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La prospettiva temporale nell’indagine storica

■ La cronologia
La storia, come abbiamo detto, si occupa di fenomeni nel tempo: per tale ragione, precisare "quando" un
fenomeno è avvenuto è un prerequisito essenziale del lavoro storico (e anche, aggiungiamo, dell'ap-
prendimento della storia, che non si riduce certo a "sapere le date", ma che senza date non può avere
luogo].
La datazione di fatti e documenti è dunque fondamentale in storia: ma è un'operazione meno ovvia di quello
che potrebbe sembrare. Intanto perché, soprattutto per quanto riguarda la storia antica, le fonti spesso non
ci permettono una datazione precisa; ma, più in generale, perché ogni datazione presuppone l'utilizzo di un
sistema di riferimento. Vi è uno specifico settore della storiografia dedicato a questi problemi: la
cronologia.
La cronologia è la scienza che si occupa della misurazione del tempo, cioè di metodi e criteri per mettere
in ordine i fatti che si svolgono nel tempo. La cronologia studia dunque i sistemi di datazione, il cui fine è
stabilire come suddividere il tempo e quale punto di riferimento adottare; ogni misurazione del tempo, infatti,
presuppone un punto di partenza.

■ I sistemi di datazione
I popoli adottano come punto di riferimento, nella maggior parte dei casi, eventi che, nella propria storia,
hanno una particolare importanza, cioè fatti-simbolo. I romani, per esempio, misuravano gli anni a partire
dalla data presunta della fondazione di Roma (753 a.C); i musulmani hanno come riferimento un evento
fondamentale della vita di Maometto, l'Egira (622 d.C), mentre i cristiani introdussero come criterio di
datazione la nascita di Gesù, che è anche il sistema oggi utilizzato in Occidente.
Ogni sistema di datazione suddivide gli avvenimenti in due grandi gruppi: quelli avvenuti prima e quelli
avvenuti dopo il fatto-simbolo di riferimento. Nel caso del sistema di datazione da noi usato, ogni data indica
un anno prima o dopo la nascita di Cristo. Per questo motivo, le date che trovate in questo libro sono
accompagnate dalle sigle a.C. (che significa "avanti Cristo", cioè prima di Cristo) o d.C. (che significa "dopo
Cristo"); nei casi in cui la data non sia accompagnata da una delle due sigle, si intende sempre "dopo Cristo".
Gli anni prima di Cristo si contano dal più alto al più basso, mentre quelli dopo Cristo dal più basso al più alto.
Per indicare i fatti di lunga durata spesso, oltre agli anni, vengono usati i secoli o i millenni, anche questi
accompagnati dalle sigle a.C. e d.C. Per i secoli, invece dei numeri cardinali si usano quelli ordinali, in
genere indicati con numeri romani: per esempio, il V secolo a.C. comprende gli anni che vanno dal 500 al 401
a.C; il XX secolo va dal 1901 al 2000 d.C

■ I tempi della storia


All'interno di questo schema generale sono stati poi elaborati altri criteri, più analitici, di organizzazione del
tempo storico,
chiamati periodizzazioni. Periodizzare significa catalogare insiemi di avvenimenti storici secondo un criterio
comune. Le periodizzazioni possono riguardare lunghi periodi di tempo (macroperiodizzazioni) o periodi di
tempo più brevi (microperiodizzazioni) o, naturalmente, periodi di durata intermedia.
È bene dire subito che le periodizzazioni sono strumenti convenzionali, utili dunque per orientarsi ma privi di
valore assoluto. Ogni periodizzazione è già un'interpretazione, poiché presuppone un punto di vista dal
quale guardare al tempo storico.
Ogni studente italiano sa che la storia si divide usualmente in quattro grandi periodi: età antica, età
medievale, età moderna, età contemporanea; ma questa è la periodizzazione che viene utilizzata in Occi-
dente: uno studente cinese, o giapponese, o arabo studia la storia secondo tutt'altre scansioni.
C'è poi un'altra considerazione da fare: i fenomeni storici non hanno tutti la stessa durata temporale.
Potremmo dire che non esiste "un solo tempo" della storia, ma molti diversi tempi della storia, a seconda dei
fenomeni in esame. Il grande storico francese Fernand Braudel (1902-85) ha distinto in proposito fra breve
durata e lunga durata: alla breve durata appartengono tipicamente i fenomeni di ordine politico; di più lunga
durata sono solitamente quelli di ordine economico, sociale e culturale. Quando si studia un periodo storico,
occorre ricordare che in esso si intrecciano fenomeni di diversa durata.

■ Mutamenti e permanenze
Questo ci porta a riflettere brevemente anche su un altro tema: quello del rapporto tra mutamento e
permanenza (o persistenza) nella storia. Specialmente nelle ricostruzioni manualistiche, si tende
solitamente a porre un particolare accento sui cambiamenti storici: non a caso, si parla molto spesso di
"rivoluzioni" (la rivoluzione neolitica, la rivoluzione agricola, la rivoluzione scientifica, la rivoluzione francese,
la rivoluzione industriale). Abbiamo una rivoluzione quando si verifica un mutamento profondo, e in alcuni
casi rapido, dell'economia, della società, della politica o della cultura. Bisogna però osservare, in primo
luogo, che il mutamento è spesso molto lento; in secondo luogo, che anche un mutamento rapido non
"azzera" tutto quello che c'era prima. Un piano della vita collettiva può cambiare velocemente, altri più
lentamente, altri così lentamente da sembrare immobili. Alcune cose cambiano, altre permangono inalterate,
o quasi, per lungo tempo. Per esempio: l'avvento della democrazia, nell'Atene del V secolo a.C, è
giustamente presentato come una rivoluzione che diede potere al popolo, un evento assolutamente inedito
per le civiltà antiche: bisogna rammentare tuttavia che l'aristocrazia rimase il ceto dominante non solo in
Grecia, ma in tutto il mondo antico, perché ciò corrispondeva a una struttura sociale profonda di quell'epoca.

■ Diacronia e sincronia

Quando consideriamo i fenomeni storici nel tempo possiamo adottare due prospettive diverse ma
complementari: la diacronia e la sincronia. L'approccio diacronico (dal greco dia, "attraverso" e chrònos,
"tempo") privilegia la successione dei fatti o dei fenomeni lungo l'asse del tempo; quello sincronico (dal
greco syn, "con") la loro simultaneità o il loro parallelismo in un dato periodo di tempo. Per esempio, è uso
corrente studiare la storia greca prima di quella romana: ma una lettura sincronica ci mostra che, in realtà,
queste due "storie" procedono a lungo parallele, sino a congiungersi all'atto della conquista della Grecia da
parte di Roma.
L'approccio diacronico ha il vantaggio di mettere a fuoco più agevolmente l'evoluzione storica di un
fenomeno, per esempio di un popolo, ed è didatticamente più comodo. L'approccio sincronico è più com-
plesso ma anche più ricco, perché permette di cogliere meglio le relazioni fra eventi, popoli, luoghi.
Studiando la storia, anche se si utilizza una prospettiva diacronica, occorre cercare di non perdere di vista,
almeno per sommi capi, quanto nello stesso tempo accade in altri luoghi, per altri popoli o in altri ambiti della
vita di uno stesso popolo.

Gli strumenti dello storico: le fonti

■ Fonti primarie e fonti secondarie


Come fa lo storico a indagare e ricostruire il passato, cioè qualcosa che non esiste più? Il passato dei popoli,
come quello di ogni individuo, lascia delle tracce, dei segni, che in storiografia si chiamano fonti. Possiamo
considerare "fonte" qualsiasi elemento che lo storico giudichi utile alla comprensione del passato. Le fonti
sono dunque gli strumenti fondamentali dello storico, la sua "materia prima", perché gli forniscono i dati
necessari per ricostruire e spiegare gli avvenimenti del passato. Una prima distinzione utile è quella tra fonti
primarie e fonti secondarie.
Un'autentica e fondata ricerca storica si fa sempre con le fonti primarie; nondimeno, anche quelle secondarie
hanno grande importanza, perché formano il quadro concettuale e interpretativo entro il quale lo storico
opera. Come ogni scienza, anche la storia si avvale del sapere già costruito, per rinnovarlo, a volte per
sovvertirlo, attraverso nuove ricerche e acquisizioni.

■ Fonti scritte e fonti non scritte


Le fonti primarie sono costituite da molti tipi di materiali diversi; semplificando, si può affermare che esistono
fonti scritte e fonti non scritte o visive.
Nel caso della storia antica, di fondamentale importanza sono le ricerche di una scienza specifica ausiliaria
della storia, l'archeologia, che inette a disposizione dello storico l'analisi di reperti. Le fonti archeologiche, per
esempio, sono le uniche di cui dispone lo studioso della preistoria, come viene abitualmente chiamata la
fase della storia umana che precede l'avvento della scrittura.
Lo storico antico e medievale, anche quando può contare su fonti scritte, non può fare a meno di utilizzare
massicciamente le fonti non scritte, data la frammentarietà e l'imprecisione dei documenti. D'altro canto,
l'utilizzo di fonti non scritte è indispensabile per lo studio di qualsiasi epoca, anche le più recenti, visto che la
cultura umana non è fatta solo di scrittura. Per esempio, per lo studio del Novecento hanno grande
importanza le fonti filmiche, radiofoniche, televisive.
Oltre a questa distinzione, è possibile operare altre differenziazioni tra le fonti: letterarie, epigrafiche,
iconografiche, monumentali e reperti di vario tipo.

■ Lo storico e le fonti
Il lavoro che compie lo storico sulle fonti è complesso e coinvolge varie fasi e attività: la raccolta, ovvero
l'individuazione del corpus di fonti esistenti su un argomento;
• la selezione delle fonti pertinenti alla prospettiva di studio che lo storico assume;
• la datazione e l'individuazione della provenienza e dell'autore;
• la decifrazione nel caso dei documenti più antichi;
• la verifica dell'autenticità, cioè del fatto che il documento non sia un falso;
• la verifica dell'attendibilità, ovvero di quanto la fonte sia rappresentativa del fenomeno che descrive o
quanto invece esprima il punto di vista del suo autore su tali fenomeni; si tratta di un'operazione molto
complessa, che si basa in gran parte sulla comparazione tra fonti diverse;
• infine, l'interpretazione della fonte, con la quale lo storico ne esplicita il significato all'interno della
ricostruzione o dell'argomentazione che sta proponendo.

■ Dati e interpretazioni
A prima vista, l'operazione più delicata sembra l'ultima: si potrebbe infatti pensare che da una parte ci sono
dei dati oggettivi, rappresentati dalle fonti, e dall'altra l'interpretazione dello storico. In realtà, dati e
interpretazioni sono strettamente intrecciati. L'interpretazione delle fonti è senza dubbio il momento
culminante del lavoro dello storico, che vuole non solo ricostruire gli eventi, ma anche spiegarli. Anche nelle
fasi precedenti, tuttavia, il punto di vista dello storico e il senso della sua ricerca influiscono in misura rilevan-
te. Pensiamo per esempio alla stessa selezione delle fonti: poiché non tutte le fonti possono essere
esaminate e interpretate, lo storico sceglierà quelle che ritiene rilevanti ai fini della sua indagine, escluden-
done altre. Una ricerca storica seria sarà quella che esplicita i criteri della selezione e li applica, analizzando
le fonti nel modo più completo possibile. Ugualmente, lo storico serio non "crede" alle sue fonti solo perché
sono coerenti con la sua interpretazione: molto spesso, infatti, le fonti già in partenza non sono "oggettive",
perché chi ha redatto quel documento esprimeva il suo punto di vista o addirittura, nel caso per esempio dei
diari o dei carteggi, voleva intenzionalmente tramandare ai posteri un certo punto di vista. L'opera del
grande storico Tucidide, per esempio, è la nostra fonte principale sulla guerra del Peloponneso, che oppose
Atene e Sparta nella seconda metà del V secolo a.C: tutti gli storici la utilizzano, ma senza dimenticare
neppure per un momento che Tucidide era ateniese e questo non poteva non influenzare la sua visione
degli eventi.

Estratto da Amerini, Zanette, Tincati, Dell’Acqua, Limes 1, Bruno Mondadori Editore