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RODOLFO VENDITTI LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA: STORIA, TEORIA, ESEMPI CONCRETI. APERTURE DELL’ ORDINAMENTO GIURIDICO ITALIANO n. 16, Aprile 1996 INDICE 1. Premessa 2. Esempi storici di difesa popolare nonviolenta (DPN) 3. Alterni risultati della DPN: un motivo di sfiducia? 4, La “filosofia” della difesa popolare nonviolenta 5. Il fondamento della strategia della nonviolenza 6. Le tecniche della difesa popolare nonviolenta 7. La difesa popolare nonviolenta come metodo politico 8. Le cinque regole fondamentali della difesa popolare nonviolenta 9. Difesa non armata e Costituzione italiana 10. Coesistenza di difesa armata e difesa non armata. Il transarmo 11. Forza e debolezza della difesa popolare nonviolenta 12. Difesa popolare nonviolenta ed educazione 13. Verso una cultura della nonviolenza Note wae i 12 13 15 15 7 18 18 R. Venditti 1. Premessa La DIFESA NON ARMATA (O NONVIOLENTA) @ un argomento che in Italia @ ancora molto marginale ¢ inconsueto. Qualche passo avanti é stato fatto in questi anni a livello di studi: ma a livello di opinione publica la reazione normale @ una reazione di rifiuto, sovente condita di ironia, di scetticismo e, magari, di compatimento. I fatto & che l’opinione pubblica & fortemente condizionata dalla logica militare: la quale @ una logica che ha una sua innegabile evidenza ed ha dietro di sé il peso e l’autorevolezza di una tradizione di millenni. Eppure c’é una logica diversa. Una logica che resta sempre nel quadro della difesa, perché difendersi@ un'esigenza fondamentale che nessuno vuol negare; ma una logica altemativa. Essa non significa rinuncia alla difesa; significa, invece, ricerca di un diverso tipo di difesa. Ci si pud difendere solo con la violenza? Oppure c’é qualche prospettiva di difendersi in altro modo? Ecco. Ci sono autorevoli studiosi che affermano che quella prospettiva c’é, perché esiste una logica altemativa a quella militare. Spesso in Italia si ignora che all’estero esiste una generazione di ricercatori che ha condotto studi approfonditi sulla possibilita di difesa non armata e che ha prodotto libri importanti: Galtung e Crepstad in Norvegia, Ebert e Jahn in Germania, Mueller e Sémelin in Francia, Roberts ¢ Sharp nei paesi anglosassoni (per citare solo qualche nome). E quelle ricerche hanno talora fruito di finanziamenti pubblici: segno evidente di un interesse degli Stati verso quel tipo di problematiche. Soltanto da pochi anni si cominciato a tradurre in italiano Je opere di quei ricercatori e quindi quelle opere son potute diventare accessibili a tutti in Italia (1). Di fronte a questi fermenti, noi italiani ci rendiamo conto di essere molto indietro, di essere piuttosto “provinciali”. Occorre quindi prendere coscienza che certe reazioni di tifiuto aprioristico sono reazioni epidermiche, emotive, frutto di una mancanza di informa- zione, di dibattito, di maturazione. Ma teniamo presente che anche da noi alcuni passi in avanti sond stati fatti, grazie al fervido impegno di uomini come Antonino Drago, Giovanni Salio, Domenico Sereno Regis, Beppe Marasso, Alberto L’Abate e molti altri. 2. Esempi storici di difesa popolare nonviolenta (DPN) Cid PREMESSO, VENIAMO AD ESAMINARE DA VICINO IL PROBLEMA. Penso che un approccio valido possa essere quello di Theodor Ebert. Ebert, tedesco occidentale, era obiettore di coscienza al servizio militare ai tempi della guerra fredda, e spesso i suoi amici gli domandavano: “Che cosa faresti se i sovietici attaccassero la Repubblica Federale Tede- sca? Se arrivassero i russi?”. Da tale domanda Ebert fu spinto a cercare se ci fossero casi storici di difesa non armata, ¢ ne trovd due nella storia della Germania prenazista: il caso del colpo di Stato Kapp e il caso della occupazione franco-belga della Ruhr. Nel 1920 in Germania una parte dell’esercito, sotto la guida di un politico di estrema destra, Wolfgang Kapp, attud un colpo di Stato contro il governo della Repubblica di Weimar (jl cosiddetto “Pustch di Berlino”); ’altra parte dell’ esercito si rifiutd di combattere 4 contro gli insorti, i quali scatenarono un’ondata di “terrore bianco”; in tale situazione la DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA Repubblica di Weimar fu salvata dallo sciopero generale dei lavoratori e dal rifiuto dei funzionari di obbedire ai golpisti. Nel 1923 i francesi e i belgi occuparono il territorio tedesco della Ruhr (zona ad altissimo tasso di industrializzazione) per costringere la Germania al pagamento delle riparazioni di guerra (la guerra 1915-18). Il cancelliere Cuno disse davanti al Parlamento: “Disarmata nel senso letterale del termine, la Germania ha la sua potente difesa nella volont& degli uomini liberi. Con gli eserciti si potranno conquistare i popoli coloniali, ma non si pud ottenere la produttivita di un territorio industriale”. Gli impiegati nelle industrie e i funzionari pubblici furono invitati a rifiutare ogni collaborazione con gli occupanti. Questi ultimi dovettero constatare che senza la collaborazione dei lavoratori tedeschi (ad esempio, i ferrovieri), era molto difficile ottenere i vantaggi economici che si erano ripromessi: dovettero portare nei territori occupati 10.000 civili, oltre i 90.000 soldati di occupazione; ma constatarono che tutto quel personale faceva uno “sforzo mostruoso "per raggiungere poi dei “risultati che non avevano quasi nessun significato” (sono parole di un generale francese, riportate da Ebert), Si trata di due esempi: uno riguardante la storia interna di un popolo, l’altro riguardante i rapporti intemazionali (2). Ma la ricerca di Ebert e di altri studiosi individud esempi molto pitt numerosi. Alcuni di essi riguardavano I’Europa sotto il nazismo. In Danimarca i nazisti furono costretti a rinunciare al progetto di deportazione in massa degli ebrei, perché tutti i danesi si appuntarono sul petto la stella gialla di Davide (distintivo con cui i nazisti contrassegnavano gli appartenenti alla “razza ebraica”), e cid pose i nazisti nell’impossibilitA di realizzare il loro progetto di sterminio. In Norvegia il governo collaborazionista di Quisling elabord un progetto di nazificazione ideologica delle scuole: gli insegnanti si opposero in blocco e negarono ogni collaborazione al progetto, costringendo il governo a recedere dalle sue intenzioni. In Italia la resistenza armata dei partigiani venne affiancata da una imponente azione di difesa non armata: tutte le volte che la popolazione italiana (uomini, donne, vecchi, ragazzi) si adoperd per nascondere un ebreo, per dar rifugio a un partigiano braccato dai nazisti, per sabotare l’organizzazione logistica degli occupanti, per impedire che i prodotti delle fabbriche italiane andassero ad alimentare I’apparato bellico della Germania o che i nazisti in ritirata smantellassero le industrie italiane portando i macchinari in Germania, svolse una efficace difesa non armata. Oggi si va prendendo consapevolezza sempre maggiore dell’im- portanza che ebbe in Italia la resistenza non armata (3); senza nulla togliere ai meriti della resistenza armata e al valore di chi vi perdette la vita o comunque vi partecipd, si scopre come la resistenza non armata sia stata un “iceberg” sommerso molto pid. ampio e determinante di quanto a prima vista possa sembrare. Un esempio non legato alla seconda guerra mondiale ed estremamente significativo & quello dell’India. Gandhi liberd il suo popolo dal colonialismo inglese attraverso la nonviolenza ¢ la disobbedienza civile; svolse una lunga opera di educazione del suo popolo alla noncollaborazione con gli inglesi e, nonostante che questi ultimi fossero armatissimie avessero dato prova di non esitare a far uso delle armi (si ricordi a strage di Amritsar), tiusci a costringerli a concedere agli indiani |’indipendenza. E’ un esempio classico per la sua evidenza, per la indiscutibilita della sua efficacia, per la sua emblematicita. R. Venditti Un posto a sé meritano oggi gli esempi di difesa nonviolenta che si ricavano dalle vicende degli Stati dell’ Est europeo siti nell’area che fu di influenza sovietica. I fatti di Berlino Est nel 1953 e quelli della Cecoslovacchia nell’agosto 1968 sono ipotesi tipiche di difesa nonviolenta. Molti ricorderanno |’agosto cecoslovacco 1968. Di fronte ai carri armati dell’Unione Sovietica e dei Paesi del Patto di Varsavia che invadevano la Cecoslovacchia per soffocare la famosa “primavera di Praga”, il popolo cecoslovacco insorse con inaudita compattezza, inventando forme di difesa nonviolenta estremamente originali. Si pensi all’azione unanime con cui venne, da un giorno all’altro, mutata tutta la segnaletica stradale e la toponomastica delle citt&: gli invasori puntavano, ad esempio, su Praga, ma andavano in tutt’altra direzione, perché le frecce che indicavano la direzione di Praga erano state accortamente spostate; per alcuni giomi regnd tra gli invasori la pid totale confusione. Si pensi alla folla densissima che circond® pacificamente i carri armati degli invasori, mettendosi a discutere con ufficiali e soldati occupanti per convincerli della enormita del loro gesto e del diritto del popolo cecoslovacco di cercare le strade di un “socialismo dal volto umano”: é noto che i sovietici dovettero sostituire i contingenti di truppa, perché i soldati andavano in crisi e alcuni di essi disertavano, facendo causa comune con i cecoslovacchi. Negli anni successivi a tali avvenimenti si sviluppd in Polonia la resistenza nonviolenta di Solidamosc: un esempio eloquente della forza indomabile che una difesa popolare nonviolenta pud avere e della pesante influenza che essa pud esercitare su un potere dittatoriale. E proprio le successive vicende dei Paesi dell’ Est europeo ci offrono la “prova del nove” della efficacia della difesa nonviolenta. Anche i pid giovani sono in grado di ricordare la grande stagione del 1989, cio’ la svolta che si verificd nel novembre-dicembre 1989 e che ebbe la sua espressione visiva nell’abbattimento del muro di Berlino e della ferrea recinzione poliziesca che per 45 anni aveva isolato i Paesi del blocco sovietico dal resto dell’Europa. Sotto la pressione nonviolenta di popoli interi assetati di liberta e maturati da una lunga sofferenza, le dittature comuniste dell’Est europeo si dissolsero, e persino la Germania orientale, che sembrava essere rimasta lo Stato pit stalinista e pid impenetrabile ai fermenti della liberta, cedette sotto la spinta di un popolo compatto che, con grande civiltd e senza atti di violenza, reclamava il rispetto dei diritti dell’uomo e un radicale rivolgimento politico, disobbedendo alle leggi ingiuste dei regimi totalitari. Soltanto in Romania si manifestarono episodi di violenza da una parte e dall’altra, ma fu un caso unico ed anomalo, ¢ d’altronde quegli episodi di violenza non giovarono alla causa della liberta. In sostanza, una gigantesca obiezione di coscienza percorse I’ Europa e consegui concreti risultati politici, dimostrando come la nonviolenza non sia affatto condannata alla sconfitta: dal Mar Baltico al Mar Nero, dalla Lituania all’ Ungheria, tutto si mosse, ed un lungo lavoro clandestino di idee, portato avanti per anni con impegno e tenacia, diede improvvisamente 6 i suoi frutti. DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA 3, Alterni risultati della DPN: un motivo di sfiducia? Non SEMPRE LA DPN HA AVUTO, NELLA STORIA, RISULTATI POSITIVI. In particolare, nell’Eu- ropa dell’Est @ stata a lungo sfortunata e perdente. Ma anche la difesa armata ha i suoi esempi sfortunati: la rivolta ungherese del 1956 fu una rivolta armata, eppure venne soffocata nel sangue; e quante guerre, nel corso della storia, si concluserocon una sconfitta. La fortuna o sfortuna non é legata all’essere, la difesa, armata o non armata. La difesa non armata non @ necessariamente legata alla sconfitta, cosi come la difesa armata non & necessariamente legata alla vittoria. Ma se si mettono sulla bilancia la sconfitta della difesa armata e la sconfitta della difesa nonviolenta non si pud non rilevare che la difesa nonviolenta ha, innanzitutto, i] vantaggio di non offrire all’avversario il pretesto di violenze ulteriori e di reazioni sanguinose; ed ha, in secondo luogo, il vantaggio di insinuare nell’awversario germi di dubbio, di riflessione, di crisi, che nei tempi lunghi possono recare frutti ben pid sostanziosi di quelli di una difesa armata, destinata inevita- bilmente ad inasprire la situazione con il suo corteggio di sangue e di morti dall’ una parte e dall’altra, e con la sua semina di odio e di desiderio di rivincita. Non si dimentichi che le maggiori stragi perpetrate dai nazisti durante I’occupazione in Italia ebbero come pretesto azioni armate della resistenza partigiana: basti citare la strage delle Fosse Ardeatine, il cui pretesto fu un attentato partigiano a una colonna tedesca in via Rasella, a Roma. Per contro, io mi domando spesso quale influenza abbia avuto sugli eventi del 1989 nell’Est europeo ¢ sulle successive vicende dell’ex Unione Sovietica la DPN cecoslovacca e la crisi che essa innescd nei militari sovietici, polacchi, ungheresi, tedesco-orientali che parteciparono all’ invasione della Cecoslovacchia nel 1968 che sperimentarono l’impatto con la resistenza nonviolenta del popolo cecoslovacco. Penso spesso che quei soldati ed ufficiali, rientrati nei loro paesi, abbiano portato 1a i germi di riflessione seminati in loro dall’atteggiamento di quel popolo, che aveva dimostrato non di odiarli e di voleme la eliminazione fisica, bensi di considerarli uomini dotati di ragione e capaci di dialogo. Vortei ricordare ancora altri casi di DPN. Anzitutto I’Argentina, dove il superamento della stagione della dittatura militare ebbe certamente tra le sue componenti azioni nonvio- lente del tipo di quella delle madri di Plaza de Mayo, tenaci ¢ irriducibili nella fedelta al dolente appuntamento periodico sulla piazza, col quale silenziosamente chiedevano conto alla dittatura della sorte dei loro cari, misteriosamente “desaparecidos”, e, all’ ordine della polizia di “circolare”, si mettevano a camminare in circolo ai bordi della piazza inalberando i nomi e le fotografie dei loro cari scomparsi. ’ ‘ Non dico che I’Argentina abbia risolto i suoi enormi problemi né che il problema dei “desaparecidos” abbia trovato soluzione; dico soltanto che l’azione delle “madri” fu un esempio di azione nonviolenta di grande incisivita e di risonanza internazionale, e che non fu priva di risultati politici positivi in ordine alla caduta della dittatura militare. Ancora in America Latina furono emblematiche le strategie nonviolente che il popolo cileno adottd durante la dittatura militare di Pinochet e che contribuirono a creare le premesse per la caduta del dittatore e per il ristabilimento della democrazia. ‘Vanno ricordate altresi le Filippine, dove, nel 1986, la compatta disobbedienza di tutto il popolo e da resistenza nonviolenta costrinsero alla fuga un dittatore come Marcos, tutt’ altro che mite e disarmato, tutt’altro che rassegnato ad andarsene, ben deciso asfruttare 7 A. Venait fino in fondo il potere a cui era abbarbicato da anni. Mi si potra obiettare che nelle Filippine giocarono molti fattori, anche di natura internazionale; ed & vero. Ma non si potra negare che la ferma disobbedienza civile praticata in massa dai filippini, e le centinaia di migliaia di persone che si interposero tra i carri armati di Marcos e gli insorti, impedendo al dittatore di fare una strage e di prevaricare sulla volonta del popolo, diedero vita ad un episodio di difesa popolare nonviolenta che ebbe un peso decisivo nella soluzione felice della vicenda (@ chiaro che in tale valutazione non pud entrare il modo con cui i risultati positivi vennero gestiti successivamente). Infine, risalendo un po’ indietro (ma neppur tanto), vorrei ricordare la lotta nonviolenta che i negri americani condussero, con indubbia efficacia, contro le discriminazioni razziali della legislazione degli USA, sotto la guida di Martin Luther King. Una lotta che si avvalse di boicottaggi, di scioperi, di obiezioni di céscienza, rifiutando ogni forma di violenza conseguendo risultati politici tutt’altro che trascurabili. Cosi come risultati politici ha ottenuto in Sudafrica l'azione nonviolenta condotta contro I"“apartheid” da personalit& significative come Luthuli, Tutu, Biko, Mandela. Gli esempi che ho elencato fin qui sono, certo, eterogenei, perché riguardano ora i rapporti tra gli Stati, ora il rapporto tra icittadini eun governo dittatoriale, ora il rapporto trai cittadini ¢ le leggi di uno Stato non dittatoriale. Ma essi, pur nella loro eterogeneita, mettono in evidenza elementi comuni che connotano la difesa nonviolenta ¢ che sono stati utilizzati per elaborare una filosofia della difesa popolare nonviolenta. 4, La “filosofia” della difesa popolare nonviolenta ED ALLORA DA QUEGLI ESEMPI CONCRETI risaliamo a delineare alcuni principi. La filosofia della difesa popolare nonviolenta parte da questa constatazione: |’attuale sviluppo della tecnologia bellica, centrata sulle armi nucleari a lungo raggio, fa si che la difesa tradizionale, basata sulla intangibilita dei confini territoriali, sia oggi completamen- te superata; i confini territoriali non sono pitt difendibili, Inoltre le guerre succedutesi in questo secolo hanno dimostrato I’esistenza di un progressivo coinvolgimento delle popo- lazioni civili nel conflitto: mentre nella prima guerra mondiale i morti furono militari per i] 95% e civili per il 5%, nella seconda guerra mondiale furono militari per il 52% e civili per il 48%, e nella guerra di Corea furono militari per il 16% e civili per 184%. In una eventuale terza guerra mondiale & indubitabile che le popolazioni civili sarebbero coin- volte in uno sterminio senza precedenti. . Ma non occorre ipotizzare una terza guerra mondiale per disegnare uno scenario di quel tipo. Abbiamo sotto gli occhi la guerra in Bosnia: pur tenendo conto delle sue peculiarita di guerra interetnica, costituisce un tragico ed eloquente esempio di come una guerra, anche se condotta con armi convenzionali, coinvolga oggi, in modo profondo ¢ spietato, le popolazioni civili, proprio nelle fasce piit deboli e pitt bisognose di protezione. Dungue, la tradizionale funzione degli eserciti (tutelare I’integrita dei confini; difendere la popolazigne) é oggi decisamente frustrata. D'altronde I’ incidente di Chernobyl ci ha fatto toceare con mano quale sarebbe Ja-realtt di una eventuale guerra nucleare: la nube sprigidhatasi da Chernobyl ha generato una morte invisibile che ha ignorato i confini ei 8 _blocctfi, ha coinvolto in modo totale le popolazioni civili a tutti i livelli (dai neonati, anzi DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA dai concepiti, agli anziani; dai sani ai malati; dagli uomini alle donne), ha imposto modelli nuovi di difesa sociale, dimostrando l’inutiliti, in una simile congiuntura, di armi e di eserciti. E, sia detto per inciso, I'Italia ha dimostrato, in quella congiuntura, la propria totale impreparazione a un’adeguata difesa, poiché gli ordini e i contrordini che si succedettero in quel frangente circa i modi di difendersi dai rischi della contaminazione nucleare crearono disorientamento e confusione. Si delineano allora due contraddizioni di fondo: 1) ’esercito & destinato a difendere un territorio indifendibile; 2) lesercito 2 destinato a difendere una popolazione che in ogni caso si trovera coinvolta e indifesa. Tralascio ogni discorso sulle conseguenze che da tale situazione derivano in ordine alla delegittimazione della guerra, di ogni guerra, anche di quella che un tempo venivachiamata “guerra giusta” (ma mi si lasci dire, a proposito della “elasticit’” del termine “giusta”, che gia Erasmo da Rotterdam diceva ironicamente che guerra giusta “e qualsiasi guerra che qualsiasi principe abbia indetto in qualunque modo e contro chiunque”) (4). Qui il mio intento 2 essenzialmente quello di far rilevare come il superamento di quelle contraddizioni possa realizzarsi soltanto attraverso lo sviluppo di un tipo di difesa che punti sulle capacita reattive della popolazione e che sia finalizzato a tutelare non tanto il territorio come tale, quanto piuttosto la funzionalita delle istituzioni sociali. Questo tipo di difesa viene comunemente chiamato difesa popolare nonviolenta (DPN), © difesa non armata, 0 difesa civile, o difesa sociale; i tedeschi usano il termine “soziale Verteidigung”; gli anglosassoni il termine “civilian defense” (gli specialisti fanno sottili distinzioni di significati tra queste espressioni, ma qui ci interessa il problema di fondo). La prospettiva di tale tipo di difesa presenta alcuni risvolti significativi. Anzitutto, mette in primo piano il popolo, evitando che la difesa si riduca ad una questione di delega ai miilitari; e in cid vi é una importante componente di responsabilizzazione e di democratiz~ zazione, poiché in tal modo la difesa viene acoinvolgere realmente tutti icittadini, comprese Je donne € compresi tutti coloro che non hanno obblighi militari. In secondo luogo, restituisce agli Stati meno potenti 'autonomia di gestione della difesa, autonomia forte- mente mortificata (ed anzi, esclusa) dal sistema che afferma I’assoluta superiorit& di alcune potenze maggiori, le quali monopolizzano le strategie ed espropriano del potere decisionale gli Stati minori, arrogandosi un potere pressoché esclusivo di decisione in materia di difesa militare. 5. fondamento della strategia dellanonviolenza ILFONDAMENTO DELLA STRATEGIA DELLA NONVIOLENZA sta in questo principio: invadere un territorio @ relativamente facile (Italia, ad esempio, ha conosciuto l’invasione in entrambe le guerre mondiali, sia pure in condizioni storiche molto diverse I’una dall’ altra); difficile, invece, & tenere il territorio invaso, cio& mantenere l’occupazione e trame vantaggio. Per mantenere I’ occupazione senza pagare costi proibitivi & necessario avere la collaborazione della popolazione dei territori occupati. Invero il controllo del territorio non & in funzione dell’intensita della repression poliziesca: présuppone, invece, un efficace controllo sociale. Se la gente attua forme di noncollaborazione e di disobbedienza civile (cioé impedisce il controllo sociale) A. Venaitt! 10 dovra frazionarsi in gruppi molto piccoli per controllare Ia situazione e per costringere alla collaborazione; ¢ quel frazionamento consentira ai resistenti di stabilire un dialogo col singolo occupante, cio’ di coinvolgere l’'avversario (@ una variante del classico principio “divide et impera”). Mentre la difesa armata é una difesa distruttivae centralizzata, la difesa nonviolenta & decentralizzata e non mira alla distruzione dell’ avversario. Questo non mirare alla distruzione dell’avversario ¢ puntare invece sulle sue caratteri- stiche di uomo e sulla sua razionalitA costituisce una nota importantissima della cultura della nonviolenza. Va in direzione opposta a quella “de-umanizzazione del nemico” su cui ha sempre puntato Ja cultura di guerra: basti pensare alle teorie naziste del nemico come sotto-uomo, come “Untermensch”, o alla demonizzazione che il fascismo faceva delle democrazie anglosassoni (che Mussolini chiamava sprezzantemente “demoplutocrazie”). Si pensi, per contro, alla bellissima pagina di Emilio Lussu in Un anno sull’altipiano, nella quale I'ufficiale italiano scopre che nella trincea austriaca i “nemici” sono uomini come lui € conversano fraternamente e ricevono posta dai loro cari lontani (5). Non si tratta di sentimentalismi: si tratta di realta vere e profonde, che la cultura di guerra annebbia, nasconde, cerca di cancellare. 6. Le tecniche della difesa popolare nonviolenta QUALI SONO LE TECNICHE DELLA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA? Gene Sharp ne indivi- dua ¢ analiza tre tipi: 1) protesta nonviolenta e persuasione; 2) non-cooperazione (sociale, economica, politica); 3) intervento nonviolento (6). Nel primo tipo rientrano tutte le azioni simboliche che mirano ad esprimere disapprova- zione ¢ dissenso, al fine di porre l’avversario in condizioni di prenderne coscienza e al fine di avviaré un processo di persuasione: marce, cortei, digiuni, veglie, petizioni, discorsi pubblici, mozioni, forme varie di sensibilizzazione. Nel'secondo tipo rientrano tutte quelle tecniche attraverso le quali si sottrae all’ avversario ogni collaborazione. Trattasi della noncollaborazione sociale (sospensione di attivita socia- li, boicottaggi, dimissioni dalle cariche, ecc.), della noncollaborazione economica (scioperi, boicottaggi economici, rifiuto di acquistare e consumare particolari prodotti, rifiuto di pagare tasse 0 canoni, ritiro di depositi bancari, ec.) e della noncollaborazione politica (rifiuto di accettare dirigenti imposti, rifiuto di riconoscere una autorita, boicottaggio delle elezioni, boicottaggio degli impieghi, disobbedienza civile a leggi ingiuste, inefficienza intenzionale, ecc.). ‘ ‘ Nel terzo tipo rientrano le azioni con le quali la collettivita del territorio occupato prende T'iniziativa, ponendo in essere comportamenti collettivi di segno attivo, come occupazioni, sit-in, blocchi stradali o ferroviari, mercati alternativi, sistemi alternativi di comunicazione 0 di trasporto, formazione di governi paralleli, sabotaggi, ecc.. Tutto cid da vita ad un processo che Sharp qualifica come pid complesso di una campagna militare convenzionale e persino di una strategia di guerriglia. Alle tecnithe testé elencate, praticabili da uno dei contendenti nei confronti dell’ altro, vanno aggiunte le tecniche nonviolente praticabili da terzi che siano estranei alla contesa (ONU, popoli vicini, Stati terzi, movimenti per la pace, ec.) Si tratta di azioni dette di DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA “interposizione nonviolenta”, consistenti nell’interporsi senz’armi tra i due contendenti, cercando di promuovere il dialogo ¢ la soluzione negoziata del conflitto (7). Alla interposizione nonviolenta sono riconducibili le attivita di cosiddetta diplomazia popolare. Un esempio tipico @ quello dell’attivita svolta dalla Comunita romana di S. Egidio, la quale, godendo della fiducia di entrambe le fazioni che si combattevano in Mozambico, svolse una lunga, paziente ed efficace azione diplomatica che portd entrambe le parti ad accordi di pace (8). Ma altri esempi, sia pure meno fortunati, si potrebbero citare: da quello dei “Beat i costruttori di pace” in Bosnia e in Rwanda-Burundi (9) a quello della Comunita del Sacro Cuore di Arezzo in relazione alla guerra tra Russia e Cecenia (10). 7. La difesa popolare nonviolenta come metodo politico Se & VERO CHE LA NONVIOLENZA ha profonde radici morali e religiose (in particolare, radici cristiane), @ anche vero che per condividere la strategia della difesa popolare nonviolenta non @ necessario essere cristiani o comunque essere religiosi. Se il pid alto insegnamento di Cristo & l’amore per i nemici e se tale amore costituisce, per il cristiano, il cuore della nonviolenza, cid non significa che per essere nonviolenti si debbano amare i nemici. Certo, l’amore del nemico é la forma pit perfetta di nonviolenza; ma ci pud essere noriviolenza anche senza l'amore del nemico. Gia Gandhi aveva detto: “Per me la nonviolenza @ un credo... ma io non I’ho mai presentata come un credo... L’ho presentata come un metodo politico destinato a risolvere problemi politici”. Gene Sharp ha posto in evidenza come la difesa nonviolenta sia una strategia alternativa, realistica e condivisibile da tutti. Che sia realistica, molti lo negano: come ho detto all’inizio, la reazione pit frequente di fronte al discorso della nonviolenza @ una reazione di insofferenza e di irrisione. Eppure, chi rifiuta in partenza tale discorso trascura, mi pare, una considerazione molto realistica: Vesperienza insegna che “violenza chiama violenza”. La storia documenta che ogni violenza innesca una spirale che tende a svilupparsi all’ infinito ¢ nel cui quadro anche la violenza difensiva gioca come elemento causale di ulteriori e pid gravi violenze. La spirale si ferma solo quando la violenza dell’uno raggiunge livelli cosi alti da non poter essere superati dalla violenza dell’altro: ma @ chiaro chie un simile punto d’arrivo non é affatto legato alla giustizia; & solo legato al possesso della forza; vince chi ha la maggior capacit4 di violenza. Una soluzione di tal genere costituisce il trionfo dell’ irrazionalita e pud generare le pid gravi ingiustizie. Anche I’ esperienza pid recente (sia sa quella della guerra in Bosnia o nel Rwanda e Burundi, sia essa quella dei vari tipi di terrorismo internazionale) conferma che “violenza chiama violenza”. Dunque, Gene Sharp non ha torto: il discorso della difesa nonviolenta é, nonostante tutto, un discorso realistico. E Sharp ha altresi sostenuto che la nonviolenza @ valutabile positi- vamente anche a prescindere dal suo fondamento morale ¢ religioso. In un certo senso, Sharp ha fatto nei confronti della nonviolenza un discorso analogo a quello che Machiavelli ha fatto nei confronti della violenza: un discorso realistico, politico, metodologico; un discorso di efficacia, di utilita pratica, condotto studiando quella che Machiavelli chiamava “a realta effettuale”. Pudssembrare strano questo accostamento Sharp - Machiavelli; pud sembrare addirittura 11 A. Vendit 12 paradossale; e pud anche dare fastidio, perché lo spietato realismo di Machiavelli pud apparire poco consono al discorso della nonviolenza. Ma I’accostamento @ utile nella misura in cui & provocatorio, cio8 nella misura in cut mette in evidenza la “scientificita” del discorso di Sharp, il quale utilizza elementi propri della strategia militare e si rif& addirittura ai teorici sommi di quella strategia: per esempio, avon Clausewitz e a Napoleone. Infatti, tanto la guerra con le armi quanto la difesa popolare nonviolenta riguardano un conflitto: un conflitto che nel primo caso si sviluppa secondo lo schema simmetrico della guerra, cio’ dello scontro armato tra due contendenti armati, e nel secondo caso si sviluppa secondo lo schema asimmetrico di uno scontro tra un contendente armato e un contendente non armato. La fondamentale caratteristica di “conflitto” fa si che talune connotazioni siano comuni, anche se si inseriscono in un diverso modo di confrontarsi tra i due contendenti. Per esempio, il principio del mantenere I’iniziativa, quello dell’attacco indiretto (non attaccare frontal- mente, ma aggirare; non fare mai cid che l'avversario vorrebbe che si facesse: 2, appunto, una massima di Napoleone), il valore della “disciplina” e della “morale”, la valutaziqne realistica delle forze a disposizione, ecc.. E’ chiaro che il parallelismo pud spingersi solo fino a un certo punto, perché la natura dell’azione nonviolenta non consente a quest’ ultima di far proprie tutte le caratteristiche dell’azione militare: ci sono, ovviamente, delle incompatibilita assolutamente irriducibili. Ma, ripeto, & interessante mettere in evidenza la scientificitd del discorso sulla difesa nonviolenta. 8. Le cinque regole fondamentali della difesa popolare nonviolenta Quez piscorso HA ENUCLEATO CINQUE REGOLE FONDAMENTALI, formulate da Ebert come segue: . 1) Non farti intimidire, senza peraltro collaborare con I’avversario. 2) Non lasciarti usare contro i tuoi concittadini, ma sii solidale con essi. 3) Non attendere la prossima mossa dell’avversario, ma tieni tu stesso I’iniziativa, cercando il confronto per mezzo di azioni nonviolente “controffensive”. 4) Non considerare gli avversari come un blocco compatto, ma porta la resistenza nelle loro file mediante la fraternizzazione. 5) Non puntare alla umiliazione e punizione dell’ avversario, ma permettigli di salvare la faccia offrigli una via d’uscita. Tutto cid mette in evidenza due cose, che @ dpportuno rilevare. Anzitutto: la nonviolenza non @ inerzia, non 2 rassegnazione all’ingiustizia, non & non-difesa. E’, invece, azione: nonviolenta, ma azione. E’ un modo diverso di difendersi. Invece di restituire all’ avversario colpo su colpo, reagisce con un tipo diverso di compor- tamento. L’awversario si attenderebbe una reazione violenta, ¢ spesso la spererebbe, al fine di poter giustificare la propria violenza e al fine di legittimare inasprimenti della stessa. Invece vede deluse le proprie previsioni e resta, in un certo senso, spiazzato, poiché gli vengono tolti pretesti per ulteriori violenze. C’é chi ha richiamato, per analogia, la tattica difensiva del Jju-jutsu 0 del ju-do, in cui chi si difende non si pone sullo stesso piano dell’aggressore, ma DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA cerca invece di uscire dalla linea d’azione di lui, provocandone lo sbilanciamento. Oppone alla ottusita della violenza la dinamica dell’ intelligenza, del coraggio, della creativita. Coraggio: & una parola che ci introduce al secondo rilievo. Chi parla di nonviolenza 2 spesso guardato come un alfiere della vilta e della rinuncia. Il coraggio, infatti, é sempre stato ravvisato nello sprezzo del pericolo con cui il soldato-eroe sfida la morte ¢ riesce ad uccidere il nemico, B’ uno stereotipo che va ridimensionato, poiché la difesa nonviolenta esige una fortissima dose di coraggio e di autocontrollo. Anch’essa sfida la morte e altri rischi personali gravissimi, come la perdita del posto di lavoro, il carcere, il confino, la deportazione. Il coraggio e I’autocontrollo dei nonviolenti hanno spesso innescato un Processo attraverso il quale da un lato l’opinione pubblica internazionale é stata portata a solidarizzare con i nonviolenti e dall’altro lato l’aggressore ha preso coscienza dell stizia del proprio comportamento e della perdita di credibilita di fronte agli altri, ed @ stato spintoa solidarizzare con l'aggredito (ricordo l’esempio dei soldati sovietici, che invadendo Ja Cecoslovacchia nel 1968, entravano in crisi di fronte all’azione nonviolenta del popolo cecoslovacco). 9. Difesa non armata e Costituzione italiana TurTo IL DISCORSO FATTO FIN QUI URTA, a questo punto, contro un problema assai pi grave di diritto positivo. Ci si domanda, infatti, se la prospettiva di una DPN sia compatibile con I’art. 52 Costituzione, il quale prevede la difesa della patria come sacro dovere del cittadino ed impone il servizio militare come “obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge”. Da questo interrogativo prendono I’avvio critiche tendenti a dimostrare che la DPN (e, con essa; anche l’obiezione di coscienza al servizio militare) non @ compatibile con la Costituzione e che pertanto un discorso diretto a prospettare una difesa popolare non armata @ un discorso insostenibile. Quelle critiche trascurano, tuttavia, di considerare che la Corte costituzionale ha gia dato risposta esauriente all’interrogativo predetto con la sentenza 24 maggio 1985 n.164. Con tale sentenza la Corte ha negato che la legge 15 dicembre 1972 n.772 relativa al riconosci- mento dell’ obiezione di coscienza al servizio militare contrasti con |’art.52 Costituzione, cid ha fatto introducendo una fondamentale distinzione tra difesa armata e difesa non armata. I ragionamento seguito dalla Corte costituzionale & sostanzialmente questo. Il dovere di difesa della patria previsto dal primo comma dell’art. 52 @ pid ampio dell’ obbligo del servizio militare; quindi I’ obbligo del servizio militare non esaurisce il dovere di difesa, il quale lo trascende ¢ lo supera. Infatti il dovere di difesa riguarda tutti i cittadini (comprese le donne, che sono cittadini a pieno titolo), mentre !’obbligo del servizio militare riguarda soltanto una limitata fascia di cittadini (cittadini maschi, aventi una determinata eta, aventi determinate attitudini e non rientranti nelle ipotesi legali di dispensa). II servizio militare & un modo (atmato) di difendere la patria; ma il dovere di difesa pud essere adempiuto anche attraverso la “‘prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato”; il servizjo civile degli obiettori di coscienza ha dunque un suo spazio costituzionale, poiché 13 R. Venditti 14 realizza una prestazione personale riconducibile anch’essa al concetto di difesa della patria ay. Questa impostazione @ sulla linea di quanto abbiamo detto. Distingue tra difesa armata e difesa non armata. Si sgancia dall’ idea tradizionale ed esclusiva della difesa come tutela armata dei confini del territorio nazionale. Afferma che la Costituzione ammette, accanto alla difesa armata (delegata ai militari attraverso l’'adempimento del servizio militare nella struttura delle forze armate), una difesa non armata, che é esercitabile da tutto il popolo attraverso comportamenti di impegno sociale non armato. La difesa popolare nonviolenta entra, cosi, di pieno diritto nell’ ordinamento giuridico italiano e non pud essere considerata con sufficienza ed ironia. Va studiata con serieta ed impegno. Discuterne significa sviluppare le potenzialita insite nel discorso della Corte costituzio- nale: un discorso che non @ avulso dalla realta italiana, perché in Italia - come ho gia ricordato - la difesa popolare nonviolenta é gia stata praticata, anche senza avere quel nome, anche senza una precisa consapevolezza, anche senza una specifica preparazione della popolazione a tale tipo di difesa. Quelle potenzialiti sono gia state, in parte, sviluppate dalla Corte costituzionale stessa in sentenze successive. Con sentenza 24 aprile 1986 n.113 la Corte ha stabilito che I'obiettore in servizio civile non pud essere considerato “appartenente alle forze armate” perché |’ammissione al servizio civile gli fa perdere quella appartenenza: ne ha ricavato la conseguenza che I’obiettore in servizio civile non pud essere assoggettato alla giurisdizione dei tribunali militari, dato che l'art. 103, 3° comma Costituzione limita quella giurisdizione ai reati militari commessi da appartenenti alle forze armate. Ma la sentenza @ importante anche perché ribadisce I’estraneita dell’ obiettore rispetto alle forze armate e quindi la effettiva esistenza, nel nostro ordinamento, di uno spazio occupato dalla difesa non armata. . Successivamente con la sentenza 19 luglio 1989 n.470 la Corte ha dichiarato la illegit- timit costituzionale della norma che imponeva all’ obiettore di prestare un servizio civile pit lungo di otto mesi rispetto al servizio militare: tale equiparazione sul piano quantitativo 8 un segno ulteriore di una equipollenza, sul piano concettuale e sul piano giuridico, tra difesa armata e difesa non armata. Nella stessa direzione si muovono -de jure condendo- le proposte di riforma della legge 772. Dire “proposte” & dire troppo poco, perché in realta le proposte sono via via diventate, pid d'una volta, testi approvati da un ramo o addirittura dai due rami del Parlamento (quest’ultima ipotesi si verificd nel 1991-92, quando il Presidente Cossiga si rifiutd di promulgare la legge di riforma, gid approvata da entrambe le Camere ela rinvid alle Camere stesse; l’'approvazione da parte della sola Camera si verificd nel settembre 1993; I’ appro- vazione da parte del solo Senato si verificd nel marzo 1995). Tali proposte “qualificate” vanno verso I’affermazione dell’ obiezione di coscienza come diritto soggettivo del cittadi- no; attuano in gran parte le Risoluzioni del Parlamento europeo e della Commissione diritti umani dell’ONU emesse in tema di obiezione di coscienza al servizio militare; sganciano la gestione del servizio civile dal Ministero della difesa e la attribuiscono ad un altro organo amministrativo che dia maggiori garanzie di obiettivita e di efficienza. Ora, tra le compe- tenze di quest*ultimo organo @ prevista quella di “predisporre, di concerto con il Diparti- mento ver il dbordinamento della protezione civile. forme di ricerca e di sperimentazione DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA di difesa civile non armata e non violenta” (art.8 del testo approvato dal Senato il 22 marzo 1995). Anche quest ultimo testo non é diventato legge perché lo scioglimento delle Camere, avvenuto nel febbraio 1996, ha impedito la discussione davanti alla Camera, e pertanto Viter legislativo dovra ricominciare daccapo nella XIII legislatura (12). 10. Coesistenza di difesa armata e di difesa non armata. Il tansarmo D’acTRA PARTE, IL DISCORSO SULLA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA non @ radicalmente incompatibile con Ja coesistenza di una difesa armata e di una difesa non armata. Se é vero che c’é chi sostiene il disarmo unilaterale immediato e l’immediato passaggio alla difesa popolare nonviolenta, @ anche vero che c’é chi ritiene e teorizza l’opportunita di un graduale passaggio dalla difesa armata alla difesa non armata, cio del cosiddetto transar- mamento o transarmo. Su questo gli studi di Crepstad e di Galtung sono esemplari e costituiscono una pista di riflessione utilissima, che va segnalata a chiunque voglia approfondire questa tematica (13). Il transarmo si pone nella prospettiva - a mio avviso fondata, anche se comportante tempi lunghi, anzi lunghissimi - che 'umanitd possa maturare verso una abolizione degli eserciti nazionali e verso la costituzione di una autorita e di una forza sovranazionale, secondo un processo che gid ha trovato attuazione, sia pur su scala diversa, nella storia passata. Penso al graduale passaggio, in Italia, da un polverio di staterelli in perenne guerra tra loro (Perugia contro Assisi, Firenze contro Pisa, Bologna contro Modena, Padova contro Venezia, Ivrea contro Vercelli, ecc.) allo Stato nazionale, in cui i conflitti di interessi fra cittd e fra regioni vengono mediati e risolti con strumenti diversi da quello della guerra. Tuttavia é anche ipotizzabile un regime di stabile coesistenza tra difesa armata e difesa non armata. E’ il regime che oggi l’ordinamento giuridico italiano prevede e che @ stato posto in evidenza dalla sentenza n.164 / 85 della Corte costituzionale. . 11. Forza e debolezza della difesa popolare nonviolenta LA FORZA DELLA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA sta ne] messaggio dissuasivo che essa é in grado di comunicare. Normalmente si 2 abituati a identificare la dissuasione con la minaccia di rappresaglie militari. Inveée la capacitA di esercitare rappresaglie militari non @ che una forma di dissuasione; oltre alle rappresaglie militari esistono altre forme di dissuasione: tutto cid che consente di far comprendere ad un potenziale aggressore che “il gioco non vale la candela” contribuisce a rafforzare la dissuasione. La difesa popolare nonviolenta é una di quelle forme alternative: essa prospetta dei costi cosi alti rispetto ai vantaggi, da indurre l’avversario a desistere. Certo, @ facile obiettare che I’eventuale messa in opera della difesa popolare nonviolenta presuppone che l’occupazione militare del paese sia gid iniziata; e cid potrebbe indurre a concludere che la difesa popolare nonviolenta non @ idonea ad esercitare una efficace dissuasione. Ha detto un ufficiale francese, Michel Berger: “E’ un curioso modo di 15 R. Venait 16 difendersi quello di attendere che l’invasore sia diventato occupante”. E non nego che Vobiezione sorga assai spontanea e abbia una sua immediata evidenza. . Ma il discorso va spostato pid indietro, e riguarda la effettiva Preparazione e organizza- zione della difesa popolare nonviolenta: quando uno Stato terzo sapesse per certo che lanciarsi nell’avventura di una invasione comporterebbe per sé inconvenienti pid che vantaggi (cioé sarebbe contrario ai propri interessi), diventerebbe estremamente cauto nel valutare ’impresa, eventualmente fino al punto di rinunciare al progetto. Certo, si gioca sulle ipotesi. Ma anche la dissuasione militare (e in particolare quella nucleare) gioca su mere ipotesi: ¢ vi gioca ben pitt drammaticamente, perché il rischio @ quello di stragi immense e addirittura del!’ olocausto nucleare. C’, perd, una fondamentale differenza a favore della difesa popolare nonviolenta. Se la dissuasione nucleare fallisce, i mezzi della dissuasione non PoOssono essere utilizzati come mezzi di difesa, poiché una aggressione nucleare esclude la possibilité di una difesa nucleare; il primo colpo @ fatale; ¢ la risposta non @ pid “difesa”; tutt’al pit pud essere una rappresaglia, che non difende ormai pitt nulla, ma che, anzi, aggrava la situazione, poiché ~ come ben sappiamo - la morte nucleare non ha confini territoriali. Invece nella dissuasione civile nonviolenta, qualora la dissuasione fallisca, i mezzi che verranno usati per la difesa saranno quelli usati per la dissuasione e non perderanno la loro efficacia difensiva; pertanto Vavversario non ha alcuna ragione di dubitare che i mezzi preparati verranno effettivamente posti in azione. Si potrebbe ancora obiettare che tutto cid presuppone una capacita razionale nell’avver- sario, cio una capacita di riflettere e di valutare correttamente il rapporto tra rischi vantaggi. Ma l’obiezione varrebbe anche per la dissuasione militare. Qualsiasi tipo di dissuasione punta sulla capacita dell’avversario di ragionare: una dissuasione, per essere efficace, deve basarsi su una minaccia che sia non soltanto credibile, ma anche creduta. Non @ possibile nessuna dissuasione, né nucleare né di altro tipo, nei confronti di un avversario che disprezzi qualsiasi criterio razionale nel decidere la sua politica. Ma, al di la di queste superabili obiezioni, 2 innegabile che la teoria della difesa popolare nonviolenta ha i suoi punti deboli, di fronte ai quali & difficile dare una risposta soddisfa- cente. Di fronte all’aggressore che, invaso il tuo territorio, entra in casa tua, fa man bassa delle tue cose, violenta le donne, uccide i bambini, che senso ha parlare di difesa nonvio- lenta? Non sarebbe stato meglio schierare un potente esercito che evitasse tale congiuntura tespingendo I’aggressore e dandogli quel che si meritava? Tutte le teorie hanno dei punti deboli. Queste debolezze derivano dalla complessita delle situazioni, i cui molteplici profili non riescono mai a trovare piena e totale sistemazione negli schemi logici delle teorie stesse. Anche Gandhi, il nonviolento per eccellenza, diceva che, di fronte ad un bambino aggredito, probabilmente avrebbe fatto ricorso alla violenza per difendere l’innocente, qualora non avesse avuto a disposizione altri mezzi efficaci (14). Non dimentichiamo, perd, i punti deboli della logica militare: non dimentichiamo che il tischio dello sterminio nucleare, insito nella teoria della deterrenza e originabile anche solo da un errore di uomini o di computer o da un incidente alla Chernobyl, @ un rischio pid atroce ed incombénte del pur gravissimo rischio della situazione limite menzionata da Gandhi. Il potenziale nucleare accumulato nelle testate atomiche dei missili oggi tale da equivalere alla forza distruttiva di quattro tonnellate di tritolo per ogni abitante della terra (comprese le donne ei bambini). Ouesto vuol dire. in concreto. che ciascuno di noj a ceduto. DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA su quattro tonnellate di tritolo, la cui esplosione dipende dalla decisione di poteri lontani e senza volto, o magari dal verificarsi di un errore. Meditare su questo mette in evidenza la dissennatezza della politica francese che, nel 1995-96, ha ripreso gli esperimenti nucleari, rispolverando il mito della force de frappe e rilanciando la corsa agli armamenti nucleari. Enon si dimentichi, poi, che proprio la logica militare non riusci ad impedire che I'Italia sperimentasse duramente - come ho gid ricordato - la presenza, in entrambe le guerre mondiali, di truppe di occupazione sul proprio territorio, con tutto il corteggio di violenze di sopraffazioni che essa comportd. 12, Difesa popolare nonviolenta ed educazione Quanto DETTO FIN QUI MI PARE CHE DIMOSTRI come la preparazione della difesa popolare nonviolenta richieda un lungo lavoro educativo, assai pid impegnativo del lavoro di addestramento all’ uso delle armi mediante il servizio militare. La difesa popolare nonviolenta pud essere tanto pid efficace quanto pid & preparata attraverso una educazione alla solidarieta, al coraggio, alla resistenza, al senso della collettivita nazionale. I casi storici di difesa popolare nonviolenta sono stati, per la maggior parte, episodi improvvisati. Avrebbero potuto avere tanto maggiore efficacia se fossero stati preceduti da una preparazione remota allo spirito e alle tecniche della nonviolenza, se avessero avuto radici popolari pid solide e pit profonde. In fondo, l’esempio pid classico, quello dell’India, é un esempio di preparazione lunga, paziente, accurata, ricca di carica ideale; ed & esempio di lotta coronata dal sucesso. Sullo stesso piano si pone l’esempio dell’Est europeo nel 1989: un analogo, pazientissimo lavoro di decenni, che ha dato frutti insperati a distanza di molto tempo. La preparazione remota é essenziale, sia ad una cultura di guerra che ad una cultura di pace. II fascismo aveva introdotto nelle scuole la “cultura militare”; e gia prima del fascismo la storia era sempre stata insegnata come una successione di guerre, di conquiste, di sconfitte, cui si alternava, ogni tanto, una pace (pace di Augusta, pace di Westfalia, pace di Versailles) che caratterizzava periodi scialbi e scarsamente significativi. Cid creava inevi- tabilmente una mentalita, una cultura. Il regime democratico ha istituito nelle scuole medie I’educazione civica: e questo é un modo per sottolineare 'importanza, nella crescita di una persona, dell’ educazione al rispetto degli altri e alla civile convivenza (ma, ahimé, quanto poco é recepita quell’esigenza, visto che I’ educazione civicaé spesso trascurata quasi interamente e viene quasi sempre confinata nel ruolo di cenerentola delle materie scdlastiche!). Occorrerebbe studiare forme adeguate (ben al di 1a dell’insegnamento scolastico) per T’educazione della collettivita al senso della solidariet&, dell’altruismo, del “servizio”, perché lo spirito di solidarieta é essenziale alla difesa nonviolenta, la quale esige una forte compattezza popolare (cfr. la regola n. 2 del paragrafo 8). In cid lo Stato avrebbe molto da imparare da gruppi, da associazioni, da enti privati che si occupano di formazione ed educazione giovanile 0 che gestiscono settori vari di volontariato sociale: infatti il settore del cosiddetto “privato-sociale” gia da tempo coltiva l’educazione alla solidarieta ¢ al servizig con esiti fortemente positivi; la fioritura del volontariato in questi anni documenta quali grandi riserve di generosita e di impegno esistano nella collettivita nazionale. Ma lo 17 R. Venditti 18 Stato italiano sembra incapace di educare a quei valori: il clima in cui esso vive &, molto spesso, di corruzione, di idolatria del denaro e del profitto, di prevalenza delle spinte corporative sul bene comune della collettivita. Lo Stato vanta il valore educativo del servizio militare: ma sovente l’esperienza dei ragazzi di leva pone capo all’apprendimento di in’“etica dell’ arrangiarsi”, cioé di un’etica atomistica e individualistica che & l’opposto della solidarieta; e gli amari frutti di demotivazione e di rifiuto che la vita delle caserme Porta, ogni tanto, in primo piano sono sotto gli occhi di tutti (15). Occorre dunque, veramente, un grande sforzo di tutte le agenzie educative per individuare strade nuove di educazione alla solidarieta. 13, Verso una cultura della nonviolenza ALLA LUCE Di QUANTO HO DETTO FIN QUI, RISULTA - mi pare - assai importante che Pargomento della difesa popolare nonviolenta venga conosciuto e dibattuto. Perché le potenzialita insite nell’ ordinamento possano diventare opinione publica, cultura, occor- rono informazione e dibattito. Se da un lato ho ricordato che la difesa popolare nonviolenta presuppone un lungo lavoro educativo, dall’altro lato devo dire che gia solo parlare di difesa popolare, nonviolenta significa educare, cio® porre problematiche nuove e far maturare una cultura nuova, vale a dire una cultura di pace. . La cultura di guerra non ha fatto fare passi avanti alla storia dell’ uomo, se non dal punto di vita tecnologico. Oggi si discute di quanti e ditestate, anziché di quantita di frecce e di lance; ma sul piano della crescita in umanit& nulla @ mutato; la dimensione @ la stessa: quella del confronto sulla base della forza (chi ha pid armi prevale, indipendente- mente dal fatto che abbia ragione o torto). La tragica esperienza della ex Jugoslaviaé, sotto tale profilo, emblematica: e, se ha posto molti gravi problemi alla comunita internazionale, ha anche stimolato in molti europe’ la ricerca sul come affrontare quel conflitto con modalit’ diverse da quelle della violenza ed ha proposto al mondo un nuovo esempio di difesa Popolare nonviolenta: quello della resistenza nonviolenta opposta dagli albanesi del Kos- sovo, guidati da Ibrahim Rugova, alle vessazioni della minoranza serba che detiene le leve del potere ¢ alla cui politica discriminatoria gli albanesi rispondono evitando lo scontro violento e creando istituzioni alternative (16). La imrazionalita della guerra oggi di una evidenza taleda imporre una svolta. Un sintomo di tale svolta & proprio I’interesse ¢ la ricerca verso forme nuove di difesa, di rapporto tra uomo e uomo, tra popolo € popolo. Bisogna trovare il modo di rompere il circolo vizioso della sfiducia e di instaurare un tipo nuovo di rapporti. Sotto questo aspetto sono convinto che gli obiettori di coscienza al servizio militare siano “punte di diamante” nel sensibilizzare alla DPN e che il maturare a livello europeo e planetario di una generazione di obiettori educati a questi valori ¢ a questo impegno, sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, capaci di capirsi e di intendersi sulla base di questo limpido dénominatore comune, costituisca i] germe di un’umanit&d nuova che cammina verso traguardi di affermazione dei diritti dell’ uomo e dei diritti dei popoli, ciot verso traguardi di convivenza nella pace. DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA, Note (1) Per una rapida sintesi della storia del pensiero nonviolento cff. VENDITT R., Ipotesi di difesa po- polare nonviolenta nelle ricerche recenti, in AANV., Pace e difesa, ed. Rezzara, Vicenza 1987, page. 55 esegg. (2) EBERT T., La difesa popolare nonviolenta, trad. it. Zangheri, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1994, pagg. 22 segg. (3) Bil recente cinquantenario della Liberazione ha dato impulso a tale riflessione. Possono consul- tarsi, fra gli altri: DRAGO A., Resistenza, difesa nonviolenta, difesa popolare, in AANV., Una strate- gia di pace: la difesa popolare nonviolenta, FuoriThema, Bologna, 1993, pagg. 81 ¢ segg.; AAVV., La lotta non armata nella resistenza, Ed. Centro Studi di Difesa civile, Roma, 1993. (4) ERASMO da ROTTERDAM, Adagia, Einaudi, Torino, pag. 255. (5) ussu E., Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 1966. (© Si veda la efficace sintesi che Matteo Socio presenta nella introduzione al primo volume di SHARP.G., Politica dell’azione nonviolenta. Potere e lotta, trad. it. di Benucci, Vignali ¢ Zangheri, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1985, pagg.30 e segg. Le singole forme di azione nonviolenta sono analizzate da Sharp nel secondo volume, uscito in traduzione italiana nel 1986 presso la stessa edi- tice. (7) Per alcuni interessanti e recenti esempi storici di interposizione nonviolenta pud vedersi L'ABA- TEA., Forze nonviolente di interposizione. Sono possibili interventi nonviolent efficaci nei confliti armati?, in AAV. Per un modello di difesa nonviolento, a cura di DRAGO A. ¢ di SOCIO M., Edito- ria Universitaria, Venezia, 1995, pagg. 173 ¢ segg, ‘Tra quegli esempi L’ Abate cita quello dei “Witness for Peace” in Nicaragua, dei “Volontari di pace in Medio Oriente” in Iraq, delle marce di pace organizzate dai “Beati i costruttori di pace” nella ex- Jugoslavia (a queste ultime due iniziative L’ Abate partecipd personalmente ed & quindi un prezioso testimone oculare). Sulle iniziative dei “Beati i costruttori di pace” in Bosnia vi @ un'ampia docu- mentazione visiva, prodotta da tale associazione per la regia di Massimo Marco Rossi ¢ di Enrico Venditti (video “Mir Sada”, “Cento a Sarajevo”, “II filo”, “Volti e voci di pace: Mir Sada testimo- nianze”, ecc.: per informazioni, tel.-fax 011/77.11.127) (8) RICCARDIA., L’esperienza della Comunita di S. Egidio nella mediazione dei conflitti in Mozam- bico e inAlgeria, relazione tenuta a Roma il 4.11.’95 al Convegno su “Peacekeeping e Peacebuil- ding: la difesa c la costruzione della pace con mezzi civili", i cui Atti sono in corso di pubblicazio- re. (9) Anche sull’esperienza in Rwanda-Burundi esiste una interessante documentazione visiva: i vi- deo “Tam-tam: il Burundi chiama ...” e “Rwanda-Burundi: fiamme sulle colline” prodotti dai “Bea- Costruttori di pace” (10) Su quest’ultima iniziativa pud vedersi VACCARIF., Un sogno, la pace. La Comunita del Sacro Cuore di Arezzo mediatrice tra Russia e Cecenia, in Il Regno- Attualita, 1996, n. 4, pagg. 124€ sege.. (11) Chi volesse approfondire questa analisi potra consultare: VENDITTIR., L’obiezione di coscienza al servizio militare, 29 ediz., Giuffie, Milano, 1994, page. 15 ¢ segg. (12) Sia sulle prospettive di riforma che sulle sentenze della Corte costituzionale potra vedersi: VEN- DITM, op. cit. , pagg. 102 segg. (13) CREPSTAD 5J., Disarmo, transarmamento e difesa non militare, in Il Regno-Documenti, 1978, pagg. 520. segg.; GALTUNG]J., Ci sono alternative ! Quattro strade per la sicurezza, trad. it. Pellino € Salio, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1986. (14) GANDHI M. K., Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di Pontara G., Einaudi, Torino, 1981, pagg. 22¢ 69. % (15) Anni fa un Ministro della difesa riconobbe lealmente che nelle caserme “ci sono situazioni di disagio e di frustrazione... e soprattutto c’@ un grande senso di wuoto... . Spesso i soldati non sanno cosa fare, che é la peggiore delle noie...” (SPADOLINI G., Questo esercito, specchio del Paese, in La Stampa, 19 giugno 1985, pag. 3). Per gli aspetti giuridico-sociali di questa problematica pud vedersi: VENDITTIR., I reati contro il ser- vizio militare e contro la disciplina militare, 4° ediz., Giuffré, Milano, 1995, page. 11 © segg. (16) Per una rapida ed efficace informazione sulla situazione del Kossovo pud vedersi: SALVOLDI v., Kossovo.Dove la nonviolenza é vita, Editrice Velar, Gorle (BG), 1994, ed altresi Di ROBILANT A., Combattono i Serbi senz’armi. Lo Stato-ombra degli Albanesi nel Kossovo, in AA. VV., Per un modello di difesa nonviolento, cit. pagg. 307 ¢ sege.. ‘Impressionante, a tal proposito, il video Kossovo tra guerra e nonviolenza, girato “sul campo”, ric- 0 di testimonianze dirette (tra cui quella di Ibrahim Rugova) e prodotto dai “Beat i costruttori di Pace” (per informazioni su tale video: tel.-fax 011/77.11.127).. 19 EDIZIONI EIRENE COLLANA “RICERCHE E DOCUMENTAZIONE”: #1, AAWY,, (Seri di L. Baggio, Centro Ricerche per la Difesa Popolare Nonviolenta, D, Novara, A. Zangheri), La difesa popolare nonviolenta fra utopia e mediatione politica Introduzione di S. Pziai 8.2, ROCCO ARTIFONL Gli Ebrei contro Hitler. Per uno studio della resistenca al nazismo 12.3, AVY, (S, Cattaneo, J Galtung, B. Jenkins, S, Piziali, G. Sharp) La nonviolenca nel Maggio Cinese. Pechino 1989 Introduzione di F. Manara 18 4, MARIANO CAROZZ1, Possibilia di comunicazione con lavversarioe sistem’ di diffusione delle nformazioni come base della Difesa Popolare Nonviolenta 18.5, FULVIOC. MANARA, Scritt vari sulla nonviolenza, I'obiezione di cosclenza e Ueducazione alla pace (oetatcicoiy 1.6, ANTONIO BRUNO, It missile ¢ il maestro: aspetto culturale della corsa agli armament. 1.7, GIUSEPPE DE LUTHS, !gladio della Repubblica: servici segretl e «guerra speciale» 2.8, WILHELMNOLTE, Civiliszazione delle struture di difesa. Un modelto per la Germania ‘Traduzione di S. Cattaneo, introduzione di C. Di Blasi ‘9, CLAUDIODIBLASL La Legge tradita. analisie commento sull'attuazione della normativa sul commercio delle armi (legge 185/90) 1 10, PANEEGUERRA, “Partie Partrd ..”(incorso di pubbicazione) 111, G. TUSSET, Etnie movimenti, organizzazion! non governative: nuovi soggetti della scena mondiale: oltre le divsiont ‘azionall. RDESTEFANI, La protezione delle minoranze nel dirt internazionale 1.12, A. MARESCOTTI, La telematica per la pace. Guida all'uso di Peacelink 9.13, A PREDA, Baia Serena 8. 14,6.BERTACCHL Noi e gli altr. Question nazionalie question di didattica della storia 1.15, M, ALBANESE, Introduzione al mondo religioso Indi , 1. 16. R, VENDITTI, La Difesa Popolare Nonviolenta: storia, teoria, exempi concretl. Aperture dell'ordinamento giuridico italiano NELLA COLLANA “QUADERNI”: 1.1, AAWV, La nonviolenza nel critianesimo, a cura di Franco Foglieni 8.2, AAW, Difesa¢ protezione civile, a cura di Stefano Cattaneo e Andrea Samuel Introduzione di Stefano Pizialt 1.3, ELENA GOISIS, Disobbedienza civile ¢ conflitto politico Prefazione di Fulvio C. Manara, ALTRE PUBBLICAZIONI PROMOSSE DAL CENTRO EIRENE: STEFANO PIZIALI, Resistenza non armata nella bergamasca 1943-1945 Birene-MIR, Padova, 1984 GENE SHARP, Verso un'Europa Inconquistabile Introduzione di G. Pasquino, Edizione italiana a cura di Fulvio Cesare Manara, EGA-Eirene, Torino, 1989 ELIO PAGANI , Dalla produzione militare alla produzione eivile. I caso inglese Premessa di Claudio Di Blasi, Prefazione di Mario Sepi. Eirene-FIM/CISL, Bergamo, 1990 ‘Supplemento a Fogi cf Collepamento degl obietor.,n. 121 = Marzo 1990 aut, Trib 6 Borgamo n. 2 dol 21-1-84 Dietore responsable: Roberta Cremaschi fedazione ed amministrazione via €. Scur 1/e, 24128 Bergamo - Tel. 095/260079 - fx 0351408220 z ‘e-mak jon@ lniche.comine ancora) Scheda biografica del prof. Rodolfo Venditti Rodolfo Venditti é nato ad Ivrea nel 1925. E’ stato magistrato dal 1950 al 1993. Ha raccolto le sue riflessioni sul lavoro del giudice in un volume intitolato Giustizia come servizio, all’uomo (Elle Di Ci, Torino-Leumann, 1995). Parallelamente al lavoro di giudice ha coltivato lo studio del diritto penale, spe- cializzandosi in “Diritto e procedura pe- nale militare”, materia di cui @ stato do- cente presso la Facolta di Giurisprudenza dell’ Universita di Torino dal 1970 al 1995, pubblicando vari libri e analizzando in chiave critica la legislazione penale mili- tare. Nei suoi studi giuridici ha dedicato am- pio spazio alla tematica dell’ obiezione di coscienza al servizio militare, pubblican- do, fra I’ altro, L’obiezione di coscienza al servizio militare (Giuffré, Milano, 2° ed., 1994) e collaborando a numerose iniziati- ve (convegni, corsi di formazione, tavole rotonde, scuole di pace, ecc.) riguardanti il servizio civile degli obiettori e la cresci- ta di una cultura di nonviolenza e di pace. Appassionato cultore di musica classi- ca, ha animato ed anima incontri musicali al fine di diffondere la conoscenza e il gusto della grande musica, cercando di mettere in evidenza i messaggi di nonvio- lenza, di pace, di fratellanza che le musi- che di un Bach, di un Beethoven, di un Mendelssohn e di tanti altri compositori trasmettono agli uomini d’ oggi. A tal fine ha anche pubblicato una Piccola guida alla grande musica (Edizioni Sonda, To- tino), il cui primo volume é uscito nel 1990 e che oggi @ pervenuta al quarto volume (1995): in essa presenta una gal- leria di profili di grandi musicisti (da Vi- valdi a Chopin, da Mozart a Brahms, da Beethoven a Mahler) offrendo indicazioni per T’ascolto e la comprensione delle loro