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Andrea De Carlo,

Pura vita.

Copyright 2001, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.


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Lui scrive libri di storia, e sta cercando di capire cosa gli stia

succedendo. Lei ha trent'anni di meno e le sue opinioni sono sempre

state molto precise, ma è in cerca di informazioni sul mondo. Fanno

un viaggio insieme verso la Camargue, e intanto parlano di tutto

quello che gli viene in mente: l'origine dei difetti e delle qualità,

i rapporti tra gli uomini e le donne, le famiglie, le cose che tutti

cercano e quelle che trovano, le ragioni torbide e trasparenti della

nostra specie.

E' la storia di due persone molto simili che sono in due punti

diversi della vita, ammesso di vedere la vita come un percorso, cosa

che forse non è.

E' un libro di scambi di informazioni e di domande, con alcuni

tentativi di risposte che aprono subito altre domande.

E' quello che c'è qui dentro, non c'è altro.

Pura vita.

ADC

Credere che la vita abbia o no senso è questione di temperamento.

Se la convinzione che non ne ha dominasse in assoluto, il senso

della vita verrebbe meno con il procedere dell'evoluzione. Ma

questo non è, o non sembra essere, il caso.

Carl Gustav Jung


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Domenica alle nove e mezza

di sera il telefono suona

Domenica alle nove e mezza di sera il telefono suona mentre lui è

in cucina con un toast al formaggio in mano e un libro sulla tecnica

di costruzione delle piramidi egizie aperto davanti e un disco

strumentale di Bo Diddley e Chuck Berry sullo stereo. Ci sono solo

tre pezzi dove suonano davvero insieme, gli altri sono di uno o

dell'altro a turno e abbastanza convenzionali, ma i tre dove suonano

insieme valgono il disco. Al quarto o quinto squillo si rende conto

che la segreteria telefonica non è inserita o non funziona, così posa

tutto e si alza di scatto e urta contro uno sgabello e lo fa cadere e

sente una fitta fin nel midollo di una tibia, saltella nel soggiorno

pieno di rabbia verso gli oggetti e verso le interferenze che

continuano anche a quest'ora.

Dice "Sì?".

La voce di lei dall'altra parte dice "Pronto?".

"Ehi!" dice lui. "Ti avrei chiamata tra poco. Tra cinque minuti."

"Volevo sapere per domani" dice lei.

"Certo" dice lui. Si massaggia la gamba dove gli fa male, cerca di

raggiungere la porta per tagliare fuori i suoni dallo stereo in

cucina ma il filo del telefono non è abbastanza lungo, per quanto

provi a estendere la mano. Il telefono cade dal tavolo; lui lo


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raccoglie con ancora più rabbia, dice "Bastardo di un bastardo".

"Cos'è successo?"

"Niente. Se riesci a sentirmi, niente." Allunga un piede e alla

fine riesce a far sbattere la porta di legno chiaro; l'urto provoca

una piccola nuvola di intonaco, riduce a metà il volume della

chitarra riverberata sul ritmo rapido di accordi.

"Cosa facciamo, allora?"

"Quello che vuoi tu." In realtà è pieno di resistenze, adesso che

la loro idea è sul punto di trasformarsi in una concatenazione di

dati di fatto in accelerazione progressiva: il lavoro da lasciare e

la valigia da preparare e la macchina da guidare e la strada da

percorrere e il serbatoio da riempire e le mappe da consultare e il

percorso da decidere e la lingua da parlare e i cibi da ordinare e

gli alberghi da trovare, le sensazioni da assorbire e quelle da

filtrare, quelle da tagliare fuori. Dice "Se hai ancora voglia di

andare".

"Sì che ne ho voglia."

"Non è che invece preferiresti un posto più vicino? Rimandare la

Francia a quando fa più caldo e abbiamo un po' più di tempo tutti e

due?"

"No, no. La Francia mi va benissimo."

"Perfetto. Allora ti passo a prendere domattina verso le dieci. Ti

faccio uno squillo quando sono all'angolo, così scendi."

"Va bene."

"Non portarti dieci valigie, non servono."

"Va bene."
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"Sono solo pochi giorni."

"Sì."

"A domattina."

"A domattina."

Quando si parlano al telefono tende a essere ancora più sintetica

di lui, e a chiudere in modo altrettanto brusco. Non corre certo il

rischio di sentirsi bloccato in una conversazione, con lei. Al

contrario, quasi ogni volta gli rimane l'idea di avere detto o

ascoltato troppo poco, vorrebbe richiamarla per aggiungere o farle

aggiungere qualcosa. E' forse l'unica persona con cui gli succede.

Si massaggia la tibia e si guarda i piedi nudi, sul pavimento di

legno ingombro di carte storico-geografiche e atlanti e incisioni e

riproduzioni e fotografie. Pensa alle telefonate da fare e alle

e-mail da mandare prima di partire, ai modi di mantenere i contatti a

distanza crescente.

Quando stanno correndo

da mezz'ora sull'autostrada

Quando stanno correndo da mezz'ora sull'autostrada, e la città e le

stazioni di servizio e i caselli e i centri satellite e i capannoni

industriali e il paesaggio agricolo intriso di veleni sono abbastanza

lontani alle loro spalle, comincia a sentirsi meglio. Il movimento

che gli invade lo sguardo e gli passa nel corpo attraverso le

vibrazioni dell'abitacolo dissolve la perplessità di quando era


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fermo, come una corrente che rompe il calcare in un sistema di

tubature. A pensarci adesso gli sembra assurdo avere esitato a

partire, essersi fatto bloccare da sentimenti statici.

Dice "Meno male che non ti sei lasciata contagiare dalle mie

resistenze".

Lei fa di sì con la testa, sorride vaga; non c'è verso che possa

sentirlo.

Lui dice più forte "Brava che non sei stata a sentirmi!".

Lei ha un piccolo lettore di CD acceso, il ritmo di musica ska

filtra dagli auricolari in sottili frequenze compresse che si

mescolano ai rumori della macchina. Ha un libro sulle ginocchia,

anche: un romanzo sudamericano che si è fatta comprare all'autogrill

quando si sono fermati per il pieno.

Lui glielo indica, dice "Bello?".

Lei alza uno sguardo interrogativo, assorta nella musica e nella

storia che ha tra le mani.

"Interessante? Ti ha preso?"

"Non so ancora."

Lui guarda la strada avanti: l'asfalto e i camion e le automobili,

il guard-rail che scorre via veloce. La loro macchina è un

semifuoristrada giapponese, non particolarmente stabile né

silenzioso, con sospensioni troppo morbide, un motore appena

adeguato. Ma lo conosce abbastanza bene da tirarlo al massimo dei

giri lungo la corsia di sorpasso senza preoccuparsi di non farcela o

di finire fuori. Pensa che forse starebbero meglio su una macchina più

bassa e fluida e potente, una grossa sogliola tecnologica su ruote,


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con un impianto stereo da centinaia di watt al posto dello spazio

vuoto sul cruscotto (un'altra cosa che ha rimandato e rimandato di

fare). Ci si immagina dentro, con lei sul sedile di fianco e le

valigie ben riposte nel bagagliaio: il cervello gli si occupa di

riflessioni meccaniche, che si sovrappongono senza nessun criterio.

Contrae i muscoli della pancia, inarca la schiena all'indietro, fa

forza sulle braccia. Quando è in viaggio gli sembra di essere

incapace di pensieri compiuti, nel senso di idee che si evolvono fino

a essere esportabili in un territorio di parole. Il tipo di idee che

gli vengono mentre guida affiorano e vanno avanti di poco e poi si

fermano o tornano indietro; producono immagini ripetute, prospettive

schiacciate, frammenti di sensazioni. Ogni tanto pensa che sarebbe

bello riuscire a usare in modo creativo almeno parte dei tempi di

spostamento da un luogo all'altro, eppure non ci riesce quasi mai. A

volte capita che gli venga un'intuizione improvvisa, ma di solito non

dura abbastanza a lungo, perde presto le sue qualità apparenti nel

rombo continuo dell'aria e delle ruote e del motore.

Però guidare su lunghe distanze gli piace, perché gli permette di

abitare in uno stato intermedio, tra luoghi e tempi diversi, non

facile da classificare. Spesso gli sembra che sia questa la

dimensione in cui si trova più a suo agio: un presente in

allontanamento rapido dal passato verso un futuro che continua a

spostarsi. Finché è in viaggio gli sembra che la vita possa solo

inseguirlo senza raggiungerlo, per poi cercare di bloccarlo a terra e

premerlo con richieste e pretese fino a non lasciarlo più respirare.


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Il suo telefono cellulare suona, nella tasca della giacca di pelle

sul sedile di dietro. Lui allunga una mano senza rallentare, il

semifuoristrada ondeggia sulle sospensioni. Ogni volta prova la

stessa miscela di senso d'intrusione e desiderio di contatto, nel

breve spazio tra il suono e i gesti per rispondere. Lo tira fuori

dalla tasca quando ormai sembra troppo tardi; legge il nome sul

minuscolo schermo e subito schiaccia il tasto OK.

G.: Ehi! Stavo per chiamarti.

(Guarda lei seduta alla sua destra, ma non gli sembra che possa

sentirlo.)

M.: Come va?

(La sua voce attraversata da impulsi contrastanti di incertezza,

slancio, disappunto, attenzione focalizzata.)

G.: Bene. In viaggio.

(Si rende conto di come le parole gli suonano rigide. Se fosse da

solo avrebbe un tono diverso, ma con lei di fianco è il massimo che

gli viene.)

M.: Da quanto sei partito?

(Nei primi tempi in cui si frequentavano lo colpiva il suo modo di

cambiare tono e timbro a seconda del luogo o del momento o

dell'interlocutore, al punto da sembrare persone completamente

diverse tra loro, e suscitargli reazioni altrettanto diverse.)

G.: Da un po'.

(Il fatto è che non ha più idea di quali siano le loro posizioni,

dopo quello che si sono detti negli ultimi giorni: di quale grado di

familiarità irrimediabile o distacco irrimediabile ci sia tra loro.)


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M.: A che ora?

G.: Non lo so. Non me lo ricordo.

(Il bisogno che ha di coordinate precise, e le viene dall'essere

nata e vissuta circondata da una vaghezza estrema. Lui lo sa, ma lo

stesso ogni volta si sente messo alle strette, spinto a essere

meticolosamente accurato o a contraddirsi come un ladro sotto

interrogatorio.)

M.: Perché hai questo tono? Se ti disturbo ti saluto.

G.: Non mi disturbi. E' solo che sto guidando a centosettanta

all'ora.

M.: Volevo solo sapere come stavi.

(E non è solo così, naturalmente: la sua voce è una sonda sottile,

che attraversa lo spazio e gli stati d'animo, gli fa quasi solletico

alle costole adesso.)

G.: Sto bene, grazie. E tu?

M.: Bene, bene. Ti saluto, buon viaggio. Ciao.

G.: Ciao.

G.: Ehi?

Chiude il piccolo telefono cellulare, lo butta sul sedile di

dietro. Lei non dice niente, ma è probabile che abbia capito con chi

parlava.

Lui accelera ancora, guarda avanti. Si chiede se è tutta colpa del

suo carattere, o se è M. troppo concentrata sulla registrazione di


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particolari minuti a cui dare grandi significati. Si chiede se

avrebbe dovuto trovare il tempo di chiamarla per primo; se è vero che

non riesce mai ad allargare gli spazi del cuore e dell'attenzione per

farci stare più di un interesse o un'attività o un affetto alla

volta.

Una e-mail

(ricevuta cinque notti fa)

Da: M.@mailcom.it

Ore: 1.45

Caro Giovanni,

mi dispiace che la nostra ultima telefonata sia finita ancora una

volta in elenchi furiosi di dare e avere e scambi di accuse e

controaccuse che in fondo non ci somigliano. Ma pare che non

riusciamo proprio più a parlarci in altri modi.

Al punto in cui siamo (grandi) credo che ognuno dei due sappia di

cosa ha bisogno, ed è ovvio che cerchi di ottenerlo o, se già ce

l'ha, di difenderlo.

Io so di avere bisogno di una vita fatta di grandi sogni, di

obbiettivi alti, incontri interessanti; devo sentirmi impegnata e

gratificata in maniera evidente. Devo avere uno scopo, un senso che

vada al di là di quello che faccio di momento in momento. Forse è un

limite, ma è la mia natura, che altrimenti si spegne. Però non sono

una costruttrice solitaria, non ho il piglio del navigatore a vela

che circumnaviga il mondo per conto suo, in cerca di gloria e di


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successo. Perché io sono una donna, e alla fine è questo, senza

nessuna frustrazione, che so essere. So progettare, ideare,

alimentare, anche condurre forse, ma non da sola, non per una causa

unicamente mia. Pensavo che insieme a te avrei avuto il coraggio e la

forza di costruire qualcosa di importante e duraturo, in cui far

convergere le esigenze e i sogni di tutti e due.

Invece dopo tutto lo slancio, l'avvicinamento, l'interesse, la

profondità e la confidenza divoranti degli inizi, mi sono ritrovata

in una terra di nessuno, a oscillare tra due condizioni opposte e

ugualmente frustranti. O insieme a te, totalmente occupata da te e

dalle tue attività, idee, propensioni, manie, sbalzi di carattere,

oppure sola con i miei figli e i miei impegni, mentre tu te ne andavi

a "ricostituire la tua aura", come dicevi. Così cinque o sei giorni

ogni dieci me ne stavo senza la compagnia di una persona adulta con

cui parlare o fare altre cose, e gli altri giorni ero invasa da te,

però sempre in modo provvisorio. Senza la continuità che è

indispensabile a costruire in modo più articolato una vita comune,

fatta di spazi condivisi e anche di spazi privati. Invece no: sempre

sospesi nel presente, sempre in corsa, sempre troppo addosso uno

all'altra oppure troppo distanti. Senza fare mai niente di

costruttivo, e alla fine anche senza energia, senza più risorse

creative.

Da quando abbiamo cominciato a stare insieme, io ho aspettato che

tu mi facessi una proposta di vita. Ero anche pronta a cambiare casa

e lavoro, purché fosse in base a un progetto concreto, reale,


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realizzabile. Invece avevi sempre la testa piena di immagini

fantastiche, che mi suggestionavano ma che finivano per mescolarsi a

tutte le altre immagini di cui si nutre la tua mente così poco

pratica. Dicevi andiamo a vivere in Irlanda, dicevi andiamo in Perù.

Dicevi costruiamoci una capanna in un'isola persa nell'oceano come

gli ammutinati del Bounty. E intanto l'idea di cercare insieme una

casa vera per noi e per i miei figli ti faceva sentire in gabbia. Non

sopportavi gli atri e le portinerie, gli inquilini che passavano ti

sembravano dei mostri, gli odori ti facevano venire la nausea, le

luci ti riempivano di orrore, entravi negli ascensori come un

condannato che va al patibolo.

E sostenere che dipende dal tuo lavoro è solo un alibi. Sei stato

tu il primo a dirmelo, una notte di due anni fa quando per qualche

ragione eri davvero sincero, ti ricordi? Hai riconosciuto che per te

fare lo storico è anche un modo di scappare dalla realtà di ogni

giorno, sottrarti alle richieste e al peso della vita, staccare i

contatti con tutte le cose da fare e organizzare e mantenere e

sostenere con fatica e costanza (e anche gioia, sì). Ma cosa ti resta

poi, di una vita provvisoria e astratta che si rifiuta

sistematicamente di affrontare i problemi reali e di risolverli?

Forse il tuo difetto più brutto è la mancanza di continuità, e

senza una continuità di qualunque genere non ci può essere nessun

futuro. Sai essere costante solo nel tuo lavoro, e anche lì tendi a

navigare a vista, muoverti attraverso luoghi e periodi a seconda di

come ti viene. Fai le tue ricerche e scrivi i tuoi libri quasi senza

piani, anche se ti costa molta più fatica che se seguissi un metodo


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ordinato. La tua idea è di mantenere in tutto la sorpresa e

l'eccitazione e il senso di miracolo degli inizi. Ma alla lunga è

un'idea immatura, artificiale, frustrante e potenzialmente

distruttiva.

Io ti ho sempre stimato tantissimo, Giovanni, e so apprezzare come

pochi le tue caratteristiche vitali, profonde, intelligenti, gioiose,

e so anche convivere con le tue cupezze, le tue paure, le tue

sospensioni, i tuoi cali improvvisi di energia. Ma non riesco,

proprio non ci riesco, a convivere con le tue andate e i tuoi

ritorni, i tuoi ripensamenti, le ragnatele di pensieri, il rifiuto di

fare una scelta univoca o di prendere un impegno per il dopo. Tu hai

la provvisorietà emozionale come base. E la provvisorietà logistica

ed esistenziale come supporto.

Siamo stati per cinque anni e mezzo come due pesci rossi in una

boccia di vetro, che girano intorno e intorno e ogni volta si

dimenticano di avere già fatto lo stesso identico giro.

Era questo che volevo dirti. Hai sempre sostenuto che il futuro è

un'idea meschina, per gente che fa calcoli e programmi invece di

vivere, e che l'unico tempo degno della nostra attenzione e passione è

il presente. Ma il presente si consuma di continuo come un nastro che

scorre, caro Giovanni, e di istante in istante diventa passato senza

che neanche ce ne accorgiamo.

Con tristezza,

M.
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La guarda a intervalli

La guarda a intervalli, con i suoi auricolari stereo e il libro tra

le mani sottili. Gli sembra che il viaggio vada benissimo così; poi

gli sembra invece che dovrebbero usare meglio il tempo che hanno a

disposizione, approfittarne per comunicare nel modo più intenso

possibile.

Dice "Non potresti leggere in un altro momento, magari?". Istinto

di lasciarla in pace; istinto di interferire. E certo non gli

dispiace che sia una che legge, invece di una che guarda fuori senza

interesse o si guarda le unghie, ma non riesce a stare zitto. Dice

"Non potremmo parlare, invece?".

Lei si toglie un auricolare, sembra incerta. Dice "Cosa?".

"Niente." Fa un cenno verso l'autostrada, e in effetti non c'è

niente da vedere o da commentare, solo asfalto e altre macchine e

camion in corsa, guard-rail guard-rail guard-rail. E' un

non-paesaggio, un puro canale neutro di scorrimento che occupa il

campo visivo senza arricchirlo in nessun modo. Le colline ai lati

sono lontane e con un'altra gradazione di luce, anche se fossero

interessanti richiederebbero una diversa messa a fuoco dello sguardo

e una diversa apertura delle pupille.

Allunga una mano, le dà un colpetto sulla spalla.

Lei sorride appena; si rimette l'auricolare, torna a leggere il suo

libro.

Gli viene in mente di quando leggeva con la stessa intensità, per

andarsene via da quello che aveva intorno. Se qualcuno lo chiamava o


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cercava di parlargli, non lo sentiva neanche. Seguiva un flusso di

immagini e sensazioni e non era più lì, era a migliaia di chilometri

e centinaia d'anni di distanza. Ma era essenziale che il flusso fosse

attendibile, perché funzionasse; le fantasie di seconda o terza mano

non lo facevano arrivare da nessuna parte.

Dice forte "Ehi!".

"Ehi" dice lei, con un paio di secondi di ritardo. Poi dato che lui

continua a guardarla, si toglie di nuovo un auricolare.

"Facciamo un gioco. Spegni un po' quell'affare."

"Quale gioco?" Ma intanto preme il tasto stop del suo lettore di

musica.

"Facciamo un elenco dei nostri difetti."

"Un elenco?"

"Sì, metti via il libro e la musica e prendi una penna e un foglio."

"Dove?"

"La penna è lì nel cassetto. Un foglio non ce l'hai?"

"No."

"Da nessuna parte?"

"Non so."

"Non hai nessun foglio o quaderno o blocchetto con te?"

"Forse nella valigia, dietro."

"Va be', non è indispensabile. Possiamo anche farlo a voce. Chi

comincia?"

"Comincia tu. L'idea è tua."

"Però se hai così poco entusiasmo non c'è gusto."


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"Ma no."

"Se lo fai come se fosse un dovere."

"Non è vero."

"Sì invece. Lasciamo perdere."

"Perché?"

"Perché così non è divertente. Doveva essere un gioco."

"Eh, appunto. Facciamolo."

"Non importa. Davvero."

"Ti sei offeso."

"Non mi sono offeso."

"Invece sì."

"Ti dico di no. Guarda."

Davanti a loro il paesaggio si sta aprendo: c'è il mare

all'orizzonte, dello stesso azzurro sbiancato e luminoso del cielo,

anche se la terra è invasa da forme mostruose di svincoli e

cavalcavia e sovrappassi, piloni giganti di cemento armato.

Alla dogana non ci sono

più doganieri

Alla dogana non ci sono più doganieri. Le automobili e i camion

rallentano lo stesso, frenati dal lieve restringimento della strada e

da un'idea astratta di demarcazione che aleggia ancora nell'aria,

intorno alle pensiline e alle costruzioni basse già avviate alla

rovina.

Lui dice "Non è incredibile?".


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"Cosa?" Non si è rimessa gli auricolari da quando sono arrivati in

vista del mare, ha chiuso il libro anche se continua a tenerlo sulle

ginocchia.

"Che non ci siano più quei bastardi in divisa che ti chiedevano i

documenti e ti controllavano il nome e la faccia due volte, con

l'aria di poter decidere se lasciarti passare o no."

"Già."

"Ci pensi? Si sono ammazzati, per questo cavolo di linea. Come se

fosse un dato di fatto e di principio fondamentale, da difendere a

ogni costo."

"Quando?"

"Tante volte. L'ultima volta quando i tedeschi hanno invaso la

Francia e gli italiani vigliacchi sono entrati in guerra all'ultimo

momento possibile per rubarsi un pezzo di costa."

Lei lo guarda e fa di sì con la testa; non è chiaro se lo sapeva già

oppure no. D'altra parte ogni volta che lui parla di storia tende a

essere cauta per paura di venire sommersa da troppi dettagli, la sua è

una reazione di difesa.

Lui guarda dalla parte del mare: i cartelli e i nomi, i paesi

abbarbicati sulla costa più in basso. Si chiede se è vero che c'è una

differenza visibile nella qualità del paesaggio da un lato e

dall'altro della frontiera, o se è solo un'idea dovuta al suo spirito

antipatriottico. Ma gli sembra che sia così: la costa italiana è

devastata in modo più sconnesso e barbaro di quella francese, che

pure è devastata. Gli viene in mente un racconto ricorrente di M.,


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tra i tanti loro racconti ricorrenti, di quando era passata di lì a

sedici anni in moto con il suo ragazzo, in viaggio verso

l'Inghilterra. Diceva "Perfino il colore del mare era diverso, dopo

il confine. Di un azzurro migliore, non so". Insieme al colore del

mare altre immagini gli attraversano la testa: lei ragazzina

aggrappata al suo ragazzo, la sua attenzione appassionata e rapida,

la moto sulla strada a curve, il loro modo di respirarsi vicini.

Dice "Il filo sottile che tiene insieme due persone".

"Quale filo?" dice lei, come se tornasse a terra da una grande

distanza.

"Il filo di tutto quello che le tiene collegate anche quando sono

lontane. Anche quando non si vedono e non si parlano."

"Perché dici il filo?"

"Perché è una cosa molto sottile e molto resistente, no? Che puoi

anche non vedere, ed è estensibile quasi senza limiti attraverso la

distanza e il tempo e l'affollamento delle altre persone che occupano

lo spazio e lo attraversano in ogni direzione."

Lei lo guarda. Lui pensa a quello che succede ogni volta che con M.

decidono di non sentirsi più e il filo che li collega sembra sul

punto di spezzarsi: al senso di vuoto che gli cresce intorno e gli

preme sui timpani e gli risucchia l'aria dai polmoni e gli impedisce

di stare fermo in un punto.

Dice "Però non è affatto scontato che ci sia, il filo".

"No?"

"No. Magari due pensano di essere molto legati, poi appena provano

ad allontanarsi scoprono che in realtà stanno benissimo ognuno per


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conto suo."

"E allora perché pensavano di essere legati?"

"Perché erano tenuti insieme da una colla di pura abitudine e

oggetti e luoghi condivisi e gesti stratificati. E' una colla così

forte da sembrare una saldatura permanente, ma appena uno dei due

prova a staccarsi non c'è nessun filo che lo segua."

"Che triste."

"Sì. La maggior parte dei legami sono di questo genere, credo."

"Come fai a sapere che invece il filo c'è?"

"Quando provi a romperlo, e ti trovi in caduta libera attraverso il

senso delle cose."

"E di cos'è fatto, questo filo?"

"Di uno scambio continuo di domande e risposte. Sguardi, anche solo

immaginati. Assonanze e intuizioni e sorprese, curiosità reciproca

che non si esaurisce. E similitudini, no? E differenze."

Lei fa per dire qualcosa, ma il suo cellulare suona, con la buffa

musichetta sincopata che ha scelto tra le tante suonerie possibili.

Subito dopo suona quello di lui. Si mettono a parlare tutti e due,

ognuno inclinato verso il proprio finestrino per schermarsi dalla

voce dell'altro.

Appena usciti dall'autostrada

e scesi per lo svincolo

Appena usciti dall'autostrada e scesi per lo svincolo il traffico


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rallenta in una lunga coda che a strappi e stop procede verso il

centro della città di mare. Tutti e due guardano le scritte e le

macchine e i negozi e gli edifici e le facce della periferia urbana.

Lui indica e fa commenti su dettagli di persone e scritte e insegne,

ma l'ironia che ci mette non lo protegge come vorrebbe. Gli sembra di

essere già contagiato in parte dalla tristezza del paesaggio, adesso

che sono fuori dalla protezione del movimento veloce: gli sembra di

essere troppo esposto e troppo ricettivo rispetto all'ordinarietà

umida che devono attraversare nella luce del pomeriggio.

Dice "Possiamo fare un giro a piedi per il centro. Vediamo il museo

di arte contemporanea, se vuoi". Progetti di gesti e di sensazioni

messi avanti per amicarsi lo spazio, immagini mentali fabbricate come

antidoti.

"Eh."

"Oppure fare due passi sul lungomare e bere qualcosa in un bar."

"Va bene."

Ma più vanno avanti nel traffico rallentato, meno lo attira l'idea

di fermarsi. La meccanica della cosa sembra complicata, perché non c'è

spazio lungo i marciapiedi e i parcheggi sono pieni; ma naturalmente

non è solo questo. E' che non riesce a vedersi camminare nelle vie

esangui di una grossa città di mare fuori stagione, come un turista o

un visitatore volonteroso.

Quando sono ormai nel centro dice "Hai voglia che cerchiamo un

posto dove fermarci, o andiamo più avanti?".

"Più avanti."

Poi anche quando arrivano al lungomare dove le macchine scorrono


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nei due sensi tra gli edifici e le palme, nessuna delle facciate e

nessuna delle vetrine dei bar gli fa venire voglia di scendere e

consegnarsi alle leggi del luogo. Anche qui gli sembra che ci siano

doveri a cui sottrarsi: la pressione sorda delle cose che ci si

aspetta in un viaggio, gli impegni non scritti.

Dice "E se invece andassimo oltre? Se ci fermassimo in un

paesino?".

"Sì. Meglio."

"Davvero? Non ci tieni a visitare la città?"

"Per niente."

"E allora andiamo!"

Accelera sul lungomare, in un lampo di sollievo e di riconoscenza

per come lei gli è simile in queste cose. Già non si sente più in

debito con lo scenario, non gli sembra di dover scendere a patti per

negoziare un passaggio.

Dice "Non sono per niente una persona da weekend, io".

"No?"

"Neanche un po'. I weekend mi mettono una tristezza terribile."

"Perché?"

"Perché ogni volta mi sembrano finiti prima ancora di cominciare."

"Hanno la fine già dentro il nome."

"Sì! Parti, e hai già in testa il ritorno. Come una condanna

stabilita in partenza, che esclude qualunque possibile soluzione

diversa."

"Tipo?"
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"Tipo sapere che ci sono dei margini aperti. Non piccoli margini,

margini illimitati. Sapere che se ti viene voglia di fermarti in un

altro posto per sempre, lo puoi fare."

"Ti succede?"

"Quasi ogni volta, anche quando l'altro posto non mi piace

particolarmente."

"Non hai nostalgia di casa?"

"Dopo due o tre giorni, nessuna."

"Non ce l'avevi neanche da piccolo?"

"No."

"E neanche allora ti piacevano i weekend?"

"No. Ma i miei non ne facevano quasi mai. Non erano abbastanza

organizzati, e non avevano posti dove andare. E' sempre stata una

famiglia così, senza grandi attitudini pratiche e senza molti punti

di appoggio."

"Non andavate mai via?"

"Qualche rara volta facevamo una gita fuori città, la domenica. Ma

era sai come attraversare uno di quei documentari in bianco e nero

sulle periferie urbane e le campagne piatte della bassa Lombardia?"

"Così desolante?"

"Sì. I preparativi, i discorsi e i gesti, i vestiti, la macchina,

la strada, il paesaggio lungo la strada. L'umore dei miei."

"Che umore avevano?"

"Uno spirito da soldati in territorio nemico, pronti a costruire

trincee tutto il tempo, anche per difendersi uno dall'altro."

"Litigavano?"
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"C'era una tensione continua, veniva fuori quasi ogni volta che

qualcuno avanzava il genere di richieste ordinarie che ci si può

rivolgere in una famiglia."

"Tipo andare fuori città per un weekend?"

"Sì. E il clima della nostra famiglia era peggiorato un milione di

volte dalla straordinaria bruttezza persecutoria della città."

"Così non andavate via spesso?"

"Andavamo via d'estate, dalla fine della scuola a metà settembre.

Sono gli unici periodi della mia infanzia che mi ricordo."

"Perché?"

"Perché il resto l'ho cancellato tutto, o quasi."

"Non hai nessun ricordo di quando eri bambino in città?"

"Solo qualche immagine, e la memoria di qualche sensazione. Di

nuovo in bianco e nero. Più che un film, sai quelle animazioni

rudimentali di vecchie foto che fai scorrere girando una manovella?"

"Tipo?"

"Non so, io che cammino in un giardinetto pubblico bruciato dalla

fuliggine e dal gelo e stretto tra viali pieni di traffico, con

addosso un cappotto troppo pesante e troppo grande e con un berretto

umiliante in testa. O io che scaravento la mia cartella di pelle

verde sul cemento del cortile di scuola il primo giorno della prima

elementare, come se scaraventassi via l'idea di doverci andare."

"Delle estati invece ti ricordi di più?"

"Delle estati quasi tutto."

"Nel villaggio di pescatori alla foce del fiume dove mi hai


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portata?"

"Sì, ma è cambiato, naturalmente. Allora era abbastanza selvaggio."

"In che modo?"

"Era quasi il villaggio delle origini, no? Un'organizzazione

tribale, più o meno. C'era tutto. I clan familiari, il rapporto degli

abitanti con gli elementi e con gli animali. La pianura e il monte,

l'acqua dolce e l'acqua salata, i pesci e i gamberi, l'olio degli

olivi e il vino nella botte e le pesche nel frutteto, il sole che

batteva e la pioggia, i sentieri tra i campi e i boschi. Le

variazioni di luce e di temperatura e di umidità, milioni di

sensazioni tattili e olfattive."

"E ci stavi bene?"

"Come un animale cresciuto nella gabbia di un laboratorio

seminterrato che di colpo viene lasciato libero, e all'inizio non

capisce neanche dove sia e poi si mette a correre intorno e fare

salti, con tutti i suoi istinti naturali che gli rifluiscono dentro."

"Diventavi una specie di selvaggio?"

"Ritornavo a me stesso. Mi toglievo le scarpe appena arrivato e per

tre mesi non me le rimettevo più. Stavo con il minimo indispensabile

di vestiti addosso, assorbivo le sensazioni della terra e dell'aria e

dell'acqua e delle piante e degli animali, lontano dai materiali e

dalle forme e dagli odori e dalle attività e dai rapporti innaturali

della città che detestavo così tanto. Non credo che sarei diventato

quello che sono, senza quelle estati."

"In che senso?"

"Nel senso che sarei rimasto chiuso per sempre in una sensibilità
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atrofizzata e in un corpo incapace di espansione. Tutto cervello e

reazioni mediate e sensazioni attenuate, come una povera larva urbana

distrutta dalla civilizzazione."

"Qual è il tuo primo ricordo?"

"Credo che sia un falso ricordo. Sai quei ricordi ricostruiti?"

"Come fai a dirlo?"

"Perché mi vedo sdraiato in una carrozzina e guardo da sotto un

androne una via dove passano delle persone. Ma quasi tutti gli

psicologi sostengono che prima dei due anni non siamo affatto in

grado di fissare dei ricordi."

"E allora qual è il primo vero ricordo che hai?"

"Databile?"

"Sì."

"Io in piedi di fianco a mio nonno paterno in una tabaccheria di

Trieste, con il tabaccaio che da dietro il suo bancone mi chiede

"Quanti anni hai?". Ha la definizione di un film a 35 millimetri,

tutti i dettagli ingrandibili senza perdere di qualità. Io che guardo

in alto verso questo sconosciuto invadente e insistente, la sua

faccia da sotto in su, il legno scuro del bancone, la lana del

cappotto grigio del nonno, la montatura d'oro sottile dei suoi

occhiali. Il nonno che dice "Su, digli: ho tre anni"."

"E tu?"

"Io faccio appena di sì con la testa, irrigidito dall'ostilità."

"Perché ostilità?"

"Perché ero così in generale."


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"Perché?"

"Timidezza e difesa, credo. Non-partecipazione ai meccanismi del

mondo."

"Come mai questo ricordo, tra tutti i primi ricordi che potresti

avere?"

"Non lo so. Non è che li scegliamo noi, i nostri ricordi."

"E chi li sceglie, allora?"

"Si scelgono da soli. Per qualche ragione vengono fuori tra tutti i

dati che abbiamo accumulato secondo dopo secondo, si aprono una

finestra su uno strato più accessibile della memoria."

"Eri ostile anche con la tua famiglia?"

"Sì."

"Cosa non ti piaceva?"

"L'idea di essere ostaggio di altre persone, che potevano decidere

per me in base ai loro umori e alle loro convinzioni."

"E cosa decidevano?"

"Le cose che decide una famiglia. I criteri in base a cui vivere, i

criteri in base a cui ridere. I criteri in base a cui considerare

bella o brutta una cosa, interessante o noiosa. Il che è

perfettamente naturale da un punto di vista evolutivo e anche da un

punto di vista morale, ma non mi piaceva."

"Però è così in tutte le famiglie, no?"

"Sì. Ed è probabile che ce ne fossero di molto peggiori della mia.

Alcune erano forse più allegre, altre più organizzate, altre

infinitamente più meschine o ignoranti."

"E allora?"
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"Quello che non mi piaceva era il principio di prevaricazione

sistematica. Tu non ne hai idea, perché hai avuto la fortuna di

crescere con due genitori separati."

"Che fortuna!"

"Lo è. Avresti dovuto provare nell'altro modo, per capirlo."

"Perché?"

"Perché hai avuto a che fare con due persone, invece che con un

fronte unico compattato dalla complicità e dall'omertà e dalla

distribuzione delle parti."

"Ma una famiglia non deve per forza essere così."

"Eppure lo è, quasi sempre."

"Perché?"

"Perché i ruoli sono più forti delle persone. Mettono muri tra loro

e il mondo, con finestre e porte apribili solo da dentro."

"E dentro i muri?"

"Dentro i muri ogni famiglia diventa un teatrino privato. Un tempo

i padri facevano l'impresario e il regista e lo scenografo e l'attore

principale. Nessuno poteva uscire, anche se il repertorio era

limitato ed era stato ripetuto così tante volte che tutti lo

conoscevano a memoria."

"Dài."

"Era così. Anche nelle famiglie migliori. Magari cambiava la qualità

del copione e il taglio della regia e la capacità degli attori, ma

l'idea del minuscolo teatro privato rimaneva. Il fatto di lavorare su

un buon copione aumentava l'impegno. Dava l'idea di avere messo


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insieme una fantastica rappresentazione, per il bene di chi aveva la

fortuna di assistere."

"E le madri cosa facevano?"

"Dipendeva dalla compagnia. A volte la coprotagonista e a volte la

spalla. A volte curavano i costumi o le scene. A volte dovevano solo

pulire il palcoscenico e spostare gli attrezzi. A volte potevano

anche prendersi il ruolo principale, quando l'impresario e regista e

scenografo e protagonista non ne aveva voglia o era impegnato su

un'altra piazza."

"E i figli?"

"I figli erano arruolati a forza nei ruoli secondari e come

spettatori fissi. Così ogni volta che andava in scena una

rappresentazione di conoscenze e aspirazioni e doti autentiche o

presunte c'era sempre qualcuno a guardare e ascoltare."

"E adesso?"

"Adesso mi sembra sia cambiato il genere di teatro, ma non è molto

meglio."

"Qual è?"

"Quello dove il regista e la costumista si infiacchiscono e si

distraggono e si fanno suggestionare da ogni tipo di consigli e

suggerimenti di specialisti, fino a ritirarsi in platea a fare gli

spettatori. E gli ex attori secondari ed ex spettatori obbligati

occupano la scena e vanno avanti a improvvisare, anche se biascicano

le battute e si muovono come scimmie. Tanto sanno di ricevere

applausi e noccioline a ogni gesto e suono che producono."

"Vuoi dire i figli?"


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"Eh."

"E come dovrebbe essere una famiglia, per non essere così?"

"Non lo so. Forse un bambino dovrebbe potersi scegliere quella che

preferisce, da quando comincia a capire qualcosa. Dovrebbe poter

girare per il suo villaggio o paese o città e guardare una grande

varietà di famiglie costituite in forme diverse e in base a criteri

diversi, e scegliere quella a cui vorrebbe appartenere. Quella che

gli corrisponde di più, no?"

"Tipo?"

"Tipo magari una famiglia allargata, una tribù più che una

famiglia. O una famiglia con una madre e nessun padre. Una famiglia

con un padre e nessuna madre. Una famiglia con due madri. Una

famiglia di soli fratelli e sorelle. Una famiglia di soli zii e

nipoti e cugini, come nelle storie di Walt Disney."

"Ha!"

"E naturalmente nessuno potrebbe pretendere di essere accettato

come figlio per obbligo, da nessuna di queste famiglie. Dovrebbe

conquistarsi il suo posto, e poi continuare a guadagnarselo giorno

dopo giorno."

"E se a un certo punto non ne avesse più voglia?"

"Se ne potrebbe andare. A cercarsi una famiglia diversa o a stare

da solo."

"E se non volesse andarsene? Se volesse restare nella famiglia che

ha scelto senza guadagnarsi niente giorno dopo giorno?"

"Lo caccerebbero a calci, spero. Non ci sarebbero più genitori che


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tengono in ostaggio i figli, e nemmeno figli che tengono in ostaggio

i genitori. Ci sarebbero solo libere scelte tra libere persone,

basta. Nessun obbligo e nessun ricatto."

Lei guarda verso il mare alla sua sinistra, dove un gruppo di

grandi costruzioni saldate tra loro forma il profilo innaturale di

una collina ad angoli retti.

"Non sei d'accordo?"

"Non so."

"Cos'è che ti lascia perplessa?"

"Che non ci sarebbe più niente di sicuro."

"Nel senso di protetto o nel senso di garantito?"

"Nel senso di sicuro."

"Non ti sembra meglio non essere sicuri che schiavi, scusa? Schiavi

dei genitori o schiavi dei figli?"

"E chi sarebbe schiavo dei figli?"

"Be', la maggior parte delle famiglie italiane di oggi, per

esempio. Stanno lì tutto il tempo ad assecondare ogni loro minimo

desiderio, cercare di anticiparlo ogni volta che possono. Gli fanno

da servi e gli fanno da sudditi, non importa quali siano le

conseguenze. Li vedono andare all'indietro nella scala

dell'evoluzione, e ne sono compiaciuti."

"Per esempio?"

"Lasciano che si comportino nei modi più rozzi e volgari e privi di

intelligenza. Li lasciano regredire gradino dopo gradino, li

incoraggiano a diventare egocentrici ai limiti dell'autismo. Se

qualcuno glielo fa notare dicono "Che ci vuoi fare? Sono i ragazzi di


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oggi". Scuotono la testa e sorridono, come i proprietari di un cane

aggressivo che fa la cacca sui marciapiedi e morde la gente ai

giardinetti."

"Ma di chi parli?"

"Dei genitori e dei figli che vedo in giro."

"Dove?"

"Davanti a qualsiasi scuola o bar o in qualsiasi strada. I padri e

le madri sciatti e vili, e le bamboccione e i bamboccioni narcisi e

ottusi e aggressivi e regressivi che sanno solo preoccuparsi di sé

stessi e non hanno la minima curiosità o interesse per nient'altro al

mondo."

"E sarebbe colpa delle famiglie, secondo te?"

"E' un circolo vizioso, è difficile capire dove cominci. Tu cosa

dici?"

"Dico che esageri. E semmai è colpa della società o della scuola."

"La società è una parola così generica che non vuol dire quasi

niente. La scuola è come un vecchio autobus sfasciato che va per una

strada a fondo chiuso guidato da autisti moribondi."

"Non dirlo a me. Ma cosa cavolo c'entrano i ragazzi?"

"C'entrano. Per come si prestano a diventare dei trogloditi

consumatori dominati da una fame e da una frivolezza inarrestabili,

scafati in tutte le tecniche del ricatto e dell'inganno pur di

ottenere quello che vogliono. Ci sono forze colossali che lavorano a

favore della loro stupidità, e riescono a ottenere risultati

fantastici."
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"Quali forze?"

"I produttori di patatine e scooter e w•rstel e surgelati e

magliette e scarpe e occhiali firmati e musica industriale e bibite e

gelati e stereo e gel per capelli e qualunque altro oggetto o

sostanza inutile venga buttata sul mercato. L'unica cosa che chiedono

ai ragazzi è di mangiare e bere e indossare e guidare e ascoltare e

sorridere. Ma gliela chiedono con molta insistenza, e le famiglie

sono sempre pronte a dare una mano, pur di non avere problemi."

"Tipo?"

"Tipo avere dei figli non-consumatori e pieni di domande. Sono

disposte a tutto per evitarlo. Sono disposte a commissioni e

incombenze di ogni genere, con uno spirito di servilismo abietto."

"Non ti sembra di esagerare?"

"Guardati intorno, e dimmi se esagero."

"Un sacco di genitori sono ancora delle carogne. Schiacciano i

figli e li perseguitano e non li fanno uscire la sera e non provano

neanche una volta a comunicare con loro alla pari. Continuano a

mandare avanti il loro teatrino privato come dicevi tu."

"Non sto dicendo che non ci siano dei genitori bastardi. Ma un

tempo la bastardaggine era tutta dalla loro parte. Erano gli unici

schiavisti che c'erano. Adesso ci sono schiavisti dai due lati. E'

una forma perversa e moderna di schiavitù incrociata."

Stanno zitti tutti e due, guardano fuori. Lui si rende conto di

come il suo tono sia del tipo che fa dire a M. "Stai cercando di

sopraffarmi", anche se non gli sembra affatto di avere questo genere

di intenzioni. Dice "Non volevo farti discorsi da rompiballe


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implacabile in guerra con il mondo".

Lei inclina appena la testa, non lo guarda.

Lui dice "Anche essere quello che guida la macchina in un viaggio è

un modo di tenere qualcun altro in ostaggio. Non puoi buttarti giù se

sei esasperata da quello che dico, no?".

"No" dice lei. Sorride, lo guarda solo per un attimo.

"Una volta tanti anni fa un mio amico faceva l'autostop in cima a

un passo di montagna e lo ha tirato su uno che aveva appena scoperto

che la moglie lo tradiva. Guidava come un pazzo giù per i tornanti, a

ogni curva diceva "Io tiro dritto, la faccio finita"."

"E il tuo amico?"

"Era terrorizzato. Cercava di far ragionare il tipo, ma quello si

irritava sempre più."

"Cosa diceva, il tuo amico?"

"Diceva "Provi a guardare le cose con distacco", e il tipo diceva

"Appunto, è proprio quello che voglio fare. Con distacco totale"."

"E alla fine?"

"Alla fine non ha poi tirato dritto, perché il mio amico mi ha

raccontato la storia."

Ridono tutti e due, guardano fuori. Anche qui lo spazio è sempre più

assediato e intaccato dalle costruzioni e dalle strade, dalla

bruttezza invadente di materiali e forme. Non corrisponde molto alle

immagini che gli vengono in mente quando pensa "Riviera francese".

Quattro SMS
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Da: M.

Ore: 12.15

Volevo solo salutarti invece avevi un tono da cane. M.

Da: Giovanni

Ore: 12.18

Ma anche tu. G.

Da: M.

Ore: 12.23

Il tuo era peggio. M.

Da: Giovanni

Ore: 12.28

E' solo che stavo guidando veloce. G.

Vanno avanti lenti

per la strada costiera

Vanno avanti lenti per la strada costiera, guardano il paesaggio

senza commentarlo. Il cielo è velato, la luce diffusa.

Lui dice "Hai voglia di fare quel gioco dei difetti?".


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"Adesso?"

"Sì. Comincio io a parlare dei miei."

"Va bene."

"Devo metterli in ordine di importanza?"

"In ordine di come ti vengono in mente."

"D'accordo."

"Allora?"

"Eh, un attimo. Lasciami pensare."

"Non pensarci troppo. Vai."

"OK: 1) Pigrizia. 2) Tendenza a rimandare le cose che mi costano

fatica."

"Non è la stessa cosa?"

"Non proprio. Se vuoi posso riformularli in modo più preciso: 1)

Pigrizia. 2) Tendenza a rimuovere i pensieri faticosi."

"E' di nuovo la stessa cosa."

"No."

"Sì, invece."

"Va be', non importa. Andiamo avanti: 3) Incapacità di scegliere."

"Vuoi dire indecisione?"

"Non proprio. Allora dico così: 3) Tendenza a oscillare tra le

molte alternative possibili a una scelta."

"Fino a quando?"

"Fino all'ultimo istante utile, o anche oltre."

"Poi?"

"Poi: 4) Idea che ci sia sempre tempo."


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"Per cosa?"

"Per scegliere."

"Poi?"

"5) Mancanza di senso pratico."

"Ma non ne hai abbastanza, invece?"

"Quando mai? Ho un pessimo rapporto con la realtà."

"In che senso?"

"Nel senso che non ho una visione realistica delle cose, né gli

strumenti adeguati per affrontarle."

"Quali sarebbero, gli strumenti?"

"La capacità di analizzare rapidamente una situazione e trovare i

comportamenti giusti di risposta. La capacità di fare programmi a

medio e a lungo termine."

"Non sai fare programmi?"

"Magari a brevissimo termine, quando sono proprio con le spalle al

muro. Ma a medio o a lungo termine sono un disastro, lo sai."

"Però il tuo lavoro riesci a farlo bene, e richiede programmi a

lungo termine, no?"

"Sì, ma quasi tutte le altre cose che vorrei fare tendono a

rimanere bloccate in un territorio di immaginazioni pure. Magari

riesco anche a visualizzarle in dettaglio, e poi non so metter giù

nessun piano operativo per renderle realizzabili. Il che ci riporta

probabilmente ai punti 1) e 2)."

"Altri difetti?"

"6) Viltà sentimentale."

"Vale a dire?"
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"Incapacità di decidere in modo netto e conseguente, ogni volta che

ci sono dei sentimenti coinvolti."

"Ma continua a essere sempre lo stesso difetto."

"Dici?"

"Sì. Gli giri intorno, ma è sempre la tua tendenza a rimuovere i

pensieri faticosi."

"Forse. Ce ne sono altri, comunque: 7) Instabilità di carattere.

Nel senso di sbalzi tra euforia e depressione."

"Poi?"

"8) Bisogno di attenzione."

"Da parte di chi?"

"Degli altri."

"Poi?"

"9) Desiderio di non deludere le aspettative."

"Di chi?"

"Degli altri."

"Gli altri chi?"

"Chiunque mi sia abbastanza vicino da aspettarsi qualcosa da me.

Anche quando questo significa creare dighe temporanee che fanno

salire il livello delle aspettative fino a provocare prima o poi

un'onda incontrollabile di delusione."

"Poi?"

"10) Tendenza a invadere e prevaricare ed esprimere giudizi

implacabili."

"Poi?"
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"11) Incapacità di essere dentro le cose in modo continuativo.

Tendenza a vederle dal di fuori."

"Poi?"

"Adesso non me ne vengono in mente altri. Oppure sì, ma sono

riconducibili a quelli che ti ho già detto. Ce n'è già abbastanza,

non ti sembra?"

"Non lo so."

"Non fare la diplomatica che non si sbilancia."

"Non faccio la diplomatica."

"Secondo te qual è il peggiore? Tra tutti?"

"Non lo so."

"Prova a dire."

"Quello di rimuovere i pensieri che ti costano fatica."

"Forse. Ed è vero che tutti i miei difetti sono integrati, al punto

che è difficile riuscire a isolarne uno e affrontarlo da solo."

"Però ci riesci, se vuoi."

"Quello che si può fare è dividerli in due categorie."

"Quali?"

"Difetti innati e difetti acquisiti."

"Vale a dire?"

"La pigrizia per esempio è un difetto innato."

"E un difetto acquisito?"

"Il desiderio di non deludere le aspettative degli altri, per

esempio. Ma in realtà se volessimo tentare una classificazione

sistematica dei difetti, due categorie non basterebbero. Ce ne

vorrebbero di più."
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"Perché?"

"Perché alcuni difetti ti arrivano nei cromosomi dai tuoi genitori

e altri li assorbi dall'ambiente, altri li sviluppi per conto tuo.

Poi ci sono difetti di compensazione e difetti di reazione, difetti

di difesa. Difetti che sono solo ombre di qualità, e difetti che

mettono qualsiasi qualità in ombra."

"E con le qualità è la stessa cosa?"

"Sì. Uno può ereditare delle qualità che non dipendono affatto da

una sua ricerca o da una sua volontà applicata."

"Per esempio?"

"Uno può nascere con uno straordinario talento per la musica, per

esempio. O per la danza, non so. Per l'equitazione, per il

giardinaggio, per la medicina, per i giochi di carte."

"Per far ridere."

"Per insegnare la matematica, per imitare la gente."

"Per scalare le montagne."

"Si dice che sono doni, no? Perché in effetti ti arrivano in

regalo, senza nessun tuo merito. Altri possono ammazzarsi di studi e

di pratica e di attenzione e di intenzioni, e non ci arriveranno mai.

Però un dono è una cosa diversa da una qualità."

"Le qualità si possono sviluppare?"

"Credo di sì. In parte, almeno. E' probabile che uno potrebbe

diventare una persona infinitamente migliore di come è, se ci si

applicasse con abbastanza intensità e costanza. Potrebbe diventare

comprensivo e attento e gentile e generoso e affidabile. Un compagno


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straordinario e un padre meraviglioso e un amico incredibile, uno che

contribuisce attivamente a migliorare il mondo."

"E in realtà?"

"Non ne vedo molti, in giro. Ma forse non vado nei posti giusti."

"Tu non hai mai provato a diventare una persona straordinaria?"

"Perché, non lo sono già?"

"Insomma."

"Grazie tante. Comunque ci ho provato, ci ho provato. Ma poi sono

sempre arrivati i miei difetti a bloccarmi la strada e ricacciarmi

indietro."

"E tu li hai lasciati fare?"

"Sì. Credo di avere sempre avuto un rapporto migliore con i miei

difetti che con le mie qualità."

"E quali sarebbero i tuoi difetti ereditati?"

"Be', uno dovrebbe andare un po' indietro nelle generazioni, per

essere sicuro. Ma già da quella subito prima riesci a capire

qualcosa."

"Per esempio?"

"Per esempio mia madre è irrazionale e istintiva. Ha una forma di

resistenza furiosa rispetto agli obblighi. Ha uno spirito di

indipendenza che la può rendere del tutto insofferente. Ha un senso

estetico affilato come una lama di rasoio, che tende a tradursi in

giudizi implacabili sulle persone e su qualunque cosa legga o senta o

veda. E' schiva come un animale selvatico."

"E tuo padre?"

"Ha un carattere incalzante e aggressivo. E' sempre proiettato


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verso qualche genere di sfida con il mondo. E' quasi totalmente privo

di senso pratico, tranne per quello che riguarda il suo lavoro. Tende

a rimuovere i sentimenti difficili e a razionalizzare tutto per

difesa. Ha bisogno di conquistare le persone, di stupirle anche al di

là delle loro aspettative."

"E ti hanno passato tutti i loro difetti?"

"Alcuni. Anche alcune delle loro qualità, per fortuna."

"Ma i difetti si sono sommati?"

"In parte sì. In parte si sono annullati tra loro. In parte

coesistono nel modo più contraddittorio."

"Per esempio?"

"Per esempio sono pigro e anche incalzante. Sono schivo e anche

seduttivo. Sono fortemente irrazionale e tendo a razionalizzare tutto

per difendermi o per capire. La convivenza degli estremi, come diceva

Pitagora. A volte mi fa arrivare a cortocircuiti pericolosi."

"Tipo?"

"Tipo conflitti violenti di impulsi."

"Ah."

"Adesso parliamo dei tuoi, di difetti."

"Non ne ho voglia."

"Ma avevamo deciso di fare questo gioco."

"Tu l'hai deciso."

"Sei sleale."

"Guarda! Un negozio gigante di animali!"

"Non cambiare discorso."


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"Fermiamoci a vederlo! Magari hanno anche dei cani! Solo due

minuti!"

"Ma l'abbiamo già passato. E ci sono venti macchine dietro. Come

faccio a girare?"

"Giri e torni indietro. Dài!"

Lui mette la freccia e blocca il traffico e gira, torna indietro

fino al capannone con enormi disegni di cani e gatti e pesci e marchi

di cibi in scatola sulla facciata.

Lei ha gli occhi che le brillano; dice "Se c'è un cane me lo

prendi?".

"Sei matta? Quale cane?"

"Un cane. Se ce n'è uno carino."

"Non se ne parla neanche."

"Guardiamo prima di dirlo, scusa. Magari c'è un cucciolo stupendo,

che piace anche a te."

"Io non ti prendo nessun cane. Diamo solo un'occhiata, altrimenti

non entro neanche."

"Va bene. Solo un'occhiata."

Dentro camminano tra scaffali alti colmi di collari e guinzagli e

museruole e scatole e sacchi di cibo e ossi di pelle di bufalo e

acquari e alghe e ancorine e sirene di plastica e campanelli e topi

finti e finti polli e cucce e ciotole, nell'odore di fosfati e gomma

e farina acida. Non ci sono cani, gli unici animali vivi sono un paio

di gatti persiani e canarini e cocorite in alcune gabbie. Lei è

delusa, l'eccitazione di poco prima riassorbita in un'espressione

neutra. Tornano fuori e risalgono in macchina senza dire niente,


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riprendono la strada attraverso il paesaggio costiero ingombro di

altri capannoni e gruppi di edifici come onde anomale di cemento e

vetro, salite sulla costa dal mare fermo e piatto poco più in là.

Si fermano in un piccolo

paese di mezza collina

Si fermano in un piccolo paese di mezza collina, dove negli anni

Venti venivano scrittori americani e negli anni Trenta pittori

spagnoli a passare le estati e lavorare. Il nome ha un'aura legata a

libri e quadri e vecchie fotografie suggestive, ma il paese ormai è

sovracostruito come gli altri lungo la costa, con troppi spigoli

grigi e troppe macchine veloci nella strada e nella piazza

principale.

Lui scende, si guarda intorno mentre si infila la giacca di pelle.

Dice "Se almeno si potesse eliminare il cemento. Sarebbe già un passo

avanti, no?".

"Eh" dice lei. Si veste sempre troppo leggera rispetto al clima e

alla stagione, con golf di finta lana o di lana sottile e vecchie

giacche di velluto stinto che compra nei negozi di vestiti usati,

pantaloni scampanati senza orlo che tendono a strascicare per terra.

Lui ogni tanto la prende in giro e le chiede perché non si mette

qualcosa di meglio, ma in realtà è contento che non sia una che passa

i pomeriggi alla ricerca di vestiti firmati. Gli piace il suo stile,

che alla fine è simile al suo anche se un po' più estremo.


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Dice "Se il cemento fosse vietato come un materiale dannoso per

l'ambiente e per le persone, e anche l'asfalto".

"E le macchine dove andrebbero, poi?"

"Sulle strade sterrate. O non andrebbero, il che sarebbe tanto

meglio."

"E noi come avremmo fatto a venire fin qui?"

"Ci saremmo venuti in carrozza o a cavallo, o a piedi."

"Chissà quanto ci avremmo messo."

"Sì. Però con le macchine puoi arrivare da qualsiasi parte in poco

tempo, e poi qualsiasi parte assomiglia a qualsiasi altra parte per

colpa delle macchine. Così non è che ci guadagni niente, alla fine."

Lei non risponde, guarda la strada dove passano macchine e camion e

macchine, autobus, macchine, ognuna con uno spostamento d'aria e una

vampata di rumore meccanico.

Lui dice "Il cemento e l'asfalto e le macchine sono tra i

responsabili principali della mancanza di varietà nel mondo.

Trascinano le sensazioni da un posto all'altro e creano un tessuto

perfettamente omogeneo, come grossi pennelli instancabili che

dipingono ogni paesaggio sempre con le stesse linee e lo stesso

colore".

Lei tira fuori il telefonino dalla sua piccola borsa a tracolla di

cotone intrecciato, controlla lo schermetto.

Lui dice "Non ti piacerebbe arrivare in un posto e trovarci

sensazioni totalmente diverse da quelle che avevi già a casa tua?".

"Sì" dice lei, nel modo vagamente guardingo che assume ogni volta

che da un ambiente chiuso passano a uno spazio aperto.


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"Sarebbe molto più divertente. Molto più vario." Ha sempre l'idea

di essere su un confine sottile, quando parla con lei: non è mai

sicuro di percepire in modo preciso la sua soglia di attenzione. Per

esempio quando lei fa di sì con la testa e canticchia una canzoncina

inventata a labbra chiuse, e non sembra neanche che i suoni vengano

da lei. Eppure non è detto non lo ascolti; è solo la sua abitudine a

percepire informazioni su più canali contemporaneamente. Questo lo

spinge ad accorciare ogni frase il più possibile, comprimere nel

minimo spazio la massima densità di significati. Ma non gli riesce

sempre: a volte finisce col dire in modo sintetico cose superficiali,

e subito dopo con l'andare a picco con frasi di piombo. A volte

invece comunicano in modo puramente istintivo e senza il minimo

sforzo, con osservazioni strappate e parole che li fanno ridere,

sguardi da ladri, intuizioni simultanee. E' questo che gli piace, del

tempo che passa con lei: la sintonia automatica, i circuiti percorsi

alla velocità della luce, lo spirito che rimbalza come in uno

specchio.

Entrano in un bar e chiedono due bicchieri di acqua minerale e due

pizzette. E' un bar standard, come avrebbero potuto trovarne in un

qualunque altro punto del mondo. Un solo cliente anziano è seduto a

un tavolino d'angolo; non c'è nessuna musica e nessun manifesto,

nessun odore o colore o suono peculiari di quel luogo. Il barista

tira fuori due pizzette industriali dalle loro buste di plastica, le

mette a scaldare in una doppia piastra con aria indifferente.

Lui dice "E' l'unicità che sta diventando rara. E' questo che
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cercavo di dire prima".

Lei fa di sì con la testa. I suoi occhi color nocciola hanno una

luce e un taglio quasi orientali, il suo sguardo è difficile da

decifrare. Dice "Come facevano a non avere neanche un cane, in quel

cavolo di magazzino?".

Stanno zitti e bevono la loro acqua minerale e aspettano che le

loro pizzette siano pronte, nel ronzio dei frigoriferi e delle

lampade al neon e negli strappi ravvicinati del traffico appena

fuori.

Cinque SMS

Da: M.

Ore: 14.30

Sono stanca di fare tentativi inutili di comunicazione. E' meglio

che ci lasciamo perdere. M.

Da: GIOVANNI

Ore: 14.33

Perché devi dire sempre queste frasi definitive? G.

Da: M.

Ore: 14.38

Perché sono definitive. M.


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Da: GIOVANNI

Ore: 14.41

Hai sempre questo spirito melodrammatico.

Da: M.

Ore: 14.45

Tu hai sempre questo spirito stronzo.

L'autostrada scende

a curve lunghe

L'autostrada scende a curve lunghe, convoglia le macchine come

giocattoli su ruote che scivolano veloci verso il fondo del

paesaggio. Il sole è basso sulla linea dell'orizzonte, ci sono pini

sulle colline ai lati ma lui non ferma lo sguardo abbastanza a lungo

da capire di che varietà.

Dice "E se lasciassimo perdere la costa e continuassimo in questa

direzione fino al delta del Rodano?".

"Com'è?"

"Bello. Senza condominii moderni e senza traffico. In questo

periodo non dovrebbe esserci quasi nessuno."

"Quando ci arriveremmo?"
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"Dipende da quanta strada vogliamo fare oggi. Dipende da quanto sei

stanca."

"Non sono stanca." E' una buona viaggiatrice, che non si affatica e

non si lamenta, non ha bisogno di essere continuamente rassicurata o

distratta. In un altro viaggio verso il nord anni prima erano

capitati in una vera bufera di neve e si era rivelata anche una buona

navigatrice, che riusciva a consultare la carta e leggere i cartelli

e dare indicazioni accurate nel paesaggio quasi indistinguibile.

Stanno zitti per un po'. Più che una serie di curve è un'unica

curva apparentemente infinita, li fa appoggiare su un lato nel gioco

continuo della forza centrifuga come uno potrebbe appoggiarsi su un

atteggiamento.

Lei dice "Ma i difetti, ereditati o innati o quello che vuoi, uno

può toglierseli? Se si rende conto di averli?".

"Non credo. Forse quelli acquisiti, con molto sforzo. O quelli

marginali. Sai proprio la polvere di difetti? Gli altri non credo."

"Mai?"

"Magari mi sbaglio, o forse è un alibi per restare attaccato ai

miei. Però mi sembra che al massimo si possa tenerli sotto controllo,

o trovargli uno sfogo o un utilizzo di qualche genere."

"E farli sparire per sempre, invece?"

"Non credo. Puoi nasconderli, naturalmente. Ma tornano fuori, prima

o poi."

"Perché?"

"Perché sono parte della tua dotazione di base. Sono lì. E' come

cercare di liberarti dei tuoi lineamenti."


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"Ci hai mai provato? A liberarti dei tuoi difetti."

"Sì. Credo che quasi tutti ci provino, prima o poi. Sai quando si

mettono a fare propositi di fine anno? O quando si prendono un grosso

spavento o rimangono improvvisamente disgustati o avviliti di sé

stessi per qualche ragione? Quando dicono "Basta, d'ora in poi sarò

un altro"?"

"E quando ci hai provato?"

"Ogni volta che mi è sembrato di vedermi com'ero e non mi sono

piaciuto per niente."

"Nell'insieme?"

"O in un aspetto specifico."

"Per esempio?"

"Non so, nella mia tendenza a stare fermo nelle situazioni."

"E cos'hai fatto?"

"Ho provato ad andare contro le mie correnti di fondo, diventare un

agguantatore fulmineo di momenti."

"E ci sei riuscito?"

"No. O ci sono riuscito una volta o due e poi sono tornato com'ero."

"Cosa vuol dire, agguantatore di momenti?"

"Uno che vede una cosa che vuole e capisce subito di volerla e la

insegue senza nessuna esitazione e la afferra con dita forti e se la

tiene stretta."

"Per esempio?"

"Qualunque cosa."

"Tipo?"
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"Persone, situazioni. Magari ti rendi conto che è proprio quello

che stavi aspettando, ma te ne rendi conto con un margine di ritardo

e non fai niente per inseguirlo subito. O almeno niente di efficace."

"Però tu hai fatto un sacco di cose interessanti, no?"

"Sì, ma non quelle che volevo davvero. Ho fatto solo le cose che mi

venivano."

"Sì?"

"Sì."

"Per la tua tendenza a stare fermo nelle situazioni?"

"Sì. E' il mio difetto peggiore."

"Non è il rimuovere i pensieri che ti costano fatica?"

"Sono due difetti connessi, l'hai detto anche tu. Sto fermo nelle

situazioni perché rimuovo i pensieri che mi costano fatica. Puoi

considerarlo come un unico grande difetto."

"E cosa vuol dire esattamente, stare fermo nelle situazioni?"

"Entrarci o capitarci, e poi dimenticarti perché o anche come ci

sei entrato, restarci dentro."

"Per sempre?"

"Per uno dei tanti "per sempre", almeno."

"Ma tu non sembri affatto fermo."

"Perché mi muovo di continuo."

"E allora?"

"Mi muovo di continuo perché sono fermo nelle situazioni. Passo da

un posto all'altro e da uno stare fermo all'altro."

"In cosa stai fermo?"

"In quasi tutto. Storie, case, macchine. Ci entro e non riesco più
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a venirne fuori, anche se non mi vanno bene."

"Ma è assurdo."

"Lo so. E naturalmente potrei almeno rimanerci in modo costruttivo,

no? Come un bravo artigiano operoso della vita, che apporta modifiche

e migliorie continue per avvicinare quello che ha a un ideale

raggiungibile. Invece no."

"Tipo?"

"Prendi una casa. C'è gente che la cerca con metodo e finalmente la

trova e la affitta o la compra e poi la trasforma, la adatta alle sue

aspirazioni. Ci ragiona, studia come renderla più comoda e

accogliente, cambia mobili e lampade e accessori a seconda di come

vuole viverci. Io invece la trovo e ci metto dentro il minimo

indispensabile, e da lì in poi comincio a vederla come un dato di

fatto immutabile. Non le dedico neanche una minima manutenzione di

base, a parte passare l'aspirapolvere ogni tanto. Anche quando vedo

che sta andando in malora, non intervengo."

"Come con le tue due poltrone svedesi nel soggiorno."

"Ecco. Vanno in pezzi, e ti fanno finire gambe all'aria se per caso

ti ci siedi con energia, eppure non le aggiusto né vado a comprarne

altre. Ogni tanto cerco di ricordarmi che un tempo non le avevo e che

le ho scelte in modo abbastanza casuale tra molte alternative

possibili. Cerco di ricordarmi che potrebbero esserci tutt'altre

poltrone al loro posto, e di conseguenza tutto un altro modo di

vivere il soggiorno. Però mi sembrano delle riflessioni abbastanza

astratte."
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"Così le lasci lì?"

"Le lascio lì finché non si schianteranno definitivamente sotto

qualcuno. Allora le butterò via e mi sentirò molto sollevato. Ma fino

a quel momento credo che mi sembreranno connaturate alla casa e alla

città e all'intero paese in modo inscindibile, parte di un unico dato

di fatto. Credo che mi sembrerà più semplice andarmene da quella casa

in qualche altra parte lontana del mondo, che far aggiustare le due

poltrone svedesi o cambiarle."

"Ma perché?"

"Non lo so."

"Però è davvero assurdo."

"Sì. Non sto cercando di giustificarmi."

"E sei così anche in una storia?"

"Più o meno."

"Lasci deteriorare anche quella finché non si sfascia totalmente?"

"Ho paura di sì. Senza mai fare degli interventi di miglioramento,

e spesso neanche una manutenzione minima."

"Anche se ci stai male?"

"Sì. Anche se i punti guasti mi sono chiari quanto quelli delle due

poltrone svedesi."

"E cosa fai?"

"Ci resto dentro pieno di scontentezza e di insofferenza, come se

la situazione non dipendesse da me ma da circostanze troppo estese

per poterle controllare. Ho questa sindrome da visitatore, che non

capisce bene le forme né le ragioni del luogo dov'è capitato. E

potrei anche sostenere che dipende da una cognizione della


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non-permanenza delle cose materiali eccetera, ma è probabile che sia

solo un atteggiamento primitivo."

"Perché primitivo?"

"Be', i primitivi hanno la tendenza a vivere in un ambiente

adattandosi alle sue pieghe. Senza livellare il terreno o fare scavi

o costruire dighe o argini. Modificano i loro comportamenti, invece

di modificare quello che hanno intorno. Gli interventi che fanno sono

quasi impercettibili, ed effimeri, da rinnovare periodicamente."

"Tipo?"

"Tipo legare due legni con un rametto flessibile che al massimo

dura qualche mese prima di logorarsi e poi va sostituito con uno

identico che di nuovo durerà solo qualche mese. E naturalmente ci

sarebbe una tecnica o varie tecniche per unire i due legni in modo

molto più duraturo, ma i primitivi non ci pensano. Sistemano le cose

a breve termine, gli va bene così. E' questo il genere di interventi

che faccio nella mia vita."

Lei ride.

"Tendo a muovermi come un cacciatore-raccoglitore, che prende le

cose che gli sembrano buone e si tiene alla larga da quelle che non

vuole e cerca i passaggi praticabili a seconda della stagione e delle

condizioni del terreno."

"E sei contento così?"

"No, perché quasi tutte le persone con cui ho a che fare sono dei

pastori-coltivatori, invece."

"Cosa vuol dire?"


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"Che siamo in due fasi evolutive diverse. Io sono in quella

indietro, a qualche decina di migliaia d'anni di distanza."

Il sole è già tramontato e la luce se ne va rapida, toglie tutti i

colori caldi dal paesaggio e lo lascia diventare azzurrino e

violastro e color seppia, quasi nero.

Girano intorno

alle mura della città

e poi lungo la

circonvallazione interna

Girano intorno alle mura della città e poi lungo la

circonvallazione interna, alla luce dei lampioni e dei fari delle

macchine e delle insegne dei locali e di un cinema che dà un film

americano. Lei legge i nomi delle strade e aspetta di indicargli dove

svoltare per l'albergo che hanno scelto su una guida. Ma non trovano

l'accesso giusto e i due o tre passanti a cui chiedono danno

indicazioni contrastanti, così continuano a girare in tondo,

intrappolati in un flusso di movimento continuo. Non sono angosciati

né ansiosi: ridono ogni volta che sbagliano e dopo un giro delle mura

si ritrovano al punto di partenza.

Al quarto giro lei dice "Madonna, è la città che proprio non ci

vuole far fermare".

"E' vero" dice lui, già con un'incrinatura di sollievo all'idea di

poter rimandare l'arresto del movimento e la presa di contatto con il

luogo, l'insediamento temporaneo.


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"Sì."

"E se continuassimo oltre? Così domani ci resta ancora meno strada

da fare per il delta? Così domani siamo già lì, in pratica?"

"Va bene."

"Ma sei sicura? Non sei sfinita ed esasperata?"

"No."

"Continuiamo?"

"Dài."

"Evviva! Andiamo andiamo andiamo!"

Pochi minuti dopo sono di nuovo sulla statale che punta a nord-est,

di nuovo immersi nel rumore del vento e nelle vibrazioni meccaniche.

Lui si gira a guardarla di profilo: non sembra sfinita né esasperata,

né sconcertata dalla sua tendenza a guidare e guidare senza fermarsi

mai.

Dice "Che grande, autentica viaggiatrice. La miglior viaggiatrice

del mondo".

Lei sorride.

Poi invece forse mezz'ora più tardi la guarda di nuovo e vede che è

stanca, nel modo improvviso che ha di essere stanca: pallida e con la

testa appoggiata al finestrino, gli occhi chiusi.

Le dice piano "Dormi?".

"No."

"Vuoi che ci fermiamo al primo motel che vedo?"

"No, no."

Gli va bene guidare lungo la statale buia e vuota mentre lei è


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mezza assopita; potrebbe andare avanti tutta la notte. I pensieri gli

passano in testa in modo diverso da quando guida di giorno, lasciano

scie lunghe ogni volta che vanno e tornano. Si chiede quanti dei suoi

difetti sono entrati in gioco nei suoi rapporti con lei; se per

qualche genere di miracolo è riuscito ad azzerarne almeno qualcuno,

farne passare qualcun altro in secondo piano. Si chiede quanto lei li

conosca senza bisogno di sentirgliene fare un elenco; quanto le

appaiano accettabili oppure odiosi. Non sono pensieri che si

evolvono, ma a ogni passaggio raccolgono qualche elemento in più,

fino a diventare come parti di film con immagini in movimento, suoni,

musiche.

Per esempio, ha una visione ricorrente: uno che lascia una donna

che ormai conosce tutti i suoi difetti e ne è esasperata, e subito

dopo ne trova una nuova che ancora li ignora. In questa visione a

passaggi successivi, lui ha l'aspetto di un ricercato del Settecento

in fuga da un piccolo stato a un altro piccolo stato per sottrarsi ai

creditori e ai giudici che l'hanno condannato o stanno per farlo. La

sua aria da profugo e da perseguitato fa sì che venga accolto a

braccia aperte nel nuovo piccolo stato, dove viene dato credito alla

sua versione dei fatti, ogni sua dichiarazione e protesta presa per

buona. Le ragioni che mette avanti vengono di slancio capite e

condivise, riceve solidarietà per le angherie che ha dovuto subire. E

per qualche tempo la convinzione generale che lui sia nel giusto fa sì

che diventi davvero una persona migliore, lontana dalle colpe che

hanno provocato la sua catastrofe precedente. Gli sembra di essere

nuovo e diverso, di potersi reinventare su basi più limpide e solide


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e giuste. Poi la sua natura profonda lo ricattura e lo trascina

all'indietro, verso il sé stesso da cui aveva creduto di scappare.

Ben presto finisce per commettere le stesse identiche colpe di prima,

al punto che nuove accuse si accumulano contro di lui e alla fine

vengono emessi nuovi mandati di cattura. Così il ricercato del

Settecento si rimette in fuga per il mondo, con alle spalle un carico

moltiplicato di condanne. Spera solo di riuscire a farsi accogliere

in un altro piccolo stato come un perseguitato; il suo cuore è già

traboccante di slanci e toni da vittima innocente.

Nello stesso modo frammentario si rende conto della disonestà

ulteriore di inventarsi un'immagine da protagonista di film in

costume; si rende conto del compiacimento. Pensa a tutte le occasioni

che ha avuto di ricostruirsi in modo diverso e migliore, e a come le

ha bruciate una dopo l'altra, lasciando nello sgomento e

nell'esasperazione chi aveva preso le sue parti con tanto entusiasmo

e generosità. Si chiede se è vera la storia dei difetti

ineliminabili, o ci sarebbe invece il modo di lasciarseli alle spalle

per sempre. Si chiede qual è, e che genere di determinazione

richiede; se gli potrà mai capitare di ripensare al ricercato del

Settecento come a un ricordo lontano, chiuso in uno spazio separato

del tempo.

Decide di fermarsi

quando ormai sono troppo

stanchi tutti e due


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Decide di fermarsi quando ormai sono troppo stanchi tutti e due,

rintronati dalle vibrazioni e indeboliti dalla fame, con la bocca

secca e le giunture anchilosate e gli occhi affaticati dal buio. Gli

succede quasi sempre così, di riuscire a venir fuori dal movimento

ininterrotto solo quando è ben oltre il limite entro cui avrebbe

dovuto farlo. Anche solo un'ora o forse due prima sarebbero rientrati

nei margini ragionevoli di un viaggio di piacere, dove c'è spazio per

una doccia e per cambiarsi e per andare a mangiare e magari fare un

giro del posto dove si è arrivati. Invece adesso è tardi, e la

possibilità di trovare un riparo accogliente e un letto in cui

dormire sembra allontanarsi come un miraggio nella notte. Quando

viaggia con M. è diverso, ma è una differenza che richiede la più

grande fermezza da parte di lei, e comunque provoca discussioni e

scontri e accuse reciproche ogni volta. Adesso non riuscirebbe a

difendere la propria posizione, mentre guida per le strade deserte

della periferia del paese antico, seguendo cartelli che indicano un

albergo sconosciuto come in un gioco da labirinto. Si chiede se anche

questo è un difetto ineliminabile, o potrebbe correggerlo; se è

ancora in grado di imparare a viaggiare meglio, con un senso

equilibrato dei tempi e delle distanze da percorrere.

La guarda, dice "Sei molto stanca?".

"Abbastanza."

"Adesso ci fermiamo. Tra due minuti. Davvero. Promesso. Resisti."

Gli sembra di avere già mandato in malora tutto; segue con il cuore

sospeso i cartelli che dopo una successione interminabile di svolte


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portano a una piazza larga e lunga occupata al centro da uno spiano

di terra battuta adibito a parcheggio. Intorno ci sono edifici di

abitazioni semipopolari, ma bassi e non minacciosi, con tutte le

finestre già spente a quest'ora. Le uniche luci sono quelle dei

lampioni, e quelle dell'albergo. Non è un grande albergo

standardizzato e nemmeno una piccola locanda tipica, ma non sembra

troppo squallido a vederlo a distanza decrescente dal semifuoristrada

e poi dal marciapiede. Sembra un albergo-pensione moderno di paese,

probabilmente frequentato da famiglie medie con bambini durante la

stagione turistica.

Dentro c'è una signora vestita di rosa che lo guarda leggermente

stupita in una luce squillante di neon, tra coccarde folcloristiche e

grandi fotografie incorniciate di paludi e vasi di fiori secchi.

Lui dice "Avete due stanze singole per una notte?". Le parole gli

escono a fatica, come se lungo le centinaia di chilometri di viaggio

avesse perso gli strumenti per questo genere di comunicazione.

La signora dice "Sì". Allunga il collo per guardare attraverso i

vetri: dove e chi è il secondo viaggiatore.

Lui dice "Vado a prendere le valigie", torna fuori rapido prima che

un fattorino possa arrivare a strappargliele di mano. E' un altro dei

punti di conflitto con M. quando viaggiano insieme, la comodità o la

schiavitù di farsi servire.

Ma qui sono fuori stagione e in un piccolo albergo-pensione alla

periferia di un paese antico, non c'è nessun fattorino zelante a

strappargli di mano nessuna valigia. C'è solo la signora vestita di


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rosa che quando loro due rientrano insieme saluta con un sorriso

appena interrogativo e subito fa strada lungo un corridoio e su per

una rampa di scale, lungo un altro corridoio. Indica le porte di due

stanze su cui invece di numeri sono dipinti nomi di fiori provenzali;

apre e accende le luci. Dentro ci sono ancora fiori sulle tende e

sulle sovraccoperte dei letti, sui rivestimenti delle poltrone. Non è

un brutto albergo, visto fuori stagione e fuori orario massimo, con

la sospensione e l'incertezza del viaggio che tremano ancora nel

midollo delle ossa e in fondo al cuore. Lui lascia che lei scelga la

stanza che preferisce, aspetta fuori in atteggiamento paziente.

Appena la signora vestita di rosa è sparita a passi corti in fondo

al corridoio, entra nella stanza che lei ha scelto e si guarda

intorno. Fa dei movimenti di scioglimento con le braccia; dice "Non è

strano?".

"Cosa?" dice lei, in una voce quasi senza colore.

"Trovare una stanza riscaldata e la luce e un letto e acqua

corrente e tutto il resto? Senza conoscere nessuno, e senza nemmeno

nessun contatto preparatorio?"

"Sì." Ma è stanca e distratta, pallida mentre apre la valigia.

"Adesso andiamo subito a mangiare. Subito. Non mi faccio neanche la

doccia. Tra due minuti vengo a bussarti alla porta."

Nella sua camera posa la valigia e si toglie gli stivali, cammina a

piedi nudi sulla moquette rossastra. Fa qualche flessione sulle

gambe, qualche torsione del busto, qualche rotazione della testa. Va

a scostare la tenda a fiori alla finestra: più in basso c'è un patio

con una piscina vuota e piastrelle tutto intorno, piante senza fiori
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di gelsomino e di buganvillea che salgono sulle colonne ai quattro

angoli. Va nel bagno e apre il rubinetto, si lava le mani e la

faccia, lascia scorrere l'acqua. Gli viene in mente di avere letto in

un albergo tedesco qualche anno prima che la gente quando è in

albergo consuma da tre a nove volte più acqua che a casa propria. Si

chiede se il motivo sta nel fatto che in un luogo non familiare

cerchiamo per istinto la nostra familiarità più lontana: se è una

spiegazione possibile. Si guarda allo specchio, piega la testa e

inarca le sopracciglia per avere un'espressione che riesce a

riconoscere bene. Ma ha fame e sono le undici passate ed è

preoccupato per lei; si rimette gli stivali e la giacca. Sulla porta

si ferma, tira fuori di tasca il telefono cellulare e compone il

numero di M.

Una telefonata

G.: Ehi.

M.: Ehi.

G.: Allora?

M.: Allora cosa?

G.: Sono ad Arles. In albergo.

M.: Bene.

G.: Che tono hai?

M.: Che tono?

G.: Freddo, non so.


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M.: Dovrei essere piena di slanci e di calore, secondo te?

G.: Sei sempre lì ad aspettarmi al varco per dirmi che ti ho

delusa.

M.: Perché mi deludi, ogni volta.

G.: Ti pareva.

M.: Vai al diavolo.

G.: Vai al diavolo tu.

G.: Pronto?

Anche lei sta parlando

al cellulare

Anche lei sta parlando al cellulare, dal corridoio la sente

attraverso il legno della porta. Pensa di lasciarla finire con calma,

poi invece bussa, dice "Andiamo?".

"Un minuto."

"E' tardissimo. Troviamo tutto chiuso."

"Un minuto."

Fuori attraversano per il lungo la piazza-parcheggio, seguendo le

indicazioni della signora vestita di rosa. L'aria è umida e fredda,

senza altri suoni che i loro passi. Sembra impossibile che ci sia

ancora un posto aperto dove mangiare, nel paese addormentato e buio

come se fosse per sempre. Invece quando escono sulla strada

principale vedono le luci di una piccola trattoria-pizzeria,


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inaspettate. Dentro fa caldo, ci sono solo un tipo con grandi baffi e

una tipa dai capelli rossi che parlano vicino al forno. Si siedono a

un tavolo davanti al vetro, ordinano due zuppe del paese al tipo con

i baffi che viene a portare una lista scritta a mano e un cestino di

pane e una ciotola di olive nere.

Mangiano il pane e le olive senza parlare, con nelle orecchie e nel

corpo il riverbero dei chilometri scorsi sotto le ruote. Lui beve

vino rosso da una piccola caraffa, riacquista lucidità e calore a

gradi. Quando il tipo baffuto torna con le loro zuppe in due terrine

smaltate, anche questo gli sembra un miracolo. Intinge un pezzo di

pane nel liquido denso e caldo, assorbe con la lingua il sapore di

pomodoro e cipolla e carne forse di capra e peperoncino ed erbe

aromatiche.

Dice "Anche questo".

"Cosa?" dice lei. E' oltre la soglia della stanchezza, e diffidente

come sempre con i piatti che non conosce.

"Trovare un'oasi familiare nel deserto della non-familiarità."

"Eh." E' anche oltre la soglia della fame, e ha cominciato ad

accorgersi di quanto sia piccante e strana la zuppa, fa una faccia

perplessa mentre deglutisce.

"Non ti piace?"

"E' piccante. E' strana."

"E' buonissima."

Lei mangia un pezzo di pane, guarda di lato.

Lui dice "E' che siamo una specie in oscillazione continua tra
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bisogno di riconoscere le cose e bisogno di scoprirne di nuove".

Lei prende un'altra cucchiaiata di zuppa e ci soffia sopra, la

sorbisce come se non fosse davvero commestibile.

Lui dice "Con i luoghi, con le persone, con i cibi, con tutto.

Conquistiamo una piccola oasi di familiarità, e invece di fermarci,

dopo un po' ci avventuriamo oltre. E anche se siamo sgomenti e

spersi, andiamo avanti finché non ne conquistiamo un'altra".

Lei mangia un altro pezzo di pane, mangia un'oliva.

Lui dice "Ma ogni volta che riusciamo a riconoscere un luogo o una

faccia o un oggetto tra milioni di luoghi e facce e oggetti

perfettamente sconosciuti, proviamo un sollievo infinito".

Lei immerge il cucchiaio nella ciotola, lo muove lento verso la

superficie. Osserva il misto di verdure e carne fibrosa in

sospensione, socchiude gli occhi.

Lui dice "Nello stesso tempo abbiamo una spinta ad allargare

continuamente il raggio, è più forte di noi. Accumuliamo memorie

visive e acustiche e olfattive e tattili e impariamo nomi e nomi e

nomi, li ripetiamo finché non ce li ricordiamo bene. E sono solo

codici convenzionali, ma ci rassicurano".

"Perché codici?"

"Perché se ci insegnassero fin da piccoli che il rosso si chiama

verde e lo storto dritto o viceversa, ci andrebbe altrettanto bene.

Se ce lo insegnassero in un'altra lingua, con altri suoni.

L'importante è dare un nome alle cose."

"Perché?"

"Perché non sappiamo con certezza le ragioni di niente. In compenso


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abbiamo i nomi. Ne abbiamo per tutto quello che vediamo e sentiamo e

facciamo o anche solo immaginiamo. Se incontriamo qualcosa che non ha

un nome, ne inventiamo subito uno. E quando abbiamo una buona scorta

di nomi, ci sembra di avere una buona familiarità con il mondo."

"E non è così?"

"No. Ci bastano pochi secondi per perdere anche solo l'idea di una

familiarità con il mondo."

"Per esempio?"

"Basta perdere la chiave di un codice. Basta perdere la chiave di

un'automobile. Basta perdersi in un nome, o in una strada sconosciuta

in una città che si crede di conoscere. Improvvisamente i significati

evaporano dalle parole e dagli oggetti e dai luoghi e dalle persone,

li lasciano lì del tutto inspiegabili."

"Come mai?"

"Perché i nostri equilibri sono precari, anche se facciamo finta

che siano tanto solidi e durevoli. Per questo passiamo il tempo a

imparare nomi e dare nomi, e a comprare e vendere immagini di

stabilità e familiarità e durevolezza. Per questo abbiamo paura dei

cambiamenti e ne abbiamo bisogno."

"E tu?"

"Io cosa?"

"Tu che familiarità hai, con il mondo?"

"Intermittente. A volte mi sembra di muovermi abbastanza a mio

agio, a volte mi perdo senza nessun preavviso."

"Sì?"
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"Sì."

Poi finisce la zuppa, e vede che lei ne ha lasciata quasi metà

nella sua terrina. Dice "Perché non la finisci?".

"Non mi piace. Ma ho mangiato tutto il pane e le olive."

"Finiscila lo stesso."

"Non ci riesco. Lo sai che non mi piacciono le cose piccanti."

"Lo so, ma potresti anche sorprendermi, una volta tanto."

"Così incrinerei il tuo senso di familiarità, con chissà quali

danni."

"Che bastarda sei. Finisci quel cavolo di zuppa."

"Ti ho detto che non ne voglio più, papà."

Lui pensa che in effetti è rassicurante conoscere le ragioni per

cui sua figlia non finisce la zuppa, anche se questo adesso implica

ordinare qualcos'altro e aspettare seduti nella piccola

trattoria-pizzeria alla periferia del paese antico addormentato. Si

guardano a breve distanza, riscaldati nella minuscola oasi di

familiarità conquistata che li protegge dalla stanchezza e dal buio

della notte e dal deserto della non-familiarità tutto intorno.

In albergo prova

a telefonare a M.

In albergo prova a telefonare a M., ma al numero di casa non

risponde, e a quello del cellulare c'è una voce semiartificiale che

ripete nel modo più ottuso "L'utente da lei chiamato non è al momento

raggiungibile".
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Cammina avanti e indietro per la stanza coperta di stoffe a fiori,

con il senso di angoscia crescente che gli viene ogni volta che non

riesce a comunicare con lei. E' così fin dagli inizi della loro

storia: panico improvviso da mancanza di interlocutore, che fa

battere affannati i cuori e restringe i passaggi del sangue e produce

immagini di allontanamenti e perdite irrimediabili e vuoto vuoto

vuoto.

Prova a lasciarsi smorzare i pensieri dalla stanchezza, prova a

concentrarsi sull'itinerario da seguire il giorno dopo, ma non

funziona. La stanchezza si è dissolta nell'ansia affollata di

immagini, il viaggio sembra sospeso in un territorio senza nomi né

luoghi, come un coniglio che non sa in che direzione scappare.

Telefona di nuovo, tre o quattro o cinque volte di seguito: si sposta

da una parete all'altra, controlla le tacche di ricezione sullo

schermetto verdino, digita il numero, ascolta frammenti di voce

registrata che lo riempiono di odio per le compagnie telefoniche e

per i loro criteri operativi.

Pensa che quella con M. è una vera forma di dipendenza reciproca,

dove ognuno dei due ha sull'altro l'effetto di una droga

indispensabile. Pensa che invece di attenuarsi da quando hanno quasi

smesso di vedersi, si è acutizzata nella concentrazione di sfumature

e segnali sommersi dei loro dialoghi a distanza, al punto da creare

crisi violente d'astinenza appena non viene alimentata. Non importa

se quando si parlano lo fanno per scambiarsi osservazioni sparse od

opinioni sul mondo o frasi di rammarico o informazioni su quello che


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stanno facendo: non possono fare a meno della loro dose di

comunicazione un paio di volte al giorno.

Sfoglia due riviste che ha preso su un tavolino nel corridoio,

lasciate da qualche cliente della stagione passata. Una è fatta quasi

solo di fotografie delle paludi del delta, con dettagli di anatre e

trampolieri e specie vegetali e tramonti a effetto; l'altra è una

rivista di aviazione. Nelle pagine centrali c'è la ricostruzione

meticolosa di una catastrofe di qualche anno prima in cui un aereo di

linea in atterraggio si era scontrato con un monomotore da turismo,

con la trascrizione delle ultime parole dei piloti registrate dalla

scatola nera. C'è anche una fotografia della palla di fuoco dopo

l'impatto, scattata da un viaggiatore che si trovava per caso su una

terrazza con una macchinetta automatica in mano.

Riprova ancora a telefonare. I tasti del cellulare gli sembrano

troppo piccoli; gli sembra in generale assurdo che il rapporto tra

due persone possa dipendere dai circuiti elettronici chiusi in una

scatolina di plastica colorata. Si chiede se c'è un modo di liberarsi

dalla dipendenza reciproca, e qual è: se esiste una tecnica

terapeutica dolce e progressiva, o è indispensabile attraversare una

fase di sofferenza lacerante. Si chiede se ci sono ancora margini per

ricostruire con M. una storia fatta di stare insieme oltre che di

voci al telefono e di parole digitate; quanto sono ampi, quali gesti

o decisioni richiederebbero. Ha delle immagini parallele di sé in un

possibile futuro a medio termine, con M. e da solo, in luoghi diversi

e occupato a fare cose diverse, ma sono frammentarie quanto i suoi

pensieri di viaggio, non fanno che alimentare il suo panico da


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mancanza di interlocutore.

Una e-mail (non inviata)

Da: giovannibata@teltel.it

Ore: 1.32

cara m.,

visto che non riesco a trovarti a casa né sul cellulare perché

forse sei da qualche parte dove non ricevi o forse invece hai messo

in atto una strategia di non-comunicazione che renderebbe ancora più

paradossale la varietà di strumenti per comunicare che mi porto

dietro.

solo per dirti che mi dispiace come ogni volta cadiamo quasi

automaticamente in un gioco di accuse e controaccuse invece di

riuscire a parlarci in modo semplice come due che prima di mettersi

insieme erano dotati di motivi di contentezza e scontentezza

perfettamente indipendenti dalle caratteristiche dell'uno e

dell'altro che quando sono entrati in contatto li hanno a lungo

stupiti ed entusiasmati prima di diventare catalizzatori di tutto lo

scontento e l'insoddisfazione del mondo.

quello che penso è che dovremmo almeno provare a fare due o tre

passi indietro rispetto a noi stessi e guardarci dal di fuori secondo

angolazioni diverse e cercare di capire se ha senso continuare a

essere legati da questo filo oppure è meglio tagliarlo e superare il

senso di vuoto agghiacciante e assordante che ne conseguirà e


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andarcene in altre direzioni invece di continuare a consumare le

nostre migliori risorse ed energie in un attrito assurdo di richieste

deluse e rinfacciamenti senza neanche ricordarci come sia cominciato

o quando mentre in realtà non è affatto

Una telefonata

G.: Pronto?

M.: Dormivi?

G.: Stavo scrivendo una e-mail.

M.: A chi?

G.: A te.

M.: Come mai?

G.: Per provare a dirti qualcosa di quello che penso di noi. Visto

che non riuscivo a trovarti a nessun telefono.

M.: Ero con mia sorella in un bar dove non c'è campo.

G.: Non volevo che mi spiegassi dov'eri.

M.: Ah già, tu sei al di sopra di queste cose, no?

G.: No, per niente. Stavo cominciando a innervosirmi. Stava

cominciando a venirmi un'ansia devastante, in realtà.

M.: E cosa scrivevi, nella mail?

G.: Che siamo finiti in una guerra assurda di posizioni. Non ci

ricordiamo neanche più come è iniziata, o esattamente perché.

M.: Non è vero, io so benissimo perché.

G.: Perché?

M.: Lo sai anche tu. E' inutile che fai sempre quello che cade
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dalla luna.

G.: Vale a dire? Il mio non esserci in modo abbastanza concreto e

abbastanza continuo e abbastanza proiettato nel futuro eccetera?

M.: E' inutile che la metti come se fossero degli slogan del

cavolo.

G.: Ma lo sono, in gran parte. Ed è probabile che io me ne sia

inventati altrettanti.

M.: Non sono slogan, sono dati di fatto.

G.: Comunque andiamo avanti in uno scambio di rivendicazioni e

asserzioni e accuse, invece di parlarci.

M.: Come facciamo a parlarci, se tu non vuoi mai ascoltare?

G.: Io ascolto. Ascolto. Conosco tutti i tuoi argomenti, uno per

uno. Su molti sono anche d'accordo, penso che tu abbia ragione.

M.: Però non fai niente per cambiare.

G.: Perché non posso, accidenti. Nessuno può cambiare. Può fingere

di cambiare, o farlo in modo puramente temporaneo, ma non in modo

sostanziale.

M.: Invece si può cambiare anche in modo sostanziale, se solo lo si

vuole davvero.

G.: Forse allora è che non voglio. Non al punto di diventare

diverso da me stesso.

M.: Tu non vuoi neanche spostarti di un millimetro da come sei,

altro che cambiare.

G.: Potresti non ricominciare con gli slogan, adesso? Sono quasi le

due di notte e ho guidato tutto il giorno.


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M.: Sì, figurati. Sei tu che hai appena detto che non riusciamo a

parlarci.

G.: Ma non riesco ad affrontare grandi temi a quest'ora, più di

tanto.

M.: Hai detto che mi stavi scrivendo, addirittura.

G.: Sì, ma volevo salutarti, più che altro.

M.: Allora buonanotte, vai a dormire.

G.: Perché hai questo tono?

M.: Non ho nessun tono. E' che mi fai ridere quando vieni a dire

che non riusciamo a parlarci. Appena ci proviamo hai questo modo di

sottrarti.

G.: Non è un modo di sottrarmi.

M.: Cos'è, allora?

G.: Il fatto è che abbiamo due bioritmi completamente diversi, e tu

sei tutta elettrica e all'apice della lucidità mentale quando io

invece sono opaco e lento e ho solo voglia di scivolare nel sonno.

M.: Ti lascio scivolare nel sonno, non ti preoccupare. Buonanotte.

G.: Buonanotte. Ehi?

M.: Cosa?

G.: Secondo te questa nostra dipendenza è dovuta al fatto che siamo

due persone molto più occupanti e invadenti della media?

M.: Non lo so. Io non credo di essere così invadente.

G.: Ma occupante sì. Non puoi sostenere di non esserlo.

M.: Nel senso che non sono una specie di ameba senza idee e senza

desideri e senza capacità?

G.: Sì. E' questa la fregatura.


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M.: Quale?

G.: Che senza di te mi sembra di affondare in un paesaggio neutro,

senza motivi e senza punti di vista, dove ci sono solo animali che

brucano.

M.: Sì?

G.: Mi sembra di affondare in una totale mancanza di opinioni. Mi

sento solo come mi sentivo prima di incontrarti.

M.: Ma forse tu sei uno che sta meglio solo. Forse ne hai bisogno,

no?

G.: No. Per niente.

M.: E allora?

G.: Ho bisogno delle tue opinioni e delle tue capacità. Però non

puoi chiedermi di cambiare.

M.: Io non ti chiedo proprio niente. Ti dico solo che non mi

interessa più andare avanti così, a fare le farfalle adolescenziali.

G.: E a me non interessa fare la persona sedimentata e ragionevole.

M.: E chi ti chiede di esserlo?

G.: Tu, ogni volta che mi accusi di non essere abbastanza maturo e

concreto eccetera.

M.: Io non ho nessuna voglia di una persona sedimentata e

ragionevole. Io voglio una persona appassionata e piena di slanci.

G.: E allora?

M.: Ma non di slanci da bambino pazzo e incostante. Di slanci di

uno che conosce il valore delle cose e conosce il loro peso.

G.: Possiamo parlarne in un altro momento, del peso delle cose?


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M.: Possiamo anche non parlarne più, Giovanni. Visto che tanto non

ci riusciamo.

G.: E' che mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza.

M.: Certo, certo.

G.: Ci salutiamo almeno in modo più cordiale?

M.: Buonanotte.

G.: Buonanotte.

(Poi lui guarda lo schermetto verde del cellulare che si spegne sul

comodino, e pensa che la crisi di astinenza gli è passata

completamente, fin dal primo scambio di frasi.)

Al mattino fanno un giro

per il centro antico

Al mattino fanno un giro per il centro antico, nel modo troppo

distratto e troppo attento che hanno tutti e due per essere dei buoni

turisti. Il sole è tiepido, gli angoli d'ombra sono umidi. Passano

davanti a negozi di stoffe e di articoli fotografici e di cibi

tipici, guardano le facce della gente che cammina, registrano i

gesti. Visitano un museo del folclore locale in un vecchio palazzo

scuro, camminano su un pavimento di cotto tra vetrine di vestiti

tradizionali che hanno perso tutta la loro morbidezza e misteriosi

attrezzi da lavoro e vecchie fotografie che ritraggono persone

concentrate nel bloccare istanti lontani. Quando escono da sotto


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l'androne pesante alla luce e all'aria e ai colori vivi della strada

provano sollievo; seguono una serie discontinua di cartelli alla

ricerca dell'anfiteatro romano.

In una stretta via lastricata vedono una vecchina che dà da

mangiare un vassoio di polpette a un piccolo cane giallo.

Lei dice "Che carino!". Prova a carezzarlo; il piccolo cane

ringhia.

Lui dice "Brava, fatti mordere".

"Sta mangiando, ha ragione."

Più avanti lui dice "Mi spieghi come ti è venuta, questa mania dei

cani?".

"In che senso?"

"Questa specie di ossessione che hai?"

"E' solo che vorrei un cane. E' tanto che te lo chiedo."

"Ne hai già avuto uno."

"Ma ero troppo piccola, non me ne potevo occupare davvero."

"Così me ne sono dovuto occupare io, no? Mi ha quasi fatto

diventare pazzo."

"Adesso sarebbe completamente diverso."

"Come no."

"E' vero! Me ne occuperei sempre io."

"Sempre fino al primo viaggio o alla prima vacanza o alla prima

ragione qualunque che ti impedirà di occupartene."

"Lo sai che non è così!"

"Certo."
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"Allora me ne prendi uno?"

"Tu devi essere matta. Non ho mai incontrato nessuno di così

ostinato."

"Prendimi un cane, allora."

"Lo vedi?"

"Sai benissimo che piacerebbe anche a te, avere un cane."

"Sì, ma so anche che non riuscirei a occuparmene, così non lo

prendo."

"Perché?"

"Perché non ho una vita abbastanza stabile. E i cani hanno un

bisogno estremo di stabilità. Hanno bisogno di luoghi conosciuti,

cicli regolari, eventi che si ripetono con una cadenza fissa. Si dice

che i cani girano intorno all'orologio, no?"

"Allora trovati una situazione stabile."

"Per tenerti il cane?"

"No, per te. Il cane lo tengo io."

"Sei ossessiva."

"E tu sei egoista. Non vuoi fare una cosa che mi renderebbe felice."

"Non cominciare anche tu, adesso."

"Ma è vero, scusa."

"Senti, io per fare una cosa che ti rendeva felice mi sono rovinato

tre anni di vita con un orrendo schnauzer nano pepe e sale

completamente nevrotico."

"Non era orrendo, Wolfgang! E non era nevrotico!"

"Aveva solo una lieve forma di psicopatia che lo faceva abbaiare e

abbaiare senza fermarsi un minuto. Con quella vocetta aspra e secca


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del cavolo. Me la sento ancora nelle orecchie."

"Aveva paura di stare da solo."

"Era un incubo. Mi hanno cacciato via da un appartamento di città e

forse da quattro posti di vacanza, per colpa sua."

"Non era colpa sua."

"E' entrato in una chiesa nell'ex Jugoslavia durante un concerto e

ha fatto imbestialire il prete, ha fatto imbizzarrire il cavallo di

una tipa al parco di Monza, si è mangiato un elefantino d'osso cinese

del Milleseicento, ha fatto la pipì su non so quanti tappeti e la

cacca su non so quante scale, si è strusciato lascivamente sulle

gambe di non so quante donne, ha tenuto svegli per non so quante

notti non so quanti vicini di casa, ha abbaiato per migliaia di ore

complessive."

"Ma era così simpatico e intelligente. Aveva l'insicurezza dei cani

piccoli, poverino."

"Era totalmente ossessivo."

"Era fragile."

"Non dirlo in quel tono. Non l'ho mica abbandonato sul bordo di

un'autostrada. Gli ho trovato una scenografa venezuelana che in

pratica vive solo per lui. Lo fa dormire nel suo letto, passa il

tempo a preparargli da mangiare."

"Comunque sono passati anni e adesso vorrei un altro cane e anche

tu lo vorresti, è inutile che dici di no."

"Non dico di no. Dico solo che è impossibile."

"Sei tu che sei ostinato, accidenti."


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"Non potresti mettere un guinzaglio al tuo caro Luca, scusa? Tanto

ha già la catena di ferro al collo. Sarebbe molto più semplice."

"Smettila. Sto parlando sul serio. Tu quando hai cominciato a

desiderarlo, un cane?"

"Quando avevo tre o quattro anni, più o meno."

"Hai visto?"

"Ma era un'idea che aveva a che fare con un bisogno di fisicità e

di naturalezza molto più disperato ed esteso. Aveva a che fare con il

crescere in una delle più brutte città industriali del mondo, in un

paese miserabile e in un decennio spaventoso. L'idea di avere un cane

faceva parte di una serie di immagini importate di contrabbando da

vite impossibili."

"Quali immagini?"

"Prati e boschi e giungle e lagune e isole selvagge, galoppate a

cavallo, storie romantiche, esplorazioni, scoperte, sorprese,

avventure senza fine. Per te è diverso."

"Perché?"

"Perché hai già girato mezzo mondo, hai visto una quantità di posti

che io alla tua età mi sognavo soltanto. Sei stata in quattro

continenti e su non so quante isole. Hai fatto delle crociere in

barca, hai fatto dei trekking a cavallo. Sei andata su un cavolo di

cammello, perfino."

"E questo cosa c'entra?"

"C'entra. Io alla tua età ero stato una volta in Svizzera e una

volta in Francia, appena al di là del confine."

"E non posso lo stesso volere un cane?"


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"Non hai dei vuoti di sensazioni così estesi da compensare."

"Io mica voglio un cane per compensare qualcosa."

"Chiunque voglia qualcosa con molta intensità, lo fa per compensare

qualcos'altro che gli manca."

"Io voglio un cane con molta intensità."

"Allora è probabile che sia tutta colpa mia."

"Perché?"

"Perché non ti ho dato abbastanza sicurezza o abbastanza stabilità,

o comunque ti ho creato delle carenze affettive. Con il fatto di

separarmi da tua madre quando eri piccola ed essere rimasto sempre

così sospeso senza un luogo fisso e senza una vita organizzata e

senza dei riferimenti certi eccetera."

"Non è vero. Non ho nessuna carenza."

"No?"

"No."

"Come fai a saperlo? Non sono cose che si possono dire così."

"Io non ho nessuna carenza."

"E' quello che ho sempre pensato anch'io. Ho sempre pensato che

venivi su sveglia e intensa ed equilibrata più della media anche

grazie alla situazione in cui avevo contribuito a farti crescere. Però

forse era solo un modo di costruirmi un alibi e mettermi la coscienza

in pace."

"Ma va. Cosa ti inventi, adesso?"

"Be', quando ti ho preso Wolfgang è stato perché mi erano venuti

dei forti dubbi su questo punto."


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"Vale a dire?"

"Ero andato a parlare con la direttrice del tuo asilo, e mi aveva

fatto vedere alcuni tuoi dipinti a tempera, e in almeno metà c'era un

doppio sole, in alto a destra."

"E allora?"

"La direttrice aveva detto "Vede qui?". Io avevo detto "Be'?". Ero

sempre sulla difensiva con lei, perché aveva un fondo cattolico un

po' integralista e quasi ogni volta che mi vedeva diceva "Come mai

lei e sua moglie non provate a tornare insieme?"."

"E cosa ti ha detto del doppio sole?"

"Che indicava un disturbo nella relazione con il padre, secondo

tutti i trattati di psicologia infantile."

"E tu?"

"Io non l'ho presa alla lettera, però ho cominciato a pensare che

forse avevi davvero qualche problema affettivo per colpa mia. E'

incredibile quanto un padre o una madre possano sentirsi in colpa,

sai? Non c'è limite. Soprattutto quando esiste qualche solido

elemento di base. Vale a dire sempre."

"E cosa c'entra il doppio sole con Wolfgang?"

"Il giorno dopo mentre venivo a prenderti all'asilo sono passato

davanti a un negozio di animali, e nella vetrina ho visto una specie

di orsetto grigio tra altri cuccioli. E anche se non era esattamente

il tipo di cane che avevo in mente quando sognavo di avere un cane,

sono entrato e l'ho comprato."

"E poi?"

"Sono venuto a prenderti nel cortile dell'asilo, e tu sei uscita e


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mi hai visto lì che ti aspettavo, con il muso del piccolo

cane-orsetto grigio che sbucava dalla cerniera del mio giubbotto di

pelle."

"E cosa ho fatto?"

"Ti sei bloccata sui tuoi passi, così."

"Per quanto?"

"Per un secondo o due, ma avevi un'espressione di estrema

incredulità che dilatava il tempo."

"E poi?"

"Poi sei corsa da me e me l'hai strappato via e ti sei messa a fare

dei giri pazzi. Volavi, per la gioia."

"E tu?"

"L'idea di avere una bambina con un cane mi sembrava molto più

allegra dell'idea di una bambina senza. Anche se non era per niente

un'idea realistica."

"Perché?"

"Perché tu avevi quattro anni, e io ero in una condizione di

precarietà assoluta."

"Vale a dire?"

"Dopo che mi ero separato da tua madre non solo non avevo una vita

regolare, non avevo nemmeno una casa. Stavo in giro, tra studi di

amici e camere d'albergo, appartamenti prestati per una settimana o

due, o in viaggio tra una città e l'altra, in macchina o in treno.

Non era un contesto molto adatto a tenere un cane."

"Però l'hai preso."


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"Sì, ma nel giro di poco mi ha reso la vita quasi impossibile."

"Perché?"

"Appena lo lasciavo solo si metteva ad abbaiare, con la metodicità

che un essere umano scrupoloso ai limiti del fanatismo potrebbe

applicare in un lavoro. Andava avanti e avanti fino all'estenuazione,

finché gli restava solo un filo di voce logorata. A un certo punto ho

cominciato a portarmelo dietro in macchina, perché almeno lì stava

tranquillo anche se lo lasciavo per un po' da solo. Ma ogni volta che

tornavo c'era qualcuno che mi aspettava per dirmi "Si vergogni, non

si lasciano i cani in macchina!"."

"Davvero?"

"Oppure lo portavo a correre in bicicletta, e anche lì c'era sempre

qualcuno che mi diceva "Non si fanno correre i cani così piccoli!"."

"Madonna."

"Non potevo più andare in vacanza da nessuna parte, né ospite da

nessuno. Dovevo organizzarmi in anticipo per qualsiasi cosa, e sai

quanta fatica mi costa organizzarmi. E tutto per te, bastarda."

"Ma ti faceva anche compagnia, no?"

"Eh. Quando lavoravo stava lì accucciato sotto il tavolo a spiare

ogni mio micromovimento, con un'espressione d'ansia intollerabile. A

volte smettevo solo perché non ce la facevo più a sentirmi il suo

sguardo addosso, e lui riusciva a intuire un paio di secondi prima

quando stavo per alzarmi. Saltava su di scatto e correva avanti e

indietro e girava come una trottola e guaiva e ansimava e mi

aumentava ancora la tensione. Da diventare scemi."

"Povero Wolfgang."
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"Doveva essere la reincarnazione di qualcuno che non aveva risolto

molto nella sua vita precedente."

"Così l'hai dato alla venezuelana."

"L'ho tenuto tre anni, prima. Solo perché non volevo darti un

dispiacere. Ma alla fine mi stava per provocare un esaurimento

nervoso."

"Va be'. Comunque adesso la situazione è completamente diversa, e

possiamo benissimo prendere un altro cane."

"Non è completamente diversa."

"Sì che lo è."

"Non lo è. Io non sono affatto più stabile di allora."

"Ma io sono più grande."

"Perché non parliamo di un altro argomento?"

"Voglio un cane."

"Parliamo di un altro argomento."

"Sei una carogna."

"Che sfortuna avere un padre così, poverina. Eh?"

Sono fuori dal centro antico adesso, sulla strada larga da cui

erano arrivati, con grandi platani e macchine parcheggiate, tipi

anziani che parlano e bevono vino bianco seduti ai tavolini di un

vecchio bar. L'anfiteatro romano non si vede, l'ultimo cartello era

molto indietro. Lui guarda l'orologio, e sono già le dodici e mezza.

Dice "Torniamo alla macchina, magari?".

"Sì."

"Lasciamo perdere l'anfiteatro?"


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"Sì."

"Consideriamo assolti i nostri doveri turistici?"

"Sì."

"Non dovremmo mangiare qualcosa, prima?"

"Perché?"

"Non hai fame?"

"No. E tu?"

"No. Ce ne andiamo verso il delta del fiume?"

"Sì."

"Semmai ci fermiamo in qualche posto lungo la strada quando abbiamo

fame?"

"Sì."

Un SMS

Da: GIOVANNI

Ore: 13.15

Non è vero che non ti ascolto e mi sottraggo ogni volta che

potremmo parlare. Ma grazie per come riesci a vedere i miei difetti.

Mi richiami? G.

Dalla strada che va

verso il delta del fiume

si vedono solo terre piatte

Dalla strada che va verso il delta del fiume si vedono solo terre
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piatte, fossi e campi, mucche al pascolo.

Lei a un certo punto dice "Com'era quella storia che dicevi ieri?".

"Quale storia?"

"Dei difetti. Che alcuni sono solo ombre di qualità."

"Ah, sì."

"Cosa volevi dire?"

"Che ogni qualità ha un suo difetto corrispondente."

"In che senso?"

"Nel senso che ogni qualità viene fuori da una combinazione

specifica di elementi, e per svilupparsi produce un difetto

altrettanto specifico. Come un vuoto che rende possibile un pieno, o

un pieno che rende inevitabile un vuoto."

"Tipo?"

"Tipo, magari uno ti piace perché è pieno di immaginazione. Ti apre

finestre su mondi inaspettati, no? Ma la sua fantasia si è sviluppata

a scapito del suo spirito pratico, quasi sempre. Ha usato le risorse

disponibili in una direzione anziché in un'altra. Oppure incontri uno

estremamente concreto che magari ti rassicura, ti dà il senso di

poter contare su di lui. Però questa concretezza estrema ha ridotto

di molto lo spazio della sua immaginazione. Le ha mangiato terreno,

non c'è niente da fare."

"A me uno estremamente concreto non piace affatto."

"Adesso no, certo. Ma può darsi che ti piaccia più avanti, in

un'altra fase della tua vita."

"E non ci può essere uno molto concreto e molto fantasioso?"


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"Non credo."

"Non ci sono qualità senza ombra?"

"Non credo."

"Per esempio uno che è buono, che genere di ombra ha?"

"Dipende da quanto è buono."

"Immensamente buono."

"Uno immensamente buono è probabile che lo sia in modo universale,

quindi generico. E' probabile che sia così impegnato a essere

immensamente buono con tutti da non essere capace di nessuna bontà

selettiva. Oppure che la sua immensa bontà corrisponda a un immenso

narcisismo, o a un'immensa ottusità."

"E uno che ha una dote artistica straordinaria?"

"E' probabile che abbia una voragine altrettanto straordinaria in

un altro punto della sua personalità."

"Uno che è molto sensibile?"

"E' probabile che sia anche molto fragile. O molto suscettibile,

non lo so."

"Uno che è molto allegro?"

"Vuoi dire sempre molto allegro?"

"Sì."

"E' probabile che sia anche molto superficiale. O molto incurante,

che passi sopra alle cose con facilità."

"Uno molto attraente?"

"Che sia anche molto ruffiano. Molto preso a vendere o barattare."

"Uno molto intelligente?"

"Che sia anche molto egocentrico. O molto poco istintivo. O molto


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poco semplice."

"Uno molto semplice?"

"Che sia molto poco complesso."

"Uno molto istintivo?"

"Che sia molto poco riflessivo."

"Uno molto riflessivo?"

"Che non sappia mai decidersi a seguire un istinto."

"Allora non c'è scampo, dalle ombre delle qualità?"

"Devi solo capire quale delle due cose conta di più per te, se la

qualità o l'ombra. Magari hai davanti una qualità che ti piace molto,

poi la guardi in una luce diversa, e vedi che la sua ombra è

gigantesca. Fa sembrare minuscola la qualità che ti piaceva, in

confronto."

"Cosa vuol dire, una luce diversa?"

"Più intensa, o anche solo angolata in un altro modo. C'è gente che

vive sotto luci così diffuse e compensate da non riuscire a

distinguere nessuna qualità e nessuna ombra. Vede tutto immerso in

una luminosità standard senza contrasti, come in un infinito

talk-show televisivo."

"Però ci possono essere anche qualità gigantesche con ombre

minuscole, no?"

"Non credo."

"Qualità medie con ombre medie?"

"Sì, certo. E qualità minuscole con ombre minuscole, se proprio

vuoi qualcosa di ancora meno ingombrante."


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Ridono tutti e due, guardano di lato: i prati che diventano poco a

poco più selvatici.

Lei dice "Fai un elenco delle tue qualità".

"Non ne ho voglia."

"Dài. Sei tu che hai inventato questo gioco."

"Sì, ma ieri. Oggi non ne ho voglia."

"Perché?"

"Così."

"Prova a dirne almeno qualcuna. Come hai fatto con i difetti."

"Uffa."

"Dài."

"Sono curioso."

"Di cosa?".

"Di quello che mi incuriosisce."

"Un'altra."

"Sono attento."

"A cosa?"

"Alle cose che mi interessano."

"Un'altra."

"So pensare."

"A cosa?"

"A quello che mi capita in testa."

"Poi?"

"Sono paziente."

"Non è vero!"

"Lo sono adesso, a fare questo gioco del cavolo con te."
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"Dài! Siamo in viaggio."

"Appunto. Guarda fuori, che bello."

"Se il tuo elenco è già finito, vuol dire che hai molti più difetti

che qualità."

"Può darsi."

"Ma non lo pensi sul serio, no?"

"Dipende."

"Da cosa?"

"Da quando ci penso."

"E conosci meglio i tuoi difetti o le tue qualità?"

"I miei difetti, credo."

"Come mai?"

"Non lo so. Forse perché in generale ho sempre avuto una percezione

molto più precisa di quello che non mi piace, rispetto a quello che

mi piace."

"Anch'io."

"Dev'essere anche questo un difetto ereditario, allora."

"O l'ombra di una qualità ereditaria?"

"Forse."

Gli viene in mente come fin da quando lei era molto piccola i suoi

giudizi erano precisi e sorprendenti, già perfettamente formati. Gli

viene in mente come questo lo spingeva a volte a chiederle consigli

difficili, o a esporle in modo quasi irresponsabile i punti deboli

del proprio carattere. Gli viene in mente lo sgomento di quando una

qualsiasi ragione esterna la faceva diventare improvvisamente la


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bambina che era; lo squilibrio improvviso che lo costringeva a

rituffarsi nel suo ruolo di padre. Gli viene in mente la facilità

istintiva con cui sono sempre riusciti a parlare di persone e animali

e luoghi e idee e sensazioni: la complicità fatta di sguardi e gesti

e mezze parole. Gli vengono in mente le volte in cui nel corso degli

anni gli è capitato di perdere questa comunicazione insieme agli

sguardi e ai gesti e alle parole come se fosse per sempre, e poi di

ritrovare tutto, senza sforzo e senza spiegazioni.

Il paesaggio sta diventando ancora più basso e rarefatto, una linea

color paglia secca sotto il cielo pallido.

Dopo una curva lunga

nascosta da alberi scarni

sono alle paludi

Dopo una curva lunga nascosta da alberi scarni sono alle paludi,

senza quasi accorgersene. Lui continua ancora per qualche centinaio

di metri, poi ferma a lato della strada che corre lungo un

terrapieno. Scendono senza dire niente, guardano i campi di erba

secca e i cespugli che continuano fino alle acque stagnanti dove sono

immobili alcuni trampolieri bianchi. Non c'è vento, non ci sono suoni

meccanici neanche a grande distanza, l'aria è ferma e piena. Una gru

grigia passa in volo sopra le loro teste, produce un verso come una

canna di bambù spaccata per il lungo.

Camminano verso l'acqua, ma devono alzare molto i piedi per

avanzare nella sterpaglia. C'è una discrepanza sottile tra l'aspetto


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del paesaggio e la sua consistenza reale: la bellezza del camminare

tra le erbe alte si consuma nell'attrito che incontrano a ogni passo,

i trampolieri bianchi sembrano sempre alla stessa distanza. Quando

finalmente arrivano al bordo dell'acqua si bloccano, sospesi tra

l'impossibilità di continuare oltre e una strana frustrazione da

non-contatto.

Respirano immobili per qualche minuto, poi lui dice "Torniamo?".

Lei fa di sì con la testa; si girano e camminano verso la strada

rialzata. Il cielo è aperto in modo ininterrotto, dissolve pensieri

di qualsiasi forma.

Lui mette in moto, guida lento. Hanno gli occhi socchiusi tutti e

due, guardano lo spazio vuoto e occupato fino a saturazione da

elementi essenziali.

Dopo forse dieci minuti lui dice "Poi ci sono alcuni che invece di

lottare contro i loro difetti li fanno diventare ancora più

persistenti".

"E perché?"

"Per usarli come armature."

"Contro chi?"

"Contro qualcuno in particolare o contro il mondo in generale."

"E le qualità? Si possono usare anche quelle, come armature?"

"E' molto più faticoso. Poi c'è sempre qualcuno che vuol venire a

verificare la resistenza delle piastre, sondare i varchi tra le

giunture."

"Invece con i difetti nessuno ha molta voglia di fare verifiche,


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no?"

"No."

La strada finisce in un grande slargo di terra battuta, subito

prima di una spiaggia chiara che continua a perdita d'occhio. Nella

stagione turistica dev'essere pieno di macchine e camper e pullman,

ma adesso c'è solo una vecchia giardinetta bianca. Scendono e

camminano verso il mare. Su una piattaforma di cemento che domina la

spiaggia c'è un'automobile molto più recente, con le portiere aperte

e lo stereo che pompa musica elettronica da discoteca in pulsazione

continua. Un uomo e una donna sono seduti sul bordo della piattaforma

con le facce rivolte al sole, sembrano molto soddisfatti della

situazione.

Lui dice "Uno può addirittura costruire un lavoro, intorno al suo

difetto dominante".

"Sì?"

"Sì. E' probabile anzi che siano più i lavori fondati sui difetti

di quelli fondati sulle qualità."

"E il tuo?"

"Forse anche il mio."

"Te lo sei costruito sul non-esserci?"

"E sugli altri difetti connessi. E quello che succede ogni volta

che il mio lavoro viene riconosciuto, è che anche il mio difetto

dominante riceve un riconoscimento. E' come se la gente mi dicesse

"Grazie per non esserci! Complimenti! Continua così!". Non è assurdo,

se ci pensi?"

"Sì."
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"Ma è così. E quando uno vede riconosciuto il suo difetto

dominante, non ne viene più fuori. Non c'è verso."

"Mai più?"

"Non credo. A meno che non abbia un senso critico eccezionalmente

sviluppato. O che si prenda uno scossone eccezionalmente forte."

"Però non è che tu non ci sia proprio mai, no?"

"No. Quando sono in un posto che mi piace, o con una persona che mi

piace, o sto facendo una cosa che mi piace, ci sono."

"Quindi adesso ci sei?"

"Certo che sì, bestiona."

Camminano lungo la linea del mare, dove c'è una brezza sottile. Lui

si riempie i polmoni di aria salmastra, soffia fuori lentamente. C'è

un tipo anziano in piedi con una canna da pesca piantata nella

sabbia, guarda l'orizzonte con aria assorta o forse solo assente.

Mentre passano oltre danno un'occhiata nel secchio di plastica

azzurra alle sue spalle: è vuoto.

Quando sono stanchi di camminare si girano e tornano indietro.

Vista da lontano, l'automobile sulla piattaforma di cemento sembra un

oggetto inspiegabile quanto le due piccole figure ai suoi piedi.

Lui dice "E ci sono intere città fondate su difetti".

Lei non risponde, lo guarda in modo periferico. E' probabile che

abbia fame, le sue riserve di energia di nuovo quasi esaurite.

Lui dice "Ci sono città fondate sull'avidità, sulla vanagloria,

sull'incuranza, sulla meschinità, sulla freddezza, sulla

cialtroneria, sul cinismo. Si presentano al mondo con la loro


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armatura di difetti, proprio come una persona".

"Ma come inizia, la cosa?"

"Magari con alcuni abitanti preminenti che mettono in mostra i loro

difetti più forti e li esercitano finché vengono adottati dalla città

intera."

"E quelli che ci vivono?"

"Li assorbono con il latte materno, in pratica. Con le piccole

osservazioni e i minimi atteggiamenti, i toni di voce e i modi di

fare osservati e registrati giorno dopo giorno."

"E quelli che ci arrivano da adulti?"

"Se non ci arrivano attratti proprio da quei difetti, ci si

adattano."

"E se uno non ci si adatta?"

"Li simula abbastanza bene da essere credibile. O passa la vita in

continuo attrito contro tutto quello che vede e sente. O se ne va."

"Per le nazioni è la stessa cosa?"

"Più o meno."

"Tipo?"

"Tipo, prendi l'Italia, se vuoi."

"Che difetti ha?"

"In ordine di importanza?"

"Di come ti vengono in mente."

"Superficialità. Disonestà. Incostanza. Gelosia. Inattendibilità.

Inerzia. Imprecisione. Ipocrisia. Provincialismo. Autolesionismo. Poi

c'è una serie di difetti travestiti da qualità."

"Tipo?"
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"Tipo vigliaccheria travestita da bontà. Mancanza di regole

travestita da tolleranza. Incuria travestita da libertà. Volgarità

travestita da naturalezza. Barbarie travestita da folclore."

"Fammi degli esempi."

"Per esempio il paese finto tollerante dove se viene presa una

banda di ragazzotti figli di mamma che ha massacrato a sprangate una

vecchietta per rapina ci sono subito un prete e uno psicologo e un

sociologo che corrono in televisione a dire che bisogna perdonarli e

capirli e non criminalizzarli oltre misura perché in fondo sono anche

loro vittime della società e dei tempi."

"Eh."

"Il paese finto libero dove alla prima manifestazione di strada la

polizia può assumere comportamenti sudamericani e massacrare di botte

e torturare per giorni la gente che ha arrestato."

"Poi?"

"Il paese finto evoluto dove ogni copertina di settimanale

d'informazione e ogni pubblicità di automobili o di scarpe o di pasta

e ogni show televisivo per famiglie esibisce almeno un corpo di donna

nuda usato per vendere. Il paese regno della mamma e delle sante, con

il numero più basso di donne nel parlamento e il numero più alto di

prostitute importate dai paesi poveri nelle strade."

"Sì."

"Il paese fondato sulla legge romana con un miliardo di vincoli

paralizzanti a qualunque attività, che ha distrutto il suo territorio

da nord a sud e lo ha ricoperto di cemento nella più totale mancanza


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di veri controlli. Il paese più ricco al mondo di opere d'arte

violentato con una capillarità spaventosa da geometri e committenti e

amministratori totalmente privi di senso estetico."

"Poi?"

"Il paese finto democratico che si è lasciato governare per

vent'anni da un pagliaccio violento travestito da guida del popolo e

si è fatto trascinare dalla parte sbagliata in una guerra da

cinquanta milioni di morti e quando l'ha persa ha fatto finta di

essere sempre stato dalla parte giusta in cuor suo."

"Davvero?"

"Sì, e poi in modo ricorrente ha cercato di gettarsi nelle braccia

del primo despota o capomafia o protocapitalista o trafficante su

larga scala che appare sulla scena con il suo seguito di avvocati e

faccendieri e squadristi e uomini di fiducia."

"Ma anche gli altri paesi hanno i loro difetti, no?"

"Certo. E' che i difetti del tuo possono suscitarti la stessa

esasperazione di quelli di una persona che conosci troppo bene. Hanno

la stessa odiosa tendenza a riemergere esattamente dove e quando te

lo aspetti."

I due tipi seduti sul bordo della piattaforma di fianco alla loro

macchina non li guardano neanche quando gli passano vicini, sembrano

interessati unicamente a sé stessi e all'inclinazione del sole che

gli arriva in faccia e alla brutta musica pompata che esce dagli

sportelli aperti.

Lei dice "E secondo te non c'è nessuno senza difetti".

"Non se vai a vedere abbastanza da vicino. Ma ci sono difetti molto


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più insopportabili di altri, naturalmente."

Salgono in macchina, lui guida via per la strada sottile che

costeggia a curve le acque ferme e i ciuffi di erbe alte. A

intervalli la osserva di profilo, pensa che ogni volta che parlano

buona parte della sua attenzione è assorbita dai suoi sguardi e gesti

e toni di risposta. La stessa cosa gli succede con M., quando per

esempio si ritrovano dopo un lungo tempo senza vedersi, e anche se

sono pieni di echi di brutte frasi si lasciano travolgere dal bisogno

di comunicazione e parlano e parlano in un flusso di idee e

sensazioni senza smettere per un attimo di registrare le variazioni

sottili dentro e fuori le parole che vibrano con la stessa intensità

inarrestabile di un diapason.

Il telefono cellulare

gli vibra nella tasca come

un piccolo animale da tana

Il telefono cellulare gli vibra nella tasca come un piccolo animale

da tana. Lui infila la mano nella giacca per prenderlo: gli dà

perfino una rapida impressione illusoria di calore corporeo, finché

non lo estrae e rivela la sua consistenza neutra di semplice tramite

elettronico.

G.: Pronto?

M.: Come va?

G.: Bene.
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M.: Dove siete?

G.: Alle paludi, adesso andiamo a mangiare qualcosa.

M.: E state bene?

G.: Sì.

M.: E' bello?

G.: Sì. Ci sono dei trampolieri bianchi che pescano nell'acqua. Mi

piacerebbe che fossi qui anche tu.

M.: Perché lo dici?

G.: Perché è vero.

M.: Che testa di cavolo, sei.

G.: Hai letto il mio messaggio?

M.: Sì, ma sono solo frasi. Non corrispondono mai a cose vere.

G.: E quali sarebbero le cose vere?

M.: Non capisco cosa tu voglia da me, Giovanni.

G.: Neanch'io.

M.: Perché hai questo tono, adesso?

G.: Potremmo lasciar perdere i toni, magari? O magari parlarne

quando non sto guidando lungo una strada a curve con una palude su

tutti e due i lati?

M.: Certo, certo. Ti saluto.

G.: Ti sei offesa?

M.: Per niente. Basta che non mi telefoni più e non mi mandi più

messaggini del cavolo.

G.: Ma perché?

M.: Perché sono stufa di perdere tempo. Ciao.

G.: Pronto?
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Guarda per un attimo lo schermetto del cellulare, lo rimette nella

tasca della giacca. Ha l'orecchio destro surriscaldato e la tempia

che gli fa male; tira giù del tutto il finestrino, inspira a fondo

l'aria densa.

Sua figlia seduta alla sua destra guarda fuori, non è il tipo da

intromettersi in questo genere di situazioni.

Lui dice "E' che non riesco a parlare di quasi niente al telefono.

A meno che non sia un semplice scambio di notizie, o di stati

d'animo. Cosa cavolo d'altro puoi dirti, al telefono?".

Lei lo guarda nel suo modo enigmatico, senza sbilanciarsi.

Lui dice "Ho sempre avuto un vero problema con il telefono come

mezzo di comunicazione sentimentale. Da quando avevo sedici anni e la

mia prima fidanzata mi teneva inchiodato per ore ogni sera, dopo che

eravamo stati insieme tutto il pomeriggio e ci eravamo già detti

tutto quello che avremmo mai potuto pensare di avere da dirci".

Lei ride. Dice "Per ore, ti parlava?".

"Sì. Andava avanti e avanti. Era un incubo, madonna. Avevo giurato

di non ricadere mai più in relazioni con forti componenti

telefoniche."

"E allora perché ci sei ricaduto?"

"Be', un po' è che spesso io e M. siamo lontani. Un po' è che lei

ha un rapporto con il telefono molto diverso dal mio. Ha anche delle

cose interessanti da dire, non è che voglia parlare di scemenze. Però

non riesco lo stesso a fare lunghe conversazioni. E ogni volta che

cerco di tagliare corto, la prende come una dimostrazione di


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disinteresse o come un modo di sottrarmi."

Ma gli viene anche in mente come il suo cellulare e quello di M.

sono stati a lungo un'estrema risorsa nei loro litigi ricorrenti,

dopo che lui aveva girato l'angolo di strada con la valigia a

rimorchio senza voltarsi o l'aveva guardata guidare via veloce come

se fosse l'ultima immagine di lei che doveva restargli nella vita.

Gli viene in mente come in tutte le loro simulazioni molto

realistiche di gesti definitivi hanno tenuto conto di avere in tasca

o nella borsa una possibilità ulteriore di raggiungersi e convincersi

e cambiare idea, tornare indietro.

Subito dopo suona il cellulare di sua figlia con la sua assurda

musichetta. Lei risponde, con una mano sull'orecchio libero e l'altra

tempia appoggiata al finestrino in modo da guadagnare più spazio

privato che può nell'abitacolo. Dice "Sì", "No", "Ma sì" a bassa

voce.

Lui guarda fuori dal suo lato per non farla sentire a disagio: i

canneti nell'acqua, i trampolieri bianchi e grigi e rosa, i cartelli

con numeri. Prende la carta stradale dal sedile di dietro e la

appoggia al volante; non riesce a capire se sta seguendo la strada

giusta.

Quando sua figlia finisce di parlare, lui dice "Certo che oggi una

storia tipo Giulietta e Romeo non sarebbe più possibile, con questi

aggeggi".

"In che senso?"

"Una storia di vuoti d'informazione? Di equivoci terribili perché

non sai dove sia l'altro o cosa stia facendo e puoi solo
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immaginartelo in base alle tue peggiori paure?"

"E' vero." Rimette a posto il telefonino.

Lui pensa che perfino il suo telefonino lo intenerisce, come tutti

gli oggetti che la riguardano. Lo intenerisce la cura un po'

distratta con cui lo tiene, e il fatto che non gliel'avesse mai

chiesto, che addirittura non lo volesse accettare quando gliel'ha

regalato per il suo compleanno. Pensa che questo tipo di tenerezza è

stato il primo sentimento che ha provato per lei, da quando l'ha

vista appena nata tra le mani dell'ostetrica che gliela porgeva. Se

dovesse definirlo in modo più dettagliato, direbbe che è un

sentimento fatto di apprensione e partecipazione e consapevolezza,

istinto di protezione.

Dice "Ti rendi conto di quanto eri piccola, solo pochi anni fa?".

Lei ride.

"Quando sei nata avevi questi occhi scuri scuri, insondabili. Li

muovevi da destra a sinistra come per capire dov'eri, anche se in

teoria non avresti dovuto vedere quasi niente."

"Li muovevo come?" E ne hanno già parlato forse cento altre volte

con quasi le stesse parole ma non importa, potrebbero farlo cento

volte ancora e probabilmente lo faranno.

"Così."

"Smettila, non ero una marziana!"

"Sì invece. Facevi impressione a guardarti meglio. Davvero. Facevi

quasi paura."

"Perché?"
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"Avevi un'aria strana. Vecchia, anche. Terribilmente vecchia. Di

secoli o di millenni. Avevi uno sguardo da viaggiatore intergalattico

sconvolto dal viaggio e incerto di dove è arrivato. Facevi

impressione e compassione. Più impressione che compassione,

all'inizio."

Gli viene in mente che forse è la compassione la vera chiave dei

suoi legami affettivi, e che uno dei suoi problemi con M. è il fatto

di non riuscire sempre a provarne per lei. Adesso che ci pensa, è

quasi sicuro che ogni volta che M. gli suscita compassione le sue

risposte affettive siano chiare e probabilmente appaganti. E' quando

lei gli appare in rapporti ben collaudati ed efficaci con il mondo

che si apre un'improvvisa distanza tra loro. Ha bisogno di vederla

vulnerabile e sgomenta, per provare compassione per lei e mettere in

gioco tutte le sue capacità di appoggio e comprensione e

rassicurazione. Non gli sembra un sentimento che implichi

condiscendenza o sensi di superiorità da parte sua, ma non

riuscirebbe a definirlo in un altro modo.

Dice "C'è un'altra cosa abbastanza assurda, riguardo alle qualità e

ai difetti delle persone".

"Quale?"

"A volte ti innamori di un difetto, e a volte non riesci a

convivere con una qualità."

"Per esempio?"

"Per esempio, M. ha un modo di essere improvvisamente sconvolta dai

meccanismi del mondo. Magari sembra che li conosca benissimo, e che

anzi ci si muova con grande disinvoltura, poi le basta leggere una


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notizia su un giornale, e improvvisamente va in pezzi. Il che forse

può essere considerato un difetto, ma è una delle cose che mi

piacciono di più in lei. La sensibilità intensa e sofferente che mi

ha colpito così tanto nel suo sguardo la prima volta che ci siamo

incontrati."

"Però?"

"Però siccome è una persona complessa, ha anche una parte pratica e

ragionevole e rapida, che ha sviluppato per poter sopravvivere nel

mondo e che convive con l'altra. Ed è una qualità, ed è anche molto

rassicurante in certi momenti, eppure è una delle ragioni principali

di distanza tra noi."

"Perché?"

"Non lo so. Non è che la vorrei tutta fragilità e nervi scoperti.

Solo che quando va in giro distribuendo gesti e parole con l'energia

sicura e positiva di cui è capace, sono i momenti in cui la sento più

lontana."

"In che senso lontana?"

"Lontana. Mi sento una specie di emarginato o di randagio

inconciliabile, in confronto, senza nessun genere di familiarità o di

radice."

"Fammi un esempio."

"Quando andiamo insieme al supermercato, per esempio."

"Cosa succede?"

"Niente di speciale. Magari siamo lì al bancone del pesce o dei

formaggi, e lei non fa altro che ordinare qualcosa nel suo modo
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pratico, e di colpo ogni sfumatura della sua voce e ogni suo sorriso

e ogni suo movimento corporeo mi riempiono di un senso violento di

estraneità."

"Ma perché? Diventa antipatica o villana?"

"No. Solo pratica. Una normale persona pratica che ha molte cose da

fare e che non attribuisce un significato trascendente all'idea di

comprare delle cose da mangiare."

"Tu invece sì?"

"Forse. Forse vorrei che fare la spesa insieme fosse ogni volta una

specie di gioco incantato, dove pescare colori e sapori e consistenze

dalla vita, anticipare momenti. L'idea che possa diventare una pura

operazione pianificata di rifornimento mi fa un effetto

agghiacciante."

"E M.?"

"M. è una donna con due figli da nutrire ogni giorno e una casa da

mandare avanti e molte altre cose di cui occuparsi oltre la spesa. E'

più che comprensibile che non abbia voglia di fare un viaggio

psichedelico ogni volta che entra in un supermarket."

"Però tu ci rimani male lo stesso."

"Sì. Mi rendo conto che è assurdo, ma non ci posso fare niente."

"E lei se ne accorge?"

"Non è che io mi sforzi tanto di dissimulare. Mi viene

un'espressione di ostilità concentrata, smetto di parlare, smetto di

guardarla. E naturalmente finiamo per litigare in modo selvaggio,

ogni volta."

"Cosa vi dite?"
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"Io le dico che preferisco morire di fame, piuttosto che diventare

uno schiavo della società dei consumi con lo sguardo neutro e il

carrello pieno di spazzatura. Che preferisco mangiare dei vecchi

cracker o un avanzo di formaggio o niente del tutto, piuttosto. Che

preferisco dimenticarmi di avere fame."

"E lei?"

"Lei dice che sono infantile e ridicolo e viziato e che mi piace

perdere tempo in scemenze. E da lì sconfina in un territorio di

accuse più gravi, dove dice che sono egoista e assente e incurante e

non voglio assumermi nessuna responsabilità seria eccetera."

"E tu?"

"Io estendo ancora più il raggio, fino a renderla responsabile di

tutte le confezioni sugli scaffali e di tutte le brutte persone con i

carrelli e dello sguardo ottuso del cassiere e del degrado del

parcheggio appena fuori e del cemento e degli spigoli e della strada

subito oltre e delle macchine e dei camion e perfino del caldo e

della qualità della luce e del fatto di essere lì invece che da

qualunque altra parte del mondo."

"Ma perché?"

"E' che non sopporto l'idea che esistano delle cose da fare e

basta, senza margini per esserne sorpresi o divertiti, o per non

farle del tutto."

"Però esageri, scusa. M. ha ragione a esasperarsi."

"Parli tu, che passi le giornate a fare la spesa e in altre attività

organizzative, no?"
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"Ma io ho sedici anni."

"E allora? Pensi che sia giusto che qualcun altro lo faccia per te?"

"Stavamo parlando di te e M., cosa c'entro io?"

"C'entri. Comunque credo che la mia sia una posizione legittima,

visto che non ho mai preteso che nessun altro si accolli dei doveri

al posto mio. Visto che sono disposto a rinunciare a quasi tutto, pur

di non avere doveri."

"Sul serio litigate su queste cose ogni volta che fate la spesa

insieme?"

"Quasi ogni volta."

"Non potreste fare dei turni? Andarci una volta tu e una volta lei,

al supermarket?"

"Forse. Ma ho paura che i problemi che ci sono sotto resterebbero.

Ho paura che troveremmo altri pretesti o altri simboli su cui

scontrarci."

Lei lo fissa con la testa inclinata, come se volesse offrirgli un

consiglio o un'opinione, poi invece guarda fuori. Un cartello dice

"La Maison Blanche, cucina casalinga, escursioni a cavallo".

Quando hanno finito di mangiare

sotto il sole tiepido

Quando hanno finito di mangiare sotto il sole tiepido, lui indica

alla signora grassa della locanda i piccoli cavalli grigi nel prato

di fianco, chiede se si può fare un giro. La signora grassa allarga

le braccia, dice "Non è ancora stagione, non sono pronti". Così lui
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paga e si alzano e salutano, camminano lenti verso la macchina sulla

ghiaia chiara.

Poi vanno con i finestrini tirati giù, senza fretta né una

direzione precisa. La strada procede a curve tra i prati bassi e le

canne d'acqua, il motore gira al minimo. A un certo punto gli sembra

di vedere un castoro che nuota in un fosso, ma quando torna a marcia

indietro non c'è più.

Lei dice "Davvero un castoro?".

"Forse era una nutria. O un topo gigante."

Adesso che hanno mangiato gli sembra di avere un'autonomia totale

rispetto allo spazio e al tempo. Non c'è nessun'altra macchina in

giro e l'aria che entra dai finestrini ha la stessa temperatura della

loro pelle; attraversano la distanza senza il minimo sforzo

apparente. Lui tiene il volante con due dita, pensa che una delle

cose che gli vengono meglio è assorbire sensazioni dal mondo a fianco

di una persona a cui vuole bene. Pensa che è questo a cui aspira,

alla fine: un nucleo affettivo autosufficiente con molti percorsi

liberi intorno e zero contatti con il mondo delle continue richieste

meccaniche. Pensa anche a quanto è complicato arrivare a una

situazione tanto semplice; a quanti frammenti bisogna prima mettere

insieme uno dopo l'altro, a meno di non avere proprio niente da

mettere insieme. Due persone ultracivilizzate sedute in un

semifuoristrada giapponese che seguono un percorso casuale in un

parco naturale fuori stagione durante una vacanza, oppure due

selvaggi che camminano a piedi nudi nell'unico territorio familiare


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che hanno. Tutto quello che c'è di mezzo gli sembra un traffico

intollerabile di ingranaggi che triturano attenzione e sentimenti ed

energia mentre trascinano le persone verso obbiettivi irrilevanti e

poi ancora oltre. Eppure è verso quel traffico che tutto tende a

convogliarli, subito fuori dal privilegio sensoriale attraverso cui

stanno fluttuando senza sforzo apparente. Guarda il profilo di sua

figlia che sembra altrettanto assorta, guarda la strada davanti e le

paludi ai lati, e anche se cerca di non pensarci un senso di

provvisorietà gli punge il cuore a intermittenza.

Dice "Ti stufi?".

"No." Scuote appena la testa. "Perché?"

"Così. E' che non si sa mai bene, con te. E' difficile esserne

sicuri."

"Non è vero."

"Non preferiresti mille volte essere con i tuoi amici in città,

invece che qui?"

"No. Ti avevo detto che ci tenevo, a fare questo viaggio."

"Meno male. Anch'io."

Hanno un retroterra di cose fatte insieme, anche: altri viaggi e

periodi passati da soli, libri letti, cibi cucinati, film visti,

storie raccontate. E' da lì che viene il linguaggio non parlato che

gli permette di oltrepassare con facilità la non-comprensione di un

momento. Sono simili: più di quanto sarebbe scontato, e forse più di

quanto pensino loro stessi quando ci pensano. Le loro somiglianze

maggiori vengono fuori in momenti come questo, o quando camminano

attraverso un bosco come due bambini della stessa età che registrano
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le stesse cose nello stesso modo lungo il percorso. Non è un genere

di responsabilità che gli pesa, quella che ha con lei: gli sembra

solo di dover ricalibrare la sua posizione di tanto in tanto, trovare

un punto di equilibrio tra l'essere un complice incosciente e un

padre noioso. Gli viene in mente una volta molti anni prima quando

lei si era messa a piangere per una piccola cosa stupida e lui le

aveva detto "Non essere così infantile, per piacere!" e lei aveva

smesso di piangere e lo aveva guardato improvvisamente perplessa e

aveva detto "Ma papà, ho quattro anni".

Lei dice "A cosa stai pensando?".

"A niente."

Scivolano nel paesaggio senza parlare; si sente quasi solo il

rotolare delle ruote sull'asfalto.

Lui dice "Non hai ancora idea di cosa vorresti fare, dopo la

scuola?".

"No." Scuote la testa, guarda fuori.

"Più che altro sai cosa non vuoi fare, no?"

"Sì."

"E non puoi partire da lì per arrivare a capire cosa vorresti fare?"

"Non so."

"La cardiologa?"

"No."

"La veterinaria?"

"No."

"L'architetta?"
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"No."

"La ricercatrice?"

"No."

"La politica?"

"No."

"L'insegnante?"

"No."

"La musicista?"

"No."

"L'impiegata?"

"No."

"Almeno sai se vorresti un'attività creativa o no?"

"Creativa."

"Indipendente o dentro un'organizzazione di qualche genere?"

"Indipendente."

"Da sola?"

"No."

"Con altri?"

"Sì."

"Quindi non del tutto indipendente?"

"No."

"Non come la mia, per esempio?"

"No. Non credo."

"E c'è qualcosa che ti sembra di saper fare particolarmente bene?"

"Vuoi dire un dono?"

"O almeno una capacità speciale."


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Gli sembra che sia piena di capacità speciali, e di doni; si chiede

se la sua è solo una prospettiva di padre, distorta dall'affetto e

dalla somiglianza.

"Non lo so."

"Va be', prima o poi lo saprai."

"Dici?"

"Prima o poi. Dopo un po' di tentativi e di esperimenti."

"Tu quando l'hai saputo?"

"Non me lo ricordo. Ma mi ricordo molto bene la fase del cosa non

volevo fare. Avevo in testa una serie di immagini da cui tenermi

lontano. Luoghi e attività e persone, no?"

"Da dove ti venivano?"

"Bastava guardarmi intorno, avevo una quantità incredibile di

modelli negativi sotto gli occhi. Mi bastava guardare i miei

professori e i miei compagni e i genitori dei miei compagni e la

gente per la strada e sui tram e nelle macchine. Sapevo che non

volevo essere come loro, a nessun costo."

"Come volevi essere, invece?"

"Non-normale e non-ordinario, non-ragionevole, non-realista. Non.

Questa era la cosa fondamentale. Avrei fatto qualunque cosa, pur di

affermare quel non e rinforzarlo."

"Vale a dire?"

"Non volevo dei capelli normali e non volevo un lavoro normale, non

volevo una casa normale, non volevo una famiglia normale. Non volevo

neanche delle scarpe normali."


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"Che scarpe ti mettevi?"

"Degli stivaletti, e già mi sembrava un'affermazione abbastanza

forte del mio modo di essere. Come i tuoi pantaloni a campana senza

orlo che strusciano per terra, più o meno. Come il collare da cane a

maglie di ferro che si mette il tuo Luca."

"Non è un collare da cane."

"Va be', quello che conta è l'idea. Di essere nell'irregolarità e

nell'avventura. Essere l'eroe di un fumetto mentale che ti fai da

solo, no? E sono immagini senza quasi nessuna base concreta o

verificabile, però vivi di quello."

"Tu che immagini ti facevi?"

"Il pirata e l'avventuriero, l'artista. L'eroe romantico, il genio

incompreso, il guerrigliero, il chitarrista rock."

"E hai provato a diventare una di queste cose?"

"Il fatto è che non sapevo cosa volesse dire, diventare. Non avevo

la minima idea della distanza tra immaginare qualcosa e farlo, né dei

modi per attraversare la distanza."

"E allora?"

"Mi immaginavo e immaginavo le cose, tutto il tempo. Me le guardavo

girare davanti agli occhi, sempre più ricche di dettagli e sempre

meno raggiungibili. Vivevo su un piano parallelo, con contatti

estremamente deboli con il mondo vero."

"Avevi tanti amici, da ragazzo?"

"Molti meno di te. Di solito ne avevo uno, tranne in rari periodi."

"Come mai?"

"Perché avevo un'idea totalmente non-realistica anche


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dell'amicizia."

"Tipo?"

"Un'idea che mi ero fatta sui libri."

"Quali libri?"

"Non so, I tre moschettieri di Dumas. Sai "uno per tutti, tutti per

uno"? Lealtà e complicità e solidarietà senza limiti, di fronte a

qualunque ostacolo o nemico? Essere disposti anche a uccidere o farsi

uccidere uno per l'altro?"

"E invece i tuoi amici reali?"

"Erano molto meno leggendari. Avevano altri ordini di lealtà."

"Vale a dire?"

"Scale di valori automatiche, dove prima dell'amicizia veniva la

sudditanza a genitori e insegnanti e autorità, doveri di ruolo,

consapevolezza di limiti, calcoli di probabilità. Si impaurivano o si

distraevano o si annoiavano, o avevano difetti intollerabili di gusto

o di carattere, avevano altri amici con cui io non avevo niente a che

fare."

"Sempre?"

"Quasi sempre. Sono rimasto terribilmente deluso dagli amici che

trovavo, da bambino e da ragazzo. Era una cosa che mi precipitava

ancora più nell'estraneità e nell'isolamento."

"Davvero?"

"Però senza l'estraneità e l'isolamento è probabile che non sarei

mai arrivato a fare il mio lavoro. Magari sarei finito in un'attività

gregaria frustrante e insignificante, avrei consumato lì le mie


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risorse."

"Sì?"

"E' possibile."

"Sei arrivato al tuo lavoro perché ti sentivi estraneo e isolato?"

"E' stata una condizione determinante. Sai come una strada che

porta in una direzione, e o stai fermo per sempre o la segui fino in

fondo?"

"Sì."

"Del resto anche adesso tutto quello che riesco a fare da solo è il

mio lavoro, o starmene in campagna come un eremita, o viaggiare come

un pazzo senza fermarmi mai. Per tutto il resto ho bisogno degli

altri."

"In che senso?"

"Nel senso che quando sono con altri mi scopro un numero di

attitudini che non so neanche di avere. E' sorprendente, ogni volta.

Mi vengono idee non premeditate una dietro l'altra, gesti di coraggio

o di provocazione, pensieri interessanti, improvvisazioni che fanno

ridere. Divento comunicativo, divento pratico, perfino. Però ho

bisogno sai della rassicurazione di una piccola banda? Anche fatta

solo di due persone."

"Sì."

"Era questo che mi piaceva nell'idea di un gruppo rock. Pochi amici

che si muovono attraverso il mondo del non-scelto e del non-voluto

con la forza di non essere soli."

"E li hai trovati, quando sei diventato più grande?"

"Sì, anche se non erano proprio come me li ero immaginati."


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"Perché?"

"Perché ho scoperto che è molto difficile sognarsi una cosa e

trovarla bella e pronta che ti aspetta, esattamente come la volevi.

Di solito è diversa, almeno in apparenza. Anche parecchio diversa. E

ho scoperto un altro punto essenziale, anche se non è una gran

scoperta."

"Quale?"

"Che un'amicizia va alimentata. Hai bisogno di lavorarci. Hai

bisogno di capirla e indirizzarla, infonderci il tuo spirito e

attivare le tue capacità di ricezione, darle continue ragioni per non

prendere una strada sbagliata o dissolversi per esaurimento di

energia. Non puoi smettere mai."

"Già."

"Sono cose che tu sai benissimo, per fortuna. Alimenti le tue

amicizie molto più di come facevo io con le mie alla tua età."

"Come fai a saperlo?"

"Ho visto come sei con i tuoi amici, da quando avevi tre anni o

quattro."

Lei ride, guarda fuori; lo guarda. Dice "Tu com'eri, a tre anni o

quattro?".

"Una vera carogna" dice lui.

Lasciano il semifuoristrada

vicino a tre colline di sale


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Lasciano il semifuoristrada vicino a tre colline di sale che

brillano nella luce adesso più forte. Salgono a un belvedere di terra

battuta, con una staccionata circolare di legno. Dal mare viene una

traccia di vento sottile, porta odore di salso e fango ed erbe in

lenta fermentazione. Guardano intorno con occhi socchiusi: le colline

di sale e i prati secchi e le acque ferme tutto intorno, gli uccelli

che volano lenti. Lui corre intorno, con le braccia aperte come se

volasse. Ridono tutti e due. Dal cielo si sente il grido di un

gabbiano. In basso, a forse duecento metri da loro, una coppia

solitaria di turisti con macchina fotografica e un cane labrador sta

tornando verso un'automobile rossa parcheggiata a lato della strada.

"Guarda" dice lei.

"E' solo un cane."

"Pensa se ne avessimo uno anche noi, adesso."

"Saremmo rovinati."

"Saremmo felici."

"Non ricominciare, per piacere."

La prende per una mano e la fa vorticare sulla terra battuta del

belvedere, sempre più veloce. Lei grida "Smettila!" ma ride. Il vento

sale e si ferma, tutto gira. Loro barcollano e ansimano e ridono, si

appoggiano alla staccionata di legno. Lei guarda verso la strada: la

coppia con il cane non c'è più, l'automobile rossa è sparita.

Dopo un po' lui dice "Non è un problema unicamente mio".

"Quale?"

"Non riuscire a fare molto da solo. E' che gli esseri umani non
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riescono a fare molto, da soli. Regrediscono verso il nulla con una

rapidità sorprendente, se non hanno una varietà di influenze e

sollecitazioni dai loro simili."

"Verso il nulla in che senso?"

"Verso il nulla. Non verso uno stato primitivo. Basta una sola

generazione, e tornano allo zero assoluto."

"Tipo?"

"Tipo, un essere umano da solo non impara nemmeno a stare dritto in

piedi. Ci sono voluti centinaia di millenni di evoluzione per

arrivarci, e si cancella tutto nel giro di una generazione."

"Come fai a saperlo?"

"Ci sono stati vari casi di bambini abbandonati appena nati nelle

foreste, per esempio. Di uno si era occupato Rousseau, il filosofo.

Nel Settecento."

"Lo so."

"Sì? Del ragazzo-lupo?"

"No, chi era Rousseau."

"Ah. Be', avevano trovato un ragazzo che era stato abbandonato

appena nato in una foresta e adottato da un branco di lupi. Era

sopravvissuto e cresciuto, ma non sapeva stare in piedi e non sapeva

parlare."

"Per niente?"

"Per niente. Camminava a quattro zampe e gli unici suoni che

emetteva erano guaiti e ringhi e mugolii. Non sapeva usare le mani.

Non sapeva sorridere, né aveva espressioni facciali di alcun genere."


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"Forse era ritardato."

"No. Semplicemente non aveva avuto nessun influsso da parte di

altri esseri umani. Il che, con grande sconcerto di chi lo studiava,

dimostrava che niente della nostra fantastica evoluzione è acquisito

in modo permanente. Camminare eretti e usare degli utensili e avere

un linguaggio e una struttura mentale e sociale complessi eccetera.

Sembrano tutte parti essenziali di quello che siamo, no? Invece basta

una generazione senza influssi, e riusciamo solo a produrre guaiti e

ringhi e mugolii."

"Però se uno cresce solo con dei lupi è normale che abbia dei

problemi."

"Ma se invece prendi un lupo e lo fai crescere solo con degli

uomini, sviluppa lo stesso quasi tutti i suoi comportamenti da lupo."

"Diventa un lupo disadattato, comunque."

"Sì, ma non un lupo che non sa camminare sulle quattro zampe né

ululare né arricciare il pelo. Sono cose che ha dentro di sé, come un

bagaglio inseparabile. Oppure prendi un cervo, una pecora, un'anitra,

un pesce, una rana. Prendi l'animale che vuoi e fallo crescere senza

che veda mai un suo simile. Magari avrà dei disturbi di

comportamento, ma non è che non riesca più a camminare o belare o

volare o nuotare o saltare. Quello che la sua specie ha acquisito con

l'evoluzione gli rimane."

"E a noi non rimane niente?"

"No. Non occorre neanche che veniamo abbandonati appena nati in una

foresta. Basta che il nostro stato di normalità artificiale si

interrompa per un po'."


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"Cosa vuoi dire, artificiale?"

"Il mondo che abbiamo costruito. Basta niente, e regrediamo a uno

stato di incredibile incapacità e ferocia. Siamo così orgogliosi o

così annoiati di tutto quello che abbiamo, la luce elettrica e i

giornali e la religione e la musica e i libri e i supermercati e le

scuole e i mobili e le radio e le gallerie d'arte e i detersivi e i

weekend e le serate al cinema. Poi basta una interruzione nel flusso

dell'energia o dei rifornimenti o dell'informazione, e diventiamo

degli esseri barbarici totalmente insensibili, che bruciano e

stuprano e rubano e massacrano e cavano gli occhi e tagliano le

lingue. Basta niente."

"Per esempio?"

"Prendi la storia in qualunque punto. In qualsiasi epoca o luogo,

con qualsiasi pretesto di partenza. Con il mio lavoro ci vivo tutto

il tempo."

"Come nel Medioevo?"

"Ci sono continui medioevi, continui. Dove i campi e i libri e le

statue e le fognature e gli acquedotti vengono distrutti e i

linguaggi si deteriorano e le sfumature si dissolvono e i

comportamenti precipitano all'indietro verso il buio e il freddo e lo

sporco e le macerie e la paura e la precarietà assoluta."

"Ma perché succede?"

"Perché la nostra evoluzione è incompleta, e reversibile in

qualsiasi momento. Perché sotto tutta la complessità apparente,

abbiamo ancora gli stessi identici impulsi elementari di quando


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vivevamo nelle caverne."

"Perché dici abbiamo?"

"Perché qualunque essere umano ce li ha. Anch'io. Non ne parlo da

chissà quale prospettiva distaccata. Ce li avevo già a tre o quattro

anni, quando ero un bambino pieno di aggressività verso chiunque

percepissi come un possibile invasore di territori o rivale in

affetti o competitore per le risorse disponibili."

"Dài."

"Facciamo finta di essere definitivamente e irreversibilmente

evoluti, e non è affatto così. Per questo abbiamo bisogno di leggi

scritte e tribunali e prigioni. Sembrano cose totalmente

anacronistiche, viste da una prospettiva evoluta, no? Invece non ne

possiamo fare a meno, perché c'è un contrasto continuo tra le nostre

aspirazioni dello spirito e i nostri meccanismi legati alla

sopravvivenza."

"Ma è una cosa orrenda."

"Sì. Ed è anche peggio, perché non è solo un contrasto."

"Cos'è?"

"E' che i criteri dell'evoluzione della specie e quelli

dell'evoluzione dello spirito non sono affatto in accordo."

"In che senso?"

"Nel senso che l'evoluzione della specie si basa sulla selezione, e

la selezione si basa su principi che sono inaccettabili per la parte

più alta del nostro cervello."

"Vale a dire la prevalenza del più forte?"

"Dell'aggressivo sul mite, dell'astuto sull'ingenuo, del rapido sul


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riflessivo, del pratico sul contemplativo. Il che da un punto di

vista animale è perfettamente logico, ma da uno spirituale è

abominevole."

"Però l'intelligenza non dovrebbe essere un vantaggio evolutivo

quanto la forza fisica?"

"Sì, ma l'intelligenza nell'evoluzione non è quella che piace a

noi. E' velocità di calcolo, furbizia, opportunismo, capacità di

elaborare strategie efficaci. L'intelligenza morbida e sognante,

fatta di percezioni profonde e generosità creativa e immaginazioni

giocose, non è un vantaggio per la sopravvivenza. E' un handicap."

"Quindi tutte le persone con queste caratteristiche sono state

spazzate via sistematicamente, nel corso della storia?"

"C'è da immaginarselo. A meno che non abbiano trovato un modo di

tenersi lontani dai conflitti. Il che di solito non è nella loro

natura."

"Però siamo riusciti lo stesso ad avere un'evoluzione spirituale,

no? Rispetto a quando vivevamo nelle caverne."

"Siamo andati avanti e siamo tornati indietro, di continuo. Se solo

pensi a cosa è successo nella storia. E se provi a immaginarti cosa

dev'essere successo fuori dalla storia. I milioni e milioni di

sopraffazioni e ingiustizie e delitti morali e spirituali non

registrati da nessuno, o cancellati per sempre da chi li aveva

commessi."

"E oggi?"

"Basta che tu dia un'occhiata ai giornali. Le qualità che


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prevalgono sono ancora l'astuzia e l'aggressività e la velocità di

calcolo. E' ancora il regno degli inseguitori e degli agguantatori."

"E non può cambiare?"

"Forse. Dipende anche da cosa succederà nel rapporto tra gli uomini

e le donne."

"Perché?"

"Perché è probabile che la spinta all'evoluzione spirituale che è

peculiare della nostra specie sia nelle donne. Sono loro che cercano

di trascinarla verso i territori del non-conflitto e del non-attrito

e dell'armonia e dell'equilibrio. Gli uomini sono la forma

primordiale, che aggredisce con le unghie e con i denti e con i

muscoli e con le clave."

"Ma gli uomini hanno anche costruito e inventato e scoperto e

scritto e dipinto quasi tutto quello che c'è."

"L'hanno anche distrutto e rubato e cancellato e strappato e

seppellito, con altrettanta intensità."

"Perché?"

"Perché gli uomini sono prigionieri di un'ossessione meccanica

inarrestabile. Costruire e rompere, mettere insieme e disfare,

coltivare e devastare, aprire e chiudere, riempire e svuotare,

irrigare e bruciare. Come dei bambini miopi e prepotenti con i loro

piccoli secchielli e palette di plastica su una spiaggia."

"Dài."

"Ma è così. Anche nella nostra vita apparentemente lontanissima

dalle origini, quasi tutte le attività maschili si basano su impulsi

di conquista e prevaricazione."
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"Tipo?"

"La politica, la finanza, lo sport, il sesso, quello che vuoi. Sono

tutti esercizi parzialmente stilizzati o parzialmente sublimati di

conquista e prevaricazione. Sono tutti inseguimenti e scavalcamenti e

sfide e minacce e fughe indotte e trionfi celebrati, denti scoperti e

pugni battuti sul petto."

"E le donne?"

"Le donne hanno molto meno bisogno di investire tutte le loro

energie in una lotta continua, contro i loro simili e contro gli

altri animali e contro le cose."

"Perché?"

"Perché hanno molto meno bisogno di accumulare prove del fatto che

esistono."

"Perché?"

"Perché sanno di esistere, credo. Lo sentono. E generano esistenza.

Lasciano meno segni perché sono meno interessate a lasciare segni."

"Però ci sono anche donne che vogliono lasciare segni come gli

uomini, no?"

"Sì. Ci riescono bene, anche, perché sono estremamente adattabili.

Devono fare uno sforzo iniziale contro la loro natura, ma poi ci

riescono bene. E qualunque loro influsso spinge la società degli

uomini in una direzione migliore."

"In che senso?"

"Nel senso di più morbida e flessibile e aperta. Il guaio è che così

diventa anche più vulnerabile."


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"In che senso?"

"Nel senso che man mano che una società si evolve in una direzione

non rozza e non aggressiva e non mascolina diventa una possibile

preda per una società rozza e aggressiva e mascolina che le può

arrivare addosso e farla a pezzi. Anche di questo ci sono infiniti

esempi nella storia."

"Tipo?"

"Tipo, prendi i Minoici che vivevano a Creta. Non avevano neanche

mura o fortezze, erano una società evoluta con una forte componente

femminile. Avevano un senso estetico complesso, amavano

l'architettura e la pittura e la musica, i giardini, gli abiti, le

danze. Poi sono arrivati dal mare gli Ioni che invece erano rozzi e

aggressivi e mascolini, e hanno distrutto la civiltà minoica. Ma puoi

scegliere qualunque altro punto della storia, se vuoi esempi."

"Tipo?"

"Prendi Antonio e Cleopatra."

"Cos'hanno fatto?"

"Antonio era un condottiero romano perfettamente efficace. Sai

l'animo di soldato stolido e concreto? Poi è andato in Egitto e ha

conosciuto Cleopatra."

"L'abbiamo studiato."

"Ma la storia che vi insegnano a scuola è un tale veicolo di luoghi

comuni e ignoranze e distrazioni e distorsioni e imbrogli."

"Lo so. E Cleopatra, allora?"

"Cleopatra era una donna incredibilmente colta e intelligente e

dotata in molti campi. Ha fatto scoprire ad Antonio una dimensione


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della vita che neanche si immaginava. L'Oriente, la musica, l'arte,

l'astronomia e l'astrologia, la biblioteca di Alessandria. Antonio ha

cominciato a leggere e a studiare le stelle e a comporre poesie e a

suonare l'oud e a fumare hashish, è cambiato. E' diventato uno

spirito illuminato, poco alla volta. E a quel punto è arrivato

Ottaviano con il suo esercito romano perfettamente privo di luce e di

femminilità, e ha distrutto l'esercito di Antonio e Cleopatra in due

minuti."

"E Cleopatra si è fatta mordere dall'aspide velenoso?"

"Sì. Poi Ottaviano è diventato Augusto, e ha portato l'impero

romano al massimo dell'espansione e della stabilità, e ha dettato dal

suo punto di vista la storia che vi insegnano a scuola adesso."

"Altri esempi?"

"Ce n'è milioni. Prendi gli abitanti originari della Nuova Zelanda.

Erano così poco interessati ad aggredire o competere con chiunque,

che quando sono arrivati i Maori li hanno massacrati o fatti schiavi

in un istante. Ce n'è milioni, di esempi, se li vuoi cercare."

"Secondo te come sarebbe il mondo, se ci fossero state solo le

donne?"

"E avessero avuto lo stesso il modo di riprodursi?"

"Certo."

"Il che adesso è possibile, tra l'altro."

"Sì?"

"Basterebbe una buona scorta di seme congelato, potreste fare a

meno degli uomini per sempre. E forse non serve nemmeno più quello."
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"Che triste!"

"Sì, però sono poco tristi i mondi di soli uomini? Dove le donne

sono schiavizzate e tenute nascoste e per le strade e nei luoghi

pubblici e dappertutto vedi solo maschi?"

"Tipo?"

"Tipo l'Afghanistan dei talebani bastardi o qualche altro cavolo di

paese fanatico e integralista? Sarebbe bene che anche lì lo

sapessero, con tutte le loro barbe e le loro voci gutturali e le loro

manifestazioni grottesche di mascolinità, che gli uomini non sono più

così indispensabili per la continuazione della specie."

"E qui?"

"Qui sarebbe bene che lo sapessero i pubblicitari e i preti e i

direttori e capiredattori delle riviste e i responsabili delle

televisioni e i produttori e registi di film e tutti quelli che

continuano a comportarsi da magnaccia e da prevaricatori e da

compratori e venditori e addestratori e sbavatori e deformatori di

donne."

"E allora come sarebbe il mondo se ci fossero state solo le donne,

secondo te?"

"Credo non molto diverso da com'era agli inizi. Con qualche piccolo

intervento di adattamento, ma non molto."

"E se ci fossero stati solo gli uomini, e avessero avuto un modo di

riprodursi senza le donne?"

"Si sarebbero sterminati fino all'estinzione da chissà quanto."

"Sì?"

"Da subito, proprio."


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Scendono dal belvedere, camminano verso le colline di sale, oltre

un cartello che dice "Vietato passare". C'è il binario di un piccolo

treno che serve o serviva chissà quando a trasportare il sale verso

un punto di carico.

Lui dice "Ma certo che sarebbe triste da morire, un mondo di soli

uomini o sole donne".

Lei sorride.

Si avvicinano a una delle colline di sale e tutti e due ne prendono

una manciata, annusano con gesti quasi speculari. E' un odore più

complesso di quello di una semplice manciata di sale: echi di

elementi minerali e vegetali e animali, una memoria olfattiva di vita

delle origini. Lo lasciano scivolare tra le dita come polvere di

impressioni, restano fermi qualche secondo e poi senza dire niente

tornano verso la macchina.

Arrivano a un incrocio

e lui gira a sinistra

Arrivano a un incrocio e lui gira a sinistra, per la strada che

corre dritta in direzione del mare.

Lei dice "Però siamo anche diversi da come eravamo agli inizi,

no?".

"Quali inizi?"

"Gli inizi della nostra specie."

"Ah sì. Molto. E non solo perché abbiamo perso i peli e ci si è


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alzata la fronte e ridotta la mandibola. Il nostro cervello è

triplicato di dimensioni, rispetto a quello degli australopitechi."

"Triplicato?"

"Avevano un cervello di quattrocento centimetri cubici. E il bello è

che riuscivano a sopravvivere benissimo. Riuscivano a fare tutte le

cose che fanno gli animali delle altre specie, non ci mancava niente.

Ma poi il nostro cervello ha cominciato a crescere."

"Ed è andato avanti e avanti?"

"Sì. Fino ai milleduecento centimetri cubici che abbiamo adesso in

media. Il che vuol dire in certi casi molto di più. Il cervello di

Byron per esempio era quasi il doppio. Pesava due chili e

duecentotrenta grammi."

"Lo hanno pesato?"

"Sì. Facevano di queste cose. Metà per feticismo romantico e metà

per curiosità scientifica."

"Dài."

"Il nostro cervello è il risultato più incredibile e

contraddittorio della nostra evoluzione."

"Perché?"

"Perché non ci era affatto indispensabile per sopravvivere, e perché

ci ha dato delle capacità di intuizione ed elaborazione che non

sappiamo neanche adesso come usare."

"In cosa è contraddittorio?"

"Nel fatto che la sua parte più antica e quella più recente non si

sono fuse in un insieme armonico. Hanno continuato a coesistere. Il

cervello rettiliano che governa le reazioni primordiali, e i lobi


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frontali ipersviluppati che rendono possibili i pensieri astratti. E'

come avere una tigre nel baule di un'automobile molto sofisticata, più

o meno."

"E come mai?"

"E' una buona domanda. Non lo so."

Lei guarda fuori, non ha un'espressione decifrabile.

Lui dice "Ti sembra strano che mi occupi di queste cose? Ti sembra

l'atteggiamento maniacale di uno che si sposta tra molti passati e

non è quasi mai nel presente?".

"Nel senso che se facessi un altro lavoro ci saresti di più?"

"Perché, ci sono troppo poco?"

"Sei tu che lo dici."

"Me lo dicono."

"Chi?"

"M., per esempio. E credo che almeno in parte abbia ragione. Perché

è vero che il mio lavoro è una buona scusa per non occuparmi delle

cose di ogni giorno. Come se me ne andassi in qualche genere di zona

extraterritoriale, no? Tutto il resto si sfuma. La vita pratica, gli

impegni da assumere e sostenere su una base quotidiana eccetera."

"Non riesci a sostenerli?"

"Tu cosa dici?"

"Non lo so."

"Con te, per esempio? Ci sono riuscito?"

"Sì."

"Sei sicura? Ti ho dato abbastanza tempo e abbastanza attenzione e


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abbastanza affetto e abbastanza informazioni e abbastanza

rassicurazioni?"

"Sì. Non lo sai anche tu, scusa?"

"Io so solo che ci ho provato. Non so se ci sono riuscito. Non so

di quanto avevi bisogno. Magari avevi bisogno di molto di più."

"Ma no."

"Comunque se ci sono riuscito è solo perché ti ho sempre vista come

un impegno straordinario nella mia vita. Credo che sia l'unico genere

di impegno che riesco ad assumere."

"Cosa intendi per straordinario?"

"Non ordinario. Non scontato e non normale. Di nuovo non, lo vedi?

Appena un impegno mi appare in una luce ordinaria, scappo nella mia

zona extraterritoriale."

"Perché?"

"Perché sono fatto così."

Stanno zitti, guardano fuori. Lui si chiede se sarebbe un padre e

una persona migliore, con un lavoro che lo tenesse agganciato al qui

e all'adesso. Gli passano attraverso il cervello alcune immagini

collegate a quest'idea: lui che fabbrica un mobile di legno in un

laboratorio domestico; lui che zappa in un orto; lui che imbottiglia

vino da una damigiana; lui con un cane. Pensa ai rapporti diversi che

potrebbe avere con la vita e con lei se fosse così: ai diversi gradi

di sicurezza che sarebbe in grado di dare e ricevere. Pensa che gli

piacerebbe avere i piedi ben piantati per terra, invece che sospesi

per aria come dice M.; parlare solo a gesti concreti e tangibili.

Eppure è quasi sicuro che non sarebbe più quello che è, se per caso o
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per miracolo riuscisse a cambiare; che il suo modo di essere è un

dato di fatto quanto l'evoluzione non spiegata e in fondo non

necessaria del cervello umano.

Lei dice "Quand'è che sei uscito dalla fase di quello che non

volevi e sei entrato nella fase di quello che volevi?".

"Mai, credo."

"Come, mai? Non avevi detto che era stata una fase?"

"Sì, ma se devo essere totalmente sincero non mi sembra di essere

mai uscito o entrato in nessuna fase. Credo di aver continuato a

scivolare da un'immaginazione non-realistica all'altra, finché una

delle mie immaginazioni non-realistiche per un curioso insieme di

circostanze si è realizzata."

"Vuoi dire il tuo lavoro?"

"Sì. Allora non pensavo che fosse più praticabile di una qualsiasi

delle tante idee che avevo in testa."

"Quando eri a scuola non ci avevi pensato?"

"A scuola all'inizio detestavo la storia. Mi sembrava solo un

elenco di date e nomi e fatti ultraschematizzati da mandare a

memoria."

"Lo è anche adesso."

"Lo so. Tipo "Nel 394 d.C. l'imperatore Teodosio, lasciata

Costantinopoli, marcia contro Eugenio sconfiggendolo presso

Aquileia", no? Magari con una cartina storico-geografica in un

riquadro, e piccole frecce colorate dritte e curve per mostrare gli

spostamenti degli eserciti. Dove le uniche cose da ricordare sono 394


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d.C., Teodosio, Costantinopoli, Eugenio, Aquileia. Come se fosse una

formula matematica o un principio fisico, perfettamente sterilizzato

nella prospettiva chiusa della Storia."

"Anch'io la detesto, la storia. A volte mi ricordo i fatti e mi

dimentico le date, o mi ricordo le date e mi confondo sui fatti."

"Perché non ti dicono niente di cosa c'è dentro. Non ti dicono

della gente ammazzata e delle case bruciate, degli oggetti distrutti

e dei raccolti devastati. O della sensazione di camminare in un bosco

nel 394, o del sapore di una zuppa di allora, della consistenza dei

vestiti, del fondo di una strada. Non c'è nessun colore e nessun

suono e nessun odore, in quei cavoli di libri che vi fanno studiare."

"Zero."

"Il massimo che potete fare è ripetere i nomi e le date per qualche

giorno, come pappagalli ammaestrati finché non vi interrogano. Dopo

di che cancellate tutto."

"E tu come hai fatto a scoprire che invece la storia ti

interessava?"

"Ho scoperto che riuscivo a entrarci. Che riuscivo a sentire il

caldo e il freddo e il peso delle armature e l'andatura dei cavalli.

Riuscivo a sentire le voci e i sapori, la consistenza delle stoffe,

la fatica della distanza. Tutto."

"Come facevi?"

"Mi veniva."

"Ma come?"

"Fin da piccolo i luoghi mi facevano un effetto strano. Come se ci

fossi stato cinquanta o cento o mille anni prima."


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"In che senso?"

"Percepivo cose che non erano lì e che non avevano lasciato tracce

evidenti, di cui non avrei dovuto sapere niente."

"Vuoi dire che avevi una specie di capacità parapsicologica?"

"Chiamala come vuoi. Quello che penso è che siamo dei ricettori, e

che con la razionalità pura non arriviamo a spiegare quasi niente."

"I tuoi cosa dicevano?"

"Mia madre ogni tanto mi vedeva assorto, diceva "Giovanni, sei in

trance?". Ma era così, più o meno."

"Ti succedeva con un periodo storico particolare?"

"No. Poteva essere il Milledue, l'Ottocento, il

Millenovecentotrenta. Andavo in un posto, e le sensazioni del suo

passato mi arrivavano addosso. In certi posti non riuscivo a starci,

tanto erano impregnati di sensazioni negative. In altri mi ci

perdevo."

"E poi?"

"Poi ho cominciato a leggere libri di storia veri. Non quelli della

scuola. Avevo fatto un patto con mia madre, mi comprava tutti quelli

che volevo leggere. Consumavo un libro dietro l'altro, un po' come

fai tu, anche se ero più lento."

"E poi?"

"Ho continuato. Mi documentavo su un periodo, leggevo e raccoglievo

tutto il materiale che c'era, visitavo i luoghi."

"Poi?"

"Poi sono andato all'università. Storia antica. Ma non era molto


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meglio che al liceo."

"Com'era?"

"Sai come camminare attraverso un paesaggio di pagine stampate a

caratteri piccoli con infiniti numeri e nomi, quando invece avresti

voglia di sporcarti i piedi e impregnarti i vestiti e stancarti i

muscoli per le strade di un villaggio vero?"

"Perché?"

"Perché gli storici sono quasi tutti imprigionati in un sistema di

codici, anche loro. In un mondo di carta e inchiostro e nomi e facce

e voci di altri storici. Sono pochi quelli che riescono a venirne

fuori. Ci riescono di più i romanzieri, o quelli del cinema. Ci

riescono di più i fumettisti, madonna."

"Allora cos'hai fatto?"

"Ho cominciato a ibridare quello che studiavo. A studiare anche

antropologia e archeologia ed etologia e tutto quello che riguarda il

comportamento umano e animale, come un vero divoratore di

informazioni. Mescolavo tutto e me lo portavo dietro nei luoghi che

mi interessavano, riuscivo a sentire e vedere e ascoltare e capire

molto di più."

"Quando ti sei messo a scriverle, queste cose?"

"Dopo un po' di anni. Dopo che me n'ero andato dall'università e

dall'Italia e avevo continuato a leggere e a studiare e a fare lavori

diversi per sopravvivere."

"E come hai cominciato?"

"Ho cominciato. Stavo con una ragazza a Londra in un seminterrato,

di mattina lavoravo in un bar e nel pomeriggio scrivevo. Quando non


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lavoravo e non scrivevo andavo allo zoo e al museo di storia naturale

e in biblioteca, prendevo appunti e facevo fotografie e poi tornavo a

scrivere. In sette o otto mesi ho finito I quattro rami, una storia

degli umani e delle altre grandi scimmie."

"L'ho letto."

"Davvero?"

"Sì."

"I quattro rami?"

"Sì."

"Quando?"

"Qualche mese fa."

"E non mi hai detto niente?"

"Volevo dirtelo, ma mi sono dimenticata."

"E l'hai trovato interessante?"

"Sì."

"Davvero?"

"Sì, molto."

"E' il mio primo libro."

"Lo so."

"Madonna, come sei diventata grande. Ogni tanto mi chiedevo quando

avresti potuto leggere le mie cose, ma mi sembrava sempre un'idea così

lontana."

"E cos'è successo quando è uscito I quattro rami?"

"Era stampato da un editore minuscolo di Birmingham, all'inizio non

se n'è accorto quasi nessuno. Poi sei o sette mesi dopo non si sa
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come ne è arrivata una copia a una rivista cattolica italiana che ci

ha scritto sopra un pezzo virulento. Questo ha attirato un po' di

attenzione sul libro, ho cominciato a ricevere qualche richiesta di

traduzione."

"E sei diventato famoso?"

"No. Ci sono voluti altre tre libri, prima di avere un vero

pubblico. C'è voluto L'anello saltato. Non dirmi che hai letto anche

quello."

"No, ma l'ho visto, nella libreria della mamma."

"Sì?"

"E gli storici cosa dicevano?"

"Gli storici e gli antropologi erano quasi tutti ostili o

perplessi, perché non rientravo strettamente in nessuno dei loro

campi ed ero fuori dai circuiti accademici e dalle basi nazionali, e

perché seguivo un metodo eccentrico."

"Cosa dicevano?"

"Hanno continuato a lungo a trattarmi come un divulgatore azzardato

che creava suggestioni facili, fino a quando qualcuno è venuto fuori

con la formula del "metodo percettivo". Così anche nel mio caso è

stata questione di trovare un nome, alla fine. Una volta trovato il

nome, le cose sono andate più o meno a posto."

"E quando hai potuto vivere del tuo lavoro?"

"Da L'anello saltato in poi, più o meno. Ma non l'ho neanche

considerato un lavoro, a lungo. Era solo una cosa che mi appassionava

e a cui non avrei mai rinunciato. Il che dimostra che non è che uno

proprio decida sempre cosa vuole fare, nella vita."


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"No?"

"Non sempre, almeno. A volte uno si trova a farla, e basta. Un

giorno si guarda intorno, e si accorge che il suo lavoro è quello.

L'importante è non limitarsi a immaginare di poter fare solo cose

realistiche, in base alle richieste del mercato o al parere degli

esperti. L'importante è non farsi imprigionare da calcoli di

probabilità."

"Già."

"Mi fa uno strano effetto pensare che hai letto I quattro rami. E

neanche me lo dicevi, bastarda."

Lei ride. Sui due lati della strada si vedono a intervalli di

qualche centinaio di metri alcune costruzioni basse e bianche con

tetti di paglia, cartelli che dicono "Albergo" e "Passeggiate a

cavallo". Sono quasi tutte chiuse, solo due o tre hanno le finestre

aperte e alcuni cavalli grigi legati in posta o in circolo attorno a

un basso muretto circolare. Le guardano mentre passano oltre.

Lui dice "Vogliamo provare qui?".

"Boh."

"Quello là?"

"Non so."

"Vediamo ancora più avanti?"

"Sì."

I loro sguardi raccolgono scie di impressioni. Seguono ancora la

strada per qualche chilometro, poi lui gira a una rotonda subito

prima del paese e torna indietro. La guarda e lei fa di sì con la


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testa: un altro caso in cui non hanno bisogno di parole per

comunicare.

Due SMS

Da: Giovanni

Ore: 17.55

Non rispondi. Arrivati Saintes Maries. Hotel di campagna deserto.

Ti piacerebbe. O forse invece lo troveresti scomodo. Un bacio. G.

Da: Giovanni

Ore: 19.30

Noi andiamo in paese a mangiare. Non capisco se hai staccato

apposta o cosa. G.

Mangiano gamberoni

che sanno di formaldeide

nell'unico ristorante aperto

Mangiano gamberoni che sanno di formaldeide nell'unico ristorante

aperto, lui beve birra e lei acqua minerale. Oltre al loro ci sono

solo due altri tavoli occupati: una famiglia con tre bambini tutta

vestita da yacht e una coppia di americani sulla sessantina molto

assorti nel vino rosso che hanno nei bicchieri. C'è un chitarrista

che suona in stile flamenco-pop su una base registrata. Si sposta


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verso i tavoli per quanto glielo consente il cavetto elettrico della

chitarra amplificata, guarda nel vuoto e segue il ritmo con movimenti

pelvici, muove le dita sulla tastiera per produrre a grande velocità

cascate di note già sentite.

Lei dice "Perché hai detto che eri una carogna, da bambino?".

"Perché lo ero."

"In che senso?"

"Avevo dei grossi problemi nei confronti del mondo."

"Vale a dire?"

"Di tutto quello che avevo intorno, più o meno."

"Perché?"

"Lo sai che quando eri piccola avevi questo stesso identico modo di

chiedermi "Perché?"? Me lo chiedevi a proposito di tutto."

"Tipo?"

"Per esempio ti dicevo "Non ti avvicinare troppo al camino", e tu

mi guardavi molto seria e dicevi "Perché?"."

"Non con quella voce orrenda."

"Non era orrenda. Dicevi "Perché?"."

"Smettila!"

"Io dicevo "Perché ti scotti", e tu dicevi di nuovo "Perché?"."

"Non avevo quella voce!"

"Io dicevo "Perché il fuoco brucia", tu dicevi "Perché?". Andavi

avanti fino a mettermi con le spalle al muro."

"E tu?"

"Ero costretto a entrare in spiegazioni troppo tecniche per la tua


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età, o restavo senza spiegazioni. Non sapevo più cosa dirti."

"Esaurivi i nomi."

"Sì."

"E cosa mi dicevi, allora?"

"Dicevo "E' così e basta!"."

"E io?"

"Tu dicevi "Perché?"."

"Smettila di farmi parlare in quel modo esasperante!"

"Ma eri esasperante. Con quello sguardo estremamente focalizzato.

"Perché?""

"Dài!"

Gli dà un colpo sulla spalla con la mano stretta a pugno. Ridono.

Lui risponde con due o tre piccoli colpi rapidi alle costole. Lei ne

blocca uno, gli stringe il polso tra le dita sottili ma forti.

Ridono. Lui si libera con uno strappo, rovescia metà bicchiere di

birra sulla tovaglia. Ridono. Un cameriere viene subito a tamponare

il bagnato e la schiuma con un tovagliolo; loro due cercano di star

seri ma ridono ancora.

Mangiano l'insalata, e non è buona neanche quella. La coppia di

americani contemplatori di vino rosso non si scambia una sola parola,

il padre della famiglia vestita da yacht continua a dare istruzioni

di vita ai figli mentre la madre fa di sì con la testa e guarda nel

vuoto.

Lei dice "Perché eri così aggressivo, da piccolo?".

"Perché?"

"Dài. Perché?"
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"Perché ero un tipo di piccolo selvaggio, pieno di ostilità

naturale."

"Ostilità verso tutti?"

"Quasi tutti."

"E perché?"

"Perché?"

"Smettila. Rispondi."

"Non lo so. Forse avevo accumulato delle forti ragioni di

risentimento in qualche vita precedente, o forse erano solo

meccanismi di difesa."

"Da cosa?"

"Dallo scenario nel suo insieme. Non sembrava fatto per suscitare

in nessuno sentimenti molto positivi. L'appartamento dove vivevamo e

la città e il paese intero per come potevo percepirlo. Era tutto così

spaventosamente monocromo, grigio su grigio e sgradevole su

sgradevole. Aria sgradevole e temperature sgradevoli e materiali

sgradevoli e attività sgradevoli e rapporti sgradevoli e ruoli

sgradevoli e suoni sgradevoli, facce sgradevoli, vestiti sgradevoli,

canzoni sgradevoli alla radio dei vicini di casa. Da mettersi a

urlare e mettersi a correre, mordere qualunque mano cercasse di

fermarti."

"Ma non dicevi che uno si adatta in modo quasi automatico ai

difetti del luogo dove nasce?"

"Non nel mio caso. Il che dimostra che qualunque teoria tu riesca a

costruire, c'è sempre un caso che te la smonta, e spesso ce l'hai


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proprio sotto gli occhi."

"Come la tiravi fuori, la tua ostilità?"

"Moralmente e fisicamente."

"Tipo?"

"Tipo, rispondevo in modo orrendo agli amici dei miei che mi

parlavano in bambinese per gentilezza. Bruciavo e danneggiavo oggetti

in casa d'altri. Prendevo a botte bambini con cui avrei dovuto

giocare, li spingevo giù dalle scale."

"Quando?"

"Tra i tre e i cinque anni, credo. Prima della scuola."

"Litigavi selvaggiamente con tutti i bambini?"

"Con i maschi. Con le bambine andavo molto più d'accordo, non c'era

paragone. Mi interessavano molto di più. Con i maschi ero come un

cane rissoso: mi bastava che me ne mettessero uno vicino e lo

aggredivo al minimo pretesto, o mi comportavo in modo tale che lui

aggrediva me."

"Perché?"

"Mi sembravano ottusi e rozzi, non mi interessavano."

"E con le femmine invece?"

"Dalle femmine ero affascinato."

"Cosa ti affascinava?"

"Il loro modo di pensare e il loro modo di parlare, il loro modo di

muoversi. L'aura di sottile ombra o mistero che c'era sempre intorno

a quello che facevano. Mi affascinava il contatto fisico

intermittente, la differenza di timbro delle nostre voci. Avrei

passato tutto il tempo con loro, in un gioco continuo di studio e di


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corteggiamento."

"E invece?"

"Invece all'inizio del secondo anno delle elementari il direttore

della scuola ci ha riuniti e ha fatto un lungo discorso su come i

maschi crescendo sarebbero diventati poco a poco degli ometti e le

femmine delle donnine e i loro interessi e le loro attitudini si

sarebbero differenziati sempre più, dunque a cominciare da subito

saremmo stati messi in classi divise per sesso."

"Così?"

"Sì. Era un bastardo alto e magro e maniacale che doveva

considerarsi una specie di incarnazione dell'autorità. Ogni mattina

ci riuniva tutti sotto gli archi di un porticato e ci raccontava un

episodio agghiacciante di cronaca nera che avrebbe dovuto avere una

funzione educativa, in senso deterrente o emulativo."

"Tipo?"

"Tipo di qualcuno che era finito sotto un tram perché non aveva

guardato bene a destra e a sinistra prima di attraversare la strada.

Una volta ci ha raccontato di un radiologo che a furia di assorbire

radiazioni aveva dovuto farsi tagliare via le braccia. Alla fine di

ogni discorso faceva mandare una registrazione dell'inno nazionale

attraverso gli altoparlanti, e tutti dovevamo toglierci il berretto e

metterci sull'attenti."

"E tu?"

"Io una volta non mi sono tolto il berretto, per puro odio verso

tutta la cerimonia e quello che implicava, e il direttore è venuto


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personalmente a sgridarmi. Mi ricordo ancora la sproporzione

incredibile tra le nostre due altezze: lui vestito di grigio che mi

sovrasta e mi agita contro un dito lunghissimo e dice in un tono

terribile "Ci si toglie il cappello quando si ascolta l'inno

nazionale!"."

"E tu?"

"Io faccio finta di non sentirlo, non assumo nessuna espressione e

non rispondo niente e non mi tolgo il berretto finché non me lo

strappa via lui."

"Ha!"

"Ma se avessi avuto una pistola, gli avrei sparato."

"Così dalla seconda elementare in poi sei stato in una classe di

soli maschi?"

"Sì. Sul momento non avevo capito bene le implicazioni della

faccenda. Poi è stato come ritrovarsi in una prigione senza avere

commesso nessun delitto specifico, almeno non uno di cui riesci a

ricordarti."

"Com'era?"

"La desolazione pura. Odiavo i miei compagni, le loro facce e le

loro voci e il loro odore, qualunque loro manifestazione mentale o

fisica, anche minima. Le femmine le vedevamo soltanto nei corridoi,

quando la nostra fila che marciava in stile militare e batteva il

passo a tempo si incrociava con una delle loro file. Ci guardavamo

mentre scorrevamo oltre, e tra noi c'era una distanza sempre più

grande, che continuava a crescere mese dopo mese e anno dopo anno."

"E litigavi sempre con i tuoi compagni?"


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"No. Cercavo di averci a che fare il meno possibile. Li osservavo

da lontano mentre giocavano a pallone nei cortili di cemento o

confrontavano le loro collezioni di figurine di calciatori o

parlavano di qualcosa che avevano visto alla televisione. Non c'era

niente che mi interessasse, di loro. Non c'era niente di sorprendente

o suggestivo o anche solo curioso. Qualunque cosa facessero era

basata su meccanismi del tutto prevedibili."

"Tipo?"

"Alla base di tutto c'era l'identificazione di uno schema

gerarchico. La competizione per scoprire a che livello della scala

uno potesse stare. Dopo di che erano presi da occupazioni puramente

meccaniche, reiterate fino all'ossessione. Il calcio era una

rappresentazione così perfetta della loro natura! Il modo che avevano

di parlarne e di pensarci, di memorizzare i nomi dei calciatori e le

formazioni delle squadre e i punteggi delle partite, anche a ritroso

negli anni. Li detestavo."

"E dopo le elementari?"

"Ho fatto altri tre anni di segregazione alla scuola media. Quando

ho avuto tredici anni e ho ricominciato a vedere delle ragazze, avevo

perso qualunque genere di familiarità con loro. Di colpo c'erano

resistenze spaventose da vincere, differenze di codici e segnali

impossibili da decifrare. Un solo gesto o una parola per attraversare

la distanza costavano una fatica incredibile."

"Ma poi al liceo eravate misti di nuovo, no?"

"Sì. Mi ricordo che il primo giorno quando sono entrato in classe e


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ho visto le mie compagne, mi è sembrato che fossero tutte bellissime.

Tutte. In realtà ce n'erano solo due abbastanza carine, ma ci ho

messo qualche settimana a rendermene conto."

"E il direttore delle elementari?"

"Sarà morto da un pezzo. Ma ho ancora un risentimento

incredibilmente vivo per lui, brutto porco bastardo."

Ridono di nuovo, si guardano intorno tra i festoni di carta e le

lanterne e le aragoste finte e i veri gusci di granchio appesi al

soffitto e alle pareti. Il chitarrista va avanti con le sue scale

flamenco-pop sulla brutta base registrata: sembra che lo faccia un

terzo per i soldi, un terzo per ambizione repressa, e un terzo per

compulsione maniacale. I due americani fissano i loro bicchieri,

muovono le labbra in modo appena percettibile. La famiglia vestita da

yacht raccoglie giacche e borse e si avvia verso l'uscita in

formazione organizzata, con il bambino più piccolo che trascina i

piedi e i due più grandi che imitano l'andatura del padre.

Lui dice "Uno passa la prima parte della sua vita in uno stato di

sbalordimento. A cercare di capire dov'è capitato e quali sono le

regole del gioco".

"Io com'ero?"

"Sbalordita. Con una parte perplessa e una parte attenta, una parte

divertita."

"Da cosa?"

"Da quello che vedevi. Le persone e le cose, i luoghi. A volte

seguivo il tuo sguardo e i tuoi gesti per ore, mi sembrava di entrare

sulla tua lunghezza d'onda. Sai la dii-laa-taa-zioo-nee totale? Un


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minuto che si allarga e allarga come una mongolfiera gonfiata dal

nulla, fuori da qualunque scala per misurarlo?"

"Facendo cosa?"

"Qualunque cosa. Giocando con delle biglie di vetro. Guardandoti

intorno in un prato."

"Mi ci perdevo?"

"Sì. E anch'io a guardarti. Mi ricordo una volta che stavamo

tornando in città dalla campagna, ed ero tutto concentrato sul

percorso e sul traffico e sulla velocità e sul rapporto tra ora di

partenza e ora di arrivo e tutto il resto, e a un certo punto ci

siamo fermati in uno slargo a lato della strada per farti fare la

pipì, e tu hai visto delle pecore su una collina poco oltre, hai

detto "Awda"."

"Come ho detto?"

""Awda." Per dire "Guarda", non avevi ancora imparato a parlare

bene."

"Ha!"

"Ma eri incantata dalle pecore, incantata. C'era una luce calda del

pomeriggio, le faceva sembrare estremamente bianche sul verde molto

intenso del prato. Io ti guardavo mentre le guardavi, e di colpo

twam, le ho viste nel tuo stesso modo. Da un istante all'altro ero

anch'io fuori dalla catena di azioni e preoccupazioni meccaniche di

un istante prima. Fuori dal tempo, fuori da tutto."

"E la mamma?"

"Anche lei. Eravamo persi dentro la luce e i colori e le forme. I


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passaggi delle macchine dietro di noi sembravano venire dalla

periferia estrema dell'universo."

"Come fumare dell'erba forte."

"Sì, senza fumare niente."

"E dopo il periodo dello sbalordimento, cosa succede?"

"Uno cerca di capire chi può essere."

"Vale a dire?"

"Cerca di capire che attitudini o qualità gli sono capitate, e che

uso ne può fare rispetto al mondo. Cerca di capire che dotazione di

base ha esattamente, no?"

"E come fa, a capirlo?"

"Fa delle prove, di fronte allo specchio e di fronte alle persone.

Canta nel bagno, salta intorno, allunga le mani, costruisce discorsi,

corre lungo i marciapiedi. Prova vestiti e tagli di capelli, scarpe,

espressioni, toni di voce. Saggia le sue possibilità, no? Sonda i

suoi limiti, prova a vedere se c'è un modo di superarli o se invece

sono delle barriere fisse."

"E c'è un modo?"

"Non ti bastano le prove che riesci a fare in una stanza, per

scoprirlo. Così fai delle prove fuori, prima con persone che ti

conoscono bene e poi con altre che ti conoscono meno, alla fine con

persone che non ti conoscono affatto."

"E ti basi sulle loro risposte?"

"Aggiusti il tiro, fai altri tentativi."

"Ma c'entra anche il carattere, no?"

"Certo. Alcuni fanno magari un paio di tentativi e gli va male, e


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ci rinunciano per sempre. Altri invece non si danno per vinti, vanno

avanti e avanti finché ci riescono."

"E uno dovrebbe andare avanti e avanti?"

"Dipende. Ci sono alcuni che vanno avanti e avanti e alla fine non

hanno nessuna risposta lo stesso."

"E dopo il secondo periodo?"

"Il tuo rapporto con il mondo è stabilito. Anche il tuo rapporto

con te stesso. Hai un certo carattere e certe qualità, un certo

atteggiamento rispetto agli altri eccetera. E da lì in poi non cambi.

Da lì in poi fai delle cose. Gli altri ti conoscono per come le sai

fare, basta. Hai finito di lavorare su di te."

"E non potresti continuare, invece?"

"Sì che potresti. Ma non è facile, e mette a disagio gli altri. Li

sconcerta, gli rende più difficile il lavoro di classificazione e

archiviazione. E anche a te sembra che ci siano cose più importanti e

utili, a quel punto. Ti sembra di essere arrivato in fondo al viaggio

di esplorazione di te stesso, di esserti trovato in modo definitivo.

Hai tutte le tue mappe geografiche, tutte le tue fotografie

dall'alto. Non c'è più da cercare nessun confine."

"E tu?"

"A volte mi sembra di conoscermi abbastanza bene. A volte se penso

a quel pomeriggio che ci eravamo fermati a guardare le pecore ed

eravamo usciti dal tempo, mi sembra di non sapere quasi niente. Né di

me, né di nient'altro."

Il chitarrista smette di produrre le sue cascate di note, spegne la


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base registrata e l'amplificatore, si gratta il collo e si

sgranchisce le gambe. Va verso il retro del ristorante a farsi dare

una birra, parla nella penombra con il gestore e con il cameriere.

Lui dice "Ce ne andiamo?".

Un SMS

Da: Giovanni

Ore: 23.45

Ancora non raggiungibile, e a casa non ci sei. Va be', ciao G.

Esce perché non ha sonno

né voglia di leggere

Esce perché non ha sonno né voglia di leggere. La notte è umida e

senza stelle né luna, illuminata solo dai piccoli fari intorno alla

piscina vuota e dalla luce calda che filtra attraverso la tenda

gialla della finestra di lei. Lui bussa alla porta; lei dice "Entra".

E' a letto, concentrata sul suo romanzo sudamericano, lo abbassa

solo dopo qualche secondo.

Lui osserva le leggere differenze tra le loro due stanze: la

disposizione dei pochi mobili, l'angolo della porta del bagno. Dice

"Bello, il libro?".

"Così."

"Un po' di genere?"

"Un po'."
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"Saghe familiari e folclore latino e paesaggi esotici e populismo e

magia?"

"Sì, ma neanche tanto brutto."

"Non hai sonno?"

"Mediamente. Tu?"

"Mediamente."

"Hai litigato con M.?"

"Non sono neanche riuscito a parlarle. A casa non risponde, il

cellulare è staccato."

"Vedrai che ti chiama lei."

"Sì, certo."

Guarda la rete metallica antizanzare alla finestra, per quando la

stagione diventa davvero calda e le acque ferme fermentano di vita

palustre. Guarda la valigia di lei: le calze e le magliette e i

dischi e i golf sparsi in ogni angolo della stanza come per

un'esplosione, apparentemente impossibili da rimettere in ordine.

Dice "Oggi, quando mi hai detto quella cosa dell'erba".

"Quale cosa?"

"Che le tue percezioni extratemporali ed extraspaziali da bambina

erano come l'effetto di un'erba forte."

"Eh. Mi dava l'idea."

"Volevo chiederti, voi fumate tutto il tempo come dei pazzi, quando

non siete a scuola?"

"Noi chi?"

"Tu e Luca e i vostri amici. Passate i pomeriggi alla deriva


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lontani dal mondo?"

"Ma va. Cosa ti viene in mente?"

"Te lo chiedo."

"Ma no."

"Be', l'ho sentito l'odore, quel pomeriggio che sono passato a

trovarti a casa tua ed eri con Marco o Mario o come si chiama."

"Sarà stato tabacco."

"Non era tabacco. E lui aveva gli occhi rossi e le palpebre a

mezz'asta, quando parlava non riusciva a staccare la lingua dal

palato."

"Non metterti a fare l'apprensivo, adesso."

"Ma è normale che mi preoccupi."

"Perché?"

"Perché sì."

"Guarda che ho letto la parte de I quattro rami dove parli

dell'esperienza dionisiaca e di come fa parte della ricerca

spirituale eccetera. E le cose che dicevi di Antonio e Cleopatra?"

"Sì, ma sono tuo padre. Non puoi aspettarti che ti incoraggi in

queste cose."

"E chi ti chiede di incoraggiarmi?"

"Non puoi neanche chiedermi di non dirti niente."

"Preferiresti che fossimo dei perfettini falsettini con i vestiti

firmati e i motorini lucidi e l'abbronzatura a lampada che poi si

riempiono di pillole in discoteca il sabato sera?"

"No. Ma anche fumare hashish ha dei rischi potenziali, quando sei

in una fase in cui il senso delle cose è già molto sfuggente."


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"E quali sarebbero?"

"Che il senso ti sfugga del tutto. Che si dissolva e ti lasci in

mezzo a un mondo completamente estraneo e incomprensibile."

"Perché?"

"Perché è un mondo abbastanza del cavolo, quello che abbiamo

intorno. Tutto intessuto di attività e rapporti e ritmi e materiali e

codici e sottocodici così altamente innaturali. Non ci vuole molto, a

trovarlo estraneo e incomprensibile. Non ci vuole molto a staccare i

contatti, se sei in una fase in cui già ne hai pochi."

"E se sei più grande invece no?"

"Se sei più grande corri meno il rischio di andare alla deriva,

forse."

"Forse?"

"Sai qualcosa di più sul mondo, e qualcosa di più su di te. Se vai

alla deriva lo fai per una scelta consapevole."

"E se fumare ti aiutasse a sapere qualcosa di più su di te?"

"Fumare hashish non è in sé una cosa creativa."

"Grazie tante, signor de La Palisse."

"Ci sono certi vecchioni sui monti del Marocco che se lo fumano con

lo stesso identico spirito non-espanso con cui un abitante del

nord-est italiano beve la sua grappa in un bar. Non è che ti regali

delle qualità che non hai, l'hashish."

"Però ti può far vedere delle cose."

"Ma puoi arrivarci anche senza. Quando avevi due anni andavi molto

oltre, senza bisogno di fumare proprio niente."


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"Va be', e allora perché tu fumi?"

"Solo ogni tanto. Un po' di erba naturale, senza tabacco. Se c'è, e

se sono in una situazione che mi piace."

"Ma lo fai."

"Va be', perché posso permettermi di staccare i contatti con il

mondo, a questo punto. Posso permettermi di non crederci per niente,

perfino. Di vedere tutta la corsa affannosa verso gli obbiettivi e i

risultati come un gioco patetico da topi addestrati."

"E noi?"

"Voi dovete ancora farvi anni di scuola e memorizzare migliaia di

dati e poi scoprire delle capacità e degli interessi e inventarvi

un'attività e costruirvi una vita e forse anche altro."

"E se non ne avessimo nessuna voglia? Se vedessimo anche noi tutta

la faccenda come un gioco patetico da topi addestrati?"

"Appunto. E' questo il rischio."

"Sei incoerente."

"Non sono incoerente. E' la mia posizione, incoerente."

"Ah sì?"

"Sì. Poi non è affatto scontato che fumare cannabinolo sia una cosa

bella. E' come con il sesso. Perché sia una cosa bella richiede una

grande quantità di elementi, in buona parte non replicabili a

comando. Può essere divertente e può essere piacevole o spiacevole e

può essere una rivelazione e può non essere niente. L'importante è

non farti vendere l'idea che una cosa sia automaticamente bella,

qualunque sia."

"Lo so."
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"I modi di reagire sono così diversi di persona in persona, per

quanto accanitamente si cerchi di standardizzarli. Ci sono tipi con

una pelle mentale di rinoceronte che gli permette di sopportare

qualunque sollecitazione senza oscillare di un millimetro, e tipi a

cui basta fumare foglie di tè per perdere l'equilibrio. E di solito

sono loro che hanno la sensibilità più ricca."

"Lo so."

"Una volta tanti anni fa ho fumato dell'erba ultraconcentrata che

aveva portato un mio amico dalle Hawaii, e a un certo punto mi è

venuta una forma di autentica dissociazione. Ero in una grande casa

di campagna di tipi che conoscevo, un ex monastero spoglio e gelido,

e di colpo mi è sembrato di non sentire più niente in modo diretto,

mi vedevo e ascoltavo da fuori. E il senso delle cose se n'era

andato. Tutti i codici perduti. Guardavo una sedia, e non capivo cosa

cavolo significasse."

"Sul serio?"

"Sì. Mi è venuto un panico terribile, anche perché gli altri erano

lì intorno che ridevano e fumavano e bevevano come se niente fosse,

compresa la mia ragazza."

"E come hai fatto?"

"Sono rimasto dissociato per tutto il giorno e la notte e il

mattino dopo, e stavo da cani. Mi guardavo allo specchio e non mi

riconoscevo, mi davo degli schiaffi sulle guance e non sentivo

niente, parlavo e la mia voce sembrava a una distanza incredibile.

Poi ho pensato, va be', tanto vale sapere che sono dentro un sogno
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comunque. Che niente di quello che sembra reale è reale, pazienza."

"E sei stato meglio?"

"Sì, poco alla volta mi sono tornate le sensazioni e il senso delle

cose. Ma non è stato bello per niente."

"Però è stata un'esperienza interessante?"

"Sì, ma non bella. Il fatto è che il fumo è solo un attivatore.

Smuove delle capacità di percezione e di elaborazione che abbiamo

dentro di noi e che non sappiamo di avere."

"Sì."

"E' per questo che bisognerebbe trattarlo come un'esperienza

complessa. Se lo si fa come si potrebbe accendere una sigaretta di

tabacco dietro l'altra, o stare seduti a un tavolino di bar a bere

grappa, non c'è verso di scoprire proprio niente."

"A te cosa è capitato di scoprire?"

"Varie cose sul tempo e sullo spazio. O sul passaggio dalle

sensazioni ai pensieri e viceversa."

"Ah."

"Comunque la cosa ridicola è che fumare hashish o erba sia ancora

illegale. E' un'incredibile idiozia anacronistica."

"Sì."

"E quelli che si accaniscono di più a mantenerlo nell'illegalità lo

fanno essenzialmente perché non vogliono interferenze con le loro

tecniche di controllo e manipolazione. Non vogliono sbalzi percettivi

o estraniamenti nel mercato di zombie che lavorano e votano e

comprano qualunque cosa gli rovescino addosso attraverso la pubblicità

e la televisione e i giornali e la radio."


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"Quindi non hai nessuna ragione di preoccuparti per me."

"Ho un milione di ragioni di preoccuparmi per te. Non c'è limite,

alle mie ragioni di preoccuparmi."

"Che scemo."

"Che scema tu."

"Ho sonno."

"Di già?"

"E' mezzanotte e mezza, e siamo stati in giro tutto il giorno."

"E' per questo che ero venuto a vedere. Ho visto la luce accesa."

"Leggo ancora due pagine e dormo."

"Non volevo fare il noioso, prima. Volevo solo parlare."

"Hai fatto bene."

"Però mi vengono sempre un po' goffe, questo tipo di conversazioni."

"Sì."

"Come quando un paio di anni fa avevo cercato di dirti qualcosa

sulle precauzioni da prendere con il sesso, e tu mi avevi detto "Ma

papà, a che cretina disinformata credi di parlare?"."

"Ha!"

"Mi ero sentito un tale idiota, madonna."

"O come quando cerchi di spiegarmi come dovrei impegnarmi a scuola."

"Lo so. Ma sarebbe ancora peggio non provare neanche a parlarne,

no? Scivolare dentro e oltre le cose senza dire niente."

"Sì."

"Anche se poi i consigli non servono mai."

"Perché?"
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"Perché non sono mai serviti a me. O forse mi sono serviti, ma

dopo. Dopo che le cose erano successe."

"E prima?"

"Prima li vedevo sempre come tentativi di smorzare entusiasmi e

ingenuità da parte di persone che ne erano prive. Mi sembrava sempre

che ci fosse un tipo spento e anche astioso di saggezza, nei

consigli."

"Ma ci sono casi in cui possono servire, secondo te?"

"Forse se sono molto specifici."

"Tipo?"

"Tipo, se uno ti spiega le mosse precise da fare quando uno squalo

ti punta addosso, invece di sommergerti di considerazioni generiche

sugli squali e su come evitarli."

"Tu ne hai avuti, di consigli di questo genere?"

"Non molti."

"E non ne hai mai tenuto conto?"

"Ti ho detto, dopo che le cose erano successe."

"Quando ormai non ti servivano più?"

"Quando mi servivano a capire meglio cos'era successo."

"E altre volte?"

"Altre volte erano consigli sbagliati. Almeno per me."

"In che percentuale erano giusti o sbagliati? Più o meno?"

"Cinquanta-cinquanta."

"Per esempio, un consiglio giusto che ti hanno dato?"

"Di fare subito le cose che vorresti fare, perché non è affatto

detto che ti capiti una seconda occasione. Ma è un consiglio tra i più


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difficili da mettere in pratica."

"E uno sbagliato?"

"Quello che mi ha dato un agente quando gli ho portato il

manoscritto del mio secondo libro."

"Dalle torri merlate?"

"Sì. Quello sul Medioevo."

"Ho visto anche quello sugli scaffali della mamma."

"Comunque, era uno dei più importanti agenti inglesi. Una specie di

vecchio pirata, studiava il mondo dell'editoria da una sua torre di

osservazione e decideva le strategie."

"E cosa ti ha detto?"

"Mi ha detto "Si trovi un lavoro all'università o in un giornale,

ragazzo, perché il mercato dei libri di storia è già completamente

saturo e comunque non c'è spazio per un italiano"."

"E tu ci sei rimasto male?"

"Un po'. Ma sono uscito dal suo ufficio totalmente deciso a

dimostrargli che non era vero."

"E quando gliel'hai potuto dimostrare, cos'ha detto?"

"Niente. Era già morto."

"Un esempio di consiglio molto specifico che ti è stato utile?"

"Quando qualcuno mi ha spiegato i principali accordi maggiori e

minori su una chitarra."

"Ma quello non è un consiglio, sono istruzioni pratiche."

"E' vero. Però il confine tra consigli molto specifici e istruzioni

pratiche è estremamente sottile."


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"E le istruzioni pratiche secondo te sono da prendere per buone in

ogni caso?"

"Dipende da chi te le dà. E da chi sei tu. Nel mio caso, ho la

tendenza a provare comunque altre strade, se ce n'è."

"Tipo?"

"Tipo quando andavo in prima elementare non sapevo ancora farmi i

nodi alle scarpe, e una maestra mi ha spiegato con infinita pazienza

come fare. Ma non riuscivo a capire. Sono sempre stato un imparatore

lento. Così mentre ci provavo e riprovavo ho scoperto un altro tipo

di nodo che mi veniva meglio e funzionava altrettanto bene."

"Quello doppio che hai insegnato a me?"

"Sì. Ma ho visto che non lo usi più."

"Perché ho scoperto che quello normale mi veniva meglio, e che

funzionava altrettanto bene. Dimmi il miglior consiglio che hai mai

avuto per il tuo lavoro."

"Non è un vero consiglio. E non è solo per il mio lavoro. E' una

considerazione di un vecchio regista a cui avevo fatto da consulente

per un film sul Settecento, tanti anni fa. Aveva detto "Non mi faccio

mai proiettare giorno per giorno il materiale che ho girato, perché

se no rischierei di fare il film che sto facendo"."

"Vale a dire?"

"Che le cose che ti immagini sono diverse da come diventano quando

le fai."

"Perché?"

"Perché l'immaginazione è meglio della realtà, quasi sempre. Ha più

slancio. E' più leggera e più trascinante, più veloce, più pura, più
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tutto."

"E la realtà?"

"Se la guardi molto da vicino è penosamente piena di difetti."

"Però dicevi che ci si può anche innamorare di un difetto."

"Sì. Basta avere abbastanza immaginazione."

"Un altro consiglio utile?"

"Spegnere la luce e dormire. E' tardi."

"Ma siamo in vacanza."

"Siamo in viaggio."

"Solo uno."

"Non me ne vengono in mente."

"Dài."

"Be', malgrado quello che ho sempre pensato dei consigli, ho avuto

un periodo in cui mi sembrava di doverne trovare a tutti i costi. Sai

quando hai la sensazione di avere bisogno di un tuo piccolo

patrimonio di saggezza con cui affrontare la vita? Forse non ti è

ancora capitato, ma capita."

"E cos'hai fatto?"

"Mi sono messo a leggere libri sulle religioni e le filosofie

orientali, andavo a conferenze."

"Cosa ti interessava?"

"Il buddismo zen. Siccome per una mente occidentale è difficile

capirlo davvero, a un certo punto mi sono iscritto a un corso di kung

fu. Era tenuto in una palestra che era stata prima un'officina

meccanica. Il maestro era un vecchio tipo che aveva studiato in un


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autentico monastero di Shaolin con gli autentici monaci maestri."

"E cosa ti ha insegnato?"

"Come prima cosa ha detto a me e agli altri principianti che

dovevamo spazzare il pavimento e lavarlo."

"E voi?"

"Ci siamo messi a spazzare e lavare il pavimento. Solo che alla

seconda lezione ci ha detto la stessa cosa, e anche alla terza.

Andavamo in palestra e ci cambiavamo, e il maestro ci metteva le

scope e gli stracci e i secchi in mano. Spazzavamo e lavavamo con

molta cura il pavimento, poi lui faceva lezione a due o tre tipi di

un corso più avanzato."

"Ma qual era il senso?"

"Be', l'ho capito dopo, o almeno credo. Era di farci fare una cosa

impegnativa e accurata e totalmente effimera. Perché la polvere

continua a depositarsi, e per quanto bene tu possa spazzare e lavare

un pavimento, il giorno dopo devi ricominciare da capo."

"Tutto lì?"

"Ce n'era anche un altro. Che ogni volta che ti aspetti consigli da

qualcuno, gli dai un grande potere."

"Di che tipo?"

"Di usare le tue aspettative per gratificare il suo ego, o perfino

per farsi tenere pulito il pavimento della palestra gratis."

"Però non era un consiglio, né un'istruzione pratica."

"No. Forse alla fine i consigli più interessanti sono quelli che

non si possono dare a parole."

"In che senso?"


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"Nel senso che sono come dei germi di constatazioni a effetto

ritardato."

"Cosa significa?"

"Prova a pensarci, io vado a dormire. Buonanotte."

"Aspetta."

"Basta, è tardi."

"Tu che consigli mi hai dato?"

"Non lo so, dovresti ricordarteli tu."

"Di lavarmi bene i denti spazzolando davanti e dietro e sopra e

sotto."

"Infatti ti sono venuti molto bianchi e belli. Ma spero di avertene

dati anche altri, di consigli."

"Perché? Se dici che tanto non servono."

"Questo non vuol dire che uno non ne debba dare, se pensa di

averne. Buonanotte."

"Notte."

"Ci vediamo domani."

"Sì."

"Non leggere fino alle quattro."

"No."

"Notte."

Due SMS

Da: Giovanni
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Ore: 1.15

Se ci penso, nessuno mi ha mai dato consigli migliori dei tuoi.

Davvero. Volevo dirtelo.

Da: Giovanni

Ore: 1.29

Ancora non raggiungibile. Pazienza. Buonanotte.

Una telefonata

M.: Pronto? Stavi dormendo?

G.: Sì, ma non importa.

M.: Ti ho chiamato solo perché ho trovato i tuoi messaggi.

G.: Altrimenti non mi avresti chiamato?

M.: Non avevamo detto che non ci saremmo più sentiti?

G.: Quando?

M.: Cancelli sempre tutto quello che ci diciamo.

G.: Non cancello. Semplicemente non mi ricordo che l'avessimo

detto.

M.: Perché mi hai scritto quella storia dei consigli?

G.: Perché è vera. Nessuno mi ha mai dato consigli migliori.

M.: Su cosa?

G.: Su tutto.

M.: Però non ne hai mai tenuto conto. Almeno non per la nostra

storia.
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G.: Ne ho tenuto conto. E' solo che forse non sono riuscito a

seguirli.

M.: Ti sei fermato agli esperimenti mentali, come dici tu. No?

G.: No. Ci ho provato davvero.

M.: Ma?

G.: Ho sempre trovato una resistenza troppo forte da vincere.

M.: Quale resistenza?

G.: La resistenza dei miei modi di essere.

M.: Avevi qualcosa di nuovo da dirmi?

G.: Volevo solo sentire la tua voce e darti la buonanotte. Giusto

un contatto per dire che ci siamo.

M.: Madonna, Giovanni. E' proprio vero che non cambierai mai.

G.: Ehi, diamoci la buonanotte in un tono sereno, intanto.

M.: Buonanotte.

G.: Non è un tono molto sereno.

M.: Aaaaaagh.

G.: Va be', va be', buonanotte.

M.: Buonanotte.

Tre SMS

Da: Giovanni

Ore: 1.45

Una cosa che pensavo oggi: non puoi volere una zebra e non

accettare le sue strisce. Buonanotte, G.


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Da: M.

Ore: 1.51

Però posso non volere la zebra, no? Buonanotte.

Da: Giovanni

Ore: 1.59

Buonanotte.

Apre la porta-finestra

alla luce del mattino avanzato

Apre la porta-finestra alla luce del mattino avanzato. Lei è seduta

sulla sedia di plastica bianca davanti al suo bungalow, ancora

assorta nel romanzo sudamericano. Per fortuna non è più mattiniera di

lui, tranne quando deve andare a scuola. Lo stesso gli piacerebbe

essere il tipo di padre che una figlia trova già in piena attività

quando apre gli occhi: un realizzatore solido e concreto che comincia

a fare cose per sé e per gli altri mentre gli altri ancora dormono.

Non gli riesce quasi mai, a parte qualche domenica d'inverno, quando

sono in città e fuori c'è così poca luce che alle dieci passate

sembra ancora notte. Si chiede che genere di modello mattutino è in

grado di offrire: se il suo rapporto con gli orari la rasserena o la

irrita, o le sembra semplicemente normale.


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Si sporge dal muretto e le tocca i capelli, dice "Buongiorno!".

"Buongiorno" dice lei. Sorride, ma è alle ultime pagine del libro e

si vede bene che non vuole perdere la concentrazione.

"Già quasi finito?"

"Mi mancano quindici pagine."

"Quante sono in tutto?"

"Cinquecentoquaranta."

"Madonna."

"Eh."

"Ti ricordi certe estati in Grecia quando ti portavo uno zainetto

pieno di libri, e nei primi dieci giorni li avevi già divorati tutti?"

"Sì."

"Ti dicevo "Leggi piano, leggi piano", ma non c'era verso."

"Eh."

"Ogni volta prima di partire ti chiedevo se volevi venire con me a

scegliere dei libri per le vacanze, e mi dicevi che ne avevi già

abbastanza o mi dicevi "Domani". Per la tua leggendaria pigrizia

mentale ereditaria."

"Non è vero."

"Sì che è vero. Poi quando eravamo nella nostra isola sperduta e

avevi letto tutto quello che c'era magari due volte di seguito,

diventavi pazza. Eri disposta a leggere qualunque cosa, a quel punto."

"Tipo?"

"Un'estate ti sei letta una mia copia de L'interpretazione dei

sogni di Freud, per pura disperazione."


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"Mi interessava."

"Sì, ma avevi dodici anni."

"Va be', mi interessava."

"Hai voglia di fare colazione?"

"Finisco queste pagine e arrivo."

"Non vuoi finirle dopo?"

"No."

"Sarà tardi per la colazione, credo. C'è scritto fino alle dieci."

"Tanto non ho fame."

"Certo. Sei disposta ad azzerare qualsiasi cosa, pur di rimuovere i

pensieri faticosi."

"Non è vero."

"A volte la tua pigrizia mentale diventa così straordinaria da

mettere in ombra la mia."

"Tipo?"

"Tipo quando apri un armadio o un cassetto e poi lo lasci così

com'è. Per non accollarti il pensiero insopportabile di richiuderlo."

"Non è vero."

"Oppure quando ti cade un oggetto per terra e lo lasci lì, magari

per giorni."

"Non è pigrizia mentale."

"Lo è."

"Come fai a saperlo?"

"Perché la riconosco. Sai come quando rivedi una fisionomia

totalmente familiare?"

"Eh."
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"Io faccio delle cose equivalenti, di continuo."

"Tipo?"

"Tipo rimandare per settimane di aprire lettere che già dalla busta

mi sembrano noiose o impegnative."

"Oppure?"

"Accumulare multe e bollette da pagare in un angolo del tavolo, o

biancheria da lavare in un cesto che scoppia, o messaggi a cui devo

rispondere nella posta elettronica."

"Già."

"Ma almeno questo forse è un tipo di difetto che potremmo

correggere, se ci provassimo davvero. Perché poi quando alla fine ti

decidi a fare una cosa che hai rimandato e rimandato, ti viene un

incredibile senso di sollievo, no?"

"Sì."

"Va be', ho capito, ti lascio finire il tuo libro. Ripasso tra un

po', magari mangiamo qualcosa in paese."

"OK."

Una telefonata

G.: Ehi.

M.: Sì?

G.: Volevo solo salutarti. Ieri notte ci siamo salutati così

malamente.

M.: Senti, credo davvero che dovremmo dare un taglio a questi


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saluti.

G.: Perché?

M.: Perché sono una specie di droga di sostentamento. Ce ne

scambiamo una dose ogni volta che sta per venirci una crisi

d'astinenza, così possiamo andare avanti all'infinito.

G.: Ma non è una droga dannosa, no?

M.: Se ci impedisce di liberarci dalla dipendenza, è dannosa.

G.: Però se io smetto di chiamarti, poi mi chiami tu.

M.: E' una dipendenza, te l'ho detto. Ce l'abbiamo tutti e due.

G.: Lo pensi davvero?

M.: Tu cosa dici?

G.: Boh.

M.: Cosa significa boh?

G.: Che non lo so. Forse.

M.: Perché ti aspetti che sia sempre io a definire le cose?

G.: Non me l'aspetto.

M.: Però hai sempre l'aria di chi è appena cascato dalla luna e non

capisce bene i termini delle questioni.

G.: Ma sono appena cascato dalla luna.

M.: Comodo.

G.: O da qualche punto molto più lontano nell'universo.

M.: Comodo.

G.: Mica tanto, invece. Sarebbe più comodo avere un senso di

partecipazione terrestre a pieno titolo, credo.

M.: Dio, Giovanni.

G.: Va be', volevo solo farti un saluto mattutino.


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M.: Appunto. Toglierti il pensiero per poi occuparti a cuor leggero

di quello che ti interesserà tra un secondo.

G.: Non è vero.

M.: Lo sai che è così, invece. Lo fai per non pensarci più,

sentirti libero di oscillare nelle sensazioni.

G: Non è vero.

M.: E quando sei con me, fai lo stesso con le altre persone della

tua vita. Le chiami per toglierti il pensiero.

G.: Perché devi dipingere questo quadro?

M.: Perché hai una specie di interruttore mentale, e a seconda del

momento fai on o off con la tua attenzione e il tuo interesse e i

tuoi sentimenti.

G.: E' allucinante.

M.: Appunto.

G.: Va be'. Adesso devo andare.

M.: Lo vedi?

G.: Ma devo andare davvero. Non abbiamo neanche fatto colazione. Ti

richiamo più tardi.

M.: Ti ho detto che non ho più voglia che ci sentiamo.

G.: Comunque adesso ti saluto.

M.: Giovanni.

G.: Ciao.

M.: Ciao.

G.: Ciao?

Poi cammina su e giù per il piccolo bungalow nella scia emotiva del
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tono di M., e pensa che lei ha ragione a proposito del togliersi il

pensiero, almeno in parte. Pensa che è un'attitudine che aveva fin da

bambino, quando la sera si infilava a letto e non vedeva l'ora di

andarsene in un sogno guidato su un'isola tropicale popolata di

piante e uccelli e meravigliose ragazze selvagge, ma prima doveva

immaginarsi la sua famiglia sorridente e in perfetta salute che

partiva per qualche posto lontano e sgombrava il campo della sua

fantasia. Pensa che in questo non è cambiato per niente, da allora:

che i difetti hanno un'incredibile resistenza al passare del tempo e

alle pressioni della vita.

Pensa all'oscillazione continua tra lui e M.: a come li fa passare

dalla dipendenza disperata alla serenità temporanea all'irritazione

alla saturazione alla dipendenza disperata di nuovo nel giro di una

telefonata o di uno scambio di messaggi o lettere elettroniche. Pensa

a come i loro rapporti riescono a diventare incredibilmente

drammatici e poi incredibilmente leggeri a cicli ravvicinati: a come

poche parole riescono ad attivare interi scenari complessi. Gli

sembra di essere uno di due bambini che cercano di spiegarsi e

trovare un accordo o una via d'uscita ma non sanno fare nessuna di

queste cose, e restano tenuti insieme da una corrente di

comunicazione e paura e rammarico e indispensabilità e differenza e

somiglianza profonda.

Apre il computer portatile sul letto, batte sui tasti. Se ci pensa,

queste attrezzature di comunicazione gli sembrano un intralcio e una

debole garanzia, come dispositivi di sicurezza che possono provocare

gravi danni collaterali. Si chiede se senza i telefoni cellulari e i


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computer portatili sarebbe costretto a uscire allo scoperto di una

scelta univoca con M. Si chiede se dovrebbe buttare via tutto e

decidere in termini di puri contatti diretti, invece di restare

sospeso in un campo oscillante tra l'esserci e il non-esserci.

Finisce di scrivere, poi collega il computer al cellulare

attraverso la porta a infrarossi. La lettera a M. si dissolve dallo

schermo, con un rapido arpeggio di note acute che serve a confermare

la sua partenza e l'arrivo quasi simultaneo.

Una e-mail

Da: giovannibata@teltel.it

Ore: 1.45

cara m.,

solo per aggiungere una cosa alle nostre telefonate che ci fanno

rimanere male ogni volta e non ci permettono di dire niente di quello

che vorremmo.

è vero che quando ci parliamo entra in gioco la mia tendenza a

rimuovere i pensieri faticosi. è per questo che mi viene il tono

leggero che ti irrita tanto, è per questo che ti dico "adesso non

drammatizziamo" proprio quando stiamo affondando nel dramma di due

persone che non riescono a stare bene insieme e separate stanno

ancora peggio. ed è vero che la mia capacità di affrontare pensieri

faticosi si riduce ulteriormente quando c'è una sovrapposizione di

cose da fare. è come se non avessi abbastanza spazio nel cervello, e


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adesso devo andare davvero.

ma volevo dirti, ti ricordi di quando per un anno intero ti ho

letto anna karenina ad alta voce la sera? forse dirai che è una cosa

immateriale ed evanescente rispetto alle altre cose che non ho fatto,

eppure sai che non è così. e non mi era mai capitato di farlo con

altre, e non credo che tu l'abbia fatto con altri. va be', non volevo

fare lunghi discorsi adesso, anche perché dobbiamo davvero andare a

mangiare qualcosa e sta diventando tardi e abbiamo solo questi pochi

giorni già in buona parte consumati. ciao,

G.

Camminano attraverso

la spianata davanti al

municipio spagnolesco

Camminano attraverso la spianata davanti al municipio spagnolesco,

e da lì al paese. Il sole è più caldo del giorno prima, l'aria più

tersa. I negozi nelle strette strade selciate traboccano di stivali

di cuoio e fazzoletti provenzali e camicie e vestiti e cappellini e

bamboline e cavallini e tazzine e fasci di fiori secchi colorati e

liquori e barattoli di miele e cartoline cartoline cartoline su

espositori girevoli. Ma non c'è nessuno a comprare e nemmeno a

guardare, i negozianti restano sul fondo delle loro tane commerciali

o si affacciano per pochi secondi verso la luce delle vetrine. I

ristoranti e le gelaterie sono quasi tutti chiusi; il paese è immerso

in uno strano senso di vuoto temporaneo mentre loro due camminano


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guardandosi intorno.

"Hai fame?" dice lui.

Lei fa di sì con la testa. Ogni volta che sono allo scoperto c'è

questa metamorfosi nei loro rapporti, anche se adesso è attenuata dal

fatto che non si vede quasi nessuno. Ma ugualmente lei diventa più

riservata, con gli occhi e le orecchie pronti a reagire a possibili

sguardi o voci, i muscoli della faccia tesi per adeguarsi alla

pressione del mondo. Ogni volta lui ci rimane male anche se sa che

non dovrebbe, come in una storia d'amore improvvisamente incrinata

dove da un momento all'altro l'attenzione si sposta e i segnali

familiari non suscitano più le reazioni di prima, e tutto deve essere

richiesto e spiegato e motivato con fatica punto per punto.

Quando capita non sa mai se irritarsi o sorridere o fare finta di

niente; adesso cammina mezzo metro avanti a lei, come se non se ne

accorgesse neanche. Si volta quando sono nella piazzetta davanti alla

chiesa fortificata, le lascia il tempo di guardare. Dice "Ti piace?".

"Sì" dice lei, osserva. Poi il suo cellulare manda un biiip biiip

di messaggio ricevuto: lo tira fuori dalla borsina con mani nervose,

preme i tasti per leggere e rispondere con un altro messaggio.

Lui la aspetta, pensa a come la loro relazione si basi su un

paradosso, in cui il risultato di tutti i sentimenti investiti

dovrebbe essere un allontanamento, invece di una vicinanza protratta

all'infinito.

Si siede a un tavolino dell'unico bar aperto, senza più guardarla.

La coppia di americani della sera prima sta già pasteggiando a base


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di spaghetti con polpette e cappuccino.

Viene a sedersi anche lei; socchiudono gli occhi nella luce che

continua a crescere di intensità. Il gestore si affaccia, gli

chiedono due omelette al formaggio e due caffelatte e due spremute

d'arancia.

Dopo un po' lui dice "Anch'io quando avevo la tua età ero convinto

che tutti gli occhi del mondo fossero su di me tutto il tempo".

"Io no."

"Se ti fossi vista tre minuti fa. Sembrava che ci fossero decine di

giudici incredibilmente arguti a ogni angolo del paese."

"Non è vero."

"Ma anch'io ero così, alla tua età. Camminavo per la strada come

sul set di un film, con tutti i riflettori accesi e le cineprese

puntate."

"Sì?"

"E' una fase della vita, ci passiamo quasi tutti. E comunque è

meglio stare in guardia che assumere atteggiamenti."

"Chi assume atteggiamenti?"

"Quasi tutti."

"Per esempio?"

"Be', il tuo Luca, per esempio."

"Cosa c'entra Luca?"

"Mi hai chiesto un esempio."

"Luca non assume atteggiamenti."

"Prova solo a pensare all'estate scorsa. Quando siamo andati a

prenderlo al porto e l'abbiamo trovato seduto per terra vicino alla


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cabina del telefono con una bottiglia di birra in mano come un

giovane vagabondo esistenzialista. In una posa così perfettamente

studiata che probabilmente ci aveva messo dieci minuti buoni, a

metterla a punto."

"Non è vero."

"E quando siamo scesi alla piccola spiaggia semideserta dove

andavamo di solito, ed è rimasto completamente vestito sotto il sole

a picco, pallido quasi bianco e con tutti i lineamenti impostati in

un'ostentazione di distacco e non-partecipazione?"

"Non è vero, basta!"

"O la sera, quando siamo andati a vedere quel film idiota americano

di fantascienza nel cinema all'aperto, e a un certo punto mi sono

girato e l'ho visto contorto sul sedile come se lo stessimo

sottoponendo a una tortura intollerabile?"

"Anch'io mi sono seccata, gliel'ho detto, poi."

"Meno male."

"Ma guarda che è come te, in queste cose!"

"In che senso?"

"Avete un sacco di lati in comune."

"Difetti, vuoi dire?"

"Anche."

"Tipo?"

"Tipo non adattarvi a quello che fanno gli altri, o avere reazioni

esagerate al minimo pretesto."

"Sul serio?"
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"Ti giuro."

"Be', è possibile. E' possibile. Spesso andiamo a cercarci un

partner che riproduce le caratteristiche del nostro genitore di sesso

opposto, incluse quelle negative."

"Sì?"

"A volte ne troviamo uno che riproduce solo quelle negative."

"Non Luca."

"Dico in generale. Ci sono persone che si trovano un partner

alcoolizzato o violento o totalmente instabile, se corrisponde alla

prima immagine di uomo o donna adulti che hanno avuto davanti."

"A te è successo?"

"Cosa?"

"Di trovarti partner con le qualità e i difetti di tua madre?"

"Credo di sì."

"Tipo?"

"Be', donne intelligenti e con un carattere forte ma abbastanza

instabili."

"La nonna era instabile, quando eri piccolo?"

"Aveva delle forti oscillazioni di umore. Passava dalla dolcezza

estrema alla freddezza e addirittura all'ostilità, senza sfumature.

Un momento era lì che ti copriva di attenzioni amorevoli, e il

momento dopo magari andavi a chiederle qualcosa e ti gridava

"Lasciami in pace! Non mi scocciare! Arrangiati!"."

"Davvero?"

"Sì. Non riuscivo mai a capire quali fossero le ragioni precise di

questi cambiamenti. Mi ha dato per la prima volta un'idea


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dell'imprevedibilità dell'animo femminile."

"E adesso lo sai, quali erano le ragioni?"

"Aveva anche lei una forte insofferenza di fronte agli obblighi.

Per una donna intelligente e dotata come lei doveva essere

intollerabile occuparsi della casa e della famiglia a tempo pieno. Ma

era quello che facevano le donne allora."

"Sì?"

"Prova a immaginarti. Tu non ci resisteresti dieci minuti."

"Eh."

"Non ci resisterebbe nessuna tua coetanea, e nessuna ventenne e

nessuna trentenne."

"Una quarantenne?"

"Forse. Ma avrebbe bisogno di un marito molto provvido di

attenzioni, per poter tollerare questo genere di ruolo senza

esasperarsi. Avrebbe bisogno del procacciatore di cibo e tagliatore

di legna e difensore di case archetipo, combinato al portatore di

fiori e improvvisatore di madrigali archetipo, il tutto elettrificato

per farlo diventare più veloce e vario e divertente."

"Sì?"

"Ed è una combinazione che non esiste, ed è giusto che le donne

abbiano perso la voglia di stare chiuse in casa a occuparsi delle

vite di altri. Però nel cambiamento che c'è stato gli uomini e le

donne sono diventati competitori sullo stesso identico piano, con lo

stesso identico genere di esigenze e di richieste, e con il risultato

che la loro convivenza è diventata sempre più difficile, se non


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impossibile."

"Perché?"

"Perché a questo punto tutti e due avrebbero bisogno di una moglie

e di un marito."

"In che senso?"

"Di una persona che faccia da curatrice e ascoltatrice e

conservatrice a tempo pieno, e di un'altra che faccia da

procacciatore e difensore e garante a tempo pieno."

"Sarebbero questi i ruoli?"

"Più o meno. O avrebbero dovuto esserlo. E naturalmente era una

divisione basata sulla prevaricazione sistematica nei confronti delle

donne. Però quello che è successo è che le donne hanno assunto lo

stesso modello degli uomini, senza neanche sceglierlo ma come unico

modo di uscire dal loro vecchio ruolo. E adesso uomini e donne sono lì

fuori a premere sulle pareti del mondo per ricavarne lo stesso tipo

di realizzazioni e gratificazioni sostitutive, e quando tornano a

casa non c'è nessuno che curi o ascolti o conservi o procacci o

difenda o garantisca niente."

"Nessuno?"

"Quando è indispensabile lo fanno le donne, ma nei ritagli di tempo

che restano e con sempre meno convinzione."

"Ah."

"E' così."

"Difficile, eh?"

"Molto."

"E tu ti sei sempre cercato delle donne con il carattere di tua


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madre?"

"Non sempre. A volte ne ho trovate di più dolci e tranquille."

"E ci stavi male?"

"No. La cosa assurda è che in realtà ci stavo meglio, ma appena mi

capitava di incontrarne una con un carattere più forte e instabile,

finivo per scegliere lei."

"Anche se ci stavi peggio?"

"Sì. Magari ero sereno e senza stress con una dolce e tranquilla,

poi per caso arrivava una dell'altro tipo e non avevo dubbi, su chi

scegliere. Sai quelle cose che fai senza spazio per nessuna

riflessione? Credo che sia una teoria abbastanza plausibile, quella

della replica delle qualità e dei difetti."

"Ma in cosa non ti andavano bene, le dolci e tranquille?"

"Mi ci sentivo solo. Non perché fossero dolci e tranquille, ma

perché mi sembrava che mancassero d'intensità o di opinioni definite

o di spirito critico o di passione, non so."

"Secondo te uno se ne può liberare, di questo meccanismo della

replica?"

"Forse. Ma prima devi renderti conto di come funziona, dunque devi

cascarci dentro almeno una volta o due. Ma in certi casi non te ne

liberi mai, continui a trovarti partner replicanti uno dietro

l'altro."

"Anche M. è una partner replicante?"

"Credo di sì. Anche se in molte cose è totalmente diversa da mia

madre. Anni luce di distanza, no? Però se riduci tutto alla sostanza
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concentrata, è una donna molto intelligente e con un carattere molto

forte, e molto instabile. Anche il colore dei loro occhi è simile."

"Accidenti."

"E naturalmente una delle conseguenze dell'andarsi a trovare un

partner replicante è che prima o poi tutte le ragioni di malessere

che avevi con tua madre o tuo padre vengono replicate."

"E in questo caso?"

"La violenza intellettuale e gli sbalzi violenti di umore e la

non-serenità di fondo."

"E non pensi di essere anche tu un replicante?"

"E' probabile. Il che produce effetti ancora più devastanti, perché

crea una somma di violenza intellettuale e instabilità, o una

moltiplicazione."

"Di nuovo le qualità e le loro ombre, o i difetti e le loro ombre?"

"Sì. Ma basta parlare di me. Stavamo parlando degli atteggiamenti

di Luca."

"Ti ho detto che non è vero che ha atteggiamenti."

"Guarda che è perfettamente normale che ne abbia, nel suo ruolo di

maschio subadulto. Anch'io ne avevo, alla sua età."

"Sì?"

"A diciassette anni? Se ci penso adesso mi vergogno come un ladro.

A un certo punto ero arrivato a essere forse novanta per cento

atteggiamenti, dieci per cento sostanza."

"Davvero?"

"Sì. E quel dieci per cento di sostanza non era nemmeno provato o

dimostrato in nessun modo attendibile. Il massimo che riuscivo a fare


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erano sperimentazioni patetiche nel chiuso della mia classe di

scuola."

"Che tipo di atteggiamenti avevi?"

"Gli stessi di Luca, più o meno. Conoscenza dei meccanismi del

mondo, dissociazione dai meccanismi del mondo, sensibilità acuta,

sofferenza esistenziale, ironia tranciante, amarezza, disincanto,

noia. Poi atteggiamenti da capacità inutilizzate, del tipo

se-solo-mi-lasciassero-fare,

se-solo-avessi-degli-interlocutori-un-po'-meglio-di-voi,

se-solo-fossi-in-un-posto-più-stimolante-di-questo,

se-solo-avessi-voglia-di-farvi-davvero-vedere."

"Dài, piantala. Luca non è affatto così."

"Non è facile, un ruolo di subadulto. Tutti si aspettano delle cose

da te ma non hanno ancora capito quali carte ti siano davvero

capitate in mano, e tu lo sai ancora meno di loro. C'è tutto un gioco

di darti e toglierti credito e spazio, e la pressione costante della

società dei maschi. Cerchi di trovare un posto nella scala

gerarchica, e gli altri valutano in modo automatico con quanta

determinazione o remissività o distrazione lo fai."

"E?"

"E' un periodo strano, me lo ricordo bene. Stavo ore davanti allo

specchio del bagno, a provare una varietà di espressioni e di gesti,

cercare di capire che razza di potenziale avevo. Dedicavo

un'attenzione incredibile ai vestiti che mi mettevo, anche se erano

quattro stracci apparentemente casuali, come i vostri adesso.


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Camminavo per la strada così concentrato sui miei movimenti che

rischiavo di andare a sbattere contro ogni lampione. Ero sicuro che

tutto il mondo fosse lì a scrutarmi, pronto a restare affascinato o

deluso da quello che facevo."

"Ma perché è così?"

"Be', uno all'inizio si muove dentro la sua famiglia, nel piccolo

teatro privato dove ogni minimo gesto o parola acquista un enorme

rilievo. Basta che uno mangi un po' meno del solito, o che sorrida un

po' più del solito, o che sia un po' più pallido del solito, e sembra

un avvenimento altamente significativo, che riguarda tutti."

"E poi?"

"Poi passi a un teatro appena più grande e di colpo nessuno si

accorge di te. Fai gesti e gesti e gesti, evaporano nel nulla. Dici

parole parole parole, nessuno le ascolta. Così per avere un minimo di

attenzione cominci ad accentuare i tuoi atteggiamenti, li forzi e li

sottolinei tutto il tempo. Come una mosca che ronza più forte man

mano che passa in una nuova stanza."

"Prima di essere un subadulto non avevi atteggiamenti?"

"Sì, ma erano atteggiamenti da ostaggio."

"Vale a dire?"

"Modi di essere, più che modi di fare."

"Vale a dire?"

"Essere sgradevole con tutti. Non fare quello che dovevo. Ma erano

cose che non mi costavano fatica."

"E adesso, quanti atteggiamenti hai?"

"Dipende. Di solito cerco di non averne."


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"E ci riesci?"

"A volte."

"E a volte?"

"A volte no."

"Ma in media?"

"In media credo di essere ottanta per cento sostanza e venti per

cento atteggiamenti. Il minimo indispensabile per proteggermi dal

mondo, no? Per entrare in un negozio o in un cinema o parlare al

telefono con qualcuno che non conosco bene senza farmi scorticare

dall'attrito sociale. Però le proporzioni tra sostanza e

atteggiamenti possono variare di colpo, basta poco."

"Per esempio?"

"Basta che mi trovi troppo dalla parte del torto, o troppo dalla

parte della ragione. Non faccio neanche in tempo ad accorgermene, e

gli atteggiamenti mi si moltiplicano dentro in centesimi di secondo,

ne sono pieno fino alla punta dei capelli."

"Come hai fatto a ridurli, i tuoi atteggiamenti?"

"A un certo punto ho deciso che non mi piacevano. Non è stata tanto

una scelta di principio, quanto che di colpo mi sono visto da fuori e

mi sono sembrato penoso. Così ho provato a ridurli, poco a poco. Ma è

anche vero che ho potuto permettermelo."

"In che senso?"

"Nel senso che ho avuto un po' di risposte dal mondo. Ho decifrato

un po' di codici. Ho capito che carte avevo in mano. Sono diventato

abbastanza solido da non avere più bisogno di far finta di esserlo."


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"Sì?"

"Per la maggior parte della gente e la maggior parte del tempo, non

avere atteggiamenti è troppo rischioso."

"Perché?"

"Perché la pressione del mondo è forte, e senza la protezione di un

atteggiamento ti può schiantare."

"E allora?"

"Allora per arrivare a non avere atteggiamenti o almeno ad averne

il minimo possibile, uno deve essere in grado di reggere la

pressione, oppure essere in grado di stare fuori dal mondo."

"Cosa intendi, fuori dal mondo?"

"Fuori dal gioco continuo della competizione e dell'ostentazione e

della misurazione e del soppesamento e dell'invidia e della gelosia e

di tutto il resto."

"E ci si può riuscire?"

"Sì, per gradi."

"Non si può fare tutto in una volta?"

"E' difficile."

"Ma possibile."

"Ci sono alcune rarissime persone per cui è addirittura naturale.

Non gli costa nessuno sforzo e nessuna ricerca. Sono senza

atteggiamenti, e basta. E' un dono, anche questo."

"Poi ci sono persone che hanno molti più atteggiamenti di altre."

"Sì. Vanno avanti tutta la vita ad accumularne, come potrebbero

accumulare mobili o soprammobili con cui riempirsi la casa."

"E gli funzionano?"


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"Dipende. Se sono gli atteggiamenti giusti per il luogo o per il

gruppo di cui fanno parte, sì. Se sono giusti per il loro paese."

"Tipo?"

"Il nostro per esempio è un paese dove le parole contano più dei

fatti, i toni di voce più delle parole. Le scarpe più dei piedi, la

carrozzeria più della meccanica. E' un paese dove buona parte di

quelli che dovrebbero fare qualcosa recitano invece una parte, e non

smettono mai. In un paese così è difficile sopravvivere, senza

atteggiamenti."

"Sì?"

"Sì. Ma tutti i paesi tendono a produrre atteggiamenti in chi ci

vive, anche se sono atteggiamenti diversi, e le proporzioni con la

sostanza variano."

Hanno già finito le loro omelette e quasi vuotato le loro tazze e

bicchieri, guardano nello spazio vuoto tra i tavolini e la pietra

chiara della chiesa fortificata. Anche i due turisti americani hanno

finito di mangiare e bere; hanno girato le sedie verso il sole,

stanno con gli occhi socchiusi, abbandonati all'indietro sugli

schienali.

Lui allunga i piedi; il suo cellulare suona.

Una telefonata

M.: Scusami tanto, ma è l'ultima telefonata che ti faccio.

G.: Perché? Cos'è successo?


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M.: Che non ho più voglia di andare avanti così, neanche un giorno.

G.: Non potremmo parlarne in un altro momento?

M.: E' adesso che voglio parlarne.

G.: Aspetta almeno che vado in un altro punto. Dimmi.

M.: Io ti ho proposto una vita. Ci ho creduto.

G.: Anch'io.

M.: Non è vero. O non abbastanza, comunque. Sono passati cinque

anni, è come se fossero cinque giorni.

G.: In che senso?

M.: Nel senso che nelle altre mie storie nello stesso spazio di

tempo o anche meno avevamo progettato delle cose insieme e le avevamo

realizzate, e magari era anche già finito tutto. Ma almeno ci avevamo

provato davvero.

G.: Tipo?

M.: Costruire una casa, registrare dei dischi insieme, impiantare

un orto, addirittura fare un figlio. Scegliere una vita comune e

provare a viverla.

G.: E noi invece?

M.: Tu sei entrato nella mia vita come un cavolo di incursore. Solo

per prendere quello che ti interessava e scartare quello che non ti

andava bene e tornartene alla tua vita.

G.: Quale mia vita?

M.: Quella dove non ci sono io. Non me ne frega niente se sei una

specie di apolide patologico e lo sei sempre stato anche prima di me.

G.: Non è vero che ho solo preso. Sei ingiusta, adesso. Ti ho anche

dato un sacco di cose.


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M.: Quali?

G.: Attenzione, curiosità. Tempo. Cure. Amore mentale e fisico. Ti

ho fatta ridere. Ti ho parlato di mille argomenti diversi. Ti ho

letto interi libri ad alta voce. Ho ripercorso tutto il tuo passato a

ritroso fino alla tua nascita.

M.: Finché ti andava bene.

G.: Ti ho dato un'enorme quantità di sguardi e gesti e parole. Ho

fatto centinaia di migliaia di chilometri, per stare con te. Avrei

potuto andare e tornare dalla luna, se metto insieme tutte le volte

che sono venuto a Trieste da te.

M.: Sto parlando delle cose che si fanno insieme.

G.: Abbiamo fatto milioni di cose, insieme. Abbiamo camminato

insieme e nuotato insieme e siamo andati a cavallo insieme, abbiamo

visto film e spettacoli di teatro insieme. Siamo andati in libreria

insieme e al ristorante insieme, abbiamo fatto dei viaggi insieme.

Abbiamo suonato e cantato non so quante canzoni insieme. Abbiamo

parlato insieme, con un grado di attenzione e curiosità e sorpresa

che non avremmo avuto per nessun altro.

M.: Ma sempre sospesi nell'eccitazione fibrillante del momento.

Senza mai un progetto o almeno un'intenzione di costruire qualcosa di

continuativo. Sono sempre stati degli slanci.

G.: Ed è brutto?

M.: Sono una cosa infantile, gli slanci. Sembrano un regalo

meraviglioso e poi si dissolvono, ogni volta.

G.: Ma non è bello? Un regalo meraviglioso che ogni volta si


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dissolve e deve essere rinnovato?

M.: Non si può andare avanti a stupirsi e fare salti di gioia e

avere questo atteggiamento parossistico ogni minuto che si è insieme.

G.: Perché no?

M.: Perché altrimenti non ci si muove mai da lì. Non si riesce mai

ad andare oltre.

G.: Oltre dove?

M.: Verso la vita vera.

G.: E di cosa sarebbe fatta, la vita vera?

M.: Di progetti e di gesti concreti, di esserci.

G.: Ma io mi sento soffocare, nei fatti concreti. Mi spengo come

una vecchia lampadina, a esserci.

M.: Sei solo immaturo, Giovanni.

G.: Si vede che sono immaturo, allora.

M.: Io no, invece. L'immaturità mi logora e mi affatica

terribilmente. Va bene per cinque minuti, o quando hai sedici anni.

G.: Ma guarda che tu sei immatura quanto me! E mi piaci tantissimo,

quando sei immatura! E' lì che dai il meglio di te!

M.: Non è vero. E comunque è una cosa che ti puoi concedere ogni

tanto, non può essere uno stato permanente.

G.: Perché? Chi lo dice?

M.: Saresti il primo a essere terribilmente sgomento, se io fossi

sempre immatura.

G.: Forse sarei costretto a diventare più maturo io, per un

meccanismo di compensazione automatica.

M.: E se non succedesse?


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G.: Saremmo felici e immaturi tutti e due.

M.: Invece precipiteremmo in un mare di immaturità e ci

annegheremmo dentro. Tu continui a vedere l'immaturità in chissà

quale luce creativa, invece non è così. L'immaturità è inconcludenza

e limitatezza, incapacità di apprezzare le cose o anche solo di

capirle.

G.: E' di questo che mi accusi?

M.: Non ti accuso di niente. Dico solo che sono stufa di restare

sospesa in una situazione che non cresce, preferisco tagliare e

provare a ricostruirmi un'altra vita. L'ho già fatto altre volte, ci

riuscirò anche questa.

G.: Ma a me dispiace troppo. Io ti voglio bene. Non voglio

perderti.

M.: Tu non vuoi mai perdere niente, è questo il problema. E d'altra

parte non vuoi neanche mai scegliere niente in modo definitivo.

G.: E allora?

M.: Allora a un certo punto devi scegliere per forza, se vuoi

qualcosa. Non puoi continuare per sempre ad averla e non averla.

G.: Forse è che uno non può avere niente comunque. Né persone né

luoghi né situazioni.

M.: Bravo, mettiti a fare lo zen, adesso. E' un buon modo per

continuare a non scegliere e a non decidere, e sentirti anche fico.

G.: Non è vero.

M.: Comunque sono fatti tuoi. Arrangiati. Io non ne voglio più

sapere. Ti saluto.
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G.: Aspetta un attimo, non fare così.

M.: Ti saluto, basta.

G.: Aspetta. Pronto?

M.: Io sono stufa, stufa. Non ho più voglia di questi discorsi, che

tanto non cambiano niente.

G.: Ehi, cosa fai? Stai piangendo? Per favore non metterti a

piangere, adesso.

M.: Vai al diavolo!

G.: Non fare così, per favore. Parlami. Calmati.

M.: Piango di rabbia, non aver paura. Per essere ancora qui a

parlarti come una cretina quando so che non c'è assolutamente niente

da fare.

G.: Non è vero. Cerca di calmarti, per piacere.

M.: Mi calmo solo se penso che non ti vedo più!

G.: Cerchiamo di vedere le cose in termini più distaccati.

M.: Non cominciare con questo tono del cavolo!

G.: Proviamo a guardarci dal di fuori, come se fossimo altri due

che non conosciamo neanche.

M.: Fallo tu, fuori dalla mia vita.

G.: Non potremmo parlare con un po' più di serenità?

M.: Vai al diavolo, Giovanni, ti odio. Basta!

G.: Pronto?

La guarda in un tentativo

di espressione serena
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La guarda in un tentativo di espressione serena, anche se mentre

torna al tavolino si rende conto che è un tentativo patetico. Si

siede di nuovo e si gira verso il sole e riallunga le gambe, ma non

riesce a stare fermo per molto.

Dice "La prima volta che sono venuto qui era incredibilmente pieno

di gente".

"Sì?"

"Gente di tutto il mondo, non riuscivi a vedere quasi niente."

Avrebbe voglia che fosse così anche adesso: mani e piedi e facce in

movimento, macchine fotografiche, musica, cani, bambini, venditori,

compratori, parole e gesti sovrapposti.

Dice "Hai voglia che facciamo un giro?".

"Sì." Beve un ultimo sorso di spremuta d'arancia dal suo bicchiere,

ne lascia un dito come sempre.

Attraversano la piccola piazza della chiesa fortificata, in

direzione del mare. Una turista solitaria fa girare un espositore di

cartoline, non sembra trovare quella che cerca.

Lui dice "Come ti è sembrata la spremuta d'arancia?".

"Buona."

"Buona in che senso?"

"Perché?"

"Per sapere cosa intendi quando dici "buona". Rientrava nei

parametri standard di un'esperienza di spremuta d'arancia?"

"Non capisco di cosa parli."

"Il punto è che abbiamo un archivio mentale e sensoriale di


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esperienze già fatte. Fai una cosa per la seconda o centesima o

milionesima volta, confronti in una frazione di secondo le sensazioni

che ti dà con le sensazioni in archivio, e basta."

"In che senso?"

"Nel senso che al massimo dici "Buona" se corrispondeva a quello

che ti aspettavi, o "Così così" se era un po' al di sotto dello

standard. In realtà l'esperienza di berla è stata infinitamente più

complessa e anche contraddittoria, ma la riduci a niente. A qualche

secondo di piacevolezza, quando va bene."

"E perché?"

"Perché è un'esperienza già registrata e archiviata, non vale la

pena di analizzarla a lungo. E magari è stata del tutto diversa dalle

altre, a seconda del grado di maturazione delle arance e della loro

provenienza, e di come sono state spremute, della forma del

bicchiere, della temperatura dell'aria e del vetro, della faccia del

barista, della luce che c'è nel bar, della gente intorno, dei suoni

sullo sfondo. Sono tutte variabili che rendono unica quella spremuta

di arancia, rispetto a tutte le spremute che hai bevuto prima. Eppure

quello che fai è berla e passare ad altro, smettere di pensarci prima

ancora che le tue papille gustative abbiano finito di mandarti

segnali."

"Invece di?"

"Di soffermarti. Perdertici dentro, viaggiare nelle sfumature. Ma

abbiamo lo stesso atteggiamento rispetto a quasi tutto quello che

facciamo. C'è sempre un orologio che ci assedia con il suo

ticchettio, e diecimila altre cose da pensare e da fare subito dopo.


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Abbiamo interi calendari srotolati davanti. Così il futuro si mangia

il presente a una velocità furiosa e lo rigurgita subito nel passato,

non te lo lascia mai tra le mani e davanti agli occhi abbastanza a

lungo."

"Ma non avremmo tempo per fare niente, se ci perdessimo in ogni

piccola cosa come dici tu."

"Il tempo non esiste. E' un'invenzione degli esseri umani, per

coordinare attività quasi tutte negative."

"Tipo?"

"Guerre o imprese industriali, viaggi di massa o spettacoli a

pagamento o deportazioni o vendite su larga scala, in modo che i

conti tornino sempre e non ci siano da disperdere troppe energie."

"Davvero?"

"Sì. Lo scopo dell'invenzione del tempo è creare un senso

artificiale di oggettività che scorre al di sopra e al di fuori dei

sensi individuali e chiude le persone in una griglia mobile e le

spinge avanti contro la loro volontà."

"Come quando mi devo buttare giù dal letto alle sette di mattina

per andare a scuola?"

"Sì. E milioni di persone sono costrette a farlo nello stesso

momento, pensando di rispondere a una legge superiore. Una legge che

butta giù dal letto milioni di persone e le fa sedere a tavola, le

manda a lavorare o in vacanza o a dormire o a fare l'amore o a fare

la spesa o a morire."

"Ma se non ci fosse un tempo concordato come faremmo a vivere?"


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"Vivremmo come si viveva prima dell'invenzione del tempo. Come si

vive ancora nei pochi posti in cui il tempo non esiste."

"Vale a dire?"

"Entreremmo nelle situazioni, e ci fermeremmo lì o le

attraverseremmo e ne usciremmo come ci pare. Non verremmo incalzati e

non incalzeremmo nessuno, non saremmo costretti ad appiattire

esperienze fino ad azzerarle per farle rientrare in caselle

sensoriali di dimensioni prestabilite. Non misureremmo più niente in

anni e mesi e giorni e minuti e secondi. Non ci sarebbe nessun

bisogno di interrompere e spezzare o continuare niente per ragioni

esterne alle nostre."

"Sì, ma come faremmo a darci appuntamenti o a lavorare, per

esempio?"

"Lavoreremmo in altri modi. E ci daremmo altri tipi di

appuntamenti."

"Però il tempo c'è, anche senza orari e orologi."

"Invece no. Il tempo è un'invenzione e un imbroglio."

"Perché un imbroglio?"

"Il tempo non passa affatto. Non è un fiume, non è un nastro. Siamo

noi che passiamo. E i cronometri e gli orologi e i calendari ci fanno

passare a una velocità coordinata e del tutto indipendente dalle

nostre percezioni. Ci trascinano con i loro ingranaggi apparentemente

neutri e ineluttabili, finché non riescono a buttarci fuori dalle

nostre vite."

"Come fai a dire così? Un'ora è un'ora."

"Prova a toglierti l'orologio, e a non avere intorno nessun altro


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strumento artificiale di misurazione, e poi dimmi cos'è un'ora."

"Sessanta minuti."

"E cos'è un minuto?"

"Sessanta secondi."

"E cosa cavolo è un secondo?"

"In che senso?"

"Se solo smetti di pensare a una lancetta che scatta lungo una

piccola scala circolare mossa da un meccanismo o da un circuito

elettronico."

"Eh."

"Prova a dirmi quanto dura un secondo. Che confini ha."

"Dura quanto dire u-no. I confini sono la u e la o."

"Quello è lo spazio che impiega una lancetta a percorrere una tacca

del quadrante di un orologio. Ma togliti dalla mente la lancetta e la

tacca e il quadrante e l'orologio e il nome, cosa rimane?"

"Non so."

"Non rimane niente. Oppure tutto. Lo spazio è aperto di nuovo,

fuori dalle leggi schiaviste dell'oggettività che non esiste."

"Ma il ciclo della luce e del buio, esistono. Il ciclo delle

stagioni."

"I cicli sono infinitamente liberi. Infinitamente. Non hanno niente

a che fare con la meschinità persecutoria e riduttiva delle scale

millimetrate. Li puoi estendere come vuoi, farci stare dentro tutto

quello che ti pare. Tra uno spazio ciclico e uno spazio cronometrato

e calendarizzato c'è la stessa differenza che c'è tra una zebra


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libera di galoppare per i prati e una zebra rinchiusa in una gabbia

di due metri per uno in un serraglio."

Camminano lungo la strada che costeggia la spiaggia, guardano il

paese da fuori e guardano verso il mare.

Lei dice "Hai litigato con M.?".

"Non proprio litigato. E' stato uno dei nostri scambi di posizioni.

Solo che ogni volta siamo un po' più vicini a una vera rottura

definitiva."

"E quali sono, le posizioni?"

"La sua e la mia."

"Grazie tante. E chi ha ragione?"

"Tutti e due, dai nostri punti di vista."

"E allora?"

"Non lo so."

"Come pensate di venirne fuori?"

"Non lo so."

Sono già arrivati in fondo al paese, sulla loro destra si vedono

cantieri di alberghi e condominii e ristoranti in costruzione. Senza

parlarsi si girano e tornano indietro. Il telefonino di lei fa un

biiip biiip di messaggio in arrivo. Lei legge subito, risponde con

dita rapide. Lui fa per dirle qualcosa a proposito delle interferenze

continue, ma non dice niente.

Più avanti un grosso cane nero con vaghe ascendenze di terranova

viene verso di loro a un trotto zoppicato, si avvicina con l'aria di

aspettarsi qualcosa da mangiare.

Lei dice "Che carino!".


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"Chiamalo carino."

"Ha fame."

"Sì, ma non abbiamo niente."

"Non potremmo adottarlo?"

"Sei diventata scema?"

"Perché?"

"E' orrendo, e pesa un quintale."

"Non è orrendo!"

"Oltretutto non ha nessuna intenzione di farsi adottare. E' felice

di stare libero così."

"Cosa ne sai, tu?"

"Lo so. Se fossi un cane randagio in un paese di mare non avrei

nessuna voglia di farmi rinchiudere in un appartamento di città."

"Magari non è randagio. Magari l'hanno abbandonato."

"Ormai comunque è abituato a questa vita, e sta benissimo. Non lo

vedi com'è grasso?"

"Non è grasso, poverino."

"E' bavoso, anche. Mi ha sbavato tutta la manica."

"Proviamo a tenercelo, ti prego!"

"Non fare la matta, ti prego."

"Per piacere."

"Non scherziamo neanche."

"Io voglio un cane."

"Lo sai che sei totalmente ossessiva? Non riesco a crederci."

"Allora fammelo tenere."


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"Ti ho detto che lui non ha nessuna intenzione di farsi tenere, a

parte tutte le altre considerazioni."

"Proviamo."

"Lo vedi?"

Il grosso cane nero in effetti prende il largo e si rimette a

trottare nella direzione opposta. Lei ha un'aria delusa, lo segue con

lo sguardo.

"Lo volevo."

"Senti, perché non andiamo a fare un giro a cavallo nelle paludi?"

Lei fa di sì con la testa solo quando lui glielo chiede una seconda

volta; accelerano il passo verso la piazza davanti al municipio

spagnolesco.

In un recinto

c'è un cavallo grigio

estremamente vecchio

In un recinto c'è un cavallo grigio estremamente vecchio, con il

dorso insellato e il pelo lungo. Non è in cattive condizioni, e

sembra abbastanza soddisfatto, bruca l'erba in ricrescita senza che

nessuno gli dia fastidio o gli chieda di fare qualcosa. Loro due lo

guardano appoggiati alla staccionata, mentre aspettano che il ragazzo

dei cavalli venga ad avvisarli che è tutto pronto.

Lei dice "Perché parli sempre delle ragioni primordiali?".

"Quando?"

"Sempre. Di qualsiasi cosa dici che c'è dietro una ragione


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primordiale legata alla sopravvivenza della specie."

"Sono così ossessivo? Così maniacale, madonna?"

"No, però è vero che lo dici sempre."

"Perché è così. Abbiamo dentro queste ragioni, qualunque cosa

facciamo."

"Qualunque?"

"Sì. Anche quando siamo convinti di appartenere a una specie eletta

che a differenza di tutte le altre ha tagliato i legami con le sue

origini. Quasi tutto quello che facciamo è legato alla sopravvivenza

e alla continuazione."

"Tipo?"

"Qualsiasi nostro impulso o reazione, sotto la superficie dei modi

codificati."

"Tipo?"

"Prendi la scelta di un partner. Tu credi di seguire unicamente i

tuoi gusti e il tuo carattere e la tua sensibilità peculiare. Trovi

uno che ti piace, sei convinta di essere perfettamente padrona della

tua scelta."

"E invece?"

"Invece sotto la tua scelta lavorano criteri legati alla

sopravvivenza della specie."

"Vale a dire?"

"Ragioni molto concrete che ti fanno preferire uno tra tanti come

partner riproduttivo."

"Ma non sempre."


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"Sì invece. Sono meccanismi talmente certi che vengono usati a

freddo dalla pubblicità per vendere alla gente qualsiasi cosa."

"Io non ci credo. Nessuno sceglie una persona solo in base alla

sopravvivenza della specie, oggi."

"Non ho detto solo. Ma è un fattore determinante nella scelta."

"Forse un tempo."

"Un tempo quando? Quando vivevamo nelle caverne o nelle palafitte?"

"Eh."

"E' ancora così."

"Non ci credo."

"Prova a pensarci. Ti è mai piaciuto uno con la fronte bassa? Uno

che parla in modo incomprensibile? Uno che non sa niente di niente?

Uno che si spaventa di continuo e scappa via? Uno che puzza o che non

ti guarda mai negli occhi?"

"No, ma cosa c'entra? E' questione di gusti. Uno ti sembra bello o

brutto o simpatico o antipatico a seconda di come sei tu."

"E cosa credi che ci sia dietro il bello e il brutto e il simpatico

e l'antipatico? Ci sono i caratteri di un partner riproduttivo

desiderabile oppure no. Di uno con cui potresti fare dei figli con

discrete prospettive di vederli sopravvivere oppure no."

"Che cosa triste."

"Sì. Ci sono alcune persone orrende che riescono ad attrarre una

quantità di partner riproduttivi, perché sembrano offrire alte

probabilità di sopravvivenza."

"Tipo?"

"Tipo qualunque abominevole uomo ricco e di potere. Lo vedi, e


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pensi che dovrebbe suscitare lo stesso genere di disgusto in

qualunque donna. Invece non è così, perché i suoi segni di preminenza

sono così forti da farlo diventare molto appetibile. Mettono in ombra

qualunque dato negativo, perfino che abbia la fronte bassa e puzzi e

non ti guardi negli occhi o che sia grasso e bavoso e vecchio. Quello

che conta sono le caratteristiche che gli hanno permesso di diventare

preminente."

"A me uno così fa schifo."

"A te. Ma stiamo parlando di leggi generali."

"E un uomo cosa cerca in una donna, in base alle pure ragioni della

sopravvivenza della specie?"

"Cerca anche lui una buona partner riproduttiva, in grado di dare

alte probabilità di sopravvivenza ai figli e di trasmettergli buone

caratteristiche genetiche."

"Che orrore."

"Sì, sembra una cosa proprio brutta. Ma è un dato di fatto. Pensa

alle donne che sono state rappresentate nelle statue e nei quadri

attraverso i secoli."

"Eh."

"Sono tutte modelli ideali da un punto di vista riproduttivo. Gambe

e braccia ben sviluppate, fianchi ampi, bacino pieno, seno non troppo

grande e nemmeno troppo piccolo, fronte alta, occhi grandi, naso

regolare con narici ben sviluppate, capelli folti, denti sani, una

discreta riserva di grasso per i periodi di scarsità di cibo, mani

ben proporzionate, piedi che offrono un buon sostegno. E' una


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galleria infinita di variazioni sullo stesso tema. Come se chi

dipingeva o scolpiva avesse avuto bisogno di fissare le

caratteristiche di un esemplare femminile ideale per ricordarsi quali

erano i tratti desiderabili, e ricordarli agli altri."

"Nello stesso modo in cui uno potrebbe appendere al muro il disegno

di una mucca ideale?"

"Sì. Ma le statue e i quadri che rappresentano uomini rispondono

agli stessi criteri. Sono tutte fissazioni di requisiti utili in

forma idealizzata."

"Allora come spieghi il fatto che possa piacermi uno che mi fa

ridere, per esempio? A cosa serve, da un punto di vista di

sopravvivenza della specie?"

"Be', non credo che ti piaccia uno che ti fa solo ridere, no? Un

buffone."

"Dicevo uno spiritoso."

"Se è spiritoso dev'essere anche percettivo. Dev'essere in grado di

cogliere le cose ed elaborarle in modo rapido secondo un'angolazione.

Dev'essere uno intelligente e con riflessi pronti. Dunque uno che ti

offre buone probabilità di sopravvivenza, lo vedi?"

"Uffa, non può essere solo questo."

"Questo è sotto. Poi sopra ci sono molte altre cose."

"Tipo?"

"Trasformazioni culturali, influssi climatici o ambientali nelle

diverse regioni del mondo. Sovrapposizioni di messaggi."

"Tipo?"

"Tipo la pubblicità e la moda e la cultura di superficie che,


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invece di partner riproduttivi ideali rappresentati in mille varianti

nella storia dell'arte, vendono mille varianti di anoressiche troppo

alte e troppo magre che sarebbero partner catastrofiche dal punto di

vista della sopravvivenza della specie."

"Sì?"

"E le diffondono con una tale intensità e capillarità da imporle

agli uomini come modelli desiderabili, anche se non corrispondono

affatto ai loro istinti profondi."

"E le donne?"

"Le donne si riempiono di scontentezza e di complessi per come

sono, senza neanche rendersi conto che le immagini con cui devono

confrontarsi di continuo sono create e messe in giro da uomini a cui

le donne non interessano affatto."

"Ha!"

"In compenso alle donne vengono venduti modelli di uomini così

inconsistenti e narcisi e imbecilli, che nella prima situazione

davvero difficile le lascerebbero morire senza pensarci un istante."

"Dici i manzi scemi e depilati delle riviste?"

"O i disc jockey o i cantanti o gli attori che vengono venduti ogni

giorno come modelli di uomini."

"Sì?"

"Ma per fortuna in tutta questa sovrapposizione di segnali ci sono

anche persone che riescono a non farsi plasmare dalla pubblicità e ad

andare oltre la semplice compulsione a sopravvivere, e ad affacciarsi

su altri territori."
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"Quali territori?"

"Gli spazi del non-tangibile. Del non-pesabile, non-misurabile,

non-cronometrabile. Del non-dicibile, anche."

"Dove la sopravvivenza della specie non conta più?"

"Dove non conta più la sopravvivenza e non conta più neanche la

specie. Il che rende le loro attrazioni molto ricche e molto

complicate."

"Perché complicate?"

"Perché anche loro ogni tanto ricadono nelle ragioni legate alla

sopravvivenza della specie. Non se ne sono liberati per sempre."

"Non c'è modo di farlo?"

"Non credo. Non del tutto."

"Quindi la base di quello che succede tra gli uomini e le donne

continua a essere quella?"

"Sì. Come per tutti gli altri animali."

"Ma è una cosa senza senso."

"Però è anche l'unico senso evidente. Tutti gli altri sensi e le

altre ragioni ce li inventiamo noi."

"Perché?"

"Perché questo non ci basta, per quanto possiamo essere razionali

oppure istintivi. E' inaccettabile che non ci sia nessun altro scopo

nella vita al di là della continuazione della vita. Il che poi è uno

scopo relativo, perché è difficile dire a cosa serva in termini

assoluti. Se appena usiamo una parte dei nostri cervelli

ipersviluppati, abbiamo bisogno di altro."

"Di cosa?"
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"Di risposte difficili da trovare. Oppure di mille cose da

desiderare e raggiungere e conquistare e comprare e vendere e

costruire e chiedere e possedere e mostrare e offrire e difendere."

"Vuoi dire come scopi artificiali?"

"Sì. Fin da quando nasciamo, abbiamo davanti una serie di traguardi

inventati a cui aspirare. C'è tutto un clima di attese e di

incoraggiamenti."

"Tipo?"

"Tipo andare a scuola, e la scuola è tutta costruita in base a una

successione di piccoli scopi artificiali. Cose da capire e

memorizzare, nomi da imparare e ricordare. Con premi e punizioni per

sollecitarci lungo il percorso, darci l'idea di essere arrivati a un

traguardo e averlo passato o dover ricominciare da capo a inseguirlo."

"E dopo la scuola?"

"Aumenti di stipendio e premi di produzione e promozioni, titoli,

gratifiche, nuovi nomi, e calendari e orologi per misurare la rapidità

o la lentezza con cui riusciamo a farlo."

"E fuori dal lavoro?"

"Anche fuori c'è un sistema a traguardi. Trovare una casa dove

abitare, una macchina da guidare, mobili e oggetti per riempire lo

spazio, vestiti e gioielli e giocattoli per spendere i soldi che

guadagnamo e per colmare il vuoto che rimane, vacanze e viaggi per

confermare le immagini che ci hanno venduto. E appena hai una di

queste cose devi cominciare subito a desiderarne un'altra un po' più

grande o lunga o costosa o difficile da avere, se non vuoi perdere di


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vista il prossimo traguardo e con quello il senso intero della vita."

"E se non ti importa niente di nessuno di questi traguardi?"

"Allora devi scoprire altre ragioni."

"Dove?"

"Nei territori ulteriori."

"Quali ragioni?"

"Sono non-ragioni."

"Vale a dire?"

"Assorbire e riflettere. Cogliere l'essenza delle cose animate e

ferme. Lasciarti passare attraverso la luce e il buio dell'universo.

Cogliere il punto di equilibrio profondo. Provarci, almeno. Il che

non ti impedisce di cadere ogni tanto in un vuoto improvviso di

significati, a meno che tu non sia molto dedito a sostenere una

parte."

"Quale parte?"

"Della convinzione assoluta e della certezza assoluta,

dell'illuminazione assoluta."

"E cosa succede quando cadi in un vuoto di significati?"

"E' come un'amplificazione estrema della noia. Hai in mente la

noia?"

"Sì."

"Moltiplicala per milioni di volte."

"Da dove viene la noia?"

"Non viene. E' lì. Nella mancanza di scopo e nella mancanza di

senso e nell'incapacità di andare oltre. Siamo convinti che si infili

a tradimento negli spazi vuoti, e che basti darsi da fare per


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mandarla via. Invece è il contrario, la noia è al centro dello

spazio, e noi per non vederla la copriamo con schermi e paraventi

mobili di attività concatenate."

"E cosa dovremmo fare, invece?"

"Dovremmo sapere che la noia è lì. E che ci può spingere a fare le

cose più insensate, o a cercare di capire il senso delle cose. Se uno

si sottrae sistematicamente alla noia, per quanto corra non va da

nessuna parte."

"Perché?"

"Perché tutto nasce dalla noia. Le percezioni e le constatazioni e

le elaborazioni, le idee di ogni tipo."

"Be', a scuola ci annoiamo da morire, ma non è che ci vengano molte

idee."

"Questo lo credi tu."

"Lo so, non lo credo."

"Allora vuole dire che non vi annoiate abbastanza."

"Se ci annoiassimo un po' di più moriremmo stecchiti sui banchi."

"Oppure scoprireste qualcosa."

"E' facile per te dirlo."

"Guarda che ci sono passato anch'io."

"Ma non te lo ricordi più."

"Me lo ricordo benissimo, invece. Se non mi fossi annoiato così

tanto credo che non mi sarebbe mai venuto in mente niente."

"Cosa ti è venuto in mente?"

"Che c'erano altri piani su cui potevo andare."


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"Boh."

"Non aspettarti che la noia finisca con la fine della scuola. La

noia è ovunque, sempre. Non puoi fare a meno di rivederla, se non sei

totalmente ottusa."

"Tipo?"

"Te ne accorgi quando raggiungi uno dei tuoi traguardi. Uno dei

tuoi piccoli scopi artificiali, no? Hai appena superato un esame o

conseguito chissà quale risultato nel lavoro o nella vita privata, e

sei piena di soddisfazione e di sollievo, e di colpo senti questa

voce sottile nella testa che dice "E adesso?". Non dirmi che non ti è

mai capitato."

"Sì."

"Ma poi ci tendiamo subito verso il prossimo piccolo scopo

artificiale che vediamo lungo il nostro percorso, cerchiamo di

concentrarci su quello."

"Cosa dovremmo fare invece?"

"Non credo che ci sia niente da fare, a parte ricordarci che i

nostri piccoli scopi sono artificiali. Per il resto è giusto che

andiamo dietro a quello che ci interessa o che ci diverte, purché non

danneggi gli altri o il mondo nel suo insieme."

"Però una volta che decidi che tutti gli scopi sono artificiali,

come fai a crederci?"

"Non è un'idea così azzerante. Può anche farti venire voglia di

dipingere sui muri, o piantare alberi in un giardino. Può farti

venire voglia di lasciare delle tracce interessanti, per quelli che

vengono dopo. Può farti buttare via gli orologi e i calendari per
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liberare lo spazio dal tempo. L'importante è non pensare che ci sia

qualcosa di così straordinariamente importante, in quello che

facciamo."

"Ma a cosa serve qualunque cosa, allora?"

"Alla pura vita."

"E cos'è la pura vita?"

"Questa."

Il ragazzo dei cavalli si affaccia da dietro un muretto bianco, fa

un gesto per dire che è pronto. Loro sorridono e rispondono con due

gesti simili, lo seguono.

Lui parla

con il ragazzo dei cavalli

nel suo francese limitato

Lui parla con il ragazzo dei cavalli nel suo francese limitato, che

va bene giusto per questo genere di conversazioni a brevi frasi

interrotte. Procedono in fila indiana, lungo un percorso tra cespugli

ed erba alta secca e canne e piccole staccionate e recinzioni

metalliche e fossi e stagni. Il ragazzo monta a pelo il vecchio

castrone grigio che erano stati a guardare nel prato vicino ai

bungalow, con tanto riguardo da dare l'idea di non pesargli addosso

per niente. Quando lui gli chiede quanto è vecchio il cavallo, dice

"Ventotto anni! Abbiamo cominciato insieme!". Lui traduce per sua

figlia che sta a metà della piccola fila, lei fa di sì con la testa.
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Va avanti a riferirle le altre frasi del ragazzo, su come le cose

cambiano nella stagione turistica, quando tutti gli alberghi della

zona sono pieni e dozzine di persone che non hanno la minima idea di

cosa sia un cavallo chiedono di essere portate in giro perché hanno

visto le foto sui dépliant. Lei fa di sì con la testa, concentrata

com'è sulle redini e sull'andatura e sul terreno. Non è sicuro che

sia interessata a queste informazioni, ma gliele traduce lo stesso

perché gli fa piacere assumersi un ruolo di tramite. Gli sembra un

modo di filtrare i segnali del mondo e proporle un paesaggio più

amichevole, dove quasi ogni elemento è sotto controllo, affrontabile

senza incertezze e senza sforzi. L'idea lo rassicura, prima ancora di

rassicurare lei.

Ma neanche qui sono del tutto al riparo dalla pressione del mondo,

perché il sole ha già cominciato a impallidire e l'aria a diventare

più fredda e il percorso verso il mare è meno sgombro e selvaggio di

come lui si era immaginato. Cerca di tenersi leggero mentre passano

oltre un accampamento di zingari con roulotte e grandi Mercedes

parcheggiate, oltre un ponte da cui due bambini zingari pescano con

la canna. I cavalli rispondono poco al contatto dei talloni, sono

animali da palude e da turisti, abituati a camminare in fila indiana

senza badare molto a chi gli sta in sella.

Quando arrivano alla spiaggia il ragazzo smonta e rompe una piccola

canna e risale con uno slancio leggero in groppa al suo vecchio

cavallo, dice "Qui possiamo galoppare, se volete". Ma il vecchio

cavallo è troppo vecchio e il ragazzo lo tocca con la canna in modo

troppo delicato: fa un accenno di trotto e smette quasi subito. Così


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lui dà forte di talloni al suo e riesce a lanciarlo in avanti e

quello di lei lo segue, lungo la fascia di sabbia più compatta a

pochi metri dal mare. I cavalli galoppano pesanti e trattenuti, non

hanno nessuna voglia di allontanarsi molto da casa. Ma galoppano, e

lo spazio davanti è aperto a perdita d'occhio, gli unici rumori sono

quelli del mare e del vento e degli zoccoli sulla sabbia.

Lui si gira a guardare sua figlia qualche metro indietro, più a suo

agio e più divertita adesso. Le grida "Bello?!".

"Sìì!" grida lei.

"Vaaaai!" grida lui, nel ritmo dei grandi muscoli e delle grandi

ossa e delle grandi giunture che liberano le distanze. Gli viene in

mente la concatenazione assurda di intenzioni e decisioni e fasi

intermedie che c'è voluta per arrivare a questa breve successione di

gesti e sensazioni, già quasi consumata mentre ci corrono attraverso.

Vanno avanti finché i cavalli perdono slancio e rallentano e infine

si fermano da soli. Il mare è grigio, con onde di media grandezza che

si rompono e schiumano sulla battigia. Ci sono piccoli detriti

naturali e artificiali sulla sabbia umida; un pescatore immobile con

una lunga canna, molto lontano all'orizzonte.

Il suo cavallo gira la testa e lui lo lascia girare, verso il

vecchio castrone grigio da cui il ragazzo è smontato di nuovo per non

affaticarlo troppo. Basta cedergli di poco le redini, e il cavallo

riprende al galoppo per tornare indietro, molto più veloce di quando

doveva allontanarsi. Lui si volta ancora a guardarla poco dietro;

galoppano sulla sabbia come due compagni di viaggio e di avventura.


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Quattro e-mail

Da: giovannibata@teltel.it

Ore: 17.30

cara m.,

poco fa stavo galoppando a cavallo sulla spiaggia deserta, e ho

pensato a quanto è assurda la nostra tendenza a concentrarci su

dettagli pratici che abbiamo già esaminato un milione di volte da

ogni angolo. ho pensato che dovremmo sottrargli spazio mentale,

invece di dargliene, e dedicare ad altro le nostre capacità

percettive. dovremmo guardare le richieste del mondo cosiddetto reale

con ironia invece che con angoscia, perché alla fine non contano

niente. sarebbe bello se riuscissimo a ritrovare tra noi i sentimenti

senza parole che provavo poco fa mentre galoppavo sulla spiaggia

deserta. volevo solo dirti questo.

giovanni

Da: M.@mailcom.it

Ore: 17.42

Caro G.,

mi spieghi per esempio come cavolo avresti potuto galoppare libero

e selvaggio su una spiaggia francese con tua figlia se non avessi un

lavoro che ti funziona bene e un'organizzazione minima che ti

permette di fare un viaggio di qualche giorno fuori stagione e una


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carta di credito coperta da un conto in banca e una macchina comoda

per tutti questi spostamenti e benzina da mettere nel serbatoio e

diecimila gesti concreti senza i quali non saresti mai arrivato a

essere lì adesso? Quello che dici sui dettagli pratici è un

imbroglio, perché non sono dettagli e non sono irrilevanti. In più è

inutile che fai tanto il mistico e l'illuminato con me, sei una delle

persone più fisiche e istintive e terrene che io conosca.

M.

Da: giovannibata@teltel.it

Ore: 17.58

cara m.,

se penso che solo qualche anno fa non ci conoscevamo neanche, e che

quando ci siamo conosciuti avevamo una miscela strana di curiosità e

cautela nell'esaminare le nostre reciproche posizioni. allora non

c'era nessun dettaglio pratico, a ostacolare il fluire della nostra

comunicazione spirituale. e fisica e istintiva e terrena, sì.

adesso andiamo a vedere un paese fortificato qui vicino, prima che

il sole vada giù.

ciao, g.

Da: M.@mailcom.it

Ore: 18.09
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Una delle cose che mi fanno più rabbia di te è la tua

autosufficienza. L'idea che tu in realtà non abbia bisogno di nessuno

per stare bene, se non forse in qualche momento, quando cedi al

sentimentalismo o alla depressione.

M.

Fanno il giro delle mura

della città fortificata

Fanno il giro delle mura della città fortificata. Lui registra il

taglio e lo spessore dei blocchi di pietra, la disposizione delle

difese, i punti deboli rispetto a un attacco da angoli diversi. Ogni

tanto le dà un'informazione tecnica: dice "Quello si chiama

beccatello", o "Quella è una torre di fiancheggiamento".

Lei fa di sì con la testa, guarda oltre nella luce calante. Dice

"Sei strano quando guardi questi posti".

"Strano come?"

"Strano."

"Dipende da quello che mi arriva addosso, credo."

"E cosa ti arriva?"

"A volte negli angoli d'ombra sento sai una specie di soffio sulle

tempie? A volte invece mi sembra di avere i piedi nella colla. Ma in

questo tipo specifico di posti il più delle volte è angoscia da

assedio."

"Perché?"

"E' la ragione per cui li costruivano. Adesso la gente guarda


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queste mura come una bella cornice storica e pittoresca intorno alla

cittadina, no? Ma l'unica ragione per cui sono state costruite era la

paura. Tutte queste torri e torrette e bertesche e cortine e cinte e

postierle e grate, i cammini di ronda e i ponti levatoi, sono solo

dei tentativi disperati di mettersi al riparo."

"Da chi?"

"Da quelli che calavano dal nord, o da quelli che venivano da est.

Da quelli che arrivavano dal mare. Da quelli che magari stavano a

trenta chilometri e si erano messi in testa che qui sarebbero stati

meglio."

"Ma perché c'è tutto questo accumulo di cose brutte, nella storia?"

"E' dentro di noi, l'accumulo. La storia è solo una traccia di

quello che siamo."

"E perché siamo così?"

"Perché siamo dei grossi topi ingegnosi e ultra adattabili e

disarmonici, in uno stato cronico di inappagamento."

"Come mai le altre specie animali sono in armonia con il mondo più

di noi?"

"Le altre specie hanno una forma di autoregolazione fatta di limiti

naturali. Dipendono dal rapporto tra predatori e prede, dalla

disponibilità delle risorse, dalle barriere climatiche, dalle fasce

di altitudine. Tutte cose che non possono scavalcare oltre un certo

punto."

"No?"

"No. Non è che siano più in equilibrio con il mondo perché


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inseguono un'idea di armonia, anche se sarebbe bello pensarlo. E' un

sistema automatico che le tiene in equilibrio. L'idea di armonia è

nostra."

"Ce la siamo inventata?"

"O l'abbiamo captata, con i nostri lobi frontali ipersviluppati.

Però è un'idea che si scontra di continuo con i riflessi basilari del

nostro cervello rettiliano. Ed è stato il nostro cervello rettiliano

a determinare la storia, quasi sempre."

"Com'è esattamente la faccenda dei cacciatori-raccoglitori e dei

pastori-coltivatori che dicevi?"

"E' un po' lunga."

"Prova ad accorciarla."

"Be', all'inizio vivevamo sugli alberi, nel folto delle foreste

tropicali. Mangiavamo quello che c'era e dormivamo dove capitava.

Avremmo potuto rimanere lì per sempre, in piccoli numeri e in

equilibrio con tutto quello che c'era intorno, come le altre specie."

"E invece?"

"Invece il clima è cambiato e le foreste tropicali si sono ridotte

e abbiamo dovuto uscire allo scoperto delle savane per trovare

qualcosa da mangiare. La cacciata dal paradiso terrestre, no?"

"Davvero?"

"Più o meno. Per sopravvivere abbiamo dovuto imparare ad adattarci,

e da lì siamo andati avanti a farlo. Ad adattarci e adattarci e

adattarci."

"Adattarci come?"

"Intanto abbiamo dovuto imparare a camminare su due zampe sole, il


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che non è stata un'impresa facile."

"Perché lo abbiamo fatto?"

"Per poterci guardare intorno."

"E c'era bisogno di camminare su due zampe, per guardarsi intorno?"

"Prova a camminare a quattro zampe tra l'erba alta di una savana

con la testa a quaranta centimetri da terra, mi dirai quanto riesci a

vedere. Invece su due zampe di colpo la tua altezza quadruplica. Sei

in grado di tenere d'occhio un bel tratto di terreno tutto intorno,

hai qualche possibilità in più di scappare in tempo se qualcuno

arriva quatto quatto per mangiarti."

"Ed eravamo dei cacciatori-raccoglitori?"

"Sì, mangiavamo i frutti e i tuberi e le erbe e il miele e le uova

e i piccoli animali che trovavamo lungo il percorso, e andavamo

oltre. Non era proprio come quando vivevamo nelle foreste, però ce la

cavavamo ancora abbastanza bene. Non avevamo nessun genere di

responsabilità o di impegno, a parte restare vivi e riprodurci."

"E poi?"

"Poi abbiamo continuato ad adattarci e adattarci, e nel frattempo

il nostro cervello continuava a crescere. Poco alla volta ci ha

permesso di fare il fuoco e di tagliare le pelli di altri animali e

usarle come vestiti. Così abbiamo potuto allontanarci ancora dal

nostro ambiente e dal nostro clima d'origine ed espanderci in ogni

angolo del mondo, mentre il mondo continuava a raffreddarsi e a

cambiare aspetto."

"E?"
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"Abbiamo imparato a costruire capanne di tronchi per ripararci, e

recinti intorno. Ormai era la fine dell'ultima era glaciale, una

decina di migliaia di anni fa, i grandi erbivori che un tempo

attraversavano a milioni i continenti erano sempre più rari. Così

abbiamo provato ad allevarne qualcuno al riparo di un recinto, in

modo da averne sempre a disposizione invece che quando capitava."

"Abbiamo cominciato anche a coltivare la terra?"

"Sì, frutti e tuberi ed erbe, tutto quello che fino ad allora

avevamo raccolto in giro. Siamo diventati stanziali e ci siamo messi

a difendere dei territori fissi. Siamo diventati più piccoli e più

gracili, perché fare i pastori-coltivatori era più difficile e

faticoso che fare i cacciatori-raccoglitori."

"Abbiamo inventato il lavoro, in pratica?"

"E gli impegni a medio e lungo termine, e i doveri. Di colpo

avevamo terreni da disboscare e dissodare e arare e seminare e

irrigare e tenere puliti, animali da nutrire e proteggere dai

predatori e far riprodurre e mungere, case da rinforzare e difendere

e aggiustare e tenere in ordine. Di colpo eravamo fermi in un posto,

assediati dalle responsabilità."

"E perché abbiamo cambiato, se la vita di prima era più facile?"

"Perché la nostra incredibile capacità di adattamento ci aveva

trascinato troppo lontani dal nostro punto di equilibrio. Perché il

rapporto tra le risorse naturali e le nostre pretese era sballato in

modo irrimediabile. Perché il nostro inappagamento cronico continuava

a spingerci oltre. E perché la nuova vita da pastori-coltivatori era

molto più prevedibile dell'altra, e la nostra specie ha sempre avuto


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un'ossessione per la prevedibilità."

"In che senso?"

"Nel senso che siamo sempre stati dibattuti tra bisogno di

cambiamento e nostalgia di orizzonti stabili, e adesso ce li avevamo

di nuovo. Gli animali da mangiare non sbucavano più dal buio

insondabile di una foresta, erano lì tutto il tempo sotto i nostri

occhi. Trovare i frutti e i grani e le radici non dipendeva più dalla

fortuna di un percorso scelto a caso tra tanti, ma dalle tecniche di

coltivazione. Naturalmente poteva arrivare una terribile siccità o

una gelata o un'epidemia che distruggeva tutto, ma cominciava a

sembrare già un'interferenza della natura in un disegno umano."

"E poi?"

"Poi l'allevamento e l'agricoltura si sono evoluti ancora, e gli

insediamenti sono diventati più grandi, e i diversi gruppi stanziali

hanno cominciato a cercare di invadere i territori dei loro vicini

per rubare e devastare quello che allevavano e coltivavano e

costruivano, e via via tutto il resto fino a queste mura."

"Sì."

"E la cosa più assurda è che non abbiamo mai raggiunto uno stato di

vera armonia permanente rispetto al mondo nel suo insieme, eppure ci

siamo riempiti la testa di illusioni di armonia e di permanenza."

"Perché?"

"Perché sono idee che ci piacciono. Come l'idea di avere il

controllo delle cose."

"E non lo abbiamo?"


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"No. Controlliamo solo quello che abbiamo inventato, e neanche del

tutto, perché non controlliamo le sue conseguenze a lungo e neanche a

medio termine."

"I cacciatori-raccoglitori degli inizi cosa controllavano, invece?"

"Niente, ma non gli passava neanche per la testa di poterlo fare.

Tutta la loro attenzione era per gli equilibri misteriosi di quello

che c'era. Per gli odori e i suoni appena percettibili, per le più

sottili variazioni atmosferiche, i minimi cambiamenti di luce e di

umidità e di temperatura. Per un movimento improvviso che poteva

essere intuito o anche anticipato di poco in seguito a lunghe

osservazioni. Per la sorpresa e lo spavento e la fame e la sete e

l'energia e la stanchezza e il sonno, le forze piccolissime e immense

che tenevano il mondo in uno stato di vibrazione continua."

"E adesso?"

"Adesso facciamo piani e piani su tavoli attrezzati. Abbiamo

incanalato le nostre capacità percettive in un esercizio accanito di

classificazione e trasformazione e sfruttamento di tutto quello che

abbiamo intorno. Per il resto sappiamo solo sviluppare i codici che

abbiamo inventato e modificarli secondo nuovi schemi. Oppure vendere

e comprare giochi sostitutivi, come animali da giardino zoologico che

sfogano il loro bisogno di attività e di fantasia sul primo copertone

usato di automobile che gli viene buttato dentro la gabbia."

"Madonna."

"E' così."

"Però non doveva neanche essere tanto bello quando eravamo delle

povere scimmie nude che camminavano nella savana e giravano la testa


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da tutte le parti per la paura continua di essere mangiate da qualche

altro animale, no?"

"No."

"Quindi c'è qualche vantaggio nel fatto di esserci evoluti?"

"Sì che c'è. Solo che non riusciamo molto a utilizzarlo."

"No?"

"Non tanto. Siamo come dei ponti non finiti che nessuno sa dove

portino. La grande complicazione che abbiamo dentro finisce per

provocare quasi solo contrasti e squilibri e resistenze, che ci fanno

stare molto peggio di come staremmo se fossimo più semplici."

"E allora?"

"Allora abbiamo ugualmente una momentanea, miracolosa capacità di

intuire qualcosa oltre la superficie di quello che vediamo e

tocchiamo. Invece ci fermiamo a una ripetizione ossessiva di dati

acquisiti e registrati, e nel frattempo la nostra capacità di

intuizione si dissolve, e alla fine possiamo solo guardarci intorno

nello stesso modo dei nostri lontani antenati che camminavano su due

zampe pieni di paura attraverso le savane."

"Davvero?"

"Sì. In compenso siamo riusciti a peggiorare di parecchio la

situazione che abbiamo intorno. Ogni anno ci sono mille specie

animali che si estinguono, come conseguenza a medio o lungo termine

di uno dei tanti processi che abbiamo inventato e che non

controlliamo affatto. E ti immagini che la faccenda riguardi qualche

tipo di farfalla nella foresta brasiliana, no? Ma ci sono anche


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specie molto più vicine a noi che rischiano di estinguersi, ormai."

"Tipo?"

"Perfino i merluzzi. O i tonni."

"I tonni?"

"Sì. E ogni anno vengono distrutte foreste che coprirebbero una

superficie come quella della Francia. E ogni giorno ci sono

duecentocinquantamila persone in più al mondo. Ogni giorno. Oggi

siamo sei miliardi, e tra cinquant'anni saremo dodici miliardi. E

tutti questi miliardi di persone non fanno che triturare e scorticare

e bruciare e rovesciare e accaparrarsi e vendere e consumare fino

all'esaurimento totale le risorse che la terra aveva in origine."

"E qual è la soluzione?"

"Fermare la proliferazione spaventosa di persone e fermare i

processi che abbiamo innescato e che non controlliamo. Uscire dalla

miopia imbecille che ci fa guardare quello che succede appena fuori

dalle nostre porte come eventi remoti, a metà tra il limbo della

televisione e quello delle pure ipotesi allarmistiche."

"Ma nessuno fa niente?"

"Non con la disperata urgenza martellante e amplificata in ogni

modo possibile che sarebbe necessaria. Al massimo viene dedicato

qualche minuto di attenzione a qualche effetto collaterale

particolarmente increscioso, come i milioni di persone che muoiono di

fame ogni anno. Ma il nocciolo della faccenda viene lasciato stare da

quasi tutti."

"Perché?"

"Perché né la chiesa né i produttori di tabacco e armi e latte in


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polvere né i manipolatori di voti hanno nessuna voglia di veder

ridurre i loro terreni di caccia di qualche milione di potenziali

polli. Anche se alla fine potrebbe non restargliene più nemmeno uno

vivo."

"E' per questo che non si fa niente?"

"Anche per pura e semplice superficialità da scimmie iperevolute

che si girano una questione fondamentale tra le mani e la lasciano

cadere appena non sembra più tanto facile o divertente o alla moda.

L'equilibrio del mondo si sta deteriorando con una velocità

spaventosa, ma se n'è parlato un po' troppo a lungo perché sia ancora

un tema davvero interessante. Peccato. Meglio occuparsi d'altro."

"Madonna, in che brutta situazione del cavolo ci siamo messi."

"Abbastanza."

La guarda a intervalli; si chiede se sono informazioni abbastanza

precise per una persona di sedici anni che ha appena cominciato a

raccoglierne.

Cenano da soli nella

grande sala

dal tetto di paglia

Cenano da soli nella grande sala dal tetto di paglia. Dalla cucina

arrivano suoni metallici, non filtrati da nessun brusio di voci o

acciottolio o musica di sottofondo. Il cameriere è formale in modo


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ridicolo rispetto alla situazione: recita il menu del giorno tutto

rigido davanti a loro. Lui traduce, ma lei ha già capito che il

secondo piatto è coniglio prima che lui possa inventarsi qualcosa,

dice "Il coniglio no".

Lui chiede al cameriere se c'è qualcos'altro; il cameriere scuote

la testa e allarga le braccia.

"Il coniglio non lo mangio" dice lei, con l'espressione

irremovibile che le viene in questi casi.

"Ma è probabile che sia buono."

"Non lo mangio."

"Va be', mangerò io anche il tuo." Dice al cameriere "Non si

preoccupi, ce lo porti pure". Non gli viene facile come sembra: gli

costa fatica calibrare il tono e il volume di voce, ma con lei seduta

davanti cerca una sintesi tra comunicazione e forma il più vicino

possibile a quella giusta.

Quando il cameriere se n'è andato lei dice "Non posso fregarmene

proprio di tutti i miei principi".

"No?"

"No."

Lui pensa al coniglio nano che si era fatta regalare come surrogato

di cane un Natale di molti anni prima quando era ancora una bambina,

e che nel frattempo è cresciuto fino a non essere più nano per

niente. Pensa a quando erano andati a vederlo insieme sul terrazzo di

casa sua e di sua madre: il modo in cui lei gli aveva descritto i

suoi comportamenti, con una capacità di osservazione e un'accuratezza

da vera etologa.
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Lei dice "Vi siete parlati, con M.?".

"Abbiamo avuto un breve scambio di e-mail."

"E?"

"E niente."

"In che senso?"

"Nel senso che ormai è come camminare su un campo minato, qualunque

passo fai."

"Ma qual è la ragione precisa, adesso?"

"Non c'è una ragione precisa. Qualunque ragione è la ragione

precisa."

"Perché?"

"Perché ci siamo esasperati in una ripetizione furiosa di

affermazioni e rivendicazioni."

"Lei cosa dice?"

"Che è stufa di aspettare che io cambi quando ormai sa che non

succederà mai."

"Come dovresti cambiare?"

"Diventare uno che le fa una proposta di vita."

"E non vuoi?"

"Non so cosa significhi di preciso, ma quando mi sembra di capirlo

mi prende un'angoscia e una pesantezza senza scampo."

"Ma perché?"

"Per tutta la meccanicità collaterale della vita che mi sembra di

dovermi assumere."

"E come vorresti che fosse, invece?"


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"Che tutto restasse aperto e leggero e flessibile. Da scegliere e

inventare ogni volta."

"Ogni volta?"

"Sì. Dove non capiti mai che uno dei due torna a casa e l'altro non

se ne accorge neanche perché è una cosa normale, garantita dalle

circostanze e dall'organizzazione."

"Però non è brutto sapere che quando torni a casa trovi qualcuno."

"No. E' brutto se non ti sorprende."

"E non ti può sorprendere anche se si vive insieme?"

"Forse sì, ma di solito non succede."

"Cosa succede?"

"Che la sorpresa dell'inizio si riduce con un'accelerazione

progressiva. Dopo un po' due vivono insieme come se fosse

semplicemente inevitabile, un compito da assolvere in base alle leggi

che regolano il mondo."

"E cosa dovrebbero fare, invece?"

"Non lo so."

"Forse potresti provarci. Sei grande, no?"

"Guarda che non è che con il tempo uno diventi tanto diverso, sai?"

"No?"

"Rimane la stessa identica persona, con un po' di informazioni in

più."

"Ma M. ti vuole inchiodare a una storia così noiosa e senza scampo?"

"Per niente. E' la donna più vivace e intelligente che io conosca.

Ha mille cose che la interessano, e mille cose che vuole fare. Tra i

due è probabile che sia più noioso io. E' quasi sicuro, anzi."
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"E allora?"

"C'è una parte della sua vita che mi riempie di ansia e di sensi di

estraneità."

"Quale?"

"La parte delle telefonate e degli impegni con seconde e terze

persone e degli autobus scolastici e delle medicine e delle palestre

e degli appuntamenti e delle consegne e dei ritiri e delle

prenotazioni e delle discussioni e degli accordi e dei solleciti e

delle verifiche. Tutta l'estensione pratica e organizzativa e

probabilmente indispensabile della sua vita."

"Forse dovreste accettarvi come siete, e basta."

"E' quello che dico anch'io. Che non si può volere una zebra senza

le strisce. Ma non funziona, per quanto ci possiamo provare."

"Perché?"

"Senti, il fatto è che non è solo un problema mio e di M. E' un

problema di milioni di persone, ormai. Guardati intorno. Tutte le

coppie che conosco sono separate o divorziate, o se stanno ancora

insieme litigano tutto il tempo o affondano nell'infelicità o nel

risentimento o nell'indifferenza giorno per giorno."

"Cosa vuol dire?"

"Che c'è una gigantesca trasformazione in atto, e nessuno vuole

riconoscerla per quello che è. Magari se ne parla, ma nel tono

frivolo con cui si parla di un fenomeno di costume. Invece è una cosa

molto più profonda ed estesa. E' come se ci fosse un'epidemia che

contagia intere popolazioni, e ognuno di quelli che si ammalano


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continuasse a pensare di essere stato colpito da una sua specifica

disgrazia."

"Probabilmente è così che ti senti, se c'è un'epidemia e ti ammali.

Vedi solo te stesso."

"Invece dovresti sforzarti di vedere l'insieme, se vuoi avere

qualche speranza di cura o di prevenzione."

"E da cosa viene, l'epidemia?"

"Dal fatto che il mondo è cambiato e gli uomini e le donne sono

cambiati e le loro soglie di tolleranza al sacrificio e alla

ripetizione e alla noia si sono abbassate e abbassate, al punto che

nessuno di loro è più disposto a farsi chiudere dentro una scatola a

un certo punto della sua vita e a pensare che la fase dei sogni e

delle aspettative di sorprese meravigliose è chiusa per sempre."

"Perché, due non possono sognare insieme, scusa?"

"Certo. Anzi, di solito due si mettono insieme proprio in base a un

sogno comune. O a sogni diversi che ognuno dei due fa intravedere

all'altro. Ma poi quello che succede è che ogni volta che uno dei due

chiude gli occhi per immaginarsi qualcosa di meraviglioso, l'altro è

sempre lì pronto a scuoterlo per una spalla, dire "Ehi, scendi a

terra"."

"Non è sempre così."

"Quasi sempre. Di solito variano solo i tempi in cui succede."

"Comunque per quanto possa essere un problema condiviso da milioni

di persone e una trasformazione gigantesca e un'epidemia come dici

tu, alla fine siete voi due. Tu e M."

"Mangia il coniglio."
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"Ti ho detto che non lo voglio."

"Ma non c'è altro."

"Mangio l'insalata, il coniglio prendilo tu."

"Che cavolo di testa ostinata sei."

Mangiano in silenzio per cinque o dieci minuti. Il cibo non è

buono, si sente che è uscito da una cucina fuori stagione aperta solo

per loro. Lui pensa che avrebbero fatto meglio a tornare al

ristorante folcloristico in paese, dove almeno c'era qualche altro

cliente. Stare seduti così tra decine di tavoli vuoti sotto il

soffitto di paglia con le finestre che danno sul buio accentua il

senso di vuoto che gli viene a parlare dei suoi rapporti con M. Si

chiede se il cameriere che li occhieggia ogni tanto dalla porta della

cucina ha capito che sono padre e figlia, o si è immaginato invece

una coppia anagraficamente molto sbilanciata. Gli viene in mente

quando l'estate prima in un ristorante di mare una cameriera li aveva

chiamati "ragazzi" tutti e due, e invece poco dopo in un cinema

all'aperto un'adolescente seduta dietro di loro aveva detto a sua

figlia "Signora, le dispiace spostarsi di poco?". Si chiede se è la

sua immaturità di fondo a provocare queste confusioni percettive, al

punto che dal di fuori è quasi impossibile riconoscergli in modo

automatico un ruolo di padre.

Dice "Non è che io sia compiaciuto di come sono, anche se ogni

tanto può sembrare così. Non è così. Ci sono delle volte che vorrei

provare a essere diverso".

"Tipo?"
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"Tipo una persona matura come dice M., con qualità da persona

matura. La serenità e la calma, l'applicazione razionale delle mie

risorse per scopi pratici e spirituali positivi, lineari,

attendibili."

"Sì?"

"Posso vedermi, anche. Io che metto su una bella casa dove c'è

spazio per tutti, io che seguo e rendo possibili le attività della

famiglia. Senza tracce di inconsistenza né incrinature d'umore,

nessuno scatto di nervi o impulso improvviso di fuga. Paziente e

dedito agli altri e al mio lavoro in modo regolare e sistematico."

"E non potresti farlo davvero?"

"Forse. Sono immagini abbastanza definite da sembrare plausibili."

"E come ti senti, in queste immagini?"

"Bene. Anche se è un modo di stare bene diverso da questo tutto

eccitazione e scatti da uno stimolo all'altro come un cane che salta

intorno."

"Che modo è?"

"Un modo maturo, credo. Più a respiro lungo, con meno picchi

impennati e meno cadute vertiginose. Un modo solido di stare bene.

Leggermente allargato e rallentato dalla maturità. Dal senso di

responsabilità e dal benessere costante e dalla maggior quantità di

cibo che probabilmente ti spingono a consumare."

"Dài!"

"Cosa c'è di strano? Mi vedo le dita delle mani un po' più robuste

e un po' meno sensibili, i movimenti delle articolazioni un po' più

limitati. Un po' meno leggero, un po' meno flessibile. Ma non è una


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metamorfosi brutta. Rispetto a tutta l'instabilità inconsistente e

inconcludente in cui mi sono ostinato a restare, come se fosse un

territorio meraviglioso da difendere."

"Sì?"

"Guarda, c'è una cosa che mi ricordo. Forse un anno fa, ero tornato

da Trieste a Milano dopo aver detto a M. che dovevo ricostituire la

mia aura per qualche giorno, e una sera sono andato con il mio amico

Riccardo alla estrema periferia nord della città perché non avevamo

niente da fare e lui voleva vedere delle lampade in uno di quei

magazzini giganti che pensava fosse aperto fino a mezzanotte. Il

posto invece era chiuso ed eravamo tornati indietro attraverso un

tessuto spaventoso di capannoni industriali e magazzini e tralicci e

svincoli e piloni e stazioni di servizio e aloni di luce fredda nella

nebbia industriale, e M. a un certo punto mi aveva telefonato e aveva

detto "Cosa cavolo stai facendo, invece di essere qui?". E mi ero

sentito così totalmente stupido. Perché non ero neanche in una

fumeria d'oppio in Tailandia o in un ritrovo di ballerine sfrenate o

a galoppare su qualche altopiano o a fare chissà cosa di intenso e

selvaggio, ero nella periferia desolata della città più brutta del

mondo, solo per sentirmi leggero e libero e non schiacciato dai

doveri."

"Quindi in realtà vorresti cambiare, allora?"

"Forse. Perché non è neanche bella l'idea di andare avanti così per

sempre, a farsi proporre vite da altre persone e affacciarsi dentro e

dire grazie ma no, grazie ma no, grazie ma no. Senza mai avere una
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casa da considerare una base permanente."

"Non l'hai mai avuta?"

"Non una dove pensavo che sarei restato a lungo, anche se a volte

ci sono restato a lungo."

"Ma perché? Non ne hai mai trovata una che ti piaceva abbastanza?"

"Sì. Ma c'era sempre qualche ragione esterna o interna per cui non

potevo starci."

"E quando sono nata io?"

"Siamo andati in un sottotetto incredibilmente umido e freddo

d'inverno e soffocante d'estate. Tua madre non ne voleva sapere, ma

l'ho convinta. Ci siamo rimasti alcuni mesi, in una specie di bohème

assurda, ammalandoci a turno mentre tu piangevi."

"E ti piaceva?"

"No. Ma mi dava il senso di non avere firmato un contratto a

termine indefinito. Il che è abbastanza patetico, se pensi che era

proprio quando avevo preso l'unico impegno a termine indefinito della

mia vita."

"Vale a dire?"

"Avere te."

"Già."

"Eppure l'idea di stare in una soffitta chiaramente inabitabile mi

faceva sentire meno prigioniero. Ma era inabitabile. Mi ricordo

ancora l'odore di polvere umida che c'era, e come si trasformava con

l'aria calda dei termosifoni. Mi sento ancora in colpa, se ci penso."

"Verso chi?"

"Verso te e tua madre. C'è una fotografia, dove sono seduto sul
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pavimento con di fianco una bottiglia di champagne vuota, il che

suggerisce un'idea romantica da esistenzialisti estremi, ma non

riesco ad associarci proprio niente di piacevole o suggestivo. Facevo

ginnastica nel bagno minuscolo con dei pesi di plastica pieni di

pallini di piombo comprati in un grande magazzino, mi sforzavo di

pensare che forse l'orizzonte non era proprio del tutto chiuso."

"E poi?"

"Poi tua madre ha trovato un appartamento vero, ma ci sono

diventato matto quasi subito."

"Perché?"

"Non lo so. Mi rendevo conto che avrei potuto essere felice, con te

piccola e meravigliosa e piena di scoperte. Invece detestavo tutto

quello che avevo intorno, la cucina e il pavimento e i vetri alle

finestre, il piccolo balcone di servizio che dava su un cortile

chiuso, l'atrio, la gabbia della portineria e l'ascensore e le scale,

le porte degli altri appartamenti."

"Perché?"

"Perché mi sentivo scivolato in una vita che non avevo scelto, per

mancanza di idee precise sulla vita che avrei voluto invece. Avevo

sempre avuto un atteggiamento di resistenza e di negazione, passi

indietro o a zigzag invece che lungo un percorso lineare. Avevo

davvero solo saputo cosa non volevo, mentre su quello che volevo

avevo le idee più vaghe del mondo. Lasciavo la responsabilità delle

decisioni pratiche a tua madre, tutto quello che riuscivo a fare era

lamentarmi e manifestare estraneità."


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"E cosa facevi?"

"Uscivo a camminare e quando tornavo guardavo il portone chiuso con

un senso di rivolta estetica e morale così forte che a volte la

chiave non girava nella serratura. Lo prendevo a calci e a pugni,

finché veniva la portinaia furiosa a vedere cosa succedeva. A volte

dentro casa facevo dei segni da pazzo sui muri, dove lo smog si

depositava in forma di velo. Dei segni da prigioniero, parole senza

senso. Il rumore del traffico mi ossessionava. Di notte mi alzavo e

andavo a dormire sul pavimento del bagno, dove mi sembrava che i

suoni non arrivassero."

"E non avresti potuto decidere di andare in un posto migliore? Che

ti piaceva di più?"

"Non ci riuscivo. Mi comportavo come un animale selvatico preso al

laccio e poi rinchiuso in una gabbia. Solo che nessuno mi aveva

propriamente preso al laccio e rinchiuso, c'ero entrato per conto

mio."

"Oh madonna."

"A volte però ti prendevo sulle spalle e andavamo ai giardini

pubblici, dove allora c'era uno zoo. Era uno zoo piccolo e brutto e

pieno di animali chiusi in gabbie troppo strette, nel clima

terribilmente umido e tetro della città. Non era solo una mia

impressione, perché qualche anno dopo il comune ha deciso di

chiuderlo e smantellarlo. Ma era bello andarci con te, comunque.

Guardare gli animali al di là delle sbarre."

"Mi interessavano già?"

"Sì, molto. Stavamo fermi a guardarli per ore, le scimmie in


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particolare. Una volta ti ho fatto una barchetta con due foglie di

magnolia, l'abbiamo messa a veleggiare in una grande vasca dove i

bambini portavano i loro modellini a vela o a motore."

"Sì?"

"Se qualcuno ci avesse guardato dal di fuori, credo che saremmo

sembrati molto teneri, insieme. Ma per il resto stavo sempre peggio.

Aspettavo solo un'occasione per andarmene via. Avrei accettato

qualunque genere di proposta, pur di cambiare scenario. Qualunque."

"E l'hai fatto?"

"Sì. Non mangi il dolce?"

"No. Ha un colore orrendo."

"Non so neanche se è giusto raccontarti queste cose."

"In che senso?"

"Se è giusto che un padre si riveli così pieno di problemi a una

figlia. Sai quando si dice che i genitori dovrebbero essere delle

figure di riferimento? Magari da rifiutare e detestare, ma delle

figure omogenee e coerenti con cui confrontarsi, no?"

"Anche se non mi dicessi niente li vedrei da sola, i tuoi problemi."

"Davvero? Sono così evidenti?"

"Be', abbastanza."

"Accidenti. E ti disturbano molto? Minano profondamente la tua

sicurezza?"

"Ma no. Ci sono abituata, ormai."

"Non parliamone più, allora."

"Sei tu che hai cominciato."


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"Sì, ma adesso basta, basta. Ci alziamo? Andiamo a fare un giro

prima che sia troppo tardi? Hai voglia?"

"Sì."

Lui si alza, con l'indolenzimento alle gambe e l'insofferenza

generale che gli viene ogni volta che sta seduto troppo a lungo. Lei

lo segue; si scambiano uno sguardo, come una scia di domande e

risposte solo pensate.

Camminano ai margini

del paese

Camminano ai margini del paese. L'aria è umida e densa, i lampioni

creano deboli aloni. Quando passano davanti al ristorante della sera

prima un cuciniere viene fuori con una grossa latta d'olio di semi

vari da buttare, fa uscire un'onda di flamenco-pop dalla porta.

Guardano attraverso le vetrate mentre ci passano davanti: due coppie

ai tavoli, il chitarrista che suona con lo sguardo perso e muove il

bacino. Attraversano la strada e camminano sul lungomare deserto.

Lui dice "Già finito tutto".

"C'è ancora domani" dice lei.

"Domani torniamo."

"Va be', ma è stato bello, no?"

"Sì, però è finito. O vorresti continuare? Andare a nord verso la

Bretagna?"

"Non posso, lunedì devo essere a scuola."

"Mancano ancora tre giorni, alla scuola. E' che vuoi vedere Luca e
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i tuoi amici sabato, no?"

"Sì. Ma anche tu devi lavorare, no? Hai già interrotto per questi

giorni."

"Certo. Domani torniamo, non ti preoccupare."

"Però mi è piaciuto molto fare questo viaggio. Davvero."

"Lo so, lo so."

Camminano tra il paese e la spiaggia, le suole delle loro scarpe

fanno scricchiolare piccoli sassi.

Lui dice "E' che ho un vero problema con le fini, io. Non sopporto

l'idea. Che sia un viaggio o un libro o una storia d'amore o una

canzone, è lo stesso".

"Anche una canzone?"

"Sì. Ma quella è l'unica fine a cui si può rimediare facilmente.

Basta schiacciare repeat, la fai ricominciare all'infinito."

"Però a furia di riascoltarla poi ti esce dalle orecchie."

"Meglio così. Almeno a quel punto posso accettare l'idea che

finisca, quando conosco ogni nota al punto della saturazione totale."

"E con una storia?"

"Con una storia non riesci comunque a conoscere ogni nota. Ci sono

sempre note che non hai ancora sentito. C'è sempre qualcosa che non

sai."

"E come fai, allora?"

"Continuo a schiacciare quel tasto repeat. Non importa quanto va

male, quanto tutto si è già deteriorato e guastato. Non voglio che

finisca, e basta."
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"Ma cosa succede, se fai così?"

"Che l'altra persona si esaspera ancora di più. Perché il problema è

che non cerco soluzioni né faccio proposte alternative, per non

lasciarla finire. Schiaccio solo repeat e resto lì, come uno seduto

in una macchina in sosta vietata agganciata al carro attrezzi che la

vuole trascinare via."

"E cosa succede?"

"Che prima o poi la trascinano via lo stesso, con me ancora seduto

dentro, finché non mi decido a saltare giù."

"Non avresti mai chiuso nessuna storia, se avessi potuto?"

"Nessuna di quelle importanti, credo. Avrei cercato di restarci

dentro per sempre."

"Come?"

"Non lo so. Anche se a pensarci adesso sono ben contento che siano

finite. Ma allora mi sarebbe andato bene qualunque modo per farle

continuare. Mi rendo conto che è assurdo. Passo tre quarti della mia

vita tra cose finite da secoli o da millenni, telescopizzate nel

tempo fino a non occupare più nessuno spazio, eppure non sopporto che

niente di quello che amo finisca. Non sopporto le ultime pagine di un

libro e non sopporto le ultime inquadrature di un film e non sopporto

gli ultimi giorni di una vacanza, se il resto mi è piaciuto molto.

Non sopporto che le persone invecchino e muoiano. Non sopporto che i

cani o i cavalli o i gatti invecchino e muoiano. Mi rifiuto di

crederci, addirittura."

"In che senso?"

"Nel senso che mi rifiuto di crederci. Penso che non è così, e


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basta. A volte funziona."

"Come, funziona?"

"Funziona. A volte se ti convinci che una cosa non può succedere,

non succede. Se ti convinci che le persone a cui vuoi bene non

invecchiano, per esempio."

"Però invecchiano lo stesso."

"Ma meno. Se ti convinci davvero che non invecchiano, invecchiano

meno. Invecchiano lo stesso, ma meno."

"Com'è possibile?"

"E' possibile. Te l'ho detto, il tempo è una delle nostre

invenzioni di animali complicati."

"Però anche gli animali semplici invecchiano e muoiono."

"Sì, certo, ma forse non come sembra a noi."

"E come, allora?"

"Forse non possiamo saperlo, finché non riusciamo davvero a

tagliare tutti i fili che ci legano ai calendari e agli orologi e ai

cronometri, e a lasciare che lo spazio che chiamiamo tempo si dilati

nel suo modo ciclico."

"Sei sicuro?"

"No. Ma potrebbe essere, no?"

"Non lo so."

Sono già oltre il paese, più in là si vedono i cantieri, come

fantasmi immobili di cambiamenti sospesi. La notte si raddensa appena

fuori dalla luce dei lampioni, le distanze annegano nel buio. Vanno

avanti ancora qualche decina di passi, poi tornano indietro.


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Lei dice "Va be', faremo altri viaggi insieme, spero".

"Sì. E' solo che mi metteva tristezza che questo fosse già finito."

"Non è ancora finito."

"Ma quasi."

"Ne faremo un altro, presto."

"Sì."

Lungo la strada di colpo

non si vede più niente

Lungo la strada di colpo non si vede più niente, c'è una nebbia che

sale dai fossi e dai canneti e dalle paludi e forma una successione

di cortine bianche alla luce dei fari.

Lui dice "Ehi!".

Lei dice "Rallenta!".

Ridono tutti e due. Vanno avanti piano come in un baraccone delle

streghe al luna park, dove non è chiaro fino all'ultimo se gli

ostacoli che hai davanti siano reali o no. Le cortine di nebbia si

dissolvono una a una mentre ci passano attraverso, il fatto che non

producano rumore rende ancora più strana la sensazione. Il paesaggio

intorno alla strada sembra essersi dissolto; dopo qualche minuto non è

nemmeno più chiaro in che direzione stiano andando. Vanno avanti lo

stesso, incantati dall'effetto di straniamento totale, mentre bucano

un piano orizzontale di luce dietro l'altro.

Quando sono ai loro bungalow


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non hanno più sonno

Quando sono ai loro bungalow non hanno più sonno. Lei si siede sul

muretto che divide gli ingressi e lui resta in piedi; guardano in

alto.

Lei dice "Ma com'è che scegliamo una persona? Al di là di tutte le

ragioni biologiche primordiali".

"Di solito abbiamo un'immagine in base a cui cercare."

"Una specie di identikit?"

"Sì. Sai quando vedi una di quelle facce di ricercati su un

giornale e ti sembra un ritratto maniacalmente specifico e così

generico da potersi adattare a milioni di persone diverse? C'è la

stessa oscillazione assurda tra precisione e imprecisione, potrebbe

farti girare a vuoto tutta la vita."

"E da dove viene l'identikit?"

"Dalle nostre qualità e dai nostri difetti. Da quello che Ci manca

e da quello di cui abbiamo bisogno. Da quello che sappiamo fare e da

quello che vorremmo saper fare. Dai libri che abbiamo letto e dalle

canzoni che abbiamo ascoltato e dai film che abbiamo visto. Da come

erano i nostri genitori e i nostri primi compagni di giochi."

"Sì?"

"Poi milioni di persone si fanno un identikit in base a quello che

vedono alla televisione. Se lo fanno vendere già pronto, dalla

pubblicità o dai giornali, dagli esperti di look e dagli psicologi e

dagli stilisti e dai creativi delle agenzie."


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"Ma a cosa serve un identikit, se è vago come dici?"

"E' vago, ma anche preciso. Serve a riconoscere qualcuno quando

l'hai già trovato. Come un identikit vero. Il ricercato viene

catturato per tutt'altre ragioni, e quando si confronta la sua faccia

con quella del disegno, si dice "E' proprio lui"."

"In base a cosa?"

"Magari a un singolo tratto distintivo, se è quello giusto."

"Funziona così?"

"Più o meno. All'inizio partiamo da uno stato di diffidenza

estrema, come chiunque stia facendo una ricerca con un identikit in

mano. Ma appena ci sembra di riconoscere quello che abbiamo trovato,

ci invade un'euforia che affretta una grande quantità di conclusioni."

"Anche se quello che abbiamo trovato non era quello che cercavamo?"

"A volte. Il punto è che di solito non abbiamo abbastanza tempo o

abbastanza lucidità per esserne del tutto sicuri."

"Perché?"

"Perché il nostro identikit era estremamente vago e anche

estremamente preciso. E quando hai un'idea così contraddittoria di

quello che stai cercando, è difficile capire se l'hai trovato

davvero."

"E allora?"

"Ci comportiamo come se la ricerca fosse risolta, manifestiamo e

suscitiamo entusiasmo. Però c'è questa parte di noi che vorrebbe

chiudere lì l'indagine, e ce n'è un'altra che invece va avanti a

cercare, come un investigatore non convinto."

"E cosa fa?"


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"Continua a fare verifiche e confronti, cercare prove ulteriori e

controprove. La prima parte di noi dice "Basta, va bene così, non

serve più", ma l'altra parte non si ferma."

"E?"

"Indaga e indaga e a volte scopre che c'è stato un equivoco. E a

quel punto le due parti si scontrano furiosamente, perché nessuna

delle due accetta quello che l'altra sostiene."

"E la persona che hai riconosciuto o che hai creduto di

riconoscere, cosa fa?"

"Non capisce bene cosa stia succedendo. E anche lei o lui

naturalmente ha un identikit in mano e due parti che se lo

contendono, e una delle sue due parti continua a sua volta a fare

confronti e verifiche."

"E alla fine cosa succede?"

"Si scopre che c'è stato un doppio equivoco, o un equivoco solo, o

che il riconoscimento era giusto. A volte capita anche che la parte

che continuava le indagini si stanchi, o si confonda, o si lasci

comprare o convincere."

"Da cosa?"

"Dal dato di fatto di un riconoscimento già avvenuto, anche se è

stato un errore. O dalla convinzione che un identikit contraddittorio

possa produrre solo falsi riconoscimenti, e dunque uno ne valga un

altro."

"Ma non ci può essere un riconoscimento vero?"

"Sì, anche se è difficile. Ma sì, certo."


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"E tu?"

"Io cosa?"

"Ci sei riuscito, a trovare quella che cercavi in base al tuo

identikit?"

"Credo di avere sempre avuto degli identikit troppo vaghi e troppo

precisi, io."

"Ma perché succede questa storia dei segnali letti e interpretati

troppo in fretta?"

"Perché ognuno di noi si aspetta delle sorprese meravigliose dalla

vita. Anche chi non lo riconoscerebbe mai. Nascosta sotto i suoi

pensieri c'è l'idea che a un certo punto gli arriverà da qualche

parte il più incredibile dei regali, che cambierà ogni cosa e renderà

la sua vita appassionante e divertente come non è mai stata. E quando

abbiamo davanti la persona che ci sembra di riconoscere, pensiamo che

sia lei o lui la sorpresa meravigliosa che aspettavamo."

"E invece?"

"A volte ci rendiamo conto di aver fatto un'identificazione

sbagliata, appunto. Ma quando non è così, dopo un po' cominciamo a

pensare che la persona che abbiamo riconosciuto non sia in sé la

sorpresa meravigliosa, ma sia un tramite."

"Vale a dire?"

"Che sia dotata del potere di aprirci porte segrete, farci strada

lungo corridoi e attraverso stanze e giardini a cui non saremmo mai

arrivati da soli, anche se ce li eravamo immaginati."

"E non è così?"

"A volte sì. All'inizio, per lo meno. Entriamo davvero in stanze e


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giardini sorprendenti."

"E poi?"

"Quasi sempre succede che uno dei due o tutti e due cominciano a

mettere mobili nelle stanze e tavolini da tè e sedie nei giardini, e

poco alla volta quasi tutta la loro energia viene assorbita in queste

attività di appropriazione e organizzazione dello spazio. Invece di

continuare a camminare verso altre stanze e altri giardini, si

fermano nei primi che hanno trovato, e li arredano."

"E poi?"

"Poi i gesti cominciano a ripetersi, e le sensazioni anche, finché

uno dei due o tutti e due perdono entusiasmo e divertimento e

attenzione. Si dimenticano lo stupore di quando erano arrivati in

quella prima stanza o in quel primo giardino. Si dimenticano quanto

sia stato miracoloso trovarli."

"E cosa succede?"

"Che restano lì, come se fossero nell'unico luogo al mondo dove

potrebbero essere. E magari è confortevole e bello, ma c'è solo

quello. E dopo un po' uno dei due comincia a sentirsi chiuso e si

mette a cercare una porta per uscire. All'inizio magari la schiude

soltanto. Poi fa piccole sortite fuori. Poi di colpo non c'è più.

L'altro o l'altra resta lì con i suoi mobili, non capisce bene cosa

sia successo."

"Che tristezza."

"Sì."

"Ma non è inevitabile, no?"


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"No. Dipende anche dal riconoscimento. Se era autentico o no."

"Come fai a saperlo, con un identikit così inaffidabile?"

"La cosa strana è che non è poi tanto inaffidabile, se lo sai

guardare. Per esempio, all'inizio quando tutti e due sono ancora

nella fase della diffidenza estrema, riescono a vedere benissimo i

lati che non gli piacciono uno dell'altro. Sono davanti ai loro

occhi, perfettamente leggibili fin dal primo incontro. Ma poi

nell'euforia del riconoscimento tutti e due smettono di vederli. Li

rimuovono, fino a quando le cose non cominciano ad andare male."

"E' una specie di pazzia, quello che succede tra due persone."

"Lo è."

Lei guarda l'orologio, riabbassa subito il polso. Ridono tutti e

due.

Una e-mail

Da: giovannibata@teltel.it

Ore: 1.20

cara m.,

forse è completamente inutile, ma non sopporto l'idea che chiudiamo

questa storia senza neanche riuscire a definire in modo chiaro perché

lo facciamo. è stato quasi sempre così nella mia vita fino adesso, ma

vorrei che non capitasse anche tra noi con questo genere di

ineluttabilità desolata di navi che si staccano dal molo. so già che

dirai che è solo il mio sentimentalismo e la mia incapacità di

accettare le fini, ma non è vero.


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è che mi sembra inaccettabile che due persone come noi si

rassegnino a quello che succede, senza provare a controllare il

flusso che lo fa succedere e magari a rovesciarlo. conosci la mia

teoria secondo cui tutti gli elementi che alla fine mandano in pezzi

una storia erano già lì perfettamente visibili fin dall'inizio, no? è

chiaro che tutti e due li abbiamo visti, eppure non abbiamo voluto

cercarci qualcuno che corrispondesse meglio all'identikit che avevamo

in mente. il fatto è che la vita è altamente implausibile e

difettosa, cara m., eppure ci accaniamo a pretendere piccole isole di

perfezione assoluta. in nome di questa perfezione ipotetica siamo

disposti a sacrificare quello che abbiamo di imperfetto e di caro.

nel nostro caso quello che ci ha attratti e poi tenuti insieme

malgrado le difficoltà e gli scontri ricorrenti e l'insoddisfazione

reciproca per non riuscire a capirci fino in fondo o per capirci ma

non agire di conseguenza, o agire di conseguenza e poi tornare sui

nostri passi.

quando una persona si mette con un'altra, si convince che abbia con

sé una cesta con dentro tutte le qualità del mondo, e antidoti o

tutte le cose brutte del mondo: alla noia, alla tristezza, alla

solitudine, alla ripetizione, alla paura. il guaio è che questi

antidoti sono come medicine vere, e hanno una data di scadenza. a un

certo punto non funzionano più, o almeno non da soli. a un certo

punto la noia torna fuori, e la tristezza e la solitudine e la

ripetizione tornano fuori. e attaccano la persona che ci aveva

portato gli antidoti, prima ancora di attaccare noi. e a quel punto


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ci chiediamo se fossero mai stati dei veri antidoti o dei placebo, o

addirittura degli imbrogli. promettimi che provi a pensarci, almeno.

buonanotte

G.

Una e-mail

Da: M.@mailcom.it

Ore: 1.55

Caro Giovanni,

sei bravo con le parole, come sempre. Ma quello che dici è

sentimentale e vago, si ferma alla situazione di adesso come una rana

in uno stagno e non accenna nemmeno lontanamente a cercare una via

d'uscita. Cosa dovremmo fare, commuoverci per le cose imperfette e

care che perderemmo lasciandoci e restare per sempre insoddisfatti,

con un grado crescente di risentimento ogni volta che pensiamo a

quello che avrebbe potuto esserci invece?

Non hai bisogno di dirmi che la vita è altamente difettosa, lo so

benissimo da me. E ti sbagli se credi davvero che io pretenda la

perfezione da un rapporto. Mi basta che sia vero, e abbastanza

consistente da resistere alla difettosità della vita e proteggere i

sentimenti che gli affido.

Quanto alla cesta piena di regali meravigliosi, sono sicura che

ognuno di noi due ne aveva una, non era un'illusione. Solo che tu hai

frugato nella mia, hai preso quello che ti interessava e l'hai

lasciata lì, senza deciderti a tenertela e nemmeno a restituirmela.


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Hai sparso in giro i tuoi regali e alcuni li hai calpestati, altri te

li sei ripresi, altri non mi hai mai spiegato come funzionavano.

E' lo spreco che mi fa rabbia e tristezza, Giovanni, sai?

Ciao,

M.

Una e-mail

Da: giovannibata@teltel.it

Ore: 2.06

cara m.,

non parlare di spreco, per piacere. parla pure di rabbia e di

risentimento se vuoi, ma non di spreco. e non è vero che ho lasciato

lì la tua cesta e ho calpestato i miei regali e me li sono ripresi. i

nostri regali ci sono ancora tutti, e sono ancora perfettamente

utilizzabili. hanno una garanzia illimitata, i nostri regali. non ci

lasciamo prendere dalla tristezza irrimediabile dei gesti

irrimediabili, per piacere. possiamo ancora rimettere tutto in sesto,

se solo lo vogliamo. basta avere uno spirito positivo tutti e due. ci

parliamo domani, va bene?

buonanotte,

giovanni

Fanno colazione

nella saletta vuota


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Fanno colazione nella saletta vuota di fianco alla reception,

mangiano croissant industriali e pane un po' duro e burro e

marmellata, bevono caffelatte a lunga conservazione.

Lui a un certo punto dice "Ci sono alcune cose totalmente

contraddittorie, tra due persone che stanno insieme. Vengono fuori

quando la loro storia comincia ad andare male, ma in realtà sono

sempre state lì".

"Parli di te e M.?" dice lei.

"Sì, ma non solo. Prendi una persona che ti piace. Cos'è che ti

attrae? Una strana miscela di affinità e differenze, no?"

"In che senso?"

"Nel senso che quello che cerchi non è una copia perfetta di te con

una diversa polarità sessuale. Se anche alla fine la trovassi non ti

piacerebbe affatto."

"Perché?"

"Perché sarebbe un raddoppio insensato delle stesse identiche

qualità e degli stessi identici difetti. Sarebbe intollerabile.

Sarebbe come stare da soli, con un eco costante nelle orecchie."

"E allora cosa cerchi, l'opposto?"

"Non proprio l'opposto. Cerchi una persona molto simile a te in

certe cose, e molto diversa in altre."

"Tipo?"

"Tipo una che resti calma quando tu perdi la testa. O che abbia

voglia di darsi da fare per qualcosa quando tu lasceresti perdere. O

che sia ottimista quando tu ti butteresti giù. O anche che si butti


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giù in modo che tu possa essere invece ottimista. No?"

"Sì."

"E queste sono le basi per il disastro, pronte fin dall'inizio."

"Perché?"

"Perché non c'è modo di confinare le differenze tra due persone a

una parte della loro vita dove non possano fare danni. Sarebbe

comodo, ma non è così."

"Com'è, invece?"

"All'inizio sembra che le differenze producano solo effetti

positivi. Creano contrasti, compensano lacune, trascinano allo

scoperto, rendono possibili cose impossibili, fanno ridere."

"E poi?"

"Poi cominciano a ricolmare lo spazio interiore di ciascuno dei

due, man mano che la fantastica adattabilità e la fantastica

tolleranza reciproca degli inizi si esauriscono. Man mano che

l'ammirazione e lo stupore e il divertimento di essersi scoperti così

diversi e così simili perdono intensità."

"Ma perché succede?"

"Perché l'ammirazione e lo stupore e il divertimento sono

sentimenti a combustione. Bruciano carburante a una velocità

incredibile, e appena restano senza si spengono."

"E non c'è modo di dargli altra benzina?"

"Sì, ma devi averne, e devi avere voglia di dargliene. Non deve

sembrarti una pretesa assurda."

"E allora?"
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"Poco alla volta scopri che le differenze non sono affatto

trattenute dagli argini naturali che ti eri immaginato. Scopri che

dal modo di essere dell'altra persona si riversano nella vita di

tutti e due, e creano correnti contrastanti e onde e mulinelli."

"E le similitudini?"

"Non fanno che aumentare la rabbia e la delusione per quello che

succede, renderlo ancora più incomprensibile."

"Ma perché?"

"Perché anche in questo inseguiamo un'idea di armonia che non

corrisponde affatto alla realtà. E' una bella idea, ed evoluta, ma è

superiore alla realtà per molti versi, staccata da terra. La realtà

in confronto è piena di crepe e di punti deboli."

"E allora?"

"Allora cerchiamo di far corrispondere la nostra vita all'idea che

ne abbiamo, e non ci riusciamo. E meno ci riusciamo, più ricorriamo a

un repertorio di parole e gesti per convincere e per ottenere, meno

la nostra idea e la realtà corrispondono."

"E cosa dovremmo fare allora, accettare la realtà per quello che è?"

"Sarebbe la cosa più triste. Un sacco di persone lo fa, e poi le

vedi, in giro per le strade e i supermercati del mondo con i loro

sguardi privi di luce."

"Tipo le famiglie di ciabattoni che vedevamo l'estate scorsa in

vacanza? Con le loro pance e i cappellini e il loro modo di

trascinare i piedi?"

"Sì. O tipo i cinici taglienti che stanno a guardare dalla finestra

o dal buco della serratura con i loro sorrisi freddi e pensano di


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avere capito tutto della vita. Tipo i milioni di coppie disincantate

e svaccate che si rassegnano allo squallore di ogni giorno e ne

traggono perfino ragioni di finta saggezza."

"O le coppie che sognano di diventare come le famiglie nelle

pubblicità dei biscotti?"

"Sì. Che stanno davanti alla televisione e pensano "Anch'io voglio

delle mattine così". O "Anch'io voglio un uomo o una donna così". Poi

si accontentano di molto meno, ma queste immagini gli rimangono in

testa per sempre, con le loro musiche di accompagnamento e le

sensazioni evocate. E sono immagini di un mondo che non esiste, ma

non conta, perché tutti i sogni sono così."

"Però non sono sogni, sono immagini manifatturate."

"Sono surrogati di sogni, per chi non è in grado di sognare. Vale a

dire per una parte sempre più ampia della nostra specie."

"Come sei pessimista, però."

"Non è vero. Sono una delle persone più ottimiste che io conosca.

Anche quando le cose vanno straordinariamente male penso sempre che

possa esserci un improvviso miglioramento miracoloso. Anche quando

nessuno ci crederebbe più."

"Però fai sempre di queste considerazioni, come se parlassi di

comportamenti di animali da laboratorio."

"Ma ci sono anch'io, tra gli animali da laboratorio. E' solo che

cerco di capire, invece di farmi risucchiare dalla desolazione delle

cose che non controllo minimamente."

"E così riesci a controllarle?"


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"No. Ma capirle è già qualcosa. Ti aiuta a non considerarti una

vittima di circostanze sfortunate."

"Con M. ti aiuta?"

"Non tanto."

"Perché?"

"Perché tutto tra noi è troppo complicato e contraddittorio."

"In cosa consiste esattamente, la contraddittorietà?"

"Nel volere una cosa e il suo contrario, essere in un modo e nel

suo contrario."

"Siete così?"

"Sì."

Lei finisce il suo bicchiere di latte a lunga conservazione, guarda

di lato. Dice "Qual è la cosa più contraddittoria che ha M.?".

"L'essere matta e saggia. Indipendente e bisognosa di protezione.

Infantile e matura. Una donna di mondo e una zingara profuga.

Un'organizzatrice inarrestabile e una che sa perdersi nello stare

ferma. Una che si aspetta da me delle cose e che non vuole niente."

"Il che ti esaspera?"

"Il che mi esaspera e mi attrae, per le stesse identiche ragioni

contraddittorie."

Il cellulare di lei produce un biiip biiip da messaggio in arrivo.

Lei lo tira fuori dalla sua piccola borsa, legge e senza aspettare

digita una risposta come fa sempre. Lui per riflesso controlla il suo

cellulare, ma non c'è nessun messaggio. Digita il numero di casa di

M.: non risponde. Digita il numero del suo cellulare: la voce

semiartificiale dice la solita frase intollerabile sull'utente


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momentaneamente non raggiungibile.

Carica le valigie in macchina

Carica le valigie in macchina. E' una cosa che gli piace, ogni

volta: il piccolo sforzo di sollevamento e di slancio che contiene in

sé la liberazione da un luogo e dai suoi orizzonti fissi. Richiude il

portellone e guarda verso di lei, che parla nel suo telefonino e

cammina avanti e indietro tra i bungalow e la piscina vuota. Non ha

voglia di spiarla né di incalzarla, così va a saldare il conto nel

padiglione della reception. Quando torna fuori lei è già seduta in

macchina, guarda avanti con un'espressione tesa. Lui mette in moto,

esce dal vialetto d'accesso, guida lungo la strada che hanno percorso

due giorni prima, quando erano ancora incerti su dove fermarsi e ogni

scelta sembrava racchiudere una porzione insondabile di futuro.

Dopo che la velocità e il rumore e le vibrazioni si sono

stabilizzati, dice "Tutto bene?".

"Sì."

"Ti sei innervosita per qualcosa?"

"No."

"Hai litigato con Luca?"

"No."

"Cosa significa no in questo tono? Significa sì?"

"Significa no."

"Ti incalza perché sei qui in viaggio invece che lì con lui?"
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"No-o."

"Testa di cavolo prepotente e invadente. Dovresti prenderlo a

calci."

"Smettila."

"Ma non mi hai appena detto che ti ha fatto una scena perché non

sei lì con lui?"

"Sei tu che l'hai detto. Non mi ha fatto nessuna scena."

"No?"

"Voleva solo essere sicuro che torno domani, perché c'è una festa."

"E non te l'ha detto in un tono insistente o ricattatorio?"

"No. E comunque sono fatti miei."

"Anche miei, visto che siamo in viaggio insieme. Poi ho diritto di

dirti cosa ne penso. Ammetterai che forse un po' li conosco, i

difetti degli uomini."

"Non conosci Luca. L'hai visto tre volte."

"Anche cinque o sei. Ma non è che debba passare anni con lui, per

capire che è presuntuoso e prepotente e invadente."

"Smettila."

"Guarda che anch'io alla sua età ero presuntuoso e prepotente e

invadente. E' probabile che lo sia ancora, almeno ogni tanto. Lo

conosco, il tipo di prevaricazione sistematica che uno può esercitare

sulla sua ragazza per sentirsi al centro della sua attenzione."

"Invece non sai niente."

"Ah no? E se ti facessi degli esempi?"

"Quali?"

"Tu suonavi benissimo il pianoforte, quando lui e i suoi amici non


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avevano neanche idea di cosa fosse uno strumento musicale. Poi loro

hanno formato il loro piccolo gruppo di analfabeti rock, e tu hai

smesso di suonare."

"Anche tu sei un analfabeta rock, se è per quello."

"Rock-blues."

"Quello che vuoi. Non sai nemmeno leggere uno spartito. Leggi solo

le sigle degli accordi sopra il pentagramma."

"E allora? Però tu sai leggerlo, e appena loro si sono messi a fare

rumore insieme ti sei adattata a un ruolo di ancella devota."

"Non è vero."

"Sì, invece. Quando avresti potuto suonare molto meglio di loro."

"Non è andata affatto così."

"E allora perché non suoni anche tu?"

"Perché non mi interessa."

"No?"

"No."

"Comunque hai sacrificato le tue capacità per fare l'ancella a un

maschio che ne ha meno di te ma in compenso è bravissimo a

convincerti che si merita tutta la tua attenzione e assistenza e

devozione."

"E tu non fai lo stesso con M.?"

"Non faccio così per niente."

"Non vuoi tutta la sua attenzione e assistenza e devozione?"

"Sì, ma non gliele chiedo in modo insistente e ricattatorio."

"Ah, no."
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"E le dò molte altre cose in cambio, comunque."

"Non quelle che lei vorrebbe, però."

"Cosa cavolo ne sai tu?"

"Sei tu che me lo dici, di continuo."

"Stavamo parlando di te e Luca, cosa c'entra M. adesso?"

"Non sai niente di Luca. Sei solo geloso."

"Non sono affatto geloso."

"Sì che lo sei."

"Senti, quando eri piccola pensavo che mi sarei trovato in una

spirale allucinante di gelosia e apprensione per te, quando avresti

avuto un ragazzo. Invece non è stato affatto così. Per niente. Sono

solo felice, se hai un ragazzo che ti piace."

"E allora cosa vuoi?"

"Non voglio che ti faccia prevaricare da un maschio, tutto lì. E

non puoi impedirmi di dirtelo, o di darti delle informazioni. Anche

se sono informazioni che non fanno molto onore al mio genere."

"Non mi interessano."

"Invece ti dovrebbero interessare, perché sarà sempre così. Anzi, è

solo un esercizio preparatorio in confronto alle prevaricazioni degli

uomini adulti. Sai come i cani giovani che giocano a fare la lotta e

allenano i muscoli del corpo e le mandibole per sbranare qualche

preda quando saranno più grandi?"

"Non so di cosa parli."

"Parlo del bisogno dei maschi di fare i protagonisti nel mondo. Del

loro bisogno di avere le donne come spettatrici e incoraggiatrici

fisse."
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"Se gli uomini sono così, lo sarai anche tu."

"Sì. Ho un bisogno disperato di spettatrici e incoraggiatrici. L'ho

sempre avuto."

"E allora?"

"E' una ragione in più per tenerne conto, se te ne parlo. Non credo

che troverai molti uomini altrettanto sinceri, più avanti."

"Smettila."

"Se vuoi la smetto. Basta che tu lo sappia."

"Che sappia cosa?"

"Che gli uomini sono solo interessati a fare i protagonisti. Anche

l'uomo che fuori sembra il più mite e non competitivo e persuaso

della sua mancanza di qualità. Se lo vedi nel chiuso protetto della

sua storia con una donna, anche lui ha una compulsione inarrestabile

a occupare la scena."

"Chiunque ha bisogno di attenzione, se è per questo. Anche le

donne."

"La differenza è che gli uomini vogliono attenzione per quello che

fanno o per quello che hanno. Non per quello che sono."

"E le donne per quello che sono?"

"Sì."

"Va be', quindi alla fine le cose si pareggiano, no?"

"Invece no. Perché gli uomini sono sempre stati talmente presi da

tutto il loro fare e avere, che non hanno lasciato più quasi nessuno

spazio all'essere."

"Cosa vuol dire?"


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"Che tutto il potere è per chi fa o ha, e chi invece è viene messo

in offerta con gli altri beni nelle vetrine del mondo, a meno che non

si decida a fare o avere qualcosa a sua volta."

"Perché?"

"Perché l'unico vero interesse che gli uomini hanno per le donne è

da predatori e saccheggiatori e occupatori."

"Cosa significa?"

"Che è questa la natura del loro interesse, sotto tutti gli

atteggiamenti che possono assumere e sotto tutte le parole che

possono dire. Prendono quello di cui hanno bisogno o di cui hanno

voglia, poi escono dalla casa saccheggiata e scappano."

"Prendono cosa?"

"Attenzione, consigli, cure, sesso, rassicurazione,

incoraggiamenti."

"Sono generalizzazioni del cavolo, non c'entrano niente con Luca."

"Credi che Luca non sia un uomo? Anche se pieno di incertezze e

frustrazioni e velleitarismi da subadulto?"

"Non sai niente di lui."

"Ma so come funzionano gli uomini. Anche il più evoluto degli

uomini, appena sotto la superficie evoluta. Anch'io, te l'ho detto."

"Lo stesso non sai niente di Luca."

"Senti, non me ne importa niente di Luca. Mi importa di te. Mi

importa che tu non ti faccia usare o saccheggiare o mettere in ombra

o anche solo mettere in un ruolo di spettatrice dal primo maschio che

ti capita."

"Non ti preoccupare per me, so difendermi benissimo per conto mio."


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"Invece mi preoccupo."

"Non ho più voglia di parlarne."

"Cercavo solo di darti delle informazioni."

"Grazie tante per le informazioni."

"Il tuo è solo un modo di mettere la testa sotto la sabbia."

"Ho detto che non ho più voglia di parlarne! Basta!"

"Non gridare in questo modo!"

"Ti ho detto basta! Non ho più voglia di parlarne! Se no fammi

scendere!"

"Cerca di calmarti, adesso!"

"Fammi scendere!"

"Non fare la pazza, per piacere!"

"Sei tu che hai un carattere orrendo!"

"E tu sei una somara presuntuosa!"

Ha già rallentato da quando si sono messi a gridare, ma adesso che

lei ha la mano sulla maniglia frena ancora. Una macchina dietro di

loro suona e passa oltre con rabbia, un camion passa oltre; gli

spostamenti d'aria fanno ondeggiare il semifuoristrada. Lui accosta a

lato della strada, dice "D'accordo, d'accordo, non ne parliamo più.

Basta che ti calmi".

Ma lei è troppo furiosa per calmarsi, e ha già aperto la portiera

prima che siano del tutto fermi: salta giù, cammina veloce lungo la

linea tra l'asfalto e l'erba.

Lui grida "Dove vai?". Un altro clacson suona.

Lei cammina senza girarsi, a passi determinati e con un piccolo


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movimento pendolare delle braccia, come se avesse intenzione di

coprire le decine di chilometri che la separano dal primo luogo dove

poter chiedere asilo politico e una revoca della patria potestà.

Lui la segue con il motore al minimo e sporto dal suo lato, la

portiera aperta che ondeggia. Dice "Per piacere", senza nessun

effetto. Salta giù e la insegue e la supera, le si para davanti. Fa

gesti a palme aperte come potrebbe con un animale imprevedibile,

parla a frasi brevi nel tono più pacato che gli viene. Ci mette

cinque minuti almeno a convincerla a risalire in macchina. Tra una

frase e l'altra guarda i prati e gli alberi intorno, assorbe il

tepore del sole. In questo riconosce i sintomi di un altro suo

difetto grave: la tendenza ad allontanarsi a tratti dal punto focale

di una situazione, non importa quanto drammatica. Metà di lui lo

spinge in modo quasi disperato a riparare la rottura con sua figlia,

l'altra metà gli lascia abbastanza spazio mentale e sensoriale libero

per registrare la luce e la temperatura e le qualità del paesaggio,

come se non avesse nessun'altra preoccupazione al mondo.

Quando finalmente sono di nuovo in macchina lui guida al minimo dei

giri, si volta a guardarla. Lei è rigida e indecifrabile, tiene lo

sguardo dritto verso la strada avanti.

Lui dice "Promettimi che non lo farai mai più. E' una cosa

orribile, buttarsi giù dalla macchina".

Lei sta zitta, non muove un solo muscolo della faccia.

Lui riprende velocità poco alla volta, la guarda ancora a

intervalli. Dice "Ho un vero problema, con questo genere di scene.

Dopo tutte le volte che sono successe con M., e con Caterina prima di
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lei. E' una cosa che mi manda completamente in tilt".

Lei non gli dà la soddisfazione di girare la testa né lo sguardo,

fissa la strada.

Lui respira a fondo; accelera ancora, fino a correre di nuovo alla

velocità delle altre macchine. Cerca di capire se la sua sincerità di

prima era davvero del tutto sgombra di gelosie e rivalità; se

l'irritazione che prova per le piccole prepotenze del ragazzo di sua

figlia è dovuta a una visione obbiettiva, o al fatto che lo sente

come un competitore per la sua attenzione. Gli viene in mente di

quando lei a due o tre anni gli girava la faccia con le mani appena

gli vedeva distogliere lo sguardo, in modo che la fissasse dritto

negli occhi. Gli viene in mente di una volta che aveva attraversato

l'Italia in macchina a tutta velocità ed era corso su per le scale di

una casa di mare ed era uscito su una terrazza assolata con il cuore

traboccante di aspettative di slanci e attenzione da parte di sua

figlia, e invece l'aveva trovata completamente assorta in un gioco

con una bambina della sua età. Gli vengono in mente quattro o cinque

esempi di scontri con M. per conquistare uno l'attenzione dell'altra:

la rabbia e la frustrazione che attraversa i loro lineamenti e le

loro voci e i loro gesti fino a farli diventare cattivi.

Dice "Forse mi faccio trascinare troppo dalla polemica. Non riesco

mai a controllarmi molto, una volta che inizio. Ma pensavo che

valesse la pena di dirtele, queste cose".

Lei continua a non guardarlo e a stare zitta. Non si capisce

neanche se lo sta ascoltando, o se ha abbassato una delle paratie


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mentali di cui si serve per sopravvivere a scuola e nel mondo delle

cose che non le interessano.

Lui dice "Posso parlarti di me, almeno? Ti lascio completamente

fuori dal discorso".

Lei alza appena le spalle, ma è già una reazione.

"Con M. per esempio, se solo smette di darmi attenzione per cinque

minuti, è come se si spegnesse tutto. Sai come quando spegni la luce

in una stanza? Buio totale, ci sprofondiamo dentro."

"E allora perché parli tanto degli altri?"

"Adesso parlo di me, non degli altri. Naturalmente dipende anche da

quello che uno ti dà, in cambio dell'attenzione che chiede. E per

cosa la chiede. Se chiede attenzione per i suoi discorsi sulle

automobili o sulle squadre di calcio, per farti sentire come ha

memorizzato bene i nomi e le date e le citazioni latine che gli hanno

insegnato a scuola. O se magari invece te la chiede per qualcosa di

interessante."

Gli viene in mente la qualità inebriante dell'attenzione che M. gli

dava agli inizi: come gli sembrava mille volte più intensa e

focalizzata di tutta l'attenzione che aveva ricevuto prima da

chiunque; come già allora si rendeva conto che averne anche solo poco

meno gli avrebbe provocato una carenza.

Gli vengono in mente le richieste di attenzione da parte di M.; gli

slanci naturali e gli sforzi per dargliene. Gli vengono in mente le

loro colazioni insieme: i particolari notati e i consigli dati, i

giudizi rapidi e quelli rallentati, gli scambi di sguardi precisi.

Gli vengono in mente tre o quattro o dieci momenti in cui il loro


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bisogno di attenzione è stato così divorante e simultaneo da renderli

furiosi in modo apparentemente inspiegabile. Gli vengono in mente le

frasi gridate, le accuse circostanziate estese fino a investire ogni

aspetto delle loro persone e risalire alle origini geografiche e

ancestrali da cui discendono. Ha la testa piena di scoppi di parole

in stanze e corridoi e ingressi, davanti a porte aperte e chiuse. La

ripetizione e la moltiplicazione di frasi, aggettivi scelti e

ribattuti come armi inefficaci usate in modo disperato.

Dice "Alla fine tutto si riduce a una richiesta o a un'offerta di

attenzione. L'attenzione di cui hai bisogno e l'attenzione che dai,

l'attenzione che cerchi di ottenere con la tenerezza o di strappare

con la prepotenza. L'attenzione che regali o che compri, che vendi,

che baratti. Possiamo chiamarla in altri modi a seconda delle sue

qualità specifiche, chiamarla amore o amicizia o ammirazione o

interesse o curiosità o devozione o passione o mania o voglia o

quello che ti pare. Ma alla fine se riduci tutto ai termini

essenziali, è solo una richiesta o un'offerta di attenzione".

Lei non dà segnali di interesse, non gira la testa.

Lui dice "E non è così strano, perché senza attenzione non c'è

niente. Qualunque cosa succeda, è come se non succedesse, se non c'è

nessuna attenzione a coglierla. Per quanto possa essere una cosa

significativa e straordinaria e irripetibile. E' come un asteroide

del diametro di un chilometro che si schianta nella Siberia deserta

in un'era senza sismografi".

Lei fissa la strada, sta proprio facendo un esercizio per non


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lasciar trapelare attenzione.

Lui dice "Il guaio è che quasi chiunque pretende più attenzione di

quanta sia disposto a darne. Perché quasi chiunque pensa di essere al

centro del mondo. Se appena guardi le cose a distanza, vedi centinaia

di milioni di persone ognuna convinta di essere al centro del mondo e

smaniosa di un'attenzione che possa confermarlo. E' patetico, no?

Eppure c'è qualcosa di terribilmente umano, in questo bisogno

disperato di attenzione. C'è l'essenza di quello che siamo, forse.

Perché forse al nostro peggio siamo solo dei piccoli scavatori,

ostinati a farsi una tana dove trascinare tutti gli oggetti e le

persone e le sensazioni su cui riusciamo a mettere gli occhi e le

mani. E al nostro meglio siamo piccoli specchi, che riflettono

frazioni di luce dell'universo a cui dare attenzione".

Lei continua a non commentare e a non guardarlo. Il vuoto di

attenzione che crea con il suo atteggiamento ha l'effetto di farlo

parlare in modo ancora più concitato, di argomenti sempre più estesi

e incontrollabili.

Intanto vanno verso est adesso, il semifuoristrada corre e vibra

sulla carreggiata più larga.

Comprano uova fresche

e un formaggio duro di capra

e un coltellino a serramanico

sempre senza parlarsi

Comprano uova fresche e un formaggio duro di capra e un coltellino


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a serramanico sempre senza parlarsi, in un mercato pieno di fiori e

verdure e altri prodotti della zona. Poi si siedono al tavolo di un

piccolo bar-ristorante all'aperto e mangiano omelette e bevono

spremuta d'arancia e birra. Lei manda un messaggio con il suo

cellulare; lui ne scrive uno a M. ma gli sembra stupido. Prova di

nuovo a telefonare: non c'è. La birra gli comunica una sensazione

lunga che si mescola al tepore decrescente dell'aria mentre studia la

carta stradale. Il sole è coperto, c'è un vento da ovest che spinge

un fronte di nuvole scure. Lui alla fine dice "Adesso smettila, per

piacere. Non volevo farti arrabbiare".

Lei sta ancora zitta: la giovane sfinge.

"Hai capito? Basta."

"Sei stato tu a cominciare."

"Va bene, sono stato io, ma adesso smettila. Perché dobbiamo

rovinarci il viaggio proprio al penultimo giorno e trasformarlo in

uno schifo?"

"Sei tu che l'hai rovinato."

"Ho solo cercato di parlarti. Ma evidentemente non sono riuscito a

farlo nel modo giusto."

"Per niente."

"D'accordo. Mi dispiace. Va bene?"

"No."

"Guarda quelle nuvole scure. Guarda quei vecchi platani, la scritta

su quella casa rosa, quel tipo con i baffoni seduto là."

"Non mi interessa."
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"Dài. Il viaggio è finito. Domani pomeriggio sei a casa a Milano."

"Meno male."

"Non fare la carogna spietata. Prima che ce ne rendiamo conto sarà

una cosa lontana, essere venuti qui insieme quando tu avevi sedici

anni."

"Ti metti a fare ricatti sentimentali, adesso?"

"Faccio quello che posso."

"Ho freddo."

"C'è solo un ultimo posto che vorrei vedere. Lo vedi qui sulla

carta? E' una deviazione a nord di una ventina di chilometri, poi

possiamo riprendere la statale più avanti. Perdiamo pochissimo tempo."

"Che posto è?"

"Ci viveva una piccola comunità di anarchici mistici,

nell'Ottocento. Avevano le case e la terra in comune e coltivavano

amaranto e allevavano pecore e filavano e tingevano tessuti, finché

il governo ha mandato l'esercito a distruggere tutto e metterli in

galera."

"Perché?"

"Perché non riconoscevano nessun genere di autorità e nessuna

istituzione."

"E in che senso erano mistici?"

"Avevano una loro religione eclettica, fatta di elementi presi da

epoche e luoghi geografici diversi. Non credo che sia rimasto molto

da vedere, ma vorrei dare un'occhiata alla zona."

"Se riusciamo a essere a casa domani pomeriggio."

"Ti ho detto di sì. Te l'ho promesso."


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"Va be'."

"Allora rimettiamoci in marcia. Non devi fare la pipì?"

"Non ho più due anni, che devi chiedermelo."

"E' che sei talmente vaga, sulle cose pratiche. Ti dimentichi anche

di avere fame o sonno, finché proprio non svieni."

"Non ricominciare."

"Va bene, va bene. Ci rivediamo qui tra due minuti."

Tira fuori di tasca il cellulare, recupera il messaggio di prima e

schiaccia il tasto yes.

Un SMS

Da: Giovanni

Ore: 13.07

Ci sono dei platini che ti piacerebbero. Ti chiamo più tardi. G.

Lei fa un salto sul sedile

e guarda fuori

e batte sul finestrino

Lei fa un salto sul sedile e guarda fuori e batte sul finestrino,

grida "Ferma, ferma! Ferma subito!".

Lui schiaccia il pedale del freno con tutta la sua forza; il

semifuoristrada stride e sbanda e beccheggia e pattina fino a

fermarsi con due ruote sull'erba oltre la carreggiata, in una nuvola


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di polvere.

Cerca di rallentare i battiti del cuore, dice "Cos'è successo?".

"Un canile! Ho visto il cartello di un canile, là! Torniamo

indietro!"

"Sei diventata pazza? Abbiamo rischiato di capottarci! Mi hai fatto

prendere un accidente!"

"Ma c'è un canile comunale, ti giuro!"

"Io non riesco a crederci!"

"C'è la scritta "Canile", l'ho letta benissimo. C'è anche il

disegno di un cane."

"E allora? Ti metti a gridare in questo modo e ci fai quasi finire

fuori strada perché vedi un canile?"

"Torniamo indietro."

"Tu devi essere matta."

"Magari hanno dei cuccioli che danno via."

"Sei matta davvero. Cosa ho fatto per avere una figlia così

ossessiva?"

"Andiamo a vedere. Ci mettiamo cinque minuti."

"Non mi sogno neanche."

"Solo cinque minuti. Io ti ho detto va bene per il tuo villaggio

degli anarchici, anche se ci costa una deviazione di chissà quanto."

"E' una deviazione di un'ora e mezza al massimo. E cosa c'entra con

il canile?"

"C'entra perché stiamo facendo una deviazione, e cinque minuti non

cambiano proprio niente. Dài."

"Come fai a essere così? Sembra che tu abbia ancora quattro anni,
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madonna."

"Andiamo solo un attimo a vedere. Tanto siamo già fermi."

"Grazie tante. Per poco non siamo fermi in modo definitivo."

"Dài. Se non avessimo fatto la deviazione non saremmo mai passati

di qui. E' il destino, proprio."

"Non ti mettere queste idee in testa, adesso."

"Solo un'occhiata. Dài, gira."

"Solo un'occhiata. Togliti dalla testa di prendere un cane. Diamo

un'occhiata e via."

"Sì, sì."

"Mi giuri che poi non ti metti a fare storie?"

"Sì."

"Dì "Parola mia"."

"Parola."

Lui gira e torna indietro, fino a un edificio basso che sembra una

ex piccola fabbrica. Non c'è uno slargo per parcheggiare, così lascia

il semifuoristrada con le luci lampeggianti qualche metro più avanti.

Lei salta giù appena sono fermi, corre al cancello a cui sono

attaccati il disegno na‹f di un cane e la scritta "Rifugio del Cane"

e una cassetta per le donazioni. In un cortile di cemento due operai

stanno lavorando con badili e secchi, c'è un'impastatrice che gira.

L'aria è piena di abbaiamenti, senza sosta e su varie frequenze. Si

guardano: lei ha una faccia seria, tutti i muscoli del corpo tesi.

Lui dice "Cosa cavolo gli diciamo?".

"Niente, che vorremmo vedere i cani."


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"E se cercano subito di rifilarcene uno?"

"Intanto guardiamoli, non stare a preoccuparti."

"Certo che mi preoccupo, pazza e fissata come sei."

"Dài, suona."

Lui sbuffa, ma preme il campanello: lo sentono risuonare forte e

aspro, tra i rumori del cantiere e gli abbaiamenti. Aspettano forse

un minuto; gli operai li fissano, con i badili in mano. Alla fine da

una porta della ex piccola fabbrica esce una tipa magra con i capelli

grigi, viene al cancello e si appoggia alle sbarre, non cordiale.

Dice "Oggi è un brutto giorno, stanno sistemando il cortile".

"Ho visto" dice lui.

Sua figlia lo guarda, si aspetta che conduca lui la trattativa per

vedere i cani.

"Tornate lunedì o martedì" dice la tipa del canile.

"Siamo in viaggio" dice lui. "Lunedì saremo a Milano."

"Che cane cercate?" dice la tipa.

"Volevamo solo dare un'occhiata" dice lui.

"Anche sapere se ci sono dei cuccioli" dice sua figlia.

"Chiediglielo in francese."

"Non glielo chiedo."

"Cuccioli in questo momento non ne abbiamo" dice la tipa del canile

in italiano, senza per questo diventare più cordiale. "Abbiamo dei

cani giovani. Dodici mesi, quindici."

"Va be', non importa."

"Possiamo vedere quelli?" dice sua figlia.

"Ma che cane avete in mente?" dice la tipa del canile. "Grande,
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piccolo?"

"Né grande né piccolo" dice lui.

"Grande" dice sua figlia.

"Oh madonna, me l'avevi giurato" dice lui.

"Vivete a Milano?" dice la tipa del canile.

"No" dice lui.

"Sì" dice sua figlia.

"Solo ogni tanto" dice lui.

"In che genere di casa state?" dice la tipa del canile. "Avete un

giardino? Un terrazzo?"

"Né giardino né terrazzo" dice lui.

"Un terrazzo grande" dice sua figlia. "E un giardino proprio

davanti a casa."

La tipa del canile stringe le mani intorno alle sbarre del

cancello, dice "Non vivete insieme, voi due?".

"No" dice lui.

"A intervalli" dice sua figlia.

"A intervalli" dice lui.

"Avete già avuto cani?" dice la tipa del canile.

"Sì" dicono lui e sua figlia.

"Quanti?"

"Uno."

"E dov'è finito?"

"E' morto" dice sua figlia.

"L'abbiamo preso già molto anziano" dice lui subito, per coprirla.
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"Sì, vecchissimo" dice sua figlia. "Poverino."

"E' morto dopo tre anni che l'avevamo" dice lui, con in mente i

balzi giovanili e gli uggiolii di piacere dello schnauzer nano tra le

braccia della scenografa venezuelana che era venuta ad adottarlo. Si

chiede perché mai si è cacciato in questo ruolo di truffatore da

commedia; se ci sono dei limiti alla sua complicità di padre.

"E com'era?" dice la tipa del canile.

"Grande" dice lui. Fa un gesto per indicare l'altezza di un leone.

"Enorme" dice sua figlia. "Non riuscivamo quasi a tenerlo, in

città."

"Mordeva, anche" dice lui, per aggiungere almeno un elemento di

verità al quadro.

"Bastava sfiorarlo per sbaglio con un piede mentre dormiva" dice

sua figlia. "Faceva uno scatto e ti mordeva, senza neanche

svegliarsi."

"E voi cosa facevate, quando mordeva?" dice la tipa del canile.

"Niente" dice lui.

"Niente" dice sua figlia.

"Cercavamo di capirlo" dice lui.

La tipa del canile stringe gli occhi e le labbra. La sua faccia e i

suoi capelli e i suoi vestiti e la sua intera persona indicano la

fatica e l'impegno quotidiano del suo lavoro di volontaria sostenuta

da rari benefattori, senza aiuti ufficiali.

Dice "Mi dispiace, ma non possiamo mandare i nostri cani in

situazioni instabili".

"Vale a dire?" dice lui, senza capire perché adesso prova più
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delusione che sollievo.

"Vale a dire, li diamo solo a persone o famiglie che possano

garantire un minimo di continuità e organizzazione."

"Va be', grazie lo stesso" dice lui.

Sua figlia lo guarda, è chiaro che si aspettava che difendesse le

loro posizioni a oltranza.

La tipa del canile dice "Se volete fare una donazione".

Lui tira fuori dal portafogli un paio di biglietti di banca, glieli

porge. La tipa indica la cassetta attaccata al cancello, dice "Non a

me, ai cani".

"Questo l'avevo capito" dice lui; infila i soldi nella cassetta.

La tipa fa appena un cenno con la mano, va a parlare con i due

operai.

Tornano zitti alla macchina, ripartono.

Dopo forse un paio di minuti, lui dice "Che orrenda figura da

cialtrone mi hai fatto fare".

Lei lo guarda, con un'espressione di delusione pura.

"Cosa cavolo ti è venuto in mente, di dirle che Wolfgang è morto di

vecchiaia?"

"Per spiegarle come mai non ce l'avevamo più, no?"

"Che razza di scema."

Ma quando si gira e vede la sua faccia seria da giovane selvaggia

civilizzata, gli viene da ridere. Lei resiste solo qualche secondo:

ridono tutti e due, tra mortificazione e complicità e imbarazzo

retrospettivo e improvvise considerazioni realistiche, immagini di sé


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stessi viste a scatti da troppo vicino e da troppo lontano.

Il fronte di nuvole scure

da ovest ha coperto

tutto il cielo

Il fronte di nuvole scure da ovest ha coperto tutto il cielo, la

luce grigia smorza i colori e inasprisce il paesaggio che scorre

lungo le curve della strada in pendenza. Gli sembra di guidare

attraverso un campo di contatti elettrici e magnetici,

nell'improvvisa incrinatura di stagione.

Sua figlia dice "Non è vero che siamo troppo instabili per

affidarci un cane".

"E' colpa mia, credo" dice lui. "Anche se nemmeno tu sei proprio il

modello di affidataria che hanno in mente i migliori canili del

mondo."

"Perché?"

"Perché hai sedici anni."

"E allora?"

"A sedici anni non è che uno sia proprio strutturato in una routine

di vita ultraprevedibile, no?"

"No, ma sono perfettamente in grado di occuparmi di un cane."

"Comunque è probabile che sia stato io il problema, te l'ho detto. E'

probabile che almeno da un padre ci si aspetti un minimo di

stabilità."

"Sì?"
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"Prova a chiederlo alla tipa del canile."

"Ma tu cosa dici?"

"Se sono stabile?"

"Eh."

"Credo di essere molto stabile nei miei sentimenti e principi di

base. Per il resto non tanto."

"No?"

"No. Mi sembra sempre che potrei cambiare vita in qualsiasi

momento. Lavoro, luogo, clima, cibo, orari, scarpe."

"In qualsiasi momento?"

"Se avessi un'occasione sorprendente."

"Tipo?"

"Tipo vedere una porta inaspettata che si apre su uno scenario

completamente nuovo."

"Davvero?"

"Sì, ma non guardarmi in quel modo. Vedrai che prima o poi troverò

un posto e una casa che mi convincono. Magari con una casa vicino per

te. Così potrai venirmi a trovare con chi vuoi per dei lunghi

periodi, o anche starci fissa."

"E finalmente potremo tenere un cane, no?"

"Sì."

"Hai detto di sì! Che potremo tenere un cane!"

"Quando troverò un posto che mi convince, certo. Anche due cani.

Anche cavalli e asini e oche e galline, tutti gli animali che

vogliamo."
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"Ma un posto che ti convince non lo troverai mai."

"Perché?"

"Se non l'hai trovato fino adesso."

"E allora? Perché devi essere così negativa? Mica ho rinunciato a

trovarlo. Se proprio vuoi saperlo, sono sicuro che lo troverò."

"Magari però lo troverai, e dopo un po' non ti convincerà più. Così

io non potrò mai avere un cane."

"Invece lo troverò e mi convincerà in modo continuo, senza

cedimenti. Entrerò in una nuova fase della mia vita. Dimostrerò a te

e a M. che non è vero che sono una specie di apolide patologico

irrimediabile, accidenti."

"Ma io lo voglio adesso, il cane. Non quando tu entrerai in una

nuova fase della tua vita."

"Magari sta per iniziare adesso, la nuova fase, cosa ne sai? E cos'è

quest'ossessione del cane, comunque? Sei proprio sicura di non avere

avuto qualche grave carenza affettiva per colpa mia?"

"Sì che sono sicura. Non ricominciare con questa storia."

"Non è che stai rimuovendo il problema? Con la tendenza a rimuovere

i pensieri faticosi che hai ereditato da me?"

"Non ho avuto nessuna carenza. E' solo che voglio un cane, e basta."

"Ho cercato di esserci più che potevo, con te, anche se io e tua

madre ci siamo separati. Ho preso apposta una casa a Milano, per

starti vicino."

"L'hai fatto per me?"

"Be', non credo che ci avrei messo mai più piede, altrimenti. E per

anni sono venuto a casa tua a leggerti una storia, ogni sera."
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"Non ogni sera."

"Quasi ogni sera. Ti ho letto centinaia di storie. Ho spazzato via

per anni scaffali interi dei reparti per bambini nelle librerie. Non

ci stavano neanche più nella tua stanza tutti quei libri. Non te lo

ricordi?"

"Forse."

"Non ti ricordi quando dopo averti letto un libro ti raccontavo la

storia dello scoiattolino stanco, che voleva dormire e invece veniva

mandato da sua madre a comprare le nocciole in paese e doveva contare

le monete una a una e le nocciole una a una e poi contare i passi uno

a uno lungo il sentiero nel bosco finché era tornato a casa?"

"Forse."

"Cosa vuol dire, forse? Te lo ricordi o no? La voce che ti facevo,

sempre più lenta e roca e assonnata mentre lo scoiattolino contava e

contava, finché crollava nel suo lettino e si addormentava e anche tu

ti addormentavi nel tuo e a volte mi addormentavo anch'io, sul

pavimento di fianco a te?"

"Forse, non so."

"Questa per esempio sarebbe una forma di rimozione o cosa?"

"E' solo che non mi ricordo bene. Ero piccola, no?"

"Sì, ma dovresti ricordarti lo stesso. Io mi ricordo tutto,

accidenti."

"Dov'è, il villaggio che volevi vedere? Sta diventando tardi."

"Non è un villaggio. Non so cosa sia rimasto. E non diventare

ansiosa, adesso. Non cominciare a pressarmi."


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"Mi hai promesso che domani pomeriggio siamo a Milano."

"E infatti domani pomeriggio ci siamo."

"Se facciamo deviazioni di ore, non credo proprio."

"Non sono ore. E non prendertela con me, se ci sei rimasta male per

il cane."

"Non me la prendo con te."

Il cielo è sempre più scuro, si è abbassato sul paesaggio in modo

quasi minaccioso. A una curva lo schianto di un tuono fa vibrare il

semifuoristrada, due secondi dopo una pioggia fitta batte sul

parabrezza e fa risuonare la lamiera del tetto. Lui guarda ai lati

della strada, ma non ci sono cartelli né case, né abitanti del luogo

a cui chiedere informazioni.

La pioggia cade sempre

più forte sulle colline

La pioggia cade sempre più forte sulle colline, l'aria diventa

sempre più fredda. I tergicristallo si affannano avanti e indietro al

massimo della velocità, ma bastano appena a far distinguere i margini

della strada. Intorno ci sono boschi di querce interrotti da qualche

prato, sembra un paesaggio disabitato. Lui rallenta ancora, gira la

manopola del riscaldamento verso il rosso. Lei sguscia sul sedile di

dietro nel suo modo agile, tira fuori dalla valigia un golf e se lo

infila.

"Mi aiuti a mettermi la giacca?" dice lui. Passa il dorso della

mano sul parabrezza per togliere la condensa.


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Lei lo aiuta, un braccio alla volta. Dice "Dov'è il posto che

volevi vedere?".

"Dovremmo esserci, più o meno. Non è molto chiaro, sulla carta."

"In che senso non è molto chiaro?"

"Non è una carta molto dettagliata, questa. Ma non ti preoccupare,

le so leggere, le carte."

"Sì?"

"Fa parte del mio lavoro. Se no come li troverei, i posti?"

"Vuoi vederlo lo stesso, con questo tempo?"

"Ormai che siamo qui. Ma voglio solo dare un'occhiata. Cinque

minuti."

Lei guarda fuori, non convinta. La pioggia sta prendendo una

consistenza diversa, le gocce si rompono sul parabrezza come piccoli

involucri di ghiaccio sciolto.

"Grandina" dice lei.

"E' più una specie di nevischio."

"Sei sicuro che siamo sulla strada giusta?"

"Ti ho detto di non preoccuparti. Fidati."

"Mi fido, ma guarda che strada."

In effetti il fondo è già tutto rivoli e pozze e la carreggiata è

stretta da ginestre e rovi sul lato a monte e intaccata da cedimenti

sul lato a valle; non sembra un percorso molto battuto.

"Con questa macchina non abbiamo nessun problema" dice lui. "Con la

trazione integrale a inserimento automatico e le ruote mud&snow e

tutto il resto."
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"Mud e cosa?"

"Mud&snow, me l'ha spiegato il concessionario quando l'ho comprata.

Qui è nel suo elemento."

"Sì?"

"E' costruita per questo genere di situazioni."

Guarda ai due lati della strada: non c'è traccia di ex villaggi o

case in rovina, né di sterrate o viottoli che potrebbero portarci.

Controlla il contachilometri parziale, cerca di ricordarsi cosa

segnava quando hanno passato l'ultimo bivio ma non se lo ricorda.

Prende la carta e la apre sul volante: non riesce a capire in che

punto preciso si trovano rispetto al piccolo cerchio che ha fatto in

paese con il pennarello rosso. Fuori la pioggia è tornata fluida e

ancora più fitta di prima, batte con piccole gocce furiose sui vetri

e sul tetto e sul paesaggio intorno.

"Fermati, se devi guardare la carta" dice lei.

"Riesco a vederla anche così, non fare l'apprensiva."

"E tu non fare lo scemo."

"Sono mai stato un guidatore spericolato? Eh?"

"No, ma se devi guardare la carta su questa strada e con questa

pioggia, fermati."

"Comunque ho già visto. Dev'essere tra pochissimo, a meno che non

l'abbiamo già passato."

"Non sarebbe meglio tornare indietro, alla strada grande

dov'eravamo prima?"

"Ormai ci conviene continuare, e riprendere la statale più avanti."

"Sei sicuro che ci arriviamo, per di qua?"


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"Ma sì. E se per caso non ci arriviamo, torniamo indietro."

Lei controlla l'orologio, controlla lo schermetto del telefonino.

Lui dice "Madonna, non essere così ansiosa".

"Non c'è campo."

"Potrai resistere per qualche minuto, senza campo? Ti ho detto che

domani pomeriggio siamo a Milano. Non ti preoccupare."

"C'è poco da non preoccuparsi. Guarda cosa viene giù."

"Non potresti tornare allo spirito di prima?"

"Di quando?"

"Di quando ridevamo per la storia del canile. Invece di fare tutta

la corrucciata."

"Non faccio la corrucciata. E' solo che qui diventa sempre peggio."

"Parliamo d'altro."

"Di cosa?"

"Di Luca, per esempio. Cosa pensa di fare, dopo il liceo?"

"Lascia stare Luca, per piacere."

"Perché? Sono curioso."

"Di cosa? Guarda la strada."

"Delle sue idee per dopo il liceo. Cosa vuole fare, da grande?"

"Non lo so."

"Non hai la minima idea? Non ne avete mai parlato?"

"Il regista, gli piacerebbe."

"Il regista?"

"Sì."

"Di cosa? Di film, di teatro?"


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"Di film."

"E ne sa qualcosa?"

"Vede un sacco di film. Tutto il tempo."

"Dicevo se sa qualcosa di come si girano."

"Ha una collezione incredibile di videocassette, se l'è studiate

tutte."

"Ma ha mai provato a girare qualcosa di suo?"

"Ha fatto dei filmini, ma poi suo padre non gli ha più voluto

prestare la videocamera perché hanno litigato."

"E non riesce a procurarsene un'altra?"

"No."

"Quindi vorrebbe fare una scuola di cinema, dopo il liceo?"

"Forse."

"Come forse?"

"Credo di sì."

"Quale scuola? Si è informato?"

"Vorrebbe andare in America."

"In America dove?"

"Non lo so."

"E lui lo sa?"

"Non ancora."

"Parla l'inglese, Luca?"

"Sì."

"Dove l'ha imparato?"

"A scuola."

"Vuoi dire al liceo?"


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"Sì."

"Scusa, ma lo sappiamo come insegnano le lingue al liceo italiano,

no? E' una delle catastrofi del nostro paese, l'analfabetismo

linguistico."

"L'ha imparato."

"Forse dovrebbe seguire qualche corso per conto suo."

"Infatti, lo farà."

"E come pensa di andarci, in America?"

"In che senso?"

"Chi gli darebbe i soldi?"

"Non lo so."

"I suoi?"

"Forse."

"Hai idea di quanto può costare una scuola di cinema in America?"

"Quanto?"

"Tanto."

"Si farà dare una borsa di studio."

"E secondo te gli americani sono lì che muoiono dalla voglia di

dare una borsa di studio a un bravo ragazzo italiano che vorrebbe

fare il regista?"

"Non lo so."

"E Luca non era in pessimi rapporti con suo padre? Invece di colpo

si scoprirebbe che è un suo fantastico complice pronto ad appoggiarlo

in quest'avventura?"

"Non lo so."
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"Oppure pensa di vivere sotto i ponti, in America? Di fare il

vagabondo del Dharma come nella simulazione a nostro uso quando siamo

andati a prenderlo al porto l'estate scorsa?"

"Smettila."

"Ti sto solo facendo delle domande."

"Sì, ma sono domande del cavolo."

"Perché del cavolo?"

"Perché cerchi di far passare Luca per cretino."

"Non cerco di farlo passare per cretino. E' solo che forse

bisognerebbe avere almeno qualche elemento concreto in queste cose,

no? Prima di mettersi a fare grandi piani suggestivi."

"Tu avevi tanti elementi concreti, all'età di Luca?"

"No. Ma forse un po' più di lui. E comunque avevo meno

atteggiamenti."

"Se hai detto che eri novanta per cento atteggiamenti, alla sua

età. Novanta per cento atteggiamenti e dieci sostanza."

"Parlavo in una prospettiva ipercritica, a ritroso. E non puoi

sempre usare contro di me le cose che ti dico."

"Perché, tu invece non usi contro di me quelle che ti dico io?"

"Non contro di te. E non per rintuzzare delle domande fondate."

"Non si dice rintuzzare una domanda. Si dice rintuzzare un'accusa."

"Non fare la saputona del cavolo, adesso."

"Sei tu che sei una iena."

"Non sono una iena. Cerco solo di avere un ruolo da adulto, ogni

tanto."

"Non hai sempre detto che i ruoli sono una cosa orrenda?"
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"Ho detto che sono orrendi quando diventano più forti delle

persone."

"Hai detto che i ruoli sono più forti delle persone."

"Ah sì? Va be', magari l'ho detto."

"L'hai detto."

"Il fatto è che anche scappare dai ruoli non è tanto bello. Fare

finta di non averne uno. Fare i compagnoni e gli amici dei propri

figli e non assumersi nessun genere di responsabilità verso di loro.

Certo, costa molta meno fatica. Però alla fine è un gioco che lascia

i figli allo sbando, li fa andare in malora se non sono più che

fortunati."

"Sei tanto bravo a costruire teorie, e poi nella pratica non ne

tieni mai conto una volta! Sei la persona più incoerente del mondo!"

"Quando, per esempio?"

"Sempre!"

"Fammi un esempio."

"Quando dici che non bisogna essere realisti, se si vogliono fare

delle cose interessanti. Che non bisogna farsi bloccare dai calcoli

di probabilità. Poi appena ti racconto che Luca vuole fare il

regista, lo fai passare per cretino perché non è realista!"

"Non è così. Non ho mai detto che Luca sbaglia ad avere dei sogni."

"Però dici che è un cretino se ha dei sogni."

"Non ho mai detto che è un cretino."

"L'hai detto, invece! In sostanza l'hai detto!"

"E' solo che vorrei che non foste completamente senza contatto con
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la realtà. Vorrei che aveste dei sogni ma anche un minimo di senso

pratico. Un minimo."

"Tu non avevi nessun senso pratico, alla nostra età."

"Come fai a saperlo?"

"L'hai detto tu. Mille volte."

"Va bene, non ne avevo. Non ce l'ho neanche adesso, se è per

quello. Ma forse il minimo indispensabile per dare uno spiraglio di

realizzabilità a uno dei miei sogni, sì."

"E quale sarebbe, il minimo indispensabile?"

"Quello di saper fare qualcosa, per esempio. Qualunque lavoro ha

una sua dimensione pratica. Anche il più strano e il più astratto."

"Stavamo parlando del senso pratico degli inizi! Di prima di avere

provato a fare una cosa! Hai detto che quando hai scritto il tuo

primo libro non sapevi neanche che potesse essere un lavoro! Che

tutte le persone con cui ne parlavi ti facevano sorrisi di

compatimento!"

"E' vero."

"E allora?"

"Però era diverso."

"Perché era diverso?"

"Non ero così vago."

"Hai detto che eri totalmente vago!"

"Non ero così sospeso e indefinito!"

"Hai detto che eri totalmente sospeso e indefinito!"

"Non ero così equidistante rispetto alle cose!"

"Non siamo affatto equidistanti rispetto alle cose, noi!"


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"Quello che sto cercando di dire è: ero meno distratto. Ero più

attento."

"Attento a cosa?"

"A tutto."

"Alla scuola, per esempio? Se mi hai raccontato mille volte che ti

sembrava di essere in un museo pieno di vecchi animali impagliati, a

scuola!"

"Non ero attento alle cose che non mi interessavano, ma per quelle

che mi interessavano avevo un'attenzione spasmodica. Ero capace di

passare pomeriggi interi sulla copertina di un disco, a registrare

con uno scanner mentale ogni piccola illustrazione e ogni minuscola

scritta. A sforzarmi di tradurre le parole delle canzoni, frugare nel

dizionario inglese finché non riuscivo a decifrarle tutte."

"Anche noi traduciamo le canzoni!"

"Sì, ma in modo molto più distratto! Come se in ogni caso aveste

mille altre cose di cui occuparvi, altrettanto importanti o

altrettanto non importanti!"

"Cosa ne sai tu? Cosa cavolo ne sai?"

"Lo vedo! Lo vedo!"

"Invece non vedi proprio niente! Vorresti solo tutta l'attenzione

anche da noi, e ti fa rabbia non averne abbastanza! Sei come tutti

gli altri padri del cavolo che non sanno niente di niente dei loro

figli e pretendono di sapere tutto!"

"E' la distrazione che non sopporto! Il fatto che siate distratti e

incuranti!"
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"Rispetto a cosa?"

"Rispetto a tutto! Rispetto a quello che fate e anche rispetto a

voi stessi! Pensate di avere tutto a disposizione in qualsiasi

momento, sospendibile e rimandabile fino a quando non vi viene voglia

di uscire dalla vostra distrazione universale per un momento!"

"Smettila! Sei uno stronzo e basta! Mi fai schifo!"

"Ti arrabbi solo perché sai che dico la verità!"

"Stai zitto! Non ho più voglia di parlare con te!"

"Brava, mettiti a fare la povera vittima del padre mostro che non

ti capisce!"

"Sei un bastardo e non ti voglio vedere mai più! Riportami a casa

subito!"

Adesso grida così forte, e con gli occhi così infiammati di rabbia

viva, che lui ne ha quasi paura. Eppure nella quasi-paura e nella

furia polemica che gli scorre nel sangue, c'è un fondo ammirato per

la sua reazione. E' più di questo, nel modo senza contorni in cui un

sentimento simile può manifestarsi: è una forma di sollievo profondo

che si alimenta nell'energia della sua voce e nella convinzione

violenta che la attraversa, nella riserva di opinioni non esili né

oscillanti che le permette di fronteggiarlo e scontrarsi con lui

senza uscirne per niente da vittima. Gli torna in mente una volta due

estati prima, quando avevano litigato per qualcosa e si erano presi a

spinte, e il meccanismo di chiusura a pressione di una porta gli

aveva dato per qualche secondo l'idea che lei avesse la forza fisica

per ricacciarlo indietro e sbatterlo fuori. Solo che adesso non c'è

nessun meccanismo a pressione a moltiplicare la forza nella sua voce


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o il fuoco nel suo sguardo. E' lei come giovane persona già con un

punto di vista formato sul mondo, venuta fuori da una combinazione

casuale di elementi genetici e influssi ambientali e disegni del

destino leggibili solo a distanza. Furioso com'è, avrebbe voglia di

abbracciarla, dirle che è contento di avere una figlia così, darle

ragione su tutto il fronte, parlarle in uno spirito totalmente

diverso.

Ma lei è fuori di sé dalla rabbia, e vederlo sorridere ha solo

l'effetto di infiammarla ancora di più. Grida "Fammi scendere! Ferma

e fammi scendere!".

"Non fare di nuovo la scena del buttarti dalla macchina, adesso!"

"Tu fammi scendere!"

"Dove cavolo vuoi andare, qui?"

"Via! Non voglio più stare a sentirti!"

"Cerca di ragionare! Non lo vedi dove siamo?"

"Fammi scendere!"

"Lascia stare la maniglia! Non fare la scema! Ti infradici tutta!"

"Lasciami il braccio! Fammi scendere!"

"Mi avevi giurato che non avresti mai più fatto la scena dello

scendere dalla macchina!"

"Io non ti ho giurato proprio niente!"

"Ti ho spiegato che ho un problema specifico con queste scene!"

"Tu fammi scendere! Fammi scendere!"

"Lascia stare quella portiera! Non fare la pazza!"

"E tu lasciami il braccio! Vai al diavolo, vai al diavolo! Vai al


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diavolo!"

Il semifuoristrada

va fuori strada

Il semifuoristrada va fuori strada, con una naturalezza che forse

una macchina normale non riuscirebbe ad avere.

Scivola verso il margine della carreggiata mentre loro due gridano

e si strattonano, e prima che lui faccia in tempo a capire cosa

succede poggia a sinistra e prende a scendere per una pendenza sempre

più ripida a una velocità non modificabile dalla forza che lui prova

a esercitare sul freno a pedale e su quello a mano ma che anzi

aumenta come in uno dei suoi sogni ricorrenti di precipizio mentre

cespugli e alberi ed erba e terra scorrono oltre insieme alla pioggia

che batte fitta sui finestrini e sul parabrezza e sul tetto in uno

spazio dilatato che continua per sempre e si interrompe d'improvviso

in un urto sordo che li fa volare in avanti e subito all'indietro con

altrettanta forza.

Lui si gira a guardarla prima ancora di riprendere fiato, dice

"Tutto bene?".

Lei non risponde, è pallida come non gli sembra di averla mai

vista.

La scuote per una spalla con cautela, dice "Ehi? Come va?". Poi

visto che lei ancora non risponde salta giù e gira intorno al cofano

e scivola nel fango e apre la sua portiera e la trascina fuori,

stupito dalla resistenza che fa e subito dopo da quanto è leggera. La


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scuote ancora sotto la pioggia, dice "Come stai? Come stai? Dimmi

come stai!", guarda travolto dal panico le sue labbra che si muovono

finché la sente dire per forse la seconda o terza volta "Mi fai

male!".

La lascia andare e fa un passo indietro; il cuore riprende a

battergli a una velocità più normale. Si guardano a breve distanza,

incerti allo stesso identico modo su che espressione assumere; si

guardano intorno.

Sono fermi in uno spiano di terra argillosa, tra prati fradici in

pendenza chiusi intorno da boschi, a pochi metri da una strada

sterrata dissestata appena distinguibile nella pioggia che batte e

scorre e ristagna sotto i loro piedi. Dietro di loro c'è una

costruzione bassa che sembra una stalla abbandonata, con un vecchio

portone sconnesso. Poco più in là c'è un secondo edificio a due

piani, senza tetto e in completa rovina. Intorno ci sono detriti

vari, pezzi di metallo e di plastica, ciocchi di legno intorno a cui

l'erba è cresciuta e si è seccata, il telaio di una finestra, una

rete di letto sfondata in una pozza d'acqua.

Fa freddo e hanno già i capelli tutti bagnati, le scarpe fradice e

piene di fango. Lui dice "Che razza di scemi incredibili siamo

stati".

Lei lo fissa e distoglie lo sguardo, non riesce a decidersi se

mantenere un atteggiamento ostile oppure no.

Lui dice "E ci è andata ancora bene. Avremmo potuto ribaltarci e

rotolare fino in fondo alla valle, romperci tutte le ossa".


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"Sì?"

"Avremmo potuto ammazzarci, accidenti. Due scemi incredibili."

"E adesso cosa facciamo?"

"Risaliamo alla strada."

"Come?"

"Per quella sterrata."

"Quale?"

"Quella."

"Ma la macchina ce la fa?"

"Dovrebbe. E' un semifuoristrada, no?"

"L'ho visto, mentre venivamo giù."

"E' perché stavamo litigando e strattonandoci come due scemi, non

riuscivo a capire né vedere niente."

"Chissà da quanti anni non la usano più, quella sterrata. Non vedi

com'è ridotta?"

"Senti, l'unica è provare, prima di preoccuparci."

Ma lei è preoccupata, adesso che lo shock del precipizio comincia

ad attenuarsi: ha lo sguardo e i lineamenti saturi di preoccupazione,

i capelli zuppi, pioggia che le cola sulla faccia. Controlla lo

schermetto del suo telefonino con un'apprensione da naufraga, piegata

per proteggerlo dal diluvio.

Lui dice "Lascia stare quel telefonino, per piacere. Saliamo in

macchina prima di infradiciarci del tutto".

"E se il motore non riparte?"

"Riparte. Perché non dovrebbe?"

Salgono sul semifuoristrada. Lui prende un respiro e gira la chiave


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d'accensione: il motore riparte subito. Non è un gran motore, un due

litri dalla voce sottile, adeguato a girare in città e su qualche

strada da weekend. Gli viene in mente lo sguardo di M. le volte che

lo vedeva comprare una rivista di automobili come lettura ipnotica

per rimuovere i pensieri faticosi: il suo sorriso all'idea che anche

lui avesse almeno una traccia di passione maschile per le cose

meccaniche. Gli viene in mente la finta neutralità degli articoli sui

vari modelli, i giudizi tecnici scritti con un occhio ai lettori e

uno alle case automobilistiche in modo da non sbilanciarsi mai. Cerca

di ricordarsi cosa aveva letto delle effettive capacità da

fuoristrada di questa macchina: cosa gli era sembrato di intuire di

vero tra gli aggettivi scelti per non contrariare nessun direttore

commerciale né rischiare di perdere nessuna pagina pubblicitaria.

Ingrana la marcia indietro. Il parabrezza è appannato di condensa

all'interno e inondato di pioggia fuori. Cerca di pulirlo con una

mano, preme sull'acceleratore. Il motore romba nel suo modo esile, il

semifuoristrada vibra tutto e finalmente la trazione integrale a

inserimento automatico si inserisce, le quattro ruote fanno presa.

Lui manovra avanti e indietro molte volte di seguito, fino ad

arrivare allo spiano davanti alla stalla e poi a puntare verso la

sterrata che sale ripida e sconnessa per la pendenza. Si gira a

guardare sua figlia tutta tesa sul sedile di fianco, dice "Andiamo?".

Lei fa di sì con la testa; lui ingrana la prima e accelera.

Il semifuoristrada sale abbastanza fiducioso per la pendenza

fangosa irregolare, poi appena arriva a un punto più ripido perde


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slancio e le ruote cominciano a girare a vuoto, il suono del motore

sale di frequenza. Lui accelera ancora, le ruote girano frenetiche e

l'ago del termometro punta verso la zona rossa; il motore si spegne

di colpo, lei grida "Attento!" e scivolano all'indietro come su una

grande slitta incontrollabile, il paesaggio battuto dalla pioggia

scorre oltre fino a bloccarsi in un urto sordo contro una sponda ai

margini dello spiano.

"Cos'è successo?" dice lei.

"L'hai visto, cos'è successo. Non ce l'ha fatta, sto cavolo di

affare."

"E adesso?"

"Adesso ci riproviamo."

"E se rotoliamo fino in fondo alla valle?"

"Non rotoliamo."

"Come fai a saperlo?"

"Senti, non mi aiuti per niente, con quell'aria. Anzi, scendi, per

piacere. E' meglio se ci provo da solo."

Lei scende, ma appena la vede in piedi sotto la pioggia nella luce

che diminuisce, gli viene una fitta di apprensione per come gli

sembra smarrita, impreparata a questo genere di situazioni.

Apre la portiera, dice "Aspetta". Scende nell'argilla smossa che

gli risucchia i passi e lo fa scivolare, apre il portellone dietro e

fruga nella sua valigia, tira fuori il suo impermeabile rosso. Va a

portarglielo, dice "Mettiti questo, che sei già zuppa".

Lei se lo infila: le sta largo e lungo come una mantella da

pescatore nordico. Non dice niente.


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Lui torna verso il semifuoristrada, fa un controllo delle ruote e

dei semiassi, approssimativo per come scivola e per come l'acqua gli

entra negli occhi. Grida a sua figlia attraverso il rumore e lo

spessore della pioggia "Stai tranquilla! Non è niente di drammatico!

L'importante è che non ci siamo fatti male!".

Lei fa di sì con la testa, guarda la scena da sotto la sua mantella

rossa.

Lui manovra avanti e indietro a piccoli tratti per raddrizzare, poi

fa marcia indietro nello spiano e prende la rincorsa. Spinge

l'acceleratore a fondo e sale più veloce di prima per la sterrata,

poi nello stesso identico punto di prima le ruote riprendono a girare

a vuoto. Lui accelera ancora, guarda l'ago del contagiri spostarsi su

5000 e 6000 e verso la zona rossa finché fumo bianco comincia a

uscire dal cofano insieme a odore di gomma bruciata dalle guarnizioni

della testata o dalla frizione e le ruote schizzano fango sul

parabrezza e tutto intorno. Lui tira giù il finestrino per vedere

qualcosa, il fango e il fumo e l'odore di bruciato invadono

l'abitacolo mentre lui scuote avanti e indietro a due braccia il

volante come se potesse servire ad aumentare lo slancio. Subito dopo

il motore si blocca di nuovo e il semifuoristrada scivola

all'indietro come una grossa slitta finché sbatte contro la sponda

argillosa proprio quando sembra destinato a precipitare fino in fondo

alla valle.

Lui scende, travolto da una rabbia contro gli oggetti concentrata

ed estesa come non gli sembra che gli sia mai capitato. Grida
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"Bastardo di finto fuoristrada ridicolo e patetico, costruito per

imbecilli e comprato da imbecilli!". Dà un calcio alla fiancata,

scivola nel fango e cade seduto. Si rialza ancora più furioso e

inzaccherato, fa per gridare altre cose e dare altri colpi ma si

rende conto che sua figlia lo sta guardando.

La raggiunge vicino alla stalla, dice "Non c'è verso, così. Non c'è

verso".

"E come facciamo?" dice lei con una voce sottile.

"Intanto non lasciamoci intrappolare dai dati di fatto."

"Cosa vuol dire?"

"Non diventiamo schiavi della pioggia e del fango e della pendenza

e delle macchine per imbecilli e della sera."

"Sì, ma come ci togliamo da qui?"

"Tu cosa suggerisci? Hai qualche idea?"

"Non possiamo far venire qualcuno a tirarci fuori con un trattore?"

"E come lo chiamiamo? Il mio cellulare ha zero campo. Il tuo?"

"Zero"

"Nel cruscotto c'è il libretto della garanzia internazionale, con i

numeri del soccorso in tutta Europa 24 ore su 24. Ma non serve molto,

qui."

"E allora?"

"Hai visto qualcuno, là sopra sulla strada?"

"No."

"Ti ricordi un paese o un bar o una casa di contadini, negli ultimi

dieci o quindici chilometri?"

"No."
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"Neanch'io."

"E allora?"

Lui fa uno sforzo per fermare la sovrapposizione di pensieri

frammentari che ha in testa. Dice "Studiamo con calma la situazione".

Lo fa quasi solo per lei, ma ci riesce: la voce gli viene fuori

abbastanza credibile da calmarlo davvero, farlo sorridere. Dice

"Qualsiasi situazione è risolvibile. Qualsiasi. Basta pensarci".

Si riparano tutti e due sotto lo sbalzo del tetto della stalla

abbandonata. Vista con le spalle al vecchio muro sbrecciato nella

luce che continua a ridursi, con la pioggia che batte senza tregua

sul paesaggio ingrigito e infangato e scroscia giù dalle tegole

rotte, non sembra una situazione particolarmente risolvibile. Hanno

freddo tutti e due, sono zuppi e scossi, con le scarpe piene d'acqua.

"Non hai un altro impermeabile per te?" dice lei.

"No. Ma questa giacca di pelle non lascia passare niente. Davvero."

"Hai tutti i capelli bagnati."

"Solo in superficie. Cerchiamo di risolvere questa storia, adesso."

"Come?"

"Le ruote cominciano a girare a vuoto sempre nello stesso punto. Tu

non ti muovere da qui, voglio vedere una cosa."

"Dove vuoi che vada?"

Sale a passi pesanti alla sterrata, con uno sforzo continuo per

liberare i piedi dal fango. Il punto dove le ruote girano a vuoto è

sei o sette metri più in alto dello spiano, un tratto di quattro o

cinque metri di pendenza ripida e solchi ancora più profondi dopo i


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suoi tentativi; più avanti sembra un poco più praticabile. E' una

carrareccia per trattori, più che una strada sterrata, in disuso da

chissà quanti anni; non la segue fino a sopra perché camminare gli

costa troppa fatica, e per paura di scoprire punti ancora meno

superabili.

Quando torna giù al piano scivolando e incespicando nel fango

argilloso, lei dice "Allora?".

"Ho un'idea" dice lui. "Fammi provare."

Comincia a raccogliere legni e pezzi di plastica e ogni tipo di

detriti intorno alle due costruzioni, poi torna su alla carrareccia e

li butta nei solchi fangosi. Va avanti e indietro decine di volte

senza fermarsi, mentre la luce del giorno continua ad affievolirsi.

Le dita gli fanno male e continua a scivolare nel fango, il sudore

gli cola sulla fronte insieme alla pioggia e gli inzuppa la maglia di

cotone sotto la giacca di pelle bagnata. Va avanti e indietro senza

quasi più riflettere, trascinato dai suoi stessi gesti e dalla fatica

e dalla determinazione che richiedono. Ogni tanto gli sembra assurdo

essere precipitato in questo fondo di materia pesante e appiccicosa,

dallo stato quasi immateriale in cui ha fluttuato insieme a lei per

giorni interi tra paesaggi e distanze e parole e sfumature.

Curiosamente questa gli sembra una condizione meno reale di quella,

anche se è fatta interamente di elementi di realtà: pressione

atmosferica e attrito e stanchezza da vincere. Cerca di concentrarsi

nel ritmo del respiro e nel ritmo dei gesti, cerca di aguzzare lo

sguardo per distinguere i detriti da raccogliere e da buttare nei

solchi fangosi. Ogni tanto si gira a guardare nella luce sempre più
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debole sua figlia che lo osserva dalla porta della stalla, come una

giovane profuga in territorio di guerra. Ogni volta che è sul punto

di smettere, pensa che non ha nessuna voglia di deluderla con un

altro tentativo fallito. Ha un desiderio furioso di togliersi da lì

al più presto, e una determinazione altrettanto intensa di dare a

quello che fa una qualità simbolica, di intenzioni e capacità e

metodi utilizzati al meglio.

Alla fine slitta e incespica nell'argilla smossa fino al

semifuoristrada e sale al volante e mette in moto. Manovra di nuovo

avanti e indietro per raddrizzare, ed è sempre più difficile perché i

tentativi di salire e le scivolate all'indietro hanno creato onde e

canali e rilievi di fango. Lavora di cambio e di volante con le mani

bagnate e infangate che non fanno bene presa, va a marcia indietro

per prendere la rincorsa, riparte più veloce delle altre volte. Il

semifuoristrada attacca di slancio la salita e arriva al punto di

pendenza estrema e le ruote cominciano a macinare i legni e gli altri

detriti che lui ha sparso nei solchi, stroc stroc stroc uno dietro

l'altro e sembrano per un attimo sul punto di farcela e invece di

nuovo si mettono a girare a vuoto e l'ago del contagiri va nel rosso

e dal cofano esce fumo e puzzo di gomma bruciata, lui abbassa i

finestrini per vedere meglio ma non c'è niente da vedere tranne

pioggia e fango che schizza dentro l'abitacolo e rende ancora più

scivolosi il volante e la leva del cambio, e il motore si blocca di

nuovo e il semifuoristrada scivola all'indietro nello stesso modo

inarrestabile delle altre volte fino a fermarsi di schianto contro


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l'argine di terra compatta.

Lui scende, intriso di fango e fatica e frustrazione e pioggia che

gli cola sulla faccia e sulle mani. La luce se n'è andata quasi

tutta, il giorno è finito davvero. Guarda sua figlia che lo guarda

immobile dal riparo inadeguato della vecchia falda di tetto, si sente

irrimediabilmente stupido.

Dice "Cosa mi guardi così?".

"Come ti guardo?" dice lei.

"Con quell'aria affranta."

"Che aria dovrei avere, secondo te?"

"Forse potremmo riderci sopra. Non prenderla così sul serio."

"Ridi tu, se ne hai voglia."

"Intanto cerchiamo di toglierci da questa pioggia."

"E come?"

Lui senza dire altro dà una spallata al portone sconnesso della

stalla. E' fatto di tavole di quercia ingrigita e crepata, non cede.

Gli dà altre spallate e calci, prova a far leva con un ferro

arrugginito, ma dev'essere chiuso dall'interno con chiavistelli o

legacci perché non cede più di un paio di centimetri.

Fanno un giro intorno all'edificio basso cercando di evitare le

cascate d'acqua dal tetto, provano una porta più piccola e in

apparenza più fragile, ma a spingerla e scuoterla non si apre neanche

quella. Lui va indietro di due passi sotto la pioggia e dà un calcio

all'altezza della maniglia con tutta la rabbia che gli si è

accumulata dentro: la porta si apre di schianto. Lei lo guarda

stupita; lui ride, con una miscela infantile di sorpresa e sollievo,


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dice "Visto?".

Dentro è buio, c'è odore di mangime per polli e muffa e formaggio

pecorino molto stagionato. Lui va a tentoni fino al portone e apre i

chiavistelli che lo tenevano chiuso, fa entrare l'ultimo chiarore

della sera tempestata di pioggia. C'è ancora un po' di paglia nelle

mangiatoie, cacca secca di pecora sul pavimento di terra battuta,

fogli di plastica strappata e opaca che pendono dalle finestre,

vecchi sacchi vuoti e pezzi di legno e un'altra rete metallica rotta,

tegole cadute dal tetto. La capriata sembra ancora solida, con i

puntoni e la catena di rovere secolare, ma i travetti del soffitto e

le pareti sono ridotti male.

"Non ci crolla in testa?" dice lei.

"Non credo" dice lui. "Spero di no."

"E adesso?"

"Adesso ci arrangiamo qui per stanotte e domattina troviamo il modo

di andarcene."

"Avevi detto che la situazione era risolvibile."

"Sì, ma non adesso, con tutta questa pioggia e ora anche il buio."

"Avevi detto che non c'era da preoccuparsi."

"Infatti, non c'è da preoccuparsi. Siamo in buone condizioni

fisiche e abbiamo un riparo magnifico dove passare la notte!"

"Non è magnifico per niente! Fa schifo ed è pieno di cacca di

pecora, io la notte qui non la passo!"

"E dove la passi, allora? Fuori nel fango sotto la pioggia?"

"Mi avevi promesso che per domani pomeriggio eravamo a casa! Me


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l'avevi promesso!"

"Lo so, ma poi ci siamo messi a litigare come due scemi incredibili

e siamo finiti giù per la collina, e dobbiamo solo ringraziare di non

esserci ammazzati o rotti tutte le ossa. Non è che si possano sempre

seguire i programmi filo filo, sai? Capitano anche degli imprevisti,

ogni tanto. Se uno appena esce dai binari o esce di strada."

"Io non avevo nessuna voglia di uscire dai binari né di strada,

avevo solo voglia di essere a casa domani!"

"Non essere sleale, per piacere, appena qualcosa va storto!"

"Sei tu sleale! A promettere le cose e non mantenerle!"

"Ti pare davvero che sia colpa mia?"

"Sì che è colpa tua! Sei tu che hai voluto fare questa deviazione!

Quando sapevi che non avevamo tempo!"

"Avevamo tempo! Se non ci fossimo messi a litigare e non fossimo

finiti giù per la collina!"

"Eri tu che guidavi!"

"Non fare la persona di marmo levigato, per piacere!"

"Sei tu prepotente e ostinato e bugiardo! Mi avevi promesso che

tornavamo! E adesso invece siamo bloccati qui fino a chissà quando!"

"Bella viaggiatrice, che si lascia spaventare e scarica la colpa

sugli altri alla prima difficoltà!"

"Non c'è neanche campo per il telefonino, non posso neanche

avvertire Luca!"

"Non morirà, Luca! E' molto più grave che io non possa telefonare a

M., allora! Proprio adesso che le cose tra noi erano arrivate a un

punto terribilmente critico!"


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"E' un problema tuo! Io so solo che non posso chiamare Luca!"

"Suggerisci una soluzione, dài! Invece di fare la sleale!"

"Non ho nessuna soluzione, io! Ho freddo e fame, voglio tornare a

casa!"

"Non puoi fare la cresciuta e l'indipendente quando vuoi e poi di

colpo avere di nuovo quattro anni appena ti fa più comodo!"

"E tu non puoi fare quello che ha risposte a qualsiasi domanda e

conosce tutti i meccanismi del mondo, e poi farmi finire in una

situazione allucinante come questa e non sapere neanche come venirne

fuori!"

"Sei sleale e infantile e cialtrona! Mi vergogno di avere una

figlia così!"

"Sono io che mi vergogno di avere un padre così! Non verrò mai più

a fare un viaggio con te in vita mia! Non ti voglio vedere mai più!

Ti odio!"

"Grazie tante!"

"Parli continuamente dei problemi e dei conflitti e delle ragioni

della specie umana, solo perché non sei in grado di risolvere i tuoi,

di problemi!"

"E allora? Anche se fosse così?"

"Con tutti i tuoi discorsi del cavolo sui comportamenti primordiali

e la sopravvivenza della specie e tutto il resto, non te ne frega

niente se gli altri sono interessati o no! Dici tanto dei teatrini

soffocanti delle famiglie tradizionali, e poi cosa credi di fare, tu?"

"Non il teatrino, spero."


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"Invece sì! Parli solo di te, è l'unica cosa che ti interessa!"

"Non è vero! Non mi interessa per niente parlare di me! E'

l'argomento meno stimolante che mi possa venire in mente! Mi deprime

e mi avvilisce e mi costa una fatica tremenda!"

"E allora perché lo fai? Eh?"

"Per cercare di capire qualcosa con accuratezza! E per cercare di

farlo capire a te! Per darti delle informazioni!"

"Informazioni su cosa?"

"Su quello che succede nella vita e su come sono fatte le persone e

su come sei fatta anche tu!"

"Io lo so benissimo come sono fatta! Non ho bisogno che me lo

spieghi!"

"Pensavo che ti potesse interessare avere qualche dato aggiuntivo!"

"Invece non mi interessa per niente! Tu hai solo bisogno del tuo

piccolo pubblico obbligato!"

"Non ho bisogno di nessun piccolo pubblico obbligato! Ho un

pubblico volontario abbastanza esteso, se proprio lo voglio!"

"Allora dovevi portarti in viaggio i tuoi lettori maniaci di storia

del cavolo, invece di portare me!"

"Io pensavo che almeno un po' ti fosse piaciuto, questo viaggio!"

"Non mi è piaciuto per niente! E' stato solo una rottura di scatole

senza fine! Non ne voglio fare mai più, di viaggi con te!"

"Neanch'io, stai tranquilla! Neanch'io!"

Poi si girano quasi nello stesso momento verso il vecchio portone

spalancato, e la pioggia battente ha rallentato il ritmo e cambiato

consistenza mentre litigavano, è diventata neve che scende in fiocchi


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dilatati. Lui dice "Ma".

Stanno fermi, improvvisamente fuori dalla rabbia concitata di un

istante prima e fuori dalla capacità di misura dei loro orologi e

fuori dalle ragioni del loro viaggio e fuori dalla geografia e fuori

dal percorso che hanno seguito, fuori dal disagio di essere finiti

fuori strada e anche fuori dalla sorpresa e fuori dall'attenzione. Si

spostano di poco per guardare la scena in una variazione di

prospettiva, mentre l'ultima parvenza di luce della sera esausta si

frammenta in una moltitudine di fiocchi bianchi e i suoni si smorzano

ancora e tutto sembra arrivare a uno strano punto di immobilità

sospesa.

Mangiano in silenzio

il formaggio duro di capra

che avevano comprato al paese

con l'idea di regalarlo

a qualcuno insieme ai racconti

del loro breve viaggio

Mangiano in silenzio il formaggio duro di capra che avevano

comprato al paese con l'idea di regalarlo a qualcuno insieme ai

racconti del loro breve viaggio. Lui taglia via la crosta e poi

stacca schegge di pasta gialla soda con il suo coltellino francese a

serramanico, felice all'idea di averlo avuto in tasca e di averlo

trovato utile così presto. Hanno fame tutti e due, e l'odore della
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stalla accentua il sapore del formaggio, lo vena di sfumature

intense. Stanno seduti sulla vecchia paglia vicino al fuoco acceso

con l'accendisigari del semifuoristrada che adesso è al riparo a

pochi metri da loro. Non ci sono rumori a parte il crepitio della

fiamma e lo sgocciolio d'acqua da due o tre punti del tetto; i

vestiti asciutti che si sono messi a strati li tengono alla

temperatura giusta.

Lui va a prendere altra legna, tagliata chissà da chi chissà

quando. La aggiunge al fuoco con cura, poi ci appoggia sopra uno dei

vecchi sacchi di sementi: la carta spessa e mezzo ammuffita fa fatica

ad accendersi, ma alla fine divampa, riempie la stalla di luce calda.

Va a mettere un bicchiere di plastica sotto una caduta di gocce fino

a riempirlo; torna al fuoco, stacca altre schegge di formaggio di

capra con il coltellino francese. Stanno zitti, assorbono il calore e

il sapore e il silenzio, fanno movimenti minimi.

Lui dice "Mi dispiace per quello che ci siamo gridati prima".

"Anche a me."

"E' che ero esasperato per non essere riuscito a risalire alla

strada, mi ha fatto impazzire vederti così ostile."

"Non ero ostile. Ero solo furiosa di non poter essere a Milano

domani."

"Ci sarai."

"E come?"

"Troveremo il modo."

"In ogni caso non è vero che ti odio."

"E non è vero che io mi vergogno di te."


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"Cos'altro ci siamo gridati, di orrendo?"

"Non me lo ricordo più. Il fatto è che non riesco mai a ricordarmi

gran che, delle litigate. Neanche di quelle con M. Lei invece è

capace di richiamare una mia brutta frase o gesto a distanza di mesi

o anni. Ma credo che sia una cosa delle donne. Avete una specie di

archivio mentale, dove mettere singole parole e singoli gesti, anche

molto piccoli."

"E gli uomini?"

"Gli uomini sono distratti, rispetto alle singole parole e ai

singoli gesti delle donne, in particolare quelli molto piccoli."

"E rispetto a quelli degli uomini?"

"Sono pronti a farci delle guerre. Letteralmente."

Le porge il bicchiere di acqua di neve, poi ne beve anche lui, va a

rimetterlo sotto lo sgocciolio.

Lei dice "Cosa pensi che farete, tu e M.?".

"Non lo so."

"Non hai idea?"

"No. Però ti ho detto, potrei essere sul punto di entrare in

un'altra fase della mia vita, anche se non so quale. Quindi tutto è

possibile."

"Ma giorni fa hai detto che in realtà non credi di avere mai

attraversato nessuna fase."

"Sono solo combinazioni di parole. E' possibile che nella mia nuova

fase ne userò molte meno."

"E cosa intendi fare per entrarci, nella nuova fase?"


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"Niente."

"Come, niente?"

"Le cose succedono. Succedono. Siamo convinti di avere un ottimo

controllo sugli avvenimenti, di decidere tutto, no? Invece non è

così."

"E chi decide, allora? Il destino?"

"Non lo so. So solo che abbiamo dei margini di decisione, ma

sottili."

"Sottili quanto?"

"Quanto le nostre nature e i nostri istinti e le idee che ci

vengono, quello che siamo. Metti insieme tutto, gioca una parte

minuscola, nell'insieme più vasto. Ma è pur sempre una parte."

"E uno cosa deve fare, allora?"

"Quello che gli sembra giusto."

"Ma come fa a capire cos'è esattamente, che gli sembra giusto?"

"Lo sente."

"E se invece si sbaglia?"

"Capita. Capita tutto il tempo."

"Tu quante volte ti sei sbagliato?"

"Parecchie. A volte sono stato come uno che cammina su un lago

ghiacciato dalla crosta troppo sottile e ci precipita dentro a ogni

passo. Altre volte ci ho pattinato sopra con la più miracolosa

facilità."

"E cosa pensavi?"

"A volte me la prendevo con l'inconsistenza assurda del mondo,

altre volte non riuscivo ad apprezzare i regali che ricevevo per


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quello che valevano."

"E adesso?"

"Potrei dire di avere un atteggiamento più illuminato, ma non è

proprio così."

"Cos'è, allora?"

"Un misto, credo. Di illuminazione e dubbi e curiosità e impazienza

e distacco e partecipazione e tendenza a rimuovere i pensieri

faticosi. La stessa che hai ereditato tu."

"Non l'ho ereditata."

"Sì invece. Lo sai benissimo."

"Stavi parlando di te."

"Ho finito, di parlare di me. D'ora in poi dimmi di smetterla, ogni

volta che lo faccio."

"Lo fai sempre."

"E' solo perché tu fai la sfinge che ascolta e guarda e non si

sbilancia."

"Non è vero."

"Anche perché abbiamo una lunghezza d'onda comune, senza bisogno di

molte ricerche di sintonia."

"Secondo te è una cosa automatica, tra padri e figli?"

"No. Capita tra persone simili."

"E noi lo siamo?"

"Tu cosa dici?"

Si guardano, ridono. Lui va a prendere altri pezzi di legna, e non

ce n'è più molti, li mette sul fuoco.


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Lei dice "Cosa facciamo adesso?".

"Forse dovremmo provare a dormire, no?"

"Forse sì. Sei sicuro che neanche il tuo cellulare ha campo?"

"Dice "Solo chiamate di emergenza"."

"Non ho mai capito questa storia. Come cavolo le fai le chiamate di

emergenza, se non c'è campo?"

"Forse a voce. Metti le mani ai lati della bocca e gridi

"Aiutoooooo!"."

"Davvero. Bastardi scemi delle compagnie telefoniche."

"M. penserà che ho deciso di non chiamarla più. Penserà che è un

silenzio scelto."

"Anche Luca."

"Ma con M. la situazione è molto più critica."

"E' critica anche con Luca."

"Credo che stiamo parlando di due livelli di criticità diversi,

qui."

"Perché? Cosa ne sai?"

"D'accordo, d'accordo. Non rimettiamoci a litigare, adesso."

"E' che mi dà fastidio se ti metti a fare graduatorie di chi ha più

danni sentimentali se non può telefonare."

"Hai ragione. Andiamocene a dormire. Così domani ci svegliamo

appena c'è luce e ci mettiamo in movimento."

"Dove dormiamo, qui per terra?"

"Stiamo più comodi in macchina, anche se non è molto romantico.

Tiriamo giù i sedili."

"Dicevi davvero, che per domani pomeriggio siamo a casa?"


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"Sì, te l'ho promesso. Non so ancora come, ma ce ne andiamo. In

macchina o a piedi o in trattore, vedremo. Te l'ho promesso."

"E se quando ci svegliamo c'è la neve alta?"

"Cosa ci fa, la neve alta?"

"Non è che stai rimuovendo un pensiero faticoso, adesso?"

"No."

"Davvero?"

"Davvero."

Lui butta gli ultimi due

vecchi sacchi sul fuoco

Lui butta gli ultimi due vecchi sacchi sul fuoco: la fiamma si

allarga di nuovo, diffonde calore e luce nella stalla. Un istante

dopo si sente un colpo sordo alla porta che lui ha aperto con un

calcio e richiuso con un filo di ferro arrugginito.

Lei si affaccia dal semifuoristrada, dice "Cos'è?".

"Non lo so."

C'è un altro colpo, più forte del primo; la vecchia porta

scricchiola e oscilla.

Lui si muove lento, con il sangue improvvisamente gelato, riflessi

di sopravvivenza che gli tendono i nervi e i muscoli. Dice "Non ti

preoccupare, resta in macchina".

"Ma cos'è?"

"Non lo so. Resta in macchina e chiuditi dentro."


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"Perché? Cosa succede?"

"Chiuditi dentro, per piacere."

Tira fuori di tasca il coltellino a serramanico e lo apre; e non è

una grande arma da difesa o da attacco. Dalla porta arrivano altri

colpi, distanziati come se qualcuno prendesse ogni volta la rincorsa

per dare una spallata e ricominciasse. Lui si guarda intorno nella

penombra rischiarata dal fuoco in cerca di strumenti più efficaci, ma

non ne vede. Ha già bruciato tutti i legni, quelli che restano sono

solo frammenti.

C'è un altro colpo sordo: la vecchia porta ondeggia come se stesse

per cedere.

Lei si affaccia di nuovo dal semifuoristrada, dice "Papà, cosa fai?

Ho paura".

"Ti ho detto di non preoccuparti" dice lui. Poi grida verso la

porta "Chi è?" nel tono da difesa del territorio più barbaro che gli

viene. Grida di nuovo "Chi è là fuori?", in un francese tutto

frequenze basse e toni raspati di gola.

Stringe il coltellino a serramanico nella destra, va verso la porta

con in testa immagini di bruti della campagna armati di forcone,

gigantesche bestie nere della notte dagli occhi gialli. La porta

vibra sotto un nuovo colpo, e d'improvviso la tensione che lui ha

dentro diventa rabbia essenziale senza limiti da uomo del neolitico

assediato nel suo rifugio, travolge la cautela e tutti gli altri

filtri razionali e gli fa strappare via il filo di ferro che chiude

la porta e spalancarla di scatto e gridare "Aaaaaaaaarrg!" nel modo

più inarticolato che ci sia e saltare fuori nel buio pronto a


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qualunque tipo di scontro selvaggio all'ultimo sangue.

E prima ancora che riesca a distinguere qualcosa nell'oscurità

della notte dove la neve non riflette nessuna luce di luna, sente una

forma viva pesante e ansimante ma più bassa di come si immaginava che

gli urta contro le gambe e gli gira intorno e uggiola e passa oltre e

torna indietro. Resta con il coltellino in mano e il cuore che gli

batte tra impulsi e sensazioni contrastanti, poi sente che la forma

viva entra nella stalla e la segue e al bagliore intermittente del

fuoco quasi spento vede che è un grosso cane marrone chiaro.

Sua figlia lo vede nello stesso momento, perché quando lui si gira

verso il semifuoristrada è già scesa e viene avanti incredula con le

braccia tese, dice "Eeeehi!".

Il cane corre verso di lei e le salta addosso e uggiola e torna

indietro di corsa fino a lui, gira frenetico per tutta la stalla.

Appena riescono a scrollarsi di dosso lo stupore e a guardarlo meglio

vicino al fuoco vedono che è una femmina giovane, con grandi zampe e

una struttura che sembra risultare dall'incrocio di un molosso con un

levriero; ha il pelo bagnato dalla pioggia e dalla neve, trema e

guaisce e non sta ferma un attimo.

"Ha fame" dice sua figlia. "Diamole qualcosa da mangiare!" Ha le

guance arrossate e gli occhi che le brillano, ride mentre la grossa

cagna le lecca le mani e la faccia.

Lui va a prendere i pezzi di crosta del formaggio di capra che

aveva messo in un sacchetto. La cagna li divora a colpi rapidi di

muso: in un istante non c'è più niente, sta annusando tutto intorno
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in cerca d'altro.

"Non abbiamo più niente" dice sua figlia.

"Meglio così, altrimenti non ce la togliamo più di torno."

"Come? Io me la tengo."

"Non ti sembra che siamo già in una situazione abbastanza

difficile?"

"L'hai detto tu, che non siamo noi a decidere tutto. Questo è un

caso tipico."

"Rimandiamola fuori, per piacere."

"No."

"Cerca di ragionare. Domani non ce ne liberiamo più."

"Meglio."

"Rimandiamola fuori."

"Allora vado fuori anch'io. Dormo nella neve e nel fango."

"Oh madonna, che testa hai."

"Adesso la asciugo, poverina. Prendo una mia maglietta."

"Senti, se vuoi farla dormire al riparo per stanotte, va bene. Però

domattina la lasciamo qui."

"Io me la tengo."

"Ne riparliamo domattina."

"Me la tengo."

"Ne riparliamo domattina, va bene?"

"Va bene."

"Adesso cerchiamo di dormire almeno qualche ora."

"Appena ho finito di asciugarla."


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Due ore più tardi

non stanno dormendo affatto

Due ore più tardi non stanno dormendo affatto. Il fuoco si è spento

da un pezzo, la stalla è buia. Fa freddo e i sedili reclinati non

sono perfettamente piani, il semifuoristrada ondeggia sulle

sospensioni ogni volta che si girano. Hanno ancora fame malgrado il

formaggio di capra; sono troppo stanchi e tesi e incerti rispetto a

come andarsene al mattino. La grossa cagna respira pesante e cambia

posizione almeno quanto loro, il suo odore di cane umido si mescola

all'odore di gomma bruciata del semifuoristrada e al loro odore di

fango e sudore asciugati insieme.

Lui dice piano "Dormi?".

"No."

"Sarà anche piena di pulci."

"Ma va."

"Ce le saremo già prese anche noi. Mi sento tutto pizzicare."

"Smettila."

Ci sono i suoni dei loro respiri, cigolamento di molle, gocce

d'acqua che cadono sul tetto del semifuoristrada.

Lei dice "Ti ricordi quando mi leggevi Robinson Crusoe?".

"Sì. Come ti è venuto in mente?"

"Così."

"Era la vecchia edizione che avevo da bambino, con una brutta

illustrazione na‹f sulla copertina. Venivo a casa tua dopo cena e te


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lo leggevo, quando ormai avevamo chiuso la fase delle favole per

bambini."

"Sì."

"Ogni volta che volevo smettere per farti dormire, dicevi "Ancora

solo una pagina"."

"E tu me la leggevi?"

"Sì. Ma poi tu dicevi "Ancora una". Te ne leggevo ancora una e tu

dicevi "L'ultima, promesso". Finché non riuscivi più a tenere aperti

gli occhi."

"Però non l'abbiamo mai finito, Robinson Crusoe."

"Nemmeno quando l'ho letto io da bambino, l'ho mai finito."

"Mi ricordo quando mi facevi il tono da situazione preoccupante.

Avevi questo modo di scurire la voce, marcare le consonanti. Tiravi

fuori delle erre che mi facevano paura. Delle ti inquietanti. Delle

emme piene d'ombra."

"E tu alzavi la testa dal cuscino e mi guardavi."

"Mi sembrava di vedere e di sentire tutto quello che leggevi. Più

che in un film, perché c'erano anche gli odori e i sapori e la

consistenza delle cose. Mi sembrava di essere lì sull'isola anch'io."

"Davvero?"

"Sì."

"Te lo ricordi così bene?"

"Certo che sì."

"Allora non hai rimosso proprio tutto quello che abbiamo fatto

insieme?"

"Perché avrei dovuto?"


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"Dicevi che non ti ricordavi più niente."

"Era solo per farti rabbia."

"Che bastarda."

"Bastardo tu."

"E' difficile capire queste cose, accidenti."

"Perché?"

"Perché i figli tendono sempre a lamentarsi dei loro genitori. A

dipingere quadri di lontananze o presenze terribili. Di indifferenze

o prepotenze terribili."

"Come nel quadretto a olio della famiglia che hai dipinto tu a

tredici anni? Quello a casa dei nonni?"

"Più o meno. Non mi vedi come un padre di quel genere? Con la barba

e la bombetta e gli occhialini e una pelliccia di scimmia blu?"

"No."

"E non ti senti come un figlio di quel genere? Con una museruola

sulla bocca e la mano del padre che gli preme sulla testa?"

"No."

"Il fatto è che non credo che esistano dei buoni genitori."

"Perché?"

"Esistono delle persone che cercano di essere dei buoni genitori,

il che è già qualcosa. Ma esserlo è diverso."

"Perché?"

"Perché quasi qualunque cosa un genitore faccia, sbaglia."

"Tipo?"

"Sbaglia se c'è troppo. Sbaglia se non c'è mai. Sbaglia se fa


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troppo l'amico. Sbaglia se fa troppo il superiore. Sbaglia se è

troppo severo. Sbaglia se è troppo indulgente. Sbaglia se è troppo

attento. Sbaglia se è troppo distratto."

"Be', basterebbe che non fosse troppo di nessuna di queste cose."

"Non è vero, perché anche se un genitore cerca un punto di

equilibrio tra tutti questi estremi, i suoi figli tendono a

ricordarselo come una specie di addestratore di cani professionista.

Sbaglia comunque, te lo dico io."

"E allora?"

"Allora forse è inevitabile che sia così. Perché le persone sono

sbagliate, e i genitori sono persone."

"Sbagliate rispetto a cosa?"

"Rispetto a quello che si aspettano da sé stesse, e rispetto a

quello che ci si aspetta da loro."

"E anche i figli, sono sbagliati?"

"Certo, anche i figli. Benché ci siano momenti in cui i loro

genitori sono convinti di avere i migliori figli che gli sarebbero

mai potuti capitare."

"Anche i figli a volte pensano di avere i migliori genitori che gli

sarebbero potuti capitare."

"Quando sono molto piccoli. Allora gli sembra di avere gli unici

genitori al mondo."

"E quando crescono?"

"Quando crescono diventano molto più critici."

"Perché?"

"Perché riconoscono nei loro genitori l'origine dei loro difetti. E


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da lì per estensione gli sembra di riconoscere l'origine di tutti i

difetti che esistono."

"Ma perché?"

"Perché è vero. Sono tutti lì."

"Non sempre."

"Sempre, invece. Tutti i difetti del mondo."

"Questo è il tipo di cose che dici tu. Ci sono genitori che hanno

molti più difetti di altri, e molto più odiosi, anche."

"Certo che sì. Quello che dico è che è probabile che i figli

abbiano bisogno di essere scontenti dei loro genitori, in ogni caso."

"Sempre per ragioni legate alla sopravvivenza e all'evoluzione

della specie?"

"Sì, è inutile che ridi. Se i figli fossero perfettamente contenti

dei loro genitori, replicherebbero i loro comportamenti e le loro

scelte senza nessuna variazione. La specie umana non si sarebbe

evoluta mai. Vivremmo ancora nelle caverne o sulle palafitte, se i

figli non fossero sempre stati scontenti dei loro genitori."

"Davvero?"

"Sì. Il che forse non sarebbe stato meglio, dal punto di vista del

mondo nel suo insieme. Ma essere scontenti dei propri genitori è una

delle peculiarità della nostra specie."

"I cani per esempio non sono scontenti dei loro genitori?"

"No. Tant'è vero che abbaiano e muovono la coda nel loro stesso

identico modo."

"Quant'è dolce, questa cagnolona. Come la chiamiamo?"


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"Non la chiamiamo. Cerchiamo di dormire, adesso."

"Non ci riesco."

"Provaci. Almeno qualche ora."

"Va bene."

"Papà?"

"Eh?"

"Perché cerchi sempre risposte razionali alle cose?"

"Non cerco sempre risposte razionali."

"Ma fai sempre queste analisi scientifiche di tutto, no?"

"Non sono analisi scientifiche. Sono analisi puramente percettive."

"E che differenza c'è?"

"Che non penso di riuscire mai ad arrivare a una spiegazione finale

di niente."

"E un'analisi scientifica invece?"

"Cerca di spiegare tutto fino alla fine della fine o all'inizio

dell'inizio."

"E ci riesce?"

"No."

"Perché?"

"Perché se applichi un metodo scientifico di analisi della realtà e

lo porti alle estreme conseguenze, arrivi comunque a un punto di non

ritorno."

"In che senso?"

"Nel senso che puoi dire "Benissimo, non esiste nessun particolare
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mistero o spirito trascendente o vibrazione cosmica o quello che

vuoi, esistono solo dei processi biochimici che chiamiamo vita. Non

c'è proprio niente di non spiegabile e non analizzabile con gli

strumenti adeguati". Ma se poi proietti con coerenza il tuo metodo

nel futuro, arrivi a un punto in cui non riesci più lo stesso a

spiegare niente."

"Quale punto?"

"Il punto in cui tra miliardi e miliardi di anni il sole si

ingigantirà fino a inglobare Venere e la Terra e poi smetterà di

bruciare e si ridurrà a una stella nana bianca e poi a una stella

spenta e il nostro sistema solare diventerà buio e freddo e le

galassie continueranno ad allontanarsi e si spegneranno a loro volta

e tutta la materia che esiste nello spazio verrà risucchiata dai

buchi neri finché l'universo collasserà su sé stesso. A quel punto

cosa ti rimane di analizzabile con il tuo metodo scientifico?"

"Cosa vuoi dire? Che non si possono trovare risposte a tutto?"

"No."

"Non è un modo alla grande di rimuovere pensieri faticosi?"

"Non credo. A te sembra?"

"Non so."

"Madonna, come puzza questo cane."

"Non è vero, poverina. Basta lavarla."

"Tu sei matta."

"Non è vero."

"Cerchiamo di dormire almeno mezz'ora, accidenti."


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"Va bene."

"Papà?"

"Cosa c'è, ancora? Vuoi che facciamo l'alba così?"

"Ma neanche tu riesci a dormire."

"No."

"Sei contento?"

"Abbastanza. E tu?"

"Sì. Secondo te anche essere contenti è una cosa legata alla

sopravvivenza della specie?"

"Credo di sì."

"In che senso?"

"Be', le condizioni in cui uno tende a essere contento sono anche

quelle dove avrebbe più probabilità di sopravvivere. Prova a

pensarci. Visualizza delle situazioni di contentezza, le prime che ti

vengono in mente. Climi dolci, giardini ricchi di frutti, acqua

abbondante, luce calda, essere insieme a una persona attraente

dell'altro sesso. E' una base ideale per la sopravvivenza della

specie."

"Quindi tu adesso non sei contento per niente."

"Perché?"

"Perché sei al freddo e al buio e nello scomodo e con una persona

che forse sarà anche attraente ma non credo proprio per te."

"Già."

"E allora come mai sei contento?"


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"Te l'ho detto, siamo degli animali complicati, che spostano di

continuo i loro limiti. Che si affacciano di continuo su altri

territori."

"Sì?"

"Sì. Ma adesso dormi, accidenti."

"OK."

"E fai star fermo quel cane."

"OK."

"Ehi, mi senti?"

"Sì?"

"Ti prometto di non riempirti più la testa di teorie. Se ti

interessano, te le puoi andare a leggere nei miei libri. Sei

abbastanza grande, ormai."

"Ogni tanto puoi anche raccontarmele a voce se ti va. Se ti vengono

in mente in quel momento e hai assolutamente bisogno di parlarne con

qualcuno."

"Grazie tante."

"Prego. Basta che non ti innervosisci se per caso sposto lo sguardo

o giro la testa dall'altra parte."

"Va bene."

"Va bene."

Si alzano alla prima


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luce del giorno

Si alzano alla prima luce del giorno, scendono dal semifuoristrada

tutti anchilosati per la scomodità e il freddo della notte. La cagna

marrone fa il giro della stalla alla ricerca di qualcosa da mangiare:

è ancora più grossa di come sembrava di notte, adesso che ha il pelo

asciutto e si sente più sicura.

"Che bella, eh?" dice lei, pallida per la mancanza di sonno.

"Possiamo parlare d'altro?" dice lui.

Va ad aprire il portone: per terra non c'è molta neve, solo chiazze

bianche sparse. Il cielo è coperto ma non in modo uniforme, si vedono

piccoli squarci di azzurro tra le nuvole. Prova a salire fino al

punto cruciale della sterrata, e non sembra molto più praticabile

della sera prima: il fango scavato e rivoltato a onde come se ci

fossero passati diversi carri armati.

Torna giù allo spiano con l'espressione più neutra che gli viene,

alza le braccia e respira a fondo.

"Com'è la situazione?" dice sua figlia, chinata a carezzare la

grossa cagna.

"Eh, poi vediamo" dice lui.

Va a prendere nel semifuoristrada il sacchetto delle uova fresche

che avevano comprato il giorno prima al mercato, fa un buco nel

guscio con la punta del coltellino a serramanico.

Lei scuote la testa, dice "Mi fanno impressione, crude".

"E' l'unico cibo che abbiamo."

"Non ho fame."
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"Invece te lo mangi. Abbiamo bisogno di energia."

"Per cosa?"

"Per sopravvivere."

"E' in gioco la nostra sopravvivenza?"

"Dài."

"No."

"Non fare la bambina del cavolo. Mangialo."

Lei prende l'uovo e inclina all'indietro la testa, chiude gli occhi

e lo manda giù, fa una faccia disgustata. Lui ne buca un altro e se

lo beve di un fiato; la cagna lo guarda dal basso in alto con aria

ansiosa. Lui esita un istante e poi le posa un uovo davanti; la cagna

lo prende tra i denti e lo lascia cadere per terra, lo lecca via a

grandi linguate, senza lasciare neanche un frammento di guscio.

Lui rimette via il sacchetto; dice "Ho dato un'occhiata al punto più

brutto".

"E?" dice lei.

"Non è strano che non ce la facessi, ieri sera. Sembra un terreno

di guerra, tutto fango e solchi di trenta centimetri. Le gomme non

faranno mai abbastanza presa."

"Anche se sono mud&snow?"

"No."

"Posso venire a vedere anch'io?"

"Se vuoi."

Risalgono insieme per il prato in pendenza coperto in modo

irregolare di neve, fino al punto cruciale della carrareccia.


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Guardano i solchi profondi nel fango, con la stessa identica

perplessità. La grossa cagna gira intorno e annusa, ogni tanto li

guarda per capire che intenzioni hanno.

"Cosa pensi di fare?" dice lei.

"Un ultimo tentativo. Anche se si fonde il motore."

"Ma scivolerai indietro come ieri sera."

"E' probabile."

"E se succede?"

"Lasciamo qui il nostro finto fuoristrada bastardo del cavolo e ce

ne andiamo a piedi. Magari prima lo incendiamo. Se lo meriterebbe. Ci

siamo affidati a lui e ci ha tradito in modo ignobile."

"Non è colpa sua, papà. E' solo una macchina."

"E perché dovremmo avere rispetto o comprensione per la sua odiosa

finta neutralità di macchina?"

"Non fare il bambino tu, adesso."

"Cosa proponi di fare, allora?"

"Dovremmo mettere qualcosa sopra i solchi più profondi, in modo che

le ruote possano far presa."

"Non abbiamo niente. Ieri sera ci ho buttato tutto quello che

trovavo, il fango se l'è inghiottito come niente."

"Quelle reti da materasso."

"Quali reti?"

"Quella lì vicino al muro e l'altra che c'è nella stalla. Se

proviamo a metterle fianco a fianco qui nel punto peggiore, magari

funziona."

"Non sono abbastanza lunghe."


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"Proviamo."

Lui la guarda, ed è colpito dalla determinazione femminile e adulta

nei suoi occhi: da come si estende ai suoi lineamenti fino quasi a

intimidirlo.

Scendono di nuovo allo spiano, lui prende la vecchia rete da

materasso vicino al muro della stalla e la trascina su per la

collina, la appoggia sui solchi nel punto di pendenza peggiore. Poi

torna giù e prende l'altra rete nella stalla, risale la pendenza e la

sistema di fianco alla prima. A guardarle da vicino gli sembrano una

soluzione possibile, ma appena si allontana di una decina di passi

non riesce quasi a vedere la differenza. Pensa che è un ennesimo

esercizio di non-praticità, destinato a produrre nuove delusioni. Sua

figlia è giù allo spiano, tutta presa dalla grossa cagna che le gira

intorno: come se non le importasse più molto di andarsene o restare lì

bloccata fino a chissà quando.

Lui torna nella stalla, raccoglie i vestiti e gli altri oggetti

sparsi e li butta sui sedili di dietro del semifuoristrada. Prende

una sua maglietta di cotone e la va a riempire di neve, cerca di

ripulire almeno in parte dal fango il parabrezza e il volante e la

leva del cambio. Poi mette in moto, esce nello spiano e manovra per

puntare nella direzione giusta. Tira giù i finestrini, cerca di

respirare meglio. Dice "Io vado".

Sua figlia lo guarda senza dire niente, sembra totalmente distratta

dalla cagna che gioca con la neve.

Lui dice "Se per caso scivolo indietro e rotolo fino in fondo alla
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valle, tu sali alla strada e chiedi aiuto".

"A chi?"

"Non lo so. Troverai qualcuno."

"E se non trovo nessuno?"

"Cammina fin dove il telefonino ha campo e chiama il numero verde

dell'assistenza. Tieni il libretto. Spiegagli dove siamo. Tieni la

carta. Digli che sei qui per colpa di tuo padre e del loro finto

fuoristrada che non è riuscito a cavarsela sulla prima piccola

pendenza fangosa del cavolo."

"In che lingua glielo dico?"

"In francese."

"Ma non lo parlo, il francese."

"Però la storia del coniglio al ristorante l'avevi capita

benissimo."

"Solo la parola lapin."

"Parlagli come vuoi, in inglese, in italiano. Digli che tuo padre è

rotolato fino in fondo alla valle."

"Non possiamo andare insieme a chiamarli adesso, scusa? Prima che

tu rotoli fino in fondo alla valle?"

"No. Voglio provare a tirarmi fuori da solo."

"Ma perché?"

"Perché non mi piace chiedere niente a nessuno e non mi piace

aspettare."

"Andiamo a chiamare l'assistenza, papà. Non fare il bambino."

"E tu non fare la vecchietta. E togli quel cane da lì, che finisce

sotto!"
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Va a marcia indietro per prendere ancora più rincorsa, e mentre

cerca di concentrarsi e di scaldare il motore lei apre la portiera e

sale, la grossa cagna salta dentro subito dopo.

"Cosa cavolo fai?" dice lui.

"Veniamo con te."

"Scendi subito, accidenti! E portati giù quel cane!"

"Veniamo con te."

Lui fa per gridarle qualcosa in tono ultimativo o addirittura

aprire la portiera e spingerla fuori, ma gli viene da ridere invece,

perché gli sembra di vedere l'intera scena da qualche decina di

metri, e gli sembra assurda.

Dice "Allora proviamo a fare una cosa, visto che siamo a questo

punto".

"Vale a dire?"

"A non sforzarci di arrivare fin sopra."

"No?"

"No. E nemmeno a pensare che non dobbiamo sforzarci."

"Cosa dobbiamo pensare?"

"Niente. Dobbiamo stare leggeri, senza peso e senza intenzione."

"E può funzionare?"

"Se troviamo lo spirito giusto, forse sì."

"OK."

"Prendiamo un respiro profondo."

"OK."

"Dimmi quando sei pronta."


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"Pronta."

"Andiamo."

"Aspetta."

"Cosa c'è?"

"Non ho capito bene come dobbiamo fare, esattamente."

"Dobbiamo salire come se salissimo in un sogno, lontani dalla

preoccupazione di riuscirci o non riuscirci."

"D'accordo."

"Dimmi quando sei pronta."

"Aspetta."

"Cosa?"

"Pronta."

Lui lascia la frizione, parte in prima veloce ma senza schiacciare

fino in fondo l'acceleratore. La cosa strana è che non solo non pensa

che non deve sforzarsi di arrivare su fino alla strada; non pensa

nemmeno ad arrivare a metà. Non gliene importa niente della pendenza

né del fango né dei limiti del semifuoristrada per cretini né del

rischio di rotolare in fondo alla valle. Ha solo delle immagini

mentali di altri posti in altri punti del mondo e in altri momenti

della sua vita non ancora toccati: e sono immagini in movimento,

libere e senza peso come non gliene sono mai capitate.

Così accelera in progressione senza cambiare marcia, e il

semifuoristrada sale per la pendenza con la sua voce aspra e arriva

dove ci sono le reti di ferro e fa un sobbalzo e va avanti di ancora

forse un metro rispetto alle altre volte e raggiunge un punto di

stallo come le altre volte e il motore sale di giri e ruggisce acuto


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e le ruote girano a vuoto e lui si volta per un istante verso di lei

e la vede che guarda avanti con un sorriso sottile sulle labbra e

sente di essere sulla stessa precisa lunghezza d'onda anche se il

motore non lo è perché produce una frequenza esasperata come un aereo

al decollo e l'indice del contagiri è tutto nella zona rossa ormai e

dal cofano esce fumo e odore di gomma bruciata molto più della sera

prima ma lui e lei stanno guardando lo stesso punto fisso più avanti

dove c'è un ramo di quercia con ancora una foglia attaccata e i suoni

e le vibrazioni e l'odore di bruciato sembrano allontanarsi mentre

loro restano sospesi per uno spazio non misurabile su una linea

sottile tra il non avere pensieri e l'averne e l'essere fermi e il

muoversi quasi impercettibilmente in avanti. Poi di colpo il

semifuoristrada supera il punto di stallo e si strappa via dai solchi

e dal fango della carrareccia con un rombo selvaggio come se tutti i

suoni e le vibrazioni e le scosse e l'odore di bruciato tornassero

nello stesso istante, si aggrappa al fondo sterrato più avanti con

una tale violenza accumulata di ruote smaniose che lui riesce a

malapena a controllare la direzione mentre salgono travolgendo rovi e

ginestre e neve e zolle di terra e sassi, perdendo e riagguantando la

traiettoria finché con un salto e uno schianto di ammortizzatori sono

di nuovo sulla strada da cui erano precipitati il pomeriggio prima.

Va avanti per un centinaio di metri senza riuscire a staccare il

piede dall'acceleratore, poi frena fino a fermarsi. La guarda, dice

"Ehi!".

Lei sorride senza parlare; le guance le riprendono colore poco a


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poco. La grossa cagna abbaia.

Lui riparte lento per lasciar raffreddare il motore dopo lo sforzo,

guarda ogni metro di strada che scorre sotto di loro come un regalo

sorprendente. Il sangue circola veloce e gli fa scottare gli zigomi e

le orecchie, i polmoni inspirano l'aria che entra dai finestrini

aperti. Gli sembra di essersi liberato di molto più dei solchi e del

fango e della pendenza: di aver preso una distanza definitiva dal

peso delle cose e dallo stare fermi nelle situazioni.

Qualche centinaio di metri più avanti lei dice "Ci siamo riusciti

perché non ci siamo sforzati di pensare di volerci riuscire, o

cosa?".

"Credo che siano state le tue reti" dice lui.

"Non c'è un modo per saperlo?"

"E' stato tutto merito tuo."

"Eri tu che guidavi."

"Non credo."

Si allunga e le dà un bacio sulla fronte. Lei gli dà una spinta e

lui gliela restituisce; ridono, percorsi dallo stesso sollievo

elettrico.

Poi lei guarda l'orologio. Lui dice "Per stasera siamo a Milano,

come ti avevo promesso".

"Però ci portiamo anche lei."

"Lei sta così bene qui, è a casa sua."

"Se non me la lasci portare scendo."

"Non metterti a fare ricatti, adesso. Dopo che ci siamo tirati

fuori da là sotto in modo così miracoloso."


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"Appunto."

"Ci abbiamo già provato una volta, a tenere un cane. E con uno così

grande è una vera follia."

"Me ne occupo io."

"Non siamo abbastanza stabili o affidabili, né tu né io. Aveva

ragione la tipa del canile, a guardarci male."

"Aveva torto marcio."

"Adesso ti sembra un'idea meravigliosa, ma tra due o tre anni è

probabile che tu non abbia più nessuna voglia di occupartene, o tempo

per farlo. E' probabile che tu abbia tutt'altro per la testa."

"Invece no."

"Come fai a saperlo, adesso?"

"So come sono. E l'hai detto anche tu che gli elementi essenziali

di una persona non cambiano nel tempo."

"Ma non starai sempre ferma nello stesso posto, no? Senza mai fare

un viaggio anche lontano?"

"No."

"Magari vorrai andare a studiare chissà dove."

"Eh."

"E con chi resterebbe lei, per mesi o anni di seguito?"

"Troveremo una soluzione."

"Lo sai benissimo quale sarebbe la soluzione. `Io, instabile e

inaffidabile come sono."

"Ma stai per entrare in una nuova fase della tua vita, no?"

"Ho detto che potrebbe essere. Non ne sono ancora affatto sicuro."
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"Io invece sì."

"E perché?"

"Lo sento."

"E cos'altro senti?"

"Che ci terremo la cagna, e questa volta non la daremo più via."

"Se decidessimo di tenerla."

"E' il nostro cane definitivo."

"Non parlarne come di una cosa decisa."

"E' una cosa decisa."

La guarda fisso, e nei suoi occhi vede la stessa identica luce di

quando da bambino sognava cose totalmente non-realistiche in rapporto

alla sua età e alla sua situazione, con così tanti dettagli minuti da

farsele sembrare più che vere. E' un'idea che lo colpisce e lo

preoccupa, gli fa scattare un senso incontrollabile di complicità.

"Va bene?" dice lei.

"Va bene. Che cavolo di testa dura, hai."

"Davvero?"

"Ti ho detto di sì. E' assurdo, ma sì."

"Non ci credo."

"Credici pure, invece. Chissà cosa dirà tua madre, quando vedrà

questa bestia."

"Ci pensiamo dopo."

"Brava, comincia a rimuovere."

"Scemo."

"Scema tu."

Il semifuoristrada va per la strada a curve, coperto di fango e


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ammaccato e forse anche minato interiormente com'è.

E il loro viaggio insieme è già quasi finito, a parte qualche

centinaio di chilometri che tra un giorno cominceranno a essere un

ricordo destinato a perdersi in una sovrapposizione di mille altri

ritorni e partenze, collegamenti neutri di asfalto e guard-rail tra

un punto e un altro e un momento e un altro e uno stato d'animo e un

altro. Lui si gira a guardarla a intervalli, e pensa a quanti errori

ha fatto rispetto a lei e rispetto a M. e rispetto alle altre donne

della sua vita e rispetto ai suoi amici e parenti e conoscenti e

animali e luoghi e lavori e rispetto alla vita in generale. Poi pensa

che il filo così imperfetto che c'è tra loro è forse la cosa più

sorprendente che gli sia capitata. Non sa come si modificherà nel

tempo; ma pensa che è una delle pochissime indicazioni certe che

riuscirebbe a dare, se qualcuno gli chiedesse il senso della strada

che ha fatto fin qui.