ieri, il giorno in cui sono partito, hanno avuto un'illuminazione
divina e hanno capito il senso del sogno: era lui che bisognava eleggere
igùmeno, era questo che il morto voleva, era lui che doveva diventare igù-
meno... Tutti i monaci sono andati subito a trovare tuo figlio; sono caduti
ai suoi piedi, era la volontà di Dio, gli gridavano, che diventasse igùmeno
del monastero. Ma tuo figlio ha rifiutato. 'No, no, non è la mia strada, non
ne sono degno, partirò!' Al momento in cui ho abbandonato il monastero,
doveva essere mezzogiorno, ho udito la sua voce che rifiutava. I monaci
minacciavano di chiuderlo a chiave in una cella per impedirgli di
andarsene.»
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«Rallegrati, Maria», disse la vecchia Salomè, il viso raggiante. «Madre
felice! Dio ha soffiato nel tuo seno e non lo senti!»
L'amata da Dio l'ascoltava e scuoteva il capo, inconsolabile.
«Non voglio avere un santo per figlio», mormorava. «Voglio che sia un
uomo come gli altri, che si sposi, che mi dia dei nipotini. È questa la strada
del Signore.»
«Questa è la strada dell'uomo, donna», disse Giovanni a bassa voce,
come se avesse vergogna di contraddirla. «È l'altra, quella che segue tuo
figlio, la strada del Signore, donna.»
Grida e risate arrivarono dalle vigne, due dei ragazzi che portavano le
ceste entrarono nel cortile eccitatissimi.
«Brutte notizie, padroni», gridarono scoppiando a ridere. «Pare che la
gente di Magdala si sia rivoltata, che abbia preso delle pietre e che stia
dando la caccia alla sua sirena per ammazzarla!»
«Quale sirena?» gridarono quelli che pigiavano l'uva, interrompendo la
loro danza. «Maddalena?»
«Maddalena, sicuro! Con il nostro migliore augurio! Due mulattieri che
passavano da lì ce l'hanno detto. Sembra che ieri, sabato, sia arrivato da
Nazareth a Magdala il capo della banda di Barabba seminando terrore...»
«Eccone un altro, maledizione a lui!» urlò il vecchio Zebedeo, fuori di
sé. «È Zelota, da quanto dice, è arrivato con il suo muso da selvaggio per
salvare Israele! Possa crepare, quel tipaccio!... E allora?»
«Allora, di sera, è passato davanti alla casa di Maddalena e ha trovato il
cortile pieno di gente; lo scomunicato lavorava anche il giorno santo, il
Sabbath! Avete mai visto qualcuno che ha visto Dio e che non ha paura?
Barabba è entrato nel cortile, ha tirato fuori il coltello, i mercanti hanno
afferrato le spade, i vicini sono arrivati, insomma c'è stato un gran tumulto.
Due dei nostri sono stati feriti, i mercanti sono rimontati sui cammelli e se
la sono squagliata. Barabba ha sfondato la porta per prendere la bella e
sgozzarla. Solo che non c'era più! L'uccello era volato via! Era uscita
dall'altra porta come se niente fosse! Tutto il villaggio si è messo a inse-
guirla; ma era quasi notte e non c'è stato mezzo di trovarla. Al mattino
sono partiti in tutte le direzioni, hanno cercato, sono sulle sue tracce, pare
che abbiano trovato le sue orme sulla sabbia, dalle parti di Cafarnao!»
«Che sia la benvenuta fra noi, ragazzi!» disse Filippo leccandosi le
grosse labbra da caprone. «Non mancava che lei in Paradiso; ce l'eravamo
dimenticata: Eva, che sia la benvenuta!»
«Il suo mulino lavora anche di sabato, che birbona!» disse il candido
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Nataniele e sorrise maliziosamente sotto i baffi. Si ricordò che una sera,
vigilia di un Sabbath, si era lavato, rasato e aveva indossato dei vestiti
puliti; la «Tentazione del bagno» era arrivata, l'aveva preso per mano ed
erano andati a Magdala. Erano andati a Magdala direttamente alla casa di
Maddalena, che sia benedetta! Era d'inverno, gli affari del mulino anda-
vano male e Nataniele era rimasto solo tutto il sabato a macinare...
Nataniele sorrise di soddisfazione. Era un peccato grande, certo, sì, era un
peccato grosso, ma Dio in cui riponiamo la nostra fiducia, Dio perdona.
Senza nessuna storia, povero, celibe, Nataniele passava tutta la vita seduto
davanti a un banchetto da lavoro, all'angolo di una strada del suo villaggio,
a fabbricare zoccoli per i contadini e per i pastori... Era vita, quella? Allora
un giorno anche lui aveva fatto follie, un solo giorno, unico e prezioso nel-
la vita, e aveva conosciuto la gioia, come uomo; poteva benissimo essere il
giorno del Sabbath, Dio, l'hanno appena affermato, ma Dio capisce questo
tipo di cose e perdona...
Ma il vecchio Zebedeo fece una brutta faccia.
«Ancora storie!» mormorò. «Non potrebbero andare un po' più in là a
sgozzarsi? Ora sono profeti, ora puttane, ora pescatori che piangono, ora
dei Barabba, ne ho abbastanza!» Si rivolse a quelli che pigiavano l'uva:
«Voialtri al lavoro, ragazzi. Pigiate l'uva!»
In casa, la vecchia Salomè e Maria, la moglie di Giuseppe, avevano
udito le notizie, si erano scambiate uno sguardo e avevano abbassato la
testa, senza parlare. Giuda mollò il martello, uscì e si appoggiò al mon-
tante della porta di strada. Aveva udito tutto, inciso tutto nella sua mente e,
passando, gettò uno sguardo feroce al vecchio Zebedeo.
Si fermò sulla soglia e si mise ad ascoltare. Udì delle grida, vide solle-
varsi della polvere, c'erano degli uomini che correvano e delle donne che
urlavano: «Prendetela! Prendetela!» e prima ancora che i tre uomini aves-
sero avuto il tempo di saltar giù dal tino e il vecchio accaparratore di scen-
dere dal suo scalino, Maddalena, trafelata, in cenci, entrò nel cortile get-
tandosi ai piedi della vecchia Salomè.
«Aiutami, donna, aiutami! Arrivano!»
La vecchia Salomè fu presa da pietà nei confronti della peccatrice, si
alzò, chiuse la finestra e disse al figlio:
«Sbarra la porta, figlio mio».
Poi si rivolse a Maddalena:
«Rannicchiati in terra, nasconditi».
China, Maria, la moglie di Giuseppe, guardava con compassione mista
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a orrore quella traviata. Solo le donne oneste sanno quanto l'onore sia cosa
amara e intollerabile; provava pietà per lei, ma, nello stesso tempo, quel
corpo peccatore le sembrava un mostro villoso, scuro, pericoloso. Era
mancato poco, quando suo figlio aveva vent'anni, che quella belva glielo
strappasse... È sfuggito alla donna, pensava Maria, sospirando, ma a Dio...
La vecchia Salomè posò la mano sulla testa di Maddalena.
«Perché piangi, figliola?» domandò con compassione.
«Non voglio morire», rispose Maddalena, «la vita è bella, non voglio!»
La moglie di Giuseppe allungò pur'essa la mano. Maddalena non le
faceva più paura, non le faceva più schifo, la toccò.
«Non aver paura, Maria», le disse, «Dio ti protegge, non morirai.»
«Come fai a saperlo, zia Maria?» chiese Maddalena. I suoi occhi brilla-
vano.
«Dio ci da del tempo, del tempo per pentirci, Maddalena», disse la
madre di Gesù con sicurezza.

Mentre le tre donne parlavano, unite dal dolore, si udirono delle grida
provenienti dalle vigne: «Arrivano! Arrivano! Eccoli!» Zebedeo ebbe giu-
sto il tempo di scendere di nuovo dal suo scalino, quando dei colossi sca-
tenati apparvero al portone sulla strada e Barabba, eccitato, ruggendo,
oltrepassò la soglia.
«Ehi, vecchio Zebedeo», gridò, «con o senza il tuo permesso, nel nome
del Dio d'Israele, noi entreremo.»
E, prima che il vecchio padrone avesse il tempo di aprir bocca, Barabba
con un colpo di spalla aveva scardinato la porta, si era gettato su Madda-
lena e l'aveva afferrata per i capelli.
«Fuori di qui! Fuori di qui, puttana!» gridava, e la trascinò nel cortile.
Qui Maddalena fu circondata da una gran folla di contadini giunti da
altri villaggi, che, fra schiamazzi e risate, la portarono via diretti verso il
lago, e là giunti la gettarono dentro un fosso. Poi uomini e donne si disper-
sero per riempirsi di pietre i grembiuli.
Allora la vecchia Salomè saltò giù dal letto e, malgrado i dolori che la
torturavano, si trascinò nel cortile e cominciò a maltrattare il marito.
«Ti sei coperto di vergogna, vecchio Zebedeo», gridava. «Hai permesso
a quei fuorilegge di entrare in casa tua e di strapparti dalle mani una donna
che implorava pietà.»
Poi si rivolse al figlio Giacomo, che stava in piedi, in mezzo al cortile,
indeciso:
142
«E tu sei identico a tuo padre, non hai vergogna? Non vali più di lui.
Anche per te il denaro è il tuo Dio? Corri a proteggere una donna che un
intero villaggio, senza vergogna, vuole uccidere!»
«Ci vado, madre, calmati», rispose il figlio che temeva sua madre più di
chiunque altro. Il terrore lo divorava ogni volta che lei gli si levava davan-
ti, furibonda. Perché sentiva che quella voce selvaggia e severa non era la
voce di lei, ma la voce primordiale della tribù dalla testa dura, la tribù
d'Israele diventata rauca nel deserto.
Giacomo si girò, fece un cenno ai suoi due compagni, Filippo e
Nataniele, e disse:
«Andiamo». Gettò un'occhiata fra le botti per cercare Giuda, ma quello
se n'era già andato.
«Vado anch'io», disse Zebedeo, fuori di sé. Aveva paura di rimanere
solo con la moglie. Si abbassò, raccolse il randello e seguì il figlio.
Ferita, insanguinata, Maddalena si era rannicchiata in un angolo del
fosso, aveva messo le braccia attorno alla testa per proteggersi e urlava.
Attorno a lei gli uomini e le donne la guardavano e ridevano. Da tutti i
vigneti dei dintorni, abbandonato il lavoro, arrivavano i portatori di ceste e
le vendemmiatrici. I giovani morivano dalla voglia di vedere quel celebre
corpo, mezzo nudo e insanguinato, mentre le ragazze trattenevano a stento
l'odio e la gelosia per quella donna che si concedeva a tutti gli uomini e
non ne lasciava loro nessuno.
Barabba tese una mano per far cessare le grida, pronunciare la sentenza
e dare il segnale per la lapidazione. In quel momento apparve Giacomo.
Stava per dirigersi verso il capo della banda zelota, ma Filippo lo trattenne
per un braccio.
«Dove vai?» disse. «Dove andiamo? Siamo quattro soli contro un vil-
laggio intero! Siamo perduti!»
Ma Giacomo aveva ancora nelle orecchie il grido selvaggio della
madre.
«Ehi, Barabba, uomo col coltello», gridò, «sei venuto qui nel vostro
villaggio per ammazzare la gente? Lascia stare quella donna. La giudi-
cheremo noi. Faremo venire gli anziani di Magdala e di Cafarnao perché la
giudichino. Anche suo padre, il rabbino, verrà da Nazareth. È la Legge!»
«Mio figlio ha ragione!» ruggì allora il vecchio Zebedeo, che stava
arrivando con il grosso randello. «Ha ragione, è la Legge!»
Barabba si rivolse bruscamente contro di loro, gridando:
«Gli anziani sono dei venduti, Zebedeo è un venduto, non ho fiducia, la
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Legge sono io! Se c'è qualcuno fra voi che ne fa il coraggio, che venga a
misurarsi con me!»
Uomini e donne di Cafarnao e di Magdala si raggruppa-rono attorno a
Barabba. Il delitto brillava nei loro occhi. Una banda di ragazzini arrivò
dal villaggio con le fionde.
Filippo afferra Nataniele per un braccio e indietreggiò. Poi disse a
Giacomo:
«Vacci da solo, se vuoi, figlio di Zebedia, noi non ti seguiremo, non
siamo matti!»
«Non avete vergogna, vigliacchi?»
«No, non abbiamo vergogna, vacci da solo.»
Giacomo si rivolse al padre, ma questi tossicchiò.
«Io sono vecchio», disse.
«Allora?» gridò Barabba con una gran risata.
Comparve la vecchia Salomè, appoggiata al braccio del figlio minore.
Li seguiva Maria, moglie di Giuseppe, con gli occhi offuscati dalle lacri-
me. Giacomo si girò, vide sua madre e fece un balzo. Davanti a lui c'erano
l'uomo con il coltello, terribile, e l'orda dei contadini scatenaci; dietro di
lui, la madre, selvaggia, silenziosa.
«Allora?» ruggì nuovamente Barabba, arrotolandosi le maniche.
«Non mi coprirò di vergogna!» mormorò il figlio di Zebedeo. Avanzò.
Subito, Barabba si diresse verso di lui.
«Lo ammazzerà!» disse il fratello minore. Si liberò nervosamente per
correre al suo fianco, ma la madre lo trattenne.
«Tu stai zitto», gli disse. «Non immischiarti.»
E mentre i due avversari stavano per venire alle mani, un grido pieno di
gioia provenì dalle rive del lago: «Maran atha! Maran atha!» Un giovane,
abbronzato dal sole, balzò ansimante, davanti a loro, agitando le braccia e
gridando:
«Maran atha! Maran atha! Il Signore arriva!»
«Chi arriva?» gridò la folla che lo circondava.
«Il Signore!» rispose il giovane mostrando, dietro di sé, il deserto. «Il
Signore! Eccolo!»
Tutti si voltarono. Il sole stava per tramontare e la luce era più dolce.
Apparve, salendo dalla riva, un uomo vestito di bianco, come un monaco
del monastero. Gli oleandri al bordo dell'acqua erano in fiore e l'uomo
bianco allungò una mano, colse un fiore rosso e se lo portò alle labbra.
Due gabbiani che stavano camminando sulla ghiaia, si fecero a un lato per
144
lasciarlo passare.
La vecchia Salomè alzò il capo bianco e fiutò l'aria.
«Figlio mio», disse al figlio, «che cosa succede? L'aria è cambiata.»
«Il mio cuore batte a più non posso, madre», rispose il figlio. «Credo
che sia lui!»
«Chi?»
«Taci!»
«E chi sono quelle persone dietro di lui? Oh, figliolo, c'è un esercito che
gli corre dietro!»
«Sono i poveri, madre, che raccolgono ciò che i vendemmiatori hanno
lasciato. Non è un esercito, non aver paura!»
Ed era veramente un esercito quello che si vedeva alle sue spalle: bande
di cenciosi, uomini, donne e bambini, con sacche, panieri che si sparpa-
gliavano per i sentieri delle vigne in cui l'uva era già stata raccolta per
cercarne i resti. Ogni anno, per la mietitura, per la vendemmia, per la
raccolta delle olive, quelle orde di affamati giravano per tutta la Galilea per
raccogliere i resti che i padroni lasciavano per i poveri, come ordina la
Legge d'Israele.
Improvvisamente l'uomo bianco si fermò. Vide quella folla ed ebbe
paura. «Voglio andarmene!» L'antico terrore lo riprese. «Voglio tornare nel
deserto, è là che è Dio; qui ci sono gli uomini, voglio andarmene!» Il suo
destino, ancora una volta, restò appeso a un filo mosso da Dio. Tornare
indietro? Andare avanti? La folla attorno al fosso era rimasta immobile e lo
guardava. Giacomo e Barabba erano ancora fermi, le maniche rimboccate,
uno di fronte all'altro. Maddalena alzò la testa e ascoltò. Che cos'era quel
silenzio, la vita, la morte? L'aria era cambiata. Di colpo si tirò su, alzò le
braccia e lanciò un grido: «Aiuto!»
L'uomo bianco udì il grido, riconobbe la voce ed ebbe un sussulto.
«Maddalena», mormorò. «Maddalena! Devo salvarla!» Si diresse in
fretta verso la folla.
Aveva le braccia aperte e avanzava. A mano a mano che si avvicinava a
quegli uomini e scorgeva le loro facce feroci, scure, tormentate e i loro
occhi pieni di collera, il suo cuore si riempiva di compassione e di un
amore profondo. «Ecco gli uomini», pensava, «sono tutti fratelli e non lo
sanno; è per questo che si perseguitano... Se lo sapessero, quante gioie,
quanta unione, quanta felicità!»
Infine giunse, salì su una pietra, spalancò le braccia e pronunciò una
parola che uscì trionfale e gioiosa dal profondo del suo animo:
145
«Fratelli!»
Gli uomini, stupiti, si guardarono. Nessuno rispose.
Fu Barabba che, raccolto un grosso sasso, disse:
«Non sei il benvenuto, crocifissore!»
«Figlio mio!» Maria lanciò un grido lacerante. Si precipitò per abbrac-
ciare il figlio. Rideva, piangeva, lo accarezzava. Ma lui, senza dire una
parola, si staccò dalle braccia della madre e si diresse verso Barabba.
«Barabba, fratello», disse, «sono felice di rivederti. Sono un amico e
porto una buona notizia, una grande allegria!»
«Non avvicinarti!» ruggì Barabba, piantandosi davanti a lui per nascon-
dergli Maddalena. Ma lei aveva udito la voce amata e si rizzò di colpo
gridando:
«Gesù, aiutami!»
D'un balzò Gesù fu sul bordo del fosso. Maddalena si attaccava mani e
piedi alle rocce, e cercava di arrampicarsi. Gesù si chinò, le tese la mano,
lei l'afferrò e ansimando uscì dal fosso, coperta di sangue, e s'accasciò al
suolo
Barabba" si precipitò e con il piede calpestò la schiena della donna.
«È mia, l'ammazzerò!» tuonò e alzò la pietra che aveva in mano. «Ha
insozzato il giorno del Sabbath: a morte!»
«A morte! A morte!» gridava la folla che ora aveva paura che la vittima
le sfuggisse.
«A morte!» gracchiò Zebedeo che vedeva gli straccioni circondare il
nuovo arrivato e farsi più audaci. Disgrazia se si lascia che gli straccioni
facciano quello che vogliono. «A morte!» gridò ancora, battendo il suolo
con il randello. «A morte!»
Gesù fermò il braccio alzato di Barabba.
«Barabba», disse con voce calma e triste, «non hai mai violato, tu,
nessun comandamento di Dio? Non hai mai rubato in vita tua, non hai mai
ammazzato, non hai mai commesso adulterio, non hai mai detto bugie?»
Si girò verso la folla che gridava. Li guardò tutti, lentamente, uno per
uno.
«Chi fra voi è senza peccato», disse, «scagli la prima pietra!»
La folla cominciò ad agitarsi. A uno a uno tutti indietreggiavano per
evitare quello sguardo che frugava nelle loro viscere e nella loro memoria.
Gli uomini ricordarono tutte le bugie che avevano detto durante la loro
vita, le azioni scellerate che avevano commesso, le volte che avevano
avvicinato la donna d'altri. Le donne abbassarono i loro fazzoletti e le
146
pietre scivolarono loro di mano.
Il vecchio Zebedeo, vedendo che gli straccioni avrebbero avuto la me-
glio, divenne pazzo dalla rabbia. Gesù si girò nuovamente e li guardò tutti
ancora, uno per uno, nel fondo degli occhi.
«Chi fra voi è senza peccato, scagli la prima pietra!»
«Io!» esclamò Zebedeo. «Dammi la pietra che hai in mano, Barabba, un
cielo senza nubi non teme il tuono! La getterò io!»
Barabba con gioia gli diede la pietra e si fece di lato. Zebedeo prese in
pugno la pietra e si piazzò proprio sopra Maddalena, per colpirla diretta-
mente sulla testa. Lei era accovacciata ai piedi di Gesù, calma. Sentiva che
in quel momento non doveva temere la morte.
Gli straccioni guardarono Zebedeo, esasperati. Uno fra loro, il più
scheletrito, gli gridò:
«Ehi, vecchio Zebedeo, c'è un Dio. Il tuo braccio rimarrà paralizzato,
non hai paura? Cerca di ricordare: non hai mai mangiato in vita tua i beni
dei poveri? Non hai mai fatto vendere all'asta la vigna dell'orfano? Non sei
mai entrato, di notte, nella casa di una vedova?»
Il vecchio demonio l'ascoltava, stava soppesando la pietra e trattenen-
dosi. Di colpo lanciò un grido: il suo braccio era diventato improvvisa-
mente come morto e cadeva inerte al suo fianco. La grossa pietra gli rotolò
sul piede, schiacciandogli le dita.
«Miracolo! Miracolo!» urlavano di gioia gli straccioni. «Maddalena è
innocente!»
Barabba impazzì dalla rabbia. Il suo viso, segnato dal vaiolo, si conge-
stionò e diventò tutto rosso. Si gettò sul figlio di Maria, alzò la mano e lo
schiaffeggiò. Gesù, tranquillamente, gli porse l'altra guancia.
«Colpisci anche l'altra guancia, Barabba, fratello mio», disse.
La mano di Barabba s'intorpidì, e lui spalancò gli occhi. «Chi è que-
st'uomo? Che cos'è? Uno spettro, un uomo, un demonio?» Indietreggiò e lo
guardò stupefatto.
Il figlio di Maria lo sollecitò:
«Colpisci anche l'altra guancia, Barabba, fratello mio».
Allora, dall'ombra del fico dietro il quale era stato in disparte a guardare
quella scena, apparve Giuda. Aveva visto tutto, senza dire parola. Che
Maddalena fosse stata ammazzata o no, poco gli importava. Ma si ral-
legrava di udire Barabba e gli straccioni dire la verità a Zebedeo e ridiven-
tare coraggiosi.
E quando vide Gesù apparire sulla riva con la sua nuova tunica bianca,
147
il cuore si mise a battergli forte! «Adesso vedremo», mormorò fra sé e sé,
«chi è, che cosa vuole e cos'ha da dire agli uomini.» Aprì bene le orecchie,
ma già la prima parola, «Fratelli!», non gli piacque. Il suo viso si scurì,
«Non ha ancora capito», mormorò. «Noi, non siamo tutti fratelli, né gli
Israeliti lo sono dei Romani, e neppure gli Israeliti fra loro. I Sadducei,
venduti, non sono nostri fratelli; i capi della città, tutti coloro che sono
compari del tiranno... Cominci male, figlio del falegname, stai attento!»
Ma quando vide Gesù porgere l'altra guancia, senza collera, con una dol-
cezza fiera e sovrumana, ebbe paura. «Chi è quest'uomo?» gridò dentro di
sé. «Questo, d'offrire anche l'altra guancia, lo può fare solo un angelo, un
angelo o un cane...»
Fece un salto, afferrò il braccio di Barabba, nel momento in cui questi
stava preparandosi a scagliarsi contro il figlio di Maria.
«Non toccarlo!» gli disse una voce sorda. «Vattene!»
Barabba guardò Giuda, sbalordito. Facevano tutti e due parte della me-
desima confraternita, erano spesso entrati assieme nei villaggi e nelle città
per uccidere i traditori d'Israele. E adesso...
«Giuda», mormorò. «Tu? Tu?»
«Io. Vattene.»
Barabba esitava; nella confraternita Giuda aveva un grado più elevato
del suo, quindi non poteva tenergli testa. Ma l'amor proprio gli impediva
ancora di andarsene.
«Vattene!» gli ordinò di nuovo il Rosso.
Il capo del gruppo abbassò la testa e gettò uno sguardo furibondo sul
figlio di Maria.
«Fin dove giungerai?» mormorò, stringendo i pugni. «Ci ritroveremo!»
Poi si rivolse ai suoi:
«Andiamocene», borbottò fra i denti.

13

Verso l'ora del tramonto, la calura infuocata del giorno diminuì, il vento
cessò e il lago si tinse di riflessi azzurri e rosati. C'erano delle cicogne ritte
su un piede solo sulle rocce, con gli occhi fissi sull'acqua, avevano ancora
fame,
I cenciosi avevano lo sguardo fisso sul figlio di Maria, aspettavano e
non volevano andarsene. Che cosa aspettavano? Avevano dimenticato fa-
me e miseria, avevano dimenticato la crudeltà dei padroni che non vole-
148
vano rassegnarsi a lasciare qualche chicco d'uva nelle loro vigne, dopo la
vendemmia, per addolcire anche la bocca dei poveri. Per la mietitura era lo
stesso. Andavano di campo in campo con le loro sacche vuote. Dal mattino
si spostavano da una vigna all'altra e le loro ceste erano sempre vuote. E i
loro figli li aspettavano ogni sera con la fame in corpo. Adesso, non sape-
vano spiegarsi il motivo, ma era come se all'improvviso le loro ceste si
fossero colmate. Guardavano quell'uomo vestito di bianco davanti a loro e
non avevano più voglia di andarsene... Aspettavano. Che cosa? Non lo
sapevano.
Il figlio di Maria li guardava e aspettava pure lui. Sentiva che tutte
quelle anime si aggrappavano a lui. Che cosa volevano dalla sua persona?
Che cosa si aspettavano da lui ? Che cosa avrebbe potuto dar loro, lui che
non possedeva nulla? Rimaneva fermo a guardarli; per un istante fu preso
dal panico e fece un gesto come per andarsene, ma ne provò vergogna. Che
cosa sarebbe accaduto a Maddalena che si era rannicchiata ai suoi piedi? E
come avrebbe potuto lasciare in quella cupa disperazione tutti quegli occhi
che lo guardavano con amore? Andarsene, ma per andare dove? Dio è
dovunque, ed egli non poteva sottrarsi alla grazia divina che segnava il suo
destino. No, non era la sua grazia, ma la sua onnipotenza. Il figlio di Maria
adesso sentiva che la sua casa era la terra, non c'erano altre case per lui, e il
suo deserto erano gli uomini, non c'era altro deserto. Abbassò la testa.
«Signore, che sia fatta la tua volontà», mormorò. E si abbandonò al
volere di Dio.
Dalla folla dei cenciosi venne avanti un vecchio e gli disse:
«Figlio di Maria, abbiamo fame; non ci aspettiamo pane da te, tu sei
povero come noi. Parla, dicci una parola di conforto e saremo saziati».
Un giovane prese coraggio.
«Figlio di Maria», disse, «la sfortuna ci perseguita, il nostro cuore non
ne può più. Hai detto che ci portavi una parola di speranza. Diccela,
dunque, portaci la liberazione!»
Il figlio di Maria, guardava gli uomini, ascoltò quel grido di libertà e di
fame e ne provò una gioia immensa. Era come se aspettasse quel momento
da anni e adesso era arrivato; il popolo invocava il suo nome. Si girò verso
di loro con le braccia spalancate.
«Fratelli», disse, «andiamo!»
E all'improvviso, il popolo, come se esso pure aspettasse da anni quel
momento, come se udisse per la prima volta il suo nome, il suo vero nome,
fu anch'esso colmo della medesima gioia: «Andiamocene», gridarono tutti
149
insieme, «nel nome di Dio!»
Il figlio di Maria si mise in testa al gruppo e si avviarono tutti quanti.
Un colle tondeggiante, ancora verde malgrado l'estate torrida, s'innalzava
sulla riva. Il sole vi aveva picchiato sopra tutto il giorno e ora, nella
dolcezza del crepuscolo, profumava di timo e di salvia. Un tempo, in cima
a esso, doveva esserci stato un tempio pagano; vi erano ancora resti di
capitelli scolpiti e, di notte, ai pescatori pareva di scorgere, pescando nel
lago, un bianco fantasma che veniva a sedersi su quei blocchi di marmo;
una notte il vecchio Giona l'aveva anche sentito piangere. Camminavano,
in estasi, verso quel colle; in testa il figlio di Maria e dietro di lui la massa
dei poveri.
La vecchia Salomè si girò verso il figlio minore.
«Figlio mio», disse, «dammi il braccio, andiamocene anche noi.» Prese
Maria per mano.
«Maria, non piangere. Non hai visto un'aureola sopra la testa di tuo
figlio?»
«Non ho un figlio, non ho più un figlio», rispose la madre e scoppiò in
singhiozzi. «Tutti quei pezzenti, ne hanno uno e io non ne ho...»
Piangeva, si lamentava e camminava. Adesso ne era sicura: suo figlio
l'aveva abbandonata per sempre. Quando era corsa per abbracciarlo, per
riportarselo a casa, lui l'aveva guardata stupito, come se non la riconosces-
se. E quando gli aveva detto: «Sono tua madre», aveva allungato una mano
per respingerla.
Il vecchio Zebedeo vide sua moglie salire con la folla; fece una smorfia,
prese il randello, si voltò verso il figlio Giacomo e i suoi due compagni,
Filippo e Nataniele, e mostrò loro la folla concitata.
«Sono come lupi affamati, che siano maledetti! Andiamo a urlare anche
noi con loro perché non ci credano degli agnelli e non ci mangino!
Seguiamoli! E fate attenzione: qualsiasi cosa dica quella testa calda del
figlio di Maria, noi ci faremo beffe di lui, capito? Non bisogna lasciargli
prender piede. Avanti! Tutti assieme, e tenete gli occhi aperti!»
Si mise a salire anche lui, passo dopo passo.
In quel momento apparvero i due figli di Giona. Pietro teneva il fratello
per mano e gli parlava con calma, teneramente, per non spaventarlo. Ma
l'altro guardava emozionato la folla che saliva e l'uomo vestito di bianco
che la guidava.
«Chi sono? Dove vanno?» chiese Pietro a Giuda che era ancora lì, sulla
strada, indeciso.
150
«Il figlio di Maria...» rispose il Rosso, cupo in volto.
«E la folla dietro a lui?»
«Sono i poveri che raccolgono i resti dopo la vendemmia. Lo hanno
visto e si sono aggrappati a lui; sembra che parlerà loro.»
«Per dirgli che cosa? Se non sa nemmeno contare fino a tre!»
Giuda alzò le spalle.
«Vedremo!» borbottò e si mise a salire pure lui.
Due donne, grassocce e colorite, stavano tornando dalle vigne, sfinite
dalla stanchezza, surriscaldate, portando in equilibrio sulla testa grandi
ceste d'uva; la compagnia le tentò. «Andiamoci anche noi» si dissero,
«tanto per passare il tempo.» E si unirono alla folla.
Il vecchio Giona, con la sua rete da pesca sulla schiena, stava tornando
alla sua casetta. Aveva fame e fretta. Vide i suoi due figli, la folla che sali-
va, e si fermò con la bocca spalancata, facendo girare qua e là i suoi grossi
occhi da pesce. Non pensava a nulla, non si domandava chi fosse morto,
chi si sposasse, dove andasse tutta quella gente. Non pensava a nulla, si
limitava a guardare a bocca aperta.
«Andiamo, Giona, profeta pescatore», gli gridò Zebedeo, «vieni, è fe-
sta. Pare che Maria Maddalena si sposi, vieni a divertirti!»
Le grosse labbra di Giona si mossero, stava per parlare, ma cambiò
idea. Con un colpo di spalla si assicurò bene la rete sulla schiena e prese, a
passi pesanti, la strada di casa. Mentre arrivava alla capanna, mormorò:
«Vattene al diavolo, stolto di uno Zebedeo!» Quindi spinse la porta ed
entrò.
Nel momento in cui il vecchio Zebedeo arrivava con i compagni sulla
cima del colle, Gesù era seduto su un capitello e non aveva ancora aperto
bocca, come se li stesse aspettando. Davanti a lui, gli uomini seduti alla
turca, le donne in piedi, lo guardavano.
Il sole era tramontato ma, verso nord, il monte Hermon tratteneva
ancora un po' di luce sulla sua vetta.
Gesù aveva incrociato le braccia sul petto e osservava la luce che lotta-
va con l'ombra. Talvolta posava lentamente lo sguardo sui visi degli uomi-
ni che lo fissavano: visi sofferenti, rinsecchiti dalla fame. I loro occhi, fissi
su di lui, lo guardavano come se fosse stata colpa sua, come se volessero
rimproverarlo.
Appena vide Zebedeo con il suo gruppo, si alzò.
«Siate benvenuti», disse. «Avvicinatevi tutti a me, la mia voce è debole
e voglio parlarvi.»
151
Zebedeo, l'anziano del villaggio, gli passò davanti e si sedette su una
pietra. Alla sua destra c'erano i suoi due figli, Filippo e Natamele e, a
sinistra, Pietro e Andrea. Dietro, nel gruppo delle donne c'erano la vecchia
Salomè e Maria, la moglie di Giuseppe. L'altra Maria, Maddalena, era
accasciata ai piedi di Gesù, con il viso nascosto fra le mani. Un po' in
disparte, sotto un pino contorto dal vento, Giuda attendeva. Fra gli aghi di
pino, dardeggiava con gli occhi azzurri e freddi il figlio di Maria.
Dentro di sé questi tremava e lottava per prender coraggio. Il momento
che da tanti anni temeva, ora era giunto. Dio aveva vinto, l'aveva trascinato
con la forza dove Lui aveva voluto, davanti agli uomini, affinché parlasse
loro. E ora, che cosa dire? Le rare gioie della sua vita, i molti dolori, la sua
lotta con Dio, attraversavano la sua mente come lampi; poi tutto quello che
aveva visto girovagando da solo: le montagne, i fiori, gli uccelli, i pastori
che portano allegramente sulla schiena la loro pecora smarrita, i pescatori
che lanciano la rete per prendere i pesci, i contadini che seminano, mieto-
no, zappano e portano a casa il raccolto... Il cielo e la terra si aprivano e si
richiudevano nella sua mente, con tutte le meraviglie di Dio, e non sapeva
quale scegliere per cominciare; avrebbe voluto rivelare tutto, per consolare
gli inconsolabili. Il mondo si stese davanti ai suoi occhi come una leggen-
da di Dio, come la leggenda piena di orchi e di figlie di re che gli raccon-
tava la madre di sua madre per impedirgli di piangere. Adesso Dio si
chinava dal cielo per raccontarla agli uomini.
Spalancò le braccia e sorrise.
«Fratelli», disse con voce tremante, «fratelli, vi parlerò per mezzo di
parabole, perdonate. Sono un uomo semplice, poco istruito, sono pure io
povero e sprovveduto, il mio cuore ha molto da dire, ma la mia mente non
è capace di spiegarlo; apro la bocca e, senza che io lo voglia, la parole man
mano prendono la forma di una leggenda. Fratelli, perdonate, vi parlerò
per mezzo di parabole.»
«Ascoltiamo, figlio di Maria, ascoltiamo!»
Gesù riprese di nuovo a parlare:
«Il seminatore uscì per seminare il suo campo e, mentre seminava, un
seme cadde sulla strada; vennero gli uccelli e lo mangiarono. Un altro cad-
de sulle pietre, non trovò terra per alimentarsi e morì disseccato. Un altro
cadde fra i rovi, i rovi lo schiacciarono e lo soffocarono. Un altro, infine,
cadde sulla terra buona, mise radici, germogliò una spiga, che diede il suo
frutto, che alimentò gli uomini. Colui fra voi, fratelli, che ha orecchie per
intendere, intenda».
152
Tutti tacquero. Si guardavano fra loro, stupiti. Ma il vecchio Zebedeo,
che cercava un pretesto per litigare, disse:
«Non capisco, scusami. Ho le orecchie, Dio sia lodato, ho le orecchie e
odo, ma non capisco. Che cosa vuoi dire? Non puoi parlare più chiara-
mente?» Rise sarcasticamente e carezzò con fierezza la sua barba bianca.
«Sei forse tu il seminatore?»
«Sono io», rispose Gesù con umiltà.
«Guarda che faccia tosta!» esclamò l'anziano notabile, picchiando il
randello sul suolo. «E noi allora siamo le pietre e i rovi e i campi in cui
semini, vero?»
«Siete voi», rispose con la stessa calma il figlio di Maria.
Andrea tese l'orecchio e ascoltò. Guardava Gesù e il suo cuore batteva,
turbato. Era così che batteva quando aveva incontrato la prima volta, sulle
rive del Giordano, Giovanni Battista bruciato dal sole, coperto dalla pelle
di un animale fulvo. La preghiera, le veglie, la fame, l'avevano divorato e
non rimanevano che due immensi occhi, due carboni ardenti e una gola
che urlava: «Pentitevi! Pentitevi!» Egli gridava e delle onde si alzavano sul
Giordano, le carovane si fermavano, i cammelli non potevano proseguire.
Ma ora, davanti a lui, quell'uomo sorrideva, la sua voce era calma e incer-
ta, come la voce di un uccellino che prova per la prima volta a cantare; i
suoi occhi non ardevano, carezzavano. Il cuore di Andrea volava dall'uno
all'altro, pieno di stupore.
Lentamente, Giovanni si allontanava dal padre e si avvicinava a Gesù;
stava per arrivare ai suoi piedi, ma Zebedeo lo vide e il suo furore raddop-
piò. Ne aveva abbastanza di falsi profeti: ogni giorno ne saltava fuori uno
nuovo e trascinava la gente alla perdizione. E tutti, come si fossero passati
parola, inveivano contro i proprietari, i sacerdoti e i re. Tutto ciò che
questo mondo aveva di buono e solido, lo volevano eliminare. E guardate
un po', adesso, quello straccione del figlio di Maria. Ah! Dovrò tirargli il
collo prima che diventi troppo potente.
Si voltò per vedere che cosa ne pensava la folla, per farsi coraggio. Vide
il suo figlio maggiore, Giacomo, aggrottare la fronte, non sapeva se per
l'angoscia o per la collera; vide sua moglie che si era avvicinata e che si
asciugava gli occhi; gettò lo sguardo sui cenciosi e si impaurì guardandoli:
tutti quegli affamati fissavano il figlio di Maria con la bocca aperta, come
gli uccelli che aspettano l'imbeccata dalla madre.
«Andate al diavolo, pezzenti!» mormorò, rannicchiandosi di fianco al
figlio. «È meglio non parlare, mi creerei dei guai.»
153
Si udì una voce tranquilla e patetica. Qualcuno, seduto ai piedi di Gesù,
aveva parlato. Quelli che erano accoccolati dietro di lui, si alzarono per
vedere. Era il figlio minore di Zebedeo che si era trascinato lentamente
fino ai piedi di Gesù, e con la testa protesa gli parlava.
«Tu sei il seminatore», diceva. «Noi siamo le pietre, i rovi e la terra. Ma
quale seme possiedi?»
Il suo viso innocente, coperto da una leggera peluria, era in fiamme; i
suoi occhi neri dal taglio allungato, guardavano Gesù con ansia. Quel gio-
vane corpo tremante era in tensione e aspettava. Dalla risposta che avrebbe
ricevuto, lo sentiva, sarebbe dipesa tutta la sua vita. Questa e l'altra vita.
Gesù si era chinato per udirlo. Tacque per un bel po'. Ascoltava il suo
cuore battere, si sforzava di trovare la parola semplice, quotidiana, immor-
tale. La sua fronte era imperlata di sudore caldo.
«Quale seme possiedi?» chiese di nuovo ansiosamente il figlio di
Zebedeo.
Di colpo Gesù si rizzò, spalancò le braccia e si chinò verso gli uomini.
«Amatevi gli uni con gli altri!» L'esortazione partì dal profondo del suo
cuore. «Amatevi gli uni con gli altri!»
Appena l'ebbe detto, sentì che il suo cuore si era svuotato e si accasciò
sul capitello, sfinito.
Si udì un mormorio, il popolo era stupito, molti scuotevano la testa, altri
ridevano.
«Che cosa ha detto?» chiese un vecchio che non aveva udito bene.
«Che dobbiamo amarci gli uni con gli altri! Almeno sembra.»
«Non è possibile!» fece il vecchio, furioso. «Colui che ha fame non può
amare colui che è sazio. La vittima non può amare il suo carnefice. Non è
possibile! Andiamocene!»
Giuda, appoggiato al pino, si toccò irosamente con la mano la barba
rossiccia.
«Allora è questo che sei venuto a dirci, figlio del falegname?» mormo-
rò. «È questa la grande notizia che ci porti? Dobbiamo dunque amare
anche i Romani? Offrire le nostre gole come tu hai teso la tua guancia e
dire 'Fratello, sgozzami?'»
Gesù udì i mormoni, vide le facce rabbuiarsi. Capì. Il suo viso si coprì
di amarezza, radunò tutte le sue forze e si alzò.
«Amatevi gli uni con gli altri! Amatevi gli uni con gli altri!» ripeté. La
sua voce era supplichevole e ostinata. «Dio è amore! Una volta pensavo
anch'io che fosse feroce, che toccasse le montagne e che esse si mettessero
154
a sprizzar fuoco, che toccasse gli uomini per farli morire. Mi sono sepolto
nel monastero per liberarmi dal suo incubo; cadevo con la faccia al suolo,
aspettavo. Mi dicevo: 'Adesso verrà, si abbatterà su di me come il fulmine'.
E un mattino è venuto, ha soffiato su di me come una fresca brezza e mi ha
detto: 'Alzati, ragazzo mio!' Mi sono alzato e sono venuto. Eccomi!»
Incrociò le braccia e chinò il busto, come per salutare gli uomini.
Il vecchio Zebedeo tossì, sputò e strinse il randello.
«Dio, una brezza fresca?» borbottò a bassa voce, indignato. «Non hai
vergogna, sacrilego!?»
Il figlio di Maria parlava ancora. Scese fra gli uomini, li guardava a uno
a uno, li supplicava uno per uno, andava e veniva, alzava le braccia al
cielo.
«È un padre», affermava. «Non lascia nessun dolore senza lenirlo, nes-
suna ferita senza curarla. Più soffriamo, più abbiamo fame su questa terra,
più saremo saziati, più ci rallegreremo in cielo...»
Si stancò, salì di nuovo sul capitello e si sedette.
«Insomma non bisogna avere troppa fretta!» gridò qualcuno. Scoppiaro-
no delle risate.
Gesù, assente, non rispose.
«Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia...» gridava ora.
«La giustizia non basta», esclamò uno degli affamati, «la giustizia non
basta; vogliamo anche del pane!»
«E di pane», aggiunse Gesù sospirando, «e di pane. Questi verranno
saziati da Dio. Beati coloro che soffrono; Dio li consolerà. Beati i poveri,
gli umili, gli oppressi. È per voi, poveri, umili, oppressi che Dio ha prepa-
rato il regno dei cicli.»
Le due donne che stavano in piedi con le loro ceste d'uva sulla testa, si
scambiarono una rapida occhiata e, senza dire una parola, si misero, una a
destra e l'altra a sinistra, a distribuire l'uva ai poveri. Maddalena, accasciata
ai piedi di Gesù, non osava ancora rialzare la testa e mostrare il suo viso
agli uomini; ma, nascosta dai suoi stessi capelli, baciava i piedi del figlio
di Maria.
Giacomo, che non riusciva più a trattenersi, si alzò e se ne andò. Andrea
si liberò dalle mani del fratello e, in preda all'eccitazione, andò a porsi di
fronte a Gesù.
«Io arrivo dal Giordano, in Giudea», gli gridò, «dove un profeta procla-
ma: 'Gli uomini sono dei fili di paglia e io sono il fuoco. Sono giunto per
bruciare, per purificare la terra, sono giunto per bruciare, per purificare
155
l'anima affinché il Messia vi entri!' E tu, figlio del falegname, predichi
l'amore? Ma non guardi attorno a te? Sono tutti impostori, ladri, assassini,
miserabili; tutti, ricchi e poveri, oppressori e oppressi, Scribi e Farisei,
tutti! Tutti! Anch'io sono un impostore e un miserabile e lo sono anche mio
fratello Pietro e Zebedeo, il vecchio con il ventre pieno, che ode parole
d'amore e pensa alle sue barche, ai suoi servitori e al mezzo di rubare
quanto più mosto possibile nel tino!»
Udendolo, il vecchio Zebedeo perse le staffe. La sua nuca grassa diven-
ne scarlatta, le vene del suo collo gli si gonfiarono. Si rizzò di botto e
sollevò il randello per picchiare; ma la vecchia Salomè fece in tempo ad
afferrargli il braccio.
«Non hai vergogna?» gli disse sottovoce. «Andiamocene!»
«Gli straccioni e gli scalzi non detteranno legge nel mio villaggio!»
proferì a voce alta perché tutti potessero udirlo. Si sentiva soffocare. Si
girò verso il figlio di Maria.
«E tu, figlio del falegname, non vorrai far la parte del Messia anche tu?
Perché guai a te, disgraziato! Crocifiggeranno anche te, per farti star
buono. E non ho certo pietà di te, fannullone, ho pietà di tua madre che
non ha altri figli che te.»
E così dicendo, indicava Maria che, accasciata al suolo, si batteva la
fronte sulle pietre.
Ma la collera del vecchio non si placava. Continuava a battere il suolo
con il suo randello, gridando:
«E adesso si predica l'amore, la fratellanza! Andate dunque, cani, fate
come se foste a casa vostra! Ma posso amare il mio nemico, io? Posso
forse amare il delinquente che gironzola attorno alla mia casa e che vuole
forzarne la porta per rubare? L'amore, ha detto lui; che cervello da gallina!
Perbacco, meno male che ci sono i Romani, ecco che cosa vi dico; e anche
se sono idolatri, loro almeno mantengono l'ordine!»
Ci fu un tumulto, il gruppo dei poveri si scosse; Giuda si strappò violen-
temente dal suo pino. La vecchia Salomè, spaventata, mise la mano sulla
bocca del marito, per farlo tacere. Si girò verso la folla che si avvicinava
ondeggiando, minacciosa.
«Non dategli retta, ragazzi, è in collera: dice il contrario di ciò che
pensa.»
Si voltò verso il vecchio.
«Andiamocene», ordinò.
Fece un cenno al suo beneamato figlio che era seduto, tranquillo e
156
beato, ai piedi di Gesù.
«Andiamocene, figliolo», disse, «ormai è notte.»
«Io resto qui, madre», rispose il giovane.
Maria si sollevò dalle pietre sulle quali si era gettata, si asciugò gli oc-
chi e, pure lei, titubando, si diresse verso il figlio per portarselo via.
Anch'essa era spaventata, infelice, dell'amore che gli dimostravano i poveri
e dalle minacce che aveva proferito il ricco e potente Zebedeo.
«Vi scongiuro, in nome di Dio», diceva agli uni e agli altri mentre
passava, «non l'ascoltate. È malato... molto malato...»
Timorosa, si avvicinò al figlio che, in piedi, con le braccia incrociate,
stava guardando lontano, verso il lago.
«Vieni, figlio mio», gli disse con tenerezza. «Vieni, torniamo a casa.»
Egli udì la sua voce, si voltò, la guardò sorpreso, come se si stesse
domandando chi fosse.
«Vieni, figliolo», ripeté Maria, prendendolo dalla vita: «perché mi
guardi così? Non mi riconosci? Sono tua madre. Vieni, i tuoi fratelli
t'aspettano a Nazareth e il tuo vecchio padre...»
Il figlio scosse la testa.
«Quale madre?» disse tranquillamente, «quali fratelli? Mia madre e i
miei fratelli, eccoli...»
Tese una mano e mostrò i cenciosi e le loro donne e, in piedi e
silenzioso, davanti al pino, Giuda il Rosso che lo osservava con rabbia.
«E mio padre», disse alzando lo sguardo al cielo, «è Dio.»
Gli occhi della povera Maria, folgorata da Dio, cominciarono a versare
lacrime.
«Esiste al mondo madre più infelice di me?» gridò. «Avevo un figlio,
uno solo, e adesso...»
La vecchia Salomè udì quella voce disperata, abbandonò il marito e
tornò indietro. Prese Maria per la mano ma questa le oppose resistenza. Si
girò ancora una volta verso il figlio.
«Non vieni?» supplicò. «Non vieni? Te lo chiedo per l'ultima volta,
vieni!»
Aspettava. Il figlio, muto, aveva girato nuovamente la testa verso il
lago.
«Non vieni?» La madre lanciò un'implorazione lacerante; levò una
mano.
«Non temi la maledizione di tua madre?»
«Non temo nulla», rispose il figlio, senza voltarsi. «Nessuno mi fa
157
paura, tranne Dio.»
Il viso di Maria assunse un'espressione indignata; alzò il braccio con il
pugno chiuso e stava aprendo la bocca per maledirlo, ma la vecchia
Salomè fece in tempo a metterle una mano sulle labbra.
«No! No!» le disse. «No!»
La prese per la vita e la trascinò via con violenza.
«Andiamo», le disse, «andiamo, Maria, figlia mia. Devo dirti una cosa.»
Le due donne presero il sentiero che scendeva verso Cafarnao. Il vec-
chio Zebedeo camminava davanti a loro, furibondo, e decapitava i cardi a
colpi di bastone. La vecchia Salomè parlava a Maria.
«Perché piangi, Maria, figlia mia?» le diceva. «Non hai visto?»
Maria la guardò stupita e smise di lamentarsi.
«Che cosa?» chiese.
«Mentre lui parlava, non hai visto delle ali azzurre, migliaia di ali
azzurre? Dietro di lui, Maria, te lo giuro, c'erano eserciti di angeli!»
Maria, disperata, scuoteva la testa.
«Non ho visto niente... non ho visto niente...» mormorava. «Niente!»
Poi, dopo un attimo, disse: «Che cosa vuoi che me ne faccia degli angeli,
Salomè? Io vorrei che fosse seguito da bambini e da nipotini, non da
angeli!»
Gli occhi della vecchia Salomè non vedevano che ali azzurre. Allungò
una mano, toccò il petto di Maria e le mormorò sottovoce, come se le
stesse confidando un segreto molto importante:
«Tu sei benedetta e benedetto è il frutto del ventre tuo, Maria».
Ma l'altra scuoteva la testa, piangeva e, inconsolabile, continuava a
camminare.
Nel frattempo i poveri, al colmo dell'eccitazione, avevano circondato
Gesù; battevano la terra minacciando con i loro bastoni, e agitavano le
ceste vuote.
«Hai detto bene, figlio di Maria!» gridavano. «Morte ai ricchi!»
«Precedici e andiamo a incendiare la casa del vecchio Zebedeo!»
«No, incendiarla no», dicevano altri, «forziamola e ci divideremo il suo
grano, il suo olio, il suo vino, le sue casse piene di indumenti preziosi...
Morte ai ricchi!»
Gesù agitava disperatamente le braccia, gridando:
«Non ho detto questo! Non ho detto questo! Fratelli, ho detto: amore!»
Ma i poveri, esasperati dalla fame, non l'ascoltavano più.
«Andrea ha ragione», urlavano. «Prima il fuoco e l'ascia e poi l'amore!»
158
Andrea, di fianco a Gesù, ascoltava pensieroso con la testa bassa e tace-
va. Il suo maestro, laggiù nel deserto, parlava e le sue parole si abbatte-
vano sulle teste degli uomini come fossero pietre; quest'uomo, invece,
elargisce le sue parole come fossero pane... Chi ha ragione? Quale delle
due strade porta alla salvezza del mondo? La violenza o l'amore?
E mentre rimuginava nella mente questi pensieri, sentì due mani posarsi
sulla sua testa. Erano quelle di Gesù.
Le sue dita, affusolate e sottili, avvolgevano tutto ciò che toccavano e
avevano coperto per intero la testa di Andrea. Questi non si mosse. Sentiva
le giunte del suo cranio aprirsi, e una dolcezza indicibile, pesante come il
miele, scendere nel suo cervello, giungere alla bocca, alla gola, al cuore,
proseguire fino alle sue reni e ramificarsi fino alla pianta dei piedi. Ne
provava una gioia profonda, in tutte le sue membra, in tutta l'anima, dalle
radici del suo essere, come l'albero assetato quando viene innaffiato. Non
parlava. Che cosa meravigliosa se quelle mani avessero potuto rimanere
sempre sulla sua testa!... Dopo una lotta così lunga, sentiva in sé pace e
sicurezza.
Un po' più in là, Natamele e Filippo, i due inseparabili amici, discuteva-
no animatamente.
«Mi piace», diceva il gran demonio candido. «Le sue parole sono dolci
come il miele. Non credermi, se non vuoi, ma mentre parlava provavo
anch'io quella dolcezza.»
«Non mi piace», rispondeva il pastore, «no. Dice una cosa e ne fa
un'altra. Grida 'amore, amore', poi fabbrica delle croci per crocifiggere!»
«Questo ormai è finito, Filippo, te lo assicuro, finito. Doveva passare
attraverso le croci e ci è passato; adesso è entrato nel cammino del
Signore.»
«Voglio cose concrete!» insisteva Filippo. «Che venga prima a benedire
i miei agnelli che hanno la scabbia; se guariscono, gli crederò. Altrimenti,
che se ne vada al diavolo con gli altri! Perché scuoti la testa? Se vuole
salvare il mondo, cominci dai miei agnelli!»

Cadeva la notte sul lago, sulle vigne e sui volti degli uomini. Il gran
carro apparve in cielo; una stella, rossa come una goccia di vino, brillava a
Oriente, proprio sopra al deserto.
Gesù si sentì improvvisamente stanco; aveva fame e voleva rimanere
solo. A poco a poco gli uomini si ricordavano della strada che restava loro
da fare, della loro casa e dei bambini che stavano aspettandoli; tornarono
159
le preoccupazioni: era stato come un lampo e si erano lasciati trascinare,
ma il lampo era guizzato via e le preoccupazioni quotidiane tornavano ad
assillarli. Furtivamente, come se stessero disertando, scivolavano via, uno
o due alla volta e se ne andavano.
Afflitto, Gesù si stese sui vecchi blocchi di marmo. Nessuno gli tese la
mano per dargli la buona sera, nessuno gli chiese se avesse fame, né se
avesse un luogo dove dormire. Aveva il viso rivolto verso la terra che stava
diventando scura e udiva i passi frettolosi che si allontanavano e svaniva-
no. Di colpo il silenzio fu assoluto. Alzò la testa: nessuno. Si guardò
attorno, era buio; gli uomini se ne erano andati. Sopra di lui solo le stelle e
dentro solo la fame e la stanchezza. Dove andare? A che porta bussare? Si
rannicchiò di nuovo in terra e mormorò tristemente: «Anche le volpi hanno
una tana in cui dormire, e io non l'ho...» Chiuse gli occhi. Un freddo
pungente era venuto giù con. la notte; tremava.
All'improvviso udì un sospiro e un leggero singhiozzo provenire da die-
tro i blocchi di marmo. Aprì gli occhi. Scorse una donna che si trascinava a
pancia in giù, avvicinandosi. Si sciolse i capelli e si mise ad asciugare con
essi i piedi di Gesù, coperti di ferite a causa delle pietre. Egli la riconobbe
dal suo profumo.
«Maddalena, sorella mia», disse, appoggiando la mano sulla sua testa
calda e profumata, «Maddalena, sorella mia, torna nella tua casa e non
peccare più.»
«Gesù, fratello mio», disse lei baciandogli i piedi, «lascia che io segua
la tua ombra fino alla morte. Ora so, figlio mio, che cos'è l'amore.»
«Torna nella tua casa», ripeté Gesù. «Quando sarà il momento, ti
chiamerò.»
«Voglio morire per te, figlio mio», riprese la donna.
«Quel momento giungerà, Maddalena, non avere fretta; non è ancora
giunto. Allora ti chiamerò; adesso vattene...»
Ella stava per replicare, ma la voce, divenuta molto severa, ripeté:
«Vattene».
Maddalena prese il sentiero che scendeva; i suoi passi leggeri risuonaro-
no per pochi attimi, poi, a poco a poco, svanirono. Rimaneva nell'aria solo
il profumo del suo corpo, ma la brezza notturna, soffiando, lo portò via.
Il figlio di Maria adesso era solo. Su di lui c'era Dio con il suo volto
notturno, un volto tenebroso cosparso di stelle. Tese l'orecchio nell'oscurità
stellata, come se tentasse di udire una voce. Attese, ma non udì nulla.
Avrebbe voluto chiedere all'Invisibile: «Sei contento di me, Signore?», ma
160
non osava. Avrebbe voluto dire un mucchio di cose all'Invisibile, ma non
osava. Il silenzio che si era abbattuto di colpo su di lui lo spaventava. Sicu-
ramente non deve essere contento, non deve essere contento di me, pensò
rabbrividendo. Ma non è colpa mia, Signore, te lo dicevo. Quante volte te
l'ho detto che non riesco a parlare! Ma tu mi spronavi sempre, sia per
scherzo, sia per collera, e quel mattino, al monastero, mentre i monaci mi
stavano cercando per farmi, indegno, igùmeno, quando avevano sbarra-to
tutte le porte per impedire che me ne andassi, tu mi hai aperto una porta
segreta, m'hai afferrato per i capelli e mi hai gettato qui, davanti a tanti
uomini! «Parla, è giunto il momento», mi hai ordinato. E io tacevo, tenevo
la bocca chiusa. Tu gridavi, ma io tacevo. E non l'hai più tollerato: ti sei
gettato su di me, mi hai aperto la bocca - non sono io che l'ho aperta - sei
tu che me l'hai aperta con la forza, tu hai toccato le mie labbra non con un
carbone ardente, come sei solito fare con i tuoi profeti, ma con del miele!
E ho parlato. Il mio cuore era in collera, avevo fretta di gridare anch'io,
come il tuo profeta Battista: «Dio è il fuoco; Egli arriva! Dove andrete a
nascondervi voi, uomini senza legge, senza giustizia e senza onore? Egli
arriva!» Era questo che il mio cuore voleva gridare, ma tu, hai toccato le
mie labbra con del miele e io ho gridato: «Amore! Amore!»
Signore, Signore, non posso lottare con te; stasera mi arrendo. Che sia
fatta la tua volontà!
Dicendo questo si sentì sollevato. Chinò la testa sul petto come un
uccello assonnato, chiuse gli occhi e si addormentò. Subito gli parve di
tirar fuori dal seno una mela, di aprirla, di prenderne un seme e di piantarlo
di fronte a lui, lì in terra. E, appena piantato, il seme germogliò; crebbe un
tronco con rami e foglie, l'albero fiorì, diede dei frutti: era carico di mele
rosse...
All'improvviso le pietre si mossero, e il passo di un uomo lo riscosse dal
sonno. Gesù aprì gli occhi. C'era un uomo in piedi davanti a lui. Non era
più solo e ne fu contento. Con calma, senza parlare, accolse quella confor-
tevole presenza.
Il visitatore notturno si avvicinò e s'inginocchiò.
«Devi aver fame», disse. «Ti porto del pane, del pesce e del miele.»
«Chi sei, fratello?»
«Il figlio di Giona. Andrea.»
«Tutti mi hanno abbandonato. Se ne sono andati. Ed è vero, avevo
fame. Come mai tu, fratello, ti sei ricordato di me e mi hai portato queste
grazie del Signore: pane, pesce e miele? Non manca che una parola di
161
conforto.»
«Ti porto anche quella», disse Andrea. L'oscurità gli infondeva corag-
gio. Gesù non vedeva le due lacrime che scendevano sulle gote pallide del
giovane e neppure le sue mani che tremavano.
«Comincia da lì, fratello», gli disse Gesù e gli tese la mano sorridendo.
«Rabbi... Maestro mio...» mormorò il figlio di Giona. Si chinò e gli
baciò i piedi.

14

Il tempo non è un campo che si misuri a braccia; non è un mare che si


misuri a miglia; è il battito di un cuore. Quanti giorni durò quel fidanza-
mento? Giorni? Mesi? Anni? Il figlio di Maria andava di villaggio in
villaggio, di montagna in montagna o, talvolta, in barca, da una riva all'al-
tra del lago, felice, comprensivo, con parole benevole sulle labbra, vestito
di bianco come un fidanzato. Poggiava il suo piede sulla terra, lo solleva-
va, e questa si copriva di fiori. Una brezza propizia si alzava appena saliva
su una barca. Gli uomini l'ascoltavano e l'argilla di cui erano fatti diventa-
va un'ala. Per tutto il tempo che durò quel fidanzamento, sotto ogni pietra
che si sollevava, c'era Dio. Si bussava a una porta ed era Dio che veniva ad
aprire. Si guardavano gli occhi del proprio amico o del proprio nemico e in
quelle pupille si vedeva Dio che rispondeva con un sorriso.
I Farisei scuotevano la testa, esasperati: «Giovanni Battista digiuna,
piange, minaccia e non ride. E tu, ovunque vi è un matrimonio o una festa,
arrivi sempre per primo. Bevi, mangi, ridi e, l'altro ieri, a una festa di
nozze, a Cana, ti sei messo a ballare con le ragazze; non hai vergogna?
Dove s'è visto un profeta ridere e danzare?» Gli gettavano occhiate torve e
lo rimproveravano.
Egli sorrideva loro.
«Non sono un profeta, Farisei, fratelli», rispondeva loro. «Non sono un
profeta, sono un fidanzato.»
«Fidanzato?» urlavano i Farisei facendo cenno di strapparsi i vestiti.
«Fidanzato, Farisei, fratelli. Come spiegarvelo in un altro modo? Non lo
so proprio. Scusatemi.»
Si girava verso i suoi compagni: Giovanni, Andrea, Giuda, verso i con-
tadini e i pescatori che, ammaliati dalla dolcezza del suo viso, pur di udir-
lo, abbandonavano campi e barche; verso le donne che correvano dietro di
loro con i bambini in braccio.
162
«Rallegratevi e gioite», diceva loro, «finché io sono con voi. Verranno
giorni in cui sarete vedovi e orfani, ma riponete la vostra speranza nel
Padre. Come fanno ad aver fiducia i fiori della terra e gli uccelli del cielo?
Non seminano, non mietono e il Padre provvede loro. Non filano, non
tessono, eppure, quale re ha mai potuto vestirsi con simile magnificenza?
Non preoccupatevi del vostro corpo, di ciò che mangerà, di ciò che berrà,
né di ciò che indosserà. Era polvere e polvere ridiventerà. Pensate-alla
vostra anima che è immortale e al regno dei cicli.»
Giuda l'ascoltava e aggrottava la fronte. Lui non si preoccupava del
regno dei cieli. La sua grande preoccupazione era il regno della terra. E
nemmeno della terra intera, bensì solo della terra d'Israele. Questa è fatta
di pietre e di uomini e non di preghiere e di nuvole. Questa terra è sotto-
messa ai Romani, barbari e idolatri; sono loro che bisogna cacciar via per
primi, loro, e poi ci preoccuperemo del regno dei cieli.
Gesù vedeva la sua fronte aggrottata, leggeva, in quelle rughe che la
tormentavano, i suoi pensieri segreti e gli sorrideva.
«Giuda, fratello mio», gli diceva. «Il cielo e la terra sono una cosa sola,
la pietra e la nuvola sono una cosa sola, il regno dei cieli non è nell'aria, è
in noialtri, nel nostro cuore: allora il cielo e la terra si uniranno, Israeliti e
Romani si uniranno, tutto diventerà una cosa sola.»
Ma il Rosso covava la propria collera; era paziente, aspettava. «Non sa
che cosa dice, quel sognatore», mormorava. «Non se ne rende conto; è
solo se il mondo cambia, che cambierà il mio cuore. È solo se spariscono i
Romani dalla terra d'Israele, che io mi sentirò sollevato!»
Un giorno, il figlio minore di Zebedeo si volse verso Gesù e gli disse:
«Rabbi, a me non piace Giuda, scusami. Quando mi avvicino a lui, il
suo corpo emana una forza oscura, come se migliaia di aghi finissimi mi
ferissero. E l'altro ieri, al tramonto, ho visto un angelo nero chinarsi su di
lui e mormorargli qualcosa all'orecchio. Che cosa avrà voluto dirgli?»
«Immagino ciò che gli diceva», rispose Gesù con un sospiro.
«Che cosa, Rabbi, ho paura; che cosa gli diceva?»
«Lo saprai quando sarà giunto il momento, fratello mio. Io stesso non lo
so ancora bene.»
«Perché te lo porti dietro? Perché permetti che ti segua giorno e notte?
E quando gli parli, la tua voce è più dolce di quella che usi quando ti
rivolgi a noi, perché?»
«Bisogna che sia così, Giovanni, fratello mio. Ha più bisogno d'amore.»
Andrea seguiva il nuovo maestro e, per lui, giorno dopo giorno il mon-
163
do diventava sempre più dolce. Non il mondo, il suo cuore. Mangiare e
ridere non era più un peccato, la terra sotto di lui era diventata più stabile e
il cielo si chinava su di essa come un padre. E il giorno del Signore non era
più un giorno di collera e d'incendio, non era la fine del mondo, ma la
mietitura, le nozze, le danze. Era l'innocenza del mondo incessantemente
rinnovata. Ogni nuovo giorno vedeva la terra rinascere e Dio le prometteva
di tenerla nella sua mano santa.
I giorni passavano, Andrea si tranquillizzava, si riconciliava con il sorri-
so e il cibo, le sue guance pallide ritrovavano il loro colore. E quando, a
mezzogiorno o di sera, si stendevano sotto un albero, oppure quando in
qualche casa li festeggiavano e Gesù, secondo la sua abitudine, prendeva il
pane, lo benediceva e lo divideva, nel ventre di Andrea questo si trasfor-
mava in amore e sorrisi. Solo talvolta egli pensava ai suoi e sospirava.
«Che cosa ne sarà del vecchio Giona e di Zebedeo?» disse un giorno e il
suo sguardo si perse lontano. «È come se quei due vecchi fossero dall'altra
parte del mondo. E Giacomo? E Pietro? Dove si trovano? In che mondo si
stanno dibattendo?»
«Li ritroveremo tutti», rispose Gesù sorridendo. «Ci ritroveranno tutti.
Non preoccuparti, Andrea. Il Palazzo del Padre è abbastanza vasto per
contenerci tutti.»
Una sera Gesù entrò a Bethsaida. I bambini corsero a salutarlo e ad au-
gurargli il benvenuto agitando rami d'olivo e di palme. Le porte si apriva-
no, le donne apparivano sulle soglie e, abbandonando i mestieri, lo segui-
vano per udire la buona novella. I figli portavano sulle spalle i parenti
paralitici, i bimbi piccoli prendevano per mano i loro nonni ciechi, gli uo-
mini robusti portavano con sé i loro beni e gli correvano appresso affinché
egli posasse la sua mano sulle loro teste e li guarisse.
Quel giorno, Tommaso, il venditore ambulante, carico come un asino,
passava per caso nel villaggio, suonando la tromba per attirare la gente e
far sì che comprasse la sua mercanzia: pettini, fili, orecchini d'argento,
braccialetti di bronzo e belletti miracolosi per le donne.
Gesù lo vide e, di colpo, ai suoi occhi, la scena cambiò. Quell'uomo non
era più Tommaso, il mercante guercio. Aveva in mano una livella, stava in
piedi in un paese lontano, circondato da una gran folla. Dei muratori
costruivano, dei manovali portavano calce e pietre. C'erano un gran cantie-
re e dovunque colonne di marmo; s'innalzava un gran tempio e Tommaso,
capomastro, correva da tutte le parti con la sua livella... Gesù sbatté gli
occhi; Tommaso pure chiuse gli occhi, li riaprì, si ritrovò davanti Gesù che
164
portava la sua mercé e i suoi occhi strabici e maliziosi si agitavano e
ridevano. Gesù stese la mano su di lui.
«Tommaso», gli disse, «vieni con me. Ti caricherò con un altro tipo di
mercé; le spezie e i gioielli dell'anima, affinché tu giri per il mondo e le
distribuisca agli uomini.»
«Lasciami vendere prima questa», disse il vecchio furbo con un sorriso
sarcastico. «Dopo vedremo!» E senza aspettare, si mise a offrire a squar-
ciagola i suoi pettini, i fili e i belletti.
Un vecchio notabile, molto ricco, duro di cuore e iniquo, in piedi sulla
soglia di casa con le braccia appoggiate agli stipiti della porta, osservava
con curiosità la folla che si avvicinava. Davanti a essa correva un gruppo
di bambini che agitava palme e rami d'olivo, batteva alle porte e gridava:
«Arriva, arriva il figlio di Davide!»
Un uomo vestito di bianco, con i capelli che gli cadevano sulle spalle,
tranquillo, sorridente, li seguiva. Stendeva le braccia a destra e a sinistra
per benedire le case. Dietro di lui, uomini e donne correvano e cercavano
di toccarlo per riceverne forza e santità. Più indietro venivano i ciechi e i
paralitici; le porte continuavano ad aprirsi e a ogni istante la folla
aumentava.
«Chi è l'uomo che sta arrivando?» chiese inquieto il vecchio notabile. Si
teneva ben saldo agli stipiti della porta, per il caso in cui la folla volesse
riversarsi nella sua casa per saccheggiarla.
«È il nuovo profeta, vecchio Anania», gli rispose qualcuno fermandosi.
«Quell'uomo vestito di bianco che stai vedendo ha in una mano la vita e
nell'altra la morte e le distribuisce come gli pare. Trattalo bene, te lo
consiglio.»
Il vecchio Anania, udendolo, si spaventò. Aveva molte angosce dentro
di sé e spesso, di notte, si svegliava di soprassalto e la paura gli incollava
la lingua al palato. Faceva brutti sogni, si vedeva all'Inferno ad arrostire,
avvolto nelle fiamme fino al collo. Quell'uomo forse avrebbe potuto
salvarlo... Tutto è magia nel mondo, quell'uomo è un mago, offriamogli la
nostra mensa e il nostro cibo, diamoci da fare, forse potrà fare un
miracolo...
Si decise, andò in mezzo alla strada, si mise una mano sul cuore e disse:
«Figlio di Davide, sono il vecchio Anania, sono pescatore e tu sei santo.
Ho saputo che hai acconsentito di venire nel nostro villaggio e ti ho
preparato un festino; entra, se lo desideri. È per il bene di noi pescatori che
i santi vengono al mondo. La mia casa è assetata di santità».
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Egli entrò in quella ricca casa di campagna; arrivarono gli schiavi,
prepararono le tavole nel cortile e portarono dei cuscini; Gesù vi si stese
sopra e al suo fianco si stesero Giovanni, Andrea, Giuda e anche l'astuto
Tommaso, che era diventato discepolo per mangiare.
Di fronte a loro si accomodò il vecchio padrone di casa. Cercava nella
mente il modo di far procedere la conversazione come desiderava, di par-
lare dei suoi incubi e di farli scacciare dall'esorcista. Arrivarono le prime
portate e pure orci di vino; la gente, in piedi, li guardava mangiare e par-
lare del tempo, di Dio e delle vigne. Mangiavano e bevevano; gli schiavi
portarono brocche e bacinelle, gli invitati si lavarono le mani ed erano sul
punto di alzarsi, quando il vecchio Anania non ce la fece più. Mi son dato
da fare, pensò, gli ho preparato la tavola, hanno mangiato e bevuto, lui e il
suo seguito. Adesso è giusto che paghi.
«Maestro», disse. «Ho fatto dei brutti sogni; so che hai fama di grande
esorcista. Ho fatto quanto potevo per te; vorrei che tu, che sei santo,
facessi qualcosa per me. Abbi pietà di me e scaccia quei sogni. Pare che tu
parli e che esorcizzi per mezzo di parabole. Di' dunque una parabola, ne
capirò il significato recondito e guarirò. Non è tutto magia? Perciò fai i
tuoi sortilegi.»
Gesù sorrise. Guardò il vecchio negli occhi. Spesso, rabbrividendo, ave-
va visto le mascelle avide delle persone sazie, la loro nuca grassa, gli occhi
in continua agitazione. Bevono, mangiano e ridono, tutto è loro dovuto,
rubano, danzano, fanno all'amore e non sentono il fuoco dell'Inferno. Solo
talvolta, nel sonno, aprono gli occhi e vedono... Gesù continuava a guarda-
re il vecchio satollo, la sua carne, i suoi occhi, la sua paura... una volta
ancora, in lui, la verità divenne leggenda.
«Apri le orecchie, vecchio Anania», disse. «Apri il tuo cuore, ti par-
lerò.»
«Ho aperto le mie orecchie, ho aperto il mio cuore, che il Cielo ti ispiri,
ascolto.»
«C'era una volta, vecchio Anania, un uomo ricco, crudele e iniquo;
mangiava e beveva, si vestiva di seta e porpora e non dava nemmeno un
bicchiere d'acqua a Lazzaro, il suo vicino, che aveva fame e freddo.
Lazzaro si trascinava sotto i tavoli per raccogliere le briciole di pane e ro-
sicchiare le ossa. Ma gli schiavi lo gettavano fuori ed egli rimaneva seduto
sulla soglia e i cani venivano a leccargli le ferite. Quindi arrivò la loro ora
e morirono tutti e due. Uno finì nel fuoco eterno e l'altro nel seno di
Abramo. Un giorno il ricco alzò gli occhi e vide il suo vicino, Lazzaro, che
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rideva ed era felice e contento nel seno d'Abramo. Lanciò una supplica:
«'Padre Abramo, Padre Abramo, di' a Lazzaro di inumidirsi la punta
delle dita per rinfrescarmi la bocca; brucio!' Ma Abramo gli rispose:
'Ricordati di quando mangiavi e bevevi e godevi dei beni del mondo,
mentre l'altro pativa la fame e la sete. Gli hai mai offerto, tu, un goccio
d'acqua? Ebbene, ora è la sua volta di godere e la tua di bruciare per
l'eternità'.»
Gesù sospirò e tacque. Il vecchio Anania, con la bocca spalancata,
attendeva il seguito; le sue labbra e la sua gola divennero secche. Guardò
Gesù con espressione implorante.
«Questo è tutto?» chiese con voce tremante. «Tutto? Non c'è nient'-
altro?»
Giuda scoppiò a ridere.
«Ben per lui», disse. «Colui che mangia e beve troppo sulla terra,
brucerà nell'Inferno.»
Ma il figlio minore di Zebedeo si chinò su Gesù e gli disse sottovoce:
«Rabbi, le tue parole non hanno tranquillizzato il mio cuore. Quante
volte ci hai detto: perdona il tuo nemico, amalo. Anche se ti fa sette volte o
settantasette volte il male rendigli settantasette volte il bene. Solo così la
malvagità potrà essere estirpata dal mondo. E ora Dio non può
perdonare?»
«Dio è giusto!» esclamò il Rosso, gettando uno sguardo beffardo al
vecchio Anania.
«Dio è la bontà in persona», replicò Giovanni.
«Allora non v'è speranza?» balbettò il vecchio proprietario. «La
parabola è finita?»
Tommaso si alzò, fece qualche passo in direzione della porta in strada e
si fermò.
«No, non è finita, signore», disse, beffardo. «C'è ancora qualcosa.»
«Parla, figliolo, che Dio ti benedica.»
«Il ricco si chiamava Anania», disse Tommaso. Poi prese la sua sacca di
mercé e uscì. Si fermò in mezzo alla strada e si mise a ridere a crepapelle
con i vicini.
Il sangue salì alla grossa testa del vecchio notabile e gli occhi gli si
iniettarono di sangue.
Gesù allungò una mano e carezzò la barba ricciuta del suo amato
compagno.
«Giovanni», disse, «tutti hanno orecchie, hanno udito; tutti hanno una
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mente, hanno giudicato. Dio è giusto, hanno detto, e non sono andati oltre.
Ma tu hai anche un cuore e hai detto: Dio è giusto, ma ciò non basta. È la
bontà in persona. Non è possibile, bisogna che questa parabola finisca in
un altro modo.»
«Rabbi», disse il giovane. «Perdonami, ecco infatti ciò che suggeriva il
mio cuore: l'uomo perdona e Dio no? Non è possibile, è un'enorme
bestemmia; bisogna che la parabola abbia un'altra fine.»
«E ha un'altra fine, mio amato Giovanni», disse Gesù sorridendo.
«Vecchio Anania, ascolta e il tuo cuore si rassicurerà. Ascoltate anche voi
tutti, qui nel cortile, e voi, vicini, che state sghignazzando in strada; Dio
non è solamente giusto, è anche buono; e non è solamente buono, è anche
Padre. Lazzaro udì le parole di Abramo e sospirò. 'Mio Dio', disse fra sé,
'come si può essere felici in Paradiso quando si sa che c'è un uomo,
un'anima che brucia per l'eternità? Rinfrescalo, Signore, affinché io pure
sia; liberalo, o Signore, affinché io pure sia liberato. Altrimenti mi metterò
anch'io a bruciare.' E Dio capì il suo pensiero e ne fu pieno di gioia.
'Lazzaro, figliolo amato, scendi e prendi per mano l'assetato; le mie sor-
genti sono inesauribili, portalo affinché beva e si rinfreschi; affinché pure
tu ti rinfreschi con lui.' 'Per l'eternità?' chiese Lazzaro. 'Per l'eternità',
rispose Dio.»
Gesù si alzò e tacque. La notte era scesa, la gente si disperse
mormorando, uomini e donne tornarono nelle loro povere capanne, con il
cuore sollevato. La parola può forse nutrire? Lo può, quando è buona,
pensavano.
Gesù tese la mano per congedarsi dal vecchio Anania, ma questi cadde
ai suoi piedi.
«Rabbi, perdonami!» mormorò; e scoppiò in lacrime.
La notte seguente, sotto gli ulivi dove si erano distesi per dormire,
Giuda andò a visitare il figlio di Maria. Non riusciva a calmarsi; doveva
vederlo, parlargli, doveva fare il punto su tante cose, dovevano parlare
chiaramente. Quando, in casa del cattivo Anania, aveva goduto nel vedere
il ricco bruciare all'Inferno e aveva battuto le mani gridando: «Gli sta
bene!» Gesù l'aveva fissato a lungo con disapprovazione e quello sguardo
lo stava ancora trafiggendo. Dovevano avere una spiegazione; le insinua-
zioni e gli sguardi furtivi non gli piacevano.
«Benvenuto», gli disse Gesù. «Ti aspettavo.»
«Non sono come i tuoi seguaci, figlio di Maria», cominciò subito il
Rosso. «Non ho l'innocenza e il candore di Giovanni, il tuo preferito; non
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sono neppure un visionario e sventato come Andrea, che è una girandola
che gira con vento. Io sono una belva dal carattere forte; mia madre m'ha
partorito di nascosto e mi ha gettato nel deserto dove ho poppato il latte di
una lupa. E sono diventato rude, tutto d'un pezzo, leale. Diventerei terra,
affinché colui che amo possa calpestarmi, ma uccido colui che non amo.»
Parlando, la sua voce era diventata rauca. I suoi occhi sprizzavano scin-
tille nell'oscurità. Gesù posò la sua mano su quella testa minacciosa, per
calmarla. Ma il Rosso, con una scossa, respinse la mano pacificatrice.
«Io posso uccidere anche colui che amo», disse, soppesando una per
una le parole, «se vedo che esce dalla retta via.»
«Qual è la retta via, Giuda, fratello mio?»
«La salvezza d'Israele.»
Gesù chiuse gli occhi, non rispose. Le due fiamme che sprizzavano
dall'oscurità lo bruciavano. Che cos'è Israele? Perché solo Israele? Non
siamo tutti fratelli?
Il Rosso aspettava una risposta, ma il figlio di Maria taceva. Il Rosso lo
prese per un braccio, lo scosse, come per svegliarlo.
«Hai capito?» chiese. «Hai capito che cosa ti ho detto?»
«Ho capito», disse l'altro aprendo gli occhi.
«Te lo dico brutalmente, affinché tu sappia chi sono, ciò che voglio e
affinché tu mi risponda. Vuoi o non vuoi che venga con te? Voglio
saperlo.»
«Lo voglio, Giuda, fratello mio.»
«E mi lascerai esprimere la mia opinione liberamente, contraddirti, dire
di no, quando tu dirai di sì? Perché, e voglio che tu lo sappia, tutti possono
ascoltarti con la bocca spalancata, ma io non posso. Non sono uno schiavo,
pensa ciò che vuoi, io sono un uomo libero.»
«Quello che chiedo anch'io, Giuda, è la libertà.»
Il Rosso balzò in piedi. Afferrò Gesù per una spalla.
«Liberare Israele dai Romani?» gridò. Il suo alito bruciava.
«Liberare l'anima dal peccato.»
Giuda mollò con gesto irato la spalla di Gesù e batté il pugno sul tronco
dell'ulivo.
«È qui che le nostre strade si separano», urlò, e guardò Gesù con odio.
«Libera prima il nostro corpo dai Romani, poi libererai l'anima dal
peccato. Ecco la strada. Sei capace di seguirla? Non si comincia a costruire
una casa dal tetto. Si comincia dalle fondamenta.»
«Le fondamenta sono l'anima, Giuda.»
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«Le fondamenta sono il corpo, figlio di Maria. È da esso che devi
cominciare. Te l'ho già detto e te lo ripeto: stai attento, prendi la strada che
io ti indico. È per questo, sappilo, che vengo con te: per mostrarti la
strada.»
Sotto l'ulivo vicino Andrea, nel sonno, udì la discussione e si svegliò.
Tese l'orecchio. Erano la voce del maestro e un'altra, rauca e collerica.
Trasalì. Era forse giunto qualcuno durante la notte per prendersela con il
maestro? Lo sapeva: dove Gesù passava, lasciava dietro a sé molti giovani,
donne e poveri che l'amavano; ma anche molti ricchi, potenti e vecchi, che
lo odiavano e desideravano la sua fine. Quei criminali avevano forse
mandato qualche tipo robusto a picchiarlo? Si trascinò verso il luogo da
cui provenivano quelle voci, al buio. Ma il Rosso udì un rumore e si
raddrizzò sulle ginocchia.
«Chi va là?» gridò.
«Sono io, Giuda», disse Andrea.
«Vai a dormire, figlio di Giona, dobbiamo discutere fra di noi.»
«Vai a dormire, Andrea, figlio mio», disse pure Gesù.
Giuda abbassò la voce. Gesù sentiva il fiato pesante dell'uomo sul suo
viso.
«Al monastero, se ben ricordi, ti ho rivelato che la confraternita mi
aveva mandato per ucciderti. All'ultimo momento ho cambiato idea. Ho
riposto il pugnale nella guaina e me ne sono andato dal monastero di buon
mattino, come un ladro.»
«Perché hai cambiato idea, Giuda, fratello mio? Io ero pronto.»
«Aspettavo.»
«Aspettavi che cosa?»
Giuda tacque. E di colpo:
«Di vedere se eri Colui che Israele attende».
Gesù rabbrividì. Si appoggiò al tronco dell'ulivo; tremava.
«Non voglio precipitarmi e uccidere il Salvatore, non voglio!» gridò
Giuda, asciugandosi la fronte che si era improvvisamente coperta di
sudore. «Capisci? Non voglio!» gridò come se lo stessero strangolando.
Respirò profondamente.
«Forse lui stesso non lo sa, mi dicevo. Bisogna avere pazienza, lasciarlo
ancora vivere. Che viva e vedremo bene che cosa dirà e che cosa farà. E se
non è Colui che noi aspettiamo, avrò sempre il tempo di liquidarlo. Ecco
che cosa ho pensato, ecco perché ti ho lasciato in vita.»
Rimase un momento senza fiato; grattava la terra con la punta del piede.
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Di colpo prese Gesù per un braccio; la sua voce era rauca, disperata.
«Non so come chiamarti: figlio di Maria, figlio del falegname, figlio di
Davide? Non so ancora chi sei. Ma non lo sai neppure tu. Dobbiamo
saperlo, per sentirci tutti e due sollevati, così non può più durare. Non
badare agli altri: ti seguono come agnelli che belano. Non badare alle
donne che ti ammirano e che piangono; sono donne, hanno cuore, ma non
hanno cervello, non abbiamo bisogno di loro. Bisogna che noi due
sappiamo chi sei, che cos'è quella fiamma che ti brucia, se è il Dio
d'Israele o il Demonio. Bisogna! Bisogna!»
Gesù tremava tutto.
«Come fare, Giuda, fratello mio? Come venirlo a sapere? Aiutami.»
«C'è un mezzo.»
«Quale?»
«Andiamo a trovare Giovanni il Battista. Lui ce lo dirà. Grida: 'Egli
arriva! Egli arriva!' Appena ti vedrà, capirà se tu sei o non sei Colui che
viene. Tu ne troverai sollievo e io saprò che cosa dovrò fare.»
Gesù si perse in fantasticherie. Quante volte era stato colto da una
simile angoscia! Cadeva con la faccia sulla terra, si dibatteva, dalla bocca
gli usciva della schiuma, la gente lo credeva in preda al demonio e correva
via, spaventata. Ma lui era al settimo cielo, il suo spirito aveva abbandona-
to la prigione e saliva a bussare alla porta di Dio per chiedere: «di sono?
Perché sono nato? Che cosa devo fare per salvare il mondo? Qual è la
strada più breve? Forse la mia morte?»
Sollevò la testa e vide Giuda completamente chino su di lui.
«Giuda, fratello mio», disse, «distenditi vicino a me e Dio, come il
sonno, verrà a prenderci. E domani, di buon mattino, partiremo per andare
a trovare il profeta della Giudea. Succederà ciò che Dio vorrà. Sono
pronto.»
«Anch'io sono pronto», disse Giuda.
Si distesero uno accanto all'altro.
Dovevano essere molto stanchi tutti e due; caddero immediatamente nel
sonno e di buon mattino Andrea, che si era svegliato per primo, li trovò
tutti e due addormentati, l'uno nelle braccia dell'altro.
Il sole cominciò a brillare sul lago e tutta la terra si illuminò. Il Rosso
camminava in testa e faceva strada; dietro di lui venivano Gesù e i suoi
due fedeli Giovanni e Andrea. Tommaso doveva ancora vendere della
mercé ed era rimasto un po' indietro, nel villaggio. È bello ciò che dice il
figlio di Maria, meditava maliziosamente nella sua mente contorta, i poveri
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hanno da mangiare e da bere quanto vogliono nell'aldilà. Ma, nel frattem-
po, che cosa sarà di noi qui in terra? Fai attenzione, mio povero Tommaso,
non farti mettere nel sacco! Per maggior sicurezza è meglio che io tenga
nella mia cesta due tipi di mercé: sopra, e ben in vista, i pettini e i belletti;
e sul fondo, nel retrobottega, per i clienti importanti, il regno dei cicli.
Ridacchiò, caricò nuovamente la sua sacca sulla schiena, soffiò nella
trombetta e con un filo di voce acuta cominciò, di buon mattino, a vantare
la mercé terrena nelle stradine di Bethsaida,
A Cafarnao, Pietro e Giacomo si erano alzati all'alba e insieme stavano
tirando su le reti. Apparvero i pesci che si dibattevano e scintillavano al
sole. In altra occasione i due pescatori sarebbero stati felici di sentire la
loro rete così pesante, ma quel giorno avevano tutti e due la mente lontana
da lì e rimasero in silenzio. Tacevano, ma ognuno di loro, dentro di sé, ce
l'aveva sia con la sorte, che li teneva legati a quel lago ormai da generazio-
ni, sia con la loro mente calcolatrice che non permetteva al cuore di
prendere il volo. È vita questa? gridavano in silenzio, gettar le reti, prende-
re il pesce, mangiare, dormire e ricominciare daccapo, ogni giorno che Dio
ha fatto, lo stesso lavoro, lo stesso traffico, tutti i giorni, tutti gli anni, tutta
la vita? Fino a quando? Fino a quando? Durerà dunque fino alla nostra
morte? Mai prima di allora avevano fatto simili riflessioni; il loro cuore era
tranquillo, seguiva docilmente un cammino segnato da secoli, quello che
avevano avuto in sorte i loro genitori, i loro avi, che avevano vissuto
migliaia di anni sul bordo di quello stesso lago a combattere con i pesci. E
un bel giorno incrociavano le loro mani irrigidite e morivano. E venivano i
loro figli, i loro nipoti e prendevano lo stesso cammino, senza protestare...
È loro due, Pietro e Giacomo, fino a quel momento avevano avuto una vita
piacevole, non potevano lamentarsi; ma negli ultimi tempi, di colpo, il
mondo sembrava loro più piccolo, si sentivano soffocare. Guardavano lon-
tano, oltre il lago; dove dunque? Non lo sapevano neppure loro, soffoca-
vano.
E, come se tale angoscia non fosse stata sufficiente, la gente che
passava da lì portava ogni giorno nuove testimonianze; pareva che dei
paralitici si fossero messi a camminare, che dei ciechi avessero ricuperato
la vista, che dei morti fossero risuscitati... «Chi è quel nuovo profeta?»
domandavano loro i passanti. «I vostri fratelli sono con lui... dovreste
saperlo... pare che non sia il figlio del falegname di Nazareth, ma sia il
figlio di Davide, è vero?»
Essi però alzavano le spalle e si chinavano nuovamente sulle loro reti;
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avevano voglia di scoppiare in lacrime, per alleviare il loro cuore. Talvolta,
quando i passanti si allontanavano, Pietro si girava verso il compagno.
«Tu ci credi a quei miracoli, Giacomo?» domandava.
«Tira su la rete e taci», rispondeva il figlio di Zebedeo, il chiacchierone
e, con un gesto brusco, tirava su la rete piena, tutta in una volta.
E quel giorno, all'alba, una volta ancora, era passato un mulattiere.
«Sembra che il nuovo profeta abbia mangiato in casa del vecchio
Anania, l'avaraccio, a Bethsaida. E che, appena finito di mangiare, gli
schiavi gli abbiano portato dell'acqua per lavarsi le mani e che lui si sia
avvicinato al vecchio per dirgli qualcosa sottovoce. E che di colpo la testa
del vecchio si sia confusa, ed egli sia scoppiato in lacrime e si sia messo a
distribuire i beni ai poveri.»
«Che cosa gli ha detto?» chiese Pietro. Il suo sguardo si perse di nuovo
lontano, al di là del lago.
«Ah! Se lo sapessi!» esclamò ridendo il mulattiere; «lo mormorerei
all'orecchio di tutti i ricchi, affinché i poveri abbiano un po' di respiro...
Arrivederci, buona pesca!» disse e proseguì per la sua strada.
Pietro si girò per parlare con il suo compagno, ma subito cambiò idea.
Che cosa dirgli? Ancora parole? Come se non ne avesse abbastanza! Ebbe
voglia di piantar lì tutto e di andarsene senza nemmeno voltarsi indietro.
Andarsene! La capanna di Giona era diventata troppo piccola per lui, e
anche il lago di Genezareth era come una bacinella troppo piccola. «Non è
vita, no, non lo è», mormorò, «bisogna andarsene.»
Giacomo si voltò.
«Che cosa stai borbottando?» domandò. «Taci».
«Che il diavolo mi porti, niente!» rispose Pietro e si mise a tirare la rete
con rabbia.
E, proprio in quel momento, sulla cima della collina sulla quale Gesù
aveva parlato per la prima volta agli uomini, apparve per primo Giuda.
Aveva in mano un bastone nuovo che aveva tagliato, cammin facendo, da
una quercia verde; batteva il suolo e avanzava. Dietro a lui apparvero,
ansimanti, i suoi tre compagni. Si fermarono un momento sulla cima per
guardarsi attorno. Il lago brillava, gioioso; il sole lo carezzava ed esso
risplendeva. Sulla sua superficie, come farfalle bianche e rosse, c'erano le
barche da pesca e, alti sopra di esse, i pescatori alati, i gabbiani. In fondo
s'intravedeva Cafarnao; il sole era alto in cielo, la giornata era splendida.
«Ecco Pietro!» disse Andrea, indicando con un dito il fratello che, sulla
riva, stava tirando su le reti.
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«E Giacomo!» disse a sua volta Giovanni, sospirando. «Non riescono
ancora a staccarsi dalla terra..,»
Gesù sorrise.
«Non sospirare, amato compagno», gli disse. «Mettetevi qui a riposare;
io vado a prenderli.»
Con passo agile e leggero imboccò il sentiero che scendeva. E come un
angelo, pensò Giovanni con fierezza. Gli mancano solo le ali. Gesù saltava
di pietra in pietra e scendeva; quando arrivò alla riva, rallentò. Si fermò
dietro ai due pescatori chini sulle reti. Rimase molto tempo, immobile, a
guardarli. Li guardava e non pensava a nulla. Sentiva solo le forze abban-
donarlo; si consumava. Il mondo si alleggeriva, galleggiava nell'aria, vaga-
va come una nuvola sul lago. E con esso, si alleggerivano e galleggiavano
i due pescatori e la loro rete subiva una metamorfosi: non era più una rete,
non erano più pesci. Erano uomini, migliaia di uomini felici che
danzavano.
I due pescatori sentirono all'improvviso uno strano e dolce formicolio
sulle loro teste e s'impaurirono. Si rizzarono. Gesù era in piedi, immobile e
silenzioso e li guardava.
«Perdonaci, maestro!» gridò Pietro, pieno di vergogna.
«Perché, Pietro? Che cosa avete fatto perché io vi perdoni?»
«Niente», mormorò Pietro. E di colpo: «Questa non è vita, ne ho
abbastanza!»
«Anch'io», disse Giacomo, gettando la sua rete a terra.
«Venite», disse Gesù tendendo loro una mano ciascuno. «Venite, vi farò
pescatori d'uomini.»
Li prese tutti e due per mano e si mise fra di loro.
«Andiamo», disse.
«Senza salutare il vecchio Giona?» fece Pietro, pensando al padre.
«Non girare la testa, Pietro, non ne abbiamo il tempo; andiamo.»
«Dove?» chiese Giacomo esitante.
«Perché domandarlo? Basta con le domande, Giacomo; andiamo.» Nel
frattempo, il vecchio Giona, piegato sul focolare, cucinava e aspettava il
figlio Pietro per mangiare. Non gli restava più che quel figlio, che Dio lo
conservi!
Pietro era un ragazzo come si deve, pieno di buon senso. Di Andrea,
invece, era un bel po' che aveva rinunciato a farne qualcosa. Andava una
volta con l'uno e una volta con l'altro e lasciava il vecchio padre solo a
lottare con i venti e la vecchia barca, a rammendare le reti, a cucinare o a
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pulire la casa. Da quando sua moglie era morta, era lui a dover combattere
con tutti quei demoni domestici. Ma Pietro, che Dio lo benedica, l'aiutava
e gli infondeva coraggio. Assaggiò la zuppa; era cotta a puntino. Guardò il
sole, doveva essere quasi mezzogiorno. «Ho fame», mormorò, «ma
aspetterò, non mangerò.» Incrociò le braccia e attese.
Più in là, la casa del vecchio Zebedeo era aperta, il cortile era pieno di
ceste e di brocche; l'alambicco era in un angolo. Era il momento in cui si
vuotavano le caldaie e si preparava l'acquavite e tutta la casa odorava di
vinaccia. Il vecchio Zebedeo era seduto con la moglie sotto la pergola
spoglia, davanti a un tavolo basso; facevano colazione. Il vecchio mastica-
va come poteva, con le gengive senza denti e parlava dei suoi affari. Da un
bel po' teneva l'occhio sulla casetta del suo vicino. Il vecchio Nahum gli
doveva del denaro e non poteva pagare; la settimana prossima, con l'aiuto
di Dio, l'avrebbe messa all'asta. Gliel'avrebbe presa, erano anni che ne ave-
va voglia, avrebbe abbattuto il muro di separazione e ingrandito il cortile.
Era vero che aveva un tino per pigiare l'uva, ma voleva avere anche un
frantoio per le olive, affinché il villaggio venisse con le olive e lui potesse
tenersi una decima dell'olio. E dove metterlo il frantoio per l'olio?
Bisognava ottenere a ogni costo la casa del vecchio Nahum... La vecchia
Salomè l'udiva e pensava al suo figlio minore, Giovanni, che amava tanto.
«Dove sarà? Che miele stilla dalle labbra del nuovo profeta? Come le
sarebbe piaciuto rivederlo, udirlo ancora parlare e far scendere Dio nel
cuore degli uomini! Mio figlio ha fatto bene, ha preso il cammino giusto,
io lo benedico! Anch'io l'altro ieri ho fatto un sogno. Chiudevo bruscamen-
te la porta dietro a me, abbandonavo la casa con le sue cantine piene e i
suoi frantoi e me ne andavo dietro a lui; correvo a pieni nudi, affamata e,
per la prima volta, io pure provavo una sensazione di felicità...»
«Stai sentendo che cosa ti dico?» fece il vecchio Zebedeo, che aveva
visto gli occhi della moglie per un istante in preda all'estasi. «Dove hai la
testa?»
«Ti sento», ella rispose e lo guardò come se lo vedesse per la prima
volta.
In quel momento si udirono dalla strada delle voci familiari. Il vecchio
alzò lo sguardo.
«Eccoli!» gridò. Vide l'uomo vestito di bianco con al fianco i suoi due
figli; si precipitò sulla soglia con la bocca piena.
«Ehi, ragazzi», gridò, «dove siete diretti? È in questo modo che si passa
davanti a casa mia? Fermatevi!»
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«Abbiamo da fare, vecchio Zebedeo!» gli rispose Pietro; gli altri
continuarono la loro strada.
«Fare che cosa?»
«Cose complicate!» rispose Pietro, scoppiando a ridere.
«Anche tu, Giacomo, anche tu?» gridò il vecchio spalancando gli occhi.
Inghiottì senza masticare e il cibo gli graffiò la gola. Rientrò, guardò sua
moglie; lei scosse la testa.
«Puoi dire addio ai tuoi figli, vecchio Zebedeo», disse. «Egli ce li ha
presi.»
«Anche Giacomo?» chiese il vecchio disperato. «Ma lui aveva la testa
sulle spalle, non è possibile!»
La vecchia Salomè tacque. Che cosa avrebbe potuto dirgli? Come
avrebbe potuto capire? Si alzò, non aveva più fame; rimase in piedi sulla
soglia a guardare il gruppo allegro che prendeva la strada principale che
porta, seguendo il Giordano, a Gerusalemme. Alzò la sua vecchia mano.
«Che la mia benedizione vi accompagni», mormorò a bassa voce,
affinché il marito non potesse udirla.
All'uscita del villaggio incontrarono Filippo, che faceva pascolare le sue
pecore sul bordo del lago. Si era arrampicato su una roccia rossastra, si
appoggiava sul suo bastone da pastore e guardava, chinato in avanti, l'ac-
qua del lago ai suoi piedi. Contemplava la propria ombra nera, che si muo-
veva nell'acqua azzurra e verde. Udì un rumore di sassi, giù sulla strada,
alzò la testa e riconobbe i passanti.
«Buongiorno», salutò, «anche noi siamo qui. Dove andate?»
«Nel regno dei cicli!» rispose Andrea. «Vieni anche tu?»
«Ah, parla sul serio, Andrea. Se andate a Magdala per le nozze, vengo
con voi. Nataniele ha invitato anche me; sposa il nipote.»
«E più in là di Magdala non verresti?» gli chiese Giacomo.
«Ho le mie pecore», rispose Filippo. «Non saprei a chi affidarle.»
«Alla grazia di Dio», disse Gesù, senza voltarsi.
«Il lupo me le mangerà!» esclamò Filippo.
«Che se le mangi!» ribatté Giovanni.
Mi pare che siano diventati proprio matti, quelli, pensò il pastore.
Fischiò per radunare le pecore.

I compagni se ne andarono. Giuda sempre in testa, con il suo bastone


storto; era lui che aveva più fretta. Il loro cuore era pieno di gioia, fischia-
vano come merli, ridevano e camminavano. Pietro si avvicinò a Giuda.
176
Solo lui aveva ancora il viso scuro; non fischiava, né rideva; faceva strada
e si affrettava.
«Giuda, in verità possiamo domandarlo, dove andiamo?» gli chiese
Pietro a bassa voce.
Una metà del viso del Rosso rideva,
«Nel regno dei cicli», rispose.
«Lascia stare gli scherzi; in nome del cielo, dimmi dove andiamo. Io ho
paura di domandarlo al maestro.»
«A Gerusalemme.»
«Oh!» esclamò Pietro strappandosi i capelli grigi, «tre giorni di cammi-
no! Se l'avessi saputo, avrei preso i sandali, un pezzo di pane, una borrac-
cia di vino e il mio bastone.»
Giuda ora si mise a ridere apertamente.
«Eh, mio povero Pietro», disse, «la corrente ci trascina, tutto è finito!
Saluta i tuoi sandali, il tuo pane, il tuo vino e il tuo bastone. Noi ce ne
siamo andati, siamo partiti, Pietro, non l'hai capito? Abbiamo abbandonato
il mondo; abbiamo abbandonato la terra e il mare, siamo nell'aria!»
Si chinò sull'orecchio di Pietro.
«Sei ancora in tempo», gli disse. «Vattene.»
«Dove andare; ora, Giuda?» ribatté Pietro. Aprì le braccia, voltandole
con impazienza in tutte le direzioni. «Mi pare tutto così scialbo, adesso!»
disse, indicando il lago, le barche da pesca e le case di Cafarnao.
Il Rosso scosse la testa.
«È proprio ciò che dico», fece. «Allora non brontolare e cammina!»

15

I cani del villaggio furono i primi ad accorgersi della loro presenza e si


misero ad abbaiare; poi fu la volta dei bambini, che corsero fino a Magdala
per portare la notizia: «Arriva! Arriva!» «Chi, ragazzi?» Le porte si apriva-
no, le domande si diffondevano dovunque. «Il nuovo profeta!» Sulla soglia
delle case donne e comari si raggruppavano; gli uomini abbandonavano il
lavoro, gli ammalati fremevano e si trascinavano giù per andare a toccarlo.
Adesso, aveva una notevole reputazione nei dintorni del lago Genezareth; i
ciechi, i paralitici, gli epilettici che aveva guarito divulgavano di villaggio
in villaggio i suoi doni e la sua potenza.
«Ha toccato i miei occhi che erano sprofondati nella notte e ho visto la
luce.» «Mi ha ordinato: 'Getta le tue stampelle e cammina!' e mi sono
177
messo a ballare!» «Avevo in me un esercito di demoni e lui ha alzato la
mano e ha ordinato: 'Andatevene, andatevene dai porci!' E di colpo sono
balzati fuori da me e sono entrati nei porci che passavano sulla riva e i
porci sono diventati rabbiosi: si sono gettati nell'acqua, a cavalcioni uno
sull'altro, e in poco tempo sono tutti annegati.»
Maddalena udì la buona notizia e uscì di casa. Dal giorno in cui il figlio
di Maria le aveva ordinato di tornarsene nella sua capanna e di non peccare
più, non era più apparsa nemmeno sulla porta. Piangeva e lavava la sua
anima con le lacrime. Si sforzava di cancellare la sua vita dalla mente, di
dimenticare tutto: la vergogna, i piaceri e le voglie, per rinascere con un
corpo vergine.
I primi giorni sbatteva la testa contro i muri e si lamentava; col passare
del tempo, si era calmata, i dolori si erano attutiti, i brutti sogni che l'assil-
lavano erano spariti e ora, ogni sera, era Gesù che le appariva nel sonno.
Apriva la porta come se fosse stato il padrone di casa, si sedeva nel cortile
sotto il melograno in fiore, stanco, sporco di polvere; veniva da molto lon-
tano, gli uomini l'avevano reso triste e Maddalena, tutte le sere, scaldava
l'acqua per lavare quei piedi santi; poi si scioglieva i capelli per asciugar-
glieli. E lui si rilassava, sorrideva e le parlava. Che cosa le diceva? Non se
ne ricordava. Ma il mattino, quando si svegliava, saltava giù dal letto,
leggera, allegra e gli ultimi giorni aveva pure cominciato a cantare come
un usignolo, piano piano, affinché le vicine non l'udissero. Quando sentì le
grida dei ragazzi che annunciavano il suo arrivo, abbassò lo scialle per na-
scondere il suo viso tante volte carezzato in cui apparivano solo due grandi
occhi neri come il carbone, aprì la porta e gli andò incontro.
Quella sera il villaggio era tutto sottosopra. Le ragazze si ornavano e
preparavano le lanterne per recarsi alle nozze. Si sposava il nipote di
Nataniele, un ragazzone dal viso tondo e con il naso come una melanzana,
ciabattino come suo zio. La sposa aveva il viso coperto da un velo spesso,
non si scorgevano che i suoi occhi, che attraversavano il velo e grossi
orecchini d'argento alle orecchie. Stava seduta su un alto sgabello, nel
mezzo della casa, e aspettava che venissero gli invitati e le ragazze del
villaggio con le loro lampade accese e che arrivasse il rabbino per aprire le
Scritture e leggere la preghiera. Poi, che se ne andassero tutti e la
lasciassero sola con il ragazzo dal naso a melanzana. Nataniele udì gridare
i bambini: «Arriva! Arriva!» e corse a invitare i suoi amici alle nozze. Li
trovò seduti vicino al pozzo, all'entrata del villaggio; avevano sete e
bevevano.
178
Maddalena, inginocchiata davanti a Gesù, gli aveva lavato i piedi e
stava asciugandoglieli con i suoi capelli.
«Se vi fa piacere, venite alle nozze di mio nipote che si sposa stasera»,
disse. «Berremo il vino fatto con l'uva che pigiavo quest'estate nel cortile
del vecchio Zebedeo.»
Si voltò verso Gesù.
«Si parla molto della tua santità, figlio di Maria», disse. «Fammi questo
piacere, vieni a benedire la nuova coppia: che abbiano figli maschi, per la
gloria d'Israele.»
Gesù si alzò.
«Le gioie degli uomini ci piacciono», disse. «Andiamo, compagni
miei.»
Prese Maddalena per mano e la fece alzare da terra.
«Vieni con noi, Maddalena», disse.
Contento, camminò davanti a loro. Gli piacevano le feste, i visi raggian-
ti degli uomini, i giovani che si sposano e che non lasciano spegnere la
fiamma del focolare. Le piante, gli insetti, gli uccelli, gli animali, gli
uomini, tutto ciò è santo, pensava, andando alle nozze, sono tutte creature
di Dio. Perché vivono, se non per rendere gloria a Dio? Che vivano in
eterno, dunque!
Le ragazze, vestite di bianco e agghindate, con le lampade in mano, era-
no già in piedi davanti alla porta chiusa e riccamente decorata; esse canta-
vano vecchie canzoni nuziali, che lodavano la sposa, prendevano in giro lo
sposo e chiamavano Dio affinché accettasse di partecipare anche lui;
c'erano le nozze, un uomo d'Israele si sposava e forse dai corpi che quella
sera si sarebbero uniti, sarebbe nato il Messia... Cantavano per far passare
il tempo; il fidanzato tardava ad arrivare per forzare la porta e perché la
funzione cominciasse.
Proprio in quel momento ecco arrivare Gesù con i suoi compagni. Le
ragazze si girarono, videro Maddalena, la canzone si fermò di colpo, ed es-
se si allontanarono imbronciate. Che cosa veniva a fare quella donna
corrotta fra le vergini? Dov'era l'anziano del villaggio per scacciarla? Le
nozze venivano profanate! Le donne sposate si girarono a loro volta e le
lanciarono sguardi feroci. I degni invitati, che attendevano anch'essi da-
vanti alla porta chiusa, si agitarono, mormorando. Ma Maddalena splende-
va come una torcia accesa e sentiva, in piedi al fianco di Gesù, il suo
animo pieno di una nuova innocenza e le sue labbra vergini da qualsiasi
bacio. Improvvisamente la folla lasciò passare l'anziano del villaggio, un
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vecchietto rinsecchito e velenoso, che si avvicinò a Maddalena, la toccò
con la punta del suo bastone e le fece cenno d'andarsene.
Gesù sentì sul viso, sul suo petto scoperto e sulle mani gli sguardi
velenosi della folla. Il suo corpo bruciava, come se innumerevoli e invisi-
bili spine lo stessero ferendo. Guardò l'anziano, le donne oneste, gli uomini
imbronciati, le vergini in effervescenza e sospirò. Fino a quando gli occhi
degli uomini rimarranno ciechi e saranno incapaci di vedere che siamo
tutti fratelli? pensava.
I mormorii si erano infittiti. Nell'oscurità si udivano già le prime minac-
ce. Nataniele si avvicinò a Gesù per parlargli, ma egli lo respinse con
calma, si aprì un varco e si avvicinò alle vergini. Le lanterne si agitarono;
lo lasciarono passare ed egli si fermò nel mezzo delle ragazze, alzando una
mano.
«Vergini, sorelle mie», disse, «Dio ha toccato le mie labbra e mi ha
confidato una parola d'amore, affinché io ve la porga, in questa santa notte
di nozze. Vergini, sorelle mie, aprite le vostre orecchie, aprite i vostri
cuori. E voi, fratelli, tacete: devo parlare!»
Tutti si voltarono, inquieti. Dalla sua voce, gli uomini indovinarono che
egli era in collera, le donne che era afflitto. Tutti tacquero; nel cortile della
casa si udirono i due musici ciechi che accordavano i loro oboe. Gesù alzò
la mano.
«Cosa credete che sia il regno dei cieli, vergini, sorelle mie?» disse.
«Sono delle nozze. Dio è il fidanzato e la fidanzata è l'anima dell'uomo. Vi
sono nozze in cielo e tutti gli uomini vi sono invitati. Perdonate, fratelli,
ma è così che Dio mi parla. Mi esprimerò per mezzo di parabole. «C'erano
delle nozze in un villaggio. Dieci vergini avevano preso le Loro lampade
ed erano andate incontro al fidanzato. Cinque di esse erano sagge e
avevano portato seco un'ampolla piena d'olio; le altre cinque erano un po'
stolte e non avevano portato olio supplementare. Si fermarono davanti alla
casa del fidanzato. Aspettarono, aspettarono, il fidanzato non arrivava mai.
Avevano sonno e si addormentarono. Ed ecco che verso mezzanotte si udì
un grido: 'Arriva il fidanzato, corretegli incontro!' Le dieci vergini si
precipitarono a riempire le lampade che stavano per spegnersi; ma le
cinque stolte non avevano più olio.
«'Dateci un po' d'olio, sorelle', dissero alle vergini sagge, 'le nostre
lampade si spengono.'
«'Non ce ne resta, correte a prenderne.'
«Ma, mentre le vergini stolte andarono a prendere l'olio, arrivò il
180
fidanzato, le vergini sagge erano entrate e la porta si era richiusa.
«Ecco che dopo un po' arrivarono le vergini stolte con le loro lampade
accese. Si misero a bussare alla porta.
«'Aprite!' gridavano in tono di supplica.
«Le vergini sagge, intanto, ridevano e dalla casa risposero loro:
«'Vi sta bene; adesso la porta è chiusa, andatevene!'
«Le altre pregavano e supplicavano:
«'Aprite! Aprite!'
«Allora...»
Gesù si fermò. Gettò nuovamente uno sguardo attorno a sé, sul vecchio,
sugli invitati, sulle padrone di case onorate e sulle vergini con le lampade
accese e sorrise.
«Allora...?» disse Nataniele che ascoltava con la bocca aperta e il cui
spirito, lento e candido, era tutto in agitazione. «Allora, Rabbi, che cos'è
successo?»
«Che cosa avresti fatto, tu, Nataniele, se fossi stato lo sposo?» gli chiese
Gesù, posando su di lui i suoi grandi occhi magnetici.
Nataniele taceva. Non era ancora riuscito a capire bene, nella sua testa,
che cosa avrebbe fatto. Ora propendeva per cacciarle, già che la porta era
chiusa; ora aveva pietà di loro e proponeva per accoglierle...
«Che cosa avresti fatto, tu, Nataniele, se fossi stato lo sposo?» chiese di
nuovo Gesù. I suoi occhi accarezzavano lentamente, ostinatamente, come
una preghiera, il viso puro e senza malizia del ciabattino.
«Avrei aperto...» rispose a bassa voce, perché l'anziano non udisse; non
poteva più resistere agli occhi del figlio di Maria.
«Va bene, Nataniele, compagno mio», disse con gioia Gesù, stendendo
la mano verso di lui come per benedirlo. «In questo istante stai entrando,
da vivo, in Paradiso. Lo sposo ha fatto lo stesso. Ha gridato ai servi:
«'Aprite la porta; sono delle nozze: che tutti mangino, bevano e si
rallegrino; che entrino le vergini stolte, lavate e rinfrescate i loro piedi
perché hanno corso molto.'»
Gli occhi di Maddalena, sotto le lunghe ciglia, si riempirono di lacrime.
Ah! Se avesse potuto baciare le labbra che avevano pronunciato quelle
parole! Anche l'innocente Nataniele era raggiante dalla testa ai piedi come
se fosse veramente già entrato in Paradiso. Ma l'anziano, lingua viperina,
alzò il suo bastone.
«Vai contro la Legge, figlio di Maria», grugnì.
«È la Legge che va contro il mio cuore», rispose Gesù con calma.
181
Mentre stava ancora parlando, apparve il fidanzato, lavato, profumato,
con una corona verde sui capelli folti e ricciuti. Aveva bevuto, era di buon
umore e il suo naso brillava. Con un gran colpo sfondò la porta e gli
invitati si precipitarono dietro di lui. Gesù entrò, con Maddalena per mano.
«Quali sono le vergini stolte, quali le sagge?» chiese Pietro a Giovanni,
a bassa voce. «Che cosa hai capito, tu?»
«Che Dio è un padre», rispose il figlio di Zebedeo.
Arrivò il rabbino, le nozze furono celebrate. Il fidanzato e la fidanzata
erano in piedi in mezzo alla casa; gli invitati sfilavano davanti a loro, li ab-
bracciavano, auguravano loro di avere un figlio che avrebbe salvato Israele
dalla schiavitù. Poi gli oboe attaccarono a suonare, si bevve, si danzò. Il
tempo passava, la luna era ormai alta ed essi ripresero il loro cammino. Era
già autunno, ma i giorni erano ancora caldi ed era piacevole camminare
nell'umida frescura della notte.
Camminavano con il viso rivolto a Gerusalemme, avevano bevuto e il
mondo si era trasformato, il loro corpo era diventato leggero come un'ani-
ma. Camminavano con passo alato; alla loro sinistra c'era il Giordano e
alla loro destra la pianura pacifica e fertile di Zabulon. Essa riposava al
chiaro di luna, stanca e felice; aveva compiuto anche quell'anno il compito
che Dio le aveva assegnato migliaia di anni orsono; aveva fatto crescere le
spighe ad altezza d'uomo, aveva caricato le vigne di grappoli e gli ulivi di
frutti. E ora riposava, stanca e felice, come una donna che ha appena
partorito.
«Che gioia, fratelli», ripeteva incessantemente Pietro. Non riusciva a
saziarsi di quella marcia notturna e della dolcezza della compagnia. «Ma
questa è la realtà? È un sogno? Ci hanno stregato? Ho voglia di cantare
una canzone, per alleggerire il mio cuore.»
«Tutti insieme!» fece Gesù. Si avviò per primo, respirò profondamente
e intonò una canzone.
La sua voce era debole, ma dolce e piena di passione. Le voci di
Giovanni e di Andrea, al suo fianco, erano melodiose e piene di tenerezza.
Per un bel po' quelle tre voci tenui cantarono sole, incerte e affascinanti. Il
cuore restava sospeso, udendole; si sarebbe potuto dire: «Non ce la fanno
più, presto tutte e tre una dopo l'altra si affievoliranno». Ma provenivano
da una sorgente molto profonda, si rinforzavano di nuovo. E di colpo - con
che gioia, con che forza - l'aria fu scossa dalle voci gravi, trionfali, virili di
Pietro, Giacomo e Giuda. Tutti assieme, ciascuno secondo la propria into-
nazione e la propria forza, lanciarono in alto, in cielo, un salmo pieno di
182
allegria, il salmo della marcia santa:

Oh, non v'è cosa migliore né più dolce


che dei fratelli che camminano assieme!
È come l'olio santo che cola dalla barba di Aronne,
È come la freschezza dell'Hermon che scende dalle montagne di Sion,
È là che Dio manda la benedizione e la vita per i secoli dei secoli.

Passarono le ore, le stelle si offuscarono, il giorno si levava. Lasciarono


indietro le terre rosse della Galilea ed entrarono nelle terre nere di Samaria.
«Facciamo il giro», propose Giuda fermandosi. «Questa terra è eretica e
maledetta. Passiamo sul ponte del Giordano per raggiungere l'altra riva. È
un peccato toccare coloro che infrangono la Legge, il loro Dio si è sporca-
to, la loro acqua e il loro pane anche. Un pezzo di pane samaritano è un
pezzo di carne di porco, mi diceva mia madre. Facciamo il giro!»
Gesù, però, prese tranquillamente Giuda per mano e continuò il medesi-
mo camminò.
«Giuda, fratello mio», gli diceva, «ciò che è puro tocca ciò che è corrot-
to e lo purifica. Non opporre resistenza; è per loro, per i peccatori che noi
siamo venuti. Che bisogno hanno di noi i virtuosi? Qui, a Samaria, una
buona parola può salvare un'anima. Una buona parola, Giuda, un gesto di
bontà, un sorriso al samaritano che passa. Capisci?»
Giuda gettò uno sguardo furtivo attorno a sé, per vedere se gli altri
potevano udirlo e abbassò la voce:
«Non è questo il cammino, no, non è questo. Ma avrò pazienza finché
arriveremo dall'asceta selvaggio. Lui giudicherà. Fino a lì, vai dove vuoi e
fai ciò che vuoi, io non ti lascerò».
Si mise il bastone nodoso dietro alle spalle e andò avanti, da solo.
Gli altri camminavano, discutevano; Gesù parlava loro del Padre, del-
l'amore, del regno dei cicli. Spiegava loro quali anime erano le vergini
stolte, quali le sagge, ciò che significavano le lampade e l'olio e chi era il
fidanzato. E non solo perché le vergini stolte erano entrate nella casa del
fidanzato come le vergini sagge, ma anche perché i servi avevano lavato
solo a loro i piedi stanchi. I quattro compagni l'ascoltavano, il loro spirito
si apriva e il loro cuore acquistava forza. E il peccato apparve loro come
una vergine stolta che aspetta pregando e piangendo in piedi con la sua
lampada spenta, davanti alla porta del Signore...
Camminavano, camminavano. Nel frattempo, sulle loro teste il cielo si

183
caricava di nubi, la terra si oscurava, l'aria odorava di pioggia.
Raggiunsero il primo villaggio, ai piedi del monte sacro dei loro avi, il
Garizim. All'entrata del villaggio c'era l'antico pozzo di Giacobbe, circon-
dato da palme e da arbusti. Era lì che il patriarca Giacobbe veniva ad
attingere l'acqua che beveva con le sue pecore. La sua vera di pietra era
consumata dalla corda che sfregava contro di essa ormai da generazioni.
Gesù era stanco e i suoi piedi erano insanguinati dalle pietre.
«Rimarrò qui», disse. «Sono stanco. Voialtri entrate nel villaggio e bus-
sate alle porte; troveremo pure un'anima buona che ci faccia l'elemosina di
un tozzo di pane. Verrà pure una donna al pozzo per attingere l'acqua e
darci da bere. Abbiate fiducia in Dio e negli uomini.»
I cinque compagni partirono; durante il cammino Giuda cambiò idea.
«Io non entro in un villaggio corrotto», disse, «non mangio del pane
insozzato. Mi fermo sotto questo fico e vi aspetterò.»
Nel frattempo Gesù si era disteso fra gli arbusti, all'ombra. Aveva sete,
ma il pozzo era profondo e non poteva bere. Chinò la testa e si abbandonò
ai sogni. Era un cammino difficile quello che aveva scelto; il suo corpo era
debole, si stancava, cedeva, non aveva la forza di sostenere la sua anima.
Cadeva, ma Dio soffiava subito su di lui come una brezza fresca e leggera
e il suo corpo riacquistava forza, si alzava e ripartiva... Fino a quando?
Fino alla morte? E oltre la morte?
Mentre pensava a Dio, agli uomini e alla morte, gli arbusti si mossero e
una giovane donna ornata con braccialetti e orecchini e con una brocca
sulla testa si avvicinò al pozzo. Appoggiò la brocca sulla vera e Gesù la
vedeva fra gli arbusti srotolare la corda che aveva in mano, far scendere il
secchio e prender l'acqua per riempire la sua brocca. La sua sete raddop-
piò.
«Donna», disse, uscendo dagli arbusti, «dammi da bere.»
La donna, vedendoselo comparire di colpo davanti, prese paura.
«Non temere», disse, «sono un brav'uomo; ho sete, dammi da bere.»
«Come mai», ella rispose, «tu, un Galileo, come posso dedurre dalle tue
vesti, chiedi dell'acqua a una Samaritana?»
«Se tu sapessi chi è che ti dice 'donna dammi da bere', cadresti ai suoi
piedi e saresti tu a chiedergli di darti da bere l'acqua immortale.»
La donna rimase interdetta.
«Non hai né corda né secchio e il pozzo è profondo. Come faresti ad
attingere l'acqua per darmi da bere?»
«Colui che berrà l'acqua di questo pozzo avrà ancora sete», rispose
184
Gesù. «Ma colui che berrà l'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete.»
«Signore», disse allora la donna, «dammi da bere quell'acqua, affinché
io non abbia mai più sete. Che non debba venire ogni giorno al pozzo.»
«Vai a chiamare tuo marito», le disse Gesù.
«Non ho marito, Signore.»
«Veramente? Ne avevi cinque finora e quello che hai ora non è tuo
marito.»
«Sei profeta, o Signore?» esclamò la donna piena d'ammirazione. «Sai
tutto?»
Gesù sorrise.
«Hai una domanda da farmi? Parla a cuore aperto.»
«Ti chiederò una cosa, Signore e ti prego di rispondermi. Fino a ora i
nostri genitori adoravano Dio sul monte sacro, il Garizim. Ora voialtri dite
che solo a Gerusalemme bisogna adorare Dio. Qual è la verità? Dov'è Dio?
Spiegamelo.»
Gesù abbassò la testa e tacque. Quella peccatrice, tormentata dall'-
inquietudine di Dio, lo turbava sino nel fondo del cuore. Cercava dentro di
sé parole adatte, parole per consolarla, per darle soddisfazione. All'improv-
viso sollevò la testa e il suo viso era raggiante.
«Tieni in fondo alla tua anima ciò che ti dirò, donna. Verrà il giorno - ed
è già giunto - in cui non sarà più né su quel monte, né a Gerusalemme, che
gli uomini adoreranno Dio. Dio è spirito e non è che nello spirito che si
adora lo spirito.»
La donna restò confusa; si chinò e guardò Gesù con angoscia.
«Sei tu», disse a voce bassa e tremante, «sei forse tu Colui che
attendiamo?»
«Chi attendete?»
«Lo sai. Perché vuoi farmi dire il suo nome? Lo sai, le mie labbra sono
peccatrici.»
Gesù chinò la testa sul petto, come per ascoltare il suo cuore. Come se
dovesse esser lui a dare la risposta. La donna, china su di lui, aspettava, in
ansia.
Mentre rimanevano lì, tutti e due turbati e in silenzio, si udirono grida
di gioia e apparvero i discepoli con un pane in mano. Videro il maestro con
una sconosciuta e si fermarono. Gesù li vide e se ne rallegrò: sfuggiva alla
terribile domanda della donna. Fece cenno ai compagni di avvicinarsi.
«Venite», gridò, «Dio ci ha mandato questa donna affinché attinga
l'acqua per darci da bere.»
185
I compagni si avvicinarono, solo Giuda rimase in disparte, per non
contaminarsi bevendo l'acqua di Samaria.
La samaritana chinò la sua brocca e gli assetati bevvero. La riempì di
nuovo, se la mise abilmente sulla testa e si diresse in silenzio e pensierosa
verso il villaggio.
«Rabbi, chi era quella donna?» chiese Pietro. «Parlavate come se vi
conosceste da anni.»
«È una mia sorella», rispose Gesù. «Le ho chiesto dell'acqua perché
avevo sete ed è lei, ora, che non è più assetata.»
Pietro si grattò la testa dura.
«Non capisco», disse.
«Non importa», fece Gesù, accarezzando la testa grigia dell'amico.
«Capirai a poco a poco, una cosa dopo l'altra, non aver fretta. Adesso
abbiamo farne, mangiamo!»
Si sedettero sotto i palmizi e Andrea disse che erano entrati nel villaggio
e avevano cominciato a chiedere l'elemosina. Avevano bussato a diverse
porte ed erano stati cacciati, di casa in casa, e scherniti; infine, all'estremità
del villaggio, una vecchia aveva socchiuso la porta, aveva guardato la
strada da cima a fondo - non passava nessuno - aveva teso loro di nascosto
una pagnotta e richiuso velocemente la porta. Avevano afferrato la pagnot-
ta ed erano scappati a gambe levate.
«Peccato», disse Pietro, «che non conosciamo il nome della vecchia per
chiedere a Dio di ricordarsi di lei.»
Gesù si mise a ridere.
«Non preoccuparti, Pietro, Dio lo sa», disse.
Gesù prese il pane, lo benedì, ringraziò Dio che aveva spinto la vecchia
a darglielo; lo divise quindi in sei grandi pezzi, uno per ogni compagno.
Ma Giuda respinse via la sua parte con la punta del bastone e girò la testa.
«Non mangio pane di Samaria», disse, «non mangio porco.»
Gesù non lo contraddisse. Sapeva che quel cuore era duro e che ci
voleva del tempo per ammorbidirlo. Tempo, abilità e molto amore.
«Noi», disse agli altri, «lo mangeremo. Il pane samaritano diventa
galileo quando sono dei galilei che lo mangiano. La carne di porco diventa
carne umana quando sono gli uomini a mangiarla. In nome del cielo!»
I quattro compagni si misero a ridere e mangiarono di buon appetito. Il
pane di Samaria era buono, come tutti i pani, e ne furono felici. Poi incro-
ciarono le braccia; erano stanchi e si addormentarono. Solo Giuda, sveglio,
batteva la terra con il bastone, come se volesse picchiarla.
186
Meglio la fame che la vergogna, pensava per consolarsi.
Le prime gocce di pioggia cominciarono a cadere sugli arbusti. I dor-
mienti si svegliarono di soprassalto.
«Ecco le prime piogge», disse Giacomo, «la terra si disseterà.»
Mentre riflettevano dove trovare una grotta per ripararsi, si era alzato il
vento, un vento da nord che cacciò via le nubi; il cielo si schiarì ed essi
ripresero il loro cammino.
I fichi ancora sugli alberi brillavano nell'aria umida. I melograni erano
carichi di frutti, i compagni ne coglievano e si rinfrescavano. Dei contadini
alzavano la testa dal campo e li guardavano, stupefatti. Che cosa volevano
dei Galilei sulle loro terre, perché si mescolavano ai samaritani, mangia-
vano il loro pane e coglievano i frutti dai loro alberi? Dovevano andarsene!
Un vecchio non si controllò più e uscendo dal suo giardino, gridò:
«Ehi, Galilei; la vostra Legge ingiusta getta l'anatema su questa terra
santa che state calpestando. Che cosa cercate nel nostro paese? Andateve-
ne!»
«Andiamo nella santa Gerusalemme per adorare», rispose Pietro. Si
piantò, gonfiando il torace, davanti al vecchio.
«È qui che bisogna adorare, apostati, su questa montagna abitata da
Dio, il Garizim!» ruggì il vecchio. «Avete letto le Scritture? È qui, ai piedi
del Garizim, sotto le querce, che Dio apparve ad Abramo. Gli ha mostrato
da un estremo dell'orizzonte all'altro, le montagne e le pianure dal monte
Hermon all'Idumenea e alla terra di Madiam. 'Ecco', disse, 'la Terra Pro-
messa da cui sgorgano latte e miele. Ho promesso di dartela e te la darò.'
Si son dati la mano e hanno suggellato un accordo. Capite, Galilei? È
questo che dicono le Scritture. E colui che vuole adorare è qui, su questa
terra santa, che deve adorare. E non a Gerusalemme, che ammazza i
profeti!»
«Ogni terra è santa, vecchio», disse Gesù con voce serena.
«Dio è ovunque e siamo tutti fratelli.»
Il vecchio, stupito, si girò verso di lui. «Anche i Samaritani e i Galilei?»
«Anche i Samaritani è i Galilei, vecchio, e la gente della Giudea. Tutti.»
Il vecchio, toccandosi la barba, si mise a riflettere; squadrava Gesù
dalla testa ai piedi.
«Anche Dio e il diavolo?» chiese infine, a bassa voce, per non essere
udito dalle potenze invisibili.
Gesù ebbe paura. Non si era mai domandato se la grazia di Dio era
tanto forte da poter perdonare, un giorno, anche Lucifero e da ricevere
187
pure lui nel regno dei cicli.
«Non lo so, vecchio», rispose, «non lo so. Sono un uomo, mi preoccupo
degli uomini; al di là di questo tutto è cosa di Dio.»
Il vecchio tacque. Si toccava ancora la barba, assorto in una profonda
meditazione e guardava gli strani passanti, camminare a due a due e
perdersi fra gli alberi...
Cadde la sera. Si levò un vento freddo ed essi trovarono una grotta in
cui ripararsi. Si strinsero l'uno contro l'altro per riscaldarsi; avevano ancora
un pezzo di pane ciascuno e lo mangiarono. Il Rosso uscì, raccolse dei
pezzetti di legno e accese un fuoco; i compagni si scaldarono e si sedettero
attorno al fuoco, guardando le fiamme in silenzio. Udivano soffiare il ven-
to, ululare gli sciacalli e i sordi colpi di tuono non lontani dal monte Gari-
zim. Dall'apertura della grotta vedevano in cielo una grossa stella che li
consolava; ma presto arrivarono le nubi e la nascosero.. I compagni chiu-
sero gli occhi, appoggiarono la testa ognuno sulla spalla del proprio vicino,
senza farsi scorgere, Giovanni gettò il suo mantello di lana sulle spalle di
Gesù e tutti insieme, stretti gli uni agli altri, si addormentarono.
L'indomani entrarono nella Giudea. A poco a poco vedevano cambiare
la vegetazione. Sui bordi della strada ora si allineavano dei pioppi dalle
foglie ingiallite, dei carrubi carichi di bacche e dei cedri millenari. La re-
gione era arida, piena di pietre, senz'acqua, ingrata. Anche i contadini che
apparivano sulle soglie delle loro porte basse e scure parevano, essi pure,
fatti di silicio. Di tanto in tanto, fra quelle pietre spuntava un fiore selva-
tico azzurro, modesto, grazioso. E talvolta in quel deserto muto, dal fondo
di un crepaccio, si udiva il richiamo di una pernice. «Deve aver trovato un
goccio d'acqua e la beve...» pensava Gesù; sentiva nel palmo della mano il
ventre caldo dell'uccello e ne era contento. Più si avvicinavano a Gerusa-
lemme, più il paese, diventava selvaggio. Dio? Dio pure cambiava, la terra
qui non era più ridente come in Galilea e Dio pure era fatto di silicio come
gli uomini. E dal cielo che a Samaria per un istante aveva annunciato la
pioggia, promettendo quindi di rinfrescare la terra, quel cielo, qui, era ferro
rovente. Una fornace opprimente. Camminavano ansi-mando. Scolpite
nelle rocce, c'erano una quantità di tombe che si ergevano verso il cielo;
migliaia di loro avi si erano trasformati in esse ed erano tornati a essere
terra. La notte cadde ancora una volta. Si ripararono nelle tombe vuote, si
distesero e si addormentarono presto per entrare ben riposati, l'indomani,
nella città santa.
Solo Gesù, quella sera, non dormiva. Gironzolava fra le tombe ascol-
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tando la notte; il suo cuore era inquieto. Sentiva delle voci oscure, dei
gemiti, come se racchiudesse in seno migliaia di uomini che soffrivano e
gridavano... Verso mezzanotte il vento cessò e la notte divenne muta. Allo-
ra in mezzo a quel silenzio si udì un urlo penetrante lacerare l'aria. Dappri-
ma credette che fosse uno sciacallo affamato; poi, con terrore, sentì che era
il suo proprio cuore.
«Mio Dio», mormorò, «chi dunque sta gridando in me? Chi piange?»
Era stanco, si sistemò anche lui in una tomba, incrociò le braccia e si
abbandonò nelle mani di Dio. All'alba fece un sogno: gli sembrò di essere
con Maria Maddalena e di volare con calma e senza rumore sopra una
grande città. Sfioravano leggermente i tetti, li rasentavano e avanzavano.
In fondo al villaggio si aprì l'ultima porta e apparve un vecchio gigantesco,
con la barba lunga come un fiume e degli occhi azzurri che brillavano
come stelle. Si era rimboccato le maniche e le mani e le braccia erano
ricoperte di fango. Alzò la testa e li vide volare. «Fermatevi», gridò loro,
«ho qualcosa da dirvi.» Essi si fermarono e risposero: «Che cosa c'è
vecchio, ti ascoltiamo».
«Il Messia è colui che ama il mondo tutto intero. Il Messia è colui che
muore perché ama il mondo tutto intero», rispose il vecchio.
«È tutto?» chiese Maddalena.
«Ciò non ti basta?» gridò il vecchio in collera.
«Possiamo entrare nella tua bottega?» chiese ancora Maddalena.
«No, non vedi che ho le mani piene di argilla? Sto fabbricando il
Messia.»
Gesù si svegliò di soprassalto e il suo corpo era davvero leggero, come
se stesse volando. Ormai era giorno. I suoi compagni erano già svegli e i
loro sguardi si posavano su tutte le rocce e sulle colline in direzione di
Gerusalemme.
Se ne andarono in fretta. Camminavano, camminavano, ma sembrava
loro che le montagne si spostassero davanti a loro e si allontanassero; la
strada non smetteva di allungarsi.
«Credo, fratelli, che non arriveremo mai a Gerusalemme. Che cosa sta
succedendo? Non vedete? Si allontana sempre di più!» disse Pietro,
disperato.
«Si sta avvicinando sempre più», gli rispose Gesù, «coraggio, Pietro.
Noi facciamo un passo verso di lei e lei uno verso di noi. Come il Messia.»
«Il Messia?» disse Giuda voltandosi bruscamente.
«Il Messia arriva», disse Gesù con voce grave, «il Messia arriva, lo sai
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bene Giuda, se noi gli andiamo incontro. Se facciamo una buona azione o
un atto di coraggio, se pronunciamo una buona parola il Messia si affretta
e arriva. Se non siamo leali, se siamo cattivi o vigliacchi, il Messia torna
indietro. Si allontana. Il Messia è una Gerusalemme che cammina, fratelli;
ha fretta e pure noi abbiamo fretta. Sbrighiamoci ad andargli incontro!
Abbiate fiducia in Dio e nell'anima dell'uomo che è immortale.»
Ripresero coraggio, allungarono il passo e Giuda si mise felice alla testa
del gruppo.
«Ha parlato bene», camminava parlando da solo, «ha parlato bene, ha
ragione il figlio di Maria. Il vecchio rabbino ci gridava la stessa cosa. È da
noi che dipende la liberazione; se tutti prendessimo le armi, conoscerem-
mo la libertà...»
Giuda non smetteva di camminare, monologando. Di colpo si fermò,
turbato. «Chi è dunque il Messia?» mormorò. «Chi? Sarà forse tutto il
popolo?»
Il sudore imperlò la fronte infuocata di Giuda. «Sarà forse tutto il
popolo?» Era la prima volta che rifletteva su questa idea e se ne sentì
turbato. «Il Messia sarebbe dunque tutto il popolo?» ripeteva fra sé e sé.
«Ma allora che bisogno abbiamo di tutti quei profeti, di tutti quei falsi
profeti, di guardarli con angoscia per scoprire se sono o no il Messia? Ma
il Messia è il popolo, tu, io, noi tutti, basta che prendiamo le armi!»
E mentre camminava allegro si trastullava con la nuova idea come con
il suo bastone, di colpo lanciò un grido: di fronte a lui risplendeva una
montagna a due vette, tutta bianca, fiera, la santa Gerusalemme. Non chia-
mò i compagni che lo seguivano. Voleva godersela da solo per tutto il
tempo possibile. Nelle pupille dei suoi occhi azzurri brillavano i palazzi, le
torri, le porte fortificate e, in mezzo, il Tempio di Dio, fatto interamente di
oro, di cedro e di marmo.
Giunsero i compagni ed essi pure lanciarono un grido.
«Venite, cantiamo la bellezza della nostra regina», propose Pietro che
cantava bene. «Coraggio, ragazzi, tutti insieme!»
Tutti e cinque formarono un circolo attorno a Gesù che rimase al centro,
in piedi, immobile e intonarono l'inno santo.
Che gioia ho provato quando mi è stato detto: alzati, andiamo nella casa
del Signore!
I miei passi si sono fermati davanti al tuo palazzo, o Gerusalemme.
Gerusalemme, fortezza ben costruita, pace alle tue torri potenti, gioia ai
tuoi palazzi!
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Per i miei fratelli, per i miei cari, pace, pace a te, Gerusalemme!

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Strade, terrazze, cortili, piazze, l'intera Gerusalemme era vestita di ver-


de. Era la gran festa dell'autunno e con rami di ulivo, tralci di vite, foglie di
palme, con rami di pino e di cedro, erano state costruite migliaia di capan-
ne, come lo ordina il Dio d'Israele, in ricordo dei quarant'anni passati dagli
avi sotto una tenda nel deserto. La mietitura e la vendemmia erano finite,
l'anno era terminato, gli abitanti di Gerusalemme avevano appeso tutti i
loro peccati a un caprone nero e ben nutrito che avevano cacciato, a pie-
trate, nel deserto. Ora provavano un gran sollievo, la loro anima si era pu-
rificata, cominciava un anno nuovo. Dio apriva un nuovo registro e, per
otto giorni, in quelle capanne di rami verdi avrebbero bevuto, mangiato e
glorificato il Dio d'Israele che aveva portato a termine mietitura e ven-
demmia e aveva mandato un caprone affinché si caricasse dei loro peccati.
Pure lui era un Messia inviato da Dio, prendeva su di sé tutti i peccati del
popolo e se ne andava a morir di fame nel deserto e i loro peccati
morivano con lui.
I vasti cortili del tempio erano coperti di sangue, infatti ogni giorno
venivano sgozzate in olocausto intere mandrie; la città santa puzzava di
carne arrostita, di concime, di grasso. L'aria sacra rimbombava per il suono
degli oboe e delle trombe. La gente mangiava e beveva troppo, la loro ani-
ma si appesantiva. Il primo giorno erano salmi, preghiere, genuflessioni;
Geova, invisibile, entrava allegramente nelle tende e festeggiava pure lui,
mangiava e beveva con il suo popolo. Taluni illuminati l'avevano visto con
i loro occhi far schioccare la lingua e asciugarsi la barba. Ma, a partire dal
secondo o terzo giorno, quella quantità di carne e di vino montava alla
testa della gente ed ecco che cominciavano gli scherzi volgari, le risate e le
canzoni oscene. Uomini e donne facevano l'amore senza pudore in pieno
giorno; prima nelle tende, poi nelle strade o sull'erba. Da ogni quartiere
arrivavano le famose prostitute di Gerusalemme, truccate e imbellettate e
cosparse di muschio. E i contadini e gli innocenti pescatori che erano
venuti fin dall'estrema punta della terra di Cana per adorare il santo dei
santi, cadevano in quelle braccia esperte e perdevano la testa; mai era pas-
sato loro per la mente che un amplesso potesse racchiudere tanta esperien-
za e tanto piacere.
Gesù camminava in fretta e pieno di furore per le strade; scavalcava
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uomini ubriachi, rotolati in terra e tratteneva il respiro. I profumi, il puzzo,
le risate impudiche gli davano la nausea. Faceva premura ai compagni:
«Camminiamo, camminiamo, svelti!» Procedeva dando il braccio a destra
a Giovanni e a sinistra ad Andrea.
Ma Pietro si fermava ogni momento; incontrava dei pellegrini giunti
dalla Galilea che gli offrivano un bicchier di vino o qualcosa da sgranoc-
chiare e si mettevano a chiacchierare. Pietro chiamava Giuda. Arrivava
anche Giacomo e non volevano che nessun conoscente potesse rimanere
offeso.
I tre altri, però, camminavano davanti, si affrettavano, li chiamavano e
riprendevano il loro cammino.
«Oh! Il Maestro potrebbe lasciarci tirare un po' il fiato come fanno
tutti», mormorava Pietro, che era già piuttosto eccitato. «Che noia!»
«Non capisci, Pietro», gli diceva Giuda scuotendo la testa. «Credi che
siamo venuti a una festa? Credi che andiamo a delle nozze?»
Ma mentre correvano, udirono una voce rauca chiamare:
«Ehi, Pietro, figlio di Giona, che specie di galileo sei che passi e quasi
mi calpesti, senza nemmeno rendertene conto? Fermati a bere un
bicchiere; ti aiuterà ad aprire gli occhi e così potrai vedermi!»
Pietro riconobbe la voce e si fermò.
«Ah! Come sono contento di vederti, Simone, diavolo di un Cireneo!»
Si girò verso i compagni.
«Ragazzi, qui non possiamo certo sgattaiolare via; ci fermiamo a bere
un bicchiere. Simone è un ubriacone famosissimo; ha una taverna molto
conosciuta vicino alla porta di Davide. È un vero avanzo di galera, ma un
brav'uomo. Dobbiamo accettare il suo invito.»
Era vero, Simone era un brav'uomo. Da giovane era sbarcato a Cirene,
aveva aperto una taverna e, ogni volta che Pietro andava a Gerusalemme,
dormiva da lui. Mangiavano e bevevano insieme; discutevano, scherzava-
no, si mettevano a cantare e arrivavano persino a mollarsi qualche pugno;
poi rifacevano la pace, bevevano ancora, quindi Pietro si arrotolava in una
coperta, si stendeva su una panca e dormiva. Adesso Simone era seduto
sotto una tenda fatta da tralci di vite intrecciati, aveva una brocca sotto al
braccio, in mano un bicchiere di bronzo e beveva solo soletto.
I due amici si abbracciarono. Mezzo ubriachi tutti e due, erano così
affezionati l'uno all'altro che, abbracciandosi, i loro occhi si velarono di
lacrime. Dopo le grida, i primi abbracci e numerose libagioni, Simone si
mise a ridere.
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«Mi faccio tagliar la testa», disse, «se anche voi non andate a farvi
battezzare. Avete ragione; avete la mia benedizione. Anch'io mi sono fatto
battezzare l'altro ieri e non ne sono pentito. Ha un certo fascino.»
«E ne hai sentito un giovamento?» chiese Giuda che non beveva, si
accontentava di mangiare ed era di pessimo umore.
«Che cosa vuoi che ti dica, amico? Erano anni che non entravo
nell'acqua. L'acqua e io siamo nemici. Io sono uomo da vino, l'acqua è per
le rane. Ma l'altro ieri mi sono detto: e se andassi a farmi battezzare? Ci
vanno tutti, non è possibile che fra gli iniziati non ci sia qualcuno che non
beve vino, non possono essere tutti così idioti; farò delle conoscenze,
andrò alla pesca di clienti; alla porta di Davide tutti la conoscono la mia
taverna! Be', in breve, ci sono andato. Il profeta è un selvaggio, una bestia
feroce, non so come spiegarvelo. Getta fiamme dal naso, mio Dio! Mi ha
preso per il collo e mi ha tuffato in acqua fino alla barba e io ho gridato:
Mi annega questo scellerato! Ma me la son cavata, ne son venuto fuori. Ed
eccomi qui!»
«E hai sentito un giovamento?» chiese di nuovo Giuda.
«Te lo giuro sul vino: il bagno mi ha fatto del bene; molto bene; mi
sono sentito alleviato. Il Battista afferma che mi sono alleggerito dei miei
peccati; ma, sia detto fra di noi, io credo di essermi alleggerito dalla
sporcizia. Infatti, quando sono uscito dal Giordano, c'era un dito di grasso
che galleggiava sull'acqua.»
Scoppiò a ridere, riempì il suo bicchiere e fece bere Pietro e Giacomo.
Lo riempì di nuovo e si girò verso Giuda: «E tu, non bevi? È vino, mio
caro amico, non è acqua!»
«Non bevo mai», rispose il Rosso e respinse il bicchiere.
Simone spalancò gli occhi:
«Sei forse di quelli...?» disse, abbassando la voce.
«Sì, di quelli», rispose Giuda tagliando di netto la conversazione.
Passarono due donne imbellettate, si fermarono un istante e guardarono
con insistenza i quattro uomini.
«Nemmeno donne?» chiese Simone stupefatto.
«Nemmeno», rispose ancora seccamente il Rosso.
«Allora, te infelice, che cosa vuoi?» esclamò Simone che non ne poteva
più. «Perché Dio ha creato il vino e le donne, dimmi? Per far passare il suo
tempo o per farci passare il nostro?»
In quel momento arrivò correndo Andrea.
«Sbrigatevi, il Maestro ha fretta.»
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«Quale Maestro?» chiese il taverniere. «Quello tutto vestito di bianco e
che cammina scalzo?»
Ma i tre compagni si erano già messi in marcia e Simone il Cireneo, da-
vanti alla sua tenda, stupito, con ancora in mano il suo bicchiere vuoto e la
brocca sotto al braccio, li guardava e scuoteva il suo testone: «Dev'essere
un altro Battista, quello», mormorò. «Un altro pazzo da legare. Accidenti,
in questi ultimi tempi spuntano come funghi. Beviamo un sorso alla sua
salute: che Dio lo renda ragionevole!» disse, riempendosi il bicchiere.
Nel frattempo Gesù e i suoi compagni arrivarono nel gran cortile del
Tempio. Si fermarono, si lavarono mani, piedi e bocca, per entrare nel
Tempio e prosternarsi. Gettarono attorno una rapida occhiata: un susse-
guirsi di terrazze piene di uomini e di animali, portici ombrosi, colonne di
marmo bianco e azzurro, coperte da tralci e grappoli dorati. Ovunque ca-
panne, tende, carri; cambisti, barbieri, vinai e macellai. L'aria riecheggiava
di grida, litigi, risate; la casa del Signore puzzava di sudore e di sporcizia.
Gesù si mise la mano sul naso e sulla bocca. Si guardò attorno, Dio non
era in nessun posto. «Odio, disprezzo le vostre feste, il fetore dei vitelli
grassi che sgozzate mi ripugna; non posso udire i vostri salmi e il suono
dei vostri oboe...» Non era più il profeta, non era più Dio, era il cuore di
Gesù che aveva la nausea e che gridava. Ebbe una specie di svenimento, di
colpo tutto sparì, il cielo si spalancò e un angelo dalla capigliatura di fuoco
balzò all'improvviso nell'aria. Fumo e fiamme salivano dalla sua testa; si
arrampicò su una pietra nera, in mezzo al cortile e brandì la spada verso il
Tempio sontuoso e parato d'oro....
Gesù barcollò, si attaccò al braccio di Andrea, aprì gli occhi, vide il
Tempio, udì il brusio degli uomini; l'angelo si era nascosto nella luce. Gesù
tese le braccia verso i compagni e disse:
«Perdonatemi, non ne posso più, sento che sto per svenire.
Andiamocene!»
«Senza pregare?» chiese Giacomo scandalizzato.
«Preghiamo dentro di noi, Giacomo», disse Gesù. «Ogni corpo è un
Tempio.»
Se ne andarono. Non sopporta la sporcizia, il sangue e le grida, non è il
Messia... pensava Giuda, che camminava in testa, battendo il suolo con il
bastone. Un fariseo, in preda a un attacco, si dibatteva a faccia in giù
sull'ultimo scalino del Tempio, baciava il marmo e rantolava. Al collo e
alle braccia aveva filze di grossi amuleti, pieni di minacciose parole delle
Scritture. Le sue ginocchia erano diventate callose come quelle dei cam-
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melli a furia di genuflessioni; il suo collo, il viso e il petto erano coperti da
piaghe aperte che sanguinavano. Ogni volta che la furia di Dio lo gettava a
terra, afferrava delle pietre aguzze e si lacerava la carne.
Andrea e Giovanni si avvicinarono velocemente a Gesù perché questi
non lo vedesse. Pietro chinandosi verso Giacomo gli disse:
«Lo conosci. È Giacomo, il figlio maggiore di Giuseppe il falegname.
Fa dei giri per vendere amuleti e ogni tanto il suo male torna, si rotola in
terra e si ferisce tutto».
«È lui che il Maestro perseguita così arrabbiato?»
«È lui. Dice che disonora la sua casa.»
Uscirono dalla porta d'oro del Tempio, attraversarono la valle di Cedron
e si diressero verso il Mar Morto. Lasciarono sulla destra il giardino di
Getsemani; il cielo, su di loro, era bianco e infuocato. Arrivarono sul
Monte degli Ulivi; il mondo attorno a loro sembrava più dolce, tutte le
foglie scintillavano, stormi di corvi si abbattevano senza tregua su
Gerusalemme.
Andrea teneva Gesù per un braccio e gli parlava del suo antico maestro,
Giovanni Battista, e gli diceva che quando sì avvicinava al suo antro,
respirava, terrorizzato, odore di belva.
«È il profeta Elia in persona. È sceso dal monte Carme-Io per guarire
ancora una volta l'anima dell'uomo con il fuoco. Una notte ho visto con i
miei propri occhi il suo carro di fuoco volteggiare sulla sua testa; un'altra
notte ho visto un corvo portargli, nel becco, un carbone ardente da
mangiare... Un giorno mi son fatto coraggio e gli ho chiesto: 'Sei tu il
Messia?' Ha fatto un balzo indietro come se avesse pestato un serpente.
'No', mi ha risposto sospirando, 'no. Io sono il bove che lavora la terra; egli
è il seme.'»
«Perché l'hai abbandonato, Andrea?»
«Cercavo il seme.»
«L'hai trovato?»
Andrea strinse sul suo cuore la mano di Gesù e arrossì violentemente.
«Sì», rispose, ma così piano che Gesù non l'udì.
Stavano scendendo, ansimando, verso il Mar Morto. Il sole li copriva di
fuoco e le loro teste quasi scoppiavano. Davanti a loro si elevavano,
sempre più alte, le montagne di Moab; dietro, bianche come la calce, le
montagne della Giudea. Il sentiero, tutto a curve, era ripido come la parete
di un crepaccio profondo; si respirava male. Tutti pensavano: stiamo
scendendo all'Inferno... stiamo scendendo all'Inferno.
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Respiravano aria che sapeva di pece e di zolfo.
La luce li accecava, avanzavano a tastoni; avevano i piedi coperti di
ferite; i loro occhi bruciavano. Udirono delle campanelle e passarono due
cammelli: non erano cammelli, erano spettri che svanirono nella fiamma
del sole.
«Ho paura...» mormorò il figlio minore di Zebedeo. «È l'Inferno.»
«Coraggio», gli rispose Andrea. «È nel cuore stesso dell'Inferno, tutti lo
sanno, che c'è il Paradiso.»
«Il Paradiso?»
«Vedrai.»
Finalmente il sole stava tramontando: le montagne moabite avevano dei
toni viola scuro e quelle della Giudea erano rosate. Le palpebre degli
uomini cominciavano a ridiventare normali. E, di colpo, a una svolta, i loro
occhi si rinfrescarono; gli occhi e il corpo, come se fossero entrati nel-
l'acqua fresca. Proprio davanti a loro, nella sabbia, cos'era dunque quel
verde insperato, quelle acque che rumoreggiavano, quei melograni carichi
di frutti e quelle casette bianche, al riparo dal sole? L'aria, improvvisa-
mente, profumava di gelsomino e di rose.
«Gerico!» gridò Andrea, felice. «Non esistono al mondo datteri più
dolci né rose più miracolose; anche se sono appassite, basta metterle
nell'acqua perché rivivano.»
La notte scese improvvisa; le prime lanterne brillavano.
«Viaggiare quando cade la notte, arrivare in un villaggio e vedere
accendersi le prime lanterne, non aver nulla da mangiare né un tetto per
dormire e rimettersi alla grazia di Dio e alla bontà degli uomini è, credo,
una delle più grandi e più pure gioie che esistano al mondo», disse Gesù e
si fermò per assaporare quell'ora santa.
I cani del villaggio fiutarono la presenza degli stranieri e si misero ad
abbaiare; le porte si aprirono, comparvero le lanterne, scrutarono nel buio,
quindi sparirono. I compagni andarono a bussare a tutte le porte e veniva
dato loro di cuore sia un pezzo di pane sia una manciata di olive verdi o
una melagrana. Misero insieme tutto quel ben di Dio e degli uomini, si
sdraiarono nell'angolo di un giardino, mangiarono e si addormentarono su-
bito. Tutta la notte, nel sonno, udirono il deserto ondeggiare e cullarli,
come il mare. Solo Gesù, nel sonno, udì delle trombe e il rumore delle
mura di Gerico che crollavano.

Era quasi mezzogiorno quando i compagni, lividi, estenuati, giunsero al


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Mar Morto, il mare maledetto. I pesci, trascinati dalla corrente del Giorda-
no, vi morivano appena lo raggiungevano, degli arbusti radi si rizzavano,
come ossa, sulla riva. Le acque erano plumbee, immobili, compatte. Gli
uomini pii che si chinavano su quelle acque, vedevano sul fondo tenebroso
l'amplesso di due prostitute putrefatte, Sodoma e Gomorra.
Gesù salì su uno scoglio, guardò lontano il deserto; la terra scottava, le
montagne erano franate. Gesù teneva Andrea per un braccio e gli chiedeva:
«Dov'è Giovanni Battista? Non vedo nessuno... nessuno...»
«Laggiù in fondo», rispondeva Andrea, «dietro agli arbusti, dove il
fiume è più calmo, l'acqua forma una pozza dove il profeta battezza.
Andiamo da lui, conosco la strada.»
«Sei stanco, Andrea, rimani con gli altri. Vi andrò da solo.»
«È selvaggio, verrò con te, Maestro.»
«Voglio andarvi da solo, Andrea, resta qui.»
Si diresse verso gli arbusti. Il suo cuore batteva con violenza; vi posò la
mano per cercare di farlo calmare. Nuovi stormi di corvi apparvero dalla
parte del deserto e volarono verso Gerusalemme.
Improvvisamente udì dei passi dietro a lui; si girò e vide Giuda.
«Ti sei dimenticato di chiamarmi», disse il Rosso con aria canzonatoria.
«È il momento più difficile e voglio essere con te.»
«Vieni», disse Gesù.
Camminavano senza parlare, Gesù davanti, Giuda dietro. Spostavano
gli arbusti e i loro piedi affondavano nel fango tiepido del fiume. Un
serpente nero si rizzò, scivolò verso una pietra, alzò il collo e la testa con
una metà del corpo incollata alla pietra e l'altra metà ritta: li guardò
sibilando con i suoi occhi neri e lucidi. Gesù si fermò e agitò la mano nella
sua direzione con un gesto amichevole. Giuda sollevò il suo randello, ma
Gesù, con un cenno, lo trattenne.
«Non gli far male, Giuda, fratello mio», disse. «Anch'egli fa il suo
dovere, mordendo.»
Il caldo aveva raggiunto il suo punto massimo e la terra era come una
fornace; il vento che soffiava da sud, portava dal Mar Morto una forte
puzza di carogna. Ora si poteva udire una voce rauca e selvaggia. Ogni
tanto Gesù riusciva a distinguere qualche parola: «Fuoco....accetta... albero
sterile...» Poi, più forte: «Pentitevi! Pentitevi!» e di colpo grida e singhioz-
zi di molta gente. Gesù avanzava lentamente, a passi felpati, come se si
stesse avvicinando alla tana di una belva; scostava gli arbusti e, man mano
che Egli avanzava, il rumore diventava più forte. Di colpo si morse le
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labbra per trattenersi dal gridare: su una roccia sopra le acque del Giorda-
no, in piedi su delle gambe lunghissime, c'era un uomo che poteva sem-
brare sia una cavalletta, sia l'angelo della Fame o anche l'arcangelo della
Vendetta. Ondate umane venivano incessantemente a infrangersi sulle
rocce, ruggendo: Arabi con le ciglia e le unghie dipinte, Caldei con grossi
anelli di bronzo al naso, Israeliti con lunghi riccioli di capelli luridi...
L'uomo gridava e aveva schiuma alla bocca; il vento del sud lo scuoteva
come se fosse stato una pianta.
«Pentitevi! Pentitevi! Il giorno del Signore è arrivato! Rotolatevi per
terra, mangiate la polvere, urlate! Il Signore Onnipotente ha detto: 'Quel
giorno ordinerò al sole di tramontare a mezzogiorno, spezzerò le corna
della luna nuova, getterò il cielo e la terra nell'oscurità. Trasformerò le
vostre risate in tenebre e tramuterò le vostre canzoni in lamenti funebri.
Soffierò e le vostre mani, i piedi, le orecchie, i capelli, cadranno!'»
D'un salto Giuda raggiunse Gesù e lo afferrò per un braccio. «Senti?
Senti? Ecco come parla il Messia! È lui, il Messia!»
«No, Giuda, fratello mio», rispose Gesù, «così parla colui che ha in
mano l'ascia e che prepara la strada al Messia, ma non il Messia.» Si chinò,
strappò un trifoglio e se lo mise fra i denti.
«Colui che apre il cammino è il Messia», urlò il Rosso. Spinse Gesù
affinché non si nascondesse più fra gli arbusti e si facesse vedere.
Gesù avanzò nel sole, fece due o tre passi esitando, incespicò e si
fermò. Teneva gli occhi fissi sull'asceta; il suo sguardo conteneva tutta la
sua anima, esplorava, saliva, scendeva dalle gambe alla testa infuocata e,
sopra, oltre la testa, sino all'invisibile grandezza del profeta. Il Battista era
girato di schiena; sentì in tutte le sue membra quello sguardo violento che
frugava in lui, s'incollerì, si girò e strizzò i suoi due occhi tondi da sparvie-
ro per vedere meglio. Chi era quel giovane, immobile, vestito, di bianco,
che lo guardava? L'aveva già visto, un giorno, in qualche posto. Dove?
Quando? Si sforzava angosciosamente di ricordarselo. Che l'avesse visto
una notte in sogno? Vedeva spesso in sogno degli uomini come quello,
vestiti dì bianco. Non gli parlavano, lo guardavano, gli facevano un cenno
di saluto agitando una mano, come per dirgli addio; quando il gallo che
preannunciava l'alba cantava, quegli uomini diventavano luce e sparivano.
Di colpo il Battista, a forza di guardare, gettò un grido e si sovvenne.
Una volta, verso mezzogiorno, si era disteso sulla riva di un fiume e aveva
aperto il libro del profeta Isaia, scritto su una pelle di capra. E, all'improv-
viso, pietre, acqua, uomini, arbusti, fiume, tutto era svanito. L'aria si era
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riempita di fuoco, di suoni di trombe e di ali. Le parole del profeta si erano
aperte come delle porte e ne era uscito il Messia! Se ne ricordò, era vestito
tutto di bianco, era gracile, bruciato dal sole, scalzo, e aveva fra i denti,
come quell'uomo, una foglia verde!
Gli occhi dell'asceta si riempirono di gioia e di terrore. Scivolò giù dalla
roccia, si avvicinò, tutto proteso, chiese:
«Chi sei?» La sua voce minacciosa tremava.
«Non mi riconosci?» disse Gesù, avanzando ancora di un passo. Anche
la sua voce tremava. Sapeva che il suo destino dipendeva dalla risposta del
Battista.
È lui, è lui, pensava il Battista. Il suo cuore batteva con violenza e non
poteva, non osava decidersi. Protese di nuovo la testa in avanti.
«Chi sei?» domandò ancora una volta.
«Non hai letto le Scritture?» gli rispose Gesù, piano, come se lo rim-
proverasse, come se lo volesse sgridare. «Non hai letto i profeti? Che cosa
dice Isaia? Precursore, non ricordi?»
«Sei tu?» mormorò l'asceta. Lo afferrò per le spalle e lo scrutò,
fissandolo negli occhi.
«Sono venuto...» disse Gesù esitando, poi si fermò. Gli era mancato il
respiro, non riusciva ad andare oltre. Gli pareva di mettere avanti un piede
e di tastare per vedere se poteva o se non poteva fare quel passo senza
cadere,..
Chino su di lui, il profeta selvaggio lo esaminava, silenzioso. Aveva
udito la parola buona e terribile che era uscita dalla bocca di Gesù?
«Sono venuto...» ripeté il figlio di Maria, così piano che lo stesso Giuda
che era in agguato dietro di loro con l'orecchio teso, non poté udirlo.
Questa volta il profeta sussultò: aveva udito.
«Che cosa?» disse. I capelli gli si rizzarono in testa.
Un corvo volò su di essi e lanciò un grido roco, come quello di un uomo
che annega e che ride o che schernisce... Il Battista s'incollerì. Si chinò per
raccogliere una pietra e gettargliela. Il corvo era volato via, ma egli lo
stava cercando nell'aria; era contento di sentire che il tempo passava e che
così il suo cuore, a poco a poco, 'si calmava. Si rialzò.
«Che tu sia il benvenuto», disse pacato e lo guardò senza tenerezza.
Il cuore di Gesù fece un balzo. Le sue orecchie avevano sentito bene? Il
profeta gli aveva detto veramente: «Che tu sia benvenuto?» Se era vero,
che stupore, che gioia e che spavento!
Il Battista gettò uno sguardo attorno a sé, sul Giordano, sugli arbusti,
199
sugli uomini che, inginocchiati nel fango, confessavano in pubblico i loro
peccati; abbracciò con lo sguardo il suo regno per dirgli addio. Poi si girò
verso Gesù.
«Adesso», egli disse, «io posso andarmene.»
La voce di Gesù ora suonò ferma e decisa.
«Non ancora: prima battezzami, Precursore.»
«Io? Sei tu che dovresti battezzare me, Signore...»
«Parla piano affinché non possano udirci; la mia ora non è ancora
giunta. Vieni!»
Giuda tese l'orecchio per ascoltare; ma udì solo un mormorio, un
mormorio allegro e gioioso, come quello di due ruscelli che si mescolano.

La folla riunita sulla riva si fece da un lato. Chi era quel pellegrino? Si
era tolto la tunica bianca e il sole, a picco su di lui, l'aveva ricoperto; e,
senza confessare i suoi peccati, era entrato nell'acqua con nobiltà e
sicurezza. Il Battista lo precedeva ed entrarono tutti e due nell'acqua
azzurrina; vi era uno scoglio a pelo d'acqua e il Battista vi montò sopra; al
suo fianco Gesù camminava sulla sabbia del fondale e l'acqua lo copriva
fino al mento.
Nell'istante in cui il Battista alzava la mano per versargli l'acqua sul
viso e pronunciare la preghiera, il popolo gettò un grido: la corrente del
Giordano si era fermata bruscamente e l'acqua era immobile; banchi di
pesci multicolori arrivarono da tutte le parti, circondarono Gesù e, spiegan-
do le loro pinne e facendo dondolare la loro coda, si misero a danzare. E
uno spirito villoso, un anziano candido, vestito di alghe intrecciate salì dal
fondo dell'acqua, si appoggiò contro gli arbusti e a bocca spalancata
guardava ciò che stava succedendo davanti a lui. I suoi occhi erano sbarrati
dalla gioia e dal terrore.
Il popolo, vedendo quei miracoli, ammutolì. Molti caddero faccia a
terra sulla riva per non vedere; altri, in quella fornace di sole, tremavano;
qualcuno vide quel vecchio uscire dal fondo dell'acqua coperto di fango,
gridare: «Il Giordano!» e svenire.
Il Battista riempì d'acqua una conchiglia fonda e, con mano tremante, si
mise a spargere l'acqua sul viso di Gesù: «Battezzo il servo di Dio», co-
minciò a dire e si fermò: non sapeva che nome pronunciare.
Si girò verso Gesù per chiederglielo e proprio nel momento in cui tutti,
in punta di piedi, aspettavano il nome, si udì uno sbatter d'ali che scen-
devano dal cielo e un uccello bianco - un uccello o uno dei Serafini di
200
Geova? - venne a posarsi sulla testa del battezzato. Vi restò un momento,
immobile. Poi, improvvisamente, descrisse tre cerchi volando, tre corone
di luce che brillarono nell'aria e si udì l'uccello emettere un grido: si
sarebbe detto che gridasse un nome segreto, mai inteso prima, come se il
cielo rispondesse alla muta domanda del Battista.
Le orecchie degli uomini si misero a ronzare, la loro mente vacillò.
Erano parole e ali, il grido di Dio, il grido di un uccello, un miracolo
strano, e Gesù tese tutto il suo corpo per udire. Sentì che era quello il suo
vero nome, ma non riuscì a percepirlo. Udì solo delle vaghe parole,
importanti e amare. Alzò gli occhi; l'uccello era già volato via, su nel cielo,
era diventato luce nella luce.
Solo il Battista, che viveva ormai da anni nel deserto in inumana
solitudine, aveva appreso il linguaggio di Dio. Comprese.
«Io battezzo», mormorò fra sé, tremando, «battezzo il servo di Dio, il
figlio di Dio, la Speranza dell'uomo!»
Fece un cenno al Giordano: le sue acque potevano continuare a
scorrere, il mistero era finito.

17

Il sole irruppe dal deserto come un leone. Bussò a tutte le porte d'Israele
e da tutte le case ebraiche s'innalzò la selvaggia preghiera della mattina
verso il Dio degli Ebrei, il Dio dalla testa dura.
«Noi cantiamo Te e glorifichiamo Te, o nostro Dio, Dio dei nostri padri,
Onnipotente e terribile, tu che ci aiuti e ci proteggi. Gloria a Te, Immortale,
gloria a Te, difensore di Abramo. Chi può essere più potente di Te, o Re,
che uccidi e risusciti e che porti la liberazione? Gloria a Te, Redentore
d'Israele! Stermina, spezza e disperdi i nostri nemici, ma subito, mentre
siamo ancora in vita!»
Al levarsi del sole Gesù e Giovanni Battista erano seduti nell'incavo di
una roccia a strapiombo sul Giordano. Per tutta la notte avevano avuto il
mondo nelle mani; lo tenevano una volta per uno e si interrogavano l'un
l'altro, per sapere che cosa ne avrebbero fatto. Il viso dell'uno era severo e
deciso, le sue mani si muovevano come se reggessero un'accetta e dessero
dei gran colpi; il viso dell'altro era sereno ed esitante e gli occhi erano
pieni di pietà.
«L'amore non basta?» chiese.
«No, non basta», rispose il Battista con violenza. «L'albero è marcio;
201
Dio mi ha chiamato e mi ha consegnato l'ascia. L'ho presa e l'ho
appoggiata ai piedi dell'albero. Io ho fatto il mio dovere, ora fai tu il tuo.
Prendi l'ascia e colpisci!»
«Se fossi fuoco, brucerei: se fossi un legnatolo, darei dei colpi d'ascia.
Ma sono un cuore, io amo.»
«Io pure sono un cuore, è per questo che non posso sopportare l'ingiu-
stizia, l'impudicizia, l'infamia. Come fai tu ad amare gli ingiusti, gli
infami, gli impudichi? Colpisci! Uno dei doveri dell'uomo, uno fra i più
grandi, è la collera.»
«La collera?» disse Gesù. Il suo cuore si rifiutava di ammetterlo: «Non
siamo tutti fratelli?»
«Fratelli?» esclamò il Battista sarcastico. «Fratelli? L'amore? Tu credi
che sia quella la strada del Signore? Guarda!»
Tese la sua mano ossuta e pelosa e gli mostrò lontano, puzzolente come
una carogna, il Mar Morto.
«Ti sei chinato per vedere sul fondo le due prostitute, Sodoma e
Gomorra? Dio si è incollerito, ha scagliato il fuoco, ha pestato il suolo con
i piedi, la terra è diventata mare e ha inghiottito Sodoma e Gomorra. Ecco
la strada di Dio, seguila. Che cosa dicono le profezie? Nel giorno del
Signore, il legno verserà sangue, le pietre acquisteranno vita, si leveranno
dalle case in cui sono state usate e ne uccideranno gli abitanti! Il giorno del
Signore è in cammino, arriva; sono io che l'ho visto per primo, ho lanciato
un appello, ho afferrato l'ascia di Dio e l'ho appoggiata ai piedi del mondo.
Chiamavo, chiamavo, era te che chiamavo: sei arrivato e io me ne vado.»
Gli prese le mani come per appoggiarvi una grande e pesante ascia.
Gesù, spaventato, si scostò.
«Abbi ancora un po' di pazienza, te ne supplico», disse, «non affrettarti.
Parlerò con Dio nel deserto. Laggiù si ode la sua voce con maggiore
chiarezza.»
«Più chiaramente si ode anche la voce della tentazione. Fai attenzione,
Satana ti spia, sta preparando il suo esercito; sa che per lui è questione di
vita o di morte. E si abbatterà su di te con tutta la sua ferocia e tutta la sua
tenerezza. Fai attenzione, il deserto è pieno di voci di gioia e di voci di
morte.»
«Né la gioia né la morte possono ingannarmi, compagno. Abbi fiducia.»
«Ho fiducia; sarei un disgraziato se non ne avessi. Vai laggiù. Parla con
Satana, parla con Dio e prendi la tua decisione; Dio l'ha già presa e non
potrai sfuggirvi. Se tu non sei quello, che cosa importa, se ti perdi? Vai,
202
subito, poi vedremo; non voglio lasciare il mondo da solo.»
«Che cosa ha detto la colomba selvatica che batteva le ali su di me nel
momento in cui mi stavi battezzando?»
«Non era una colomba selvatica; verrà il giorno in cui udrai le parole
che ha pronunciato. Fino ad allora esse saranno sospese sulla tua testa
come tante spade.»
Gesù si alzò, gli tese la mano; la sua voce tremava.
«Addio, o amato Precursore», disse. «Forse non ci incontreremo mai
più.»
Il Battista avvicinò le sue labbra a quelle di Gesù e ve le tenne accostate
a lungo. La sua bocca era un carbone ardente e le labbra di Gesù vi si
bruciarono.
«È a te che dono la mia anima», disse, stringendo con forza la sua mano
delicata. «Se sei Colui che attendevo, ascolta le mie ultime volontà, poiché
credo che non ti rivedrò più su questa terra. Mai più.»
«Ti ascolto», disse Gesù rabbrividendo.
«Modifica il tuo viso, rafforza le tue braccia, indurisci il tuo cuore. La
tua vita sarà terribile; vedo sangue e spine sulla tua fronte; sopportale, o
mio grande fratello, coraggio! Due strade si aprono di fronte a te: la strada
dell'uomo, che è piana, e quella di Dio, che è tutta una scarpata. Prendi la
strada più difficile. Addio! E non tormentarti per le separazioni, la tua
missione non è quella di piangere, ma quella di colpire. Colpisci! Che la
tua mano non tremi, è quello il tuo cammino. E non dimenticare questo: il
Fuoco e l'Amore sono figli di Dio, ma il primogenito è il Fuoco, l'Amore
viene dopo. Cominciamo, dunque, dal Fuoco. Buona fortuna!»
Il sole era già alto; apparvero delle carovane provenienti dal deserto
dell'Arabia; arrivarono nuovi pellegrini con turbanti multicolori sulle teste
rapate. Certuni avevano attorno al collo amuleti a forma di mezzaluna fatti
con denti di cinghiale; altri statuette di dee in bronzo opulente, e anche col-
lane formate con i denti dei loro nemici. Erano belve orientali che veniva-
no a farsi battezzare. Il Battista li vide, gettò un urlo stridente e scese dalla
sua roccia. I cammelli s'inginocchiarono nel fango del Giordano e la voce
del deserto risuonò, senza pietà: «Pentitevi! Pentitevi!. Il giorno del
Signore è arrivato».
Gesù ritrovò i suoi compagni che lo aspettavano seduti, silenziosi e tri-
sti, sulla riva del fiume. Erano tre giorni e tre notti che era scomparso;
Giovanni Battista aveva abbandonato pure lui i suoi battesimi in quel lasso
di tempo, per parlare con lui. Parlava, parlava, Gesù chinava la testa e
203
ascoltava. Che cosa gli diceva curvato su di lui come un uccello da preda?
E perché uno di loro era così feroce e l'altro così triste? Giuda sbuffava
dalla collera, andava e veniva e, al cader della notte, si avvicinava furtiva-
mente alla roccia per ascoltare. I due uomini parlavano guancia a guancia;
Giuda tendeva le orecchie ma non udiva che un mormorio, un mormorio
rapido, come quello dell'acqua corrente; nient'altro. Uno dava, l'altro, il
figlio di Maria, prendeva e si riempiva come una giara inclinata contro una
fontana. Il Rosso scendeva dalla roccia e si rimetteva a girare come una
belva, furibondo: «È una vergogna», mormorava, «è una vergogna per me:
discutono sulle sorti d'Israele e io non ci sono! Il Battista doveva confidare
a me il suo segreto, a me doveva consegnare l'ascia. Io posso usarla, lui,
no. Perché sono solo io ad aver pietà d'Israele. L'altro, l'illuminato, procla-
ma - e dovrebbe aver vergogna - che siamo tutti fratelli, i persecutori e i
perseguitati, gli Israeliti, i Romani e i Greci, che siano maledetti!»
Si distendeva sotto le rocce, lontano dagli altri compagni, non voleva
saperne nulla. Si addormentava immediatamente e credeva di udire la voce
del Battista pronunciare parole sparse e scompagnate: «Fuoco, Sodoma e
Go-morra, colpisci!» Si svegliava di soprassalto e, una volta sveglio, non
udiva più niente. Null'altro che gli uccelli notturni, gli sciacalli e il mormo-
rio del Giordano fra gli arbusti... Scendeva verso il fiume, immergeva
nell'acqua la sua testa in fiamme per tentare di spegnerla. «Non scenderà
dunque dalla sua roccia?» mormorava. «Prima o poi finirà per scendere e
allora, che egli lo voglia o no, saprò.»
Ed ecco che, vedendolo avvicinarsi, si alzò di scatto. Gli altri compagni
pure, pieni di gioia, si alzarono e gli andarono incontro. Gli toccavano le
spalle, la schiena, lo carezzavano; gli occhi di Giovanni si riempirono di
lacrime: una ruga profonda ora solcava la sua fronte.
Pietro non ce la fece più.
«Maestro», disse, «perché il Battista ti ha parlato per giorni e notti? Che
cosa ha detto per rattristarti? Il tuo viso è cambiato.»
«Non ha più che pochi giorni di vita», rispose Gesù. «Rimanete con lui,
fatevi battezzare, io me ne vado.»
«Dove vai, Maestro?» gridò il figlio minore di Zebedeo afferrandolo per
le vesti. «Verremo tutti con te.»
«Vado nel deserto, da solo. Nel deserto non c'è bisogno di compagnia,
vado a parlare con Dio.»
«Con Dio?» fece Pietro, nascondendo il suo viso. «Ma allora non torne-
rai mai più!»
204
«Ritornerò», disse Gesù, sospirando. «Bisogna che torni. Le sorti del
mondo sono appese a un filo. Dio mi detterà le sue volontà, poi tornerò.»
«Quando? Quanti giorni starai via? Dove rimarremo?» Tutti gridavano
e lo trattenevano per impedirgli di andarsene. Solo Giuda, in disparte,
silenzioso, li ascoltava e li guardava con disprezzo... «Delle pecore... delle
pecore...» mormorava. «Ringrazio il Dio d'Israele di essere un lupo.»
«Tornerò quando Dio lo vorrà, fratelli. Addio. Restate qui e aspettatemi.
A presto.»
Rimasero tutti immobili, come pietrificati; vedevano Gesù che si dirige-
va lentamente in direzione del deserto. Non camminava più come prima,
quando pareva sfiorasse appena la terra; il suo passo, ora, era pesante,
deciso. Tagliò un ramo per appoggiarvisi, salì sul ponte a dorso d'asino, si
fermò lassù a guardò sotto di sé. Dovunque nel fiume vide i pellegrini
immersi nella corrente limacciosa. I loro visi abbronzati dal sole erano
raggianti di gioia. Di fronte, sulla riva, altri si battevano ancora il petto e
confessavano i loro peccati ad alta voce; guardavano il Battista con occhi
brucianti, aspettando che egli facesse loro cenno di entrare a loro volta
nell'acqua sacra. E l'asceta selvaggio, immerso fino alla vita nel Giordano,
battezzava le greggi umane, le spingeva a riva senza alcuna dolcezza, con
collera; altre greggi si susseguivano. La sua barba nera a punta, i capelli
ricciuti, che non erano mai stati tagliati, brillavano al sole; e la sua bocca,
eternamente aperta, gridava.
Gesù percorse con lo sguardo il fiume, gli uomini, il Mar Morto in
lontananza, le montagne dell'Arabia, il deserto. Si chinò e vide la sua om-
bra scivolare con l'acqua verso il Mar Morto.
Che felicità sarebbe, pensava, essere seduti sul bordo del fiume, vedere
l'acqua scorrere verso il mare e fluire con essa: scorrere con l'acqua in cui
alberi, uccelli, nuvole, notti, stelle si riflettono, scorrere anch'io con essa! E
non essere roso dalle angosce del mondo...
Ma si riscosse, cacciò la tentazione sorta in lui, si strappò dal ponte,
scese con passo veloce e sparì dietro le rocce.
Il Rosso era in piedi sulla riva e non distoglieva lo sguardo da lui. Lo
vide sparire, ebbe paura che gli sfuggisse, si arrotolò le maniche e lo seguì.
Lo raggiunse nel momento in cui Egli stava per entrare nell'immenso mare
di sabbia.
«Figlio di Davide», gli gridò, «aspettami; come puoi lasciarmi?»
Gesù si voltò.
«Giuda, fratello mio», supplicò, «non venire. Bisogna che rimanga
205
solo.»
«Voglio sapere!» fece il Rosso e avanzò.
«Non affrettarti; saprai quando sarà giunto il momento, non ti dico che
questo: Giuda, fratello mio, sii contento, tutto va bene!»
«Questo non mi basta. Il lupo non si sazia con delle parole. Tu non lo
sai, ma io lo so.»
«Se mi ami, abbi pazienza. Guarda gli alberi: hanno forse fretta di far
maturare i loro frutti?»
«Non sono un albero, sono un uomo», rispose il Rosso, continuando ad
avanzare. «Sono un uomo, ossia uno che ha fretta; ho delle leggi mie.»
«La legge di Dio è la stessa per gli alberi e per gli uomini, Giuda.»
Il Rosso strinse i denti.
«E come si chiama questa legge?» sibilò.
«Il tempo.»
Giuda si fermò e strinse i pugni. Non l'accettava, quella legge, procede-
va troppo piano e lui aveva fretta. Nel profondo del suo essere aveva una
legge propria, opposta al tempo.
«Dio vive molto», gridò, «è immortale, allora può avere pazienza e
aspettare. Ma io sono un uomo, ti ripeto, uno che ha fretta. Non voglio mo-
rire prima di vederlo, e non solamente vederlo, ma anche toccarlo con que-
ste mie mani; ecco che cosa ho in mente.»
«Lo vedrai», rispose Gesù alzando la mano per rassicurarlo, «lo vedrai
e lo toccherai. Giuda, fratello mio, abbi fiducia. Arrivederci. Dio mi aspet-
ta nel deserto.»
«Verrò con te.»
«Due uomini nel deserto sono troppi. Torna indietro.»
Come un cane da pastore di fronte agli ordini del padrone, il Rosso
borbottò e strinse i denti, però abbassò la testa e tornò indietro. Attraversò
il ponte cupo in volto, parlando da solo. Pensava ai tempi in cui girava con
Barabba - ecco un vero uomo! - e gli altri ribelli per le montagne; che
vento di passione selvaggia e di libertà li frustava, che capitano di sgozza-
tori era il Dio d'Israele! Di un capo così egli aveva bisogno; perché era
corso dietro a quell'illuminato che aveva paura del sangue e che gridava:
Amore! Amore! come una vergine disperata? Pazienza: si vedrà ciò che
porterà dal deserto!
Gesù era ormai entrato nel deserto e, più avanzava, più gli sembrava di
essere entrato nella tana di un leone. Rabbrividì, non di paura, ma di una
gioia oscura e inspiegabile. Perché fosse contento, non riusciva a capirlo...
206
Improvvisamente si sovvenne. Migliaia di anni prima, quando era ancora
un bambino e sapeva a malapena parlare, una notte aveva fatto un sogno, il
primo sogno della sua vita di cui si ricordava. Si era inoltrato in una grotta
profonda, in cui aveva trovato una leonessa che aveva appena partorito e
che stava allattando i suoi piccoli; vedendola, aveva provato fame e sete, si
era disteso con i cuccioli e si era messo a poppare con loro. Poi erano
usciti dalla tana, erano andati tutti in una prateria e si erano messi a giocare
al sole... Ma nel sogno, mentre giocavano, era apparsa Maria, sua madre,
l'aveva visto con la leonessa e aveva lanciato un urlo. Si era svegliato, si
era arrabbiato e si era girato verso la madre che dormiva al suo fianco.
«Perché mi hai svegliato?» gridava. «Ero con mia madre e i miei fratelli!»
Adesso capisco perché sono così contento, pensava. Entro nella grotta
di mia madre la leonessa, la solitudine...
Udiva il sibilo inquietante dei serpenti e del vento infuocato che soffia-
va fra le pietre; e pure il sibilare degli spiriti invisibili del deserto.
Gesù si raccolse e parlò alla sua anima:
«Anima mia, è qui che proverai se sei immortale».
Udì dei passi dietro di sé e prestò ascolto. La sabbia scricchiolava,
qualcuno vi camminava sopra, con calma, lentamente e si avvicinava.
L'avevo dimenticata, pensò, ma lei non mi dimentica, lei viene con me,
mia Madre. Lo sapeva bene che era la Maledizione, ma adesso da un bel
po' la chiamava Madre...
Si mise a correre, si sforzò di pensare ad altro e si sovvenne della co-
lomba selvatica. Gli pareva che un uccello selvaggio fosse imprigionato
dentro di lui, un uccello o forse la sua anima che premeva per fuggire. Vi
era riuscita? Era forse lei la colomba selvatica che faceva dei circoli
volando su di lui e tubando, per tutto il tempo che era durato il battesimo?
Non era né un uccello né un serafino; era la sua anima.
Aveva capito e si tranquillizzò. Riprese il cammino. Dietro di sé udiva
scricchiolare la sabbia, ma il suo cuore si era rinfrancato e ormai poteva
subire con dignità ogni cosa. L'anima dell'uomo è onnipossente, pensava,
sceglie l'immagine che desidera; in quello stesso momento la sua era di-
ventata un uccello e volava su di lui... E mentre camminava, tranquillo,
all'improvviso si fermò gettando un grido. Quella colomba selvatica era
forse... l'idea gli era appena passata per la testa, quella colomba selvatica
forse era solo illusione dei miei occhi, ronzio delle mie orecchie, un
turbine dell'aria? Perché, me lo ricordo, il mio corpo splendeva, leggero,
onnipotente, come un'anima; e ciò che volevo udire, lo udivo, ciò che
207
volevo vedere, lo vedevo; formavo e disfacevo l'aria a mio piacere... Mio
Dio, mio Dio, ora che siamo soli tutti e due, dimmi la verità, non mi
ingannare, non ne posso più di udire delle voci nell'aria!
Avanzava e il sole avanzava con lui, era arrivato in mezzo al cielo,
sopra la sua testa. I suoi piedi bruciavano nella sabbia cocente, si guardò
attorno per cercare un angolo ombroso; mentre guardava, udì uno stormire
d'ali sopra di sé, uno stormo di corvi si precipitava verso un fossato in cui
una cosa nera marciva e puzzava.
Si turò il naso e si avvicinò. I corvi si erano abbattuti sulla carogna, vi
avevano piantato i loro artigli e mangiavano. Vedendo che un uomo si
avvicinava, volarono via irritati, portando fra gli artigli un pezzo di carne
ciascuno; si misero a volare in tondo nel cielo e gridarono all'intruso di
andarsene. Gesù si chinò, vide il ventre aperto, il pelame nero mezzo
strappato, piccole corna nodose e, sul collo in putrefazione, file e file di
amuleti.
«Il caprone», mormorò, rabbrividendo, «il caprone sacro che ha preso
su di sé i peccati del popolo, che è stato cacciato di villaggio in villaggio,
di montagna in montagna, verso il deserto e ora è morto...»
Si chinò, scavò con le mani nella sabbia un buco più profondo che poté
e ricoprì la carogna.
«Fratello», disse, «tu eri puro e senza peccato come tutti gli animali; ma
gli uomini, quei vigliacchi, hanno caricato su di te tutti i loro peccati e ti
hanno ucciso. Dissolviti in pace e non serbar loro rancore. Gli uomini,
povere creature senza forza, non hanno il coraggio di pagare loro stessi i
loro peccati e li addossano a un innocente... Paga per loro; fratello mio,
addio...»
Riprese a camminare, poi, dopo poco, si voltò, agitò una mano e gridò
emozionato:
«Ci ritroveremo!»
I corvi si misero a seguirlo con rabbia; aveva portato loro via quella
saporita carogna e adesso lo seguivano, aspettando che, a sua volta, cades-
se, che offrisse loro il suo ventre aperto per dar loro da mangiare. Perché
aveva fatto loro quel torto? Dio non li aveva creati per mangiare le caro-
gne? Bisognava perciò che egli pagasse!
Venne la sera e si sentì stanco; si rannicchiò su una grossa pietra roton-
da che pareva una pietra da macina. «Non andrò più lontano», mormorò,
«qui, su questa pietra, drizzerò il mio campo e combatterò.» L'oscurità
cadde all'improvviso dal cielo, salì dalla terra e coprì il mondo. Con la
208
notte venne il gelo. Batteva i denti. Si avvolse nella sua tunica bianca e
chiuse gli occhi, ma, appena li ebbe chiusi, fu assalito dalla paura; gli ven-
nero in mente i corvi; ora gli sciacalli affamati ululavano dappertutto; sentì
attorno a sé il deserto che si muoveva, come una belva... Era terrorizzato;
aprì gli occhi; il cielo si era riempito di stelle e si consolò. Ecco i Serafini,
disse fra sé, ecco le sei ali di luce che cantano attorno al trono di Dio. Ma
sono troppo, troppo lontani, non riesco a udirli. Sono apparsi per farmi
compagnia... La testa gli si riempì del rumore delle stelle e dimenticò di
aver fame e freddo. Era pure lui una cosa viva, una luce effimera nella
notte e cantava le lodi del Signore. La sua anima era un lumino, l'umile
sorella, poveramente vestita, degli angeli... Riprese coraggio pensando alla
sua origine celeste e vide la sua anima in piedi, di fianco agli angeli,
attorno al trono di Dio. Allora, tranquillo e senza paure, chiuse gli occhi e
si addormentò.
Si svegliò, girò la testa verso oriente e vide il sole, torrido, alzarsi sopra
le sabbie. Era il viso di Dio, pensò, e si mise una mano davanti agli occhi
per non esserne abbagliato. «Signore», mormorò, «non sono che un granel-
lo di sabbia, riesci a vedermi nel deserto? Un granello di sabbia che parla,
che respira e che ti ama. Ti ama e ti chiama Padre. Non ho altre armi che
l'amore; è con esso che sono partito per combattere. Vieni ad aiutarmi!»
Si alzò e, con il suo bastone, disegnò un cerchio intorno alla pietra sulla
quale aveva dormito.
«Non mi allontanerò da questa zona», disse a voce alta per farsi udire
dalle potenze invisibili che lo stavano spiando, «non mi allontanerò da
questa zona se non udirò la voce di Dio. Ma voglio udirla chiaramente,
non come un brusio mutevole, com'è sua abitudine, non come un canto
d'uccello o un colpo di tuono; chiaramente. Che mi parli con parole umane
e che mi dica quello che vuole da me, ciò che posso e ciò che devo fare.
Solo allora mi alzerò, mi allontanerò da qui per tornare fra gli uomini, se è
ciò che egli mi ordina; per morire, se questa è la sua volontà. Farò quello
che vorrà, ma voglio saperlo. Nel nome di Dio!»
S'inginocchiò sulla pietra, con il viso rivolto a oriente, verso il grande
deserto. Chiuse gli occhi, raccolse i suoi pensieri: quelli che aveva avuto a
Nazareth, a Magdala, a Cafarnao, al pozzo di Giacobbe, al Giordano e si
mise a schierarli per la battaglia. Andava in guerra.
In tensione, con gli occhi chiusi, rimase assorto nei propri pensieri. Un
mormorio d'acqua, un fruscio di foglie e arbusti, lamenti di uomini. Grida
e spaventi arrivavano a ondate dal Giordano; insieme alle lontane speranze
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insanguinate. Le tre lunghe notti che aveva trascorso sulla roccia con
l'asceta selvaggio gli vennero in mente per prime, armate da capo a piedi, e
si lanciarono verso il deserto per guerreggiare al suo fianco.
La prima notte gli balzò addosso come un gigantesco saltamartino.
Aveva occhi duri, gialli e grigi, ali gialle e grigie e strane lettere verdi
tracciate sulla pancia; il suo odore era simile a quello del Mar Morto; si
aggrappò a lui e le sue ali si misero a stridere con rabbia nell'aria. Gesù
gettò un grido e si rigirò: Giovanni Battista stava in piedi di fianco a lui;
aveva steso il suo braccio scheletrico nella notte, in direzione di Gerusa-
lemme.
«Guarda, che cosa vedi?» «Niente.» «Niente? Non vedi davanti a te la
santa Gerusalemme, la puttana, non la vedi? Sta seduta sulle grosse
ginocchia del Romano e ride come una matta. 'Non la voglio!' grida il
Signore. 'È questa la mia sposa? Non la voglio!' Come i cani, seguendo i
passi del Signore, abbaio a mia volta: Non la voglio! Giro attorno alle forti
mura e urlo: Puttana! Ha quattro grandi porte fortificate. Su di una vi è
seduta la Fame, su un'altra la Paura, sulla terza l'Ingiustizia e sull'ultima, a
nord, l'Infamia. Entro, percorro le strade in ogni senso, mi avvicino, osser-
vo i suoi abitanti. Guardo i loro visi: tre sono grassocci, ben pasciuti, e un
popolo di tremila uomini muore di fame. Quando, dunque, perisce un
mondo? Quando tre padroni mangiano troppo e un popolo di tremila
uomini muore di fame. Guarda ancora una volta i loro visi: la Paura impera
su tutti, le loro narici tremano, fiutano il giorno del Signore. Guarda le
donne: la più onesta adocchia il suo servo, si lecca i baffi e gli fa un cenno:
vieni! Ho sollevato il tetto dei loro palazzi, guarda: il re tiene sulle
ginocchia la moglie del fratello nuda e l'accarezza. Che cosa dicono le
Sacre Scritture? 'Colui che posa lo sguardo sulle nudità della sposa del pro-
prio Fratello, che sia condannato a morte!' Ciò nonostante, non sarà am-
mazzato lui, l'incestuoso, ma io, l'asceta, verrò ammazzato. Perché? Perché
il giorno del Signore è giunto!»
Per tutta quella prima notte, Gesù, seduto ai piedi di Giovanni, aveva
visto le porte di Gerusalemme aperte alla Fame, alla Paura, all'Ingiustizia e
all'Infamia che entravano e uscivano. Sopra la santa puttana si addensava-
no le nubi, cariche di collera e di grandine.
La seconda notte il Battista aveva teso di nuovo la sua mano magra
come un ramo rinsecchito e, con un gesto brusco aveva aperto uno
squarcio nel tempo e nello spazio.
«Tendi l'orecchio, che cosa odi?» «Non odo nulla.» «Nulla! Non odi
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l'iniquità, la cagna che ha perso ogni pudore, che è salita in cielo e che
abbaia alla porta del Signore? Non sei forse passato da Gerusalemme e non
hai inteso i sacerdoti, i gran sacerdoti e i Farisei che circondano il Tempio
e che abbaiano? Dio, però, non sopporta più l'impudenza della terra. Si
alza, cammina sulle montagne e scende. Davanti a lui c'è la Collera, dietro
a lui le tre cagne del cielo: il Fuoco, la Lebbra e la Follia. Dov'è il Tempio?
Dove sono le colonne orgogliose, incrostate d'oro che lo sostenevano e che
facevano esclamare: 'Viva in eterno! In eterno!' In eterno! Il Tempio è in
cenere, in cenere i sacerdoti e i gran sacerdoti, gli Scribi e i Farisei, in
cenere i loro sacri amuleti, le loro dalmatiche di seta e i loro anelli d'oro. In
cenere! In cenere! In cenere! Dov'è Gerusalemme? Ho una lampada acce-
sa, cerco fra le montagne, attraverso le tenebre del Signore e chiamo:
'Gerusalemme! Gerusalemme!' Il deserto, il deserto infinito; neppure un
corvo risponde. I corvi hanno mangiato e se ne sono andati. Affondo fino
alle ginocchia fra crani e ossa, mi si riempiono gli occhi di lacrime, ma io
le scaccio, le scaccio e rido; mi chino e scelgo le ossa più lunghe e ne
faccio dei flauti e canto le lodi del Signore.»
Il Battista rideva durante quella seconda notte e contemplava, nelle
tenebre di Dio, il Fuoco, la Lebbra e la Follia. Gesù afferrava le ginocchia
del profeta e domandava:
«Non credi che, attraverso l'amore, la Redenzione possa scendere sul
mondo? E, con l'amore, la gioia e la misericordia?»
Il Battista, senza nemmeno voltarsi a guardarlo, gli rispondeva:
«Non hai mai letto le Scritture? Il Salvatore spezza la schiena, rompe i
denti, scaglia il fuoco e incendia i campi, per seminare. Strappa le spine, le
erbacce e le ortiche. Come si possono far sparire dalla terra la menzogna,
l'infamia e i bugiardi? Bisogna che la terra si purifichi - non aver pietà di
lei - bisogna che la terra si purifichi, affinché siano piantati i nuovi semi».
La seconda notte era passata, Gesù taceva, aspettava la terza; forse la
voce del profeta si sarebbe addolcita.
Durante la terza notte il Battista si rigirava senza tregua, inquieto, sulla
roccia. Non rideva, non parlava, esaminava e tastava con angoscia le mani,
le braccia, le spalle, le ginocchia di Gesù, scuoteva la testa e taceva.
Fiutava l'aria. Al chiarore delle stelle si vedevano i suoi occhi scintillare, a
volte verdi, a volte gialli; dalla sua fronte abbronzata colavano, mescolati,
rivoli di sudore e di sangue. Infine al mattino, quando la luce bianca
dell'alba li aveva avviluppati, aveva preso le mani di Gesù, l'aveva guarda-
to negli occhi e aveva aggrottato la fronte. «La prima volta che ti ho
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visto», gli aveva detto, «quando stavi uscendo dal canneto del fiume e ti
dirigevi diritto verso di me, il cuore mi era balzato in petto come quello di
un giovane animale, come è balzato il cuore di Samuele quando ha visto
per la prima volta Davide, il giovane pastore imberbe, dai capelli rossi. È
così che era balzato il mio. Ma esso è carne, ama la carne, non ho fiducia
in lui. Stasera, come se ti vedessi per la prima volta, ti esamino, ti fiuto e
non riesco a esserne certo. Guardo le tue mani, non sono mani da falegna-
me, non sono mani da Redentore; sono troppo delicate, troppo gentili,
come potrebbero maneggiare un'accetta? Guardo i tuoi occhi, non sono
occhi da Redentore, sono pieni di compassione.» Si era alzato e aveva
sospirato. «Signore, le tue vie sono tortuose e oscure», aveva mormorato.
«Puoi mandare una bianca colomba per appiccare il fuoco e ridurre il
mondo in cenere. Noi guardiamo il cielo, aspettiamo il fulmine, un'aquila,
un corvo; e tu mandi una colomba bianca. Perché cercare? Perché
resistere? Fai quello che vuoi.» Aveva aperto le braccia, stretto al petto
Gesù, l'aveva baciato prima sulla spalla destra, poi sulla sinistra. «Se tu sei
colui che attendevo», gli diceva, «non sei giunto come io immaginavo.
Invano perciò io ho portato l'ascia e l'ho deposta ai piedi dell'albero?
Oppure l'amore può anche reggere un'ascia?» Era immerso nelle sue
riflessioni. «Non posso dare il mio giudizio», aveva infine mormorato.
«Morirò senza vedere. Poco importa; è il mio destino; è duro, ma mi
piace.» Aveva stretto la mano di Gesù. «Buona fortuna, parla con Dio nel
deserto, ma torna presto, affinché il mondo non resti solo.»
Gesù aprì gli occhi. Il Giordano, Giovanni Battista, i battezzati, i cam-
melli, i lamenti degli uomini che s'innalzavano nell'aria quindi scompari-
vano e il deserto, tutto si spiegò di fronte a lui. Il sole era alto e scottava.
Le pietre fumavano come pagnotte ed egli sentì la fame attanagliargli lo
stomaco. «Ho fame», mormorò guardando le pietre, «ho fame!» Si ricordò
del pane che gli aveva dato la vecchia Samaritana; era saporito, dolce
come il miele. Si ricordò del miele che veniva dato loro nei villaggi che
attraversavano, delle olive, dei datteri, del pasto santo che avevano fatto,
quando, inginocchiati sulla rive del lago di Genezareth, avevano tirato giù
dagli alari la griglia sulla quale c'erano tutti quei pesci profumati.
Poi gli vennero in mente, e se ne sentì turbato, i fichi, le melagrane,
l'uva...
La sua gola era asciutta, arida, aveva sete. Con tutti i fiumi che scorrono
nel mondo, con tutta l'acqua che balza di roccia in roccia e che bagna da un
capo all'altro la terra d'Israele e si versa, si perde nel Mar Morto, egli non
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aveva neppure una sola goccia d'acqua da bere! Pensò a tutta quell'acqua e
la sua sete crebbe. La testa gli girava, i suoi occhi erano abbagliati; due
demoni maligni, simili a due leprotti, uscirono dalla sabbia infuocata; si
rizzarono sulle zampe posteriori, si misero a danzare, lo videro, urlarono di
gioia, si misero a pestare le zampe e gli si avvicinarono. Gli montarono
sulle ginocchia e gli saltarono sulle spalle. Uno di essi era fresco come
l'acqua, l'altro tiepido e profumato come il pane e, quando Gesù tese
febbrilmente la mano per afferrarli, fecero un salto e sparirono nell'aria.
Egli chiuse gli occhi. Concentrò ancora i suoi pensieri dispersi dalla
fame e dalla sete, pensò a Dio e non provò più né fame né sete. Pensò alla
redenzione del mondo. Ah! Se fosse possibile che il giorno del Signore
giungesse attraverso l'amore! Dio non è forse onnipotente? Perché non fa
un miracolo, perché non tocca i cuori, per farli fiorire? Ogni anno tuttavia
a Pasqua, Egli tocca i ceppi, le erbacce e le spine e li fa fiorire. Se fosse
possibile che un mattino gli uomini si svegliassero con il cuore in fiore!
Sorrise. Il mondo, in lui, era fiorito: il re incestuoso si era fatto battezza-
re, la sua anima si era purificata, aveva cacciato la cognata Erodiade ed
essa era tornata dal marito. I gran sacerdoti e i signori avevano aperto le
loro cantine e i loro forzieri e avevano distribuito i loro beni ai poveri e i
poveri tiravano il fiato; avevano cacciato dal loro cuore l'odio, la gelosia e
la paura... Gesù si guardò le mani: l'accetta che gli aveva affidato il
Precursore era fiorita; ora teneva fra le mani un ramo di mandorlo in fiore.
La giornata era finita con quest'ultima gioia; si stese su una pietra e si
addormentò. Per tutta la notte, nel sonno, udì lo scrosciare di torrenti, vide
dei leprotti danzare, poi sentì uno strano fruscio, come se delle narici
umide lo stessero annusando... Verso mezzanotte uno sciacallo affamato gli
si avvicinò e l'annusò, per vedere se era già morto; si fermò un istante,
indeciso, e Gesù ebbe pietà di lui. Stava per squarciarsi il petto per saziar-
lo, ma si trattenne. Conservò la propria carne per gli uomini.
Si svegliò prima dell'alba. In cielo grosse stelle intrecciavano le loro
orbite, l'aria era vellutata, azzurrina. Era in quel momento, pensò, che si
svegliano i galli e i villaggi e che gli uomini aprono gli occhi e guardano
dalla finestrella l'apparire della luce. I bimbi piccoli pure si svegliano, si
mettono a piangere e la madre si affretta a dar loro il seno... Il mondo si
mosse per un istante sopra le sabbie, con i suoi uomini, i galli, i bimbi e le
madri - un mondo fatto d'aria e di brina mattutina. E ora il sole sarebbe sa-
lito e li avrebbe divorati!... L'Eremita ebbe una stretta al cuore; se potessi,
pensò, rendere questa brina eterna! Ma il pensiero di Dio è un abisso, il
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suo amore uno spaventoso precipizio. Pianta un mondo, lo schiaccia al
momento in cui da i suoi frutti e ne pianta un altro. «Chi lo sa? Forse
l'amore è capace di tenere un'ascia...» Si ricordò delle parole di Giovanni
Battista e rabbrividì. Guardò il deserto; era diventato selvaggio, scarlatto,
si muoveva sotto il sole che, quel giorno, sembrava infuriato, cinto da un
alone di tempesta. Il vento cominciò a soffiare e un odore fetido di pece e
di zolfo giunse al naso di Gesù. Sentì affiorare alla memoria Sodoma e
Gomorra, sprofondate nella pece, con i loro palazzi, le taverne, i teatri, i
lupanari. «Pietà, Signore», gridava Abramo, «non bruciarle. Tu sei buono,
abbi pietà delle tue creature.» «Sono giusto», aveva risposto Dio, «le
brucerò!»
È dunque questo il cammino di Dio? È dunque una gran vergogna che il
cuore, quel pugno di fragile rango, si rizzi e gli gridi: «Fermati!» Qual è il
nostro dovere? Guardare in terra, scoprire sul suolo le orme dei passi di
Dio e seguirli. Guardo in terra, vedo chiaramente le orme dei passi di Dio
su Sodoma e Gomorra. Quella traccia di Dio è tutto il Mar Morto; ha
appoggiato il suo piede e ha inghiottito palazzi, teatri, taverne, lupanari,
Sodoma e Gomorra! Lo appoggerà di nuovo e la terra sarà inghiottita
ancora una volta; re, gran sacerdoti, Farisei, Sadducei, tutto sprofonderà!
Senza rendersene conto, si era messo a gridare. Il suo spirito si era
riempito dì audacia, si era scatenato. Aveva dimenticato che le sue ginoc-
chia non l'avrebbero retto, stava per alzarsi, camminare seguendo le orme
dei passi di Dio, ma cadde in terra, senza fiato. «Non posso, non mi vedi?»
gridò, alzando gli occhi verso il cielo infuocato. «Non posso. Perché hai
scelto me? Non ne posso più!» Appena smise di gridare, vide davanti a sé
una massa nera: era il caprone, con le zampe all'aria, sventrato, lì sulla
sabbia. Si ricordò che si era chinato sui suoi occhi torbidi e che vi aveva
scorto il suo viso. «Sono io il caprone», mormorò, «io. Dio l'ha messo sul
mio cammino perché veda chi sono e verso quale destino sto andando...»
Bruscamente, scoppiò in singhiozzi. «Non voglio... non voglio...» mormo-
rò, «non voglio essere solo. Aiuto!» Allora, mentre era chinato e piangeva,
soffiò una dolce brezza, il puzzo di pece e di carogna sparirono, il mondo
era tutto un profumo. Udì in lontananza un tintinnare di braccialetti, di
risate e d'acqua diretti verso di lui. Le palpebre, le ascelle, la gola del-
l'Eremita si rinfrescarono. Alzò gli occhi. Davanti a lui, un serpente con
occhi e petto da donna lo guardava. L'Eremita indietreggiò, spaventato.
Era un serpente, una donna o uno spirito maligno del deserto? Era un
serpente come quello che si era avvolto intorno all'albero proibito del
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Paradiso e che aveva sedotto il primo uomo e la prima donna; essi si erano
uniti e avevano generato il peccato... Udì una risata e una voce di donna,
dolce e suadente:
«Ho avuto pietà di te, figlio di Maria. Hai gridato: 'Non voglio rimanere
da solo, aiuto!' Ho avuto pietà di te e sono venuta. Che cosa desideri da
me?»
«Non voglio te, non ti ho chiamata. Chi sei?»
«La tua anima.»
«La mia anima?» fece Gesù, e si tappò gli occhi con orrore.
«La tua anima. Hai paura di restare da solo; anche il tuo avo, Adamo,
aveva paura. Anche lui ha gridato: 'Aiuto!' La sua carne e la sua anima si
sono unite e dalla sua costola è uscita la donna, per fargli compagnia...»
«Non voglio! Non voglio! Ricordo la mela che hai dato ad Adamo e
l'angelo con la spada!»
«Te ne ricordi ed è perciò che soffri, gridi e non riesci a trovare il tuo
cammino. Io te lo indicherò. Dammi la mano, non guardare indietro, non
ricordarti di nulla. Guarda il mio corpo che avanza: sono qui, o mio sposo.
Esso conosce la strada e non si sbaglia.»
«Farai cadere pure me nel dolce peccato nell'Inferno. Non ti seguirò. La
mia strada è un'altra.»
Si udì il suono di una risatina beffarda e apparvero i denti aguzzi e
velenosi:
«Vuoi seguire le tracce di Dio, le tracce dell'aquila, tu, verme di terra?
Caricarti, tu, figlio del falegname, dei peccati di tutto il popolo? Non ti
bastano i tuoi? Che impudenza quella di credere che hai il dovere di
salvare il mondo!»
Ha ragione... Ha ragione... pensò l'Eremita tremando. Che impudenza
quella di voler salvare il mondo!
«Devo rivelarti un segreto, figlio dell'amata Maria...» Il serpente addol-
cì la voce; i suoi occhi scintillavano.
Scivolò giù dalla pietra come fosse acqua e cominciò ad avvicinarglisi e
a ondeggiare con i suoi riflessi cangianti. Arrivò fino ai piedi dell'Eremita,
salì sulle sue ginocchia, vi si arrotolò, prese lo slancio, strisciò sulle sue
cosce, sulla schiena, sul petto, poi gli si appoggiò su una spalla. L'Eremita,
malgrado tutto, si chinò per ascoltarlo. Il serpente si mise a leccare l'orec-
chio di Gesù ed egli udì la sua voce suadente molto lontana, come se
giungesse dalla Galilea, dalle rive del lago di Genezaretn.
«Maddalena... Maddalena... Maddalena...»
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«Che cosa?» chiese Gesù trasalendo. «Maddalena che cosa?» «...È lei
che devi salvare!» sibilò il serpente, con tono improvvisamente imperioso.
«Non la Terra, lasciala stare la Terra, è lei, Maddalena che devi salvare!»
Gesù scosse nervosamente la testa cercando di cacciare il serpente, ma
questo gli parlava allettandolo e agitando la lingua nel suo orecchio:
«Il suo corpo è bello, dolce, abile. Tutte le nazioni sono passate su di
esso, ma è a te che Dio l'ha destinato, già fin dalla tua infanzia, prendilo!
Dio ha fatto l'uomo e la donna perché si adattino l'uno all'altra come la
chiave alla serratura. Aprila. In essa vi sono i tuoi figli, intorpiditi, raggo-
mitolati e aspettano che tu soffi su di essi per scongelarsi, alzarsi e uscire,
camminare al sole... Capisci ciò che ti sto dicendo? Alza gli occhi, fammi
un segno. Fammi un segno, mio diletto, e ti porterò all'istante la tua sposa
su un bel letto fresco».
«La mia sposa?»
«La tua sposa. Come io, così dice Dio, ho sposato la puttana Gerusa-
lemme. Le nazioni sono passate su di essa; ma io l'ho sposata per salvarla.
Come il profeta Oseo ha sposato la puttana Gomor, figlia di Diblaim. È
Dio che ti ordina di dormire con Maria Maddalena, di avere dei figli da lei
che è la tua sposa, per salvarla.»
Il serpente, ora, aveva appoggiato il suo petto, duro, fresco e tondo sul
petto di Gesù; strisciava lentamente, arrotolandosi, e lo cingeva. Gesù
impallidì, chiuse gli occhi, vide il corpo sodo e flessuoso di Maddalena
camminare e ondeggiare con noncuranza lungo la riva del lago di Geneza-
reth, guardare lontano, in direzione del Giordano e sospirare. Essa tendeva
le braccia; era lui che cercava. Il suo ventre era pieno di bimbi, i suoi;
doveva solo strizzare un occhio, fare un cenno e, di colpo, che felicità!
Come sarebbe cambiata, sarebbe stata più dolce, più umana la sua vita! Era
quello il cammino, è quello! Sarebbe tornato a Nazareth, nella casa di sua
madre, si sarebbe riconciliato con i suoi fratelli, non era che una follia di
gioventù quella di voler salvare il mondo, di voler morire per gli uomini;
per fortuna era venuta Maddalena. Era guarito, era nella sua bottega e
aveva ripreso il suo mestiere tanto amato; fabbricava di nuovo culle, ma-
die, aratri, aveva dei figli, era diventato un uomo come gli altri. Un uomo a
posto. I contadini lo rispettano, si alzano al suo passaggio; lavora tutta la
settimana e il sabato va alla sinagoga indossando vestiti puliti, vestiti di
lino e di seta tessuti dalla sua sposa, Maddalena; con in testa il suo fazzo-
letto tessuto con filati preziosi, con l'anello d'oro delle nozze al dito; ha il
suo scanno con gli anziani del villaggio, sta seduto ad ascoltare pacifico e
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indifferente gli Scribi e i Farisei, eccitati e mezzi matti, sudare sangue per
spiegare le Sacre Scritture... e sorride sotto i baffi e li guarda con commi-
serazione: dove mai si perderanno, quegli eruditi! Lui, con Calma e sicu-
rezza, spiega le Sacre Scritture sposandosi, avendo dei figli e fabbricando
culle, madie e aratri...
Aprì gli occhi e vide il deserto. Com'era passata la giornata? Il sole sta-
va tramontando. Appiccicato a lui, petto contro petto, il serpente aspettava.
Emetteva un sibilo calmo, maliardo, quasi un lamento; una ninna nanna
tenera si diffondeva nell'aria del crepuscolo e il deserto, tutto il deserto, lo
cullava e lo ninnava come una madre.
«Sto aspettando... sto aspettando...» diceva il sibilo maliardo del serpen-
te. «Ormai è notte, ho freddo. Deciditi, fammi un segno e si aprirà la porta,
entrerai in Paradiso... Deciditi, mio diletto, Maddalena aspetta...»
I muscoli dell'Eremita si paralizzarono. Sul punto di aprire la bocca e
dire di sì, sentì qualcuno sopra di lui che lo guardava; alzò la testa, spaven-
tato. Nell'aria vide due occhi, solo due occhi nerissimi e delle sopracciglia
bianche che gli facevano un cenno: «No! No! No!» Il cuore di Gesù ebbe
una stretta, guardò ancora una volta, supplicando, come se avesse voluto
gridare: «Lasciami fare, dammi il permesso, non andare in collera con
me!» Ma gli occhi erano diventati feroci e le sopracciglia si aggrottavano,
minacciose.
«No! No! No!» urlò allora Gesù e due grosse lacrime sgorgarono dai
suoi occhi.
Bruscamente, il serpente si staccò da lui, si contorse e scoppiò con un
rombo sordo e l'aria ne fu appestata.
Gesù cadde con la faccia sulla terra e le sue labbra, le narici, gli occhi si
riempirono di sabbia. Non pensava a nulla, aveva dimenticato di avere
fame e sete, piangeva. Piangeva come se la sua sposa e tutti i suoi figli
fossero morti, come se tutta la sua vita fosse perduta.
«Signore, Signore», mormorava mordendo la sabbia e le pietre, «Padre,
non hai dunque pietà? Che sia fatta la tua volontà! Quante volte, fino a
oggi, te l'ho detto, quante volte te lo dirò ancora? Per tutta la vita mi dibat-
terò e dirò: 'Che sia fatta la tua volontà'.»
E si addormentò così, mormorando e ingoiando sabbia. Appena gli oc-
chi del suo corpo si chiusero, gli occhi della sua anima si aprirono. Vide lo
spettro di un serpente, grosso come il corpo di un uomo, stendersi da un
capo all'altro della notte; era disteso sulla sabbia e aveva spalancato,
proprio vicino a Gesù, una gran bocca scarlatta. E, davanti a quella bocca,
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fremeva una pernice screziata, tutta tremante, e si sforzava di aprire le ali
per fuggire, ma non ci riusciva. Camminava barcollando, con tutte le
penne arruffate dalla paura; emetteva delle strida acute e avanzava... Il
serpente immobile, con la bocca aperta, aveva gli occhi fissi su di lei e non
si affrettava; era sicuro di sé. Titubante, inciampando, la pernice avanzava
piano piano verso quella bocca. Gesù, in piedi, guardava e tremava come
la pernice... Era il mattino quando giunse davanti alla bocca spalancata; si
dibatté un istante, si guardò attorno come per chiedere aiuto e, bruscamen-
te, allungò il collo ed entrò con la testa in avanti e le zampe unite: la bocca
si richiuse. Gesù la vedeva scendere giù verso lo stomaco del drago,
lentamente, una pallottolina di carne e piume con zampette color rubino...
Gesù si svegliò di soprassalto, spaventato. Il deserto color di rosa,
ondeggiava. Era l'alba.
«È Dio», mormorò tremando, «è Dio... E la pernice...»
La sua voce si spezzò. Non aveva la forza di articolare il suo pensiero
fino alla fine. Ma dentro di sé, pensò:
«... è l'anima dell'uomo, l'anima dell'uomo è la pernice!»
Si perse in questi pensieri per ore e ore. Il sole saliva, infuocava la sab-
bia, gli trafiggeva il cranio, entrava nella sua testa, gli seccava il cervello,
la gola, il petto. I suoi visceri pendevano come i grappoli secchi che
rimangono sulle viti, in autunno. La lingua gli si era incollata al palato, la
pelle gli cadeva a brandelli, le sue ossa spuntavano fuori; la punta delle sue
dita era diventata bluastra. Il tempo, in lui, era diventato brevissimo, come
il battito del cuore e grande come la morte. Non aveva più né fame né sete,
non desiderava più avere una sposa e dei figli, tutta la sua anima si era
raccolta nei suoi occhi. Vedeva, ecco tutto, vedeva. Talvolta in pieno
mezzogiorno i suoi occhi si annebbiavano, il mondo spariva e una bocca
gigantesca gli si spalancava davanti; la mascella inferiore era la terra,
quella superiore, il cielo; egli avanzava lentamente, strascicandosi, verso la
bocca spalancata, tremava ed era tutto teso...
Giorni e notti passavano come lampi bianchi e neri. Una volta, a mezza-
notte, venne un leone davanti a lui e scosse la criniera con fierezza. Egli
udì la sua voce come se fosse umana:
«È con gioia che saluto e che accolgo nel mio antro l'asceta vittorioso,
colui che ha trionfato sulle piccole virtù, sulle piccole gioie e sulla felicità!
Noi non amiamo ciò che è tacile e sicuro, ma tendiamo verso le cose
difficili. Maddalena è troppo poco perché sia la nostra sposa, noi vogliamo
sposare la Terra. La giovane sposa ha sospirato, o Fidanzato, il cielo ha
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acceso i suoi lumi, gli invitati sono arrivati, andiamocene»,
«Chi sei?»
«Tu. Il leone affamato in fondo al tuo cuore e alla tua schiena, che gira
di notte attorno alle stalle, attorno ai regni del mondo e che esita a saltare
dentro e a divorare. Balzo da Babilonia a Gerusalemme, da Gerusalemme
ad Alessandria d'Egitto, da Alessandria a Roma e grido: 'Ho fame, tutto mi
appartiene'. Viene il giorno e io penetro nel tuo petto, mi vi rannicchio e io,
il leone terribile, divento un agnello. Fingo di essere un umile asceta che
non desidera nulla, che può vivere di un chicco di grano, di un sorso
d'acqua e di un Dio puro e benevolo che Egli chiama Padre per rabbonir-
selo. Ma, in segreto, il mio cuore si scatena, è umiliato e aspetta febbril-
mente la notte per levarsi da dosso la pelle di pecora e per mettersi di
nuovo a girare, a ruggire e a posare le sue quattro zampe su Babilonia,
Gerusalemme, Alessandria e Roma.»
«Non ti conosco. Non ho mai desiderato i regni del mondo. Il regno del
cielo mi basta.»
«Non ti basta; ti sbagli, amico mio, non ti basta. Ma non osi guardare
dentro di te, nelle tue viscere e nel tuo cuore per vedermi... Perché mi
guardi con occhio dubbioso, perché il tuo cuore pensa subito al male?
Credi che io sia una tentazione mandata dal Maligno per perderti? Eremita
scervellato, che forza può avere una tentazione proveniente dall'esterno?
La fortezza non può essere conquistata che dall'interno. Sono la voce che
viene dal più profondo del. tuo animo, sono il leone che è in te e tu ti sei
avvolto in una pelle di pecora affinché gli uomini prendano coraggio, ti si
avvicinino e tu possa mangiarli. Ricorda quando eri bambino e una strega
caldea ti ha letto la mano e ti ha detto: «Vedo molte stelle, molte croci,
diventerai re. Perché fingi di dimenticarlo? Te ne ricordi giorno e notte.
Alzati, figlio di Davide, entra nel tuo regno!»
Gesù, a testa bassa, l'ascoltava. A poco a poco riconobbe la voce, si
ricordò che talvolta l'udiva in sogno: una volta che Giuda l'aveva picchia-
to, quando erano piccoli, e un'altra ancora, aveva abbandonato la sua casa,
aveva girovagato giorni e notti fra i campi, la fame lo rodeva ed era tornato
indietro, pieno di umiliazione; i suoi due fratelli, Simone lo zoppo e
Giacomo il devoto, erano in piedi sulla soglia e l'avevano insultato. Quel
giorno per davvero aveva inteso in sé il leone che ruggiva... E anche recen-
temente, quando portava la croce per crocifiggere lo Zelota, passava attra-
verso la folla burrascosa e tutti lo guardavano con disprezzo e lo derideva-
no; una volta ancora il leone era balzato in lui, con tal forza da gettarlo in
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terra.
E ora, in quella notte solitaria, ecco apparire e rizzarsi davanti a lui il
leone interiore che lo sgridava. Gli si strusciava contro, spariva, appariva
di nuovo, come se entrasse e uscisse dal fondo di lui stesso e gli desse dei
colpetti di coda, per gioco... Gesù sentì il suo cuore irritarsi sempre di più.
«E vero, il leone ha ragione. Ne ho abbastanza di aver fame e desideri, di
recitare la parte dell'umile, di porgere l'altra guancia per farmi schiaffeg-
giare; ne ho abbastanza di adulare Dio, il divoratore di uomini, e di
chiamarlo Padre per rabbonirlo a forza di moine, di farmi insultare dai
miei fratelli, di vedere mia madre piangere, gli uomini ridere quando pas-
so, di camminare scalzo, di attraversare il mercato e contemplare il miele, i
datteri, il vino, le donne e di non poter comprare nulla. E di essere audace
solo in sogno, di aspettare che il sonno mi porti tutto ciò, di assaporare e di
abbracciare il vuoto! Ne ho abbastanza. Mi leverò, cingerò la spada eredi-
tata dai miei avi - non sono forse il figlio di Davide? - per .entrare nel mio
regno! Il leone ha ragione. Non so che cosa farmene di pensieri, di nuvole
e di regni dei cieli: pietre, terra e carne, ecco il mio regno!»
Si alzò. Dove trovò la forza di alzarsi e di fare lentamente il gesto di
cingersi una spada invisibile, ruggendo come un leone? Se la cinse. Gridò:
«Andiamo!» Si girò: il leone era scomparso. Udì sopra di sé una risata
lacerante e una voce che esclamava: «Guarda!» Un lampo squarciò la notte
e rimase fisso in cielo. Sotto quella luce si potevano distinguere città forti-
ficate, case, strade, piazze, uomini; tutto intorno, pianure, montagne e il
mare. A destra Babilonia, a sinistra Gerusalemme e Alessandria, al di là del
mare, Roma. Udì nuovamente quel richiamo: «Guarda!»
Alzò gli occhi. Un angelo dalle ali gialle cadde dal cielo a testa in giù.
Gesù udì un lamento; nei quattro regni gli uomini alzavano le mani al cielo
e le loro mani cadevano, rose dalla lebbra. Le strade si riempirono di mani,
di nasi, di labbra.
Mentre Gesù tendeva le mani e stava per gridare a Dio: «Pietà, rispar-
mia gli uomini!» un secondo angelo che aveva le ali di tutti i colori e cam-
panelle alle caviglie e al collo, cadde dal cielo a testa in giù. All'improvvi-
so, su tutta la terra, esplosero risate sguaiate; i lebbrosi, colti da follia,
correvano e ciò che rimaneva del loro corpo scoppiava a ridere anch'esso.
Gesù si chiuse le orecchie per non udire; tremava. Allora un terzo ange-
lo, con le ali rosse, cadde dal cielo come una meteora. S'innalzarono quat-
tro fiammate, quattro colonne di fumo, le stelle s'appannarono. Soffiò una
leggera brezza e il fumo si disperse. Gesù guardò: i quattro regni erano
220
solo quattro pugni di cenere.
Udì nuovamente la voce: «Eccoli i regni della terra che vai a conqui-
stare, o te infelice. Ecco i miei tre angeli diletti, la Lebbra, la Follia e il
Fuoco. Il giorno del Signore è arrivato, il mio giorno!» gridò la voce e il
lampo sparì.

All'alba, Gesù era rotolato giù dalla sua pietra e teneva il viso sprofon-
dato nella sabbia. Aveva dovuto certamente piangere molto nel corso della
notte: i suoi occhi erano gonfi e gli bruciavano. Si guardò attorno: quell'in-
finita distesa di sabbia era forse la sua anima? La sabbia ondeggiava, si
animava. Udiva grida stridenti, risate beffarde, singhiozzi. Degli animaletti
del bosco, simili a lepri, scoiattoli o faine saltellavano e gli si avvicinava-
no; avevano tutte gli occhi rossi come rubini. Arriva la Follia, pensò, arriva
per divorarmi... Gettò un grido e gli animaletti sparirono. Un arcangelo,
con la mezza luna al collo e una stella festosa fra le sopracciglia, si rizzò di
fronte a lui e spiegò le sue ali verdi.
«Arcangelo», mormorò Gesù mettendosi la mano davanti agli occhi per
non esserne abbagliato.
L'arcangelo chiuse le ali e sorrise:
«Non mi riconosci?» chiese. «Non ti ricordi di me?»
«No! No! Chi sei? Allontanati, arcangelo, che mi abbagli.»
«Ricorda di quando eri ancora bambino e non sapevi camminare: ti
afferravi alla porta della casa, alla veste di tua madre, per non cadere e,
dentro di te, gridavi con tutte le tue forze:
«'Mio Dio, fammi Dio! Mio Dio, fammi Dio! Mio Dio, fammi Dio!'»
«Non farmi pensare a quell'impudente bestemmia; me ne ricordo.»
«Io sono quella tua voce; sono io che gridavo. Sono io che grido ancora,
ma fai finta di non udire perché hai paura. Ma, che tu lo voglia o no, mi
ascolterai perché è giunta l'ora. Prima che tu nascessi, ho scelto te fra tutti
gli uomini. Agisco e splendo in te, non permetto che ti abbandoni alle pic-
cole virtù, alle piccole gioie, alla felicità terrena. E ora, in questo deserto in
cui ti ho portato, è venuta la donna e l'ho cacciata; sono venuti i regni della
terra e li ho cacciati. Sono io che li ho cacciati, io, non tu. Riservo per te
un destino ben più grande, ben più difficile.»
«Più grande? Più difficile?»
«Che cosa volevi che ti facessi gridare quando eri ancora bambino?
Diventare Dio. È ciò che diventerai!»
«Io? Io?»
221
«Non lasciarti intimidire, non gemere, questo è quello che diverrai. Lo
sei già diventato. Che parole credi che abbia pronunciato la colomba
selvatica sopra di te, nel Giordano?»
«Dimmelo! Dimmelo!»
«'Sei mio figlio, il mio unico figlio!' Ecco la notizia che ti ha portato la
colomba selvatica. Non era una colomba, era l'arcangelo Gabriele. Salve, o
figlio, o unico figlio di Dio!»
Due ali fremettero nel petto di Gesù; sentì una grossa stella del mattino,
ribelle, bruciare fra le sue sopracciglia. In lui risuonò una voce: «Non sono
un uomo, non sono un angelo, non sono il tuo servo, sono tuo figlio,
Adonai. Mi siederò sul tuo trono per giudicare i vivi e i morti e, nella mia
mano destra reggerò, per giocarvi, una sfera: il mondo. Fammi posto,
lasciami sedere!»
Un violento scoppio di risa echeggiò nell'aria. Gesù sussultò, l'angelo
era sparito. Lanciò un grido lacerante: «Lucifero!» e cadde riverso con la
faccia nella sabbia. «A presto», disse una voce in tono canzonatorio, «un
giorno ci incontreremo di nuovo: a presto!» «Giammai», ruggì Gesù,
«giammai, Satana!» Manteneva il viso nascosto nella sabbia.
«Ci ritroveremo!» ripeté la voce, «a Pasqua, disgraziato!»
Gesù si mise a lamentarsi. Le sue lacrime colavano sulla sabbia come
grosse gocce calde. Durante lunghissime ore il suo pianto lavò e purificò la
sua anima. Verso il calare della sera soffiò un venticello fresco, il sole era
più tenue, le montagne lontane avevano un tono rosato. Allora Gesù udì
una voce compassionevole e una mano invisibile gli toccò una spalla.
«Alzati, il giorno del Signore è arrivato. Corri a portare questa notizia
agli uomini. Io arrivo!»

18

Come aveva fatto ad avere il tempo di attraversare il deserto, raggiunge-


re il Mar Morto, tornare indietro, inoltrarsi di nuovo nei campi e nell'aria
ispessita dal fiato degli uomini? Non era lui che camminava, non ne
avrebbe avuto la forza. Due mani invisibili lo reggevano per le ascelle. La
nuvola trasparente che era apparsa nel deserto adesso si era fatta più densa,
più nera e aveva invaso tutto il cielo; si udirono dei colpi di tuono e le
prime gocce caddero. La terra si scurì e i sentieri disparvero. All'improv-
viso le cateratte del cielo si aprirono, Gesù tese il palmo della mano che si
riempì d'acqua e bevve. Si fermò, non sapeva che direzione seguire. I
222
lampi squarciavano il cielo, la terra brillava per un istante, blu, gialla,
livida e, di colpo, piombava di nuovo nelle tenebre. Da che parte era
Gerusalemme? Da che parte stava Giovanni Battista? E i suoi compagni
che l'aspettavano fra gli arbusti e i canneti del fiume! «Mio Dio», mormo-
rò, «illuminami, lancia un fulmine, mostrami il cammino!» Aveva appena
finito di parlare che un lampo squarciò il cielo proprio davanti a lui; Dio
gli aveva fatto un segno ed egli, sicuro di sé, andò nella direzione del
fulmine.
La pioggia era molto forte, le acque maschie del cielo scorrevano e si
univano alle acque femminee della terra, ai laghi, ai fiumi. Terra, cielo e
pioggia non erano più che una cosa sola, lo perseguitavano, lo spingevano
verso gli uomini. Sguazzava nel fango, inciampava in strani arbusti,
scendeva nei fossi, risaliva. Al chiarore di un lampo vide sopra di sé un
melograno carico di frutti. Ne colse uno, la sua mano si riempì di rubini, la
sua gola si rinfrescò. Ne colse un altro, un altro ancora, mangiò, benedisse
la mano che aveva piantato il melograno, riprese forza e si rimise in cam-
mino. Camminò e camminò. Era giorno o notte? Era buio. I suoi piedi era-
no appesantiti dal fango; camminando, gli pareva di sollevare la terra
intera. Di colpo, alla luce dei lampi, scorse davanti a sé sulla cima di una
collina un piccolo villaggio. Le sue case, tutte bianche, si accendevano e si
spegnevano con i lampi. Il suo cuore fece un balzo di gioia. Degli uomini,
dei fratelli, abitavano in quelle case; aveva voglia di stringere la mano di
un uomo, di respirarne l'odore, di mangiare del pane, di bere del vino, di
parlare. Per quanti anni era stato assetato di solitudine! Girava fra i campi
e le montagne, parlava con gli uccelli e gli animali selvatici, sfuggiva gli
uomini; ora, invece, che gioia quella di stringere la mano di un uomo!
Allungò il passo e prese il sentiero lastricato; gli tornarono le forze, ora
infatti sapeva dove andava, dove lo conduceva il cammino che Dio gli
aveva mostrato. Man mano che saliva, le nuvole si facevano sempre più
rare e apparve un angolo di cielo e il sole fece capolino, proprio nel mo-
mento in cui tramontava. Udì cantare i galli del villaggio e abbaiare i cani;
alcune donne chiacchieravano sulle terrazze; un fumo azzurrognolo si
alzava sui tetti e sentì un odore di legna bruciata.
«Benedetta la razza degli uomini...» mormorò Gesù che stava passando
davanti alle prime case e udiva gli uomini parlare. Le pietre, l'acqua, le
case splendevano, o meglio ridevano, felici. La terra assetata aveva bevu-
to; il sole che era sparito era tornato. Era stato un vero diluvio, gli uomini e
gli animali avevano avuto paura, ma le nuvole cominciavano a disperdersi
223
e il cielo era ridiventato azzurro: tutti si sentivano più tranquilli. Gesù,
inzuppato fino al midollo, allegro, camminava per le stradine strette in cui
l'acqua formava dei piccoli rivoli. Apparve una ragazzina che trascinava
una capra bianca con le mammelle gonfie di latte: la portava a pascolare.
«Come si chiama il vostro villaggio?» le chiese Gesù sorridendo.
«Betania.»
«E a che porta potrei bussare per passarvi la notte? Non sono di qui.»
«Entra nella prima porta aperta!» rispose ridendo la ragazza.
Alla prima porta aperta... questo villaggio ha buon cuore, ama gli stra-
nieri, pensò Gesù. Camminò per trovare una porta aperta. Non erano più
stradine, ma fiumi; solo le pietre più grosse emergevano dall'acqua. Gesù
saltava di pietra in pietra e andava avanti. Le porte erano chiuse, annerite
dalla pioggia. Girò al primo angolo e vide una porticina a volta, dipinta
d'azzurro, completamente spalancata. Una ragazza paffuta, dal mento gras-
so e le labbra grosse, stava lì in piedi; dentro alla casa poco illuminata si
intravedeva un'altra ragazza seduta al telaio, che tesseva canticchiando.
Gesù si avvicinò, si fermò sulla soglia, si mise una mano sul cuore e
salutò.
«Sono straniero», disse, «Galileo. Ho fame, non ho un posto in cui
dormire e ho freddo. Sono un onest'uomo, permettetemi di dormire, per
stanotte, in casa vostra. La porta era aperta e sono entrato, perdonate.»
La ragazza si voltò con la mano ancora piena di becchime per le galline,
lo guardò tranquillamente dalla testa ai piedi e sorrise.
«Che tu sia benvenuto», disse.
L'altra ragazza si alzò dal telaio e uscì nel cortile. Era pallida, d'ossatura
sottile, aveva delle trecce nere arrotolate sulla testa a mo' di doppia corona,
grandi occhi vellutati e tristi e portava al collo una collanina di turchesi per
cacciare il malocchio. Guardò il visitatore e arrossì.
«Siamo sole», disse, «Lazzaro, nostro fratello, è assente. È andato al
Giordano per farsi battezzare.»
«E che cosa importa se siamo sole?» disse l'altra. «Non ci mangerà.
Entra, amico, non stare ad ascoltarla, è una paurosa. Inviteremo i paesani
per tenerti compagnia e gli anziani verranno a domandarti chi sei, dove vai
e che cosa ci porti. Entra dunque nella nostra povera dimora... Che cosa ti
succede? Hai freddo?»
«Ho freddo, fame e sonno», rispose Gesù, oltrepassando la soglia.
«Non preoccuparti, sistemeremo tutto», disse la ragazza. «E, perché tu
lo sappia, io mi chiamo Marta e mia sorella Maria. E tu?»
224
«Gesù di Nazareth.»
«Un uomo per bene?» lo prese in giro Marta ridendo.
«Un uomo per bene», egli rispose, serio. «Quanto mi è possibile, Marta,
sorella mia.»
Entrò nella baracca. Maria accese il lume, lo appese in alto e la capanna
s'illuminò. I muri erano imbiancati a calce, puliti; contro il muro, c'era un
lungo pancone di legno coperto di cuscini e coperte, due madie scolpite in
legno di pino e qualche sgabello. In un angolo il telaio, in un altro due
giare per le olive e l'olio; entrando, a destra, c'era la brocca dell'acqua fre-
sca con a fianco un lungo asciugamano di lino appeso a un gancio di le-
gno. La casa odorava di legno di cipresso e di melograno. In fondo vi era
un gran camino senza fuoco e, appesi intorno, utensili da cucina.
«Vado ad accendere il fuoco perché tu possa asciugarti, siediti.»
Marta gli mise uno sgabello davanti al camino, corse veloce nel cortile
e ritornò con una bracciata di sterpi, di rami di alloro e due ceppi di olivo;
si inginocchiò, collocò i rametti sul camino e accese il fuoco. Gesù, con la
testa fra le mani, chino e appoggiato sulle ginocchia, guardava. Che ceri-
monia santa, pensava, quella di preparare la legna, di accendere il fuoco e
nel freddo, farsi riscaldare dalla fiamma, come da una sorella piena di
Compassione! E anche quella di entrare in una casa estranea stanco e
affamato ed essere consolato da due sorelle sconosciute. I suoi occhi si
riempirono di lacrime.
Marta si alzò, scese in cantina e tornò con del pane, delle olive, del
miele e una brocca di vino, che appoggiò ai piedi dello straniero.
«Ecco qualcosa», disse, «per stuzzicarti l'appetito. Adesso metterò la
pentola sul fuoco affinché tu possa mangiare del cibo caldo per tirarti un
po' su. A quanto pare, devi venire da molto lontano.»
«Dalla fine del mondo», rispose. Si chinò febbrilmente sul pane, le oli-
ve, il miele. Che meraviglia, che gioia, con che generosità Dio offre tutto
ciò agli uomini. Mangiava, mangiava e benediva il Signore.
Intanto Maria, in piedi di fianco alla lampada, guardava in silenzio sia il
fuoco, sia il visitatore inaspettato, sia la sorella alla quale la gioia di avere
un uomo per casa e di servirlo aveva messo le ali.
Gesù alzò la brocca e guardò le due ragazze.
«Marta e Maria, sorelle mie!» esclamò. «Avrete certamente sentito dire
che quando ci fu il diluvio, ai tempi di Noè, tutti gli uomini erano peccatori
e che annegarono tutti, tranne i pochi giusti che entrarono nell'Arca,e che
furono salvati. Maria e Marta, ve lo giuro: se dovesse venire un altro
225
diluvio e se dipendesse da me, vi chiamerei, o sorelle, perché entriate nella
nuova Arca. Questa sera, infatti, avete visto arrivare uno sconosciuto, mal-
vestito e scalzo, gli avete acceso un fuoco ed egli si è riscaldato, gli avete
dato del pane ed egli si è saziato, gli avete detto delle parole benevole e il
regno dei cicli è entrato nel suo cuore. Bevo alla vostra salute, sorelle; che
il nostro incontro sia benedetto.»
Maria gli si avvicinò e si sedette ai suoi piedi.
«Non mi stanco di ascoltarti, straniero», disse, rossa in viso. «Parla
ancora.»
Marta appoggiò la pentola sul focolare, preparò la tavola e attinse del-
l'acqua fresca dal pozzo del cortile. Poi disse a un ragazzetto vicino di casa
di andare a chiedere ai tre anziani del villaggio di farle la grazie di venire a
casa loro perché era giunto un visitatore.
«Parla ancora», ripeté Maria, vedendo che Gesù taceva.
«Che cosa vuoi che ti dica, Maria?» disse Gesù sfiorando le sue trecce
nere. «Il silenzio è cosa buona; dice tutto.»
«Il silenzio non è sufficiente per una donna», ribatté Maria.
«L'infelice ha bisogno pure di una buona parola.»
«Neppure una buona parola è sufficiente alla donna, non ascoltare!»
esclamò Marta che stava mettendo dell'olio nella lampada per farla durare
più a lungo quella sera, in cui sarebbero venuti gli anziani per discutere di
argomenti molto seri. «Una buona parola non è certo sufficiente ad accon-
tentarla, povera infelice. Essa desidera un uomo che faccia rumore quando
cammina, vuole un bambino da allattare per alleviare il suo seno... Vuole
molte cose la donna, Gesù di Galilea, ma voi uomini non potete certo
saperlo!»
Cercò di sorridere, ma non vi riuscì. Aveva trent'anni e non era sposata.
Tacquero. Ascoltavano il fuoco divorare i ceppi d'ulivo e lambire con le
sue fiamme la marmitta di terracotta che bolliva. Tutti e tre avevano lo
sguardo fisso sulle fiamme. Finalmente parlò Maria:
«Mentre la donna è seduta a filare, non puoi immaginare tutto ciò che le
passa per la testa! Se lo potessi sapere, compatiresti quella donna, Gesù di
Nazareth!»
«Lo so», disse Gesù sorridendo. «Una volta, in un'altra vita, sono stato
donna anch'io, e tessevo.»
«E a che cosa pensavi?»
«A Dio. A nient'altro che a Dio, Maria. E tu?»
Maria non rispose, ma il suo cuore era pesante. Marta udiva il dialogo,
226
mormorava, sospirava, ma si tratteneva. Taceva, ma alla fine non resistette.
«Maria e io», ella disse, e la voce le si era fatta roca, «Maria e io e tutte
le donne del mondo che non hanno un marito pensano a Dio, stai pure
tranquillo. Lo tengono sulle loro ginocchia come un uomo.»
Gesù abbassò la testa e ammutolì. Marta tolse la marmitta dal fuoco, la
cena era pronta. Andò a prendere in cantina le scodelle di terracotta per
servire la minestra.
«Voglio confessarti una cosa alla quale pensavo un giorno in cui stavo
tessendo.» Maria parlava a bassa voce, affinché la sorella, dalla cantina,
non potesse udirla. «Anch'io pensavo a Dio, quel giorno, e gli ho detto:
'Mio Dio, se un giorno Tu accettassi di entrare nella nostra umile casa, Tu
saresti il padrone e noi le visitatoci'. E poi...» Le venne un nodo alla gola e
tacque.
«E poi?» riprese Gesù, chinandosi per udire.
Comparve Marta con le scodelle.
«Niente», mormorò Maria, alzandosi.
«Venite, andiamo a mangiare», disse Marta. «Gli anziani non tarderan-
no, non devono trovarci ancora a tavola.»
Si inginocchiarono tutti e tre, Gesù prese il pane, lo alzò in alto e recitò
la preghiera con tanto fervore e passione che le due sorelle, sorprese, si
girarono e lo guardarono. E, vedendolo, ne furono spaventate. Il suo viso
risplendeva e dietro alla sua testa l'aria era diventata di fuoco e vibrava.
Maria fece un gesto con la mano.
«Signore», disse «tu sei il padrone qui e noi le visitatrici. Ordina!»
Gesù abbassò la testa per celare il suo turbamento. Era il primo richia-
mo, la prima anima che lo riconosceva.
Stavano alzandosi da tavola quando, sulla porta, apparve un'ombra: un
vecchio gigantesco stava ritto sulla soglia. Aveva una barba lunga quanto
un fiume, un'ossatura potente, braccia solide, il petto villoso dai peli di
ariete. Aveva un bastone ricurvo, più alto di lui, che non gli serviva per
appoggiarsi ma per picchiare e mettere gli uomini al passo.
«Vecchio Melchisedech», dissero le due ragazze chinandosi, «che tu sia
il benvenuto in casa nostra.»
L'uomo entrò, liberò la soglia e apparve un altro anziano, molto vec-
chio, magro, con una lunga testa cavallina, sdentato; ma i suoi occhietti
lampeggiavano e non si riusciva a sostenere a lungo il suo sguardo. Si dice
che il serpente nasconde il veleno dietro ai suoi occhi; lui, dietro ai suoi
occhi, aveva il fuoco. E, dietro al fuoco, un cervello ritorto e perverso.
227
Le ragazze s'inchinarono e gli dettero il benvenuto ed egli, a sua volta,
entrò. Dietro a lui apparve il terzo vecchio, cieco, piccolo, e grasso.
Tendeva il suo bastone davanti a sé, era il bastone che aveva gli occhi e
che lo guidava senza sbagliarsi. Amava scherzare, era un brav'uomo.
Quando giudicava i contadini, non aveva l'animo di castigarli. «Non sono
Dio», diceva, «colui che giudica sarà giudicato. Riconciliatevi, figlioli,
perché non voglio storie nell'altro mondo.» Alcuni dicevano che era pazzo,
altri che era santo; il vecchio Melchisedech non lo poteva soffrire, ma che
cosa doveva fare? Era il fattore più importante del villaggio, della razza dei
sacerdoti di Aronne!
«Marta», disse Melchisedech, «Marta, chi è lo straniero che è entrato
nel nostro villaggio?»
Gesù si alzò dal cantuccio del focolare dov'era tranquillamente seduto.
«Tua signoria?» fece il vecchio esaminandolo dalla testa ai piedi.
«Io», disse Gesù. «Sono di Nazareth.»
«Galileo?» balbettò il secondo vecchio, lingua di vipera. «Non può
venir fuori nulla di buono da Nazareth. Lo dicono le Scritture.»
«Non lo trattare male, vecchio Samuele», disse il cieco. «Per dire il
vero i Galilei sono un po' sciocchi, chiacchieroni e sono portati a scherzi
un po' pesanti; ma sono brava gente. Il nostro ospite, questa sera, è un
brav'uomo. Lo capisco dalla sua voce.»
Si girò verso Gesù.
«Che tu sia il benvenuto, figliolo», disse.
«Sei un mercante?» chiese il vecchio Melchisedech. «Che cosa vendi?»
Mentre gli anziani parlavano, entrarono i ricchi proprietari, i benestanti
del villaggio. Avevano saputo che era arrivato uno straniero, si erano
vestiti come per una festa ed erano giunti ad augurargli il benvenuto, a
informarsi da dove veniva e ad ascoltare ciò che raccontava, tanto per pas-
sare il tempo. Entrarono e si inginocchiarono in terra, dietro agli anziani.
«Non vendo nulla», disse Gesù. «Nel mio villaggio, ero falegname. Ma
ho abbandonato il mio lavoro e la casa di mia madre e mi sono votato a
Dio.»
«Hai fatto bene, figliolo», disse il cieco. «Sei fuggito dal mondo. Ma,
attenzione, o infelice, ora avrai a che fare con un diavolo sacro: con Dio.
Per sfuggirgli, a quello...!»
Si mise a ridere.
Udendolo, il vecchio Melchisedech fu sul punto di scoppiare di collera,
ma rimase muto.
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«Monaco?» sibilò il secondo vecchio, beffardo. «Anche tu sei la vita, o
Zelota, o un falso profeta?»
«No, no», rispose Gesù, addolorato, «no, no.»
«Che cosa, allora?»
Nel frattempo entrarono le donne, ben vestite, per vedere lo straniero e
affinché lo straniero le vedesse. Era vecchio? Giovane? Bello? Che cosa
vendeva? Avrebbe potuto essere un fidanzato per le due belle zitelle Marta
e Maria? Era ormai tempo che un uomo le prendesse fra le braccia,
pensavano, altrimenti diventeranno pazze, quelle poverine.
Si erano preparate ed erano venute; si erano messe in fila, in piedi,
dietro agli uomini.
«E che cosa allora?» ripeté il vecchio pieno di fiele.
Gesù tese i palmi delle mani in direzione del fuoco; di colpo si era
messo a tremare; le sue vesti, ancora umide, emanavano vapore. Rimase in
silenzio per un po'. Il momento è propizio per parlare, pensava, per rivelare
le parole che Dio mi ha confidato e per risvegliare in tutti questi uomini e
queste donne che si perdono in vane inquietudini, il Dio che dorme in loro.
Che cosa vendo? Risponderò loro: «Il regno dei cieli, la salvezza dell'ani-
ma, la vita eterna». Che diano tutto ciò che possiedono per comprare
quest'immensa Perla preziosa. Gettò una rapida occhiata, guardò al lume
della lampada e al chiarore delle fiamme tutti quei visi che lo circonda-
vano, avidi, furbi, inariditi dalle misere angosce che rodono gli uomini,
inaspriti dalla paura. Ebbe pietà di loro. Stava per alzarsi e parlare, ma era
molto stanco, quella sera, erano notti che non dormiva sotto un tetto, che la
sua testa non si appoggiava su di un cuscino. Aveva sonno; si appoggiò
contro il muro annerito del camino e chiuse gli occhi.
«È stanco», disse Maria e guardò gli anziani con aria di supplica. «È
stanco, uomini, non tormentatelo...»
«È giusto!» urlò Melchisedech. Si appoggiò al bastone e fece cenno di
alzarsi per andarsene. «Hai ragione, Maria; gli stiamo parlando come se lo
giudicassimo. Dimentichiamo», si voltò verso il secondo anziano, «dimen-
tichi, vecchio Samuele, che spesso gli angeli scendono sulla terra travestiti
da poveri, vestiti di stracci, scalzi, senza bastone né bisaccia, come costui.
È bene comportarci nei riguardi dello straniero come se fosse un angelo. È
il linguaggio della saggezza.»
«E anche il linguaggio della follia!» esclamò il cieco, scoppiando a
ridere. «Ed è quanto dico anch'io. E non è solamente lo straniero che dob-
biamo prendere per un angelo, ma tutti gli uomini... anche il vecchio
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Samuele!»
Samuele, lingua di vipera, divenne furente di collera: fu sul punto di
aprir bocca, ma si trattenne. È ricco, quello sporco cieco, pensò, potrei
aver bisogno di lui, uno di questi giorni. Facciamo finta di non aver
sentito; è la voce della saggezza.
Il soave chiarore del fuoco cadeva sul viso stanco e sul petto scoperto di
Gesù e accendeva riflessi azzurrini sulla sua barba ricciuta, nera come l'ala
di un corvo.
«Anche se è povero», mormoravano le donne, «è un bel ragazzo. Hai
visto i suoi occhi? Non ho mai visto occhi più dolci in tutta la mia vita.
Neppure quelli di mio marito quando mi tiene fra le braccia.» «Non ne ho
mai visti di più selvaggi», disse un'altra. «Sono terrificanti. Si prova il
desiderio di abbandonare tutto e di fuggire sulle montagne.» «E hai visto
come Marta se lo divorava con gli occhi? Diventerà pazza, poverina.» «Ma
lui era Maria che guardava di nascosto», disse un'altra. «Le due sorelle
litigheranno, ricordate ciò che vi dico, noi siamo le loro vicine e udiremo
le loro grida.»
«Andiamo!» ordinò il vecchio Melchisedech. «Abbiamo fatto la fatica
di venire qui invano, il visitatore ha sonno. Alzatevi, vecchi, andiamo!»
Tese il bastone per aprirsi un varco fra gli uomini e le donne.
Ma nel momento in cui arrivava sulla soglia, si udirono dei passi
precipitosi nel cortile e apparve un uomo livido, senza fiato, che cadde
davanti al focolare. Le due sorelle si chinarono su di lui, spaventate e lo
presero fra le braccia.
«Fratello», gridavano, «che cosa ti è successo? Chi ti insegue?»
Il primo anziano si fermò. Toccò con il bastone il nuovo arrivato.
«Lazzaro», disse, «se porti brutte notizie, che le donne se ne vadano e
che gli uomini rimangano qui per udirle.»
«Il re ha catturato Giovanni Battista e gli ha fatto tagliare la testa!» urlò
Lazzaro.
Si rialzò; tremava. Aveva il viso terreo, livido, e i suoi occhi, di un
verde slavato, brillavano davanti al fuoco come quelli di un gatto selvatico.
«Non abbiamo perso la nostra giornata», disse il cieco, soddisfatto. «Da
stamattina, quando ci siamo svegliati, fino a ora, quando andiamo a cori-
carci, è successo qualcosa, malgrado tutto. Il mondo si è mosso. Sediamoci
su degli sgabelli per ascoltare. Mi piacciono le novità, anche se sono
cattive.»
Si chinò verso Lazzaro.
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«Parla, ragazzo mio, te ne prego. Quando, come e perché è successa tale
disgrazia? Racconta tutto, in ordine, non ti affrettare, ci farai passare il
tempo. Riprendi fiato, che noi ti ascoltiamo.»
Gesù era trasalito; guardava Lazzaro e le sue labbra tremavano. Era un
nuovo segno che Dio gli mandava, il Precursore aveva abbandonato questo
mondo, non era più necessario, aveva preparato il cammino, compiuto il
suo compito, e se n'era andato... È giunta la mia ora... È giunta la mia ora,
pensò Gesù, rabbrividendo, ma taceva e manteneva il suo sguardo fisso
sulle labbra livide di Lazzaro.
«L'ha ammazzato?» ruggì il vecchio Melchisedech, percuotendo violen-
temente il suolo con il suo bastone. «A quale punto siamo arrivati? L'ince-
stuoso uccide il santo, depravato l'asceta! La fine del mondo è giunta!»
Le donne furono prese dal panico e si misero a urlare. Il cieco ebbe
pietà di loro.
«Esageri, vecchio Melchisedech», disse. «Il mondo è solido, non abbia-
te paura, donne!»
«La gola del mondo è stata tagliata, la voce del deserto è stata messa a
tacere. Chi implorerà Dio ora, per noi peccatori?» Lazzaro piangeva. «Il
mondo è orfano!»
«Non devi ribellarti al potere», sibilò il secondo anziano. «Qualsiasi
cosa facciano i potenti, chiudi gli occhi, non cercare di vedere. Dio lo
vede, non immischiartene; gli sta bene a Giovanni Battista!»
«Allora bisogna essere schiavi?» ruggì Melchisedech. «Ma perché,
dimmi, Dio ha dato all'uomo una testa? Per alzarla contro i tiranni. Ecco
che cosa dico!»
«Anziani, tacete, per ascoltare com'è successa la disgrazia», disse il
cieco, nervosamente. «Parla tu, Lazzaro, figliolo mio!»
«Stavo andando a farmi battezzare anch'io, per vedere di ritrovare la
salute», cominciò Lazzaro. «In questi ultimi tempi non stavo molto bene,
peggioravo, avevo le vertigini e i miei occhi erano gonfiati; i miei reni...»
«Bene, bene, questo lo sappiamo», tagliò corto il cieco. «E dopo?»
«Arrivai al Giordano, sotto il ponte, dove la gente si raduna per il batte-
simo. Udii grida e singhiozzi e mi dissi che non era nulla, che gli uomini
che dovevano confessare i loro peccati, piangevano. Avanzai e vidi uomini
e donne riversi supini nel fango, che si lamentavano... 'Che cosa succede,
fratelli, perché piangete?' domandai loro. 'Hanno ucciso il Profeta!' 'Chi?'
'Quel criminale senza fede né legge, Erode!' 'Come? Quando?' Era ubriaco;
sua cognata Salomè, l'impudica, ha danzato nuda davanti a lui, e la sua
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bellezza ha fatto girare la testa del vecchio licenzioso. 'Che cosa vuoi che ti
dia?' le chiese, facendosela sedere sulle ginocchia. 'La metà del mio
regno?' 'No.' 'Allora che cosa vuoi?' 'La testa di Giovanni Battista.'
'Prendila!' le rispose e venne a portargliela su un piatto d'argento.» Lazzaro
smise di parlare e si accasciò nuovamente per terra. Tutti tacevano. La
lampada crepitò, vacillò, stava per spegnersi. Marta si alzò; la riempì d'olio
e la fiamma riprese vita.
«Ecco la fine del mondo»... ripeté il vecchio Melchisedech accarezzan-
dosi la barba, dopo un lungo silenzio durante il quale aveva soppesato
dentro di sé il mondo, aveva riflettuto sui crimini e sulle infamie; ogni
giorno arrivavano notizie da Gerusalemme: gli idolatri insozzano il
Tempio Santo, i sacerdoti sgozzano ogni mattino un toro e due agnelli per
sacrificarli, non al Dio d'Israele, bensì all'imperatore maledetto e ateo di
Roma; i ricchi al mattino aprono le loro porte, vedono sulla soglia gli
uomini morti di fame durante la notte, sollevano le loro vesti di seta,
scavalcano i cadaveri e vanno a passeggiare sotto gli archi del Tempio... Il
vecchio Melchisedech aveva meditato su tutto ciò e pronunciato la sua
sentenza: è arrivata la fine del mondo. Si girò verso Gesù.
«E tu, che cosa ne dici?» domandò.
«Arrivo dal deserto», rispose Gesù con voce fattasi improvvisamente
grave, così che tutti si voltarono a guardarlo, «arrivo dal deserto e ho visto:
tre angeli sono già scesi dal cielo per abbattersi sulla terra; li ho visti con i
miei occhi, sono apparsi nel cielo, arrivano! Il primo è la Lebbra, il secon-
do la Follia, il terzo, il più caritatevole, è il Fuoco. Udii un grido: 'Figlio
del falegname, fabbrica un'Arca, facci entrare tutti i giusti che troverai, fai
svelto; il giorno del Signore, il mio giorno, è arrivato'. Arrivo.»
I tre anziani lanciarono un grido. Gli uomini si alzarono battendo i
denti. Le donne, spaventate, si precipitarono tutte insieme verso la porta,
per andarsene. Marta e Maria si piazzarono in piedi di fianco a Gesù come
per chiedergli la sua protezione; non aveva forse giurato di prenderle seco
nell'Arca? L'ora era giunta.
Il vecchio Melchisedech si asciugò il sudore che gli colava dalle bian-
che tempie.
«Ciò che dice questo straniero è la verità!» gridò. «La verità! Fratelli,
ascoltate questo miracolo: stamattina, quando mi sono alzato, ho aperto,
secondo la mia abitudine, le Sacre Scritture e mi sono imbattuto sulle
parole del Profeta Gioele: Tate suonare le trombe di Sion che ne risuoni
tutta la Montagna Santa; tremate, tutti voi, che abitate la terra, perché il
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giorno del Signore arriva fra tenebre e nebbia. Davanti a lui c'è il fuoco e
dietro a lui, pure. Egli è come cavalli che caricano al galoppo, come carri
di guerra che rimbombano sulle pietre. E sopra vi sono montagne di fuoco
che crepitano, come le fiamme che si precipitano sugli arbusti per divorar-
li... Ecco il giorno del Signore!' Lessi quella terribile notizia due o tre volte
e mi misi a salmodiare, scalzo, nel cortile. Poi mi gettai con la faccia in
terra e gridai: 'Se devi venire presto, o Signore, mandami un segno,
affinché io mi prepari, che abbia pietà dei poveri, che apra le mie cantine,
che espii i miei peccati... Mandami un lampo, un uomo, che me lo annunci,
affinché io abbia tempo!'»
Si girò verso Gesù.
«Tu sei il segno», disse. «È Dio che ti manda. Avrò il tempo? Quand'è
che il cielo si aprirà, figliolo mio?»
«Ogni istante che passa, vecchio», rispose Gesù, «è un cielo pronto ad
aprirsi. A ogni istante la Lebbra, la Follia e il Fuoco fanno un passo e
avanzano. Le loro ali sfiorano già i miei capelli.»
Lazzaro aveva spalancato i suoi occhi verdi e slavati e guardava Gesù.
Fece un passo, titubante.
«Sei tu Gesù di Nazareth?» domandò. «Si racconta che nel momento in
cui il boia afferrò l'ascia per tagliare la testa del Battista, il Profeta abbia
teso la mano verso il deserto, gridando: 'Gesù di Nazareth, abbandona il
deserto, vieni dagli uomini. Vieni, affinché il mondo non rimanga solo!' Se
tu sei Gesù di Nazareth, benedetta sia la terra che calpesti; la mia casa è
stata santificata, sono stato battezzato, sono guarito. Mi prosterno ai tuoi
piedi per adorarti.»
Si chinò per baciare i piedi di Gesù, ricoperti di ferite.
Ma Samuele, il vecchio furbo, non tardò a riprendersi dalla sorpresa.
Per un attimo, la sua mente ne era rimasta turbata, ma aveva rapidamente
ritrovato il suo equilibrio. Nei profeti si trova tutto ciò che si vuole, pensò.
In una colonna, Dio si scatena contro il suo popolo, alza il pugno per
schiacciarlo. Nella colonna di fronte, è tutto zucchero e miele. A seconda
dell'umore con cui ci svegliamo, troviamo la profezia che ci si addice.
Allora non facciamoci cattivo sangue... Scosse la testa cavallina e rise, di
nascosto, sotto la barba. Ma non aprì la bocca per parlare. Lasciamo che il
popolo abbia paura, pensò, gli farà solo bene; se non esistesse la paura,
dato che i poveri sono più numerosi e più robusti di noi, per noi sarebbe la
fine!
Taceva e guardava con disprezzo Lazzaro che baciava i piedi del
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visitatore e che gli parlava.
«Se i Galilei, almeno quelli che ho conosciuto al Giordano», gli diceva,
«sono tuoi discepoli, Rabbi, mi hanno dato un messaggio nel caso ti avessi
incontrato. Se ne andranno e ti aspetteranno a Gerusalemme, alla porta di
Davide, nella taverna di Simone il Cireneo. L'assassinio del Profeta ha
fatto loro paura e vanno a nascondersi. La persecuzione è cominciata.»
Nel frattempo, le donne sollecitavano i propri mariti ad andarsene con
loro. L'avevano ben capito: quello straniero aveva un occhio viperino; vi
guarda e il vostro spirito si perde, vi parla e il mondo crolla.
Il cieco ebbe nuovamente pietà di quegli uomini.
«Coraggio, ragazzi», esortò, «odo delle cose gravi, ma non abbiate pau-
ra. Ancora una volta tutto si sistemerà senza violenza, vedrete. Il mondo è
solido e ben saldo. Finché durerà Dio, esso durerà. Non ascoltate coloro
che hanno gli occhi aperti, ascoltate me. Sono cieco, ecco perché vedo
meglio di voi tutti. La Tribù d'Israele è immortale, ha concluso un accordo
con Dio; Dio vi ha messo la sua firma, ci ha donato tutta la terra. Non
abbiate paura, è quasi mezzanotte, andiamo a dormire.»
Tese il suo bastone davanti a sé e si diresse dritto verso la porta.
I tre anziani andarono in testa, seguiti dagli uomini, quindi dalle donne;
la casa rimase vuota.
Le due sorelle prepararono il giaciglio del visitatore sulla pedana di
legno; Maria tirò fuori dal suo baule le lenzuola di lino e seta che teneva
via per le sue nozze, Marta portò il piumino di seta che da tanti anni
conservava, senza toccarlo, nel baule, nell'attesa della tanto agognata notte
in cui se ne sarebbe coperta con il marito; portò pure delle erbe aromati-
che, basilico e menta e ne riempì il guanciale di Gesù.
«Questa sera dormirà come un fidanzato», disse Marta sospirando; an-
che Maria sospirò ma tacque. Mio Dio, disse dentro di sé, non mi ascol-
tare; il mondo è ben fatto, anche se io sospiro. È fatto bene, non ho paura
che della solitudine, e questo visitatore mi piace molto.
Le due sorelle entrarono nella stanzetta del fondo e si distesero sui loro
sterili letti; i due uomini si stesero sulla pedana di legno, uno da ciascuna
parte e i loro piedi si toccavano. Lazzaro era felice. C'era un'aria di santità,
una beatitudine, in tutta la casa! Respirava con calma e profondamente;
appoggiava lievemente i piedi contro i piedi sacri e sentiva salire e diffon-
dersi per tutto il corpo una forza misteriosa, una certezza divina; la sua
schiena non gli faceva più male, il suo cuore batteva con un ritmo
armonioso, il suo sangue scorreva tranquillo e felice dalla testa ai piedi e
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irrigava il suo corpo gonfio e sfinito.
È questo il battesimo, pensava, questa sera sono stato battezzato. Anche
la casa e le mie sorelle, sono state battezzate. Il Giordano è venuto fino a
casa mia.
Le due sorelle non riuscivano a chiudere occhio. Erano anni che nessu-
no straniero dormiva a casa loro. Gli stranieri si fermavano sempre da un
notabile; come avrebbero potuto giungere alla loro casa che era umile e
isolata? Il loro fratello era malaticcio e strano, non amava la compagnia. E
quella sera, che felicità inattesa! Le loro narici fremevano, fiutavano l'aria.
Com'era cambiata, com'era profumata, non di basilico e di menta, no, ma
di uomo.
«Pare che Dio l'abbia mandato per costruire un'Arca e ci ha dato la sua
parola di farci entrare... Senti che cosa ti dico, Maria, o stai dormendo?»
«Non dormo», rispose Maria. Sosteneva con tutte e due le mani i seni
che le dolevano.
«Mio Dio», continuò Maria, «che la fine del mondo arrivi in fretta, per
entrare nell'Arca con lui. Io lo servirò, non ne provo vergogna, e tu gli farai
compagnia. L'Arca navigherà sulle acque eterne; e io lo servirò in eterno e
tu sarai seduta ai suoi piedi e gli terrai compagnia. È così che io immagino
il Paradiso. E tu, Maria?»
«Anch'io», mormorò Maria e chiuse gli occhi.
Parlavano e sospiravano. Gesù dormiva profondamente e gli pareva di
essere in piedi; come se non fosse stato immerso nel sonno, come se fosse
entrato con tutto il corpo e con tutta l'anima nel Giordano; si rinfrescava, il
suo corpo si levava da dosso la sabbia del deserto, la sua anima si allegge-
riva delle virtù e dei vizi degli uomini, tornava a essere pura. Per un istan-
te, nel sonno, gli parve di essere uscito dal Giordano, di aver preso un
sentiero verde che nessuno aveva mai calpestato prima e che entrava in un
giardino profondo, pieno di fiori e di frutta. E non era più lui, Gesù di
Nazareth, il figlio di Maria, ma era Adamo, la prima creatura. Era appena
uscito dalle mani di Dio, la sua carne era ancora fresca argilla; si era steso
sull'erba in fiore, al sole, per asciugarsi, perché le sue ossa s'indurissero, il
suo viso si colorisse, e perché le settantadue articolazioni del suo corpo si
saldassero per bene affinché egli potesse alzarsi e camminare. E mentre era
steso al sole e si completava la sua maturazione, degli uccelli svolazzavano
sulla sua testa, andavano da un albero all'altro, camminavano nell'erbetta
primaverile, si parlavano tra di loro cinguettando, guardavano, osserva-
vano quella strana creatura nuova che riposava sull'erba; ognuno diceva la
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sua, poi volavano via.
E Gesù conosceva, almeno gli pareva, il linguaggio degli uccelli ed era
felice di udirli.
Il pavone faceva la ruota, fiero delle sue penne, camminava dappertutto,
gettava sguardi obliqui e affettuosi su Adamo, disteso in terra e gli spie-
gava: «Ero una gallina, ho amato un angelo e sono diventato un pavone.
Esiste forse al mondo un uccello più bello di me? Non ne esistono». La
tortora svolazzava di albero in albero, allungava il collo verso il cielo e
cantava: «Amore! Amore! Amore!» Il tordo: «Solo fra tutti gli uccelli, nel
freddo più intenso, canto e mi riscaldo». La rondine: «Se non esistessi, gli
alberi non fiorirebbero mai». Il gallo: «Se non esistessi, il sole non sorge-
rebbe mai». L'allodola: «Quando il mattino salgo in cielo a cantare, dico
addio ai miei figli, perché non so se dopo aver cantato sarò ancora viva».
L'usignolo: «Non badare alla povertà dei miei indumenti; anch'io avevo
grandi ali splendenti, ma le ho tramutate in canto». E un merlo dal becco
ricurvo venne a posarsi sulla spalla della prima creatura, si chinò sul suo
orecchio e gli parlò a bassa voce, come per confidargli un segreto molto
importante:
«Le porte del Paradiso e dell'Inferno sono una di fianco all'altra; identi-
che tutte e due, verdi tutte e due, belle tutte e due. Fai attenzione, Adamo!
Fai attenzione, Adamo! Fai attenzione, Adamo!»
E, con il canto del merlo, all'alba, Gesù si svegliò.

19

Dio, e gli uomini assieme a lui, realizzano grandi cose. Senza l'uomo,
Dio non avrebbe su questa terra uno spirito che rifletta in modo più intelli-
gibile le sue creature e che esplori con sfacciataggine e terrore la sua
sapienza onnipotente; non vi sarebbe su questa terra un cuore che soffra
per le angosce altrui e che si sforzi di inventare le virtù e le angosce che
Dio ha rifiutato, dimenticato o temuto di creare. Ha tuttavia soffiato sul-
l'uomo e gli ha dato l'audacia e la forza di continuare la creazione...
E l'uomo, al contrario, senza Dio e disarmato come è alla sua nascita,
sarebbe stato distrutto dalla fame, dalla paura e dal freddo e, se si fosse
salvato, si trascinerebbe come una limaccia a mezza strada fra il leone e la
pulce. E se riuscisse, attraverso una lotta incessante, a reggersi sulle zampe
posteriori, non potrebbe mai liberarsi dall'abbraccio caldo e tenero di sua
madre, la scimmia..., pensava Gesù, ed era la prima volta, quel giorno, che
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sentiva così profondamente che Dio e l'uomo erano tutt'uno.
All'alba aveva preso il cammino per Gerusalemme e si sentiva vicino a
Dio, come se l'avesse di fianco a sé; facevano la strada insieme e avevano
entrambi la medesima preoccupazione: la terra aveva preso una strada
diversa, invece di salire verso il cielo, scendeva verso l'Inferno. Bisognava
che tutti e due insieme, Dio e il Figlio di Dio, si sforzassero di farle
riprendere al giusta strada. Era per questo che Gesù aveva tanta fretta e
divorava la strada a grandi passi, impaziente di ritrovare i suoi compagni e
di cominciare la lotta. Il sole, che saliva dal Mar Morto, gli uccelli che,
abbagliati dalla sua luce, cantavano, le foglie degli alberi che tremavano e
la strada bianca che arrivava fino alle mura di Gerusalemme e che se lo
portava con sé, tutto ciò gridava: «Fai svelto! Fai svelto! Stiamo affon-
dando!»
«Lo so, lo so», rispondeva Gesù, «lo so, arrivo!»
Di buon mattino anche i compagni scivolavano lungo i muri e nelle
stradine ancora solitarie di Gerusalemme; non erano insieme, ma cammi-
navano a due a due, Pietro con Andrea, Giacomo con Giovanni e Giuda, da
solo, davanti. Avevano paura, gettavano sguardi furtivi dappertutto per
vedere se erano seguiti; correvano. La porta di Davide si levò davanti a
loro, presero la prima traversa a sinistra e sgusciarono come ladri nella
taverna di Simone il Cireneo.
L'oste, panciuto, con il suo nasone rosso e gonfio, gli occhi pure rossi e
gonfi, si era appena alzato dal pagliericcio ed era assonnatissimo. Sbevac-
chiava fino a tardi, di notte, con gli ubriachi che frequentavano la sua
osteria, cantava, litigava, ci metteva dei secoli per andare a dormire e il
mattino, nauseato, di cattivo umore, puliva il banco dei resti della
gozzoviglia. Era in piedi ma non era del tutto sveglio. Gli pareva di tenere
in mano una spugna e di pulire il banco... e mentre si dibatteva fra la veglia
e il sonno udì degli uomini che, ansimando, entravano nella sua taverna e
si girò. Gli occhi gli bruciavano, aveva la bocca impastata e la barba piena
di pezzetti di semi di zucca arrostiti.
«Chi siete, banditi?» urlò con voce rauca. «Lasciatemi tranquillo, vi
dico. Sbarcate qui per bere e mangiare di mattino presto, eh? Sono di
cattivo umore, andatevene!»
A furia di gridare, pian piano si stava svegliando e scorse il vecchio
amico Pietro e i suoi compagni, i Galilei. Si avvicinò, li guardò da vicino e
scoppiò a ridere.
«Ehi! Che facce avete! Tirate dentro le vostre lingue che non pendano
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in questo modo, tenetevi stretta la pancia con tutte e due le mani perché
non scoppi dalla paura che avete! Potete essere fieri di voi, miei gagliardi
Galilei!»
«In nome del cielo, Simone, non far accorrere gente con le tue grida»,
gli rispose Pietro e allungò una mano per tappargli la bocca. «Chiudi la
porta. Il re ha ucciso il Profeta Giovanni Battista, non ne sei al corrente?
Gli ha tagliato la testa e l'ha messa su un vassoio d'argento...»
«Ha fatto bene. Gli aveva rotto le orecchie a forza di urlare che aveva
preso la sposa di suo fratello! È un re e fa quello che vuole. E poi, per non
nascondervi niente, aveva rotto le orecchie pure a me.»
«'Pentitevi! Pentitevi!' Che vendetta!»
«Pare che ammazzerà tutti coloro che sono stati battezzati, che li
passerà a fil di spada. E noi siamo battezzati, capisci?»
«E chi vi ha detto di andare a farvi battezzare, imbecilli? Vi sta bene!»
«Ma anche tu ti sei fatto battezzare, specie di otre che non sei altro», gli
disse crudamente Pietro, «non ce l'hai forse detto? Perché gridi tanto?»
«Questa non è la stessa cosa, sporco pescatore che sei, io non mi sono
fatto battezzare; lo chiami un battesimo, quello? Mi sono tuffato nell'acqua
e ho fatto un bagno. E tutto ciò che mi ha detto il falso profeta, l'ho lasciato
entrare da un orecchio e uscire dall'altro. È così che fanno tutti quelli che
hanno un po' di sale in zucca, ma voialtri con la vostra testolina senza
cervello... Appena c'è un falso profeta che promette mari e monti, siete
sempre i primi. Vi si dice: tuffatevi in acqua, pluf, vi tuffate e vi buscate un
malanno. Non ammazzate le vostri pulci di Sabbat, è un grande peccato,
allora voi non le ammazzate e sono loro ad ammazzare voi; non pagate la
tassa sulla persona: voi non pagate e zac! vi tagliano la testa. Vi sta bene!
E adesso sedetevi e beviamoci su, per rimetterci; e perché io mi svegli!»
Due grosse botti formavano una macchia d'ombra nel fondo della
taverna. Su di una v'era un gallo dipinto in rosso e sull'altra, in grigio
chiaro, un maiale. L'oste riempì una brocca di vino dalla botte con il gallo,
prese sei bicchieri, li gettò in una bacinella d'acqua sporca per lavarli.
L'odore del vino gli diede una sferzata e si svegliò.
Un cieco apparve sulla soglia della taverna e vi si fermò. Sostenne il
suo bastone fra le gambe e cominciò ad accordare un vecchio oboe,
tossicchiò e sputò per schiarirsi la gola. Eliacin, in gioventù, era stato
cammelliere e un giorno, passando nel deserto, in una pozza d'acqua sotto
un dattero, aveva visto una donna che si lavava. Invece di girare gli occhi,
lo sfrontato aveva fissato il suo sguardo sulla bella beduina. La sfortuna
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fece sì che il marito, rannicchiato dietro a una roccia, avesse appena acceso
il fuoco per far da mangiare. Vide il cammelliere che si avvicinava sempre
più e che divorava con gli occhi il corpo nudo di sua moglie. Si era preci-
pitato, aveva preso due carboni ardenti e li aveva spenti negli occhi del
cammelliere... Da quel giorno, il povero Eliacin si era messo a cantare
salmi e canzoni. Faceva il giro delle taverne e delle case di Gerusalemme
con il suo oboe; a volte cantava la bontà di Dio, a volte il corpo della
donna. Gli si dava un pezzo di pane secco, una manciata di datteri, due
olive, ed egli andava a cantare un po' più in là.
Accordò l'oboe, si schiarì la gola, gonfiò il petto e si mise a vocalizzare
sull'aria del suo salmo preferito: «Abbi pietà di me, mio Dio, con la tua
grande misericordia e con la tua grande compassione, cancella le mie ini-
quità...» In quel mentre stava arrivando l'oste con la brocca di vino e i
bicchieri. Udì quel salmodiare e si incollerì.
«Basta! Basta così!» gridò. «Anche tu mi spacchi le orecchie: sempre la
stessa solfa: 'Abbi pietà di me... Abbi pietà di me...' Vattene al diavolo,
sono forse io il peccatore? Sono forse io che ho alzato gli occhi per
guardare la donna altrui quando si lavava? Dio ci ha dato gli occhi per non
guardare, non l'hai ancora capito? Ti sta bene. Sciò, Vattene!»
Il cieco riprese il suo bastone, strinse l'oboe sotto il braccio e, senza dire
neppure una parola, si allontanò.
«Abbi pietà di me, mio Dio... Abbi pietà di me, mio Dio...» intonò
l'oste, irritato. «Davide ha dato dolci occhi alla donna di un altro e questo
cieco ha fatto gli occhi dolci a una donna altrui e viene a dar noia a noi...
poveri amici miei...»
Riempì i bicchieri e bevvero. Riempì di nuovo il suo e bevve ancora.
«Adesso vi farò una testa d'agnello al forno, una cosa prelibata... da
leccarsi i baffi!»
Andò nel cortile dove aveva costruito con le sue mani un piccolo forno,
portò degli sterpi e dei rametti, accese il fuoco e mise nel forno la teglia
con la testa dell'agnello, quindi tornò dai suoi amici. Impazziva per il vino
e per le discussioni.
Ma i compagni non erano dell'umore adatto. Stretti fianco a fianco da-
vanti al fuoco, tenevano gli occhi fissi sulla porta; stavano sui carboni
ardenti, volevano andarsene. Scambiavano due parole a fior di labbra, poi
tacevano di nuovo. Giuda si alzò e andò fino alla porta. Era disgustato di
vedere quei vigliacchi che avevano perso la testa, tanta era la loro paura.
Come sapevano correre, a che velocità avevano divorato la strada dal
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Giordano a Gerusalemme, per arrivare, più morti che vivi, a infilarsi in
quella taverna isolata! E qui, con le orecchie tese, stanno tremando come
lepri e si alzano sulla punta dei piedi pronti a fuggire... Che il diavolo vi
porti, Galilei fanfaroni! Dio d'Israele, ti ringrazio di non avermi fatto come
loro. Io sono nato nel deserto e non sono fatto di molle terriccio di Ga-
lilea, bensì di granito arabo. E tutti voi, che lo curavate e lo coccolavate,
che gli elargivate giuramenti e baci: adesso si salvi chi può! Ma io, il
selvaggio, il Rosso maledetto, lo sgozzatore, io non lo abbandono e aspet-
terò qui che Egli torni dal deserto del Giordano per vedere che cosa ci
porta indietro. Solo allora mi deciderò. Perché io non mi preoccupo per la
mia pelle. Solo una cosa m'importa: la sofferenza d'Israele.
Udì discussioni a voce sommessa provenienti dalla taverna. Si voltò.
«Io sono del parere di ripartire per la Galilea, laggiù saremo sicuri.
Ricordatevi del nostro lago, compagni», diceva Pietro sospirando. Vide la
sua barca verde dondolare sull'acqua azzurra e gli venne il magone; vide i
sassoli-ni, gli oleandri, le reti colme di pesci e i suoi occhi si riempirono di
lacrime. «Andiamocene, ragazzi, andiamo via!»
«Gli abbiamo dato la nostra parola di aspettarlo in questa taverna.
L'onore ci obbliga a mantenerla», disse Giacomo.
«Chiederemo al Cireneo», propose Pietro, «di sistemare ogni cosa, di
dirgli, se viene...»
«No! No!» replicò Andrea, «non possiamo lasciarlo da solo in questa
città così crudele. Lo aspetteremo qui.»
«Io sono del parere di tornare in Galilea», disse Pietro ostinato.
«Fratelli», disse Giovanni, afferrando in gesto di supplica le mani e le
braccia dei suoi compagni, «fratelli, pensate alle ultime parole del Battista.
Ha steso le braccia sotto la spada del carnefice e ha gridato: 'Gesù di Naza-
reth, abbandona il deserto; io me ne vado, vieni a riunirti con gli uomini,
vieni, non lasciare il mondo da solo!' Queste parole hanno un significato
profondo, amici. Che Dio mi perdoni se dirò una bestemmia, ma...»
La sua voce si spezzò: Andrea lo prese per mano.
«Parla, Giovanni. Qual è l'atroce presentimento che non hai il coraggio
di rivelare?»
«...Ma se il nostro Maestro fosse... il...» e si mise a balbettare.
«Chi?»
La voce di Giovanni suonò debole, ansimante, piena di timore: «...il
Messia!»
Tutti sussultarono. Il Messia! Che fossero rimasti tanto tempo con lui e
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che non fosse loro mai passato per la testa! All'inizio lo presero per un
brav'uomo, un santo, che portava l'amore al mondo; poi l'avevano preso
per un profeta, non selvaggio come quelli antichi, ma allegro e accatti-
vante. Faceva scendere in terra il regno dei cieli, ossia il cammino più
facile e la giustizia. E il Dio d'Israele ha la testa dura; il Dio dei loro ante-
nati, Geova, lui lo chiamava Padre e, appena l'aveva chiamato così, ecco
che Egli era diventato dolcissimo e che tutti gli uomini erano diventati figli
suoi... E ora, qual è la parola sfuggita dalle labbra di Giovanni... il Messia!
Sarebbe come dire: la spada di Davide, l'onnipotenza d'Israele, la guerra! E
loro, i discepoli, i primi a seguirlo, sarebbero diventati grandi signori, dei
tetrarchi e dei patriarchi attorno al suo trono! Come, nel cielo, Dio ha attor-
no a sé gli angeli e gli arcangeli, nello stesso modo essi sarebbero stati de-
gli etnarchi e dei patriarchi regnanti sulla terra! I loro occhi scintillavano.
«Ritiro ciò che ho detto, ragazzi», disse Pietro che era diventato tutto
rosso. «Non l'abbandonerò mai!»
«Neanch'io! Neanch'io! Neanch'io!»
Giuda, irato, sputò per terra e diede un pugno allo stipite della porta.
«Ah! che coraggiosi!» gridò loro. «Finché credevate che fosse un debo-
le, non pensavate che a darvela a gambe. Adesso, .invece, che avete fiutato
cose meravigliose vi dite: 'Non l'abbandonerò mai!' Ebbene, tutti l'abban-
donerete un giorno e lo lascerete da solo, ricordatevi di ciò che dico, e io,
io solo, non lo tradirò; Simone di Cirene, mi sei testimone!»
L'oste che li stava a sentire e ridacchiava sotto i suoi lunghi baffi strizzò
l'occhio a Giuda.
«Ci vuole un bel coraggio», disse, «a voler salvare il mondo con teste
simili!»
Il suo naso sentì odore di bruciato.
«La testa d'agnello che brucia!» gridò e, con un balzo, andò in cortile.
I compagni si guardavano fra loro, sbalorditi.
«È per questo allora che il Battista, vedendolo, è rimasto a bocca
aperta!» disse Pietro battendosi la fronte.
Erano eccitatissimi e la loro mente cercava di ricordare.
«E avete visto una colomba sulla sua testa mentre si faceva battezzare?»
«Non era una colomba, era un fulmine.»
«No, no, era una colomba, tubava.»
«Non tubava, parlava. L'ho udita con le mie orecchie. Diceva: 'Santo!
Santo! Santo!'»
«Era lo Spirito Santo!» disse Pietro e i suoi occhi si riempirono di ali
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dorate. «Lo Spirito Santo è sceso dal cielo e siamo rimasti tutti di sasso,
ricordatevene! Io volevo muovere un piede per avvicinarmi, ma era come
addormentato, non riuscivo a muovermi! Volevo gridare, ma le mie labbra
non riuscivano a unirsi! Il vento era cessato, gli arbusti, il fiume, gli
uomini, gli uccelli, tutto era paralizzato dallo spavento e si muoveva solo
la mano del Battista, piano, e battezzava...»
«Non ho visto né udito nulla!» disse Giuda, irritato. «I vostri occhi e le
vostre orecchie erano ubriachi.»
«Non hai visto, Rosso, perché non hai voluto vedere!» gli rispose Pietro
con rudezza.
«E Vostra Signoria racconta delle storie; tu hai visto perché volevi ve-
dere. Hai avuto voglia di vedere lo Spirito Santo e hai visto lo Spirito
Santo. E il colmo è che adesso tu lo faccia, vedere a quegli sventati e li
trascini nel tuo stesso errore!»
Fino a quel momento Giacomo aveva ascoltato senza parlare. Si
rosicchiava le unghie e taceva, ma non poté più trattenersi.
«Ascoltate, ragazzi», disse, «non prendiamo fuoco come la paglia, ma
studiamo bene la questione. Innanzitutto, è vero che il Battista ha pronun-
ciato quelle parole prima che gli venisse tagliata la testa? Mi sembra
difficile crederlo; poi, chi fra noi era lì per udirlo? E inoltre: anche se il
Battista avesse avuto quelle parole in testa, non le avrebbe pronunciate;
perché il re ne sarebbe venuto a conoscenza e avrebbe mandato delle spie
per sapere chi era quel Gesù nel deserto, l'avrebbe catturato e avrebbe fatto
tagliare la testa anche a lui. Due più due fa quattro, come dice il mio
vecchio padre. Allora non montiamoci la testa!»
Ma Pietro si arrabbiò.
«E io affermo che due più due fa quattordici e la ragione può dire ciò
che vuole. Che il diavolo se la porti via! Servi da bere, Andrea, anneghia-
mo il cervello per poterci vedere chiaro!»
Un colosso dalle guance rugose, scalzo, avvolto in un drappo bianco,
con varie file di amuleti appesi al collo, entrò precipitosamente nella
taverna, si mise la mano sul petto e salutò.
«Vi saluto, fratelli, me ne vado. Vado a trovare Dio. Avete qualche
messaggio da darmi per lui?»
E, senza aspettare risposta, se ne andò di corsa ed entrò nella casa
vicina.
Nello stesso momento l'oste stava entrando con il vassoio e, nella
taverna, si sparse un buon profumino. Fece in tempo a vedere quello
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strampalato colosso e gli gridò:
«Buon viaggio! Salutalo da parte nostra! Ancora uno!» e scoppiò a
ridere. «Accidenti, è proprio vero che è arrivata la fine del mondo, se il
mondo è pieno di pazzi. Quello lì pare che l'altro ieri notte, mentre stava
pisciando, abbia visto Dio. Da quel momento non vuole più vivere, né
mangiare. Ha detto: 'Sono invitato in cielo ed è lassù che mangerò'. Allora
si è avvolgo nel suo lenzuolo funebre, corre di porta in porta, prende i
messaggi, saluta e se ne va... Ecco che cosa succede a chi frequenta troppo
Dio. Attenti, ragazzi, un buon consiglio: non avvicinatelo troppo! Adoro la
Sua Grazia, ma da lontano. Spostatevi!»
Appoggiò in mezzo alla tavola il vassoio con la testa d'agnello fumante.
La sua bocca, gli occhi e le orecchie sprizzavano allegria.
«Una testa freschissima!» gridò, «quella di Giovanni Battista. Buon
appetito!»
Giovanni, colto da nausea, si allontanò. Andrea, che stava per allungare
la mano, si trattenne. La testa, posata sul vassoio, con degli occhi torbidi
spalancati, immobili, li guardava uno per uno.
«Simone miserabile,» disse Pietro, «ci hai disgustato, non la tocchere-
mo neppure. Come potrei fare adesso a mangiargli gli occhi che tanto mi
piacciono. Mi sembrerebbe di mangiare gli occhi di Giovanni Battista.»
L'oste si contorceva dalle risate.
«Non preoccuparti, Pietro», disse, «li mangerò io in vece tua. Ma prima
mangerò la sua lingua che gridava - che il cielo la protegga - 'Pentitevi!
Pentitevi! La fine del mondo è arrivata!' Ma è la tua fine, la tua,
disgraziato, che è arrivata per prima!»
Ciò detto afferrò il suo coltello, tagliò la lingua e se la mangiò in un
boccone. Poi si bevve un bicchierone di vino e rimase in contemplazione
delle sue botti.
«Non fa niente, ragazzi, ho pietà di voi! Cambierò argomento per farvi
dimenticare la testa dì Giovanni Battista e permettervi di mangiare quella
dell'agnello... Allora, sapreste indovinare chi ha dipinto quei capolavori
che state ammirando sulle mie botti, il gallo e il maiale? Modestia a parte,
sono stato io, con le mie mani, che cosa credete? E sapete perché un gallo
e un maiale? Non c'è pericolo, Galilei della malora! Ebbene, ve lo spie-
gherò per illuminare il vostro minuscolo cervello!»
Pietro continuava a guardare la testa d'agnello e si leccava i baffi, ma
non aveva ancora il coraggio di allungare la mano per cavare gli occhi e
mangiarseli. Pensava in continuazione al Battista. Quando vi guardava,
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spalancava gli occhi nello stesso modo.
«Ascoltate», continuò l'oste, «per chiarirvi un po' le idee. Quando Dio
finì di fare il mondo - e mi chiedo che cosa gli è venuto in mente di
mettersi in storie simili - e si lavò le mani piene di fango, chiamò davanti a
sé tutte quelle creature nuove e domandò loro, pieno di orgoglio: 'Allora,
uccelli e animaletti, che cosa ne pensate di questo mondo che ho appena
creato? Vi trovate qualche difetto?' Tutti si misero subito a muggire, a rug-
gire, a miagolare, a belare e a cinguettare: 'Nessuno! Nessuno! Nessuno!'
'Vi benedico', disse Dio, 'io neppure, in fede, gli trovo alcun difetto. Siano
lodate le mie mani!' Ma vide il gallo e il maiale che abbassavano la testa e
che non si pronunciavano. 'Ehi, maiale', gridò Dio, 'e lei, Sua Eccellenza il
Gallo, perché non dite niente? Manca forse qualcosa?' Ma quei due, muti!
Il diavolo aveva detto loro, sussurandoglielo in un orecchio: 'Ditegli che
manca un ceppo basso, che dia l'uva. Si pigia, si mette in barili e si fa il
vino'. 'Perché non parlate, animali?' gridò ancora una volta Dio alzando la
sua grande mano. Allora i due animali, ai quali il diavolo infondeva corag-
gio, rialzarono la testa. 'Che cosa vuoi che ti diciamo, Maestro Costruttore?
Gloria alle tue mani, il tuo mondo è perfetto! Ma gli manca un ceppo,
basso, che dia l'uva. La si pigia, la si mette in barili e se ne fa il vino.' 'Ah,
è così? Ebbene ve la farò vedere io, furbacchioni!' disse Dio che era al
colmo della collera. 'Volete vino, ubriacature, litigi e vomiti? Ebbene, che
vigna sia!' Si rimboccò le maniche, prese del fango, fabbricò un ceppo e lo
piantò. 'Lo maledico', disse, 'colui che berrà troppo avrà un cervello da
gallo e un muso da maiale!'»
I compagni scoppiarono a ridere, dimenticarono il Battista e fecero man
bassa della testa arrosto, Giuda, per primo, che aveva tagliato il cranio in
due e si era riempito le mani con il cervello dell'agnello. Quando l'oste
vide che cosa ne era rimasto, si spaventò e pensò che non gliene avrebbero
lasciato neppure una briciola.
«Ehi, ragazzi», gridò, «è molto bello mangiare e bere, ma non dimenti-
cate Giovanni Battista. Oh! la sua povera testa!»
Rimasero tutti con il boccone in mano. Pietro che aveva già masticato
l'occhio e che si accingeva a ingoiarlo, sentì un nodo in gola. Inghiottirlo
gli ripugnava, sputarlo, gli dispiaceva; che cosa fare? Giuda era l'unico che
non si preoccupava. L'oste riempì loro i bicchieri.
«Che il suo ricordo sia eterno. Versiamo una lacrima sulla sua povera
testa. E auguriamo lo stesso a voi tutti!»
«Auguri anche a te, furbacchione!» disse Pietro e, in un sol boccone,
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inghiottì l'occhio.
«Non ti preoccupare, io non ho paura di niente», rispose l'oste. «Non
m'immischio negli affari di Dio e me ne frego di salvare il mondo. Sono un
oste, non sono un angelo o un arcangelo come le signorie vostre; l'ho
scampata bella!» disse, afferrando ciò che rimaneva della testa.
Pietro aprì la bocca, ma la sua voce si troncò di netto.
Un colosso selvaggio, tutto butterato, si era fermato sulla soglia e guar-
dava dentro. I compagni si scostarono e Pietro si nascose dietro alle larghe
spalle di Giacomo.
«Barabba!» grugnì Giuda aggrottando le sopracciglia. «Entra.»
Barabba chinò la sua grossa nuca e scorse i Discepoli nella penombra.
Rise beffardamente.
«Sono contento di trovarvi, agnellini», disse. «Ho smosso cielo e terra
per scovarvi!»
L'oste si alzò borbottando e gli portò un bicchiere.
«Non mancavi che tu, capitano Barabba.»
Ce l'aveva con lui perché ogni volta che veniva nella sua taverna si
ubriacava, litigava con i soldati romani che passavano da lì e gli procurava
delle noie. «Non cominciare a litigare secondo la tua abitudine, maiale
d'un gallo!»
«Per questo, finché gli impuri calpesteranno la terra d'Israele, non
abbasserò certo la mia bandiera, levatelo dalla testa! E porta qualcosa da
mangiare, pezzo di mascalzone!»
L'oste spinse verso di lui il vassoio sul quale non rimanevano che ossa.
«Mangia», disse, «hai dei denti da mastino e saprai sbriciolare le ossa.»
Barabba vuotò il bicchiere in un solo fiato, si attorcigliò i baffi e si girò
verso i compagni.
«E dove si trova dunque il buon pastore, agnellini miei?» chiese. I suoi
occhi lanciavano fiamme. «Ho un vecchio conto da regolare con lui.»
«Sei sbronzo prima di aver bevuto», gli disse severamente Giuda. «Le
tue smargiassate ci hanno già procurato un bel po' di noie, basta!»
Giovanni riprese coraggio:
«Che cos'hai contro di lui? È un uomo santo e, quando cammina, guarda
per terra per vedere se non schiaccia nessuna formica».
«Di', piuttosto, per vedere se una formica non lo schiaccerà, è di questo
che ha paura. E chiamate questo un uomo?»
«Gesù ha strappato Maddalena dai tuoi artigli e non glielo puoi perdo-
nare», osò dire a sua volta Giacomo.
245
«Mi ha offeso», ruggì Barabba, i cui occhi s'incupirono. «Me la
pagherà!»
Ma Giuda l'afferrò per un braccio e lo spinse di lato. Gli parlava a voce
bassa, precipitosamente, in collera.
«Che cosa vieni a cercare guai? Perché hai abbandonato le montagne
della Galilea? E laggiù che la confraternita ha fissato il tuo dominio. Qui a
Gerusalemme sono altri che comandano.»
«Non è dunque per la libertà che combattiamo?» rispose Barabba,
furioso. «Ebbene, io sono libero e faccio quello che voglio. Sono venuto
per vedere anch'io chi era quel Battista che faceva tanti prodigi. Era forse
Colui che aspettiamo? Doveva giungere finalmente, prendere il comando e
cominciare il massacro. Ma sono arrivato troppo tardi: gli avevano già
tagliato la testa. Che cosa ne dici tu, Giuda, mio capo?»
«Io sono del parere che tu ti alzi e te ne vada. Non immischiarti negli
affari altrui.»
«Che me ne vada? Ma sai quello che dici? Sono venuto per il Battista e
m'imbatto nel figlio di Maria. È da tanto che lo inseguo! E adesso che Dio
me lo mette proprio sotto il naso, devo lasciarmelo sfuggire?»
«Vattene», ordinò Giuda. «Questa storia è affar mio, non tentare di
immischiarti!»
«Che cos'hai nel cervello? La confraternita, sappilo, vuole sbarazzarsi
di lui. È un emissario dei Romani che lo pagano per proclamare il regno
dei cicli, per sconvolgere il popolo e impedirgli di pensare alla terra e alla
schiavitù. E tu, adesso... ma che cos'hai nel cervello?»
«Niente, è affar mio. Vattene!»
Barabba si girò e gettò un ultimo sguardo sui compagni che tendevano
le orecchie per udire.
«A presto, agnellini», gridò loro con astio. «Non ci si libera così
facilmente di Barabba. Ne riparleremo!»
Disparve subito dalla porta di Davide.
L'oste strizzò un occhio a Pietro.
«Gli ha dato degli ordini», gli disse a bassa voce. «La confraternita,
dice quello. Ammazzano un Romano e fanno ammazzare dieci Israeliti.
Dieci e anche quindici. Aprite gli occhi, ragazzi!»
Si chinò e mormorò all'orecchio di Pietro:
«E poi, sta' a sentire: non fidatevi di Giuda Iscariota. I rossi, sai bene...»
Ma tacque. Il Rosso si era seduto di nuovo sullo sgabello.
Giovanni si alzò, rattristato. Andò fino alla porta, si guardò attorno a
246
destra e a sinistra, nessuna traccia del Maestro.
Era ormai giorno e le strade erano piene di gente. Oltre la porta di
Davide c'erano il deserto, dei sassi, della cenere, neppure una foglia verde.
Solo delle pietre bianche, ritte, delle pietre tombali. L'aria puzzava di
carogne di cani e cammelli. Tutta quella crudeltà spaventò Giovanni; tutto
era di pietra lì, anche i visi degli uomini, anche il loro cuore, anche il Dio
che adoravano. Era ben lungi il Dio pietoso, il Padre, che il Rabbi aveva
portato loro! Ah! quando sarebbe riapparso l'amato Maestro, per poter
tornare in Galilea!
«Fratelli, andiamocene!» esclamò Pietro che non ne poteva più,
alzandosi. «Lui non verrà!»
«Sto sentendolo venire...» mormorò timidamente Giovanni.
«Come puoi sentirlo, illuminato?» chiese Giacomo che non amava i
sogni del fratello e che aveva fretta, pure lui, di tornare al suo lago e alle
sue barche.
«Nel mio cuore», rispose il fratello minore. «È lui che ode per primo,
che vede per primo...»
Giacomo e Pietro alzarono le spalle; ma l'oste intervenne.
«Ha ragione», disse, «non alzate le spalle. Ho udito dire - ecco, che
cosa credete che fosse ciò che viene chiamato l'Arca di Noè? È il cuore
dell'uomo! Dentro c'è Dio con tutte le sue creature: tutto il resto annega e
affonda, e pare che solo il cuore galleggi con il suo carico. Sa tutto, non
ridete, il cuore dell'uomo!»
Suonarono delle trombe, la folla si fece da parte e si udì levarsi un
rumore. I compagni, preoccupati, balzarono fin sulla porta. Dei begli
adolescenti, robusti, portavano una lettiga ornata d'oro in cui era disteso un
signore grasso e grosso, vestito di seta, con un viso lucido da gaudente e
con tanti anelli, che si carezzava la barba.
«Caifa!» disse l'oste. «Quel vecchio caprone, il gran sacerdote. Tappate-
vi il naso, ragazzi; il pesce marcio puzza dalla testa!»
Si tappò il naso e sputò.
«Va, ancora una volta, nei suoi giardini, a mangiare, a bere, a giocare
con le sue donne e i suoi ragazzi. Ah, brutto porco, se io fossi Dio! Il
mondo è appeso a un capello; ebbene, io, quel capello, lo taglierei, sì, lo
giuro sul vino, lo taglierei, e il mondo andrebbe al diavolo!»
«Andiamocene», ripeteva Pietro. «Non stiamo bene qui! Anche il mio
cuore ha occhi e orecchie; mi sta gridando: Vattene, andatevene, disgra-
ziati!»
247
Aveva appena pronunciato quelle parole che, effettivamente, lo udì; si
spaventò, si alzò di botto, prese un bastone gettato in un angolo. Si
alzarono tutti nervosamente, videro il terrore di Pietro e a loro volta furono
terrorizzati.
«Se viene, Simone, tu lo conosci, digli che siamo ripartiti per la Gali-
lea», raccomandò Pietro all'oste.
«E chi pagherà?» chiese l'oste preoccupato. «La testa d'agnello, il
vino...»
«Credi nell'altra vita, Simone di Cirene?» domandò Pietro.
«Certo che ci credo.»
«Bene, ti do la mia parola, e, se vuoi, te la do anche per iscritto, che
lassù ti pagherò.»
L'oste si grattò il suo testone.
«Che cosa? Non credi nell'altra vita?» fece Pietro severamente.
«Ci credo, Pietro, ci credo; ma non fino a questo punto...»

20

Mentre parlavano, sulla soglia apparve un'ombra bluastra e tutti fecero


un balzo indietro. Gesù era ritto nel vano della porta, con i piedi insan-
guinati, le vesti coperte di fango, il viso irriconoscibile. Chi era? Il dolce
Maestro o il Battista selvaggio? I capelli gli cadevano sulle spalle, a torci-
glioni, aveva la pelle arida e rugosa, le guance incavate, i suoi occhi
sembravano più grandi e gli smangiavano il viso; stringeva con forza i
pugni. Non si poteva sbagliare: erano i pugni di Giovanni Battista, i suoi
capelli, le sue guance, i suoi occhi. I Discepoli, stupiti e ammutoliti, lo
guardavano: si erano forse fusi uno con l'altro e ora erano uno solo?
È lui che ha ucciso il Battista, pensava Giuda; si fece da un lato per
lasciar passare l'inquietante visitatore. È lui... è lui... Osservava Gesù
oltrepassare la soglia, osservare severamente ognuno di loro, stringere le
labbra... Gli ha preso tutto, ha saccheggiato il suo corpo. Ma la sua anima?
Le sue parole selvagge? Ora parlerà e lo sapremo...
Rimasero in silenzio per un bel po'. L'atmosfera della taverna era
cambiata; l'oste si era rintanato in un angolo e guardava Gesù con gli occhi
spalancati. Gesù avanzava lentamente, mordendosi le labbra; le vene del
collo gli si erano gonfiate. Di colpo si udì la sua voce roca, selvaggia; i
compagni rabbrividirono. Quella voce non era più la sua, era quella del
Profeta terribile, del Battista.
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«Stavate per andarvene?»
Nessuno rispose; si erano stretti l'uno accanto all'altro.
«Stavate per andarvene?» ripeté in collera. «Parla, Pietro!»
«Maestro», rispose questi con voce malsicura, «Maestro, Giovanni ha
udito i tuoi passi nel suo cuore e ci siamo alzati per venirti incontro...»
Gesù aggrottò la fronte. Si sentì invadere dalla collera e dall'amarezza,
ma si trattenne.
«Andiamo», disse, tornando in direzione della porta.
Vide Giuda in piedi, in disparte, che lo guardava con i suoi occhi
azzurri e duri.
«Vieni con noi, Giuda?» chiese.
«Sai benissimo che non ti abbandono. Fino alla morte.»
«Non è abbastanza, cerca di capire; non è abbastanza. Dovete seguirmi
più lontano, oltre la morte. Andiamo!»
L'oste balzò fuori da dietro ai barili, dove si era rintanato.
«Buona fortuna, ragazzi», gridò, «spero che ve la caviate bene! Buon
viaggio, Galilei; e quando, come spero, entrerete in Paradiso, non
dimenticatevi del vino che vi ho servito. E neppure della testa d'agnello!»
«Ti do la mia parola», gli rispose Pietro; il suo viso era serio e colmo
d'amarezza. Si sentiva invadere dalla vergogna di aver mentito; il Maestro
l'aveva certamente capito, ecco perché la sua fronte si era corrugata per la
collera. Pietro, vigliacco, bugiardo, traditore! si diceva dentro di sé; quan-
do dunque diventerai un uomo? Quando vincerai la paura? Quando smette-
rai di essere così indeciso, così banderuola?
Erano in piedi davanti alla taverna e aspettavano per vedere dove si
sarebbe diretto il Maestro. Ma lui, immobile, aveva teso l'orecchio e udiva,
al di là della porta di Davide, un canto amaro e monotono di voci fesse e
stridule. Erano i lebbrosi che, stesi nella polvere, tendevano i loro mon-
cherini ai passanti, inneggiando allo splendore di Davide e alla miseri-
cordia di Dio che aveva inflitto loro la lebbra permettendo in tal modo che
espiassero i loro peccati in questo mondo, affinché un domani, nella vita
futura, il loro viso risplendesse per l'eternità, come un sole.
Gesù si sentì pieno di tristezza. Girò il viso verso la città. Le botteghe, i
magazzini, le taverne erano aperte e le strade brulicavano di gente; come
gridavano, come vociferavano! Come grondavano di sudore! C'era un
enorme fragore: rumore di cavalli, di corni, di trombe; la città santa gli
sembrò una belva terribile, una belva dalle viscere malate di follia, di
lebbra e di morte.
249
Le strade diventavano sempre più rumorose, gli uomini correvano
sempre più veloci. Perché hanno tanta fretta? Perché corrono? si chiese
Gesù, dove vanno? Sospirò: tutti, tutti corrono verso la morte!
Si sentì turbato. Forse il suo dovere avrebbe dovuto essere quello di ri-
manere lì, in quella città carnivora, di salire sul tetto del Tempio e gridare:
«Pentitevi, il giorno del Signore è giunto!» Quei disgraziati che vanno su e
giù per le strade hanno bisogno di pentirsi e di essere consolati, ben più
che i pescatori e i lavoratori noncuranti della Galilea. È qui che devo
rimanere e cominciare a predicare la rovina della terra e la gloria del regno
dei cicli!
Andrea, che non riusciva più a contenere il suo dolore, gli si avvicinò.
«Maestro», disse, «hanno catturato il Battista e l'hanno ucciso.»
«È un male», rispose calmo Gesù, «ma ha avuto il tempo di compiere la
sua missione; speriamo che sia così anche per noi, Andrea.»
Vide gli occhi dell'antico discepolo del Precursore riempirsi di lacrime.
«Non ti affliggere, Andrea», gli disse carezzandogli una spalla, «non è
morto. Muoiono solo quelli che non hanno avuto il tempo di diventare
immortali. Lui, l'ha avuto: Dio gliel'ha accordato.»
Aveva appena pronunciato queste parole che il suo spirito fu illuminato;
è vero, tutto dipende dal tempo; è esso che fa maturare ogni cosa; dentro di
noi, si può lavorare il fango umano e trasformarlo in spirito. Allora non si
teme più la morte. Se non c'è tempo, si è perduti... Mio Dio, supplicò Gesù
dentro di sé, mio Dio, dammi del tempo... Sentiva ancora in se stesso
troppo fango, troppa materia umana.
Montava ancora in collera, aveva paura, era geloso. E. quando pensava
a Maddalena, il suo sguardo s'offuscava. Anche la sera prima, quando
guardava di sfuggita Maria, la sorella di Lazzaro...
Arrossì, ebbe vergogna e, bruscamente, prese la sua decisione. Bisogna
lasciare questa città, non è ancora giunta l'ora che io sia ucciso, non sono
ancora pronto... Mio Dio, supplicò ancora una volta, dammi del tempo, del
tempo, nient'altro... Fece un cenno ai compagni.
«O miei compagni di lotta», disse, «torniamo in Galilea, nel nome del
Signore!»

Come cavalli affamati e stanchi che tornano nella scuderia tanto amata,
i compagni correvano verso il lago di Genezareth. Giuda il Rosso, che
apriva il cammino, fischiava. Erano anni che non si sentiva così contento.
Amava molto, adesso, il viso, la rudezza, la voce del Maestro, così, co-
250
m'erano ritornati dal deserto... «Ha ammazzato il Battista», ripeteva senza
tregua, «l'ha preso con sé, l'agnello e il leone sono divenuti una cosa sola.
Come i mostri antichi il Messia sarà contemporaneamente leone e
agnello?» Camminava fischiettando e aspettava. «Non è possibile, una di
queste notti, prima di arrivare al lago, aprirà pure la bocca, parlerà. Ci
svelerà il segreto, ci dirà che cosa ha fatto nel deserto, se ha visto il Dio
d'Israele e che cosa si sono detti. Solo allora lo giudicherò.»
La prima notte passò. Gesù, in silenzio, contemplava le stelle. Attorno a
lui, i suoi compagni, stanchi, sonnecchiavano. Solo gli occhi azzurri di
Giuda brillavano nell'oscurità... Entrambi vegliavano, uno di fronte all'-
altro, senza parlare.
Ripresero la strada all'alba. Lasciarono indietro le pietre della Giudea ed
entrarono nelle terre bianche di Samaria. Il pozzo di Giacobbe era deserto,
nessuna donna attingeva l'acqua per dar loro da bere. Attraversarono velo-
cemente quelle terre eretiche e apparvero le montagne amate, l'Hermon,
coperto di neve, il grazioso Thabor, il santo Carmelo.
Il sole stava calando ed essi si distesero sotto un cedro frondoso e lo
videro tramontare. Giovanni pronunciò la preghiera della sera: «Aprici la
tua porta, o Signore. La luce si attenua, il sole tramonta, il sole sparisce.
Siamo davanti alla tua porta, o Signore, aprici. O Eterno, ti supplichiamo,
perdonaci. O Eterno, ti supplichiamo, abbi pietà di noi. O Eterno, salvaci!»
L'aria era di un azzurro profondo, il cielo aveva perso il sole e non
aveva ancora trovato le stelle; si chinava sulla terra spoglio dei suoi orna-
menti. In quell'incerta mezzaluce risaltavano candide le mani sottili e
lunghe di Gesù appoggiate sulla terra.
La preghiera della sera risuonava ed era ancora viva in lui: udiva gli
uomini bussare, disperati e tremanti, alla porta del Signore e la porta non si
apriva. Gli uomini bussavano e gridavano. Che cosa gridavano?
Chiuse gli occhi per udire più chiaramente. Gli uccelli del giorno ave-
vano raggiunto il proprio nido, quelli della notte non si erano ancora sve-
gliati, i villaggi degli uomini erano ancora lontani, non si udiva alcun
rumore umano né l'abbaiare dei cani. I compagni mormoravano la preghie-
ra della sera, ma avevano sonno, le parole sacre entravano in essi, senza
trovarne risposta. Gesù udiva dentro di sé gli uomini che bussavano alla
porta del Signore, il suo cuore. Era al suo caldo cuore d'uomo che essi
bussavano, gridando:
«Aprici! Aprici! Salvaci!»
Gesù si strinse il petto come se lui stesso stesse bussando e supplicava il
251
suo cuore di aprire. E mentre lottava e si credeva solo, sentì che qualcuno,
dietro a lui, lo guardava. Si voltò. Gelidi come il ghiaccio, gli occhi di
Giuda lo fissavano. Gesù rabbrividì. Il Rosso era una belva orgogliosa,
indomabile. Di tutti i compagni, era lui che sentiva più vicino a se e allo
stesso tempo più lontano. Pareva che non avesse da render conto dei suoi
atti a nessun altro se non a se stesso. Gesù gli tese la mano destra:
«Giuda, fratello mio», disse, «guarda. Che cosa sto stringendo?» Nella
penombra il Rosso allungò il collo, per vedere bene.
«Niente», rispose, «non vedo niente.»
«Lo vedrai presto», disse Gesù sorridendo.
«Il regno dei cieli», disse Andrea.
«Il seme», disse Giovanni. «Ricordi, Maestro, ciò che hai detto la prima
volta che ci hai parlato, in riva al lago? 'Il seminatore è uscito per seminare
i suoi semi.'»
«E tu, Pietro?» chiese Gesù.
«Che cosa vuoi che ti dica, Maestro? Se interrogo i miei occhi, nulla. Se
interrogo il mio cuore, tutto. Il mio spirito oscilla nel mezzo.»
«Giacomo?»
«Non stai stringendo niente, Maestro, perdonami.»
«Guardate!» fece Gesù e alzò violentemente il braccio. Vedendo che lo
alzava bene in alto e lo riabbassava con forza, i compagni ebbero paura.
Giuda divenne rosso dalla gioia, il suo viso era raggiante, afferrò la mano
di Gesù e la baciò.
«Maestro», gli gridò, «ho visto! Ho visto! Hai in mano l'ascia del Bat-
tista!»
Ma, improvvisamente, ebbe vergogna. Era furente di non aver saputo
contenere la sua gioia; andò di nuovo in disparte e si appoggiò al tronco
del cedro. Si udì, calma e seria, la voce del Maestro:
«Me l'ha portata e l'ha posata ai piedi dell'albero marcio. È perciò che
egli è nato, per portarmela. Non poteva andare più lontano. Sono giunto,
mi sono abbassato e ho afferrato l'ascia. È per questo che sono nato. È qui
che comincia la mia missione, quella di abbattere l'albero marcio. Quando
ero falegname credevo di essere un fidanzato e di avere in mano un ramo
fiorito. Vi ricordate come passeggiavamo, come danzavamo, come procla-
mavamo, in Galilea: 'La terra si aprirà per lasciarci entrare?' Compagni, era
un sogno e ora ci siamo svegliati».
«Il regno dei cicli dunque non esiste?» urlò Pietro, spaventato.
«Esiste, Pietro, esiste, ma è in noi. In noi vi è il regno dei cieli, fuori di
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noi il regno del Maligno. I due regni sono in lotta. C'è la guerra! C'è la
guerra! Il nostro primo dovere è quello di abbattere Satana, con quest'-
ascia!»
«Quale Satana?»
«Il mondo che ci circonda. Coraggio, compagni; non vi ho invitato a
una festa, ma a una guerra. Non lo sapevo, scusatemi. Ma colui che, fra
voi, pensa alla sua sposa, ai figli, ai campi, alla felicità, se ne vada! Non è
una vergogna. Che si alzi, che ci saluti tranquillamente e che se ne vada in
pace. È ancora in tempo.»
Tacque. Gettò uno sguardo sui compagni che aveva attorno. Nessuno si
mosse. La stella della sera scintillava dietro ai rami neri del cedro, come
una gocciolina d'acqua. Gli uccelli della notte scossero le loro ali nere e si
svegliarono. Una brezza fresca calava dalle montagne. Di colpo, nella
dolcezza della notte, Pietro si alzò.
«Maestro, ti seguirò come un'ombra», esclamò, «combatterò al tuo fian-
co, fino alla morte.»
«Hai appena pronunciato una cosa molto grave, Pietro, e non mi piace.
Prendiamo una strada difficile, Pietro, gli uomini ci faranno la guerra; chi
vuole la propria salvezza? Chi ha mai visto un profeta alzarsi per salvare
un popolo senza che questo lo lapidi? Pietro, dovrai trattenere la tua anima
con tutte le tue forze, perché non ti scappi. La carne è debole, non fidar-
tene... Capisci, Pietro? È a te che sto parlando...» Dagli occhi di Pietro
sgorgarono delle lacrime.
«Non hai fiducia in me, Maestro?» mormorò. «Ma, così come mi vedi,
tu che non ti fidi di me, sappi che un giorno io morirò per te.»
Gesù allungò una mano e gli accarezzò un ginocchio.
«È possibile... è possibile...» mormorò. «Scusami, mio diletto Pietro.»
Si voltò verso gli altri.
«Giovanni Battista battezzava con l'acqua», disse, «e l'hanno ucciso. Io
battezzerò con il fuoco, ve lo dico chiaramente questa sera, sappiatelo, e
quando verranno le ore tragiche, non lamentatevene con me: prima di
partire vi annuncio dove stiamo andando: verso la morte. E, dopo la morte,
verso l'immortalità. Ecco il nostro cammino. Siete pronti?»
I compagni rimasero di sasso. Quella voce era severa, non giocava più,
non scherzava più. Chiamava alle armi. Per entrare nel regno dei cicli,
bisognava quindi passare attraverso la morte? Non v'era forse altro cam-
mino? Erano uomini semplici, poveri e ignoranti che vivevano giorno per
giorno; il mondo era ricco e onnipotente, come si poteva misurarsi con lui?
253
Se almeno scendessero degli angeli dal cielo per aiutarli! Ma mai nessuno
di loro aveva visto angeli camminare sulla terra e soccorrere i poveri e gli
oppressi. Perciò tacevano: calcolavano e misuravano, in loro stessi, il
pericolo. Giuda li osservava furtivamente e sorrideva con fierezza. Solo lui
non calcolava. Entrava in guerra, disprezzando la morte, non si preoccu-
pava né del suo corpo, né della sua anima. Aveva una sola grande passione
e provava una gioia immensa all'idea di partire per compierla.
Infine Pietro, per primo, parlò.
«Maestro, verranno degli angeli dal cielo per aiutarci?» chiese.
«Noi siamo gli angeli di Dio sulla terra, Pietro», rispose Gesù. «Non vi
sono altri angeli.»
«Ma allora, perché venirne fuori vincitori da soli? Che cosa ne pensi, tu,
Maestro?» chiese Giacomo.
Gesù si alzò; le sue sopracciglia tremavano.
«Andatevene», gridò, «lasciatemi!»
Giovanni lanciò un grido.
«Maestro, io non ti lascio solo. Sono con te fino alla morte!»
«Io pure, Maestro», disse Andrea, abbracciando le ginocchia di Gesù.
Due grosse lacrime sgorgarono dagli occhi di Pietro, ma non parlò.
Giacomo abbassò la testa, era coraggioso e provava vergogna.
«E tu, Giuda, fratello mio?» chiese Gesù vedendo il Rosso, muto,
gettare sguardi feroci ai suoi compagni.
«Io non parlo troppo», rispose brutalmente il Rosso, «e neppure piango
come fa Pietro. Finché tu avrai in mano l'ascia, starò con te. Se
l'abbandonerai, io ti abbandonerò. Io non sono te, lo sai, sono l'ascia.»
«Non hai vergogna di parlare in questo modo al Maestro?» disse Pietro.
Ma Gesù se ne rallegrò.
«Giuda ha ragione», disse, «anch'io sono l'ascia, compagni!»
Si stesero tutti per terra, appoggiandosi al cedro. Le stelle stavano
riempiendo il cielo.
«A partire da ora», disse Gesù, «spieghiamo lo stendardo di Dio, partia-
mo per la guerra. Ci sono una stella e una croce, ricamate sullo stendardo.
Che Dio sia con noi!»
Tutti tacevano. Avevano preso una decisione e si sentivano più forti.
«Parlerò ancora per mezzo di parabole», disse Gesù ai suoi compagni
che ora erano totalmente immersi nel buio. «La terra, sappiatelo, poggia su
quattro colonne, queste colonne poggiano sull'acqua, l'acqua sulle nuvole,
le nuvole sul vento, il vento sulla tempesta e la tempesta sul fulmine. E il
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fulmine è poggiato sui piedi di Dio, come un'ascia.»
«Non capisco, Maestro», disse Giovanni, arrossendo.
«Capirai quando sarai vecchio e andrai a vivere da asceta in un'isola,
quando i cieli si apriranno sopra di te e quando la tua testa prenderà fuoco,
Giovanni, figlio del Fulmine», rispose Gesù accarezzando i capelli del suo
diletto compagno.
Tacque. Era la prima volta che vedeva così chiaramente cos'era il
fulmine di Dio: un'ascia infuocata ai piedi di Dio, alla quale erano appesi
uno dietro l'altro, tempesta, vento, nuvole, acqua, la terra intera. Durante
tanti anni aveva vissuto con gli uomini, durante tanti anni con le Sacre
Scritture e nessuno gli aveva rivelato quel terribile segreto. Quale segreto?
Che il fulmine è il figlio di Dio, il Messia. È lui che verrà a purificare la
terra.
«Compagni di lotta», egli disse, e per un istante Pietro vide nell'oscurità
due fiamme balzare fuori dalla sua fronte, come delle corna, «compagni,
sono andato nel deserto, lo sapete, per incontrarmi con Dio. Avevo fame,
avevo sete, ardevo, ero rannicchiato su una pietra e gridavo a Dio di appa-
rire. I demoni venivano a sbattere contro di me a ondate, come un mare,
s'infrangevano, facevano schiuma e se ne tornavano da dove erano venuti.
Prima i demoni del corpo, poi i demoni del cuore. Ma io tenevo Dio come
uno scudo di bronzo e la sabbia attorno a me si è riempita di pezzi d'artigli,
di denti e di corna. Allora udii una voce possente al di sopra di me: 'Alzati
e prendi l'ascia che ti ha portato il Precursore, batti!'»
«Nessuno sarà salvato?» gridò Pietro, ma Gesù non lo intese.
«La mia mano divenne pesante come se qualcuno avesse messo un'ascia
fra le mie dita. Mi alzai e, mentre mi alzavo, la voce si fece udire di nuovo:
Tiglio del falegname, sta per cadere un nuovo diluvio, non più d'acqua, ma
dì fuoco. Fabbrica una nuova Arca, scegli gli uomini e fai entrare i santi
nell'Arca!' La scelta è cominciata, compagni, l'Arca è pronta, la porta è
ancora aperta; entrate!»
Si mossero tutti, si trascinarono e vennero a raggrupparsi attorno a
Gesù, come se egli fosse l'Arca, per entrarvi.
«E ho udito di nuovo la voce: 'Figlio di Davide, quando le fiamme si
calmeranno e l'Arca getterà l'ancora davanti alla nuova Gerusalemme,
salirai sul trono dei tuoi avi e governerai gli uomini! La vecchia terra sarà
scomparsa, il vecchio cielo pure. Un cielo nuovo si spiegherà sopra la testa
dei santi e le stelle brilleranno di una luce sette volte più intensa. Sette
volte più intensamente brilleranno anche gli occhi degli uomini'.»
255
«Maestro», gridò ancora Pietro, «bisogna che non moriamo prima di
aver visto quel giorno e di esserci seduti, noi tutti che lottiamo con te, alla
destra e alla sinistra del tuo trono!»
Ma Gesù non l'udì; immerso nella visione infuocata del deserto,
continuò:
«E ho udito un'ultima volta quella voce sopra la mia testa: 'Figlio di
Dio, ricevi la mia benedizione!'»
«Figlio di Dio! Figlio di Dio!» gridarono tutti nel profondo del loro
cuore, ma nessuno osò aprir bocca.
Le stelle apparvero tutte nel cielo e, quel giorno, si abbassarono di più e
rimasero sospese fra il cielo e gli uomini.
«E adesso, Maestro», chiese Andrea, «quale sarà la nostra prima
battaglia?»
«Dio», rispose Gesù, «ha preso la terra di Nazareth per formare il mio
corpo. Il mio dovere, quindi, è di andare a combattere prima a Nazareth. È
laggiù che il mio corpo deve cominciare a diventare spirito.»
«Poi a Cafarnao», disse Giacomo, «per salvare i nostri parenti.»
«Poi a Magdala», propose Andrea, «per prendere la povera Maddalena
nell'Arca con noi.»
«Poi in tutto il mondo!» gridò Giovanni, stendendo le braccia verso
Oriente e verso Occidente.
Pietro li ascoltò e si mise a ridere.
«Io penso al nostro stomaco», disse. «Che cosa mangeremo nell'Arca?
Propongo di portare con noi solo degli animali commestibili. Che bisogno
abbiamo, chiedo io, di leoni o zanzare?»
Aveva fame e tutti i suoi pensieri erano rivolti al vettovagliamento; tutti
scoppiarono a ridere.
«Non pensi che a mangiare», gli disse brutalmente Giacomo. «Stiamo
parlando della salvezza del mondo.»
«Anche voi, tanti quanti siete», rispose Pietro, «è a questo che pensate,
ma non re convenite. Io dico ben chiaro tutto ciò .che mi passa per la testa,
buono o cattivo che sia; il mio spirito vola e io volo con lui; ecco perché le
cattive lingue mi chiamano>banderuola. Non ho ragione, Maestro?»
Il viso di Gesù si raddolcì, sorrise. Gli venne in mente un vecchio
aneddoto.
«C'era una volta un rabbino che voleva trovare qualcuno che sapesse
suonare la tromba alla perfezione, affinché i fedeli la udissero e venissero
alla sinagoga. Allora fece redigere un proclama: che si presentassero tutti i
256
bravi suonatori di tromba, avrebbe fatto far loro una prova e avrebbe
assunto il migliore. Ne vennero cinque, i migliori. Ognuno prese la tromba
e suonò. Quando ebbero finito, il rabbino li prese uno per uno e domandò
loro: 'A che cosa pensi, figliolo, quando suoni la tromba?' Uno di essi,
rispose: 'Io penso a Dio'. Un altro: 'Io alla salvezza d'Israele* e un altro: 'Io
ai poveri che hanno fame...' 'Io alle vedove e agli orfani...' Uno solo, il più
disperato, restava in un angolino senza parlare. 'E tu, figliolo mio, a che
cosa pensi quando suoni la tromba?' gli chiese il rabbino. 'Vecchio', gli
rispose quello arrossendo, 'sono povero e ignorante, ho quattro figlie e non
posso dal loro una dote affinché si sposino come le altre ragazze, poverine;
allora, quando suono la tromba, penso: Mio Dio, vedi che lavoro e mi
affatico per te e Tu, da parte tua, mandami quattro fidanzati per le mie
figliole!' 'Ricevi la mia benedizione', disse il rabbino, 'scelgo te!'»
Gesù si girò verso Pietro e, ridendo, gli disse: «Ricevi la mia benedizio-
ne, Pietro, scelgo te. Pensi al cibo e parli di cibo; pensi a Dio e parli di
Dio, con franchezza e lealtà! Ecco perché ti chiamano banderuola e mulino
a vento. Ma io scelgo te: sei il mulino a vento e macinerai il grano che
diverrà pane da dar da mangiare agli uomini».
Avevano un pezzo di pane; Gesù lo prese e lo divise. A ognuno toccò un
solo boccone, ma il Maestro l'aveva benedetto e ne furono saziati. Quindi
si distesero appoggiandosi uno sull'altro e si addormentarono.

Di notte, tutto dorme, riposa, s'ingrandisce; le pietre, le acque, le anime.


Al mattino, quando i compagni sì svegliarono la loro anima si era distesa,
si era ingrandita e aveva invaso tutto il loro corpo. E l'aveva riempito di
gioia e di sicurezza.
Si misero in cammino prima ancora dell'alba; l'aria era fresca, vi erano
delle nubi, il cielo divenne un cielo autunnale. Passarono lentamente delle
gru, trascinando le rondini verso sud. I compagni camminavano con passo
leggero e veloce, il cielo e la terra si erano uniti nel loro cuore; anche la
pietra più umile irradiava luce, piena di Dio.
Gesù camminava davanti, solo. Era preoccupato e sapeva che poteva
contare solo sulla misericordia di Dio. Sapeva di aver bruciato i suoi
vascelli e che non poteva indietreggiare; il suo destino camminava davanti
a lui, egli lo seguiva e avrebbe portato a termine tutto ciò che Dio avesse
deciso. Il suo destino? All'improvviso udì nuovamente quei passi misterio-
si che l'avevano seguito inesorabilmente per tanto tempo. Tese l'orecchio e
ascoltò. Quei passi erano veloci, pesanti, decisi; ma adesso non cammina-
257
vano più dietro a lui, gli camminavano davanti e lo guidavano... Meglio
così, pensò, non posso più perdermi, adesso...
Se ne rallegrò e allungò il passo. Gli parve che i passi si affrettassero e
si affrettò a sua volta. Camminava, incespicando nelle pietre, saltando i
fossi, correva: «Andiamo! Andiamo!» mormorava alla guida invisibile e
avanzava. Di colpo lanciò un grido. Sentì dei dolori lancinanti alle mani e
ai piedi, come se gli avessero conficcato dentro dei chiodi. Si accasciò su
una pietra, il sudore gli colava a gocce fredde dal viso... Per un istante il
suo spirito vacillò; la terra sprofondò sotto di lui e un mare deserto, nero e
selvaggio gli si spiegò davanti; solo una piccola imbarcazione rossa
navigava coraggiosamente su di esso, con le vele tese al massimo... Gesù
la guardava, la guardava e sorrideva: «È il mio cuore...» il suo spirito si
stava riprendendo, i dolori diminuirono e, quando arrivarono i discepoli, lo
trovarono sorridente, seduto tranquillamente sulla pietra.
«Camminiamo più veloci, compagni!» disse alzandosi.

21

Il giorno del Sabbath, si dice, è come un ragazzino ben pasciuto che si


riposa sulle ginocchia di Dio. Di Sabbath le acque riposano, gli uccelli non
costruiscono il nido, gli uomini non lavorano. Si vestono, si adornano e
vanno alla Sinagoga a vedere il rabbino srotolare il volume sacro nel qua-
le, in caratteri neri e rossi, è scritta la Legge di Dio; cercano di decifrare
quelle lettere e di trovare con grande impegno in ogni parola e in ogni
sillaba la volontà di Dio.
Era un Sabbath e i fedeli d'Israele uscivano dalla sinagoga di Nazareth
con gli occhi ancora pieni delle visioni che il vecchio rabbino Simeone
aveva descritto loro. La luce era così violenta che tutti, abbagliati,
inciampavano, come se fossero ciechi; si disperdevano sulla piazza del vil-
laggio e camminavano lentamente all'ombra delle palme, per riprender
fiato.
Il rabbino, quel giorno, aveva aperto le Scritture a caso; era capitato sul
profeta Nahum. Aveva posato il dito, anch'esso a caso, sulle seguenti
parole sacre: «Ecco che hanno risuonato sulle montagne i passi del mes-
saggero, portatore della buona novella!» Il vecchio rabbino le lesse, le ri-
lesse, si appassionò.
«È il Messia», gridava, «arriva. Guardate attorno a voi, guardate in voi:
troverete ovunque segni del suo arrivo. A noi la collera, la vergogna, la
258
speranza, a noi il grido: ne abbiamo abbastanza! E fuori, osservate: Satana
è seduto sul trono dell'Universo; su una delle sue ginocchia tiene e acca-
rezza il corpo dell'uomo, che è corrotto; sull'altra, la sua anima, che è
prostituita. Ecco arrivare il momento annunciato dai profeti che sono la
voce di Dio. Aprite le Scritture; che cosa dicono? 'Quando Israele sarà
gettato giù dal trono e i barbari saccheggeranno la nostra terra santa, sarà
la fine del mondo!' Che cosa dicono ancora le Scritture? 'L'ultimo re sarà
corrotto, iniquo, ateo; i suoi figli saranno indegni e la corona cadrà dalla
testa d'Israele.' Il re corrotto e iniquo è giunto, è Erode; l'ho visto con i
miei occhi quando mi ha chiamato a Gerico per guarirlo; conoscevo delle
piante segrete, le ho portate con me e vi sono andato. Vi sono andato e, da
allora, non ho più potuto mangiare carne, perché avevo visto la sua carne
putrefarsi; non ho più potuto bere vino, perché ho visto il suo sangue pieno
di insetti e il suo puzzo l'ho sempre presente, dopo più di trent'anni... È
morto, è finito. I suoi figli sono cresciuti indegni, dei delinquenti, dell'im-
mondizia; la corona reale è caduta dalla loro testa...
«Le profezie si sono avverate, la fine del mondo è giunta! Una voce è
risuonata sulle rive del Giordano: 'Arriva!' Un grido è risuonato in noi:
'Egli arriva!' Ho aperto, oggi, le Scritture, le lettere si sono unite e hanno
gridato: 'Egli arriva!' Sono invecchiato: i miei occhi non vedono più molto
chiaro, i miei denti cadono, le ginocchia si paralizzano; se sono contento!
Sono contento perché Dio mi ha dato la sua parola: 'Simeone, non morirai
prima di aver visto il Messia'. Più si avvicina la mia morte, più si avvicina
il Messia. Coraggio, figlioli. La schiavitù non esiste, Satana, i Romani, non
esistono; esiste solo il Messia ed egli arriva! Uomini, prendete le vostre
armi e andate in guerra! Donne, accendete le lampade che il fidanzato si
avvicina! Non ne sappiamo né l'ora né il momento. Forse oggi, forse
domani, rimanete all'erta! Odo sulle montagne vicine le pietre rotolare,
sotto i suoi passi. Egli arriva; uscite, forse lo vedrete!»
La gente uscì e si disperse sotto i folti palmizi. Faceva fatica ad accet-
tare le parole del vecchio rabbino e cercava di dimenticarle, per moderare
tutto quel fervore, affinché la sua anima si immergesse nuovamente nelle
preoccupazioni quotidiane... E mentre passeggiava e aspettava con impa-
zienza mezzogiorno per tornare nelle proprie case e dimenticare, parlando,
litigando, mangiando, le parole sacre, ecco apparire il figlio di Maria con
le vesti stracciate, scalzo e con il viso che lanciava fiamme. Dietro a lui,
intimiditi, stretti l'uno contro l'altro, i quattro discepoli e, per ultimo, con lo
sguardo truce, Giuda il Rosso.
259
I benestanti rimasero stupefatti: da dove venivano quegli straccioni e
non era forse il figlio di Maria quello che camminava davanti a loro?
«Guarda come cammina; stende e agita le braccia come se fossero delle
ali. Dio gli ha gonfiato il cervello ed egli ora cerca di volare. Sale su una
pietra, fa un cenno, vuol parlare. Rideremo un po'.»
Gesù, in effetti, era salito su una pietra in mezzo alla piazza. La folla si
era radunata ridendo attorno a lui. Erano contenti che fosse arrivato quel-
l'illuminato: così non avrebbero più pensato alle dure parole del rabbino:
«In guerra, restate all'erta, sta arrivando!» Erano anni e anni che faceva ri-
suonare quel ritornello nelle loro orecchie, ne avevano abbastanza. Adesso,
sia lodato Dio, il figlio di Maria li avrebbe fatti divertire.
Gesù agitava le braccia e faceva segno che tutti si radunassero attorno a
lui. Lo spazio si riempì di barbe, di mantelli rigati, di berretti imbottiti.
Alcuni masticavano datteri per ingannare la fame, altri semi di girasole, i
più vecchi e i più pii sgranavano lunghi rosari fatti di piccoli nodi di tela
azzurra contenente ciascuno una parola delle Sacre Scritture.
Gli occhi di Gesù lanciavano lampi e il suo cuore, di fronte a una folla
così grande, non provava alcun timore.
«Fratelli!» gridò. «Aprite le vostre orecchie, aprite i vostri cuori, udite
ciò che sto per dirvi. Isaia grida: 'Lo spirito del Signore è sceso su di me,
mi ha scelto per portare la buona novella ai poveri, ha mandato me per
annunciare la libertà agli schiavi e la luce ai ciechi!' Quel giorno profetiz-
zato è giunto, fratelli, sono io che il Dio d'Israele ha mandato per portarvi
la buona novella. Ho ricevuto l'unzione lontano da qui, nel deserto d'Idu-
menea, è da là che arrivo! - Dio mi ha confidato il grande segreto; l'ho
raccolto, ho attraversato pianure e montagne - non avete udito i miei passi
sulle montagne? - e sono corso qui, nel mio villaggio natale per proclama-
re la buona novella. Quale buona novella? Il regno dei cicli è arrivato!»
Un vecchio con una doppia gobba, come i cammelli, alzò il suo rosario
e ridacchiò.
«Parole a vanvera quelle che ci dici, figlio del falegname, parole a van-
vera. Regno dei cieli, giustizia, libertà e, finitela, cani quali siete, ne abbia-
mo abbastanza! Miracoli! Miracoli! È qui che ti voglio vedere; fai dei mi-
racoli, se vuoi che crediamo in te; altrimenti chiudi la bocca!»
«Tutto è miracolo, vecchio», rispose Gesù, «perché ne chiedi ancora?
Abbassa gli occhi: il più infimo filo d'erba ha il proprio angelo custode che
l'assiste e che l'aiuta a crescere. Alza gli occhi molto in alto: che miracolo
il cielo stellato! E, se chiudi gli occhi, vecchio, che miracolo che il mondo
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sia in noi e che il nostro cuore sia un cielo pieno di stelle!»
Ascoltavano stupiti e si guardavano l'un l'altro.
«Non è il figlio di Maria? Come fa a parlare con tale autorità? È un
demonio che parla dalla sua bocca. Dove sono i suoi fratelli perché lo le-
ghino per impedirgli di mordere? Ha aperto ancora una volta la bocca,
tacete!»
«Il giorno del Signore si avvicina, siete pronti? Non vi rimangono che
poche ore, chiamate i poveri, dividete i vostri beni. Perché vi preoccupate
dei beni della terra? Arriva il fuoco che li brucerà! Prima del regno dei
cieli verrà il regno del fuoco. Nel giorno del Signore, le pietre con cui sono
costruite le case dei ricchi crolleranno per schiacciare i loro padroni. Le
monete d'oro nei forzieri trasuderanno e su di esse si vedrà colare il sudore
e il sangue dei poveri! I cieli si apriranno, vi sarà un diluvio di fuoco e la
nuova Arca navigherà sulle fiamme. Sono io che ho le chiavi che aprono
l'Arca e sono io che scelgo. Nazareni, fratelli miei, è da voi che comincio,
siete i primi invitati, venite, entrate. Le fiamme di Dio stanno già scenden-
do su di noi!»
«Che se ne vada! Che se ne vada! Ecco che il figlio di Maria viene a
salvarci!» Il popolo si mise a deriderlo, e a schernirlo. Alcuni si chinarono,
raccolsero delle pietre e aspettarono.
Dalla parte opposta della piazza arrivò di corsa Filippo, il pastore.
Aveva udito che i suoi amici erano arrivati ed era venuto correndo. I suoi
occhi erano gonfi e tutti rossi, come se avesse pianto molto, le guance
erano incavate. Il giorno in cui aveva salutato Gesù e i suoi compagni, in
riva al lago, quando aveva gridato loro ridendo: «Non posso venire, ho le
mie pecore, come fare a lasciarle?», dei banditi, arrivati dal Libano, gliele
avevano rubate. Non gli rimaneva più che il bastone da pastore. Lo teneva
sempre e, come un re senza trono, andava di villaggio in villaggio, di mon-
tagna in montagna a cercare ancora le sue pecore. Bestemmiava e minac-
ciava, affilava un lungo pugnale e diceva che sarebbe partito per il Libano.
Ma da solo, di notte, piangeva. Adesso correva per ritrovare i suoi vecchi
amici, per raccontar loro le sue disgrazie e per partire tutti insieme per il
Libano. Udì le risate e gli schiamazzi.
«Che cosa succede qui?» mormorò. «Perché ridono?» Si avvicinò; Gesù
ora era scatenato.
«Perché ridete?» gridava. «Perché raccogliete pietre per lapidare il
Figlio dell'uomo? Perché vi sentite orgogliosi delle vostre case, dei vostri
uliveti, delle vostre vigne? Sono solo cenere! Cenere! E i vostri figli e le
261
vostre figlie pure, solo cenere! E le fiamme, banditi potenti, si abbatteran-
no giù dalle montagne per portarvi via le vostre pecore!»
«Quali banditi, quali pecore, che cosa sono questi fuochi che egli ci
predice?» mormorò Filippo che ascoltava, con il mento appoggiato al
bastone.
Gesù parlava e il popolino arrivava incessantemente dai quartieri più
miseri. Avevano sentito dire che un nuovo Profeta era giunto per i poveri
ed erano accorsi. Egli aveva in una mano - pareva - il fuoco del cielo per
bruciare i ricchi e nell'altra una bilancia per distribuire i loro beni ai poveri.
Era un nuovo Mosè che portava una Legge nuova, più giusta. Ora stavano
lì in piedi, come stregati, e l'ascoltavano. Era arrivato, era arrivato il regno
dei poveri!
E mentre Gesù apriva di nuovo la bocca per parlare, quattro braccia gli
piombarono addosso, l'afferrarono, lo tirarono giù dalla pietra e lo
legarono velocemente con una grossa corda. Gesù si girò; erano i suoi
fratelli, i figli di Giuseppe, Simone lo zoppo e Giacomo il pio.
«A casa! A casa! Ossesso!» gli gridavano, trascinandolo con rabbia.
«Non ho casa, lasciatemi. Ecco la mia casa, ecco i miei fratelli!» grida-
va Gesù indicando la folla.
«A casa! A casa!» gridavano a loro volta i ricchi deridendolo. Uno di
essi alzò la mano e lanciò la pietra che aveva raccolto; colpì la fronte di
Gesù e si vide la prima goccia di sangue. Il vecchio gobbo si mise a gri-
dare:
«A morte! A morte! È uno stregone, fa dei malefici. Grida al fuoco di
venire a bruciarci e il fuoco verrà!»
«A morte! A morte!» Le grida sorsero dovunque. Pietro intervenne.
«È una vergogna», urlò, «che cosa vi ha fatto? È innocente!»
Un omone robusto si lanciò su di lui.
«E anche tu stai*con lui, se non mi sbaglio, eh?» gridò, afferrandolo per
il collo.
«No! No!» urlò Pietro. «No, non sto con lui!» Si sforzava di togliere
quella mano che gli stringeva il collo.
I tre altri compagni di Gesù non sapevano più che cosa fare. Giacomo e
Andrea calcolavano la loro forza, gli occhi di Giovanni erano pieni di la-
crime. Giuda, a forza di gomiti, si aprì un varco nella folla, liberò il Mae-
stro dalle mani dei due fratelli scatenati e lo slegò.
«Andatevene !» gridò. «Altrimenti avrete a che fare con me!»
«Vai al tuo paese a dare ordini!» urlò Simone lo zoppo.
262
«Ovunque le mie braccia arrivino, do degli ordini, zoppo!» Si voltò
verso i quattro discepoli. «Non avete vergogna?» gridò loro. «L'avete già
rinnegato. Avanti, stiamogli attorno affinché nessuno lo possa toccare!»
I quattro discepoli ebbero paura e anche i poveri e gli straccioni
intervennero a loro volta.
«Anche noi siamo con voi, fratelli!» gridarono. «Li prenderemo!»
«Anch'io sono con voi!» esclamò una voce eccitata: era Filippo, che
faceva ruotare il suo bastone e allontanava la folla per passare. «Vengo
anch'io!»
«Benvenuto, Filippo!» gli rispose il Rosso. «Vieni con noi! Poveri e
oppressi, restiamo uniti!»
I benestanti, vedendo i poveri del loro villaggio rialzare la testa, s'infu-
riarono. «Il figlio di Maria è venuto a montar la testa ai poveri e a rove-
sciare l'ordine del mondo. Pare che porti una nuova legge. A morte! A
morte!» Si scaldarono e si gettarono su di lui, alcuni con bastoni, altri con
coltelli, altri con delle pietre. I vecchi rimanevano indietro e urlavano per
incoraggiarli. Gli amici di Gesù si ripararono dietro i platani che contorna-
vano la piazza. Gesù avanzava, tendeva le braccia e gridava: «Fratelli!
Fratelli!» ma nessuno l'ascoltava. Le pietre ora volavano con rabbia e i
primi feriti gemevano.
Una donna uscì precipitosamente da una stradina. Il suo Viso era avvol-
to in un fazzoletto viola; non si scorgeva che metà della sua bocca e i
grandi occhi neri, pieni di lacrime.
«In nome del cielo», invocò con voce flebile, «non lo uccidete!»
«Maria», gridarono delle voci, «sua madre!»
Ma i vecchi avevano altro per la testa che compiangere la madre. Erano
furenti.
«A morte! A morte!» ruggivano. «È venuto per sollevare il popolo, per
fomentare una rivoluzione, per distribuire i nostri beni agli straccioni e agli
scalzi. A morte!»
Gli uomini ormai lottavano corpo a corpo. I due figli di Giuseppe si
rotolavano per terra e urlavano. Giuda aveva estratto il pugnale e, in piedi
davanti a Gesù, impediva che qualcuno gli si avvicinasse. Filippo pensava
alle sue pecore, il suo sguardo si era incupito e menava colpi di bastone
sulle teste, come se fosse stato sordo.
«In nome del cielo», ripeteva Maria, «è malato! La sua testa non
ragiona, abbiate pietà di lui!»
Ma la sua voce si sperdeva in tutto quel clamore. Giuda aveva afferrato
263
l'uomo più robusto che c'era e gli puntava il pugnale alla gola; ma Gesù
ebbe il tempo di trattenere il suo braccio:
«Giuda, fratello mio,» gridò, «niente sangue, niente sangue!»
«Che cosa allora? Dell'acqua?» fece il Rosso, furioso. «Hai l'ascia in
mano, l'hai dimenticato? È giunta l'ora!»
Pietro stesso, furibondo per il colpo ricevuto, prese una grossa pietra e
si lanciò contro i vecchi. Maria entrò nel Bel mezzo della rissa e si
avvicinò al figlio. «Figlio mio», disse, «che cosa ti succede? Come mai sei
arrivato a questo punto? Vieni a casa a lavarti, a cambiarti, a metterti i
sandali: sei tutto sporco, figlio mio!»
«Non ho casa», disse Gesù. «Non ho madre. Chi sei?»
La madre scoppiò in singhiozzi, si ficcò le unghie nel viso e non disse
più nulla.
Pietro lanciò la sua grossa pietra che cadde sul vecchio gobbo e lo
schiacciò; questi, urlando dal dolore, si trascinò incespicando per le stradi-
ne, dirigendosi alla casa del rabbino. In quel mentre questi apparve, ansi-
mando. Aveva udito il tumulto e si era strappato precipitosamente dalle
Sacre Scritture nelle quali era immerso fino al collo, cercando di interpre-
tare la volontà di Dio attraverso lettere e sillabe. Appena udito il rumore
della lotta aveva preso il bastone sacerdotale ed era corso per vedere che
cosa stava succedendo. Per la strada aveva incontrato dei feriti e aveva
saputo tutto. Scostò la gente e arrivò vicino al figlio di Maria.
«Che cosa significa tutto questo, Gesù?» gli disse severamente. «Sei tu
che porti l'amore? È questo l'amore che porti? Non hai vergogna?»
Si girò verso il popolo.
«Tornate a casa, figlioli», disse. «È mio nipote, è ammalato, l'infelice,
malato da anni. Non gli serbate rancore per ciò che ha detto, perdonatelo.
Non è lui che parla, è un altro che parla attraverso la sua bocca!»
«Dio!» esclamò Gesù.
«Taci», disse il rabbino, toccandolo con il suo bastone sacerdotale.
Sì girò di nuovo verso il popolo.
«Lasciatelo stare, figlioli, non serbategli rancore, non sa quel che dice.
Tutti, poveri o ricchi, siamo il seme di Adamo, non litigate. È mezzogior-
no, tornate a casa e questo, l'infelice, lo curerò io.»
Si girò verso Maria.
«Maria, torna a casa, ti raggiungeremo presto anche noi.»
La madre gettò un ultimo sguardo angosciato verso il figlio come se gli
dicesse addio per sempre. Sospirò, strinse fra i denti i lembi del suo fazzo-
264
letto e sparì nelle stradine strette.
Mentre gli uomini si ammazzavano fra loro, le nuvole avevano coperto
il cielo: stava per cadere la pioggia a rinfrescare la terra. Si alzò il vento; le
ultime foglie dei platani e dei fichi si staccavano e cadevano a terra. La
piazza era rimasta vuota. Gesù si girò verso Filippo e gli tese la mano.
«Filippo, fratello mio, che tu sia il benvenuto.»
«Sono felice di averti ritrovato, Maestro», gli rispose l'altro stringendo-
gli la mano. Gli consegnò il bastone.
«Prendilo per appoggiarti.»
«Compagni di lotta, andiamocene», disse Gesù. «Scuotete la polvere dai
vostri piedi. Addio, Nazareth.»
«Vi accompagnerò fino alle porte del villaggio», disse il vecchio rabbi-
no, «perché nessuno vi faccia del male.» Prese Gesù per mano e tutti e due
si misero in testa e aprirono il cammino. Il vecchio rabbino sentiva nella
sua la mano bruciante di Gesù.
«Ragazzo mio», disse, «non ti occupare delle pene degli altri, ti divore-
ranno.»
«Non ho preoccupazioni mie, vecchio; gli altri possono pure divorar-
mi!» gli rispose Gesù.
Arrivarono alle porte di Nazareth e apparvero i giardini e più oltre, i
campi. Dietro di loro, i discepoli si fermarono un attimo per lavare le loro
ferite a una sorgente. Con essi veniva un gran numero di straccioni, d'infer-
mi, di ciechi. Aspettavano che il nuovo Profeta facesse un miracolo.
Parlavano tutti insieme eccitati e allegri, come se tornassero da una gran
battaglia.
I quattro discepoli, però, camminavano silenziosi e inquieti. Avevano
premura di raggiungere il Maestro perché li consolasse. Nazareth, la sua
patria, li aveva scacciati e derisi; la grande spedizione era cominciata
male! E se ci scacciano da Cana, pensavano, da Cafarnao e da tutto il lago
di Genezareth, che cosa diverremo? Dove andremo? A chi proclameremo il
verbo di Dio? Se il popolo d'Israele ci rifiuta e ci scaccia, verso chi ci
dirigeremo? Verso gli infedeli?
Guardavano il Maestro, ma nessuno apriva bocca per parlare. Gesù vide
la paura nei loro occhi e afferrò Pietro per la mano.
«Pietro, uomo di poca fede», disse, «una bestia nera, col pelo ritto, si
nasconde nella pupilla dei tuoi occhi; è la Paura. Hai avuto paura?»
«Quando sono lontano da te, Maestro, ho paura: ecco perché mi sono
avvicinato, ecco perché tutti ci siamo avvicinati a te. Parlaci, per dar forza
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al nostro cuore.»
Gesù sorrise.
«Non esistono parole per descrivervi quello che c'è in fondo alla mia
anima», disse. «Ancora una volta cercherò di spiegarmi con un racconto.
«Un uomo ricco sposava suo figlio e ordinò che fosse preparato un
pranzo sontuoso nel suo palazzo. Una volta uccisi i tori e preparate le
tavole, mandò i servi ad annunciare agli ospiti: Tutto è pronto, venite alle
nozze, se volete'. Ma gli invitati trovarono tutti un pretesto per non
andarvi.
«'Ho comprato un terreno e devo andare a vederlo', disse uno. 'Mi sono
appena sposato', disse un altro, 'e non posso venire.' 'Ho comprato cinque
coppie di buoi', disse un terzo, 'e devo provarli...' I servi tornarono e rife-
rirono al padrone: 'Nessun invitato può venire. Dicono di essere occupati'.
Il signore s'incollerì. 'Correte subito nelle piazze e agli angoli delle strade,
riunite i poveri, gli zoppi, i ciechi, gli storpi e conduceteli qui. Ho invitato i
miei amici ed essi si rifiutano di venire. Riempirò la mia casa di coloro che
non sono invitati, affinché mangino, bevano e si rallegrino per le nozze di
mio figlio.'»
Gesù tacque; aveva cominciato in tono pacato, ma, a mano a mano che
parlava, pensava ai Nazareni e agli Ebrei e i suoi occhi si riempivano di
collera.
«Chi sono gli invitati? E di chi sono le nozze? Non capiamo, perdonaci,
Maestro», disse Pietro, grattandosi la grossa testa.
«Capirete», disse Gesù, «quando chiamerò gli invitati affinché entrino
nell'Arca ed essi rifiuteranno di venire perché avranno delle vigne, delle
donne e perché i loro occhi, le loro orecchie, le loro labbra, le loro narici,
le loro mani sono come cinque paia di buoi che lavorano. Che cosa lavo-
rano? L'Inferno!»
Sospirò. Guardò i compagni e sentì che era completamente solo al
mondo.
«Io parlo», mormorò, «ma a chi? Parlo all'aria e sono il solo a udire.
Quando il deserto avrà orecchie per udirmi?»
«Perdonaci, Maestro», disse ancora Pietro, «il nostro cervello è un
pezzetto di fango. Abbi pazienza, fiorirà.»
Gesù si voltò e guardò il vecchio rabbino; ma questi teneva gli occhi
fissi al suolo, aveva indovinato il terribile significato nascosto e i suoi oc-
chi senza ciglia si erano riempiti di lacrime.
All'uscita di Nazareth, davanti a una baracca di legno, c'era il pubbli-
266
cano che riceveva le tasse; si chiamava Matteo. Per tutte le merci che
entravano o uscivano bisognava pagare delle tasse ai Romani. Matteo era
piccoletto, grassottello, di colorito giallastro; aveva mani molli, dita spor-
che d'inchiostro, grosse orecchie pelose e una vocina acuta, come quella di
un eunuco. Il villaggio intero lo detestava e ce l'aveva con lui, nessuno gli
tendeva la mano e, quando si passava davanti alla sua baraccarsi girava la
testa. Le Scritture non dicevano forse: «È solo a Dio che dobbiamo pagare
le tasse e non agli uomini»? E quell'uomo era un esattore agli ordini del
tiranno, non rispettava la legge, viveva nell'illegalità; per sette leghe attor-
no a lui, l'aria ne era insozzata.
«Affrettiamoci, compagni», disse Pietro. «Trattenete il fiato; girate la
testa.»
Ma Gesù si fermò. Davanti alla sua baracca, Matteo teneva in mano la
cannuccia per scrivere, ansimava, non sapeva che cosa fare; non osava
rimanere lì, ma non voleva neppure rientrare nella baracca. Da tanto tempo
aspettava di vedere da vicino il nuovo Profeta che proclamava che tutti
erano fratelli. Non era lui che aveva detto un giorno: «Dio ama di più il
peccatore pentito che l'uomo che non ha mai peccato»? E un'altra volta
non aveva forse detto: «Non sono venuto al mondo per i virtuosi, sono
venuto per i peccatori. È con essi che amo parlare e mangiare»? E un altro
giorno gli avevano domandato: «Maestro, qual è il nome del vero Dio?» ed
egli aveva risposto: «Amore».
Per molti giorni e molte notti, Matteo aveva rimuginato quelle parole
fra sé e sé; diceva sospirando: «Quando dunque lo potrò vedere per cadere
ai suoi piedi?» E adesso, che era davanti a lui, non osava alzare gli occhi
per guardarlo, restava in piedi, a testa bassa, immobile e aspettava. Che
cosa aspettava? Adesso se ne sarebbe andato e sarebbe svanito per sempre.
Gesù fece un passo e gli si avvicinò.
«Matteo», disse a bassa voce, con tale dolcezza che il pubblicano sentì
il cuore sciogliersi. Alzò gli occhi; Gesù era davanti a lui e lo guardava.
Quello sguardo dolce, onnipotente, scendeva fin nelle viscere, mentre il
cuore si calmava, la niente si schiariva, il fondo del suo essere tremava e
finalmente il sole si rifletteva su di lui e lo scaldava. Che gioia, che certez-
za, che riconciliazione! Il mondo era dunque così semplice, la salvezza
così facile?
Matteo chiuse i registri, prese un quaderno bianco, infilò il calamaio di
bronzo nella cintura e la cannuccia dietro all'orecchio; poi chiuse a chiave
la porta della baracca e si avvicinò a Gesù. Le ginocchia gli tremavano, si
267
fermò. Doveva avanzare? Non avanzare? Il Maestro gli avrebbe dato la
mano? Alzò gli occhi, guardò Gesù, come per gridargli: «Abbi pietà di
me». Gesù gli sorrise e gli tese la mano.
«Benvenuto a te, Matteo», disse, «vieni con noi.»
I discepoli furono turbati, si fecero da un lato. Il vecchio rabbino si
chinò all'orecchio di Gesù e gli disse: «Ragazzo mio, è un pubblicano! È
un grande errore; devi ubbidire alla Legge!»
«Vecchio», disse Gesù, «io obbedisco al mio cuore.» Erano usciti da
Nazareth, oltrepassarono i giardini e giunsero nei campi. Soffiava un vento
freddo; lontano, il monte Hermon risplendeva, coperto dalle prime nevi.
Il rabbino afferrò di nuovo la mano di Gesù, non voleva che si separas-
sero senza aver parlato... Ma che cosa dirgli? Da dove cominciare? Nel de-
serto d'Idumea, Dio - almeno così gli pareva - gli aveva affidato in una ma-
no il fuoco, nell'altra i semi; sarà forse lui a bruciare il mondo e a costruir-
ne uno nuovo?... Il rabbino guardava furtivamente Gesù. Bisognava cre-
dervi? Le Scritture non dicono che l'eletto di Dio è simile a un albero gra-
cile, cresciuto fra le pietre, disprezzato, abbandonato dagli uomini? Forse...
forse... può essere questo, pensava il vegliardo. Si appoggiò a lui.
«Chi sei?» gli chiese a bassa voce per non essere udito dagli altri.
«È tanto tempo, da quando sono nato, zio Simeone, che vivi vicino a me
e non mi hai ancora riconosciuto?»
Il vecchio rabbino rimase senza fiato.
«È troppo per il mio spirito», mormorò, «è più di quanto il mio spirito
possa intendere...»
«E il tuo cuore, zio Simeone?»
«Lui non lo ascolto; porta l'uomo nell'abisso.»
«Nell'abisso di Dio, alla salvezza», disse Gesù guardando il rabbino con
compassione. Poi, dopo un momento:
«Non ricordi, vecchio, il sogno della tribù d'Israele che una notte ha
visto a Babilonia il profeta Daniele? Il Vecchio dei Giorni era seduto sul
suo trono; le sue vesti erano candide come la neve e i suoi capelli erano
come il pelo di un ariete bianco. Il suo trono era fatto di fiamme e un fiu-
me di fuoco scorreva ai suoi piedi. Alla sua destra e alla sua sinistra si sono
seduti i giudici. Allora i cicli si aprirono e sulle nuvole chi scese? Te ne
ricordi, vecchio?»
«Il Figlio dell'uomo», rispose il vecchio rabbino che da anni si pasceva
di quel sogno. E talvolta la notte, nel sonno, aveva visto anche lui.
«E chi è quel Figlio dell'uomo, vecchio?»
268
Le ginocchia del vecchio rabbino si piegarono. Guardò il giovane con
spavento.
«Chi?» mormorò, pendendo dalle labbra di Gesù. «Chi?»
«Io», rispose pacatamente Gesù e posò la mano sulla testa del vecchio,
come per benedirlo.
Il vecchio rabbino cercò di parlare, ma le sue labbra non riuscivano a
schiudersi.
«Addio, vecchio», disse Gesù tendendogli la mano. «Sii felice di esser
stato considerato degno di vedere, prima di morire, ciò che tutta la vita hai
desiderato ardentemente di vedere. Dio non ha mancato alla sua parola,
vecchio Simeone!»
Il rabbino rimase immobile, spalancò gli occhi e lo guardò... Chi era
quella gente che lo circondava? I troni, le ali, i fulmini bianchi, le nuvole
che scendevano, il Figlio dell'uomo sulle nuvole? Stava forse sognando?
Era forse il profeta Daniele? Le porte del futuro si erano spalancate davanti
a lui e lui vedeva? Non erano terre quelle, erano nuvole. E quel giovane
che gli aveva teso la mano e che gli sorrideva, non era il figlio di Maria,
era il Figlio dell'uomo!
Fu colto da vertigini. Piantò il suo bastone sacerdotale nel suolo, vi si
appoggiò per non cadere e guardò. Guardava Gesù passare con il suo ba-
stone da pastore sotto gli alberi autunnali. Il cielo si era abbassato, la piog-
gia non poteva più trattenersi nel cielo e cadeva. Le vesti del vecchio
rabbino erano inzuppate, si incollavano al suo corpo, l'acqua gli scendeva
dai capelli, egli tremava. Ma rimaneva in mezzo al cammino, immobile,
mentre Gesù, seguito dai compagni, era scomparso fra gli alberi. Il vecchio
rabbino, nella pioggia e nel vento, li vedeva ancora cenciosi, scalzi, cam-
minare, salire... dove andavano? In che direzione? Erano quegli ignoranti,
quei cenciosi, quegli scalzi che avrebbero incendiato il mondo? I disegni di
Dio sono un abisso...
«Adonai», mormorò, «Adonai...» e grosse lacrime gli rigarono il volto.

22

Roma troneggia sulle nazioni, con le sue braccia onnipotenti e insazia-


bili: riceve i vascelli, le carovane, gli dei e i raccolti di tutta la terra e di
tutto il mare. Non crede in nessun dio e riceve senza timore, con ironica
condiscendenza, tutti gli dei alla sua corte: dalla lontana Persia, adoratrice
del fuoco, il figlio di Ahoura Mazda, Mitra, il cui viso è un sole che monta
269
sul toro sacro che sarà sgozzato; dal paese del Nilo dalle feconde mammel-
le, Isis che, in primavera, cerca sui campi fioriti i quattordici pezzi di
Osiris, suo fratello e sposo, squartato dai Tifoni; dalla Siria, fra strazianti
lamenti, il meraviglioso Adone; dalla Frigia, steso su un sudario, ricoperto
da violette appassite, Atis; dall'impudica Fenicia, Astarte dai mille sposi,
tutti gli dei e demoni dell'Asia e dell'Africa; e dalla Grecia, l'Olimpo dalla
cima innevata e il nero Hades.
Essa riceve tutti gli dei, ha aperto la strada, ha ripulito il mare dai pirati
e la terra dai briganti; ha portato al mondo l'ordine e la pace. Sopra di essa
non vi è nessuno, neppure Dio; sotto di essa tutti; dei e uomini, cittadini e
schiavi romani. Il Tempo si è avvolto nelle sue mani come un manoscritto
preziosamente miniato. Il Tempo e anche lo Spazio: «Io sono eterna», dice
essa fieramente accarezzando l'aquila a due teste che ha ripiegato le sue ali
insanguinate e riposa ai piedi della sua padrona. «Che splendore, che gioia
inalterabile, quella di essere onnipotente e immortale!» pensa Roma.
E un grande sorriso si allarga sul suo viso carnoso e imbellettato.
Essa sorride soddisfatta e non le passa neppure per la testa di chiedersi
per chi ha aperto le vie della terra e del mare, per chi ha faticato, per tanti
secoli, per portare al mondo pace e sicurezza. Trionfava, compilava leggi,
si arricchiva, si espandeva su tutta la terra, per chi? Per chi?
Per lo scalzo che sta salendo in questo momento la strada deserta che da
Nazareth va a Cana, seguito da una folla di cenciosi. Non ha un tetto sotto
cui dormire, non ha nulla con cui vestirsi, nulla da mangiare. Le sue canti-
ne, i suoi cavalli e le sue fastose vesti di seta sono in cielo. Cominciano a
scendere, però.
Cammina fra polvere e pietre, i suoi piedi sono insanguinati, tiene in
mano il suo umile bastone da pastore e, di tanto in tanto, si ferma, vi si
appoggia e, in silenzio, percorre con lo sguardo le montagne che lo attor-
niano e, sopra a esse, una luce. Dio che, da lassù, guarda gli uomini. Solle-
va il bastone, lo saluta e riprende la sua strada.
Arrivarono a Cana. Al pozzo, all'entrata del villaggio, una giovane don-
na, incinta, pallida, felice, stava attingendo dell'acqua e riempiva la sua
brocca. La riconobbero; era al suo matrimonio che erano andati, durante
l'estate, e le avevano augurato di avere un figlio.
«Il nostro augurio è stato esaudito», disse Gesù sorridendo. La donna
arrossì e chiese loro se avevano sete; non avevano sete; ella si posò la
brocca sulla testa, entrò nel villaggio e sparì.
Pietro avanzò per primo e si mise a bussare a tutte le porte. Correva di
270
casa in casa; una misteriosa ebbrezza si era impossessata di lui, ballava e
gridava:
«Aprite! Aprite!»
Le porte si aprivano, apparivano delle donne; calava la sera e i contadi-
ni rientravano dai campi e domandavano, interdetti:
«Che cosa succede, ragazzi? Perché bussate alle porte?»
«Il giorno del Signore è giunto», rispondeva Pietro, «un diluvio, ragaz-
zi; noi portiamo la nuova Arca, voi fedeli entrate tutti dentro; il Maestro ha
la chiave, fate presto!»
Le donne si spaventarono, gli uomini si avvicinarono a Gesù. Adesso
stava seduto su una pietra e, con il bastone, disegnava delle croci e delle
stelle sulla terra.
I malati e gli infermi del villaggio, essi pure, si riunirono.
«Maestro, toccaci affinché possiamo guarire. Dicci una buona parola,
per farci dimenticare che siamo lebbrosi, ciechi e storpi.»
Una vecchia donna, altera, dal corpo slanciato, tutta vestita di nero
gridò:
«Avevo un figlio solo e l'hanno crocifisso. Risuscitalo!»
Chi era quella vecchia donna? I contadini si voltarono stupiti. Nessun
uomo del loro villaggio era stato crocifisso. Guardarono da dove veniva
quel grido, ma la vecchia era sparita fra le ombre del crepuscolo.
Gesù, chinato verso il suolo, disegnava croci e stelle e ascoltava il suo-
no di una tromba da guerra che scendeva dalla montagna di fronte.
Risuonò un calpestio pesante e ritmico e, nella luce della sera, luccicarono
scudi ed elmi di bronzo. I contadini si girarono e il loro viso si incupì.
«Il maledetto torna dalla caccia. È partito ancora una volta alla cattura
di ribelli.»
«Ci ha portato qui nel villaggio sua figlia, che è paralitica, affinché
guarisca in quest'aria pura. Ma il Dio d'Israele sa fare i conti, annota e non
dimentica. La terra di Cana la divorerà.»
«Non gridate, disgraziati, eccolo che arriva!»
Tre cavalieri marciavano in testa; nel mezzo vi era Rufo, il centurione
di Nazareth. Spronò il suo cavallo e si avvicinò alla folla di contadini. Alzò
la frusta.
«Perché vi siete riuniti?» gridò. «Disperdetevi!» Il suo viso era triste; in
pochi mesi era invecchiato, i suoi capelli si erano fatti grigi. Il dolore di
scoprire un mattino nel letto la sua unica figlia paralizzata gli aveva spez-
zato il cuore. Mentre caracollava con il cavallo, disperdendo i contadini,
271
vide Gesù, seduto in disparte sulla pietra. Per un attimo il suo viso s'illu-
minò; spronò il cavallo e gli si avvicinò.
«Figlio del falegname», disse, «che tu sia il benvenuto al tuo ritorno
dalla Giudea. Cercavo proprio te.»
Si girò verso i contadini.
«Devo parlare con lui, andatevene!»
Vide i discepoli e gli straccioni che l'avevano seguito da Nazareth, ne
riconobbe alcuni e aggrottò la fronte.
«Figlio del falegname», disse, «tu che hai crocifisso, fai attenzione di
non essere crocifisso pure tu. Non immischiarti con il popolo, non montar-
gli la testa. Ho la mano pesante e Roma è immortale.»
Gesù sorrise. Sapeva che Roma non era immortale, ma tacque.
I contadini si dispersero mormorando e si fermarono a osservare i tre
ribelli che i legionari avevano catturato e che trascinavano, carichi di cate-
ne; un colosso dalla barba a due punte e i suoi due figli. Con la testa alta,
guardavano tutti e tre al di sopra degli elmi romani e non vedevano nulla:
solo, ritto nell'aria, il Dio d'Israele in collera.
Giuda li riconobbe, erano vecchi compagni di lotta; fece loro un segno,
ma essi, accecati dalla luce di Dio, non lo videro.
«Figlio del falegname», disse il centurione chinandosi dal cavallo, «vi
sono dei che ci odiano e che ci ammazzano, altri che non si degnano di
chinarsi per vederci, altri ancora benevoli, pieni di compassione che gua-
riscono gli infelici mortali dalle loro infermità. Figlio del falegname, di
che tipo è il tuo Dio?»
«Non vi è che un solo Dio», rispose Gesù, «non bestemmiare, centu-
rione!»
Rufo scosse la testa.
«Non voglio mettermi a discutere con te su questioni religiose», disse.
«Non posso soffrire gli Ebrei e, scusami, borbottate tutto il tempo le vostre
storie di Dio! Io volevo domandarti solo una cosa: può il tuo Dio...»
Si fermò. Aveva vergogna di chiedere una grazia a un ebreo. Ciò nono-
stante vide apparire davanti ai suoi occhi un lettino da vergine con sopra,
steso immobile, il corpicino pallido di una ragazza con due grandi occhi
verdi che lo fissavano, lo guardavano, lo supplicavano...
Si rimangiò la vergogna e si chinò ancor di più dalla sella del cavallo.
«Può il tuo Dio, figlio del falegname, guarire gli ammalati?»
Guardò Gesù con angoscia.
«Lo può?» chiese ancora una volta, vedendo che Gesù taceva.
272
«I genitori commettono degli sbagli e sono i figli che pagano. Questa è
la legge del mio Dio.»
«È ingiusta!» gridò il centurione rabbrividendo.
«È giusta!» rispose Gesù. «Il padre e il figlio appartengono allo stesso
ceppo; salgono insieme in Cielo e scendono insieme all'Inferno. Se se ne
picchia uno, entrambi saranno feriti. Tu ci tendi agguati e ci uccidi, centu-
rione, e il Dio d'Israele colpisce e paralizza tua figlia.»
«Ciò che stai dicendo è terribile, figlio del falegname. Un giorno, a
Nazareth ti ho sentito parlare e le tue parole mi erano sembrate più dolci di
quanto un romano abbisogna, ma ora...»
«Allora era il regno dei cicli che parlava, adesso è la fine del mondo.
Dal giorno in cui mi hai udito, centurione, il Giudice si è seduto sul suo
trono, ha aperto i registri e ha chiamato la giustizia che è venuta di fianco a
lui, con la spada in mano.»
«Neppure il tuo Dio va oltre la giustizia?» gridò il centurione esaspera-
to. «Si è fermato lì? Che cos'era dunque quel nuovo messaggio che predi-
cavi quest'estate in Galilea: Amore, Amore? Mia figlia non ha bisogno
della giustizia di Dio; ha bisogno del suo amore. Cerco un Dio che oltre-
passi la giustizia e che possa guarire mia figlia. Ecco perché avevo inviato
tutti a cercarti. L'Amore, capisci? Cerco l'Amore e non la giustizia.»
«Centurione romano, spietato e senza amore, chi mette dunque queste
parole nella tua bocca feroce?»
«L'amore per mia figlia, la sofferenza. Cerco un Dio che la guarisca, per
credere in lui.»
«Felici coloro che credono in Dio, senza miracoli.»
«Felici, sì. Ma io sono un uomo duro e scettico. Ho visto molti dei a
Roma, ne abbiamo a migliaia nelle nostre edicole, ne ho fin sopra alla
testa.»
«Dov'è tua figlia?»
«Qui, sopra al villaggio, in un giardino.»
Il centurione scese da cavallo e si mise a camminare, davanti a Gesù.
Dietro di loro, distanti, venivano i discepoli, più indietro ancora, la folla di
contadini. In quel momento, Tommaso, tutto contento, uscì dalla coda del-
la colonna di soldati. Li seguiva e vendeva loro, a buon prezzo, le sue
cianfrusaglie.
«Ehi, Tommaso», gli gridarono i discepoli, «non vieni ancora con noi?
Adesso vedrai un miracolo e crederai!»
«Voglio prima vedere», rispose Tommaso, «vedere e toccare.»
273
«Toccare che cosa, vecchio brigante?»
«La verità.»
«Come se la verità avesse un corpo! Che cosa stai dicendo, scervella-
to?»
«Se non ha corpo, che cosa vuoi che me ne faccia?» disse Tommaso
ridendo. «Io ho bisogno di toccare. Non mi fido né dei miei occhi né delle
mie orecchie. Mi fido delle mie mani.»
Arrivarono sopra il villaggio dove c'era un'allegra casetta imbiancata a
calce.
Una giovinetta di dodici anni era stesa su un lettino bianco e spalancava
i suoi occhioni verdi; vide il padre e il suo viso s'illuminò. Il suo spirito
lottò con violenza per far alzare il suo corpo paralizzato, ma non vi riuscì e
la gioia sparì dal suo viso. Gesù si chinò a prese la mano della ragazza.
Tutta la sua forza si concentrò nella mano della giovane; tutta la sua forza,
tutto il suo amore e la sua pietà. Non parlava. Fissava quei due occhi verdi
e sentiva la sua anima scorrere impetuosamente fino alla punta delle sue
dita ed entrare nel corpo della giovane. Essa lo guardava appassionatamen-
te e gli sorrideva.
I discepoli entrarono nella stanza in punta di piedi. Tommaso davanti,
con la sua sacca di mercé sulla schiena e la tromba appesa alla vita. Tutto
attorno, nel giardino e nella stradina stretta, si erano sparpagliati i conta-
dini. Tutti trattenevano il respiro e aspettavano. Il centurione, con la schie-
na appoggiata al muro, guardava la figlia e cercava di dissimulare il pro-
prio turbamento.
A poco a poco le guance della ragazza ripresero colore, il suo petto si
sollevò, un dolce formicolio la percorse dalla mano fino al cuore e dal
cuore fino alla pianta dei piedi. Le sue viscere fremevano come le foglie
del pioppo quando si alza una leggera brezza. Gesù sentiva la mano della
ragazza battere come un cuore, rivivere nella sua mano. Allora aprì la
bocca e parlò.
«Figliola», le ordinò con tenerezza, «alzati!»
La ragazza si mosse piano, come se, intorpidita, stesse stirandosi come
quando ci si sveglia; le sue mani si appoggiarono sul letto, sollevarono il
corpo e, con un balzo, si trovò fra le braccia del padre. Tommaso spalancò
gli occhi strabici, allungò una mano e la toccò, come per assicurarsi che
essa fosse vera. I discepoli rimasero interdetti e spaventati. Il popolo che si
era riunito tutto attorno rumoreggiò per un istante e subito tacque, an-
ch'esso spaventato. Non si udiva che il gaio ridere della figlia che abbrac-
274
ciava e baciava il padre. Giuda si avvicinò al Maestro; il suo viso era
furibondo e cattivo.
«Sprechi il tuo potere per degli infedeli; fai del bene ai nostri nemici. È
forse questa la fine del mondo che ci porti? Sono queste le fiamme?»
Gesù, tuttavia, immerso in quel mistero, non lo udì. Era lui che si era
spaventato più di tutti vedendo la giovinetta saltar giù dal letto. I discepoli
lo circondarono e si misero a danzare, non potevano trattenere la loro
gioia; avevano avuto ragione di abbandonare tutto per seguirlo; non era un
impostore, faceva dei miracoli. Tommaso, nella sua mente, aveva una
bilancia e soppesava il fatto. Su un piatto aveva posato la sua mercé e
nell'altro il regno dei cicli; i piatti oscillarono per un momento e finirono
per fermarsi. Il regno dei cicli era più pesante, era un buon affare, molto
conveniente, ho dato cinque e posso guadagnare mille, allora avanti, in
nome del cielo! Si avvicinò al Maestro.
«Rabbi», disse, «è per farti piacere che distribuirò la mia mercé ai pove-
ri. Non dimenticarlo, te ne prego, domani, quando verrà il regno dei cicli.
Sacrifico tutto e vengo con te. Oggi ho visto e ho toccato la verità.»
Ma Gesù era ancora lontano; aveva udito ma non rispondeva.
«Non terrò che la tromba», disse il vecchio mercante, «per suonare e ra-
dunare la gente. Vendiamo nuova mercanzia, immortale, e non chiediamo
nulla in cambio!»
Il centurione, con la figlia in braccio, si avvicinò a Gesù.
«Uomo di Dio, hai risuscitato mia figlia; che cosa posso fare per te?»
«Ho liberato tua figlia dalle catene di Satana», rispose Gesù, «tu, centu-
rione, libera i tre ribelli dalle catene di Roma.»
Rufo abbassò la testa e sospirò.
«Non posso», mormorò con sincero dolore, «non posso proprio. Ho
fatto un giuramento all'imperatore romano, come tu stesso ne hai fatto uno
all'imperatore che adori. È giusto non mantenere il giuramento? Chiedimi
qualsiasi altra cosa. Parto dopodomani per Gerusalemme e vorrei farti que-
sto piacere prima di partire.»
«Centurione», disse Gesù. «Un giorno ci ritroveremo in momenti diffi-
cili, nella santa Gerusalemme. Allora ti chiederò qualcosa. Abbi pazienza
fino ad allora.»
Posò la mano sui capelli biondi della ragazza, a lungo; chiuse gli occhi
e sentì il calore della testa, la morbidezza dei capelli, la dolcezza della
donna.
«Figliola mia», disse, aprendo gli occhi, «non dimenticare quanto ti
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dirò. Prendi tuo padre per mano e portalo sul cammino giusto.»
«Qual è il cammino giusto, uomo di Dio?» domandò la ragazza.
«L'Amore.»
Il centurione diede degli ordini e fu portato da mangiare e da bere; si
prepararono le tavole.
«Vi invito», disse a Gesù e ai discepoli, «questa sera mangerete e berre-
te in questa casa. Voglio festeggiare la resurrezione della mia bambina.
Erano anni che non provavo più la gioia: questa sera il mio cuore ne
trabocca. Siate i benvenuti!»
Si chinò verso Gesù.
«Devo grande riconoscenza al Dio che adori», disse. «Dammelo, lo
manderò a Roma con gli altri dei.»
«Vi andrà da solo», rispose Gesù e uscì nel giardino per respirare.
Calava la notte. Le stelle cominciavano ad accendersi in cielo, e sotto,
nel piccolo villaggio, si accesero anche le lampade e fecero brillare gli
occhi degli uomini. Quella sera si parlava di cose di tutti i giorni; gli uomi-
ni sentivano che Dio, come un benevolo leone, era entrato nel loro
villaggio.
Le tavole erano pronte; Gesù sedette in mezzo ai suoi discepoli e spezzò
il pane, senza parlare. La sua anima, inquieta, sbatteva ancora le ali, come
se fosse appena sfuggirà a un grave pericolo o come se avesse vinto una
battaglia inaspettata. Attorno a lui i discepoli tacevano, ma il cuore batteva
di gioia nel loro petto. Tutto ciò, fine del mondo e regno del cielo, non
erano dunque sogni o esaltazione, erano la verità. E il giovane bruno, scal-
zo, che era al loro fianco, che mangiava, parlava, rideva e dormiva come
tutti gli uomini, era veramente un inviato di Dio!
Appena terminata la cena, quando tutti andarono a dormire, Matteo si
inginocchiò sotto la lampada, tirò fuori dalla camicia un quaderno nuovo,
prese la cannuccia da dietro l'orecchio e rimase pensieroso per un bel po'.
Come, da dove cominciare? Dio l'aveva collocato di fianco a quell'uomo
santo affinché scrivesse fedelmente le parole che egli pronunciava e i
miracoli che faceva, perché non si perdessero, affinché le generazioni
future li imparassero ed esse pure seguissero il cammino della redenzione.
Era certo questa la missione che Dio gli aveva affidato. Era istruito, perciò
aveva una grande responsabilità. Tutto ciò che si sarebbe perso, egli dove-
va raccoglierlo con la cannuccia e riportarlo sulla carta, per renderlo im-
mortale. I discepoli potevano pure odiarlo e non rivolgergli la parola,
perché un tempo era stato pubblicano; era lui che ora avrebbe mostrato
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loro che un peccatore pentito vale più che un uomo che non ha mai
peccato.
Intinse la cannuccia nel calamaio di bronzo; udì un fruscio di ali alla
sua destra, come se un angelo si fosse avvicinato al suo orecchio per det-
targli e cominciò a scrivere con mano veloce e sicura: «Libro della genea-
logia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò...»
Scrisse, scrisse finché a Oriente apparve un chiarore rosato e si udì il
canto del primo gallo.

Se ne andarono. Tommaso in testa con la tromba; vi soffiava dentro e


svegliava il villaggio gridando: «Arrivederci, ci ritroveremo nel regno dei
cieli». Dietro di lui venivano Gesù e i suoi discepoli con il gruppo di
cenciosi e di storpi che li seguivano sempre sia da Nazareth sia da Cana e
che aspettavano.
Non è possibile, essi pensavano, arriverà il giorno benedetto in cui si
girerà verso di noi e ci libererà della fame e della malattia. Giuda, quel
giorno, era rimasto indietro. Aveva trovato una grande bisaccia, si fermava
alle porte, chiamava le donne di casa e parlava loro, pregando e minac-
ciando al tempo stesso:
«Noi lavoriamo per voi, affinché siate salvate, disgraziate. Voi, da parte
vostra, aiutateci a non morire di fame. I santi hanno pure loro bisogno di
mangiare e di prendere forze per salvare gli uomini. Un pezzo di pane, una
manciata di olive, dell'uva secca, dei datteri, qualsiasi cosa: Dio ne prende
nota e ve lo renderà nell'altro mondo. Voi date un'oliva e lui vi renderà un
olivete».
E se una donna nicchiava e non voleva aprire la sua cantina, le gridava:
«Perché lesini il cibo? Domani, dopodomani, forse questa sera, il cielo
si aprirà, il fuoco cadrà sui tuoi beni e non ti rimarrà che ciò che hai
donato. E se ti salverai, lo dovrai al pezzo di pane, alle olive, alla bottiglia
d'olio che mi hai dato, o infelice!»
Le donne si spaventavano, aprivano le cantine e, prima che Giuda giun-
gesse alle porte del villaggio, la sua sacca traboccava.
L'inverno era cominciato e la terra tremava. Molti alberi erano spogli,
avevano freddo; altri, benedetti da Dio, come l'ulivo e la palma, conserva-
vano intatta, estate e inverno, la loro veste. E gli uomini, quando erano
poveri, avevano freddo come gli alberi spogli. Giovanni aveva gettato il
suo mantello di lana sulle spalle di Gesù e ora tremava e aveva fretta di
arrivare a Cafarnao per aprire i bauli della madre. La vecchia Salomè
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aveva tessuto moltissimo durante la sua vita; era molto generosa e donava
sempre a tutti ciò che faceva. Avrebbe distribuito delle vesti calde ai
compagni; quel vecchio avaraccio di Zebedeo aveva un bel mormorare, era
lei che, con la sua tenacia e la sua dolcezza, dirigeva la casa.
Anche Filippo aveva fretta. Pensava a Cafarnao, al suo grande amico
Nataniele, chino tutto il giorno a cucire e ad aggiustare sandali e babbucce;
la sua vita si sprecava in questo modo e non trovava tempo per innalzare i
suoi pensieri fino a Dio, di appoggiare lui pure la scala di Giacobbe in
cielo e di salirvi! Non vedo l'ora di arrivare, pensava Filippo, per rivelare
anche a lui il gran segreto affinché pure lui, poveretto, si salvi!
Imboccarono un sentiero e lasciarono sulla destra Tiberiade, la città
odiata da Dio, con il dannato tetrarca che aveva ucciso il Battista. Matteo
si avvicinò a Pietro per domandargli che cosa si ricordasse del Giordano e
del Battesimo, per trascriverlo dettagliatamente, ma Pietro si tirò indietro e
girò la testa, per non respirare il fiato del pubblicano. Matteo ne fu addolo-
rato; strinse sotto il braccio il quaderno che aveva cominciato e rimase in-
dietro. Incontrò due mulattieri che venivano sovente a Tiberiade e doman-
dò loro, per trascriverlo sul quaderno, come si era svolto l'assassinio im-
pietoso. Era vero che il tetrarca si era ubriacato e che la nuora Salomè
aveva ballato nuda davanti a lui?... Matteo voleva saperlo fin nei minimi
particolari per immortalarli attraverso la scrittura.
Arrivarono al grande pozzo alle porte di Magdala. Il sole era velato, la
faccia della terra si coprì di bruma, i fili scuri della pioggia erano sospesi
nell'aria e unirono il cielo con la terra. Maddalena alzò il viso verso la fine-
strella e vide che il cielo diventava buio. «È arrivato l'inverno», mormorò,
«bisogna far svelto!» Fece girare rapidamente il fuso e vi mise frettolosa-
mente la bella lana che aveva trovato per tessere una veste calda per il suo
amato e proteggerlo dal freddo. Di tanto in tanto contemplava il grande
melograno carico di frutti, nel cortile. Maddalena li guardava senza co-
glierli, li teneva tutti per Gesù. Dio è benevolo, essa pensava, un giorno il
suo diletto sarebbe passato di nuovo per quella stradina; allora avrebbe
riempito le sue braccia di melagrane e le avrebbe deposte ai suoi piedi. Lui
si sarebbe abbassato, ne avrebbe presa una per rinfrescarsi la gola. Filava,
contemplava il melograno e rivedeva nella mente tutta la sua vita.
Cominciava e finiva con Gesù, il figlio di Maria; quante amarezze, quante
gioie! Perché l'aveva abbandonata? L'ultima notte aveva aperto la porta
come vi ladro e se n'era andato. Dov'era andato? Si sarebbe messo a com-
battere ancora una volta contro le ombre, invece di zappare, di lavorare il
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legno o di pescare e di avere una sposa - anch'essa è una creatura di Dio -
per dormire con lei. Ah! Se un giorno avesse potuto passare ancora da
Magdala, lei sarebbe accorsa con il grembiule pieno di melagrane per
rinfrescarlo!
Mentre pensava a tutto ciò e faceva girare il fuso con mani abili e
veloci, nella strada risuonarono dei passi e delle grida, suonò una tromba...
non era forse quella di Tommaso il guercio, il venditore ambulante? E si
udì una voce acuta:
«Aprite, aprite le vostre porte: il regno dei cicli è arrivato!»
Maddalena si alzò bruscamente, il respiro affannoso. È arrivato! È
arrivato! Tutto il suo corpo era percorso da brividi caldi e freddi. Si preci-
pitò senza lo scialle, con i capelli sciolti sulle spalle, attraversò il cortile,
arrivò fin sulla soglia e vide il Signore. Lanciò un grido di gioia e cadde ai
suoi piedi: «Maestro, Maestro», sussurrava, «che tu sia il benvenuto!»
Aveva dimenticato le melagrane e la sua promessa, abbracciava quelle
ginocchia sacre e i suoi capelli neri dai riflessi azzurrini erano sparsi per
terra. Era ancora impregnata di antichi profumi, di profumi maledetti.
«Maestro, Maestro, sei il benvenuto», sussurrava, e lo trascinava tenera-
mente verso la sua casa.
Gesù si chinò, la prese per mano e la fece alzare. La teneva, meraviglia-
to e timido, come un fidanzato inesperto tiene la sua promessa sposa. Non
era Maddalena che egli aveva risollevato da terra, era l'anima dell'uomo ed
egli era il suo fidanzato. E Maddalena tremava, arrossiva e spargeva i suoi
capelli sul petto, per nasconderlo. Tutti la guardavano, stupiti. Come si era
consumata, com'era diventata pallida; occhiaie scure le cerchiavano gli
occhi e la sua bocca carnosa si era sciupata, come un fiore che si è smesso
di annaffiare. Mentre camminavano così, tutti e due, dandosi la mano, pa-
reva loro che fosse un sogno; avevano la sensazione di non camminare più
sulla terra, ma di avanzare planando nell'aria. Erano nozze e quegli strac-
cioni che riempivano la strada e li seguivano erano il corteo? E il melo-
grano che apparve in cortile, carico di frutti, era forse uno spirito benevolo,
una divinità della casa oppure una donna felice che ha partorito figli e
figlie e che ora rimane ritta nel cortile ad ammirarli?
«Maddalena», disse con dolcezza Gesù, «tutti i tuoi peccati sono
perdonati, perché hai amato molto.»
Essa si voltò piena di gioia: avrebbe voluto esclamare: «Sono vergine!»
Ma, dalla gioia, non riusciva ad aprir bocca. Correva, saccheggiava il me-
lograno, si riempiva il grembiule dei suoi frutti e li ammucchiava, freschi e
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rossi, ai piedi del suo Diletto. E successe esattamente ciò che essa aveva
desiderato, dentro di sé: Gesù si abbassò, prese un frutto, riempì la mano di
chicchi e si rinfrescò la gola; fu poi la volta dei discepoli, ciascuno
raccolse un Frutto e si rinfrescò.
«Maddalena», chiese Gesù, «perché mi guardi con tanta inquietudine?
È come se mi dicessi addio.»
«Ti accolgo e ti dico addio, ogni istante della mia vita, da quando sono
nata, o mio Diletto!» rispose Maddalena così piano che solo Gesù e
Giovanni, che le erano vicini, l'udirono.
Ella tacque, poi dopo un attimo, disse:
«Sei tu che devo guardare, poiché è dall'uomo che è nata la donna ed
essa non può ancora staccare il proprio corpo da quello di lui. Ma tu devi
guardare il cielo perché sei un uomo, e l'uomo è stato creato da Dio. Lascia
perciò che ti guardi, figlio mio».
Pronunciò quella grande parola: «Figlio mio» così a bassa voce che
neppure Gesù l'udì. Ma il petto di Maddalena si gonfiò e palpitò, come se
stesse allattando un figlio.
Un mormorio si levò dal popolo; arrivavano nuovi malati e il cortile si
riempì.
«Maestro», disse Pietro, «il popolo mormora; ha fretta.»
«Che cosa vuole?»
«Una buona parola, un miracolo; guardali.»
Gesù si girò. In quel vento violento che annunciava la tempesta, scorse
una moltitudine d'occhi che lo guardavano con angoscia e delle bocche
socchiuse, piene di passione. Un anziano si fece avanti. Gli erano cadute le
ciglia e i suoi occhi era come due piaghe; al suo collo scheletrico erano
appesi dieci amuleti, ognuno con un comandamento del Decalogo. Si
fermò sulla soglia e si appoggiò al suo bastone.
«Maestro», disse, e la sua voce era lamentosa e piena di collera,
«Maestro, ho cent'anni, ho sempre sotto agli occhi, appesi al collo, i dieci
comandamenti di Dio; non ne ho violato nessuno. Ogni anno vado a
Gerusalemme, sacrifico un caprone al vecchio Sabaoth, accendo dei ceri,
brucio dell'incenso. Di notte non dormo, canto dei salmi. Guardo ora le
stelle, ora le montagne e aspetto - non voglio altre ricompense - aspetto
che Dio scenda per vederlo... L'ho fatto durante anni e anni, invano. Ho già
un piede nella fossa e non l'ho ancora visto. Perché? Perché? Ho molte
lamentele da fargli, Maestro. Quando dunque vedrò il Signore? Quando
starò in pace?»
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Man mano che parlava, s'incolleriva sempre più, picchiava in terra con
il bastone e alzava la voce. Gesù sorrise.
«Vecchio», rispose, «c'era una volta, alla porta orientale di una potente
città, un trono di marmo. Su quel trono erano saliti mille re ciechi
dell'occhio destro, mille re ciechi dell'occhio sinistro e mille re che vede-
vano con tutti e due gli occhi, e tutti gridavano a Dio d'apparire, per-ché
volevano vederlo. Ma sono tutti morti senza averlo visto. Una volta andati
via i re, un pover'uomo, scalzo e affamato, arrivò e si sedette sul trono:
'Mio Dio', esclamò, 'gli occhi dell'uomo non possono guardare il sole di
fronte, ne sono accecati. Come potrebbero dunque guardare in faccia te,
l'Onnipotente? Signore, abbi pietà di me, rendi più dolce la tua potenza,
riduci il tuo scintillio, affinché io, il povero, il sofferente, riesca a vederti!'
Allora ascoltami, vecchio! Dio è diventato un pezzo di pane, un bicchiere
d'acqua fresca, una veste calda, una capanna; e una donna davanti alla
capanna, che sta allattando un bimbo. E quel poveretto ha spalancato le
braccia, ha sorriso di felicità e ha mormorato:
«'Ti ringrazio, Signore. Ti sei abbassato per me, sei diventato pane,
acqua, una veste calda, la mia sposa e mio figlio, perché io ti vedessi. E ti
ho visto. Mi prosterno ai tuoi piedi e adoro il tuo amato viso'.»
Tutti tacquero. Il vecchio soffiò come un bufalo, si fece strada con il
suo bastone e sparì fra la folla. Un giovane, appena sposato, alzò il pugno
e si mise a gridare:
«Tu possiedi, pare, il fuoco per bruciare il mondo; per bruciare le nostre
spose e i nostri figli. È questo dunque l'amore che vuoi portarci? È forse
questa la giustizia? £ il fuoco?»
Gli occhi di Gesù si gonfiarono di lacrime; ebbe pietà del giovane spo-
so. Era dunque questa la giustizia che egli portava, era il fuoco? Non c'era
un altro cammino che portasse alla redenzione?
«Spiegati con chiarezza: che cosa dobbiamo fare per essere salvati?»
gridò un uomo ricco, facendosi strada a gomiti in quella folla, per avvici-
narsi e udire la risposta; era duro d'orecchio e non udiva molto bene.
«Aprite i vostri occhi, aprite le vostre cantine, distribuite i vostri beni ai
poveri!» tuonò Gesù. «Il giorno del Signore è arrivato! Colui che lesina e
che conserva per i suoi ultimi giorni un pane, una giara d'olio, un pezzo di
terra, ebbene, quel pane, quella giara e quella terra rimarranno appesi al
suo collo e lo faranno sprofondare nell'Inferno!»
«Le mie orecchie sentono un brusio e ho le vertigini», disse l'uomo
ricco. «Perdonami, ma sono costretto ad andarmene.»
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Furioso, si diresse verso la sua sontuosa casa. «È il colmo, dividere i
nostri averi con degli straccioni! È questa la giustizia? Che il diavolo se lo
porti!» Parlava da solo, bestemmiava e camminava...
Gesù lo guardò allontanarsi e mormorò:
«La porta dell'Inferno è grande, la strada che vi conduce è larga e piena
di fiori. La porta del regno di Dio è stretta e la strada è in salita. Finché
viviamo possiamo scegliere; vivere significa essere liberi. Quando la morte
arriva, ciò che è fatto è fatto; non c'è più salvezza...»
«Se vuoi che ti creda», gridò un uomo con le stampelle, «fai un
miracolo, fammi guarire. Entrerò zoppo nel regno dei cicli?»
«E io, lebbroso?»
«E io, senza una mano?»
«E io, cieco?»
Gli storpi si gettarono tutti assieme, minacciosi, davanti a Gesù. Diven-
nero audaci e si misero a gridare. Un vecchio cieco alzò il suo bastone:
«O ci fai guarire», urlò, «o questa sera non uscirai vivo dal nostro
villaggio!»
Pietro strappò il bastone dalle mani del vecchio.
«Con un'anima simile», gli gridò, «non vedrai mai la luce, lurido guer-
cio!»
Gli storpi si misero in agitazione e si scatenarono. I discepoli si misero
ai lati di Gesù. Maddalena, terrorizzata, fece cenno di chiudere la porta
della sua casa, ma Gesù la trattenne.
«Maddalena, sorella mia», disse, «quella gente è infelice, non è che car-
ne. Le abitudini, la pinguedine, i peccati, soffocano la loro anima e io non
riesco a trovarla. Ah! Solo il fuoco, credo, può guarirli!»
Si girò verso la folla; i suoi occhi, ora, erano duri, senza pietà.
«Come bruciamo i campi prima della semina affinché i semi buoni pos-
sano germogliare e crescere, così Dio brucerà la terra. Non prova compas-
sione per le spine, la zizzania e la serpentaria. Questa è la giustizia.
Addio!» Si girò verso Tommaso:
«Suona la tromba, Tommaso, ce ne andiamo!» Allungò il suo bastone; il
popolo, più calmo, si fece da parte e lo lasciò passare. Maddalena afferrò il
suo scialle, abbandonò la lana mezzo filata, la marmitta di terracotta sul
fuoco, le galline del cortile senza becchime, gettò la chiave della porta in
mezzo alla strada e, senza voltarsi indietro, si mise a seguire, in silenzio,
strettamente avvolta nello scialle, il figlio di Maria.

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23

Si stava appena facendo notte quando giunsero a Cafarnao. Il temporale


era passato sopra le loro teste, il vento del nord s'era messo a soffiare
spingendolo a meridione.
«Andiamo a dormire a casa nostra», dissero i due figli di Zebedeo. «È
grande, c'è posto per tutti. Sarà il nostro rifugio.»
«E il vecchio Zebedeo?» disse Pietro ridendo. «Sono sicuro che non
darebbe neppure un bicchiere d'acqua al suo angelo custode.» Giovanni
arrossì.
«Abbi fede nel Maestro», disse, «il suo soffio gli farà bene, vedrai.»
Gesù camminava avanti, senza ascoltare quei discorsi. I suoi occhi
erano pieni di immagini di ciechi, di lebbrosi, di storpi... Ah, poter soffiare
sull'anima di ognuno e gridare: Svegliati! E allora, svegliandosi, il corpo
diventerebbe anima e guarirebbe...
Entrati nel villaggio, Tommaso levò la tromba per lanciare il suo
richiamo, ma Gesù lo fermò con un gesto.
«No», disse, «sono stanco...» Il suo volto era livido, solcato da profonde
occhiaie. Maddalena bussò alla prima porta, chiese un bicchiere d'acqua,
Gesù lo bevve e ritrovò le forze.
«Ti sono debitore d'un bicchiere d'acqua fresca, Maddalena», le disse
sorridendo.
Gli venne in mente quello che aveva detto all'altra donna, la samaritana,
davanti al pozzo di Giacobbe. Aggiunse:
«In cambio ti darò un bicchiere d'acqua immortale».
«Me l'hai già dato, Maestro, tanto tempo fa», rispose Maddalena, av-
vampando.
Passarono davanti alla casupola di Nataniele. La porta era aperta; in
cortile, il padrone della casa, una roncola in pugno, era occupato a sfron-
dare il fico dai rami secchi. Filippo si staccò di corsa dal gruppo ed entrò.
«Nataniele», disse, «devo parlarti. Fermati.»
Entrò in casa. Nataniele accese la lampada.
«Lascia le tue lampade, i fichi, la casa», gli disse Filippo, «partiamo.»
«E per dove?»
«Per dove? Ma non hai capito ancora? È la fine del mondo. Da un
momento all'altro si apriranno i cicli, la terrà finirà in cenere. Sbrigati a
entrare nell'Arca se vuoi metterti in salvo.»
«Che Arca?»
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«Tra le braccia del nostro Maestro, il figlio di Maria, il figlio di Davide
di Nazareth. È appena tornato dal deserto: e lì ha incontrato Dio, hanno
parlato, hanno deciso la distruzione e la salvezza del mondo. Dio ha messo
la mano sui capelli del nostro Maestro e gli ha detto: 'Va' e scegli coloro
che saranno salvati. Sei tu il novello Noè. Prendi, è la chiave dell'Arca, per
aprirla e per chiuderla', e gli ha dato una chiave, d'oro. La porta al collo,
ma l'occhio dell'uomo non può vederla.»
«Spiegami, Filippo, non ci arrivo. Quando sarebbero successe queste
meraviglie?»
«Là, ti dico, oggi stesso, nel deserto del Giordano. Hanno ucciso il
Battista e la sua anima è entrata nel corpo del nostro Maestro. Quando lo
vedrai non lo riconoscerai. È cambiato, è diventato terribile, le sue mani
mandano scintille. E poco fa, a Cana, ha toccato la figlia del centurione di
Nazareth, quella che era paralitica, e lei d'un tratto è balzata in piedi e s'è
messa a danzare. Devi credermi, sulla nostra amicizia! Non perdiamo
tempo, partiamo.»
Nataniele sospirò.
«Ascolta, Filippo, le cose mi vanno bene, ho un sacco di ordinazioni.
Guarda tutti quei sandali e quei calzari che devo fare. Gli affari mi vanno
bene, e ora...»
Fece correre a lungo lo sguardo attorno a sé, sui suoi amati strumenti, lo
sgabello su cui sedeva per risolare, i trincetti e le lesine, lo spago impecia-
to, i perni di legno... Sospiro ancora e mormorò:
«Come faccio a lasciare tutto?»
«Lassù troverai strumenti d'oro, non farti cattivo sangue. Risolerai i san-
dali d'oro degli angeli, le ordinazioni saranno eterne, innumerevoli. Cuci-
rai, scucirai, il lavoro non ti mancherà mai. Ma fa' presto. Vieni dal Mae-
stro e digli: 'Sono con te!' Nient'altro: 'Sono con te e ti seguirò dovunque
andrai, fino alla morte! ' È il giuramento che abbiamo fatto tutti.»
«Fino alla morte!» disse il ciabattino. Rabbrividì. Il suo corpo era
enorme, ma il cuore piccolo e timoroso.
Il pastore lo rassicurò:
«È un modo di dire, dai! Tutti noi abbiamo fatto lo stesso giuramento,
ma non ti preoccupare, non andiamo alla morte, andiamo verso la luce.
Questo Gesù, caro mio, non è un uomo, no, è il Figlio dell'uomo!»
«E be', non è lo stesso?»
«Lo stesso? Non ti vergogni di dire una cosa del genere? Non hai mai
sentito le parole del profeta Daniele? Figlio dell'uomo significa Messia, e
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cioè re! Presto siederà sul trono dell'Universo e tutti noi, che abbiamo
avuto l'intelligenza di andare con lui, spartiremo onori e ricchezze. E tu
non andrai più a piedi nudi, ma porterai sandali d'oro, e gli angeli si chine-
ranno ad allacciarteli. Ti dico che è un affare, Nataniele, non fartelo scap-
pare. Ti dico solo che Tommaso si è unito a noi. Ha annusato l'affare, il
furbacchione, ha distribuito ai poveri tutti i suoi averi ed è corso da noi.
Corri anche tu, Gesù in questo momento si trova in casa del vecchio
Zebedeo. Partiamo!»
Ma Nataniele era ancora indeciso.
«La responsabilità è tua, Filippo», disse alla fine. «Ma se vedo che le
cose vanno male, ti avverto, me la filo. Tutto quello che vuoi, ma non ho
intenzione di farmi crocifiggere.»
«Va bene, va bene», disse Filippo, «ce la batteremo insieme. Che ti cre-
di? Non sono mica matto. D'accordo, partiamo.»
«Allora, come Dio vuole!» Chiuse la porta, si infilò la chiave nella ve-
ste e partirono assieme, sottobraccio, verso la casa del vecchio Zebedeo.
Gesù e i suoi discepoli erano seduti davanti al camino del vecchio Zebe-
deo a riscaldarsi. La vecchia Salomè andava avanti e indietro, raggiante.
Tutti i suoi malanni erano scomparsi, apparecchiava la tavola e non si stan-
cava di ammirare i suoi figli e di servire l'uomo santo che avrebbe portato
il regno dei cieli. Giovanni si chinò all'orecchio della madre, parlò a bassa
voce indicando con lo sguardo i discepoli che tremavano, ancora vestiti
delle tuniche estive di lino. La madre sorrise, andò in un'altra stanza, aprì i
cassoni, ne tolse degli abiti di lana e svelta, prima del ritorno del marito, li
distribuì ai compagni. E il mantello più pesante, di lana bianca, lo depose
teneramente sulle spalle di Gesù. Lui si volse e sorrise:
«Che tu sia benedetta», le disse, «è cosa buona e giusta prendersi cura
del corpo. È il cammello su cui monta l'anima per attraversare il deserto.
Prendiamocene cura, quindi, perché possa resistere.»
Il vecchio Zebedeo entrò, guardò gli inattesi visitatori, salutò con un
mormorio e sedette in un angolo. Quei partigiani, come li chiamava lui,
non gli piacevano affatto. Ma chi li aveva invitati a installarsi in casa sua?
Ed ecco che sua moglie, mani bucate come sempre, già aveva preparato
per loro un banchetto da re! Maledetto il momento in cui era comparso
quel nuovo illuminato. Non solo si era preso i suoi due figli, ma era anche
causa di continui litigi con quella stupida di sua moglie. Lei prendeva
sempre le parti dei figli: hanno ragione, diceva, quello è un vero profeta,
diventerà re, caccerà i Romani e siederà sul trono di Israele. E allora alla
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sua destra ci sarà Giovanni e alla sua sinistra Giacomo, che saranno diven-
tati gran signori. Non pescatori o barcaioli, ma signori grandi e potenti.
Dovevano ammuffire lì nell'acqua tutta la vita? Questo e tante altre cose
ancora quella sciocca gli andava predicando dalla mattina alla sera, stril-
lando e pestando i piedi. E lui o imprecava e spaccava quello che gli capi-
tava sotto mano, oppure se ne andava con l'anima gonfia, a camminare co-
me un pazzo lungo le rive del lago. E negli ultimi tempi s'era messo a bere.
Ed ecco che stasera tutti quei congiurati si erano piazzati a casa sua. Nove
stornaci da giganti, accompagnati da quella damigella dai mille amanti. Si
erano installati attorno alla tavola senza degnarlo della minima attenzione,
lui, il padrone di casa, senza neppure chiedergli se era d'accordo. A questo
punto si era arrivati! Ecco per chi avevano lavorato per tanti anni lui e i
suoi padri, per degli approfittatori! Lo prese la collera, balzò in piedi.
«Dite un po', giovanotti», gridò, «questa casa di chi è, è vostra o mia?
Due più due fa quattro. Rispondete!»
«È di Dio», rispose Pietro, che di bicchieri ne aveva vuotati un bel po'
ed era piuttosto euforico. «È di Dio, vecchio Zebedeo. Non la sai la noti-
zia? Niente più è tuo, niente più è mio, è tutto di Dio!»
«La Legge di Mosè...» cominciò Zebedeo, ma Pietro bloccò il suo
impeto:
«Che cosa sento? La Legge di Mosè? Non esiste più, vecchio Zebedeo,
l'abbiamo mandata a spasso. Ora noi seguiamo la legge del Figlio dell'uo-
mo, hai capito? Siamo tutti fratelli! Il nostro cuore s'è fatto più grande, e la
legge s'è fatta più grande con lui. Ora abbraccia tutti gli uomini. Tutta la
terra è Terra Promessa! Niente più frontiere! Io stesso, come mi vedi,
andrò a proclamare la parola di Dio ai popoli. Arriverò a Roma, sì, non c'è
niente da ridere, afferrerò l'imperatore per il collo, lo butterò a terra e mi
siederò sul suo trono. Che ti credi? È stato il Maestro a dirmelo, non siamo
più pescatori che prendono pesci, come tua signoria, siamo pescatori d'uo-
mini. E se vuoi un consiglio, trattaci bene, portaci da bere e da mangiare.
Perché un giorno diventeremo dei gran signori. E tra non molto. Tu ci dai
un tozzo di pane e ben presto ne riceverai un'infornata piena. E che pane!
Un pane immortale. Potrai mangiarne e mangiarne, senza vederne mai la
fine».
«Ti vedo già crocifisso a testa in giù, disgraziato», ringhiò Zebedeo, un
po' intimorito dalle parole di Pietro. Tornò ad accucciarsi nel suo angolo.
«Lasciamo perdere», pensò, «non si sa mai quello che può succedere, il
mondo è una palla che gira; può essere che un giorno o l'altro questi
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imbecilli... Teniamo aperta una via d'uscita. Non facciamo sciocchezze!»
I discepoli ridevano sotto i baffi. Sapevano che Pietro era un po' allegro
e scherzava, ma dentro di loro, in segreto, si agitavano gli stessi pensieri,
solo che loro non erano abbastanza sbronzi per esprimerli. Titoli nobiliari,
onori, abiti di seta, anelli d'oro, banchetti sontuosi, ecco il regno dei cieli.
E sentire il mondo sotto il tacco ebraico.
Il vecchio Zebedeo bevve un altro bicchiere e riprese coraggio. «E tu,
Maestro», disse, «tu non apri bocca, non dici niente? Prima appicchi
l'incendio e poi, tua signoria, te ne vai a rinfrescarti nell'acqua fresca. Ma
dico io, in nome del cielo, può essere mai che devo vedere disperdere i
miei beni senza protestare?»
«Vecchio Zebedeo», rispose Gesù, «c'era un tempo un uomo ricchis-
simo; fatta la messe, la vendemmia e la raccolta delle olive, riempite le
giare, si distese nell'aia e disse: 'Anima mia, hai beni in gran quantità,
mangia, bevi, godi!' Aveva appena detto queste parole che sentì una voce
tuonare dall'alto dei cicli: 'Dissennato, dissennato, questa è la sera che tu
renderai l'anima agli inferi: dei beni che hai ammucchiato, che te ne farai?'
Vecchio Zebedeo, tu hai orecchie per sentire quel che dico, hai cervello per
comprendere quel che intendo. Che quella voce del cielo resti su di te
giorno e notte, vecchio Zebedeo.»
Il vecchio chinò la testa e non parlò più.
In quel momento si aprì la porta e apparve Filippo, seguito dal colosso
Natamele. Il suo cuore non era più in lotta, aveva preso la sua decisione. Si
accostò a Gesù, si prostrò e gli baciò i piedi. «Maestro», disse, «sono con
te fino alla morte.»
Gesù posò la mano sulla sua testa bovina e riccioluta.
«Tu sei il benvenuto, Nataniele», disse, «tu che fai i calzari per gli altri
e cammini scalzo. Amo questo. Vieni da me.» Fece sedere Nataniele alla
sua destra e gli diede un pezzo di pane e un bicchiere di vino.
«Mangia questo pane», disse, «bevi questo vino e sarai mio.»
Nataniele mangiò il pane, bevve il vino e subito sentì ossa e anima farsi
più forti. Il vino montò dentro di lui e colorò i suoi pensieri. Il vino, il
pane, l'anima, tutto divenne una sola cosa.
Era sui carboni ardenti. Avrebbe voluto parlare, ma era intimidito.
«Parla, Nataniele», gli disse il Maestro, «apri il tuo cuore, lascia che si
sgravi.»
«Maestro», rispose l'altro, «volevo dirti, perché tu lo sappia, io sono
sempre stato povero, vivo del mio lavoro, alla giornata. Non ho mai avuto
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il tempo di studiare la Legge. Sono cieco, Maestro, devi perdonarmi. Ora
che l'ho detto mi sento più leggero.»
Con un gesto delicato, Gesù carezzò le larghe spalle del nuovo iniziato.
Rise.
«Natamele», disse, «non crucciarti. Sono due i sentieri Che conducono
in seno a Dio. Uno è il sentiero dello spirito, l'altro quello del cuore. Ascol-
ta la storia che vi narrerò.
«C'erano, un tempo, un povero, un ricco e un gaudente Che morirono
nello stesso giorno, alla stessa ora, e si presentarono davanti al tribunale di
Dio. Dio aggrottò la fronte e chiese al povero:
«'Perché durante la vita non hai studiato la Legge?'
«'Signore', rispose quello, 'ero povero, avevo fame e lavoravo notte e
giorno per nutrire la mia donna e i miei figli. Non ho avuto il tempo.'
«'Eri tu forse più povero del mio fedele servitore Hilel?' disse Dio adi-
rato. 'Non aveva di che pagare per entrare nella sinagoga e sentire la spie-
gazione della Legge. Allora si arrampicò sul tetto e, ventre a terra, ascoltò
attraverso il lucernario. Si mise a nevicare, ma lui non se ne accorse, assor-
to com'era in quello che sentiva. L'indomani mattina, quando il rabbino
entrò nella sinagoga, la trovò immersa nell'oscurità. Alzò gli occhi e vide,
sdraiato sopra il lucernario, il corpo di un uomo. Si arrampicò sul tetto,
scavò nella neve, raccolse il corpo di Hilel; lo prese tra le braccia, lo calò
giù, accese un fuoco e lo rianimò. Gli permise di entrare liberamente per
ascoltare. E Hilel è diventato un rabbino celebre, noto in ogni dove. Che
hai da rispondere a questo?'
«'Niente, Signore', mormorò il povero, e si mise a piangere. Dio si volse
al ricco.
«'E tua signoria? Perché non hai studiato la Legge durante la vita?'
«'Io ero troppo ricco, avevo tanti giardini, tanti servi, tante preoccupa-
zioni. Dove trovare il tempo?'
«Dio l'interruppe:
«'Eri tu forse più ricco di Eleazaro, figlio di Arsonne, a cui il padre la-
sciò mille villaggi e mille battelli? E che abbandonò tutto per andare ovun-
que sapesse che c'era un saggio che spiegava la Legge? Che hai da rispon-
dere a questo?'
«'Niente, Signore', mormorò a sua volta il ricco, e anche lui scoppiò a
piangere.
«Dio si volse al gaudente:
«'E tu, bel giovane, perché non hai studiato la Legge?'
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«'Io ero bellissimo, le donne mi si buttavano addosso a nugoli, ero a
tutte le feste, dove trovare il tempo per studiare anche la Legge?'
«'Eri tu forse più bello di Giuseppe, che amò la moglie di Putifarre e
che era così bello che diceva al sole: Splendi, sole, perché io splenda? E
che, tutte le volte che svolgeva il testo della Legge, vedeva le lettere aprirsi
come porte e mostrargli il senso dei simboli, vestiti di luce e di fuoco? Che
hai da rispondere a questo?'
«'Niente, Signore', mormorò a sua volta il gaudente, e si mise a pian-
gere.
«Dio batté le mani, chiamò nel Paradiso Hilel, Eleazaro e Giuseppe.
Essi giunsero. Dio disse:
«'Giudicate questi uomini che, a causa della loro povertà, della loro
ricchezza e della loro bellezza non hanno studiato la Legge. Parla, Hilel;
giudica il povero!'
«'Signore', rispose Hilel, 'come potrei giudicarlo? Io so cos'è la povertà,
so cos'è la fame. Sia perdonato!'
«'E tu, Eleazaro?' disse Dio. 'Ecco il ricco, lo affido a te.'
«'Signore', rispose Eleazaro, 'come potrei giudicarlo? So che vuol dire
essere ricco. È la morte. Sia perdonato!'
«'Tocca a te, Giuseppe. Giudica il bello.'
«'Signore, come potrei giudicarlo? So che lotta, che supplizio terribile è
vincere la bellezza del proprio corpo. Sia perdonato!'»
Gesù tacque: sorrise e guardò Nataniele. Questo gli domandò, ansioso:
«E allora? Che fece Dio?»
«Quello che avresti fatto tu stesso», rispose Gesù, e rise. Il candido
ciabattino rise anche lui.
«Allora sono salvo!»
Prese le mani del Maestro e le strinse forte:
«Maestro», esclamò, «ho capito. Tu hai detto che due sentieri conduco-
no in seno a Dio, il sentiero dello spirito e quello del cuore. Io ho preso il
sentiero del cuore e l'ho trovato!»
Gesù si alzò, si avvicinò alla porta. Si era levato un forte vento, il lago
era agitato. Le stelle, altissime nel cielo, erano una spiaggia sterminata di
fine sabbia. Gli venne in mente il deserto e rabbrividì. Chiuse la porta.
«Che gran dono di Dio è la notte. È la madre dell'uomo. S'accosta dolce-
mente, teneramente, e lo protegge. Poggia la sua fresca mano sulla fronte e
scaccia dall'anima e dal corpo le inquietudini della giornata. È tempo,
fratelli, di abbandonarci nelle sue braccia.»
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La vecchia Salomè l'intese, si alzò. Maddalena si levò anch'essa dall'an-
golo del focolare dove, felice, ascoltava la voce dell'Amato. Le due donne
distesero i giacigli e portarono le coperte. Giacomo uscì nel cortile, e ripor-
tò dentro una bracciata di legno d'olivo ponendola nel camino. Ritto in
mezzo alla stanza, il viso volto verso Gerusalemme, Gesù alzò le braccia e,
con voce grave, recitò la preghiera della notte:
«Aprici, o Signore, la tua porta. Il giorno va scemando, il sole scompa-
re. Arriviamo davanti alla tua porta, o Eterno, ti supplichiamo, perdonaci;
ti supplichiamo, abbi pietà di noi. Salvaci!»
«E mandaci dei bei sogni, Signore», disse Pietro. «Fa' ch'io veda nel
sonno la mia vecchia barca verde, d'improvviso tutta nuova, con una vela
rossa!»
Aveva bevuto, era felice.
Gesù si coricò nel mezzo, con attorno a lui tutti i discepoli; occuparono
così tutta la casa. Dato che non c'era più spazio, il vecchio Zebedeo e la
moglie andarono in una dipendenza; Maddalena li accompagnò. Il vecchio
continuava a brontolare, gli avevano tolto le sue comodità; si volse, cor-
rucciato, alla moglie, e disse ad alta voce, che Maddalena lo sentisse:
«Che facce toste! Togliti di là che mi ci metto io! Come siamo ridotti!»
Ma la vecchia si girò verso il muro senza rispondergli.
Anche quella notte Matteo rimase sveglio. Si accoccolò sotto la lam-
pada da notte, tirò fuori dalla veste il libricino che aveva iniziato e si mise
a riportare sulla carta come Gesù era entrato a Cafarnao, come Maddalena
era venuta con loro e come il Maestro aveva detto la parabola: C'era un
tempo un uomo ricchissimo... Finì di scrivere, spense il lume e si coricò
anche lui per dormire. Un po' in disparte, però, perché i discepoli non si
erano ancora abituati al suo odore.
Pietro non ebbe neppure il tempo di chiudere gli occhi che dormiva già.
Subito un angelo discese dal cielo, gli aprì piano piano le tempie e una
specie di sogno si riverso dentro di lui. Gli parve di vedere una moltitudine
sulla riva del lago; il Maestro era tra loro e contemplava una barca verde
con la vela rossa, nuovissima, che dondolava sull'acqua. Di dietro, dipinto
sulla poppa, risplendeva un gran pesce, uguale a quello che Pietro aveva
tatuato sul petto. Gesù chiese:
«Di chi è questa bella barca?»
«È mia», rispose orgoglioso Pietro.
«Va', Pietro, porta con te gli altri compagni, prendete il largo, così che
io possa ammirare il vostro coraggio!»
290
«Con gioia, Maestro», disse Pietro. Sciolse gli ormeggi, gli altri disce-
poli saltarono a bordo, una bella brezza si mise a soffiare, gonfiò la vela, e
raggiunsero il largo cantando.
Ma ecco che si levò una burrasca; la barca turbinò, la chiglia scricchiolò
e fu sul punto di spezzarsi, prese a far acqua da tutte le parti, ad affondare.
I discepoli, addossati al ponte, si misero a gemere. Pietro si era abbrancato
all'albero e gridava: «Maestro, Maestro, aiuto!» Allora, nel mezzo delle
fitte tenebre, vide il Maestro, vestito di bianco, che camminava sulle acque
avvicinandosi. I discepoli alzarono la testa, lo videro e si misero a gridare,
terrorizzati: «Un fantasma! Un fantasma!» «.Non abbiate timore», gridò
loro Gesù, «sono io!» E Pietro gli rispose: «Signore, se è vero che sei tu,
ordinami di camminare anch'io sulle onde e di venirti incontro». «Vieni!»
ordinò Gesù. Pietro saltò sull'acqua e prese a camminare. Ma vide il lago
scatenato, la paura gli tagliò le gambe, cominciò ad affondare. Gridò:
«Signore, salvami, annego!» Gesù gli tese la mano e lo sollevò. «Uomo
di poca fede, perché hai paura? Non credi dunque più in me? Guarda!»
Tese la mano sopra i flutti e disse: «Calmatevi!» Immediatamente il vento
calò, le acque si placarono e Pietro scoppiò in singhiozzi. Ancora una volta
la sua anima era stata messa alla prova e s'era coperta di vergogna.
Si svegliò gridando. Aveva la barba inondata di lacrime, si mise a sede-
re sul giaciglio, appoggiò la schiena al muro e sospirò. Matteo, che non
aveva ancora trovato sonno, lo sentì. Gli chiese:
«Perché sospiri, Pietro?»
Per un attimo, Pietro decise di fare il sordo e di non rispondere. Non gli
andava di discutere con un pubblicano. Ma il sogno lo opprimeva, aveva
bisogno di liberarsene per sollevarsi. Si trascinò dunque accanto a Matteo
e iniziò a raccontare, e più andava avanti, più abbelliva il racconto. Matteo
l'ascoltava con avidità, se lo scriveva parola per parola nella testa. L'indo-
mani, di giorno, l'avrebbe ricopiato nel suo libro.
Pietro terminò il racconto, ma il suo cuore era ancora agitato nel petto
come la barca nel sogno. A un tratto trasalì, spaventato.
«Può mai essere che il Maestro sia venuto davvero nella notte a cercar-
mi e che ci abbia fatto prendere il largo per mettermi alla prova? Per la mia
vita, non ho mai visto un mare più vivo, una barca più reale, non ho mai
provato una paura più palpabile. Forse che non era un sogno? Tu che ne
dici, Matteo?»
«Certo che non era un sogno. Questo miracolo è avvenuto sicura-
mente», rispose Matteo, e si mise a spremersi le meningi per trovare un
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modo di raccontarlo l'indomani sulle sue carte. Era difficilissimo, perché
non era affatto sicuro che fosse un sogno, e non era neppure sicuro che
fosse la realtà. Era tutt'e due le cose assieme. Il miracolo era avvenuto, ma
non sulla terra, né sul mare. Altrove. Sì, ma dove?
Chiuse gli occhi per riflettere e trovare una risposta. Ma il sonno s'im-
padronì di lui: si addormentò.
L'indomani ci fu una forte tempesta che durò per tutto il giorno. I pesca-
tori non presero il largo; chiusi nelle loro capanne, sistemavano le lenze
discutendo dello strano visitatore che era venuto ad alloggiare presso il
vecchio Zebedeo.
«Sembra Giovanni Battista risuscitato. Non appena il carnefice gli ha
staccato la testa, lui s'è chinato, l'ha raccolta, se l'è riattaccata al collo e se
n'è fuggito a gambe levate. Ma per non farsi riprendere da Erode e non
farsi tagliare di nuovo la testa, è andato a mettersi nel corpo del figlio del
falegname di Nazareth e sono diventati una sola persona, a quanto sembra.
Bisogna vederlo; c'è da perdere la testa. È uno? Sono due? Lo spirito si
confonde. Se lo guardi in faccia, è un uomo buono e ti sorride; se ti sposti
un po', uno degli occhi diventa feroce e sembra volerti divorare, mentre
l'altro t'incoraggia ad avvicinarti. Uno si avvicina, la testa gli gira, non sa
più che cosa sta facendo, abbandona casa e figli e lo segue.» Un vecchio
pescatore che lo ascoltava scosse la testa.
«Ecco che cosa succede a quelli che non si sposano e che vogliono sal-
vare il mondo a tutti i costi. Il seme gli monta alla testa e gli attacca il
cervello. Sposatevi, buon sangue, passate la forza a vostra moglie, e vi
calmerete!»
Da quando, la sera prima, aveva avuto la notizia, il vecchio Giona
aspettava nella sua piccola casa. Non è possibile, pensava, i miei figli ver-
ranno a vedere se sono ancora in vita. Attese tutta la notte, poi, quando
vide che non arrivavano, infilò gli alti stivali da capitano, quelli che si era
fatto fare al tempo del suo matrimonio e che portava nelle grandi occa-
sioni, si avvolse in un telo incerato e partì sotto la pioggia verso la casa
dell'amico Zebedeo. Trovò la porta aperta ed entrò.
Il fuoco era acceso nel camino, una decina di persone erano sedute da-
vanti, a gambe incrociate, in compagnia di due donne. Una la riconobbe,
era la vecchia Salomè. L'altra era giovane, l'aveva vista da qualche parte,
ma non ricordava dove. La casa era in penombra. Alla luce della fiamma,
riconobbe i suoi due figli, Pietro e Andrea, quando volsero per un attimo la
testa e la luce li illuminò. Ma nessuno l'aveva sentito entrare, nessuno si
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girò verso di lui. Collo proteso, bocca aperta, tutti ascoltavano un uomo
che, col viso inclinato da una parte, parlava. Che diceva? Il vecchio Giona
tese l'orecchio per ascoltare meglio. Ogni tanto coglieva una parola:
Giustizia, Dio, regno dei cicli. Sempre la stessa cosa, ne aveva abbastanza
ormai! Invece di parlare del modo di prendere i pesci, di riparare la vela, di
calafatare la barca, o dei modi per non sentire la fame o il freddo, eccoli là
a discutere del cielo. Ve lo dico io, fareste meglio a parlare un po' anche
della terra e del mare. Il vecchio Giona si stizzì. Tossì per richiamare
l'attenzione. Nessuno si voltò. Alzò un piede e diede un colpo col suo sti-
vale da capitano, ma inutilmente. Pendevano tutti dalle labbra dell'uomo
pallido che parlava.
Solo la vecchia Salomè si girò, lo guardò, ma senza vederlo. Allora il
vecchio Giona si accostò, arrivò presso il camino e si accovacciò dietro i
suoi figli. Toccò con la sua manona la spalla di Pietro, lo scosse. Pietro si
girò, vide il padre, posò un dito sulle labbra, gli fece segno di non parlare e
girò di nuovo il viso verso il giovane pallido. Come se lui non fosse Giona,
suo padre, come se non fossero stati per mesi senza vedersi. Lo prese la
tristezza, poi la rabbia, si tolse le calzature, che cominciavano a fargli ma-
le, per gettarle contro il Maestro, perché tacesse, perché potesse finalmente
anche lui parlare ai suoi figli! Aveva già sollevato le scarpe prendendo lo
slancio, quando una mano dietro di lui lo trattenne. Si girò e vide Zebedeo.
«Alzati, vecchio Giona», gli bisbigliò l'altro all'orecchio, «vieni qua.
Mettiamoci da parte, povero infelice, ho qualcosa da dirti.»
Il vecchio pescatore si mise gli stivali sotto il braccio e seguì Zebedeo.
Entrarono in una dipendenza e sedettero fianco a fianco su un cassone.
«Vecchio Giona», cominciò Zebedeo farfugliando per il troppo vino be-
vuto per annegare la rabbia, «vecchio Giona, mio povero infelice, tu aveva
due figli, dimenticali. Anch'io avevo due figli, e li ho dimenticati. A quanto
pare il loro padre è Dio, e allora chi ce lo fa fare di immischiarci? Ci
guardano con l'aria di dire: E tu chi saresti, vecchio? La fine del mondo,
mio povero Giona!
«Sulle prime me la prendevo anch'io. Mi veniva voglia di afferrare la
fiocina e tirargliela dietro. Ma poi ho visto che non c'era più speranza, e
allora me ne sono rientrato nel mio guscio, ho dato le chiavi a loro, mia
moglie è d'accordo anche lei, è rimbambita, poveretta, e allora acqua in
bocca, vecchio Zebedeo, acqua in bocca, vecchio Giona, ecco che cosa ti
volevo dire. A che serve illudersi? Due più due fa quattro, non c'è
scampo!»
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Il vecchio Giona si rimise gli stivali, si avvolse nella tela cerata, guardò
Zebedeo per vedere se avesse altro da dirgli. Nient'altro. Aprì la porta,
scrutò il cielo, esaminò la terra. Sopra c'era la notte nera, la pioggia, il
freddo. Mormorò: «Siamo fregati, siamo fregati...» e partì sguazzando nel
fango verso la sua catapecchia.
Il vecchio Giona avanzava a fatica. Il figlio di Maria, le mani tese verso
il fuoco, sembrava implorare lo spirito di Dio nascosto nelle fiamme, che
riscalda gli uomini. Tendeva le mani, il suo cuore s'era disteso, illuminato,
parlava. Diceva loro:
«Non crediate ch'io sia venuto ad abolire le leggi e i profeti. Non sono
qui per abolire i vecchi comandamenti, sono qui per spingerli più avanti.
Voi avete visto inciso sulle tavole di Mosè: 'Non uccidere!' E io vi dico:
Colui che si scaglia contro suo fratello e leva la mano su di lui o gli lancia
contro una sola parola dura, anch'egli sarà precipitato nelle fiamme del-
l'Inferno. Voi avete visto inciso sulle tavole di Mosè: 'Non commettere
adulterio!' E io vi dico: Colui che guarda una donna e la desidera ha già
commesso adulterio nel suo cuore. Lo sguardo impuro precipita il debo-
sciato nell'Inferno... 'Onora il padre e la madre!' ordina la vecchia Legge. E
io: Non imprigionare il cuore nella casa di tuo padre e di tua madre, lascia
che ne esca, che entri in tutte le case, che penetri in tutta la terra d'Israele
dal monte Hermon fino al deserto di Idumea e più lontano ancora, a
Oriente e a Occidente, in tutto l'Universo. Nostro padre è Dio, nostra
madre è la Terra, noi siamo fatti metà di terra e metà di cielo. Onora tuo
padre e tua madre significa: onora il Cielo e la Terra».
La vecchia Salomè sospirò:
«La tua parola è dura, mio Maestro, dura per una madre».
«La parola di Dio è sempre dura, Salomè», rispose Gesù.
«Prenditi anche i miei due figli», mormorò la vecchia madre, unì le
mani. «Prendili, sono tuoi.»
Gesù sentì le parole della madre privata dei suoi figli e sentì sul collo il
peso di tutti i figli e di tutte le figlie del mondo. Si ricordò ancora del
caprone nero che aveva visto nel deserto e che portava al collo, tra gli
amuleti di turchese, tutte le colpe del popolo d'Israele. Si chinò in silenzio
davanti alla vecchia Salomè che gli dava i suoi due figli, come per dirle:
ecco il mio collo, appendici i tuoi figli.
Gettò nel fuoco una bracciata di tralci. Si volse di nuovo ai suoi com-
pagni:
«Colui che ama suo padre e sua madre più di quanto ama me, non è
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degno di venire con me. Colui che ama suo figlio o sua figlia più di quanto
ama me, non è degno di venire con me. Gli antichi comandamenti sono
troppo stretti per noi, e anche gli antichi legami».
Poi aggiunse:
«L'uomo è una frontiera: il punto in cui finisce la terra e inizia il cielo.
Ma questa frontiera si sposta incessantemente e avanza verso il cielo. E
con lei si spostano e avanzano i comandamenti di Dio. Io tolgo i coman-
damenti di Dio dalle tavole di Mosè e li porto più avanti».
«È mutevole, allora, la volontà di Dio, Maestro?» domandò Giovanni,
colpito.
«No, mio amato Giovanni. Ma il cuore dell'uomo s'allarga e può
contenere sempre più volontà.»
«Ebbene, andiamo! Andiamo a proclamare al mondo i nuovi comanda-
menti!» gridò Pietro levandosi di scatto. «Che stiamo a fare qui?»
«Aspetta che smetta di piovere, infelice, non vorremo mica inzupparci
tutti !» lo burlò Tommaso.
Giuda scosse la testa, agitato:
«Prima dobbiamo scacciare i Romani», disse, «prima dobbiamo liberare
i corpi. Le anime dopo. Ogni cosa a suo tempo. Non si comincia a co-
struire dal tetto. Cominciamo dalle fondamenta».
«Ma le fondamenta sono l'anima, Giuda.»
«No, è il corpo, ti dico!»
«Se non cambia l'anima che è in noi, Giuda, il mondo fuori di noi non
cambierà mai. Il nemico è dentro di noi. È dentro di noi che sono i
Romani. È dall'interno che comincia la salvezza!»
Giuda si levò, nervoso, fremeva. Da tanto tempo conteneva il suo cuore
per impedirgli di gridare: ascoltava, ascoltava, accumulava tutto dentro,
non ne poteva più.
«Dobbiamo prima scacciare i Romani», gridò di nuovo con voce stroz-
zata. «Prima i Romani!»
«Ma come facciamo?» fece Nataniele, che cominciava a sentirsi a
disagio e a lanciare occhiate alla porta. «Ce lo dici, Iscariota?»
«Con una rivolta!» gridò l'altro. «Ricordatevi dei Maccabei, loro hanno
cacciato via i Greci. Ora è la nostra ora di cacciar via i Romani, noi siamo i
nuovi Maccabei. E poi, una volta che saremo rimasti tra noi, ricchi e
poveri, persecutori e perseguitati, sapremo come sistemarli.»
Tutti tacquero. Non sapevano, delle due, quale strada prendere. Guarda-
vano il Maestro e attendevano. E lui guardava le fiamme assorto. Ma quan-
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do gli uomini avrebbero compreso che nel mondo visibile e invisibile non
c'è che una sola cosa, l'anima?
Pietro si alzò.
«Perdonatemi», disse, «ma io non capisco i discorsi complicati. Quali
sono le fondamenta lo vedremo nell'azione. Ce lo dirà l'esperienza. Mae-
stro, dacci il potere di andare a portare da soli la buona novella agli
uomini. E al ritorno ne riparleremo.»
Gesù alzò la testa, fece scorrere lo sguardo sui discepoli, fece un cenno
a Pietro, a Giovanni è a Giacomo di avvicinarsi. Pose le mani con forza
sulle teste dei tre e disse:
«Partite, la mia benedizione vi accompagna, andate a proclamare la
buona novella tra gli uomini. Non abbiate paura: Dio vi protegge con la
sua mano e non permetterà che vi perdiate. Neppure un passero cade dal
cielo senza che lui lo voglia. E voi ne valete tanti di passeri. Che Dio sia
con voi! Tornate presto, con migliaia di anime sospese al vostro collo. Voi
siete i miei apostoli».
I tre apostoli ricevettero la benedizione, aprirono la porta e se ne anda-
rono in mezzo alla tormenta. Ognuno di loro prese una direzione diversa.

Passarono i giorni. Il cortile del vecchio Zebedeo si riempiva di gente al


mattino e si vuotava la sera. Dappertutto arrivavano malati, indemoniati,
invalidi, e piangevano; altri, infuriati, urlavano: che il Figlio dell'uomo fa-
cesse il suo miracolo e li guarisse, Dio non l'aveva forse mandato per que-
sto? Che si mostrasse nel cortile!
Gesù provava pena a sentirli, usciva nella corte, toccava, benediceva
ognuno di loro. Diceva: «Ci sono due generi di miracoli, fratelli miei, i
miracoli del corpo e i miracoli dell'anima. Abbiate fede solo nei miracoli
dell'anima. Pentitevi, purificate la vostra anima e anche la carne sarà puri-
ficata. L'anima è l'albero. La malattia, la salute, il Paradiso, l'Inferno, sono
i frutti».
Molti malati avevano fede in lui e subito sentivano il sangue purificarsi
e invadere i loro corpi esangui, gettavano via le stampelle e si mettevano a
danzare. Altri, nell'attimo in cui Gesù poneva la mano sui loro occhi spen-
ti, sentivano una luce sgorgare dalla punta delle sue dita. Dischiudevano le
palpebre, emettevano un grido di gioia: vedevano il mondo!
Matteo, la cannuccia per scrivere in mano, occhi e orecchi ben aperti,
non si lasciava sfuggire una sillaba: raccoglieva fino all'ultima parola che
cadeva e la depositava sulla carta. In questo modo, a poco a poco, giorno
296
per giorno, prendeva forma in lui la buona novella, il Vangelo. Metteva
radici, buttava fuori i rami, diventava un albero, pronto a dar frutti, a
nutrire gli uomini, quelli che erano nati e quelli che non erano nati ancora.
Matteo, che conosceva a memoria le Scritture, vedeva che tutto ciò che
faceva e diceva il Maestro era, parola per parola, ciò che avevano annun-
ciato i profeti dei secoli passati. E se a volte i profeti non concordavano,
ciò dipendeva evidentemente dal fatto che il cervello degli uomini aveva
compreso malamente il senso segreto che il testo sacro nascondeva. Sette
stadi di significato ha la parola di Dio, e Matteo si arrovellava per trovare a
quale stadio poteva corrispondere quello che non concordava. Pazienza se
a volte forzava un po' le cose, Dio avrebbe perdonato. E non solo perdo-
nato, ma anzi era proprio quello che voleva. Forse che non veniva un
angelo, ogni volta che prendeva in mano il suo calamo, e chinatosi al suo
orecchio gli suggeriva quello che doveva scrivere?
Quel giorno per la prima volta Matteo aveva compreso con chiarezza da
dove cominciare e come intraprendere il racconto della vita di Gesù: fin
dall'inizio, da dove è nato, chi sono i suoi genitori, i suoi antenati di quat-
tordici generazioni. È nato a Nazareth, da genitori poveri, Giuseppe il
falegname e Maria figlia di Gioacchino e di Anna. Matteo prese il calamo,
invocò Dio dentro di sé perché gli illuminasse lo spirito e gli desse la
forza. Ma nell'attimo in cui cominciò a tracciare le prime parole sulla carta,
la sua mano si pietrificò. L'angelo l'aveva presa, e Matteo sentì le ali
battere l'aria, furiosamente. Sentì una voce squillare nell'orecchio: «Non
figlio di Giuseppe! Che dice il profeta Isaia? 'Ed ecco che la vergine
concepirà e partorita un figlio!' Scrivi: Maria era vergine. L'arcangelo
Gabriele è disceso nella sua casa prima che uomo la toccasse e le ha detto:
'Ave, Maria, piena di grazia, il Signore è con te!' e subito il suo seno portò
il frutto. Capisci? È questo che devi scrivere! E non a Nazareth, non è nato
a Nazareth. Ricordati del profeta Michea: 'E tu, Betlemme, minima tra le
migliaia di figlie di Giuda, è da te che germinerà Colui che regnerà su
Israele e la cui matrice dura dall'eternità'. È quindi a Betlemme che è nato
Gesù, e in una stalla. Che dice il salmo che sbaglia? 'Egli lo prese dalla
stalla dove poppano gli agnelli per farne il pastore delle greggi di
Giacobbe.' Perché ti fermi? Ti ho lasciato la mano, scrivi!» Ma Matteo era
irritato: si volse all'ala invisibile, alla sua destra, e mormorò a bassa voce,
per non essere udito dai discepoli che dormivano: «Non è vero, non voglio,
non lo scrivo». Una risata beffarda risuonò nell'aria, e una voce: «Come
potresti comprendere, tu, polvere, qual è la verità? La verità ha sette stadi.
297
Nello stadio più elevato troneggia la verità di Dio, che non assomiglia in
niente alla verità degli uomini. È questa, Matteo Evangelista, la verità che
io soffio nel tuo orecchio. Scrivi: 'E tre magi sono arrivati seguendo una
grande stella, per adorare il bambino...'»
Un torrente di sudore colava dalla fronte di Matteo.
«Non scrivo! Non scrivo!» gridava. La mano corse a scrivere.
Gesù intese nel sonno la lotta di Matteo; aprì gli occhi. Vide che si
affannava sotto la lampada; il suo calamo correva con rabbia sopra la carta
e cigolava come se dovesse spezzarsi.
«Matteo, fratello», gli disse piano, «perché borbotti? Chi c'è sopra di
te?»
«Maestro», rispose l'altro, mentre la cannuccia continuava a correre,
«non chiedermi niente, sono occupato. Dormi.»
«Dev'esserci Dio su di lui», pensò Gesù.
Chiuse gli occhi per non turbare la santa possessione.

24

I giorni e le notti passarono. Una luna venne e passò, poi un'altra.


Pioggia, vento, fuoco nel focolare; veglie sante nella casa della vecchia
Salomè. Tutte le sere, dopo una giornata di lavoro, venivano i poveri e gli
afflitti di Cafarnao per ascoltare il novello consolatore, arrivavano poveri e
inconsolabili e ripartivano per i loro miserabili tuguri ricchi e consolati.
Lui spostò le loro vigne, le barche, le gioie terrene verso il cielo, spiegò
loro come il cielo è più sicuro della terra e il cuore degli infelici si riem-
piva di pazienza e di speranza. Anche il cuore del vecchio Zebedeo, quel
cuore selvatico, cominciò ad addomesticarsi: a poco a poco le parole di
Gesù penetrarono in lui inebriando dolcemente il suo spirito, un mondo
nuovo venne a librarsi sopra la sua testa, un mondo fatto di eternità e delle
ricchezze più imperiture. E in questo nuovo e strano mondo Zebedeo, i
suoi figli e la vecchia Salomè, e perfino le sue cinque barche e le sue
madie piene, sarebbero vissuti in eterno. Non c'era allora più bisogno di
lamentarsi vedendo ospiti non invitati passare i giorni e le notti in casa sua
e sistemarsi comodamente attorno alla sua tavola. Sarebbe arrivato il
giorno d'essere ripagato.
Nel mezzo dell'inverno giunsero i giorni alcioni pieni di sole; il sole si
mise a splendere, l'ossatura della terra prese calore, e il mandorlo del corti-
le di Zebedeo s'ingannò: credette arrivata la primavera e cominciò a in-
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gemmarsi. Erano quei giorni di tregua che anche il martin pescatore aspet-
ta, per affidare le sue uova agli scogli. Tutti gli uccelli del cielo depongono
in primavera, il martin pescatore in pieno inverno. Dio ha avuto pietà di lui
e gli ha promesso di lasciare che il sole riscaldi l'inverno per qualche ora,
per lui. E ora, questo gioiello del mare è ubriaco di gioia, vola cantando
sopra le acque e le scogliere del lago di Genezareth e ringrazia Dio di aver
mantenuto anche quest'anno la sua promessa.
Con le belle giornate i discepoli si dispersero nei villaggi vicini e nelle
barche da pesca per provare anch'essi le loro ali. Filippo e Natamele parti-
rono verso la terra, per parlare con i loro amici contadini e pastori e predi-
care loro la parola di Dio; Andrea e Tommaso verso il lago, per rivolgersi
ai pescatori. Giuda partì, solo, verso la montagna, per lasciare che la
collera si depositasse. In quello che faceva il Maestro c'era molto che gli
piaceva, ma c'erano anche cose che non sopportava. Ora il Battista selvag-
gio lanciava tuoni dalla bocca, ora il figlio del falegname belava: Amore!
Amore! Come sarebbe, allora, l'amore, illuminato? Amare chi? Il mondo è
in cancrena, occorre il coltello. Questo dico io!
Soltanto Matteo rimase in casa. Non volle allontanarsi dal Maestro, se
parlava, bisognava che il vento non portasse via le sue parole, se faceva un
miracolo, occorreva the Matteo lo vedesse con i suoi occhi per raccontarlo.
E poi, dove doveva andare, a chi parlare? Nessuno gli si avvicinava,
perché nei tempi andati era stato un impuro pubblicano. E così restò in
casa, in un angolo, e guardava di sottecchi Gesù che, seduto in cortile sotto
il mandorlo coperto di gemme, parlava con Maddalena, seduta ai suoi pie-
di. Le parlava a bassa voce, Matteo tendeva l'orecchio per tentare di
cogliere una parola, ma invano. Non vedeva altro che la mano del Maestro
sfiorare di tanto in tanto i capelli di Maddalena, e il suo volto severo e
triste.
Di buon mattino, quel giorno, giorno di Sabbath, erano arrivati dei
pellegrini da villaggi lontani, coloni della Tiberiade, pescatori del Geneza-
reth, pastori delle montagne, per sentire il nuovo Profeta parlare dell'Infer-
no e del Paradiso, degli uomini sventurati e della misericordia di Dio.
L'avrebbero portato con loro, c'era sole quel giorno, l'avrebbero fatto salire
sulla montagna verdeggiante, si sarebbero distesi sul prato tiepido per
ascoltarlo e forse, piano piano, sull'erba novella, si sarebbero addormentati
di un sonno leggero. Si radunarono dunque nella via, la porta era chiusa,
gridarono al Maestro di farsi vedere.
«Maddalena, sorella», disse Gesù, «ascolta. Gli uomini vengono a cer-
299
carmi.»
Ma Maddalena, perduta negli occhi del Maestro, non sentiva. Di tutto
quanto aveva detto lui in tanto tempo, lei non aveva inteso nulla; bastava a
inebriarla la sua voce, la sua voce le diceva tutto. Lei non era un uomo,
non aveva bisogno di parole. Un giorno gli aveva detto: «Perché mi parli
di vite future, Maestro? Io non sono un uomo, non ho bisogno di altre vite,
eterne; io sono donna, un istante con l'uomo che amo è un Paradiso eterno,
un istante lontano dall'uomo che amo è un eterno Inferno. Noi donne
l'eternità la viviamo su questa terra!»
«Maddalena, sorella», ripeté Gesù, «gli uomini vengono a cercarmi,
devo andare.»
Si alzò, aprì la porta. La via era piena di occhi accesi dalla passione, di
bocche che gridavano, di malati che si lamentavano e tendevano le brac-
cia... Maddalena apparve e si mise la mano davanti alla bocca per non
gridare. «Il popolo è una belva, una belva sanguinaria, me lo sbranerà...»
mormorò mentre lo guardava prendere con calma la testa del corteo,
seguito dalla folla che mugghiava...
A grandi passi tranquilli, Gesù andava verso la montagna che domina il
lago, dove un giorno aveva aperto le braccia alla folla e aveva gridato:
Amore! Amore! Ma poi il suo spirito s'era infuocato, il deserto gli aveva
indurito il cuore e sentiva ancora le labbra del Battista sulle sue labbra,
come due carboni ardenti. Le profezie si accendevano e si smorzavano in
lui, le urla inumane di Dio riprendevano e vedeva le tre figlie di Dio,
Lebbra, Follia e Fiamma squarciare il cielo e scendere sulla terra.
Quando arrivò sulla sommità della collina e aprì la bocca per parlare,
l'antico profeta sorse dal fondo del suo essere e si mise a gridare:
«Ecco che arriva il terribile esercito, arriva ruggendo dai confini della
terra, arriva, terribile e rapido. Nessuno dei suoi guerrieri è vinto dalla
stanchezza, nessuno sente il sonno o dorme; non un cinturone è sganciato,
non una correggia di calzare è spezzata. Le frecce sono acute, gli archi tesi.
Gli zoccoli dei cavalli sono dura pietra, le ruote dei carri sono uragano.
Ruggisce come un leone minaccioso. Quelli che afferra, li serra tra i denti
e nessuno può salvarsi!»
«Ma quale esercito è questo?» gridò un vecchio cui si erano rizzati i
capelli, bianchi.
«Quale esercito è questo? E lo chiedete, uomini sordi, ciechi e senza
senno?» Gesù alzò la mano verso il cielo. «È l'esercito di Dio, sventurati!
Visti da lontano i guerrieri di Dio sembrano angeli, da vicino sono fiamme.
300
Anch'io l'estate scorsa li ho presi per angeli, su questa stessa pietra dove
sono adesso, li ho presi per angeli, ho gridato : Amore! Amore! Ora il Dio
del deserto mi ha aperto gli occhi e ho visto: sono fiamme! Non vi tollero
più, grida Dio, scendo tra voi! Un lamento si è levato a Gerusalemme e a
Roma, un lamento che è passato sopra montagne e tombe: la terra piange i
suoi figli. I miei angeli discendono sulla terra bruciata, cercano con le
lanterne dove può essere stata Roma, Gerusalemme. Sfregano la cenere tra
le dita e l'annusano. Questa, dicono, doveva essere Roma, questa Gerusa-
lemme, e la disperdono nel vento.»
«Non c'è salvezza?» gridò una giovane madre stringendosi il figlio al
petto. «Non parlo per me, parlo per il mio bambino.»
«Una ce n'è», le rispose Gesù. «A ogni diluvio Dio costruisce un'Arca e
le affida il lievito del mondo futuro. Sono io quello che tiene la chiave
dell'Arca!»
«Chi sarà salvato per essere il lievito? Chi salverai? Abbiamo ancora
tempo?» gridò un altro vecchio. Il mento gli tremava.
«L'Universo passa davanti a me e io faccio la cernita: da una parte
quelli che hanno mangiato troppo, bevuto troppo, goduto troppo; dall'altra
gli affamati, gli oppressi, quelli che scelgo. Sono loro le pietre con cui
edificherò la Nuova Gerusalemme.»
«La Nuova Gerusalemme?» gridò la folla, con gli occhi brillanti.
«Sì, la Nuova Gerusalemme. Neppure io lo sapevo. Dio mi ha confidato
il segreto nel deserto. Solo dopo le fiamme viene l'Amore. Questo mondo
prima si farà cenere, e poi Dio pianterà la sua nuova vigna. Non c'è miglior
concime della cenere.»
«Non c'è miglior concime della cenere!» ripeté, come un'eco, una voce
roca e gioiosa. Gesù si volse, sorpreso; gli era parsa la sua stessa voce, ma
più grave, e più gioiosa. Vide Giuda dietro di sé e sbigottì: il suo viso lan-
ciava bagliori, come se le fiamme future già cadessero su di lui facendolo
risplendere. Si precipitò da Gesù e gli prese la mano.
«Maestro», mormorò con una tenerezza insolita, «mio Maestro...»
Mai in tutta la sua vita Giuda aveva parlato con tanta tenerezza a un
uomo. Si vergognò. Si chinò e fece finta di cercare qualcosa, non sapeva
neppure lui che cosa. Trovò un piccolo anemone precoce e lo strappò.

La sera, al suo ritorno, Gesù, ripreso il suo posto sullo sgabello davanti
al focolare e fissato lo sguardo sul fuoco, sentì d'un tratto che Dio dentro di
lui diventava impaziente, non poteva più aspettare. L'angoscia, l'esaspera-
301
zione s'impadronirono di lui, e anche la vergogna. Aveva parlato ancora
una volta, aveva agitato fiamme sopra la testa degli uomini e i pescatori e i
contadini, sprovveduti, s'erano spaventati per un momento, ma subito si
erano rassicurati: tutte quelle minacce erano apparse come una favola, e
qualcuno si era addormentato sull'erba tiepida, cullato dalla voce di lui.
Contemplava il fuoco, inquieto, senza parlare. Maddalena, in piedi in un
angolo, lo guardava e avrebbe voluto parlargli, ma non aveva il coraggio.
A volte le parole di una donna portano pace all'uomo, a volte lo irritano.
Maddalena lo sapeva e taceva.
Silenzio. La casa odorava di pesce e di rosmarino. La finestra sul cortile
era aperta, dovevano esserci non lontano dei nespoli in fiore, e il loro
profumo arrivava portato dalla brezza notturna, dolce e pungente.
Gesù si alzò e chiuse la finestra. Tutti quegli odori primaverili erano
l'alito della tentazione, non era quella l'aria che chiedeva la sua anima. Era
tempo di mettersi in cammino, di entrare nell'aria che gli si addiceva. Dio
urgeva.
La porta si aprì, entrò Guida. Volse d'attorno il suo sguardo azzurro e
vide il Maestro, gli occhi fissi sulla fiamma, la bella Maddalena, Zebedeo
che s'era addormentato e russava e, sotto la lampada, lo scribacchino che
sgorbiava e scarabocchiava la sua carta... Scosse la testa. Questa era dun-
que la loro grande spedizione? È così che si parte per conquistare il
mondo? Un illuminato, uno scriba, un ambulante, rimasti tutti a far niente
a Cafarnao? Si raggomitolò in un angolo. La vecchia Salomè aveva già
preparato la tavola.
«Non ho fame», brontolò, «ho sonno», e chiuse gli occhi per non vedere
più.
Gli altri si misero a tavola. Una falena entrò dalla porta, svolazzò attor-
no alla fiamma della lampada, andò per un attimo a volteggiare tra i capelli
di Gesù, poi si mise ;a curiosare per la casa.
«Un ospite in arrivo», disse la vecchia Salomè. «Sia il benvenuto.»
Gesù benedisse il pane, lo distribuì, cominciarono a mangiare. Nessuno
parlava; il vecchio Zebedeo non sopportava un silenzio così greve, sentiva
stringersi il cuore.
«Parlate, figli», disse, picchiando il pugno sulla tavola. «Che c'è? Ab-
biamo un morto in casa? Quando tre o quattro persone sedute assieme a
mangiare non parlano di Dio, è come se fosse un banchetto funebre, non
ve l'hanno mai detto? A me un giorno lo ha detto il vecchio rabbino di
Nazareth, il sant'uomo, e me ne ricordo ancora. Parla, dunque, figlio di
302
Maria. Riporta Dio in casa mia. Perdonami, ti chiamo sempre figlio di
Maria perché non so ancora come chiamarti; chi ti chiama figlio del
falegname, chi figlio di Davide, figlio di Dio, Figlio dell'uomo, non sanno
più dove sono. A quanto pare il mondo non si è ancora deciso.»
«Vecchio Zebedeo», rispose Gesù, «sterminati eserciti d'angeli battono
le ali attorno al trono di Dio. Hanno voci d'oro, d'argento, di acqua chiara,
e lodano il Signore, ma da lontano; nessuno osa avvicinarsi troppo. Uno
solo osa.»
«Chi?» disse Zebedeo sgranando gli occhi rossi per il vino.
«L'angelo del silenzio», rispose Gesù e tacque di nuovo.
Il vecchio padrone di casa tossì, si riempi il bicchiere di vino e lo vuotò
d'un fiato.
«È uno che gela, quest'ospite», pensò. «È come stare a tavola con un
leone.» Ci rifletté; d'un tratto lo prese la paura e si alzò.
«Vado a trovare il vecchio Giona, a fare due chiacchiere con lui, tra
esseri umani», disse dirigendosi verso la porta. Ma in quel momento dei
passi leggeri risuonarono nel cortile.
«Ecco il visitatore», disse la vecchia Salomè alzandosi. Tutti si volsero
verso la porta; sulla soglia apparve il vecchio rabbino di Nazareth.
Era invecchiato, si era consumato. Non gli rimaneva che qualche osso
rivestito di pelle raggrinzita, quel tanto perché l'anima non se ne volasse
via. Negli ultimi tempi il rabbino non riusciva più a dormire; e se a volte,
all'alba, lo prendeva il sonno, faceva uno strano sogno, sempre lo stesso:
angeli e fiamme e Gerusalemme, come una belva ferita, arrampicata sul
monte di Sion, ululava. Giorni prima, all'alba, aveva fatto lo stesso sogno.
Non aveva resistito, era saltato giù dal letto, uscito di casa, raggiunto i
campi, attraversato la piana di Esdrelon; e il monte Carmelo, abitato da
Dio, s'era levato davanti a lui. Il profeta Elia certamente doveva essere
sulla cima, era lui che lo trascinava, che gli dava la forza di salire. Il sole
tramontò nel momento in cui il vecchio rabbino raggiunse la vetta del
monte. Sapeva che tre grandi pietre si levavano sulla sacra sommità: un
altare, e tutt'attorno giacevano ossa e corna delle vittime dei sacrifici... Ma
quando il vecchio rabbino si fu avvicinato ed ebbe alzato gli occhi, lanciò
un grido: non c'erano più pietre, ma tre uomini giganteschi, vestiti di un
bianco abbagliante come la neve, e il loro viso era di luce. Nel mezzo si
trovava Gesù, il figlio di Maria; alla sua sinistra il profeta Elia, che aveva
tra le mani dei carboni ardenti; alla destra Mosè, dalle corna ricurve, con
due tavole di pietra con su scolpiti i comandamenti in lettere di fuoco... Il
303
rabbino era caduto in ginocchio, col viso a terra. «Adonai! Adonai!» mor-
morava tremando. Sapeva che Elia e Mosè non erano morti e che sareb-
bero riapparsi sulla terra nel giorno terribile, il giorno del Signore. Era un
segno che la fine del mondo era vicina. Erano apparsi, erano là, il rabbino
tremava. Aveva alzato gli occhi per vedere: nel crepuscolo brillavano,
illuminate dagli ultimi raggi del sole, le tre pietre gigantesche.
Dopo tanti anni il rabbino riaprì le Scritture, respirò l'odore di Jahvè,
imparò a scoprire, dietro le cose visibili e invisibili, il senso celato che da-
va loro Dio. E allora comprese. Aveva raccolto il suo bastone, dove aveva
la sua vecchia carcassa trovato tanta forza? Era partito in direzione di
Nazareth, Cana, Magdala, Cafarnao, cercando disperatamente il figlio di
Maria. Sapeva che era tornato dal deserto di Gerusalemme e ora seguiva le
sue tracce in Galilea e vedeva i pescatori e i contadini coltivare il mito del
nuovo Profeta - i miracoli che aveva fatto, le parole che aveva pronunciato,
su quale pietra era salito per parlare, e la pietra si era coperta di fiori...
Trovò un vecchio sulla sua strada e l'interrogò: l'altro levò le braccia al
cielo: «Ero cieco, egli ha toccato le mie palpebre e m'ha reso la vista. Mi
ha raccomandato di non dirlo a nessuno, ma io invece faccio il giro dei
villaggi e lo racconto». «E ora dov'è, vecchio, me lo puoi dire?» «L'ho
lasciato nella casa del vecchio Zebedeo, a Cafarnao. Se fai in fretta lo trovi
prima che se ne salga in cielo.»
Il rabbino s'era rimesso in cammino a grandi passi, la notte lo aveva
sorpreso, aveva trovato nel buio la casa del vecchio Zebedeo. Era entrato.
La vecchia Salomè s'era precipitata a dargli il benvenuto.
«Salomè», disse il rabbino varcando la soglia, «la pace sia sopra questa
casa; che i beni di Abramo e di Isacco tocchino ai suoi padroni!»
Si girò, vide Gesù e spalancò gli occhi!
«Tanti uccelli passano sulla mia testa e mi recano notizie di te», disse.
«Il cammino che hai iniziato è aspro e molto lungo, figlio mio. Che Dio sia
con te!»
«Amen!» rispose Gesù con voce grave.
Il vecchio Zebedeo posò la mano sul cuore per salutare il rabbino:
«Qual buon vento ti porta in casa nostra, vecchio?» Forse il rabbino non
sentì, e non rispose. Sedette accanto al fuoco, era stanco, infreddolito, affa-
mato, ma non voleva mangiare. Due o tre strade si aprivano davanti a lui e
non sapeva quale prendere... Perché era venuto? Per raccontare della sua
visione a Gesù? E se non veniva da Dio? Il vecchio rabbino sapeva bene
che la Tentazione può prendere il volto di Dio per sedurre gli uomini. Se
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avesse rivelato a Gesù quel che aveva visto, il demone della vanità poteva
impadronirsi della sua anima e allora sarebbe stato perduto, e per colpa del
rabbino. Bisognava seguirlo ovunque andasse senza rivelargli il segreto?
Ma era giusto che lui, il vecchio rabbino di Nazareth, seguisse il più auda-
ce dei rivoluzionari, che si vantava di portare una nuova Legge? Venendo
lì non aveva trovato Cana sottosopra a causa di una parola contraria alla
Legge da lui pronunciata? Era andato nel giorno sacro del Sabbath nei
campi e aveva visto un uomo che lavorava, scavava canali e innaffiava il
giardino. «Tu», gli aveva detto, «se ti rendi conto di quello che stai facen-
do, che la gioia sia su di te.» Sentendo ciò, il vecchio rabbino era rimasto
attonito; questo ribelle è pericoloso, pensò, stai attento, vecchio Simeone,
non andarti a dannare, alla tua età.
Gesù andò a sedersi accanto a lui. Giuda, sdraiato a terra, aveva chiuso
gli occhi, e Matteo aveva ripreso il suo posto sotto la lampada e aspettava,
il calamo in mano. Ma Gesù non parlava. Guardava il fuoco divorare la
legna e sentiva accanto a sé il vecchio rabbino ansimare come se fosse
ancora in marcia.
Nel frattempo, la vecchia Salomè preparava il letto al rabbino; era
vecchio, gli occorreva un letto morbido e un cuscino; mise anche accanto
al giaciglio una piccola brocca d'acqua nel caso gli venisse sete durante la
notte. Il vecchio Zebedeo, visto che il nuovo ospite non era venuto per lui,
prese il bastone e se ne andò a trovare il vecchio Giona, per respirare
un'aria umana; la sua casa si era riempita di leoni. Maddalena si ritirò con
Salomè nelle stanze del fondo, per lasciare soli Gesù e il rabbino; sentiva-
no che i due avevano cose importanti da dirsi.
Ma i due uomini non parlavano. Sapevano bene entrambi che le parole
non possono mai alleggerire il cuore dell'uomo e placarlo. Solo il silenzio
ha questo potere, e tacquero. Passarono le ore, Matteo si addormentò, con
la cannuccia in mano. Zebedeo, sazio di parole, tornò e si coricò di fianco
alla vecchia moglie. A mezzanotte, sazio di silenzio, il rabbino si alzò.
«Questa sera abbiamo detto molto, Gesù», mormorò. «Domani ripren-
deremo!» E si diresse verso il letto, con le ginocchia che gli dolevano.
Il sole si levò, salì nel cielo: era quasi mezzogiorno e il rabbino non
aveva ancora aperto gli occhi. Gesù era andato sulla riva del lago e parlava
con i pescatori; salì sulla barca di Giona per dargli un mano con la pesca.
Giuda vagava da solo come un cane da pastore.
La vecchia Salomè si chinò sul rabbino per vedere se respirava ancora;
respirava. «Sia lodato Iddio», mormorò, «è ancora vivo.» Stava per allon-
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tanarsi, ma il vecchio rabbino aprì gli occhi, la vide china su di lui, com-
prese e sorrise.
«Non posso ancora morire, Salomè», la rassicurò il rabbino. «Il Dio
d'Israele mi ha dato la sua parola: Tu non morirai, Simeone, prima di aver
visto il Messia!»
Ma aveva appena pronunciato queste parole che gli occhi gli si offu-
scarono: che l'avesse già visto, il Messia? Che fosse Gesù? La visione del
monte Carmelo era dunque una visione venuta da Dio? Ma allora era
giunta per lui l'ora di morire! Si sentì inondare da un sudore freddo. Non
sapeva se gioire o intonare un lamento. La sua anima gioiva; il Messia è
arrivato! Ma la sua vecchia carcassa non voleva morire... Si alzò, ansi-
mante, si trascinò fino alla soglia, sedette al sole e s'immerse nella medi-
tazione.
Verso sera Gesù rientrò, rotto dalla stanchezza. Tutto il giorno aveva
pescato con il vecchio Giona, la barca era stracarica di pesce; Giona, fuori
di sé, aveva aperto la bocca per parlare, poi ci aveva ripensato. Era entrato
fino alle ginocchia tra i pesci che guizzavano, guardava Gesù e rideva.
La stessa sera i discepoli tornarono dal loro giro nei villaggi vicini. Si
affollarono attorno a Gesù e si misero a raccontare tutto quello che aveva-
no visto e fatto; avevano proclamato ai contadini e ai pescatori che il gior-
no del Signore era vicino, facendo la voce grossa per spaventarli; quelli li
ascoltavano tranquilli, rappezzando le reti, curando l'orto, e di tanto in tan-
to scuotevano la testa: «Vedremo... Vedremo...» Poi cambiavano discorso.
Mentre parlavano, ecco che arrivarono i tre apostoli. Vedendoli, Giuda,
seduto in disparte, muto, non poté far a meno di ridere.
«Eccoli là, gli apostoli!» esclamò. «Ve le hanno date, eh, poveri disgra-
ziati!»
Effettivamente, l'occhio destro di Pietro era gonfio e lacrimava, il viso
di Giovanni era tutto graffiato e Giacomo zoppicava.
«Maestro», disse Pietro sospirando, «la parola di Dio attira guai, grossi
guai!»
Tutti risero, ma Gesù li guardò, assorto.
«Ci hanno suonato come tamburi», seguitò Pietro, che aveva fretta di
raccontare tutto. «All'inizio avevamo deciso di prendere ognuno una stra-
da. Ma poi ci siamo impauriti, da soli. Ci siamo riuniti e abbiamo comin-
ciato a predicare. Io mi arrampicavo su una pietra o su un albero nella
piazza del paese, battevo le mani o mi mettevo le dita in bocca e fischiavo,
la gente si radunava. Quando c'erano molte donne era Giovanni a prendere
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la parola, e per questo ha le guance piene di graffi; quando c'erano molti
uomini parlava Giacomo, con la sua voce sonora, e quando si arrochiva
continuavo io. Che cosa dicevamo? Quello che dici tu. Ma noi ci hanno
accolti a pomodori, ci hanno fischiato, perché, dicevano, portavamo la fine
del mondo, e ci sono saltati addosso, le donne con le unghie, gli uomini a
pugni, ed eccoci qua!»
Giuda scoppiò ancora a ridere, ma Gesù si girò, lo guardò severo e gli
chiuse quella bocca sfrontata.
«Sapevo», disse, «che vi mandavo come agnelli tra i lupi. Vi insul-
teranno, vi lapideranno, vi tratteranno da immorali perché fate la guerra
all'immoralità, vi calunnieranno dicendo che volete distruggere la fede, la
famiglia e la patria, perché la nostra fede è più pura, la nostra casa più
vasta e la nostra patria è il mondo intero! Stringetevi bene addosso le
vostre armature, compagni, dite addio al pane, alla gioia e alla tranquillità.
Partiamo per la guerra!»
Natamele si girò, guardò Filippo con ansia; ma l'altro gli fece un cenno,
come a dirgli: «Non aver paura, dice così, ma è per metterci alla prova...»
Il rabbino si era di nuovo steso sul letto, spossato dalla stanchezza, ma
manteneva sveglio lo spirito, vedeva e sentiva tutto. Aveva preso la sua de-
cisione, era tranquillo. Una voce si era levata dentro di lui - la sua? quella
di Dio? - e gli aveva ordinato: «Simeone, ovunque vada, seguilo!»
Pietro fece per aprire bocca, aveva altro da raccontare, ma Gesù tese la
mano.
«Basta!» disse.
Si alzò. Gerusalemme apparve davanti ai suoi occhi, selvaggia, coperta
di sangue, al culmine della disperazione: là dove ha inizio la speranza.
Cafarnao scomparve, con i candidi pescatori e i contadini, il lago di Gene-
zareth sprofondò nel fondo del suo cuore. La casa del vecchio Zebedeo si
ritrasse, le quattro mura gli si strinsero addosso, lo toccarono, si sentì sof-
focare. Andò verso la porta e l'aprì.
Che restava a fare lì, a mangiare e a bere, a farsi accendere il fuoco nel
camino, mettere il coperto in tavola mezzogiorno e sera e a perdersi in
fantasie? È così che salvava il mondo? Non si vergognava?
Uscì nel cortile. Un vento caldo agitava il fogliame degli alberi. Le
stelle intrecciavano ghirlande attorno al collo e alle braccia della notte. E
sotto i piedi, la terra brulicava, come se innumerevoli bocche la succhias-
sero.
Volse il capo a sud, verso la santa Gerusalemme. Pareva ascoltasse.
307
Sembrava volesse distinguere nell'oscurità il suo volto duro, fatto tutto di
pietre del colore del sangue. E mentre il suo spirito seguiva ardentemente,
disperatamente, il corso del fiume, passava le montagne e le pianure e
stava per raggiungere la città santa, d'un tratto, fu come se vedesse muo-
versi (così gli parve) una grande ombra nel cortile, sotto il mandorlo coper-
to di gemme; e bruscamente vide levarsi nelle tenebre, più nera ancora
della notte, e per questo poté distinguerla, la sua gigantesca compagna di
strada. Sentì nettamente, nel silenzio della notte, il suo profondo respiro.
Non ebbe paura, da tanto ormai s'era abituato alla sua presenza; attese. E,
lenta, imperiosa, udì sotto il mandorlo una voce tranquilla:
«Partiamo!»
Sulla soglia era apparso, inquieto, Giovanni. Gli pareva di aver sentito
una voce nella notte.
«Maestro», mormorò, «con chi stai parlando?»
Ma Gesù già rientrava in casa. Prese da un angolo il suo bastone da
pastore.
«Compagni», disse, «partiamo!» Si diresse verso la porta, senza
neppure girarsi per vedere se qualcuno lo seguiva.
Il vecchio rabbino saltò in piedi dal suo letto, si cinse e prese il suo
bastone.
«Vengo con te, figlio mio», disse, e raggiunse per primo la porta.
La vecchia Salomè, che filava, si alzò, depose la conocchia su una cassa
e disse:
«Vengo anch'io. Zebedeo, ti lascio le chiavi, addio!»
Si sciolse le chiavi dalla cintura e le porse al marito. Si legò stretto il
fazzoletto sotto il mento, percorse la casa con lo sguardo, scosse la testa e
le disse addio. D'un tratto il suo cuore aveva di nuovo vent'anni.
Maddalena, in silenzio, felice, si alzò.
I discepoli si levarono, si guardarono l'un l'altro, agitati.
«Dove andiamo?» domandò Tommaso appendendosi la tromba alla
cintola.
«A quest'ora? Perché questa fretta? Non si poteva aspettare domani?»
disse Nataniele, e guardò Filippo contrariato.
Ma Gesù aveva già attraversato il cortile a grandi passi e si dirigeva a
sud.

308
25

Le fondamenta del mondo hanno vacillato perché il cuore dell'uomo è


stato scrollato. Giaceva sotto il peso di queste pietre che chiamano
Gerusalemme, delle profezie, dei Giudizi Finali, delle maledizioni, dei
Farisei, dei Sadducei, dei ricchi sazi e dei poveri affamati e del Dio Jahvé
la cui barba e i cui baffi lasciavano sgocciolare nell'abisso, nei secoli dei
secoli, il sangue degli uomini. Da qualsiasi lato lo si prendesse, ruggiva; se
gli si diceva una buona parola, alzava il pugno; voglio carne, gridava. E se
uno gli offriva in sacrificio un agnello o il suo proprio figlio primogenito,
non voglio carne, gridava, non strappatevi le vesti, strappatevi il cuore,
trasformate la carne in spirito, lo spirito in preghiera e disperdetelo nel
vento!
Giaceva il cuore sotto il peso dei seicentotredici comandamenti scritti
della Legge ebraica, sotto i mille comandamenti non scritti, e non poteva
muoversi; sotto le Genesi, i Levitici, i Numeri, i Giudici e i Re, e non pote-
va muoversi. E all'improvviso, nel momento più inatteso, soffiò un vento
leggero, venuto non dal cielo ma da terra, e tutte le fibre del cuore dell'uo-
mo ebbero un fremito. Subito si videro incrinarsi, scuotere e cominciare a
crollare, prima nel cuore, poi nello spirito, poi sulla terra, le pietre che
chiamano Gerusalemme, le profezie, le maledizioni, i Farisei, i Sadducei, i
Giudici e i Re e l'orgoglioso Jahvé cinse di nuovo il grembiale di cuoio di
Maestro Muratore, riprese la livella e il metro, discese sulla terra e si mise
a sua volta a distruggere il passato e a costruire, assieme agli uomini, il
futuro. Cominciò dal Tempio degli Ebrei a Gerusalemme.
Ogni giorno Gesù, ritto sulle pietre del colore del sangue, guardava que-
sto Tempio sovraccarico e sentiva il suo cuore picchiarvi sopra con forza
raddoppiata per distruggerlo. Si ergeva ancora, brillante nel sole, come un
toro incoronato, dalle corna dorate. Le mura erano, dal basso fino in cima,
ricoperte di lastre di marmo bianco venato di blu, sembrava che il Tempio
navigasse su un mare in tempesta. Tre terrazze si aprivano una nell'altra ai
suoi piedi; quella in basso, la più ampia, per gli idolatri, quella di mezzo
per il popolo d'Israele, e la più alta per ventimila leviti che lavavano, levi-
gavano, accendevano, spegnevano, pulivano il Tempio... Giorno e notte
bruciavano sette qualità di incenso che davano un fumo così denso che i
caproni ne starnutivano per un raggio di sette leghe.
L'umile Arca che i loro antenati nomadi trasportavano nel deserto e che
conteneva la Legge aveva gettato l'ancora sulla sommità di questa collina
309
di Sion, vi aveva messo radici, aveva germogliato, s'era rivestita di legno
di cipresso, d'oro e di marmo ed era diventata un Tempio. Il Dio selvatico
del deserto dapprima non si degnava di entrare, di abitare in una casa; ma
l'odore del legno di cipresso e delle resine, e l'aroma delle bestie sgozzate
gli piacevano tanto che un giorno aveva fatto il passo ed era entrato.
Due lune erano trascorse dal giorno in cui Gesù era arrivato a Cafarnao.
Tutti i giorni si fermava davanti al Tempio a fissarlo, tutti i giorni gli pare-
va di vederlo per la prima volta; si aspettava tutte le mattine di trovarlo
distrutto, di camminare, di passarci sopra; non lo voleva né lo temeva più:
era già costruito nel suo cuore. Un giorno che il vecchio rabbino gli chiese
perché non entrasse come tutti per adorare, Gesù scosse la testa e gli rispo-
se: «Per anni ho girato attorno al Tempio, ora è il Tempio che gira attorno a
me». «È grave la parola che hai detto, Gesù», replicò il rabbino stringen-
dosi la vecchia testa tra le spalle, «non hai paura?» «Quando dico 'io'»,
rispose Gesù, «non è questo corpo che parla, lui non è altro che polvere;
non è il figlio di Maria, che anche lui non è altro che polvere con una
piccola scintilla di fuoco. 'Io', sulle mie labbra, vecchio rabbino, vuol dire
questo: Dio,» «È una bestemmia ancora più spaventosa!» urlò il rabbino
coprendosi il volto. «Io sono il Santo Bestemmiatore, non dimenticarlo»,
rispose Gesù ridendo.
Un altro giorno vide i discepoli, a bocca aperta, estasiarsi davanti all'al-
tero edificio e s'incollerì.
«Ammirate il Tempio?» disse in tono di scherno. «Quanti anni sono
occorsi per costruirlo? Venti anni, diecimila uomini? Io in tre giorni lo
abbatterò. Guardatelo bene per l'ultima volta, ditegli addio: non ne resterà
pietra su pietra.»
I discepoli indietreggiarono, spaventati: lo spirito del Maestro era turba-
to? Era divenuto, negli ultimi tempi, strano, corrosivo e testardo. Venti biz-
zarri e incostanti soffiavano su di lui; a volte il suo viso brillava come il
sole che sorge e sembrava farsi giorno su tutto ciò che lo circondava; a
volte il suo viso era tenebroso e gli occhi pieni di disperazione.
«Maestro», azzardò Pietro, «non hai pietà di lui?»
«Di chi?»
«Del Tempio. Perché vuoi distruggerlo?»
«Per costruirne uno nuovo. In tre giorni ne costruirò uno nuovo. Ma
prima bisogna che questo mi lasci libero il posto.»
Batteva le lastre di pietra col bastone da pastore che gli aveva dato
Filippo. Ora soffiava su di lui il vento della collera. Guardava i Farisei che
310
passavano incespicando e sbattevano contro le mura, come se lo slancio di
Dio, troppo forte, li avesse accecati.
«Ipocriti», gridava contro di loro, «se Dio prenderà il coltello e vi
strapperà il cuore, ne usciranno serpenti e scorpioni e immondezza!» I
Farisei lo sentivano e si infuriavano. E dentro di loro pensavano che avreb-
bero chiuso con la terra quella bocca temeraria.
Il vecchio rabbino mise la mano sulla bocca di Gesù per impedirgli di
gridare.
«Insegui la morte?» gli gridò un giorno con gli occhi pieni di lacrime.
«Gli Scribi e i Farisei vanno continuamente da Pilato a chiedere la tua
testa, non lo sai?»
«Lo so, vecchio», rispose Gesù, «lo so. Ma so anche altre cose, molte
altre cose...»
Ordinava a Tommaso di soffiare nella tromba, saliva sulla scalinata che
aveva adottato, nel portico di Salomone, e si metteva a proclamare:
«Arriva, arriva il giorno del Signore!» Gridava tutti i giorni dalla mattina
fino al tramonto del sole, per costringere il cielo ad aprirsi e a lanciare le
sue fiamme. Poiché ben sapeva, lui, che la voce dell'uomo è un sortilegio
potentissimo; si grida al fuoco e alla frescura, all'Inferno e al Paradiso:
«Vieni! Vieni!» e loro vengono. È così che chiamava il Fuoco: sarà lui a
purificare il mondo e ad aprire la porta attraverso cui verrà l'Amore. I piedi
dell'Amore godono sempre a calpestare la cenere...
«Maestro», gli disse un giorno Andrea, «perché non ridi più, perché non
sei più allegro come una volta? Perché sei sempre in collera?»
Ma lui non rispose. Che poteva dirgli, e come poteva comprendere il
cuore candido di Andrea? Questo mondo, pensava, va sterminato fino alla
radice, occorre piantarne un altro, distruggere la vecchia Legge, e sarò io a
distruggerla. Una nuova Legge sarà incisa sulle tavole del cuore e sarò io a
inciderla. Elargirò la legge perché possa abbracciare amici e nemici, Ebrei
e idolatri, e perché i dieci Comandamenti fioriscano! Per questo sono ve-
nuto a Gerusalemme. È qui che i cieli si apriranno. Chi discenderà dal cie-
lo? Il gran miracolo o la morte? Quel che Dio vorrà. Io sono pronto a salire
al cielo o ad annientarmi presso i morti. Signore, decidi.
Era vicina la Pasqua. Un'inattesa dolcezza primaverile aveva ricoperto
la dura faccia della Giudea. Le vie di terra e di mare s'erano aperte e arri-
vavano pellegrini dai quattro angoli del mondo ebraico. Le terrazze del
Tempio muggivano, diffondevano l'odore delle bestie che andavano al
sacrificio, del letame, degli uomini.
311
Davanti al portico di Salomone si era raccolta una folla di straccioni e
di storpi dai volti pallidi e affamati, dagli occhi febbricitanti. Scrutavano i
Sadducei ben nutriti, i ricchi benestanti dall'aria distesa e le loro donne co-
perte di pesanti ornamenti d'oro.
«Fino a quando continuerete a ridere?» mormorò qualcuno. «Non man-
ca molto al giorno in cui li sgozzeremo. Il Maestro ha detto: i poveri ucci-
deranno i ricchi e si spartiranno i loro beni.»
«Hai capito male, Manasse», ribatté un uomo pallido con capigliatura e
occhi da montone. «Non ci saranno più né poveri né ricchi, saranno tutti
uguali. È questo che vuol dire il regno dei cieli!»
«Regno dei cieli vuol dire», esclamò un omone, «che i Romani se ne
vadano. Un regno dei cieli con i Romani non è possibile.»
«Non hai capito niente, Aronne, di quello che ha detto il Maestro», dis-
se un vecchio col labbro leporino, scuotendo la testa calva. «Non ci sono
né Israeliti né Romani, né Greci né Caldei, né Beduini. Siamo tutti
fratelli!»
«Tutti cenere siamo!» gridò un altro. «É questo che ho capito io, l'ho
sentito con le mie orecchie. Il Maestro ha detto: i cieli si apriranno, il
primo diluvio era d'acqua, questo sarà di fuoco; tutti, poveri e ricchi, Israe-
liti e Romani, tutti in cenere!»
«'L'olivo verrà bacchiato; ma rimarranno due o tre olive sulla cima e tre
o quattro sugli ultimi rami', ha detto il profeta Isaia. Coraggio, figli, sare-
mo noi le olive che resteranno. Ci basterà tenere il Maestro presso di noi,
perché non ci sfugga!» disse un uomo nero come un paiolo, con due occhi
sporgenti, fissando la via bianca e polverosa di Betania. «Oggi è in ritar-
do», mormorò, «è in ritardo... fate attenzione, figli, che non ci sfugga!»
«Dove andrà?» disse il vecchio col labbro leporino. «È a Gerusalemme
che Dio gli ha detto di combattere; è qui che combatterà!»
Il sole occupava il centro del cielo, le pietre fumavano, con la canicola
il puzzo raggiungeva il culmine. Giacomo il Fariseo passò, con le braccia
cariche di amuleti, vantando i benefici di ciascuno di essi, quelli servono
per il vaiolo, la gotta, l'erisipela; questi allontanano i demoni: il più poten-
te, il più caro, i vostri nemici... Vide gli straccioni e gli storpi e li riconob-
be; la sua bocca di fiele li schernì perfidamente: «Andate al diavolo!» e
sputò tre volte in aria.
Mentre gli straccioni discutevano e ognuno di loro forzava la parola del
Maestro nella direzione dei suoi desideri, un vecchio altissimo e venerabi-
le, con un lungo bastone, comparve davanti a loro, coperto di sudore e di
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polvere; il suo. viso ampio, non ancora segnato dalle rughe, risplendeva.
«Melchisedech!» esclamò l'uomo dal labbro leporino. «Quali nuove da
Betania? Il tuo volto è raggiante!»
«Rallegratevi, figli!» gridò il vecchio e si diede ad abbracciare tutti, e a
piangere. «Un morto è risuscitato, l'ho visto con i miei occhi, s'è alzato
dalla tomba e ha camminato! Gli hanno dato dell'acqua e lui ha bevuto, gli
hanno dato del pane e lui ha mangiato; ha parlato!»
«Chi? Chi è risuscitato? Chi è stato risuscitato!»
Si precipitarono tutti sul vecchio e l'interrogarono. Lo avevano sentito
dai portici vicini, uomini e donne accorsero, qualche Levita e qualche Fari-
seo si avvicinò; passò anche Barabba, sentì un vociare e si unì all'assem-
bramento. Melchisedech fu felice di vedere tanta gente che pendeva dalle
sue labbra: si appoggiò al bastone e cominciò a parlare con fierezza.
«Lazzaro, il figlio di Eliacino, qualcuno lo conosce? È morto qualche
giorno fa e l'abbiamo sepolto. È passato un giorno, due, tre, l'abbiamo di-
menticato. Il quarto giorno sentiamo delle grida sulla strada, esco precipi-
tosamente, vedo Gesù, il figlio di Maria di Nazareth, e le due sorelle di
Lazzaro ai suoi piedi, che glieli baciano e piangono il fratello: 'Maestro, se
tu fossi stato con lui, non sarebbe morto...' gridavano strappandosi i capel-
li. 'Fallo tornare dai morti, Maestro, richiamalo e lui verrà!' Gesù le ha
prese per mano e le ha fatte alzare.
«'Andiamo', ha detto.
«Noi siamo corsi tutti dietro di loro, siamo arrivati al sepolcro. Gesù si
è fermato, il sangue gli è salito alla testa, gli occhi rovesciati all'indietro,
scomparsi, non si vedeva che il bianco. Allora ha cacciato un muggito, co-
me se avesse un toro dentro di sé, noi eravamo tutti terrorizzati. E all'im-
provviso, mentre era così e tremava con tutte le membra, ha lanciato un
grido selvaggio, un grido che non avevo mai sentito, come venuto da un
altro mondo. Così devono gridare gli arcangeli quando sono in collera:
'Lazzaro, sorgi!' E subito si è sentito dentro il sepolcro la terra agitarsi e
spaccarsi, la pietra tombale ha cominciato a oscillare e a poco a poco si è
sollevata. Noi eravamo verdi dalla paura. Mai in vita mia avevo temuto la
morte quanto davanti a questa resurrezione. Giuro che se mi avessero
chiesto: preferiresti vedere un leone o una resurrezione? avrei risposto: un
leone.»
«Dio mio! Dio mio!» gridava la gente piangendo. «Racconta, racconta,
vecchio Melchisedech!»
«Le donne urlavano, molti uomini sono andati a nascondersi dietro le
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pietre, e noi che siamo rimasti tremavamo. La pietra tombale si sollevò
piano piano. E abbiamo visto due braccia giallastre, poi una testa già ver-
de, incrinata, coperta di terra, poi il corpo scheletrico avvolto nel sudario...
Ha mosso un piede, poi l'altro, è uscito. Era Lazzaro.»
Il vecchio si fermò. Si asciugò con l'ampia manica il sudore che lo inon-
dava. Attorno a lui la folla urlava; chi piangeva, chi ballava. Barabba alzò
la sua grossa mano pelosa.
«Menzogna! Menzogna.» gridò. «È un emissario dei Romani. Aveva
combinato tutto con Lazzaro, abbasso i traditori!»
«Taci!» gridò una voce imperiosa dietro di lui. «Come sarebbe, i
Romani ?»
Tutti si girarono e indietreggiarono. Il centurione Rufo si dirigeva dritto
su Barabba, il frustino alzato. Una giovane bionda, pallida, lo teneva per il
braccio. Era rimasta tutto il tempo in piedi ad ascoltare il vecchio Mel-
chisedech, e i grandi occhi verdi le si erano riempiti di lacrime. Barabba si
infilò tra la folla e scomparve.
Dietro di lui correva Giacomo il Fariseo con i suoi amuleti; lo raggiunse
dietro una colonna. Là, sottovoce, si misero a confabulare assieme. Il ban-
dito e il Fariseo divennero fratelli, ma fu Barabba a parlare per primo.
«Credi che sia vero?» domandò inquieto.
«Che cosa?»
«Che quel morto sia risuscitato...»
«Stammi bene a sentire. Io sono Fariseo, tu sei Zelota. Finora io pensa-
vo che Israele poteva salvarsi solo con la preghiera, il digiuno e la santa
Legge. Ma adesso...»
«Adesso?» disse lo Zelota con occhi che mandano lampi.
«Adesso comincio a vederla come te. Preghiera e digiuno non bastano
più; qui ci vuole il lavoro del coltello. Capisci?»
Barabba rise.
«A me lo dici? Non c'è miglior preghiera del coltello. Allora?»
«Cominciamo da quello.»
«Da chi? Parla chiaro.»
«Lazzaro. È indispensabile che lo facciamo tornare sotto terra. Se la
gente lo vede adesso dirà: era morto e il figlio di Maria l'ha risuscitato. E la
gloria del falso profeta aumenterà... Hai ragione tu, Barabba, è un emissa-
rio dei Romani che l'hanno mandato a gridare: non vi curate del regno di
questa terra, pensate al cielo! Allora, finché continueremo a perdere tempo
a pensare al cielo, i Romani rimarranno seduti sulle nostre spalle, capisci?»
314
«E allora? Bisognerà liquidare anche lui, anche se è tuo fratello?»
«Non è mio fratello, non voglio saper niente di lui!» esclamò il Fariseo
facendo il gesto di strapparsi le vesti. «Te lo lascio!»
Detto ciò, si staccò dalla colonna e tornò a vantare i suoi amuleti. Aveva
eccitato Barabba, era contento.
La folla dei pezzenti davanti al portico di Salomone, perdute le speranze
di vedere Gesù, cominciò a disperdersi. Il vecchio Melchisedech comperò
due colombe bianche per offrirle in sacrificio e ringraziare il Dio di Israele
che aveva finalmente provato pietà per il suo popolo e gli aveva mandato,
dopo tanti anni, un nuovo profeta.
Le pietre erano roventi, i volti degli uomini, nella luce abbagliante,
scomparivano. D'un tratto una nuvola di polvere si levò sulla via di Beta-
nia, si sentirono delle grida di gioia, tutto il villaggio si era messo in movi-
mento e arrivava. Dapprima si videro i bambini, che portavano rami di
palma e di alloro, dietro i rami veniva Gesù, col viso illuminato, dietro an-
cora i discepoli, eccitatissimi, come se ognuno di loro avesse risuscitato un
morto; infine, rochi per il tanto gridare, gli abitanti di Betania. Si precipi-
tarono tutti verso il Tempio. Gesù salì i gradini due alla volta, attraversò la
prima terrazza, raggiunse la seconda. Il viso e le mani avevano una luce
selvaggia, tanto che nessuno gli si poteva avvicinare. Per un momento il
vecchio rabbino, che correva ansimando dietro di lui, tentò di entrare nel-
l'alone invisibile che circondava il Maestro, ma subito indietreggiò, come
se avesse toccato il fuoco.
Era appena uscito dalla fornace di Dio e il suo sangue ribolliva ancora.
Non poteva, non voleva ancora crederci; così grande era dunque la forza
dell'anima! Poteva dire alle montagne: Venite! e farle venire? Squarciare la
terra e farne uscire i morti? Distruggere il Tempio in tre giorni e in tre
giorni ricostruirlo? Ma se la forza dell'anima ha una tale onnipotenza, tutto
il peso della perdizione o della salvezza posa allora sulle spalle dell'uomo?
I confini tra Dio e l'uomo vacillano... Era un pensiero terrificante, pericolo-
so e le tempie di Gesù pulsavano.
Aveva lasciato Lazzaro nel suo sudario, ritto sul sepolcro, ed era partito
con una strana fretta verso il Tempio di Gerusalemme. Aveva, per la prima
volta tanto invincibile, la sensazione che bisognasse finalmente raggiunge-
re questo mondo, che dovesse sorgere da quella tomba una nuova Gerusa-
lemme. Il momento era venuto. Era quello il segno che aspettava: il mondo
marcio fino alla radice era un Lazzaro, era tempo di gridargli:
«Mondo, alzati e cammina!» Aveva una missione, e la cosa più terribile,
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ora lo sentiva, era che ne aveva anche il potere. Non poteva più trovare
scappatoie dicendo: Non posso! Poteva, e se il mondo non veniva salvato,
la colpa sarebbe ricaduta interamente su di lui.
Il sangue gli affluì alla testa. Vide attorno a sé gli straccioni e gli op-
pressi che lo guardavano, caricandolo di tutte le loro speranze. Cacciò un
urlo selvaggio e saltò sullo scalone; la gente gli si radunò attorno, i ricchi e
i sazi si fermarono anche loro, ridacchiando, per sentirlo. Gesù si girò, li
vide e alzò il pugno.
«Ascoltate, ricchi», gridò, «ascoltate, signori di questo mondo: l'ingiu-
stizia non può più durare, né l'infamia, né la fame! Dio ha strofinato le mie
labbra con un carbone ardente e io grido: Fino a quando rimarrete sdraiati
sui vostri letti d'avorio, sui vostri molli cuscini? Fino a quando mangerete
la carne dei poveri e ne berrete il sudore, il sangue e le lacrime? Non vi
tollero più! Grida il mio Dio. Il fuoco divampa, i morti risuscitano, la fine
del mondo è arrivata!»
Due mendicanti giganteschi lo presero e lo sollevarono sulle braccia. Il
popolo si raggruppò, agitando i rami. Sulla testa in fiamme del profeta si
levava del fumo.
«Io non sono venuto per portare al mondo la pace ma la carneficina. Io
porterò la discordia nelle case, il figlio alzerà la mano sul padre, la figlia
sulla madre, la giovane sposa sulla suocera, per me. Colui che mi segue
abbandona tutto. Colui che per me perde la vita sulla terra, la guadagna per
l'eternità.»
«Che cosa dice la Legge, ribelle?» gridò una voce inferocita. «Che cosa
dicono le Sacre Scritture, Lucifero?»
«Che cosa dicono i grandi profeti, Geremia, Ezechiele?» rispose Gesù,
con gli occhi in fiamme. «Io abolirò la Legge che è incisa sulle tavole di
Mosè e ne inciderò una nuova nel cuore dell'uomo. Strapperò il cuore di
pietra dal petto degli uomini e darò loro un cuore di carne. E in questo
cuore seminerò una speranza nuova! Sono io che incido nei nuovi cuori la
nuova Legge, sono io la nuova Speranza! Io elargisco amore. Io apro le
quattro grandi porte di Dio, l'Oriente, l'Occidente, il Nord e il Sud, per far
entrare tutte le nazioni. Il seno di Dio non è un ghetto, esso abbraccia il
inondo intero. Dio non è Israelita. E spirito immortale.»
Il vecchio rabbino si nascose il viso tra le mani; avrebbe voluto gridare:
«Gesù, taci. E una grande bestemmia!» ma non ne ebbe il tempo. Si
levarono grida selvagge di trionfo, i poveri urlavano di gioia, i Leviti lo
fischiavano, Giacomo il Fariseo si strappava le vesti e sputava in aria. Il
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rabbino se ne andò, la morte nell'anima: «E perduto», mormorò, cammi-
nando e piangendo, «è perduto. Quale demonio, quale Dio è entrato in lui e
grida?»
Camminava incespicando dalla stanchezza; in tutti quei giorni, in tutte
quelle settimane che aveva seguito Gesù sforzandosi di comprendere chi
fosse, la sua vecchia carcassa si era completamente consumata, di lui non
restavano che ossa avvolte nella pelle grinzosa; l'anima vi si era attaccata e
aspettava. Era quell'uomo il Messia che Dio gli aveva promesso? I mira-
coli che faceva lui, avrebbe potuto farli anche Satana, e non bastavano al
rabbino per dare un giudizio. Neppure le profezie bastavano. Satana è un
arcangelo potentissimo e astutissimo, può far concordare perfettamente le
sue parole e i suoi atti con le sante profezie, per ingannare gli uomini. Per
questo il rabbino non poteva dormire la notte e supplicava Dio di avere
pietà di lui e di dargli un segno sicuro... Che segno? Il rabbino lo sapeva
bene: la morte, la sua propria morte. Pensò a questo segno e rabbrividì.
Correva nella polvere con passo incerto. Sulla cima della collina appar-
ve, divorata dal sole, Betania. Il rabbino prese a salire, ansimando.
La casa di Lazzaro era aperta e i contadini continuavano a entrare per
vedere e toccare il risuscitato, per sentire se respirava, se parlava, per vede-
re se era davvero vivo o se non fosse un fantasma. Era seduto nell'angolo
più appartato della casa, perché non sopportava la luce, era stanco e parla-
va poco. I piedi, le braccia, il ventre erano gonfi, verdastri, come quelli di
un morto di quattro giorni. Il viso tumido era segnato di crepe, da cui
colava un liquido giallo e biancastro che macchiava il sudarlo bianco che
ancora portava; gli si era incollato alla pelle e non si riusciva a levarglielo.
All'inizio puzzava moltissimo, e quelli che gli si accostavano si turavano il
naso; ma a poco a poco il tanfo era diminuito, e ora odorava solo di terra e
d'incenso. Di tanto in tanto alzava la mano e si toglieva un filo d'erba rima-
sto tra i peli della barba o tra i capelli. Le sue due sorelle, Marta e Maria,
lo ripulivano della terra e dei piccoli vermi che gli erano rimasti addosso.
Una vicina compassionevole gli aveva portato un pollo e ora la vecchia
Salomè, china davanti al focolare, lo faceva bollire per dar da bere del
brodo al risuscitato e fargli riprendere le forze. I contadini venivano a se-
dersi per un po', l'osservavano attentamente e gli parlavano. Lui rispon-
deva con aria annoiata, sì, no, qualche parola, poi arrivavano altri dal vil-
laggio e dai villaggi vicini. Quel giorno il notabile cieco era venuto anche
lui, aveva teso avidamente la mano, l'aveva tastato e aveva riso. «Ti sei
divertito dai morti?» gli domandò. «Bravo, Lazzaro, ora tu conosci tutti i
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segreti del mondo sotterraneo, ma non rivelarli, disgraziato, faresti perdere
la testa alla gente...» Si chinò all'orecchio di Lazzaro. «Vermiciattoli, eh.
Nient'altro che vermiciattoli, eh?» gli domandò, mezzo scherzando mezzo
tremando. Attese a lungo, ma Lazzaro non rispose. Il cieco s'infuriò, prese
il bastone e ripartì.
Maddalena, ritta sulla soglia, guardò in fondo alla strada per Gerusa-
lemme. Il suo cuore piangeva. Nelle ultime notti aveva fatto brutti sogni,
vedeva Gesù che si sposava, presagio di morte, e la notte prima l'aveva
visto sotto forma di pesce volante: aveva spiegato le ali, era saltato fuori
dall'acqua ed era ricaduto sulla terra. Si dibatteva sui ciottoli della riva, si
sforzava di aprire di nuovo le ali e non ci riusciva, soffocava. I suoi occhi
avevano cominciato ad appannarsi, si era girato e l'aveva guardata: lei si
era precipitata per prenderlo e rimetterlo nell'acqua, ma quando s'era chi-
nata e l'aveva preso in mano era già morto. Ma mentre lo teneva in mano e
piangeva, lasciando che le lacrime cadessero su di lui, lo vedeva farsi gran-
de, riempirle le braccia, diventare un morto...
«Non lo lascerò andare a Gerusalemme... Non lo lascerò andare...»
sospirava guardando la strada bianca, ansiosa di vederlo arrivare.
Ma al posto di Gesù apparve sulla strada di Gerusalemme, curvo, titu-
bante, il vecchio padre, il rabbino. «Povero vecchio», pensò Maddalena,
come fa, nello stato in cui si trova, a seguire il nostro Maestro dovunque
vada, come un vecchio cane fedele! Lo sento alzarsi di notte, uscire nel
cortile, prosternarsi, gridare a Dio: Aiutami, mandami un segno! Ma Dio lo
lascia tormentarsi, lo tortura, sembra, perché lo ama, così si consola l'in-
felice...»
Ora lo vedeva salire, appoggiato al bastone, e fermarsi ogni momento a
guardare indietro verso Gerusalemme, aprire le braccia, riprendere fiato...
Quegli ultimi giorni a Betania, dove si trovavano riuniti, padre e figlia
avevano dimenticato il passato, si parlavano; il vecchio aveva visto che la
figlia aveva abbandonato la cattiva strada e l'aveva perdonata: tutte le
colpe si lavano con le lacrime, il vecchio rabbino lo sapeva, e Maddalena
aveva pianto tanto.
Il vecchio arrivò senza fiato, Maddalena si scostò dalla porta per la-
sciarlo passare, ma lui si fermò e le prese le mani, supplicando:
«Maddalena, piccola .aia, tu sei donna, le tue lacrime hanno una grande
potenza, le tue carezze anche, buttati ai suoi piedi, scongiuralo di non tor-
nare a Gerusalemme. Oggi gli Scribi e i Farisei si sono scatenati ancora di
più, li ho visti io, parlavano di nascosto tra loro, le loro labbra stillavano
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veleno; complottano la sua morte».
«La sua morte!» disse Maddalena, col petto ansante. «La sua morte! Ma
lui, padre, può morire?»
Il vecchio rabbino guardò la figlia con un sorriso amaro. «È quello che
diciamo di tutti gli uomini che amiamo», mormorò, poi tacque.
«Ma il Maestro non è un uomo come noi, no», disse Maddalena dispe-
rata. «No! No!» ripeté per vincere la paura.
«Come lo sai?» disse il vecchio. Il suo cuore palpitava: si fidava
dell'istinto della donna.
«Lo so», rispose Maddalena, «non domandarmi come, non saprei dirlo.
Non temere, padre. Chi oserà toccarlo, ora che ha risuscitato Lazzaro?»
«Ora che ha risuscitato Lazzaro sono ancora più furiosi. Prima lo senti-
vano predicare e alzavano le spalle; ma ora che la notizia del .miracolo si è
diffusa, il popolo ha preso coraggio e grida: E il Messia, risuscita i morti,
riceve la sua potenza da Dio, andiamo con lui! Oggi uomini e donne hanno
preso dei rami e corrono dietro di lui, gli infermi levano le loro grucce
minacciosi, i poveri alzano la testa... Gli Scribi e i Farisei vedono tutto
questo e fremono di rabbia. Dicono: se lo lasciamo fare ancora un po', sia-
mo perduti, e vanno continuamente da Anna a Caifa, da Caifa a Pilato, gli
'scavano la fossa... Maddalena, piccola mia, buttati alle sue ginocchia, non
farlo più rientrare a Gerusalemme, torniamo in Galilea.»
Si ricordò di un viso triste, butterato dal vaiolo: il suo viso era triste
come quello della Morte. «Quando ha sentito i miei passi si è nascosto tra i
cespugli. Brutto segno!»
Il suo corpo senza forze crollò. Maddalena gli mise un braccio attorno
alla vita e lo fece entrare, gli portò uno sgabello, e lo fece sedere. Lei gli si
inginocchiò accanto.
«Dov'è adesso?» domandò. «Dove l'hai lasciato, padre?»
«Al Tempio. Grida, i suoi occhi fiammeggiano, vuole bruciare il sacro
edificio! E che parole, mio Dio, che bestemmie! Dice: Abolirò la Legge di
Mosè, ne porterò una nuova. Non incontrerò Dio sulla cima del Sinai, lo
incontrerò nel mio cuore!»
Il vecchio abbassò la voce.
«A volte, piccola mia», disse tremando, «a volte temo che la sua testa
sia turbata. Oppure può essere Lucifero...»
«Taci!» disse Maddalena posando tutt'e due le mani sulle labbra del
vecchio.
Parlavano ancora quando apparvero sulla soglia i discepoli, l'uno dopo
319
l'altro. Maddalena si alzò di scatto, guardò, Gesù non era tra loro.
«E il Maestro?» disse con voce spezzata. «Dov'è il Maestro?»
«Non temere», rispose Pietro con un'aria affranta, «non temere. Arriva.»
Anche Maria, inginocchiata ai piedi del rabbino, si alzò di scatto e si
accostò, ansiosa, ai discepoli. I loro visi erano tristi, scossi, il loro sguardo
torpido. Si appoggiò al muro.
«Il Maestro?» mormorò, angosciata.
«Adesso viene, Maria, adesso viene...» rispose Giovanni. «Se gli fosse
capitato qualcosa, pensi che l'avremmo abbandonato?»
I discepoli si dispersero per la. casa, accigliati, discosti l'uno dall'altro.
Matteo cavò i suoi fogli dall'abito e si dispose a scrivere. «Parla,
Matteo», disse il vecchio rabbino, «parla, che la mia benedizione ti
accompagni.»
«Vecchio», rispose Matteo, «mentre tornavamo tutti assieme, alla porta
di Gerusalemme il centurione Rufo ci ha raggiunti. 'Fermatevi!' ci ha
gridato, 'ho degli ordini!' Noi siamo sbiancati dalla paura, ma il Maestro
gli ha teso con calma la mano: 'Sia benvenuto l'amico', gli ha detto, 'che
cosa vuoi?' Non io', ha risposto Rufo, 'è Pilato che ti vuole. Te ne prego,
vieni con me.' 'Vengo', ha detto pacatamente Gesù e ha rivolto il viso verso
Gerusalemme. Ma noi ci siamo precipitati su di lui, gridando: 'Dove vai,
Maestro? Noi non ti lasceremo andare.' Il centurione è intervenuto: 'Non
abbiate timore', ha detto, 'non gli si vuole far del male, vi do la mia parola!'
'Andate!' ci ha ordinato il Maestro, 'non abbiate paura: l'ora non è ancora
giunta.' Ma Giuda è scattato e ha gridato: 'Io vengo con te, Maestro, io non
ti lascio'. E si sono incamminati verso Gerusalemme, Gesù e il centurione
davanti e Giuda dietro, come il cane del pastore.»
Mentre Matteo parlava, i discepoli si avvicinavano e sedevano a terra,
in silenzio.
«I vostri visi sono turbati», disse il rabbino, «ci nascondete qualcosa.»
«Sono altre preoccupazioni, vecchio», rispose Pietro, «altre preoccupa-
zioni...» e tacque di nuovo.
Era vero, dei demoni oscuri erano entrati nel loro petto sulla via del ri-
torno. I morti cominciavano a risuscitare, il giorno del Signore si avvici-
nava, il Maestro stava per salire al trono, stava arrivando il momento in cui
si sarebbero spartiti gli onori. Allora, per la spartizione, i discepoli si erano
messi a discutere. «Io siederò alla sua destra», diceva uno, «sono io il pre-
ferito.» «No, sono io! Sono io!» «Sono» «Sono io!» gridavano tutti. «Sono
io che per primo l'ho chiamato Maestro!» disse Andrea. «Sono io che lo
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vedo più spesso nei miei sogni!» replicò Pietro. «Sono io che lo chiamo
mio amato....» disse Giovanni. «Anch'io!» «Anch'io!» gridavano altre vo-
ci. Il sangue di Pietro si scaldò: «Andatevene tutti!» gridò. «Non ha detto a
me l'altroieri: 'Pietro, tu sei pietra e su questa pietra costruirò la nuova
Gerusalemme?'» «Non ha detto la nuova Gerusalemme! Le ho annotate qui
le sue parole», disse Matteo picchiando sul suo quaderno, contro il petto.
«Che mi ha detto allora, imbrattacarte? Io questo ho sentito!» disse Pietro
in collera. «Ha detto: `Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia
Chiesa'. La mia Chiesa, non Gerusalemme; c'è una bella differenza!» «E
che altro mi ha promesso?» gridò Pietro. «Perché ti sei fermato? Non ti
conviene andare avanti? Le chiavi... dillo, dillo!» Matteo, senza fretta, pre-
se il suo quaderno, lo aprì e lesse: «E ti darò le chiavi del regno dei cieli...»
«Avanti! Avanti!» gridò Pietro, trionfalmente. Matteo ingoiò la saliva, si
chinò di nuovo sui fogli: «'Quel che tu legherai sulla terra sarà legato in
cielo, e quello che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli...' Ecco,
questo è tutto!» «E ti sembra niente? Sono io, l'avete sentito tutti, che
tengo le chiavi; sono io che apro e chiudo il Paradiso. Se voglio vi faccio
entrare, se no, no!»
Allora i discepoli si erano scatenati: sarebbero certamente venuti alle
mani se non si fossero trovati vicini a Betania. Si vergognarono dei
contadini e frenarono la rabbia, ma i loro visi erano ancora scuri.

26

Intanto Gesù e il centurione camminavano, seguiti da Giuda. Entrarono


nei vicoli tortuosi di Gerusalemme e si diressero verso la torre, accanto al
Tempio, che fungeva da palazzo a Ponzio Pilato. Il centurione aprì bocca
per primo, era commosso.
«Rabbi», disse, «mia figlia è raggiante di salute e non smette mai di
pensare a te; ogni volta che sa che parli al popolo, lei esce di casa di na-
scosto e corre ad ascoltarti. E oggi, la tenevo per mano, ti abbiamo sentito
parlare tutti e due nel Tempio e lei voleva correre a baciarti i piedi.»
«Perché non l'hai lasciata fare?» disse Gesù. «Basta un attimo per
salvare l'anima dell'uomo. Perché hai lasciato passare quell'attimo, perché
l'hai sciupato?»
«Una Romana che bacia i piedi a un Ebreo!» pensò Rufo pieno di
vergogna, ma tacque.
Teneva in mano un corto scudiscio, con cui allontanava la folla bru-
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licante. Faceva un caldo torrido, i corpi erano stremati, c'erano nuvole di
mosche; il centurione respirava nauseato l'aria ebraica; dopo tanti anni
passati in Palestina, non si era ancora assuefatto. Attraversarono il merca-
to, coperto di stuoie di paglia; faceva più fresco, rallentarono l'andatura.
«Come fai a parlare a questo branco di cani?» disse il centurione.
Gesù arrossì.
«Non sono cani», disse. «Sono anime, scintille di Dio. Dio è un incen-
dio, centurione, ogni anima è una scintilla, devi rispettarla.»
«Io sono Romano», rispose Rufo, «anche il mio Dio è Romano. Lui
apre strade, costruisce caserme, porta l'acqua alle città, si arma di bronzo e
parte per la guerra. Cammina davanti a noi e noi lo seguiamo. E l'anima di
cui tu parli da noi fa tutt'uno con il corpo, e su di loro è apposto il sigillo di
Roma. Quando noi moriamo, l'anima e il corpo muoiono insieme e sono i
nostri figli a rimanere. E questo, per noi, l'immortalità. E, perdonaci, quel-
lo che dici dei regni dei cieli ci sembra una favola.»
Tacque, poi dopo un momento aggiunse:
«Noi siamo fatti per governare gli uomini; e gli uomini non si governa-
no con l'amore».
«L'amore non è disarmato», disse Gesù, Guardò gli occhi azzurri e fred-
di del centurione, le sue guance rasate di fresco, le mani grosse e tozze.
«Anche l'amore parte per la guerra e va all'assalto.»
«Allora non è amore», disse il centurione.
Gesù chinò il capo.
«Occorre che io trovi nuovi otri in cui versare il vino nuovo», pensò,
«parole nuove.»
Finalmente arrivarono. Palazzo e fortezza insieme, davanti a loro si levò
la torre che proteggeva tra le sue mura il governatore romano, l'arrogante
Ponzio Pilato. La razza ebraica gli dava la nausea, teneva un fazzoletto
profumato sotto il naso ogni volta che andava per le stradine di Gerusalem-
me, o che si trovava costretto a parlare con Ebrei. Non credeva né negli dei
né negli uomini. Neppure in Ponzio Pilato: in niente. Portava sempre, a
una catenina d'oro appesa al collo, un piccolo rasoio affilato, per aprirsi le
vene il giorno che ne avesse avuto abbastanza di mangiare, di bere, di
governare, oppure il giorno che l'imperatore l'avesse mandato in esilio.
Sentiva spesso gli Ebrei che si sgolavano per chiamare il Messia, per chie-
dergli di venire a liberarli, e rideva. Mostrava il rasoio affilato a sua .mo-
glie e diceva: «Eccolo, il mio Messia, sarà lui a liberarmi». Ma la donna
voltava la testa e non gli rispondeva.
322
Davanti alla grande porta della torre Gesù si fermò. «Centurione»,
disse, «tu mi devi un favore, ricordi? È venuto il momento di chiedertelo.»
«Tutta la gioia della mia vita la do a te, Gesù di Nazareth», rispose
Rufo. «Parla, tutto quanto è in mio potere lo farò.»
«Se mi catturano, se mi imprigionano, se mi uccidono, non fare niente
per salvarmi. Me lo prometti?»
Erano arrivati alla porta della torre; le sentinelle levarono la mano a
salutare il centurione.
«Lo chiami un favore?» disse Rufo, perplesso. «Non li capisco, gli
Ebrei.»
Due negri giganteschi montavano la guardia davanti alla porta di Ponzio
Pilato.
«È un favore, centurione», disse Gesù. «Mi dai la tua parola?»
Rufo fece segno ai negri di aprire la porta.

Asciutto, rasato, la fronte stretta, gli occhi grigi e duri, le labbra sottili,
come una ferita, Pilato alzò la testa e guardò Gesù che s'era fermato davan-
ti a lui. Era seduto su un alto trono, decorato di aquile rozzamente scolpite
e leggeva.
«Sei tu, Gesù di Nazareth, re dei Giudei?» sibilò beffardo. Poi si mise il
fazzoletto profumato sotto le narici.
«Non sono re», rispose Gesù.
«Come? Non sei il Messia? Non è il Messia quello che i tuoi compa-
trioti, la razza eletta, attendono da tante generazioni perché li liberi e segga
sul trono di Israele? E perché cacci noi Romani? E allora perché dici: non
sono re?»
«Il mio regno non è sulla terra.»
«E dov'è allora? Sull'acqua? In aria?» rise Pilato,
«Nel cielo», rispose pacatamente Gesù.
«Perfetto», disse Pilato, «il cielo te lo regalo. Ma non toccare la terra!»
Si tolse dal dito il pesante anello, lo levò in alto alla luce e guardò la
pietra rossa, su cui era incisa una testa di morto contornata dall'iscrizione:
Mangia, bevi, godi, ecco che cosa sarai domani.
«Gli Ebrei mi fanno schifo», disse, «non si lavano e hanno un Dio fatto
a loro immagine: sporco, con i capelli lunghi, avido, fanfarone e vendicati-
vo come un cammello.»
«Sappi che quel Dio ha già alzato il suo pugno sopra Roma», disse
ancora tranquillamente Gesù.
323
«Roma è immortale», rispose Pilato, poi sbadigliò.
«Roma è la statua della visione del profeta Daniele?»
«La statua? Che statua? Quello che desiderate da svegli, voi Ebrei, poi
lo vedete in sogno. Vivete e morite con le visioni.»
«È in questo modo, con delle visioni, che l'uomo parte in guerra. E a
poco a poco l'ombra prende corpo e si fa solida, lo spirito si riveste di
carne e scende sulla terra. Il profeta Daniele ha avuto la sua visione, e
poiché l'ha avuta, essa prenderà un corpo di carne, scenderà sulla terra e
distruggerà Roma.»
«Ammiro, Gesù di Nazareth, la tua audacia o la tua idiozia. A quanto
pare non hai paura di morire, è per questo che parli con tanta libertà. Mi
piaci. Raccontami la visione di Daniele.»
«Daniele il profeta ha visto una notte una statua immensa. La sua testa
era d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, i
polpacci di ferro, ma i piedi d'argilla. A un tratto, lanciato da una mano
invisibile, un sasso è andato a colpire i piedi d'argilla e li ha sbriciolati. In
sol colpo tutt'intera la statua - l'oro, l'argento, il bronzo, il ferro - è crollata
a terra... La mano invisibile, Ponzio Pilato, è il Dio d'Israele, io sono il
sasso, e la statua è Roma.»
Pilato sbadigliò di nuovo.
«Ho capito», disse annoiato, «capisco il tuo gioco, Gesù di Nazareth, re
dei Giudei! Tu insulti Roma per provocare la mia collera, per farti croci-
figgere e diventare anche tu un eroe. Hai preparato tutto molto abilmente.
So che hai già cominciato a risuscitare i morti, ti prepari la strada. E così i
discepoli proclameranno poi che non sei morto, che sei risorto e sei salito
al cielo... Ma arrivi tardi, caro il mio furbo. Il trucco è scoperto, trovane un
altro. Non ho intenzione di ucciderti, non ho intenzione di fare di te un
eroe, non diverrai Dio come gli altri, togliti quest'idea dalla testa.»
Gesù rimase in silenzio. Dalla finestra vedeva scintillare al sole, im-
menso, il Tempio di Jahvé, simile a una belva invisibile, mangiatrice d'uo-
mini, e accorrere da ogni luogo, come greggi multiformi, per precipitarsi
nella gola nera e spalancata, gli uomini. Pilato giocherellava con la cate-
nina d'oro e taceva. Gli ripugnava domandare un
381 favore a un Ebreo, ma l'aveva promesso alla moglie, doveva farlo.
«È tutto?» disse Gesù, e si girò verso la porta. Pilato si alzò.
«Non andartene», disse..«Devo dirti una cosa, è per questo che t'ho fatto
chiamare. La mia donna dice che ti vede tutte le notti in sogno, non appena
chiude le palpebre tu appari. Dice che tu ti lagni con lei che cercano di
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ucciderti e che tutte le sere la supplichi di parlarmi perché
10 impedisca ai tuoi compatrioti, Anna e Caifa, di metterti a morte. Ieri
sera mia moglie ha levato un grido, si è svegliata di soprassalto e si è
sciolta in lacrime. Ha pietà di te, dice, non so bene perché, non
m'immischio nelle balordaggini delle donne. Mi si è buttata ai piedi, mi ha
supplicato di mandarti a chiamare e di dirti di andar via se vuoi salvarti.
Gesù di Nazareth, l'aria di Gerusalemme non è troppo salubre per te: torna
in Galilea!»
«La vita è una guerra!» rispose Gesù con la stessa voce calma e decisa.
«È una guerra e tu lo sai, perché sei soldato e sei Romano. Ma quello che
non sai è questo: Dio è il comandante e noi siamo i soldati. Nell'istante in
cui l'uomo viene al mondo, Dio gli mostra la terra, e sulla terra una città,
un villaggio, una montagna, il mare, o anche il deserto, e gli dice: 'È qui
che combatterai!' Governatore di Giudea, una notte Dio mi ha afferrato per
i capelli, mi ha sollevato da terra e mi ha portato a Gerusalemme; mi ha
deposto davanti al Tempio e mi ha detto: «È qui che combatterai!' Non
posso disertare, Governatore di Giudea, ed è qui che combatterò!»
Pilato si strinse nelle spalle. Si era già pentito di aver chiesto quel favo-
re e di aver rivelato a un Ebreo un suo segreto familiare. Fece il gesto, che
gli era abituale, di lavarsi le mani.
«Fai pure di testa tua, io me ne lavo le mani. Vattene!»
Gesù alzò la mano e salutò. Nel momento in cui varcò la soglia, Pilato
gli gridò beffardo: «Ehi, Messia, qual è questa terribile novella che, a
quanto dicono, porti al mondo?»
«Il Fuoco», rispose Gesù con la calma di sempre. «Il Fuoco che ripulirà
la terra.»
«Dai Romani?»
«No, dagli empi. Dagli iniqui, dagli infami, dai sazi.»
«E poi?»
«Poi, sulla terra bruciata, purificata, si edificherà la nuova Gerusa-
lemme.»
«E chi la costruirà questa Nuova Gerusalemme?»
«Io.»
Pilato scoppiò a ridere.
«Avevo ragione», disse, «di dire a mia moglie: sei completamente paz-
za. Vieni a trovarmi qualche volta, mi farà passare il tempo. Adesso Vatte-
ne, ti ho visto abbastanza.»
Batté le mani, i due giganti neri entrarono e misero Gesù alla porta.
325
Giuda, agitato, aspettava davanti alla torre. Un verme misterioso rodeva
in quegli ultimi tempi il Maestro. Il suo viso era ogni giorno più segnato,
più selvaggio, le sue parole più tristi e minacciose; spesso saliva da solo,
rimanendoci per delle ore, su un colle alle porte di Gerusalemme, il
Golgota, dove i Romani crocifiggevano i ribelli. E più vedeva attorno a sé
sacerdoti e grandi sacerdoti scatenarsi e tendergli trappole, più li attaccava
e li chiamava «vipere velenose, bugiardi, ipocriti, che tremate dalla paura
di ingoiare una zanzara e che ingoiate un cammello». Tutto il giorno, tutti i
giorni, si metteva davanti al Tempio e lanciava parole violente, come se
volesse morire. Poco prima, quando Giuda gli aveva chiesto quando final-
mente avrebbe gettato dalle spalle la pelle dell'agnello per far apparire il
leone in tutta la sua gloria, Gesù aveva scosso la testa e mai Giuda aveva
visto un sorriso più amaro su labbra d'uomo. Da allora non lo lasciava più;
e quando lo vedeva salire sul Golgota, lo seguiva di nascosto, per paura
che un nemico celato potesse levare la mano su di lui.
Ora Giuda camminava avanti e indietro sulla strada, davanti alla torre
maledetta, e guardava furtivamente le guardie romane, immobili, con l'ar-
matura in bronzo, le Facce gravi di contadini, e dietro di loro, svettante in
cima a lunghe aste, lo stendardo empio con le sue aquile. Che cosa poteva
volere Pilato, si chiedeva, perché l'aveva chiamato? Giuda sapeva, lo
aveva saputo dagli Zeloti di Gerusalemme, che Anna e Caifa venivano
continuamente in quella torre ad accusare Gesù di fomentare la rivolta per
scacciare i Romani e farsi re. Ma Pilato si rifiutava di ascoltarli. Diceva: è
matto da legare, non si immischia negli affari dei Romani; un giorno ho
mandato apposta qualcuno per chiedergli: «Il Dio d'Israele vuole che pa-
ghiamo le imposte ai Romani? Che ne pensi?» E Gesù, molto giustamente,
molto intelligentemente, ha risposto: «Date a Cesare quel che è di Cesare e
a Dio quel che è di Dio!» Pilato aveva riso; non è diabolicamente folle,
aveva detto, è folle di Dio. Se trasgredisce la vostra religione, punitelo, io
me ne lavo le mani; ma lui Roma non la tocca. Questo gli ha detto, e li ha
mandati via. Ma che adesso abbia cambiato idea?
Giuda si fermò, si appoggiò contro il muro di fronte; stringeva e apriva i
pugni, teso.
D'un tratto sussultò. S'era sentito uno squillo di tromba, la folla s'era
aperta; quattro Leviti arrivarono e deposero cautamente davanti alla porta
della torre una portantina dorata. Le cortine di seta si scostarono e si vide
scendere lentamente, grasso, bianco, con le borse sotto gli occhi, vestito di
una tunica gialla, Caifa. I due pesanti battenti della porta si aprirono. Nello
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stesso istante Gesù ne uscì; i due uomini si incrociarono sulla soglia, faccia
a faccia, Gesù, scalzo, col suo abito bianco tutto rattoppato, si fermò e
guardò dritto negli occhi, immobile, il sommo sacerdote. Questi sollevò le
palpebre pesanti, lo riconobbe e lo scrutò rapidamente dalla testa ai piedi.
«Che cerchi qui, ribelle?»
Gesù, immobile, gli tenne inchiodati addosso gli occhi grandi, severi e
tristi.
«Non ti temo, sommo sacerdote di Satana», rispose.
«Buttatelo fuori», gridò Caifa ai quattro portantini, e avanzò nel cortile
con il suo corpo obeso e le gambe storte.
I quattro Leviti si precipitarono per afferrare Gesù, ma Giuda scattò.
«Giù le zampe!» ruggì. Li respinse, prese Gesù per uh braccio.
«Andiamo via», disse.

Giuda scansava cammelli, uomini, pecore, faceva largo a Gesù perché


potesse passare. Superarono la porta fortificata, discesero nella valle del
Cedron, risalirono dall'altro versante, presero la via di Betania.
«Che cosa voleva?» disse Giuda, stringendo con ansia il braccio del
Maestro.
«Giuda», rispose Gesù dopo un profondo silenzio, «ti confiderò un
segreto terribile.»
Giuda chinò la criniera rossa e attese, le labbra socchiuse.
«Tu sei più forte degli altri compagni; solo tu, credo, sei in grado di
sopportarlo. Agli altri non ho detto niente e niente dirò; a loro manca la
resistenza.»
Giuda arrossì di piacere.
«Ti ringrazio, Maestro», disse, «della fiducia che mi dai. Parla. Vedrai,
non ti vergognerai di me.»
«Giud