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Luigi Lunari

NON SO, NON HO VISTO, SE C’ERO DORMIVO

PRIMO TEMPO

Un palcoscenico spoglio ma ben ordinato.


Entra lo Speaker: un signore dall’aria bonaria, come un preside
alla consegna dei premi ai migliori, o un piccolo industriale per i
panettoni natalizi alle maestranze.

LO SPEAKER – C’era una volta….. un re, diranno i miei piccoli o grandi


spettatori. No, no, non c’era un re. Ma neanche… un pezzo di
legno.
C’era un popolo! Il popolo italiano. Io, voi… tutti noi. E di
questo popolo vogliamo raccontarvi oggi la storia. Partendo…
da poco più di sessant’anni fa. C’erano pochi di voi, allora, forse
nessuno. C’erano molti dei vostri padri, e certamente tutti i
vostri nonni. A loro farà piacere ricordare, ai più giovani – a
quelli che non c’erano – farà bene sapere. E per far questo ci
serviremo di un vecchio spettacolo, a suo tempo famoso,
recitato da quattro ragazzi, che formavano un quartetto: il
quartetto dei Gufi. Uno di quei ragazzi ero io!1 E lo spettacolo
era diviso in due parti: una raccontava la nascita della

1Ovviamente nel caso che lo speaker, come da idea originaria, fosse Roberto Brivio.
Altrimenti: tagliare.
repubblica, con tutte le sue splendide speranze, la seconda
mostrava che cos’era successo dopo.
Dunque… sessant’anni fa. Per quelli che si fossero messi in
ascolto in questo momento – come si usa dire – un breve
quadro della situazione: siamo verso la fine della guerra.
Fascismo e monarchia stanno cadendo da tutte le parti. L’Italia
è occupata dai tedeschi, ma anche quelli hanno i giorni contati.
Nel nord-Italia ci sono i partigiani, a sud sono sbarcati i gli
americani, gli inglesi, e i loro alleati (quelli che stanno
vincendo la guerra) prima in Sicilia poi nel Lazio, che stanno
risalendo lo stivale liberandolo. Sono appunto i Liberatori.
accolti dovunque in modo trionfale. Eccoli!

I.
(Una marcetta accompagna l’ingresso dei liberatori. Mentre
l’altoparlante fa sentire i clamori della folla liberata: “Viva i
liberatori!”, “Abbasso il Duce!”, “Viva l’America!”
I liberatori sono tre: un francese, un inglese, un americano.
Assieme a loro entra un italiano “liberato”: un poveraccio con
coppola e chitarra, forse un napoletano, forse un siciliano, al
massimo un romano.
La tipizzazione dei liberatori è sommaria, secondo noti clichées al
limite del caricaturale. Il francese ha in testa un chepì da legione
straniera, e l’aria un po’ altezzosa e schifata; entra a grandi passi,
e si piazza a gambe larghe in mezzo alla scena, senza quasi
degnare di uno sguardo la folla-pubblico che lo applaude.
L’inglese è vestito come un esploratore in Africa, è raffinato e un
po’ snob; saluta con cenni del capo e brevi moti della mano, un po’
infastidito dal rumore e dall’esuberanza latina. L’americano in
stile cow boy, gioviale e fracassone, entra tutto festevole,
autocongratulandosi con le mani strette sopra la testa.
L’italiano liberato segue ossequioso e si tiene in disparte.)
L’INGLESE (cercando di placare gli applausi) – Grazie! Grazie! Thank
you very much! Non disturbatevi! Calma! Very kind! Thank
you! That’s enough! Stop it!
L’AMERICANO (senza complessi, si gode tranquillamente gli applausi, e
per ricambiare dice tutto l’italiano che sa) – Bambino, signorina,
Al Capone, molto buono, spaghetti… Io americano! Noi dollari,
sigarette, cioccolata! Do you want? Voi volere?
IL FRANCESE (col naso all’insù) – Che cos’è?
L’AMERICANO -. Chocolate…
IL FRANCESE – Bisogna dirglielo.
(Al pubblico e all’italiano in scena)
Da mangiare! Vous avez compris? Capito? E’ roba da mangiare!
(Spiega meglio, portandosi le mani alla bocca)
Da mangiare!
E questo invece è sapone. Savon. Serve per lavarsi, capito?
Lavarsi!...
(E all’americano:)
Questi, se no, lo mangiano, come la cioccolata!
(I tre distribuiscono un po’ di roba.)
L’INGLESE – Adesso sgomberare! Tornate a casa! Grazie, bye bye!
Good afternoon! Buon pomeriggio! Addio, addio!
(I clamori di folla si spengono)
L’AMERICANO (aguzza gli occhi in direzione del pubblico, poi si rivolge
all’italiano liberato) – Dunque… questa sarebbe…
L’ITALIANO – L’Italia, signor maresciallo.
L’AMERICANO – L’Italia, ah già, sì, sicuro! Of course! Cioè,
esattamente… vediamo un po’ la carta:
(Scende sul fondo una grande carte d’Italia. E’ una carta
gastronomica turistica, a colori vivaci, con il panettone al posto
di Milano, fiasco di vino in Toscana, spaghetti fumanti a Napoli,
costumi regionali sparsi qua e là)
Ah, è questa, già! To’ che forma curiosa!
(E’ evidente che la vede per la prima volta)
IL FRANCESE – Sì, sì, è un paese molto pittoresco.
L’AMERICANO – Un po’ malconcio per la guerra, purtroppo! Ho visto
tante rovine. Anche a Roma… quello stadio… uno stadio da
baseball, I suppose… rotondo…
L’ITALIANO – Quello è il Colosseo…
L’AMERICANO – Il colosseo, sì, ho sentito che lo chiamavano così.
Tutto bombardato!…
IL FRANCESE – Così imparano a mettersi contro di noi!
L’AMERICANO – Contro di noi chi?
IL FRANCESE – Ma… l’Italia.
L’AMERICANO (stupefatto) – Contro di noi?” Ma noi non siamo in
guerra contro la Germania?
L’INGLESE (un po’ infastidito) – Anche contro l’Italia, amico mio!
Anche contro l’Italia!
L’AMERICANO (che questa la sente proprio per la prima volta) – Ma
questa è proprio bella! Io credevo che l’Italia fosse nostra
alleata! Non c’è con noi quel piccoletto che dice sempre che lui
non c’entra…
L’ITALIANO – Quello è il re, signor maresciallo.
L’AMERICANO – Così piccolo?
(L’italiano allarga le braccia, confermando)
IL FRANCESE – Erano nostri nemici prima: quand’erano tutti fascisti.
Adesso, a mano a mano che noi vinciamo, diventano tutti
antifascisti, e passano dalla nostra parte. Non è così?
(Chiede conferma all’Italiano, che ovviamene conferma.)
L’AMERICANO (guardando la carta) – Ah, ma questa è proprio bella!
Mai me lo sarei immaginato: con tutti i ristoranti italiani che
abbiamo in America! E pensare che una volta, vedendo un
reggimento italiano alle prese con delle truppe mimetizzate, ho
fatto intervenire l’artiglieria in suo aiuto.
L’INGLESE – Lo so, lo so: le truppe mimetizzate erano mie:
L’AMERICANO – Oh, I am terribly sorry!
L’INGLESE – Non ci faccia caso, ne avevo delle altre.
L’AMERICANO – Comunque, se l’Italia era contro di noi… adesso è
roba nostra. Cosa ne facciamo?
L’INGLESE – Boh!
L’AMERICANO (al francese) - La volete voi?
IL FRANCESE - Noi?! Per carità! Noi abbiamo già l’Indocina che ci dà
un mare di guai!
L’AMERICANO – L’Indocina?!
IL FRANCESE – Ma sì! La Cambogia… il Vietnam!
L’AMERICANO – Il Vietnam, vi dà dei fastidi?! Ma non è una zona così
tranquilla, agricola, con tutte le risaie…
IL FRANCESE – Sì, sì, le risaie sono tranquille: ma le mondine!...
L’AMERICANO – Perchè non ci sapete fare! Noi americani sono sicuro
che andremo d’accordissimo!
L’INGLESE – Chiedo scusa, ma è quasi l’ora del the! Non stavamo
parlando dell’Italia?
L’AMERICANO – Già, è vero; ma sapete che ha una forma stranissima?
IL FRANCESE – Bah, sono sempre stati degli originali!
L’INGLESE – Comunque non abbiamo ancora deciso che cosa ne
facciamo. Da un punto di vista democratico, sarebbe giusto
lasciargliela a loro.
IL FRANCESE – A loro? Mi sembrano inaffidabili. Fino a ieri erano tutti
fascisti.
L’INGLESE – Comunque sembra che si siano pentiti: hanno buttato giù
Mussolini, lo hanno fucilato…
L’AMERICANO – Ah, Mussolini non c’è più? Oh bella, questo proprio
non la sapevo! Sono quei poltroni della CIA che non ci tengono
informati!... A me Mussolini non dispiaceva: intanto era
decisamente anticomunista…
L’INGLESE – Un dittatore.
L’AMERICANO – Sì, sì, ma noi non abbiamo niente contro i dittatori;
l’importante è che siano anticomunisti!
IL FRANCESE – Le ho detto che comunque l’hanno fucilato.
L’AMERICANO – Ecco che cosa succede a fucilare la gente: che se poi
se ne ha bisogno, non c’è più.
L’INGLESE – Signori, ripeto: è l’ora del the, e io devo andare. La cosa
più pratica mi sembra di lasciargliela a loro.
IL FRANCESE – Con certe garanzie!
L’INGLESE – Naturalmente!
L’AMERICANO – Alleanza con l’America, niente comunisti tra i piedi…
E per il resto che si arrangino.
L’INGLESE (all’italiano) – Tu, lì, invece di star lì a gingillarti con la
chitarra, assumiti le tue responsabilità. Sei libero, hai capito?
Adesso tocca a te!
IL FRANCESE – Noi ti regaliamo, la libertà…
L’AMERICANO – …la giustizia…
L’INGLESE - … la democrazia…
IL FRANCESE – … l’uguaglianza.
L’ITALIANO – Libertà, giustizia, democrazia, uguaglianza? Sarà dura!
L’AMERICANO – Ma no, ma no. E’ facilissimo.
Basta aver fede, e cantare! Ripeti con me: Io sono libero!
L’ITALIANO – Io sono libero!
L’AMERICANO – Più forte!
L’ITALIANO – Io sono libero!
L’AMERICANO – Cantato!
L’ITALIANO (canta)
...
...
II.
Alla fine della canzone, subentrano in sottofondo musiche e canti
del tempo di guerra; “Fischia il vento”, “Bella ciao” eccetera. Lo
Speaker riprende il suo ruolo di conduttore)

LO SPEAKER – Nell’Italia del Nord, intanto, infuria la guerra


partigiana. Italiani contro tedeschi, ma anche italiani contro
italiani: antifascisti contro fascisti: una guerra civile, la peggiore
forma di guerra, la più crudele, la più spietata, come è
inevitabile che sia tra fratelli. Gli antifascisti – di destra, di
centro, di sinistra – si rifugiano in montagna, e di lì combattono.
Nel 1944 le truppe partigiani contano 80.000 uomini;
nell’imminenza della vittoria i partigiani salgono a 44 milioni.
Ma in montagna si rifugiano anche gli antifascisti dell’ultima
ora: industriale, capitalisti, che scelgono però il rifugio in una
zona… montagnosa, sì, ma più tranquilla: la Svizzera.
(Ai canti partigiani, subentra una qualche canzoncina frivola
degli anni ’40. In scena, un tavolo attorno al quale siedono
quattro persone. Vestiti con confortevoli mises “dopo-sci”,
giocano a poker)
A – Cip.
B – Passo.
C – No.
D – Duecento.
A – … e cinquanta.
B – No.
C – Non gioco.
D – Vedo le cinquanta.
A – Tris di donna.
D – Ahi, tris di fante! Che scalogna!
A (ramazzando il piatto) – Eh, commendatore! Fortunato in amor, non
giochi a carte!
C – Lo dico sempre, io: carte…vaderetrosatana!
A – E d’altra parte qualcosa bisogna pur fare. Non si può aspettare che
la guerra finisca stando sempre lì con le mani in mano.
C – Sì, sì, ma sempre le carte!...
(Si alza, fuma, passeggia….)
Io dico che si potrebbe approfittarne per fare un po’ di sport.
Mi ha detto ieri il maestro di sci che c’è una pista che è un
incanto. Si parte dal Pizzo, si scende lungo il canalone dei
camosci, poi si piega verso il lago azzurro e si scende
slalomeggiando fino al paese. Venti minuti di fuori-pista con
sosta alla baita per mangiare i mirtilli con la panna! Altro che
carte! Borghesi, smidollati, fanigottoni!
(Improvvisamente, tre o quattro fischi concitati. Le luci si
attenuano un poco, mentre sul fondale vengono proiettate scene
di lotta partigiana, o comunque immagini buie squarciate da
lampi e bagliori)
Ehi! Se volete vedere una bella battaglia, venite qui sulla
veranda.
A – Cosa c’è?
C – Niente! Stanno combattendo, dall’altra parte della valle, in Italia.
B – Chi sono?
C – Tedeschi contro partigiani, come al solito.
A – Questa non me la perdo!
(Tutti si alzano e accorrono sulla veranda. Ovvero, si schierano
tutti al proscenio, rivolti al pubblico, a gambe larghe, pacifici,
tranquilli, fumando e lanciano verso l’alto nuvole di fumo
desengagè. Lo spettacolo è molto bello: sul fondale vediamo un
cielo stellato, solcato dalle scie luminose delle bombe e dei razzi, e
punteggiato dagli sbuffi bianchi e splendenti degli scoppi. I
quattro si godono lo spettacolo, molleggiandosi ogni tanto sulle
ginocchia.)
B (intenso e profondo) – Ogni volta che vedo di ‘ste cose, penso che
bella idea che abbiamo avuto a venire in Svissera!
D – Eh, bisogna proprio riconoscerlo! Queste sporche guerre civili
succedono solo da noi! Qui in Svizzera non sanno neanche cosa
siano. Questo sì che è un paese civile!
A (spiritoso) - Tanto l’è vera, che dann minga el voto alle donne!
(Risate uaaaah alla milanese, che per un istante rompe l’incanto
della contemplazione.)
C (che tra i quattro è il l’anima impegnata e sensibile, dopo una pausa) –
Guarda che bello: sembrano fuochi d’artificio!
(Contemplazione)
B – Ta-ta-ta-ta-ta….. tattttta-ta-ta-tatatatttta!
A (nel silenzio, ugola d’oro) - “Stella d’argento / che brilli lassù….”
C – Brrr!, che freddo che fa!
D – Su, su, torniamo dentro, che ormai è finita!
B – Il bello è passato, non c’è più niente da vedere.
(E in effetti la battaglia si va lentamente spegnendo)
C (è l’anima sensibile di prima) – A me, vedere la gente che si
ammazza… non so com’è… mi mette malinconia. Cameriere, un
punch bollente!
D – Anche a me.
B – A me un cappuccino, con brioche.
A – Sì, mangia! Così poi ti rovini l’appetito!
(Siedono, sparapanzandosi, stanchi dopo la battaglia)
B (pensieroso, profondo, dopo intensa meditazione) – Eh!... così è la vita!
O presto o tardi doveva succedere!
D – Che cosa?
B – Questo! Nella guerra di liberazione noi scontiamo gli errori di
vent’anni di regime fascista! Questa è la realtà!
A – Beh, vent’anni: non esageriamo! “Gli errori di vent’anni di regime
fascista”, in fondo in fondo, a voler ben guardare, se vogliamo
esser sinceri, si riducono agli errori compiuti negli ultimi tre o
quattr’anni. E forse neanche.
C – Vero, vero!
A – Perché se Mussolini avesse saputo fermarsi a tempo… saremo
ancora belli e tranquilli a Milano, senza preoccupazioni, a
goderci la vita, e la guerra partigiana non sapremmo neanche
cosa sia.
C – Vero, vero!
D – Guerra a parte, non ci sarebbe stato nessun motivo di lamentarsi.
B – Anzi: se è per questo, io stavo benissimo!
A – Gli affari andavano bene, avevamo perfino l’Impero!
B – Guardate, io non mi vergogno a dirlo: sono stato fascista con tanto
di tessera. A me, Mussolini, in un primo tempo mi piaceva. Un
uomo di polso, che sapeva il fatto suo, e che è proprio quel che
ci voleva per gli italiani, che sono un popolo indisciplinato per
natura. Pensi ai sindacati!, agli scioperi! Con Mussolini…. via!
A – E poi, Mussolini è stato quello che nel ’22, quando tutto i stava
sfasciando, e i rossi erano lì, pronti ad approfittarne, lui ha
saputo mettere un po’ d’ordine nelle cose. Che se non ci fosse
stato lui, non so come sarebbe andata a finire.
C – Meglio non pensarci!
D – Sì, sì! Oggi gridiamo abbasso il Duce, abbasso il fascismo, ed è
giusto! Però è anche giusto ricordare quel che comunque è
stato fatto!
A – Le strade…
B – Le paludi…
C – I treni in orario…
D – Era anche riuscito a far rispettare l’Italia all’estero.
A – Due volte i mondiali di calcio, abbiamo vinto! ‘34 e ’38!
B – Bisogna riconoscere che si stava benissimo! Anzi: adesso, quando
torniamo in Italia, buttiamo pure giù Mussolini e tutti i suoi
gerarcotti, ma stiamo attenti di cambiare le cose il meno
possibile, perché va bene l’antifascismo, la libertà, e tutte quelle
cose lì, ma qui non si sa a che cosa andiamo incontro!
C – Vero, vero!
D – Avanti, ma niente scherzi! I rossi, per esempio…
(Brrrr!)
B – Comunue, vi stavo dicendo: io ho seguito Mussolini… diciamo fino
alla guerra di Spagna. Ma come è entrato in guerra contro la
Francia, io mi son detto: Caro Mussolini, tra me e te… tutto
finito! E nel ’43 ho preso su moglie e figli, e son venuto qui in
sviscera!
A – Anch’io, guardi; il 9 giugno Mussolini pugnalava la Francia alle
spalle, il 10 giugno di mattina presto, io rompevo col fascismo.
Non l’ho detto a nessuno, perché non sarebbe stato prudente,
ma ho preso la tessera, sono andato in gabinetto, ho chiuso
bene la porta… e l’ho stracciata, e buttata nel cesso. Me lo
ricordo benissimo. Il fascismo aveva colmato la misura… e io
avevo saltato il fosso, E sì che a rigore era contro i miei
interessi; perché in fondo in fondo, con le forniture militari le
mie industrie andavano a gonfie vele, e lavoravano a condizioni
che ciao ninetta!, quando torna la pace. Ma per me, prima di
tutto viene la giustizia: e quando Mussolini ha cominciato a
esagerare mi son detto: quel che è troppo è troppo, quel che
giusto è giusto, e quel che ci vuole ci vuole!
D – Bravo!
B – Eh, è il solito guaio delle dittature, che non sanno mai fermarsi a
tempo.
A (ormai lanciato) – Ecco: secondo me, anche con questa storia della
dittature… bisogna andarci piano.
C – Beh, quando non si fanno le elezioni e non c’è libertà di stampa…
A – Ma lei, scusi, crede che se le avessero fatte, le elezioni, diciamo nel
’38, Mussolini sarebbe andato giù?
B – Ah, no!
D – Mai più!
A – Il novantanove per cento dei voti, avrebbe avuto!
B – Gli italiani erano tutti fascisti! Diciamoci le cose come stanno!
A – Basta guardarci intorno: quanti siamo in montagna? In quanti
siamo stati, ad avere il coraggio di scappare?
B – Verissimo!
A – E quanto alla libertà di stampa…. Ma chi se ne frega, signori miei:
chi se ne frega! Quando c’è da mangiare e si sta bere… Che poi,
bisogna essere anche un po’ idealisti, in queste cose, e pensare
anche al lato morale. A che cosa pensano i giovani del giorno
d’oggi? Alla morosa! All’amore! A far la guerra ai tedeschi con
le armi degli inglesi! Sono degli smidollati! Noi, ai nostri
tempi: il salto sulle baionette, il tuffo attraverso il cerchio di
fuoco! E al sabato sera…
C – Al casino! Tutti insieme, con la camicia nera!
A – Il fascismo ci aveva insegnato a vivere da uomini! A infischiarcene
del pericolo e della morte!
D – Verissimo!
C – E le canzoni, ve le ricordate? Le canzoni di guerra! I
sommergibilisti: ve la ricordate?
A – “E’ così che vive il marinar / nel profondo cuor / del sonante mar!”
C – E gli aviatori?...
B – “E gira gira l’elica / romba il motor / questa è la bella vita / la vita
bella dell’aviator!”
C – Facciamogliene sentire una, a questi smidollati del giorno d’oggi,
che sparano e si nascondono, mettono una bomba e spariscono,
sempre in mezzo ai boschi! Facciamogli vedere come abbiamo
combattuto noi, prima di aver dovuto scappare!... Giarabub:
guerra d’Africa. Italiani: mal nutriti, fucili di cent’anni prima,
scarpe di cartone… Contro gli inglesi: mitragliatrici e carrarmati
belli lucidi che neanche alle sfilate!
(Si raggruppano al centro della scena e cantano, sguaiati e
alticci:)
Inchiodata sul palmeto
veglia immobile la luna;
a cavallo della duna
sta l’antico minareto.
Squilli, macchine, bandiere,
scoppi, sangue, dimmi tu:
che succede, o cammelliere,
è la sagra di Giarabub!

Colonnello, non voglio pane,


dammi il piombo pel mio moschetto,
c’è la terra nel mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l’acqua,
dammi il fuoco di struggitore,
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio il cambio,
qui nessuno ritorna indietro;
non si cede neppure un metro
se la morte non passerà!
(Improvvisamente, quando la canzone Sull’ultimo verso
raggiunge il massimo della sguaiatezza, le luci si illividiscono e i
quattro rimangono pere un lungo istante immobili ed attoniti.
Uno si inginocchia, altro imbracciano un immaginario fucile, e
una bandiera. Il gruppo è fatto era di quattro uomini che si
stringono disperatamente insieme, più per morire insieme che per
difendersi. Allo sbandieramento volgare della retorica fascista
della morte e della guerra, subentra la tragedia di quelli che
sull’onda di quella retorica, muoino davvero. Nella luce livida di
un deserto illuminato dalla luca, il canto è lento, drammatico, in
penoso contrasto con la vana gloria delle parole:)
Spunta già l’erba novella
dove il sangue scese a rivi;
quei fantasmi in sentinella,
sono morti o sono vivi?
Chi ti parla da vicino,
cammelliere, non sei tu:
in ginocchio, pellegrino,
son le voci di Giarabub.
Colonnello, non voglio pane,
dammi il piombo pel mio moschetto,
c’è la terra nel mio sacchetto
che per oggi mi basterà.
Colonnello, non voglio l’acqua,
dammi il fuoco di struggitore,
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello, non voglio il cambio,
qui nessuno ritorna indietro;
non si cede neppure un metro
se la morte non passerà!
(Il gruppo è ormai un cumulo di morti. Il canto si spegne e le
ultime note vengono coperte dal sibilo del vento e della sabbia.)

III
LA PACE E LE SPERANZE

(Il silenzio di morte che chiude la scena precedente è rotto dopo


qualche istante dalla voce della Radio.)
LA RADIO – Attenzione! Attenzione! Qui Radio Londra:
radiotrasmissioni per l’Italia!
Le sorti della guerra sono irrimediabilmente segnate per le
truppe nazifasciste. Gli eserciti anglo-americani hanno
completato la liberazione dell’Italia del nord senza incontrare
resistenza. Le truppe tedesche hanno ormai varcato i valichi
alpini abbandonando il territorio della penisola. I contingenti
partigiani stanno scendendo dalle montagne, teatro della loro
lotta, per ricongiungersi a valle con i liberatori. Le ostilità sul
fronte italiano possono considerarsi da oggi terminate. Dopo
quattro anni di guerra, la pace è tornata in Italia.
(Sul fondale, il debole chiarore dell’alba esplode rapidamente
nella luce piena del sole nascente.
Stagliati contro la luce, quattro partigiani – sorti dal gruppo dei
morti della guerra – marciano verso il pubblico cantando. Uno
ha in mano un grosso martello da spaccapietre, un altro una falce
o una vanga, il terzo un libro, il quarto è forse ancora armato.
Oppure niente. Uno può essere ferito, e appoggiarsi agli altri. La
marcia è prima lenta e faticosa, quasi triste: poi si fa sempre più
viva, decisa, consapevole. E così il canto.)

Non maledire questo nostro tempo,


non invidiare chi nascerà domani;
chi potrà vivere in un mondo felice
semza sporcarsi l’anima e le mani

Noi siam vissuti come abbiam potuto


negli anni oscuri senza libertà
siamo passati tra le forche e tra i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.

Ma anche dopo il più duro degli inverni


ritorna sempre la dolce primavera;
la nuova vita che comincia stamattina
in queste mani sporche ha una bandiera.

Non siamo più né carne da cannone


né voci vuote che gridano di sì:
a chi è caduto per la strada noi giuriamo
pe’i loro figli non sarà più così!

Vogliamo un mondo fatto per la gente,


di cui ciascuno possa dire “E’ mio!”;
dove sia bello lavorare e far l’amore
dove il morire sia volontà di Dio.

Vogliamo un mondo senza patrie in armi,


senza confini tracciati coi coltelli,
l’uomo ha due patrie: una è la sua casa,
l’altra è il mondo, e tutti siam fratelli.

Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi


quando c’è ancora chi di fame muore;
vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del Signore.

Vogliamo un mondo senza più crociate


contro chi vive come più gli piace;
vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino
anche se uccide in nome della pace.

IV.

LO SPIRITO DELLE LEGGI

LO SPEAKER – Tutto questo è – o era – molto bello; ma come dice il


proverbio… tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. I bei
propositi – libertà, fraternità, uguaglianza… - dovevano
assumere una veste giuridica, una forma statuale. Gli italiani
furono chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica. Al
referendum del 2 giugno vinse la repubblica. Per poco. Una
manciata di voti. Dicono anche che alcuni brogli
opportunamente organizzati impedirono che vincesse la
monarchia. Nessuno comunque chiese di ricontare i voti.
Meglio così. Nacque la Repubblica, per volontà del popolo, ma
con la benedizione di tutti: dagli Stati Uniti al Vaticano,
dall’esercito all’industria, alle banche… Non fu comunque un
parto facile.

(La sala d’attesa di una strana Maternità. Si vede una porta, con
su scritto “Sala parto”. In primo piano, da un lato, un prete che
prega. Un tizio con un berretto da operaio passeggia
nervosamente avanti e indietro per la scena, guardando
continuamente l’orologio, sbuffando, avvicinandosi ad origliare
alla porta della Sala Parto, secondo la tipica sintomatologia del
padre in attesa.
Ad un tratto la porta si apre. Il tizio col berretto – l’Operaio - si
volta di scatto verso di esso; anche il prete interrompe al
preghiera e scatta in piedi. Dalla porta è uscito un infermiere con
aria indaffarata: regge bende, medicine, bacinelle, etc. Prete e
operaio lo fissano con aria interrogativa. L’infermiere fa cenno di
no, che non c’è ancora niente di nuovo. I due ritornano alle loro
occupazioni: il prete a pregare, l’operaio al suo nervosismo.
L’infermiere esce.

L’OPERAIO – Che ore sono?


IL PRETE – Il 2 giugno.
L’OPERAIO – Uff, ormai dovremmo esserci: questione di ore.
(Pausa)
IL PRETE – Un travagli lungo!
L’OPERAIO – Ts! Più di vent’anni!
IL PRETE – Difficoltà?
L’OPERAIO – Eh, hai voglia!
(Silenzio. Pausa. Entra dalla quinta un signore distinto, con tuba
o bombetta, affrettandosi come se arrivasse in ritardo a un
qualche appuntamento)
IL SIGNORE – E allora?... E’ nato?
IL PRETE – No.
IL SIGNORE – Ah, meno male! Sono ancora in tempo! Ero in Svizzera,
ma non ho voluto mancare. Ho fatto una corsa!...
L’OPERAIO – Ma lei cosa c’entra, scusi?
IL SIGNORE (guardandolo con diffidenza) – E lei?
L’OPERAIO – Ma… io sarei il padre.
IL SIGNORE – Se lei è il padre io sono il ginecologo, proprietario della
clinica. E senza di me, qui, non nasce neanche un uovo.
(Rientra l’inferniere, dalla quinta, verso la sala parto)
L’INFERMIERE (premuroso, al signore) – Dottore…
IL SIGNORE – Buongiorno, carissimo! A che punto siamo?
L’INFERMIERE – Non aspettavamo che lei, dottore. Perché… è quasi
l’ora.
IL SIGNORE – Adesso vengo. Hanno già deciso che nome mettergli?
IL PRETE – Se è regno Statuto, se è repubblica Costituzione.
IL SIGNORE (poco convinto) - Bah!
L’INFERMIERE (sollecitandolo) – Dottore… pare proprio che ci
siamo!...
IL SIGNORE – Vengo, vengo.
(L’inferniere scompare, il signore si avvia. Sta per uscire dietro
l’infermiere, quando l’Operaio gli si avvicina, timidamente,
rigirando il berretto tra le mani)
L’OPERAIO – Dottore… scusi…
IL SIGNORE – Cosa c’è?
L’OPERAIO – Mi raccomando a lei, dottore…. Sia io che la mamma… la
vorremmo repubblica.
IL SIGNORE (come stupito da tanta audacia) – Ah, e poi?
L’OPERAIO (osando) – Beh… libera, democratica, popolare, dei
lavoratori…
IL SIGNORE – Però! Di poche pretese, il signorino! Ma scusi: lei ha
pagato, paga, è solvente?
L’OPERAIO – Beh… io ho la mutua.
IL SIGNORE – E allora, abbia pazienza, moderi le pretese, che mi
sembrano un po’ eccessive!
L’OPERAIO – Ma io…
IL SIGNORE – Quello che posso fare, è…. Diciamo: democratica e…
fondata sul lavoro.
L’OPERAIO – Sì, grazie, ma… fondata sul lavoro… cosa vuol dire?
IL SIGNORE – Vuol dire… vuol dire… (Non lo sa neanche lui, e allora si
arrabbia) Oh, insomma… fondata sul lavoro, suona bene. E poi:
ancora fosse un solvente! Ma un mutuato… Insomma, o
prendere o lasciare.
L’OPERAIO (rassegnato, timido) – Purchè almeno la sovranità
appartenga al popolo…
IL SIGNORE (rabbonito, paternalistico) – Ah, sì, certo, senz’altro,
questo sì. Il popolo: come no! Il popolo sovrano! Tutto è del
popolo!
(Fa per entrare in sala parto, ma il prete gli si avvicina:)
IL PRETE – Mi raccomando, dottore! Che sia cattolica….
IL SIGNORE – Eh?
IL PRETE - …cattolica, apostolica… romana!
IL SIGNORE – Ah, certo, certo: stia tranquillo! E’ anche nostro
interesse! Soprattutto romana!
IL PRETE – Che da grande non le salti in mente di divorziare...
IL SIGNORE – Matrimonio indissolubile, stia tranquillo!
IL PRETE – ...o di essere dell’altra sponda!
IL SIGNORE – Ripeto: stia tranquillo, e la dica anche a Sua Eminenza.
(Entra in sala parto)
L’OPERAIO (al prete) – Che cosa le ha detto?
IL PRETE (minimizzando) – Niente, niente di importante. E
soprattutto: niente che la riguardi!
L’OPERAIO – Beh, veramente… sono pur sempre il padre.
(L’operaio cerca di vedere qualcosa al di là della porta)
IL PRETE – E’ il primo?
L’OPERAIO – Beh… qualcuno morto in passato… qualche aborto…
IL PRETE – Vedrà: questo è un bravo ginecologo.
L’OPERAIO – E’ caro?
IL PRETE – Si fa pagare, ma ne vale la pena: ha studiato in America!
L’OPERAIO (sospirando) – Purchè sia democratica… e fondata sul
lavoro.
IL PRETE – Se glielo ha promesso sarà così, stia tranquillo.
L’OPERAIO – Non riesco a vedere niente…
IL PRETE – Pazienza, figliolo, pazienza.
(Pausa, rumori diffusi comunicano un’improvvisa agitazione.)
Ecco, ci siamo.
(Esce un infermiere che indossa un camice bianco.)
L’OPERAIO (ansioso) – E allora?
L’INFERMIERE (sorridente) – E’ fatta!
L’OPERAIO – E che cos’è? Mi dica, mi dica!
L’INFERMIERE – Repubblica! Per un pelo, ma è repubblica.
IL PRETE (papale, al pubblico) – Habemus Republicam!
(Al Signore, come a chiedere conferma)
Cattolica?...
L’INFERMIERE – Catholicam, apostolicam, Romanam… de Roma!
L’OPERAIO – E… mi scusi, mi dica: E’ sana, è tutto a posto? Ce le ha le
regioni?
L’INFERMIERE – Come no! Hai voglia! Quelle normali, quelle a
statuto speciale…
L’OPERAIO – L’esercito…. Solo per la difesa, spero!
L’INFERMIERE – Mai un solo soldato uscirà dal territorio della
repubblica!
L’OPERAIO – Meno male! Perché, sa: di guerre ne abbiamo avute
abbastanza!
IL PRETE – Al massimo qualche missione di pace!
L’OPERAIO – E l’istruzione?
L’INFERMIERE – Obbligatoria!
L’OPERAIO – E il suffragio, mi dica: il suffragio?
L’INFERMIERE – Universale.
IL PRETE – Come: anche le donne?
L’INFERMIERE – Anche le donne!
IL PRETE (deluso e contrariato) – Però, il voto alle donne... Oh, cazzo!
L’OPERAIO – E la magistratura?
L’INFERMIERE – Ah, perfetta: libera e indipendente.
L’OPERAIO – Ma allora… è proprio come l’avevo sognata!
L’INFERMIERE – E poi, vedesse: razze, religioni, idee politiche…
eguaglianza totale.
IL PRETE – Come: comunisti, musulmani, negri… tutti uguali?!
L’INFERMIERE – Eh, beh… sì. Padre, anche loro sono figli di dio!
IL PRETE – Sì, sì, anche la farfalla della Vispa Teresa era figlia di dio!
Però… cazzo!
L’OPERAIO (sognante) – Razze, religioni, idee politiche…
L’INFERMIERE – Uguaglianza totale!
L’OPERAIO – E… sorride, mi dica: sorride?
L’INFERMIERE – Sììì! Sorride, tutela il paesaggio, il lavoro, l’ambiente,
la ricerca scientifica, il progresso, le arti… Tutela i diritti della
famiglia, il matrimonio indissolubile… Questo, poi, guardi; lo
tutela anche se uno non vuole!
(Entra in scena il Signore distinto visto in precedenza. Con molta
importanza scosta l’infermiere prendendo il centro della scena: si
sfila lentamente i guanti. L’operaio e il prete lo guardano in
attesa del responso. Dopo qualche istante, il Signore prende la
parola, e declama:)
IL SIGNORE - Direi che è un po’ magrina,
e che evidentemente la gestazione
è stata lunga e difficile.
Bisognerà averne riguardo:
per i primi anni…
ma anche dopo,
in attesa che si faccia le ossa.
Occorrerò tenerla ben pulita:
soprattutto le mani:
mi raccomando:
mani pulite!
I sindacati… con misura;
vicini ai lavoratori,
ma anche ai padroni!
Niente lavori pesanti:
niente falce,
niente martello,
un po’ di progresso
ma senza avventure.
Prima le biciclette, poi l’automobile…
ma a poco a poco:
una topolino, una cinquecento…
e se ci sarà un miracolo economico…
perché no: una mille cento, un’alfa, una lancia…
In casa…frigorifero, lavastoviglie, lavatrice…
la televisione!!! questo sì, in abbondanza:
anche il calcio, va bene:
meglio il calcio che il fosforo!
Mare… ad un patto:
atlantico,
Atlantico e acqua santa,
atlantico e acqua santa,
e un po’ di sole, ma….
in avvenire.
L’OPERAIO – E posso… portarmela a casa?
(Il prete vorrebbe subito dire la sua, ma il signore distinto fa finta
di pensarci)
IL SIGNORE – E’ meglio di no! Per qualche tempo ancora è preferibile
che stia qui, con noi, in osservazione.
L’OPERAIO – Ma posso almeno vederla?
IL SIGNORE – Oh, questo sì!
Spesso gliela faremo vedere:
il due giugno,
ad ogni compleanno,
sfilerà per Corso Sempione
e lungo il viale dei Fori imperiali.
Potrà vederla alla première alla Scala,
dell’Opera di Roma,
della Fiera di Milano
e di quella del Levante,
e dovunque vi siano
Grolle d’Oro,
Donatelli d’Argento,
e facce di tolla:
negli aeroporti
ad ogni visita di capi di stato,
ad ogni missione di ministri
o di sottosegretari,
a Natale e a Capodanno,
vestita di corazzieri,
di stendardi e coccarde,
di picchetti d’onore,
ovunque si taglino nastri,
si constati e ci si compiaccia,
si auspichi, si esalti e si promuova.
In nome della pace, del progresso
e…

(Non si ricorda, fruga in tasca, consulta un appunto)

... del popolo italiano.

Ed ora, a festeggiare la rinnovata concordia


e la nuova pace sociale…
L’OPERAIO – Una grande manifestazione di piazza!
L’INFERMIERE – Una bella scampagnata fuori porta!
IL PRETE –Una Santa Messa al canto del Te Deum.

LO SPEAKER - Ci fu di tutto, naturalmente: la manifestazione di


piazza, la bella scampagnata, la messa col Te Deum... Ma anche
la cultura, non dimentichiamolo; che anche se non rende, al pari
della scuola, come ricorderà poco dopo un ministro
dell’Istruzione, beh... ha un suo valore simbolico. La Scala, per
esempio: distrutta dalle bombe, subito ricostruita, reinaugurata
da Arturo Toscanini, che durante il fscismo se ne era andato in
America per non suonare “Giovinezza”... Eccola, la Scala con il
suo vecchio pubblico di nobili e di nobilastri, e un nuovo
pubblico un po’ più andante: il pubblico dei nuovi ricchi...
E di qui partiamo: dalla Scala, per le ulime drammatiche
vicende della nostra storia.

V
MELODRAMMA

(Un palco al teatro alla Scala di Milano. Se ne vede la balaustra,


rivolta al pubblico. Nel palco – due seduti e due in piedi – quattro
spettatori in adeguati atteggiamenti. Dopo ogni gruppo di
battute, i quattro mutano posizione, onde chiarire che si tratta di
un altro palco e di altra gente.
La noia, il disinteresse sono evidenti in tutti. Taluni lo celano
signorilmente, altri se ne infischiano e manifestano apertamente
con grossi e grassi sbadigli. E’ il pubblico del dopoguerra: vecchi
nobili e nuovi ricchi.
Ancora prima dell’accendersi delle luci si udrà la “Cavalleria
Rusticana”. Siamo ormai verso la fine.)

(Un palco borghese)


A (improvvisamente riscotendosi dal torpore) – ‘sse l’è ‘sta roba?...
B – Cosa?
A – Che opera è?
B – La Cavalleria rusticana.
A – Ah già! … Però: bella menata!
C – Ohei, ma la Cavalleria l’è mica quella dell’Amami Alfredo?
B – Ma no, ma no! L’è quella del Compare Turiddu!
C – Bah! Sarà che a me la roba folcloristica non mi piace!...
A – Oh, anch’io: il palco l’ho preso perché la mia signora la m’ha fàa sta
giò el fià! Ma se sapevo che era così… ciccia!
B (sportivo, amichevole, al tenore) – Voosa no, voosa no, che te te
s’cepet!

(Musica più forte, poi in sottofondo…mentre passiamo al palco


aristocratico)
A – Il palco reale! (Sigh) Quando mi volto a guardarlo, e penso che
non vedremo più Sua Maestà… mi si spezza il cuore!
B – Chissà come lo ribattezzeranno, ora: palco repubblicano!
C – A queste cose dovevano pensare, quando hanno fatto il
referendum: che cosa ce ne faremo dei palchi reali?
B – E i corazzieri? Se lo ricorda, marchese, cos’era il palco reale con i
corazzieri?
C – E io, tuttavia, scommetto che i repubblicani li terranno!
A – Chi: i repubblicani? Con tutte le arie di austerità che si danno? Ma
se l’immagina un presidente della repubblica con i corazzieri?
C – Eppure io credo…
B – (saluta con ampio cenno e largo sorriso qualcuno in un altro palco)
A – Chi è?
B – Il mio macellaio… Mi trovo, in questi giorni, ad essergli debitore di
un qualche soldo.
C – Oh, oh, argent oblige!
A – Certo si è che una volta macellai alla Scala non se ne vedevano!

(Musica più forte, poi in sottofondo… mentre passiamo al palco


borghese)
A – Ohei, sciur Bianchi: ma che anello!
B – Eh?... Ah, sì, un investimento.
C – L’anello, la pelliccia alla signora, la villa sul lago… Me par che a
forza d’investimenti…
B – Eh, io ciò il mio segreto. Vede: se lei la vacca la compra viva, tutta
la percentuale del macellante ci viene in tasca a lei.
A – Sì, ma ciumbia!, ci vogliono i frigoriferi.
C – Ma no, ma no, i soldi si fanno come faccio io. Carne dell’esercito,
con su il timbri del ’42: campagna di Russa. Surgelata. Roba che
doveva andare in Russia, e che invece non l’è mai partita. La
pago una sciocchezza – più qualche busta – lavo i timbri, e via
come fesa di prima scelta!
(Saluta con ampio gesto e sorriso qualcuno in un altro palco)
A – Chi l’è?
C – El me prestinée.
A – Ohei, ciuska! Adess anca i prestinée van alla Scala.

(Musica più forte, poi in sottofondo… mentre passiamo al palco


aristocratico)
A – E alla fine, tutti al Biffi, marchese: mi raccomando.
B – Ci sarà anche Wally.
C – Oh, allora verrò senz’altro.
A – Si ricomincia a vivere, ora che il pericolo è passato.
C – Quale pericolo?
A – Ma… le elezioni, il diciotto aprile.
C – Ovvìa, non avrà pensato davvero che potessero vincere i rossi!
A – No, ma insomma… sa, io, per sicurezza, ho votato DC, cosa vuol che
le dica. E un po’ di soldi li ho spediti a Lugano.
B – Beh, questo anch’io, perché non si sa mai. Però… l’idea che i rossi
vadano a Roma… mi pare davvero assurda.
C – A Roma c’è il Papa!... Né i rossi comunisti, né i socialisti rossicci!
B – Del resto, cosa possono volere ancora? Riforme per il popolo ne
abbiamo fatte anche troppe. Abbiamo mandato via il re…
C – Abbiamo raschiatoi tutti i fasci dai monumenti…
A – Abbiamo corretto l’Enciclopedia Treccani…
B – Adesso è ora di tirare i remi in barca, e di porre fine alla ventata di
follia. Già la riapertura della Scala è un primo segno positivo.
A – Eppure, conte, anche qui su parla di teatro popolare!
B (rincarando la dose) – E di musica moderna!...

(Musica più forte, poi in sottofondo… mentre passiamo al palco


borghese)
A (guardandosi attorno) – Boh! ‘Sti teatri moderni saran anca bèi,
però se capiss mai in dove che l’è el cess!
B (sbadigliando) – Ohei, ma dura molto?
C – Ma no, è quasi finita.
B – Lui dov’è andato?
C – Il Turiddu? E’ andato fuori a fare il duello.
B – Vaccis! E non lo fan vedere?
C – No.
A – Se eran gli americani, il duello lo facevan fare in scena, qui sul
davanti. Quella sì che è gente in gamba!
B – Io, se sapevo che l’opera è così una barba, i milioni per ricostruire
la Scala mica li cacciavo fuori. Piuttosto pagavo le tasse!
A – Sta zitto, che non ti senta il popolo!
B – Dov’è il popolo?
C (indicando con gli occhi) – Su, in loggione.
B (sporgendosi e torcendosi per vedere il popolo) – Ohei, quanti sono!
Se pissen giò tucc insema, ne anneghen!
C – Ecco, ci siamo. Il Turiddu e il compar Alfio sono usciti per il duello,
e ‘dess si sente la donna che la voosa: “Hanno ammazzato
compare Turiddu!...”
(Dall’invisibile palcoscenico della Scala, il grido che conclude
l’opera: “aaaaaaah!.... Poi l’annuncio,a sorpresa:
UNA VOCE MASCHILE – Hanno sparato al compagno Togliatti!
(Smarrimento nei palchi, panico, brusio indistinto di folla)
UNO DAI PALCHI (alzandosi terrorizzato) – Come? Che cosa ha detto?
VOCE MASCHILE (ripetendo) – Hanno sparato al compagno Togliatti!
ALTRO DAI PALCHI – Ma… ma questa non è la Cavalleria!
TERZO DAI PALCHI (con monocolo) – Sparare ad un avversario non ha
mai a che fare con la cavalleria!
(Pamico, brusio indistinto, clamori di folla, sirene di polizia,
qualche sparo, forse qualche accenno di canti minacciosi..
Buio.
Nel buio, voci di strilloni di giornali che si accavallano gridando i
titoli delle edizioni straordinarie: “Hanno sparato al compagnia
Togliatti!” “Il segretario del Partito Comunista ferito in un
attentato!” “Arrestato l’attentatore…” “L’onorevole Togliatti
prontamente soccorso…” eccetera eccetera.)

VI.
SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI.

(Nel buio, mentre si preparano i due palchi tribunizi della scena


che seguirà, si ode la voce di un annunciatore radiofonico.)
LA RADIO . Giornale Radio. Roma. L’onorevole Palmiro Togliatti,
leader del Partito Comunista Italiano, è stato oggi ferito in un
attentato al termine di una seduta alla Canera dei Deputati.
L’onorevole Togliatti stava uscendo da Montecitorio, fuori
orario e da una porta secondaria, quando un giovane studente
siciliano – Antonio Pallante – gli si è avvicinato e gli ha esploso a
bruciapelo alcuni colpi di rivolella che hanno raggiunto il
parlamentare comunista. Prontamente soccorso, l’onorevole
Togliatti è stato ricoverato al Policlinico, dove i medici si sono
riservata la prognosi.
(In primo piano, a destra e a sinistra, sotto gli stemmi
contrapposti della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista,
due oratori arringano la folla: nel frattempo si spengono le grida
e il tumulto seguito al fattaccio.
L’inizio del dibattito è pacato: L’oratore democristiano è
tranquillo, sereno, evidentemente incline a minimizzare
l’incidente. L’oratore comunista parla con la rassegnazione di chi
si trova di fronte all’ineluttabile.
IL DEMOCRISTIANO - L’episodio…. certo: è increscioso. E noi siamo i
primi a rammaricarcene, auguriamo all’onorevole Togliatti una
pronta guarigione e gli inviamo i nostri più sinceri auguri.
Tuttavia, onde riportare l’incidente alle sua reali proporzioni,
va detto che le ferite sono di entità trascurabile. Forse
l’onorevole Togliatti non verrà dimesso stasera… forse i medici
preferiscono trattenerlo anche stanotte, onde si riprenda dal
piccolo shock che noi tutti potremmo avere vedendo qualcuno
che ci spara addosso… ma certo non più tardi di domani
mattina lo rivedremo tra noi, con qualche cerottino qua e là, ma
sorridente, attivo e in bella cera come sempre.
IL COMUNISTA – Anche se l’onorevole Togliatti è per il momento
ancora in vita, il popolo italiano può cominciare a piangere in
lui il grande difensore scomparso. Le ferite vilmente infertegli
sono tali e tante, che la sua morte, compagni, è questione di ore,
di minuti. Il buon senso avrebbe voluto che egli non fosse
nemmeno ricoverato, che gli fossero evitati gli strapazzi del
trasporto in clinica, il doloroso intervento chirurgico, e che egli
fosse lasciato lì, sul luogo dell’attentato, a morire in pace.
I funerali del compagno Togliatti avranno luogo dopodomani, a
spese del Partito. La cittadinanza è invitata.

IL DEMOCRISTIANO – Nonostante la superficialità delle ferite e il


pronto intervento dei medici e degli infermieri, l’on. Togliatti
non è stato ancora dimesso. E questo fatto, collegato ad alcuni
dettagli emersi dalle prime indagini, getta un’ombra inquietante
sull’intero episodio. Perché, ci si chiede, l’onorevole Togliatti è
uscito fuori orario da Montecitorio? E perché da un’uscita
secondaria anziché dall’ingresso principale? Dire che così
facendo l’attentato se lo è andato a cercare, sarebbe forse dir
troppo. Tuttavia, è almeno lecito porsi il sospetto che
l’onorevole Togliatti, vistosi avvicinare da un uomo armato,
abbia voluto aggravare le conseguenze della minaccia
intercettando col corpo, e possibilmente con un organo vitale,
una o due pallottole probabilmente destinate ad andare a vuoto.

IL COMUNISTA – Il compagno Togliatti, ricoverato morente dopo il


vile attentato, non è ancora morto. Le sue condizioni rimangono
gravissime – e i funerali restano fissati per domani come
annunciato in precedenza – ma la cameretta in cui giace in fin di
vita è sempre più evidentemente teatro di una complessa
manovra delle destre, che siano ora in grado di denunciare
apertamente. Compagni!, si vuole privare il popolo del suo
martire, si vuole impedire al compagno Togliatti di morire! Le
cure assidue, tormentose, incessanti, dimostrano
l’irresponsabile volontà del governo democristiano di
mascherare con una pronta guarigione il carattere
assolutamente mortale delle ferite riportate nell’attentato.

IL DEMOCRISTIANO - Seguendo fedelmente le istruzioni ricevute da


Mosca, l’onorevole Togliatti si ostina caparbiamente e non voler
guarire. Tutto il più meschino tatticismo, tutte le risorse del più
caparbio ostruzionismo sono state messe a frutto dall’On.
Togliatti per ritardare una guarigione che con un minimo
spirito di collaborazione sarebbe stata raggiunta in poche ore,
con un po’ di tintura di jodio e una buona tazza di camomilla, e
che rischia invece di trasformarsi in un caso mortale per i bassi
calcoli del comunismo internazionale.

IL COMUNISTA – Il compagno Togliatti, che pur ridotto a una larva è


clinicamente ancora in vita, ha avuto oggi brevi momenti di
lucidità, ed ha implorato i medici di lasciarlo morire in pace. I
quali medici, insensibili alle sofferenze dell’infermo, continuano
ad eseguire le istruzioni del Vaticano e dell’FBI e a praticargli i
più moderni e raffinati trattamenti terapeutici.
I funerali dell’onorevole compagno Togliatti, che avrebbero
dovuto svolgersi questa mattina, sono stati rinviati a data da
destinarsi per sopravvenute difficoltà tecniche.

IL DEMOCRISTIANO – L’on. Togliatti ha oggi confessato di sentirsi


meglio. Sotto le stringenti cure dei medici, egli non è stato più in
grado di mascherare le perfette condizioni fisiche in cui si trova,
e in cui del testo si è sempre trovato. Ogni resistenza è crollata
qul’on. Togliatti è stato sorpreso in compagnia di una procace
infermiera, in atteggiamenti che contrastavano palesemente
con lo stato comatoso simulato fino a quel momento.

IL COMUNISTA – Approfittando dello stato di incoscienza e di estrema


debolezza dell’infermo, i medici sembrano essere riusciti ad
avviare il compagno Togliatti a sicura guarigione. La
soddisfazione degli ambienti conservatori non ha, a questo
punto, bisogno di commenti. Ma tocca ora al popolo, che il
plutoclericofascismo vaticoamericano ha privato del suo
purissimo martire proprio quando stava per celebrarne i
solenni funerali, far sentire il suo “no!” minaccioso e potente.
Popolo d’Italia, lavoratori e proletari italiani al di là dai monti e
al di là dai mari… all’armi!
(Buio, tumulti, drammatica musica wagneriana, striscioni e
cartelli che cadono, palchi rovesciati, ombre che si
inseguono…casino totale.
Nel casino, voci varie;)
VOCI VARIE, NEL CASINO E NEL BUIO – Dio mio, ora chissà cosa
succede!
- Questa volta è finita!
- Sotterri l’argenteria, marchese, sotterri l’argenteria!
- Ah, io piglio su e torno in Svizzera!
- Reverenda madre, io so che cosa è successo in Spagna!
- Speriamo, figliola, speriamo!
(Quando i rumori e la confusione raggiungono l’apice, entra lo
Spekar, ammantellato, eroico, come il Messaggero di una
tragedia greca: la sua voce è stentorea, indiscutibile come la Voce
della Storia:)

LO SPEAKER – Chi avrebbe allora scommesso una cicca sulle sorti


d’Italia? Minacciato il sacro suolo della Patria dalle mani stesse
dei suoi figli, posti in pericolo i valori eterni della Pace, della
Libertà, del Progresso, tutto apparve allora perduto ai tremanti
e sgomenti benpensanti.
Ma proprio allorché dell’abisso stavasi per raggiungere l’imo
profondo, ecco, dalle verdi colline di Francia, ecco la lieta
novella che giunse a ridare agli italici cuori la smarrita
concordia, a stringerli ancora in un indissolubile nodo di
comune, italianissima esultanza!

VII
RESURREZIONE E LIETO FINE
(Il tumulto che era continuato in sottofondo durante l’epico
annuncio cessa ora un istante mentre i quattro si fermano
incuriositi ad ascoltare, immobili. Uno di essi – “ricco borghese” -
ha un cappio al collo, ed un altro – “proletario rivoluzionario” - si
stava accingendo evidentemente ad impiccarlo.
In contrasto con la stentorea sparata si ode ora, stitico e banale,
l’annuncio della radio.)
L’ANNUNCIO DELLA RADIO - Notizie sportive. Tour de France. Gino
Bartali, nel corso dell’odierna tappa vinta alla media di trentasei
e quattrocentosettantacinque, ha conquistato la maglia gialla di
leader del classifica.
(I quattro restano attoniti, colti da improvvisa felicità. I cartelli si
girano, e dove prima si leggevano scritte rivoluzionarie, ora
compaiono incitamenti tipo “Viva Bartali!”, “Gino sei tutti noi!” e
simili. Tra le grida festose si stagliano le voci dell’Impiccatore e
dell’Impiccando, esultanti.)
L’IMPICCATORE – Il Gino! Il Gino ha vinto!
L’IMPICCANDO – E’ maglia gialla! E domani il Tour finisce!
L’IMPICCATORE – A Parigi!
L’IMPICCANDO – Al Parco dei Principi! Avremo anche perso la
guerra…
L’IMPICCATORE – … ma il Giro di Francia… te’!
L’IMPICCANDO – Sa che io ero a Parigi, dieci anni fa? Quando il Bartali
l’ha vinto per la prima volta!
L’IMPICCATORE – Nel Trentotto. E lei era a Parigi?
L’IMPICCANDO – A Parigi, a Parigi! E l’ho visto, in pista, tagliare il
traguardo!
L’IMPICCATORE – Ciuska! Mi dica, mi dica, mi racconti!
(L’ira rivolutionaria dell’Impiccatore e il terrore dell’Impiccando
hanno ceduto il posto a una grande cordialità. Siedono, e
l’Impiccatore toglierà il cappio all’altro, con gesto e parole di
scusa…)
L’IMPICCANDO – Ah, ci vorrebbe un grande scrittore, a descrivere quei
momenti.
L’IMPICCATORE – Dica, dica: lui cosa faceva?
L’IMPICCANDO – Il Bartali? Pedalava: la fronte madida di sudore,
chino sul manubrio…
L’IMPICCATORE – Ciuska!
L’IMPICCANDO - …pedalava come un arcangelo!
L’IMPICCATORE – Ciuska!
L’IMPICCANDO – Lei l’ha mai visto come pedala un arcangelo?
L’IMPICCATORE – Nnnn no!
L’IMPICCANDO – Beh, pedala come pedalava come il Bartali, lì su
quella pista, tra tutti quei francesi che lo applaudivano…
L’IMPICCATORE – Dica, dica…
L’IMPICCANDO – … perché i francesi son francesi di merda, ma di
ciclismo se ne intendono!
L’IMPICCATORE – Certo che sono soddisfazioni!
L’IMPICCANDO – Eccome!
L’IMPICCATORE – Dica, dica!
(Racconto e dialogo procedono a bassa voce, fino a che si vedono
solo le labbra muoversi, senza suono.
Nel frattempo sono entrati gli altri due: uno ha una chitarra e
canta, l’altro ha un pacco di grandi lenzuola bianche, con le quali
copre il cumulo delle macerie cadute, e poi anche l’Impiccatore e
l’Impiccando che resteranno immobili, ricoperti come i divani e i
mobili di un salotto prima che i proprietari dell’appartamento
partano per le ferie. Nel frattempo, il canto:)

IL QUARTO - Chiudi gli occhi piano piano


caro popolo sovrano;

Non pensare più alla guerra


che ha cambiato questa terra.

Non far più rivoluzioni,


tienti tutti i tuoi padroni

Mangia e dormi e bevi e sogna


che nient’altro ti abbisogna.

Corri in braccio alla tua mamma,


fa la ninna, fa la nanna

Fatti solo i fatti tuoi


come fanno mucche e buoi

E alla fin di tanta manna


fai la ninna, fai la nanna

Puoi mangiare e pure bere


nel piattino e nel bicchiere

Chiudi gli occhi piano


che sei popolo sovrano

Se stai buono ti daremo


le canzoni di Sanremo

Mangia e dormi e fai pupù


avrai in premio la tivù

Mangia e dormi e fai pipì


che a te pensa la DC

Chiudi gli occhi piano piano


caro popolo sovrano…

Fine del primo tempo


Dal

SECONDO TEMPO

...
II.
VENT’ANNI DOPO

(Tenui luci da primo mattino. In scena, un distributore di


benzina. Il benzinaio, in attesa dei radi clienti delle ore morte, sta
dormendo.
Rombando cafonescamente arriva una super-spider-sprint-
duetto-decapottabile. La guida un Italiano di Prima Classe: forse
già visto alla Scala. Diciamo.... un Commendatore. Attivissimo,
esuberante, frenetico, sportivo...

IL COMMENDATORE – Benzina! Benzina! Sveglia, dormensa: sveglia!


IL BENZINARIO (si sveglia) – Buongiorno, commendatore.
IL COMMENDATORE – Dài, nano, dài! Il pieno di super! Dài che c’ho
fretta.
IL BENZINARO – In piedi presto, stamattina, eh, commendatore?
IL COMMENDATORE – Macchè in piedi presto, bamba! Voo a lett
adess! C’ho un sonno che non sto neanche in piedi! Ma guarda
che razza di maniera di perdere le notti: sono stato al Casinò a
Campione, in Svizzera.
IL BENZINARO – Andata bene, commendatore?
IL COMMENDATORE – A donne sì, ma alla roulette no. G’ho lassà là un
mezz miliun!
IL BENZINARO – Osti!
IL COMMENDATORE – Bah, è andata peggio altre volte.
(Alza le spalle con noncuranza. Mentre il benzinaro pulisce
parabrezza e fari, si pianta a gambe larghe in primo piano,
molleggiandosi sulle ginocchia, a contemplare il cielo che viene
invaso dal mattino. L’immagine lo ispira:)
Ah, ragazzi, che cos’è il cielo alla mattina!...
“Quando l’aurora dalle dita rosate tinge l’oriente....”
IL BENZINARO – Anche poeta, commendatore!
IL COMMENDATORE – E’ Omero, pirla!
“Quando l’aurora dalle dita rosate tinge l’oriente.... e del divo
Febo il carro...”
Boh, poi non la so più.
Acqua e olio!
(Pregustante)
Adesso vado a letto, dormo fino a mezzogiorno, poi Santamessa
con la famiglia, e ‘sto pomeriggio c’ho il torneo di golf. Ti piace
il golf?
IL BENZINARO – A mi?
IL COMMENDATORE – Te giughet no, ho capito. Male!
(Entrano intanto due attacchini, con scale, barattoli, pennelli e
due striscioni arrotolati, di quelli da tendere dall’uno all’altro
lato delle strade ad annunciagre grandi eventi.)
Oh, ecco qua i lavoratori. C’avete lì anche lo striscione del golf?
UN ATTACCHINO (forte accento meridionale) – Sissignore, signurì.
IL COMMENDATORE – Fate vedere.
(I due attacchini srotolano uno striscione; compare la scritta:
TORNEO DI GOLF INDIVIDUALE E A SQUADRE
COPPA FILIPPO DI EDIMBURGO
Gavirago al Lambro
25 aprile.)
Bello, eh? Attaccarlo sù bene, eh? Massima evidenza.
E quell’altro lì che cos’è?
ALTRO ATTACCHINO (di nome NINETTO; con tono di sfida) –
Striscione politico!
IL COMMENDATORE – Fa vedere.
(I due attacchini srotolano anche il secondo striscione:
XX ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE
GRANDE COMIZIO
Gavirago al Lambro
25 aprile. )
Oh, madonasignù! Ammò la resistensa! Ammò ‘sti bambanad!
IL NINETTO – Com’è: bambanad la Resistenza? Ohei, faccetta nera, sta
attent, perchè a me se mi toccano la Resistenza...
IL COMMENDATORE – Ma aggiornati, pulaster! La resistenza! Hinn
passà vint’ann!
IL NINETTO – E allora? Si può festeggiare il ventesimo anniversario se
non son passati vent’anni?
IL COMMENDATORE – Ma séntilo! Ma te che parli tanto: l’hai fatta, te,
la resistenza?
IL NINETTO – Io ero disperso in Russia.
IL COMMENDATORE – Eh, sempre una scusa pronta! Io sì che l’ho
fatta la resistenza, caro il mio falcemartello! Sù in montagna,
mentre ti te fasevet el turista nel paradiso sovietico, a spese
dell’Armir! E io, che l’ho fatta, ti posso anche dire che se era per
finire come siamo finiti, mi la fasevi no!
IL NINETTO (provocatorio) – Perchè? Sentiamo: com’è che siamo
finiti?
IL COMMENDATORE (all’altro attacchino) – T’è sentì, ohei! Diglielo tu,
dove siamo finiti.
L’ALTRO ATTACCHINO – Io?! (Non sa cosa dire) Beh, insomma... siamo
finiti nella crisi...
IL COMMENDATORE (con forza, rettifica) – Siamo finiti nella merda!
Per quindici anni abbiano faticato, ricostruito, rischiato... e
guarda qui: sono bastati due o tre anni di centrosinistra...e ciao
ninetta!
IL NINETTO – Ciao ninetta, cosa?
IL COMMENDATORE – Che a momenti m’è toccà chiudere un
stabilimento, va bene?
IL NINETTO – E i superprofitti?
IL COMMENDATORE – Ma va a ranare, te e i superprofitti!...
IL NINETTO – E il comizio di stasera è fatto per celebrare la
Resistenza, e per denunciare nel contempo i superprofitti di
chi.... aspetta! ... di chi nel generale clima di disfacimento
morale, non ha avuto ritegno nell’intaccare il sudore del popolo
lavoratore, facendosi bello dei suoi dolori e delle sue miserie...
IL COMMENDATORE – Senti, g’ho de andà a messa, e la predica la
sento là: va bene? E va a messa anche tu, che sarà meglio. Altro
che comizio. Ma poi: ci vai, al comizio, tu che parli tanto?
IL NINETTO – Ci vado sicuro, ostia se ci vado!
IL COMMENDATORE – Ti te vet all’osteria, te ’l disi mi.
IL NINETTO – In prima fila: col cartello!
IL COMMENDATORE – Raccontala a un altro!
(Al benzinaro)
E allora: quant’è?
IL BENZINARO – Ottomila giuste, commendatore.
IL COMMENDATORE – Te ’l chi, il centrosinistra! Le supertasse, altro
che i superprofitti! C’è un’alluvione... si aumenta la benzina!
Terremoto al sud... sù la benzina! Ma sì, dagliele! Tanto... in un
modo o nell’altro siamo noi del nord che li manteniamo tutti!
ATTACCHINO MERIDIONALE – E chi vi ha chiamati, vuie! Che noi
stiamo meglio assai secessionisti! Sicilia libera, e viva li
Borboni! Invece di venir tuti qui sù, a lavorare per la Fiat!
IL COMMENDATORE - Ohei, te le ricordi i Vitelloni?
ATTACCHINO MERIDIONALE – Ecchè minchia..
IL COMMENDATORE – Te lo ricordi il Sordi? (Citazione) “Lavoratori!
Lavoratori di Sicilia!... Te’!”
(Gesto classico)
I DUE ATTACCHINI – Ohei, reazionario! Nemico del popolo! Venduto!
IL COMMENDATORE – E attaccatemi sù bene lo striscione del golf, che
quello almeno è una cosa seria...
(Parte sgommando)

...
---
III.
RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

L’interno di una grande chiesa. Sul fondo, in alto, un grande


rosone colorato e sul pavimento la proiezione di altre vetrate
laterali. Compare la scritta:
L’UOMO PREGA DIO A PROPRIA IMMAGINE E SOMIGLIANZA
Entrano i quattro, ciascuno spingendo un inginocchiatoio come
fosse un monopattino.
Cantano alternando soli e tutti)

E’ la domenica il giorno del Signore


è la domenica il giorno dell’amore.
Tutti ben rasati, con su gli abiti belli
È d’obbligo sentirsi tutti un po’ fratelli
E tutti andiamo in chiesa
a pregare Iddio
ma tu ti preghi il tuo
e io mi prego il mio.

Verso le sei c’è il dio delle vecchiette


a mezzogiorno quello dell’élite
con le signore che sfoggiano toilettes
con accessori strni comprati alla boutique
e che fanno a gara
per arrivare a pelo
tanto la Messa
comincia col Vangelo.

E’ inutile arrivare molto prima


con quel che c’è da fare la mattina
e poi s’è fatto tardi il sabato sera
marito, amici, amante, night club, salotto, balera.
E tutti andiamo in chiesa
a pregare Iddio,
ma tu ti preghi il tuo
e io mi prego il mio.

Ce lo facciam secondo i nostri gusti


e gli diciamo cosa deve fare,
e poi chi deve assolvere, chi deve condannare
perché questo mondo sia sempre più rotondo
sia libero e felice
sia ricco e sia in pace
e soprattutto poi
sia come fa comodo a noi.

(Escono i quattro.

Scampanio, rintocchi lenti e solenni.


Sullo sfondo, un pedana a mo’ di altare. Un prete siede a un
organo per il commento musicale.
La voce dell’organo accompagna l’ingresso di due fedeli – un
Ricco e un Povero – che si dispongono simmetricamente ai lati
della scena.
Un altro sacerdote sale all’altare)
IL SACERDOTE (con largo gesto) - Nel nome del Padre, e del Figliolo,
e dello Spirito Santo, e così sia.
(Legge, da un grande libro su un grande leggio:)
Così parla il Signore Iddio: Ecco, i miei servi mangeranno e
berranno, e gli apostati avranno fame e sete. Poichè io sono il
Signore Dio tuo; punisco le colpe dei padri nei figli, fino alla
terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano. Ma
dimostro il mio favore fino a mille generazioni a quanti mi
amano ed osservano i miei comandamenti. P er loro
sgorgheranno nel deserto sorgenti d’acqua e nelle tane ove si
sdraiavano gli sciacalli cresceranno le canne e i giunchi; le loro
vigne stilleranno dolcezze, e latte e miele a torrenti daranno i
pascoli dei loro colli; l’abbondanza regnerà sulle loro mense, la
pace e la prosperità nelle loro famiglie. Così dice il Signore
onnipotente.
(Il Ricco, fermo ed eretto, mani giunte e fronte serena, come nei
quadri del Rinascimento i ricchi devoti, ai piedi delle Vergini
commissionate ai pittori, dice la sua preghiera. Parla con
sicurezza, co nscio della propria dirittura morale e del proprio
diritto di primogenitura nei riguardi del Padreterno.)
IL RICCO (con ampio gesto, fa il segno della croce) - In nome dei miei
interessi, della mia digestione, del mio portafogli, della penna
con cui firmo gli assegni, e così via
Signore, nel momento in cui dispensi le tue grazie, ricordati di
me, che appartengo al novero dei tuoi servi, e dunque degli
eletti. A testa alta posso dire: sono un uomo giusto e quello che
ti chiedo so di meritarmelo. Credo in un solo Dio, rispetto – e
mantengo – mio padre e mia madre, non ho mai rubato, non ho
mai ammazzato nessuno, vado a Messa quasi tutte le
domeniche, anche quando avrei altro da fare. E questo te lo
dico non per rinfacciartelo, ma per pregarti, Signore
onnipotente, di concedere felicità, prosperità, salute, a me, alla
mia azienda, alla mia famiglia... e anche a quella giovane amica
mia, che io – anche in ossequio ai tuoi comandamenti – nutro
quando ha fame, vesto quando è ignuda, e difendo dalle
intemperie di una calda e confortevole mansarda.
Rimetti a me i miei debiti, anche se io non sempre li rimetto ai
miei debitori; ma tieni conto, Signore, che io devo vivere e ho
un’industria da mandare avanti. Se tu potessi liberarni dai
sindacati, e darmi un po’ di carta bianca, tutto sarebbe più
facile, e io canterei in eterno le tue lodi. Se no, sia fatta la tua
volontà: berrò l’amaro calice fino in fondo. Intanto, pago la
giusta mercede agli operai, e voglio sperare che questo mi
autorizzi a cercare di non pagare le tasse. Ma questo riguarda
Cesare; e a te, Signore, non dovrebbe importartene niente. La
mia signora ha promesso alla Madonna di votare Democrazia
Cristiana se i nostri figli saranno promossi. Ti prego anch’io di
esaudirla. Tieni presente che anche un voto fa sempre comodo,
e che è a forza di voti singoli che si vincono le elezioni, e che in
fondo siamo noi a difenderti anche te dal comunismo.
Fa che mi vada bene quel contratto con la Romania; ricordati
che la Romania è molto indipendente da Mosca, e che quindi
anche questo ti può far gioco. Ti ricordo anche tutte le cose di
domenica scorsa: la cedolare secca, il dazio, l’ispezione della
finanza. So che non ho ancora messo l’impianto di depurazione
degli scarichi industriali; ma se mi tieni ancora un po’ alla larga
l’ufficio d’igiene, ti prometto di contribuire alla colletta per la
messa a norma della canonica... con un milione di lire.
IL SACERDOTE (in stile chirieleinson) - In contanti?
IL RICCO – In contanti?!
IL SACERDOTE – In contanti!
IL RICCO – In cambiali?
IL SACERDOTE - In cambiali?!
IL RICCO – In cambiali!
IL SACERDOTE – Commendatore, non si può con un milione acquistare
la terra promessa, ma tu rinnova la tua offerta, poichè sta
scritto: “Bussate e vi satà aperto”.
IL RICCO – Due milioni.
IL SACERDOTE – Commendatore, non si può con due milioni
acquistare la terra promessa, ma tu rinnova la tua offerta,
poichè sta scritto: “Bussate e vi sarà aperto”.
IL RICCO – Tre milioni.
IL SACERDOTE – Alleluia! Hosanna in excelsis...
(Il Sacerdote si volta verso il fondo con gesto sacrale.
Organo. Incenso. Silenzio. Poi Il campanello dell’elevazione.
Pochi gesti appena accennati, mentre all’altro lato della scena
prende la parola il Povero.
IL POVERO – Signore, sono un povero diavolo senza fantasia. Non ho
titoli di merito, non ho note caratteristiche, non faccio notizia;
non posso scrivere ai giornali vantando mogli ammalate, figli
degeneri, disgrazie spettacolari che suscitino la pietà dei lettori.
Se mi capita un in cidente, è sempre a titolo individuale; non è
mai parte di quelle belle sciagure nazionali – inondazioni,
terremoti... – che fruttano se no altro le coperte della Croce
Rossa o un aiuto in denaro dalla Prefettura. Sono proprio un
povero diavolo qualsiasi, come ce ne sono milioni, ma sempre
tutto a titolo individuale. Povero perchè non ho soldi, e basta;
perchè ho solo due braccia, e moglie e quattro figli e genitori a
carico. Per mantenerli tutti vendo le mie braccia a sessantamila
lire al mese. Quindi per te non ho niente, Signore, ma sono
sicuro che tu mi capisci e che il mio niente ti basta.
Signore, vorrei chiederti un favore a proposito dei tuoi
Comandamenti. Sono molto belli, Signore, chiari e semplici; e
chi ha orecchie per intenderli li intende benissimo: Ma tu li hai
scritti tanto tempo fa, e sarebbe ora di riscriverli, o almeno di
rispiegarli, o Signore, perchè qui la gente ha la tendenza a
pigliarli alla lettera. E allora io, povero diavolo qualsiasi,
nullatenente all’erario, manovale in fabbrica, pedone in strada,
come mi difendo e come sopravvivo?
Bisogna proprio che tu glielo dica, Signore, che quando si dice
“Non rubare” non si parla solo di quelli che rubano i portafogli
in tram o che vanno di notte nelle case, ma anche di quelli che
non pagano le tasse, perchè a questo mondo lavoriamo tutti, e
tutti abbiamo il diritto di mandare i figli a scuola e di vedere il
dottore quando siamo ammalati; e a queste cose ci si pensa con
le tasse, e se uno non le paga, o Signore, tocca a un altro
pagarne di più, e rinunciare al medico o alla scuola.
Diglielo tu, che quando si dice “Onora il padre e la madre” si
parla anche del padre e della madre degli altri; di tutti i nostri
vecchi, insomma, che hanno bisogno di una pensione decente e
di vivere tranquilli, dopo aver tanto lavorato anche loro.
E poi spiegagli bene, Signore, che quando tu hai detto “Non
uccidere” non parlavi solo di quelli che ammazzano con le mani,
sporcandosi di sangue. Spiegaglielo tu, che si ammazza la gente
anche mandandole sulle impalcature senza protezione, anche
facendo respirare agli acidi in fabbrica e la polvere nelle
zolfare. E spiegaglielo bene, in modo che non possano più far
finta di non capire, che quando tuo figlio – con un po’
d’imprudenza, devo dire! – ha detto “Chi è senza peccato scagli
la prima pietra”, non voleva dire che uno ha il diritto di rubare
quel che gli pare, perchè tanto rubano anche gli altri.
Per tutto questo, e per molto altro ancora, o Signore, digli a tutti
di pensarci bene, oppure pensaci tu. Altrimenti viene il giorno
che ci pensiamo noi.
(Ultimo trillo dell’Elevazione. Il sacerdote si volta e benedice con
largo gesto il pubblico dei fedeli. Con identico gesto il Povero si fa
il segno della croce.)
In nome della sua saggezza, della nostra buona volontà, della
tua pazienza... e della nostra. E così sia.
(Le luci si attenuano e su un ritorno di accordi d’organo si
spengono del tutto.)
...
...

VI.
NON SO, NON HO VISTO

(I quattri hanno portato in scena quattro bassi leggii, hanno


indossato una sommaria marsina , e si dispongono di fronte ai
leggii, come fossero un quartetto di madrigalisti. Poi declamano i
versi che seguono, sovrapponendosi ogni voce alle altre in una
riproduzione di un fugato, prima tranquillo poi accalorandosi
fino allo “stretto” finale.)

I. Non so, non ho visto,


se c’ero dormivo;
qualcosa mi è parso
ma non so cos’è.

II. Non so, non ho visto,


se c’ero dormivo;
qualcosa mi è parso
ma non so cos’è.

III e IV Non so, non ho visto,


se c’ero dormivo;
qualcosa mi è parso
ma non so cos’è.

TUTTI (a turno) Io dico “può darsi”


però non lo giuro,
non sono sicuro
ma credo di no.

Non voglio sbagliare,


ero troppo lontano:
non dico di no, ma
nemmeno di sì.

Io sono distratto,
comunque non c’entro:
son qui di passaggio
non so cosa dir.

Non voglio dir troppo,


ed è meglio se taccio,
io tengo famiglia,
e lei capirà.

Non so, non ho visto,


se c’ero dormivo!
Sì, sì, scriva pure
ma il mio nome no!

Non so, non ho visto


ron ron ron ron ron...
Se c’ero dormivo
Ron ron ron ron ron...
(Dissolvenza e buio sul russare ritmico dei quattro.)

IX
BRINDISI, SERENATA E GRAN FINALE.

(E’ sera. Sul grande schermo di fondo si vede il profilo di una folla
oceanica con bandiere, stendardi e cartelli. Inni, note patriottiche,
brani smozzati di vecchi canti della resistenza.
In primo pian o sullo schermo, un po’ di spalle e un po’ di profilo,
il busto di un oratore che arringa la folla.
Voce dell’oratore e clamori della folla arriveranno in scena ad
intermittenza, come portati da folate improvvise di vento, a
turbare la pace della sera.
L’altoparlante diffonde la voce dell’oratore.)

L’ORATORE - ... italiani di Gavirago al Lambro! Quando venti anni or


sono, nel giorno radioso della ritrovata libertà, discesi dalle
montagne sulle quali per venti e più mesi abbiamo combattuto e
siamo morti contro l’oppressione nazifascista, ci accingemmo
alla ricostruzione morale e materiale del Paese, nessuno di noi
ignorava quale immane fatica ci attendeva; ma rimboccate le
maniche, deposto il fucile ed imbracciata chi la falce chi il
martello, fisso nella mente e nel cuore l’ideale di una nuova
Italia, democratica, ricca e felice...

(La voce si perde, l’immagine stessa di attenua sullo schermo,


come dispersa da una folata di vento.
Entrano tre popolani, in cerca di un posto tranquillo all’osteria.)
I. Ecco: mettiamoci qui; che siamo controvento, e il comizio non ci
rompe le scatole. Luce, oste! Luce! Un mazzo di carte, un litro di
vino... e tre bicchieri.
II. E per stasera, le rogne a monte! Trisette ciapa no, la ciocca, e ‘na
cantadina; che domani è lunedì, passata la festa, e non c’è più
posto per niente di bello.
III. Viva la domenica!

II. Ohei, manca il Ninetto!


I. Lui è al comizio.
III. In prim fila, senz’altro.
II. Il Ninetto c’ha tempo da perdere! Ma vieni all’osteria!, gli ho
detto. Cosa stai lì a buttar via la domenica, che è il giorno dei
signori, con queste menate! Ti danno l’aumento? No! E allora?
I. A proposito di menate: oggi sono stato a vedere il golf.
II. Anca mi. Ohei, tutti vestiti com in un film. Coi calzoncini alla
zuava, o maiett...che tiraven inscì.
(Parodistica imitazione del golf, cui si associa ancnhe il Primo)
Zammmm! Zammmm! E tutti i alter: “Ohhhhh, ohhhhhh!” e a
batt i mann a fare gli inchini.... E poi l’è rivàa el drink, e allora
han messo giù le stecche, e si son messi a bere, cunt’el biccer
inscì... E madam... e el baciaman...
(Una raffica di vento porta di nuovo l’immagine e la voce del
comizio)
L’ORATORE – ...Guidata da una classe dirigente conscia delle sue
storiche responsabilità, preoccupata di non dilapidare il sudore
del popolo, ma intenta a una sempre più generale diffusione del
benessere, nella eliminazione delle secolari discriminazioni
sociali...
(Una nuova raffica di vento, e la voce e l’immagine scompaiono.
I tre mimano ancora qualche scena vista al golf, mentre entra il
Quarto – il Ninetto, che rimane un istante a fissare gli altri tre,
interdetto e senza capire.)
IL NINETTO – Ohei, ma cos’è successo?
II. Ragazzi, c’è qui il Ninetto.
I. Ma cos’è che fai qui: hai disertato il comizio?
III. E la prima fila?
IL NINETTO – Mi sono stufato. Son stato lì ma son venuto via. E’ lo
stesso discorso dell’anno passato, col ventesimo anniversario al
posto del diciannove... A ‘l soo già a memoria...
II. Sente giò, bidone! Te l’avevo detto di venire all’osteria, che ciè
da fare il tresette, che dobbiamo prendere la ciocca, e che fino a
doposabato di domenich non ce n’è più.
I. Che cos’è che c’hai lì?
IL NINETTO – Una bottiglia di vino mio. M’è vegnù in ment che da una
quai part gh’avevi una bottiglie del vingt’ann fa. Vent’anni,
come la Resistenza. Invecchiamento naturale. Chi vuol favorire...
un passo avanti.
II. Derva, dài: derva. Un vino di vent’anni el gh’da de vess una cosa
mai vista!
(Una nuova raffica di vento riporta voci e immagini del comizio.)
L’ORATORE – Se noi potessimo misurare il cammino percorso in
questi vent’anni, ed accostare alle macerie di allora questa Italia
di oggi, libera e felice, e ad afferrare in una sola immagine
quante speranze siamo riusciti a realizzare....”
(Il vento riporta via voce e immagine. Il Ninetto ha sturato la
bottiglia, e ha riempito i bicchieri.
Ma tutti, assaggiato il ventennale vino del Ninetto, sputacchiano
con smorfie di disgusto)
TUTTI – Aceto! Che schifo! Tradimento! Tradimento! Bottiglia di
vent’anni! Invecchiamento naturale! Bella boiata!
II. Oste, un po’ di vino serio per sciacquarci la bocca!
IL NINETTO – Mi vien voglia di piangere! Fine di un mito! E’ tutta da
buttare!
I. E buttala! Vino se ne fa ogni anno... Abbiamo cento vendemmie
davanti a noi!
III. Il vin de vingt’ann fa, bisognava berlo allora!
II. E quello di oggi, oggi!
I. Qua un bicchiere per il mio amico Ninetto, che ha mandato a
vaffanculo il comizio per stare con i suoi amici.
(Altra folata)
L’ORATORE - ... e se coloro che si sono immolati nella lotta potessero
tornare fra noi, vedrebbero l’Italia che loro hanno auspicato e
per la quale hanno versato il loro sangue: un’Italia democratica,
fondata sul lavoro, di cittadini uguali di fronte alla legge, sui
banchi di scuola, nei posti di lavoro...
(Il vento cancella tutto di nuovo.)
IL NINETTO (ha bevuto il buon vino dell’oste e ora si alza in piedi, con la
vecchia bottiglia in mano, come per un brindisi) – Signori!, nell
storico istante nella quale io verso per terra questa fregatura di
vent’anni, sento il bisogno di rivolgere un pensiero a tutti quelli
che come noi si grattano le palle attorno a un tavolo d’osteria, in
pace con tutti, senza rompere i cosidetti a nessuno, senza
aspettarsi niente dal passato, e neanche molto neanche dal
futuro...
II. Ohei, disfattista!
III. (al II.) – Silenzio!
IL NINETTO – Signori, compagni, fratelli, camerati...
I. Come: anche i camerati?
IL NINETTO – Ma sì: anche i camerati... Ormai!
Insomma: se penso a questa bottiglia di vent’anni, a queste
speranze degenerate in aceto, mi viene da piaNGere. Ma ci
serva di insegnamento a non rimandare a tra vent’anni quel che
si può bene subito e adesso!
(Altra folata: l’ultima)
L’ORATORE – Qualcosa, è pur vero, ci resta da compiere. Ma a questo
provvederà immancabilmnte il corso storico liberamente vouto
da popolo italiano, c he all’appello delle urne ha risposto
scegliendo la grande, nuova coalizione del centro-sinistra. E
dunque, ecco che quei pochi sacrifici che ancora ci restano
troveranno il loro premio in questa pacificazione degli opposti,
tra lo scudo crociato e la falce e il martello...
(Nuova folata, e via tutto)
(Uno dei quattro attacca con la chitarra, e canta, subito seguito
dagli altri)
I. “Pellegrin che vien da Roma.../ con le scarpe rotte ai piè...”
IL NINETTO (interrompendo) – Un momento! Questa qui mi sembra
come il vino della mia bottiglia!
Largo!
(Ottiene spazio, annuncia...)
Nuova versione!
(...e attacca, presto seguito dagli altri. La musica è quella nota,
inframmezzata di “el va al birocc, birocc accel va”...)

Socialista che va a Roma,


sventolando l’ideal.

Non appena fu arrivato


al governo se ne andò.

“Buonasera, sor padrone:


c’è una camera per me?”

“Camere ce n’è una sola,


ma c’è dentro la Diccì.

Per maggiore sicurezza


Metteremo un campanel!”

Mezzanotte era suonata,


campanel sentì a suonar!
“Spurcacciun d’un socialista;
‘s te ghe fatt alla Diccì?”

“Un momento, sor padrone!


Mi hoo fàa gnet: l’è stada lè!

M’ha cosato e ricosato,


poi m’ha rotto l’ideal!

(Terminata la canzone, i quattro continuano a gozzovigliare


in perfetto stile osteria, con la serie della canzoni – da osteria
appunto – dei Gufi
Ad un certo punto – stanno cantando “De tant piscinin che
l’era... “ – il Ninetto si stacca dagli altri, si fa avanti al
proscenio, come per un brindisi al pubblico)

IL NINETTO – Gente! Se aspettate che noi finiamo la baracca, vi tocca


restare qui fino alla tre e perdete il tram per tornare a casa.
Sgomberate tranquilli, che quel che c’era da vedere l’avete visto,
e noi quel che avevamo da dirvi – bello o brutto che sia – ve
l’aviam detto tutto. Epoi adesso tacchiamo a cantar, e con il
vino davanti, e nessuno in giro per le strade, e con la bella calma
che c’è qui alla sera, si comincia col piscinin che l’era, e poi
chissà cos’è che vien fuori.

(E infatti, tutti....)

TUTTI Era lei sì sì,


era lei no no,
era lei che lo voeureva
e mi gh’el davi no!

Lentamente, sipario