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Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori

Pi ORDINE DEL GIORNO POLITICO

La situazione italiana combina il massimo di offensiva sociale della borghesia contro il lavoro col
massimo di confusione politica all’interno della classe dominante.

Dopo la lunga stagione della precarizzazione del lavoro- condotta da tutti i governi di centrosinistra e
centrodestra- la borghesia italiana, premuta dalla crisi punta strategicamente allo smantellamento del
contratto nazionale, sia nell’ambito del settore privato che nel settore pubblico e nei servizi. L’azione di
sfondamento antioperaio e antisindacale condotto dalla Fiat a Pomigliano e Mirafiori, è senza precedenti
per le forme assunte nell’intera storia del dopoguerra. Quest’azione è stata prevalentemente sospinta
dagli interessi multinazionali della Fiat sul mercato mondiale nell’ambito della crisi capitalista; ed ha
comportato contraddizioni evidenti con la stessa Confindustria, impegnata nella fase più recente a
recuperare, in una qualche forma, un coinvolgimento concertativo della Cgil. Ma questa contraddizione è
relativa. Di fatto l’intera Confindustria mira ad incassare a proprio vantaggio l’azione dirompente della
Fiat nei rapporti di forza tra le classi, spostando la frontiera dello scontro su un terreno ancor più
reazionario.
Parallelamente la stagnazione del capitalismo italiano e l’ulteriore crescita dell’indebitamento pubblico,
proprio nel momento della massima stretta finanziaria europea, spingono il governo a un ulteriore salto
nell’abbattimento della spesa pubblica e sociale, in particolare sul versante della scuola, dell’Università,
della Sanità dei trasferimenti pubblici agli enti locali e ai servizi. Lungo una linea generale-
fondamentalmente bipartizan- che nel nome della cosiddetta “lotta agli sprechi” mira a finanziare lo
spreco più grande: la tutela dei titoli di stato acquistati dalle banche attraverso la garanzia del
versamento annuo alle banche di oltre 70 miliardi di interessi sul debito.

Questo salto dell’offensiva sociale, sospinto dalla crisi capitalista e dalla crisi europea, e sostenuto di
fatto, in forme diverse, da tutti i partiti dominanti, convive con un quadro politico profondamente instabile
e dissestato, segnato dalla crisi combinata del berlusconismo e del campo parlamentare delle
opposizioni. Il 3° governo Berlusconi, nato più forte e con basi più ampie dei precedenti, è stato minato
dalla frattura politica interna alla sua maggioranza, che ha amplificato a cascata tutte le contraddizioni
del suo blocco sociale, già alimentate dalla crisi. Ma il campo parlamentare delle opposizioni borghesi,
mirato a rimpiazzare Berlusconi con un governo più direttamente espresso dal grande capitale- -dedito a
sviluppare l’offensiva dominante con una più larga base parlamentare e un recupero della concertazione
con la Cgil - non solo ha fallito il proprio obiettivo, ma ha approfondito la propria crisi. Con un
centrosinistra segnato dalla crisi potenzialmente esplosiva del PD, un “polo della nazione” attraversato
dalla contraddizione interna irrisolta tra UDC e FLI ( in ordine a leaderschip, progetto istituzionale,
relazioni col Vaticano), e quindi con grandi difficoltà a comporre uno schieramento vincente d’alternanza.
Il fallimento dell’operazione parlamentare di sfiducia al governo del 14 dicembre è stato emblematico: il
cartello parlamentare delle opposizioni che ha consentito al governo il varo della legge finanziaria di
stabilità ( inclusi gli aumenti dei fondi per la scuola privata e le missioni di guerra) , in perfetta
obbedienza al mandato delle banche, della U.E. della Presidenza della Repubblica , ha perciò stesso
regalato a Berlusconi il tempo utile per la corruzione di deputati dell’opposizione e l’approfondimento
delle sue contraddizioni interne ( in particolare in Fli). Il fallimento delle opposizioni borghesi a Berlusconi
ha dunque un preciso legame, in ultima analisi, con la loro natura sociale: con la loro organica
dipendenza dagli interessi confindustriali, e quindi con la loro impossibilità non solo di mobilitare la
masse contro il governo incidendo sul suo blocco sociale, ma persino di condurre una reale opposizione
parlamentare.

A sua volta la crisi congiunta di un governo a maggioranza ormai risicata e di un opposizione borghese
incapace di rimpiazzarlo si riflette nelle oscillazioni pendolari della grande borghesia e dello stesso
Vaticano. In un primo tempo decisi ad investire in un governo apparentemente forte e stabile ( sino alla
primavera del 2009); poi sospinti dalla frattura interna alla maggioranza e dalla paralisi conseguente
dell’esecutivo alla cauta attenzione verso un possibile ricambio; infine risospinti verso il governo dopo il
fallimento delle opposizioni nel nome della necessaria stabilità. Ma in ogni caso insoddisfatti della
precarietà del quadro politico e dell’assenza di una credibile via d’uscita nel momento stesso della crisi
capitalista e del conseguente scontro sociale.

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Peraltro proprio l’irrisolta precarietà del quadro politico dopo il voto del 14 dicembre rende improbabile il
completamento della legislatura berlusconiana e possibili elezioni politiche anticipate. Un’ipotesi
,sostenuta dalla Lega ma non da Berlusconi, che potrebbe aggravare ulteriormente la crisi politica.

Invece di utilizzare le difficoltà politiche della borghesia per unificare la resistenza sociale contro la
valanga padronale e preparare un’alternativa indipendente, le direzioni sindacali e politiche della sinistra
italiana fanno l’esatto opposto: cercano di inserirsi nelle contraddizioni borghesi per rivalutare il proprio
ruolo di burocrazie piccole o grandi.
La maggioranza dirigente della Cgil riapre un quadro di concertazione col padronato proprio nel
momento del suo massimo affondo contro il lavoro, per rivalutare il proprio ruolo di strumento di controllo
delle lotte e segnalare una disponibilità a fare da sponda verso un possibile ricambio politico. Il suo
interlocutore strategico atteso è e resta Confindustria, anche dopo l’affondo della Fiat contro la Fiom e
la sopravvivenza politica del governo Berlusconi.
I gruppi dirigenti della sinistra cosiddetta “radicale” cercano a loro volta di introdursi nelle difficoltà del PD
e del centrosinistra, per ricomporre un’ alleanza di governo con i partiti borghesi liberali (e,
eventualmente, cattolici).
Con una differenza.
Prc, Pdci e la federazione della sinistra aspirano all’alleanza democratica con PD e UDC garantendo
l’impegno a sostenere dall’esterno il loro governo, come ultima ruota di scorta, per tutta la legislatura.
L’impegno a non chiedere l’ingresso nell’esecutivo era la condizione che il PD poneva e che la Fed ha
accettato pur di provare a “rientrare nel gioco”, strappare il 2%, riottenere una rappresentanza
parlamentare ( arruolata dal governo).
Ben più ambiziosa la prospettiva di Sel. La crisi profonda del PD e l’ampia contraddizione tra la sua
natura borghese e i sentimenti di sinistra di una parte rilevante del suo popolo, hanno aperto un grande
varco a Nichi Vendola. Il suo progetto è la conquista della leaderschip della coalizione borghese del
centrosinistra . Le aperture alla Chiesa e alla stessa UDC, la ricerca di interlocuzione con ambienti
confindustriali, la pubblica critica delle contestazioni operaie radicali alla Cisl, sono un atto di
rassicurazione preventiva agli occhi dei poteri forti e degli agenti della concertazione. Il radicamento
crescente di Sel in settori di apparato della Cgil, nell’associazionismo popolare ( Arci), nel rapporto con
ambienti giovanili e di movimento ( Disobbedienti) sembrano configurare la base materiale di una nuova
possibile socialdemocrazia. Ma le ambizioni di Vendola quale possibile candidato democratico del fronte
borghese vanno persino al di là di questa soglia. E pongono un’ipoteca potenziale sullo stesso futuro di
Sel.
Incerte sono le fortune di queste operazioni e ambizioni della sinistra sindacale e politica. Certa invece è
la conseguenza: oggi la rinuncia all’unificazione e radicalizzazione del fronte della resistenza di classe e
di massa, incompatibile con quei disegni; domani- una volta eventualmente al governo- la disponibilità a
una nuova corresponsabilizzazione a politiche antiproletarie.

Il movimento operaio e le classi subalterne vivono una situazione di grande difficoltà, per responsabilità
preminenti delle loro direzioni.
La mancata unificazione della resistenza sociale attorno ad una risposta radicale, ha contribuito ad
amplificare in modo determinante gli effetti disgregatori della crisi capitalista sulle dinamiche di lotta. In
particolare la sostanziale passività del pubblico impiego di fronte al più pesante attacco sociale di tutto il
secondo dopoguerra, rappresenta un elemento fortemente negativo della lotta di classe in Italia. A sua
volta la classe operaia industriale che pur ha moltiplicato lotte aziendali e di settore a difesa del lavoro,
ha pagato e paga più di altri soggetti la mancata unificazione delle lotte. Tanto più oggi di fronte alla
provocazione reazionaria della Fiat e alla minaccia drammatica di un suo trascinamento dirompente
sull’insieme dei rapporti sindacali e di lavoro in Italia.
L’esperienza del 2010 ha tuttavia rivelato alcune potenzialità nuove. Il rifiuto della Fiom di inginocchiarsi
a Marchionne ha tenuto aperto un varco prezioso. In particolare il successo politico del No a Pomigliano
contro un accordo antisindacale e incostituzionale ha indicato una frontiera possibile di resistenza e
riscatto per importanti settori del mondo del lavoro. E questo varco a sua volta ha favorito l’inserimento
di altre iniziative e soggetti a diverso livello: dal movimento per l’acqua pubblica all’ importantissima
ripresa di mobilitazione nella scuola e nell’università.

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La rapida ascesa del movimento studentesco contro il DDl Gelmini in autunno e la sua composizione più
giovanile del 2008; la sua maggiore politicizzazione, indotta dalla diretta irruzione nella crisi politica; la
sua maggiore sensibilità al rapporto con il mondo del lavoro, favorita da una dislocazione più avanzata
della Fiom e da un diverso rapporto con la Fiom di settori importanti della sua direzione; e infine la sua
esperienza ben più avanzata di scontro diretto con l’apparato dello Stato ( 14 dicembre), hanno
configurato un fatto di primaria importanza, ricco di ulteriori potenzialità circa i processi di maturazione
politica all’interno della giovane generazione.

Ma tutto rimanda come sempre al nodo cruciale della direzione del fronte di lotta.
La scelta della Fiom di respingere la capitolazione alla Fiat e alla concertazione, ha assegnato di fatto a
questo sindacato, nella percezione di settori di massa, un ruolo di richiamo non solo sindacale ma di
supplenza politica, accrescendo di fatto le sue responsabilità di direzione. La grande manifestazione
promossa dalla Fiom il 16 Ottobre a Roma ha registrato e amplificato la stessa capacità di richiamo della
classe operaia industriale come perno possibile di ricomposizione di un più ampio fronte di massa. Ma
più si accrescono le responsabilità della Fiom, più si evidenziano i limiti della sua impostazione a fronte
di un livello di scontro qualitativamente nuovo. Il rifiuto di un salto generale di radicalizzazione della
risposta di classe ( che esce dai confini della tradizione e cultura del suo gruppo dirigente) e al tempo
stesso l’impossibilità di aggirare il muro padronale con la contrattazione sindacale aziendale ( anche a
causa della crisi), rischia di porre la Fiom in un vicolo cieco, con possibili effetti a cascata sull’intero
quadro del fronte sociale che attorno alla Fiom si è raccolto. Di certo le pressioni e i condizionamenti di
Sinistra e Libertà sul vertice Fiom, in funzione del gioco politico di Vendola, rappresentano un’ulteriore
ipoteca sulla sua linea e prospettiva.

L’intera esperienza degli ultimi mesi, sia sul piano politico sia sul versante sociale, conferma pienamente
l’analisi e la proposta avanzate dal PCL nel loro aspetto centrale: solo una prospettiva anticapitalista di
governo dei lavoratori può indicare una vera alternativa al fallimento delle classi dirigenti e alla stessa
crisi della seconda Repubblica. Solo una lotta radicale di massa può fare argine alla valanga reazionaria
in atto e cacciare Berlusconi dal versante dei lavoratori, contro ogni disegno di ricambio politico
borghese. Solo una prospettiva di alternativa di potere può liberare una svolta delle forme di
mobilitazione e di lotta capace di strappare risultati e obiettivi parziali. Fuori da questa prospettiva l’intero
movimento operaio rischia realmente una regressione storica degli stessi diritti sindacali e democratici.

Per questo il PCL rilancia la proposta del più largo fronte unico anticapitalista, rivolta a tutte le sinistre
politiche, sindacali, associative, di movimento, per una svolta unitaria e radicale del movimento operaio e
dei movimenti di massa:

-Al fronte unico della borghesia, dei suoi partiti, delle sue organizzazioni, va contrapposto il fronte unico
di tutte le organizzazioni del movimento operaio e dei movimenti di massa, in piena autonomia dal
centrosinistra e da tutti i partiti padronali. Al cosiddetto “fronte democratico” col PD filo Fiat, va
contrapposto il fronte unitario di tutti i soggetti promotori e aderenti della manifestazione promossa dalla
Fiom il 16 Ottobre e della manifestazione promossa da “ Uniti contro la crisi” il 14 Dicembre. Questo
fronte deve chiamare all’unità di lotta tutti i sindacati di base, invitandoli a superare settarismi
insostenibili.

-Alla radicalità dell’aggressione padronale va contrapposta una nuova radicalità delle forme di lotta del
movimento operaio e popolare: con l’occupazione di tutte le aziende che licenziano o colpiscono i diritti
sindacali, a partire dalla Fiat, con la formazione di una cassa nazionale di resistenza; con l’apertura di
una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati attorno ad una piattaforma
unificante delle loro ragioni e rivendicazioni a partire dal blocco dei licenziamenti, dalla difesa del
contratto nazionale di lavoro, dall’abrogazione del collegato al lavoro e della controriforma Gelmini, dalla
soppressione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro varate negli ultimi 15 anni; con lo sviluppo di
un vero sciopero generale, a carattere prolungato, che punti apertamente a piegare l’avversario.

-Alla radicalità del programma generale della borghesia va contrapposta la radicalità, uguale e contraria,
di un programma proletario: che rivendichi la riduzione progressiva dell’orario di lavoro a parità di paga,

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per ridistribuire fra tutti il lavoro esistente; la tassazione progressiva dei grandi profitti, rendite e
patrimoni, unita all’abolizione del debito pubblico verso le banche, per finanziare un grande piano del
lavoro e di investimenti pubblici, nella scuola, nell’università, nella sanità, nel risanamento ambientale, a
partire dal meridione; la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che
licenziano e delle banche, per programmare il piano del lavoro.

A questa proposta centrale di mobilitazione di classe e di rottura anticapitalista vanno ricondotte in ultima
analisi non solo le rivendicazioni e le lotte di carattere sindacale, ma tutte le istanze e i movimenti
progressivi delle masse oppresse: le lotte del movimento degli studenti e del popolo della scuola, le lotte
ambientaliste e di tutela del territorio, le rivendicazioni dei migranti, le istanze di liberazione femminile e
di tutti i settori sessualmente oppressi, le rivendicazioni laiche e anticlericali e tutte le lotte e
rivendicazioni di carattere democratico: inclusa la lotta per un sistema elettorale pienamente
proporzionale. Perché solo una rottura anticapitalista, solo un governo dei lavoratori possono liberare
una compiuta realizzazione di tutte le rivendicazioni progressive e parziali. Costruire in ogni lotta e in
ogni movimento la prospettiva del governo dei lavoratori e della rivoluzione sociale è la ragione d’essere
del PCL. Il 2° Congresso del partito impegna i militanti e le strutture del PCL a sviluppare e articolare
questa prospettiva in tutte le sedi dell’intervento di massa e del confronto pubblico, a partire dalle
proposte elaborate dai documenti congressuali.

La prospettiva rivoluzionaria del governo dei lavoratori fonda l’autonomia politica del PCl e il suo
progetto di costruzione indipendente. Esattamente perché definisce la distinzione di fondo del nostro
partito da tutti gli altri partiti o formazioni della sinistra: sia dai partiti riformisti votati alla collaborazione di
governo col centrosinistra- come Sel e Fed- sia dalle formazioni centriste votate al puro inseguimento di
rivendicazioni immediate e di movimento senza progetto rivoluzionario- come Sinistra Critica o altri
soggetti analoghi. Proprio questa distinzione colloca il nostro partito nel Coordinamento per la
Rifondazione della 4° Internazionale attorno ad un progetto di rivoluzione socialista mondiale, in
alternativa alle correnti internazionali del riformismo e del centrismo. Spiegare questa distinzione di
fondo, nelle lotte e nel confronto diretto con altri soggetti e partiti è compito importante di chiarificazione
politica a partire dagli ambiti di avanguardia. Contro le proposte ideologiche di “unità dei comunisti”con
componenti staliniste, o di un comune soggetto “ alternativo” con forze antagoniste: proposte entrambe
prive di una comune base programmatica e di principio, e per questo destinate al nulla o alla
configurazione di formazioni centriste senza futuro. Proprio la radicalità della crisi capitalista, unita al
fallimento del riformismo e del centrismo, ripropone tanto più oggi l’attualità della costruzione di un
partito rivoluzionario, come direzione alternativa del movimento operaio e dei movimenti di massa.
Al tempo stesso l’autonomia del PCL è in funzione del programma rivoluzionario, e dunque della
conquista a tale programma delle masse , a partire dai loro settori più combattivi e coscienti, fuori da
ogni logica di ripiegamento settario. Difendere ovunque e comunque l’autonomia del nostro programma;
portare ovunque e comunque questo programma nei più vasti settori di classe e di massa; lavorare ad
allargare l’influenza del nostro programma, costruire egemonia attorno ad esso, elevare al nostro
programma la coscienza politica degli sfruttati. Questo è il metodo generale del leninismo che tiene
insieme dialetticamente tutti gli aspetti della politica rivoluzionaria. Questo è il metodo che coniuga la
massima fermezza dei principi con la massima flessibilità della tattica. Questo è il metodo che il secondo
congresso del PCL razionalizza ed assume- a partire dai testi congressuali- in ordine ai diversi versanti
del proprio agire politico e della loro articolazione : nel lavoro sindacale, sul terreno elettorale, nel
rapporto con le altre sinistre, in relazione allo stesso sviluppo della lotta politica e di massa. Senza altro
scopo che non sia la conquista delle masse alla rivoluzione socialista, e lo sviluppo nella lotta di classe
di questa prospettiva di liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento. In Italia e su scala
internazionale.

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