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Forum Italicum
2014, Vol. 48(3) 327–341
Marco Polo incontra ! The Author(s) 2014
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l’Altro: Modernità sagepub.co.uk/journalsPermissions.nav


DOI: 10.1177/0014585814542741

ed esotismo nel Milione foi.sagepub.com

Giorgio Sica
Università degli Studi di Salerno, Italia

Abstract
Allo sguardo del lettore contemporaneo, Il Milione sorprende per la modernità con cui il
suo autore si rapporta e descrive la straordinaria varietà di genti, usi e costumi che
incontra durante il suo viaggio, con un’apertura e una mancanza di pregiudizi sorpren-
denti per un uomo del suo tempo. Marco Polo tende a sottolineare la novità e la bellezza
di ciò che il suo occhio vede, rivelandosi capace di andare ben oltre le rappresentazioni
correnti dell’Altro: il tartaro, il saraceno, l’infedele vengono per la prima volta visti e
analizzati attraverso una lente obiettiva, che lascia presagire un’etica nuova, quella mer-
cantesca, e anticipa di secoli alcune caratteristiche inclusive dell’esotismo moderno.
Mostrandosi pronto a cogliere aspetti della magnificenza e della spiritualità dell’Altro
che nessun occidentale aveva conosciuto né tanto meno lodato, Marco si mostra
capace di andare oltre secoli di paura e di rifiuto, che avevano caratterizzato l’Altro
come un monstrum, una differenza da temere o, in base alla stessa ottica, cercare di
convertire. Uno sguardo sorprendentemente moderno, che non cessa di affascinare il
lettore.

Parole chiave
alterità, esotismo, modernità, viaggio

Allah ha fatto della terra un tappeto per voi,


affinché possiate viaggiare su spaziose vie.
(Corano, LXXI: 19–20)

Sin dalle sue origini la letteratura italiana si configura come momento privilegiato di
incontro con l’Altro; né avrebbe potuto essere altrimenti, vista la storia e, ancor
prima, la geografia della terra che le diede origine. Con quel suo starsene adagiata
nelle acque del Mediterraneo come un lungo pontile, la penisola che arriverà

Autore corrispondente:
Giorgio Sica, Università degli Studi di Salerno, Via Ponte Don Melillo 1, 84084 Fisciano, Salerno, Italia.
Email: jorsic@gmail.com
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faticosamente, un giorno, a chiamarsi Italia fu innanzitutto un immenso porto per


ogni popolo di navigatori, dai fenici ai cartaginesi fino ai greci, che trovarono nel
nostro meridione una nuova, più vasta patria. Secoli dopo, durante la straordinaria
espansione dell’Impero, Roma divenne la prima metropoli di cui si abbia notizia in
Occidente, abitata da uomini provenienti da tutto il mondo allora conosciuto,
mentre fioriva quella che potremmo definire la prima forma di letteratura coloniale,
con poeti, retori, storici e filosofi provenienti da ogni dove, che si trovarono acco-
munati dall’utilizzo della lingua latina. Dopo il rovinoso crollo di Roma, la penisola
che era stata il centro del mondo conobbe l’altra faccia della storia, e fu per secoli
calpestata da ogni sorta di predoni e invasori, diventando vittima della frammenta-
zione che la contraddistinse sino all’età moderna. Proprio allora, in concomitanza
con lo sviluppo della letteratura in volgare, si sviluppò l’idea di una nazione, che
coincideva con i confini geografici della penisola, e i nostri primi uomini di lettere si
sentirono accomunati dalla lenta costruzione di un’identità attraverso la lingua.
Questa volta la lingua era il tentativo dei vinti di riappropriarsi di un’identità;
identità che, in un’altra forma, veniva cercata da un numero sempre crescente di
viaggiatori, mercanti e missionari. Uomini spesso cresciuti con lo sguardo rivolto
alle acque del Mediterraneo, e che al viaggio affidavano il loro destino. Saranno
proprio questi viaggiatori che amplieranno agli occhi degli europei, attraverso il
racconto della propria esperienza, i confini e le forme del mondo allora conosciuto.
È questo un dato che ai fini di questo breve excursus nel Milione risulta partico-
larmente significativo, se si vuol comprendere la precoce modernità dello sguardo
sull’Altro proprio di Marco Polo, che, a oltre sette secoli di distanza, continua a
stupire il lettore.
Durante il secolo XIII e l’inizio del XIV, in questo clima di continuo contatto con
l’alterità, si consumarono, infatti, tre vicende fondanti della neonata letteratura in
volgare che, nel corso dei secoli a venire, giocheranno un ruolo di primaria impor-
tanza nella formazione di un patrimonio culturale comune all’intero Occidente: il
viaggio interiore di San Francesco d’Assisi, che è specchio dei suoi inesausti pelle-
grinaggi; il viaggio allegorico, scritto in condizione di esilio e, dunque, durante
costanti peregrinazioni, di Dante Alighieri; e il viaggio alla ricerca di nuove rotte
commerciali che porterà il veneziano Marco Polo a vivere, e raccontare, uno dei più
straordinari incontri con un’altra cultura che la letteratura universale ricordi.1
Viaggiare e scrivere sono, del resto, attività profondamente connesse tra loro.
Potremmo affermare che il viaggio è all’origine stessa della condizione dello scrittore
e che la distanza, temporale e spaziale, che lo scrittore deve necessariamente prendere
dalla propria materia per poterla raccontare è alla base dell’atto di scrivere. Dice
bene Pino Fasano (1999: 8), quando sostiene che ‘‘Il viaggiatore e lo scrittore, in
certo modo, nascono insieme’’, ricordando con Gianfranco Folena (1985) che la
scrittura è ‘‘nata originariamente per rendere possibile la comunicazione a distanza
nello spazio e/o nel tempo.’’
E cos’altro è lo scrivere se non compiere un viaggio a ritroso che annulli, eluden-
dola, questa distanza iniziale? Con questa domanda, entriamo nel vivo del nostro
discorso, mirante a sottolineare la profonda modernità di un testo emblematico di
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tale processo creativo, il Milione, che, oltre a rivelarsi il più celebre ‘‘diario di viag-
gio’’ di ogni tempo, conobbe una stesura la cui storia è, di per sé, degna di un
romanzo.
Nelle carceri della repubblica di Genova un mercante veneziano, fatto prigioniero
in battaglia, dovette un giorno iniziare a raccontare, per alleviare la noia e la soli-
tudine di quelle ‘‘ore monotone e smorte’’ (Manganelli, 1980: 7), la straordinaria
storia dei vent’anni da lui trascorsi nel lontano Oriente. Tra i compagni di cella che
l’ascoltavano c’era un letterato pisano, prigioniero di lungo corso, che nella sua
gioventù aveva conosciuto le corti della Provenza e aveva composto romanzi
d’ambientazione cortese e cavalleresca. Il fortuito e fortunato incontro farà sı̀ che,
nello spazio chiuso del carcere, il mercante inizierà a ripercorrere e narrare per
questo suo ascoltatore ‘‘ideale’’ una storia, o meglio una congerie di storie, di tale
vastità e portata da indurre il romanziere, il pisano Rustichello, a concepire per il
libro che stava nascendo l’ambizioso titolo di Le divisament dou monde.
A conti fatti, il titolo non peccherà certo di vanagloria: le peripezie narrate da
Marco Polo al suo compagno toccavano davvero buona parte del mondo allora
conosciuto, e la puntualità e la veridicità delle descrizioni faranno subito apparire
ai suoi contemporanei questa cronaca di viaggio come ‘‘una sorta di grandioso
Baedeker destinato a rivelare, con la maggiore fedeltà possibile . . . un mondo pres-
soché ignoto’’ (Solmi, 1958: viii). Il successo del racconto poliano – che presto fu
volgarizzato dall’originale francese, generando una catena di versioni che circole-
ranno spesso con il nuovo titolo di Milione2 – fu, sin dalla sua pubblicazione,
straordinario.
Come scrive Luigi Foscolo Benedetto, autore di un’edizione critica rimasta fon-
damentale per lo studio della sua storia testuale, il Milione ‘‘apre la letteratura
scientifica moderna’’3 costituendo una vera e propria ‘‘sintesi laica e terrena da
porsi accanto alle due celebri sintesi in cui si è riassunto il Medioevo teologico e
filosofico, la Summa di San Tommaso d’Aquino e la Divina Commedia’’ (Benedetto,
1953: 78). Il prezioso lavoro del Benedetto solleverà, in epoca contemporanea, una
nuova ondata di interesse nei confronti del Milione, di cui una prima illustre testi-
monianza sarà quella di Sergio Solmi, che volle concludere la sua prefazione al
Milione proprio con un omaggio all’intuizione del Benedetto, sottolineando ‘‘il
passo gigantesco che il veneziano impose alla conoscenza geografica del suo
tempo, facendo immensamente retrocedere, almeno nel loro grosso, la folla
dei fantasmi e delle illusioni che l’Europa confinava nell’inesplorato Oriente, e so-
stituendoli con notizie tanto positive da poter essere spesso oggi ancora controllabili’’
(Solmi, 1958: ix–x).
Un’ulteriore conferma del valore scientifico del Milione arriverà anni dopo da
Cesare Segre, il quale sottolineerà come la Imago mundi poliana sia clamorosamente
ricca di informazioni attendibili, specie se paragonata a testi in latino e in volgare che
in qualche modo potevano apparirle prossimi agli occhi di un uomo medievale.
Pensiamo ai ‘‘romanzi’’ di Alessandro, o alla celebre Lettera del prete Gianni, che
aveva illuso la cristianità occidentale di avere un paladino pronto alla riscossa che
regnava nel mezzo degli infedeli. Si tratta di testi con i quali Marco, inevitabilmente,
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si confronterà, rendendo loro a suo modo omaggio4 – com’era inevitabile per un


uomo medievale al cospetto di un’auctoritas – ma dai cui toni favolistici si discosta
sin dall’inizio, quando annuncia di voler rendere testimonianza diretta di ciò che ha
visto, e di distinguere tra cose viste e udite.5
Nella sua introduzione al Milione, in ideale continuità con il discorso di Benedetto
e di Solmi, Segre (1982: xxi) evidenzia questi aspetti, che garantiscono rigore e
veridicità all’opera, da lui definita un vero e proprio ‘‘trattato geografico’’, in cui
‘‘Secondo un procedimento che perdura nelle moderne guide turistiche, le indica-
zioni sulla posizione e la conformazione dei paesi si allargano a note sulle produzioni
locali, sugli usi caratteristici, su vicende storiche e aneddoti.’’
Non sappiamo se Marco, quando iniziò il suo racconto, avesse in mente un
libro del genere. Di sicuro, l’eterogenea vastità del suo racconto superò di gran
lunga le intenzioni del buon Rustichello che, forte dei propri trascorsi da narra-
tore cavalleresco, intendeva probabilmente farne un romanzo. Un’operazione che
riuscı̀ solo in parte, sia per l’improvvisa liberazione di Marco sia, fondamental-
mente, per la natura stessa del suo ‘‘contare’’. Bisogna inoltre tener presente che i
due prigionieri ebbero a disposizione poco più di otto mesi, un tempo decisa-
mente breve per ‘‘mettere in bello stile’’ una tale mole di storie, come dimostrano
il finale un po’ affrettato e la mancanza di precisi raccordi tra i capitoli o la
sensazione di incompiutezza che danno alcuni capitoli. Ma per quanto
Rustichello potesse lavorare di lima, non v’è dubbio che l’interesse di Marco, e
soprattutto la materia del suo racconto, travalicarono da subito l’impianto cano-
nico del genere.
Nella sua preziosa edizione del manoscritto toscano originario, Valeria Bertolucci
Pizzorusso evidenzia, infatti, che ‘‘il libro che [Rustichello] aveva trascritto era sı̀ un
romanzo, ma anche un manuale mercantile, un trattato di etnografia, un itinerario,
una relazione diplomatica di particolare ricchezza’’ (Polo, 1982: xiv).
Un libro inclassificabile, dunque, di ‘‘imbarazzante complessità’’ (Polo, 1982: xiv)
che funse da contenitore a un inimitabile intreccio nel quale la cronaca e la favola, il
dato commerciale e la storia dinastica, il paesaggio e l’agire umano, l’aneddoto
prosaico e quello religioso, si fondono in una narrazione in cui, se volessimo cercare
un minimo comune denominatore, potremmo trovarlo solo nel costante incontro
con l’Altro.
È proprio in questo incontro che Marco rivela quella che, a distanza di secoli,
continua ad apparire, parafrasando la Bertolucci Pizzorusso, una ‘‘imbarazzante
modernità’’; soprattutto se paragoniamo il suo racconto non solo a quello dei
tanti esploratori e avventurieri che lo avevano preceduto ma, ancor più, a quelli
che lo seguiranno. Bisognerà aspettare l’età moderna per ritrovare una capacità di
accettazione del diverso che deriva da una mancanza di pregiudizio nei confronti
dell’Altro simile a quella che riscontriamo nelle pagine del Milione.
Volendo utilizzare una categoria cara alla critica letteraria e antropologica nove-
centesca, Marco sembra agire spinto dall’impulso fondante di quello che viene
comunemente definito esotismo. Come accadrà oltre due secoli dopo ai grandi
esploratori rinascimentali, il veneziano è mosso, in primis, dal desiderio di vedere
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l’Altro. Proprio questa ‘‘fascinazione dello sguardo’’ costituisce, secondo uno dei più
noti studiosi dell’esotismo, Francis Affergan, la molla che, nel corso dei secoli, ha
spinto l’uomo a ricercare se stesso attraverso l’incontro con l’alterità. Quando
Affergan (1991: 65) afferma che ‘‘la vista è alla base stessa della pratica esotica
poiché essa svela il segreto del desiderio. Innanzi tutto un desiderio primario:
quello di continuare a contemplare l’Altro’’, il lettore dei racconti poliani non si
meraviglierà certo di questo desiderio. Marco sembra, infatti, essere avido di guar-
dare, di osservare l’Altro non tanto, o non solamente per comprenderlo, quanto per
una sorta di primigenio impulso alla meraviglia che è al fondo della natura umana.
Sembra dominato da quella ‘‘voglia irresistibile’’ (Affergan, 1991: 10) che, secondo il
filosofo francese, muoveva i viaggiatori medievali. Uomini che lasciavano le loro
terre, spesso senza la certezza del ritorno, per uscire dalle costrizioni imposte
dall’Occidente, spinti dall’ansia di vagabondaggio, di scoprire i colori, i costumi,
i profumi dell’Altro, e di scoprire se stessi attraverso questa scoperta (Affergan,
1991: 10–11).
A ben vedere, non sembra un caso che un’attitudine del genere sia sbocciata in un
veneziano. Come ben sottolinea Vito Bianchi, Marco Polo crebbe a contatto con
l’Oriente: ‘‘Per le strade, poi, il pot-pourri di nazionalità, l’eterogeneità di razze,
lingue e abbigliamenti evitava ai giovani veneziani di ispessire gli steccati culturali,
e li predisponeva all’accettazione spontanea del diverso, a un adeguato contatto con
uomini di ogni provenienza’’ (Bianchi, 2009: 94), in una città dove ‘‘la frequenta-
zione quotidiana, l’abitudine anche semplicemente a vedere o a parlare con uno
straniero ne attenuavano l’esotismo e gli restituivano umanità’’ (Bianchi, 2009: 94).
Ho sottolineato con il corsivo quest’ultimo aspetto perché mi sembra che esempli-
fichi in maniera significativa quella attitudine all’Altro che rende davvero unico il
percorso umano e narrativo di Polo. Sarà proprio questa insolita apertura a farlo
capace di incarnare al grado più alto lo spirito mercantesco, inteso come capacità
continua di ricerca e di analisi, e che lo porterà a donare ai suoi contemporanei una
storia che squarcerà ‘‘la miopia dell’Occidente, esortando a guardare più in là’’
(Bianchi, 2009: 331).
Ricordiamo che, prima del viaggio di Marco, in Europa ‘‘si scrutava l’Oriente più
estremo ed era come sprofondare nelle brume dell’ignoto, con un sentimento sfug-
gente, oscillante, in bilico tra attrazione e repulsione, fascino e ripugnanza.
L’oscurità di uomini e terre troppo discoste generava mistero. E nel mistero attec-
chiva il mito, proliferavano le credenze religiose, montavano elucubrazioni mondane
e speculazioni teologiche’’ (Bianchi, 2009: 5–6). L’Oriente era un locus fabulae in cui,
sin dall’antichità, venivano proiettati prodigi e stranezze di ogni sorta. Già Esiodo
raccontava degli Hemikynes, una razza a metà fra l’umano e il canino, ed Erodoto
attestava la presenza dei Cinocefali in Libia. Megastene, poi, parlava di esseri con un
unico piede, gli Okypodes, e di altri, gli Astomi, che avevano un gigantesco aspiratore
al posto delle fauci e si nutrivano di fumi e odori. Il Physiologus, composto tra il II e il
IV secolo, e le altomedievali Etymologiae di Isidoro da Siviglia avevano poi reso, agli
occhi dell’uomo medievale, i racconti degli antichi carichi di veridicità, tanto da far
sbiadire ogni distinzione tra fantasia e realtà.5
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Tra fantasticherie del genere, si può immaginare il clamore che dovette suscitare
una testimonianza di prima mano, e per di più veritiera, come quella di un rispettato
membro della classe mercantile veneziana, quale Marco. Davvero non sembra ecces-
sivo l’encomio posto nel prologo del Milione, in cui il buon Rustichello afferma del
‘‘messere vinegiano’’:

Ma io voglio che voi sappiate che poi che Iddio fece Adam nostro primo padre insino al
dı́ d’oggi, né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno uomo di niuna genera-
zione non vide né cercò tante maravigliose cose del mondo come fece messer Marco
Polo. (Cap. 1)

La validità della testimonianza di Marco è altresı̀ rafforzata dal fatto che egli fu
spettatore diretto della maggior parte delle cose che ci racconta e che, nel caso non
avesse visto di persona, si premura, con onestà intellettuale, di avvisare il lettore.
Poco oltre nel prologo, Rustichello ci tiene infatti a precisare che ‘‘le cose vedute dirà
di veduta e l’altre per udita, acciò che ’l nostro libro sia veritieri e sanza niuna
menzogna.’’
Eppure per ironia della sorte, le meraviglie narrate da Marco erano tali che al suo
libro ‘‘derivò tosto il sospetto d’esagerazione e di millanteria, quando addirittura
non di mistificazione’’ (Solmi, 1958: viii). ‘‘Tale è il curioso destino delle opere
letterarie’’, commenta al riguardo, sardonico e un po’ sconsolato, Solmi, che eviden-
zia, invece, proprio quello scrupolo di oggettività di Marco che lo portò al contra-
rio di ciò che farebbe un autore moderno a ridurre al minimo indispensabile la
presenza autobiografica. Una presenza che si riduce grosso modo alla premessa e ai
pochi momenti in cui il narratore sente di dover richiamare la propria esperienza
proprio per confermarne la veridicità (Solmi, 1958: viii).
Sottolineando questa latitanza assertiva dell’autore, Giorgio Manganelli (1980: 9)
afferma suggestivamente che il resoconto di Marco è tutto giocato in questo ‘‘spazio
della memoria’’, reso più abitabile proprio dal fatto che il Milione sia stato composto
nella limbica condizione di prigioniero. Eppure, per quanto si frapposero non pochi
anni tra le vicende e il loro racconto, lo ‘‘scrupolo di oggettività’’ di cui parla Solmi
traspare da ogni pagina, tanto da non lasciare ombre sulla veridicità del racconto.
Neppure gli abbellimenti retorici di Rustichello, evidenti soprattutto nelle scene di
guerra e nella ripetizione di formule proemiali e di congedo tra i capitoli, sono riusciti
fortunatamente a togliere all’opera quell’aura d’immediatezza, quell’invito allo stu-
pore che ne hanno costituito, nei secoli, un irresistibile richiamo per tutti gli spiriti
erranti, secondo quel ‘‘singolare paradosso’’ evidenziato dallo stesso Solmi, che
portò a ritenere ‘‘un libro sostanzialmente cosı̀ realistico e positivo . . . un contesto
di fiabe e di menzogne dai contemporanei e dai loro discendenti fino a epoca a
noi prossima; e costituire uno stimolante di sogni, di miraggi e allucinazioni per
conquistatori e poeti’’ (Solmi, 1958: viii–ix).
Un’altra dimostrazione della vocazione scientifica, precocemente moderna, dello
sguardo di Marco è che, ferme restando alcune ovvie limitazioni tipiche di un uomo
del suo tempo, in Marco non esiste nessun tentativo di classificare l’Altro in base a
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criteri eurocentrici né di ingigantire la differenza per sottolinearne l’alterità. La stessa


dichiarazione di malvagità dei saraceni e degli idolatri sembra essere espressa quasi
per dovere e, nella sua insistita ripetitività, finisce per assomigliare a una di quelle
formule cortesi care a Rustichello. Ad esempio, Marco loda senza riserve la bellezza
dei giardini, delle fontane, la ricchezza e il carattere operoso degli abitanti della
‘‘nobile’’ Toris:

Gli uomini di Tor(i)s vivono di mercatantia e d’arti, cioè di lavorare drappi a seta e a
oro. E è in luogo sı́ buono, che d’India, di Baudac e di Mosul e di Cremo vi vengono li
mercatanti, e di molti altri luoghi. Li mercatanti latini vanno quivi per le mercatantie
strane che vegnono da lunga parte e molto vi guadagnano; quivi si truova molte priete
preziose. (Cap. 25 ‘‘Della nobile città di Toris’’)

Per poi aggiungere alla fine del capitolo ‘‘Li saracini di Toris sono molti malvagi e
disleali’’, una frase isolata dal contesto, quasi come uno scongiuro o una formula
rituale, di cui Marco lascia intendere il carattere tutto sommato superfluo, concessivo
nei riguardi dei suoi lettori cristiani. Altre volte, frasi del genere sono poste ad aper-
tura dei capitoli ma, in ogni caso, mancano sempre quell’acrimonia e quella paura che
caratterizzano i ‘‘saracini’’ nelle descrizioni degli scrittori cristiani. Marco è troppo
preso dall’interesse per le genti che incontra per cadere vittima di un pre-giudizio di
maniera. E desidera presentare senza reticenze il nuovo e il diverso che gli si presen-
tano lungo il cammino, rivelando spesso una simpatia e una benevolenza di fondo.
Quando può, il veneziano si premura anzi di sfatare miti e leggende che circola-
vano nel Vecchio Mondo, in nome di un amore che oggi ci appare quasi illuminista
per il dato scientifico e la verità. Nel capitolo 30, ad esempio, quando parla del preteso
sepolcro dei re Magi presso la città di Saba, valuta questa leggenda cercando di porsi
dal punto di vista dei locali, i quali parlano di questi tre re andati ‘‘ad adorare un
profeta, lo quale era nato’’ e chiamano Gesù ‘‘lo fanciullo’’. Nel capitolo seguente,
Marco riferisce poi di un culto che derivava dal regalo fatto dal ‘‘fanciullo’’ ai tre
magi: una pietra magica, che gettata casualmente in un pozzo aveva dato origine a un
fuoco inestinguibile, altamente venerato dai sacerdoti locali che, ancora oggi, lo
usavano per accendere i fuochi sacrificali. Si trattava di un culto chiaramente idola-
trico, eppure Marco non sembra scandalizzarsene; conclude, anzi, serenamente il
racconto affermando che ‘‘tutto questo dissero a messer Marco Polo, e è veritade.’’
Altro esempio celebre di comprensione del diverso resta il racconto in cui svela agli
Occidentali, per la prima volta in maniera compiuta, l’identità degli Assassini, che
identifica correttamente con la setta degli Ismailiti, capeggiata dal mitico Vecchio
della Montagna; personaggio che in Europa aveva assunto, nel corso dei secoli, lo
statuto ontologico di un nemico leggendario, di un pericolo quasi fiabesco. Marco ne
descrive minuziosamente il celebre castello, dotato del ‘‘più bello giardino . . . del
mondo’’:

Lo Veglio è chiamato in loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare tra due montagne in
una valle lo piú bello giardino e ’l piú grande del mondo. Quivi avea tutti frutti (e) li piú
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begli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro, a besti‘ e a uccelli; quivi era condotti: per
tale venı́a acqua a per tale mèle e per tale vino; quivi era donzelli e donzelle, li piú begli
del mondo, che meglio sapeano cantare e sonare e ballare. E facea lo Veglio credere a
costoro che quello era lo paradiso. (Cap. 40 ‘‘Del Veglio de la Montagna e come fece il
paradiso, e li assessini’’)6

Ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi, visto che Polo offre costantemente ai suoi
lettori esaurienti descrizione di usi e costumi di popoli ancora sconosciuti
all’Occidente. La descrizione delle ‘‘pietre che bruciano’’ mostra, ad esempio, per
la prima volta agli europei i vantaggi del petrolio:

Per tutta la provincia del Catai àe una maniera di pietre nere, che si cavano de le
montagne come vena, che ardono come bucce, e tegnono piú lo fuoco che no fanno
le legna. E mettendole la sera nel fuoco, se elle s’aprendono bene, tutta notte manten-
gono lo fuoco. E per tutta la contrada del Catai no ardono altro; bene ànno legne, ma
queste pietre costan meno, e sono grande risparmio di legna. (Cap. 101 ‘‘De le pietre
ch’ardono’’)

Ancora maggiore è, poi, l’ammirazione per la moneta di carta, di cui comprende
l’utilità, a tal punto da affermare, non senza ironia, che il Khan, che ne è l’inventore
‘‘àe l’archimia perfettamente’’. Un’alchimia che costringe i sudditi, verso i quali il
veneziano sembra provare pena, a barattare oro e ogni tipo di preziosi in cambio
di carta:

Or sappiate ch’egli fa fare una cotal moneta com’io vi dirò. Egli fa prendere scorza d’un
àlbore ch’à nome gelso – èe l’àlbore le cui foglie mangiano li vermi che fanno la seta –,
e cogliono la buccia sottile che è tra la buccia grossa e ’l legno dentro, e di quella buccia
fa fare carte come di bambagia; e sono tutte nere. Quando queste carte sono fatte cosı́,
egli ne fa de le piccole, che vagliono una medaglia di tornesegli picculi, e l’altra vale uno
tornesello, e l’altra vale un grosso d’argento da Vinegia, e l’altra un mezzo, e l’altra 2
grossi, e l’altra 5, e l’altra 10, e l’altra un bisante d’oro, e l’altra 2, e l’altra 3; e cosı́ va
infino 10 bisanti. E tutte queste carte sono sugellate del sugello del Grande Sire, e ànne
fatte fare tante che tutto ’l tesoro (del mondo) n’appagherebbe. E quando queste carte
sono fatte, egli ne fa fare tutti li pagamenti e spendere per tutte le province e regni e terre
ov’egli à segnoria; e nesuno gli osa refiutare, a pena della vita. (Cap. 95 ‘‘De la moneta
del Grande Kane’’)

Il Milione è, poi, giustamente celebre per le descrizioni delle numerose città visitate
che Marco offre al lettore. Una descrizione effettuata con la mente spesso rivolta ai
suoi colleghi mercanti: non di rado, infatti, ne sono elementi centrali i minuziosi
elenchi delle mercanzie trattate e le usanze commerciali degli abitanti. Ben diverso
discorso merita, invece, Quinsai, l’odierna Hang-Zhou, che ‘‘era stata glorificata da
arabi, persiani, cinesi’’ (Šklovskyi, 1972: 118). Poeti, viaggiatori e letterati ne ave-
vano lodato per secoli la posizione privilegiata, sulle sponde del Lago dell’Ovest, la
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meravigliose architetture, la ricchezza e la cultura degli abitanti. Marco, che vi arrivò


come inviato del Khan, non poté sottrarsi al suo incanto e ne descrive, in lunghi e
melodiosi paragrafi, l’incomparabile bellezza:

Di capo di queste tre giornate, si truova la sopranobile città di Quinsai, che vale a dire in
francesco ‘‘la città del cielo’’. E conteròvi di sua nobiltà, però ch’è la più nobile città del
mondo e la migliore. . . . La città di Quinsai dura in giro 100 miglia, e à 12.000 ponti di
pietra; e sotto la maggior parte di questi ponti potrebbe passare una grande nave sotto
l’arco, e per gli altre bene mezzana nave. E neuno di ciò si maravigl[i], perciò ch’ell’è
tutta in acqua e cerchiata d’acqua; e però v’à tanti ponti per andare per tutta la terra.
(Cap. 148 ‘‘Di Quinsai’’)

Era un privilegio pressoché unico, per un occidentale, contemplare con i propri occhi
questa immensa metropoli ‘‘tutta in acqua e cerchiata d’acqua’’, l’antica capitale
della dinastia Song che, nel 1276, era capitolata dinanzi alla prepotenza militare dei
mongoli, ma che conservava orgogliosamente la superiorità culturale che le derivava
da secoli di raffinata vita di corte. Il racconto di Marco è più minuzioso che altrove, e
costante è la voglia di stupire il lettore: secondo le modalità tipiche dello sguardo
esotista, il viaggiatore esalta il diverso, ne celebra la maestosità. Cosı̀ egli si sofferma
sulle strade ampie e lastricate, sui bei palazzi pieni di ogni bene che l’uomo possa
immaginare; amplifica il reale fino ad attribuire alla città 12.000 ponti di pietra, che
sono chiaramente un’esagerazione anche per qualcuno abituato alle meraviglie
dell’Oriente (i ponti della odierna Hang-Zhou sono 347). Un’iperbole forse dovuta
alla cortese penna di Rustichello che, come abbiamo visto, amava le ripetizioni; e
12.000 è un numero ricorrente nel Milione.7 Ma esagerazioni del genere, a ben
vedere, rivelano ancora una volta lo spirito libero di Polo, la sua assenza di pregiudizi
e la sua capacità di cogliere, e di lodare, il meglio dell’Altro, come nel prosieguo del
capitolo mostra di fare lodando le usanze degli abitanti di Quinsai, i Mangi, e la
maestosità del palazzo di quello che era il loro re, ‘‘’l palagio del re che si fugı́o,
ch’era signor de li Mangi, ch’è il piú nobile e ’l piú ricco del mondo.’’
Credo che, in questo senso, si possa davvero affermare che Marco precorre il
Rinascimento, l’epoca che vede il sorgere dell’antropologia e in cui ‘‘si scopre
l’alterità più radicale (a cominciare dal Nuovo Mondo)’’ e in cui comincia a emergere
‘‘con grande evidenza, alla base dell’incremento dei viaggi e delle scoperte, un incre-
dibile desiderio di alterità’’ (Affergan, 1991: vi–vii). Persino il tempo finalistico,
escatologico dell’uomo medievale, sembra essere da lui superato, con un anticipo
di quasi due secoli: in Marco il tempo sembra già essere divenuto te´chne, teatro
pratico d’azione e, nel contempo, è intimamente legato al kairos, all’occasione pro-
pizia, alla sorte. L’uomo può mostrare la propria virtù, quando la sorte glielo per-
mette, e Marco sembra far costantemente tesoro di questa lezione.
Si potrebbe agilmente leggere il Milione, e la vicenda umana di Marco, come un
lungo e devoto inno al kairos: pochi erano i mercanti e i viaggiatori che potevano dire
di essere riusciti a tornare incolumi da un viaggio del genere; e nessuno si era spinto
mai fin dove si spinse Marco. O, seppure lo fece, non ebbe la fortuna di poter tornare
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per raccontarlo. È immaginabile quale dovette essere, dunque, lo stupore dei suoi
contemporanei, nel leggere o nell’udire del suo incontro con il ‘‘Signore de’ signori’’,
Kubilai Khan, che Marco cosı̀ ci presenta:

Lo Grande Signore de’ signori, che Cob(l)ai Kane è chiamato, è di bella grandezza, né
piccolo né grande, ma è di mezzana fatta. Egli è ca(r)nuto di bella maniera; egli è troppo
bene tagliato di tutte le membre; egli à lo suo viso bianco e vermiglio come rosa, gli
occhi neri e begli, lo naso bene fatto e ben li siede. (Cap. 81 ‘‘De la fattezza del
Grande Kane’’)8

Dal primo, appassionato ritratto del Khan traspare tutto l’orgoglio del veneziano,
primo occidentale a essere entrato nelle grazie di un sovrano tartaro. L’incontro è di
una tale portata da spingerlo ad abbellire le fattezze di un Kubilai già non più
giovane, paragonando il viso del vecchio monarca a una rosa, con un tocco che ai
contemporanei poteva apparire quasi stilnovista.9
Una descrizione che doveva sembrare tanto più sorprendente, e azzardata, ai suoi
lettori, se ricordiamo qual era l’immagine corrente dei tartari. Già il nome, che era
una deformazione dell’antico nome di ‘‘Tatari’’, proprio di una tribù fagocitata dai
mongoli, evocava inferni. ‘‘Ecce Tartari veniunt!’’ era, infatti, il grido di terrore che
risuonava in Europa al loro approssimarsi, e la loro ferocia era temuta al punto tale
da attribuir loro ogni genere di nefandezza. Mathieu de Paris, uno dei grandi me-
morialisti del Medioevo, riferiva in uno dei primi dispacci che giunsero in Occidente
al loro proposito: ‘‘Sono esseri inumani e paiono bestie, che si devono chiamare
piuttosto mostri che uomini, esseri che hanno sete di sangue e che ne bevono, che
ricercano e divorano le carni dei cani e perfino la carne umana . . . ’’ (Affergan, 1991:
57–58). Allo stesso modo, Yves Hyon di Narbona scriveva all’arcivesco di Bordeaux,
parlando di ‘‘un inglese che aveva soggiornato tra i tartari’’: ‘‘I capi di codesti tartari
si pascevano dei cadaveri come se fossero del pane e non lasciavano agli avvoltoi
nient’altro che le ossa . . . Le donne vecchie e brutte venivano date a questi antropo-
fagi, come li si chiama comunemente, per servir loro da cibo durante la giornata’’
(Affergan, 1991: 57–58).10 E aggiunge terrorizzato: ‘‘Gli invasori sono gente
inumana, la cui legge è l’essere senza legge. Sono ira e strumento del castigo
divino: devastano terre enormi muovendosi come fiere e sterminando con il ferro e
il fuoco tutto quello che si trovano davanti. Sono gli alleati dell’Anticristo’’ (Bianchi,
2009: 32).
Quest’ultima lettera è del 1241, quando le schiere mongole si erano spinte fino a
Spalato e a Cattaro, seminando il terrore in un’Europa impotente e arrivando,
praticamente, alle porte di Venezia, solo trent’anni prima del viaggio dei Polo; e il
capo dei tartari veniva ancora descritto come un antropofago, oltre che uno stupra-
tore seriale di vergini e un mangiatore di mammelle recise. Quanta distanza dal
nobilissimo Kubilai, dal ‘‘viso bianco e vermiglio come rosa’’!
Un’idealizzazione, almeno in parte, questa di Marco, ma di certo assai più ade-
rente al vero delle mostruose e terrorizzanti fantasie che circolavano in Occidente.
Del resto, come sottolinea Segre, Kubilai è il vero centro del ‘‘trattato geografico’’
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poliano, e ‘‘ne costituisce il punto di riferimento quasi ideologico; mettendo il sigillo


della storia sulla geografia, della politica sul costume’’ (Segre, 1982: xxv). Tra i due si
instituı̀ un rapporto assolutamente unico, che durò quasi vent’anni, durante i quali il
Khan onorerà Marco della sua fiducia, della sua protezione e, ancor più, della sua
amicizia.
Marco lo ricambierà, donando all’Occidente un ritratto complesso e ammirato
della sua grandezza di sovrano, che non aveva pari nel mondo cristiano. Ecco, ad
esempio, come ne descrive la maestosità del palazzo:

E in mezzo di questo muro è ’l palagio del Grande Kane, ch’è fatto com’io vi conterò.
Egli è il magiore che giamai fu veduto: egli non v’à palco, ma lo spazzo è alto piú che
l’altra terra bene 10 palmi; la copertura è molto altissim[a]. Le mura delle sale e de le
camere sono tutte coperte d’oro e d’ariento, ov’è scolpito belle istorie di cavalieri e di
donne e d’uccegli e di bestie e d’altre belle cose; e la copertura è altresı́ fatta che non si
potrebbe vedere altro che oro e ariento. La sala è sı́ lunga e sı́ larga che bene vi mangia
6.000 persone, e v’à tante camere ch’è una maraviglia a credere. La copertura di sopra,
cioè di fuori, è vermiglia, bioia, verde e di tutti altri colori, e è sı́ bene invernicata che luce
come cristallo, sicché molto da la lunga si vede lucire lo palagio; la covertura è molto
ferma. (Cap. 82 ‘‘De’ figliuoli del Grande Kane’’)

Abbondano i superlativi, sconfinata è la ‘‘maraviglia’’. Lo sguardo di Marco si


abbandona, più che mai, all’ammirazione dell’Altro mentre rivive minuziosa-
mente le straordinarie feste, il fasto dei banchetti, le battute di caccia con
cani superbi: il ricordo della liberalità e della munificenza del Khan costituisce
il vero cuore del suo racconto e i capitoli che lo vedono protagonista sono tra i
più intensamente ‘‘esotici’’ del Milione. Nell’ultimo passo a lui dedicato, Marco
lo avvicinerà addirittura agli ideali più alti dell’Occidente cristiano, congedan-
dosi idealmente dal suo sire con una lode della sua carità. E il capitolo, per la
prima volta, non è intitolato al Grande Kane o al Grande Sire ma, semplice-
mente, al Signore:

Or vi conterò come ’l Grande Signore fa carità a li poveri che stanno in Canbalu. A tutte
le famiglie povere de la città, che sono in famiglia 6 o 8, o piú o meno, che no ànno che
mangiare, egli li fa dare grano e altra biada; e questo fa fare a grandissima quantità di
famiglie. Ancor non è vietato lo pane del Signore a niuno che voglia andare per esso; e
sappiate che ve ne va ogne die piú di 30.000; e questo fa fare tutto l’anno. E questo è
grande bontà di signori, e per questo è adorato come idio dal popolo. (Cap. 103 ‘‘De la
carità del Signore’’)

Se questa ammirazione illimitata di Marco per il Gran Khan lo porta a cingerlo di


‘‘quell’aureola di esemplarità che il medioevo attribuiva di solito ad Alessandro, a
Carlo Magno o, nei reami della fantasia, ad Artù’’ (Segre, 1982: xxvi), ciò costituisce
un altro grandioso esempio della sua apertura mentale. Un’apertura che, come ho
già ribadito, è una costante dello sguardo di Marco e che gli permette di descrivere
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senza pregiudizio – e anzi con una punta di ammirazione – addirittura la religiosità di


quel popolo, degli infernali tartari:

Sappiate che loro legge è cotale, ch’egli ànno un loro idio ch’à nome Natigai, e dicono
che quello è dio terreno, che guarda loro figliuoli e loro bestiame e loro biade. È fannogli
grande onore e grande riv(er)enza, ché ciascheuno lo tiene in sua casa. È fannogli di
feltro e di panno, e ’l tengono in loro casa; e ancora fanno la moglie di questo loro idio, e
fannogli filiuoli ancora di panno. La moglie pongono dal lato manco e li figliuoli
dinanzi: molto gli fanno onore. Quando vengono a mangiare, egli tolgono de la
carne grassa e ungogli la bocca a quello dio e sua moglie e a quegli figliuoli. Poscia
pigliano del brodo e gittanne giú da l’usciuolo ove stae quello idio. Quando ànno fatto
cosı́, dicono che lor dio e sua famiglia àe la sua parte. Apresso questo, mangiano e
beono; e sappi(a)te ch’egli beono latte di giumente, e cónciallo in tal modo che pare vino
bianco: è buono a bere, e chiàmallo chemmisi. (Cap. 69 ‘‘Del Dio de’ Tartari’’)

La mancanza di pregiudizi religiosi viene, poi, confermata da uno degli episodi


più toccanti del Milione: nel capitolo 174, dedicato all’isola di Seilla (l’odierno Sri
Lanka), Marco è tra i primi a raccontare all’Occidente la vicenda umana e il pro-
fondo messaggio di compassione del Budda, da lui chiamato Sergamon Borcani, per
una probabile deformazione dell’originario Shakyamuni Budda. Marco descrive,
infatti, la vita del principe degli Shakya secondo uno schema agiografico comune
alle vite dei santi cristiani.11 Una scelta narrativa che rivela la suggestione che la
storia del Budda, principe in fuga dalle brutture del mondo, esercitò sul giovane
veneziano: Sergamon è, infatti, per lui ‘‘il migliore uomo che fosse mai tra loro, e ’l
primo ch’eglino avessero per santo’’, e ‘‘fue sı́ buono che mai non volle atendere a
veruna cosa mondana.’’ Raccontandone la fuga ascetica e la santificazione post
mortem, Marco mostra di arrivare quasi ad assimilare il buddismo al cristianesimo,
identificando un quadro di valori morali comuni, incentrato sulla ricerca
dell’Assoluto. Sergamon, infatti, ‘‘volea cercare Quello che mai no morı́a né invec-
chiava, e Colui che l’avea criato e fatto, ed a lui servire.’’ E su questa base Marco può
perfino dichiarare che ‘‘se fosse stato cristiano, sarebbe stato un gran santo in com-
pagnia di Nostro Signor Gesù Cristo.’’
La sua vita fu talmente esemplare da trasformarlo dopo la morte, secondo quanto
appreso da Marco, in un idolo:

E cosı́ dicono che morı́o 84 volt’e tuttavia diventava qualche animale, o cavallo od
uccello od altra bestia; ma in capo dell’ottantaquattro volte dicono che morı́o e diventò
idio. E costui ànno l’idolatri per lo migliore idio che egli abbiano. E sappiate che questi
fue il primo idolo che (fosse) fatto, e da costui sono discesi tutti l’idoli. E questo fue
nell’isola di Seila in India. (Cap. 174 ‘‘Dell’isola di Seilla’’)

Questa ulteriore prova della ‘‘modernità’’ del viaggiatore veneziano, in grado di


andare oltre lo steccato più angusto per un uomo del suo tempo, quello religioso,
ci avvicina alla conclusione del nostro discorso, in cui voglio istituire un rapido e, per
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forza di cose, sintetico confronto con uno dei più straordinari viaggiatori che pro-
veranno a seguirne le gesta e che si rivelerà, a conti fatti, il suo emulo (mancato) più
celebre.
Se, come abbiamo visto, Marco riesce, pressoché in ogni sua descrizione, ad
astrarsi dai pregiudizi comuni ai suoi contemporanei, e si mostra in grado di agire
mosso da uno spirito e da una capacità di comprensione dell’Altro che lo pongono
per molti versi al di sopra dei viaggiatori che lo precedettero, altrettanto non si può
dire di Cristoforo Colombo. Tutti sanno che sarà proprio il favoloso racconto di
Marco a spingerlo a partire alla volta del Cipangu, dove ‘‘le gente sono bianche, di
bella maniera e belli’’ e dove sorgeva ‘‘lo palasgio del signore de l’isola . . . coperto
d’oro come si coprono di quae di piombo le chiese’’ (cap. 155 ‘‘Dell’isola di
Zipangu’’). Colombo andava in cerca di quel reame d’oro, voleva il segreto dell’al-
chimia, ed era abbagliato da quell’isola il cui signore aveva stanze dove ‘‘lo spazzo de
le camere è coperto d’oro grosso ben due dita, e tutte le finestre e mura e ogne cosa e
anche le sale: no si potrebbe dire la sua valuta.’’
Proprio sulle rotte del Milione – di cui egli possedeva un esemplare ricco di
annotazioni, ora conservato all’Alcazár di Siviglia – Colombo traccerà quelle
mappe che lo porteranno, invece, a Cuba; ma rimarrà convinto fino alla morte di
essere arrivato in Oriente, di aver conosciuto proprio il Cipango descritto da Marco.
Nel suo diario, tra l’ottobre e il novembre del 1492, abbondano i riferimenti al
Milione: ‘‘s’io mi attengo ai cenni fattimi da tutti gl’Indiani di queste isole . . . quella
è l’isola di Cipango, di cui si raccontano cose tanto maravigliose’’, scrive ad esempio
il 24 ottobre; e sei giorni dopo rivela la sua ansia di arrivare alla corte di Kubilai:
‘‘Debbo fare ogni mio sforzo affine di recarmi presso al Gran Cane, che penso
dimorare in questi contorni, o nella città del Catai’’ (Colombo, 1864: 99–107). Per
un’amara ironia del destino, Colombo non si accorgerà mai di aver scoperto un
nuovo continente e dalle isole caraibiche scriverà lettere al Gran Khan, da cui con-
tinuava a separarlo un oceano.
Ma, al di là di questo tragico equivoco, sarà il suo atteggiamento nei confronti
dell’Altro a segnare la distanza più profonda nei riguardi di Marco. Le pretese
fanaticamente eurocentriche di Colombo, la sua ansia religiosa (non dimenti-
chiamo che egli firma le sue lettere Christo Ferens e che il suo agire è spinto
dalla fissazione messianica a riunificare in Cristo l’intero universo), lo renderanno
incapace, a differenza del suo maestro, di quella serena meraviglia dinanzi all’al-
terità che costituisce la cifra dell’esperienza di Polo. Sebbene anche nel genovese
lo stupore per la bellezza del mondo che andava conoscendo si riveli costante e lo
spinga a un’inesausta sete di viaggiare e di vedere, questo anelito si mescola e si
corrode con l’ansiosa speranza che i ‘‘selvaggi’’ saranno presto pronti alla
conversione:

In tutte quelle isole, non ho pressoché visto differenze d’aspetto, di costumi né di lingua
fra gli abitanti e addirittura tutti riescono a capirsi reciprocamente, il che mi fa sperare
che le Loro Altezze si occuperanno della loro conversione alla nostra santa fede, cosa
alla quale essi si mostrano assai ben disposti. (Affergan, 1991: 78)12
340 Forum Italicum 48(3)

Queste maldestre deduzioni del genovese, generate dalla sua ansia missionaria, sa-
ranno presto crudelmente confermate, con i metodi che purtroppo sappiamo, dai
conquistadores spagnoli e portoghesi i quali, in nome delle Loro Altezze, inizieranno
il catastrofico massacro delle genti del Mondo Nuovo. Un’incomprensione radicale
dell’Altro, la sua riduzione a vuoto che aspetta di essere riempito, pedina di un gioco
di conquista e annientamento in nome di ideali a lui estranei: questo, purtroppo, sarà
il lascito della ‘‘scoperta’’ di Colombo. Nulla di più lontano, dunque, dal viaggio di
Marco, che il genovese s’illuse di continuare.
L’avventura di Marco Polo fu, invece, un vero e proprio punto di svolta nella
conoscenza che l’Occidente aveva dell’Oriente e il suo resoconto divenne presto una
fonte preziosa alla quale attingere, per i mercanti e i viaggiatori che lo seguirono. Le
mirabilie narrate nel Milione segneranno in maniera indelebile, nel corso dei secoli, la
mente di numerosi scrittori e viaggiatori che, fino ai giorni nostri, sogneranno di
emularne lo spirito e le gesta, tanto che, come evidenzia la Bertolucci Pizzorusso, ‘‘la
storia della sua fortuna [del Milione], come si usava dire, nella letteratura
italiana . . . è ancora tutta da scrivere’’ (Polo, 1982: xviii). Da Boiardo ad Ariosto,
e fino a Tasso, echi poliani saranno chiaramente udibili nella costruzione di reami
fiabeschi e nella descrizione di strane genti e fragorose battaglie. Seguiranno fertili
incontri con la mente e la penna di quanti, specialmente nel secolo scorso, si mette-
ranno in viaggio alla volta della Cina e dell’Oriente: dagli omaggi di Pasolini e
Manganelli, ai ricordi di Parise dal ‘‘Paese della frigida eleganza’’, fino alla riscrittura
ideale che del Milione compirà Italo Calvino, l’ombra di Marco Polo ha continuato,
e continua, ad allungarsi su quanti, spinti dall’ineffabile gioia di conoscere l’Altro, si
affidano fatidicamente al mistero del viaggio.

Funding
This research received no specific grant from any funding agency in the public, commercial, or
not-for-profit sectors.

Note
1. Questo saggio sul Milione di Marco Polo costituisce la prima tessera di una ricerca incen-
trata sull’incontro con l’Altro nella nostra letteratura, con particolare riguardo al periodo
delle sue origini. Riprenderò, dunque, in lavori successivi quanto qui accenno sull’opera di
Francesco d’Assisi e di Dante.
2. Com’è noto, il titolo deriva per aferesi da Emilione, nome di uno zio di Marco.
3. La citazione è tratta dal ‘‘Proemio’’ del Benedetto (1932) alla sua edizione del Milione, che
ne costituisce la prima traduzione completa in italiano. L’edizione critica del 1928, curata
per il Comitato geografico nazionale italiano, meritò la ‘‘cordialità unanime’’ dei geografi e
degli studiosi; grazie alla fortunata scoperta del codice Z (ms. Y 160 P.S.) all’Ambrosiana
di Milano (insieme con altri sessanta manoscritti nuovamente ritrovati), il Benedetto pre-
sentava un testo ricco di parti fino allora inedite e sconosciute.
4. I capp. 104–105 sono dedicati, per esempio, a narrare della vittoria, e alla conseguente
magnanimità, del ‘‘Preste Gianni’’ sul Re dell’Oro.
5. Per una carrellata di queste creature prodigiose rimando il lettore a Bianchi (2009: 7).
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6. Un altro celebre ‘‘riscrittore’’ del Milione, Viktor Šklovskyi, inserisce questo passo nella
sua versione romanzata della vita e del viaggio di Marco, come una delle testimonianze del
fatto che ‘‘Marco Polo non mente’’ Šklovskyi, 1972: 89).
7. Ad esempio, sono 12.000 i cavalieri a guardia del Khan, 12.000 i suoi ‘‘baroni, che sono
chiamati Que(s)itan, ciò è a dire ‘li piú presimani figliuoli del signore’’’, e 12.000 sono gli
invitati alla sua festa. Non è improbabile che questo numero derivi, per iperbole, dalle 12
case astrali, da cui pare derivi anche il numero degli apostoli del Cristo (e 12 sono i baroni
‘‘grandissimi’’, che consigliano Kubilai).
8. Una descrizione che sembra confermare la ‘‘teoria del vedere’’ di Affergan, il quale
sottolinea come, nel suo incontro con l’Altro, ‘‘lo sguardo dell’io è attirato dal viso
dell’Altro, coglie e si incrocia con lo sguardo dell’Altro, provocando una sorta di inde-
scrivibile reazione affettiva e simbolica’’ (1991:123).
9. Si pensi, con lieve ironia, a Fresca rosa novella del Cavalcanti.
10. Entrambe le citazioni in Affergan (1991) sono tratte da Roux (1961).
11. Ricordiamo che la vita del Budda si era già diffusa in Occidente come vita dei santi
Barlaam e Giosafat. Marco la evoca, tuttavia, in modo più fedele, e pare coglierne il
messaggio profondo ‘‘con una castità di tocco che ha fatto ricordare i Fioretti’’ (Solmi,
1958: xv).
12. La citazione in Affergan (1991) è tratta da Harisse (1884).

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Šklovskyi V (1972) Marco Polo. Traduzione italiana di M Olsùfieva. Milano: Il Saggiatore.
Solmi S (1958) ‘‘Prefazione’’. In: Polo M Il libro di Marco Polo detto Milione nella versione
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