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7 febbraio 2011

Ecco quelle femministe


che firmano appelli
senza pudore e coerenza
di Vittorio Sgarbi

Le femministe accecate dall’odio aderiscono ai manifesti contro il "Sultano del bunga-


bunga". Ma dimenticano che la libertà sessuale delle donne è uno dei cardini
dell’emancipazione

Dispiace dovere ricordare a donne colte e scrittrici alcuni testi memorabili e inequivoci
che indicano, in modo chiaro, volontà e decisioni della donna non nel tempo della
liberazione sessuale ma nella storia. La Moll Flanders di De Foe ha idee molto precise, e
faticherebbe a credere a una dichiarazione di dignità delle donne palesemente ipocrita.
Dice Moll Flanders: «Donna che sia dalla rovina stretta, sugli uomini può sempre far
vendetta». Ripensando a personalità e atteggiamenti come questi, finalmente una donna
si è svegliata e ha restituito libertà e dignità a numerose donne che, desiderose di avere
successo o fortuna, sono state sbrigativamente considerate «prostitute». Troppo facile
parlare, come fa Dacia Maraini della «quotidiana offesa alla dignità femminile», per
scelte e comportamenti da alcune non condivisi, ma assolutamente liberi, come appunto
ci insegna la storia di Moll Flanders. Guardiamo con soddisfazione, dunque, alla presa di
posizione di Luisa Muraro che invita a «non far scadere la politica nel moralismo» e,
immagino, a non confondere la sfera pubblica con quella privata. Dacia Maraini, invece,
non resiste, e non si rende conto che la sua indignazione, negli stessi termini, si sarebbe
potuta sicuramente indirizzare ad Alberto Moravia e a Carmen Llera, a Pier Paolo
Pasolini e a Pino Pelosi. Glielo dice in modo semplice Chiara Gamberale: «Un
movimento non può nascere contro qualcosa come il comportamento delle ragazze di
Arcore… come donna non mi sono mai sentita messa in discussione da chi usa la propria
testa, il proprio corpo e il proprio cuore in modo diverso da come ho scelto di fare io».
Ma se nella Maraini è sbiadito il ricordo delle battaglie per la liberazione sessuale, senza
moralismi, non lo è quello della cattiva abitudine di aderire a manifesti e documenti,
come quello osceno contro Luigi Calabresi. Ancora oggi c’è una irresistibile tentazione a
firmare appelli, senza pudore.
Oggi è la volta di quello risibile, se non fosse seriosamente proposto, dell’Unità contro il
«sultano del Bunga Bunga». Leggo anche la firma di Lucrezia Lante della Rovere, e l’ho
sentita vibrante di sdegno ad Annozero. Mi è venuto naturale pensare a Moll Flanders e
al moralismo che avrebbe condannato anche lei sentendo parlare di «prostitute» per tutte
le ragazze entrate ad Arcore (come ha affermato, fra le altre, la deputata del Pd Ferrante),
in una intollerabile e letterale azione di «sputtanamento», scientificamente perseguita
dalla procura di Milano, in nome del Popolo italiano. Una palese e violenta
diffamazione, nel sostenere la quale sono state chiamate tutte le donne che ritengono
bellezza e spregiudicatezza una colpa (per dire, la Maraini afferma che: «praticamente
ogni anno ho scritto uno o due articoli contro lo spazio che la televisione dà al concorso
di Miss Italia che per me è una delle forme della reificazione del corpo femminile»).
Oggi siamo alle prostitute «nominate» dalla Boccassini e alla richiesta (anche di molti
uomini di sinistra) di un intervento della Chiesa, demonizzata quando si pronuncia
contro il mondo gay, le unioni omosessuali e il Gay Pride, e invocata a pronunciarsi
contro l'immorale Berlusconi. Ciò che accade (dimenticando che non è ostentato ma è
rivelato, urbi et orbi, da una aberrante inchiesta giudiziaria) «addolora» anime belle, e
corpi un tempo liberi come quelle della Melandri che giudica le notti di Arcore spettacoli
indecorosi, osceni, umilianti per la donna (benché non fossero spettacoli ma «riti»
privati).
Mi viene in mente il vescovo di Caltanissetta che, mentre io gli opponevo l’innocenza
dei rapporti sessuali di due persone libere, senza tradimenti di terzi, sotto il sole, sulla
riva di un fiume, considerati peccati per la religione cristiana (mentre io avrei giudicato
un peccato astenersi) mi disse: «Dio soffre». E io immaginai, come ora la Melandri e
Lucrezia Lante della Rovere in collegamento dai loro eremi, Dio su una nuvola che, tra
guerre, stragi, terremoti, catastrofi, violenze, crimini, malattie, incidenti si preoccupava e
soffriva per due giovani che facevano l’amore sulle rive del Po o dell’Anapo. Allo stesso
modo mi pare assurda la posizione di due, tre e più donne che credevo libere.
Alla Melandri ho urlato: «bigotta!»; alla Maraini ricordo Moravia, a Lucrezia Lante della
Rovere ricordo l’innocenza libertina di sua madre e la reincarnazione, nelle scelte della
sua vita, proprio della figura di Moll Flanders. E spero che un giorno una donna libera,
anche la stessa Lucrezia Lante della Rovere, rinsavita e serenamente viziosa interpreti
quel personaggio. Mentre oggi, forse, si è calata nei panni e nel pensiero di una Concita
de Gregorio, dimentica del «culo in jeans» esibito da Oliviero Toscani. Lasciamole ora
alla contrizione. E inviamo un pensiero libertino a Lorenzo da Ponte, a Mozart, a De
Sade, a Bataille, a Balthus, a Klossowski, a Genet, per non impigliarci nel facile
moralismo della letteratura d’appendice di Concita.
Ma consentitemi di chiedere ora a Lucrezia Lante della Rovere qualcosa sui suoi rapporti
sessuali con Luca Barbareschi; e, per quanto io so, in che cosa la concezione della donna
di Barbareschi si differenzi da quella di Berlusconi. Non dovrò essere io a rivelare che,
con lei e con altri, Barbareschi ha sempre rivelato, amichevolmente e con complicità (e
senza farne mistero), di avere rapporti liberi e plurimi, uomini, donne e trans.
Egli stesso mi ha presentato ragazze pronte a chiamare e a sedurre altre, le sue Nicole
Minetti. Dovrò dirne i nomi? Con Lucrezia ha condiviso questa concezione di libertà
sessuale senza sentirsi in colpa, felice del piacere e, soprattutto, senza pensare di
compiere reati. In Italia, in Francia, in America, in Marocco, in Tunisia, e in molti luoghi
dove gli incontri amorosi non sono, né a lui né a lei, mai apparsi crimini. Io conosco
persone che possono confermare ciò che affermo. Ma, credo che, senza vergogna, potrà
raccontarlo lo stesso Barbareschi. Ed è questa, ad evidenza, la ragione principale del suo
riavvicinamento a Berlusconi. O dovremo immaginare che, prendendo le distanze da
Berlusconi, Lucrezia Lante della Rovere le voglia prendere anche da Luca Barbareschi, e
dal suo modo di vivere? Pentita? E pronta a rinnegare la «amorale» mamma?
L’esito della visione del mondo di queste donne che hanno scelto la Binetti (invece della
Minetti) e Bindi come modelli di libertà femminile è nell’atteggiamento punitivo ed
esorcistico di don Aldo Antonelli che ha listato a lutto alcune vie di Avezzano: «Lutto
per il paese, umiliato da un premier immondo, affarista e licenzioso». A parità di
comportamenti davanti a Dio lo farà anche per Barbareschi?