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Riccardo Fedriga

Web. La dittatura del presente


Festival Comunicazione, settembre 2016

Quando nel 1930, ad Hamka e Nimrud, qualche centinaio di chilometri da


Mosul, Agata Christie conobbe il suo futuro marito, l’archeologo Max
Mallowan, mai avrebbe potuto pensare che, delle meravigliose scoperte
riportate alla luce dalla polvere del tempo, un giorno non sarebbe rimasto
nulla. Del resto, pur interpretando in modo elastico i quaranta giorni della
profezia, nessuno di noi avrebbe mai pensato di assistere al concreto
avverarsi della profezia di Ninive – né di qualunque altra, peraltro, dato il
carattere prescrittivo delle profezie stesse. Sappiamo tutti che, invece,
Ninive è stata distrutta. La stessa cosa vale per i luoghi che, nella memoria
che serbiamo delle civiltà passate, ma anche, più semplicemente, in
quella privata del nostro immaginario di lettori e di cinefili, facevano da
cornice all’indimenticabile trilogia mediorientale della giallista inglese:
Poirot sul Nilo, Appuntamento con la Morte e, soprattutto, il bellissimo
Non c’è più scampo – ambientato proprio nel sito di Nimrud, oggi
annientato dalle ruspe di Daesh.

Non è la prima volta che si fa uso della cancellazione fisica del


passato, o di ciò che ne conserva e trasporta la memoria, per affermare e
giustificare un regime, politico e/o teocratico, il quale, quindi, proietta sul
proprio presente una serie di interpretazioni in gran parte inventate ad
arte per sostenere quell’unico regime di tempo. L’impossibilità di agire
diversamente, blocca ovviamente la libertà di agire, e ogni possibile si
schiaccia sul presente. Da questo determinismo trae linfa ogni regime non
libertario. In altri termini, attraverso una violenta imposizione dell
cancellazione, si cerca di rompere – o quantomeno di interrompere in
modo tale che non sia possibile conservarne memoria, insieme privata e
di una comunità – il legame tra le culture che si sono succedute nel tempo
della nostra specie, e l’infinita varietà dei loro modi di pensare e di agire.

Tralasciando l’iconoclastia perché ci poterebbe su un altro terreno,


affine per quanto differente, gli esempi celebri non mancano e vanno dal
racconto “mitico” (secondo Bernard Lewis) della distruzione della
biblioteca di Alessandria, la celebre biblioteca scomparsa di cui ci parla
anche Canfora in suo splendido libretto edito da Sellerio, al rogo dei libri
ordinato dall’imperatore Shih Huang: una storia magistralmente
raccontata da Borges in Altre Inquisizioni; per passare poi alla distruzione
dei monasteri medievali da parte di una non molto luminosa età dei lumi
che fece addirittura ripartire il calendario per marcare meglio la
cancellazione del passato, non diversamente dall’era fascista: la quale
pensava, suddividendo lo scorrere del tempo in ere di appartenere
addirittura a un aevum, più che a un tempo, un’età mitica, naturale nella
sua fittizia incancellabilità. Il culmine di questo modo, tra i tanti, di
cancellare la memoria del passato è ovviamente, ma è sempre bene
ricordarlo, l’atroce rogo dei libri perpetrato in ogni città tedesca dalla
Deutsche Studentenschaft (la Gioventù tedesca) al comando di un
Goebbels che vi leggeva un “atto di rinascita spirituale contro l’intervento
del maligno”. Insomma siamo sempre dalle parti degli atti di palingenesi,
compiuti per cancellare il tempo passato e far rinascere un altro passato
che trasferirà le proprie ombre sul futuro, e lo farà in modo necessario,
ineluttabile, anche perché è una invenzione al servizio del regime di
temporalità presente.

Tuttavia con la distruzione del sito di Nimrud è accaduto qualcosa di


diverso. Non è più solo in questione il problema di cogliere, fissare e
cancellare un reperto posto nel passato, se non abbandonato all’oblio, da
nella prospettiva di un continuo gioco di messa in luce, e in ombra, e da
una distanza cui esso si colloca, i relazione ai vari presenti che si sono
succeduti nel tempo; né quello di annientare questa selezione per
inventare, e distorcere i passati, mettendoli al servizio del racconto del
presente: non è Mussolini che si cesarizza, è Cesare che si fascistizza. Nel
caso invece di Nimrud, Mosul e dei loro reperti, tra cui un bellissimo
leone che è stato distrutto dalle mazze dei miliziani. Nel caso del leone di
Mosul, noi e i nostri posteri, non lo vedremo nella prospettiva, forse un
po’ polverosa, in cui il succedersi dei tempi l’ha collocato. Infatti, sulla
base di una sofisticata tecnologia di rendering digitale, il leone è stato
ricostruito grazie al lavoro dell’Initial Training Network for Digital Cultural:
Projecting our Past to the Future. (http://projectmosul.itn-dch.net/). Ricostruito
come un oggetto fittizio, ma reale, il Leone è stato poi iscritto sul sito che
ce lo conserverà in eterno. Per capire meglio il cambiamento cui siamo di
fronte è utile leggere l’intento di tale ricostruzione, riportato sulla pagine
del sito dell’Unione dedicato al cultural Heritage: “Il fine ultimo di ITN-
DCH è migliorare il valore aggiunto dei beni del patrimonio culturale
riutilizzandoli in ambienti di applicazione reale come la protezione del
patrimonio culturale, l’istruzione, il settore turistico, la pubblicità, la
moda, il cinema, la musica, l’editoria, i video game e la TV. Se avrà
successo, il progetto MOSUL, sarà un esempio di tali nuove applicazioni”.
Quindi è un progetto di registrazione che sostituisce un oggetto che non
esiste più, al servizio del riutilizzo nell’industria culturale. Quello che non
viene sottolineato è la natura di questi “ambienti di applicazione reale”.
La realtà della registrazione, incancellabile e soggetta solo all’oblio
digitale del supporto o alla saturazione della sua capienza, ha sostituito
con un feticcio (bello, tecnologico, che a vederlo girare nello spazio del
web pare un astronauta) la realtà storica del passato. Ambiente “di
applicazione reale” significa che una realtà fittizia è stata inscritta nel
presente del web, il quale ha preso il posto del nostro presente costituito,
su una relazione prospettica e più o meno vincolante con il passato, e
base per le sue proiezioni sull’incertezza del futuro – che si fa meno
incerto perché, se non determinato, quantomeno pensato a partire dal
presente e dall’ordine, cioè dalle selezioni negoziate dalla comunità degli
uomini. Nel bene come nel male, ma comunque affidate alla nostra
responsabilità di scelta bene esemplificata da quello che dapprima
Starobinski, e in seguito Chartier, hanno individuato nel continuo
movimento di azione e reazione dato da un incessante dinamica tra
iscrivere e cancellare.

Nella ricostruzione del Leone, la fattualità del passato non è


sostituita da una nuova realtà, per quanto piegata alle esigenze di un
regime di temporalità che non prevede la libertà di agire diversamente ed
è quindi totalitario. La ricostruzione si inscrive, si accumula, e si affastella
senza ordine a partire da una serie di foto, cioè di interpretazioni,
tradotte in stringhe di codici, e queste rendono presenti su un supporto
che si spaccia per morbido e liquido, un documento molto rigido. Esso a)
non può essere cancellato; b) non può essere modificato – perché si
presenta già come un oggetto perfetto, atemporale, prodotto non tanto
da una astrazione dalle categorie spazio temporali, ma da un processo di
purificazione rispetto alla concreta dimensione del tempo che caratterizza
le iscrizioni (e le cancellazioni) del passato in relazione ai vari presenti
che, nella storia, si sono succeduti.

Non è nemmeno più in questione il problema del rapporto tra reale


e virtuale, né della sostituzione del feticcio virtuale con il reale: sono tutte
categorie che non appartengono al web. Siamo in una fase ulteriore nella
quale gli “ambienti di applicazione reale”, nei quali si iscrivono i
documenti, sono l’unico accesso possibile all’unica forma di realtà
esistente, quella digitale. Una realtà che ci accompagnerà per sempre in
un eterno presente incancellabile: tota simul, come Severino Boezio
descriveva l’atemporalità della mente divina, cioè un istante sempiterno.
Mai coloro che negli anni Sessanta scrivevano sui muri quei “tutto e
subito”, avrebbero pensato di aver scritto non uno slogan, che presto
sarebbe stati cancellato, quanto di aver decretato una verità imperitura, e
chiusa a ogni cambiamento: un regime di temporalità presentista, come
lo chiamerebbe Hartog, che coincide con un regime web implicitamente
illiberale, perché non contempla nel proprio schema mentale (iscrizioni
documentali e stringhe di testo, cioè dati, metadati e relazioni tra enormi
accumuli di dati governati solo dalla velocità dei vincoli algoritmici che
appiattiscono ogni iscrizione, nella estesa capienza dello spazio del web,
in un presente che non viene mai meno) alcuna prospettiva trans
mondana. In termini più semplici, non è un tempo umano e sarebbe un
errore giudicarlo a partire dalle nostre categorie: anche se i termini sono
gli stessi, non sono più le stessi gli schemi concettuali cui tali termini
fanno riferimento. Nei termini di Kuhn, si direbbe che il mutamento di
paradigma che segue una rivoluzione sia già in una fase matura.

Per ancorare questi concetti astratti e tornare al nostro zoo virtuale,


il Leone in 3D è reale perché è l’unico accesso possibile alla sola realtà
esistente, quella digitale. Il presentismo di questa realtà non prevede che
i documenti iscritti siano modificabili, a meno di non intendere con
questo termine un’altra iscrizione, altrettanto rigida, non gerarchizzata e
non cancellabile che si affianca a quelle precedenti in uno stock che le
affastella in sequenze (che non sono ordini) algoritmiche. Polveroso e
obliato reperto che testimoniava il succedersi delle civiltà nel permanere
della specie, il nostro leone, è, per così dire, più reale del reale: esso
infatti soppianta la realtà materiale, e non la surroga come avveniva nella
prima fase della rivoluzione tecnologica, perché costituisce piuttosto una
decantazione del reale, purificato e trasformato in un oggetto atemporale
e (per noi) perfetto. Il tutto è reso ancor più subdolo dal fatto che
l’immaterialità del supporto conduce a credere a una liquidità del web nel
quale tutto è inscrivibile in modo dilatato, sovrascrivibile, cancellabile e
riscrivibile, insomma aperto al futuro mentre così non è. Si tratta
piuttosto di un contenitore profondamente rigido per quanto riguarda le
iscrizioni, le quali, senza tempo, ne occupano la capacità attraverso una
altrettanto presunta infinita serie di documenti, incancellabili perché
iscritti in un presente che non viene mai meno.

Anche il web, per quanto artificiale, presenta delle caratteristiche


evolutive. In particolare, in questi ultimi anni abbiamo assistito al
progressivo modificarsi, facilitato dalle contrazioni del passato e del
futuro sul presente ad opera di algoritmi sempre meno controllabili, di
una diversa concezione del tempo sul web, che si articola secondo una
sequenza da presente a presente, molto rigida, su cui è stata appiattita
ogni prospettiva riguardante il passato e il futuro. Il che ha comportato
che, nella statica stabilità del presentismo, le altre due dimensioni e in
particolare il passato siano diventati accidenti che si contrappongono in
modo non controllabile rispetto all’esperienza che ne facciamo e alle
nostre capacità di conoscere. L’eterno presente del web, rispetto al
nostro, è per noi impensabile, e non perché non siamo in grado di
pensarlo ma perché non ci facciamo più caso, lo assumiamo come un dato
naturale indipendentemente dall’esperienza che ne facciamo. Questa
contrazione è, a ben vedere, esattamente speculare a una concezione del
tempo umano nel quale, a partire dal presente, recuperiamo nei modi
della memoria e del ricordo quel passato che abbiamo scelto di
selezionare, proiettando gli oggetti della nostra storia lungo un piano
reale al quale sentiamo di appartenere per quanto esso sia ancora
indeterminato.

L’apparente morbidezza immateriale del web, quindi, ci presenta e anzi


sempre più ci obbliga a inseguire un futuro che è in realtà niente altro che
l’effimero affastellarsi di documenti su uno o più supporti sempre più
capienti, ma non per questo più stabili; dall’altra parte, ci rivolgiamo, con
lo stesso affanno con cui inseguiamo un avvenire che tale non è, a un
passato che non passa, ma che è ancora una volta un presente
continuamente archiviato in una successione quantitativa - e non
selettiva – in cui ogni documento esiste semplicemente in quanto si
affianca a un altro. Si tratta certamente di una categoria temporale ma
altrettanto certamente si può affermare che sarebbe un errore
considerarlo un tempo umano; e tuttavia, forse cullandoci nell’illusione di
suddividerlo e contenerlo tutto, assistiamo a una continua proliferazione
di archivi digitali, depositi, contenitori di ogni tipo, grandi progetti di
cultural heritage sino alle continue riscoperte e “ritorni a”, tutte realtà
che sembrano fatte apposta non tanto per vivere l’esperienza della
successione temporale quanto per conservare in qualche modo
quell’onnipresente che non riusciamo a dominare ma che ci permette di
esorcizzare il terrore della cancellazione. Viviamo pertanto in una
situazione paradossale, per cui da un lato sentiamo che il presentismo
non è il nostro presente, e dall’altro cerchiamo in tutti i modi di salvarci
aggrappandoci ad esso.

Si tratta di quello che lo storico Hartog descrive come un mutamento nel


regime di storicità, cioè nel modo in cui, a partire dai presenti, noi
facciamo esperienza del passato e del futuro. Ma, dal momento che il
regime di storicità del web non ha alcuna direzionalità al di fuori di sé
stesso, siamo autorizzati ad estendere la definizione di Hartog a un
regime che non è solo temporale ma che giunge a limitare lo spazio di
libertà dell’uomo. La nostra storia consente scarti, come direbbe Montale
“lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. C’è chi sopravvive/ la
storia è anche benevola: distrugge/ quanto più può [la storia gratta il
fondo/ come una rete a strascico/con qualche strappo e più di un pesce
sfugge]”. Il presentismo non consente alcuno scarto, non sfugge alcun
pesce; anzi, a ben vedere, non è neppure storia ma solo testimonianza;
dato che, sempre per citare Montale, “la storia non è intrinseca/perché è
fuori”. Ed è proprio questo essere fuori che ci consente quella libertà di
cui non godiamo sul web e che rende inutile ormai domande sul diritto o
dovere dell’oblio, qualora ci si trovi coinvolti in quella temporalità, perché
essa non può dimenticare nulla dato che non c’è più storia né un futuro
da selezionare. A meno di non porre un ordine del sapere strutturato e
gerarchizzato secondo il numero di contatti, il quale poi determina il
criterio selettivo di quei contenuti che rientrano in quello stesso ordine;
una selezione, va detto, che non prevede, a differenza di quelle operate
dall’uomo, la possibilità della cancellazione e la responsabilità di quelle
scelte.
L’emblema di questa fissità è il selfie, che testimonia e fissa la nostra
esistenza nel modo esclusivo del presente, al di fuori del quale ci insegue
l’angoscia della scomparsa non meno dell’esclusione di una iscrizione dal
pageranking di un motore di ricerca, finalmente appagati dalla bulimia
disordinata di chi ritiene di trovarsi di fronte a un’infinita serie di scelte.

Così, al riparo del presentismo digitale, come proiettati nella metafora del
naufragio con spettatore, troviamo requie alle ansie di un avvenire
incerto che non dobbiamo più rincorrere e del quale non siamo più
responsabili, in una esistenza incerta che viene creduta stabile mentre è
solo rigida, ed è così che esorcizziamo la paura della cancellazione.

Pensiamo a quale diverso regime di storicità viene trasportato dalla


celebre fotografia in cui John John Kennedy esce dalla scrivania del padre
alla Casa Bianca. A partire da quello scatto presente c’è tutto: il passato e
la stabilità rassicurante dell’istituzione democratica, nonché il futuro di
quel bambino che rappresenta l’avvenire. Se confrontato con l’infinita
proliferazione dei selfie sul web, permette di mostrare il mutamento di
paradigma avvenuto, per cui nel selfie ci si aggrappa a un presente al di là
del quale non sembra esistere altro tempo o altra esistenza possibile; così
che si è quasi costretti a riprendersi continuamente per affermare la
propria esistenza nel solo modo che il presentismo consente. E’ quasi una
riscrittura del cogito cartesiano, secondo una formula per cui “sono
presente (all’indicativo eterno), quindi esisto”.

In conclusione, dobbiamo quindi rassegnarci a vivere secondo le parole


del Faust “allora lo spirito non guarda né avanti né indietro, il presente
solo è la nostra felicità”? Non credo. Intanto, prendere coscienza
dell’alterità del web, di cui ora scorgiamo chiaramente il profilo, è ancora
o forse già segno di una modalità umana di vivere il presente, rispetto al
presentismo del web. In secondo luogo, proprio questa presa di coscienza
è già la prova che può esserci un’altra esperienza del tempo: altrimenti
ogni possibile sarebbe schiacciato sul reale. Il che ci dice che abbiamo
ancora di spazi di libertà, seppure sempre più ristretti e alle volte
irriconoscibili per la velocità del web e per il sonno degli algoritmi che
genera mostri; e tali spazi di libertà risiedono nel fatto che nel rapporto
tra possibile e reale il primo continua a essere più ampio del secondo, per
noi uomini, e non viceversa. Questo ci libera dalla dittatura del presente,
ci responsabilizza circa l’incertezza del futuro e riporta il web al suo ruolo
funzionale, uno strumento per la ricerca di informazioni e non un Dio
atemporale e onnipresciente di cui officiamo fideisticamente i riti in una
sorta di teologia tecnologica.