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FATTI: COSTRUZIONE E SCOPERTA

• La costruzione di un campo di ricerca, come


ambito di fatti, nella scienza, avviene
attraverso una serie di passi che non sono
solo cognitivi e intellettuali, ma anche
retorici.
• La scienza occidentale ha cercato di espelle-
re da sé la retorica. Ma produrre sapere
comporta anche il convincere un pubblico
della verità di un insieme di asserzioni.
FATTI: COSTRUZIONE E SCOPERTA
• Una tecnica cruciale per la conoscenza
persuasiva è l’osservazione, che ci interessa in
quanto modalità dell’organizzazione sociale
della credenza. Non tutto ciò che si osserva ha
uguale credibilità.
• La gerarchia delle credenze serve a dirimere le

controversie e a disciplinare le scelte individua-


li. La ‘scienza esatta’, in partic. la misurazione, è
la nostra pratica principale a questo scopo. (Cfr.
il classico di A. Koyré, Dal mondo del
pressappoco all’universo della precisione.)
costruzione dei fatti
• La scienza empirica (e l’esperienza per noi
è in gran parte osservazione) si regge su
alcune idealizzazioni/stipulazioni:
• Oggettività: si assume che l’osservazione
dà informazioni sul proprio oggetto
‘intenzionale’ (un termine tecnico in
fenomenologia), cioè l’oggetto a cui è
rivolta (vs. sogni, allucinazioni, ecc., che
possono tutt’al più informare sul soggetto
e il suo stato cognitivo, emotivo, ecc.).
costruzione dei fatti

• Fattualità: i fatti osservativi sono


1. unitari, cioè concisi, circostanziati e
chiaramente descrivibili (vs. disquisizioni
fumose, retorica);
2. attestabili (mediante testimonianza), e
meglio ancora
3. ripetibili (mediante esperimento) (vs.
impressioni passeggere, dicerie).
Cfr. Lettura Daston, «La nascita dei fatti».
costruzione dei fatti
• La testimonianza (= fiducia in certi
membri del gruppo) è presente come
modalità di costituzione della credenza in
molte specie animali, tra cui i primati. (Es.
individui esploratori, sentinelle, ecc.)
• Ogni fatto è ‘carico di fiducia’ implicita nei
nostri simili (o in alcuni di essi).
• Per questo l’osservazione non ‘va da sé’,
cioè non tutte le osservazioni hanno i
requisiti sociali per costituire un fatto.
costruzione dei fatti

• Infatti ci sono oggetti o fenomeni


osservabili che non rientrano tra i ‘fatti’
scientifici. Es.: le quantità chimicamente
‘trascurabili’; gli ‘epifenomeni’ (=fatto
superficiale, che non richiede di essere
spiegato).
• Un esempio è fornito dai farmaci
omeopatici, la cui diluizione è tale che
sono sotto la quantità richiesta per essere
‘qualcosa’ secondo i criteri della chimica
(numero di Avogadro).
costruzione dei fatti
•Ci sono campi di ricerca che si sono aperti
a partire dalla decisione di considerare
fatti cose che prima non lo erano. Ad es.
Freud ha trasformato sogni, lapsus, atti
mancati in fatti rilevanti.
•In breve, i fatti scientifici si costituiscono
mediante procedure: in tal senso la
dicotomia tra scoprire e costruire i fatti è
inadeguata. Osservazione non è = scoperta
(o meglio: la scoperta ha le proprie regole
di costruzione).
costruzione dei fatti
•Riassume G. Bachelard: «I fatti sono
fatti», cioè ‘si fanno’, sono oggetto di
procedure di costruzione.
•Viceversa, nell’epistemologia oggettivista
(o naturalista), la scienza cerca di
depurare la scoperta dalla costruzione,
così come da ogni soggettività. In essa
‘fatto’ non è voce del verbo ‘fare’:
equivale piuttosto a ‘trovato’, senza che ci
sia un nostro contributo.
costruzione dei fatti
• In questa epistemologia i fatti sono già lì
prima delle teorie; il soggetto è esterno al
mondo e l’osserva con distacco. Per ‘trovare’
basta affacciarsi sul mondo e ‘stare a
guardare’.
•Eppure ‘cercare’ è un’operazione attiva sul
mondo, che implica assunzioni e scelte.
•A cominciare dalla scelta dell’oggetto, che in
un certo senso prefigura il risultato che ci
attendiamo di trovare. Ancora Bachelard:→
“Ci basta parlare di un oggetto per crederci
obiettivi. Ma, mediante la nostra scelta iniziale,
l'oggetto ci designa, più di quanto noi designiamo
lui. E quelli che crediamo essere i nostri pensieri
fondamentali sul mondo sono spesso rivelazioni
circa l'immaturità della nostra mente. A volte ci
meravigliamo davanti a un oggetto che abbiamo
scelto; accumuliamo le ipotesi e le fantasticherie;
ci formiamo così convinzioni che hanno l'aspetto
di un sapere. Ma la fonte iniziale è impura: la
prima evidenza non è una verità fondamentale. In
realtà, l’obiettività scientifica si può ottenere solo
dopo la rottura con l’oggetto immediato” (G.
Bachelard, La psychanalyse du feu, 1949, p. 11).
DUALISMI CONCETTUALI
•Dunque, le scienze umane si sono ‘rifugiate’ nel
loro territorio, resistendo all’espansione delle
scienze naturali.
•Ciò, in realtà, ha approfondito il divario con le
scienze naturali, contribuendo a rafforzare
un’immagine dualistica dell’umano.
•L’AF dovrebbe provare a spezzare questi confini
e assumere compiutamente che l’anthropos è
insieme conoscente e conosciuto.
•Tuttavia è necessario per prima cosa farsi
un’idea di questi dualismi.
dualismi
•La separazione delle scienze umane si è svilup-
pata a partire dalla rottura dell’universalismo
medievale, con la formazione dell’umanesimo.
•L’essere umano, emancipatosi dalla teologia,
diventa signore della conoscenza, titolare di
un punto di vista privilegiato sulla realtà (cfr.
Lettura III.7, da Pico). Un’epistemologia che si
mantiene a grandi linee attraverso l’età
cartesiana e illuministica.
dualismi
•Solo con Kant (1724-1804) arriva una
ridefinizione (‘rivoluzione copernicana’): lo
sguardo si concentra sulla conoscenza stessa e
le sue condizioni di possibilità.
•In estrema sintesi, Kant si rende conto che nel
conoscere noi abbiamo un punto di vista e
solo attraverso di esso conosciamo la realtà.
•Da notare che per K. questo implica che le
scienze umane (psicologia, antropologia) non
possono essere compiutamente scientifiche,
perché non abbastanza oggettive.
dualismi
•Naturalmente questa immagine storica è
semplificata e ci sono eccezioni.
•Per Vico (1688-1744) il modello della
conoscenza certa non è la matematica, ma
la storia. Proprio ciò che si può conoscere
dall’interno, in quanto l’abbiamo ‘fatto’
noi, è il terreno della massima certezza
(verum est ipsum factum: la verità che
possiamo attingere è quella fatta da noi
stessi).
•Da qui ripartirà l’ermeneutica di Dilthey.
dualismi
•Diventa sempre più urgente dotarsi di un
linguaggio dialettico – ma non nel senso
triadico a cui pensava Hegel. Non è detto
che ci sia sempre una sintesi delle
opposizioni.
•Spesso le antitesi permangono, e noi
dobbiamo avere un linguaggio capace di
parlare insieme di soggetto e oggetto,
conoscente e conosciuto, animalità e
storia, scienze naturali e scienze umane.
SPIEGAZIONE/COMPRENSIONE
[Erklären/Verstehen]
• Prima di Kant la proto-letteratura delle
scienze umane aveva creduto di poter arrivare
a una spiegazione meccanica dei fatti umani.
• Per gli enciclopedisti, e ancora prima per
Montesquieu, nelle vicende umane sono
all’opera delle forze (partic. i fattori
geografico-climatici).
• Nonostante la critica di Kant, il positivismo del
primo ’800 riprende lo stesso ideale di
spiegazione.
spiegazione/comprensione
• Wilhelm Dilthey (1833-1911) reagisce
appunto al modello positivista-meccanicistico.
• Parte da Kant, ma invece di concludere che le
scienze umane non possono essere
scientifiche, assegna loro una facoltà
epistemologica peculiare, la comprensione.
• Ciò determina due campi separati: “La natura
la spieghiamo, la vita psichica [Seelenleben] la
comprendiamo” (Dilthey, Ideen über eine
beschreibende und zergliedernde Psychologie,
1894).
spiegazione/comprensione
• La spiegazione sarebbe quindi tipica delle
scienze naturali, mentre l’approccio
“comprendente” ha avuto fortuna nelle
scienze umane (o “scienze dello spirito”, come
le chiamava Dilthey), dapprima in psicologia e
poi estendendosi ad altre discipline.
• Si parla per es. ancor oggi di “sociologia
comprendente” (verstehende Soziologie), di
cui Alfred Schutz (1899-1959) è stato
l’iniziatore. Un’antropologia centrata sulla
comprensione è esplicitata da C. Geertz
(1926-2006).
IDEE DELLA SPIEGAZIONE
Dall’antichità fino ± Newton, spiegazione è
ricerca delle cause dei fenomeni. ‘Causa’ è per
lo più intesa, da Galileo in poi, come condizione
sufficiente: se si dà la condizione A, ne segue
sempre B.
Ma: critica di Hume (1711-1766): la consequen-
zialità causa/effetto è contingente. Solo l’abitu-
dine crea l’aspettativa che una palla urtata da
un’altra si muoverà, ma non è un evento
intrinsecamente necessario, non è parte
dell’essenza delle due cose.
spiegazione
• Dopo Hume e per tutto il ’900, la causalità
verrà concepita come mera congiunzione
regolare e costante di eventi, empiricamente
constatabile, ma impossibile da dimostrare
come una necessità a priori.
• Si afferma così l’idea che spiegare significa
trovare la legge (probabilistica) di questa
regolarità di congiunzione.
spiegazione/comprensione
• La spiegazione non implica alcuna intuizione
dell’essenza del fenomeno in questione.
Spiegare serve in partic. a prevedere, non a
comprendere.
• Il modello più fortunato della spiegazione

scientifica è stato quello di C. G. Hempel


(1948): spiegare A significa dedurre A da un
insieme di leggi (‘covering laws’) + adeguate
condizioni fattuali.
spiegazione/comprensione
COMPRENSIONE:
• cogliere il significato di un’azione o manifesta-

zione umana secondo l’intenzione dell’agente;


comprendere le sue ragioni, che cosa ha voluto
dire o fare.
• La pura osservazione di una regolarità non

passa attraverso le intenzioni dell’agente: si


prevede un comportamento B solamente in
base alla frequenza con la quale lo si è os-
servato in correlazione con certe condizioni A.
spiegazione/comprensione
• La comprensione richiede quindi di
immedesimarsi nell’altro (per Tomasello, una
prestazione di cui sono capaci gli umani e non
altri primati).
• Cfr. concetto di re-enactment di Collingwood
(v. Lettura): ‘rivivere’, rimettere in atto il
vissuto esperito dall’agente.
• Per questo, evidentemente, la comprensione
non si applica ai processi ‘naturali’, che si
suppongono privi di significato: non sono fatti
nel senso di ‘fare’; non partono da un punto di
vista; non sono rivolti a nessuno.
CAUSE/RAGIONI
• Distinzione che si può collegare alla precedente
(anche se ne è indipendente): ‘comprendere
l’azione X’ ≈ ‘comprendere le ragioni di X’.
• Una ragione è ciò che un soggetto può rispon-
dere alla domanda “perché hai fatto X?”. La
risposta non ne segue per necessità logica:
avevo una (buona) ragione per fare X, ma era
logicamente possibile che non facessi X.
• Per certi versi una ragione è analoga alla “causa
finale” di Aristotele; una causa alla “causa
efficiente o motrice”.
●una ragione motiva, una causa muove,
giustifica spinge, forza
●si agisce alla luce di la causa è efficace di per
una ragione sé, non occorre capirla
●una ragione può una causa c’è o non c’è;
essere più o meno non ha gradi
buona
•una ragione si può una causa si può solo
discutere scoprire o meno
Tuttavia: anche una causa può giustificare, nel
senso di “discolpare”.
‘Dar ragione di’: una pratica sociale
• Significativo è il fatto che una ragione può
essere condivisa, o meno, da più soggetti:
come dice Wittgenstein, «Dare una ragione è
come dare un processo di calcolo mediante il
quale si è giunti ad un certo risultato» (The
Blue and Brown Books).
• Viceversa una causa non si può condividere:
tutt’al più si può trasmettere come si
trasmette un’onda d’urto.
• Il ‘render ragione’ è quindi una pratica sociale,
e per questo è immediatamente rilevante per
le scienze umane.
CONTINUITÀ/DISCONTINUITÀ
UMANO/ANIMALE
• Uno dei tratti ‘di lunga durata’ che, nella
nostra cultura, segnano l’autorappresenta-
zione umana, sia nel senso comune sia nelle
scienze umane, è la differenziazione/demar-
cazione tra umani e mondo animale.
• Si tratta sia di un tema epistemologico, sia di

storia del pensiero: cominciamo a vedere


come si è costruita l’immagine dell’anthropos
come separato/superiore rispetto al regno
animale e vegetale (‘antropocentrismo’).
CONTINUITÀ/DISCONTINUITÀ

• In questa concezione la Natura, come totalità


delle forme di vita, non è una congerie, ma un
edificio ordinato, continuo (almeno in certi
sistemi) e connesso: una progressione.
• È anche una scala di valore: dal meno nobile,
la materia inerte, al vegetale, all’animale, fino
all’intelligenza umana, e su fino alle intelli-
genze angeliche. L’essere umano in questa
catena ha un doppio posto: vertice della
natura terrena e anello di passaggio verso
l’ultraterreno.
CONTINUITÀ/DISCONTINUITÀ

• Oggi questa immagine è solo in parte


superata. Nonostante l’evoluzionismo, e i
mutamenti nei nostri rapporti con gli animali,
pensare noi stessi come specie animale al pari
di altre è ancora un’impresa non scontata.
• Anche perché la suddivisione in specie è un
modo peculiare di rappresentare l’essere: lo
stesso concetto di specie ha avuto una
costruzione.
• I suoi inizi sono in Platone e Aristotele →
Il metodo della divisione (diairesis) in Platone
tecnici
acquisitori produttori

con forza con scambi


di nascosto:
cacciatore apertamente: guerriero

(Platone, Sofista, 218e sgg.)


pescatore con
la lenza
Che cos’è una specie nella biologia moderna
• Nella biologia moderna la specie si
definisce in termini sia morfologici sia
funzionali. Cioè i membri di una specie
• hanno caratteri comuni nella forma;
• possono riprodursi originando prole
fertile, che continua la specie.
(Es. cavallo e asino sono specie diverse.
Possono sì incrociarsi, ma la loro prole
[mulo] è sterile. I muli non si riproducono,
dunque non formano una specie.)
la specie nella biologia moderna
• Ma sotto questo linguaggio funzionalista,
c’è ancora la struttura essenzialista della
realtà risalente a Aristotele. È implicito
che c’è un ordine cosmico retrostante: il
sistema dei generi e delle specie.
• Notiamo infatti il presupposto: solo ciò
che è simile (per specie) può trasmettere
la vita, prolungando la Grande Catena
dell’Essere (come l’ha chiamata Arthur
Lovejoy, 1936): →
LA CLASSIFICAZIONE PER GENERE E
DIFFERENZA SPECIFICA
Esempio: la tassonomia del regno animale
Caratteristiche logiche salienti della
‘Grande catena dell’essere’:
•tutte le entità sono collegate fra loro, per
quanto lontanamente;
•tutte hanno un posto (il proprio), non ci
sono enti ‘erratici’.
• C’è anche una ‘uscita di sicurezza’: entità
inclassificabili sono considerate ‘scherzi di
natura’, dovuti all’imperfezione del mondo
‘sublunare’ (=terreno); dunque sono
epistemologicamente irrilevanti.
Caratteristiche logiche della grande catena

• In questo schema, le somiglianze morfo-


logiche (e quindi la posizione nello schema)
contano di più delle relazioni ecologiche
effettive, di scambio ecc., tra gli esseri.
•Due esseri della stessa classe che vivono in
ambienti completamente diversi sono più
vicini di due esseri di specie diverse che
vivono in simbiosi.
•Dunque, lo schema non riflette la nostra
esperienza della realtà.
Caratteristiche logiche della grande catena

•Nello schema, l’unico modo in cui due


entità sono ontologicamente collegate è
attraverso un carattere comune (o più)
posseduto da entrambe.
•Ma questo non è l’unico modo possibile di
classificare (=accomunare e distinguere) gli
enti. Per es. potremmo metter l’accento
sulla stadiazione rispetto alla speciazione e
mettere bruco e farfalla in due classi
diverse.
SOMIGLIANZA DI FAMIGLIA
Un sistema di classificazione che non richiede
uno o più caratteri comuni a tutti i membri.
Esempi:
Nel caso a sinistra il
cerchio blu ha
qualcosa in comune
con tutti gli altri;
a destra i cerchi sono tutti connessi, ma
attraverso una ‘catena’: il blu è connesso al
rosso che è connesso al verde ecc. ecc.
somiglianza di famiglia - 2
Così in una famiglia ciascun individuo ha
qualcosa in comune con qualche altro, ma
non c’è un’unica
«essenza» comune
a tutti: X ha gli occhi
di Y, ma il naso di Z;
Z ha il mento di W,
che ha la fronte di Y,
ecc. Eppure c’è un’«aria di famiglia».
somiglianza di famiglia - 3
Un modello di s.d.f. per 4 individui e 9 tratti. Si
può notare che alcuni individui non hanno
nessun tratto comune (X e Y, W e Z):

INDIVIDUI CARATTERI
W a b c d
X a b e f
Y g h c i
Z g e i d
somiglianza di famiglia - 4

• La somiglianza di famiglia è stata usata


per descrivere diverse strutture: Wittgen-
stein pensa ad es. che i giochi formino non
un insieme ma una s.d.f. Alcuni antropo-
logi l’hanno usata per descrivere ad es.
certe forme di lignaggio (‘classificazione
politetica’ di R. Needham; cfr. anche F.
Remotti). Lo psicologo Vygotskij ha usato
qualcosa di simile nel descrivere la
concettualizzazione dei bambini.
SISTEMA DELLE SPECIE E SISTEMA DELLA
CONOSCENZA
• Nello schema aristotelico della realtà,
ciascuna scienza si occupa di un nodo o
linea di nodi:
SOSTANZE → MATERIALI → INANIMATE :
MINERALOGIA, ecc.
● Perciò in questo schema l’antropologia fa
centro sul genere ma soprattutto sulla
differenza specifica umana: la razionalità.
L’anthropos è zoon logon echon, animale
dotato di ragione.
specie e conoscenza – 2

• Ma come sappiamo ‘quanto pesa’ questa


differenza specifica? Homo sapiens è
differente come lo sono tutte le specie o la
sua differenza è ‘speciale’, più marcata, e
segna quindi una discontinuità?
• Lo schema non implica che le abilità
cognitive dell’anthropos lo rendano
separato/superiore: questo
antropocentrismo è un assunto ideologico
ulteriore.
specie e conoscenza – 3
•La nostra conoscenza è sempre incompleta e
locale: incontriamo aspetti, caratteri e porzioni
di natura, ma non conosciamo a priori la loro
posizione nello schema dell’essere.
•Ne seguono alcuni tipici rischi di fallacia:
–applicare un carattere proprio di un nodo ad
altri nodi (es. la fallacia dell’antropomorfismo);
–considerare un carattere come prerogativa di
un solo nodo, ad es. l’intelligenza come un
tratto solo umano, una discontinuità (antropo-
centrismo o ‘narcisisimo antropologico’).
LE SPECIE NELLA CORNICE
EVOLUZIONISTA
•L’evoluzionismo ha indotto importanti
cambiamenti ma anche ulteriori rischi di
equivoci.
•Sapere che ‘siamo animali’ in quanto i
nostri caratteri sono ereditari genera
ipotesi più o meno fantasiose: dire che
abbiamo una ‘componente-scimmia’ ha
ben poco significato se non precisiamo che
funzione ha, se è modificabile, se è in
conflitto con altre ‘componenti’, ecc.
le specie nella cornice evoluzionista
•Ma:
(a) non abbiamo ‘dentro’ un ominide;
abbiamo certamente dei tratti ereditati da
ominidi, ma la funzione che svolgono nel
nostro organismo potrebbe essere diversa.
(b) Se guardiamo solo alla filogenesi,
abbiamo molto in comune coi primati; ma
se guardiamo all’ecosistema, in cui si svolge
la nostra vita, abbiamo delle relazioni molto
più strette con animali domestici.
le specie nella cornice evoluzionista
•Il modello neodarwinista prevalente è
quello detto ‘adattazionista’ (cfr. Letture
Dawkins, Wilson) in cui (1) ogni carattere è
determinato da un gene, e (2) o è
vantaggioso per la sopravvivenza, o viene
eliminato.
•Altri evoluzionisti (cfr. Jacob, Gould e
Lewontin) pensano invece che l’evoluzione
possa ‘riciclare’ caratteri inutilizzati per
riadattarli a nuovi problemi (bricolage). (Ne
parleremo in seguito.)
specie e evoluzionismo
•L’evoluzionismo oggi non ha più la visione
‘ascensionale’ pre-darwiniana, eredità della
cosmologia finalista antico-medievale.
•L’adattamento è ‘orizzontale’: ci si adatta ad
altri viventi, che un tempo si sarebbero detti
‘inferiori’, mentre sono di pari grado.
•Non confondere l’evoluzione con la catena
alimentare (in cui Homo si inserì inizial-
mente soprattutto come scavenger, animale
che si nutre di avanzi e carcasse, ‘spazzino’).
CONTINUITÀ/DISCONTINUITÀ IN
PROSPETTIVA EVOLUZIONISTICA
• Assumere come cornice l’evoluzione
significa assumere un’immagine della vita
diversa da quella ‘generi+specie’ ricevuta
dall’antichità. Detto sinteticamente, la
vita organica è interazione selettiva con
l’ambiente.
• Selettiva nei due sensi: l’ambiente
seleziona gli organismi, ma anche ogni
organismo si comporta in modo selettivo:
continuità/discontinuità in prospettiva evoluzionistica

• ...semplicemente perché siamo creature


che hanno una vita da vivere e ci troviamo
in un ambiente incerto, noi siamo costruiti
in modo da distinguere e giudicare in
termini di buono e cattivo, di valore. (John
Dewey, Experience and Nature, 1925)
• Vivere significa, anche per un’ameba,
preferire ed escludere. (Georges
Canguilhem, Le normal et le pathologique,
1943)
continuità/discontinuità in prospettiva evoluzionistica

Gli organismi reagiscono all'ambiente diversa-


mente dalla materia inorganica:
•in maniera olistica, cioè ogni modifica di una
parte comporta (in misura variabile) una
modifica del tutto (difesa, autoriparazione &c)
•la reazione può dilazionarsi nel tempo, cioè
l'organismo apprende. Apprendimento com-
porta reazione successiva, in tempi non pre-
vedibili (≠ reazione chimica) e in modi collega-
ti tra di loro (=un organismo ha una storia).