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LA PESTE DI CAMUS.

Il romanzo La Peste, di Albert Camus, è ambientato nell’Orano degli anni ’40. La


descrizione della malattia, sebbene non si riferisca ad un evento storico realmente
accaduto in quegli anni e in quella zona geografica, è estremamente accurata grazie alle
conoscenze dell’autore.
L’oggettività storica è uno dei fondamenti su cui si basa la narrazione ed è ben
espressa da queste frasi tratte dal testo: “Va da sé che uno storico, seppur dilettante,
possiede sempre dei documenti. Anche il narratore di questa storia ha i propri[…].”
Il protagonista della narrazione, scritta in terza persona, è Rieux, il quale, come si
scopre alla fine del romanzo, ne è anche l’autore. Con questa tecnica si riesce a dar voce
a molti personaggi e a rendere l’intera città narratrice degli eventi.
Il maggior punto di forza di questo romanzo è senza dubbio la lettura polisemica del
testo, la cui principale chiave di lettura è la rappresentazione della guerra. In tal senso
ricorre un lessico bellico e il tema aleggia nelle descrizioni o nei dialoghi. Il
parallelismo tra peste e guerra viene evidenziato descrivendo la reazione di chi si trova a
vivere queste situazioni, dal testo:

Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure […] colgono sempre
tutti alla sprovvista. […] Quando scoppia una guerra tutti dicono: «È una follia, non
durerà» […] ma ciò non le impedisce di durare.

Guerra e peste si uniscono nella quantità dei morti che generano, ma difficile da
rappresentare sia in senso scientifico che in senso umano.

Diecimila morti [...] Ecco, bisognerebbe far questo: radunare le persone [...] e farle morire
[...]. Almeno, si potrebbero allora mettere dei visi noti su quel cumulo anonimo. Ma,
naturalmente, è impossibile far questo; e poi, chi conosce diecimila visi?

La rappresentazione bellica non si limita alla guerra in generale, ma, sebbene non
venga mai citata, è un chiaro riferimento alla II Guerra Mondiale ed al corso che prende
per la Francia. Infatti la peste è facilmente paragonabile all’invasione tedesca, il morbo
bruno, in particolare nella reazione verso di essa: gli sforzi della lotta di Rieux assieme
ai suoi compagni rappresentano la resistenza, mentre chi si adatta alla peste e ne
approfitta simboleggia il collaborazionismo.
Jean Tarrou, il quale considera la peste come colpa umana, segno della colpevolezza
di ogni uomo, sostiene come unica via d’uscita il rifiuto della morte e della
giustificazione di ciò che la causa, come afferma nel seguente dialogo con Rieux:

[…] Ho deciso di rifiutare tutto quello che, da vicino o da lontano, per buone o per cattive
ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire.

Un’altra chiave di lettura del romanzo ce la offre il prete: padre Paneloux considera
la peste come una punizione divina e nelle sue prediche farà largo uso di racconti
biblici:
Paneloux […] citò il testo dell’Esodo relativo alla peste in Egitto e disse: «La prima volta
che il flagello appare nella storia, è per colpire i nemici di Dio […] Meditate e cadete in
ginocchio»

È molto interessante perché Camus, ateo, riporta queste posizioni e le rilegge anche
attraverso gli occhi dei personaggi che più interpretano il suo pensiero, come Rieux, il
quale, in un importante dialogo di confronto con padre Paneloux, dirà: “Quello che
odio, è la morte e il male, lei lo sa.” La frase pronunciata dopo aver assistito a tutte le
fasi della morte di un bambino, rappresenta la peste come il male, che per il narratore è
l’assenza di solidarietà, rendendo quest’ultima fondamentale nella lotta e riesce ad
accomunare due individui dalle posizioni diametralmente opposte.
Un altro grande tema collegato è l’assurdità dell’esistenza umana, già presente ne Lo
Straniero. Il testo pone gli oranesi prigionieri della loro condizione, in cui progettare il
futuro è solo una tentazione da abbandonare e la morte è l’unico orizzonte:

[…] ci si reintegrava nella nostra condizione di prigionieri, eravamo ridotti al nostro


passato, e se anche alcuni di noi avevano la tentazione di vivere nel futuro, vi rinunciavano
rapidamente almeno per quanto gli era possibile, provando le ferite che la fantasia finisce
con l’infliggere a coloro che hanno fiducia in lei.

L’uomo rappresentato nella peste è solo e fa fatica a capirne il motivo, cerca di


sfuggire dalla sua condizione ripetendo sempre gli stessi comportamenti in modo quasi
ridicolo, ma necessario, come ad esempio Joseph Grand, segretario comunale che
riscrive continuamente la prima frase del suo romanzo:

«In una bella mattina del mese di maggio, un’elegante amazzone percorreva, sopra una
superba giumenta saura, i viali fioriti del Bois de Boulogne». […] Grand aveva posato il
foglio e continuava a contemplarlo.

Rieux, però, a differenza di Mersault, protagonista de Lo straniero, decide di lottare


nell’unico modo possibile: attraverso la lucida accettazione della propria condizione ed
accettando il proprio ruolo di Sisifo. Per cambiare le cose, l’uomo deve adempiere al
proprio ruolo, che seppur vano per il singolo, assume forza d’azione compiuto dalla
totalità degli uomini: per questo l’importanza della solidarietà.
Alla fine del romanzo anche il ritorno alla normalità diventa assurdo e troppo veloce,
emblematica la reazione di Rambert all’apertura delle porte della città:

La felicità arrivava di gran carriera, l’evento andava più presto dell’attesa. Rambert capiva
che tutto gli sarebbe stato restituito d’un colpo, e la gioia è una bruciatura che non si
assapora. 1

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Bibliografia:
-Albert Camus, La peste (Italian Edition). Bompiani. Edizione del Kindle