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Tutti settori in cui è presente l’Italia che, sul tavolo di Mosca, mette a rischio un giro d’affari di

oltre 10 miliardi di euro come effetto delle sanzioni volute da Washington e subito
accettate dall’Europa. Con effetti disastrosi, soprattutto in prospettiva, proprio per l’Europa. Già la
Germania era stata scavalcata dalla Cina come primo partner commerciale russo, ma la situazione è
destinata a peggiorare ulteriormente nei prossimi anni.
E se le sanzioni contro Mosca rappresentano un’opportunità, economica ed immediata, per gli
Stati Uniti, rappresentano un problema altrettanto immediato e non solo economico per l’Unione
europea che perde la sponda orientale. La Russia è stata gettata tra le braccia di Pechino e,
indubbiamente, comprare e vendere nelle condizioni di massima necessità non rappresenta mai un
affare. Ma penalizzare Mosca significa penalizzare molto di più l’Europa sul piano economico. E
destabilizzare l’intero globo sul fronte geopolitico.
E non va dimenticato che, stringendo accordi di lunga durata con Mosca, Pechino si apre le porte
ai mercati dell’Asia Centrale che gravitano nell’orbita russa, a partire dal ricco Kazakhstan. Mosca,
centro dell’Eurasia, vede il proprio baricentro spostarsi obbligatoriamente verso Est. Non sarà un
affare per i russi, è un disastro per gli europei. I rischi, però, non mancano neppure per gli Stati
Uniti. Innanzi tutto perché – come confermano nostre fonti al Cremlino – sul tavolo dei negoziati tra
Mosca e Pechino c’era anche la fine dell’utilizzo del dollaro negli interscambi commerciali,
sostituendo il biglietto americano con rubli e yuan (non si parla più di impiego dell’euro).
Ma non va dimenticata l’offensiva cinese negli altri Continenti. La presenza di Pechino in Africa
non è certo una novità, ma si rafforza giorno dopo giorno mentre Stati Uniti ed Europa pagano gli
errori clamorosi commessi in Africa del Nord. Così come non vanno dimenticati i problemi creati
dalla sciagurata strategia occidentale in Siria.
Pechino, però, guarda oltre. E l’accerchiamento nei confronti degli Stati Uniti si sta
completando con l’offensiva, assolutamente sottotraccia, condotta nell’America Latina. Dove la
Cina investe, in pochissimi anni, oltre 100 miliardi di dollari. E per economie con potenzialità
enormi ma con problemi di liquidità e di rapporti non sempre idilliaci con il Fondo monetario
internazionale, gli investimenti cinesi diventano una benedizione. Sicuramente non senza una
contropartita anche in termini politici. Tra l’altro la Patagonia diventerà rapidamente un
concorrente diretto degli Stati Uniti anche per quanto riguarda l’estrazione di shale gas. Così i
rigassificatori che Paesi come l’Italia dovranno realizzare per accogliere il gas
statunitense, potrebbero diventare anche la piattaforma perfetta per accogliere il gas argentino.
In queste condizioni – con la Cina che investirà anche nelle infrastrutture per il gas e il petrolio
della Crimea, ma anche per i trasporti a Mosca – non è assolutamente certo che tutta l’Europa
continui ad accettare le strategie di Washington. Sentendosi accerchiato, qualche Paese
potrebbe preferire accordi con la Russia.
Che, insieme alla Cina ed al Kazakhstan, sta realizzando la Ferrovia della Seta, in grado di
spostare una considerevole parte del traffico merci dalle navi ai treni. Con risparmio di tempo e
denaro. Ma con problemi crescenti per i porti del Mediterraneo, a partire da quelli italiani. Una
ferrovia destinata a penetrare nell’Unione europea. Non si sa ancora sino a quale stazione
d’arrivo.