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RIASSUNTI DI FILOSOFIA DELL'EDUCAZIONE – PROGRAMMA 2019-2020

DI CRISTINA BUCALA'

IL PARADOSSO DELL'INTEGRAZIONE

L'autore, Aladin El-Mafaalani è nato da genitori siriani in Germania e lì vi è cresciuto .

Ha studiato economia, scienze dell'educazione e politiche e ha conseguito il dottorato in

sociologia.

E' stato anche docente di scuole e università ed attualmente è professore universitario.

Si è sempre occupato dei problemi dell'integrazione.

Nel libro l'autore inserisce una serie di paradossi riguardanti l'integrazione in Germania.

Inizia (con il primo e principale paradosso del libro) sostenendo che se l'integrazione o

l'inclusione o le pari opportunità avranno successo, la società non sarà affatto priva di

conflitti perché una maggiore integrazione aumenta la fiducia in sé stessi e alimenta le

richieste di partecipazione e di maggiore voce di discussione sulle regole sociali del

gioco. (Paradosso perché ci si aspetterebbe il contrario).

Dopotutto i conflitti sorgono perché due parti che prima non avevano nulla a che fare

l'una con l'altra ora si parlano.

Quindi i conflitti, per lui, non sono il male ma sono un'espressione di richieste, requisito

fondamentale per far si che la società cambi, per farla progredire ed innovare.

L'autore crede che le opportunità di partecipazione per i migranti ed immigrati sono

molto più alte rispetto al passato, sia per quanto riguarda il lavoro che per la formazione
e per la partecipazione politica.

Tutto ciò, se si segue il ragionamento dell'autore, non porta affatto all'omogeneizzazione

degli stili di vita e all'armonia sociale.

Un esempio che l'autore fa è la disputa per il velo delle donne musulmane: non era un

problema sociale finché queste si occupavano delle pulizie (mestieri marginali) ma lo è

stato quando alcune vollero esercitare professioni pubbliche come quella di insegnante o

avvocato.

Il fatto che l'integrazione in Germania sia spesso vista come problematica o addirittura

fallita è dovuta a idee e aspettative sbagliate.

Mentre una parte della popolazione di lunga data si aspetta che gli immigrati si adattino,

considerando l'integrazione un'armonia sociale, gli immigrati ben integrati si aspettano

di essere riconosciuti nella loro identità linguistica e religiosa.

Man mano che la società migliora, le aspettative crescono, difatti sempre più persone

denunciano delle discriminazioni anche se ce ne sono sempre di meno, può sembrare

anche questo un paradosso ma è proprio grazie al fatto che sempre più persone sono

“autorizzate” a farlo perché partecipano attivamente nella società.

Inoltre una riuscita dell'integrazione potrebbe aumentare il razzismo in quanto esso è un

possibile metodo di svalutazione ed esclusione degli altri.

L'autore usa la metafora del tavolo per spiegare il cambiamento della società tedesca

negli anni.

Inizialmente i posti al tavolo erano riservati esclusivamente ai tedeschi, successivamente

ai figli dei migranti viene dato un posto a tavola e un pezzo di torta e poi quando

arrivano i nipoti dei migranti non solo pretendono di sedersi e mangiare la torta ma
vogliono anche decidere in insieme agli altri quale torta mangiare.

La prima generazione infatti ha accettato di non partecipare perché il loro intento non era

quello ma semplicemente di essere considerati degli ospiti lavoratori, che in larga parte

inizialmente bramavano di tornare nella loro terra di origine appena possibile, mentre le

altre due generazioni si sentono già tedeschi perché ci sono nati, quindi si considerano

come gli altri.

L'integrazione dovrebbe essere preferita alla disintegrazione in quanto l'esclusione

permanente dal tavolo favorisce la probabilità di cadere nel crimine e nella violenza.

Un'altra metafora che descrive la situazione dei tedeschi nei riguardi dell'integrazione è

quella dell'arrampicata in montagna: c'è sempre una fase intermedia della sofferenza

perché non si può vedere né la cima né il sentiero segnato.

Alcuni vogliono tornare indietro anche se non sanno quanto sia limitato laggiù (in

quanto la Germania degli anni '60 era troppo autoritaria e chiusa), altri che invece

preferiscono continuare la salita, avanzando lentamente.

Il pericolo maggiore, spiega l'autore, è di mettere in discussione la società aperta

alimentando il nazionalismo.

Invece di desiderare una “cultura guida” ora sarebbe il momento di definire le regole per

“una cultura del dibattito” di crescere insieme, di costruire un nuovo “noi” che rispetti

ogni singola cultura e identità.

Tutto ciò non vale solo per gli immigrati ma più in generale anche per le donne, disabili,

omosessuali.

Il principio di apertura della società funziona sia internamente che esternamente.

Internamente l'apertura garantisce una completa integrazione e una maggiore


partecipazione di tutti i gruppi nella società.

Esternamente l'apertura è sinonimo di globalizzazione che ormai è ovunque e questa è

una buona cosa.

L'apertura interna ed esterna porta a tendenze verso la chiusura quando essa raggiunge i

suoi limiti(confini) che sono necessari in quanto senza di essi non ci potrebbe essere un

loro superamento o attraversamento.

La globalizzazione e/o i migranti non possono essere considerati motivi della perdita di

tradizioni.

I migranti infatti, essendo tali, hanno dovuto accantonare i loro valori e le loro tradizioni.

Per il resto la globalizzazione non centra in quanto siamo noi che modelliamo insieme il

nostro ambiente di vita e rinegoziamo la nostra cultura.

Tutto dipende da come reagiamo al cambiamento.

El-Mafaalani esamina anche un nuovo movimento: il salafismo come cultura giovanile.

Lo vede come una ribellione contro la generazione di genitori meno religiosi nelle

famiglie musulmane e cristiane.

Il salafismo unisce due cose che attirano molti nella nostra cultura: nostalgia e

ascetismo(=rinuncia volontaria a tutto ciò che i giovani - almeno presumibilmente -

godono. La vita sociale come nel Medioevo è ora la migliore provocazione).

Secondo lui, le donne del movimento trovano attraente muoversi in una scena in cui le

regole sono tanto rigide per gli uomini quanto per loro.

IL salafismo in Germania è una tendenza è in aumento.

L'attrattiva del salafismo è una sorta di ribellione contro le norme più liberali della

società.
Gli uomini provocano con la barba, abiti classici, usano espressioni arabe.

Maggiore è la distanza della famiglia dall'Islam, maggiore è la provocazione.

Ci sono anche casi limite, a volte non è chiaro: è una barba hipster moderna o una barba

salafita? Diverse culture giovanili possono operare con gli stessi simboli.
L'ALTRO – di R. Kapuscinski

L'autore è stato un giornalista , scrittore e saggista di nazionalità polacca.

Nel suo saggio raccoglie 4 conferenze tenute da egli nel 2004 che raccoglie il suo

testamento spirituale come reporter, dato che per lavoro ha sempre viaggiato.

Il tema centrale è appunto “l'altro” che si incontra viaggiando o conoscendo l'immigrato.

La definizione di altro può essere usata per indicare una diversità di religione, sesso,

nazionalità.

K. la usa per distinguere gli europei occidentali bianchi dagli extraeuropei non bianchi,

consapevole del fatto che questi ultimi possono riferirsi ai primi come “altri”.

Queste persone incontrate si compongono di due parti: una è uguale a noi con le sue goie

e i suoi dolori, l'atra parte invece è quella portatrice di caratteristiche razziali, culturali e

religiose.

Queste due parti convivono.

Non tutte le civiltà hanno mostrato di voler conoscere il mondo esterno, infatti solo in

Europa, a a partire dall'antica Grecia si è mostrato interesse verso altre civiltà.

Infatti come afferma Erodoto, i greci, pur identificando come barbari chiunque non

parlasse la loro lingua si rendeva conto che “l'altro” era “qualcuno”.

Secondo Erodoto per conoscere se stessi bisogna conoscere gli altri, attraverso il

confronto, anche se si arriva al conflitto (es. scontro tra civiltà).

Sempre secondo egli la xenofobia è la malattia della gente spaventata dalla diversità

dell'altro, afflitta da complessi di inferiorità e dalla paura che si rifletta nella cultura
altrui.

Secondo Von Haller il pregiudizio può essere sconfitto dalla conoscenza di opinioni e

usanze diverse dalle nostre.

I rapporti degli europei con l'altro di suddividono in 4 fasi:

fase dei mercanti e degli ambasciatori, nella quale si entra in contratto per vie

commerciali

fase delle scoperte geografiche

fase dell'illuminismo nella quale si inizia l'apertura verso l'altro e si tenta di capirlo.

Dall'illuminismo ha origine una nuova epoca, che suddivide in 3 fasi:

1) fase degli antropologi, nella quale nasce l'interesse a conoscere l'altro accettando la

diversità e dalla quale nascono due scuole di pensiero:

* s. degli evoluzionisti/globalisti, che credono nell'unitarietà del genere umano,

sottolineando le somiglianze culturali che vi sono tra le società

* s. dei diffusionisti/antiglobalisti, che vedevano gli altri come folla multiforme dove

ognuno aveva le proprie idee.

Ciò che accomuna le due visioni è l'intento di conoscere l'altro.

Malinowski creò un reportage antropologico andando a vivere con un'altra civiltà

al fine conoscere l'altro davvero.

Tuttavia questa ricerca aveva dei punti deboli, cioè il fatto di studiare una sola tribù e

quindi di non avere traccie delle altre e il fatto di studiarla non tenendo conto dei

continui cambiamenti all'interno.

2) Fase di Lévinas, che evidenzia il singolo in quanto individuo e il dovere verso di egli
di assumercene la responsabilità, compiendo uno sforzo, un desiderio di incontrarlo,

altrimenti ci sarebbe spazio solo per l'indifferenza. Osservazioni critiche a Levinas= dice

che uomo solo è più umano di quello inserito nella folla e “l'altro” di cui parla è bianco

e del nostro stesso ambiente.

3) Fase multiculturale, che inizia a fine 20esimo secolo in cui si passa dalla società di

massa a quella planetaria, finisce l'epoca dei colpi di stato, regimi militari e inizia l'epoca

della democrazia.

Con la rivoluzione elettronica (trasporti e collegamenti migliorati) e la consapevolezza

delle disuguaglianze (che gli individui ora vogliono assolutamente superare) si sta

verificando una febbre migratoria che porta ad un crescente rapporto con gli altri.

PROBLEMI NEL DIALOGO CON GLI ALTRI ----> L'IPOTESI Di SAPIR-WHORF

DELLA RELATIVITA' LINGUISTICA afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun

individuo è influenzato dalla lingua che parla.

Ognuno si crea un'immagine diversa da quella degli altri.

Tutte le civiltà tendono al narcisismo, che crea automaticamente conflitti e desiderio di

dominio, inoltre l'uomo ha la caratteristica dell'ambivalenza nei confronti degli altri: da

una parte li cerca perchè non può vivere senza di loro, dall'altra li guarda con diffidenza.

Se è vero che per “noi” “loro” sono gli “altri” allora per loro l'altro siamo noi.

La prima cosa che salta agli occhi quando consideriamo l'altro è il colore della pelle, poi

il nazionalismo, che fa trattare la propria nazione come superiore, poi la religione.

Tutti e tre hanno in comune una forte carica emotiva, difficile da controllare e per questo

spesso di arriva al conflitto,


Il filosofo Tischner approfondisce alcuni temi di Levinas affermando che il dialogo è

l'elemento principale dell'incontro , con lo scopo di avere una reciproca comprensione ed

avvicinamento.

Nell'incontro con l'altro può accadere di arrivare al conflitto (che è una sconfitta per tutti

in quanto l'uomo si rivela privo di empatia) , può accedere inoltre che la tribù decida di

isolarsi dagli altri ( dottrina dell'apartheid----> libertà per tutti ma in lontananza, a

distanza) o di collaborare seguendo la cultura dell'ospitalità.


CONTRO LA COMPARAZIONE. LO “SCARTO” E IL “TRA”.

F. Jullien, l'autore, è un filosofo e sinologo(studioso della lingua, letteratura, storia della

cultura cinese) che ha scritto numerosi volumi dedicati alla comparazione della cultura

cinese con quella occidentale.

E' attualmente professore universitario e regge la CHAIRE SUR L'ALTERITE' presso la

FOUNDATION MAISON DE SCIENCES DE L'HOMME.

Il testo contribuisce a comprendere il cantiere (filosofico, inteso come un'area di lavoro

per riflettere) aperto da Jullien tra la cultura europea e cinese.

Jullien, convinto da tempo che la Cina rappresenti un'alterità radicale all'Europa, con il

suo lavoro cerca di superare l'indifferenza che essi intrattengono tradizionalmente l'uno

rispetto all'altro, per potersi finalmente chiedere che cosa accade al pensiero se si

interrompe tutt'a un tratto la parentela linguistica.

La risposta si basa sulla constatazione di fatto che è necessario eliminare ogni

pregiudizio perchè non c'è nessuna cultura primaria che può essere utilizzata come base

identitaria comune, dato che la caratteristica fondamentale della cultura è di essere

mutevole (si trasforma in continuazione).

Jullien parla di una “decostruzione da fuori” che ha lo scopo di far emergere le fecondità

(produttività, risorse) delle culture: invece di considerarle dalla prospettiva delle loro

identità e delle loro differenze, fa lavorare degli “scarti” (in senso matematico), aprendo

quindi delle distanze, operando uno spostamento, procedendo in modo inconsueto,

uscendo dalla norma.


Provoca delle tensioni produttive. Fa emergere l'impensato grazie all'esplorazione

reciproca.

Lo “scarto” infatti genera un “tra” che può svelare un'alterità in grado di far emergere

qualcosa di comune.

Per Jullien la filosofia greca si è sviluppata imponendo delle differenze perciò essa può

essere rinnovata seguendo il suo sistema dello scarto.

Jullien preferisce la distanza e lo spaesamento, lavorando su ciò che rende il simile

diverso.

Le trasformazioni del nostro pianeta sono cosi enormi e profonde che ci costringono tutti

ad un lavoro di creazione di nuove categorie, partendo dai nostri punti di vista

consolidati e ritenuti universalmente validi.

Il lavoro di Jullien ci è utile per provare a contrapporci al processo di uniformismo,

innescato dall'odierna globalizzazione che sta ormai invadendo ogni settore della nostra

vita pubblica e privata.


UNA CASA SENZA IDOLI

L'Autore Luigino Bruni è un economista, professore universitario, e giornalista,

appassionato della filosofia e della storia.

Il suo libro è una interpretazione personale de Qoèlet, un testo contenuto nella Bibbia

ebraica e cristiana che Bruni fa diventare uno strumento per porci delle domande e darci

delle risposte, per riflettere su molto temi riguardanti l'attualità.

Il testo Q. impedisce alla Bibbia di diventare un'ideologia, che è il male per la fede, in

quanto l'ideologia “cede” sempre nell'idolatria, ovvero nella “sostituzione” di Dio con

qualcos'altro che prende il suo posto e valore. (es. l'idolo del denaro).

Ed oggi può essere considerato un antidoto contro la nuova (-antica) idolatria che sta

invadendo ogni settore come la politica, le imprese, la Chiesa, senza trovare resistenze.

Qoelet è stato scritto in Israele durante la conquista greca, quando un grande impero

stava imponendo la sua cultura e lingua.

Alcuni intellettuali ebrei erano affascinati dal mondo (greco) e dai suoi valori di ricerca

della felicità, del profitto, del piacere e della giovinezza.

C'era chi però vedeva in quella “globalizzazione” la crisi della cultura d'Israele.

Perciò Q. è utile anche oggi nella nostra nuova “globalizzazione” nella quale si verifica

un appiattimento di valori, per cercare di alimentare una riflessione profonda su di essi.

La “casa senza idoli” dovrebbe essere la nostra casa liberata dagli idoli(ciò che si viene a

sostituire al vero Dio, cioè ciò che viene visto come una divinità), dalle illusioni

consolatorie e dalle vanità (valori apparenti, frivolezze), insieme all'accettazione dei


limiti (esempio: la vecchiaia arriverà per tutti e non si può fuggire a essa).

L'autore mette in luce e condanna la logica della “religiosità economica” che vede Dio

come un mercante che si presta allo scambio con il sacrificio di una persona.

Qualcosa di presente in molte culture del passato ma anche del presente è il consumismo

che idolatra gli oggetti. Ci si accontenta di questo (Vanità).

Con ciò oggi è facile dimenticarsi della resilienza, della gratitudine, non considerando un

dono tutto ciò che si ha.

Oggi, come ieri, la più grande illusione dell'uomo è di “vincere” la morte con la

ricchezza (che si pone come alternativa alla vita eterna).

Nel libro è presente infatti anche il tema del tempo. Oggi, il valore del tempo è cambiato.

Non esiste più la cultura della vecchiaia di un tempo.

È necessario riflettere su questo tema perchè per vivere bene servono anche dei

meccanismi per saper morire.

La cultura della vita deve amare la vecchiaia perchè senza la quale non si può avere un

buon rapporto neanche con la nascita, con i bambini, con la vita in generale.

C'è bisogno di accettare la realtà e i limiti, accettando eventualmente una delusione,

anziché un'illusione.

Secondo l'interpretazione di Bruni la felicità, quella vera, è da ricercare nel proprio

lavoro che ci tiene impegnati e ci dà i frutti di cui godiamo e poi nella solidarietà,

condivisione e attenzione verso gli altri (e nel porsi delle domande senza pretendere di

trovarne le relative risposte).


PRENDERE TEMPO

Marc Augè, l'autore è uno dei maggiori sociologi contemporanei.

Tutti i suoi titoli ruotano attorno allo stesso tema: l'impossibilità o la difficoltà di

relazione.

E' un neoilluminista perchè crede nella ragione che però nasconde diffidenza.

A. parla dei non-luoghi, nuovi spazi della socialità d'oggi, senza storia, memoria identità

specifica, come ad esempio e centri commerciali.

Da una parte li considera spazi positivi perchè il fatto di non avere passato conferisce a

questi un carattere liberatorio, dall'altro negativi poiché in esse le relazioni che si

manifestano hanno a che fare per forza con l'acquisto di merce, quindi la socialità qui è

mediata dal consumo.

Si incappa qui in un apparente paradosso: proprio nella società che ha massificato la

comunicazione, la relazione umana è costantemente a rischio.

Comunicazione e relazione sono sempre di più scisse.

Alla base di tale differenza vi è il tempo, presupposto irrinunciabile per qualsiasi forma

di relazione.

Per questo dovremmo imparare a pensare di nuovo nel tempo, “prendere tempo”,

respingendo l'immediatezza dei mezzi tecnologici, cioè respingendo quella dimensione

virtuale di istantanietà che è venuta sostituendosi all'esistenza nel tempo e nello spazio.

E' la stessa incapacità di padroneggiare il tempo, secondo Augè, la causa di un diffuso

sentimento di abbandono e di paura che avvertono i giovani perchè tutto avviene sempre
di più senza contatto umano e in tempo reale, lasciando impotenti.

A prescindere dalla crisi economica e dalle insoddisfacenti prospettive di occupazione si

avverte un vuoto più profondo nell'istruzione.

Occorre tornare a formare per formare, ricondurre l'istruzione al cuore dell'educazione.

Finchè si considera la scuola, l'università, uno strumento teso all'ottenimento di un buon

impiego ogni progetto educativo è destinato a fallire. (Questo infatti va incontro alla

logica del consumo.)

Da questa consapevolezza nasce l'utopia di “un'educazione per tutti” utopia intesa come

qualcosa di fruibile in un futuro (che l'autore, essendo anziano, non potrà mai vedere).

Augè immagina così una società nella quale l'essere umano “planetario”

indipendentemente dalle sue origini, sesso e appartenenza culturale, sia accompagnato

alla conoscenza, al sapere.

Il primo passo sicuramente dovrebbe essere quello di assicurare l'accesso alle fonti del

sapere, poiché l'aumento delle diseguaglianze economiche crea ignoranza che può

sfociare in minacce e violenze di varia natura.


DIFFORMITÀ EDUCATIVE PER UNA SOCIETÀ COMPLESSA (di M. Manca,

l'assistente della prof.ssa Stara)

Il tema della società complessa assume connotazioni che richiedono riflessioni da parte

delle discipline umane e sociali, in modo particolare delle scienze dell’educazione. Il

fenomeno della complessità incide su tutti i rapporti sociali, sulle relazioni

internazionali, sulle nuove modalità di comunicazione, sugli spazi di condivisione. Il

fenomeno delle società complesse, in seguito all’affermarsi della globalizzazione, ha

caratterizzato in modo particolare gli anni 80 del 900. Un primo aspetto da analizzare

riguarda la natura stessa della globalizzazione e la sua origine, come un fenomeno legato

all’evoluzione delle economie di mercato di tipo capitalistico.

Il sociologo L. Gallino, indica quattro orientamenti volti ad interpretare la

globalizzazione:

• Il primo considera la globalizzazione un processo inarrestabile che sta trasformando il

mondo intero, in modo totalmente positivo;

• Il secondo non intravede grandi cambiamenti nelle politiche economiche, ipotizzando

che il fenomeno interesserà le società future;

• Nel terzo approccio, interpretativo, la globalizzazione è un evento che ha solo effetti

negativi;

• Nella quarta visione, minoritaria, la globalizzazione è un processo originale di grande

portata che genera effetti rilevanti sia negativi che positivi.

Indipendentemente dalle scuole di pensiero che sostengono tali orientamenti, è evidente

che la globalizzazione si conferma come un fenomeno che ha unito le società in un


“villaggio globale”. La globalizzazione è una componente fondamentale delle società

odierne per cui incide in maniera contraddittoria e conflittuale. È un fenomeno che porta

con se delle criticità e dei rischi connessi ai benefici: l’emergenza di un nuova forma di

competizione ignota genera insicurezza. La sindrome dell’indecisione è divenuta una

malattia sociale diffusa soprattutto tra i giovani. Essendo la società liquida, anche

l’insicurezza si configura come tale. Tuttavia questo sentimento si configura in maniera

differente rispetto al passato in quanto coinvolge l’essere umano più da vicino nascendo

da incertezze individuali che poi arrivano a configurarsi come sociali. È un sentimento

che coinvolge la sfera personale e i cambiamenti psichici del singolo. Quindi, prendendo

in considerazioni tali caratteristiche, l’insicurezza moderna ha un carattere estremamente

individuale coinvolgendo in primo luogo l’individuo stesso e in secondo luogo l’Inter

comunità e viene percepita come un fattore di normalità all’interno della vita

dell’individuo. Secondo C. Bordoni l’insicurezza trae origine dalla diversità e questa è

strettamente legata all’ignoranza, alla conoscenza imperfetta. La mancata conoscenza

produce angosce, la paura invece deve avere una conoscenza alla base. Il compito dello

stato era quello di esorcizzare la paura. Questo atteggiamento porta all’isolamento e tale

situazione ha delle serie ricadute a livello psicologico. Analizzando il contesto attuale e

le relative angosce e paure connesse alla società globalizzata, si osserva come

l’individuo sentendosi spesso minacciato, reagisca limitando le relazioni interpersonali.

Il paradosso intrinseco è la paura a essere emarginati che si differenzia dall’esclusione.

Quest’ultima è frutto di una paura sociale, mentre l’emancipazione è prodotto di una

paura individuale. Infine, la macinazione latente è percepita come inadeguatezza del se

ed è sempre un problema sociale che spesso si traduce in alienazione. Non riconoscere e


non essere riconosciuti molto spesso significa non esistere. È importante, inoltre,

soffermarsi sulle modalità con cui la globalizzazione ha trasformato i contesti lavorativi

e i lavoratori. Secondo C. Formenti, si evidenzia una ridefinizione della classe dirigente,

intesa in termini in chi detiene il potere economico, ovvero un’ élite che definiamo

plusclassista. Questo modello di capitalismo si conforma alle strutture economico-

finanziario globali, persegue degli obiettivi di interesse come l’abbattimento del sistema

dei diritti sociali e dei lavoratori. La globalizzazione e le nuove esigenze di accumulo del

capitale hanno avuto delle ripercussioni sulle condizioni contrattuali e di lavoro,

modificando le modalità e i salari, ma soprattutto i tipi di relazione che si possono

instaurare all’interno dei luoghi di lavoro e tra lavoratori, finendo per minare le pratiche

di collaborazione e quindi la solidarietà. I cambiamenti prodotti hanno ridefinito gli stili

di vita e la qualità della vita dei soggetti. Un’ulteriore rischio riguarda il rapporto tra

globalizzazione e democrazia, per cui la prima sottrae potere economico e finanziario

dello stato nazionale compromettendone l’autonomia. La democrazia è un contenitore di

valori e oggi si dimostra bloccata, formale e senza strumenti. Gli altri fenomeni connessi

alla globalizzazione sono:

• I processi migratori da cui emergono questioni come la diversità e il pluralismo che

possono generare conflitti all’interno della società;

• La rivoluzione scientifica; • L’evoluzione tecnologica applicata ai mass media ci

permette di essere consumatori,

recettori e produttori di informazioni e comunicazioni;


• L’incerto e confuso quadro valoriale e normativo che dava senso e significato alle

scelte morali. Ci troviamo in una società senza “centri” in cui ognuno è chiamato a

costruire i propri cardini.

Le conseguenze negative della globalizzazione si evidenziano nella riduzione degli spazi

dove si discute, si negozia, si elabora la cultura e si alimentano i valori della socialità. Il

filosofo Morin esprime una forte critica alla società moderna e alla sua impossibilita di

progresso. In ambito educativo, la complessità, che per sua natura è creativo perché apre

a un mondo di possibilità e di nuove conoscenze, permette di creare collegamenti, di

pensare le conoscenze destrutturandole e astraendole dalla propria forma. Questo aspetto

ha indotto il soggetto a credere che la complessità sia un modo di intendere la realtà a cui

egli però non ha accesso, poiché il sistema educativo lo ha preparato a pensare per

schemi e sistemi di conoscenze. Ne risulta un’incertezza del soggetto a mettere in

relazione, a creare, a contestualizzare i vari saperi. Se questo processo di semplificazione

e settorializzazione avviene, il prodotto è un’intelligenza che ragiona in modo

molecolare e meccanico, che non coglie la complessità nella sua interezza. È

un’intelligenza sterile, incapace di generale alcuna possibilità di comprensione e

riflessione. L’intelligenza decontestualizzata, cieca è una realtà presente che si riproduce

nei contesti educativi e attraverso tutti i media. La forma di intelligenza cieca, che Morin

descrive, chiama in causa il sistema educativo e i soggetti che ne fanno parte. Questo

tipo di intelligenza non creativa produce un pensiero anch’esso sconnesso dalle altre

forme di conoscenza. È quindi complessa, non lascia spazio alla critica, non crea

strutture di pensiero. Si delinea quindi una nuova forma d’essere al punto che il soggetto

interiorizza queste modalità come universali, applicabili a tutti i contesti ma che in realtà
sono decontestualizzate e slegate le une dalle altre, cioè fini a se stesse. La teoria di

Morin si potrebbe applicarla anche in tutti quei campi della vita che non sono

propriamente educativi come ad esempio la socializzazione o la politica.

In riferimento all’intelligenza cieca, Thoureau, afferma che l’uomo come tale ha il

dovere di essere un’individuo critico, quindi di possedere una struttura di pensiero che

gli permetta di spaziare tra le sue conoscenze per poter agire in maniera critica e

cosciente in quanto la sua naturale evoluzione è essere cittadino, cioè membro di una

società che lo comprendo. Per fare ciò l’uomo ha bisogno di essere educato e formato.

Parallelamente alla crisi della società, anche l’educazione attraversa un momento i

incertezza non a causa delle istituzioni educative in quanto tali, ma a causa degli

squilibri sociali. Si assiste a una perdita di valori comuni, a un aumento della

conflittualità. Vengono destrutturati i rapporti e le relazioni sociali. Molti autori hanno

dato una definizione che descrive questa fase storica:

Meireiu, pedagogista francese, parla di una pedagogia dei tempi di crisi;

Steigler, filosofo francese, la definisce come deresponsabilizzazione;

Bauman descrive il fenomeno come una modernità liquida, per spiegare la situazione di

solitudine e il sentimento di precarietà del soggette nell’era della globalizzazione. Come

la società anche l’individuo è liquido, si sente smarrito perché perde riferimenti valoriali.

Bauman auspica un passaggio da un modello di capitalismo weberianamente inteso, cioè

orientato ad enfatizzare il momento della società dei mezzi e della burocrazia, a un

capitalismo leggero, impegnato sulla scelta dei fini da perseguire.


La dimensione liquida caratterizza persino lo sfondo spazio-temporale occupato dal

soggetto. Il pensiero di Bauman richiama alla mente l’idea di una crisi axiologica della

società, un vuoto riempito dal sistema capitalista che, attraverso la globalizzazione, ha

ridotto da una parte la capacità del soggetto di sperare e scegliere in maniera critica,

dall’altra ha reso più complessa la struttura sociale. La società cosi strutturata rende le

classi sociali, il settore economico e le relazioni umane sempre più stratificate.

L’individuo vive in una situazione di incertezza costante, che lo priva della progettualità,

della speranza verso il futuro e vero l’altro. L’assenza di progettualità e l’aumento della

precarietà induco il soggetto ad attribuire la causa della sua difficile situazione a

motivazioni esterne come ad esempio le problematiche immigratorie. L’individuo cosi

facendo si deresponsabilizza ed è proprio sulla mancanza di responsabilità che

l’educazione dovrebbe lavorare e rivedere le proprie strategie d’azione, poiché ridando

fiducia all’altro, l’individuo potrebbe uscire dall’isolamento. La diversità è il carattere

che più contraddistingue la società del XXI secolo. L’anali dal punto di vista culturale

diventa centrale nella ridefinizione di una nuova società. Partendo dalla cultura e

sradicandola da un territorio geograficamente definito, si assume un carattere

multiforme, aperto e libero di adattarsi a ogni forma possibile. Aprendosi al possibile e al

confronto con le diversità, si offre agli uomini la possibilità di reinventare e creare una

nuova società. È un processo che parte dal singolo soggetto ma allo stesso tempo da tutta

la comunità visto il carattere globale del cambiamento che non è riducibile solo

all’aspetto culturale ma applicabile a tutti i contesti che compongono il mondo sociale

dell’individuo. Alla luce di queste considerazioni, la riflessione educativa assume un

compito molto importante. Le scienze dell’educazione promuovono l’autonomia del


soggetto attraverso strutture istituzionalizzate e non. L’autonomia della persona inizia e

si sviluppa durante tutto l’arco della vita, come lo definirebbe H.G.Gadamer in un

processo di Bildung. Durante il percorso, il soggetto interiorizza valori, principi e norme.

Il compito dell’educazione è proprio quello di ripensare il suo statuto espistemologico

comprendendo i cambiamenti in atto nella società, ripensando i linguaggi da adottare, le

strategie di pensiero e le modalità dell’agire comune. L’educazione è un motore agente

che potrebbe produrre una trasformazione socio-culturale in grado di migliorare la

condivisione di spazi e tempi tra diverse soggettività che coabitano, ma che non

dialogano, per produrre un nuovo concetto axiologico fondato sulla relazione con l’altro

e sul dialogo. Per Gadamer il senso di arrendevolezza dell’uomo moderno è superabile

mediante l’esercizio di decostruzione che è un processo iniziato alla fine dell’ 800 da

Nietzsche poi ripreso da Derrida e Foucault. Tale processo si sofferma sul superamento

del logocentrismo nella società occidentale: l’assegnazione del primato del logos si è

convertito in un vincolo dal quale la società non riesce ad uscire. Venirne fuori

significherebbe accettare un pensiero che non è mai solo individuale ma è u effetto

sociale. La trasformazione appena descritta ha interessato anche la pedagogia

declinandosi in tutti i seguenti campi d’azione:

• Espistemologico, la pedagogia ha cercato di far convergere l’anali del spere e dell’agire

con la decostruzione e la comprensione critica. Il piano operativo analizza le

problematiche che possono emergere durante l’azione educativa, rilegge questo rapporto

basandolo su una relazione comunicativa.

• Teorico, l’educazione si configura come un processo non meccanico, ma interattivo,

problematico, irripetibile proprio perché è connesso ad uno specifico evento.


• Operativo. L’educazione innanzitutto è un processo intenzionale, interattivo,

problematico, conflittuale e irreperibile. Nella pratica educativa, qualsiasi atto educativo

è intenzionale, quindi guidato e soggetto a valutazione, produttore di strutture di

pensiero e di capacità. Nell’epoca post-moderna, nella quale viviamo, l’educazione e

quindi la filosofia dell’educazione stanno soffrendo una crisi che prende avvio da una

discontinuità tra le istituzioni educative e le strutture sociali esterne. Il modello scuola,

come lo conosciamo, è stato creato in funzione delle richieste della società. Le

metodologie applicate per la socializzazione formano nei soggetti strategie di pensiero e

di relazione che devono essere socialmente accettate e valide per compiere cosi le

aspettative sociali. Dagli anni 70 ad oggi si sono creati dei modelli di interpretazione

della realtà che cercano di capire da dove provenga questa crisi del mondo educativo:

• Modello integrazionista che concepisce l’identità come saldamente strutturata e stabile

nel tempo;

• Modello d’interdipendenza che riconosce l’autonomia di ogni specifica realtà e mira a

sviluppare un legame nuovo basato sulle capacità;

• Modello conflittualità che vede appunto nel conflitto tra le classi la vera natura del

problema, spiegando che i processi educativi, messi in atto nelle istituzioni sono

strumenti di manipolazione dei modelli imposti dalle classi dominanti.

Nell’eta post-moderna questi due modelli non sono più applicabili per cercare di

spiegare la realtà. Cosi prende forma un nuovo modello che sembra proporre una

strategia. La scuola è diventata una comunità di pratiche centrata sulla mediazione di

esperienze. È dunque, nella comunicazione che si trova la chiave per comprendere la

realtà e per riordinare la società. Questa porta con se due componenti molto importanti:
l’intersoggettivita e l’interdipendenza che favorisce la valorizzazione dell’esperienza ed

è proprio nell’esperienza che si producono i rapporti interpersonali. Un ulteriore passo in

avanti è stato fatto a partire dagli anni 90 con la teoria interazionalista-comunicativo che

fonda nella valorizzazione del soggetto e delle relazioni la sua tesi dando importanza alla

realtà oggettiva. All’interno di questa teoria trova spazio la formazione dell’identità. Il

mondo di oggi ci offre uno scenario molto particolare e articolato, formato da

policentrismi formativi e da pluralismo culturale che senza la fine di un’epoca segnata

dall’ultrasocializzazione e lascia il posto a una iposocializzazione più debole. Questa

nuova forma in rapporto all’educazione viene descritta come un luogo della mediazione

culturale e viene anche definita come una relazione simmetrica dove la comunicazione è

immediata. Questa modalità di intendere la socializzazione ha portato a dei risultati che

presentano alcune criticità e problematiche come ad esempio soggetti con identità

debole, privi di criteri di riferimento. Il nostro mondo è caratterizzato dalla complessità,

per cui l’educazione ha il dovere di saperla leggere al fine di costruire nuove strategie

d’azione utili per la formazione delle nuove generazioni. Quindi il compito della

pedagogia e delle scienze dell’educazione è quello di fornire alla collettività gli

strumenti utili per riacquisire quel sentimento di solidarietà.

Nel mondo attuale la distribuzione di risorse e ricchezze provoca inevitabilmente

disparita tra gli individui che sono la conseguenza diretta di una società capitalista e

imperialista. La diversità sociale inizia dall’impossibilita per alcuni individui a usufruire

di un’educazione egualitaria e di qualità. È evidente come spesso l’accesso

all’educazione non sia sfruttabile da tutti allo stesso modo. Per poter creare le condizioni

adeguate al raggiungimento di una più ampia istruzione, bisognerebbe aumentare


l’efficacia dei sistemi d’istruzione di formazione incentrati sullo studente come futuro

cittadino partecipe. Occorre ridefinire in primo luogo il ruolo dell’insegnamento.

All’interno di questo scenario, risulta fondamentale il ruolo dell’Università che molto

spesso è legata a una didattica diretta principalmente all’insegnamento teorico e che

tralascia l’aspetto critico-relazionale delle discipline. Il pedagogista Francesco C. Freinet

è fautore di una scuola popolare, sostenuta da nuovi valori e nuovi contenuti come il

lavoro e la vita comunitaria nella solidarietà. Questo cambiamento deve partire da una

riorganizzazione della scuola. Le tecniche devono essere “orientate”, così che il fine

della pedagogia diventi la formazione dell’uomo come sperimentatore, libero da ogni

sottomissione culturale e sociale. Gli individui moderni sono la dimostrazione di come la

disuguaglianza educativa sia ancora un mezzo di legittimazione di nuove forme di

divisione sociale. Nel mondo occidentale questa disuguaglianza è legata alla

stratificazione sociale, erigendo così un muro tra un ristretto numero di detentori della

conoscenza stessa e la massa, nuovo proletario del capitale mondiale. Attraverso questi

meccanismi di esclusione l’educazione assume quindi un ruolo di separatore sociale ed

economico, rafforzando l’idea di un mondo e di una conoscenza non fruibile da tutti, ma

che contrariamente viene legittimata ad essere un bene di luogo a cui solo pochi possono

accedere. In questo modo si delinea un sistema di caste, tale per cui vengono esclusi tutti

coloro che ne fanno parte. La disuguaglianza prodotta dall’uomo sull’uomo non è

naturale, perciò egli è l’unico attore che può intervenire per ridurre le differenze che ha

creato e per fare ciò deve rileggere i bisogni della società nell’ottica del bene comune.

Gramsci sosteneva che la rivoluzione educativa trova le basi nel proletariato. È proprio

da questa classe sociale che dovrebbe iniziare il cambiamento interno alla società,
creando una sua classe di intellettuali. Il cambiamento educativo-politico della società e

e fare i conti con diversi aspetti della società stessa, come per esempio l’ambito

economico, della politica e della cultura. Elemento che unisce queste tre dimensioni

occidentali è l’etica. La dimensione etica deve essere una guida non solo nel mondo

dell’economia, ma anche in tutti quegli scenari dove lo sviluppo dell’individuo può

rafforzarsi e dove il soggetto stesso può ampliare le proprie capacità liberamente. Il

carattere etico dovrebbe delinearsi come una direzione che possa guidare la vita

dell’uomo all’interno dei differenti aspetti cioè quello economico, lavorativo, sociale,

personale e relazionale. All’interno della dimensione politica, l’etica dovrebbe essere

uno dei pilasti su cui si fonda l’idea e l’azione politica. La disuguaglianza sociale,

quindi, è il prodotto dell’unione di questi differenti aspetti (etico, politico, educativo..)

che non essendo eticamente diretti finiscono per perdersi e destrutturare l’azione

educativa della scuola, della società e dell’individuo, infondendo nelle nuove

generazioni un sentimento di inutilità e precarietà. L’individuo, dunque, per contrastare

queste deviazioni, dovrebbe assumere su di se la responsabilità dell’altro. Allora anche la

conoscenza diventerebbe uno strumento che tutti possono utilizzare. Assumere su di se la

responsabilità dell’altro significa capirne i bisogni, entrando in relazione attraverso la

comunicazione, fornendo gli strumenti affinché l’altro possa soddisfare i propri bisogni.

La relazione che ne scaturisce è d’aiuto e quindi politica ed educativa. Il compito della

pedagogia, quindi, è quello di riflettere, in modo critico e di fornire indicazioni etiche,

sociali e politiche per delineare un nuovo profilo nelle generazioni future. La pedagogia

deve prendere parte a tale processo, costruendo dei modelli partecipati e offrendo come

riflessione dei temi principali e l’obiettivo finale è la costruzione di un’etica della


responsabilità che favorisca lo sviluppo del pensiero. Contemporaneamente, pero,

assistiamo a un cambiamento della concezione e dell’idea di comunità. Oggi non esiste

più una comunità tradizionalmente intesa. Nell’epoca attuale cambia l’obiettivo

educativo che diventa ora quello di contribuire alla formazione di una società con una

diffusa capacita d’iniziativa politica. La formazione e l’educazione si configurano quindi

come dover- essere della società stessa. L’individuo grazie alla conoscenza è dotato degli

strumenti necessari per leggere le trasformazioni, interpretarle e cambiare il corso degli

eventi. Il cambiamento è possibile se tutti, dotati della conoscenza, condividono e sono

responsabili allo stesso modo delle azioni necessarie a produrre la trasformazione.

Questo passaggio è cardine fondamentale della filosofia e della pedagogia di P.Freire il

quale sostiene che l’educazione è un fattore strategico in qualsiasi processo reale di

cambiamento, poiché non c’è cambiamento senza coscienza, ne coscienza senza

educazione. Freire delinea una strategia d’azione su come dovrebbe iniziare la

rivoluzione educativo-politica: innanzitutto bisogna intensificare la lotta per il

“significato” attraverso il dibattito culturale. L’autore invidia inoltre tre obiettivi

principali fondamentali per la lotta:

• La gratuita della scuola pubblica dall’educazione infantile all’università; • La

formazione durante tutto l’arco della vita; • L’intensificazione delle misure e delle risorse

per ridurre le disuguaglianze d’origine e per far sì ne tutta la popolazione raggiunga

quelle conoscenze e competenze che si considerano basiche e irrinunciabili.

L’analisi pedagogia dell’autore è da contestualizzare in ambito estremamente diverso da

quello delle nostre società occidentali, tanto che la sua pedagogia prende vita

dall’alfabetizzazione della popolazione. Possiamo riscontare dei parallelismi tra il


contesto d’azione dell’autore e il nostro: ad esempio la gratuità dell’istruzione, a tutti i

livelli oggi è in periodo. L’investimento culturale ed economico per una formazione per

tutta la vita è scarso o in alcuni casi inesistente. Tale atteggiamento rende ancor più

evidente che la formazione è un processo che ha un tempo e un luogo predefinito. La

formazione del cittadino è assunto privato e non più dello stato come invece dovrebbe

essere. Il compito dell’educazione è quello di creare un segmento di comunità che

permetta di dialogare con le libertà individuali e collettive all’interno di un contesto

democratico. Infine, la ricerca e l’incremento di risorse potrebbero favorire una

riduzione delle disuguaglianze sociali che la stessa società ha prodotto. La dimensione

educativa risente fortemente dell’impoverimento della qualità di stili di vita.

L’educazione e l’istruzione diventano cosi una merce in vendita nel mercato dove il

potere d’acquisto non è la qualità del prodotto ma, al contrario, una mancanza di

conoscenza che rende il cittadino inattivo dal punto di vista politico. M. Mata

pedagogista spagnola, dice che la città educatrice deve proporre una formazione ai

cittadini in tutti i suoi linguaggi che attraversano il sito spazio sociale. È proprio in

quest’ottica che la funzione del linguaggio è fondamentale nell’educazione e nella

formazione dell’individuo e poi del cittadino. Nella società odierna, si parlano diversi

linguaggi, ed è quindi compito della pedagogia ri-pensare linguaggi adeguati per educare

le nuove generazioni a essere parte attiva della loro comunità. A tal proposito è

importante, per far maggior chiarezza, fare un riferimento alle idee di Marx il quale

sostiene che la questione essenziale per capire lo stretto rapporto che lega il mondo del

soggetto con la società, il lavoro, la politica e l’economica sono da ricercare nel valore e

nel ruolo che ha la prassi. La relazione che si sviluppa tra soggetto e oggetto mediante la
prassi è la conoscenza. La teoria della conoscenza nella tradizione filosofica materialista

viene indicata come teoria del riflesso. La prassi umana deve confrontarsi

necessariamente con il contesto materiale, cioè con i vincoli della realtà sia fisica che

sociale. Marx elabora la teoria dell’ “uomo onnilaterale”. L’uomo onnilaterale è

consapevole che i processi di riproduzione sociale hanno un’eco anche nei contesti

formativi ed è cosciente della necessita di trasformare la solita, per controllarne

democraticamente lo sviluppo. Perciò si crea un legame tra educazione e rivoluzione che

porta l’uomo a vivere una trasformazione umana durante tutta la vita e un cambiamento

sociale, ma soprattutto una partecipazione cosciente ai processi economici della società.

L’idea dell’educazione come merce di veniva nel mercato viene ripresa anche

dall’Unione Europea. Ad esempio si raggiunge un senso di prodotto nel modello

valutativo PISA, in merito ad alcune misure:

• Decentralizzazione si debilita il potere degli stati per far si che siano i mercati

principali regolari dell’offerta e della domanda educativa;

• Privatizzazione che muove dall’idea che l’educazione sia compito della famiglia e non

delle politiche sociali più in generale;

• Naturalizzazione fa ricadere tutta la responsabilità del processo e dei risultati educativi

sull’alunno, senza considerare il contesto sociale, culturale, economico e territoriale.

Altro aspetto dei contesti scolastici è la duale relazione tra mondo del soggetto e mondo

del gruppo o comunità. In questa dialettica prende vita il concetto di “intelligenza etica”

che consente la realizzazione del “buon lavoro”. Il compito della scuola, dunque, è

quello di preparare futuri cittadini che siano in grado di realizzare un buon lavoro. Il

termine “etica”, in riferimento all’intelligenza, richiama il significato originario che già


rimanda al carattere duplice del significato, includendo l’aspetto individuale e quello

sociale che si traduce in un comportamento, un carattere che coincide con l’agire del

singolo, dove l’azione comunitaria è prima di tutto un’azione dell’individuo. Nella

pedagogia moderna si fa spesso richiamo a una struttura di pensiero che sia precostituita

come base per l’intelligenza etica. Per richiamare il carattere etico, bisogna ricondotte

l’intelligenza ai valori di una società democratica, quindi di un pensiero flessibile,

indispensabile per affrontare e comprendere la complessità della società e del reale. Il

bene, di cui facevamo riferimento prima, non si stingue con i bisogni primari, ma

piuttosto mira alla piena realizzazione dell’uomo e della comunità. L’individuo educato

dovrebbe possedere una capacita critica fondata sulla conoscenza di criteri cosiddetti

valoriali. Diventa quindi necessario ristabilire un primato dell’educazione del tutto

originale poiché la contemporaneità è caratterizzata da perdita di valori. Risulta evidente

che il cambiamento si dovrebbe sviluppare a partire da un sentimento condiviso da tutta

la comunità. Il compito di una nuova comunità, finalizzata al bene comune, è proprio

quello di promuovere e di collaborare per ridefinire il ruolo politico dell’educazione. Già

nel secolo scorso la visione di Makarenko delineava il ruolo educativo e politica della

comunità. L’autore sosteneva che il fine dell’educazione è sempre politico. La sfida

educativa consiste nel fare dei giovani dei nuovi uomini, persone che siano un modello

per la società. I fini dell’educazione sono dettati dalla politica, mentre i mezzi

dall’esperienza e dalla pratica. Per Makarenko l’educazione è al servizio della

rivoluzione in quanto risponde ai bisogni del popolo per costruire una nuova umanità.

Per cui il fine dell’educazione è un fine sociale. L’educazione si configura come

elemento fondamentale per la storia e nell’azione politica dell’individuo, poiché e


l’orizzonte di senso che indirizza l’azione del soggetto nella costruzione del futuro.

L’azione educativa è contraddistinta da un determinato modello di società. La proposta

di Freire, cosi come per Gramsci è una formazione di cittadini critici, soggetti le cui

conoscenze, la morale, le attitudini e i valori siano componenti fondamentali poiché

preparano all’azione, alla vita pubblica. L’educazione nel senso Freireano è una presa di

coscienza, è compromesso, è coscienza storica che favorisce la formazione della

persona. L’educazione deve insistere nella formazione di essere creatori e umili. Questa

dimensione politica dell’educazione si esplica nella pratica educativa che rafforza e

potenzia la capacita critica. L’educazione, quindi, è politica in relazione al fatto che

subisce o si avvale di decisione politiche e da queste dipende il suo sviluppo nelle varie

forme. Il ruolo dell’educatore e dell’insegnante è preparare le nuove generazioni a un

pensiero critico, fornendo gli strumenti come ad esempio la conoscenza che renderà gli

individui liberi di scegliere e di criticare le scelte politiche. L’accesso all’educazione è il

cammino per dirigere i progressi e le scoperte verso il bene comune, forma

nell’individuo una coscienza di se stesso come uomo e poi come cittadino e in ultimo

fornisce gli strumenti utili a comprendere le scelte politiche operate dai governi. Si tratta

di abbandonare l’antico scema uguaglianza- universalità che produce omogeneità. La

formazione è un processo che dura tutta la vita e che comprende sempre l’altro come

interlocutore. Il compito del cittadino è l’attenzione ai bisogni degli altri all’interno di

tutti i tipo ti comunità. L’attuale società complessa porta con se un’emergenza educativa

che richiama l’attenzione da parte di filosofi, pedagogisti, istituzioni democratiche e

società. A. Porcarelli, docente di pedagogia generale, sottolinea come ci sia una necessità

di riformare le istituzioni educative, trasformandole da strutture per l’apprendimento


istruttivistico-tecnicista a strutture della formazione di soggetti politici dotati di pensiero

critico. Per questo bisogna ripartire dal concetto di educazione. Il fine ultimo della

scuola dovrà essere, dunque, la maturità intellettiva dell’alunno, la capacita critica e di

analisi, la costruzione e la creazione d’idee, la comunicazione, la responsabilità verso

l’esterno e gli altri. Per queste ragioni, è importante che le istituzioni educative, come la

scuola, rivedano i loro piano didattici all’interno di un’ottica di sviluppo dell’alunno, che

includa quindi il perfezionamento del sapere unito allo sviluppo del pensiero critico.