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Corso di Laurea Triennale in

Studi Internazionali

DONNE IN PALESTINA:
l'attivismo sociale e politico dalla metà del Novecento
alla prima Intifada

Relatore: Alberto Tonini Candidato: Gaia Ferrini

Anno Accademico 2014/2015


Indice

Introduzione.......................................................................................................................p.3
Capitolo I - Contestualizzazione storica del movimento femminile nella lotta di
liberazione nazionale palestinese......................................................................................p.6
1.1 Le diverse fasi della partecipazione femminile: i primi anni............................p.6
1.2 La seconda fase del movimento delle donne: la nascita dello stato d'Israele...p.12
1.3 La terza fase del movimento femminile.............................................................p.15
1.4 Le donne ed i comitati popolari........................................................................p.20
1.5 I comitati: struttura ed operato.........................................................................p.22
1.6 Conclusioni........................................................................................................p.26
Capitolo II - Caratteristiche e composizione eterogenea del movimento delle donne
impegnato nella lotta di liberazione nazionale palestinese............................................p.28
2.1 Fattori che influenzano la partecipazione delle donne.....................................p.32
2.1.1. Influenze della famiglia...........................................................................p.34
2.1.2. Influenze della religione..........................................................................p.36
2.1.3. La dispersione geografica ed i campi di rifugiati: dall'esodo del 1948..p.39
2.1.4. Le differenze politiche..............................................................................p.43
2.1.5. Economia e differenze di classe...............................................................p.45
2.2 Conclusioni........................................................................................................p.49
Capitolo III - Relazione tra il movimento delle donne ed il movimento di liberazione
nazionale a base maschile..................................................................................................p.54
3.1 La politica demografica come strumento di controllo del corpo femminile e come
arma contro il sionismo.....................................................................................p.59
3.2 Dicotomia tra sfera pubblica e privata: il ruolo delle donne nella Resistenza come
estensione del lavoro domestico........................................................................p.61
3.3 Donne nel movimento di liberazione nazionale................................................p.63
3.3.1. Il “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina” e la sua
relazione con le donne in lotta.....................................................................p.65
3.3.2. Il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” ed il suo rapporto
con le donne militanti..................................................................................p.68

1
3.3.3. “Al-Fatah” e le donne nella lotta per la liberazione della Palestina.....p.72
3.4 Conclusioni........................................................................................................p.75
Capitolo IV – L'impegno politico delle donne durante la prima Intifada....................p.78
4.1 Contestualizzazione della prima Intifada..........................................................p.78
4.2 I fattori all'origine della partecipazione delle donne alla prima Intifada.........p.82
4.3 Le caratteristiche della partecipazione femminile alla prima Intifada.............p.87
4.4 Contestualizzazione della nascita di Hamas.....................................................p.98
4.5 Come Hamas riesce ad influenzare la partecipazione delle donne alla prima
Intifada...............................................................................................................p.99
4.6 Conclusioni........................................................................................................p.105
Conclusioni.........................................................................................................................p.107
Bibliografia.........................................................................................................................p.114
1. Monografie..............................................................................................................p.114
2. Articoli.....................................................................................................................p.117
3. Sitografia.................................................................................................................p.124

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Introduzione

La spinta ad approfondire e ad esaminare la partecipazione delle donne palestinesi nel


movimento di liberazione nazionale, deriva dall'unione di due tematiche a cui sono, da tempo,
profondamente interessata. Da una parte vi è l'impulso a tenere sempre viva l'attenzione per
una terra di cui troppo spesso ci dimentichiamo e dall'altra vi è la voglia di analizzare le
attività delle donne in contesti diversi ed in paesi diversi dal nostro. Da questo duplice
interesse è nato il progetto di unire i due interessi per potermi concentrare sui ruoli che hanno
svolto le donne in Palestina dall'inizio del '900 fino alla prima Intifada. Il motivo per cui ho
scelto di focalizzarmi su questo lasso temporale è dettato dal fatto che ad inizio '900 si
verificano le prime azioni a cui le donne prendono parte. Queste si configurano come reazione
a quanto avveniva nel territorio sul piano politico; in poche parole le prime iniziative delle
donne palestinesi nascono in risposta all'immigrazione ebraica, in continua crescita, e alle
politiche generate dal mandato britannico. La scelta invece di far terminare il mio studio in
concomitanza con la prima Intifada è determinata dal fatto che, almeno durante i primi anni in
cui questa ha luogo, sono davvero molte le donne a prendervi parte in qualsiasi forma. Il
motivo per cui non mi sono voluta spingere fino alla seconda Intifada invece è un altro: nella
seconda Intifada le donne sono perlopiù assenti dalla sfera pubblica.
L'obiettivo di questa tesi è quello di rendere manifesto come le donne in Palestina,
nonostante tutte le difficoltà e tutti gli ostacoli che si sono trovate ad affrontare nella sfera
economica, politica e sociale, sono riuscite in molte occasioni a mettere da parte qualsiasi
sentimento ricollegabile all'autocommiserazione per impegnarsi, invece, attivamente nella
lotta nazionale. Sicuramente il contesto palestinese è già di per sé molto difficile ed instabile
per qualsiasi essere umano; a questo occorre aggiungere il fatto che le donne agiscono
all'interno di una società patriarcale e maschilista. Questo determinato fattore si è infatti più
volte rivelato un ostacolo non solo nella vita privata di molte donne, ma anche nella loro
partecipazione alla sfera pubblica e politica. Le donne palestinesi quindi, pur essendo molto
diverse1 tra loro, sono accomunate dall'esigenza di liberarsi da una duplice oppressione al fine
di ottenere la liberazione di genere e la liberazione della Palestina dall'occupazione militare
israeliana. Le attiviste appartenenti alla sinistra radicale, inoltre, aggiungono un altro fattore:
1 Le donne palestinesi sono molto diverse tra loro perché appartengono a differenti classi sociali, godono di
diversi gradi d'istruzione, alcune provengono dalle città, altre dai villaggi ed altre ancora dai campi di
profughi.

3
le donne sono oppresse anche in quanto lavoratrici salariate che si trovano ad essere
discriminate dal sistema economico.
La tesi si sviluppa in quattro capitoli, oltre all'introduzione ed alle conclusioni. Nel
primo capitolo ho deciso di contestualizzare storicamente la nascita del movimento femminile
in relazione alla lotta di liberazione nazionale, andando ad analizzare le tre fasi che lo
caratterizzano, ognuna determinata da precise circostanze storiche: dal 1920 al 1948, fase che
si conclude con la prima guerra arabo-israeliana e la nascita dello Stato di Israele, dal 1949 al
1967, anno che vede l'inizio dell'occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gaza,
e dal 1967 fino alla prima Intifada nel 1987.2 Infine nell'ultima parte del capitolo ho analizzato
la nascita dei comitati popolari femminili tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, i
quali si differenziano sostanzialmente dalle associazioni caritatevoli degli anni precedenti.
Quest'ultime infatti, portando avanti attività che si limitano all'assistenzialismo, non mettono a
disposizione delle donne quegli strumenti a loro necessari ai fini dell'emancipazione
femminile. Non fornendo tali strumenti le donne, per qualsiasi bisogno, sono costrette a fare
riferimento a queste associazioni, senza perciò essere in grado di sviluppare meccanismi volti
ad affrontare da sole le più svariate circostanze. I comitati popolari femminili che vengono
istituiti a partire dalla fine degli anni Settanta sono quattro, ognuno dei quali si avvicina alle
posizioni dei quattro partiti più importanti all'interno dell'Organizzazione per la Liberazione
della Palestina: la Palestinian Federation of Women's Action Committees (FPWAC), la Union
of Palestinian Working Women's Committees (UPWWC), la Union of Palestinian Women's
Committees (UPWC), ed il Women's Committee for Social Work.
Nel secondo capitolo ho esaminato l'eterogeneità che caratterizza lo stesso movimento
femminile ed i fattori che determinano, in maniera positiva o negativa, la partecipazione delle
donne alla vita pubblica e politica palestinese. I fattori che sono stati approfonditi in questo
capitolo sono: la famiglia, la religione, la dispersione geografica causata dall'esodo del 1948,
l'affiliazione politica, il sistema economico e le differenze di classe. Ciascuno di questi fattori
non si dimostra fondamentale soltanto nel determinare la partecipazione di una donna nella
sfera pubblica e politica, ma anche nel determinare la natura stessa di tale partecipazione.
Nel terzo capitolo ho studiato il rapporto esistente tra il movimento femminile e la
leadership maschile del movimento di liberazione nazionale, andando anche a vedere

2 Nahla Abdo: “Nationalism and Feminism: Palestinian women and the Intifada- No Going Back?, Moghadam,
Gender and National Identity, Londra 1994, pp 150-152.

4
l'importanza assunta dalla questione di genere. Dopo un discorso generico ho approfondito in
quale maniera i singoli partiti, in questo caso Al-Fatah, il Fronte Democratico per la
Liberazione della Palestina ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, affrontano
la questione di genere. Da questo studio è emerso che non esiste assolutamente una visione
condivisa dai vari partiti sull'uguaglianza di genere. Infine nell'ultimo capitolo, il quarto, ho
analizzato sia i fattori che sono stati in parte responsabili della grande partecipazione delle
donne alla prima Intifada (principalmente la nascita dei comitati popolari femminili e
l'avvento del sistema universitario), sia i fattori che si sono rivelati penalizzanti ai fini di
questa partecipazione (le politiche della Unified National Leadership of the Uprising e le
politiche di Hamas, in particolar modo ricordiamo la campagna per l'imposizione dell'hijab).
Per quanto riguarda le fonti ho utilizzato qualsiasi strumento a mia disposizione che
mi potesse essere utile: ho sfruttato al massimo internet, ma soprattutto i servizi offerti dalla
Biblioteca di Scienze Sociali di Firenze. A questo proposito mi sono risultate indispensabili le
banche dati dell'Università di Firenze, tra le quali "Jstor". Sempre online mi è stato molto utile
reperire articoli all'interno della riviste "Journal of Palestine Studies", "International Journal
of the Middle East Studies” e “Gender and Society”. Il discorso inerente ai libri è un po'
differente perché molti dei titoli che mi servivano non erano presenti in alcuna biblioteca
fiorentina e non è stato possibile reperirli neppure tramite il servizio del prestito
interbibliotecario. Il libro più utile per iniziare a dare una forma ed una connessione logica
alle mie idee è stato Gender in crisis-Women and the Palestinian Resistance Movement di
Julie M. Peteet.
Trovare le fonti, soprattutto all'inizio, non è stato certamente un lavoro semplice, ma anzi ha
richiesto non pochi mesi. Le fonti che ho reperito più facilmente sono quelle inerenti alle
associazioni caritatevoli, ai comitati femminili popolari, nascita, struttura ed attività, ed alla
partecipazione ed all'operato delle donne nella prima Intifada. Quello che invece si è rivelato
più complicato è stato trovare libri o articoli riguardanti le riflessioni sulla questione di genere
dei partiti interni all'OLP, in particolar modo non sono riuscita a reperire alcun tipo di
materiale riguardo al rapporto tra il Partito Comunista Palestinese e la questione di genere.

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Capitolo I

Contestualizzazione storica del movimento femminile nella lotta di liberazione


nazionale palestinese

Nell'ultimo secolo il mondo arabo è stato oggetto di profonde trasformazioni geopolitiche.


Infatti, in seguito alla I Guerra Mondiale, crollava l'Impero Ottomano, emblema dell'ordine
che per secoli aveva determinato la politica nella regione; da quel momento si sono susseguite
rivolte, rivoluzioni, invasioni, occupazioni, guerre ed altri avvenimenti tutt'oggi in corso.
Alla luce di questi eventi, non si è fatta attendere la risposta dei media occidentali che, tra le
altre cose, hanno contribuito alla diffusione di una visione orientalista della donna araba.
Lo stereotipo, che si è consolidato sempre di più, tende a raffigurare la donna araba come
remissiva, oppressa e velata, senza considerare ad esempio che ad oggi sono sempre più le
donne che decidono spontaneamente di velarsi.3
La realtà delle donne arabe è piuttosto composita e non può essere raffigurata come
un unico blocco monolitico; lo dimostra perfettamente il caso delle donne palestinesi, che
dalla fine del XIX secolo ad oggi hanno rivestito un ruolo fondamentale all'interno della lotta
di liberazione nazionale della Palestina, sia esso sociale che politico. Questo attivismo ha dato
loro la possibilità di scrollarsi in parte di dosso il cliché che le dipingeva come mere
riproduttrici biologiche di uomini che sarebbero poi andati ad ingrossare le file dei
combattenti per l'autodeterminazione del popolo palestinese. Storicamente la partecipazione
delle donne alla vita politica palestinese si sviluppa attraverso diverse fasi, ognuna
determinata da precise circostanze storiche: dal 1920 al 1948, dal 1949 al 1967 e dal 1967 per
poi giungere alla prima Intifada nel 1987.4

I.I Le diverse fasi della partecipazione femminile: i primi anni

Già dai primi anni del '900 in Palestina iniziano a registrarsi tensioni tra la popolazione araba
autoctona ed i nuovi insediamenti ebraici.

3 http://www.linkiesta.it/blogs/focusmediterranee/le-donne-nei-media-arabi-intervista-renata-pepicelli
(5/11/2014)
4 Nahla Abdo: “Nationalism and Feminism: Palestinian women and the Intifada- No Going Back?, Moghadam,
Gender and National Identity, Londra 1994, pp 150-152.

6
Ad aumentare il malcontento contribuisce la “Dichiarazione Balfour” del 1917 che oltre a
dare un ulteriore impulso alla migrazione ebraica in Palestina, originatasi a fine '800 e
protrattasi nei primi anni del '900, fa scoppiare numerose dimostrazioni e rivolte contro il
colonialismo britannico ed il sionismo.5 In un primo momento le donne partecipano
esclusivamente alla causa palestinese portando avanti azioni socialmente utili o talvolta
prendendo parte direttamente alla lotta armata; solo in seguito, con una maggior istruzione e
coscienza critica, affiancano all'istanza di liberazione nazionale quella dell'emancipazione
femminile. Dunque in questa fase iniziale di attivismo politico-sociale le donne non minano
ancora le basi patriarcali e maschiliste della società ma iniziano a rivendicare quegli spazi
pubblici da sempre attribuiti agli uomini; infatti anch'esse in quanto cittadine stanno lottando
per la causa nazionale e pertanto non vogliono più essere relegate agli spazi privati, che le
confinano al ruolo di angeli del focolare.
E' in questo contesto storico-politico che le donne si inseriscono ed iniziano a
muoversi dal piano individuale a quello collettivo formando organizzazioni e partecipando a
manifestazioni (come per esempio quella che vede scendere in piazza a Gerusalemme, nel
1920, circa 40.000 persone). Durante lo stesso anno un gruppo piuttosto consistente di donne
si riunisce a Gerusalemme col fine di richiedere all'Alto Commissario Britannico sia
l'abrogazione della Dichiarazione Balfour che la fine della migrazione ebraica in Palestina
(Aliyah).
Nel 1921 un gruppo di donne, perlopiù provenienti dalle città e appartenenti alle classi
medio-alte della società (dunque con un livello di istruzione sopra la media), dà vita alla
“Palestine Women's Union” (PWU). Si tratta della prima organizzazione femminile a carattere
politico che lavora in ambito sociale tramite azioni di welfare, con l'obiettivo di migliorare le
condizioni di vita dei più poveri e di organizzare le donne intorno ad attività di stampo
nazionale.6 E' quindi chiaro fin da subito il differente approccio delle donne, in base alla
classe di appartenenza, ai problemi che affliggono il proprio popolo: mentre quelle delle
classi medio-alte, grazie all'istruzione e al tempo libero di cui godono, tendono a creare
associazioni caritatevoli, a firmare petizioni ed a partecipare a sit-in o a manifestazioni, quelle
delle classi più povere e nella fattispecie le contadine, intraprendono una resistenza attiva,
volta a contrastare la confisca o l'espropriazione delle loro terre e danno un grande supporto
5 http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina1.htm (6/11/2014)
6 Julie M. Peetet, Gender in crisis, Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp 42-
45

7
alla guerriglia nelle campagne, portando viveri e munizioni oppure combattendo in prima
persona.7 E' infatti sempre più grande la perdita delle terre coltivate, in parte vendute dai
palestinesi agli ebrei ed in parte oggetto di confische; questo oltre a peggiorare in generale
l'economia palestinese che si fonda sull'agricoltura, va a peggiorare nello specifico la
condizione delle contadine che da sempre avevano lavorato in queste terre. E' molto forte il
vincolo che lega le contadine alla terra: in questo spazio hanno la possibilità di essere
produttive e provvedere così al sostentamento economico familiare, hanno libertà di scelta e
di azione, possono farci giocare i bambini, possono socializzare con le altre donne e
trascorrere lì il loro tempo libero; è un luogo in cui si sentono sicure e godono di un certo
livello di autonomia.8 Risulta dunque evidente che siano le classi più povere ad essere colpite
per prime dalle politiche coloniali britanniche e dall'immigrazione ebraica.
Nel frattempo si aggrava la crisi in Palestina; l'economia nazionale tradizionale viene
smantellata a vantaggio di un'economia industriale dominata dai sionisti, la mancanza di terra
costringe i contadini a spostarsi nelle città andando a costituire una grande massa di
disoccupati e di lavoratori al servizio di questo settore emergente; inoltre il tasso
d'immigrazione continua ad aumentare.9
Questa situazione, tesa ed insostenibile, sfocia nei moti del 1929 in cui si verificano disordini
tra la popolazione palestinese e quella ebraica. I moti vengono celermente sedati dal governo
britannico tramite un ampio ricorso allo strumento della punizione collettiva, che porta amche
alla distruzione di molte case, e tramite la reclusione (di circa 1.300 arabi 10), la condanna a
morte e l'uccisione di numerosi palestinesi. In questo contesto oltre 200 donne appartenenti a
diverse associazioni ed organizzazioni di tutto il paese, per andare incontro alle richieste di
aiuto dell'Esecutivo arabo, decidono di organizzarsi in un movimento politico e si riuniscono
a Gerusalemme, per tenere il Primo congresso delle donne arabe di Palestina (First Arab
Women's Congress of Palestine) il 26 Ottobre del 1929 .
L'obiettivo del congresso è quello di fronteggiare le incombenti esigenze politiche e sociali e
per questo motivo vengono approvate alcune risoluzioni da presentare all'Alto Commissario
7 Nahla Abdo, “Feminism and Difference, the struggle of Palestinian Women”in Canadian Women Studies/ Les
Cahiers de la femme, Vol. XV n° 2-3, 1995, pag 142
8 Ilham Abu-Ghazaleh, “Reconstructing place for Palestinian refugee women, The Dialectics of
Empowerment” in Canadian Women Studies/Les Chaiers de la femme, Vol XV, n° 2-3, 1995, pp 81-82.
9 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale; Julie M. Peteet,
Gender in crisis,Women and the Resistance Movement, New York, 1991, pag 46.
10 Ellen L. Fleischmann, “The Emergence of the Palestinian Women's Movement, 1929-39” in Journal of
Palestinian Studies, Vol. XXIX, n°3, 2000, pag 17.

8
britannico: innanzitutto la condanna della “Dichiarazione Balfour” come causa della
distruzione della natura araba della Palestina; in secondo luogo il supporto all'indipendenza
della Palestina ed al movimento nazionale; infine il sostegno all'indipendenza economica e
commerciale della Palestina e la necessità di porre un freno alla vendita di terre ai sionisti. 11
Una delegazione di donne del congresso, tra cui la leader Matiel Mogannam, incontra il
governatore di Gerusalemme per ottenere l'autorizzazione allo svolgimento di una
dimostrazione; in un primo momento il governatore rifiuta loro il permesso ma poi accetta a
condizione che queste non camminino per strada.
Per ovviare a questa limitazione, le donne organizzano una processione di 120 macchine che
sfila attraverso la città e si ferma presso il consolato britannico dove la delegazione avrebbe
dovuto consegnare personalmente le risoluzioni all'Alto Commissario. 12 Questa azione dà loro
molta visibilità.
Sul piano amministrativo, all'interno del congresso, viene eletto il “comitato esecutivo
delle donne arabe” (Arab Women's Executive Committee, AWE), composto da 14 membri,
che ha l'obiettivo di eseguire ed amministrare le risoluzioni approvate e deve supportare
l'Esecutivo arabo. L'“Arab Women's Executive Committee costituisce”, inoltre, l'organo
esecutivo de “l'associazione delle donne arabe di Palestina” (Arab Women's Association of
Palestine, AWA13) che ha l'obiettivo di radicarsi e diventare operativa nelle città più importanti
della Palestina mediante l'istituzione e il successivo coordinamento di associazioni di donne
che praticano attività caritatevoli.
Il congresso, per aiutare le donne arabe a migliorare gradualmente le loro condizioni, dà vita
alla “Jerusalem Women's Association” (l'associazione delle donne di Gerusalemme ). 14 Per
giungere a questo miglioramento è necessario che alla creazione di una nuova istituzione
venga affiancato uno sviluppo coordinato sia dell'economia che dell'istruzione.
Le donne che stanno alla base di questo movimento sono giovani, appartengono
all'élite urbana e molto spesso capita che i loro mariti, padri o fratelli siano impegnati nella
politica nazionale.
E' importante sottolineare che questo movimento, nonostante abbia delle lacune non

11 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag 32.
12 Julie M. Peteet, Gender in crisis,Women and the Resistance Movement, New York, 1991, pp 46-47.
13 http://www.encyclopedia.com/doc/1G2-3424600297.html (9/11/2014)
14 Ellen L. Fleischmann, “The Emergence of the Palestinian Women's Movement, 1929-39” in Journal of
Palestinian Studies, Vol. XXIX, n°3, 2000, pag 19.

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indifferenti, come la pressoché totale assenza di donne appartenenti alle classi più povere e lo
strettissimo legame con l'Esecutivo arabo (basti pensare che 5 delle 14 donne dell'AWE sono
mogli di membri dell'Esecutivo arabo, mentre altre sono sposate con ufficiali del governo che
hanno accesso alle informazioni ed alle stanze del potere) 15, è stato il catalizzatore per la
nascita di molti altri movimenti in Palestina, organizzati dalle donne stesse. Grazie allo spirito
di solidarietà ed a quello di cooperazione, connaturati nel movimento, le associazioni delle
donne prendono parte attiva nel dare aiuto alle famiglie dei prigionieri o dei martiri 16: creano
scuole per i bambini orfani e, tramite collette ed altri mezzi di finanziamento, distribuiscono
vestiti, soldi e beni di prima necessità a chi ne ha più bisogno.
Al fine di ottenere una maggiore visibilità e di attrarre a sé un numero sempre più consistente
di donne, il movimento sfrutta al massimo la stampa e partecipa a numerosi sit-in o
manifestazioni; come già accennato, ciò permette di scardinare l'impostazione tradizionale
che riserva gli spazi pubblici soltanto alle figure maschili.
Per opporsi al continuo peggioramento della situazione, l'Esecutivo arabo indice un
corteo a Gerusalemme per il 13 Ottobre 1933, durante lo svolgimento del quale si verificano
cariche della polizia contro i manifestanti, tra cui sono presenti molte donne. In solidarietà
con i manifestanti caricati un gruppo di attiviste organizza una processione a Jaffa mentre
altre organizzazioni femminili inviano una delegazione all'Alto Commissario britannico per
protestare contro l'eccessivo uso di violenza nei cortei da parte della polizia inglese.17
Con il dilagare dell'antisemitismo in Europa, l'immigrazione ebraica in Palestina
raggiunge livelli record e dal 1917 al 1931 i residenti ebrei passano da 80.000 a 360.000.18
Nel paese il tasso di disoccupazione è in continua crescita, sono sempre più le famiglie
contadine senza terra e la situazione si fa ancor più tesa dopo che la polizia britannica uccide a
Jenin, nel 1935, ʿIzz al-Dīn al-Qassām, considerato dai palestinesi uno dei padri della
Resistenza, nonché fondatore della milizia segreta Mano Nera19 che aveva l'obiettivo di
reclutare i contadini arabi tra le sue fila di combattenti.20
Il 19 Aprile 1936 ha inizio uno sciopero generale, che andrà avanti per sei mesi, a cui si

15 Ellen L. Fleischmann, “The Emergence of the Palestinian Women's Movement, 1929-39” in Journal of
Palestinian Studies, Vol. XXIX, n°3, 2000, pag 20.
16 Il termine “shahib” (= martire) viene usato in Palestina per indicare tutte le persone morte nel conflitto con
Israele. Vd: http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/42/42A20030912.html
17 Julie M. Peteet, Gender in crisis,Women and the Resistance Movement, New York, 1991, pp 51-52.
18 http://it.wikipedia.org/wiki/Grande_rivolta_araba
19 http://it.wikipedia.org/wiki/Mano_Nera_(Palestina)
20 http://www.pbmstoria.it/unita/duepopoli/Testi/pal_testo9.htm

10
affianca una vera e propria rivolta popolare, quella che passerà alla storia col nome di Grande
Rivolta Araba. L'obiettivo che i palestinesi si prefiggono è quello di assicurare l'istituzione di
uno Stato democratico palestinese che ponga fine al Mandato britannico e all'immigrazione
sionista.21 La rivolta è suddivisa in due fasi: la prima si interrompe nell'Ottobre del '36 mentre
la seconda si protrae dal 1937 al 1939, anno in cui viene completamente sedata dall'esercito
britannico. Dall'Aprile all'Ottobre del 1936 si combatte su due fronti: da una parte con lo
sciopero generale, a cui aderisce la quasi totalità della classe operaia e contadina palestinese, e
dall'altra si hanno invece una serie di attacchi armati, inizialmente spontanei e poi sempre più
organizzati, concentrati specialmente nelle campagne.22 Anche in questa circostanza
l'approccio delle donne alla causa palestinese differisce in base alla classe di appartenenza:
mentre è più probabile che le contadine siano parte attiva della lotta armata a causa della
perdita di terre e del continuo attacco alla comunità (dovuto in parte anche allo strumento
della punizione collettiva da parte britannica), le donne delle élites urbane conducono lavori a
carattere sociale, ma con un'attenzione particolare verso gli abitanti delle aree rurali. 23
Organizzano centri di primo soccorso per i feriti, procurano armi e munizioni per i
combattenti, aiutano tramite l'assistenza finanziaria le famiglie dei combattenti, dei morti o
dei detenuti ed al contempo riescono a mantenere vivo il loro attivismo politico organizzando
e partecipando a manifestazioni, distribuendo materiale informativo, come pamphlet o
volantini e inviando telegrammi di protesta alle autorità del Mandato.24 Per il momento le
donne subordinano la questione dell'emancipazione femminile a quella della liberazione
nazionale e non promuovono ancora una vera e propria sfida alla struttura sociale tradizionale.
In questa prima fase il movimento femminile trasforma gradualmente il lavoro sociale in
lavoro politico e le donne per la prima volta fanno propri tutti quegli spazi da sempre attribuiti
agli uomini; escono dalle case in cui sono state relegate dalla cultura patriarcale e
tradizionalista.

21 Leila Khaled, My people Shall Live-autobiography of a revolutionary, Londra, 2013 pag 10.
22 http://www.asiablog.it/2011/04/22/lagrande/ (10/11/2014)
23 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag 33.
24 Julie M. Peteet, Gender in crisis,Women and the Resistance Movement, New York, 1991 pag 54.

11
I.II La seconda fase del movimento delle donne: la nascita dello stato d'Israele

In seguito al rifiuto dei Paesi Arabi di accettare il Piano di Partizione della Palestina elaborato
dall'Onu nel 1947 (che prevede la suddivisione del territorio palestinese in due stati, uno
arabo ed uno ebraico con Gerusalemme sotto l'amministrazione internazionale) ed in seguito
alla nascita dello Stato d'Israele nel 1948 che porta al conseguente ritiro della Gran Bretagna
dalla Palestina, si verifica il passaggio da uno scontro che vedeva protagoniste le due
comunità, quella araba autoctona e quella ebraica, ad un conflitto regionale che vede alleati
Egitto, Transgiordania, Libano, Siria ed Iraq contro lo Stato d'Israele.25
La guerra si protrae fino all'armistizio del 1949, al termine del quale Israele acquisisce circa il
76%26 del territorio palestinese mentre Striscia di Gaza e Cisgiordania vengono amministrate
rispettivamente da Egitto e Transgiordania27; si stima che durante l'esodo palestinese dovuto al
conflitto (in arabo noto come Nakba, la catastrofe) siano oltre 700.000 i Palestinesi obbligati
ad abbandonare le proprie terre o quelli che le lasciano di loro spontanea volontà.28
Durante la guerra i soldati israeliani si rendono protagonisti di numerose molestie e
stupri ai danni delle donne palestinesi. Non è certo la prima volta che lo stupro viene
utilizzato durante un conflitto come strumento di guerra psicologica. Tuttavia, in questo caso
specifico il gesto acquisisce un valore particolare poiché i soldati sono ben consci
dell'attaccamento della società araba al concetto di onore; questo è legato quasi
esclusivamente alla sessualità femminile per cui, tramite la violenza sessuale, ad essere
disonorata non è soltanto la donna bensì l'intera famiglia.
E' infatti molto più probabile che la donna venga colpevolizzata piuttosto che aiutata perché si
pensa che sia in parte responsabile della violenza subita. Così facendo, Israele cerca di
indebolire la società palestinese andando addirittura ad intaccarne i legami basilari, quelli
affettivi e familiari.29
Molte sono le donne che cadono in combattimento e molte sono anche le donne che
per fronteggiare la crisi si organizzano in nuove associazioni; tra queste particolarmente nota
25 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, V.Ed. 2012, pp 263-271.
26 Più del 56% assegnato loro dall'ONU vd. http://assopace.altervista.org/index.php?
option=com_content&view=article&id=53:storia-iii--proclamazione-dello-stato-di-israele-i-guerra-arabo-
israeliana-armistizio-1948-1949-&catid=34:1&Itemid=56 (1/04/2015)
27 http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_arabo-israeliana_del_1948#Perdite (11/11/2014)
28 http://it.wikipedia.org/wiki/Esodo_palestinese_del_1948 (11/11/2014)
29 Maria Holt: “Palestinian Women, Violence, and the Peace Process” in Development in Practice, Vol 13, n°
2/3, Maggio 2013, pag 227.

12
è l'organizzazione segreta “Zahrat Al-Uqhuwan” fondata nel 1947 a Yafa che inizialmente si
occupa di fornire aiuti ai più poveri ma che in seguito supporta i rivoluzionari, combatte al
loro fianco, si adopera per rimediare cibo, armamenti e munizioni, cura i feriti e fornisce alle
altre donne corsi per il primo intervento e addestramento per l'uso di armi. All'inasprirsi dei
combattimenti vengono creati gruppi di soccorso medico e piccoli ospedali; nel frattempo altri
gruppi contribuiscono più che altro all'aiuto delle famiglie di martiri o detenuti e all'aiuto dei
rivoluzionari palestinesi, fornendo loro acqua, cibo e talvolta costruendo trincee e
fortificazioni.30
In questo particolare momento storico la figura femminile acquisisce un ruolo
indispensabile grazie all'aiuto che offre al combattimento; dall'istituzione di associazioni di
volontariato, al trasporto di messaggi, informazioni e armi ai combattenti, all'aiuto psicologico
ed economico alle famiglie dei caduti e dei detenuti, al combattimento vero e proprio. Dopo
questa fase di fervente attivismo politico femminile dovuto alla guerra, si ha un periodo, di
circa quindici anni, di estrema difficoltà per la lotta determinato dalle seguenti circostanze:
l'occupazione di gran parte del territorio palestinese da parte sionista, l'annessione della
Cisgiordania alla Transgiordania, l'amministrazione egiziana della Striscia di Gaza e, come se
non bastasse, si ha un enorme numero di rifugiati palestinesi costretti a vivere nei campi
profughi (si stima che questo numero ammonti a circa 914.000 rifugiati)31.
Negli anni a venire il numero delle donne, perlopiù borghesi, che si unisce alle associazioni
diminuisce e le attività condotte riguardano pressoché l'ambito sociale: si ha la costruzione di
orfanotrofi, case-famiglia, cliniche per le persone anziane o affette da handicap e altri
provvedimenti di assistenza sociale.
Ora più che mai le donne si trovano a vivere sotto una triplice oppressione: sono
oppresse sia in quanto donne in una società patriarcale e maschilista sia in quanto cittadine
palestinesi sotto il governo israeliano ed inoltre si trovano a dover fronteggiare un sistema
economico che le discrimina, escludendole dal settore produttivo e costringendole a volgersi
nuovamente verso il settore agricolo o verso lavori ritenuti “marginali”.
In questo periodo il governo israeliano mette a punto nei territori che amministra una strategia
che renderà più facile sottomettere al proprio dominio il popolo palestinese, riducendone il
livello d'istruzione e controllandone i contenuti. Per raggiungere questo obiettivo agli arabi
30 http://avoicefrompalestine.wordpress.com/2012/03/10/the-women-of-palestine-and-the-struggle-for-
liberation/ (11/11/2014)
31 http://it.wikipedia.org/wiki/Campi-profughi_palestinesi (11/11/2014)

13
vengono vietate od ostacolate le attività socio-culturali, vengono messe fuori legge molte
delle associazioni locali o nazionali esistenti ed infine, forse la mossa più efficace, vengono
bloccati loro i canali di accesso ai livelli più alti d'istruzione.32
La situazione non è molto differente per le donne che vivono in Cisgiordania e nella Striscia
di Gaza, ma almeno in quest'ultimo territorio il governo egiziano consente l'accesso
all'istruzione e ciò dà loro la possibilità di migliorare la propria condizione economica e lo
status sociale.
In seguito a questi anni durante i quali ogni tipo di attivismo politico volto alla
liberazione nazionale viene reso impraticabile per l'assenza di terreno politico fertile (a causa
dell'esodo dei palestinesi, della frammentazione sociale e della mancanza di istituzioni
sociopolitiche), nasce a Gerusalemme nel 1964 l'Organizzazione per la Liberazione della
Palestina (OLP) che si assume l'onere della ricostruzione sociale. Nasce inoltre, in seguito ad
una conferenza tenutasi a Gerusalemme nel 1965, la “General Union of Palestinian Women”
(GUPW, unione generale delle donne palestinesi), la seconda organizzazione all'interno
dell'Olp per grandezza, che unisce sotto la stessa rappresentanza varie associazioni femminili
e che dà un forte impulso alla partecipazione delle donne nel processo economico, politico e
sociale. Gli obiettivi che l'unione si prefigge di raggiungere prevedono la mobilitazione delle
donne palestinesi all'interno del movimento di liberazione nazionale, una maggior coscienza
politica delle donne al fine di inserirle all'interno del processo decisionale e prevede infine
una maggiore integrazione di queste all'interno della forza lavoro e delle attività economiche.
La volontà di creare un nuovo organismo deriva principalmente da alcune donne presenti
nelle varie associazioni femminili e da donne attive in ciò che resta dell'Unione delle donne
arabe (Arab Women's Union) degli anni '20 e '30 del Novecento. 33 La “General Union of
Palestinian Women” riveste un ruolo fondamentale non solo perché fa sua la causa della
liberazione nazionale ma anche perché, per la prima volta, solleva la questione
dell'emancipazione del genere femminile. Per quanto riguarda l'istanza femminile, il legame
dell'unione con l'Olp rappresenta un'arma a doppio taglio perché da una parte permette di
attingere più facilmente alle risorse economiche ed alle posizioni di potere ma, dall'altra,
rappresenta una grande limitazione dell'autonomia e fa sì che la questione di genere occupi
una posizione di subalternità rispetto a quella nazionale.34
32 http://www.newjerseysolidarity.org/articles/womensstruggledp.html (12/11/2014)
33 Julie M. Peteet, Gender in crisis,Women and the Resistance Movement, New York, 1991 pag 63.
34 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,

14
Sempre nello stesso anno, il 1965, viene creata da un gruppo di volontarie l'associazione
“Ina'sh El-Usra”, tutt'ora operativa, che dà aiuto a circa 18.000 famiglie; offre assistenza
economica agli studenti che vogliono proseguire gli studi, offre borse di studio e mette a
disposizione programmi per lo sviluppo culturale e corsi di formazione professionale di varia
tipologia. 35
Dal 1965 si parla, grazie al risorto spirito politico, di una nuova era del movimento
delle donne; tramite l'azione di associazioni caritatevoli vengono istituiti corsi per
l'alfabetizzazione, corsi di cucito e di primo soccorso, vengono fondati ospedali, orfanotrofi e
scuole. Questo operato è generalmente rivolto alle contadine o alle donne che vivono nei
campi per rifugiati, cercando di alleviarne le sofferenze. 36

I.III La terza fase del movimento femminile

Il 1967 sancisce l'inizio non tanto di un nuovo periodo per il movimento delle donne, quanto
di una nuova era per tutta la questione palestinese.
Il 1967 è l'anno della guerra dei Sei Giorni che vede come protagonisti da una parte gli
Stati arabi di Egitto, Giordania e Siria e dall'altra Israele. Al termine della guerra Israele si
impone come potenza vincitrice e quadruplica il proprio territorio conquistando la Striscia di
Gaza e la penisola del Sinai ai danni dell'Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme est ai danni
della Giordania ed infine le alture del Golan ai danni della Siria. Migliaia di persone lasciano
le proprie case a causa della guerra e si ha un incremento (nonché un drastico peggioramento
37
delle condizioni di vita) dei profughi palestinesi. Come risposta attiva all'oppressione
israeliana, i palestinesi nei territori occupati partoriscono il concetto di sumud (ovvero di
risolutezza). Sumud può assumere due accezioni, una statica ed una più dinamica che prevede
la creazione di pratiche e di istituzioni alternative come metodo di resistenza quotidiana e
come tattica per indebolire Israele. Questa strategia dà la possibilità a uomini e donne di
contribuire in egual misura alla causa nazionale.38
E' proprio in questo momento che si fortifica più che mai l'identità nazionale ed il

http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag 34
35 http://www.solidarity-us.org/node/3653
36 Sherna Berger Gluck: “Palestinian Women: Gender Politics and Nationalism” in Journal of Palestine
Studies, Vol 24, n°3, 1995, pag 6
37 http://www.parodos.it/storia/archivio/guerra_dei_sei_giorni.htm (13/11/2014)
38 http://en.wikipedia.org/wiki/Sumud (13/11/2014)

15
popolo palestinese reagisce all'occupazione creando per la prima volta un movimento di
liberazione nazionale che faccia affidamento solo ed esclusivamente sulle proprie forze.
Infatti, in seguito all'ennesima sconfitta dei paesi confinanti da parte di Israele, i palestinesi
sono disillusi sulla possibilità di una soluzione dall'esterno: i paesi arabi non hanno le forze (o
peggio ancora non hanno la volontà) di distruggere lo stato sionista. È necessario rendere la
propria lotta indipendente da tutti i paesi arabi. Partendo da questo presupposto,
l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina subisce una profonda trasformazione
interna e nel 1969 Yasser Arafat ne prende le redini divenendo presidente. Oltre ad “Al-
Fatah”, entrano a far parte dell'Olp il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”
(FPLP) ed il “Fronte Democratico Popolare per la Liberazione della Palestina” (FDPLP). Con
il ruolo di rappresentante legittimo del popolo palestinese, l'Olp inaugura una nuova strategia
politica che è quella della lotta armata nei territori occupati contro lo Stato di Israele. 39 Sono
molte le donne che si uniscono a manifestazioni o a gruppi di guerriglia e prendono parte alla
lotta armata. Viene dunque rotto per l'ennesima volta lo schema tradizionalista responsabile
della divisione di genere che vede gli uomini impegnati al fronte e le donne impegnate,
invece, in una resistenza passiva. Contro ogni discriminazione di genere lo slogan del FPLP
recita: « Men and Women together in the struggle for the liberation of our homeland» (uomini
e donne insieme nella lotta per la liberazione della nostra patria).40
Il Fronte Popolare ha fatto molto affinché le donne assumessero una maggior coscienza
politica e assumessero ruoli di responsabilità all'interno della lotta; tra i suoi membri vi è la
rivoluzionaria Leyla Khaled che diviene particolarmente nota per esser stata la prima donna a
compiere un dirottamento aereo, come tattica politica, nel 1969.41
«I dirottamenti erano semplicemente una tattica. Volevamo che rilasciassero i nostri
prigionieri ed eravamo obbligati a fare una dichiarazione molto forte. Dovevamo inoltre
richiamare l’attenzione di tutto il mondo sul fatto che noi Palestinesi non siamo solo rifugiati.
Siamo un popolo che ha un obiettivo politico ed umano. Il mondo ci ha dato tende, abiti usati
e cibo. Hanno costruito dei campi per noi. Ma noi eravamo più di questo. (…)
Oggi esistono dei piani per chiudere i campi, in quanto eredità del 1948. Le donne sono parte
del nostro popolo, vivono le stesse ingiustizie. Per questo si sono impegnate. Le donne danno
39 http://www.pbmstoria.it/unita/duepopoli/Testi/pal_testo17.htm (13/11/2014)
40 Cit in http://lemuradesoreilles.org/2014/04/07/for-me-palestine-is-paradise-conversation-with-leila-khaled/
41 http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/11445-leila-khaled-per-me-la-palestina-
%C3%A8-il-paradiso (13/11/2014); http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/page/i-primi-anni-del-fronte-
popolare-della-palestina

16
la vita, per cui percepiscono il pericolo ancor più che gli uomini. Quando sono coinvolte
nella resistenza, sono più fedeli alla rivoluzione perché difendono anche la vita dei loro
figli». 42
Ovviamente la lotta armata non è l'unica via per la liberazione della Palestina ma sono
necessarie anche altre tipologie di resistenza come quella politico-diplomatica o quella civile.
Aumenta la percentuale di donne che aderiscono alle organizzazioni ed alle associazioni
caritatevoli ed aumentano coloro che prendono parte a cortei e sit-in di protesta.
Con l'assetto che viene a determinarsi in seguito alla guerra dei Sei Giorni, infatti, la
sicurezza delle donne e quella dei loro figli è quotidianamente messa a repentaglio dalla
presenza dei soldati israeliani. La situazione è molto pesante, si verifica una vera e propria
invasione della sfera privata. I soldati sono ovunque: nei villaggi, nelle strade e nelle
abitazioni che vengono continuamente violate. Molti uomini sono costretti a lasciare le
proprie case per recarsi a lavorare in Israele, dove vengono sfruttati; le donne devono
confrontarsi perennemente con le autorità militari israeliane per cercare di impedire la
devastazione ed il saccheggio di quel poco che resta.43 Per ovviare alle demolizioni di case,
alle confische di terre o alla distruzione degli ulivi, che sono una delle poche fonti di
sostentamento, le donne palestinesi sviluppano delle strategie per ricostruire un ambiente
domestico sicuro, caratterizzato da sentimenti di amore e speranza.44
Con il proseguire della lotta sempre più uomini vengono imprigionati o uccisi. Alle
donne spettano i compiti più impegnativi: provvedere all'educazione dei figli, alla casa e al
sostentamento economico della famiglia, andare a trovare nelle carceri padri, fratelli o mariti e
nel tempo restante dedicarsi all'attivismo politico; questo altro non è che resistenza
quotidiana. In un contesto di occupazione militare anche solo il riuscire a mantenere la routine
quotidiana è un modo di resistere. Le figure femminili sono indispensabili sotto ogni punto di
vista: non delegano le istituzioni ma agiscono nella lotta in prima persona e con ogni mezzo a
loro disposizione. Ricoprono i più svariati ruoli all'interno del conflitto e, così facendo,
dimostrano la palese infondatezza delle discriminazioni di genere.
«We [Palestinian women members] demanded to be trained and sent on mission just like the
men. We did not believe that we were less capable or less courageous. We wanted to
42 Dall'intervista di Frank Barat a Leyla Khaled in Le Mur a Des Oreilles, 7 Aprile 2014
43 Maria Holt, “Palestinian women, violence, and the peace process” in: Development in Practice, Vol. XIII, N°
2/3, 2003, pp 228-229
44 Nadera Shalhoub-Kevorkan, “Counter-spaces as Resistance in conflict zones: Palestinian women recreating
a home” in Journal of Feminist Family Therapy, Vol. XVII, N° 3&4, 2005, pp 113-121

17
contribute to the cause of our people in the same manner that we demanded women’s
liberation and treatment on equal footing with the male comrades». 45
Ciononostante permane ancora un grande limite: il movimento di liberazione ha come unica
priorità la liberazione della Palestina e relega, dunque, in una posizione di secondaria
importanza la questione dell'emancipazione femminile.
Le donne si trovano ad organizzare sia manifestazioni in opposizione alle parate
militari israeliane tenute a Gerusalemme sia una serie di sit-in e scioperi per chiedere il
rilascio dei detenuti. Israele per contrastare il crescente attivismo, uccide, tortura ed arresta
sempre più donne. Vi è infatti una proporzione diretta tra l'aumento della resistenza
palestinese all'occupazione e l'aumento della repressione israeliana. Secondo una ricerca
effettuata dalla “Società dei detenuti palestinesi” circa 12.000 donne palestinesi sono state
incarcerate per mano israeliana nel periodo che va dal 1967 sino ai primi anni della prima
Intifada46.
Le donne palestinesi, oltre ad essere sottoposte a detenzione preventiva o
amministrativa (che prevede l'arresto diretto senza previo processo) come gli uomini, vengono
arrestate anche per il semplice motivo di appartenere ad una famiglia in cui sia stato arrestato
un componente maschile, sia esso il padre, il fratello o il marito. In quest'ultimo caso
l'obiettivo dell'incarcerazione è quello di far confessare la donna riguardo a presunte attività
politiche svolte dall'uomo; nel caso in cui sia già appurato che l'uomo stia prendendo parte a
determinate attività, allora l'obiettivo è quello di “usare” la donna affinché questo ponga
termine al suo attivismo.
Tra le donne che sono state arrestate, le accuse più ricorrenti risultano essere:
appartenenza o legami con organizzazioni illegali, membri della Resistenza, partecipazione a
manifestazioni contro il regime d'occupazione, resistenza ed oltraggio a pubblico ufficiale,
partecipazione a volantinaggi e sit-in, innalzamento della bandiera palestinese e molto altro
ancora. 47
Le condizioni delle detenute all'interno delle carceri israeliane sono, a dir poco,
disumane, dalle scarse condizioni igienico-sanitarie, all'inadeguatezza delle cure mediche, al
sovraffollamento delle celle, all'impossibilità di proseguire gli studi superiori (cosa che agli

45 http://www.solidarity-us.org/node/3641 (14/11/2014)
46 http://www.infopal.it/donne-palestinesi-nelle-carceri-israeliane/ (17/11/2014)
47 Antonius Soraya, “Prisoners for Palestine: A List of Women Political Prisoners” in Journal of Palestine
Studies, Vol. IX N°.3, 1980, pp 30, 48

18
uomini, invece, è permessa), alla violazione dei loro diritti per non parlare, poi, dei
maltrattamenti che queste subiscono tutti i giorni. Capita spesso che le donne siano obbligate
a partorire all'interno delle celle, con le catene ai piedi, come se in quel frangente possano
esser pericolose o magari possano essere in grado di scappare.
«The UN Development Fund for Women (UNIFEM) said that eight pregnant Palestinian
prisoners gave birth inside jail, 31 women prisoners were not allowed to take care of their
babies, six women prisoners were deprived of family visits, and eight women prisoners were
diagnosed with severe psychological problems».48
Durante gli interrogatori le donne sono vittime di torture psicologiche e fisiche, di molestie
verbali e sessuali e di stupri. Tramite queste violenze, che talvolta vengono riprese per mezzo
di fotocamere o di videocamere, si vogliono obbligare le donne a confessare qualsiasi cosa,
anche reati che queste non hanno compiuto (è capitato più volte che le donne siano state
obbligate a firmare delle confessioni messe per iscritto dagli stessi poliziotti israeliani). Questi
abusi hanno anche la funzione di deterrente per impedire ai palestinesi di prendere parte alla
resistenza all'occupazione.
Non è certo una novità che Israele cerchi, anche in questo caso, di far leva sul concetto
di onore; sono emerse, specialmente negli ultimi anni, confessioni di donne che si espongono
dichiarando le violenze cui sono state sottoposte nelle carceri; non è raro che queste vengano
denudate o violentate proprio di fronte al padre, al fratello o al marito. Disonorandole sotto gli
occhi della famiglia stessa e facendole inoltre passare come terroristi, le autorità israeliane
auspicano che le famiglie di queste tolgano loro ogni tipo di appoggio e le condannino. 49 E'
risaputo: in queste circostanze l'appoggio di un familiare per qualsiasi detenuto è
estremamente importante, anche solo a livello psicologico.
«The first time they stripped me and threw me on the floor, the room was full of men -
civilians and soldiers. They laughed at my nakedness and kicked me, beat me with sticks,
pinched me all over, especially on the breasts; my body was covered with bruises. Then they
got a wooden stick, not a smooth one, and pushed it into me to break the hymen. They brought
my father and fiance to see me. I lost consciousness and when I woke I was in another room,
lying on the floor with a blanket over my legs but my body still naked. They were questioning

48 Hasan Ibhais, Mariam Itani, Sami al-Salahat, The Suffering of the Palestinian Woman under the Israeli
Occupation, Beirut, 2009, pag 34.
49 Antonius Soraya, “Prisoners for Palestine: A List of Women Political Prisoners” in Journal of Palestine
Studies, Vol. IX N°.3, 1980, pp 29-52.

19
a young man, and were using me as a form of pressure to make him confess» 50

I.IV Le donne ed i comitati popolari

Gli anni '70 rappresentano un periodo di trasformazione per le donne palestinesi e per la loro
mobilitazione politica.
Questo passaggio ha sicuramente facilitato un cambiamento della forma mentis di molte
donne; non si tratta solamente di aver raggiunto una maggior emancipazione ed indipendenza
economica ma anche di avere sviluppato un livello più alto di politicizzazione e di coscienza
critica tramite il confronto con altre donne che si trovano ad affrontare situazioni molto simili.
La perdita di terre e la necessità di provvedere al sostentamento economico della famiglia,
vista l'assenza degli uomini, ha fatto sì che le donne abbandonassero il lavoro nei campi o
nelle case a favore di quello salariato. Ulteriori passi in avanti verso la mobilitazione delle
donne vengono favoriti sia dall'inaugurazione del sistema universitario palestinese nel 1972
(momento di svolta perché prima di allora infatti non esisteva alcuna università né in
Cisgiordania né nella Striscia di Gaza), sia dalla concessione del diritto di voto femminile alle
elezioni comunali del 1976. Nei primissimi anni a frequentare i corsi universitari sono
soltanto coloro che appartengono alle classi d'élite ma in seguito, sul finire degli anni '70 e
l'inizio degli '80, circa il 70% degli universitari proviene dalle piccole città, dai villaggi e dai
campi profughi; è così che nascono le prime organizzazioni studentesche, caratterizzate da
un'ampia presenza femminile, che danno vita a vere e proprie mobilitazioni popolari. Enormi
passi in avanti si hanno anche per quanto concerne l'alfabetizzazione: il tasso di analfabetismo
femminile nella Striscia di Gaza scende dal 65% nel 1970 al 39% nel 1983, mentre in
Cisgiordania, nello stesso periodo di riferimento, il tasso di analfabetismo femminile scende
dal 75% al 37%.51
Questo cambiamento apporta una momentanea modifica strutturale della società perché si
verifica sia un abbassamento del tasso di fertilità che un innalzamento dell'età del matrimonio;
si tratta di una serie di cambiamenti che ha permesso alle donne di percorrere la strada verso
l'emancipazione e di accostarsi sempre più alla politica.52
50 Antonius Soraya, “Prisoners for Palestine: A List of Women Political Prisoners” in Journal of Palestine
Studies, Vol. IX N°.3, 1980, pp 48-49
51 Maria Holt, “Palestinian women, violence, and the peace process” in: Development in Practice, Vol. XIII, N°
2/3, 2003, pp 228-229
52 Silvia Carbone, “Le donne palestinesi e la partecipazione alla lotta di liberazione nazionale” in International

20
In questi anni continuano a permanere organizzazioni (sindacati, comitati studenteschi,
comitati di volontariato) in cui alle donne viene preclusa la possibilità di assumere qualsiasi
posizione di leadership ed in cui l'istanza di liberazione nazionale continua ad aver priorità su
quella dell'emancipazione femminile. Inoltre le associazioni caritatevoli, esistenti fin dalla
prima metà del '900, non fanno alcun passo avanti; benché continuino ad offrire aiuti
specialmente alle donne più bisognose, non si pongono il problema di fornire loro gli
strumenti necessari per inserirsi autonomamente ed attivamente nelle dinamiche politico-
sociali. Quindi, in risposta a ciò, alcune attiviste istituiscono dei nuovi tipi di organizzazioni
con l'obiettivo sia di organizzare le masse nei territori occupati sia di far fronte all'assenza di
figure femminili delle classi più povere.
In occasione della Giornata Internazionale della donna, l'8 Marzo del 1978 nasce a
Ramallah, in Cisgiordania, per mano di donne della piccola borghesia e appartenenti ai
movimenti studenteschi e di volontariato, il “Women's Work Committee” (WWC, comitato di
lavoro delle donne); nel comitato vengono presi in considerazione tutti i problemi che
riguardano le donne lavoratrici (comprese quelle che lavorano nei campi dei villaggi), le
studentesse e le casalinghe. Ciò viene fatto soprattutto con lo scopo di spingere le donne ad
unirsi al movimento per arrivare ad un'unione femminile che vada al di là dell'appartenenza
di classe; si vuole dunque passare da un movimento prettamente elitario ad un movimento
popolare. Questo operato ha molto successo perché in circa un anno di attività riesce ad
entrare in contatto non solo con le donne che vivono nelle principali città, ma anche con
quelle nei villaggi e nei campi; nascono, in seguito, anche altri comitati che si uniscono con
quello centrale di Ramallah 53 I comitati fin da subito devono fronteggiarsi con la diffidenza di
molti mariti che si oppongono alla partecipazione alla vita pubblica e politica delle mogli.
«We formed the Committee because the older societies did not encourage working women.
They only give money and services, don't have development projects, don't try to change
consciousness. We go to women, try to involve them in social and political activities». 54 Il
“Women's Work Committee” fin dalla sua origine dà priorità al nazionalismo nei territori
occupati e duranti gli anni '80 si scinde in quattro diversi comitati, i quali rispecchiano la
divisione politica esistente all'interno del movimento di liberazione nazionale palestinese.
journal of gender studies, Vol II, N° 4, 2013, pp 188-189
53 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pag 132
54 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pag 133

21
Ognuno dei quattro nuovi comitati femminili è affiliato ad uno dei partiti che si trova sotto
l'ombrello dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina; da una parte si trova “Fatah”
e dall'altra i tre partiti di orientamento marxista: il “Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina” (FPLP), il “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina” (FDLP), il
“Partito Comunista Palestinese” (PCP, divenuto in seguito il Partito del Popolo Palestinese,
PPP).
La componente maggioritaria del “Women's Work Committee”, affiliata al “Fronte
Democratico”, nel 1981 prende il nome di “Palestinian Federation of Women's Action
Committees” (FPWAC), Federazione palestinese dei comitati d'azione delle donne; nel 1980
nasce la “Union of Palestinian Working Women's Committees” (UPWWC, Unione dei
comitati delle donne lavoratrici palestinesi) che si avvicina alle posizioni del Partito
Comunista Palestinese; nel 1982 viene istituita la “Union of Palestinian Women's
Committees” (UPWC), Unione dei comitati delle donne palestinesi che è affiliato al “Fronte
Popolare” ed infine nel 1982 viene fondato il “Women's Committee for Social Work”
(WCSW), il Comitato delle donne per il lavoro sociale, che appoggia il programma politico di
“Fatah”.55

I.V I comitati: struttura ed operato

Nonostante le differenze politiche, tutti i comitati delle donne, oltre a far propria la causa
nazionale, sono organizzazioni di massa e popolari che partono dal presupposto di voler
raggiungere l'eguaglianza di genere a livello culturale, sociale, politico ed economico e
cercano di offrire alle donne tutti gli strumenti a loro necessari per poter partecipare
dinamicamente alla vita pubblica e politica. Un altro degli obiettivi primari, che i nuovi
comitati si sono prefissi, è quello di raggiungere gli strati più poveri della società, tra cui le
donne dei piccoli villaggi e dei campi profughi; per questo motivo la quota associativa che
viene istituita è molto bassa, o talvolta inesistente, così da rendere l'organizzazione accessibile
a tutte indistintamente. Mentre le precedenti associazioni caritatevoli sono formate perlopiù
da donne di famiglie benestanti, ovvero le uniche che godono di un benessere economico tale

55 Joost R. Hiltermann, “Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3, 1991 pp 49-50 ed Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale",
terrelibere.org, http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pp
39-40.

22
da fornire loro del tempo libero per potersi occupare di attività sociali e politiche, i nuovi
comitati agiscono su più piani al fine di includere nelle loro agende tutte le donne, andando
così ad annullare i confini di classe.
Sul piano politico, i comitati conducono, in genere, attività a carattere nazionalistico:
dalle visite e supporto pratico alle famiglie dei detenuti, ai raduni ed alle manifestazioni.
Sul piano sociale vengono messi a disposizione servizi che in parte vengono offerti
anche dalle associazioni caritatevoli per riuscire a colmare il vuoto lasciato dal governo di
occupazione militare: corsi di alfabetizzazione, corsi di cucito, lavoro a maglia, ricamo, asili
nido, scuole materne ed alcuni corsi di formazione professionale.
Sul piano culturale invece si hanno concerti di musica, spettacoli teatrali e balli
tradizionali come mezzo di espressione creativa ed artistica.
Infine sul piano economico, uno degli obiettivi fondamentali è quello di offrire alle
donne alcuni mezzi che le possano aiutare a raggiungere autonomia ed indipendenza
economica; si tratta di un passo fondamentale sulla via per l'emancipazione femminile.
A questo proposito i comitati hanno tentato di trovare dei meccanismi tali da poter migliorare
le condizioni economiche dei membri ed, infatti, hanno provveduto alla messa in commercio
di beni nazionali di produzione locale senza fini di lucro. Ovviamente ogni iniziativa di tipo
economico è molto più impegnativa da realizzare rispetto ad altre, visto il dominio economico
di Israele sopra i territori occupati.
Tutte queste attività sono necessarie al perseguimento di obiettivi intermedi fondamentali per
il raggiungimento di un obiettivo maggiore: la sensibilizzazione, la politicizzazione e la
formazione di una coscienza critica di tutti i membri. 56
Ogni comitato è caratterizzato da una struttura decentralizzata e democratica ed è
responsabile dei propri progetti e delle proprie attività locali; è parte di una rete nazionale in
cui partecipa tramite l'elezione di un rappresentante del comitato regionale, il quale a sua
volta ha il compito di eleggere il comitato esecutivo e direttivo nazionale. Nonostante la rete
dei comitati abbia una struttura verticistica, le idee che concernono l'operato futuro emergono
sia dal basso, ovvero dai comitati locali, sia dall'alto, quindi da quello nazionale. 57 Ciascun
comitato lavora singolarmente ed indipendentemente dagli altri, a parte alcuni casi; per

56 Kitty Warnock, Land Before Honour, Palestinian Women in the Occupied Territories, Londra, 1990, pp 166-
168
57 Kitty Warnock, Land Before Honour, Palestinian Women in the Occupied Territories, Londra, 1990, pag
166.

23
esempio quando si tratta di organizzare determinati eventi come manifestazioni o scioperi, si
ha una coordinazione del lavoro dei quatto comitati.
Queste nuove organizzazioni rappresentano un punto di riferimento all'interno del
movimento di resistenza all'occupazione militare israeliana e sono luoghi fondamentali da cui
far partire una mobilitazione popolare e di massa. Nell'arco di pochi anni si ha, infatti, un
enorme incremento del numero di donne che si impegnano all'interno dei comitati di lavoro
delle donne:
- la Palestinian Federation of Women's Action Committees nel 1987 conta ben 6.000 donne
ed è ramificata in 188 comitati locali, tramite cui svolge le varie attività sul territorio;
- la Union of Palestinian Working Women's Committees nel 1987 è costituita da 2.000 donne
e 63 organizzazioni;
- la “Union of Women's Committees for Social Work” è caratterizzata, sempre nel 1985, da 22
comitati e 750 donne;
- la “Union of Palestinian Women's Committees” nel 1984 conta 950 donne e 37 comitati. 58
I comitati inoltre ritengono che la diseguaglianza di genere sia frutto delle varie forme
di sfruttamento, quello economico, politico, sociale e culturale, per cui la parità dei sessi può
esser conquistata solo dopo il superamento di queste. La “Palestinian Federation of Women's
Action Committees” è, in questo periodo, l'organizzazione più importante ed influente ed ha
l'obiettivo sia di mobilitare le donne all'interno del movimento di liberazione nazionale sia di
migliorare lo status femminile; a questo riguardo unisce i due propositi arrivando ad affermare
che la condizione necessaria affinché si verifichi la liberazione delle donne è la liberazione
nazionale,59 per cui le donne in prospettiva della loro libertà futura, devono partecipare al
movimento di liberazione della Palestina.
La Union of Palestinian Working Women's Committees parte dal presupposto di voler
reclutare soprattutto le donne lavoratrici che ritiene debbano liberarsi da un triplice fardello
oppressivo poiché: sono oppresse come cittadine palestinesi sottoposte all'occupazione
militare israeliana; sono oppresse in quanto donne che si trovano ad agire e a vivere in una
società di stampo maschilista e patriarcale; sono oppresse e sfruttate come lavoratrici
salariate.
58 Souad R. Dajani, The Intifada, Centre for Hebraic Studies, University of Jordan 1990, pag. 52 cit. in
Melinda M. Cohoon, “Palestinian Women of the Intifada: the Women's Committees, 1987-1988”,
Undergraduated Honors Theses, 2014, pag 12.
59 Frances S. Hasso, “Feminist Generations? The Long‐Term Impact of Social Movement Involvement on
Palestinian” in American Journal of Sociology, Vol. CVII, No. 3, Novembre 2001, pp. 590-591

24
Differentemente dalla “PFWAC” che subordina l'istanza di genere a quella nazionale,
la “UPWWC” considera il raggiungimento dell'uguaglianza di genere come parte costitutiva e
non secondaria della lotta per l'autodeterminazione del popolo palestinese; ritiene anche che le
organizzazioni femminili siano agenti necessari per un cambiamento progressivo all'interno
dei territori occupati. 60
«Women need to use more energy and strength to fight for their rights. It is the task of
women's organisations now to make more united actions, and to participate effectively in all
fields, especially politically. We must speak to more women, to raise their awareness so that
we are able to participate effectively in the liberation movement. . . . We will not progress or
improve our situation until the occupation is ended. Because nothing is developing,
everything is going backwards».61
La Union of Palestinian Women's Committees differisce dai due precedenti comitati
per la posizione che assume all'interno del movimento nazionale e per l'importanza che dà alla
lotta per i diritti delle donne; l' “UPWC” è un'organizzazione popolare e sindacalista che ha
l'obiettivo di reclutare le donne nei territori occupati e di aiutarle ad accrescerne l'identità
economica, politica, sociale e culturale. Solo dopo che le donne hanno acquisito una maggior
politicizzazione e coscienza critica sono pronte ad organizzarsi ed inserirsi nel contesto di
lotta per la loro liberazione e per la liberazione della loro stessa società.

«We place the women's question before the national question. We focus all our activities on
bringing the women out of their homes to make them more self-confident and independent.
Once they believe in themselves, they will know that they can become leaders in any field they
choose, including the military field. So if a woman first gains her own rights by breaking
down her internal barriers, then in the house, and then in society at large, then after that she
will also be able to deal with the occupation. It depends completely on the woman herself, not
on her father or brothers. A woman cannot fight the occupation if she is not even convinced
that she has rights, for example the right to leave her house, for whatever reason».62

60 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pp 163-166 e/o Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione
nazionale", terrelibere.org, http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-
nazionale pp 39-40
61 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women's movement in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pag 166
62 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pag 168

25
Infine il quarto comitato femminile è il Women's Committees for Social Work che a
livello di attività è il più vicino alle associazioni caritatevoli; il suo compito è quello di
provare a mitigare le ardue condizioni cui sono costrette le persone che vivono sotto
occupazione tramite la distribuzione di vestiti, alimenti e medicine. Anche il “WCSW” spinge
le donne ad unirsi nella lotta per la liberazione della Palestina e cerca di accrescere la
coscienza di queste ultime, sia istituendo corsi di alfabetizzazione e di lettura sia facendole
uscire dall'ambito domestico per inserirsi in attività di carattere economico e sociale.
Diversamente dagli altri comitati, il Women's Committees for Social Work nel suo statuto ha
fatto riferimento al Corano e ciò può anche esser interpretato come un tentativo di attirare a sé
un numero maggiore di donne.
Tutto ciò dimostra come le reali differenze tra i quattro comitati non consistano
soltanto nella divergenza degli approcci alla questione femminile, ma anche nelle diverse
inclinazioni che ogni comitato assume nella politica nazionale. 63

I.VI Conclusioni

Alle donne palestinesi sono serviti alcuni decenni per essere in grado di affiancare all'istanza
di liberazione nazionale quella dell'emancipazione femminile; infatti le prime organizzazioni
che vengono istituite sono associazioni caritatevoli, perlopiù prive di una connotazione
politica. Ciò che emerge fin da subito è che a creare e dirigere queste organizzazioni sono
esclusivamente le donne che appartengono all'élite urbana, dal momento in cui sono le uniche
a poter contare su un elevato benessere economico che dà loro la possibilità di avere
sufficiente tempo libero per potersi dedicare ad attività sociali.
Le contadine, invece, è più probabile che si trovino a combattere fianco a fianco con
gli uomini nella Resistenza perché subiscono in prima persona le conseguenze negative
dell'immigrazione sionista, tra cui la perdita di terre in cui spesso sono cresciute ma,
soprattutto, in cui hanno sempre lavorato ed in cui hanno proiettato la loro libertà.
A partire dalla seconda metà del '900 sono sempre più le donne costrette, per una serie
di circostanze, a dover provvedere, da sole, alle proprie famiglie; oltre agli uomini morti nel
conflitto e a quelli detenuti, si ha pure un ingente massa di uomini che si trova a lavorare per

63 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pp 168-169

26
Israele e ad essere sfruttato dall'emergente sistema economico sionista. Le donne, per fra
fronte a questa situazione, si trovano ad uscire dall'ambito domestico per entrare nel mondo
del lavoro salariato. L'uscita dalla sfera privata dà loro la possibilità di entrare in contatto e di
confrontarsi con altre donne, che si trovano anch'esse in situazioni molto simili; grazie al
dialogo ed allo scambio di opinioni aumenta la politicizzazione e la coscienza critica di molte.
A partire dagli anni '70 del '900 si ha un grande cambiamento grazie all'inaugurazione
del sistema universitario che in pochi anni vede aumentare la quota degli iscritti; all'inizio
degli anni '80 circa il 70% degli universitari proviene dalle piccole città, dai villaggi e dai
campi profughi; in questo nuovo contesto nascono le prime organizzazioni studentesche che
vedono un'ampia presenza femminile. E' proprio in questo periodo che nascono i comitati
popolari femminili. Questi sanciscono un momento di rottura con le precedenti associazioni
caritatevoli perché non si limitano a fornire aiuti ma provvedono al miglioramento delle
condizioni politiche, economiche, sociali e culturali delle donne. Viene superato il mero
assistenzialismo; adesso alle donne vengono forniti gli strumenti per permettere loro di
partecipare autonomamente alla vita pubblica e politica. L'obiettivo è quello di formare una
coscienza critica perché le donne riescano ad affiancare all'istanza di liberazione nazionale
anche la questione dell'emancipazione femminile. In una società patriarcale sottoposta
all'occupazione militare di Israele, le donne non sono soltanto le vittime passive, come molto
spesso vengono dipinte, ma sono attori fondamentali sia per il progresso sociale sia per la
resistenza all'occupazione. Per sciogliersi dalle catene in cui sono legate, devono lottare non
solo per la liberazione della Palestina ma soprattutto per la loro stessa liberazione; per il
riconoscimento dei loro diritti e per una reale parità dei sessi. Proprio per questo motivo,
alcuni comitati come la Union of Palestinian Working Women's Committees e la Union of
Palestinian Women's Committees ritengono che la questione di genere non possa né debba
assumere una posizione di subalternità rispetto alla causa nazionale poiché ne è parte
integrante e costitutiva.

27
Capitolo II

Caratteristiche e composizione eterogenea del movimento delle donne impegnato


nella lotta di liberazione nazionale palestinese

In Palestina le donne hanno sempre preso parte, in molteplici modi, alla lotta per la
liberazione nazionale ma l'importanza del loro ruolo, sia che questo si materializzasse nel
prendere parte attivamente alla vita politica o nel rendere popolare il movimento di
liberazione tramite il coinvolgimento di donne degli strati sociali più poveri nella militanza,
non sempre è stata riconosciuta o valorizzata.64
Le prime organizzazioni delle donne in Palestina nascono e si sviluppano attorno alla
questione nazionale e solo in un secondo momento, a partire dalla fine degli anni '60, grazie
anche al numero sempre maggiore di donne che hanno accesso ad un livello più alto
d'istruzione, fanno propria la questione di genere. A tal proposito realizzano che il fardello
oppressivo da cui devono liberarsi tramite la lotta è duplice: infatti non si tratta "soltanto" di
lottare contro l'occupazione israeliana ma anche contro una società ancora impregnata di
maschilismo e patriarcato. Per alcune donne, specie quelle appartenenti alla Union of
Palestinian Working Women's Committees, uno dei comitati nati alla fine degli anni '70 del
'900, si aggiunge una terza oppressione dalla quale devono liberarsi, che è quella dello
sfruttamento provocato dal lavoro salariato.
In un regime di occupazione militare dove, per le donne palestinesi, non vi sono
istituzioni di riferimento, la nascita dei comitati rappresenta un passo in avanti sia verso la
conquista dell'indipendenza economica, come vedremo soprattutto grazie alle cooperative
economiche femminili, sia verso l'acquisizione della consapevolezza dei diritti che spettano
loro in quanto cittadine ma anche in quanto donne.65 Il movimento delle donne, per poter
portare avanti le proprie attività, ha dovuto fin da subito fronteggiarsi con enormi difficoltà
poste sia dalla famiglia che dalla società più in generale; il fatto che queste abbiano iniziato a
prendere posizione riguardo alla questione di genere è stato percepito, all'esterno, come una
minaccia nei confronti dell'ordine sociale precostituito. Minaccia che non era stata avvertita
64 Amal Jamal, "Engendering State-Building: The Women's Movement and Gender Regime in Palestine", in
Middle East Journal, Vol. LV, N°2, 2001, pag 256.
65 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale, pag 44.

28
fintatoché le donne, con le loro attività politiche e sociali, avevano agito restando all'interno
dei confini della cornice nazionalista.
Dalla seconda metà del Novecento le donne palestinesi quindi, preso atto della loro
condizione, si pongono un ulteriore obiettivo: a prescindere dalla volontà di ottenere la libertà
della Palestina, sono molto più determinate di prima nel voler superare e rimuovere tutti
quegli ostacoli e restrizioni sociali a cui sono soggiogate. 66 Sono consapevoli dell'importanza
del proprio contributo alla vita politica palestinese e, per tale motivo, non vogliono che
questo forte apporto alla lotta venga attribuito esclusivamente alla componente maschile del
movimento di liberazione nazionale. Non vogliono delegare le istituzioni, quali per esempio
l'OLP, ma vogliono essere esse stesse le artefici di un reale cambiamento. Vogliono andare a
ricoprire posizioni di leadership per poter porre l'istanza di genere al centro del dibattito
politico e per chiedere riforme volte ad un miglioramento del loro status; si tratta di necessità
troppe volte accantonate a causa della centralità assunta dalla questione nazionale e, perciò,
poste in secondo piano.
«...the struggle for our rights as workers and as women should start now or we'll end up with
another bourgeois state and another kind of regime that will oppress women and the working
class. It all has to go side by side».67
Considerato però che una gran parte delle donne che prende parte alla Resistenza, opera nel
settore sociale, il numero di quelle che occupano cariche di leadership è estremamente basso e
si tratta di donne perlopiù appartenenti alle classi medio-alte della borghesia, che quindi
perseguono interessi non generalizzabili alla totalità delle donne. La spiegazione per cui sono
soltanto le donne delle élite urbana a ricoprire le posizioni più prestigiose è data dal fatto che
queste ultime godono di un elevato livello di istruzione, necessario a sviluppare determinate
capacità organizzative ed amministrative. Preso atto, inoltre, dell'assenza di una struttura
statale palestinese indipendente, le donne sono sempre più consapevoli del fatto che le loro
necessità e richieste molto spesso si traducono in un nulla di fatto.68 Come se ciò non bastasse,
la leadership del movimento di Resistenza, in questo contesto, cerca di eludere ogni azione da

66 Amal Jamal, "Engendering State-Building: The Women's Movement and Gender Regime in Palestine, in
Middle East Journal, Vol. LV, N°2, 2001, pag 261.
67 Cit. In Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: Labour and women's movement in the occupied Territories,
New Jersey, Princeton, 1991, pag 165 e in Philippa Strum, The women are marching: the second sex and the
palestinian revolution, Chicago, 1992, pag 67.
68 Julie Peteet, "No going back? Women and the Palestinian Movement", in Merip Report, Middle East
Research and Information Project, Vol. XVI, Gennaio/Febbraio 1986, Url:
http://www.merip.org/mer/mer138/no-going-back

29
parte delle donne che possa andare in un qualche modo a minare il movimento stesso
cercando di contrastarne la struttura patriarcale.
Per ovviare a questa serie di carenze e perseguire uno sviluppo sociale, è fondamentale
che il movimento femminile riesca ad avvicinare e ad aggregare un numero maggiore di
donne e che, per far ciò, riesca ad essere il più unito possibile. Non è certamente un compito
facile a cui adempiere perché, oltre al fatto che la percentuale di donne presenti all'interno dei
comitati femminili è molto bassa, occorre tenere in considerazione anche l'eterogeneità
intrinseca a questo movimento. Eterogeneità non determinata soltanto da fattori di tipo
religioso o di classe, ma anche dal fatto che, dopo l'esodo palestinese del 1948 69 e, più in
particolare, dopo l'occupazione israeliana nel 1967, conseguenza diretta della Guerra dei Sei
Giorni, tutti i palestinesi hanno subìto un'ulteriore dispersione e, a livello politico, questo è
stato causa di frammentazione. Perciò, ai plurimi ostacoli, si è venuto ad aggiungere anche
quello geografico. Tra le donne palestinesi soltanto alcune sono rimaste nei Territori Occupati,
molte altre si sono ritrovate, invece, a svolgere attività politiche in esilio, come per esempio
nei campi profughi situati in Libano, in Giordania ed in altri paesi arabi. La naturale
conseguenza di questa situazione è stata che le donne si sono trovate a dover organizzare la
militanza politica ex novo ed a ricostruire dalle fondamenta ogni associazione caritatevole al
fine di poter elargire assistenza a tutte quelle che si trovavano ad affrontare questa situazione
drammatica.70
Nel 1948 alcune donne di Gerusalemme, tra cui Hind al-Husayni, si sono trovate di
fronte ad una situazione alquanto tragica, che, se non fossero riuscite a conciliare tutti i loro
sforzi, probabilmente non sarebbero state in grado di affrontare; infatti, in seguito al massacro
del 9 Aprile 1948, presso il villaggio arabo palestinese di Deir Yassin 71, vicino a
Gerusalemme, per mano di due organizzazioni paramilitari ebraiche, Irgun e Lehi, che
provocò ben 250 vittime72, le donne hanno dovuto creare dal nulla una nuova associazione per
ottenere i fondi necessari ad istituire un orfanotrofio, la "Arab Children's Home" 73, per i

69 http://nena-news.it/nakba-oltre-66-anni-di-colonizzazione-continua/ (18/12/2014)
70 Julie M. Peetet, Gender in crisis, Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991,
pp 60-61 e Kitty Warnock, Land Before Honour, Palestinian Women in the Occupied Territories, Londra,
1990, pag 160.
71 In arabo è Dayr Yāsīn
72 http://www.senzasoste.it/le-nostre-traduzioni/perche-non-si-dimentichi-il-massacro-di-deir-yassin-9-aprile-
1948 (19/12/2014)
73 Julie M. Peetet, Gender in crisis, Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991,
pag 61.

30
cinquantacinque74 bambini rimasti senza genitori e parenti. Si tratta di bambini che avevano
subìto anche dei traumi psicologici in quanto spettatori delle morti crudeli che avevano
colpito i loro cari.
Nel periodo successivo alla prima guerra arabo-israeliana (1948), sono state create
nuove associazioni con fini assistenzialistici e di soccorso verso tutti i rifugiati in supporto
alla Croce Rossa fino a che non è stata fondata l'UNRWA, United Nations Relief and Works
Agency for Palestine Refugees in the Near East, istituita dall'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite con la Risoluzione 302 dell'8 Dicembre 1949 ed attiva dal I Maggio del 1950. 75
Inoltre, le donne ancora appartenenti alla "Palestine Women's Union", istituita nel 1921, e alla
"Arab Women's Executive Commettee" del 1929 si organizzano nuovamente per essere attive
e offrire il proprio aiuto in Libano, Siria, Striscia di Gaza, Cisgiordania e Giordania.
«I was so broken down and dispirited at first that i didn't want to see anyone or go
out. Following the disaster, both the Lebanese Women's Union and the Red Cross looked after
the refugees and did social work with them. I thought this wasn't right. Many of the
Palestinians who came here were rich and had previously been active. So i said, "Why don't
we do something?" I called a meeting and we formed a Palestinians Committee. We began by
working in the camps alongside the Red Cross and Lebanese relief organizations. For about
two years we worked in this way, and then we thought we should reorganize the Palestine
(Arab) Women's Union. We put an appeal on the radio for Palestinian women to form an
union. We were able to gather women from all the cities of Palestine who had previously
worked in the union, and we elected an Executive Committee. We maintained contact with the
union in Jerusalem; we were the Lebanese branch of the Palestine (Arab) Women's Union
and Zlikhah al-Shahabi was still its president at that time. We called ourselves the Palestine
(Arab) Women's League».76
Come è logico che sia, questa serie di fattori divergenti insiti nel movimento delle
donne, dalle distanze geografiche alle differenze religiose e politiche, di età, di classe etc.., ha
fatto sì che uno degli unici punti di convergenza tra le varie associazioni, organizzazioni e

74 Chareen Stark, “The legacy of Hind al-Husseini” in Washington Report on Middle East Affairs, pp 19- 20.
75 http://www.unrwa.org/who-we-are (19/12/2014); l'UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e
l'Occupazione dei profughi palestinesi, nasce nel 1949e si pone l'obiettivo di fornire aiuti e soccorsi umanitari
diretti a tutti i rifugiati palestinesi che hanno perso le case e tutti i loro beni durante ed in seguiro al primo
conflitto arabo-israeliano e che si trovano a vivere in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di
Gaza..
76 Cit. In Julie M. Peetet, Gender in crisis, Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991,
pag 61.

31
comitati locali fosse proprio quello della liberazione nazionale.
E' difficile conoscere il numero esatto di donne che si sono avvicinate ai comitati
anche a causa del fatto che, dopo una serie di raid compiuti dalle Forze di difesa israeliane, tra
cui arresti di volontarie o leader delle associazoni, molti comitati hanno cessato di tenere, in
via precauzionale, i registri delle partecipanti per timore di potenziali rappresaglie israeliane.
Ciononostante è stata fatta una stima da parte di alcuni studiosi palestinesi e la situazione
emersa è la seguente: in Cisgiordania, tra la fine degli anni '80 e l'inizio della prima Intifada,
le donne appartenenti ai comitati erano circa il 2-3%, quelle che usufruivao dei servizi messi a
disposizione da tali comitati costituivano circa il 10%, mentre quelle coinvolte soltanto in
alcune delle molteplici attività rappresentavano approssimativamente il 20%. 77 Anche se tale
valutazione è relativa esclusivamente alle donne attive in Cisgiordania, è evidente come il
numero delle palestinesi che aveva la possibilità di impegnarsi nel settore politico-sociale
fosse piuttosto basso.

II.I Fattori che influenzano la partecipazione delle donne

Come è già emerso nella parte precedente, le donne Palestinesi, dalla seconda metà del '900,
prendono in mano le redini di quella che può esser definita una "lotta nella lotta"; si tratta
della lotta per l'autodeterminazione femminile in opposizione al ruolo subordinato che la
società patriarcale continua ad attribuire loro. La discriminazione di genere non si manifesta
soltanto nelle aree conservatrici della società ma, talvolta, anche in quelle più progressiste,
come in alcuni dei movimenti che si rifanno ad ideali marxisti-leninisti. Differentemente da
quanto poi accade nella realtà, la totalità dell'immaginario sociale e culturale continua a
dipingere le donne ai margini del conflitto, riconoscendo loro la sola funzione di aiuto e
supporto agli uomini combattenti.
«E gli esempi di “ridimensionamento” dei ruoli rivoluzionari di donne in contesti di conflitto
armato sono anche molto più vicini a noi: basti pensare alla frequente riduzione da parte di
media e opinione pubblica a “compagna di”, “sorella di”, “supporto di” delle militanti di
organizzazioni che scelsero la lotta armata come pratica di conflitto (...) »78
Gli ostacoli che queste si trovano a dover superare sono plurimi ed hanno un duplice effetto

77 Philippa Strum, The women are marching: the second sex and the palestinian revolution, Chicago, 1992, pp
66-67.
78 http://www.noisaremotutto.org/2014/12/22/non-so-se-questo-sia-eroismo-o-no/ (24/12/2014)

32
negativo: non vanno soltanto a contrastare la coesione interna al movimento femminile ma
talvolta anche la partecipazione stessa di molte donne alla vita politica. Qui di seguito
verranno accennati brevemente ed in maniera generica molti di quei fattori che influiscono
sulla partecipazione delle donne alla vita politica palestinese e, in un secondo momento alcuni
di questi saranno trattati più approfonditamente.
Parlando per esempio del ruolo della famiglia, una delle poche istituzioni sociali
estremamente solide in Palestina, è evidente, anche solo ad intuito, quanto questa influenzi
notevolmente la scelta delle donne per ciò che concerne l'attivismo politico. Basti pensare alle
differenze, che emergono nell'ambito politico, tra una donna sposata ed una nubile oppure tra
una con figli piccoli a cui badare ed una senza.
I fattori religiosi sono altrettanto caratteristici: le donne cristiane e quelle musulmane
portano avanti la resistenza fianco a fianco ma usando approcci diversi; le donne cristiane, ad
esempio, lavorano perlopiù in organizzazioni caritatevoli ed in scuole religiose situate nelle
città, mentre quelle musulmane forniscono istruzione nelle aree rurali. Le stesse scuole
cristiane accentuano le differenze, in questo caso di classe, perché tendono ad offrire
trattamenti migliori a quelle bambine e ragazze le cui famiglie dispongono della facoltà
economica per pagare la scuola rispetto a quelle che invece sono le destinatarie dei vari
servizi sociali e caritatevoli, tra cui vi è appunto l'istruzione.79
Il sistema economico, che sta alla base della stratificazione sociale, è anch'esso in
buona parte responsabile della partecipazione o dell'assenza delle donne nella lotta (quelle
appartenenti alle classi più alte sono facilitate dai soldi e dal tempo libero a disposizione per
dedicarsi alla vita politica palestinese) e, nel caso della partecipazione, è responsabile dei
diversi approcci che queste possano adottare (dalle attività di assistenzialismo, proprie delle
donne borghesi, alla lotta armata delle contadine).
Il fattore della dispersione geografica va a minare direttamente l'unione del movimento
femminile perché, come già accennato in precedenza, molte donne si trovano nella situazione
di dover creare nuove associazioni od organizzazioni nei diversi campi profughi in cui i
palestinesi sono disseminati a causa della prima guerra arabo-israeliana.
Anche gli elementi politici, come si è manifestato chiaramente nel caso dei comitati
nati alla fine degli anni '70, hanno rappresentato un forte impedimento per la coesione del

79 Laura Robson,“The Making of Palestinian Christian Womanhood: Gender, Class, and Community in
Mandate Palestine” in Journal of Levantine Studies, Vol. IV, N°. 1, Estate 2014, pag. 50.

33
movimento femminile. Infatti in base all'affiliazione delle donne ai diversi schieramenti
politici, cambia l'ordine delle priorità politiche all'interno di ciascun comitato.80
II.I.1 Influenze della famiglia

In una società in cui le istituzioni statali sono alquanto deboli ed il potere di queste è
contrastato dalle pressioni esterne di Israele, quella familiare diviene un'istituzione sociale
cruciale. Il vincolo esistente tra la famiglia araba palestinese e la donna è estremamente forte.
Lo dimostra il fatto che questa venga considerata la depositaria dell'onore familiare e, non a
caso, la sessualità femminile è sottoposta sia al controllo diretto che alla protezione dell'uomo;
sia che si tratti del proprio marito, del padre oppure del fratello. E' infatti una questione di
vitale importanza quella di difendere l'onore della donna onde evitare che il disonore ricada su
tutta quanta la famiglia. Proprio per questo motivo, in seguito alla prima guerra arabo-
israeliana del 1948, che vede gran parte dei villaggi e delle strade palestinesi invase e
presidiate dai soldati israeliani, molti uomini si vedono costretti ad abbandonare le proprie
terre per trasferirsi altrove. Non è purtroppo raro, infatti, che le donne siano vittime di svariati
tipi di molestie, le quali sono sfruttate come tattiche di guerra, più che altro psicologica. Si
tratta di una strategia adottata per attaccare i legami basilari su cui si fonda la società per
sgretolarla.
«...vasti gruppi di donne stuprate, le quali, il più delle volte, proprio perché sono state
“contaminate” dai nemici nei periodi di violento conflitto etnico, non possono tornare alle
loro comunità di origine, se vero è che le donne vengono viste come territori sui quali
risiedono l’onore e l’infamia della collettività».81
Il motto che emerge in questo periodo e che ne rappresenta l'emblema è "honour
before land"; indice del fatto che per molti arabi palestinesi abbia acquisito molta più
importanza difendere le proprie donne da molestie e stupri e, di conseguenza, difendere
l'onore familiare e sociale, piuttosto che continuare a custodire le terre e le case. 82 Inutile

80 Joost R. Hiltermann, “Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3,, 1991 pp 49-50 ed Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale",
terrelibere.org, http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pp
39-40.
81 Ronit Lentin, “The Rape of the Nation: Women Narrativising Genocide” in Sociological Research, Vol IV
N°2, 1999, pag 157.
82 Kitty Warnock, Land before honour- Palestinian women in the occupied territories, Londra, 1990, pp 21-23
e Maria Holt,“Palestinian women, violence, and the peace process” in: Development in Practice, Vol. XIII,
N° 2/3, 2003, pp 225-226.

34
specificare che si tratti di una forte discriminazione di genere dove la donna viene ritenuta
l'oggetto alle dipendenze dell'uomo, la sua proprietà privata, alla cui protezione e salvezza
esso deve necessariamente provvedere.
Il legame tra la donna e la famiglia però non si esaurisce "soltanto" nel controllo del
suo corpo ma va ad intaccarne, negativamente o positivamente, anche la vita politica. Questo
significa che la famiglia può sia ostacolare che facilitare la partecipazione attiva alla vita
pubblica e sociale delle componenti femminili. Capita anche che alcune donne, nonostante il
dissenso espresso dalla famiglia, decidano di portare avanti segretamente le attività in cui si
sono impegnate; sicuramente è molto più probabile che le operazioni celate ai parenti siano
quelle militari piuttosto che quelle socio-culturali.83 Talvolta, tra le motivazioni che portano i
familiari a negare alle donne il permesso di agire, vi è persino il fatto che queste si possano
trovare ad interloquire con gli uomini al di fuori di ogni controllo; ciò farebbe di loro delle
"poco di buono" ed andrebbe ad incidere negativamente sulla reputazione dell'intera famiglia.
Ciò che è emerso dallo studio di alcune testimonianze è che, per quanto riguarda
l'opposizione alla partecipazione femminile alla vita politca, i padri sono molto più
intransigenti dei fratelli, mentre le madri tendono, talvolta, a sostenere l'operato delle figlie e
cercano più volte di intercedere presso i mariti.
E' stato riscontrato anche che la maggioranza delle donne a possedere il tempo
necessario per potersi dedicare alla vita politica è nubile; con il matrimonio aumenta, infatti, il
numero di donne che si trova costretto ad abbandonare il lavoro e l'ambiente politico.
Questo fenomeno si verifica sia a causa del fatto che alla routine preesistente si viene ad
aggiungere la cura della casa e dei bambini sia perché, talvolta, è proprio lo stesso marito a
non volere che la donna continui a svolgere le attività precedenti. 84 In poche parole il
matrimonio può sancire, in date circostanze, la reclusione alla vita domestica a spese degli
altri impegni. Alcune si oppongono a questo ruolo che è stato loro predestinato mentre altre la
pensano in maniera differente: «If a woman raises children she is contributing to the
Revolution one way or another».85
Nonostante gran parte delle donne attive siano giovani e single, anche alcune donne

83 Valentine M. Moghadam, Modernizing Women- Gender and Social Change in the Middle East, Boulder
Colorado, Maggio 2003, pp 135-136.
84 Valentine M. Moghadam, Modernizing Women- Gender and Social Change in the Middle East, Boulder
Colorado, Maggio 2003, pag 139.
85 Cit. In Valentine M. Moghadam, Modernizing Women- Gender and Social Change in the Middle East,
Boulder Colorado, Maggio 2003, pag 139.

35
sposate prendono parte a determinate attività; le affinità politiche, per esempio, possono far sì
che una donna decida di prendere in sposo un uomo delle sua stessa organizzazione; qualche
gruppo rivoluzionario infatti, contro le plurime costrizioni sociali, è favorevole all'unione
consensuale. In questo caso la donna non sarà necessariamente ostacolata ma anzi, potrebbe
essere sostenuta dal marito nella scelta di portare avanti gli studi, nel mantenere la sua
occupazione oppure il suo ruolo politico.86
Tra le donne sposate e quelle single affiorano alcune differenze nell'ambito
dell'attivismo: da una parte le ragazze single ottengono posizioni di leadership sia nell'ambito
amministrativo che in quello esecutivo, proprio perché godono di maggior tempo libero che
possono spendere a favore del movimento; dall'altra troviamo le donne sposate che
acquisiscono gran parte del potere e della legittimità dallo status del marito ed è in tal caso
probabile che queste ricevano l'appellativo "la moglie di". In molti casi si tratta di uomini
rinomati sia nell'ambito politico che in quello sociale, in quanto appartenenti alle classi
dominanti.87
In sintesi le donne che possono impegnarsi, senza troppe avversità, nell'ambito
politico-sociale sono quelle a cui la famiglia e, più nello specifico, i membri maschili di
questa, hanno lasciato maggior libertà di scelta e di azione.

II.I.2 Influenze della religione

Anche le religioni svolgono una funzione importante, non tanto nel determinare la
partecipazione o meno delle donne alla politica, quanto i differenti metodi di azione. Le due
principali religioni sono ovviamente quella musulmana, che è la predominante, e quella
cristiana, minoritaria. Sebbene al giorno d'oggi gli arabi cristiani in Palestina costituiscano
una percentuale davvero molto bassa, che ammonta a circa il 2% dell'intera popolazione, e
sebbene abbiano sempre rappresentato una minoranza nei confronti degli arabi musulmani,
nel periodo che si estende dal mandato britannico all'esodo del 1948, la percentuale di questi è
andata ad aumentare dal 10% al 18% per poi scendere particolarmente durante e dopo
l'esodo.88 Infatti con la Nakba, la catastrofe, degli oltre 700.000 palestinesi che abbandonano
86 Rosemary Sayigh, “Palestinian Women: triple burden, single struggle” in Peuples Méditarréens, N° 44-45,
1998, pp 247-267.
87 Ellen L. Fleischmann, The Nation and It's “New” Women: The Palestinian Women's Movement,1920-1948,
Londra, 2003, pp 145-148.
88 http://www.associazionelatorre.com/2012/04/i-cristiani-palestinesi-sotto-loccupazione/ (31/12/2014) e

36
la propria terra, circa 40-50 mila sono cristiani, che rappresentano un terzo della popolazione
cristiana palestinese.89
E' vero che i cristiani hanno sempre rappresentato una minoranza, ma, soprattutto negli
anni del mandato britannico, questo non si traduce in particolari discriminazioni di ordine
sociale. Infatti le famiglie cristiane appartengono perlopiù alle classi medie dei centri urbani
palestinesi: il vantaggio economico che ne deriva e quello di possedere un alto livello di
istruzione, logicamente, fanno in modo che molti cristiani si trovino a ricoprire sia cariche di
leadership sia altri ruoli in ambito esecutivo ed amministrativo. E' proprio per questo motivo
che sono gli stessi cristiani a determinare le scelte politiche. 90 Oltre all'ambito politico, gli
arabi cristiani sono artefici di alcuni programmi di sviluppo sociale. Conducono perlopiù
attività assistenziali e caritatevoli e promuovono la costruzione, nelle città, di molte scuole,
prevalentemente religiose e di impronta occidentale. Queste si rivelano, senza ombra di
dubbio, indispensabili ai fini dell'accrescimento del tasso di alfabetizzazione all'interno della
stessa comunità cristiana. L'accentuarsi del dislivello tra la percentuale di istruiti cristiani e
quella di istruiti musulmani spiega come mai, per esempio, i primi siano particolarmente
prominenti nei settori della medicina, del giornalismo e dell'insegnamento.
Qui di seguito sono riportati i dati relativi al sistema dell'istruzione arabo palestinese nelle
scuole statali ed in quelle private religiose tra il 1945 ed il 194691:

Scuole Insegnanti Allievi Allieve Totale allievi


maschi femmine
Scuole statali 514 2156 64536 16506 81042
(20,3%)
Scuole private 131 432 (cifre del n.d. n.d. 14649
musulmane 1944/1945)
Scuole private 182 1468(cifre del n.d. n.d. 29234
cristiane 1944/1945)

http://it.wikipedia.org/wiki/Arabi_cristiani (31/12/2014)
89 http://www.infopal.it/issa-devastanti-ripercussioni-della-nakba-sui-cristiani-della-palestina/ (31/12/2014)
90 http://it.wikipedia.org/wiki/Arabi_cristiani (31/12/2014)
91 Abdel-Latif al-Tibawi, Arab Education in Mandatory Palestine: A Study of Three Decades of British
Administration, Londra, 1956, pp 270-71 cit in Islah Jad, “Re-reading the British Mandate in Palestine:
Gender and the Urban rural Divide Trough Health Care and Education”, in International Journal of the
Middle East Studies,Vol. XXXIX N°.3, Aug. 2007, pag 338

37
Questa influenza degli arabi cristiani si protrae anche negli anni che seguono la fine
del mandato e lo si può riscontrare nell'alto numero di personalità di spicco dell'arena politica
palestinese di fede cristiana; giusto per citare alcuni esempi sia la leader della "Arab Women's
Organization", Matiel Mughannam, sia il fondatore del "Fronte Popolare per la Liberazione
della Palestina", George Habbash, che il fondatore del "Fronte Democratico per la
Liberazione della Palestina", Nayef Hawatmeh, sono cristiani.92
Per quanto riguarda il discorso femminile, le donne di fede cristiana frequentano
istituti religiosi privati dove, in seguito, esse stesse si trovano ad insegnare ed all'interno dei
quali cercano di diffondere la propria visione dell'identità nazionale palestinese. Queste donne
elaborano e divulgano una particolare idea del nazionalismo palestinese: moderno, urbano e
progressista. Inoltre le donne cristiane fondano molte organizzazioni tramite le quali svolgono
attività prevalentemente caritatevoli o assistenziali. La fede cristiana rimane una costante del
loro operato ed infatti tendono a riunirsi ed a fare assemblee all'interno delle proprie case,
nelle scuole religiose o addirittura nelle chiese.
Le donne di fede musulmana hanno, tendenzialmente, meno opportunità di quelle
cristiane, soprattutto nel campo dell'istruzione. Soltanto le ragazze con alle spalle famiglie
appartenenti all'élite urbana beneficiano del privilegio di frequentare le scuole cristiane. Le
altre, perlopiù provenienti dalle zone rurali, o frequentano, in tali luoghi, le scuole elementari
musulmane, i kuttabs93, o nel peggiore dei casi non ricevono alcun tipo di istruzione
scolastica.94 Questo rafforza non soltanto la già forte differenza di classe, che vede le ragazze
della borghesia frequentare istituti privati religiosi e di stampo occidentale (i quali nella
maggior parte dei casi preparano le ragazze a ricoprire determinati ruoli nel mondo politico),
ma accentua anche la differenza tra centro urbano e campagna. Nelle città è giustappunto
dominante l'istruzione cristiana mentre nelle zone rurali quella musulmana.
Le donne cristiane più volte dipingono le proprie attività od organizzazioni come se
fossero le uniche a svolgere un ruolo fondamentale nella costituzione di uno stato moderno
palestinese, nonostante le donne dell'élite musulmana e cristiana abbiano dichiarato un
impegno congiunto, dapprima contro le politiche del mandato britannico ed in seguito contro
92 http://www.palestinalibre.org/articulo.php?a=6154 e http://it.wikipedia.org/wiki/Nayef_Hawatmeh
(1/01/2015)
93 Con kuttabs si intendono le scuole elementari musulmane che insegnano ai bambini a leggere, scrivere, a
memorizzare i passi del Corano e ad imparare le credenza e le pratiche fondamentali islamiche. vd.
http://en.wikipedia.org/wiki/Maktab (1/01/15) e Juan Eduardo Campo, Encyclopedia of Islam, pag 438.
94 Laura Robson,“The Making of Palestinian Christian Womanhood: Gender, Class, and Community in
Mandate Palestine” in Journal of Levantine Studies, Vol. IV, N°. 1, Estate 2014, pp. 42-45

38
il sionismo. Inoltre queste sono sempre molto più visibili delle altre sia a livello sociale che
politico e cercano di porsi come le rappresentanti di un'identità nazionale palestinese
multireligiosa, progressista e tesa alla modernizzazione; in questo contesto è da notare che la
modernizzazione è intesa anche come occidentalizzazione. E' dunque evidente che le
differenze religiose sono alla base di diversi approcci alla partecipazione politica che hanno
costituito e costituiscono, se non un motivo di attrito, quantomeno un ulteriore ostacolo
all'omogeneità del movimento femminile.

II.I.3 La dispersione geografica ed i campi di rifugiati: dall'esodo del 1948

L'esodo del 1948 è responsabile non solo della dispersione geografica, di un netto
peggioramento delle condizioni di vita di centinaia di migliaia di palestinesi, ma anche della
frammentazione sociale e politica. I palestinesi infatti si trovano a vivere, come rifugiati, in
diversi paesi: chi nella Striscia di Gaza, chi in Giordania, chi in Cisgiordania, chi in Libano e
chi in Siria. Le donne iniziano ad istituire o provano ad istituire, un'altra volta, organizzazioni
o associazioni con finalità caritatevoli ed assistenziali per poter provvedere ai bisogni di gran
parte dei rifugiati. Le avversità politiche a cui devono far fronte sono plurime e lo dimostra il
fatto che, per esempio, presso la capitale siriana Damasco, Sadij Nassar95, leader dell' "Arab
Women's Committees" apre una diramazione della "Arab Women's Association"; questa però,
nel 1956, viene chiusa dal governo siriano. Alla "Women's Union" giordana il re Abdullah
pone come condizione obbligatoria per continuare a svolgere le attività di cambiare il nome in
"Jordanian Women's Union"; le donne per ovviare a questo problema, approvano lo
spostamento dell'unione in Libano nel 1951. Inoltre, alla leader Zuleikha Shihabi, fondatrice
della "Arab Palestinian Women's Union", è invece il governo giordano che nega il permesso
di prender parte alla "League of Arab Women's Unions" del 1953, a meno che essa non
partecipi come delegata giordana.96
In questo paese si viene a creare un forte legame di solidarietà nei confronti dei
95 Sadij Nassar è stata attivista in Palestina, specie negli anni del mandato britannico ed ha organizzato e preso
parte a molte dimostrazioni e scioperi; si è più volte impegnati nei programmi di assistenza dell' "Arab
Women's Committees volti alle famiglie di prigionieri e alle vittime di disturbi. Nel 1939 è vittima di una
detenzione amministrativa che dura 9 mesi, per mano del mandato britannico e, per questo, è considerata la
prima donna palestinese incarcerata durante la rivolta. Vd.
http://pastandfuturepresents.blogspot.it/2012_09_01_archive.html (2/01/2015)
96 Rosemary Sayigh, “Palestinian Women: triple burden, single struggle” in Peuples Méditarréens, N° 44-45,
1998, pp 247-267

39
palestinesi da parte della "Arab Women Federation", nata nel 1954; non a caso uno dei motti
di tale organizzazione, evidentemente impegnata anche in istanze di portata internazionale, è:
«equal rights and responsibilities, Liberating Palestine, and full Arab Unity »97.
Sempre qui molte sono le donne che entrano nell'ondata rivoluzionaria che precede la cacciata
dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Riescono a scavalcare i confini di
genere prendendo parte alle azioni militari ed essendo a tutti gli effeti quadri dell'Olp, tuttavia
continua a non venir presa in considerazione l'istanza femminile.98
Nonostante tutto si affermano anche periodi di grande fervore per quanto concerne le
attività socio-politiche condotte dalle donne; uno di questi è quello che si protrae dal 1970 al
1982 in Libano, periodo in cui si susseguono molte iniziative, alcune delle quali sono il frutto
di progetti di lungo periodo, altre invece si manifestano come la reazione a specifici momenti
di crisi. In seguito agli anni Settanta, però, si verifica un cambio di rotta nella politica del
movimento di resistenza palestinese, sempre in Libano, che cerca di deviare l'azione delle
donne dalla lotta armata alle attività sociali, amministrative, politiche e talvolta finanziarie
all'interno dei campi, creando una divisione di ruoli in base al genere. Sebbene ci sia questa
forte discriminazione di genere, non viene meno la cruciale importanza del ruolo politico e
sociale che ricoprono le donne in Libano. Queste diventano, infatti, gli unici punti di contatto
tra i singoli o le famiglie che vivono nei campi rifugiati e la sede centrale del movimento di
resistenza palestinese.
Nascono, sempre negli anni '70, nuove organizzazioni femminili di massa per
preparare e pianificare il lavoro delle donne operative nei campi rifugiati, ma che non
vogliono affiliarsi ad alcun partito politico. La prima ad essere istituita, nel 1978 in Libano, è
la "Democratic Women's Organisation"; negli anni a seguire ne nascono molte altre nella
maggior parte dei luoghi della diaspora palestinese.
Queste organizzazioni, che si articolano in vari comitati locali, nei campi, per le strade o nei
luoghi di lavoro, eleggono dei comitati principali fino ad estendersi al piano nazionale.
Le attività svolte all'interno sono plurime: dai centri di assistenza per le donne che lavorano,
ai corsi di alfabetizzazione e di lingua, agli eventi culturali.
Oltre ad erogare servizi socio-assistenziali, nell'ambito politico le donne hanno
l'obiettivo di accrescere la coscienza politica della comunità per riuscire a mobilitarla in
97 Ibtesam Al-Atiyat, The Women's Movement in Jordan: Activism, Discourses and Strategies, 2003, pag.57
98 Sherna Berger Gluck: “Palestinian Women: Gender Politics and Nationalism” in: Journal of Palestine
Studies, Vol XXIV, N° 3, 1995, pp. 6-7

40
supporto della Resistenza e, perciò, organizzano dei veri e propri incontri di approfondimento
politico, presso le case di persone comuni.99
Inoltre vengono pubblicati e distribuiti degli opuscoli sulle varie operazioni dirette dalle
donne anche in Siria, Giordania, Cisgiordania e Striscia di Gaza.100
Dal 1967 Cisgiordania e Striscia di Gaza, precedentemente sotto la rispettiva
amministrazione di Giordania ed Egitto, vanno a costituire i territori palestinesi occupati da
Israele. Qui l'attivismo femminile differisce da quello presente nei paesi arabi confinanti
perché sia l'Olp che la General Union of Palestinian Women, per poter sopravvivere, sono
costrette ad agire clandestinamente, onde evitare di incappare nella chiusura forzata da parte
delle autorità israeliane. Le donne si sono mobilitate in maniera autonoma attraverso la
fondazione di associazioni femminili volte al progresso politico e socio-culturale. Si sono
dovute impegnare per provare a colmare tutte quelle lacune nei servizi pubblici e sociali,
ereditate dall'inadeguata amministrazione sia del governo britannico che di quello giordano.
Non a caso, dal 1976, si stima che questo tipo di associazioni femminili, nella sola
Cisgiordania, abbia raggiunto più di trentotto unità.101
L'operato di queste si esplica nella costruzione di asili, orfanotrofi, centri di primo soccorso e
progetti finanziari per le famiglie più bisognose. Essendo però consapevoli dell'intento delle
autorità israeliane di smantellare queste associazioni e, di conseguenza, di impedire gli
interventi assistenziali, cercano di fornire alle donne gli strumenti necessari per poter
diventare economicamente autonome. L'obiettivo diviene, dunque, quello di condurre queste
donne al punto di essere in grado di sostentarsi senza doversi appoggiare necessariamente a
tali aiuti. Come già riscontrato in altre occasioni permane una grande carenza: le associazioni
mantengono il loro carattere urbano e sono dirette da donne delle classi più alte.
«The organizers were shocked by the realization that, with existing conditions of women's
lives, particularly in the villages and among the poor urban dwellers, it was impossible for
them to effectively mobilise women in the national struggle. Illiteracy, overwork, poverty,
economic dependence, the limited interests of women that result from all this and the general
low social status were crucial stumbling blocks. It was precisely this realization of the
Palestinian women's condition that precipitated the awareness for the need of women to
99 http://www.merip.org/mer/mer138/no-going-back (2/01/2015)
100 Rosemary Sayigh, “Palestinian Women: triple burden, single struggle” in Peuples Méditarréens, N° 44-45,
1998, pp 257-258
101 https://libcom.org/library/palestinian-women-triple-burden-single-struggle-
rosemarysayigh#footnote26_atdinw3 (3/01/2015)

41
organise around their own problems, and for the need to adopt specific programmes aimed at
the improvement of women's lot». 102
E' chiaro che, nonostante le immense avversità provocate dalle condizioni dei rifugiati,
le donne riescano a darsi da fare per tornare nuovamente operative mettendo in piedi molte
associazioni di tipo caritatevole, molte delle quali sono in condizione di mantenere contatti le
une con le altre. Il loro lavoro non si limita logicamente al "solo" ambito sociale, bensì si
estende anche a quello culturale ed a quello politico. La frammentazione e la dispersione dei
palestinesi in più campi rifugiati, situati in diversi luoghi e nazioni, va, però, ad ostacolare la
stessa unione del movimento femminile. Risulta talvolta impossibile mantenere legami
internazionali, specie per quanto riguarda la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, dove, come già
accennato, molte delle attività vengono condotte clandestinamente. E', inoltre, da tener
presente che l'istanza nazionale prevarica quella di genere e nel contesto del Libano, per
esempio, la liberazione del genere femminile viene vista nella sola ottica della liberazione
della Palestina. Come se non bastasse la condizione dell'esilio accresce l'esaltazione del ruolo
domestico e, soprattutto, di quello riproduttivo della donna.103
Negli anni le condizioni nei campi dei rifugiati continuano ad essere molto difficili
così come difficile è anche lo svolgimento delle attività politiche; i dati registrati dal 1948 ai
giorni nostri sono i seguenti:
In Libano si stima una presenza di circa 455.000 palestinesi, alcuni dei quali si trovano nei 12
campi profughi ufficiali Ein el-Hillweh, Wavel, Shatila, Nahr el-Bared, Rashidieh, Mieh
104
Mieh, Mar Elias, El Buss, Dbayeh, Burj Shemali, Burj Barajneh e Beddawi . Qui i
palestinesi vivono in condizioni drammatiche e non godono dei diritti civili e sociali, per
esempio non hanno diritto né alla cittadinanza né al lavoro essendo esclusi da decine di
professioni. Nei campi le condizioni sono allarmanti: povertà, sovraffollamento, scarse
condizioni igienico-sanitarie, carenza di infrastrutture, insufficienza di servizi e mancanza di
istruzione.
In Giordania, il paese che ha accolto il maggior numero di palestinesi, sono registrati
circa 2 milioni di rifugiati, molti dei quali godono del diritto di cittadinanza, di cui circa
370.000 vivono nei dieci campi profughi ufficiali: Zarqa, Talbieh, Marka, Souf, Jerash, Jabal
102 Cit.in Rosemary Sayigh, “Palestinian Women: triple burden, single struggle” in Peuples Méditarréens, N°
44-45, 1998, pp 247-267.
103 Sherna Berger Gluck: “Palestinian Women: Gender Politics and Nationalism” in: Journal of Palestine
Studies, Vol XXIV, N° 3, 1995, pag.7.
104 http://www.unrwa.org/where-we-work/lebanon/camp-profiles?field=15 (2/01/2015)

42
el-Husseim, Irbid, Baqa'a, Husn ed Amman New Camp.105
In Siria vivono circa 495.970 palestinesi, alcuni dei quali vivono nei campi profughi,
di cui solo nove sono riconosciuti come ufficiali dall'UNRWA: Homs, Hama, Jaramana, Khan
106
Dunon, Khan Eshieh, Neirab, Qabr Essit, Sbeineh e Dera'a . Qui i palestinesi godono di
molti diritti che spettano ai cittadini siriani, ma a livello di sviluppo sono molto più indietro.
In Cisgiordania si stimano 750.000 rifugiati, un quarto dei quali vive nei 19 campi
ufficiali: Tulkarm, Shu'fat, Nur Shams, Kalandia, Jenin, Fawwar, Jalazone, Far'a, Ein el-
Sultan, Dheisheh, Camp No.1, Beit Jibrin, Balata, Askar, Aida, Arroub, Aqbat Jabr ed
Am'ari.107 Anche qui le condizioni di vita dei rifugiati sono estremamente precarie; si tratta di
elevati tassi di disoccupazione, povertà e mancanza di cibo.
Nella Striscia di Gaza è registrato un numero di 1,240,082 di rifugiati palestinesi,
molti dei quali si trovano negli 8 campi ufficiali che sono: Nuseirat, Beach, Bureij, Deir el-
Balah, Jabalia, Khan Younis, Maghazi e Rafah.108 La situazione socio-economica è in
continuo declino e l'impoverimento non si ferma anche a causa del blocco sulle importazioni e
sulle esportazioni, che ha portato ad un'impennata dei prezzi. Portare avanti la lotta politica in
questa particolare circostanza risulta più difficile che mai.

II.I.4 Le differenze politiche

Tra i fattori che di per sé possono rappresentare una minaccia all'omogeneità ed alla coesione
di un movimento, vi sono sicuramente le differenti ideologie politiche. Anche all'interno del
movimento femminile per la liberazione della Palestina non mancano certamente le
affiliazioni ai diversi partiti politici e ciò crea forti divergenze tra i membri perché ogni
organizzazione ha una propria agenda con delle diverse priorità. Un esempio può esser fatto
per quanto riguarda la questione di genere: ogni gruppo politico infatti può decidere se dare
rilevanza a tale istanza oppure no e, nel caso in cui decida di dargliela, può attribuirle più o
meno rilievo rispetto ad altre tematiche. Questo fattore, però, non può non essere all'origine di
tensioni interne al movimento.
La "General Union of Palestinian Women", istituita nel 1965 ed appartenente

105 http://www.unrwa.org/where-we-work/jordan/camp-profiles?field=13 (2/01/2015)


106 http://www.unrwa.org/where-we-work/syria/camp-profiles?field=16 (2/01/2015)
107 http://www.unrwa.org/where-we-work/west-bank/camp-profiles?field=12 (2/01/2015)
108 http://www.unrwa.org/where-we-work/gaza-strip/camp-profiles?field=1 (2/01/2015)

43
all'"Organizzazione per la Liberazione della Palestina", in un primo momento opta per non
sollevare la questione di genere ed evitare, così, di porsi in contrasto fin da subito con
l'ideologia dominante, anche se tra gli obiettivi vi è quello di raggiungere l'uguaglianza tra i
due sessi. Inoltre, proprio per il fatto di essere riconosciuta come l'ufficiale rappresentante
delle donne palestinesi impedisce temporaneamente l'emergere dell'istanza femminile.
Sul finire degli anni '60 alcune ragazze delle classi medie, appartenenti ad Al-Fatah,
agendo per conto dei propri capi politici, assumono il controllo dell'organizzazione e ne
rimuovono il presidente con l'intento di rendere l'unione dominata proprio dal loro partito. 109
Sul piano politico si verificano immediatamente delle tensioni: mentre le fazioni a sinistra
dell'Olp riconoscono almeno l'importanza della questione di genere, Al-Fatah si concentra
principalmente sull'istanza della liberazione nazionale ponendo quella femminile in secondo
piano. Inoltre, dal momento in cui sono state le donne di tale partito politico ad assumere le
redini della General Union of Palestinian Women e poiché queste, piuttosto che incentrare
l'attività pubblica sulla cooperazione con le donne appartenenti ad altri partiti politici od
organizzazioni, fanno esclusivo riferimento ed affidamento alle guide del proprio gruppo,
l'unione dà eco esclusivamente al punto di vista ed all'analisi politica di Al-Fatah.
Negli anni Ottanta si pone rimedio a questa situazione perché è una nuova generazione di
donne ad ottenere la leadership della General Union of Palestinian Women. Queste danno
infatti un'immediata risonanza alla questione femminile ed intraprendono discussioni inerenti
alle condizioni cui sono soggette le donne lavoratrici, alla necessità di riformare il diritto della
famiglia ed all'opportunità di modificare le relazioni di genere all'interno del movimento di
resistenza palestinese, cosicché alle donne non venga precluso più alcun ruolo a causa delle
discriminazioni sessiste.110
Tra la fine degli anni' 70 e l'inizio degli anni '80 si verifica un'altra situazione in cui le
differenze politiche si rivelano fondamentali nel determinare diversi metodi d'azione e diverse
priorità nello stesso movimento femminile. E' in questo periodo infatti che nascono i quattro
comitati popolari femminili, ognuno dei quali affiliato ad un partito politico: la Palestinian
Federation of Women's Action Committees (FPWAC) è vicina al Fronte Democratico per la
Liberazione della Palestina, la Union of Palestinian Working Women's Committees

109 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp.
63-65
110 Sherna Berger Gluck: “Palestinian Women: Gender Politics and Nationalism” in: Journal of Palestine
Studies, Vol XXIV, N° 3, 1995, pp. 7-8

44
(UPWWC) si avvicina alle posizioni del Partito Comunista Palestinese, la Union of
Palestinian Women's Committees (UPWC) è affiliata al Fronte Popolare per la Liberazione
della Palestina ed, infine, il Women's Committee for Social Work (WCSW) è vicino ad Al-
Fatah.111 L'obiettivo di tutti i comitati è quello di raggiungere la parità tra i sessi e di riuscire a
coinvolgere un numero crescente di donne nella lotta per la liberazione nazionale, tuttavia
ogni comitato è portatore di differenti analisi politiche. Proprio per questo motivo alcuni dei
comitati pongono la liberazione di genere e quella nazionale sullo stesso livello mentre altri
danno priorità ad una delle due. Sempre a causa delle divergenze politiche i comitati
differiscono non soltanto nell'attribuire diverso ordine ai punti dei propri programmi politici,
ma anche nel determinare da quali forme di oppressione le donne debbano liberarsi per
intraprendere la via dell'emancipazione femminile.112 Sebbene gli obiettivi siano perlopiù
comuni a tutti, questo dimostra che ognuno dei comitati popolari assume una diversa
inclinazione all'interno della politica nazionale. Le divergenze politiche, come si evince dal
significato della stessa locuzione, non aiutano certamente il movimento delle donne a restare
unito, specialmente se aggiunte a molti altri elementi che vanno ad ostacolarne l'unione e, di
conseguenza, anche la forza per aggregare ulteriori forze.
Alcuni degli elementi che possono costituire dei forti ostacoli o all'unione, come per
esempio le divergenze politiche, o alla partecipazione politica delle donne, sono inscindibili
dalla politica nazionale di ogni Stato e quindi difficili da affrontare o da accantonare, altri,
invece, che sono causati dai rapporti economici, con un cambiamento strutturale di questi,
possono essere attenuati o addirittura rimossi in toto.

II.I.5 Economia e differenze di classe

In Palestina, fino alla prima metà del Novecento e poco oltre, le donne sono perlopiù escluse
dall'economia. I rapporti economici stanno alla base della stratificazione sociale per cui, anche
in tale contesto, varia il ruolo svolto dalle donne in base alla propria appartenenza di classe: le
contadine, infatti, non si può dire che siano escluse del tutto dal sistema economico, dal

111 Joost R. Hiltermann, “Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3, 1991 pp 49-50
112 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pp 163-166 e Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione
nazionale", terrelibere.org, http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-
nazionale pp 39-40.

45
momento in cui proiettano il proprio lavoro e la propria forza nella terra divenendo, così,
produttive. Contrariamente a quanto si possa pensare, per le donne della classe media, la
situazione è peggiore. Queste sono generalmente "intrappolate" nella gestione della casa e/o
nell'educazione dei figli; purtroppo, benché si tratti di lavori a tutti gli effetti, sono considerati
di poco valore, soprattutto ai fini dell'economia capitalista. Il fatto che tali donne non
percepiscano uno stipendio per ciò che svolgono, le rende economicamente dipendenti dal
marito, andando a rallentare anche il processo di emancipazione femminile.
Dalla seconda metà del '900 la situazione subisce un notevole cambiamento: molti
uomini sono morti nella Resistenza, molti sono in carcere e molti altri sono lavoratori salariati
al servizio dell'economia israeliana. E' proprio in questo preciso momento storico che le
donne sono chiamate a rispondere ai bisogni della famiglia e perciò si trovano ad
intraprendere la via del lavoro salariato a scapito di quello domestico o di quello contadino (in
quest'ultimo caso bisgona tener presente che moltissime terre sono state confiscate dalle
autorità israeliane rendendo il lavoro agricolo impossibile per tante famiglie). 113 E' vero che,
costrette dalle circostanze, le donne si sono dimostrate capaci di sfidare l'identità tradizionale
che le vuole rilegate nella sfera domestica, ma è altrettanto vero che le avversità che queste si
trovano ad affrontare non terminano qui. Una volta entrate nel mondo del lavoro, infatti,
devono far fronte sia alle discriminazioni salariali di genere che alle differenze dell'orario
lavorativo tra uomini e donne; in sintesi queste ultime lavorano di più e percepiscono di meno
rispetto agli stessi colleghi arabi (i quali a loro volta subiscono discriminazioni nell'ambiente
lavorativo perché il loro salario è di gran lunga minore rispetto a quello dei colleghi
israeliani).
«Oltre ad essere una macchina disoccupata che partorisce e alleva bambini, che si
può acquistare a basso prezzo e può essere usata senza costi, la donna può essere usata come
capro espiatorio, che porta la colpa per tutto ciò che è sbagliato. In tutta la storia della
civiltà, è stata messa al piano più basso della società dove svolge il suo lavoro domestico non
retribuito, alleva bambini e tiene unita la famiglia; compiti che formano la vera base
dell'accumulazione capitalista. In effetti, nessun altra società ha avuto il potere di sviluppare
e sistemizzare lo sfruttamento della donna fino al punto al quale è arrivato il capitalismo.
Durante il periodo capitalista, è stata obiettivo di ineguaglianza, senza libertà e senza

113 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag 39

46
democrazia, non solo a livello di base ma a tutti i livelli».114
In Palestina non si può procedere ad un'analisa imparziale sulla partecipazione politica
delle donne se non si tiene prima in considerazione la classe cui appartengono perché è
proprio questa che va a determinare esattamente i diversi livelli di accesso al potere, le
pratiche culturali, gli stili di vita, i modelli di consumo, la riproduzione e quant'altro. La
classe sociale stabilisce i ruoli ed i comportamenti che le donne devono tenere sia nella sfera
della produzione sia in quella della riproduzione115, per cui le differenze economiche
assumono una grande rilevanza anche in quelle che sono le dinamiche del movimento
femminile. Sia le donne degli strati sociali più alti sia quelle degli strati sociali più bassi si
impegnano a contrastare dapprima le politiche del mandato britannico ed in seguito quelle
sioniste, ma l'impegno che queste si assumono non è assolutamente lo stesso. E'
l'appartenenza di classe che infatti va a determinare i differenti metodi dell'agire socio-
politico: l'operato delle contadine differisce completamente da quello delle donne dell'élite
urbana. Le contadine sono le prime vittime delle politiche britanniche e sioniste; quest'ultime
si incentrano sulla distruzione degli ulivi 116, tra le fonti di sostentamento primarie per i
palestinesi, e sulla confisca delle terre, soprattutto a partire dagli anni della prima guerra
arabo-israeliana. Tale esproprio viene effettuato a vantaggio della costruzione di nuovi
insediamenti o di basi militari israeliane. Al loro passaggio i soldati israeliani sono inoltre
responsabili di uccisioni, stupri e torture che non risparmiano nessun civile, neppure donne in
gravidanza o bambini.
Queste donne sono sempre state particolarmente legate alla terra sia dal punto di vista
affettivo sia da quello economico, dal momento in cui possono prender parte attiva al
sostentamento economico della famiglia; invece con la perdita della terra la donna viene
privata anche del proprio potere sociale e della propria autonomia. 117 Sebbene pure le
contadine siano sottoposte ad un regime patriarcale, il lavoro nella terra concede loro molte
più libertà rispetto a quelle di cui possano disporre le donne dell'élite urbana. Per esempio non
114 Abdullah Öcalan, Liberare la Vita: la Rivoluzione delle Donne, 2013, pag.48
115 Valentine M. Moghadam, Modernizing Women- Gender and Social Change in the Middle East, Boulder
Colorado, Maggio 2003, pag 16
116 La distruzione e lo sradicamento degli ulivi in Palestina è una nota pratica sfruttata dai coloni israeliani per
evitare che i contadini siano nuovamente in grado di coltivare in quella zona e costringerli, quindi, ad
abbandonare la terra. Dal 1967 ad oggi i coloni e le autorità israeliane hanno distrutto o sradicato circa un
milione e 200.000 ulivi. Vd http://www.lindro.it/0-politica/2013-10-30/106063-palestina-la-battaglia-degli-
olivi (5/01/2015)
117 Amal Samed, “The Proletarianization of Palestinian Women in Israel” in MERIP Reports N°50, 1976, pag .
11.

47
indossano l'hijab, possono lavorare a diretto contatto con gli uomini, sono autorizzate dalle
famiglie stesse a passare molto tempo fuori da casa al fine di poter proteggere la propria terra
ed a fare visita alle città vicine per vendere i prodotto agricoli.118
Il senso di sconforto e di perdita, dovuto inizialmente alle politiche britanniche
(responsabili sia della punizione collettiva, che porta alla continua distruzione di case e terre,
sia della crescente immigrazione sionista che sta alla base della perdita di terre per i
palestinesi) ed in seguito a quelle israeliane volte a distruggere l'intera comunità, colpisce fin
nel profondo le donne che, proprio per questo, non restano certamente passive; hanno poco da
perdere e, per difendere quel poco che resta, sono disposte a tutto. Sono le prime che vanno ad
ingrossare le fila della Resistenza armata, sia durante la Grande Rivolta Araba (1936-1939)
che durante e dopo la prima guerra arabo-israeliana (1948). Si trovano a combattere a fianco
dei propri compagni, a portare loro messaggi o informazioni utili ai fini del combattimento, a
trasportare beni di prima necessità e con questi, se necessario, anche armi e munizioni.
Oltretutto non si limitano a mettere a repentaglio la propria vita partecipando alla lotta armata,
ma mettono a rischio demolizione anche le case per nascondere i combattenti o per curare i
feriti.119
E' fondamentale prendere nuovamente in considerazione che oltre a combattere per la
propria terra e per la propria salvezza, le contadine, più o meno coscientemente, combattono
contro gli stereotipi di genere, fatti propri da una cultura maschilista e partiarcale e fatti propri
anche dai media occidentali, che le ritraggono nel ruolo passivo di riproduttrici biologiche e le
relegano alle anguste mura domestiche.
Le donne appartenenti alla borghesia preferiscono, invece, farsi carico di un altro tipo
di attività sociali: quelle caritatevoli ed assistenziali rivolte alle donne delle classi più povere.
Nell'ambito politico sono proprio queste donne a disporre di tempo libero sufficiente ad
organizzare a livello politico sit-in, manifestazioni, distribuzione di volantini in cui si rendono
partecipi le persone dell'operato svolto. Nell'ambito sociale invece istituiscono corsi di
alfabetizzazione, di cucito e raccolgono fondi per la costruzione di ospedali, di asili nido, di
orfanotrofi o scuole.120

118 Silvia Carbone: “Le donne palestinesi e la partecipazione alla lotta di liberazione nazionale” in:
International journal of gender studies, Vol.II, N°4, 2013, pag. 187
119 https://avoicefrompalestine.wordpress.com/2012/03/10/the-women-of-palestine-and-the-struggle-for-
liberation/ (5/01/2015)
120 Sherna Berger Gluck: “Palestinian Women: Gender Politics and Nationalism” in Journal of Palestine
Studies, Vol 24, n°3, 1995, pag 6.

48
Durante la Grande Rivolta Araba e durante la prima guerra arabo-israeliana le donne
dell'élite urbana si adoperano per assistere psicologicamente ed economicamente le famiglie
dei prigionieri e dei martiri e per fondare orfanotrofi per tutti quei bambini che hanno perso i
genitori nella guerra. Istituiscono inoltre centri di primo soccorso ed ospedali per i feriti
durante i combattimenti.121
Sono queste le donne che dalla fine dell'Ottocento in poi si dedicano a formare associazioni
caritatevoli come per esempio la “Palestine Women's Union” del 1921 o ad organizzare
congressi come il "First Arab Women's Congress of Palestine” nel 1926; è vero che la
maggior parte delle loro attività è volta ad aiutare le donne che appartengono alle classi più
povere, ma il fatto che il loro operato si limiti all'assistenzialismo va a compromettere, almeno
fino agli anni 70 del '900 (anni in cui nascono i comitati popolari femminili che sono
strutturati in maniera completamente diversa), un'eventuale cooperazione che vada oltre i
confini di classe. Questo accade perché con le varie associazioni di cui sono membri o
fondatrici non trovano il modo di fornire alle donne più povere i mezzi necessari affinché
siano in grado di affrontare autonomamente tutte le avversità del caso senza essere dipendenti
dagli aiuti e dai servizi che vengono loro messi a disposizione. Finché le donne non saranno in
grado di essere indipendenti, sia economicamente che politicamente, la strada verso
l'emancipazione sarà soggetta a forti rallentamenti.
In sintesi l'attività svolta dalle donne dell'élite urbana è considerata una resistenza
"passiva" rispetto a quella molto più attiva che vede impegnate le contadine. 122 Ciò non
significa assolutamente che le donne borghesi stiano portando avanti una lotta con una
valenza inferiore rispetto a quella di cui si fanno protagoniste le concittadine più povere; si
tratta semplicemente di modi differenti e, a volte, tra sé interdipendenti di partecipare alla
lotta: sono comunque entrambi fondamentali ai fini della liberazione nazionale palestinese.

II.II Conclusioni

Il movimento femminile palestinese per seguire un determinato programma costituito da


specifici obiettivi ha come necessità quella di essere il più unito possibile al fine di rafforzare

121 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp
52-55
122 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag.
54

49
il proprio potere ed essere in grado di avvicinare un numero crescente di donne all'attivismo
politico. Oltre che essere orientati alla liberazione nazionale, questi sono da considerarsi stadi
basilari per acquisire una forza ed una credibilità tali da fare pressioni sulla leadership
maschile del movimento nazionalista, affermando i propri interessi e chiedendo riforme atte
ad abolire le discriminazioni di genere, sia nel contesto privato che in quello pubblico. Alla
base però si ha un problema: il movimento è estremamente eterogeneo. Le donne palestinesi
sono divise tra loro in base alla classe, all'età, all'istruzione, alla religione. Seppur poco coese,
alcuni obiettivi sono sicuramente comuni: la liberazione della Palestina e l'emancipazione del
genere femminile.
Oltre all'esistenza di fattori che, soprattutto a livello politico, causano la
frammentazione del movimento femminile, vi sono anche alcuni aspetti che vanno a
condizionare la stessa partecipazione politica delle donne. Tra questi vi è, per esempio,
l'istituzione familiare di tipo patriarcale; per la donna è fondamentale avere l'appoggio del
padre, del marito o del fratello per poter proiettare la propria ideologia nelle attività pratiche.
Senza questo appoggio poche sono le donne che si assumono la responsabilità di sfidare la
decisione familiare o di partecipare segretamente all'arena politica. Tra i motivi che possono
spingere una famiglia a non autorizzare l'attivismo politico della donna vi è, per esempio, il
fatto che questa possa parlare con un uomo oppure averci qualsiasi tipo di rapporto, sia esso
della stessa organizzazione o partito, senza esser controllata. In questo modo si rischierebbe di
macchiare indelebilmente l'onore collettivo della famiglia.
Per quanto riguarda i fattori di eterogeneità del movimento abbiamo la religione;
l'operato delle donne musulmane diverge particolarmente da quello delle cristiane, le quali,
statisticamente, godono di un livello più elevato di istruzione che le porta ad inserirsi in più
spazi sociali, talvolta aprendo loro anche la strada verso cariche piuttosto elevate come la
leadership di associazioni ed organizzazioni perlopiù assistenziali o caritatevoli.
Uno degli aspetti fondamentali, se non il più importante, che caratterizza fin nello
specifico le attività delle donne, è la divisione in classi. La situazione economica, oltre ad
influire sugli stili di vita, sulle abitudini etc.., influenza particolarmente anche l'attivismo
politico. Le donne borghesi beneficiano sia del tempo da dedicare all'erogazione di servizi
per i più poveri o all'istituzione di associazioni caritatevoli sia di agevolazioni nell'ambito
pubblico dal momento in cui gran parte di queste è moglie, sorella o figlia di persone influenti
nella società o nel movimento nazionalista.

50
Per quanto riguarda le donne delle classi subalterne invece, costrette a subire in primis le
conseguenze negative delle azioni di cui si sono resi protagonisti il governo britannico prima
e quello di Israele dopo, la situazione è del tutto differente. Queste, avendo un basso livello di
istruzione, talvolta addirittura inesistente, e non avendo pressoché mai avuto l'occasione di
crearsi una coscienza politica tramite il confronto con altre persone, non hanno né il tempo né
gli strumenti necessari per organizzare o partecipare ad assemblee, dalle quali far emergere
un'analisi politica comune sulle misure da prendere per riuscire a contrastare le varie azioni
perpetuate a danno loro e di tutti i palestinesi. Risulta quindi probabile che siano quest'ultime,
piuttosto che le donne dell'élite urbane, a dar vita a rivolte come quella del 1936 123 o ad
impegnarsi nella lotta armata.124 Nonostante le plurime barriere che le donne hanno
incontrato durante il proprio percorso politico, sono riuscite a mettere da parte
l'autocommiserazione per farsi forza ed organizzarsi anche nei contesti più problematici come
è stato, per esempio, l'esodo del 1948. Questo ha visto centinaia di migliaia di palestinesi
disperdersi per cercare rifugio prevalentemente nei paesi arabi confinanti; oltre alla
frammentazione geografica che rappresenta un grande ostacolo per l'attivismo politico
femminile, si aggiungono anche le circostanze politiche, interne ad ogni Stato.
Per citare alcuni esempi possiamo ricordare l'evento passato alla storia con il nome di
Settembre nero in Giordania (1970)125 o la guerra civile libanese (1975-1990). Entrambi gli
eventi rappresentano un dramma non solo a livello nazionale e per i palestinesi che ci vivono
(basti ricordare il massacro di Sabra e Chatila)126, ma va ad incidere anche su tutti gli altri
palestinesi, dal momento in cui prima nel 1970 e poi nel 1982 l'Organizzazione per la
Liberazione della Palestina è costretta ad abbandonare rispettivamente la Giordania e Beirut

123 Leila Khaled, My people Shall Live-Autobiography of a revolutionary, Londra, 1973, pp 9-10 e
http://www.pbmstoria.it/unita/duepopoli/Testi/pal_testo9.htm (8/01/2015)
124 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale, pag 33.
125 Il 15 Settembre 1970 l'esercito giordano, su ordine del Re Hussein, dispiega le forze contro la presenza
palestinese in Giordania senza fare alcuna distinzione tra civili e guerriglieri e causando, nell'arco temporale
di dieci giorni, 3000 vittime palestinesi. Questa operazione voluta dal Re è ciò che emerge da uno scontro tra
il desiderio della resistenza organizzata palestinese di istituire in Giordania una base operativa indipendente e
la volontà del Re Hussein di mantenere autorità su tutto il proprio territorio e di domare eventuali minacce al
suo potere. vd. William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, II Ed. 2012,
pag 353.
126 Tra la mattina del 16 Settembre e quella del 18 Settembre del 1982 i campi profughi di Sabra e Chatila, nei
pressi di Beirut, sono oggetto di un massacro, definito dall'Onu un "atto di genocidio" a danno di palestinesi e
civili libanesi per mano delle Falangi libanesi e dei soldati israeliani. Il numero preciso di vittime non si è
mai saputo ma le stime parlano di circa 3000 morti. http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-
classe/item/2635-18-settembre-1982-sabra-e-chatila (8/01/2015) e http://www.infopal.it/nati-per-uccidere-
16-settembre-1982-il-massacro-di-sabra-e-chatila/ (8/01/2015)

51
per traferire, infine, la propria base in Tunisia.
Dunque i motivi che generano eterogeneità nel movimento femminile palestinese sono
davvero molteplici e svariati ma, ciononostante, le donne cercano sempre e comunque di
portare avanti le plurime attività ed i plurimi obiettivi preposti in base alle proprie possibilità.

52
Capitolo III

Relazione tra il movimento delle donne ed il movimento di liberazione nazionale a


base maschile
«The revolution... my comrade
is us too.
The revolution is who labours...who tills the land... who
cooks...who writes human history for humanity.
The revolution... my love... will happen when you realise all
forms of oppression
in the streets
and at home...
Only when that day comes
you will be
finally
a true revolutionary being».127

Come possono le donne palestinesi essere parte attiva della lotta di liberazione nazionale se
rimangono assoggettate ad un potere maschilista e patriarcale intrinseco alla stessa comunità
che cercano di liberare?
Il rapporto che intercorre tra il movimento delle donne ed il movimento di liberazione
nazionale a base maschile è alquanto complicato e si è sempre rivelato asimmetrico dal
momento in cui quest'ultimo ha posto in una posizione di subalternità la questione di genere,
facendo in modo che le donne si trovassero a lottare in primis per la causa palestinese. Questa
istanza infatti rappresenta per partiti come “Al-Fatah” la conditio sine qua non perché le
donne possano in seguito ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
Il problema sta proprio nel fatto che il movimento delle donne in Palestina nasce e continua
ad evolversi all'interno della cornice del movimento nazionale, per cui non solo diminuisce la
propria autonomia per quanto concerne le decisioni politiche, ma un'altra naturale
conseguenza è che il nazionalismo rimanda l'emancipazione di genere ad un secondo

127 In Nahla Abdo, “Women of the intifada, gender, class and national liberation”. In: Race and Class, Vol.
XXXII, N°.4, 1991, pag. 34.

53
momento: una volta conquistata la liberazione della Palestina. 128 Ciò può essere sicuramente
ascrivibile anche al timore che le donne, portavoci di tale istanza, rappresentino una sfida al
movimento di liberazione nazionale, anch'esso istituito su basi patriarcali e maschiliste. In
questo modo si verrebbe a creare una disgregazione di forze che andrebbe a minare ed
indebolire lo stesso movimento di liberazione nazionale. Si cerca quindi di diffondere l'idea
che il primo nemico da combattere sia il sionismo e fino al momento in cui questo non cesserà
di esistere, tutte le altre problematiche non potranno essere affrontate. Così facendo, quindi,
vengono messe in ombra tutte le contraddizioni connaturate nella società palestinese.
La questione, però, è che non tutte le donne in lotta si trovano d'accordo con questa
constatazione: «[w]e realize that if we don't raise issues now, we won't be able to push them
later on, and we'll be abused by the national movement. We are struggling for independence,
but we don't want to compromise our role as women».129
Non vi sono dubbi sul fatto che la crisi nazionale sia in gran parte responsabile
dell'ingresso delle donne nell'arena politica, ma al contempo è necessario tener presente anche
che questa ha più volte deviato l'attenzione, per i motivi sopra citati, dalle istanze che
concernono il mondo femminile palestinese. Sicuramente da una parte il contesto nazionale
appare fondamentale per le donne poiché dà legittimità e visibilità al loro operato, ma
dall'altra determina un forte impedimento a quella che è l'acquisizione della coscienza di
genere.130
La situazione risulta estremamente complessa da affrontare perché il movimento delle
donne non riesce, per plurimi e comprensibili motivi 131, ad agire in maniera completamente
autonoma rispetto al movimento di liberazione nazionale a base maschile; senza dubbio un
enorme progresso si potrebbe verificare nel caso in cui le donne avessero la possibilità di
essere il più possibile coese, in maniera tale da far convergere tutti i loro sforzi verso un
cambiamento reale. E' vero che molte delle associazioni caritatevoli femminili portano avanti
il loro operato indipendentemente da ogni altra istituzione, ma, volgendo l'attenzione ad un
livello prettamente politico, risulta evidente che le donne non godano di forza sufficiente a
128 Joseph Massad, “Conceiving the Masculine: Gender and Palestinian Nationalism” in Middle East Journal,
Vol XLIX N° 3, 1995, pag 480
129 Cit. in Joseph Massad, “Conceiving the Masculine: Gender and Palestinian Nationalism” in Middle East
Journal, Vol XLIX N° 3, 1995, pag 481
130 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag 30
131 Come abbiamo visto nel capitolo precedente, il movimento delle donne palestinesi è estremamente
frammentato e disomogeneo a causa della dispersione geografica, delle differenze in ambito religioso ed
economico, dell'influenza familiare (...).

54
poter influire nel processo decisionale. A questo proposito un esempio importante a cui far
riferimento è dato dalla politica della General Union of Palestinian Women. La GUPW, pur
essendo arrivata a sollevare la questione di genere, è legata a doppio filo a l'Organizzazione
per la Liberazione della Palestina. Infatti se da un lato questo legame si dimostra
indispensabile nel fornire legittimazione all'operato dell'unione ed a spianarle la strada sia
verso la gestione delle risorse economiche nazionali che verso l'accesso alle cariche di potere,
dall'altro ne limita l'autonomia decisionale ponendo in posizione primaria l'istanza
nazionale.132
Inoltre, sempre per quanto riguarda la secondarietà a cui viene relegata la questione di
genere, è importante valutare come molte attiviste abbiano iniziato a far politica dapprima nel
movimento nazionalista palestinese e solo in un secondo momento abbiano abbracciato
l'ideologia femminista.133 Infatti l'oppressione politica e, dal 1967, anche quella militare, da
parte di Israele è più facilmente tangibile rispetto a quella sociale e di genere, che richiede
una maggior coscienza politica e uno sforzo intellettuale più elevato, avendo anche a che fare
con fattori culturali tradizionali. In altre parole una donna cresciuta in una famiglia di stampo
patriarcale ed in una società la cui cultura è maschilista, potrebbe dare per scontata, o
comunque considerare naturale, la propria condizione di subalternità. Al contrario la presenza
economica, politica e militare di Israele è immediatamente percepita come estranea alla
propria società e cultura. Per di più tale presenza è visibile ad occhio nudo perché si incarna in
un primo momento in coloni, colonie e soldati ed in seguito anche in muri, check point etc.
L'oppressione di genere risulta invece più complicata poiché necessita di un'interpretazione
delle relazioni sociali e di conseguenza non risulta visibilmente manifesta.
In questo caso alcune attiviste, probabilmente le stesse che godono di una maggiore
coscienza critica e politica, vogliono riuscire ad inserire la propria istanza all'interno di quella
nazionale, senza che sia rimandata ad un periodo di tempo ancora da definire. Non vogliono
correre il rischio che, una volta ottenuta la liberazione della Palestina, la questione di genere
venga nuovamente collocata ai margini dell'agenda politica, né tanto meno vogliono rischiare
che ci sia un'involuzione a livello sociale che le releghi, un'altra volta, agli spazi privati e

132 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag 34 e Mirta
Fabris: “L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011.
133 Cit. In Ihab Aldaqqaq, Palestinian Women's Movements and Their Relations With the Palestinian
Nationalist Movement: A History of Partnership and A Future of Challenging Cooperation,New York 2014,
pag 125.

55
domestici. Sono perciò necessarie delle effettive garanzie per vedersi riconosciuti i diritti che
spettano loro in quanto cittadine e, soprattutto, in quanto donne.
Per il suddetto motivo il movimento stesso, che combatte per la liberazione nazionale,
dovrebbe contemporaneamente essere in grado di superare le crisi e le contraddizioni presenti
al suo interno così da portare avanti, nello stesso frangente, sia la liberazione nazionale, che
quella di classe e di genere.
«La nostra esperienza e l'esperienza di altre donne in situazioni di conflitto è che le istanze di
genere non devono essere rimandate e devono essere integrate nella lotta per la liberazione
nazionale. Mentre il conflitto prosegue, generazioni di donne palestinesi c
rescono ed è necessario che le loro priorità di genere siano prese in considerazione. I
violatori dei loro diritti civili e politici, così come dei loro diritti economici, sociali e culturali
devono essere identificati e sfidati».134
Invece quello che purtroppo si riscontra nella realtà è che, molto spesso, la leadership
maschile oscilla tra due opposti: da una parte dimostra di essere in possesso di una coscienza
rivoluzionaria per quanto concerne l'istanza politica nazionale e dall'altra, invece, conserva un
atteggiamento reazionario per quanto riguarda la questione sociale di genere.135
Benché il movimento di liberazione nazionale tenda a rimandare l'uguaglianza di
genere ad un secondo momento, è importante tener presente che questo necessita di
incrementare la propria forza ammettendo nelle sue fila un numero sempre maggiore di
donne. Ma affinché ciò si verifichi, è opportuno partire da un altro presupposto, ovvero che a
queste vengano aperte le porte dell'istruzione ed anche quelle del lavoro. Infatti si tratta di
passaggi indispensabili perché le donne riescano ad incrementare la propria coscienza politica
e la consapevolezza di ciò che spetta loro. E' proprio per questo motivo che negli anni
Settanta alcune organizzazioni politiche palestinesi si adoperano al fine di istituire dei corsi di
alfabetizzazione rivolti perlopiù alla popolazione femminile. Questa, come già abbiamo avuto
modo di constatare, soffre di un maggiore tasso di analfabetismo rispetto alla popolazione
maschile palestinese. Nel 1982 l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina dà avvio ad
un piano di alfabetizzazione in tutti i campi che prevede, innanzitutto, un controllo
centralizzato dei vari programmi istituiti nel decennio precedente.

134 Cit. In Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag. 111
135 Nahla Abdo, “Women of the intifada, gender, class and national liberation”. In: Race and Class, Vol.
XXXII, N°.4, 1991, pag. 34.

56
Questo progetto si esplicita nell'insegnamento base di lettura, scrittura e di nozioni basilari di
matematica. Inoltre, per favorire la politicizzazione delle donne nell'ambito meramente
nazionale, questo programma prevede anche l'insegnamento della storia e delle politiche
nazionaliste finora perpetuate. Le tematiche più ricorrenti nei testi di storia fanno riferimento
alla "dichiarazione Balfour" del 1917, alla "grande rivolta araba" del 1936, alla "Women's
Union" e così via. Di fatto uno degli scopi primari è proprio quello di rafforzare il senso di
appartenenza e l'identità nazionale. Oltre agli insegnamenti teorici si cercano dei mezzi utili a
dare degli input per la mobilitazione vera e propria perciò, nel caso in cui vi siano
manifestazioni, funerali di martiri, proiezioni di film e letture sulla Palestina, gli studenti ne
sono messi al corrente e vengono invitati a prendervi parte con l'accompagnamento
dell'insegnante. Per quanto riguarda le studentesse ancora non sposate entra in gioco la
famiglia, per cui gli insegnanti sono soliti mandare a casa di queste ragazze delle richieste di
autorizzazione familiare allo svolgimento di tali attività.136
I programmi, avviati dall'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, volti ad
incrementare la coscienza politica delle donne ed avvicinarle alla Resistenza non si
esauriscono qui; infatti vengono istituiti dei seminari, tenuti da donne che sono quadri
dell'OLP, con una cadenza bisettimanale. Questi seminari si svolgono all'interno delle case di
donne comuni ed ogni volta in zone confinanti dello stesso campo in maniera tale da creare, o
almeno facilitare, dei legami tra queste donne. Per di più al fine di stimolare la partecipazione,
alcune ragazze vengono sollecitate a portare con sé delle amiche; ad ogni incontro infatti
partecipano dalle trenta alle quaranta donne con un'età che varia dai 15 ai 70 anni. I temi
discussi nel ciclo di seminari sono plurimi e, per esempio, possono spaziare dalla salute dei
bambini e di quella materna ai temi politici attuali. E' importante considerare che in questi
incontri il clima che si viene a creare è molto informale per cui le donne si sentono più
tranquille nella discussione, nel presentare i propri dubbi, i diversi punti di vista ed anche nel
porgere domande ai quadri per chiarirsi qualsiasi idea. In altre parole il movimento per la
liberazione della Palestina sfrutta tutti i canali a sua disposizione, da quello dell'istruzione a
quello della quotidianità per cercare di inserire il mondo femminile all'interno dell'arena
politica nazionale.137

136 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
122.
137 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
123.

57
Analizzando i risultati di uno studio condotto da Floya Anthias e Nira Yuval-Davis (1989)
emergono cinque ruoli che la donna ha storicamente ricoperto nell'ambito nazionale:
1) come riproduttrice biologica dei membri della collettività nazionale;
2) come riproduttrice dei confini sociali dei gruppi etnici o nazionali;
3) come persona coinvolta centralmente nella riproduzione ideologica della collettività e
come portatrice della cultura;
4) come simbolo delle differenze etnico/nazionali, come simbolo e fulcro nei discorsi
ideologici usati nella costruzione, riproduzione e trasformazione delle categorie
etniche;
5) come partecipante nelle lotte nazionali, economiche, politiche e militari.138
Risulta quindi evidente che per i primi quattro ruoli che le vengono attribuiti, la donna è
indirettamente coinvolta nella politica statale e soltanto in ultima istanza è considerata come
un agente diretto in quello che è il panorama pubblico. Per quanto riguarda il caso palestinese,
le donne sono sollecitate ad avere molti bambini e, durante la crescita, devono tramandare
loro i valori tradizionali e culturali della nazione; in poche parole hanno il compito di
provvedere non solo al mantenimento dei confini etnico/nazionali ma anche alla riproduzione
culturale della nazione.
In sintesi la leadership maschile palestinese dispone di molti mezzi che si rivelano
necessari non solo ad avvicinare le donne al movimento di liberazione nazionale, ma che sono
anche tali da determinare i ruoli di queste, sia che esse siano direttamente o indirettamente
coinvolte nella Resistenza. Nel caso in cui, per esempio, non siano direttamente coinvolte, il
movimento nazionalista, tramite la gestione della politica demografica, avrà la possibilità di
influire sulla riproduzione biologica della donna. Il controllo di tipo patriarcale cui sono
soggette le donne palestinesi permane, quindi, anche dopo l'abbandono del nido familiare.

138 Floya Anthias, Nira Yuval-Davis, (a cura di), Women-Nation-State, Londra, 1989, pp 7-10 in Mirta Fabris:
“L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011, pag. 8 ed in John McLeod, Beginning
Postcolonialism, Manchester, 2010, pp 116-117.

58
III.I La politica demografica come strumento di controllo del corpo femminile e
come arma contro il sionismo

Nella storia non sono stati certamente rari i casi in cui i governi abbiano gestito le politiche
demografiche come strumenti atti ad affrontare le più svariate circostanze. Infatti, in base alle
esigenze dettate dal momento, i governi si sono resi protagonisti di forti pressioni esercitate in
primis sul mondo femminile.
Per quanto riguarda il caso specifico della Palestina, bisogna innanzitutto tenere presente che
le politiche demografiche scaturiscono da una condizione di continua crisi nazionale, per cui
le donne sono incoraggiate a partorire un numero sempre maggiore di figli, con la speranza
che siano maschi e che quindi vadano ad ingrossare le file della Resistenza. Per quanto una
situazione del genere possa essere comprensibile, è opportuno valutare il fatto che il
movimento di liberazione nazionale si rende artefice di una forte discriminazione sessista. 139
Quella che viene a determinarsi è, a tutti gli effetti, una politicizzazione del ruolo della donna
come riproduttrice biologica: la possibilità di fare figli viene reputata come un contributo
diretto alla lotta per la liberazione della Palestina.
«The women in the earth of Arabism, in the beloved Palestine, today give birth to stones».140
Il corpo della donna e le sue scelte riproduttive sono costantemente sottoposti alla
forma tradizionale di controllo patriarcale: da quando questa nasce, poiché è sottoposta al
controllo del padre o del fratello, a quando si sposa, perché le redini del controllo passano al
marito, a quando, infine, prende parte più o meno attivamente e direttamente alla politica
nazionale; qui è la leadership maschile a detenere il controllo del corpo delle donne,
esaltandone il ruolo di riproduttrici biologiche.
Per quanto riguarda questo ruolo, anche lo stesso Arafat è arrivato a sostenere quanto segue:
«The Palestinian woman who bears yet another Palestinian every ten months... is a biological
time bomb threatening to blow up Israel from within». 141
E' dunque ben chiara l'idea del nazionalismo palestinese secondo cui fare figli diviene una
prerogativa ed un'arma indispensabile al fine di poter giungere alla sconfitta finale del
sionismo. A questo proposito non mancano certamente gli elogi rivolti alle madri,
139 Mirta Fabris: “L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011, pp 9-10.
140 Ilham Abu-Gazaleh, “Gender in the Poetry of the Intifada” in Sabbagh (a cura di), Palestinian Women of
Gaza and the West Bank, Bloomington, 1998, pag. 94.
141 Cit. In Nira Yuval-Davis, Gender and Nation, (Politics and Culture series), Londra,1997, pag 36 e Mirta
Fabris: “L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011, pag 10.

59
specialmente alle madri dei martiri, per aver adempito al proprio dovere aiutando la nazione.
In Palestina la madre del martire è come se acquisisse un valore mitico; è reputata una vera e
propria eroina della nazione. Il problema sta proprio nel fatto che questa viene apprezzata non
tanto per il suo operato, quanto per il martirio del figlio o dei figli.142
Abbandonando l'ambito politico e spostandoci su quello sociale possiamo vedere come
le donne inizino ad acquisire potere dopo aver dato alla luce un figlio (maschio), in particolar
modo quando questo raggiunge la maturità e si sposa; il potere di una donna è infatti
direttamente proporzionale agli eredi maschi cui dà la vita. In breve, perché questa possa
godere di maggior potere e, conseguentemente, di una maggiore influenza, sarebbe opportuno
che partorisse un alto numero di figli di sesso maschile. 143 Quindi, oltre alle pressioni del
movimento di liberazione nazionale, talvolta sono le donne stesse che percepiscono la
necessità di avere molti figli:
«We need to have one son to fight and get killed, one son to go to prison, one son to go to the
oil countries to make money and one son to look after us when we are old».144
Come se non bastasse le donne palestinesi non sono soggette “soltanto” alle pressioni
demografiche controllate dalle proprie istituzioni, ma sono vittime anche di politiche portate
avanti dal governo di Israele. Quest'ultimo, conscio del pericolo che deriverebbe da una
continua crescita del tasso di natalità arabo-palestinese, si rende protagonista di una politica
demografica volta contemporaneamente ad incoraggiare le donne israeliane nel fare più figli
ed a scoraggiare, invece, quelle palestinesi. Per incentivare la procreazione delle donne ebree,
necessaria ai fini del rafforzamento dell'esercito e, di conseguenza, della nazione, il governo
israeliano adotta molteplici misure: da una parte impedisce a queste il libero accesso ai
contraccettivi, dall'altra, nel 1968, istituisce “The Fund for Encouraging Birth"; un fondo per
incoraggiare le nascite che prevede lo stanziamento di prestiti per tutte quelle famiglie
ebraiche con più di tre figli. Per quanto riguarda invece le donne palestinesi con cittadinanza
israeliana, vengono messi a loro disposizione dei metodi contraccettivi assolutamente gratuiti
ed anche alcune cliniche per l'aborto.145
Le donne palestinesi, oltre ad essere sottoposte alle politiche istituzionali, in questo
142 Nahla Abdo, “Women of the intifada, gender, class and national liberation”. In: Race and Class, Vol.
XXXII, N°.4, 1991, pag. 27.
143 Samira Haj: “Palestinian Women and Patriarchal Relations”, in Signs, Vol. XVII N°.4, 1992 pag 763
144 Cit. in Nira Yuval-Davis, “Nationalist Projects and Gender Relations” in Narodna Umjetnost” , Vol XL,
N°1, 2003, pag. 16.
145 Mirta Fabris: “L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011, pag 9 e Nahla Abdo, “Women of the
intifada, gender, class and national liberation”. In: Race and Class, Vol. XXXII, N°.4, 1991, pag 24.

60
caso sia da parte della Palestina che di Israele, sono state talvolta vittime di eventi molto più
spiacevoli. Tra il 1976 ed il 1977, in una scuola femminile dell'UNRWA a Nablus, città della
Cisgiordania, vengono trovate delle sostanze chimiche cosparse sulle finestre dell'intero
edificio. In seguito a delle analisi di laboratorio è emerso che le suddette sostanze erano
composte da alcuni elementi estremamente nocivi e che, di conseguenza, un'esposizione
prolungata a questi avrebbe potuto indurre la sterilità delle ragazze.146
In parole povere uno degli strumenti più efficaci di cui i governi, o in questo caso i
movimenti nazionalisti, possono avvalersi per soddisfare i propri bisogni o interessi, è il
controllo su uno dei ruoli prioritari attribuiti alla donna: la sua riproduzione biologica. Questa
infatti può essere rispettivamente incentivata o scoraggiata in base a quelle che sono le
esigenze del momento; abbiamo visto come in un momento di forte pressione nazionale sia
per la Palestina che per Israele, le donne vengano incoraggiate dalle rispettive autorità a
partorire il più possibile: logicamente le donne ebree dal governo israeliano e quelle arabo-
palestinesi dal movimento di liberazione nazionale.

III.II Dicotomia tra sfera pubblica e privata: il ruolo delle donne nella Resistenza
come estensione del lavoro domestico

Col passare degli anni sempre più donne partecipano attivamente alla vita politica nazionale:
tramite la creazione di associazioni e comitati o tramite l'azione diretta a fianco dei propri
compagni, ma è opportuno considerare che queste rappresentano comunque una minoranza
rispetto all'intera popolazione femminile palestinese la quale, invece, agisce indirettamente da
dietro le proprie mura domestiche.
Il movimento per la liberazione della Palestina tende tuttavia ad attribuire grande importanza
al lavoro domestico, dal momento in cui questo offre un contributo non indifferente
all'operato nazionale. La donna in tale contesto ha il dovere di mantenere e riprodurre
l'identità nazionale trasmettendo ai figli i valori culturali tradizionali, mettendoli a conoscenza
di quello che li circonda e, dunque, della lotta per la liberazione della Palestina in cui le loro
forze dovranno poi andare a confluire. E' quindi evidente la transizione che si verifica dalla
riproduzione biologica a quella culturale dove la donna mette a disposizione non soltanto il

146 Nahla Abdo, “Women of the intifada, gender, class and national liberation”. In: Race and Class, Vol.
XXXII, N°.4, 1991, pag 24

61
suo corpo ma anche la sua cultura e la sua conoscenza. Indubbiamente si tratta di compiti
fondamentali a cui la donna adempie, ma il problema sta nel fatto che troppo spesso questi
sono frutto della discriminazione sessista che crede ancora nei ruoli di genere. Stando a ciò
l'uomo, in quanto forte, dovrebbe combattere al fronte mentre la donna, in quanto angelo del
focolare, dovrebbe provvedere alla cura della casa e dei figli.
Se prima abbiamo visto come la stessa riproduzione biologica assuma una forte valenza
politica, adesso possiamo vedere come anche il lavoro domestico subisca un processo di
politicizzazione.147 Questo infatti contribuisce alla lotta del movimento nazionale tramite la
resistenza quotidiana di cui le donne sono artefici, al fine di proteggere il nucleo familiare dai
continui attacchi sionisti e dall'onnipresenza dei soldati israeliani. Le donne non si trovano
“soltanto” a lottare contro una presenza sionista costante e fissa nei propri villaggi e nelle
proprie strade, ma spesso si trovano addirittura a lottare per la difesa delle proprie abitazioni
che sono oggetto di continue violazioni ed attacchi sferrati da questi soldati.
Molto spesso, anche nel caso in cui le donne riescano ad evadere dalle proprie case per
partecipare in maniera più diretta alla Resistenza, i tipi di attività che si trovano a svolgere
altro non sono che una sorta di estensione delle faccende domestiche. Oltre che a lavorare in
cucina, svolgono mansioni di cucito, di ricamo, di pulizia e quant'altro; i posti di lavoro
solitamente non distano molto dalle abitazioni e sono una vera e propria riproduzione
dell'ambiente familiare perché, a prescindere dal fatto che siano luoghi molti informali, alle
donne è anche permesso di portare con sé i propri figli. Poiché questo tipo di attività è
compatibile con la cura dei bambini e della casa e, perciò, non rappresenta certamente una
sfida alla divisione squilibrata del lavoro in base al genere 148, è abbastanza improbabile che
vengano ostacolate dagli uomini di famiglia.
Un discorso un po' differente è invece quello inerente alle donne che riescono a lavorare come
quadri nelle istituzioni della Resistenza: solitamente gli uffici sono più distanti da
raggiungere, è più difficile che le donne portino i figli con sé e le ore di lavoro che svolgono
sono molte. Trattandosi di tempo sottratto al lavoro domestico e all'educazione dei bambini,
molti uomini si trovano a non essere del tutto favorevoli al fatto che le “proprie” donne
eseguano determinati compiti.149 Infatti in quest'ultimo caso il lavoro della donna nella
147 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
183.
148 Julie Peetet, “No Going Back, Women and the Palestinian Movement”, in Merip Report, Vol. XVI,
Gennaio/Febbraio 1986.
149 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp

62
Resistenza può essere interpretato come una sfida alla struttura patriarcale della famiglia.
In sintesi le donne vengono sicuramente incoraggiate a prendere parte al movimento di
liberazione nazionale, ma restando nei confini di una rigida divisione sessuale del lavoro che
non solo rimanda ad un secondo momento la questione di genere, ma tende anche ad
assegnare alle donne attività in cui possono sviluppare e mettere in pratica le proprie
competenze domestiche, difendendo così le convenzioni sociali tradizionali.
Non appena queste fanno qualcosa di diverso che va a scardinare quegli schemi culturali che
stabiliscono cosa queste dovrebbero o non dovrebbero fare e quali ruoli dovrebbero o meno
ricoprire150, vengono percepite come una minaccia alla stabilità dello stesso movimento;
infatti le poche donne che riescono a prendere parte al lato strettamente militare della
Resistenza, inizialmente, si imbattono sia nei pregiudizi che nella paura degli uomini. La
paura di alcuni probabilmente è relativa al rafforzamento sociale delle donne e al fatto che tale
rafforzamento può essere percepito come una sfida alla loro mascolinità.
«La divisione sessuale del lavoro in tempo di guerra si fonda sulla rigida distinzione tra
“fronte domestico (home front)” e “fronte di guerra (battle front)”: secondo questa logica,
alle donne spetta il compito di attendere il rientro degli “uomini-soldati”, piangere i morti,
sostituire con nuove vite i caduti in guerra.151

III.III Donne nel movimento di liberazione nazionale

Abbiamo finora osservato le politiche di cui è artefice il movimento di liberazione nazionale


in merito alla questione di genere ed ai ruoli che questo attribuisce alle donne. Ciò che emerge
è un'incoerenza di fondo: da una parte il movimento sente la necessità di integrare sempre più
donne al suo interno e provvede a ciò tramite l'istituzione di corsi per l'alfabetizzazione
femminile, dall'altra le relega a quei ruoli considerati “socialmente accettabili”; mette a loro
disposizione alcuni campi per l'addestramento militare ma il fatto che le donne possano essere
impegnate in attività militari è criticato da coloro secondo i quali è opportuno che i compiti
svolti da queste altro non siano che una mera estensione delle faccende domestiche. Inoltre
colloca in una posizione subalterna l'istanza di genere ma nei documenti ufficiali pone donne
200-201.
150 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag. 53
151 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale, pag. 19.

63
e uomini sullo stesso piano. Questo lo si può ben evincere da quanto segue: nel 1964, presso
Gerusalemme Est, si ha la prima sessione del “consiglio nazionale palestinese” 152 a cui
partecipano 45 donne, 22 delle quali sono sedute come delegate su un totale di 422
rappresentanti. Circa metà delle donne che presenziano alla sessione rappresentano le
associazioni caritatevoli della Cisgiordania, le altre invece presenziano come rappresentanti di
alcune comunità locali palestinesi.153
In seguito a questo evento, il “consiglio nazionale palestinese” approva, su proposta di Issam
'Abdul-Hadi154 e dei suoi colleghi, la seguente risoluzione che supporta:
«the participation of the Palestinian Arab woman in all aspects of organizational work in the
struggle and the equality with the man in all rights and duties in order to liberate
Palestine».155
Anche nella stessa “Dichiarazione d'Indipendenza” del 1988 si auspica l'istituzione di uno
Stato democratico in cui non vi siano discriminazioni in materia di diritti civili per motivi di
razza, religione, colore e di genere; da ciò si può quindi presumere che anche donne e uomini
dovranno godere degli stessi diritti civili.
«The State of Palestine shall be for Palestinians, wherever they may be therein to develop
their national and cultural identity and therein to enjoy full equality of rights. Their religious
and political beliefs and human dignity shall therein be safeguarded under a democratic
parliamentary system based on freedom of opinion and the freedom to form parties, on the
heed of the majority for minority rights and the respect of minorities for majority decisions,
on social justice and equality, and on non-discrimination in civil rights on grounds of race,
religion or colour or as between men and women, under a Constitution ensuring the rule of
law and an independent judiciary and on the basis of true fidelity to the age-old spiritual and
152 Il consiglio nazionale palestinese è il supremo organo decisionale dell' "Organizzazione per la liberazione
della Palestina" ed è considerato essere il Parlamento di tutti i palestinesi, sia di quelli che vivono all'interno
dei Territori Occupati sia di quelli che vivono fuori. Il consiglio nazionale palestinese stabilisce le politiche
dell'Olp, elegge il Comitato Esecutivo, può modificare la "Carta Nazionale Palestinese" e la "Legge
Fondamentale" dell'Olp. Vd. http://www.un.int/wcm/content/site/palestine/pid/12345 (2/02/2015)
153 Amal Kawar, Daughters of Palestine: Leading Women of the Palestinian National Movement, New York,
1996, pp 30-31.
154 Nata a Nablus (Cisgiordania) nel 1928, è un'attivista politica palestinese sostenitrice dei diritti delle donne e
della causa palestinese. E' la prima ed unica donna impegnata nel comitato per la sessione inaugurale del
"consiglio nazionale palestinese" nel 1964. Dal 1949, anno in cui viene eletta come segretario generale della
"Arab Women's Union society" (a Nablus), è attiva nel movimento delle donne palestinesi. Nel 1965 in
seguito ad un'elezione assume il ruolo di presidente della "General Union of Palestinian Women" (GUPW).
Vd http://www.undp.ps/en/newsroom/focusonline1/page7.htm (2/02/2015)
155 Laila Jammal, Contributions by Palestinian Women to the National Struggle for Liberation, Washington,
D.C., 1985, pag. 12 in Amal Kawar, Daughters of Palestine: Leading Women of the Palestinian National
Movement, New York, 1996, pag 31.

64
cultural heritage of Palestine with respect to mutual tolerance, coexistence and magnanimity
among religions».156
Nonostante si parli apertamente dell'uguaglianza tra uomini e donne, possiamo notare come la
presenza femminile all'interno della stessa Organizzazione per la Liberazione della Palestina
sia alquanto bassa. Benché non sia facile reperire molti dati relativi alla presenza femminile ai
singoli congressi, possiamo facilmente notare come poche donne siano riuscite a ricoprire
ruoli di responsabilità ai vertici del movimento di liberazione nazionale.
Un esempio è dato dal fatto che nel 1980 all'interno del “consiglio nazionale palestinese” il
numero di donne presenti è 14 su un totale di 350 posti. 9157
E' comunque opportuno tener presente che l'Organizzazione per la Liberazione della
Palestina, essendo costituita da plurime formazioni politiche, ognuna delle quali portatrice di
una determinata ideologia, è spesso terreno di contrasti. Le divergenze tra le varie fazioni non
si manifestano soltanto per quanto riguarda le relazioni con gli altri Stati o il tipo di lotta e le
strategie da usare contro Israele, ma anche per quanto riguarda il ruolo della donna; ciò
impedisce di giungere ad una posizione condivisa sulla questione dell'uguaglianza di genere.
Infatti, come vedremo, “Al-Fatah”, il “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina”
ed il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” hanno tra di sé visioni diverse della
donna, del ruolo di questa nella lotta nazionale ed infine dell'istanza di genere.158

III.III.1 Il “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina” e la sua


relazione con le donne in lotta

Il “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina” nasce nel 1969 in seguito ad una
scissione interna al “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”. 159 Essendo illegale
per tutti i partiti fare politica nei Territori Occupati ed in Israele, fino al 1975 concentra il suo
operato principalmente in Giordania ed in Libano.
Poiché sia il “Fronte Democratico” che il “Fronte Popolare” sono partiti di orientamento
marxista-leninista, entrambi spiegano il fatto che la donna sia vista quale “angelo del

156 http://www.un.int/wcm/content/site/palestine/pid/12353 (2/02/2015)


157 Christine Dugas, “Women in the PLO: rifles, fatigues, but no veils” in The Christian Science Monitor, Vol.
LXXIII, Giugno 1981.http://www.csmonitor.com/1981/0731/073132.html (3/02/2015)
158 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
65.
159 http://it.wikipedia.org/wiki/Fronte_Democratico_per_la_Liberazione_della_Palestina (4/02/2015)

65
focolare” come una conseguenza della divisione della società in classi ed anche del fatto che,
in un primo momento, la proletarizzazione160 riguardi soltanto gli uomini lasciando dunque le
donne a prendersi cura della casa e dei figli. I due partiti ritengono, perciò, che una soluzione
affinché la donna possa intraprendere il cammino verso l'emancipazione e l'indipendenza, sia
quella di entrare a sua volta nel mondo del lavoro salariato.
All'interno del “Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina” le donne
ricoprono un ruolo molto importante: il fatto che il partito si focalizzi sulla mobilitazione
popolare e soprattutto quella della classe operaia piuttosto che su una mobilitazione a carattere
militare, visti e considerati i limiti e gli ostacoli all'attività politica cui queste sono soggette
proprio in quanto donne in una società patriarcale, può essere esplicativo della grande
presenza femminile. Infatti uno degli obiettivi primari del “Fronte Democratico per la
Liberazione della Palestina” è proprio quello di avvicinare a sé le strutture e le organizzazioni
di massa delle donne e dei lavoratori.
Anche in questo caso però è necessario analizzare la situazione nello specifico: è vero che le
donne godono di molta influenza nel partito ma non perché questo sia un forte sostenitore
dell'uguaglianza di genere. Il motivo reale è ben diverso: dare rilievo alla presenza delle
donne all'interno di una formazione politica e spianare loro la strada verso posizioni di
responsabilità delle strutture di partito, è un passo strategico fondamentale in quanto simbolo
di progresso e di apertura. Non solo il “Fronte Democratico” sostiene che progresso, apertura
e modernizzazione siano delle caratteristiche indispensabili che la società palestinese deve far
proprie in tutti gli ambiti, ma questi sono anche degli attributi essenziali di un partito se il suo
scopo è quello di esser considerato un interlocutore credibile agli occhi di altri paesi; in questo
contesto specifico il “Fronte Democratico” necessita della suddetta reputazione per poter
introdurre la questione della liberazione della Palestina nel dibattito politico internazionale.161
Anche da questo contesto si può facilmente evincere come il ruolo che ricopre la donna venga
sfruttato a proprio piacimento dalle diverse formazioni politiche; il “Fronte Democratico”
infatti usa l'apparire della donna in posizioni di leadership come strumento politico atto a
dimostrare la propria modernità.
«the reality of the occupation affects both sexes and both sexes have to fight together to
confront it. We succeeded with the participation of girls. [We did this because] we were
160 In questo caso per proletarizzazione si intende il passaggio dall'autosufficienza al lavoro salariato.
161 Frances S. Hasso, “The Women’s Front: Nationalism, Feminism, and Modernity in Palestine” in:Gender &
Society, Vol XII, N° 4, Agosto 1998, pag 442

66
ideologized into a view that says that the advancement of society was tied to the
advancement of women». e «The goals of the DFLP were clear. A part of it was progressive,
that women must participate. The increased participation of women would lead to the view
that it is a progressive party. It would raise trust in the international community that this is
so».162 Inoltre, sebbene anche le donne siano vittime del regime d'occupazione israeliano, è
molto più probabile che siano gli uomini di partito ad essere vittime di deportazioni,
imprigionamenti etc.. perché sono ritenuti più pericolosi, a livello politico, delle donne.
Qualsiasi siano le motivazioni che hanno spinto il partito a questa grande apertura
verso il mondo femminile, è da notare il successo riscosso dalla sua politica: le donne al suo
interno sono veramente molte e più operative che negli altri partiti.
Qui è possibile trovarle attive in qualsiasi ruolo ed in qualsiasi territorio: da leader del partito
stesso a leader di altre organizzazioni che operano per il partito come quelle studentesche; è
proprio questa agenda di estrema innovazione e modernizzazione che ha contribuito ad
attrarre un crescente numero di donne ed a renderlo, quindi, noto anche con l'appellativo di
“Women' s Front” (il fronte delle donne).163 Questa impennata del numero delle donne si
verifica in particolar modo tra la metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta; inoltre in un
momento di forte crisi nazionale in cui una gran parte degli uomini palestinesi o perde la vita
negli scontri contro i soldati israeliani o viene imprigionata, la leadership del “Fronte
Democratico”, in tutte le sue diramazioni, arriva ad essere costituita da una strabiliante
percentuale di donne che oscilla tra il 70% e l'80%. Sarebbe però inutile negare che,
nonostante la modernizzazione di cui si rende responsabile il partito, questa situazione è causa
di alcune polemiche tra gli uomini del partito.164
Un'altra grande polemica nasce nel Marzo del 1978 quando un gruppo di militanti del
Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina prende la decisione di creare la
PFWAC, Palestinian Federation of Women's Action Committees. 165 I quadri uomini del partito
non sono completamente d'accordo con questa decisione perché temono che l'istituzione della
PFWAC possa provocare una grande dispersione di forze. Se invece le donne non avessero
162 Intervista a Barghouti, 31 Ottobre 1995 in Frances S. Hasso, “The Women’s Front: Nationalism, Feminism,
and Modernity in Palestine” in:Gender & Society, Vol XII, N° 4, Agosto 1998, pag 453.
163 Frances S. Hasso, “The Women’s Front: Nationalism, Feminism, and Modernity in Palestine” in:Gender &
Society, Vol XII, N° 4, Agosto 1998, pp 451-452 e http://issi.org.pk/wp-
content/uploads/2014/06/1302769331_58898566.pdf (4/02/2015)
164 Frances S Hasso, “The Women’s Front: Nationalism, Feminism, and Modernity in Palestine” in:Gender &
Society, Vol XII, N° 4, Agosto 1998 pag 452.
165 Frances S. Hasso, “Feminist Generations? The Long‐Term Impact of Social Movement Involvement on
Palestinian” in American Journal of Sociology, Vol. CVII, No. 3, Novembre 2001, pp. 590-591.

67
fondato la suddetta federazione, tutte le loro forze sarebbero rimaste all'interno del Fronte
Democratico. Inoltre gli stessi uomini presumono che da tale istituzione scaturirà un'ulteriore
conseguenza negativa: le attiviste, tramite il loro operato, recluteranno nuove donne che
andranno a militare dentro la Palestinian Federation of Women's Action Committees, che è
una specifica organizzazione delle donne, e non dentro il partito.
In sintesi il “Fronte Democratico” è il partito palestinese in cui, nel lasso di tempo
compreso tra l'occupazione israeliana e la prima Intifada, partecipano più donne. Il ruolo di
queste non si limita ai compiti ritenuti prettamente femminili, anzi sono molte le donne che
conquistano posizioni di leadership. Questa ingente presenza femminile è sicuramente un
fattore positivo, ma bisogna tenere a mente che, talvolta, tale partecipazione è stata sfruttata
dal partito per proiettare all'esterno un'immagine di sé come formazione politica
estremamente moderna ed aperta.

III.III.2 Il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” ed il suo rapporto


con le donne militanti

Il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” è un partito politico di ispirazione


marxista-leninista fondato da George Habash nel 1967, in seguito all'occupazione israeliana
della Cisgiordania. Nel 1968 aderisce a l'“OLP” e dopo “Al-Fatah” è la formazione politica
più grande.166 Dagli anni '70 il partito fa propria l'ideologia espressa da Friedrich Engels nella
sua opera del 1884 “L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, per
quanto riguarda l'oppressione di genere.167 In tale opera lo studioso tratta diverse tematiche tra
loro connesse: la subordinazione della donna, l'affermazione della famiglia borghese, e di
conseguenza del patriarcato, e di come questo tipo di famiglia sia necessaria ai fini del
mantenimento dello status quo. Engels ricollega la nascita dell'oppressione della donna
all'avvento della famiglia borghese. Quest'ultima si avvale del matrimonio come strumento
necessario a sancire il passaggio di proprietà della donna dal padre o fratello al marito. La
proprietà esclusiva di una donna da parte di un uomo è fondamentale per stabilire la paternità
dei figli e dunque degli eredi delle proprietà del padre. In sintesi, nell'opinione di Engels e, in
166 BBC NEWS, “Popular Front for the Liberation of Palestine”, 26 Gennaio 2008. URL:
http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/1604540.stm
167 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
65.

68
seguito, in quella dei militanti del Fronte Popolare, la condizioni di subalternità della donna è
direttamente collegata alla nascita della proprietà privata ed alla conseguente necessità di
stabilire un canone per la successione dei beni168. A questo proposito il partito sostiene che la
lotta per la liberazione della donna debba essere parte integrante della lotta di classe, così da
andare a minare tutte le cause dell'oppressione; tale lotta dovrà protrarsi anche dopo che
l'indipendenza nazionale sarà conquistata.
Inoltre sia Engels che il Fronte Popolare ritengono che un passaggio indispensabile per
l'emancipazione femminile sia l'ingresso della donna nel mondo del lavoro salariato così da
poter raggiungere l'uguaglianza sociale tra i sessi, nonché l'indipendenza economica dai
membri maschili della famiglia. In un articolo pubblicato nel 1979, il “Fronte Popolare”,
analizzando il cammino percorso dalla questione di genere in Palestina e assumendo un
atteggiamento autocritico, pone in rilievo due problemi: innanzitutto la Resistenza non si è
dimostrata in grado di farsi carico di una politica atta a promuovere un effettivo sviluppo per
le donne, in secondo luogo critica il fatto che la Resistenza, per avvicinare le donne, abbia
sfruttato un'ideologia ed un modello organizzativo che rispecchiano le convenzioni sociali
tradizionali e nel lungo periodo non possono che determinare un ostacolo alla completa
partecipazione femminile.169
Il “Fronte Popolare” ribadisce in svariate circostanze quella che è la propria politica:
avversione a qualsiasi tipo di discriminazione, in questo caso specifico a quella di genere, e
non solo attribuisce fondamentale rilevanza all'integrazione delle donne nella lotta di
liberazione nazionale, ma sostiene anche che l'istanza di genere e quella nazionale debbano
esser poste sullo stesso piano. Il segretario del partito George Habash, infatti, in un discorso
che risale al 1982, tenuto in occasione della “Giornata internazionale della donna” al cospetto
di donne quadri della sua stessa formazione politica, afferma quanto segue: “la liberazione
femminile ed il diritto all'uguaglianza tra donne ed uomini è un dovere morale e, proprio per
questo motivo, il Fronte Popolare dovrà essere risoluto e determinato nel mettere a
disposizione le proprie forze per il conseguimento di tale liberazione. La lotta per
l'emancipazione di genere non può essere in alcun modo scindibile dal lavoro rivoluzionario

168 Friedrich Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Hottingen-Zurigo, 1884, pp
1-96 e/o http://www.partitodialternativacomunista.org/dmdocuments/Pattarello-%20Sedusi%20-%20La
%20questione%20della%20donna.pdf (5/02/2015)
169 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
164.

69
condotto dal partito di orientamento marxista-leninista”.170 Habash esprime inoltre la propria
solidarietà ed il proprio appoggio nei confronti di tutte quante le donne in lotta, con
particolare riguardo alle donne nel “Fronte Popolare”, e ricorda sia quelle che sono morte sia
quelle detenute nelle carceri israeliane; la colpa di queste ultime sta infatti nell'aver
combattuto sia per l'uguaglianza che per la riappropriazione delle proprie terre. 171 Durante il
discorso, oltre a dar sfogo alla memoria, esplica, tramite l'enunciazione di sei punti, il
pensiero del partito in relazione alla politica di genere: innanzitutto il Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina sostiene che le donne abbiano diritto alla totale uguaglianza in
quanto essere umani; l'analisi del partito a questo riguardo giunge alla conclusione che
l'uguaglianza tra uomini e donne non ha niente a che vedere con le differenti caratteristiche
biologiche né tanto meno con le abilità delle donne. Come abbiamo già analizzato il partito
attribuisce ad altre cause l'ingiusta disuguaglianza a cui l'universo femminile è assoggettato,
ma nessuna di queste cause riuscirà a fare in modo che la lotta si fermi. Il “Fronte Popolare”
afferma che questa lotta debba esser portata avanti con la consapevolezza di porre fine, un
giorno, alla disuguaglianza tra i due sessi. Essendo questa causata da motivazioni
economiche, la situazione subirà un rovesciamento soltanto nel momento in cui anche la
stessa base economica sarà rovesciata.
In seconda analisi il Fronte Popolare afferma che la liberazione della donna è
direttamente collegata alla liberazione politica, poi a quella economica ed infine alla
liberazione di tutta la società. Ciò implica che la lotta per l'emancipazione di genere non può
in alcun modo essere scissa dalle altre lotte ma deve essere portata avanti in concomitanza con
la lotta contro il sionismo, contro l'imperialismo e contro le forze reazionarie.
Inoltre il partito di George Habash sostiene che la Rivoluzione palestinese fornisce
l'ambiente più idoneo per il processo di liberazione del mondo femminile, perciò quando una
donna palestinese combatte lo fa non solo per il diritto alla propria liberazione ma anche per
quello dell'intera popolazione.172
In più il “Fronte Popolare” dichiara come il cammino verso l'emancipazione di genere
sia in gran parte responsabilità delle donne stesse. Questo non significa assolutamente che il
partito non sia interessato o impegnato nel perseguimento di questo obiettivo, anzi il partito
ricopre un ruolo fondamentale in tal senso ma il suo operato deve essere necessariamente
170 PFLP Bullettin, N° 6, Aprile 1982, pag 35.
171 PFLP Bullettin, N° 6, Aprile 1982, pag 35.
172 PFLP Bullettin, N° 6, Aprile 1982, pag 36.

70
affiancato da una particolare attività esercitata dalle donne e dalla loro lotta specifica. In
poche parole il segretario George Habash spiega come la volontà di emancipazione femminile
debba derivare dalle stesse donne le quali non si possono aspettare che tale volontà emerga
spontaneamente dal partito, dal governo o comunque sia da altre istituzioni. La lotta unita di
donne ed uomini dovrà durare fintantoché l'intera umanità non sarà liberata da ogni
oppressione ed una volta che la lotta avrà consentito dapprima la liberazione politica ed in
seguito quella economica, che vedrà l'instaurazione del socialismo, sarà la volta della
liberazione sociale e di quella culturale.
Habash sostiene anche che, nonostante la volontà di emancipazione debba nascere
nelle donne stesse, il Fronte Popolare giocherà un ruolo essenziale nel processo di liberazione
femminile. Questo infatti dovrà provvedere al cammino di liberazione su tutti i livelli; sarà
responsabile della diffusione di idee rivoluzionarie per quanto riguarda l'emancipazione di
genere ed in questo modo faciliterà il percorso verso la liberazione sociale.
Infatti, come abbiamo già visto, per prima cosa si dovrà lavorare per l'acquisizione del potere
politico; in seguito sarà necessario costruire il socialismo sul piano economico e
contemporaneamente lottare per porre le basi della rivoluzione culturale.
In ultima istanza il “Fronte Popolare” ritiene che la liberazione della donna e
l'uguaglianza tra i due sessi non sia esclusivamente una questione di principio ma sia una vera
e propria questione morale. Quest'ultima si basa sul seguente enunciato: «any human being
who exploits or enslaves another is not free».173
Da quanto esplicato nel discorso di George Habash del 1982 risulta evidente che, almeno a
livello teorico, il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” parte dal presupposto
che l'istanza di genere e quella nazionale siano sullo stesso piano e che uomini e donne
debbano lottare fianco a fianco per i propri diritti e per la liberazione da qualsiasi oppressione.
Il ruolo che il partito attribuisce alla donna non si limita assolutamente alla riproduzione
biologica, alla cura dei figli o allo svolgimento delle mansioni domestiche; sicuramente ritiene
che questi compiti siano fondamentali ma a questi è opportuno aggiungere il ruolo attivo della
donna all'interno della lotta per la liberazione. A questo proposito, fin dai primi anni del suo
attivismo, il “Fronte Popolare” non solo inserisce sia uomini che donne nei suoi programmi di
azione militare ma crea un precedente poiché istituisce dei campi per l'addestramento militare

173 PFLP Bullettin, N° 6, Aprile 1982, pag 36

71
174
che vedono impegnati contemporaneamente tutti e due i sessi. Questi campi provvedono
alla formazione politica e militare delle donne. Nell'ultimo caso la formazione militare
implica che le donne non siano soltanto in grado di ingaggiare combattimenti di judo e
combattimenti corpo a corpo ma che siano anche capaci di far proprie sia tattiche di guerriglia
che tattiche militari convenzionali. Restando ancora nell'ambito militare, le donne prendono
parte a corsi in cui si insegna loro ad usare mitragliatrici, mine ed altri tipi di armi. 175 E' quindi
evidente che neppure in questo contesto il “Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina” ponga in un ruolo di subordinazione le donne, anzi sia negli addestramenti militare
che durante le azioni vere e proprie, le donne sono presenti a fianco 176 degli uomini. Come
infatti recita lo slogan del partito:« Men and Women together in the struggle for the liberation
of our homeland».177

III.III.3 “Al-Fatah” e le donne nella lotta per la liberazione della Palestina

Al-Fatah178 è un partito politico palestinese fondato da Yasser Arafat tra il finire degli anni '50
e l'inizio degli anni '60. Il suo nucleo originario è fortemente nazionalista ed è costituito
perlopiù da studenti e lavoratori in esilio. Dal 1965 inaugura la stagione della lotta armata
contro Israele e dopo la sconfitta del 1967, seguita alla guerra arabo-israeliana dello stesso
anno, gode di una crescente popolarità ed è perciò in grado di assumere un ruolo di
predominanza all'interno dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina.179
Per quanto concerne la questione di genere, dalle pubblicazioni di Al-Fatah e dai
discorsi dei suoi leader emerge chiaramente come il partito si interessi in maniera limitata alla
liberazione delle donne ed all'uguaglianza tra i due sessi dal momento in cui si concentra
quasi esclusivamente sull'istanza di liberazione nazionale, giungendo quindi alla conclusione
che la liberazione individuale, in questo caso la liberazione della donna, possa avvenire

174 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag 33.
175 John W. Amos, Palestinian Resistance: Organization of a nationalist movement, 1980, pag 173.
176 Per "a fianco" non si intende in supporto degli uomini ma al loro pari.
177 http://lemuradesoreilles.org/2014/04/07/for-me-palestine-is-paradise-conversation-with-leila-khaled
(6/02/2015)
178 La parola Fatah è un acronimo rovescitato della parola araba "Harakat Al-Tahrir Al-Watani Al-Filastiniyya"
che significa "Movimento di Liberazione Palestinese".
179 BBC NEWS, “Profile: Fatah Palestinian movement”, 4 Agosto 2009. URL:
http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/1371998.stm (6/02/2015) e Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women
and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag 27.

72
soltanto se questa prende parte alla lotta nazionale. La subordinazione dell'istanza di genere a
quella nazionale viene giustificata mettendo in luce come la liberazione delle donne si
verificherà in automatico dopo la conquista della liberazione nazionale dal momento in cui,
per il perseguimento di tale obiettivo, le donne hanno lottato assieme agli uomini, siano essi
padri, fratelli, mariti .180 A questo punto, infatti, gli uomini non potranno negare l'evidenza:
ovvero che le donne hanno contribuito a tale vittoria in egual misura e ponendosi al loro pari.
“Al-Fatah” non definisce i termini in cui consisterà la futura liberazione femminile,
ma si limita a spiegare come l'attivismo delle donne avrà delle implicazioni tali da gettare le
basi per un cambiamento a livello ideologico e sociale per quanto riguarda la condizione della
donna. Questo significa che la partecipazione femminile nella lotta di liberazione nazionale si
rivelerà necessaria anche per scardinare gli schemi sociali e culturali tradizionali, che non
sono altro che un impedimento per le donne stesse e per le loro libertà, e farà emergere una
nuova visione relativa alle donne, al loro staus sociale e alle loro facoltà. Di conseguenza
quello che si verrà a definire sarà un contesto tale da fornire alle donne una maggiore libertà
di manovra e d'azione.
Uno dei membri fondatori di “Al-Fatah”, Munir Shafiq, nel suo articolo “Propositions
on the Struggle of Women” pubblicato nel 1977, afferma che donne ed uomini hanno gli stessi
interessi politici e le stesse prospettive e, inoltre, le prime non sono soggette ad alcuna
specifica forma di oppressione. Queste, a suo dire, non hanno sofferenze o preoccupazioni
diverse o ulteriori a quelle che hanno tutti i palestinesi, proprio per questo motivo non
dovrebbero essere mobilitate in maniere differenti dal resto della popolazione palestinese.
Entrambi hanno una questione comune da affrontare che è la “sola” crisi nazionale. Munir
Shafiq non solo sminuisce le donne attiviste ma le accusa anche di cercare di essere come gli
uomini e di allontanare le altre donne dal problema reale. A suo avviso la volontà di
conquistare l'indipendenza economica non deve mettere a repentaglio l'adempimento ai doveri
domestici ed a questo proposito gli uomini non dovrebbero in alcun modo condividere con le
donne l'onere del lavoro domestico. L'attivismo politico inoltre non deve assolutamente
rappresentare un ostacolo al legame esistente tra le donne e la vita domestica, anzi le donne
dovrebbero adoperarsi per trovare una funzionalità reciproca tra la vita o il lavoro domestico e
l'operato politico.181
180 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pag
97.
181 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp

73
May Sayigh, una donna militante in “Al-Fatah” e membro del “Comitato Esecutivo”
della General Union of Palestinian Women collega la liberazione delle donne ad un processo
di trasformazione economica e politica a cui è necessario accompagnare la lotta ideologica.
Le donne possono ottenere l'emancipazione esclusivamente tramite la lotta organizzata,
situata in un movimento più esteso volto a porre fine a tutte le forme di oppressione.
Giustifica inoltre il ruolo particolare della lotta di liberazione delle donne all'interno della
liberazione nazionale come un fattore necessario per combattere contro la dominazione di
genere; quest'ultima è infatti profondamente radicata nei valori socio-culturali. May Sayigh
ritiene inoltre che non sia opportuno per le donne avere un'organizzazione indipendente e
scissa dalla Resistenza. La partecipazione delle donne all'interno di questo movimento
dovrebbe essere di massa e non limitata a singole persone. In questo caso la responsabilità di
mobilitare le donne all'interno della Resistenza deve essere assunta dalla leadership del
movimento e dalle donne che ricoprono le cariche più importanti. La responsabilità per la
scarsissima presenza femminile nelle posizioni di comando, specie se comparata a quella
maschile, è perciò attribuibile in toto alla leadership maschile ed a quelle poche donne che
hanno raggiunto determinati livelli. A questo proposito May Sayigh si pone in atteggiamento
critico rispetto al fatto che la Resistenza ponga scarsa attenzione alla questione di genere ed,
in generale, alle questioni sociali.182
Jihan Helou, membro del Segretariato generale della General Union of Palestinian
Women e militante nella sinistra di “Al-Fatah”183, riguardo al rapporto tra l'istanza nazionale e
quella femminile, sostiene che le due lotte siano strettamente connesse dal momento in cui la
lotta nazionale non potrebbe aver successo se contasse soltanto su metà della popolazione,
mentre le donne non potranno, di fatto, partecipare finché non si saranno liberate da tutti
quegli schemi ideologici che regolano le loro vite. Il presupposto sta nel fatto che le donne
siano in grado di migliorare il loro status sociale e che siano preparate a ricoprire un ruolo
maggiore nello sviluppo della nazione. A questo proposito Jihan Helou parla del ruolo sociale
che svolge la General Union of Palestinian Women. Questa cerca di facilitare ed incoraggiare
l'ingresso delle donne nella lotta per la liberazione nazionale modificando, ovviamente per
quanto ne sia possibile, la loro situazione economica e sociale. Logicamente questo

161-162 e Suad Joseph (a cura di), Gender and Citizenship in the Middle East, 2000, pag 145
182 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp.
162-163
183 PFLP Bullettin, N° 6, Aprile 1982, pag 31

74
cambiamento non potrà che essere relativo, perlomeno fino a quando non si potrà agire
all'interno di uno Stato liberato.184
Dopo l'istituzione dei campi di addestramento militare del “Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina” molte donne, militanti in “Al-Fatah”, iniziano a far pressioni per
l'apertura di ulteriori campi in maniera tale da poter prendere parte alla lotta armata. Um
Jihad, donna che ricopre una posizione di leadership in “Al-Fatah”, solleva la questione
dell'istituzione di campi di addestramento militare femminile durante il primo Congresso
Generale del suddetto partito. A seguito di incontri privati che Um Jihad tiene con Arafat e
con altri leader del partito, “Al-Fatah” decide di creare alcuni campi di addestramento di
artiglieria leggera e solo all'inizio degli anni '70 si avrà l'apertura di campi di addestramento
militare veri e propri. Differentemente da quelli istituiti qualche anno prima dal “Fronte
Popolare”, quest'ultimi non vedono uomini e donne addestrarsi insieme: i campi di
addestramento militare sono separati per uomini e donne.185 Non tutti i militanti di “Al-Fatah”
sono d'accordo con l'apertura di campi per le donne e qualcuno giustifica tale apertura in
questo modo: «Women mainly learn self-defense at the camps. Now that a gun in the house is
as common as a knife in the kitchen, women must know how to use them! 186»
Analizzando quindi i discorsi di alcuni militanti di “Al-Fatah”, riguardanti la questione
di genere, si evince come il partito non abbia una chiara e definita analisi politica di tale
questione. Tendenzialmente “Al-Fatah” pone la questione nazionale super omnia e non si
preoccupa di definire le trasformazioni socio-culturali verso cui la popolazione palestinese
andrà incontro una volta conquistata la liberazione.

III.IV Conclusioni

Il rapporto che intercorre tra la leadership maschile del movimento per la liberazione della
Palestina ed il movimento delle donne è alquanto asimmetrico e determina una dipendenza di
quest'ultimo dal primo. Per il movimento di liberazione è però necessaria la presenza delle
donne nell'arena politica nazionale e per questo motivo realizza dei progetti atti a facilitare la
presenza di queste ed a formare in loro una coscienza politica. Tra i vari programmi inaugurati
184 Julie M. Peteet, Gender in Crisis- Women and the Palestinian Resistance Movement, New York, 1991, pp
163-164 e PFLP Bullettin, N° 6, Aprile 1982, pp 31-32
185 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag 34.
186 http://www.csmonitor.com/1981/0731/073132.html (7/02/2015)

75
per le donne da parte dell'OLP, alcuni prevedono l'istituzione, all'interno dei campi di
rifugiati, di corsi di alfabetizzazione e di cicli di seminari i quali riproducono un ambiente
estremamente familiare in cui le donne si sentono libere e tranquille nel prender parte a
dibattiti che affrontano svariate tematiche, comprese quelle nazionali. Questi progetti si
rivelano fondamentali sia nel fortificare l'identità nazionale sia nella sempre maggior
sensibilizzazione delle donne alle tematiche politiche attuali.
Il movimento per la liberazione palestinese però “si limita”, da un certo punto di vista, ad
affrontare la questione nazionale senza prendere in considerazione la questione di genere o
comunque rimandandola ad un secondo momento: dopo aver ottenuto la liberazione della
Palestina. Poiché l'“Organizzazione per la Liberazione della Palestina” è costituita da una
pluralità di forze politiche, è opportuno prendere in considerazione il fatto che queste non
riescano a raggiungere un punto di convergenza per quanto concerne l'uguaglianza tra i due
sessi. Ogni partito si rende infatti artefice di una propria analisi politica inerente alla questione
di genere: il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” per esempio viene definito
anche il “Women's Front” vista e considerata la numerosa presenza di donne al suo interno,
anche in posizioni di leadership. Abbiamo però analizzato come talvolta sia l'OLP sia i partiti
all'interno di questa, siano responsabili di svariate contraddizioni o incongruenze perciò,
benché sia senza ombra di dubbio un fattore positivo l'enorme presenza di donne nel “FDLP”,
è necessario analizzarne le motivazioni. Il “FDLP” infatti ritiene che una forte presenza di
donne al suo interno sia indispensabile per essere considerato un partito moderno e volto al
progresso e per apparire credibile al cospetto di altri partiti o di altri paesi.
Il “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, partito schierato a sinistra
dell'“OLP”, non rimanda in alcun modo la questione di genere ad un secondo momento ma la
reputa parte integrante e fondamentale della questione nazionale. Questo infatti si oppone a
qualsiasi tipo di discriminazione e ritiene che le donne abbiano diritto a lottare assieme agli
uomini in un livello di assoluta parità, qualsiasi sia il ruolo che esse ricoprono all'interno della
lotta. Inoltre il “FPLP” crea un precedente nell'istituire dei campi di addestramento militare
dove a uomini e donne sia fornita la possibilità di preparare azioni o di fare pratica insieme e
non separatamente. Il partito non relega infatti le donne a ricoprire ruoli che riflettono
l'ambiente familiare e domestico ma vuole che queste vadano a determinare la parte attiva
della Resistenza.
All'interno di “Al-Fatah” si hanno differenti posizioni per quanto riguarda la questione

76
di genere ma ciò che emerge è la priorità assoluta della questione nazionale. Solo dopo che la
Palestina sarà libera si potrà provvedere a risolvere qualsiasi contraddizione radicata nella
società. Comunque anche “Al-Fatah” attribuisce importanza alla presenza delle donne nella
lotta di liberazione nazionale nonostante che per alcune questioni, come quella militare,
fatichi a considerarle al pari degli uomini. Nel momento in cui infatti istituisce i campi di
addestramento militare, li crea separatamente per uomini e donne.
E' evidente come le donne non solo a livello sociale ma anche all'interno della lotta per
la liberazione della Palestina non godano degli stessi diritti e delle stesse possibilità degli
uomini. Nel corso degli anni molti passi in avanti sono stati fatti ma non sono stati sufficienti
ad abbattere le disuguaglianze. In alcuni partiti le donne riescono a svolgere molti compiti,
talvolta anche quelli militari, ma il problema è sempre lo stesso: la percentuale di donne
impegnate nell'arena politica nazionale rimane molto bassa. Più alta invece è quella di donne
attive nell'ambito sociale, dove non è necessario un alto grado di coscienza politica.
In questo contesto sarebbe sicuramente fondamentale abbattere quello schema culturale
tradizionale che vede le donne in funzione del loro apparato riproduttore e destinate alle
faccende domestiche.

77
Capitolo IV

L'impegno politico delle donne durante la prima Intifada

IV.I Contestualizzazione della prima Intifada

La prima Intifada, conosciuta anche come "la rivolta delle pietre", è una sollevazione popolare
e di massa che ha inizio il 9 Dicembre del 1987 ed ha l'obiettivo di porre fine all'occupazione
militare israeliana, in maniera tale da fondare uno Stato palestinese sovrano ed indipendente. I
motivi che determinano un continuo aumento della tensione e che portano infine allo scoppio
della prima Intifada sono molteplici. Abbiamo visto come, già a partire dalla fine dell'800, i
primi insediamenti ebraici in Palestina siano stati alla base di non pochi contrasti e come
questi contrasti si siano poi prolungati nel corso di tutto il '900. Il declino della situazione, già
particolarmente instabile, è segnato dall'occupazione dei territori palestinesi di Gaza e
Cisgiordania da parte di Israele nel 1967 e, più nello specifico, dall'ascesa al potere nel 1977
del movimento di destra sionista Likud.187 Da questo momento in poi le gravi condizioni a cui
sono soggetti i palestinesi vanno a determinare un crescente senso di frustrazione. Sul piano
economico, dopo la perdita delle proprie terre, il tasso di disoccupazione è in costante crescita
e le persone che lavorano per Israele sono perlopiù sottopagate. A livello sociale e politico i
palestinesi non solo si vedono negare molti diritti, ma sono anche vittime della spietata
repressione israeliana, diretta adesso dal Likud, che è responsabile di espropri di terre,
demolizioni di case, arresti di massa (alcuni dei quali avvengono per sospettato attivismo
politico e ricorrendo alla pratica della detenzione amministrativa), torture e molto altro
ancora. La vita quotidiana risulta alquanto complicata, perché anche sul piano burocratico si
moltiplicano ostacoli a cui far fronte per ottenere un qualsiasi permesso o licenza.188
Un altro fattore importante da prendere in considerazione per quanto riguarda il
continuo aumento della tensione è il rapporto che si va a determinare tra i palestinesi della
Striscia di Gaza e della Cisgiordania e la leadership dell'OLP, che a partire dal 1982 ha la
187 Il Likud viene fondato nel 1973 da Begin che ne rimane il leader dal 1973 al 1983. Con Begin il Likud,
durante le elezioni del 1977, ha la vittoria sul Partito Laburista. vd. The Jerusalem Post, Michael Omer-Man,
13 Maggio 2012. http://www.jpost.com/Features/In-Thespotlight/This-Week-in-History-The-Likud-upheaval
(17/02/2015)
188 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, V Ed. 2012, pp 473-474 e/o
http://www.marxismo.net/idm/idm7/idm7_art_03.htm (17/02/2015)

78
propria sede a Tunisi.
I palestinesi iniziano a maturare un malcontento sempre più forte nei confronti dell'operato
dell'OLP e del suo presidente Arafat che, trovandosi a Tunisi, non ha più una percezione
diretta delle gravi condizioni in cui si trovano i Territori Occupati.189
Al di là di tutte quante le suddette problematiche, di per sé sufficienti a far scoppiare
una sollevazione, la miccia della rivolta si accende in seguito ad un evento specifico. Il 7
Dicembre 1987 si verifica un incidente stradale che vede coinvolti un veicolo militare
israeliano e due veicoli in cui viaggiavano palestinesi del campo profughi di Jabalya, nella
Striscia di Gaza. Lo scontro causa la morte di 4 palestinesi ma il problema è un altro: sono in
molti a ritenere che non si sia trattato di un normale incidente stradale quanto di una ritorsione
in seguito all'uccisione a Gaza di un israeliano il 6 Dicembre 1987. 190 In occasione del
funerale delle quattro vittime dell'incidente, migliaia di palestinesi si radunano e ne nasce una
protesta contro quanto avvenuto; la reazione dell'esercito israeliano è brutale: apre il fuoco e
uccide alcuni dei manifestanti. Quello che accade nell'immediato sancisce l'inizio di una vera
e propria rivolta spontanea, popolare e di massa che si diffonde inizialmente tra i vari campi
profughi all'interno della Striscia di Gaza ed in seguito da questa alla Cisgiordania. La rivolta
vede partecipare chiunque: donne, uomini, bambini o anziani, tutti quanti accomunati dalla
volontà di raggiungere l'autodeterminazione del popolo palestinese. Da una parte si fa uso di
pietre, da cui prende appunto il nome la prima Intifada, bombe Molotov o catapulte e dall'altra
invece si sfruttano tecnologie d'avanguardia ed armamenti estremamente efficaci. Non è un
caso che dopo pochissime settimane dall'inizio dell'Intifada, il Consiglio di Sicurezza della
Nazioni Unite191 sanzioni lo Stato di Israele a causa della violazione della Convenzione di
Ginevra per aver negato i diritti umani dei palestinesi ed aver ucciso un altissimo numero di
palestinesi.
Fin da subito l'Intifada, pur essendo una sollevazione dal basso e popolare, vede la
nascita di Comitati Popolari che riuniscono gli attivisti e ne organizzano e dirigono le attività.
Si diffondono comitati di ogni tipo. In molti si occupano della resistenza armata ma non
mancano quelli che si impegnano in ogni altro aspetto della vita quotidiana dell'Intifada: dalla
situazione economica, al boicottaggio dei prodotti israeliani, all'istruzione (vista la chiusura
189 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, V Ed. 2012, pp 477-478.
190 http://unosguardosullapalestina.altervista.org/?p=514 (17/02/2015)
191 Risoluzione n° 605 (22 Dicembre 1987) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: "Il CS deplora con
forza le politiche e le pratiche israeliane che negano i diritti umani dei Palestinesi .",vd.
http://www.forumpalestina.org/informazione/Risoluzioni_ONU_contro_Israele.htm (17/02/2015)

79
delle scuole da parte delle autorità israeliane), alla sanità ed ad altre istituzioni di base.
L'obiettivo che si prefiggono è quello di creare una rete di comitati che vada a costituire una
alternativa, che sia autonoma ed indipendente, alle istituzioni israeliane192.
Mentre da una parte questi comitati continuano a nascere spontaneamente, a livello popolare e
di massa in ogni villaggio ed in ogni città, dall'altra, nel Gennaio del 1988, un gruppo di
rappresentanti delle maggiori forze politiche all'interno dell'Organizzazione per la Liberazione
della Palestina dà vita alla “Unified National Leadership (UNL)”.193 Questa inizia a pubblicare
una serie di opuscoli in cui inserisce istruzioni, consigli e raccomandazioni per quanto
riguarda le attività di protesta che devono esser portate avanti. Inoltre la Unified National
Leadership fa proprio un programma di 14 punti che rappresenta gli obiettivi dell'Intifada:
porre fine alla costruzione di colonie israeliane e alla confisca di terre arabe, cancellare le
tasse speciali e le restrizioni applicate ai soli palestinesi ed infine si chiede ad Israele di
riconoscere l'indipendenza dello Stato palestinese sotto la leadership dell'OLP.
In questo momento l'OLP attraversa un periodo molto difficile perché cerca di
prendere in mano le redini della rivolta ma il suo tentativo fallisce: Arafat si rende conto che
l'unica potenza in grado di persuadere Israele ad avviare dei negoziati con la Palestina sono
gli Stati Uniti, ma questi non avrebbero fatto da mediatori finché l'OLP non avesse
riconosciuto lo Stato israeliano. Così nel 1988 l'Organizzazione per la Liberazione della
Palestina accetta due risoluzioni ONU194 necessarie ai fini dell'organizzazione di una
conferenza di pace, desiste dall'uso del terrorismo come strategia politico-militare ed infine
dichiara l'indipendenza dello Stato palestinese e la sovranità di questo su Cisgiordania e
Striscia di Gaza con Gerusalemme Est capitale. L'OLP specifica sia il fatto che tutta la
Palestina avrebbe dovuto essere liberata sia che avrebbe riconosciuto ad Israele il diritto di
esistere soltanto se questo si fosse limitato a restare entro i confini precedenti al 1967.
Questi tentativi, uniti a quelli fatti per poter ottenere che gli Stati Uniti accettassero il ruolo di
mediatori, vengono vanificati nel momento in cui il governo israeliano del Primo Ministro
Yitzhak Shamir (in carica dal 1983 al 1984 e dal 1986 al 1992 e membro del partito Likud)
rifiuta un qualsiasi cambiamento dello status giuridico dei Territori Occupati.
192 http://www.marxismo.net/idm/idm7/idm7_art_03.htm (18/02/2015)
193 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, V Ed. 2012, pag 475.
194 Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, accettate dall'OLP sono la 242 (del 1967) e la
338 (del 1973): la prima auspica il ritiro dei militari israeliani ed il reciproco riconoscimento tra i due Stati
mentre la seconda impone il cessate il fuoco alla Palestina e ad Israele in occasione della guerra dello Yom
Kippur. http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/242(1967) (18/02/2015) e
http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/338(1973) (18/02/2015)

80
Un ulteriore peggioramento della situazione si verifica nel momento in cui un gruppo di
persone appartenenti all'OLP cerca di organizzare un raid in Israele; questa circostanza
sancisce la perdita di credibilità di Arafat come interlocutore proprio perché aveva da poco
dichiarato che l'OLP avrebbe rinunciato all'uso del terrorismo. Nel 1990 George H. W. Bush,
in seguito a pressioni interne, decide di porre fine ai contatti con l'Organizzazione per la
Liberazione della Palestina. Da questa situazione emerge un duplice fallimento di Arafat e
della sua organizzazione: uno in ambito internazionale perché, dopo anni di rifiuto, aveva
deciso per un'apertura nei confronti di Israele senza però ottenere niente in cambio sul piano
diplomatico; uno in ambito domestico perché dimostra per l'ennesima volta la propria
incapacità nel gestire la situazione. Ciò non fa che accrescere ancor di più la disaffezione del
popolo palestinese nei confronti dell'OLP.195
Lo stallo diplomatico però corrisponde ad un'interruzione dell'Intifada che infatti
prosegue il suo operato. Per rendere sempre più difficile ad Israele il compito di gestire
l'occupazione palestinese, vengono condotte attività mirate: non si tratta “soltanto” di
manifestazioni di massa oppure di attacchi diretti nei confronti delle autorità israeliane che
possono, per esempio, prevedere il lancio di pietre, ma si tratta anche di un forte attacco
sferrato in ambito economico. Nei primi tre anni dell'Intifada i palestinesi vanno a
determinare un ambito di vera e propria disobbedienza civile dove vengono boicottate le
merci israeliane, vengono indetti scioperi generali, chiusure di negozi e vengono promosse
campagne per sensibilizzare le persone a non pagare le tasse israeliane. Questo programma
volto a creare problemi all'economia israeliana viene affiancato da un altro programma che ha
lo scopo di rendere le economie della Striscia di Gaza e della Cisgiordania autosufficienti.
Tale autosufficienza presuppone che da quel momento in avanti l'economia palestinese faccia,
il più possibile, affidamento sui beni di produzione propria e sui manufatti locali 196. A questo
proposito svolgono un ruolo fondamentale le cooperative economiche di cui le donne
palestinesi si fanno carico. L'Intifada, in poche parole, arriva a toccare tutti gli ambiti della
vita sociale, politica ed economica del popolo palestinese e non si limita a specifici settori
della società. La lotta contro Israele permette di superare, per una volta, tutte le divergenze ed
i differenti interessi presenti nella società palestinese.

195 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, V Ed. 2012, pp 477-478.
196 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, V Ed. 2012, pp 475-476.

81
IV.II I fattori all'origine della partecipazione delle donne alla prima Intifada

Prima di approfondire l'attivismo vero e proprio delle donne durante la rivolta delle pietre, è
necessario esaminare quali fattori si sono dimostrati indispensabili nel promuoverlo.
Sicuramente il lavoro di formazione politica svolto dai comitati popolari femminili a partire
dall'inizio degli anni Ottanta si è rilevato fondamentale nel caratterizzare tale partecipazione. I
comitati si sono impegnati nell'istituire corsi di alfabetizzazione, corsi di primo soccorso e
anche corsi di formazione professionale, al fine di rendere più semplice alle donne l'ingresso
nel mondo del lavoro in un momento in cui una gran parte degli uomini si trovava nelle
carceri israeliane e non poteva certo contribuire al sostentamento delle famiglie. Quello che si
è dimostrato assolutamente necessario per andare incontro alle esigenze pratiche delle donne è
stata per esempio la creazione di asili nido; in questo modo le donne con bambini molto
piccoli hanno avuto la possibilità di lasciare per tutta la giornata ed in posti sicuri i figli,
potendosi così dedicare non solo al lavoro ma anche alla maturazione del proprio interesse
politico.197 Il lavoro dei comitati però non si limita ad un periodo di tempo antecedente la
prima Intifada ma anzi si protrae e si rafforza nel corso della rivolta, risultando essenziale ai
fini della mobilitazione di massa, anche perché è in grado di entrare in contatto non solo con
le donne delle città ma anche con quelle dei villaggi e dei campi profughi. In questo periodo i
quattro comitati fanno convergere le proprie forze cercando di istituire un maggior numero di
asili nido e fornendo servizi di doposcuola che si prendano cura dei bambini e che li possano
ospitare per un maggior numero di ore durante la giornata, cosicché le madri abbiano a
propria disposizione il tempo per prender parte attivamente e continuativamente alla rivolta. 198
«When we asked the members what their problems were, they replied: ‘Children. If we wantto
become active, either by going to work or bybecoming involved in the committees, we need
kindergartens and nurseries for our children»199.
Inoltre per fronteggiare le incessanti emergenze dettate dal protratto uso della violenza per
mano dell'esercito israeliano, vengono istituiti sempre più corsi di primo soccorso.200

197 Joost R. Hiltermann, “Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3, 1991 pp 49-50.
198 Samira Haj: “Palestinian Women and Patriarchal Relations”, in Signs, Vol. XVII N°.4, 1992, pag 773.
199 Islah Jad, The Demobilization of Women's Movement: The Case of Palestine, Toronto, 2008, pag. 5.
200 Joost R. Hiltermann,“Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3, 1991 pp 49-50.

82
Inoltre la collaborazione tra questi comitati popolari si istituzionalizza nel 1988 con la nascita
del Higher Women's Council, rinominato in seguito Unified Women's Council, (composto da
donne leader che rappresentano ciascuno dei quattro comitati popolari) che ha l'obiettivo di
unire il movimento delle donne intorno alla questione sociale di genere ed a quella politica
nazionale.201 Inoltre il Higher Women's Council può essere molto importante per migliorare lo
status delle donne dal momento in cui gode anche della forza opportuna a far pressioni
politiche sulla Unified National Leadership.
Le funzioni di cui tali comitati si fanno carico, oltre ad essere alquanto utili a livello
pratico, lo sono anche sul piano teorico per quanto riguarda la formazione della coscienza
politica di moltissime donne. Tra un'attività e l'altra si vengono infatti a creare occasioni di
dialogo e di discussione politica sia inerenti alla questione di genere che a quella nazionale. Si
forma un ambito informale ed intimo in cui le donne hanno l'opportunità di porre al centro del
confronto le loro differenti situazioni, esperienze, idee e quant'altro. In questo modo si
vengono a determinare degli effetti alquanto positivi. Sul piano privato per esempio è molto
probabile che si creino forti legami interpersonali, i quali più volte si fondano su forti
sentimenti di solidarietà reciproca. Inoltre sul piano politico e sociale, visto e considerato il
carattere semplice e confidenziale che si viene a determinare in certe discussioni, si dimostra
più semplice per quelle donne che partono da livelli di conoscenza molto bassi e talvolta pari
allo zero, consolidare passo dopo passo un buon apprendimento. Questo discorso è quindi
valido in special modo per quelle donne con un basso livello di istruzione o per quelle che,
per un motivo o per un altro, non hanno avuto finora l'occasione e la possibilità di impegnarsi
in alcuna attività politica o sociale.
I comitati popolari femminili grazie alle molteplici politiche che hanno avuto modo di
applicare, restano di fatto tra i maggiori responsabili della fortissima adesione delle donne alla
prima Intifada, per l'appunto definita una rivolta popolare e di massa.
A questo proposito è necessario prendere in considerazione che l'8 Marzo del 1988 viene
pubblicato il primo comunicato delle quattro organizzazioni delle donne e delle associazioni
caritatevoli. Questo comunicato è il primo in cui è presente un programma completo
indirizzato alle donne ed in cui vengono specificati i metodi di partecipazione delle donne
201 Joost R. Hiltermann, Behind the Intifada: labour and women’s movements in the occupied Territories, New
Jersey, Princeton, 1991, pag 198 e Joost R. Hiltermann,“Women’s Movement During the Uprising”, in
Journal of Palestine Studies, Vol XX, N°3,, 1991 pag. 53 e Suha Sabbagh (a cura di), Palestinian Women of
Gaza and the West Bank, Bloomington, 1998, pag. 5 e Melinda M. Cohoon, “Palestinian Women of the
Intifada: the Women's Committees, 1987-1988”, 2014, Undergraduated Honors Theses, pp. 32-33.

83
all'interno della rivolta: «Our heroic women, mother of martyrs, the imprisoned and the
injured, their wives, sisters and girls. To all the Palestinian women in camps, villages and
cities, who are united in their struggle and their political confrontation with repression and
terrorism... to all our sisters in the battle where hostile theories have been burnt... let our
activists participate extensively in the popular committees in neighborhoods, cities, villages
and camps. Let them participate in making programs to promote the intifada and support our
steadfast people. Let us send representatives to collect donations and expose the various
occupation practices. Let our working women participate in the unions and organize as
workers; and step by step we'll achieve victory. Oh working women, join your fellow workers
in boycotting work on strike days for you mostly suffer from racism and continuous
oppression. Oh heroic teachers, our childre's future is important; the occupying authorities
have closed down all our educational institutions. Therefore, unite and confront the policy of
closing the educational institutions, whose purpose is to produce an illiterate generation.
Mothers, in camps, village, cities, continue confronting soldiers and settlers. Let each woman
consider the wounded and imprisoned her own children. In the name of the great uprising, we
ask you all to develop the concept of home economy by producing all food and clothes locally.
This is a step in boycotting Israeli goods and paralyzing their economy. We can achieve this
goal by going to the land, the source of goodness and happiness».202
Il comunicato viene pubblicato non solo dai comitati popolari ma anche dalle associazioni
caritatevoli. Come più volte abbiamo avuto modo di esaminare, anche le attività di queste
sono rivolte alle donne ed ai loro bisogni. Trattandosi però di associazioni caritatevoli,
costituite prevalentemente da donne della borghesia, conducono attività di mero
assistenzialismo. E' innegabile il fatto che anche queste costituiscano un forte aiuto nei
confronti delle donne, soprattutto quelle più povere o quelle che vivono nei villaggi e nei
campi profughi. Il fattore su cui però è necessario soffermarsi è un altro: queste associazioni
non provvedono a mettere a disposizione di queste donne gli strumenti a loro necessari per
poter ottenere più autonomia e diventare indipendenti sia nell'ambito familiare sia nella vita
pubblica e politica.203 E' proprio questo fattore a segnare la differenza tra le associazioni
caritatevoli ed i comitati popolari femminili palestinesi. Il successo di quest'ultimi nell'aiutare
202 Cit.in Islah Jad, "From Salons to the Popular Committees- Palestinian Women. 1919-1989" in Jamal R.
Nassar, Roger Heacock (a cura di), Intifada-Palestine at the Crossroads, Westport, Connecticut, 1990, pp
133-134
203 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pp 39-40

84
le donne a formarsi una coscienza politica e nel facilitare la loro partecipazione alla "rivolta
delle pietre" si è concretizzato proprio perché hanno messo a disposizione delle donne quei
mezzi indispensabili al raggiungimento della loro indipendenza economica, che di
conseguenza permette di svincolarsi dall'ambito familiare e di essere in grado di partecipare
all'arena pubblica e politica. Ciò rappresenta un passaggio essenziale ai fini della
partecipazione femminile alla prima Intifada.
Un altro fattore fondamentale ai fini della suddetta partecipazione è l'istituzione del
sistema universitario nel 1972204. La prima università ad essere aperta è quella di Bir Zeit in
Cisgiordania nel 1972205; in seguito ne vengono aperte altre tre in Cisgiordania, l'Università di
Betlemme, l'Università di Nablus e l'Università di Hebron e soltanto una nella Striscia di
Gaza, l'Università Islamica di Gaza. Questi istituti negli anni 1982-1983 contano circa 10.000
studenti, dei quali il 40% è costituito da donne. Il più alto tasso di donne iscritte lo conta
l'Università di Hebron dove nel 1981-1982 queste sono circa il 55% 206. Da una parte i
miglioramenti del sistema dell'istruzione implicano un drastico abbassamento del tasso di
analfabetismo femminile207 e, quindi, una gamma più vasta di opportunità per le donne,
dall'altra l'istituzione stessa del sistema universitario si dimostra fondamentale anche in
quanto arena costruttiva per la discussione politica. L'università si assume le proprie
responsabilità nazionali e cerca, in maniera determinata, sia di mantenere la propria
indipendenza dal controllo israeliano sia di focalizzare i curricula sui bisogni nazionali. Per
esempio all'Università di Betlemme i corsi sono orientati verso servizi come quello sanitario o
quello economico. All'Università di Bir Zeit, invece, si richiede agli studenti di svolgere una
determinata quantità di lavoro collettivo nell'ideazione di programmi di sviluppo, nel fornire
servizi sociali o nel fare la raccolta. In altre università vengono istituiti dipartimenti di ricerca
per consultare archivi di storia, sociologia ed economia palestinese.208
Anche all'interno delle università avviene il confronto tra persone provenienti da

204 Kitty Warnock, Land before honour- Palestinian women in the occupied territories, Londra, 1990, pag 91.
205 L'istituzione accademica di Bir Zeit viene fondata in realtà nel 1924 ma inizialmente svolge il ruolo di
scuola elementare, in seguito diviene una scuola secondaria. Bisogna aspettare fino al Luglio del 1976 perché
l'Università di Bir Zeit assegni le sue prime lauree. Vd http://www.birzeit.edu/history (26/02/2015)
206 Kitty Warnock, Land before honour- Palestinian women in the occupied territories, Londra, 1990, pag 91.
207 vd. I capitolo, paragrafo I.IV "Le donne ed i comitati popolari" e Maria Holt, “Palestinian women, violence,
and the peace process” in: Development in Practice, Vol. XIII, N° 2/3, 2003, pp 228-229, il tasso di
analfabetismo femminile nella Striscia di Gaza scende dal 65% nel 1970 al 39% nel 1983, mentre in
Cisgiordania, nello stesso periodo di riferimento, il tasso di analfabetismo femminile scende dal 75% al
37%.
208 Kitty Warnock, Land before honour- Palestinian women in the occupied territories, Londra, 1990, pp 91-92.

85
circostanze tra sé molto distanti: chi proviene per esempio dai campi rifugiati, chi dai villaggi
e chi dalle città; già dai primi anni Ottanta l'università non è più un'istituzione rivolta soltanto
alle classi d'élite e questo è sicuramente indice di una trasformazione sociale che è in atto.
L'ambiente universitario svolge il compito basilare di formare politicamente le masse e
comporta la nascita di molte organizzazioni studentesche, che vedono una forte presenza delle
donne, necessarie a rafforzare l'identità nazionale ed a portare avanti il dibattito relativo alla
liberazione della Palestina. Sono proprio alcune donne provenienti dalle università, con una
sviluppata coscienza critica e politica, a dar vita negli anni '80 ai comitati popolari
femminili.209
Il fatto che all'interno dell'università vi possano essere tali dibattiti ed il fatto che
proprio questo possa essere un spazio in cui reclutare continuamente nuovi militanti, è visto
dal governo israeliano come minaccia all'ordine ed alla propria sicurezza. Per questo motivo
infatti più volte ricorre alla chiusura di tali istituzioni. Inoltre il governo d'Israele ritiene che
gli istituti universitari abbiano svolto un ruolo determinante nella mobilitazione popolare nel
corso della prima Intifada. A questo proposito l'Università di Bir Zeit, in Palestina, dal 1979 al
1988 viene chiusa ben 14 volte, quattro delle quali dal 1980 al 1982 e per estesi lassi
temporali. Un altro esempio è costituito dall'Università di Betlemme che nell'Ottobre del 1983
viene chiusa dalle autorità israeliane.210
In sintesi gli anni '70 ed '80 risultano essere molto incisivi nel percorso politico di
molte donne, soprattutto ai fini della loro adesione alla "rivolta delle pietre". Bisogna però
tener conto anche del fatto che non tutte le donne che vi prendono parte godono di un alto
livello di istruzione od organizzano le proprie attività tramite i comitati popolari femminili
perché alla prima Intifada partecipano anche donne che non sono attive nei partiti politici,
associazioni o comitati. E' però inevitabile che l'avvento dapprima del sistema universitario in
Palestina e la nascita poi dei comitati rappresentano un effettivo punto di svolta per molte
donne e per la loro partecipazione alla rivolta.

209 Joost R. Hiltermann, “Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3, 1991 pag 49.
210 Ido Zelkovtitz, “Education, revolution and evolution: the Palestinian universities as initiators of national
struggle 1972-1995” in History of education, Vol. XLIII, N°3, 2014, pag 393.

86
IV.III Le caratteristiche della partecipazione femminile alla prima Intifada

La prima Intifada vede la partecipazione di numerose donne che, prendendo atto della
situazione che si sta determinando, si rendono immediatamente disponibili a dare il proprio
contributo alla causa nazionale. Il loro ruolo adesso non si limita alla sfera riproduttiva o
all'educazione dei figli, il cosiddetto fronte domestico, ma si estende anche all'ambito
politico211. Questo si concretizza principalmente su due livelli: da una parte a livello
organizzativo e dall'altra mediante la partecipazione di massa 212. Innanzitutto è opportuno
considerare il fatto che le donne sfruttino l'opportunità di uscire dalle quattro mura
domestiche per potersi inserire negli spazi pubblici dellìIntifada, sfidando in parte le relazioni
e le dinamiche di potere esistenti tra uomini e donne213.
«In its beginning, the Intifada was not only a political issue, a social revolution was taking
place. Women began to get out of the house, from their cocoon, from the kitchen and washing
dishes, and go out and participate with men. As if she has forgotten the whole history of
patriarchal oppression. She could now lead popular committees, build other committees,
decide, and participate in decision-making. This is not only nationalism. Here the linkage was
being made unconsciously».214
La partecipazione vera e propria delle donne alla prima Intifada è ben visibile in
qualsiasi sfera; le donne ci sono e si fanno vedere. Non si tirano indietro dagli spazi pubblici
né continuano a ricoprire soltanto quei ruoli ritenuti passivi; al contrario le donne partecipano,
anche economicamente e militarmente215. Sfruttano sia i mezzi pacifici sia i mezzi più
violenti. Pur essendo in minoranza è tuttavia possibile trovare donne che prendono parte ad
azioni armate organizzate. Le attività su cui si concentrano maggiormente però sono altre.
Non è certo raro vederle mentre convocano manifestazioni di protesta o vi partecipano

211 Nadera Shalhoub-Kevorkian, Militarization and Violence against Women in Conflict Zones in the Middle
East- A Palestinian Case-Study, New York, 2009, pag. 13.
212 https://libcom.org/library/palestinian-women-occupied-territories-interview-laila-al-hamdani (26/02/2015)
213 Nadera Shalhoub-Kevorkian, Militarization and Violence against Women in Conflict Zones in the Middle
East- A Palestinian Case-Study, New York, 2009, pag. 14 e Melanie Kaye/Kantrowitz, “Women and the
Intifada”, in Off Our Back, Vol. XIX N°.6, Giugno 1989, pag 1.
214 Rabab Abdulhadi, “The Palestinian Women's Autonomous Movement: Emergence, Dynamics, And
Challenges” in: Gender and society, Vol.XII, N° 6, Special Issue: Gender and Social Movements, Part 1,
1998, pp. 657-658.
215 Silvia Carbone: “Le donne palestinesi e la partecipazione alla lotta di liberazione nazionale” in:
International journal of gender studies, Vol.II, N°4, 2013, pag 195.

87
occupando le prime file216, mentre danno il proprio aiuto agli shebab,217 prendono parte a sit-
in o blocchi stradali bruciando pneumatici218, ad azioni di disobbedienza civile, mentre
fronteggiano i soldati israeliani, tirano pietre 219 e rendono possibile il boicottaggio dei prodotti
israeliani, cercando al contempo di creare un'alternativa economica valida, tramite l'istituzione
di cooperative economiche. Di fatto portano avanti qualsiasi azione reputata necessaria contro
il governo israeliano.
Per quanto riguarda il ruolo delle donne alla “rivolta delle pietre” è utile ricordare che dopo
soli tre mesi dallo scoppio della prima Intifada, la media settimanale di marce delle donne
ammonta a circa 115 ed in questo lasso temporale le donne che vengono uccise dalle autorità
israeliane sono 16.220 Durante questi anni basta davvero poco per mettere a repentaglio la
propria vita; per quanto possa sembrare assurdo, uscire di casa oppure partecipare ad una
manifestazione sono azioni che possono tranquillamente implicare la morte. Per quanto
riguarda i cortei di protesta, non si tratta solo di disperdere le persone tramite l'utilizzo di gas
lacrimogeni, non si tratta solo di sparare proiettili di gomma, si tratta anche di sparare
proiettili, veri.
Differentemente da quanto accaduto in Palestina nei decenni precedenti, dove la
maggioranza di donne impegnate nell'arena sociale e politica proveniva dall'élite urbana,
adesso le donne che aderiscono e fanno proprio l'impegno sociale, politico ed economico
appartengono a contesti tra sé molto differenti e talvolta distanti. Nella “rivolta delle pietre” la
provenienza delle donne in lotta risulta alquanto variegata: si incontrano donne delle città, dei
villaggi o dei campi profughi. Oltre a ciò è molto probabile trovare donne con diversi gradi di
istruzione, di differenti età oppure di differenti strati economici e sociali. Adesso non si
vedono più soltanto le donne appartenenti alle élite urbane che incentrano il loro operato
verso le donne più povere, adesso si hanno donne delle èlite, delle classi medie e donne che
vivono e lavorano nelle campagne che sono unite nel dare il proprio sostegno alla prima

216 https://libcom.org/library/palestinian-women-occupied-territories-interview-laila-al-hamdani (26/02/2015)


217 Eileen Kitty, Penny Johnson: “Where Have All the Women (and Men) Gone? Reflections on Gender and the
Second Palestinian Intifada” in Feminist Review, N°. 69, 2001, pag. 34.
Nel contesto palestinese per shebab si intendono i ragazzi giovani.
218 Islah Jad, “Claiming Feminism, Claiming Nationalism: Women's Activism in the Occupied Territories”, in
Amrita Basu (a cura di), The Challenge Of Local Feminism: Women's Movements in Global Perspective
(Social Change in Glocal Perspective), 1995, pp. 234-235
219 Samira Haj: “Palestinian Women and Patriarchal Relations”, in Signs, Vol. XVII N°.4, 1992, pag. 772.
220 Philippa Strum, “West Bank and the Intifada: Revolution within the Revolution”, in Suha Sabbagh (a cura
di), Palestinian Women of Gaza and the West Bank, Bloomington, 1998, pag. 66.

88
Intifada221; è perciò evidente come la rivolta rappresenti un effettivo punto di convergenza tra
plurimi e molteplici contesti.222
Più volte capita che siano proprio le donne ad assumersi il compito, da sempre svolto
dagli uomini, di difendere città, villaggi e campi profughi, armate al massimo di qualche
coltello e facendo turni di guardia che talvolta le tengono sveglie per 3 o 4 notti di fila.
Sempre sul piano dell'organizzazione sociale ci sono donne che si occupano di procacciare del
cibo, ma non per sé o per i propri figli, bensì per tutti quelli che ne hanno reale bisogno.
Anche se questo spesso può implicare di saltare da un tetto all'altro durante le ore del
coprifuoco, loro non si tirano indietro. 223
Dunque non sono più gli uomini gli unici a morire per la causa del popolo palestinese,
assieme a loro ci sono molte donne che decidono consapevolmente di mettere a repentaglio le
proprie vite per vedere la propria terra ed i propri figli liberi. Le donne non “solo” rischiano le
loro vite per questi obiettivi di lungo termine, ma anche semplicemente per ottenere dei
risultati nell'immediato. Più volte, durante la prima Intifada, le donne usano i loro corpi per
proteggere effettivamente i loro compagni dall'arresto o dall'uccisione. Non è un caso che
alcune donne abbiano trovato la morte per essersi coraggiosamente frapposte tra un
compagno, non necessariamente un parente, e la pistola in mano al soldato israeliano di turno.
Molte altre organizzano manifestazioni di protesta di fronte alle carceri nelle quali sono
rinchiusi prigionieri palestinesi; queste per protestare non aspettano il momento in cui i propri
mariti o i propri figli vengano incarcerati224, le donne protestano appena valutano che è
necessario farlo.
Tramite l'attività che conducono, le donne danno prova di immensa forza; tuttavia è
opportuno considerare che la paura è tanta. La paura di essere stuprate, incarcerate, torturare o
uccise permane, ma non ha più un effetto deterrente. Ciò avviene non perché le donne sono
incoscienti; esse sono del tutto consapevoli delle conseguenze a cui potrebbero andare
incontro, ma non vogliono cadere nella trappola rappresentata dagli strumenti che Israele
utilizza per debellare la rivolta. Così facendo le donne stesse sono le artefici di un
cambiamento della loro posizione all'interno della società e, inoltre, sono molto unite in

221 Samira Haj: “Palestinian Women and Patriarchal Relations”, in Signs, Vol. XVII N°.4, 1992 pag. 772.
222 Nadera Shalhoub-Kevorkian, Militarization and Violence against Women in Conflict Zones in the Middle
East- A Palestinian Case-Study, New York, 2009, pp 14-15.
223 https://libcom.org/library/palestinian-women-occupied-territories-interview-laila-al-hamdani (26/02/2015)
224 https://libcom.org/library/palestinian-women-occupied-territories-interview-laila-al-hamdani (26/02/2015)

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quello che fanno.225
«Con la prima Intifada il deterrente della molestia sessuale o fisica (in carcere nemico) non
impedisce più alle donne di partecipare attivamente alla lotta di liberazione. Anzi, la
permanenza nel carcere costituisce quasi un rito di iniziazione, ha una funzione formativa,
che segna il passaggio dal ruolo domestico (infantile) a quello pubblico, politico,
nazionale».226
Per quanto riguarda la molteplicità e la varietà delle azioni di cui le donne palestinesi
si fanno carico, è necessario considerare anche un altro fattore chiave: nei primissimi anni
dell'Intifada più di 17.000227 uomini si trovano detenuti nelle carceri israeliane. Questa
situazione perciò attribuisce alle donne maggiori responsabilità, oltre a quelle che già spettano
loro. Il confronto con le autorità israeliane è ormai all'ordine del giorno e diviene per le donne
un atto di consapevolezza che svolgono senza paura perché più volte si ritrovano in molte a
fronteggiare i soldati e questo dà loro forza e coraggio. Riuscire a confrontarsi valorosamente
con i militari armati dell'esercito israeliano diviene per le donne palestinesi un ulteriore
motivo di orgoglio. Esempio di questa situazione è un evento che si verifica nella città di Beit
Sahour (in Cisgiordania) dove un gruppo di abitanti si rende artefice di una forte protesta
fiscale, rifiutandosi di pagare le tasse agli ufficiali militari. Ad affrontare le conseguenze di
questo gesto forte sono le stesse donne del villaggio che, unite, si oppongono alle punizioni
collettive ed alle incursioni nelle case palestinesi. Un esempio di quello che è successo sempre
a Beit Sahour dimostra quanta forza acquisiscano le decisioni collettive: durante l'incursione
in una casa della città, un gruppo di soldati israeliani cerca di estorcere denaro ad una
casalinga sostenendo che se lei avesse pagato una somma di circa uno shekel228, loro le
avrebbero annullato tutte le tasse ed avrebbero lasciato immediatamente la casa. La donna,
rispettando la decisione collettiva del villaggio, che non prevede di scendere a compromessi
con le autorità israeliane, rinuncia alla richiesta ed assiste alla confisca di tutti i suoi beni da

225 Silvia Carbone: “Le donne palestinesi e la partecipazione alla lotta di liberazione nazionale” in:
International journal of gender studies, Vol.II, N°4, 2013, pag 198.
226 Ruba Salih, "Le donne palestinesi: i conflitti della cittadinanza", in Scrittori (a cura di), Margini e confini:
studi sulla cultura delle donne nell'età contemporanea, Venezia, 2006, pag 29 e cit.in Silvia Carbone: “Le
donne palestinesi e la partecipazione alla lotta di liberazione nazionale” in: International journal of gender
studies, Vol.II, N°4, 2013, pag 198 e cit.in http://www.cirpac.it/pdf/pace/pace2.pdf (23/02/2015)
227 Nahla Abdo, "Nationalism and Feminism: Palestinian women and the Intifada- No Going back?, in
Moghadam (a cura di), Gender and national identity- Women and Politics in Muslim Societies, Londra, 1994,
pag. 157.
228 Valuta dello Stato di Israele che ad oggi adotta il nome di NIS, acronimo di New Israeli Shekel. Vd.
http://en.wikipedia.org/wiki/Israeli_new_shekel (24/02/2015)

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parte dei militari finché la casa non è completamente svuotata. L'ennesima prova a
testimonianza del coraggio dimostrato da alcuni palestinesi è rappresentata da una madre che
si rifiuta di pagare al tribunale militare israeliano la cauzione per il rilascio di uno dei suoi
figli. Le motivazioni che questa adduce al rifiuto sono le seguenti: «I told the Judge, in
Arabic...I am not sure if he understood, nor do i care...listen Judge! I am from Al-Jalazoun
[refugee camp], I have seven children. You have detained three, one for the third time, and
now you are asking for the fourth... I will not pay you even one shekel...where I live is no
better than where my sons are...I know if you free him today you will detain him again
tomorrow...I will not reward you for what you are doing to us».229
E' da notare come gesta di tale portata siano indici di una quantità inestimabile di forza e di
audacia; probabilmente quello che spinge i palestinesi a lottare fino in fondo ed in ogni
ambito possibile, oltre alla speranza di ottenere la liberazione, è il fatto di sapere con certezza
di poter contare sull'appoggio del resto della società. Inoltre la chiusura delle attività
commerciali per sciopero, le manifestazioni ed il confronto quotidiano con le autorità
israeliane, sono tutte azioni che implicano una graduale intensificazione della coscienza
politica delle masse palestinesi ed un maggior grado di organizzazione.230
Le donne inoltre non si limitano certamente a prender parte alle azioni ma, durante la
rivolta, assumono anche posizioni chiave di leadership in maniera tale da poter essere loro
stesse le prime ad organizzare le diverse attività di resistenza all'occupazione militare
israeliana, divenendo così i simboli della solidarietà collettiva nazionale231.
Quello che è ancor più importante è che le donne, essendo a tutti gli effetti parte della scena
pubblica e politica232, iniziano ad ottenere sempre più rispetto e considerazione dai giovani 233e
vengono prese come dei veri e propri punti di riferimento.
Infatti assieme ai più giovani, col volto coperto dalla kefiah e un sasso nella mano, ci sono
proprio le donne. Questo è fondamentale non solo a livello politico-militare dove anche le

229 Cit.in Nahla Abdo, "Nationalism and Feminism: Palestinian women and the Intifada- No Going back?, in
Moghadam (a cura di), Gender and national identity- Women and Politics in Muslim Societies, Londra, 1994,
pag. 158.
230 Nahla Abdo, "Nationalism and Feminism: Palestinian women and the Intifada- No Going back?, in
Moghadam (a cura di), Gender and national identity- Women and Politics in Muslim Societies, Londra, 1994,
pag. 158.
231 Tami Amanda Jacoby, “Feminism, Nationalism and Difference: Reflections on the Palestinian Women's
Movement” in Women's Studies International Forum, Vol XXII, N° 5, 1999, pp 513-514.
232 Nadera Shalhoub-Kevorkian, Militarization and Violence against Women in Conflict Zones in the Middle
East- A Palestinian Case-Study, New York, 2009, pag. 14.
233 Mirta Fabris: “L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011, pp-. 29-30.

91
donne cercano sassi, li raggruppano e li lanciano ai soldati ed ai loro carri armati, ma anche a
livello psicologico. Donne e giovani condividono odio, rabbia, frustrazione ma anche
determinazione e, soprattutto, la passione per la libertà.
«When we went to demonstrations or participated in clashes in the beginning of the Intifada,
we met groups of young men. We didn't speak to them, because of the social customs we were
raised with, and also to prove people that we were there to confront the soldiers and not to
meet boys. But later on, we would talk to them every day. We would make plans, build
barricades for the streets, burn tyres, and would provide the boys with stones as well as
throwing stones ourselves. So the trust between us increased and we feel now that they
respect us»234.
L'impegno politico non è certamente il solo di cui si fanno carico le donne palestinesi
durante la prima Intifada; queste infatti continuano a svolgere attività nel campo sociale ed
economico. Per quanto riguarda le attività sociali, le donne da una parte continuano a dirigere
le strutture adibite ad asili nido o a doposcuola, a dirigere corsi di alfabetizzazione femminile
e di formazione professionale, dall'altra fanno visita e cercano di dare sostegno alle famiglie
delle persone ferite, uccise o incarcerate durante la rivolta; questo specifico tipo di lavoro è
quello che tendenzialmente viene considerato un'estensione dei ruoli tradizionali femminili.235
Sul piano economico le donne iniziano ad acquisire sempre più importanza e questo è dovuto
principalmente a due fattori: da una parte i comitati popolari femminili aiutano le donne ad
entrare nel mondo del lavoro, dal momento in cui l'indipendenza economica è ritenuta la base
dell'emancipazione di genere, dall'altra sia la Unified National Leadership of the Uprising sia,
nuovamente, i suddetti comitati, spingono le donne ad organizzarsi in cooperative
economiche. Se il primo fattore è prettamente sociale poiché dovrebbe implicare un
miglioramento dello status di alcune donne, il secondo è un fattore di natura più
specificatamente politica-economica. Infatti un importante provvedimento preso durante la
prima Intifada è proprio quello del boicottaggio delle merci israeliane, che implica contare
sull'economia nazionale e raggiungere elevati livelli di autosufficienza nella produzione di
cibo e di vestiti.236 In questo caso è necessario prendere in considerazione l'esorbitante

234 Cit.in Philippa Strum, “West Bank and the Intifada: Revolution within the Revolution”, in Suha Sabbagh (a
cura di), Palestinian Women of Gaza and the West Bank, Bloomington, 1998, pag. 69.
235 Philippa Strum, “West Bank and the Intifada: Revolution within the Revolution”, in Suha Sabbagh (a cura
di), Palestinian Women of Gaza and the West Bank, Bloomington, 1998, pag. 70.
236 Islah Jad, “From Salons to the popular committees”, in Ilan Pappè (a cura di), The Israel/Palestine Question,
Londra, 1999, pag. 227.

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quantità di terre che ai palestinesi sono state confiscate e quelle che i palestinesi sono stati
costretti a vendere per fronteggiare la situazione d'emergenza, diventando così totalmente
dipendenti dall'economia israeliana. Dal 1967 infatti tutti i beni acquistati e venduti nei
Territori Occupati sono di origine israeliana e sono perciò soggetti alla tassazione dello Stato
di Israele.237 Esaminando questa situazione ci rendiamo perciò conto di quanto sia complicato
perseguire un obiettivo come il boicottaggio economico. Per questo motivo è necessario che i
palestinesi, più nello specifico le donne impegnate nelle cooperative economiche, siano in
grado di dar vita ad un'alternativa economica solida ed efficiente. Il fatto che la Unified
National Leadership of the Uprising si appelli soprattutto alla popolazione femminile è molto
logico: le donne sono più all'avanguardia in questo tipo di attività dal momento in cui
costituiscono la maggior parte dei lavoratori nel campo dell'agricoltura.238 Vengono fin da
subito istituiti due tipi di cooperative: le prime sono cooperative gestite democraticamente,
che vedono le donne uscire dalle quattro mura domestiche per inserirsi nel sistema produttivo;
le altre invece hanno lo scopo di incoraggiare le donne a produrre cibo all'interno delle
proprie case. Quest'ultimo tipo di cooperative in realtà è molto meno avanzato rispetto al
primo, sia perché è più orientato verso il profitto sia perché non aiuta le donne ad uscire dalle
mura domestiche, ma anzi preferisce che svolgano il loro lavoro dentro queste 239. In questo
caso una volta che il prodotto è pronto, è il comitato stesso che provvede a metterlo in
commercio e solo in seguito decide come investire il ricavato; questo tipo particolare di
cooperativa è quello prediletto dal “Women's Committee for Social Work”, il comitato legato
ad Al-Fatah.240 Di fatto ciò che si viene a determinare con queste specifiche cooperative può
esser valutato come un tentativo di escludere le donne da qualsiasi ruolo sociale.
Le cooperative economiche incentrano prevalentemente il proprio lavoro sulla
produzione e la lavorazione alimentare di prodotti come succhi di frutta, verdure sotto olio,
cibo in scatola o marmellate e sulla produzione di vestiti241.
Una cooperativa che ha ottenuto molto successo per il modo in cui è riuscita a gestire la
propria attività, è la “Abasan Biscuit Factory”, nata nella Striscia di Gaza. Inizialmente le
237 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag. 11.
238 http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina3.htm (28/02/2015)
239 Islah Jad, “From Salons to the popular committees”, in Ilan Pappè (a cura di), The Israel/Palestine Question,
Londra, 1999, pp. 227-228.
240 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag. 48.
241 Joost R. Hiltermann, “Women’s Movement During the Uprising”, in Journal of Palestine Studies, Vol XX,
N°3, 1991 pp. 51-52.

93
donne del villaggio di Abasan erano solite cucinare biscotti per i bambini che frequentavano
un vicino asilo. Con il passare del tempo queste donne hanno deciso di espandere la
produzione di biscotti per iniziare a metterli in commercio. A questo fine si è dimostrato
indispensabile l'aiuto fornito da un'organizzazione, la Women's Research and Training
Society, che ha messo a disposizione dei fondi necessari ad avviare tale attività. In seguito,
dopo l'avvio dell'attività, le donne sono riuscite ad ottenere un duplice risultato: da una parte
hanno visto aumentare il profitto, riuscendo addirittura a pagarsi da sole i salari e dall'altra
hanno iniziato a fornire cibo rendendosi, almeno per questo bene, indipendenti da Israele. 242
Un'altra cooperativa diventata molto nota negli anni è la “Our Production Is Our Pride”; si
tratta di una cooperativa con due sedi in Cisgiordania, nata poco prima dello scoppio della
prima Intifada, e che vede impegnate ben ventidue donne. Queste frequentano corsi di vario
tipo, da quelli di marketing a quelli di contabilità che sono basi strettamente necessarie per
poter gestire una cooperativa. Inoltre tutte prendono parte al processo decisionale della
cooperativa. La loro attività si concentra soprattutto nella produzione di barattoli di sottaceto,
di olive, di melanzane ripieni e di altri prodotti che diventano alquanto popolari tra i negozi
della zona di Gerusalemme.243 Inoltre, con il trascorrere del tempo, ogni cooperativa inizia a
concentrarsi sulla produzione si singoli beni così da determinare una situazione in cui si ha
una cooperativa di pollame a Hizma, una fabbrica di succhi e di cibi conservati a Beit
Hanoun, una di limonate a Kufr Malik e così via.244
Senza ombra di dubbio le cooperative economiche rappresentano un'ottima alternativa ai
prodotti d'importazione israeliana, quindi a livello economico nazionale sono un incredibile
passo avanti. Non è però detto che lo stesso passo in avanti si abbia anche per quanto riguarda
l'effettivo miglioramento della condizione di alcune donne. Come abbiamo già visto, alcuni
comitati, specialmente quelli di stampo socialista, sono concordi nell'affermare che
l'indipendenza economica delle donne, acquisibile tramite il lavoro nelle suddette cooperative,
sia un passaggio necessario ai fini dell'emancipazione di genere. Se a livello teorico questo
ragionamento è piuttosto esaustivo, non lo è sul piano pratico perché, perlomeno in Palestina,
il coinvolgimento delle donne nelle attività economiche, tramite le cooperative, non implica
automaticamente un miglioramento del loro status e delle loro condizioni.

242 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag. 72.
243 Suha Sabbagh (a cura di), Palestinian Women of Gaza and the West Bank, Bloomington, 1998, pp. 10-11.
244 http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina3.htm (2/03/2015)

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Di fronte a questo nuovo scenario che si presenta nei primissimi anni della prima
Intifada, che vede appunto moltissime donne impegnate in prima fila nella lotta di liberazione
nazionale, la società patriarcale palestinese è obbligata a prendere atto di tale cambiamento,
accettando e riconoscendo l'importanza del ruolo delle donne. Questa trasformazione prende
piede non solo nell'ambito della lotta politica: adesso per esempio si possono vedere molte
donne camminare per strada senza essere accompagnate dai membri maschili della famiglia.
Un altro esempio è costituito dal fatto che alcune donne iniziano a pensare di non sposarsi o di
poter sposare l'uomo che desiderano e di dividere con questo l'onere delle faccende
domestiche per potersi dedicare ad altre attività. Possono apparire come delle piccole
conquiste, ma se fino a prima dell'Intifada cose del genere erano inconcepibili, adesso
diventano pressoché normali.245
E' la stessa Intifada a fornire il terreno fertile per una trasformazione dei ruoli di genere.
Logicamente quello che le donne si auspicano è che tale trasformazione permanga anche dopo
la conquista della liberazione nazionale, ma questo purtroppo non è automatico e loro ne sono
consapevoli. Potrebbe anche succedere che, una volta finita la lotta, vi sia un'involuzione
sociale e che le donne siano le prime a subirla. In questo caso verrebbero relegate
nuovamente a quei ruoli tradizionali che hanno ricoperto fino allo scoppio dell'Intifada. 246
Questo timore però non è sufficiente a farle demordere ed a farle venir meno dal loro impegno
nella lotta perché le donne continuano ad organizzarsi per rendersi artefici di un cambiamento
strutturale dell'intera società palestinese.
Nonostante le donne palestinesi siano attive in più sfere, è ovvio che gli ostacoli che
queste affrontano da decenni non siano scomparsi da un giorno all'altro: per esempio negli
anni della prima Intifada sono vittime più che mai di abusi, molestie e violenze, sia nelle
carceri sia nelle strade, per mano di militari israeliani che vogliono principalmente macchiare
l'onore di un'intera comunità. Anche in questa circostanza è importante tener presente il
lavoro condotto dai comitati femminili, perché è proprio all'interno di questi che vengono
discusse tutte le problematiche che affliggono l'universo femminile, da quelle insite nella
245 Sherna Berger Gluck: “Palestinian Women: Gender Politics and Nationalism” in: Journal of Palestine
Studies, Vol XXIV, N° 3, 1995, pag 8.
246 Questo è ciò che è successo alle donne algerine: nonostante avessero preso parte attivamente alla lotta per
l'indipendenza nazionale dalla Francia, una volta ottenuta questa nel 1962, sono state poste ai margini della
società. In questo caso la loro partecipazione alla lotta non ha rappresentato una sfida reale per le precedenti
relazioni di genere. vd. Elena Zambelli: "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale",
terrelibere.org, 11 novembre 2003 e Nahla Abdo, "Nationalism and Feminism: Palestinian women and the
Intifada- No Going back?, in Moghadam (a cura di), Gender and national identity- Women and Politics in
Muslim Societies, Londra, 1994, pag. 148.

95
stessa società a quelle esterne, rappresentate appunto dalle molestie perpetuate dalle autorità
israeliane. Per andare incontro ai problemi ed alle esigenze delle donne, al terzo anno
dell'Intifada, nel 1991 viene istituito a Gerusalemme il Women's Centre for Legal Aid and
Counselling (WCLAC)247. Si tratta di un'organizzazione non governativa palestinese costituita
su princìpi quali la giustizia sociale e l'uguaglianza di genere. Il suo ruolo fondamentale sta
nell'affrontare la violenza di genere nella sfera domestica ed in quella pubblica palestinese.
L'impegno di questa organizzazione si concretizza sia a livello teorico, nell'analisi delle cause
e delle conseguenze della violenza di genere, sia a livello pratico nell'intervento diretto. In
quest'ultimo caso il WCLAC cerca di intervenire in un ambito prettamente interno contro il
retaggio culturale palestinese che fa propria la discriminazione nei confronti delle donne.
Inoltre l'organizzazione si occupa di aiutare tutte le donne vittime di abusi e molestie, troppo
spesso anche sessuali, di cui si macchiano le autorità israeliane. In un contesto dove la
violazione e la negazione dei diritti umani è all'ordine del giorno, è fondamentale la presenza
del Women's Centre for Legal Aid and Counselling nel fornire alle donne protezione e
consulenza giuridica e sociale.248
Tornando alla partecipazione delle donne nella prima Intifada, bisogna tener presente
che questa non è assolutamente costante durante tutti gli anni della rivolta. Infatti dopo
l'iniziale partecipazione di massa che vede impegnate moltissime donne, si verifica un
notevole cambiamento: a partire dal 1989 la partecipazione femminile inizia a subire un forte
declino. I motivi di tale declino vanno ricercati soprattutto nelle politiche di cui la Unified
National Leadership ed Hamas si fanno carico. Innanzitutto è opportuno considerare che la
leadership dell'Intifada oltre a non mostrare sufficiente interesse per l'istanza di genere249, non
inserisce neppure alcuni punti relativi allo status delle donne ed al miglioramento di tale status
all'interno del proprio programma politico.250 Quello che per molte donne è ancor più
preoccupante è il fatto di essere sotto rappresentate nell'UNLU 251, costituita per la stragrande
maggioranza da uomini; questo fattore, oltre ad essere indice di una forte disuguaglianza, dà
modo alle donne di pensare che, una volta terminata la rivolta, verranno fatte poche e deboli
247 http://www.wclac.org/english/etemplate.php?id=1171 (19/02/2015)
248 Nadera Shalhoub-Kevorkian, Militarization and Violence against Women in Conflict Zones in the Middle
East- A Palestinian Case-Study, New York, 2009, pag. 15 e http://www.wclac.org/english/etemplate.php?
id=1171 (19/02/2015).
249 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag. 53.
250 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pp. 13-14.
251 Unified National Leadership of the Uprising

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pressioni verso un effettivo miglioramento del loro status sociale. Due studiosi, Joost
Hiltermann e Philippa Strum, esaminando il linguaggio usato nei comunicati pubblicati
dall'UNLU durante la prima Intifada, hanno evidenziato come, all'interno di questi, ci siano
pochissimi riferimenti o appelli alle donne. Moltissimi comunicati si aprono con le seguenti
frasi: «fratelli commercianti e negozianti» o «fratelli lavoratori». L'UNLU si rivolge alle
donne soprattutto nel contesto di “donne ed anziani”252 oppure vengono inserite nella
categoria di “sofferenti” insieme a donne e bambini 253. Un'altra studiosa, Islah Jad, studiando
anche lei il linguaggio dei primissimi comunicati dell'UNLU, ha dimostrato come questo si
riferisca alle donne dando loro appellativi affettuosi come “i passeri”, anche dopo che le
donne si sono rese autrici di gesta eroiche, come per esempio aver salvato la vita di un
ragazzo.254 In questi comunicati la Unified National Leadership of the Uprising dimostra di
non prendere minimamente in considerazione il ruolo attivo e di protagoniste che le donne, in
realtà, svolgono nella prima Intifada. Fa discutere inoltre il penultimo punto della
“Dichiarazione di Indipendenza palestinese” del 1988, nel quale possiamo notare in quale
modo la leadership dell'Intifada si riferisca al ruolo che le donne stanno svolgendo nella
“rivolta delle pietre”: «(...) We render special tribute to that brave Palestinian Woman,
guardian of sustenance and Life, keeper of our people's perennial flame (...)».255 Questa è
l'ennesima dimostrazione del fatto che le donne vengano tuttora viste e considerate in
funzione dei ruoli che vengono loro tradizionalmente attribuiti. Se quindi da una parte le
donne, almeno nei primissimi anni, riescono senza eccessivi problemi a lottare nell'Intifada al
fianco degli uomini e soprattutto al posto di questi, dall'altra si trovano ad aver problemi con
la leadership politica maschile dell'Intifada che non garantisce alcun cambiamento politico
che vada a loro vantaggio, né in questa fase di transizione, né una volta che questa fase si sarà
conclusa.
Come abbiamo già accennato un altro elemento che si è rivelato piuttosto
destabilizzante ai fini della partecipazione femminile alla prima Intifada è stata la nascita di
Hamas e le sue politiche nel corso degli anni.

252 http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina3.htm (2/03/2015)


253 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag. 53.
254 http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina3.htm (2/03/2015)
255 http://www.mideastweb.org/plc1988.htm (2/03/2015)

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IV.IV Contestualizzazione della nascita di Hamas

Hamas, acronimo di “Movimento di Resistenza Islamico”, è un'organizzazione palestinese


che nasce nel 1987 nella Striscia di Gaza come diramazione operativa dei Fratelli
Musulmani256. Hamas viene fondata dallo Shaykh Ahmad Yasin, Abd al-Aziz al-Rantissi e
Mohammad Taha, esponenti delle fazioni palestinesi più inegraliste 257, e si pone l'obiettivo di
creare uno Stato Islamico in Palestina.258 La sua leadership si pone subito in contrasto con la
Unified Leadership of the Uprising ed è costituita, fin dagli inizi, da giovani e persone con
un'istruzione universitaria, molti dei quali provengono dai campi profughi. 259 I suoi obiettivi,
tutti elaborati in chiave islamica, vengono subito palesati nello Statuto di Hamas del 18
Agosto del 1988. Nello statuto, Hamas sacralizza l'intera terra palestinese, sostenendo che
nessuna parte di questa debba essere abbandonata o concessa ed è per questo motivo che
chiama il popolo all'azione in termini islamici; infatti nell'articolo 3 chiama più o meno
implicitamente al jihad contro Israele, l'oppressore: «In all that, they fear Allah and raise the
banner of Jihad in the face of the oppressors, so that they would rid the land and the people
of their uncleanliness, vileness and evils ».260
Hamas riscuote fin da subito un grande successo dal momento in cui riesce a porsi come una
reale e solida alternativa all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quest'ultima,
come abbiamo avuto modo di accennare, aveva già iniziato ad essere vista con sempre più
scetticismo, andando così a perdere numerosi consensi tra la popolazione palestinese. Hamas
va a determinare tale alternativa perché si rivela in grado di andare incontro ai bisogni del
popolo palestinese, portando avanti programmi con una significativa importanza a livello
sociale, tanto da arrivare a parlare di un vero e proprio “welfare islamico”261.
Il Movimento di Resistenza Islamico crea infatti una fitta rete di organizzazioni popolari come
associazioni caritatevoli, ospedali, assistenza sanitaria gratuita, biblioteche, istituzioni
scolastiche, perlopiù islamiche, e riesce anche a realizzare una rete di moschee, tutte sotto il

256 I Fratelli Musulmani vanno a costituire una tra le più importanti organizzazioni islamiste a livello
internazionale e vengono fondati nel 1928 da Hassan al-Banna in Egitto, ad Il Cairo.
257 http://geo.tesionline.it/geo/article.jsp?id=13773 (3/03/2015)
258 http://assopace.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=106:hamas-qmovimento-di-
resistenza-islamicoq&catid=41:partiti&Itemid=58 (3/03/2015)
259 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, IV Ed. 2009, pag. 476.
260 http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm e http://avalon.law.yale.edu/20th_century/hamas.asp
(3/03/2015)
261 http://osservatorioiraq.it/palestina-storia-dei-duri-e-puri-del-movimento-islamico-0 (3/036/2015)

98
proprio controllo.262 Hamas si dimostra quindi in grado di far leva su ampi strati sociali, a
partire soprattutto da quelli più poveri.

IV.V Come Hamas riesce ad influenzare la partecipazione delle donne alla prima
Intifada

L'ascesa al potere di Hamas non ha solo un forte impatto a livello sociale, ma le sue politiche
hanno anche una decisiva influenza sull'attivismo delle donne nella prima Intifada ed in
particolare a partire dal momento in cui questa compie il suo terzo anno di lotta. Una delle più
note politiche di cui Hamas si rende artefice in quegli anni è la campagna rivolta alle donne
della Striscia di Gaza affinché indossino l'hijab. Prima di analizzare la campagna per
l'imposizione dell'hijab, è opportuno approfondire l'ideologia piuttosto reazionaria che Hamas
porta avanti riguardo al ruolo delle donne nella società palestinese263. Tale ideologia è
abbastanza chiara, anche semplicemente andando a leggere lo Statuto di Hamas del 1988; in
particolar modo è necessario analizzare gli articoli 17 e 18 che spiegano, in maniera più
specifica, i ruoli che la donna musulmana deve svolgere. L'articolo 17 afferma quanto segue:
« La donna musulmana ha un ruolo non minore di quello dell’uomo musulmano nella guerra
di liberazione; è forgiatrice di uomini e ha un ruolo tra i più importanti nella guida e
nell’educazione delle nuove generazioni. I nemici hanno compreso il suo ruolo; e credono
che, se riusciranno a guidarla ed educarla come vogliono, allontanandola dall’islam,
avranno vinto la guerra (…) »264. Qui possiamo notare non solo come venga nuovamente
attribuito grande valore alla donna nella sua tradizionale funzione di procreatrice, ma è
evidente anche che Hamas si riferisca alla donna come se fosse un oggetto privo di una
propria personalità e che, per questo motivo, il nemico potrebbe plasmarla a proprio
piacimento, allontanandola anche dalla propria fede. L'articolo 18 è invece più esauriente nel
definire i compiti delle donne musulmane: « La donna, nella casa e nella famiglia
combattenti, si tratti di una madre o di una sorella, ha il suo ruolo più importante
nell’occuparsi della casa e nell’allevare i figli secondo i concetti e i valori islamici, e
nell’educare i figli a osservare i precetti religiosi preparandosi al dovere del jihad che li
262 William L. Cleveland: A History of the Modern Middle East, Boulder, Colorado, IV Ed. 2009, pag. 476.
263 Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-
Agosto 1990, pag. 24.
264 http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm e http://avalon.law.yale.edu/20th_century/hamas.asp
(4/03/2015)

99
aspetta. Pertanto è necessario prestare attenzione alle scuole e ai programmi per le ragazze
musulmane, così che si preparino a diventare buone madri, consapevoli del loro ruolo nella
guerra di liberazione. Le donne debbono avere la consapevolezza e le conoscenze necessarie
per gestire la loro casa. La frugalità e la capacità di evitare gli sprechi nelle spese
domestiche sono requisiti necessari perché ci sia possibile continuare la lotta nelle difficili
circostanze in cui ci troviamo. Le donne dovranno sempre ricordare che il denaro equivale al
sangue, che non deve scorrere se non nelle vene per assicurare la continuità della vita sia dei
giovani sia dei vecchi »265. Pure in questo caso è piuttosto lampante vedere quali siano, nel
pensiero di Hamas, i ruoli fondamentali che la donna deve svolgere: prendersi cura della casa
e provvedere all'educazione dei figli, crescendoli secondo i precetti islamici.
Tornando alla campagna per l'hijab, sappiamo che negli anni precedenti alla prima Intifada
esistevano già pressioni sulle donne perché indossassero l'hijab, ma rimanevano limitate ad
ambienti specifici come per esempio all'interno delle famiglie più religiose o all'interno dei
campus universitari di orientamento islamico. Secondo uno studio, nel 1984, soltanto l'11%
delle donne della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, indossano il velo. 266 «In my
community it's natural to wear it. The problem is when little boys, including my son, feel they
have the right to tell me to wear it »267. Hamas è invece il fautore di una vera e propria
campagna per l'imposizione dell'hijab ed attribuisce a questo nuovi e plurimi significati:
indossare l'hijab è sia indice di un ritorno all'autentica tradizione islamica268 sia un simbolo di
affiliazione politica delle donne, per cui le donne vicine o appartenenti al movimento iniziano
subito ad indossarlo ed a portare vestiti molto lunghi e semplici. Per questi motivi, Hamas
definisce superficiali e irrispettose tutte quelle donne che non indossano l'hijab.269 Inoltre con
il passare del tempo la campagna per l'imposizione dell'hijab diviene sempre più pressante
tanto da arrivare a criticare per esempio le donne che partecipano alle manifestazioni insieme
agli uomini ed indossano o jeans o altri tipi di vestiario reputati “occidentali”; le donne
265 http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm e http://avalon.law.yale.edu/20th_century/hamas.asp
(4/03/2015)
266 in. Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National
liberation: static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag. 57.
267 Cit.in Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-
Agosto 1990, pag. 26.
268 Questo ritorno ad una più autentica tradizione islamica viene interpretato in realtà come una vera e propria
tradizione inventata. Vd. Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N°
164/165, Maggio-Agosto 1990, pag. 25.
269 Islah Jad, “Claiming Feminism, Claiming Nationalism: Women's Activism in the Occupied Territories”, in
Amrita Basu (a cura di), The Challenge Of Local Feminism: Women's Movements in Global Perspective
(Social Change in Glocal Perspective), 1995, pag. 241.

100
devono dimostrare umiltà e modestia nei loro comportamenti e quindi per arrivare a questo, a
detta di Hamas, devono partire dal proprio modo di vestire ed iniziare proprio coprendosi le
teste.270 Nei fatti l'imposizione del velo e la richiesta di uno specifico codice di abbigliamento
vengono percepite immediatamente come uno strumento di oppressione e di controllo del
corpo femminile per fini prettamente politici.
« The most visible aspect of this victimization is the Hijab. To me, this sums up the way you
view a woman: as a sex object, as a shameful, so you cover her up; as a commodity, the
possession of the man; as a secondary member of society - she is supposed to stay at home to
support the master.... The dress code reinforces the invisibility of women »271.
Considerando la visione conservatrice di Hamas, molte donne, almeno in un primissimo
momento, si rifiutano di indossare l'hijab proprio perché oppressivo. Ma purtroppo questo
gesto ha delle forti conseguenze che le donne devono affrontare. Inizialmente alcuni uomini
attivisti, come quelli appartenenti ad Al-Fatah, consigliano vivamente alle donne di indossare
il velo anche solo per camminare nelle strade, per evitare qualsiasi problema o attacchi da
parte dei giovani religiosi272, ed al contempo portano avanti una nuova strategia. In base a
questa all'hijab viene attribuito un ulteriore significato: è il simbolo dell'impegno politico
delle donne nella prima Intifada273. Comunque sia bisogna aspettare più di un anno dall'inizio
della campagna di Hamas, per vedere una risposta da parte della Unified National Leadership
of the Uprising.
Alla luce di plurime aggressioni fisiche e verbali, a partire soprattutto dal 1989, il numero di
donne che rinuncia, per timore, a partecipare alla vita pubblica e politica palestinese ed ad
indossare il velo è sempre più basso e tendenzialmente si tratta di attiviste della sinistra più
radicale. Inoltre considerata la forza con cui il movimento religioso riesce ad imporsi nello

270 Islah Jad, “Claiming Feminism, Claiming Nationalism: Women's Activism in the Occupied Territories”, in
Amrita Basu (a cura di), The Challenge Of Local Feminism: Women's Movements in Global Perspective
(Social Change in Glocal Perspective), 1995, pag. 241.
271 Discorso di Hanan Ashrawi, portavoce palestinese durante la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese, cit.
in Rabab Abdulhadi, “The Palestinian Women's Autonomous Movement: Emergence, Dynamics, And
Challenges” in: Gender and society, Vol.XII, N° 6, Special Issue: Gender and Social Movements, Part 1,
1998, pag. 657.
272 Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-
Agosto 1990, pag. 26.
273 Elena Zambelli, "Le donne palestinesi nel movimento di liberazione nazionale", terrelibere.org,
http://old.terrelibere.org/doc/le-donne-palestinesi-nel-movimento-di-liberazione-nazionale pag. 53 ed Islah
Jad, “Claiming Feminism, Claiming Nationalism: Women's Activism in the Occupied Territories”, in Amrita
Basu (a cura di), The Challenge Of Local Feminism: Women's Movements in Global Perspective (Social
Change in Glocal Perspective), 1995, pag. 241.

101
scenario politico, inizia a venir meno ogni speranza per l'emancipazione di genere. 274 Sui muri
della Striscia di Gaza iniziano a comparire sempre più scritte che per esempio incitano le
donne a “conformarsi all'abbigliamento tradizionale”275 oppure capita che alcuni giovani
religiosi entrino nelle scuole o direttamente nelle classi di ragazze per chiedere loro di
indossare l'hijab.276 Con il passare del tempo si verifica un maggior numero di episodi
spiacevoli e violenti nei confronti di ragazze e donne che camminano per le strade e svolgono
qualsiasi tipo di attività senza indossare il velo. Succede che queste vengano fermate dai più
giovani militanti di Hamas, a volte si tratta proprio di bambini dagli 8 ai 12 anni, che si
rendono artefici di intimidazioni e minacce; nel peggiore dei casi le donne sono costrette a
subire umiliazioni maggiori. Vengono lanciati loro pomodori, uova, pietre e talvolta vengono
sfigurate addirittura con l'acido mentre i militanti urlano loro di coprirsi con il velo. 277 Il
numero di donne che riesce a reagire a questi attacchi ed a questa limitazione della propria
libertà è in continuo calo ma, per fortuna, esistono alcune testimonianze di donne aggredite
che hanno avuto il coraggio di opporsi. Una di queste testimonianze è propria di una donna
proveniente da uno dei campi profughi situato all'interno della Striscia di Gaza, che si trova a
confrontarsi con dei giovani del quartiere borghese di Rimal (Striscia di Gaza), i quali, come
la vedono camminare per strada con la testa scoperta, la sollecitano a coprirsi con l'hijab. A
loro dire una donna senza velo è infatti una donna immodesta. La donna, piuttosto che
continuare il proprio cammino a testa bassa, reagisce alla provocazione accusando i giovani di
codardia perché invece di perdere il loro tempo a parlare alle donne di modestia e di hijab,
avrebbero dovuto partecipare a manifestazioni di protesta o comunque avrebbero dovuto
confrontarsi con i soldati israeliani. Inoltre la donna tenta di far notare loro una forte
contraddizione: l'hijab non è certamente uno strumento necessario a dimostrare se una donna
sia o meno modesta; una donna può tranquillamente indossare il velo senza essere modesta o
viceversa.278 Inutile dire che la logicità di questo discorso non sia stata minimamente presa in
274 Rabab Abdulhadi, “The Palestinian Women's Autonomous Movement: Emergence, Dynamics, And
Challenges” in: Gender and society, Vol.XII, N° 6, Special Issue: Gender and Social Movements, Part 1,
1998, pag. 657.
275 http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina3.htm (4/03/2015)
276 Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-
Agosto 1990, pag. 25.
277 Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-
Agosto 1990, pag. 26 e Rabab Abdulhadi, “The Palestinian Women's Autonomous Movement: Emergence,
Dynamics, And Challenges” in: Gender and society, Vol.XII, N° 6, Special Issue: Gender and Social
Movements, Part 1, 1998, pag. 657 e Mirta Fabris: “L'attivismo di genere durante la I Intifada”, 2010/2011,
pag. 42 e http://www.tmcrew.org/femm/donnedalmondo/palestina3.htm (5/03/2015)
278 Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-

102
considerazione da questi giovani.
A partire dall'estate del 1989 minacce, insulti e lanci di pomodori, uova e pietre ai danni di
donne trovate a camminare per le strade senza l'hijab, si diffondono anche in Cisgiordania.
Episodi del genere si verificano inizialmente nella città di Hebron ed anche nella Città
Vecchia di Gerusalemme. Nello stesso periodo ha luogo un evento che acquisisce molta
risonanza. Presso uno dei mercati centrali della Striscia di Gaza due attiviste con le teste
coperte dai veli, entrambe note per essersi opposte fino all'ultimo ad indossare l'hijab,
vengono minacciate ed accusate da un gruppo di giovani militanti perché i loro veli non
coprono completamente i loro capelli. La situazione peggiora quando una delle due attiviste
sostiene che in caso di necessità non avrebbe esitato a proteggersi e dichiaro di avere un
coltello nella sua borsa. A questo punto i giovani iniziano ad urlare alla folla che le due donne
sono delle collaboratrici e che hanno con sé dei registratori. Il numero di uomini intorno a loro
aumenta e queste vengono inseguite fino a dentro un negozio dove le loro borse vengono
aperte, ma non c'è l'ombra di alcun registratore. La folla quindi si disperde e le due donne
riescono a chiamare i militanti appartenenti al loro comitato locale. I militanti riescono ad
individuare uno dei tre ragazzi responsabili delle minacce alle donne; l'interrogatorio che gli
viene fatto permette di rintracciare gli altri complici che vengono giudicati come responsabili
da un comitato popolare. Questi vengono “condannati”, sono obbligati a rivolgere delle scuse
alle donne vittime del loro gesto ed inoltre sono costretti a versare un'ingente somma di
denaro alle donne ed alle famiglie di queste.279
Nonostante questo evento si sia concluso senza danni irreparabili, è piuttosto semplice
capire il clima di alta tensione a cui le donne sonno sottoposte. Se nel primo anno dell'Intifada
le azioni da parte dei militanti di Hamas sono più rare e talvolta meno violente, dal 1989 le
azioni si intensificano e con queste pure la violenza. A questo proposito bisogna tener presente
che la Unified National Leadership of the Uprising impiega più di un anno per intervenire
contro la campagna per l'imposizione dell'hijab, lasciando le donne da sole in questa lotta. La
risposta dell'UNLU arriva tramite un comunicato, il numero 43, che include una specifica
dichiarazione di condanna verso gli attacchi perpetuati a danno delle donne palestinesi
avvenuti a Gaza, Hebron e Gerusalemme. All'interno del suddetto comunicato, suddiviso in 6
punti, la Unified Leadership of the Uprising precisa innanzitutto il fatto che le donne sono
Agosto 1990, pag. 26.
279 Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in: Middle East Report, N° 164/165, Maggio-
Agosto 1990, pag. 27.

103
esseri umani e cittadine a tutti gli effetti e per questo motivo detengono i diritti e le
responsabilità derivanti dall'esser cittadine. Precisa che:
1) l'UNLU si schiera contro l'eccessiva vanità nel vestirsi e nell'usare cosmetici, sia da
parte degli uomini sia da parte delle donne.
2) Ogni disputa che non riguardi l'occupazione israeliana deve essere risolta
democraticamente.
3) Il ruolo che le donne hanno svolto nella società palestinese per raggiungere gli
obiettivi nazionali deve essere altamente valorizzato e per questo motivo le donne non
possono esser punite senza motivo.
4) Le molestie alle donne contraddicono le tradizioni e le norme della società palestinese
e vanno a denigrare il patriottismo e l'umanità di ogni cittadina.
5) Nessuno ha il diritto di fermare le donne, che camminano nelle strade, per come sono
vestite o per l'assenza del velo.
6) La Unified National Leadership interverrà per trovare i responsabili di tali azioni e
farà in modo che questi pongano fine ad atteggiamenti immaturi ed antipatriottici.280
Questo comunicato spiega chiaramente come la questione dell'abbigliamento e del velo sia,
logicamente, di minor importanza rispetto alla questione nazionale, ma nel momento in cui si
trova ad esprimere una condanna nei confronti degli uomini che molestano le donne perché
non indossano l'hijab, non lo fa su basi di genere. L'UNL infatti si limita a chiarire come
questi gesti non debbano esser fatti non perché si dimostrano evidentemente contrari
all'uguaglianza di genere ma perché sono antipatriottici.281
Al suddetto comunicato inoltre fa seguito da una dichiarazione del Higher Women's Council
in cui vengono accusate le autorità israeliane ed i collaboratori per gli attacchi contro le
donne. Sicuramente questi comunicati hanno avuto dei risultati positivi perché nei giorni
successivi alla pubblicazione le donne che non indossano l'hijab anche sentendosi minacciate,
sperano di avere un appoggio alle proprie spalle. Il problema è che soprattutto la Unified
National Leadership ha aspettato circa un anno e mezzo prima di pronunciarsi pubblicamente
ed in questo esteso lasso di tempo la situazione è cambiata drasticamente, tanto da essere
praticamente irreversibile. Di conseguenza le donne che nel 1989 escono senza il velo sono

280 Unified National Leadership, bulletin n°43 cit.in Rema Hammami: “Women, the Hijab and the Intifada” in:
Middle East Report, N° 164/165, Maggio-Agosto 1990, pag. 27.
281 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag. 69..

104
sempre meno, come sempre meno sono quelle che continuano tranquillamente a svolgere le
proprie attività nella sfera pubblica e politica. Infatti negli ultimi anni della prima Intifada
viene meno il suo carattere popolare e di massa che invece l'ha caratterizzata nei primi anni;
adesso le donne non partecipano più come hanno fatto fino al 1989. In questo Hamas ha
avuto successo, infatti, come abbiamo già visto negli articoli 17 e 18 del suo statuto, le donne
devono ripristinare i ruoli tradizionali di mogli e madri, detentrici della cultura e responsabili
della cura delle case.

IV.VI Conclusioni

Grazie al lavoro svolto negli anni precedenti dai comitati popolari femminili e grazie anche
all'avvento del sistema universitario in Palestina, la prima Intifada, nata come una rivolta
popolare e di massa, vede la partecipazione di moltissime donne, diverse tra loro in base a
molti fattori, ma accomunate tutte dalla voglia di lottare. Una voglia di lottare dettata dalla
speranza di conquistare finalmente, dopo decenni di violenze e soprusi, la liberazione
nazionale e la liberazione delle donne. In questa circostanza le donne sfruttano l'opportunità
di poter agire nella sfera pubblica: escono per le strade, indicono e partecipano a
manifestazioni, issano la bandiera palestinese nelle zone momentaneamente liberate dalle
truppe israeliane, partecipano ai blocchi stradali, al boicottaggio economico, si confrontano
quotidianamente con le autorità israeliane, raccolgono e lanciano pietre. Continuano a creare
comitati locali o associazioni per sostenere le famiglie dei carcerati o le famiglie delle vittime
e per andare incontro ai bisogni concreti di una popolazione messa in ginocchio per decenni.
Insomma le donne prendono parte alla lotta, in qualsiasi forma essa si manifesti: organizzata e
non organizzata, violenta e non violenta; lotta sul piano politico, sociale, culturale ed
economico. Le donne danno prova di immensa forza e coraggio, le donne palestinesi non sono
passive come spesso si è cercato di dipingerle. Le donne si trovano a dover affrontare molti
più ostacoli di quelli a cui pure gli uomini sono sottoposti, ma non si tirano indietro. Certo,
non è un discorso estendibile a tutte quante le donne palestinesi, ma sicuramente vale per
molte di loro. Donne e giovani lottano insieme mentre i rispettivi mariti e padri sono a lavoro
o, nel peggiore dei casi, non ci sono proprio, perché feriti, assassinati o incarcerati.
Non tutto però è positivo. Bisogna considerare che le donne nella Unified National
Leadership sono sotto rappresentate ed hanno motivo di credere che verranno fatte poche

105
pressioni per portare ad un effettivo miglioramento delle loro condizioni. Inoltre i primi
comunicati pubblicati dall'UNLU fanno pochi riferimenti alle donne e quei pochi che vi sono
si riferiscono a queste accostandole agli anziani oppure ai sofferenti.
Il colpo maggiore che le donne subiscono è conseguenza dell'ascesa del Movimento di
Resistenza Islamico, Hamas. Hamas si rende immediatamente artefice della campagna per
l'imposizione dell'hijab; campagna da molti vista come oppressiva e volta a controllare il
corpo delle donne. Nell'arco di due anni questa campagna viene portata nelle strade dai
giovani militanti di Hamas ed assume un carattere sempre più violento. Talvolta le donne che
camminano per strada senza indossare il velo devono sopportare molte umiliazioni. Vengono
scagliati contro di loro, pomodori, uova, sassi e più raramente viene usato l'acido.
Inizialmente molte donne si oppongono a tale imposizione ma col passare del tempo queste
donne, in preda anche alla paura, sono sempre meno. Bisogna inoltre considerare che per più
di un anno le donne vengono lasciate sole in questa lotta dalla Unified National Leadership;
quest'ultima infatti impiega troppo tempo prima di uscire pubblicamente con un comunicato.
Il numero 43, in cui condanna i responsabili di molestie alle donne che si vestono
“all'occidentale” o che non si coprono la testa con il velo. Questa condanna però non
considera le molestie verbali e fisiche come azioni macchiate di maschilismo ma le considera
come atti di persone immature ed antipatriottiche. E' positivo il fatto che la UNLU esca
pubblicamente, ma non è altrettanto positivo che impieghi così tanto tempo. Tempo che per
troppi casi è costato la partecipazione di tantissime donne agli ultimi anni dell'Intifada.
Nei fatti le donne in Palestina non hanno lottato soltanto durante l'Intifada ma anche nei
decenni precedenti. Hanno combattuto per liberarsi da plurimi fardelli oppressivi:
l'occupazione militare israeliana, lo sfruttamento in ambito lavorativo e la società patriarcale e
maschilista.

106
Conclusioni

A partire dall'inizio del '900 in Palestina si registrano le prime tensioni tra la popolazione
araba autoctona ed i nuovi insediamenti ebraici. Ad accentuare il malcontento è nel 1917 la
"Dichiarazione Balfour", che, dando un ulteriore impulso alla migrazione ebraica in Palestina,
è responsabile dello scoppio di numerose dimostrazioni di protesta. In questo contesto storico-
politico, che caratterizza la prima fase della partecipazione femminile alla lotta palestinese
(dal 1920 al 1948), le donne perlopiù appartenenti alle classi medio-alte partecipano a
manifestazioni e danno vita ad organizzazioni; tra queste una delle prime è la Palestine
Women's Union, istituita nel 1921 a Gerusalemme. La situazione si fa sempre più tesa, la
migrazione ebraica in Palestina è in continua crescita e la crisi economica non fa che
aggravarsi. In questo momento le donne cercano di organizzarsi per far fronte alle incombenti
esigenze politiche e sociali e circa 200 donne, appartenenti a diverse associazioni ed
organizzazioni, decidono di tenere il primo congresso delle donne arabe di Palestina,
nell'Ottobre 1929. Questo movimento che passo dopo passo inizia a prendere forma, da una
parte è il catalizzatore per la nascita di altre organizzazioni, dall'altra però non riesce ad
integrare le donne delle classi più povere e non gode di indipendenza sul piano politico, visto
lo strettissimo legame con l'Esecutivo Arabo. Il fatto che il movimento non sia capace di
radicarsi negli strati sociali più poveri non significa però che le donne delle classi più povere
non prendano parte alla vita politica. Per esempio nel 1936 sono molte le contadine che
partecipano alla Grande Rivolta Araba; fin da subito possiamo notare come l'approccio delle
donne alla causa palestinese differisca particolarmente in base alla classe di appartenenza: è
più probabile che le donne contadine prendano parte alla lotta armata, proprio perché sono le
prime a subire le conseguenze drastiche delle politiche britanniche e dell'immigrazione
ebraica, come la perdita delle terre. Le donne delle élites invece prediligono compiere attività
a carattere sociale. In questa prima fase è evidente come le donne tentino di far propri gli
spazi pubblici e di impegnarsi nel lavoro politico; per il momento però la questione di genere
non emerge allo scoperto.
La seconda fase coincide con la prima guerra arabo-israeliana e la conseguente nascita
dello Stato di Israele. Le donne in questo momento istituiscono associazioni di volontariato,
trasportano messaggi, informazioni ed armi ai combattenti, aiutano le famiglie dei caduti e dei

107
detenuti e combattono. La situazione è drastica ed è più difficile che mai svolgere attività
politiche sia a causa dell'esodo del 1948 sia perché Israele ostacolo le attività socio-culturali
nei territori che amministra, mette fuori legge molte associazioni locali o nazionali e blocca
alla popolazione i canali di accesso ai livelli più alti d'istruzione. Questo vuoto politico viene
colmato nel 1964 con la nascita dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina: adesso
i palestinesi possono contare solo sulle proprie forze. La situazione migliora in piccola parte
anche per le donne: nel 1965 nasce sotto l'ombrello dell'OLP, la General Union of Palestinian
Women, organizzazione che unisce sotto la propria rappresentanza diverse associazioni
femminili e dà un forte impulso alla partecipazione socio-politica delle donne. Anche la
General Uniol of Palestinian Women fallisce però nel tentativo di portare in auge la questione
di genere, sia a causa dello stretto legame con l'Olp, sia perché dalla fine degli anni '60 le
redini di questa vengono prese da attiviste di Al-Fatah, che si concentrano principalmente
sull'istanza nazionale. E' evidente come il percorso che le donne devono affrontare per
raggiungere l'emancipazione di genere sia estremamente lungo e tortuoso.
In questo periodo però continuano le attività nell'ambito sociale e quindi vengono istituiti, per
le donne, corsi di alfabetizzazione, di cucito, di primo soccorso etc...
La terza fase del movimento femminile coincide con il periodo seguente alla guerra
dei Sei Giorni e all'occupazione militare israeliana della Palestina. L'Olp inaugura una nuova
stagione che è quella della lotta armata. Le donne adesso si trovano a vivere in una situazione
di costante pericolo; non sono per niente rari i casi in cui cadono vittime di abusi e molestie
da parte dei soldati israeliani che ormai hanno invaso la sfera privata di chiunque; si trovano
nelle città, nei villaggi e nelle strade. Inoltre aumenta il numero di uomini morti o
imprigionati, per cui spetta alle donne farsi carico dei bisogni familiari. Ora più che mai le
donne sono indispensabili nella lotta e nella vita quotidiana, il loro attivismo è in aumento, si
uniscono a manifestazioni e talvolta anche a gruppi di guerriglia. Con l'aumentare del loro
attivismo, aumenta proporzionalmente anche il numero di donne che vengono incarcerate.
Secondo una ricerca effettuata dalla “Società dei detenuti palestinesi” circa 12.000 donne
palestinesi sono state incarcerate per mano israeliana nel periodo che va dal 1967 sino ai primi
anni della prima Intifada282 Durante l'incarcerazione le donne sono vittime di abusi e di
soprusi, vengono usate come strumenti. Da alcune testimonianze è emerso che spesso
vengono spogliate e violentate difronte a uomini carcerati per farli testimoniare o per far loro
282 http://www.infopal.it/donne-palestinesi-nelle-carceri-israeliane/ (9/03/2014)

108
dichiarare il falso. Inoltre queste violenze si hanno anche durante gli stessi interrogatori alle
donne: si usano le molestie verbali e fisiche come deterrente. Le testimonianze di alcune
carcerate, quelle poche che ci sono pervenute, sono di donne che sono state violentate con
manganelli283 o di donne spogliate, messe in mostra difronte al padre, al quale veniva richiesto
di avere un rapporto sessuale con la figlia. Come se non bastasse molte donne sono obbligate
a partorire in cella, in condizioni igienico-sanitarie inadeguate, talvolta con mani e piedi
legati.284 Alcune invece non sono proprio riuscite a partorire ma hanno abortito a causa delle
violenze subite durante gli interrogatori e la carcerazione285. E' purtroppo abbastanza chiaro
che neppure in casi come questi la brutalità di alcuni soggetti venga messa da parte a favore di
poche briciole di umanità.
Sul finire degli anni '70 la situazione per le donne palestinesi inizia a migliorare grazie
alla nascita del sistema universitario, che vede scendere il tasso di analfabetismo femminile
dal 65% nel 1970 al 39% nel 1983 nella Striscia di Gaza e dal 75% al 37% in Cisgiordania,
nello stesso periodo di riferimento286. La situazione delle donne migliora anche grazie alla
nascita dei comitati popolari femminili, per la precisione sono quattro comitati, ognuno dei
quali affiliato ad un partito politico: Palestinian Federation of Women's Action Committees,
affiliata al "FDLP", la Union of Palestinian Working Women's Committees, vicina al Partito
Comunista Palestinese, la Union of Palestinian Women's Committees, vicina al "FPLP" e il
Women's Committee for Social Work, affiliato ad Al-Fatah. Sono organizzazioni popolari e di
massa che cercano di incentivare la partecipazione politica delle donne cercando di fornire
loro gli strumenti necessari ad acquisire maggior autonomia ed indipendenza, partendo dalla
questione economica. Ogni comitato oltre a divergere politicamente dagli altri, ha una propria
analisi riguardo l'oppressione di genere ed il rapporto esistente tra l'istanza nazionale e
l'istanza di genere.
Oltre ad esaminare le circostanze storiche in cui si è mosso il movimento femminile ed
oltre ad analizzare le attività da questo svolte, è opportuno considerare che la sua priorità è
quella di essere il più unito possibile sia per avvicinare più donne all'attivismo politico, sia per

283 Antonius Soraya, “Prisoners for Palestine: A List of Women Political Prisoners” in Journal of Palestine
Studies, Vol. IX N°.3, 1980, pp 48-49
284 Hasan Ibhais, Mariam Itani, Sami al-Salahat, The Suffering of the Palestinian Woman under the Israeli
Occupation, Beirut, 2009, pp. 34-35.
285 Hasan Ibhais, Mariam Itani, Sami al-Salahat, The Suffering of the Palestinian Woman under the Israeli
Occupation, Beirut, 2009, pag. 35.
286 Maria Holt, “Palestinian women, violence, and the peace process” in: Development in Practice, Vol. XIII,
N° 2/3, 2003, pp 228-229.

109
riuscire a fare pressioni sulla leadership maschile del movimento di liberazione nazionale.
Questa unione però non è assolutamente semplice, dal momento in cui all'estrema
eterogeneità che determina la frammentazione del movimento bisogna aggiungere la presenza
di alcuni fattori che condizionano la stessa partecipazione politica delle donne. Tra questi
fattori vi è per esempio la famiglia: perché una donna svolga attività politico-sociali è
necessario l'appoggio del padre o degli altri membri maschili della famiglia; nel caso in cui
questi si oppongano, spetta alla donna decidere se porre fine al proprio attivismo o se, con
tutti i rischi del caso, portarlo avanti segretamente. In particolar modo è più probabile che le
donne nascondano le attività di tipo militare piuttosto che quelle sociali.287 Al di là della
visione che ognuno può avere riguardo le attività militari, quello su cui è opportuno
concentrarci in questo momento è piuttosto il fatto che alle donne venga molto più facilmente
permesso di svolgere un ruolo nel sociale. E' come se le donne fossero nate innanzitutto per
chiedere continuamente permessi agli uomini ed inoltre per veder limitato il proprio campo
d'azione alle sole attività sociali, mentre quelle politico-militari devono rimanere affidate solo
agli uomini.
Tra i fattori che causano eterogeneità vi sono: la religione, la dispersione geografica, le
divergenze politiche, le differenze di classe etc... Per quanto concerne la dispersione
geografica, dovuta soprattutto all'esodo del 1948, le donne si trovano a dover nuovamente
istituire organizzazioni o associazioni per provvedere ai bisogni della popolazione e non è
certamente semplice riuscire a creare ex novo una rete tra le associazioni istituite in plurimi e
diversi luoghi e contesti.
Per quanto riguarda la religione invece, si tratta principalmente di analizzare l'attivismo delle
donne musulmane e di quelle cristiane. Le une e le altre svolgono attività politiche ma in
maniera completamente differente dal momento in cui le donne cristiane, che godono di livelli
più alti di istruzione e che si inseriscono più facilmente negli spazi sociali, spesso assumono
cariche elevate come la leadership di associazioni ed organizzazioni caritatevoli. Un altro
fattore fondamentale nel determinare la partecipazione politica delle donne palestinesi è la
divisione in classi. Se non si prendo atto di tale divisione, non si può ottenere un'analisi chiara
sulla partecipazione politica delle donne. E' la classe sociale a stabilire quei ruoli e quei
comportamenti che le donne devono tenere sia nella sfera della produzione sia in quella della

287 Valentine M. Moghadam, Modernizing Women- Gender and Social Change in the Middle East, Boulder
Colorado, Maggio 2003, pp 135-136.

110
riproduzione288, per cui è ovvio come le differenze economiche assumano una grande
rilevanza anche in quelle che sono le dinamiche insite nel movimento femminile. Le donne
delle élite urbane infatti beneficiano sia del tempo libero da dedicare all'erogazione di servizi,
perlopiù sociali e per i più bisognosi, sia di molte agevolazione nella sfera pubblica e politica
poiché alcune di loro hanno legami di parentela con personaggi influenti nella società o nel
movimento nazionalista. Le donne delle classi subalterne invece sono le prime a subire le
conseguenze negative delle azioni di cui si sono rispettivamente resi protagonisti il governo
britannico prima e quello israeliano poi. Per esempio la distruzione degli ulivi e l'esproprio
delle terre, effettuato a vantaggio della costruzione di nuovi insediamenti o di basi militari
israeliane, va a colpire in primis le donne contadine, che proprio su queste terre fondano il
proprio sostentamento289. Queste donne dunque è più probabile che partecipino a rivolte o alla
lotta armata.
E' inoltre opportuno considerare la relazione che intercorre tra il movimento femminile
e la leadership maschile del movimento per la liberazione della Palestina. Il rapporto tra questi
due si è sempre rivelato asimmetrico ed ha più volte visto il primo alle dipendenze del
secondo. Per la leadership maschile la presenza delle donne nell'arena politica nazionale è un
fattore fondamentale e per questo motivo inaugura diversi progretti orientati a facilitare
l'avvicinamento delle donne e la formazione di una loro coscienza politica. A questo proposito
l'Olp istituisce corsi di alfabetizzazione e cicli di seminari in cui le donne prendono
tranquillamente parte ed in cui affrontanto differenti tematiche, da discori di vita quotidiana a
discorsi di politica attuale. Il problema però è che il movimento per la liberazione palestinese
si sofferma sulla questione nazionale senza prendere in considerazione la questione di genere
o comunque la rimanda ad un secondo momento290. Il fatto che l'Olp sia formata da più forze
politiche lascia presupporre l'improbabilità che queste forze riescano a raggiungere un punto
di convergenza riguardo l'uguaglianza tra i sessi. Ogni partito infatti abbraccia una propria
ideologia a prescindere dagli altri. Il Fronte Democratico per la liberazione della Palestina è
definito il "Women's Front", vista la numerosa presenza di donne al suo interno. Questo però
non implica che il Fronte Democratico sia in linea con l'uguaglianza di genere dal momento in

288 Valentine M. Moghadam, Modernizing Women- Gender and Social Change in the Middle East, Boulder
Colorado, Maggio 2003, pag 16
289 Amal Samed, “The Proletarianization of Palestinian Women in Israel” in MERIP Reports N°50, 1976, pag
11.
290 Joseph Massad, “Conceiving the Masculine: Gender and Palestinian Nationalism” in Middle East Journal,
Vol XLIX N° 3, 1995, pag 480

111
cui gioca sulla presenza delle donne, sfruttandola al suo interno come un fattore di modernità
utile ad ottenere credibilità al cospetto di altri partiti o di altri paesi.
Il Fronte Popolare non rimanda la questione di genere ad un secondo momento, ma sostiene
invece che la lotta per l'emancipazione di generena non sia soltanto una questione di
principipo ma una vera e propria questione morale e per questo debba essere parte integrante
della lotta per la liberazione nazionale. Inoltre ritiene che donne e uomini debbano lottare
insieme, ad un livello di assoluta parità e per questo motivo il Fronte Popolare è il primo ad
istituire campi di addestramento militare dove uomini e donne preparano azioni e fanno
pratica militare fianco a fianco.291 Per quanto riguarda la posizione assunta da Al-Fatah, il
discorso è un po' differente. All'interno del partito ci sono differenti posizioni riguardo la
questione di genere, ma quello che emerge è l'indiscutibile ed assoluta priorità che acquisisce
l'istanza nazionale.
Alla luce dell'ideologia abbracciata da questi tre partiti riguardo la relazione tra
l'istanza nazionale e l'istanza di genere, la posizione che a livello teorico sembrerebbe più
all'avanguardia è proprio quella del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
In generale le donne sia sul piano sociale sia all'interno della lotta per la liberazione della
Palestina, non godono degli stessi diritti e delle stesse possibilità di cui invece godono gli
uomini. Sicuramente nel corso degli anni dei miglioramenti ci sono stati, ma non si sono
rivelati sufficiente a superare le disuguaglianze di genere.
E' evidente come le difficoltà incontrate dalle donne palestinesi durante il loro
cammino politico e le differenze tra le donne stesse sono davvero innumerevoli, tuttavia
queste sono accomunate dalla voglia di lottare per la liberazione individuale e per la
liberazione della Palestina. Questo lo si può ben constatare durante la prima Intifada dove le
donne che vi prendono parte sono moltissime e diverse tra loro per provenienza, età,
istruzione, classe di appartenenza etc... Durante la prima Intifada le donne partecipano con
qualsiasi mezzo a loro disposizione, non si tirano indietro dalla sfera pubblica ma anzi la
fanno propria. Le donne partecipano a tutti i livelli: sociale, economico e politico. La gamma
di lavori di cui si fanno carico le donne va dal portare aiuto alle famiglie dei caduti o dei
detenuti, all'organizzare sit-in, manifestazioni, blocchi del traffico, boicottaggio delle merci
israeliane e molto altro ancora. Adesso le donne sono le prime a mettere la propria vita a

291 Ashley Michelle Toenjes, “The role and status of Palestinian women in the struggle for National liberation:
static or dynamic?”, The University of Arizona, 2011, pag 33.

112
rischio per la libertà nazionale; le donne fronteggiano quotidianamente le autorità israeliane,
tirano pietre, si interpongono tra i propri compagni ed i soldati israeliani e difendono i propri
quartieri, non rispettano il coprifuoco imposto ma saltano da un tetto all'altro per distribuire
cibo. In sintesi le donne occupano ogni sfera della rivolta delle pietre. Donne e giovani,
almeno in un primo momento, sono i volti della rivolta. Questo attivismo però non si protrae
per tutta la durata dell'Intifada ma inizia a venir meno nel momento in cui Hamas avvia una
campagna per l'imposizione dell'hijab. Nell'arco di poco più di un anno questa campagna
assume toni troppo violenti e non di rado si verificano episodi in cui le donne, che si aggirano
per le strade senza indossare il velo, diventano il bersaglio dei più giovani militanti di Hamas.
Inizialmente alcune si rifiutano di indossare il velo, ma col passare del tempo e con
l'aumentare delle molestie e delle violenze nei loro confronti, queste diventano sempre meno.
La Unified National Leadership of the Uprising impiega più di un anno prima di uscire in
risposta a questa campagna con un comunicato di accusa verso la politica violenta di Hamas,
che va a danno delle donne vestite "all'occidentale" o senza hijab. L'eccessivo tempo che
l'UNLU ha impiegato per intervenire ha però implicato un declino della partecipazione alla
sfera pubblica e politica di moltissime donne; quest'ultime infatti oltre che intimorite dai
giovani militanti religiosi provano sempre più disaffezione nei confronti della politica della
Unified National Leadership of the Uprising. E' purtroppo evidente come gli ultimi anni della
prima Intifada abbiano rappresentato un grande passo all'indietro rispetto alle prospettive di
un futuro nuovo e migliore. Ciò nonostante durante la prima Intifada le donne hanno avuto
l'ennesima occasione per dimostrare l'enorme forza e coraggio che le caratterizza e per
dimostrare all'intera società che non è necessario essere uomini per svolgere determinati ruoli.
Le donne sono state contemporaneamente in grado di fare da madri, di portare il pane a casa e
di lottare con ogni mezzo necessario per la liberazione di genere e per quella nazionale. E'
chiaro che le donne possano svolgere ruoli di fondamentale importanza ai fini della
liberazione nazionale, per cui relegarle a ruoli secondari non solo è umiliante per le donne
stesse ma è un danno per l'intero movimento.
«Uguaglianza e libertà possono essere ottenute solo a partire dalla questione femminile. Per
questo la nostra rivoluzione è una rivoluzione delle donne».292

292 Abdullah Öcalan, durante un discorso tenuto l'8 Marzo, Giornata Internazionale delle Donne. Vd.
http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=17207 (9/03/2015)

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