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Sette brevi lezioni di tecnologia 8

Esperimenti per i giovanissimi: imparare l’elettricità con facili


autocostruzioni: radio, motore elettrico, pila, centrale
idroelettrica, amplificatore senza pile … e molto altro

Serie: Come Funziona

Ettore Accenti
http://ettoreaccenti.blogspot.ch/

Copyright © 2015 EDIZIONI ETTORE ACCENTI

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Altri libri dell’autore:
Sette brevi lezioni di tecnologia 1
Spiega in modo semplice il funzionamento di: GPS, Laser, Fibre Ottiche, LED, Microchip,
Transistor, Legge di Moore.
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hertziane.
Sette brevi lezioni di tecnologia 3
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Sette brevi lezioni di tecnologia 4
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bigiunzione, Transistor MOS-FET, circuiti integrati, microprocessor.
Sette brevi lezioni di tecnologia 5
Quinto della serie ma da considerare come primo della serie perché tratta dal mondo
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Zuse, Forest, Shockle e Lee.
Sette brevi lezioni di tecnologia 6
Dedicato alla Silicon Valley, capitale di molte tecnologie. Viene fatto un paragone col
Rinascimento italiano. Stanford University, Hewlett Packard, IBM, Shockley, Fairchild,
Intel, Apple Computer, Internet, Google, Facebook.
Sette brevi lezioni di tecnologia 7
Escursus sulla produzione di energia elettrica presenti e future. Centrali idroelettriche,
termiche, atomiche, geotermiche, solari, eoliche ed a fusione atomica (Iter).Con dati
statististici su consumi mondiali e link utili.
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Computer italiano. Intervista al Prof. Luigi Dadda, padre dell’ICT.
Il mostriciattolo semimetallico che ha cambiato il mondo
Racconto della storia dell’autore per comprendere dal funzionamento della radio al
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A detailed guide to format and publish print book and eBook with a single process
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L’AUTORE

A partire dall’età scolare mi sono interessato alle tecnologie elettroniche, iniziando dal
transistore e proseguendo con tutto ciò che da questo è derivato come i circuiti integrati, il
microprocessor ed i computer.
Da allora ho pubblicato oltre 50 articoli. Nel 1969 è uscito il mio primo libro di
elettronica e poi, una volta laureato, sono entrato nel mondo industriale ed ho così potuto
condividerne lo sviluppo assieme ai principali attori.
Nel 1966, quando ero ancora studente, ho fondato la mia prima piccola azienda per il
settore elettronico, iniziando a collaborare con aziende quali Intel, Apple Computer, AMD,
HP, IBM, Intel, Philips, RCA e molte altre.
In particolare, dal 1969 al 1987 ho partecipato allo sviluppo del mercato di Intel
assieme ai suoi fondatori Robert Noyce e Gordon Moore ed ai loro manager quali Federico
Faggin, Stan Mazor, Tom Lawrence, Andy Grove, Ed Gelbach, Robert Graham, Bill Davidow,
Mike Markkula e molti altri tra cui Steve Jobs, quando collaboravo alla distribuzione dalla
Apple Computer in Italia.

SOMMARIO
PREMESSA
Lezione prima: ESPERIMENTI PER GIOVANISSIMI
L’acqua dei fiumi serve per accendere la luce
L’elettricità e l’elettrone
La pila
La costruzione della pila
Il cercafase
Gli impianti di illuminazione
Un paralume animato
Una lampada da comodino
Le carte geografiche elettriche
Dall’elettricità al calore
Misure elettriche
La stufa elettrica
Il lampeggiatore
Il magnetismo
Il cicalino e il campanello
Un semplice strumento di misura
Il bombardiere da tavolo
Il telefono
Un motore elettrico
Le onde hertziane
Conclusione
Lezione seconda: COMPLEMENTANDO IL LIBRINO
Lezione terza: COSTRUIAMO UNA RADIO
Lezione quarta: COSTRUIAMO UN MOTORE ELETTRICO
Lezione quinta: COSTRUIMO UNA PILA
Lezione sesta: CENTRALINA ELETTRICA
Lezione settima: AMPLIFICATORE SENZA PILE
Nota finale
PREMESSA
Questo ottavo eBook della serie tecnologica è dedicato ai giovanissimi, cioè a coloro che
cominciano ad apprendere le prime nozioni tecniche, quando ancora non sono giunti alle
scuole superiori.
Si tratta di un qualcosa che ricordo ancora oggi nitidamente e che mi ha interessato
moltissimo fin da quando frequentavo la terza media a Milano, interesse che era nato dalla
possibilità di auto-costruirmi degli aggeggi elettrici e di poterli toccare con mano.
Il mio interesse per l’elettronica e per tutto quello che ne seguì non è nato per caso a
quell’età, in cui nulla conoscevo ancora del mondo, ma c’è stato un fatto che mi ha acceso
questa lampadina. Ritengo sia interessante per il lettore che ne descriva i dettagli perché
dimostra come sia importante scoprire le proprie tendenze durante l’adolescenza, siano esse
tendenze tecniche, siano esse tendenze artistiche.
La mia avventura inizia quando, nell’istituto scolastico in cui frequentavo la terza
media, mi capita fra le mani un LIBRINO (e lo chiamerò così nel seguito) che illustra alcune
apparecchiature elettriche, librino che incredibilmente ho ritrovato e che è qui al mio fianco,
mentre scrivo queste righe.
L’autore è un sacerdote Barnabita dell’Istituto che frequentavo che lo ha scritto usando
un linguaggio abbastanza comprensibile per un ragazzo della mia età e inoltre lo aveva
corredato con semplici e chiari disegni costruttivi.
Il librino spiega come si produce l’elettricità, come auto-costruirsi una pila ed altri
marchingegni vari ed in un modo chiaro e semplice.
Veramente, nonostante il linguaggio del librino fosse abbastanza elementare o almeno
così mi appare rileggendolo oggi, ricordo che allora ci ho messo parecchi giorni, se non mesi,
per capire certe affermazioni e certi schemi.
Il librino consiste in vari capitoletti che, partendo dalla spiegazione di cosa sia
l’elettricità, giunge all’ultimo capitolo, il quinto, che contiene la spiegazione di misteriose
“onde hertziane” ed è proprio così che s’intitola quel capitolo.
Lo stranissimo aggettivo “hertziane”, che mi sembrava riferito più ad un marziano che a
qualcosa di scientifico, attirò subito la mia attenzione ed infatti, trascurando tutti i capitoli
precedenti, saltai a piè pari direttamente a leggere cosa fossero queste onde dal nome tanto
astrale.
Cominciata la lettura, rimasi subito meravigliato dal fatto che il capitolo iniziasse così:
“caro giovane lettore, sono certo che sei saltato a questo punto senza leggere i capitoli
precedenti … attratto dalla curiosità del titolo” … questa previsione dell’autore mi lasciò
perplesso e mi domandai come avesse potuto prevedere così bene la mia mossa, come se mi
avesse letto nel pensiero.
Proseguendo la lettura mi viene consigliato di tornare indietro e leggere i capitoli
precedenti, se desidero comprendere anche quel capitolo, cosa che mi guardo bene dal fare,
comportandomi esattamente come un mio nipotino che, afferrato un mio libro tecnico scritto
per le scuole superiori e che illustra il funzionamento di strumenti elettronici complessi,
pretendeva di trovarvi tutte le risposte alle sue curiosità senza nemmeno leggerlo.
Comunque leggo il capitolo sulle onde hertziane tutto d’un fiato, capendone ben poco,
ma rimanendo subito attratto dalla parte pratica, anche se delle benedette onde hertziane
capisco solo che sono onde elettromagnetiche scoperte da un certo signor Hertz, dal quale
hanno preso il nome e che si trasmettono nello spazio chissà come.
Cosa trovo invece in questo capitolo che accende quella scintilla di curiosità che avrà
notevoli e positive conseguenze nei miei anni a venire? Qualcosa che mi avrebbe spinto ad
approfondire l’argomento e che mi avrebbe fatto partecipare inconsapevolmente ad una
ricerca che, a distanza di molto tempo, sarebbe stata la base dei miei studi futuri e della mia
attività lavorativa, una volta laureato.
Si tratta di un disegno che spiega come costruire un ricevitore di onde Hertziane ed il cui
schema originale ho scansionato e che riporto più avanti quando tratteremo della radio.
Per la verità ho imparato a leggere ed interpretare questi schemi solo dopo molti mesi,
quando mi furono spiegati con qualche dettaglio da una persona adulta e che, con pazienza e
per me in anticipo di qualche anno sui tempi scolastici, mi permise di accedere e capire quegli
elementi base di elettronica con i quali ho potuto costruire la mia prima radio.
E non solo, quel simpatico librino insegnava anche ai giovanissimi come costruirsi in
casa una pila, un motore, un lampada girevole, un bombardiere magnetico e molto altro,
insomma una pacchia di costruzioni che ho ritenuto di poter realizzare.
Penso infatti che questo interessante librino sia stato il modo ideale per indurre
giovanissime menti ad interessarsi di tecnologia ed in generale di cose tecniche e scientifiche
evitando i contenuti di barbosi testi teorici ma puntando sui metodi pratici.
Così cominciò la mia avventura nel mondo della tecnica.
Poiché ritengo questo librino ancora oggi adattissimo per i giovanissimi, ho pensato di
riportarlo per intero in questo eBook e di corredarlo con delle lezioni finali a complemento,
senza nulla togliere al lavoro originale.
Lezione prima: ESPERIMENTI PER GIOVANISSIMI
L’acqua dei fiumi serve per accendere la luce
Nei suoi grandi disegni per la natura Dio ha predisposto ogni cosa in buon ordine e da
qualsiasi parte noi ci volgiamo, ed ogni cosa che cade sotto i nostri sensi, ha una propria e
necessaria ragione di essere, anche se a prima vista a noi può sembrare inutile.
Chissà quante volte voi avete imprecato in cuor vostro contro quella pioggia che vi ha
impedito di divertirvi all'aria aperta, o quel sole molto caldo a cui la mamma non vi ha
permesso di restare per paura di un'insolazione. Invece quell'acqua e quel sole tra le tante
cose necessarie alla vita dell'uomo va preparando anche l'energia necessaria per illuminare le
nostre serate e per azionare i motori che permettono all'uomo di modificare ed adattare con
l'intelligenza secondo le proprie necessitò, le materie prime che la natura mette a sua
disposizione.
Ed è appunto il sole cocente che elaborando le acque del mare forma le nubi, le quali
spinte dal vento, a volte tanto noioso, sulle montagne, vengono trasformate in pioggia e neve.
Quest'ultima alimentando i ruscelli prima, i torrenti poi ed infine i fiumi, precipita di nuovo al
mare dando modo all'uomo di sistemare lungo il suo cammino, delle macchine atte a
trasformare questa energia di massa che cade verso il basso, in quell'energia che noi
conosciamo col nome di elettricità, tante volte completamente ignorata nella sua forma e nei
suoi fenomeni.
A CAVALLO DI UN FILO A 300000 Km. AL SECONDO
Quella stessa energia che voi sfruttate nelle vostre calde ca-sette per ascendere lampadine,
fornelli e far girare i ventilatori, prima di arrivare a voi, ha una storia veramente romanzesca.
Come abbiamo già accennato, nasce nei circuiti complicati di macchinari altrettanto
rumorosi e grossi, che vengono messi in movimento dall'acqua dei grandi fiumi, proprio come
l'acqua di una gora f à girare le pale di uno di quei mulini, che voi certa- mente avrete visto in
campagna, nelle cartoline, oppure in minia- tura nel vostro presepio.
La corrente non è in grado di camminare per terra come gli animali o nell'aria come gli
uccelli, ma può essere agevolmente immessa in delle speciali linee di trasporto formate da
lunghi fili di metallo. Questi fili uniscono le centrali elettriche in montagna con le stazioni
elettriche site vicino alle grandi città. Tali stazioni elettriche hanno il compito di raccogliere,
trasformare e distribuire l'energia alle cabine poste nell'abitato le quali a loro volta, dopo un
ulteriore trasformazione inviano l'energia elettrica alle case per essere utilizzata.
Non immaginate poi che abbia bisogno di imparare a camminare perché appena nata
l'elettricità è in grado di viaggiare a cavallo dei fili delle linee alla velocità spaventosa di
circa 300.000 Km. al minuto secondo.
Ora che sappiamo, che l'energia elettrica non è altro che un benefico prodotto del troppo
cocente sole e della troppo monotona pioggia, sarà nostro dovere amare, un po' più la Pioggia
e il caldo soffocante e cercare di fare un po' la conoscenza con questa velocissima, potente e
bizzosa signora che è la corrente.
L’elettricità e l’elettrone
Bisogna prima di tutto che vi presenti l'elettrone, un personaggio importantissimo per
l'esistenza della corrente elettrica.
Io ve l'ho presentato ma non tentate di stringergli la mano perche non potete neppure
immaginare quanto sia infinitamente piccolo.
Basterà pensare che ogni cosa che noi vediamo e sentiamo, il legno, il ferro, l'acqua, i
gas ecc. ecc. non sono formati altro che da un'infinita di elettroni; tanto piccoli che l'uomo non
é ancora riuscito ad inventare un microscopio cosi potente da poterli distinguere gli uni dagli
altri.
Ora questi elettroni in ogni materia si dispongono in piccoli gruppi cioè riunendosi fra di
loco in un certo numero. Ognuno di tali gruppi viene chiamato atomo.
In ogni atomo troviamo una parte di elettroni riuniti al centro ed un egual numero degli
stessi abbandonata ad un vertiginoso girotondo intorno ai primi.
Gli elettroni che si mantengano al centro ogni atomo, vengono chiamati elettroni positivi
o protoni, mentre quelli che girano intorno, vengono denominati elettroni negativi.
Immaginiamo di poter osservare un atomo con 5 elettroni positivi al centro e di
conseguenza 5 negativi che girano intorno ai primi.
Pensiamo per pura ipotesi di essere in possesso di una pinza piccolissima con la quale
poter togliere 2 elettroni negativi dall'atomo.
Quest'ultimo verrebbe allora ad essere formato da 5 elettroni positivi e soltanto 3
negativi. In questo caso si dice che l'atomo si trova in stato di squilibrio elettrico.

Avrete certamente compreso che non è certamente possibile, data la estrema piccolezza degli
elettroni, che possa esistere una pinzetta tanto piccola da convertirci di togliere dall'atomo un
qualsiasi numero di elettroni.
Però con mezzi che vedremo in seguito é possibile potere effettuare la sottrazione di
elettroni dell'atomo.
Esaminiamo dapprima il comportamento di un atomo al quale é stato dato un certo
numero di elettroni.
Come tutte le cose che si trovano in uno stato di anormalità, cercherà di riequilibrarsi
rubando, attirandoli a sé i primi 2 elettroni negativi che gli capiteranno a tiro.
Ma dopo che tutti gli elettroni sono riuniti in gruppi da formare tanti atomi in equilibrio,
è logico che un altro atomo lamenterà la mancanza di due elettroni negativi, che per la stessa
ragione del primo, ruberà ad un terzo e cosi via via continuando la catena sino a quando si
arriverà all'atomo posto a contatto con l'aria, il quale non avendo un suo simile vicino, deve
rimanere nell'attesa che qualche caso fortuito non lo mandi a contatto con un'altro corpo. Solo
allora potrà procurarsi i due elettroni che gli sono stati rubati.
Noi non possiamo accorgerci di tutta questa ruberia a catena che avviene in un pezzo di
metallo, ma se gli elettroni in movimento, invece di due, sono milioni o miliardi, il fenomeno
si manifesterà ai nostri sensi come corrente elettrica.
La corrente elettrica non é altro che il passaggio di elettroni da un atomo all'altro lungo
un conduttore.
Questo viaggiare darà origine ad una serie di interessanti e divertenti fenomeni che
vedremo in seguito.
La pila
Abbiamo visto come l'uomo riesce a trasformare l'energia dell'acqua che precipita a valle in
corrente elettrica, ma si può trasformare qualsiasi energia in elettricità; anche quella fra le
altre prodotta da una reazione chimica.
Questo è appunto il caso della pila elettrica, scoperta da Volta nel secolo XVIII.
Per ottenere la pila, vengono immerse in un recipiente di materia isolante (es. vetro)
contenente liquido acidulo (acqua con del sale sciolto) due piastrine di metallo, una di rame e
la altra di zinco con l'avvertenza di non farle toccare tra loro.
Alle estremità di ciascuna piastrina, che rimane scoperta dal liquido, si può prelevare
una certa corrente elettrica che rimarrà tale sino a che gli atomi che compongono la superficie
del rame, che viene a contatto col liquido della pila si vedono portare via da tale liquido, per
un fenomeno inspiegabile, una enorme quantità di elettroni che poco prima se la giravano
allegramente attorno ai rispettivi gruppetti di elettroni positivi.
Come potete immaginare, gli atomi mutilati si procureranno immediatamente gli elettroni
mancanti dagli atomi vicini e così sino a quando la parte dello zinco fuori del liquido, rimarrà
piena di atomi a cui mancano degli elettroni negativi.
Dato che gli elettroni dello zinco, saranno in maggioranza positivi, diremo che lo zinco
della pila è caricato positivamente.
Intanto nel liquido lo squilibrio chimico creato dalla mescolanza dell'acqua acidula con
il rame e lo zinco, non si sarà equilibrato.
Per avere un esempio di quello che può essere uno squilibrio chimico, pensate ad un po'
di zucchero in fondo ad un bicchiere d'acqua.
Nel bicchiere si svolgerà un certo lavoro, compiuto dall'acqua per sciogliere lo
zucchero; quando questo sarà completamente sciolto, non esisterà più acqua e zucchero ma
acqua zuccherata ed il lavoro di soluzione sarà finito. Si sarà cioè stabilito un equilibrio
chimico.

Ritorniamo alla nostra pila e vediamo un po' cosa succede quando immergiamo i due metalli
nell'acqua acidula che come abbiamo visto aveva sottratto un buon numero di elettroni negativi
allo zinco.
L'acqua non tiene per se questi elettroni ma per un fenomeno inspiegabile, va a
depositarli tutti sulla superficie della lastrina di rame immersa, gli atomi del quale, essendo
già al completo, respingeranno questi elettroni verso gli atomi più interni e questi ad altri sino
a che sulla superficie del rame fuori dal liquido, vi sarà una gran quantità di elettroni in attesa
di un mezzo attraverso il quale raggiungere lo zinco, che come abbiamo visto, ne difetta.
E’ logico che il rame di una pila lo chiameremo caricato negativamente. A questo punto
basta prendere un pezzo di filo di metallo ed unire esternamente al liquido lo zinco e il rame
per far si che gli elettroni in esuberanza sul rame vadano attraverso gli atomi del filo a
raggiungere lo zinco e a colmarne i vuoti.
Sott'acqua però liquido acidulo continua a prelevare elettroni dallo zinco e a depositarli
sul rame cosi il giro continua... sino a che il liquido stanco porterà sempre meno elettroni sino
a cessare completamente il suo lavoro.

In questo caso la pila è esaurita.


Come un percorso ove delle automobili ad ogni giro si trovano sempre a passare dallo
stesso punto si chiama circuito automobilistico, cosi il percorso compiuto dagli elettroni,
dallo zinco al rame attraverso il liquido e dal rame allo zinco attraverso il filo di metallo
viene chiamato circuito elettrico.
La costruzione della pila
Abbiamo visto come una pila è in grado di produrre elettricità ma sarà ancor più interessante
vedere realizzato da noi questo oggetto che è il nonno di tutti i generatori di energia elettrica e
che nelle mani di Volta, è stato il mezzo di scoperta di quel meraviglioso fenomeno che
doveva, in seguito a innumerevoli e complicati studi, assumere un grandioso sviluppo.
Vi sono infinità di tipi di pile, ma noi costruiremo il più semplice i a scopo sperimentale
e dimostrativo.
Quello che vi presento sono 3 pile collegate in serie. Il collegamento in serie è
necessario per ottenere una tensione di 4, 5 Volt; voltaggio minimo per poter, con mezzi
modesti, vederne gli effetti.
Vedremo nel prossimo capitolo cosa vuol dire tensione e collegamento in serie; per
adesso accontentiamoci di vedere la nostra pila al lavoro.
Fate bollire dell'acqua ed aggiungete sale sino a che se ne scioglie. Poi fate raffreddare.
Avrete ottenuto l'elettrolito, cioè la soluzione acida occorrente.
Prendete 3 bicchieri di vetro, procuratevi tre pezzetti di zinco e tre pezzetti di rame ;
potranno benissimo essere ritagliate striscioline di due cm. in lastrine spesse un mm. e lunghe
tanto che spuntino circa 2 cm. dal bordo superiore dei bicchieri.
Sistemate ora una strisciolina di rame e una di zinco per ogni bicchiere, una di fronte
all'altra, ripiegandone all'esterno i due che spuntano oltre il bordo in modo da fermare le
piastrine.
Ora si tratta di collegare in serie i 3 elementi della nostra pila: collegare cioè con un
pezzo di filo di circa 10 cm la lastrina di zinco del primo col rame del secondo; fate altrettanto
tra lo zinco di questo e rame del terzo. Resteranno liberi: la piastrina di rame del primo
bicchiere e quella di zinco del terzo.
Attaccate a questi, due pezzi di filo provenienti da un portalampade «micromignon»
dove avviterete una lampadinetta di quelle per pila tascabile a 4 V.
Versate ora per circa 3/4 della loro capacità l'elettrolito in ogni bicchiere, vedrete
accendersi la lampadina.
Ecco, anche voi avete imprigionato l'elettricità siete infatti in grado di vederne i suoi
effetti in una lampadina. Avete costruito una pila a tre elementi.
Il cercafase
Inizieremo con questo capitolo a descrivere la costruzione di impianti e piccoli oggetti, che
per il loro funzionamento sfruttano la corrente elettrica, la quale arriva alle abitazioni o
fabbricati attraverso le linee delle aziende elettriche provinciali, comunali o private.
Questa energia che passa dal contatore, generalmente installato vicino alla porta
d'ingresso di ogni stabile, è molto pericolosa per chi imprudentemente si avvicini ad essa
senza conoscere quelle precauzioni necessarie a scongiurare qualsiasi pericolo.
E’ appunto nostra intenzione rendervi capaci di lavorare e manomettere gli impianti di
casa vostra o della sede, senza cor~ rere il rischio di prendere delle poche piacevoli scosse e
senza provocare disastri.
Raccomandiamo per prima cosa di non lavorare mai con gli impianti sotto tensione e
perciò ogni qual volta vi accingerete a rimuovere prese di correnti, interruttori, portalampade
o ad aggiuntare, tagliare, spellare fili, dovete svitare le valvole dell'impianto, o, se esistono
staccare gli interruttori generali che riconoscerete subito dalla loro dimensione.
E’ consigliabile però, anzi necessario, al fine di essere assolutamente certi di aver tolto
la corrente, a quella parte d'impianto che vi accingete a manomettere, eseguire qualche prova.
Per questa operazione di controllo, è indispensabile disporre di quel semplice strumento
che in compagnia del cacciavite, forbici, pinze isolate, nastro isolante, martellio ecc. forma la
attrezzatura di un elettricista. Si tratta del cercafase, un piccolo
chiodo lungo una decina di cm. e grosso 2 o 3 mm. che poi rifascerete con del nastro
isolante in più strati, badando di coprire pure, tutta la giuntura.
E’ chiaro che tutti questi contatti vanno effettuati dopo aver spellato il filo della sua
fascia isolante (vedi foto). Lascerete scoperta solo la punta del chiodo per un tratto di circa 7
o 8 mm., avrete così ottenuto un qualcosa che può assomigliare ad una matita con un filo che
esce dal fondo.
Con questa punta, usata a mo' di spinotto, impugnato nella parte isolata, toccherete la
presa di corrente dentro i suoi fori, uno alla volta, o il portalampada, internamente, nella parte
metallica, prima sul fondo, poi nell'impanatura.
Se la lampada si accenderà vuol dire che nell'impianto c'è corrente. E allora occorre
rivedere le valvole, probabilmente sono state tolte male.
Ad ogni modo sarà prudente, tutte le volte che vi accingerete a lavorare intorno ad un
qualsiasi impianto, assicurarsi lo isolamento da terra e poggiando i piedi o sedendo su un
panchetto o su una tavola di legno onde impedire che, se per un caso qualsiasi si stabilisse un
contatto a vostra insaputa nello impianto, la corrente vada a scaricarsi a terra.
Gli impianti di illuminazione
Ecco l'attrezzatura che un buon elettricista deve possedere. Si tratta per la maggior parte di
materiale che in ogni famiglia trova posto nella cassetta degli attrezzi.
Un martello di medie dimensioni, un cacciavite medio ed uno piccolo, ambedue con
manico isolato, un paio di forbici da elettricità (grosse e corte), un buon temperino con manico
di legno, un paio di pinze, pure da elettricista, con le impugnature isolate (meglio se in
gomma) uno scalpellino da muro, e possibilmente un buon trapano a mano con qualche punta a
elica. Sul cercafase, abbiamo parlato a lungo nel precedente capitolo.
Inoltre, chiunque voglia eseguire riparazioni, modifiche, e nuove installazioni di impianti
elettrici, deve essere provvisto di un paio di rotoli di nastro isolante, uno bianco ed uno nero,
di diversi isolatori di porcellana, con i relativi chiodi, di alcune viti in ferro con impanatura
per il legno, di basette di legno, di gesso per murare ed infine deve sempre avere a sua
disposizione una buona scorta di trecciola, qualche interruttore, prese di corrente, spine e
portalampade.
Ed ora mettiamoci al lavoro ! Immaginiamo innanzi tutto che i locali da elettrificare
siano completamente privi di impianto elettrico, o perché nuovi, o perché l'impianto esistente,
troppo vecchio deve essere completamente rinnovato, nel qual caso avrete fatto molto bene a
toglierlo completamente, perché un impianto rattoppato, rimane sempre vecchio.
In queste righe, parleremo di impianti che possono essere usati solo per illuminazione,
quindi adatti ad alimentare delle lampadine e, al massimo, l'apparecchio radio. Perciò, badate
bene. niente stufe né fornelli o ferri da stiro ! Ne riparleremo, se mai.
Procuratevi della trecciola di rame isolato da 2 x 0,25. La quantità di metri da acquistare
sarà facilmente dedotta dalla lunghezza di tutto il percorso che dovrete far fare ai vostri fili.
Se però avrete la possibilità di spendere qualche centinaio di lire di più, vi consiglio di
acquistare una matassa completa di trecciola e da questa tagliare i pezzi occorrenti via via che
andate avanti nel vostro lavoro, tanto più che la rimanenza può sempre essere utile per tanti e
tanti lavoretti di cui, via via parleremo.
Cominciamo il nostro lavoro e accingiamoci a piazzare una lampada al centro del
soffitto di una stanza, con un interruttore alla porta, e una presa di corrente presso l'angolo di
gruppo per inserirvi o una lampada supplementare o qualche altro og- gettino elettrico che, col
tempo, costruiremo.
Si tratta per prima cosa di stabilire e segnare i punti ove verranno applicati,
l'interruttore, la presa e il punto nel soffitto dal quale faremo pendere la lampada.
In questi punti farete nell'intonaco, con un piccolo scalpello da muro, dei fori, della
larghezza di 10-12 mm. e profondi 3 o 4 cm.; fori che, dopo aver ripulito bene dalla polvere
rimastavi con un robusto soffio, bagnerete d'acqua, spruzzandovela dentro o con una pompetta
o con la bocca.
Con il resto, avrete acquistato anche delle rosette di legno con un foro al centro, entro
cui farete passare delle viti a legno della lunghezza di 3 o 4 cm. Avvolgerete ora con del
fildiferro, abbastanza fine da potersi piegare agevolmente con le dita, la parte filettata che
avanzerà dallo spessore del dischetto di legno, sin a formare un gomitolo abbastanza aderente
alla vite e di una grandezza che entri agevolmente nei fori preparati.
Ora impastate del gesso scagliola in un po' d'acqua e, cercando di fare in fretta perché è
a presa rapidissima, riempitene i fori pressandovelo con le dita ; dopo aver introdotto la parte
delle viti a cui è attorcigliato il fildiferro, sino a far aderire la rosetta al muro, lasciate che la
scagliola faccia presa, tenendo fermo il tutto con le dita per pochi minuti.
In figura vedete come devono essere fatti i collegamenti nell'impianto.

Tenete però presente che le giunture che riuniscono i vari pezzi di treccina, non devono essere
fatte se non dopo aver ben teso tutto il filo lungo gli isolatori già fissati al muro per mezzo di
chiodi, ad un intervallo di circa 30 cm. l'un dall'altro.
Per queste, sarete costretti a lavorare spesse volte all'altezza del soffitto.
La giunta che farete per ultimo sarà sempre quella per attaccarvi alla: sorgente di
corrente: cioè alle valvole o all'impianto di un'altra stanza già funzionante.
Badate bene però, in questo secondo caso, di non derivarvi dai fili dopo- l'innesto della
trecciola che va all'interruttore, ma prima.
Due parole ora sulla tecnica delle giunture nei fili. (Sarò molto conciso, perché le
fotografie parlano più chiaro che la penna) .
Dovendo innestare ad una linea esistente i capi di una trecciola per alimentare un'altro
impianto o una presa di corrente, dopo aver staccato dagli isolatori un tratto di trecciola, tanto
da poter lavorare un po' scostasti dal muro, dovete spellare nel punto prescelto, i due fili della
trecciola per un tratto di circa 1,5.2 cm. allargandoli tra loro e, lavorando con un temperino,
serrerete il filo tra la lama e il pollice (vedi foto). Una volta spellati, ad ognuno dei due tratti
di filo rimasto scoperto, avvolgerete intorno uno dei due capi del filo nuovo (vedi foto) e poi
con delle striscioline di nastro isolante, fascerete le giunture, prima separatamente, badando
che non rimanga scoperto nessun tratto di filo. Infine le unirete con altro nastro adesivo.
Nel caso della derivazione di un interruttore su una linea che va alla lampada, ricordate
che non vanno spellati due fili, ma uno solo di essi andrà tagliato e, ai suoi tronconi si derive-
ranno i due capi della trecciola che va all'interruttore. Per l'isolamento, vale la descrizione già
fatta per il caso precedente.
Avete mai osservato il sistema di accensione della lampadina in una camera da letto,
dove si può accendere o spegnere la luce tanto dall'interruttore posto presso la porta e dalla
peretta a pulsante sospesa sopra la testata del letto?
Dopo aver visto la descrizione di un semplice impianto con un unico interruttore per una
lampada, ognuno di voi avrà capito perfettamente perché girando l'interruttore la lampadina
prima si accende e poi si spegne. Abbiamo infatti un circuito chiuso come nel caso dello zinco
e del rame della pila, uniti da un filo, vi ricordate ?
Con le sole varianti, che i due fili della pila sono rappresentati dai due fili della linea di
alimentazione e la corrente che deve passare da un filo all'altro, passa attraverso la
lampadina, accendendola. L'interruttore, non fa altro che interrompere questo circuito non
permettendo più alla corrente di circolare in esso.
Sin qui tutto chiaro, ma voi direte nel caso dei due interruttori per una sola lampadina, la
cosa si complica. Niente affatto; precisiamo innanzi tutto che non si tratta di veri e propri
interruttori ma di deviatori, ai quali vengono collegati tre fili due dei quali, come potete
osservare dai disegni, uniscono due contatti di ogni deviatore; il terzo filo, detto comune, se
l'osservate bene, si comporta nella stessa maniera del filo collegato all'interruttore,
nell'impianto descritto precedentemente.
Infatti i due fili che prima facevano capo all'interruttore, in questo caso, vanno a
collegarsi uno al contatto del comune del primo deviatore e l'altro al contatto comune del
secondo deviatore.
Il deviatore ad ogni scatto, manderà il filo comune, una volta a contatto con uno dei fili
che uniscono i due deviatori e un'altra volta con l'altro filo. Avverrà quindi che nel caso in cui
il comune sarà in contatto con lo stesso filo che unisce i due deviatori la lampada sarà accesa,
mentre nell'altro caso sarà spenta.

Osservate e studiate bene lo schema. Vedrete che allora tutto vi apparirà semplice e chiaro.
Per questo tipo d'impianti, occorre adoperare della trecciola a tre conduttori.
L'uso dei due deviatori, è consigliabile, oltre che per le camere da letto, anche per
stanze con due ingressi, o di passaggio, corridoi, scale e per tutti quei locali ove necessita
poter accendere o spegnere la luce da due parti distinte.
Dello stesso tipo ma con funzionamento diverso dello interruttore e del deviatore, è il
commutatore. Quest'ultimo viene adoperato negli impianti in cui da un solo punto si voglia
comandare l'accensione di due o più lampadine, come nel caso del lampadario del salotto o
della sala da pranzo.
Con questo commutatore, al primo giro di chiavetta, si accenderà una sola lampada
centrale, con un'altro giro, si spe~ gnerà la prima, ma si accenderanno tre o quattro lampade
della corona del lampadario, con un terzo giro si accenderanno tutte insieme, e con un ultimo
giro, spegneremo tutto.

Anche qui come vedete, dallo schema, un filo della linea va al comune del commutatore, e
l'altro va a collegare un capo di tutte le lampade esistenti nel lampadario.
Gli altri capi delle lampadine rimasti liberi, andranno così collegati: quelli delle
lampade facenti parte della corona, andranno uniti ad un unico filo che verrà collegato con la
seconda vite del commutatore.
Il secondo contatto della lampada centrale, andrà collegata con un filo alla terza vite
sempre del commutatore. Sarà opportuno, all'atto dell'acquisto del deviatore o del
commutatore, farvi indicare la vite alla quale va collegato il comune.
Un paralume animato
Avete mai visto di quelle lampade da tavolo nel cui paralume scorrono continuamente ombre
colorate? Certamente sì, nella vetrina di qualche negozio di elettricità avrà attirato la vostra
attenzione questo movimento di figure.
A volte sono pesci che nuotano senza riposo nel loro mare di pergamena del paralume, a
volte carovane di cammelli che slittano silenziosi nella luce viva e trasparente, a volte uccelli,
pastori.
E vi sarete certamente appiccicati col naso al cristallo a seguire l'interminabile
itinerario delle figurine colorate senza sapervi spiegare il principio su cui si basava quel
moto.
Son certo che avrete pensato a silenziosi motorini elettrici o a complicati congegni.
Niente di più errato. Accade sovente che preferiamo, vedendo un fenomeno, darne una
spiegazione complicata che una semplice.
E questo paralume a figure mobili si basa su un principio così semplice che chiunque è
in grado di capirne il funziona mento.
Vogliamo fare un piccolo esperimento ?
Ritagliamo in una cartolina un cerchio di 8 o 9 cm. di diametro; quindi con le forbici,
partendo da un punto qualsiasi della circonferenza, ritagliamo in esso una spirale concentrica
(anche se geometricamente non è precisa, poco importa). Al centro del cerchio con una punta,
senza forare, fate una leggera pressione.
Ora prendete un comune ferro da calza, tenetelo in mano in posizione verticale, e sulla
punta (volta in alto), poggiate la vostra spirale facendola bilanciare sul centro dove avete
praticato il piccolo incavo.
Niente di paradossale no ? Bene, ora ponetevi con il vostro apparecchio sopra una stufa
accesa: vedrete dopo pochi istanti la vostra spiralina cominciare a girare. E il suo moto durerà
finché durerà la sorgente di calore. Perché questo ?
L'aria calda, questo lo abbiamo studiato in quinta elementare, tende a salire verso l'alto.
Perciò sopra ogni calorifero viene
a formarsi una corrente ascensionale. Se quindi sopra uno d'essi poniamo o un elica, una
girandola o una spirale, come nel nostro caso, questa corrente la farà girare.
Semplice no ? Ora pensate che nei paralumi cui abbiamo accennato, il moto è causato
sfruttando il calore che la lampada produce.
Vogliamo costruirne uno? Sono certo che vi riuscirete, ottenendo un oggetto che, anche se
non potrà servirvi in sezione, potrà farvi comodo come articolo da regalo.
Occorre, posto di avere già un portalampade, costruirci un paralume in pergamena
bianca o, se la trovate, in cartoncino paraffinato appositamente venduto.
Con del fil di ferro crudo da 2 mm. di sezione fate, modellandoli con le mani, due
cerchi, uno di cm. 30 di diametro e l'altro cm. 40. Per saldarne la giuntura vi consiglio prima
di fare una legatura con sottilissimo fil di ferro. Pronti che siamo prendete il più grosso e
saldatevi (v. foto) i tre raggi che fisserete poi ad una comune ghiera di portalampade.
Ritagliate ora la sagoma in pergamena o cartoncino, (questa sagoma va studiata in
pratica caso per caso) praticate, a distanza di 1 cm. uno dall'altro, tanti piccoli fori lungo tutti i
suoi con- torni e, procedendo prima per l'orlo superiore del paralume, cominciate a cucire con
un nastrino colorato la pergamena al cerchio di fil di ferro usando quello che le vostre mamme
chiamano «punto a sopraggitto».
Terminato il cerchio superiore si passa al grosso.
A lavoro ultimato non resterà che cucire la loro sempre con lo stesso nastrino, i due lati
terminali della sagoma (A. B. in figura).

Il paralume è finito. A mezzo ghiera si può fissare al portalampade.


Ora, attenti bene, si tratta di costruire la parte mobile del lume, il rotore. E noi
cominceremo dal perno su cui esso girerà.
Questo è un pezzo di fil di ferro che, saldato alla ghiera (v. foto) giunge al sommo della
lampadina, dopo aver seguito la sua curvatura. In cima ad esso si farà con la lima una specie
di punta.
Ritagliate in un pezzo di cartoncino tipo presspan da 0,5 mm. un cerchio di cm. 8 di
raggio e disegnatevi sopra un'altra circonferenza di cm. 7.
Ora, dal centro tracciate due diametri perpendicolari tra loro e con una lametta da barba,
fate i tagli che sul disegno vedete in tratteggiato. Con le dita date ora ad ogni pala una
piegatura ad S, fino a costruire una vera e propria elica ; al centro della quale, con una punta,
farete un piccolo incavo.
Ora preparate a parte un pezzo di carta da lucido (detta comunemente carta da ingegneri)
di cm. 51 di base e 20 di al- tezza e disegnatevi, usando inchiostri di china colorati, i motivi
che preferite (o pesci o uccelli o persone) disponendoli a metà altezza nel senso della base.
Bisogna poi incollare a cilindro questa carta e applicarla (v. foto) all'elica di cartoncino
preparata prima. Alla base del cilindro incollerete un cerchietto di fil di ferro, per
l'equilibrio.
Appoggiando tutto il cilindro in bilico sulla punta del perno preparato prima, questo
deve cadere perpendicolarmente. Se tendesse a pendere da una parte cercate di equilibrarlo
applicando o meglio saldando opportunamente, pezzetti di stagno sul cerchio di fondo.
Trovato che sia l'equilibrio montate tutto : prima il para--lume sul portalampade, a
mezzo ghiera, poi la lampadina, quindi sulla punta del perno il cilindro. Accendete il vostro
lume e vedrete che non appena la lampada si sarà scaldata il rotore inizierà il suo lento girare.
E i pesci, proiettati dalla luce sulla pergamena del portalampade prenderanno a nuotare nel
loro mare di luce.
Una lampada da comodino
Il paralume animato che abbiamo descritto in precedenza potrà trovare posto in salotto
incuriosendo i nostri amici che verranno a farci visita, ma non sarà certamente adatto per la
nostra camera da letto.
La vivacità dei suoi colori in movimento, disturberebbe quella serenità e pace che regna
di norma nelle stanze adibite al riposo.
Dovremo quindi realizzare qualche cosa di riposante, semplice e nello stesso tempo
adatto all'ambiente.
La costruzione dell'intelaiatura e del supporto della lampada, è identico a quello già
descritto nell'articolo precedente per il paralume da salotto, salvo a mutare le dimensioni a
nostro piacimento, adattandole a quelle del comodino o del tavolo da notte a nostra
disposizione e ad eliminare il perno del complesso girevole.
Il portalampade, sarà opportuno acquistarlo con l'interruttore incorporato funzionante a
mezzo di una piccola catenella che si lascerà pendere ornandola con un fiocco all'estremità.
La copertura invece, anziché in pergamena, verrà ritagliata da un bel foglio di cartoncino
sottile, colorato di celeste. Una volta completata l'intelaiatura, misurate la distanza che
intercorre fra i due cerchi.
Sommate tale distanza al raggio del cerchio superiore ed al tutto aggiungete un terzo del
raggio del cerchio inferiore. Il risultato vi darà la misura del raggio che dovrete usare per
tracciare e ritagliare il disco dal quale ricavare il paralume.
Tracciato e ritagliato il disco grande, ritagliate da questo un disco interno della
grandezza del cerchio superiore. Ripiegate in due la ciambella rimasta, marcando bene la
linea di piegatura pressandola con le mani.
Riapritela e ripiegatela sovrapponendo i due segni ottenuti dalla prima piegatura.
Piegate ancora nello stesso senso operando come prima, riaprite e ripetete l'operazione,
sovrapponendo le due coppie di segni esistenti, sino a quando il vostro anello di cartoncino
risulterà marcato
da parecchie piegature a forma di raggi, equidistanti fra di loro, tendenti a fare assumere
una certa curvatura agli spazi che separano i raggi.
Ponete ora l'anello così modellato, su di un piano largo sufficientemente in maniera che
gli spigoli ottenuti dalle piegature rimangano rivolti verso l'alto.
Capovolgete ora l'intelaiatura metallica ed appoggiatela sullo anello in modo da far
combaciare tutta la circonferenza del cerchio più piccolo col foro interno dello stesso anello,
lungo il bordo del quale, avrete praticato dei fori a distanza di un centimetro l'uno dall'altro.
Cucite gora con del cordoncino o nastrino di seta, seguendo quanto abbiamo detto in proposito
nell'articolo precedente, il bordo interno dell'anello al cerchio più piccolo. Rovesciate con
cura il tutto lasciando pendere il cartoncino lungo l'ossatura. Gli spigoli ottenuti con le
piegature, andranno ad appoggiarsi sul cerchio inferiore ed andranno fissate a questo, in modo
seguente :
Nel punto in cui ogni spigolo viene a contatto col cerchio inferiore, praticate un piccolo
taglio in maniera che lo spigolo stesso possa introdursi per qualche millimetro nel cerchio.
Verrà così a formarsi, per ogni spigolo un piccolo passaggio fra il tratto di fil di ferro
che sporge dal taglio praticato nello spigolo ed il cartone. Attraverso ognuno di questi
passaggi, fate passare un nastrino che fisserete al tutto legando fra di loro le estremità con un
fiocchetto che penderà da un lato del paralume.

Il disegno vi aiuterà certamente in questo lavoro, molto semplice, meglio di quanto abbia
potuto fare io attraverso queste righe!
Le carte geografiche elettriche
Volete far fare una brutta figura a qualche A. sapientone o, addirittura a qualche presuntuoso,
di quelli che sanno tutto loro? Le carte geografiche elettriche fanno al caso vostro.
Comprate alcune cartine mute cioè senza i nomi delle città, dei monti ecc. Se volete fare
una serie completa, prendetene una del!' Italia e una per ogni continente. Comprate ancora sei
cartoni di quelli spessi da rilegatori, che siano alti come le cartine, ma più larghe.
Incollatevele ora bene tese, con una pasta d'amido o di farina, in maniera di lasciare ai lati di
ogni cartina circa 10 cm. In questo spazio incollerete due strisce di spessa carta da disegno.
Datevi da fare per trovare presso qualche officina elettrotecnica quel sottile filo da
trasformatore da due o tre decimi di quello isolato a vernice. Vi costerà poco.
Andate da un cartolaio, acquisterete due o tre scatolette di quei fermaglietti da ufficio, di
ottone, che servono a tenere uniti più fogli: di quelli che hanno le due linguette ripiegabili.
Scegliete ora su ogni carta geografica una ventina o una trentina di punti : città, monti
importanti isole, vulcani, fiumi. Individuatene bene la posizione ed in ognuno di questi punti
piazzate uno dei vostri fermagli.
Fate ora un elenco di tutti questi nomi mescolandoli ben bene e in stampatello, ben
distanziati uno dall'altro, scriveteli nelle due bande; vicino ad ogni nome mettete un altro
fermaglio.
Come vedete a ciascun fermaglio della lista dei nomi corrisponde un fermaglio sulla
cartina. Bisogna adesso unire questi due punti metallici, dietro il cartone, con il nostro filo di
rame che, delicatamente, spellerete con una lametta ai punti di contatto.
Se avete la fortuna di possedere un piccolo saldatore elettrico i vostri contatti saranno
più sicuri. Con della sottile carta gommata attaccate al cartone il filo nei punti dove incrocia
con un altro.
Prendete adesso un altro cartone grosso come il primo, ma più sottile, applicatelo sul
dietro della carta geografica per coprire l'intrico di filo e unite i due cartoni con una cornicetta
alla inglese: cioè con quei nastri gommati di carta colorata.
Comprate una di quelle pile tonde piccole per torcia. Apritene l'involucro di cartone e vi
sortiranno fuori due elementi uguali.
Occorre trovare una scatoletta né piccola né grossa, dove uno di questi elementi non stia
né stretto né comodo.
Per darvi un'idea vi dirò che l'apparecchio della fotografia è stato ricavato da uno di
quei comuni caricatori per fotografie tipo «Leica » opportunamente modificato.
E bene sia di metallo e, se vogliamo saldarvi qualcosa non dovrà essere di alluminio.
Sul tappo della scatoletta, nel punto dove andrebbe a toccare la capsuletta superiore
della pila praticate un foro più largo di essa in modo che spingendo giù il tappo, quando nella
scatoletta c'è la pila dentro, la capsula ne esca fuori senza avere contatti con gli orli del foro.
Sul tappo saldiamo ora una di quelle piccolissime ghiere micromignon sulla verticale
del buco in modo che avvitandovi una lampadinetta essa vada a fare contatto con la capsuletta
della pila.
Nel fondo della scatoletta, isolando per mezzo di due rosette di cartone, mettete, dopo
aver praticato un largo foro, una piccola vite con dado di modo che la testa della vite vada a
fare contatto con il fondo della pila, che baderete bene, nel metterla dentro, di isolare
rivestendola con il suo involucro di cartone tagliato alla misura giusta.
Attenti bene ora: saldate i due fili: uno al dado della vitina e l'altro a qualsiasi punto della
scatoletta. Dall'altro lato dei fili applicate due di quegli spinotti detti comunemente a banana.
Toccando gli spinotti la lampadina si accenderà. Se voi con uno di essi toccherete il punto
metallico ove è scritto, poniamo il caso: LAGO DI BAICAL, e con l'altro il punto
corrispondente al lago sulla carta muta, la lampadina si accenderà.
Io ho completato l'apparecchietto saldandovi una specie di pinzetta, di quelle chiamate dagli
aggiustatori di apparecchi radio : a bocca di coccodrillo. Servirà per applicare la lucetta ad
uno dei lati della carta rendendo tutto più maneggevole.
Dall’elettricità al calore
Cerchiamo di renderci conto del perché questi elettroni in viaggio in un conduttore, danno
origine a tutta quella serie di fenomeni che costituiscono l'energia elettrica, utile per tante
cose.
Sin'ora abbiamo parlato di materiale isolante e di conduttori, ma parecchi di voi non
sapranno il vero significato di questi nomi.
Come abbiamo accennato tutti i corpi sono composti di atomi, che come abbiamo visto,
hanno la proprietà di scambiarsi gli elettroni gli uni con gli altri. Si tratta però solo di corpi
cosìdetti conduttori di elettricità dei quali fanno parte tutti i metalli alcuni gas rari ed alcuni
liquidi, come l'acqua.
Gli altri corpi, come la porcellana, il vetro, il legno asciutto, il marmo, la carta, l'aria
ecc. vengono chiamati corpi isolanti appunto perché gli atomi di cui sono composti, non hanno
la proprietà di scambiarsi gli elettroni.
Di conseguenza, se noi sottraiamo a questi una parte di elettroni, gli atomi mutilati, non
potendo prelevare elettroni dai vicini rimangono in uno stato di squilibrio elettrico, nell'attesa
di un corpo che venendo a diretto contatto con questi gli permetta di recuperare il proprio
equilibrio.
Si tratterà in questo caso di elettricità statica.
Se volete una prova di questo fenomeno, potrete averla voi stessi con questo piccolo
esperimento.
Procuratevi un pezzo di celluloide molto sottile, delle dimensioni di circa 30 x 5 cm.,
appoggiatelo sopra un tavolo di legno ben asciutto o meglio sopra una lastra di vetro, poi
tenendo ben ferma un'estremità con una mano strusciate più volte, premendo bene lasuperficie
con il palmo dell'altra ben asciutto; sollevate il pezzo di celluloide dal tavolo e vedrete allora
che la celluloide, oltre ad avere acquistato il potere di attirare a sé piccoli pezzettini di carta,
emetterà, avvicinandole la mano, un caratteristico crepitio, sia pur debole, dovuto a piccole
scariche elettriche. Se operate al buio, esse vi appaririranno sotto forma di deboli scintille.
L'esperimento riesce meglio quando le condizioni atmosferiche tendono al secco anziché
all'umido.
Lasciamo da parte il nostro giochetto e ritorniamo agli elettroni che viaggiano lungo un
conduttore.
Non crediate che questo viaggio proceda senza intoppi; tutt'altro, il cammino degli
elettroni è cosparso da mille e mille ostacoli, costituiti dagli altri elettroni, positivi e negativi
è appunto questo viaggiare contrastato degli elettroni che dà luogo a uno dei fenomeni cui
abbiamo accennato.
Gli elettroni, urtando strusciando e rimbalzando nel corpo del conduttore producono un
calore, nella stessa maniera di come due corpi strusciando uno contro l'altro si scaldano a
causa del loro attrito.
Come vi sono corpi che strusciati fra di loro fanno più o meno attrito e con la stessa
pressione si scaldano in maniera diversa, così esistono dei conduttori che oppongono
maggiore o minore resistenza al passaggio della corrente e, conseguentemente producono una
diversa quantità di calore.
Useremo allora quei conduttori con minore resistenza per trasportare la corrente dove
più ci fa comodo e gli altri, quelli di resistenza più elevata, per trasformare il passaggio di
corrente in calore e come nel caso di stufe, lampade a filamento ecc.
Nel caso delle lampade a filamento metallico o ad incandescenza, viene adoperato un
filo sottile ad alta resistenza attraverso il quale si fa passare una forte quantità di elettroni i
quali generano un calore tale da rendere incandescente il filamento che se fosse a contatto
dell'aria, brucerebbe immediatamente per la ossidazione. Ecco perché il filamento delle
lampadine è racchiuso in un'ampolla di vetro entro cui è stata tolta l'aria.
Misure elettriche
Abbiamo già parlato della resistenza che oppone un conduttore qualsiasi al passaggio della
corrente.
Questa resistenza può essere minore o maggiore a seconda della resistenza e della
qualità di metallo ma può variare anche nello stesso tipo di metallo, basta che varino le
dimensioni del metallo stesso.
Per esempio un filo di rame lungo 10 m. e del diametro di 1 mm. opporrà, al passaggio
della corrente, una resistenza maggiore di quella opposta da un filo di rame della stessa
lunghezza ma di diametro più grande, oppure dello stesso spessore ma di lunghezza minore.
Tenete in ogni modo presente che il conduttore più è lungo e fine, più resistenza offre al
passaggio della corrente mentre oppone meno resistenza quanto più è corto e grosso.
Ritorniamo ad immaginare la nostra pila con il rame pronto a inviare gli elettroni
positivi attraverso un qualsiasi conduttore verso lo zinco in attesa.
Se il conduttore col quale saranno congiunti i due metalli, (rame e zincò) sarà
sufficientemente grande, vi saranno molte catene di atomi in fila, disposti a far passare
simultaneamente anche un discreto numero di elettroni dal rame allo zinco.
Ciò farà esaurire la pila, in breve tempo, in quanto il conduttore fa passare una grande
quantità di corrente.
Se invece usiamo un conduttore molto fine, gli elettroni che riusciranno ad attraversarlo
saranno pochi e quindi la pila avrà una durata maggiore.
Però la quantità di corrente che passerà attraverso il conduttore sarà poca.
La cosa vi apparirà più chiara se pensate di sostituire la corrente che passa attraverso un
conduttore all'acqua che scorre dentro un tubo.
Un tubo grande, lascerà passare molta acqua in un certo periodo di tempo mentre un tubo
più piccolo ne lascerà passare, nello stesso tempo, una quantità minore.
La resistenza, opposta da un conduttore al passaggio della corrente, si misura in Ohm
che brevemente si usa indicare con la lettera Ω (leggi omega) che corrisponde alla lettera O
dell'alfabeto greco.
La quantità di corrente che passa attraverso un conduttore viene misurato in ampere.
Per esempio uno, due, tre, quattro Ampere e così via. La suddetta unità di misura viene
brevemente indicata con A.
Avremo quindi che mentre una lampadina piccola consuma, supponiamo 1/10 A
(Ampere) una grossa lampada stradale consumerà per esempio 5 A. Continuando potremo dire
che mentre un ferro da stiro assorbe 25 A, un motore elettrico ne assorbirà 30.
Un'altra particolare caratteristica della corrente è la tensione.
Per spiegarvi meglio cosa sia la tensione, ritorniamo alla nostra pila elettrica e
prendiamo nuovamente in esame il caso in cui sul rame della stessa si trovino degli elettroni in
sopranumero.
Abbiamo già visto come questi elettroni tendono a spostarsi verso lo zinco al fine di
colmare i vuoti fra gli atomi di questi.
La tensione non è altro che la forza con la quale gli atomi del rame tendono a respingere gli
elettroni verso lo zinco, più la forza con la quale gli atomi dello zinco attirano gli elettroni
esistenti in soprannumero nel rame.
La tensione viene misurata in Volt, indicati brevemente con «V», in onore del celebre
scienziato italiano Alessandro Volta.
Tutti gli apparecchi elettrici domestici di una certa importanza, come ad esempio le
lampadine, sono adatte per una tensione di qualche centinaio di volt, per esempio 110 e 220
volt.
Appunto per questo che le aziende elettriche inviano nelle nostre abitazioni una corrente
da 110, 160 o 220 Volt.
Fissatevi bene in mente che normalmente in un circuito elettrico, la tensione è sempre
costante, varia soltanto la quantità di corrente che passa attraverso il circuito stesso, a seconda
che nel circuito siano inseriti uno o più apparecchi elettrici.
Un esempio vi farà apparire più chiaro quanto vi ho detto. Supponiamo che l'impianto
della vostra abitazione, funzioni alla tensione di 110 volt, ossia alla tensione della corrente
che viene mandata dalla società elettrica.
Supponiamo anche che nel vostro impianto sia inserito un ferro da stiro che, come
abbiamo detto assorbe 2 Ampere con una tensione da 110 volt.
Se inseriamo due ferri da stiro anziché uno, nei vostri fili passerà una corrente da 4
Ampere anziché da 2, ma sempre con una tensione da 110 volt.

Sino ad ora abbiamo parlato della tensione dei normali impianti elettrici che abbiamo detto,
varia da 110 a 220 volt.
La tensione invece di ogni elemento della pila elettrica è in genere di 1,5 volt.
Per ottenere una tensione più alta, basta collegare in serie gli elementi della pila stessa,
unire cioè il polo positivo di un elemento col negativo del secondo, il positivo del secondo
col negativo del terzo e così via. Così operando, non facciamo altro che sommare l'energia di
ciascun elemento.
Naturalmente, quanto più elementi colleghiamo in serie, tanto maggiore sarà la tensione
risultante agli estremi.
Sino ad ora abbiamo esaminato il caso della nostra pila con il rame e lo zinco collegati
da un conduttore attraverso il quale, per effetto della tensione, si spostano gli elettroni
esistenti in sovrannumero nel rame, verso lo zinco.
Se invece, il rame e lo zinco non sono collegati da un conduttore, ma separati fra loro da
un corpo isolante, esempio l'aria, gli elettroni non potranno materialmente spostarsi come
abbiamo già spiegato, perché impediti dal corpo isolante, ma tenderanno ugualmente a
muoversi dal rame verso lo zinco, in quanto la tensione fra i due metalli esiste sempre.
Nel caso in cui questa tensione fosse molto elevata, ed il corpo isolante non
sufficientemente spesso, la forza di repulsione e di attrazione che agisce sugli elettroni, sarà
tale che romperà il corpo isolante, dando origine ad una scarica elettrica, come si verifica fra
le nubi e la terra quando lampeggiano i fulmini nel caso di un temporale.
La resistenza (Ω), la intensità di corrente (A), e la tensione (V), sono legate fra di loro
da una legge fisica, chiamata «legge di Ohm» che si esprime così:

A = V/Ω oppure V= AxΩ, oppure Ω = V/A

In base alle formule suddette, si può conoscere l'intensità della corrente che passa attraverso
un circuito quando si cono~ scano la tensione e la resistenza.
Basterà infatti in base alla prima formula, dividere la tensione per la resistenza; oppure
potrà essere determinata la tensione del circuito quando è nota l'intensità e la resistenza.
Basterà infatti applicare la seconda formula moltiplicando l'intensità per la resistenza.
Infine si potrà conosce la resistenza di un circuito conoscendo la tensione e la intensità,
dividendo secondo, l’ultima formula, la tensione per l’intensità.
Queste definizioni di carattere fisico-matematico, appariranno ad alcuni di voi un po'
astruse e... pochissimo divertenti ma sono necessarie, anzi, indispensabili per coloro che si
accingono a sviscerare i segreti della energia elettrica.
Finiremo il nostro capitolo, astruso con un'ultima definizione. Quella dell'energia
elettrica. Come esiste una energia meccanica che, come saprete si misura in cavalli vapore o
HP, esiste anche una energia elettrica che non è altro che il lavoro che compie la corrente
elettrica o indirettamente la potenza di resa di un apparecchio elettrico.
Questa energia elettrica si misura in Watt, indicati brevemente con «W» simbolo questo
che avrete certamente visto scritto sulle virole delle lampadine elettriche.
In pratica i Watt si ottengono moltiplicando i Volt per gli Ampere (V x A = W).
Quindi misurando con un voltmetro la tensione di una sorgente elettrica e con un
amperometro la intensità della corrente (Ampere o A) per ottenere i Watt basterà moltiplicare
il numero dei Volt per gli Ampere.
Se moltiplichiamo i Watt per 1000 si ottengono i « Kilovatt » o «KW ».
Così per sapere quanto costa tenere acceso per un'ora un apparecchio elettrodomestico,
basterà moltiplicare per 1000 il numero dei Watt indicati nell'apparecchio stesso e
moltiplicare il risultato per il prezzo dell'energia usata che normalmente viene indicata per
KW nelle bollette che le Società distributrici usano consegnare agli utenti per il pagamento.
Ritengo di aver terminato la parte più noiosa della nostra materia e possiamo ora
riprendere la descrizione dei nostri lavoretti.
La stufa elettrica
Veniamo ora alla descrizione di un'economica stufetta che consumi poco e che sia
particolarmente adatta per piccoli locali o per riscaldare le estremità inferiori di una persona
che sia costretta a rimanere per parecchio tempo immobile ad una scrivania per lavoro o per
studio.
Non sarà adatta per riscaldare grandi ambienti e non ritengo opportuno descrivere un
apparecchio da riscaldamento elettrico di grande consumo in queste righe, anche perché rir
chiederebbe l'impiego di materiale e un'attrezzatura non alla portata di un dilettante.
La mia stufetta utilizza uno di quei supporti da resistenza elettrica detto a pigna che è
provvisto di un attacco a virola, come una lampada elettrica e quindi può essere avvitata in un
portalampade.
Non consiglio però, data la su fragilità, di usare un comune portalampade, ma di
acquistare un «porta-valvole attacco Edison» che acquisterete in un negozio di materiale
elettrico, come tutti gli oggetti che indicherò, escluso il lamierino di alluminio e la retina
metallica, cose che troverete presso un negozio di ferramenta.
Per quanto riguarda la spiralina di resistenza elettrica da avvolgere nella scanalatura
della nostra «pigna» di terra refrattaria, dovrete acquistarla adatta alla tensione elettrica
esistente nella vostra città, perché le dimensioni di questa variano appunto a seconda della
tensione a cui facciamo funzionare la stufetta.
Quindi dovrete acquistare la resistenza per una stufetta della potenza di 200 o 300 W. Se
il negoziante da voi interpellato, avrà già le resistenze preparate ed avvolte a spirale, basterà
stendere un po' la spirale nel modo che vedremo in seguito, per portarla alla lunghezza della
scannellatura della pigna.
Se invece il negoziante vi darà la resistenza di nickel-cromo, sotto forma di un filo
metallico sottile, avvolto in un rocchettino o addirittura su di un rotolino di carta, non
spaventatevi, intensità, dividendo secondo, l'ultima formula, la tensione per l'intensità.
Per misurare l'intensità della corrente, la tensione e la resistenza, esistono degli appositi
strumenti chiamati rispettivamente: amperometri, voltmetri, ohmmetri.
I primi misurano quanti Ampere passano in un circuito, i secondi quanti volt, i terzi
quanti Ohm.
Si tratta adesso di sistemare la resistenza lungo la scanalatura della pigna così che
cominciando dall'alto, dove spunta il perno centrale, percorre a spirale, tutta la superficie del
refrattario e termina presso una vite della virola in basso.
E proprio a questa vite ed al dado del perno centrale già nominato che vanno fissati i
capi della resistenza dopo averla allungata quanto basta. Badate però che se volete un
lavoretto fatto bene, questa operazione di... stiramento, va eseguita a caldo.
Ecco come farete : anzitutto tagliate un grosso spago di lunghezza pari a quella che dovrà
assumere la spiralina.
Per ottenere questa misura, avvolgerete lo spago nella scanalatura apposita della pigna,
dove prenderà posto la spiralina.
Per stendere a caldo la resistenza, occorrerà farlo attraversare da una corrente inferiore
a quella di funzionamento per impedirne l'eccessivo arrossamento.
Dovremo quindi aumentare gli OHM del circuito per ottenere una diminuzione di A. Per
ottenere questo, collegheremo in serie alla resistenza (solo per questa operazione di
stiramento) un'altro apparecchio elettrico, (un fornello, un ferro da stiro, una forte lampada)
operando nella maniera descritta.
Collegate con un filo uno spinotto del ferro da stiro o del fornelletto, ad un capo della
resistenza fissato ad un chiodo piantato su di un'assicella.
L'altro capo sarà collegato ad un filo il cui estremo verrà tenuto con una pinza di quelle
coll'impugnatura isolata.
Nel momento in cui infilerete nei due fori di una presa di corrente rispettivamente l'altro
spinotto del ferro da stiro e il filo collegato alla pinza isolata, stirerete la spiralina lentamente
sino a portarla alla lunghezza di pochi centimetri meno di quella dello spago, subito pronti a
togliere corrente non appena il grado di stiramento è raggiunto.
Fate molta attenzione a non prendere delle scosse e durante il passaggio di corrente, non
toccate nulla di metallico che sostituisca il circuito escluse le pinze che dovrete tenere dallo
isolamento dell'impugnatura.
Ad ogni buon conto sarà bene eseguire questa operazione poggiando i piedi su di una
tavola ben asciutta.

Si tratta ora di preparare il supporto della stufetta. 11 lamierino di alluminio che avrete
acquistato avrà le dimensioni di 20 - cm. X 70 e lo spessore di 2 o 3 mm., va piegato a forma
di C come potete vedere dal disegno e dalla fotografia.
Dopo aver collegata ai due attacchi del porta-valvola un pezzo di trecciola, (chiedetela
al fornitore e che non sia inferiore a 2 X 0,35) verrà fissata a mezzo di due viti con dado, alla
parte inferiore di quella specie di nicchia formata dal lamierino.
All'altro capo della trecciola, fisserete una spina. Come potete osservare dalla
fotografia, la retina di fil di ferro va, dopo una piegatura opportuna, posta davanti alla bocca
della G e fissata a mezzo di vitine onde impedire che qualcuno inavvertitamente tocchi la
resistenza con rischio di buscarsi una bella scossa e una considerevole bruciatura.
Per dare maggior equilibrio al vostro oggetto, sarà bene sistemare due piedini sul dietro
della G ottenuti con due viti di circa 1,5 cm., strette con i rispettivi dadi e sporgenti sul dietro
per quasi tutta la loro lunghezza.
Dato il suo basso consumo, questa stufetta, se usata con parsimonia, potrà, in mancanza
della corrente a tariffa ridotta per usi domestici, essere attaccata senza eccessiva spesa anche
sull'impianto di illuminazione.
Il lampeggiatore
Voglio ora insegnare a costruire un oggetto utile per coloro i quali si interessano di fotografia
e posso assicurare che l'apparecchio che descriverò, è stato utilizzato in più occasioni dal
sottoscritto e si e rivelato veramente pratico.
Quando si devono eseguire fotografie in interni o in luoghi non sufficientemente
illuminati, occorre supplire la carenza di illuminazione, con delle potenti lampade elettriche;
oppure, come più comunemente si usa, bruciando del magnesio che per il tempo di durata
della fotografia, fornisce un lampo di luce sufficiente per impressionare la pellicola
fotografica.
In commercio si trovano delle speciali lampade contenenti del magnesio che viene fatto
bruciare a mezzo di un piccolo filamento metallico, che al momento dell'uso viene fatto
fondere con una scarica di corrente elettrica.
Questo sistema permette di eseguire lampi al magnesio senza riempire la stanza di fumo,
rimanendo questo racchiuso nell'ampolla.
Queste lampade vengono chiamate «lampade vacublitz» e sono vendute al prezzo di L. 180
cadauna.
Naturalmente non è purtroppo possibile costruirsi da soli dette lampade ma possiamo
invece costruirci l'apparecchio che ci permetterà di accendere sincronicamente con lo scatto
della nostra macchina fotografica.
Potremo così risparmiare una bella sommetta di danaro, perché il costo di questi
apparecchi è abbastanza elevato. Come sorgente di energia elettrica di accensione, ci
serviremo di una comune pila rotonda, per torcette della tensione di tre Volt.
Acquisterete presso qualche banchetto di articoli casalinghi, a basso costo, una tazza di
alluminio che costituirà il riflettore del nostro «lampeggiatore ».
Procuratevi un tubo di ottone del diametro interno pari al diametro della pila e della
lunghezza di qualche centimetro superiore a quella della pila. Bisogna che cercate presso
qualche negozio di articoli elettrici per automo- bili, un portalampade a baionetta con un unico
contatto centrale.
Una volta che avete a vostra disposizione tutto il materiale suddetto, prendete un
portalampade e dalla parte ove andrebbe fissato il filo di contatto, saldate un pernetto di
ottone in modo che sporga qualche millimetro dal fondo del portalampade stesso.
Un consiglio : prima di acquistare il portalampade, procuratevi una lampada Vacubliz
(anche già usata) in modo da poter vedere bene l'attacco ed acquistare il portalampade di
misura adatta.
Ad un estremo del tubo di ottone, salderete con attenzione il portalampade in maniera che
l'innesto della lampada rimanga di un foro che servirà per poter accoppiare il nostro
«lampeggiatore» alla macchina fotografica con una vite passante utilizzando il foro
predisposto per l'uso del cavalletto.
Per usare il lampeggiatore applicato alla macchina fotografica, innestate il filo
nell'apposito contatto di questa (l'altro contatto, sarà stabilito dalla massa dell'apparecchio) e
dopo aver caricato e regolato sulla mezza posa l'otturatore, introducete una lampada Vacublitz
e scattate.
Vedrete attraverso il mirino della macchina, il soggetto illuminarsi per quella frazione di
secondo sufficiente ad impressionare lo strato sensibile della pellicola.
Nell'eseguire la foto, occorrerà stare bene attenti di sollevare il dito dallo scatto per
provocare la chiusura dell'ottura-tore, non appena si sarà verificato il lampo.
Qualora la vostra macchina fosse sprovvista dell'attacco sincrono, potremo provocare
ugualmente l'accensione della lampada per eseguire la nostro fotografia munendo il
lampeggiatore di un contatto auto nomo.
Basterà procurarsi una linguetta metallica, della lunghezza di 3 centimetri circa ad una
estremità della quale fisseremo il filo uscente dal fondo del «lampeggiatore ».
Fisseremo poi tale linguetta a metà del tubo mediante un giro di nastro isolante, avendo
cura di interporre tra la linguetta e il tubo stesso una strisciolina di cartone in modo che
l'estremità superiore della linguetta rimanga staccata di pochi millimetri dal tubo.
Per provocare l'accensione, non occorrerà fare altro che premere con dito pollice della
mano sinistra, la linguetta mandandola a contatto con il metallo del tubo. La fotografia verrà
eseguita nel modo seguente.
Dopo aver regolato l'otturatore per la mezza posa, premete lo scatto con la mano destra,
immediatamente dopo con la sinistra provocate l'accensione della lampada premendo la
linguetta e quindi lasciate subito il pulsante per la chiusura dell'otturatore.
Il magnetismo
Come tutte le scoperte, anche il magnetismo, prima di essere conosciuto, esisteva in natura sin
dal momento della creazione. Infatti la terra stessa è una enorme magnete che espande le sue
linee di attrazione nello spa- zio, e sono appunto queste linee che, invisibili, correndo da Nord
a Sud sul nostro pianeta, permettono l'uso delle bussole di orientamento.

Queste indicano a tutti i viaggia tori la via che essi devono percorrere in terra, nell'aria e nel
mare, allorquando non abbiano la possibilità di altro orientamento.
Ciò specialmente nei lunghi viaggi per mare dove non si vedono che acqua e cielo; o di
notte sugli aerei, quando la foschia impedisce l'avvistamento dei segnali terrestri.
Il fenomeno, comune ad alcune sostanze ferrose di attirare a sé tutto ciò che è fatto di
ferro, si chiama appunto Magnetismo.

I corpi che hanno questa proprietà sono detti calamite.


Quando eravamo bambini, uno di questi aggeggi rappresentava per noi la felicità e
v'erano in commercio, a pochi soldi, piccole calamite a forma di ferro di cavallo pitturate in
rosso. Son certo che tutti voi ne avete posseduta una.
Se prenderemo due calamite, e cercheremo di attaccarle l'una all'altra, vedremo che in
un senso queste si attireranno rimanendo ben unite, mentre nel senso inverso, oltre a non
rimanere unite, si respingeranno.

Gli estremi di ogni calamita sono chiamati uno polo nord e l'altro polo sud. Ogni polo emana
un flusso, che viaggiando sotto forma di invisibili linee, da Nord a Sud, ha la proprietà di
attirare a sé tutti i corpi di ferro e tutti i poli contrari di altre calamite, mentre respingerà tutti i
poli uguali.
Ad esempio un nord attirerà tutti i sud delle altre calamite e respingerà i nord.
Un'altra proprietà delle calamite è che, se vengono spezzate in una o più parti, si
ottengono altre calamite con altrettanti poli sud e nord, ciascuna con una forza in proporzione
alla parte ottenuta. L'ago della bussola non è che una piccolissima calamita con il nord e sud.

Ora la terra, come abbiamo detto, è un'enorme calamita con i suoi poli nord e sud : quindi
essendo l'ago di ogni bussola sospeso in modo da poter girare nella direzione che meglio
creda, l'estremo nord di questa verrà respinto dal polo nord della terra ed attirato dal polo
sud, e viceversa si comporterà il sud dell'ago.
Quindi in qualsiasi maniera verrà posta la bussola l'ago tenderà sempre ad orientarsi da
nord a sud.
Se poniamo un pezzetto leggero di acciaio come una lametta da barba, la lama di un
temperino o un ago, attaccato ad una calamita e ve lo lasciamo un po' di tempo, quando lo
distaccheremo, sarà calamitato anche lui, mentre il ferro comune; ad esempio un chiodo o un
pezzetto di latta, una volta staccato, non avrà più nessun potere magnetico.
Ora, se volete divertirvi, prendete un ago fine o una lametta da barba e lasciatela per
qualche minuto attaccato ai poli di una calamita, quando lo staccherete, appoggiatelo
delicatamente, in modo che galleggi sul pelo dell'acqua che avrete messo in un bicchiere e
vedrete che si orienterà come l'ago di una bussola.
Il fenomeno di creare intorno a sé delle linee magnetiche, non è solo delle calamite della
massa del nostro pianeta, ma anche del nostro piccolo e velocissimo elettrone in movimento
dentro un conduttore.

È strano, ma le calamite, per creare il campo magnetico, rimangono immobili con i loro atomi
in equilibrio pronti ad attirare i piccoli oggetti di ferro che passano loro vicino, mentre invece
l'elettrone provoca anch'egli le famose linee magnetiche capaci ad attirare corpi ferrosi, ma
soltanto quando è in movimento lungo un conduttore, e cioè nel caso in cui esista un passaggio
di corrente elettrica.
Nella figura potete osservare l'aspetto rappresentativo di queste linee magnetiche attorno ad un
conduttore attraversato da una corrente.
Se la corrente è abbastanza intensa, potrà provocare lo spostamento dell'ago di una
bussola posta sopra il conduttore; se invece vogliamo vedere manifestarsi il fenomeno in
maniera più concreta. basterà formare col filo una spirale, come se si trattasse di una molla di
acciaio.
Potete osservare nella figura come le linee magnetiche del conduttore avvolto come abbiamo
descritto, sommandosi, formino un fascio più intenso di linee simili a quelle esistenti in un
magnete.
Il senso della corrente, che alimenta detta spirale, determinerà anche il senso di
orientamento delle linee magnetiche.
Così invertendo i poli all'ingresso della spirale, invertiremo pure i poli del nostro «magnete
artificiale ».
Introducendo una sbarretta di ferro nell'interno della spira, questa convoglierà nella sua
massa le linee magnetiche provocate dal passaggio di corrente, ma solo per il periodo di
tempo in cui la corrente passerà nella spirale, la barretta di ferro, si comporterà come una
calamita vera e propria. Avremo così ottenuto un «Elettrocalamita» che perderà ogni suo
potere di attrazione non appena interromperemo il circuito elettrico.

Come avviene per parecchi fenomeni fisici, in cui un fenomeno provocato da un'altro, può a
sua volta dare origine al fenomeno primitivo, così anche in questo caso, il magnetismo gene
rato dal movimento di elettroni in un conduttore, può provocare in un conduttore non
attraversato da corrente elettrica e in determinate condizioni, un movimento di elettroni.
Infatti avvicinando ad un conduttore un flusso di linee magnetiche, si potrà osservare a
mezzo di uno strumento sensibilissimo applicato ai capi del conduttore stesso, un passaggio di
corrente ; ma questo durerà soltanto per un tempo pari a quello impiegato al flusso magnetico
di investire il conduttore.
Infatti, se le linee di forza del magnete lasciato immobile, investono il conduttore
costantemente, non si verificherà nessun spostamento dello indice nello strumento.
Quando allontaneremo il magnete dal conduttore, potremo osservare ancora questo
passaggio di corrente, questa volta però in direzione inversa al precedente.
Anche questa volta, cessata l'azione di movimento delle linee magnetiche, sul conduttore
tutto ritornerà tranquillo.
Abbiamo così provato che, allorquando un conduttore taglia le linee di un campo
magnetico, si verifica un movimento di elettroni, dando origine a un vero e proprio passaggio
di corrente.
Come le linee magnetiche che circondano un conduttore avvolto a spirale si sommano
dando origine ad un campo magne- tico di maggiore intensità, così immergendo nella spirale
(il cui vero nome è solenoide) un magnete, si otterrà ai capi del conduttore, un maggior
passaggio di corrente che anche in questo caso, cesserà non appena lasceremo immobile il
magnete nello interno del solenoide.
Questo che abbiamo descritto, è il fenomeno dell'induzione magnetica, ed appunto è su
questo fenomeno che si basano le macchine elettriche come dinamo e alternatori, le qua
elettrica : viceversa, motori e le elettrocalamite trasformano l'energia elettrica in meccanica.

Infatti, se pensiamo di costruire un sistema che, facendo ruotare un magnete in modo che
presenti alternativamente i suoi poli rivolti verso le spire di un solenoide, otterremo ai suoi
capi tanti piccoli impulsi di corrente, ora in un senso, ora nell'altro che costituiscono proprio
la caratteristica della corrente alternata che viene distribuita dalle società elettriche in tutti gli
impianti.
Siccome la corrente elettrica viene usata sfruttando i fenomeni provocati dagli elettroni
in movimento, sia che questi si muovano costantemente in un senso o che alternativamente
invertano la direzione, poco importa, tanto più che la corrente alternata, come vedremo in
seguito, si presta con mezzi abbastanza semplici, meglio della continua per essere convogliata
dalle dighe in montagna, alle città, a molti chilometri di distanza.
Se immaginiamo un solenoide avvolto in un nucleo di ferro sovrapposto a questo, o
anche avvolto al fianco del primo, sullo stesso nucleo, ne poniamo un altro, dando corrente
continua al primo, le linee di forza magnetiche provocate da questo e convogliate nel nucleo di
ferro, investiranno anche il secondo solenoide attraverso il quale si verificherà un passaggio
di corrente che cesserà non appena il circuito del primo solenoide si sarà stabilizzato, e se ne
verificherà un'altro, che sarà di direzione inversa, solo quando togliendo corrente
interromperemo il flusso magnetico.
Se invece di come abbiamo immaginato, la corrente mandata al primo solenoide sarà
alternata anziché continua, nel secondo solenoide, potremo ottenere una corrente di forma
simile e quantità quasi uguale a quella inversa.
Abbiamo con quest'ultimo esempio rappresentato il trasformatore elettrico, dal
funzionamento del tutto simile ai grandi trasformatori delle cabine di distribuzione e al campa
piccolo trasformatore da campanelli.

Il trasformatore generalmente è costituito da un nucleo di ferro che convoglia le linee


magnetiche, da un avvolgimento primario che crea queste linee e da uno o più avvolgimenti
secondari in cui viene indotto per mezzo delle linee magnetiche stesse una corrente, che
risulterà simile alla prima, ma di tensione maggiore o minore a seconda del numero di spire
del II solenoide rispetto al I.
Per capirne l'utilità ritorniamo ad usare per un poco le formule matematicamente
presentate nel capitolo Dall'elettricità al calore ed immaginiamo una città i cui apparecchi di
utilizzazione dell'energia elettrica assorbano complessivamente 1000 A alla tensione di 100 V.
Troveremo che la potenza occorrente per ' servire la città sarà di 100 KW.
Pensate che se venisse prodotta dalle centrali e immessa nelle linee di trasporto,
un'energia elettrica di 100 V, per trasportare 1000 A occorrerebbero dei fili di dimensioni
enormi; invece con i trasformatori, questa tensione, viene fortemente elevata per esempio a
10.000 V.
Considerando che la potenza da trasportare deve essere sempre di 100 KW, usando una
tensione di 10.000 V, potremo avere una corrente di soli 10 A che potrà benissimo essere
trasportata in conduttori di modeste dimensioni, per questo molto più economici anche se la
alta tensione usata costringerà i costruttori di linee a porre questi fili su pali ben alti e a
isolarli con lunghe catene di isolatori per impedire che la tensione così elevata rompa
l'isolante, (l'aria) e vada a scaricare la sua energia sulla testa di qualche passante con
conseguenze non troppo rosee.
All'arrivo nei pressi della città, la corrente viene immessa in altri trasformatori e sarà
riportata ad una tensione adatta per la distribuzione.
Mi auguro di aver reso abbastanza chiaro in queste righe, il fenomeno del magnetismo e
dell'induzione nella sua più elementare forma.
Ho limitato, per quanto mi è stato possibile, l'uso di numeri e di formule matematiche,
perciò, coloro i quali volessero approfondire l'argomento, dovranno ricorrere a qualcosa di
più completo e didattico di questo opuscolo che si ripromette di insegnare qualche cosa
divertendo.
Il cicalino e il campanello
Accingiamoci a sfruttare tutto ciò che abbiamo appreso sul magnetismo, costruendo un
cicalino che potrà esserci utile unito ad un tasto telegrafico, per esercitarsi alla pratica dello
alfabeto Morse e che, con qualche aggiunta, come vedremo, potrà diventare un utilissimo e
comodo , campanello elettrico.
Pensiamo di avere un'elettrocalamita che, come sapete ha il potere di attrarre a sé oggetti
di ferro qual'ora venga percorsa da corrente elettrica, perdendo questa proprietà non appena si
apra il circuito.
Disponendo un contatto su una lamina di ferro, che interrompa la corrente non appena
essa è attratta dalla nostra elettrocalamita, questa, lascerà la linguetta di ferro, che per la sua
elasticità andrà a toccare di nuovo il contatto e il ciclo ricomincerà da capo con l'attrazione
della linguetta, l'interruzione del circuito, conseguente rilassamento e nuova chiusura del
circuito.
Questo vibrare della lamina dà origine ad un ronzio che varierà di suono a seconda della
sua lunghezza e della distanza di questa dall'elettrocalamita.
Per costruirci il cicalino ci occorrerà un bullone, un pezzetto di tubo di cartone: va
benissimo quello che rimane da un sigarone su cui è avvoltolato filo da rammendo; qualche
pezzo di cartone, qualche vitarella, un po' di lamierino di ferro (latta) e qualche metro di filo
da campanelli, del diametro di 3 o 4/10 di mm., che potrete acquistare presso qualsiasi
rivenditore di materiale radioelettrico.
Il bullone deve avere un diametro di circa 10 mm. e la lunghezza totale di 4 o 5 cm.
Togliete nel sigarone una lunghezza pari a quella che v'è tra la testa e il dado del bullone.
Ritagliate due dischetti di cartone che, forati andranno incollati uno in cima ed uno in
fondo al cilindretto che avete tagliato. Avete ottenuto un rocchetto di cartone su cui eseguirete
l'avvolgimento stringendolo nel bullone. Lasciamo fuori dell'avvolgimento un capo del filo
lungo una diecina di centimetri.
Cercheremo, avvolgendo, di fare le spire una vicina alla altra sino a ricoprire con uno
strato, tutto il tubetto di cartone.
Ricoprite questo strato con un pezzettino di carta gommata e procedendo l'avvolgimento,
fate sopra questa un secondo strato simile a quello di sotto. Poi altra carta, terzo strato e così
via sino al decimo.
Ricoprite ora tutto con della carta gommata un po' resistente. Non appena credete che la
colla abbia attaccato, sfilate il rocchetto.
Al lamierino in ferro avrete ritagliato una striscia di circa 7 cm. ed una di 2,5 ambedue
lunghe 2 cm. circa.
Foratele e piegatele, come vedete nel disegno e nella fotografia. Preparate anche una
basetta di compensato o di cartone dove andrà fissata una squadretta o di alluminio o di
ottone.
Cominciamo ad infilare il bullone nel foro di questa squadretta e facciamolo seguire dalla
striscietta di lamierino più lungo, poi la bobina, quindi la linguetta di latta più corta ed il dado
col quale dovrete stringere tutto.
Badate che la linguetta più lunga dovrà sovrapporsi alla più corta restando distaccata da
questa di circa 2 o 3 mm. Adesso fisseremo sulla tavoletta di compensato, una squadretta di
ottone ,con un da detto saldato al quale verrà avvitata una piccola vite che andrà con la punta a
toccare leggermente la linguetta più lunga.
Attenzione ora ai collegamenti! Alla vite fissata nella squadretta, faremo un
collegamento che lasceremo libero insieme ad uno dei due capi della bobina.
L'altro lo stringeremo al bullone (quindi verrà un contatto con la striscetta di latta).
Ai due capi rimasti liberi daremo corrente con una pila da 4,5 V e il nostro cicalino
dovrà mettersi a ronzare, Se ciò non avvenisse, regolate la vite fissata alla squadretta di
ottone,tanto da fare premere più o meno quest'ultima sulla striscetta di latta e vedrete che il
risultato non si farà attendere.
Per trasformare il cicalino in un campanello basterà fare ancora più lunga la linguetta
vibrante e applicarvi una corta vite con dado che, simile ad un martelletto, picchierà sul
coperchio di un campanello da bicicletta, che per l'occasione avrete opportunamente fissato
sulla tavoletta di supporto che questa volta sarà più lunga. Ad ogni vibrazione del cicalino di
prima, si avrà un trillo del campanello.
Un semplice strumento di misura
L'amperometro che ora descriveremo non ha molte pretese ma può rendersi utile se costruito
con cura e se ben tarato. Come al solito mi affiderò anche questa volta, più ai disegni che alle
lunghe e complicate descrizioni scritte.
Prendete due tavolette di legno, dello spessore di 1 cm. della larghezza di 5 cm. e della
lunghezza, una di 5 e l'altra di 10 cm. Fissatele fra di loro a squadra, come è indicato nella
figura.
Procuratevi di quel tubetti di bachelite usati per contenere medicinali od altro : l'origine
non ha importanza, basta che non abbia pareti molto spesse e che il diametro interno non
superi i 15 mm, tagliatelo ad un'altezza di 5 cm e fissatelo, a mezzo di una vite passante per il
centro del suo fondo, al centro della tavoletta più piccola.
Prendete del filo di rame isolato in doppio e della sezione di 4 o 5 decimi. Sistemate
due viti per i collegamenti ai due angoli, nella parte anteriore della tavoletta, e dopo aver
saldato ad una di queste viti un capo del filo, avvolgetelo intorno al tubo di bachelite,
cominciando dal basso sino ad aver ottenuto uno strato di 4,5 cm. di lunghezza.
Interponete una strisciolina di carta e continuate l'avvolgimento sovrapponendo un'altro
strato. Interponete di nuovo una strisciolina di carta e di nuovo dal basso salite con
l'avvolgimento a 3 cm.
Da questo punto sovrapponete ancora sino a toccare la tavoletta, ricordandovi sempre di
interporre, ad ogni strato, i soliti pezzi di carta.
Avvolgete ancora per 1,5 cm. Terminate ritornando verso il basso e fermate il capo
dell'avvolgimento saldandolo all'altra vite.
Procuratevi ora una vite da ° 1/8 con 3 dadi, della lunghezza di circa 4 cm. e fissatela
con uno dei dadi ad un foro che avrete praticato ad un centimetro dal bordo superiore della
tavoletta più lunga ed al centro della sua larghezza.

Da un tondino di ferro, del diametro un poco inferiore a quello interno della scatoletta di
bachelite, tagliatene un pezzetto di 2 cm. e ad una estremità, nel centro saldate l'estremo di una
molletta a spirale, molto fine.
Preparate un gancetto di lamierino che fisserete, a mezzo di due dadi rimasti, alla parte
della vite rimasta sporgente. Attaccate tale gancetto alla molla che toglierete, ad una lunghezza
tale che il pezzetto di ferro rimanendo sospeso a questo, vada, in condizioni normali, ad
introdursi nel tubo per poco più di 3o4mm.
Nel punto di saldatura della molla col ferro, avrete anche fissato un pezzettino di filo di
ottone di 1 mm. che, piegato a Z, come indicato nella figura, ci servirà da indice.
Facendo attraversare l'avvolgimento da una corrente, questa creerà delle linee
magnetiche che attireranno nel centro del solenoide, il nucleo di ferro proporzionalmente alla
loro intensità.
Non rimane da fare altro che incollare un pezzetto di carta da disegno sulla tavoletta, nel
punto dove scorre l'indice e scrir verci sopra i valori che ricaverete confrontando il vostro
apparecchio con uno di quelli in commercio.
Il bombardiere da tavolo
Vi occorre un gioco divertente, che tenga occupate le nuove conquiste di Sezione, e possa
contribuire a fare loro trovare un ambiente accogliente ? Sì, ebbene, guardate le fotografie n.
21, 22, 23, leggete questa descrizione e vedrete che potete realizzarlo con poca fatica e minor
spesa. Costruiremo un bombardiere elettrico in miniatura che sfruttando, come accade nei veri
e propri parchi di divertimenti, l'interesse che esso desta, dà la possibilità di fare vere e
proprie gare di prontezza di riflessi, di senso di mira, con adeguati premi.
Si tratta di un aeroplano, cui è impresso un movimento rotatorio, che tiene sospesa alla
carlinga una bombetta di ferro. Per mezzo di un pulsante si può, mentre l'aereo è in moto,
sganciare la bomba che andrà a piantarsi sul bersaglio.
L'aeroplanetto che vedete nella foto n. 21 è di cartoncino spesso 1 mm., ritagliato con
una lametta e incollato con cementatutto in modo che possa ricavarsi nella sua fusoliera un
posto per l'elettrocalamita.

Essa va fatta arrotolando circa 100 spire di filo isolato di 3 o 4 decimi da una sbarretta
di ferro dolce le cui estremità vanno curvate come in figura.
Fermate ora la bobina nel suo alloggiamento facendo sì che essa sia volta verso il basso
della carlinga, al punto cioè dove sospenderemo la bomba.
I due fili della bobina possono essere collegati agli stessi che sospendono l'apparecchio
all'assicella di legno rotante.
Veniamo ora al «baraccone» : presto fatto; un comune tavolino sul cui piano incollerete
un bersaglio e applicherete il pulsante per lo sgancio della bomba.
Ad un lato, o ad un angolo, se è quadrato, applicherete con due chiodi un travicello 2 x 2
alto circa m. 1,80 ed in cima ad esso per mezzo di un cuscinetto a sfere, imperniate la vostra
assicella rotante.
E’ necessario il cuscinetto a sfere perché ci servirà per uno dei due contatti. Per l'altro
inchiodiamo una corona circolare di lamierino sull'assicella su cui faremo scorrere una
spazzola fissata al travicello. Anche qui la foto spiegherà meglio delle parole.
Uno dei fili provenienti dall'apparecchio sarà collegato alla parte rotante del cuscinetto a
sfere, cosicché dalla parte fissa, sul travetto verticale, potremo riprenderci per continuare la
linea. L'altro filo della bobina andrà alla corona circolare metal lica e questa seconda linea
sarà ripresa dalla spazzola che, strisciando sul metallo, terrà continuo contatto,anche durante il
moto.
Ora guardate lo schema: uno di questi fili andrà direttamente alla sorgente elettrica
(trasformatore da campanelli erogante 4 V) l'altro sarà interrotto dal pulsante. Ma attenti bene,
però! Il pulsante non deve essere di quelli comuni in cui, premendo, si cagiona il contatto
bensì di quei tipi che tengono costantemente chiusa la linea e al premere l'aprono.
E questo l'avrete capito anche voi perché la bombetta ricavata a forza di lima da una
sbarretta di ferro dolce, rimane so- spesa all'apparecchio soltanto quando v'è corrente.
Interrompendo questa, viene a cessare l'elettromagnetismo della bobina e la bombetta
cade.
Se essa è fatta con una buona punta e con alettoni (questi possono essere di lamierino e
incastrati in appositi tagli) andrà a piantarsi sul piano del tavolo e... se siete svelti e precisi,
sul bersaglio.
Vedrete che è un giochetto che vi appassionerà.
Il telefono
Non avete mai pensato alla possibilità di istallare un telefono che colleghi la vostra sede
con la sacrestia o magari il vostro studio con... la cucina della vostra abitazione? Cercherò nel
corso di questo articolo di insegnarvi a costruire, con poca spesa, qualcosa di simile.

Occorrerà innanzi tutto fornirvi di una coppia di citofani che potrete facilmente acquistare
presso qualsiasi negozio di marteriale elettrico. Procuratevi poi 2 cuffie, di quelle usate per
gli apparecchi a galena. (qualsiasi tipo va bene purché l'avvolgimento non sia di bassa
resistenza).
Volendo fornire i vostri telefoni del campanello di chiamata, occorreranno anche due
campanelli elettrici o cicalini (potrete costruirli voi stessi seguendo la descrizione da noi già
fatta nel corso di queste pagine).
Una volta in possesso delle cuffie, tagliate la molla che tiene uniti gli auricolari e fissate
quest'ultima in due assicelle di legno della forma illustrata nel disegno.
Otterrete così un qualcosa che assomiglierà ai cornetti usati per i veri telefoni.
Fisserete in ambedue i cornetti, come è indicato dallo stesso disegno, un anellino di
ferro che ci permetterà di appenderli al gancio di cui provvederemo ogni apparecchio.
Su di una tavoletta di circa 15 cm. per 20, fisserete una pila elettrica di 4 V, il
campanello, un pulsante di chiamata e un gancio ritagliato da un robusto pezzetto di lamierino
della forma che potete ricavare, sempre dal disegno.
Un'estremità di questo gancio, verrà fissata forandola con un chiodino o meglio con una
vitina in maniera che possa ruotare su se stessa.
Oltre che servire da alloggio per il cornetto, questo lamierino avrà le funzioni di
deviatore, evitandoci ogni qual volta premeremo il pulsante, di fare squillare il campanello
posto sul nostro stesso apparecchio.
Osservando le illustrazioni, noterete che una molla terrà il gancio a contatto con una vite
posta nella tavoletta verso l'alto rispetto al gancio stesso. Attaccando il cornetto, il suo peso
vincerà la forza della molla ed il gancio andrà a contatto con una seconda vite posta verso il
basso.
Per i collegamenti elettrici, seguite lo schema illustrato che risulterà più chiaro di ogni
spiegazione scritta.
Vi spiegherò ora il funzionamento di questi telefoni che, se usati ad una distanza
inferiore ai 100 m. daranno una audizione perfetta.
Un auricolare della cuffia funzionerà da microfono, il quale è composto da un
avvolgimento, di un magnete e da una lamina di ferro.
Questa ultima, vibrando a causa delle onde sonore, produrrà delle variazioni di intensità
nel campo magnetico, le quali per l'induzione genereranno, nell'avvolgimento, delle correnti
che, se pur debolissime, percorreranno i fili della linea e l'avvolgimento dell'auricolare,
funzionante da ricevitore.
In quest'ultimo produrranno delle vibrazioni magnetiche che, agendo sulla lamina del
ricevitore, la faranno vibrare in maniera identica a quella del microfono.
Come avrete certamente notato. seguendo la descrizione, la comunicazione telefonica
avviene senza l'ausilio di nessuna sorgente elettrica.
E il microfono che genera da solo la corrente necessaria a far funzionare il ricevitore. La
pila installata su ogni apparecchio, non servirà che a far funzionare i campanelli di chiamata.
Apprestandovi ad usare il telefono, per prima cosa sgance~ rete il cornetto, permettendo
alla molla di portare il gancio, a cui è collegato un filo della linea, a far contatto con la vite
super riore unita ad un capo del cornetto.
Il circuito del nostro campanello verrà così interrotto subito dopo schiaccerete il
pulsante di chiamata che inserendo la corrente della pila nella linea, farà squillare il
campanello dello altro telefono.
Allorquando il vostro interlocutore sgancerà il cornetto, sarà escluso ogni circuito di
campanelli e la conversazione potrà iniziare.
Ora vi invito a mettervi al lavoro augurandovi lunghe e cordiali chiacchierate...
telefoniche.
Un motore elettrico
Non era mia intenzione di descrivere la costruzione di un motorino elettrico in quanto tale
attuazione richiede maggiori difficoltà degli altri oggetti descritti, e questo opuscolo sarebbe
certamente stato stampato senza il presente capitolo se, le molte lettere di aspiranti, che
seguono con interesse la rubrica di elettrotecnica, che esce quindicinale sull'edizione Pre-ju
de L‘Aspirante, non avessero contenuto nella maggioranza la ri chiesta della descrizione di un
motorino elettrico.

Mi accingo ad accontentarvi, ma benché abbia cercato di realizzare un progetto dei più


semplici, tuttavia temo che ad alcuni di voi mancherà l'attrezzatura per attuarlo.
Vi consiglio di osservare attentamente i disegni di cui ho corredato questo articolo.
Noterete che questo piccolo motore è formato da una elettrocalamita (indicata dalla lettera A)
fra le cui espansioni polari gira un piccolo motore ricavato da un tondino di ferro del diametro
di 30 mm.
che sagomerete a forza di lima, come indicato in figura, e forerete al centro nel senso
dell'asse con una punta di 4 mm.
Praticherete pure un foro perpendicolare ad una delle facce ottenute filettandolo per una
vite da 1/8. Questa vite andrà a; premere sull'asse rendendolo solidale con il rotore stesso.
stato studiato questo sistema di bloccaggio per poter trovare sperimentalmente la posizione
del rotore rispetto allo asse.
L'asse ricavato da un tondino di ottone o di ferro di 4 mm. di diametro avrà una
lunghezza di 60 mm. e dovrà essere ben lisciato a forza di cartavetra fine.

Con una limetta, trasformate in ovale la circonferenza di una estremità per la lunghezza di 8
mm. (vedi particolare ingrandito).
Questa sagomatura di un'estremità dell'asse ha la funzione di allontanare od avvicinare i
contatti, i quali interrompendo la corrente all'elettromagnete, subito dopo che il rotore è stato
attratto dalle espansioni polari nella posizione verticale faranno cessare l'azione
dell'elettromagnete stesso ed il rotore per forza d'inerzia, compiendo un quarto di giro, si
troverà in posizione di essere di nuovo attratto dal corpo magnetico che, in quell'istante si sarà
riattivato per l'accostamento dei contatti.

Ogni qual volta gli estremi del rotore, verranno attratti dalle
espansioni polari dell'elettromagnete, imprimeranno un impulso rotativo al rotore stesso.
I contatti (b) sono costituiti dalle teste di due vitine sistemate su due linguette di bronzo
o di ottone crudo, dello spessore di pochi decimi di mm tra le due linguette e l'asse rotante,
verranno interposte due striscioline di cartone di 3/10 di spessore, tenute ferme lungo le stesse
linguette dalle vitine che costituiscono i contatti.

Il nucleo dell'elettromagnete verrà ottenuto da tanti fogli di lamierino di ferro da 3/10


sagomati come in figura e intercalati da fogli di carta sottile, affinché risultino isolati gli uni
dagli altri (le parti tratteggiate valgono soltanto per i lamierini alle 2 estremità).
Ritaglierete i pezzetti di lamierino con una seghetta da traforo sottile per metallo ;
lubrificandola ogni tanto con della paraffina o cera.
Unirete tutti i lamierini con quattro viti passanti per i fori indicati in figura e rifinirete,
con una lima a grana fina, le superfici del blocco ottenuto.
L'avvolgimento va eseguito con del filo di rame da 5/10 isolato con cotone, seta,
vernice, preparando sul nucleo una fasciatura ricavata da un cartoncino ritagliato e piegato
come in figura, alla quale incollerete due bordi ottenendo un rocchetto quadrato.
Sugli strati del l'avvolgimento vanno curati ed isolati con sottili fogli di carta, eseguendo
circa 400 spire, dopodiché, vedrete il vostro rocchetto completamente riempito di filo.
Sarà bene rifinire con una striscia di cartoncino di 2 o 3/10.
I supporti (C) per l'albero, verranno ritagliati, sempre col seghetto da traforo, da una
lamiera di ottone dello spessore di 2 o 3 mm., seguendo le misure e la forma dell'illustrazione.
L'asse verrà fatto passare nei fori che avranno un diametro tale da lasciarvelo
liberamente ruotare senza troppo gioco.
Tra i supporti dell'asse e il rotore, andranno interposte 2 rondelle di ottone e due pezzetti
di tubo dello stesso metallo (D) curando di ottenere il minimo attrito possibile tra l'albero ed i
supporti. Per il resto del montaggio, mi auguro vi siano di valido aiuto le illustrazioni.
Tenete presente che le orecchiette lasciate ai bordi in basso dei due lamierini esterni,
devono venire piegate e servono per il fissaggio dell'elettromagnete sulla base di legno.
Badate che il rotore deve essere di diametro leggermente più piccolo dell'alloggio
predisposto nelle espansioni dello elettromagnete.
Dovrete fare in modo che lo spazio che li separa, sia il più piccolo possibile curando
che assolutamente non vengano a toccarsi nel movimento.
Sarà bene inserire un condensatore da 0,5 microFarad tra i due contatti al fine di evitare
uno scintillio che, a lungo andare, brucerebbe i contatti stessi.
Il motore verrà collegato ad una sorgente di corrente continua di circa 10-12 V (3 pile
da 4,5 V poste in serie).
Potrete alimentarlo anche con un trasformatore da campanelli, nel qual caso, il
condensatore dovrà essere di soli 10.000 picofarad. Il condensatore verrà acquistato in un
negozio di materiale radio.
A questo punto occorrerà sincronizzare il rotore con gli impulsi dei contatti; basterà
cercare per tentativi, la posizione più giusta, allentando la vite che blocca il rotore
spostandola sempre per tentativi, nel senso della sua rotazione sull'asse. Ri-bloccherete la vite
e proverete di nuovo sino ad ottenere il funzionamento che dovrà essere certo.
Quando darete corrente al motore, se i contatti fossero staccati, dovremo dare una
piccola spinta all'asse.
Un'ultima cosa da regolare è il contatto delle teste delle due viti le quali, sistemate agli
estremi delle due linguette, andranno limate sino ad ottenere un distacco completo quando
l'ovale ricavato dall'asse presenterà il suo diametro maggiore orizzontale, e dovremo fare
invece un buon contatto quando lo stesso asse sarà in posizione verticale.
Le onde hertziane
Chissà quanti di voi dopo aver letto l'indice di questo opuscolo, sono corsi a questa pagina
saltando a piè pari tutto il resto !
Purtroppo la radio non è il principale argomento di queste pagine e questo accenno, ha
più che altro, un valore di appendice. Quindi non sperate di trovarvi qualcosa di più di quello
che è strettamente necessario per insegnarvi a fabbricare una semplice galena che vi
permetterà di ricevere la stazione locale soltanto.
Coloro i quali non abitassero in una città provvista di stazione radio, non credo
riusciranno a ricavare nulla da questo apparecchio. Potranno se mai, tentare con una buona
antenna se abitassero in un'altura e poco distanti da una stazione radio.
Innanzi tutto parliamo un po' delle onde hertziane e cioè di questi insensibili impulsi che
irradiandosi nello spazio, per- mettono agli uomini di comunicare tra loro a distanza, senza
l'ausilio di fili elettrici che li colleghino.
Abbiamo parlato sin'ora di corrente continua, ed alternata. Sappiamo che la corrente
alternata non è altro che un muoversi di elettroni in un conduttore, ora in un senso ed ora
nell'altro con un movimento alternativo; da ciò appunto il nome di corrente alternata.
Non tutte le correnti alternate sono uguali ma possono avere una frequenza differente nel
tempo l'una dall'altra. Avremo quindi correnti alternate di 50 periodi al secondo (usata per la
corrente degli impianti) correnti alternate con una frequenza di qualche centinaio di periodi al
secondo (risultante dal funzionamento del cicalino) ed elevando la frequenza, arriveremo alle
migliaia ed ai milioni di frequenza al secondo, che acquista delle caratteristiche del tutto
speciali ma delle quali è appunto quella di far vibrare elettricamente l'etere che circonda i
conduttori.
L'etere è un qualcosa di non bene definito che riempie tutti gli spazi apparentemente
vuoti ed esiste anche là dove non esiste l'aria, al di là dell'atmosfera terrestre.
Le vibrazioni impresse all'etere possono venir captate da altri conduttori ai capi dei
quali verranno raccolte e amplificate. Questo è precisamente ciò che avviene nelle
comunicazioni radio. Da una parte avremo degli apparecchi che imprimeranno alla corrente
continua, delle oscillazioni rapidissime trasformandola in alternata a frequenze elevatissime ;
la invieranno poi alle antenne a mezzo delle quali verranno impresse all'etere oscillazioni
elettriche di frequenza uguale a quelle della corrente stessa.
In una qualsiasi altra località, verranno stese delle altre antenne sulle quali, l'etere
genererà degli impulsi elettrici simili ai suoni.
Al termine dell'antenna, sarà sistemato un circuito che lascerà entrare nel ricevitore,
soltanto gli impulsi elettrici di quella frequenza, eliminando gli altri presenti nell'antenna e
prodotti, come il primo, da oscillazioni di altre trasmittenti. (Questo circuito si dice di
sintonia).
Una volta nell'apparecchio ricevente, gli impulsi, verranno amplificati dalle valvole e
trasformati in suono dal cono dello altoparlante.
Data la sua semplicità, l'apparecchio a galena manca di qualsiasi amplificazione gli
impulsi dell'etere vengono solamente selezionati dal circuito di sintonia e inviati direttamente
alla cuffia ; da ciò potete dedurre il perché questi apparecchi non possono essere usati altro'
che in luoghi in cui, per la vicinanza alle antenne trasmittenti, l'intensità dei segnali nell'etere
sia abbastanza elevata.

LA GALENA
Dopo questo breve accenno sulle onde Hertziane, eccovi la descrizione di un semplice
circuito per un apparecchio a galena.
Dovrete prima di ogni altra cosa, procurarvi una cuffia, avente una resistenza nei suoi
avvolgimenti, di 2000 Ω o circa.
Saranno da scartare senz'altro le cuffie che vengono usate negli impianti telefonici, dato
il troppo basso volume della loro resistenza.
Acquistate presso un negozio di articoli radioelettrici, un condensatore, variabile dalla
capacità di 300 o 500 picofarad (potrà andar bene uno di quei condensatori con l'isolamento
costituito da sottili strati di carta).
Preparate da voi stessi, se non volete acquistarla già fatta, la bobina che posta in
parallelo al condensatore variabile, costituirà il circuito.
Allo scopo di renderla adatta alle frequenze di tutte le stazioni trasmittenti, sarà bene
prendere la bobina di più prese, collegate a boccaletti, sulle quali farete dei tentativi sino a
trovare il punto giusto. Per la costruzione, procuratevi un tubo di cartone del diametro di 4 cm.
e avvolgete su questo, fermandovi le spire, con del cementa - tutto di buona qualità, del filo di
rame del diametro di 3/10 isolato con doppia seta.
Quando avrete avvolto 55 spire, spellate il filo e saldatelo alla prima boccola,
seguitando ad avvolgere, ogni 10 spire ripeterete I operazione di saldatura su una nuova
boccola sino a raggiungere il numero di 105 spire, saldando il capo all'ultima boccola.
Non rimane altro che acquistare il cristallo di galena, che in questo caso sostituiremo
per perfezionare il nostro apparato, con un modernissimo cristallo al germanio, pure
reperibile nei negozi di materiale radio.
Per il montaggio, mi auguri ancora una volta di rendere la spiegazione più chiara con dei
disegni. Tenete presente che: i collegamenti vanno saldati con cura per evitare anche la benché
minima dispersione di energia.
Come antenna potremo usare un filo di metallo della lunghezza di qualche diecina di
metri, e teso il più alto possibile (tra un camino ed un albero, tra il campanile ed un tetto ecc.).
Ai suoi estremi sistemerete degli isolatori di porcellana in modo da isolare l'antenna dai
ganci di fissaggio.
In un qualsiasi punto dell'antenna, collegheremo la discesa che percorrendo la strada più
breve e più discosta dai muri possibile, la collegherà allo apparecchio.
Come antenna possiamo anche usare lo stesso impianto luce, collegando l'apparecchio
ad un foro della presa di corrente attraverso un condensatore fisso da 2000 picofarad,
facilmente reperibile.
Per il collegamento di terra utilizzeremo la tubazione della acqua o del gas, raschiando bene
un punto vicino al luogo ove ci vien più comodo istallare l'apparecchio.
Dal disegno potrete ricavare lo schema elettrico per i collegamenti.
Per la sistemazione dei vari organi, potrete utilizzare un qualsiasi oggetto che si presti e
possa essere facilmente forato, per sistemarvi le boccole e le viti passanti (una scatola di
legno, una tavoletta di compensato, una scatola di metallo ecc.).
Una cosa importantissima che dovrete tenere presente, è quella di realizzare tra gli
organi dei collegamenti più brevi possibile.
Lezione seconda: COMPLEMENTANDO IL LIBRINO
Se avete coraggiosamente letto tutte le righe del librino, avrete senz’altro capito che già molti
anni fa si spiegavano ai ragazzi in modo semplice e pratico i misteri che circondavano
l’elettricità ed i prodotti che cominciavano a diventare oggetti comuni coma la radio e la
televisione.
E si sarà visto come l’autore del librino cercasse di spingere il lettore verso la
sperimentazione pratica con suggerimenti di come costruire vari oggetti tecnologici.
Con me ci riuscì sicuramente e da quando lo lessi di cose ne costruii a decine e non
riuscendo anche a farle funzionare.
In questa seconda lezione, e prima di procedere verso altre sperimentazioni, mi
soffermerò su quelle spiegazioni dei fenomeni naturali che nel librino risultano un po’ scarne
ed incomplete e che richiedono di essere chiarite.
Rivediamo pertanto i seguenti punti:

Cosa sono l’elettricità e la corrente elettrica


Dall’elettricità al calore
Misure elettriche
Il magnetismo
Le onde hertziane

Cosa sono l’elettricità e la corrente elettrica


Cominciamo con l’atomo, il componente fondamentale alla base di tutte le sostanze, compresi
noi stessi. Gli atomi sono costituiti da un nucleo centrale caricato positivamente per effetto di
particelle, dette protoni, e da elettroni caricati negativamente che gli girano intorno.
Nel nucleo di un atomo a riposo ci sono esattamente tanti protoni quanti sono gli
elettroni, che gli girano intorno.
L’atomo è un po’ come un microscopico sistema planetario in cui i pianeti sono gli elettroni ed
il Sole il nucleo con i suoi protoni.
Gli elementi fondamentali in natura sono 92 e si distinguono fra loro per il numero di
protoni che sono nel nucleo e quindi di elettroni: l’idrogeno ha un protone ed un elettrone,
l’ossigeno ha 8 protoni ed otto elettroni, il ferro ha 26 protoni e 26 elettroni, l’oro ha 79
protoni e 79 elettroni, e così via tutti gli altri 92 elementi.
Chi ha letto il librino avrà notato come l’autore distingua giustamente le sostanze isolanti
dalle sostanze che conducono l’elettricità ed afferma che questo fatto e dovuto alla
particolarità che i materiali conduttori dispongono di una grande quantità di “elettroni liberi”,
mentre le sostanze isolanti non ne dispongano affatto.
Precisiamo un po’ meglio questo importante concetto, ricordando come la corrente
elettrica non sia altro che un flusso di elettroni, di tanti elettroni, in un conduttore: questo
flusso che accende una lampadina e fa girare un motore.
Ma come mai alcune sostanze hanno elettroni liberi ed altre, gli isolanti, no?
Questa differenza importante è dovuta alla struttura atomica che tiene insieme gli atomi
per formare la sostanza stessa e che in alcuni casi, come nel ferro e nel rame, questa stessa
struttura consente agli elettroni esterni degli atomi di andarsene in giro liberamente, mentre
nelle sostanze isolanti, come nella ceramica e nel legno, questi elettroni esterni sono
fortemente imprigionati nei loro atomi.
Ecco cosa succede in un conduttore.
Possiamo capire a questo punto cosa succede se, ad un metallo con dentro tanti elettroni liberi
e negativi applichiamo il polo positivo di una pila: gli elettroni, che sono negativi, e liberi,
vengono attratti da quel polo e si forma quella che noi chiamiamo appunto corrente elettrica.

Va sottolineato che per convenzione la corrente elettrica viene indicata scorrere dal polo
positivo al polo negativo, cioè in senso contrario al movimento reale degli elettroni, come
indicato in figura.
Questa che oggi ci appare come una strana convenzione, in realtà deriva da una scelta
fatta quando, ancora non si conosceva cosa fosse l’elettricità e tanto meno era nota l’esistenza
degli elettroni.
Passiamo ad un’altra situazione: colleghiamo una pila ad un materiale isolante,
come nella seguente figura e come sappiamo, l’isolante non dispone di elettroni liberi di
muoversi, per cui nessuna corrente elettrica potrà essere trasportata dagli elettroni.
Questo flusso di elettroni è dentro ogni strumento elettronico che usiamo abitualmente, telefoni
cellulari, televisione, linee ad alta tensione, frigorifero, tutto ma proprio tutto ciò che ci
circonda e che utilizza la corrente elettrica, sfrutta questi instancabili elettroni che sfrecciano
alla velocità di quasi 300.000 mila chilometri al secondo (… al secondo, non all’ora!!).

Dall’elettricità al calore
Abbiamo visto come la corrente elettrica possa scorrere in un materiale conduttore per effetto
degli elettroni liberi contenuti.
Però la libertà di scorrere per questi elettroni non è proprio totale, la sostanza in cui
scorrono oppone un po’ di resistenza, proprio come un’auto che correndo su una strada subisce
la resistenza dovuta all’attrito tra ruote e fondo stradale.
Esattamente come le gomme dell’auto, correndo velocemente, si scaldano per effetto
dell’attrito, così il conduttore si scalda quando gli elettroni lo attraversano ad alta velocità.
In altre parole il materiale conduttore oppone una certa “resistenza” al passaggio degli
elettroni e quanto più forte è questa resistenza tanto maggiore è il riscaldamento del
conduttore.
Avrete visto le stufette elettriche che al loro interno hanno un filo attorcigliato, che si
chiama resistenza, e che quando accendete la stufetta diventa rosso dal calore e riscalda la
stanza.
Il filo riscaldante non è altro che un conduttore con elevata resistenza e che, rallentando
gli elettroni che passano, gli strappano via energia trasformandola in calore.
Questa resistenza si misura in ohm, come vedremo nelle prossime righe parlando delle
misure elettriche, e che è ben spiegato nel librino.

Misure elettriche
Sulle misure elettriche devo dire che l’autore del librino si è sbizzarrito andando abbastanza a
fondo. Ricordo di averne capito qualcosa quando lo lessi, mentre ero in terza media, ma non
abbastanza per poter progettare qualcosa e comunque consiglio di tornare indietro e leggerlo
prima di procedere.
La corrente elettrica può essere definita con due sole misure molto note, anche a chi di
tecnica non si occupa: i volt e gli ampere.
I volt misurano la tensione elettrica e noi tutti sappiamo che la corrente che ci arriva in
casa ha una tensione di 220 volt e siamo abituati ad acquistare dagli elettricisti pile per i
giocattoli e gli altri apparecchietti elettrici chiedendo al negoziante “pila da 1 volt”, oppure da
9 volt e così via.
Quindi il voltaggio è un parametro primario per definire che tipo di elettricità ci serve,
ma naturalmente non è sufficiente.
Infatti con una piccola pila per giocattoli non riusciremmo ad alimentare una stufetta
elettrica ed inoltre vi sarà capitato di far saltare le valvole di casa per aver acceso troppi
apparecchi contemporaneamente.
Per definire la corrente elettrica dobbiamo anche conoscere l’amperaggio, ossia il
numeri di ampere della corrente che stiamo utilizzando.
Per chiarire questo punto importante consideriamo una presa di corrente di casa e
domandiamoci che tensione c’è tra i due poli della presa: la risposta è semplice, ci sono 220
volt e se li tocchiamo probabilmente ci fulminiamo.
Ma se alla presa non c’è collegato nulla la tensione rimane lì e non scorre alcuna
corrente elettrica.
Se però colleghiamo una lampada da tavolo, la lampadina si accende ed una certa
corrente scorre per accenderla; ecco che possiamo affermare che quella tensione da 220 volt
sta spingendo dentro la lampadina un certo numero di ampere, cioè una misura della corrente
elettrica.
Se però andiamo a comprare una lampadina noi chiediamo di darci, ad esempio, una
lampadina da 100 watt (spesso diciamo anche impropriamente candele) per il nostro impianto
di casa da 220 volt.
Cosa vuol dire questo? Che la lampadina avrà bisogno di un certo amperaggio per
accendere tutti i suoi 100 watt ed infatti questi watt (la potenza elettrica) si calcola
moltiplicando fra loro i volt per gli ampere, precisamente:

watt = volt x ampere

quindi la lampadina da 100 watt una volta accesa in casa assorbirà una corrente pari a 100
watt/220 volt, e quindi circa 0,45 ampere. In formula si esprime così:

I = W/V o anche W= VxI

Ora dobbiamo fare una considerazione molto importante che ha a che a fare con i nostri soldi.
Sappiamo tutti che quando paghiamo le bollette della luce la società fornitrice
dell’energia elettrica ci chiede un certo prezzo per ogni chilowattora consumato, non per
quanti apparecchi che abbiamo in casa, magari sempre scollegati dalla rete.
Questo perché ciò che dobbiamo pagare è il consumo che facciamo della corrente
elettrica, cioè quanta energia abbiamo consumato e questa energia (i chilowattora) non va
confusa con la potenza installata (i watt o chilowatt).
L’energia è infatti la potenza utilizzata in un certo periodo di tempo:

Numero di chilowattora = Numero di chilowatt x Numero di ore

Come ultima cosa va citata una legge molto famosa che si chiama legge di Ohm, dal
nome del suo scopritore, legge che ha a che fare proprio con la resistenza dei conduttori e che
abbiamo citato parlando della stufetta.
La legge di Ohm dice che la corrente che passa in un conduttore è uguale alla tensione
applicata al conduttore diviso per la resistenza del conduttore e cioè:

I = V/R oppure Ampere = Volt/Ohm

Questa equazione è molto utile e serve per calcolare varie cose come ad esempio la resistenza
della nostra stufetta.
Riassumendo:
Volt = misura della tensione elettrica (V)
Ampere = misura della corrente elettrica (A)
Watt = misura della potenza elettrica (W)
Chilowatt = 1000 watt (kW)
Wattora = misura dell’energia elettrica (Wh)
Chilowattora = 1.000 wattora (kWh)
Ohm = misura della resistenza elettrica (Ω)

Il magnetismo
Il capitolo del librino relativo al magnetismo sviscera in modo semplice e brillante e per non
iniziati, un argomento non facile da descrivere a chi non ha alcuna nozione di fisica.
Se siete interessati e non l’avete letto, consiglio di ritornare a leggerlo perché è
abbastanza completo, mentre mi limiterò qui a riassumere alcuni punti.
Abbiamo visto nel descrivere la corrente elettrica come, per effetto degli elettroni liberi
nelle sostanze conduttrici, nasca la corrente elettrica.
Ebbene in modo simile, il magnetismo è dovuto ad un particolare moto interno degli
elettroni nelle sostanze magnetiche, sostanze che tutti conosciamo come calamite e con il cui
effetto di attrarre pezzettini di metallo, praticamente tutti i bambini ci hanno giocato.
Le sostanze magnetiche si trovano in natura e possono anche essere prodotte
artificialmente, ma la cosa più importante per la tecnologia è che il magnetismo può essere
creato partendo dalla corrente elettrica, cioè fabbricando quelle che si chiamano
elettrocalamite.
E’ questa possibilità che ha dato origine ai motori elettrici ed alle macchine che
producono energia elettrica, che si chiamano dinamo ed alternatori, argomento trattato in
dettaglio in un altro eBook di questa serie.
Lezione terza: COSTRUIAMO UNA RADIO
Riprendiamo ora l’ultimo capitolo del librino visto in precedenza intitolato “Le onde
hertziane” e vediamo come costruirci una radio, esattamente come feci io allora.
Cominciamo con l’identificare i componenti che nello schema di quel capitolo non erano
molto chiari, a parte il campanile ed il rubinetto dell’acqua.

.
Vediamo l’equivalente schema tecnico utilizzando i simboli ufficiali dei componenti:

Per realizzare questo piccolo circuito abbiamo bisogno di disporre dei seguenti componenti.
Una bobina auto costruita: seguendo le corrette informazioni viste nel librino, avvolgete
su un tubo di cartone del diametro di 4-6 centimetri un centinaio di spire di filo di rame
smaltato da 0,5 a 1 mm.
Un condensatore variabile potete trovarlo in qualche negozio di parti elettriche o di vecchie
chincaglierie elettriche e dovrà essere del tipo adatto per selezionare le onde medie.

Un qualsiasi diodo al germanio od al silicio, sempre da comprarsi, andrà bene in questa


circostanza

Per ascoltare le trasmissioni radio potete collegare una cuffia o un auricolare con l’opportuna
impedenza (l’impedenza è la misura per determinare la resistenza della cuffia rispetto ad una
corrente alternata ed è espressa in ohm) ed in questo caso va bene un’impedenza tra 100 e 500
ohm, comunque provate con quello che avete a disposizione.

Nella figura che segue la foto della mia primordiale radio con diodo al germanio che allora
realizzai in una scatola di sigarette seguendo le istruzioni del librino e che funzionava
perfettamente.
Notare la bobina che sporgeva dalla scatola senza le boccole collegate all’interno della
bobina stessa, come suggeriva il librino e che verificai inutili, e la spina del tipo per la
corrente elettrica che collegava la cuffia.
All’interno al centro si trovava il condensatore variabile con il perno che fuoriusciva e
sul quale avevo avvitato la manopola che ruotando serviva per sintonizzare le stazioni radio.
Quello che il librino non spiega è cosa fanno e come si muovono le famose onde
hertziane e che a quei tempi la cosa mi rimase come un mistero che avrei risolto molti anni
dopo.
Devo ora spiegare l’importanza dell’antica galena utilizzata dall’autore del librino e che
avevo sostituito col più moderno diodo nella mia radio.
Seguendo lo spirito di questo testo che ha come obiettivo il rendere semplici ed
interessanti concetti a volte non semplici, utilizzeremo una similitudine con un cavallo ed il
suo cavaliere: per il momento il lettore segua questa similitudine ed alla fine il tutto sarà
chiaro.
Si deve sapere che il segnale che arriva all’antenna, le famose onde hertziane, non
possono essere ascoltate così come arrivano. Si tratta di onde elettromagnetiche ad alta
frequenza, frequenza non udibile e molto più alta addirittura degli ultrasuoni.
Cosa fa quel diodo? Semplicemente tira fuori dall’onda hertziana, onda che i tecnici
chiamano portante, il segnale audio che le onde hertziane trasportano.
Questo segnale audio raggiunge la cuffia che facendo vibrare l’aria rende il suono
udibile dal nostro orecchio.
Possiamo rappresentare le onde hertziane come un cavallo che trasporta un cavaliere,
cioè il segnale audio, e che insieme partono dalla stazione radio che sta trasmettendo.
Quando il cavallo col cavaliere arriva alla meta, cioè all’antenna, vi entra e trova il
primo ostacolo rappresentato dalla bobina e dal condensatore variabile.
Superati bobina e condensatore (vedremo più avanti come e cosa fanno) incontrano il
diodo che fa scendere dal cavallo il suo cavaliere, cioè il segnale audio, e fa passare solo
questo verso l’orecchio con cui posso ascoltarlo.
In vena di spiegazioni con cavalli che corrono, vediamo di utilizzare l’esempio anche
per capire la presenza di quella bobina e quel condensatore variabile che si trovano inseriti
proprio davanti alla galena e della cui funzione non si è fatto ancora cenno.
Si, perché alla fin dei conti, una volta raggiunta la spiegazione del diodo occorre
spiegare a cosa servono anche quei due componenti.
Ed eccone la spiegazione: le onde hertziane che arrivano all’antenna in realtà sono più
d’una, cioè l’antenna raccoglie le portanti emesse da tutte le stazioni radio che si trovano nei
dintorni, ad esempio radio 1 e Radio 2.
Ma se si vuole riceverne una specifica, ad esempio solo Radio 1, ed eliminare le altre
sovrapposte, si deve predisporre un filtro prima che giungano al diodo.
E questa è proprio la funzione del condensatore e della bobina che filtrano le stazioni
indesiderate e che girando la manopola del condensatore variabile fanno passare solo la
stazione scelta.
In pratica si “ sintonizza” con la manopola la stazione Radio 1.
Nel mio caso allora ricevevo due stazioni, Radio 1 e Radio 2, girando la manopola del
condensatore variabile e posizionandola sulla prima tacca della scatola di sigarette Turmac,
fermavo il cavallo ed il suo cavaliere della stazione Radio 2.
Avevo così completato, dopo molto tempo e studio, la conoscenza del funzionamento del
mio intero apparecchio radio e cioè, riassumendo, che l’antenna riceveva tutte le onde
hertziane, dette portanti, che il condensatore variabile con la sua bobina, faceva passare solo
il cavallo che mi interessava, cioè Radio 1, col suo cavaliere audio ed infine il diodo fermava
il cavallo e faceva passare il solo cavaliere Audio1, che era il mio segnale audio, che
raggiungendo la cuffia, potevo ascoltare.
Abbiamo imparato quello che al Politecnico diventerà materia del corso di
comunicazione, anche se a quell’esame non avrei certamente potuto rispondere in termini di
cavalli, cavalieri e porte d’ingresso, ma al mio nipotino questa spiegazione è piaciuta molto di
più che la teorica spiegazione richiestami dal burbero professore che mi aveva esaminato.

La figura che segue spiega schematicamente quello che succede all’onda radio per passare
dall’antenna alla cuffia attraverso il diodo.
Lezione quarta: COSTRUIAMO UN MOTORE ELETTRICO
Nel librino l’autore spiegava come realizzare un motore elettrico, ritagliando opportunamente
nel lamierino di ferro delle sagome tutte uguali, riunendole poi in un unico blocco e isolandole
fra di loro.
Questo è un modo corretto di auto costruirsi un motorino, imitando la forma di quelli
prodotti industrialmente, che però richiede una certa bravura nel preparare le parti ricavate
dal lamierino e poi nell’assemblare poi il tutto, con una notevole precisione.
La verità è che allora ci provai, ma non riuscii ad assemblare le varie parti con la
necessaria precisione infatti alla fine della costruzione il motore che avevo costruito proprio
non girava.
Può darsi che oggi il lettore ci riesca meglio di me allora, ma nel dubbio preferisco
illustrare qui un metodo molto più semplice e che ha più probabilità di funzionare al primo
colpo.
L’immagine che segue mostra lo strano motore elettrico, completamente montato e
funzionante.

Per realizzarlo avrete bisogno delle seguenti poche cose.


Filo di rame smaltato di diametro intorno da 0,5 a 1 mm.

Una potente calamita, meglio se di forma a disco.


Del filo di ferro o di alluminio del diametro di circa 2 o 3 mm

Una rettangolo di polistirolo di dimensioni di circa 20x15 cm ed alto 4 o 5 cm

Una basetta di compensato o presspan da incollare sul polistirolo

Una pila da 4,5 volt o 9 volt


Due barrette di alluminio o ferro della lunghezza di circa 5 cm ciascuna ed un tubetto isolante
di gomma da infilarsi nelle barrette con al centro un blocchetto isolante di gomma o altro che
tenga le due barrette isolate fra di loro, come illustrato nella figura.

Creare una bobina di 70-100 spire col filo di rame smaltato ed infilarvi le barrette senza
rovinare il filo smaltato.
Spellare le estremità del filo di rame ed arrotolare queste estremità sulle barrette, come
indicato in figura, facendo in modo che creino un buon contatto elettrico.

Bloccare le spire con del nastro isolante e verificare che la bobina sia ben centrata sull’asse
con il quale quale poi dovrà girare

Sagomare due staffe col filo di ferro o di alluminio, come in figura ed avvitarle sulla base di
polistirolo ricoperta dal presspan.
L’altezza di questi supporti dovrà essere tale da lasciare uno spazio di circa mezzo
centimetro tra la calamita e le spire stesse.

Collegate una pila come in figura e vedrete le spire, o meglio, il rotore appena costruito,
ruotare per effetto dell’induzione generata dalla corrente elettrica nelle spire, induzione che
reagisce al campo magnetico della calamita.
Se cambiate la polarità della pila, vedrete il rotore girare in senso inverso.
Lezione quinta: COSTRUIMO UNA PILA
Sempre richiamandoci al nostro librino riportato nella prima lezione, vediamo di completare
le informazioni lì contenute per costruirci due tipi di pile o batterie (si dice batteria quando
più pile sono collegate insieme, ma è invalso l’uso di chiamarle tutte pile).
Intanto vediamo la forma della prima pila realizzata dallo scienziato Volta alla fine del
diciottesimo secolo e che tanto meravigliò la gente di allora.

Come si vede nella figura, era una specie di gigantesco wafer con tanti strati formati da tre tipi
di dischetti sovrapposti.
In successione dal basso verso l’alto c’erano prima un dischetto di rame, poi un
dischetto di stoffa imbevuto di acido e poi sopra un dischetto di zinco. Così di seguito fino
alla sommità.
Ogni gruppetto formato da rame, stoffa e zinco era praticamente una pila e messi in
colonna creavano una batteria in grado di generare una certa tensione elettrica data dalla
somma delle tensioni di ciascun gruppetto o pila.
Ci proponiamo ora di imitare la pila di Volta e per farlo utilizzeremo delle parti facili da
reperire, come le monete da cinque centesimi di rame ed il foglio d’alluminio che si usa in
cucina per ricoprire le vivande. Sarebbe meglio un foglio di zinco, ma non tutti lo hanno a
portata di mano.
Preliminarmente dobbiamo pulire molto bene le monete di rame perché, l’eventuale
sporco farebbe da isolante ed impedirebbe il funzionamento della nostra pila.
Per farlo o le strofiniamo molto bene con un straccio imbevuto di solvente o, molto
meglio, le lasciamo per un paio d’ore in un bicchiere con dentro dell’aceto.

Per preparare la batteria dovremo tenere pronto il foglio d’alluminio ed un foglio di


carta assorbente o un foglio di carta abbastanza spesso e che inumidito si mantenga umido,
vedremo perché.
Il nostro obiettivo è creare una colonna come nella figura precedente, in cui si alternano
dischetti di rame, di carta assorbente e di dischetti di alluminio.
Per sveltire la preparazione dei dischetti di alluminio e di carta, ripiegate più volte
come in figura un foglio di carta con sopra il foglio di alluminio, fino a formare otto strati.
Disegnate l’impronta della moneta con una matita e ritagliate il tutto in modo da estrarre
i 16 dischetti, 8 di carta ed otto di alluminio.
Preparate un bicchiere d’acqua e mescolateci bene due cucchiai di sale e quando il sale
sarà completamente sciolto cominciate a creare il vostro castello di dischetti.
Cominciate appoggiando sul tavolo la moneta di rame e sovrapponetele il dischetto di carta,
dopo averlo imbevuto nell’acqua e sale.
Sovrapponete quindi il dischetto di alluminio e proseguite così fino a che avrete chiuso
la colonna con l’ultimo dischetto d’alluminio.
La vostra pila, o batteria, è pronta e potete accendere un piccolo LED come in figura.
Se questo metodo vi è sembrato un po’ laborioso, possiamo utilizzare il metodo classico della
pila nel bicchiere, come del resto è spiegato molto bene nel librino.
E’ sufficiente salare l’acqua in un bicchiere ed inserirvi una striscia di zinco ed una
striscia di rame, come in figura ed il gioco è fatto.
Al posto dello zinco può essere utilizzata una striscia d’alluminio, ma con meno
efficacia in termini di corrente elettrica.
Lezione sesta: CENTRALINA ELETTRICA
Questa costruzione non è menzionata nel librino, ma la inserisco qui perché completa la serie
dei piccoli esperimenti elettrici che a suo tempo, molti anni fa, mi cimentai a realizzare.
Ritengo sia molto simpatica, perché dimostra come si possa produrre l’energia elettrica
partendo dall’energia dell’acqua corrente di un rubinetto, come fanno le grandi centrali
idroelettriche che ho descritto in un altro eBook della serie.
Non sono riuscito a trovare i disegni e gli appunti di allora, ma fortunatamente avevo
salvato un paio di foto, un po’ sfuocate, della centralina idroelettrica che avevo impiantato
nella cucina di casa, con la disperazione di mia madre, poiché a quell’età naturalmente vivevo
con i miei genitori.
Nella foto qui sotto si vede la mia centrale elettrica collegata al rubinetto dell’acqua
della cucina che interferiva con l’attività domestica, perché insistevo che rimanesse sempre in
funzione e la lampadina accesa.

Per costruirla occorrono i seguenti componenti.


Una piccola turbina di 4 o 5 cm di diametro da ricercarsi in commercio o, come feci io,
da auto-costruirsi partendo da una lastra di lamierino e ritagliandone le pale in modo che
l’acqua colpisca le pale perpendicolarmente.
Non è molto semplice farla bene, ma con qualche tentativo e diversi ritagli alla fine ci si
riesce.
Anzi, anticipo subito che l’interessante e provare a costruirne diverse e verificare poi in
pratica come la generazione dell’energia elettrica dipenda molto dalla loro forma.
Nella figura che segue riporto come esempio tre piccole turbine di cui una in plastica
tolta da un giocattolo e due auto costruite.
Occorre poi una buona dinamo da bicicletta ed un perno metallico per collegare la
turbina con la dinamo.
Ecco come appariva ingrandita la mia centralina dove la turbina è contenuta nella scatola di
plastica bianca auto costruita, incollando insieme dei pezzi di plastica ritagliati da un foglio di
plastica dello spessore di un paio di mm.

Dopo vari tentativi per la realizzazione della miglior turbina ero riuscito a far si che, aprendo
il rubinetto dell’acqua, si accendesse una lampadina abbastanza potente ed in grado di
illuminare la cucina di notte.
Per costruirla oggi consiglio di usare della plastica trasparente, del plexiglas, di modo
che sia visibile dall’esterno tutta la centralina in funzione e di utilizzare come indicazione di
massima la figura che segue.
E’ importante posizionare bene il getto dell’acqua che deve essere molto vicino alle pale della
turbina e colpirle con tutta la forza del getto stesso.

La realizzazione non è difficile ed assicuro un bel divertimento nel vederla funzionare, ma non
cercate di alimentare la rete di casa con questo marchingegno, ce ne vorrebbe d’acqua per
generare dei chilowattora!
Lezione settima: AMPLIFICATORE SENZA PILE
Non meravigliatevi, voglio concludere con qualcosa che anche i più piccini possono farsi e
senza che siano coinvolti elettroni o congegni strani.
Avete capito bene: un amplificatore che non sfrutta l’energia elettrica … in realtà in
questo caso sarebbe un po’ improprio parlare di amplificatore, anche se per la verità
nell’antichità si usavano metodi del genere per farsi sentire da lontano ed ancora oggi quando
vogliamo chiamare qualcuno lontano non congiungiamo le mani ad imbuto davanti alla bocca?
Un tecnico direbbe che in realtà non amplifichiamo nulla, ma concentriamo l’energia
sonora verso una specifica direzione ed è proprio quello che fa questo semplicissimo
strumento che potete costruirvi in mezz’ora, seguendo le figure.

L’occorrente sono due bicchieri di plastica ed un cartone vuoto del latte e … ben lavato
dentro!

Dopo aver praticato due fori nel cartone del diametro del fondo dei bicchieri ed aver tolto il
fondo ai bicchieri stessi e praticato una fessura al centro del cartone dove prevedete d’infilare
il vostro smartphone. Tutto è pronto per il montaggio.
Suggerimento: Incollate i bicchieri al cartone: i bicchieri devono sporgere il meno possibile
verso l’interno.
Provate la posizione ideale per il vostro smartphone, alzandolo ed abbassandolo: quasi
certamente scoprirete che il miglior punto per l’ascolto sarà quello per cui l’altoparlante
dello smartphone si trova a metà altezza dentro il cartone. In questo caso dovrete mettere
qualcosa sotto lo smartphone che lo tenga sollevato in quella pozione. Accendete lo
smartphone con la vostra musica preferita e … buon ascolto!
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Nota finale
Se vi è piaciuto, date un’occhiata agli altri libri dello stesso autore e sarà molto gradito un
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Grazie

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Sette brevi lezioni di tecnologia 1


Spiega in modo semplice il funzionamento di: GPS, Laser, Fibre Ottiche, LED, Microchip,
Transistor, Legge di Moore.
Sette brevi lezioni di tecnologia 2
Spiega in modo semplice il funzionamento di: Telefonia cellulare, Telefonia satellitare,
Orologio al quarzo, Fotografia digitale, Macchina di Neumann, Forno a microonde e Onde
hertziane.
Sette brevi lezioni di tecnologia 3
Spiega in modo semplice il funzionamento di: motore a benzina, motore diesel, motore a
turbina, motore a razzo, motore a vapore, motore elettrico, nanomotore.
Sette brevi lezioni di tecnologia 4
Spiega in modo semplice il funzionamento di: corrente elettrica, semiconduttori, Transistor
bigiunzione, Transistor MOS-FET, circuiti integrati, microprocessor.
Sette brevi lezioni di tecnologia 5
Quinto della serie ma da considerare come primo della serie perché tratta dal mondo
digitale dagli Assiro-Babilonese ad Aristotele, Boole, Pascal, Babbage, Turing, Neumann,
Zuse, Forest, Shockle e Lee.
Sette brevi lezioni di tecnologia 6
Dedicato alla Silicon Valley, capitale di molte tecnologie. Viene fatto un paragone col
Rinascimento italiano. Stanford University, Hewlett Packard, IBM, Shockley, Fairchild,
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