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Se faccio capisco: dentro il video, oltre la TV

In un’epoca di strumenti elettronici sempre più sofisticati, di giochi di simulazione, di azioni virtuali (ormai
anche “taglia, copia, incolla” sembrano più termini da programma di informatica che azioni fatte con mani, forbici e
colla), una proposta ludico espressiva fondata sull’impiego delle tecnologie ma capace di porre al centro dell’attenzione
il fare diretto con tanti materiali variamente e quasi casualmente assortiti, merita sicuramente qualche riflessione. La
proposta ha tanti nomi, sia perché sono tante le persone che hanno provato a sperimentarla e a denominarla per renderla
in qualche modo riconoscibile, sia perché sono tante le forme in cui può realizzarsi e svilupparsi. 

In origine si chiamava Videobrut, e voleva porre l’accento sulla realizzazione di suggestivi effetti visivi
ottenuti grazie a riprese televisive “grezze”, non manipolate, brut, appunto. Senza trucchi elettronici né montaggio, lo
schermo televisivo si trasformava in supporto per nuove immagini, diverse da quelle della fiction, difficilmente
classificabili, in grado di identificare una nuova ed originale dimensione espressiva, al confine tra la grafica, la pittura e
il mondo delle riprese video. Con il nome di Vidéobrut questa proposta è nata in Francia nell’Atelier des Enfants del
Centro Pompidou di Parigi, nell’ormai lontano 1985, grazie a un gruppo di artisti e animatori coordinato da Anne-Marie
Meissonier.

In Italia, questa proposta si è chiamata “Macchina per vedere”, quando si è voluto sottolineare l’effetto di
potenziamento visivo permesso dalla telecamera, “Videogioco” quando si è voluto porre l’accento l’aspetto ludico degli
effetti visivi ottenuti grazie alla manipolazione dei materiali, “Sottosopra” quando si è voluto sottolineare gli effetti
espressivi di una insolita visione di oggetti e corpi ripresi con la telecamera da sotto o da sopra. Si è chiamata anche
“VIDEOATTIVO”1[1], quando chi l’ha proposta ha voluto porre l’accento sul fare, sull’agire, sulla manipolazione diretta
di certi materiali eseguita sotto l’occhio della telecamera. E proprio su questa declinazione della proposta, che fa sintesi
delle molte possibili sottolineature e che ha dato origine a Fotoframe, proveremo ora a fare qualche riflessione in più. 

VIDEATTIVO è una modalità di impiego del video che consente (o, meglio, che impone) di considerare e
valutare le conseguenze dei gesti e dei modi in cui viene trattato il materiale posto sotto (o sopra) l'occhio della
telecamera. Ciò che appare sul monitor è sottoposto a un immediato giudizio: va bene, non va bene; è bello, è brutto; mi
piace, non mi piace; mi suggerisce qualcosa; evoca altre immagini, mi lascia indifferente. La visione del "prodotto" (che
non è altro che un’immagine sullo schermo) è contemporanea alla sua produzione e viene ripetutamente modificato "in
diretta" proprio perché la ricerca di senso è continua e continuo è il rilancio di nuove interpretazioni sulla base delle
suggestioni offerte dalle immagini. L'aspetto più coinvolgente delle esperienze di VIDEOATTIVO consiste nel fatto che
l'immagine elettronica che si manifesta sul video è realmente il risultato di una manipolazione diretta di oggetti e
materiali, percepiti interamente nelle loro caratteristiche fisiche di durezza, calore, peso, densità, stato solido o liquido.  

Se faccio… 

Cominciamo col chiarire che cosa si fa. Come si è detto, fondamentalmente si manipolano materiali. Materiali rigidi,
liquidi, fluidi, pastosi, opachi, trasparenti… Materiali comuni e di facile reperimento: farina, acqua, china colorata,
bicchieri, biglie, gelatine, nastrini, fagioli, lenticchie, pastina, dentifricio, miele, olio, tuorlo d’uovo, panna, schiuma da
barba, … non c’è alcun limite alla possibilità di scelta e di mescolamento dei materiali, se non quello della tossicità e,
naturalmente, della reperibilità. In genere si ricorre a materiali poveri e d’uso quotidiano, ma ricchi di “inviti al fare”.
Quando un progettista è povero di idee usa materiali molto preziosi, diceva Bruno Munari. Non è certamente questo il
caso: per realizzare le immagini di VIDEOATTIVO, i bambini finiscono per essere talmente ricchi di idee che non hanno
minimamente bisogno del supporto di materiali preziosi o raffinati. E’ l’idea stessa di manipolazione libera dei
materiali che offre infiniti spunti operativi. Quindi i bambini fanno: osservano, scelgono, prendono, spostano,
mescolano, vuotano, riempiono, impastano, puliscono, rovesciano, schizzano, soffiano,… agiscono, o meglio: re-

1[1] Con il nome di VIDEOATTIVO, dal 1988 Elena Pasetti e Angelo Vigo hanno avviato un programma di ricerca che, attraverso seminari e
laboratori, ha promosso riflessioni metodologiche e didattiche sulle potenzialità espressive di questo particolare impiego della Tv a circuito chiuso. I
laboratori, attivati presso istituti scolastici, enti, biblioteche e musei hanno rapidamente consentito la produzione di numerosi video. Nonostante il
rischio di una certa ripetitività della formula originaria e la povertà di mezzi tecnici solitamente disponibili, le riflessioni proposte da VIDEOATTIVO
hanno consentito proprio nelle scuole lo sviluppo di nuovi percorsi e nuove ipotesi di lavoro, grazie soprattutto al coinvolgimento diretto di ragazzi e
bambini anche di età prescolare e all’entusiasmo di molti docenti. Reinterpretazioni originali della proposta sono state sviluppate anche da Clara Rota,
Carlo Baruffi, Gianni Trotter, dagli animatori dei laboratori comunali di immagine di Torino e Genova, dai partecipanti ai seminari proposti dal
CRSDA della regione Lombardia e da moltissimi altri. E’ difficile ricordare quante persone, quanti enti e quante associazioni hanno sperimentato
laboratori ispirati a Videobrut, ma si deve certamente all’AVISCO di Brescia, grazie anche alla sensibilità e alla perizia tecnica di Vincendo Beschi,
una assidua ricerca e riflessione su questa esperienza, che ha portato, tra l’altro, all’attuale allestimento FOTOFRAME.
agiscono. Le loro azioni sono infatti dettate sia dalle caratteristiche dei materiali sia da ciò che accade sotto i loro occhi
grazie alle loro mani. Ma la visione di ciò che accade, nell’esperienza di VIDEOATTIVO, è fortemente potenziata dalla
telecamera che trasmette sul monitor o su grande schermo le conseguenze del loro fare: è una doppia visione, “diretta”
e televisiva insieme. 

Se faccio… capisco 

Che cosa capisco partecipando a un laboratorio di VIDEOATTIVO? La comprensione dipende dal “filtro” che
decido di mettere in campo. Ci sono almeno tre scelte possibili. La prima è quella di un filtro ludico, che pone in primo
piano l’operatività gratuita tipica del gioco e che vede come elemento dominante un fare apparentemente caotico e
casuale, guidato dalla sorpresa provocata da quanto compare inaspettatamente sullo schermo. La necessità di
comprensione o di attribuzione di significato viene, in questo caso, posta in secondo piano, ma non del tutto
abbandonata. Infatti, quando si mette in campo il filtro ludico, si gioca a ottenere immagini curiose per il puro piacere
visivo, ma l’immagine bella e sbalorditiva non compare automaticamente: richiede un po’ di impegno e di applicazione
e, soprattutto, richiede tempo. Il “premio”, costituito dalla composizione sullo schermo di un’immagine particolarmente
affascinante, non è sempre garantito. Il gioco funziona solo se si è veramente disposti a giocare, il che significa cercare
e rispettare qualche regola (primo elemento catalizzatore dell’attività di comprensione) e saper porre termine al gioco
(secondo elemento di comprensione).

La capacità di scoprire qualche regola è strettamente legata alla comprensione delle caratteristiche dei materiali
che sto manipolando: un oggetto opaco offre effetti visivi molto diversi da quelli di un oggetto trasparente, l’ordine con
cui dispongo i materiali sul piano di lavoro è fondamentale e determina alcuni esiti non ignorabili, ciò che viene posto
sotto (o sopra) non sempre è visibile, il colore dello sfondo e la posizione delle luci possono trasformare completamente
l’immagine ottenuta. Quando un bambino, nel contesto di un gioco, stabilisce o accetta le regole vuol dire che ha capito
alcune questioni fondamentali: ha sicuramente colto le conseguenze delle azioni, e, nel caso di VIDEOATTIVO, ha
sicuramente imparato a pre-vedere, almeno parzialmente, che cosa succederà sullo schermo.

La decisione di finire il gioco è un atto importante. Un bel gioco dura poco, si usa dire. In VIDEOATTIVO, saper
smettere al momento giusto è fondamentale: il confine tra ricerca continua e azione scoordinata è molto labile e un
eccessivo prolungamento dell’attività potrebbe non solo non portare a esiti migliori, ma addirittura distruggere un buon
effetto già ottenuto. Se decido di smettere di manipolare i materiali vuol dire che sono soddisfatto, che ho trovato quel
che cercavo, oppure che ho intuito che non potrò trovare quel che sto cercando, o che ci vorrà troppo tempo, o che avrei
bisogno di qualcosa che però lì, in quel momento, non ho a disposizione, oppure che ci sono dei limiti che sono
costretto ad accettare. In tutti i casi, indipendentemente dall’esito finale, ho sicuramente fatto o avviato un atto di
comprensione.  

Un secondo filtro che posso utilizzare è quello estetico. Ma il filtro estetico non è un filtro che mi porta
semplicemente a considerare l’esito del mio fare come bello o brutto. E’ qualcosa di molto più raffinato, che mi
consente di mettere in campo oltre alla dimensione spaziale anche la dimensione temporale. Il tempo dell’azione, che è
lungo e “tortuoso” perché pieno di tentativi e rifacimenti, si sovrappone perfettamente a quello della visione, ma si
contrappone nettamente al tempo della pre-visione, che è rapido, immediato, sintetico, proprio come un flash. Poiché
pre-vedo un effetto, decido che “adesso faccio questo, poi metto quest’altro”, penso che “se metto questo dovrebbe
succedere…”, quindi aggiungo, sposto, tolgo. Provo e riprovo, alla ricerca di un’immagine che non so ancora veramente
come sarà, ma che in parte ho già intuito. E in un tempo quasi dilatato, scandito dalle mie azioni, cerco di ottenere
progressivi avvicinamenti all’immagine pre-vista, osservando ciò che compare sullo schermo sotto il duplice aspetto di
materiale, con tutta la sua fisicità che sperimento mediante la manipolazione diretta, e di immagine immateriale,
effimera e forse casuale.

Dalla visione distratta e discontinua, si passa così ad una visione attenta e continua, che tiene sotto controllo
tanto il fare quanto il vedere. Mai come in questo caso il termine monitor (che è un termine inglese che indica lo
strumento che “tiene sotto controllo” qualcosa, ma che è anche un termine latino che significa ammonitore, guida,
consigliere) può essere riferito tanto allo sguardo, che come monitore guida e orienta l’azione, quanto allo strumento,
che come schermo consente di condividere lo sguardo, rendendolo in qualche modo “oggettivo”.

Ma ogni pre-visione può essere continuamente superata da altre pre-visioni, originate dall’immagine che
compare via via sullo schermo. Grazie a questi continui rimandi e confronti tra visioni e pre-visioni, l’attività di
comprensione finisce per connotarsi fortemente sul piano emotivo. Infatti, nonostante la possibilità di pre-vedere, le
visioni offerte da Videoattivo sono sempre emozionanti perché, in fondo, mai completamente prevedibili. Qualcosa
sfugge sempre alla previsione e una stessa azione eseguita con gli stessi materiali dà vita ogni volta a effetti visivi
differenti. Bruno Munari diceva che la combinazione tra regola e caso è la vita, è l’arte, è la fantasia, è l’equilibrio.
Le immagini di VIDEOATTIVO danno soprattutto vita a interpretazioni (e comprensioni) differenti. La
comprensione di ciò che è visibile sullo schermo è sempre personale, non generalizzabile, così come una certa
immagine è bella per chi la trova tale e non necessariamente per tutti. Proprio come per un’opera d’arte. E
VIDEOATTIVO, in fondo, non è altro che una semplice e raffinata procedura per produrre opere (d’arte?) da comprendere
personalmente ed emotivamente 

Dentro il video… 

Con le riprese di VIDEOATTIVO non si è mai completamente dentro il video. La tv a circuito chiuso, che sta alla base
dell’esperienza di VIDEOATTIVO, mostra spesso l’immagine di una parte del nostro corpo (viso, mani) dentro il video,
ma mentre ci vediamo dentro il video ci percepiamo contemporaneamente fuori. E’ per questo che con VIDEOATTIVO (e
in genere con le esperienze di riprese Tv a circuito chiuso) i bambini ridono. Ridono per la contraddizione che è
evidente sotto i loro occhi: sono dentro/fuori il video contemporaneamente.

Dentro il video però si possono mettere oggetti e materiali vari. Ma anche su questo dentro bisogna ragionare,
perché è un dentro che deve fare i conti con il sopra e il sotto, l’orizzontale e il verticale, la destra e la sinistra. Se lo
schermo è verticale il mettere dentro assomiglia a un riempire. Se lo schermo è orizzontale mettere dentro assomiglia a
un occupare uno spazio per estensione, a ricoprire una superficie. Spostare la mani a destra dentro il video può
diventare uno spostare le mani a sinistra o addirittura verso l’alto o verso il basso: dipende dalla relazione tra la
posizione della telecamera e quella dello schermo.

Il dentro deve fare i conti anche con le dimensioni. Prima dell’entrata in video ci sono solo le dimensioni reali,
fisiche, del materiale preso in considerazione, poi ci sono le dimensioni dettate dai confini dello schermo e dalla focale
dell’obiettivo. Con la possibilità di fare riprese macro, piccolo e grande diventano poi due categorie davvero incerte.  

Oltre la tv 

Andare oltre la tv, che significa in qualche modo uscirne, non è impresa facile. Si tenga presente che nella
cultura di oggi poter essere nel video è per molti il punto di arrivo. E poi, per andare oltre bisogna prima stabilire dove
andare.

Abbiamo detto, descrivendo la modalità di produzione delle immagini di VIDEOATTIVO, che ad un certo punto, dopo un
tempo non pre-determinabile, i nostri occhi hanno visto e rivisto i materiali deformati, esaltati, minimizzati dalla ripresa
con la telecamera e probabilmente si è giunti a un limite, lieve ed effimero, costituito da un significato particolarmente
gratificante, scoperto grazie ad una attenta composizione dei materiali, tanto desiderata e perseguita quanto apparsa
inaspettatamente. Ci si ferma quindi non perché si è stanchi di giocare ma perché nell’immagine comparsa sullo
schermo abbiamo scoperto qualcosa. Questo è, solitamente, il momento conclusivo dell’esperienza, ma proprio in
questo momento l’immagine ottenuta con così grande fatica e in così “lungo” tempo, sembra perdere valore. Ci si rende
conto improvvisamente che è più divertente e gratificante costruire l’immagine che non fermarsi a contemplarla.
Insomma, come si usa dire, conta più il processo che il prodotto. Ma così si rischia di bruciare rapidamente
un’esperienza molto ricca e di perderne alcune significative potenzialità educative. Se si sostiene che il processo è
importante, perché non prendere in seria considerazione anche il prodotto che di questo processo è il risultato? Andare
oltre il video, potrebbe allora voler dire dare fisicità e stabilità a immagini effimere, irripetibili, immateriali. Per
esempio, la stabilità delle immagini, ottenuta attraverso una stampa fotografica, ci consente di contemplarle, di farle
progressivamente più nostre, di reinterpretarle, di confrontarle con altre immagini magari prodotte da grandi artisti.

FOTOFRAME è un’esperienza che mostra come sia possibile andare oltre il video procedendo proprio in questa
direzione. La stampa e l’ingrandimento di un frame della videoregistrazione eseguita in tempo reale durante l’attività di
VIDEOATTIVO danno stabilità alla visione e offrono la possibilità di un tempo personale di fruizione delle immagini
prodotte svincolato dal tempo dell’evento. Ed è stupefacente, mentre si ammirano le immagini di FOTOFRAME pensare
alla “semplicità” del loro processo di produzione. Semplicità, ovviamente, non significa banalità e neppure assenza di
progettualità. La progettualità, e ad alto livello, è nella testa di chi ha proposto l’attività di VIDEOATTIVO ai bambini, ed
è, ad un livello diverso ma altrettanto alto, nella testa dei bambini che hanno giocato a realizzare le immagini. Le
immagini di FOTOFRAME sono “semplici”, solo perché sono il risultato di azioni dirette, immediate, “naturali”, che può
fare anche un bambino. Ma qui ci riallacciamo al discorso del fare e, volendo, si potrebbe ricominciare tutto il nostro
discorso daccapo.