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John Banville

La Musica Segreta

Ugo Guanda Editore


Milano - 2016

Presentazione

�Con ferocia, violenza, istinto tragico, John Banville racconta in bellissime


pagine la vita di Copernico.�

Pietro Citati

Erede designato dell�impresa commerciale paterna, un labirinto di uffici e


magazzini affacciato sul brulicante porto fluviale di Torun, Nicolaus Koppernigk
avverte ben presto, con un misto di terrore ed ebbrezza, che lo attende un destino
pi� grande. Sensibile, brillante, infinitamente pi� dotato dei fratelli, come pure
di compagni e professori, � attratto dalle stelle e dal funzionamento della
�macchina del mondo�.

Alle prese con uno dei pi� grandi scienziati di tutti i tempi, John Banville compie
in questo romanzo il felicissimo azzardo di non fermarsi ai fatti, alle circostanze
storiche, ma di servirsene per forzare e sondare dall�interno il mistero di una
mente e di un�esistenza del tutto singolari. Cos�, in uno stile immaginoso e
pittorico, prendono forma con straordinaria vividezza paesaggi esteriori - la
cittadina natale; l�Italia con le sue universit�: Bologna, Padova, Ferrara; il
rifugio di Frauenburg - e dilemmi interiori. Se fuori infuriano guerre e congiure,
dentro si fronteggiano con esiti incerti la consapevolezza e l�imbarazzo di
un�intelligenza superiore, il disperato bisogno d�amore e l�incapacit� di viverlo
fino in fondo, la visione folgorante di un sistema e lo sgomento umanissimo di
fronte alle conseguenze delle proprie scoperte: il peso, troppo grande da reggere
da soli, di dover scacciare la Terra, e dunque l�uomo, dal centro di un universo di
cui si ha il raro privilegio di sapere ascoltare la �musica segreta�.

John Banville � nato a Wexford, in Irlanda, nel 1945. I suoi titoli nel catalogo
Guanda: L�intoccabile, Eclisse, L�invenzione del passato, Ritratti di Praga, Il
mare (vincitore del Booker Prize 2005), Dove � sempre notte, Un favore personale,
Isola con fantasmi, Congetture su April, Teoria degli infiniti, Un giorno d�estate,
Una educazione amorosa, La bionda dagli occhi neri, False piste. Ricordiamo inoltre
i due romanzi La notte di Keplero e La lettera di Newton, che insieme a La musica
segreta, con protagonista Copernico, completano la trilogia dedicata alle
rivoluzioni che hanno segnato la nascita della scienza moderna.

www.guanda.it

@GuandaEditore

www.illibraio.it

Titolo originale:

Dr Copernicus
In copertina: Jan Vermeer, Astronomo, 1668 (particolare)

� RMN-R�union des Mus�es Nationaux /

distr. Alinari, Ren�-Gabriel Oj�da

Grafica: Giovanna Ferraris / theWorldofDot

Progetto grafico: Guido Scarabottolo

Copyright � John Banville, 1976

All rights reserved

� 2016 Ugo Guanda Editore S.r.l., Via Gherardini 10, Milano

Gruppo editoriale Mauri Spagnol

A Douglas Synnott, in memoriam

Tu devi ritornare ignorante

e rivedere il sole con occhio ignorante,

chiaro vederlo nella sua idea.

WALLACE STEVENS,

Note per una finzione suprema

Orbitas Lumenque

All�inizio non aveva nome. Era quello, quella cosa vivida. Era suo amico. Nei
giorni di vento danzava, impazzito, agitando braccia in delirio, oppure nel
silenzio della sera sonnecchiava trasognato, oscillando nell�azzurro, nell�aria
dorata. Non se ne andava neppure di notte. Nel suo lettino con le rotelle, tutto
infagottato, lo sentiva muoversi oscuramente l� fuori, al buio, per l�intero corso
della lunga notte. C�erano altri pi� vicini, pi� vividi ancora, che andavano e
venivano parlando, ma questi gli erano familiari in tutto e per tutto, erano quasi
parte di lui, mentre quello, fisso e distante, apparteneva all�esterno misterioso,
al vento, alle intemperie e all�aria azzurra e dorata. Era parte del mondo, eppure
era suo amico.

Guarda, Nicolaus, guarda! Guarda il grande albero!

Albero. Era questo il suo nome. E anche: tiglio. Che belle parole. Le sapeva gi�
molto prima di conoscerne il significato. Non significavano se stesse, di per s�
non erano nulla, significavano la cosa che fuori cantava e danzava. Nel vento, in
silenzio, di notte, mutava nell�aria mutevole pur essendo immutabile, l�albero, il
tiglio. Era strano.

Tutto aveva un nome, ma bench� ogni nome non valesse nulla senza la cosa nominata,
alla cosa non importava nulla del nome, non aveva alcun bisogno di un nome ed era
se stessa e basta. E poi c�erano i nomi che non significavano alcuna cosa
tangibile, non nel modo in cui tiglio e albero significavano il danzatore scuro.
Sua madre gli aveva chiesto chi amava di pi�. L�amore non danzava, non ticchettava
sulla finestra con dita convulse, l�amore non aveva braccia cariche di foglie da
scrollare eppure, quando sua madre pronunciava quel nome che non nominava niente,
qualcosa di impalpabile ma reale rispondeva dentro di lui come fosse chiamata, come
avesse udito il proprio nome. Era stranissimo.

Presto dimentic� tutti questi enigmi e impar� a parlare come parlavano gli altri,
sicuro di s�, senza farsi domande.

Il cielo � azzurro, il sole � d�oro, il tiglio � verde. Il giorno � chiaro,


finisce, cade la notte e diventa buio. Dormi e al mattino ti risvegli. Ma verr� un
giorno in cui non ti risveglierai. Questa � la morte. La morte � triste. La
tristezza � ci� che non � felicit�. E cos� via. Era tutto molto facile, in fin dei
conti! Non c�era neppure bisogno di pensarci. Doveva solo esistere e la vita
avrebbe fatto il resto, avrebbe mandato un giorno dopo l�altro finch� non ci
sarebbero pi� stati giorni per lui e allora sarebbe andato in Paradiso e sarebbe
stato un angelo. L�Inferno era sottoterra.

Matteo, Marco, Giovanni e Luca,

benedite il guanciale ove poso la nuca

e se morissi prima dell�albore

l�anima mia si prenda Iddio Signore

Con le mani giunte sbirciava la madre inginocchiata di fianco a lui nella luce
della candela. Sotto una cuffia brunita di capelli raccolti il suo viso era pallido
e immobile, come quello della Madonna nel quadro. Teneva gli occhi chiusi e muoveva
le labbra senza emettere suoni, accennando le formule devote che lui pronunciava ad
alta voce. Quando incespicava sulle parole difficili lei lo incoraggiava gentile,
con una voce straordinariamente dolce. La amava pi� di qualunque altra cosa, le
diceva. Lei lo cullava tra le braccia e gli cantava una canzone.

Suona e stride la ferraglia

il pulcino � nella paglia

Gli piaceva restare a letto sveglio, ascoltando i rumori furtivi della notte
tutt�intorno a lui, gli scricchiolii e i gemiti e gli schiocchi improvvisi e
soffocati, che immaginava fossero le lamentele della casa allorch�, oppressa dal
peso dello smisurato buio esterno, allungava e stiracchiava di soppiatto le ossa
doloranti della schiena. Il vento cantava nel camino, la pioggia martellava sul
tetto, il tiglio picchiettava e picchiettava, tap tap tap. Lui se ne stava al
calduccio. Nella stanza sotto la sua, la madre e il padre parlavano, discutevano di
com�era andata la giornata fuori nel mondo. Come facevano a rimanere cos� calmi e a
parlare cos� piano, pur avendo storie senz�altro favolose da raccontare? Le loro
voci erano come la voce stessa del sonno, che lo chiamava. C�erano altre voci,
quelle delle campane che suonavano gravi le ore, dei cani che abbaiavano lontano, e
anche quella del fiume, che per� pi� che una voce era un cupo e vasto fluire
nell�oscurit�, vagamente allarmante, avvertito pi� che udito. Tutto lo chiamava, lo
invitava al sonno. E lui dormiva.

Ma succedeva che Andreas nel letto d�angolo facesse strani rumori e lo svegliasse
di nuovo. Andreas era il suo fratello maggiore: faceva brutti sogni.
I bambini giocavano insieme. Regina reginella e nascondino, aliossi e acqua acqua
fuoco fuoco e altri che non avevano nome. Katharina, che era pi� grande di Andreas,
cominci� presto a disprezzare quelle frivolezze infantili. Anche Andreas si stanc�
di giocare. Viveva nel suo mondo travagliato e silenzioso da cui emergeva di rado,
e quando emergeva era solo per avventarsi su di loro prendendoli a pugni o a
pizzicotti o torcendogli un braccio, sorridente, con gli occhi che gli brillavano,
prima di scomparire di nuovo con la rapidit� con cui era arrivato. Solo per
Barbara, bench� fosse la pi� grande dei quattro, ogni scusa era buona per
rinunciare alla sua goffa statura e mettersi a quattro zampe a dare la caccia al
fratellino per la stanza e sotto i tavoli, grugnendo come un segugio felice tutto
fauci e zampe e pelo irsuto. Era Barbara che amava di pi�, in realt�, anche se non
lo diceva a nessuno, neppure a lei. Barbara sarebbe entrata in convento. Gli
raccontava di Dio, che le assomigliava in modo sorprendente, una persona amabile,
affettuosa e triste, con una propensione a perdere le cose, a lasciarsele sfuggire
di mano. Era stato lui, nello sforzo di reggere tutto il possibile, che con la sua
goffaggine aveva lasciato cadere la loro madre dal suo tenero abbraccio.

Fu un giorno orribile. La casa straripava di vecchie e di tetri piagnistei. La


faccia di suo padre, solitamente cos� seria e compassata, era spaventosamente nuda,
tutta rosa e grigia e lucida. Persino Katharina e Andreas erano cortesi l�una con
l�altro. Attraversavano le stanze a passi misurati, emulando i pi� vecchi, chinando
la testa e serrando le mani e parlando con voce sommessa, rigida e formale. Era
tutto molto allarmante. Sua madre era stata disposta sul letto, con il mento
fasciato stretto da uno straccio bianco. Era immobile, completamente,
eccezionalmente, e in questa eccezionale e totale immobilit� sembrava avere infine
conseguito la vera e assoluta definizione di ci� che era, se stessa, il suo io pi�
vivido. Tutto intorno a lei, comprese le creature viventi che andavano e venivano,
pareva vago e incompiuto se paragonato alla sua presenza perfetta. Eppure era
morta, non era pi� sua madre, che si trovava in Paradiso a quanto gli dicevano. Ma
se era davvero cos�, cos�era allora quella cosa rimasta?

La portarono via e la seppellirono e, con il tempo, lui dimentic� cosa l�avesse


sconcertato.

Ora il padre incombeva sulla sua vita. Con la morte della moglie suo padre era
cambiato, o meglio, il cambiamento che la dipartita della moglie aveva impresso
alla casa l�aveva lasciato arenato in un vecchio mondo deserto, sicch� avanzava con
impaccio tra le nuove preoccupazioni della famiglia, come un fantasma vagamente
comico, vagamente esasperante e sinistro. Gli altri figli lo evitavano. Solo
Nicolaus continuava a cercare la sua compagnia di propria iniziativa, rintracciando
l�origine di quel cupo filo di silenzio che il padre srotolava dietro di s� nel suo
erratico vagare per la casa. Trascorrevano lunghe ore insieme senza parlare, senza
quasi dare segno di percepire la presenza dell�altro, immersi nel conforto di una
solitudine condivisa. Ma solo in questi coni di silenzio stavano bene insieme,
mentre altrove, costretti all�inevitabile contatto, erano come estranei.

Malgrado lo sgomento e il dolore dei loro incontri in pubblico, il padre si


ostinava ad aggrapparsi al sogno di una comunione forte con il figlio, da uomo a
uomo, un�unit� d�intenti che la citt� di Torun avrebbe riconosciuto e approvato.
Gli spiegava il significato del denaro. Non si trattava solo di monete, oh no, era
molto di pi�. Le monete, vedi, sono solo per la povera gente, per la gente
semplice, e per i bambini. Sono solo una specie di immagine della cosa reale, ma la
cosa in s� non puoi vederla n� mettertela in tasca e non tintinna. Quando faccio
affari con altri mercanti, non mi servono quegli sciocchi pezzi di metallo, e il
mio borsellino pu� essere pieno o vuoto, non fa differenza. Io do la mia parola e
questo basta, perch� la mia parola � denaro. Capisci? Lui non capiva e si
guardavano in silenzio, inermi, sconcertati, e in preda a un inspiegabile
imbarazzo.
Ci� nonostante una volta alla settimana uscivano dalla grande casa di vicolo
Sant�Anna per esibire alla citt� quell�inespugnabile rocca eterna costituita dal
mercante e dal suo erede. Il ragazzino interpretava la sua parte meglio che poteva,
incedendo solenne per le strade anguste con le mani raccolte dietro la schiena,
mentre dentro era tutto un contorcersi tormentato di budella per la vergogna e
l�imbarazzo. Suo padre, vestito a lutto, con il cappello nero e il bastone da
passeggio decorato, era una caricatura grottesca del mercante vigoroso e schietto
che era convinto di essere. I garruli convenevoli che dispensava in egual misura ad
amici ed estranei con la sua voce stentorea - Gr�ss Gott, mein Herr! Buona
giornata! Come vanno gli affari? - risuonavano goffi per le strade, un orrendo
fragore vacuo. Quando si fermava a parlare con qualche conoscente, la sua irritante
giovialit� e la sua prosopopea facevano accapponare la pelle al figlio, che si
sfogava girando e rigirando lentamente il tacco della scarpa per terra.

�E questo � Nicolaus, il mio figlio minore, che per� ha gi� un buon fiuto per gli
affari, non � vero? Ehi, cos�hai da dire, bricconcello?�

Nicolaus non diceva niente, si limitava ad abbozzare un sorriso e si girava a


cercare conforto tra i pioppi, i grandi fasci di luce argentea sopra il fiume e le
nuvole d�ottone, alte nel cielo azzurro.

Procedevano lungo la banchina, dove l�animo timoroso di Nicolaus si avventurava


allo scoperto, irretito dal tumulto di uomini e navi, cos� diverso dalle futili
chiacchiere che si facevano per strada. Quello non era un mondo fatto di mere
parole ma di uno splendido caos assordante, il rimbombo frastornante dei grossi
barili neri, lo stridore delle corde degli argani, le cantilene e le imprecazioni
degli scaricatori scalzi che andavano su e gi� per le passarelle scricchiolanti
chini sotto i loro pesi. Il ragazzo rimaneva estasiato, in un misto di terrore e di
gioia spaventosa, scorgendo in tutta quella fretta e in quell�immensit� la
prospettiva di un annichilimento abbacinante, irresistibile.

Anche suo padre si agitava al cospetto del fiume e delle banchine brulicanti, e
procedeva in silenzio a passo svelto adesso, con la testa china e le spalle
incurvate, in cerca di riparo. La sede della Koppernigk e Figli era arretrata
rispetto alla banchina e contemplava con evidente soddisfazione il frenetico viavai
di mercanzie sotto le sue finestre; sotto quegli occhi di pietra persino la Vistola
riottosa si ammansiva e correva via docile. Negli uffici polverosi, nei freschi
anfratti bui dei magazzini, il ragazzo, affascinato e sgomento, vedeva il padre
indossare nuovamente la maschera dell�uomo importante e dentro di s� riprendeva ad
attanagliarlo il consueto misto di compassione e disprezzo.

Eppure era segretamente felice di quelle visite. Una brama oscura si saziava l� in
quel piccolo mondo di certezze adamantine. Vagava trasognato per il labirinto di
uffici angusti, respirando l�odore vetusto di polvere e inchiostro, sbirciando
grigi uomini polverosi e macchiati, chini con i loro calami su libri mastri enormi.
Grandi lame di luce tremula fendevano l�aria, il fragore della banchina investiva
le finestre, ma niente poteva scuotere i solidi pilastri gemelli di attivo e
passivo su cui si reggeva l�impresa. L� c�era armonia. Nella pastosa penombra
ambrata dei magazzini i suoi sensi vacillavano, assaliti dagli odori e dai colori e
dalle consistenze, l�acquavite che sonnecchiava nelle botti, la cera e la pece, i
barili stipati di aringhe, il legname e le granaglie e un oriente di spezie. Fogli
di rame brunito brillavano con morbide fiammate scure nei loro involti sbrindellati
di iuta e vecchie corde, e felicit� sembrava una parola ramata.

Era da quel metallo che la famiglia traeva il nome, sosteneva suo padre, e non dal
polacco coper, rafano, come qualche malalingua aveva la perfidia di insinuare.
Macch� rafano e rafano! Non scordarti mai che la nostra � una progenie illustre di
mercanti e magistrati e di ministri di Santa Romana Chiesa: tutti nobiluomini! S�,
pap�.
I Koppernigk erano originari dell�Alta Slesia, da dove nel 1396 un certo Niklas
Koppernigk, di professione scalpellino, si era trasferito a Cracovia assumendo la
cittadinanza polacca. Suo figlio Johannes aveva fondato la casa mercantile che
intorno alla met� del Quattrocento il padre del giovane Nicolaus aveva trasferito a
Torun, nella Prussia Reale, dove, tra le vecchie famiglie di origine tedesca, i
Koppernigk si erano impegnati a lungo e con diligenza per liberarsi della Polonia e
di qualunque residuo polacco. Gli sforzi non erano stati coronati da un completo
successo; il tedesco parlato dai figli continuava a essere contaminato da una certa
meridionalit�, un vago non so che di cavolo bollito, per cos� dire, che aveva assai
angustiato la loro madre nel corso della sua breve e infelice esistenza. Lei era
una Waczelrodt. Bench� a dire il vero i Waczelrodt provenissero dalla Slesia tanto
quanto i Koppernigk - il loro nome veniva dal villaggio di Weizenrodau, vicino a
Schweidnitz - c�era per� una netta differenza tra loro: niente scalpellini, da quel
lato, nient�affatto. Nel Duecento i Waczelrodt figuravano tra i membri del
consiglio cittadino di M�nsterburg e, in seguito, anche in quello di Breslau. Verso
la fine dell�ultimo secolo erano arrivati a Torun assumendo ben presto una
posizione di spicco ed erano annoverati tra i governanti della Citt� Vecchia. Il
nonno materno di Nicolaus era stato un uomo ricco, che oltre ai possedimenti in
citt� aveva grosse propriet� terriere a Kulm. Grazie ai matrimoni, i Waczelrodt si
erano imparentati con i Peckaus di Magdeburg e i von Allen di Torun. Si erano anche
imparentati con i Koppernigk, giunti da Cracovia in tempi recenti, ma quello non
era certo un legame di cui vantarsi in giro, come la zia di Nicolaus Christina
Waczelrodt, formidabile gran dama, aveva spesso avuto modo di osservare.

�Ricorda che sei un Waczelrodt non meno che un Koppernigk� gli diceva sua madre.
�Tuo zio un giorno sar� vescovo, ricordalo!�

Padre e figlio tornavano stanchi e di cattivo umore dalle loro passeggiate, si


separavano in fretta, evitando di guardarsi, il padre rassegnato a coltivare in
solitudine la sua delusione e il suo inspiegabile senso di vergogna, il figlio a
sopportare i supplizi di Andreas.

�Come sono andati oggi gli affari, fratello, eh?�

L�erede legittimo sarebbe stato Andreas, essendo il figlio maggiore. Un�idea che
aveva strappato al padre uno dei suoi rari e fugaci accessi di riso. �Quel
perdigiorno? Oh, no. Che si dia alla Chiesa, dove suo zio Lucas pu� procurargli
qualche lauta prebenda.� E Andreas si era rosicchiato le nocche ed era sgattaiolato
via.

Andreas odiava il fratello. L�odio era una specie di tormento, qualche volta
Nicolaus immaginava di sentirne il suono, un gemito acuto, straziante.

�Arrivano i turchi, fratellino, hanno gi� invaso il Sud.� Nicolaus impallidiva.


Andreas sghignazzava. �Oh, s�, per davvero, sai, devi credermi. Hai paura? I turchi
non si fermeranno davanti a niente. Impalano i prigionieri, a quanto dicono. Un bel
palo grosso e appuntito su per il culo, cos�! Ahah.�

Andavano e tornavano da scuola insieme. Andreas ostentava un�elaborata indifferenza


nei confronti della docile presenza di Nicolaus al suo fianco e fischiettava tra i
denti, studiava il cielo, rallentava di colpo per osservare qualcosa di
affascinante che galleggiava in un canale fognario o accelerava per acquattarsi
dietro uno storpio ignaro e farsi beffe di lui, tanto che, per quanto si sforzasse
di prevedere quegli scarti indietro o in avanti, Nicolaus era costretto a ballare,
con uno sciocco sorrisetto forzato da burattino in faccia, mosso dai fili
invisibili del suo capriccioso padrone. E pi� si sforzava di farsi minuscolo pi� il
dileggio di Andreas si faceva spietato.
�Verme, non strisciare sempre dietro di me!�

Andreas era ben fatto, altissimo e magrissimo, scuro, esigente, freddo. Quando
camminava o correva si muoveva con grazia languida e noncurante, ma era a riposo
che appariva pi� bello che mai, in piedi a una finestra perso in un sogno azzurro,
con l�ovale affilato del viso rivolto alla luce come un vaso perfetto o una
conchiglia portata dal mare, un oggetto raffinato e fragile. Quando gli si parlava
direttamente aveva l�abitudine di aggrottare la fronte e girare la testa; cos�, in
quella posa, sembrava scolpito nella sua bellezza per opera di un�angoscia
interiore inestirpabile. Nei corridoi e nelle aule maleodoranti della scuola di San
Giovanni si muoveva con difficolt�, vulnerabile creatura eterea precipitata in un
elemento alieno, e i docenti gli sbraitavano in faccia e lo picchiavano, anime
stolide incollerite da quell�enigma che non imparava niente e si trascinava a casa
a sopportare in silenzio, con la faccia girata dall�altra parte, le ingiurie di un
padre deluso.

La gaiezza si impossessava di lui come il mal caduco, girava per la casa nitrendo
come un pazzo nel turbinio scomposto dei suoi lunghi arti. Quegli accessi convulsi
di gioia erano rari e di breve durata, e cessavano di colpo con il suono di
qualcosa che s�infrange, un giocattolo, una tegola, il vetro di una finestra. Gli
altri bambini allora si facevano piccoli piccoli, mentre calava il silenzio.

Come amici sceglieva le peggiori canaglie che la San Giovanni potesse offrire. Si
radunavano fuori dai cancelli della scuola tutti i pomeriggi ad azzuffarsi e a fare
gare di scoregge e altri bei divertimenti. Nicolaus aveva paura di quella teppaglia
annoiata. Nepomuk M�ller gli rub� il berretto e se ne and� tutto baldanzoso
brandendo in alto il suo trofeo.

�Qui, Nepomuk, passa qui!�

�A me, M�ller, a me!�

Il disco scuro veleggiava da una parte all�altra nella luce amara del sole, come
sostenuto in volo dalle grida selvagge che gli si levavano intorno. Un familiare
senso di malinconia invase l�animo di Nicolaus. Se solo fosse stato capace di
arrabbiarsi! Una rabbia furiosa l�avrebbe lanciato a forza nel gioco, dove persino
il ruolo della vittima sarebbe stato preferibile a quel distacco sdegnoso. Aspett�
imbronciato e in silenzio fuori dal cerchio dei ragazzi urlanti, disegnando per
terra con la punta della scarpa.

Il berretto pass� vicino ad Andreas, che alz� il braccio e lo afferr� a mezz�aria,


ma invece di rimandarlo per la sua strada si ferm� all�istante, cercando come
sempre il modo di conferire al gioco un tocco di grazia. Gli altri protestarono.

�Su, forza, Andreas, tiralo!�

Lui si gir� verso Nicolaus sfoderando il suo sorriso e cominci� a saggiare la


distanza che li separava, facendo le finte come un lanciatore di anelli, prendendo
bene la mira.

�Guardate, glielo faccio atterrare sulla zucca.�

Ma cogliendo lo sguardo di Nicolaus esit� di nuovo e, aggrottandosi, lanci�


un�arcigna occhiata di sfida agli altri e si diresse verso il fratello porgendogli
il berretto. �Tieni� sussurr�, �prendilo.� Ma Nicolaus evit� il suo sguardo. Sapeva
affrontare la crudelt�, che era prevedibile. Andreas s�incup�. �Prendi il tuo
dannato berretto, mocciosetto!�

Si trascinarono verso casa, avvolti in un silenzio palpitante. Nicolaus sospirava


madido di sudore, avvampando intimamente di feroce impotenza nei confronti di
Andreas, che per tanti versi era straordinariamente grande ma che a volte riusciva
a essere cos� infantile. Quella cosa del berretto era una stupidaggine. Non devi
aspettarti che io ti capisca, anche se ti capisco! Nicolaus non sapeva bene che
cosa volesse dire, ma pens� che forse significava che quella faccenda del berretto
in realt� non era una stupidaggine. Oh, era inutile! C�erano momenti come quello in
cui il garbuglio dei suoi sentimenti per Andreas assumeva l�aspetto preoccupante
dell�odio.

Non stavano pi� camminando verso casa. Nicolaus si ferm�.

�Dove andiamo?�

�Non preoccuparti.�

Ma sapeva benissimo dove stavano andando. Il padre aveva proibito loro di


avventurarsi da soli oltre le mura. L� fuori si estendeva la Citt� Nuova, un dedalo
di tuguri e vicoli fumanti, saturi dello spesso tanfo verde dell�umanit�. Era il
mondo dei poveri, dei lebbrosi e degli ebrei, i rinnegati. Nicolaus aveva paura di
quel mondo. Gli veniva la pelle d�oca al solo pensiero. Quando Andreas, che nella
vita dei bassifondi si crogiolava, ce lo trascinava, la bruttura gli si rovesciava
addosso in viscide ondate soffocanti e aveva la sensazione di annegare. �Dove
stiamo andando? Non abbiamo il permesso di andarci! Lo sai che non ci possiamo
andare. Andreas.�

Ma Andreas non rispose e prosegu� fischiettando da solo gi� per la collina, verso
la porta e il ponte levatoio, e poco per volta la distanza lo rese una specie di
granchio sgambettante. Nicolaus, lasciato a se stesso, cominci� a piangere piano.

La stanza era calma, stranamente silenziosa. Una mosca ronzava e picchiava con un
debole rimbombo contro le losanghe di vetro della finestra. Sul pavimento un libro
caduto si richiudeva lentamente, con discrezione, una pagina dopo l�altra. L�occhio
avido e attento di uno specchio investito da uno sprazzo dorato di sole sul muro
opposto conteneva un�altra stanza in miniatura e un�altra porta, nel cui vano
ciondolava un�altra faccia pallida e allarmata, che fissava attonita l�immagine di
quella creatura afflitta e fluttuante come un ciglio finito sul bordo del
bicchiere. Guarda! Traballante, in punta di piedi, stava appesa alla finestra,
retta da sostegni invisibili, un burattino tutto nero incredibilmente enorme che si
lacerava il petto, la faccia gonfia contratta in un dolore atroce.

Porta la falce la nera signora,

recide il filo e scocca la tua ora

Si lasci� cadere, un mucchietto d�ossa inerti, e con lui parve collassare l�intera
stanza.

�Bambini, vostro padre � morto, un attacco di cuore.�

I riverberi di quel collasso perdurarono, attutiti ma palpabili, e la casa, livida


e scorticata dalle lacrime che vi si versavano, sembrava rimbombare dal dolore. Il
dolore aveva la forma di un tozzo roditore grigio piantato nel cuore.

Pi� quel dolore-ratto si accaniva e pi� i pensieri di Nicolaus si facevano lucidi,


come se la sua mente, orripilata da quell�affare che gli si contorceva dentro,
laggi� in fondo, tentasse di sfuggirgli arrampicandosi sempre pi� in alto, fino a
vette di gelida aria limpida sempre pi� rarefatta. La morte di sua madre l�aveva
sconcertato, ma l�aveva vista come un incidente, seppure di portata del tutto
sproporzionata rispetto al piccolo difetto di sistema che l�aveva provocato. Questa
morte era diversa. Il sistema sembrava danneggiato in modo irreparabile. Si rendeva
conto che la vita aveva preso un verso orribilmente sbagliato e niente di quello
che gli avevano detto poteva spiegarlo, nessuno dei nomi che gli avevano insegnato
poteva dire la causa. Persino il Dio di Barbara si era ritirato in un silenzio
turbato.

Lo zio Lucas, il canonico Waczelrodt, raggiunto dalla notizia della morte del
cognato, arriv� in tutta fretta da Frauenburg nell�Ermland. Per chi come lui aveva
adocchiato il vescovato non era un buon momento per assentarsi: le questioni del
capitolo dei canonici della cattedrale di Frauenburg erano come sempre un disastro.
Il canonico Lucas era alquanto seccato; ma d�altronde viveva in un perenne stato di
profonda seccatura. I gangli nervosi sulla mappa grigia della sua faccia
testimoniavano le devastazioni operate dall�eterna guerra tra la sua ostinazione e
un mondo recalcitrante, e i suoi occhietti puntuti, freddi e immobili sopra il naso
grosso come la testa di un martello, erano quelli dell�agile sentinella
rannicchiata nel corpulento carapace della sua mole. Le cose come stavano non gli
andavano a genio, ma fortunatamente per le cose non aveva ancora stabilito in via
definitiva come dovessero essere. Si diceva che in vita sua non avesse mai riso.

Il suo arrivo, come il rimbombo di un gong di bronzo, segn� l�ingresso di un nuovo


ordine nelle vite dei bambini.

Pass� in rassegna la casa in cerca di incongruenze, con loro quattro che gli
trotterellavano dietro come una torma di topini impauriti, nervosissimi. Nicolaus
era ipnotizzato da quell�amministratore di uomini duro, dispotico, di affascinante
bruttezza. Il suo mantello, svolazzandogli dietro, fendeva l�aria implacabile, come
implacabile l�aveva visto Nicolaus una volta, seduto sullo scranno del magistrato
nel Palazzo comunale, mentre riduceva in briciole le argomentazioni di querelanti
lamentosi. Nello strano, incomprensibile e talvolta crudele mondo degli adulti, lo
zio Lucas era il pi� adulto di tutti.

�Vostro padre, nel suo testamento, vi ha affidati alla mia tutela. Non � una
responsabilit� che mi � gradita, ma � mio dovere ottemperare alle sue volont�.
Parler� a turno con ciascuno di voi. Aspettate qui.�

Si ritir� nello studio e richiuse la porta. I bambini rimasero seduti su una panca
nell�anticamera cosparsa di sabbia a mordicchiarsi le unghie e a sospirare. Barbara
cominci� a piangere in silenzio. Andreas batteva il piede sul pavimento al ritmo
della sua inquietudine. Il sudore sgorgava dalla pelle di Nicolaus, come sempre
quand�era agitato. Katharina gli diede un colpetto con il gomito.

�Ti manderanno via, lo sai?� gli sussurr�. �Oh, s�, lontano lontano, in un posto
dove non ci sar� Barbara a proteggerti. Lontano lontano.�

Sorrise. Lui strinse forte le labbra. Non sarebbe riuscita a farlo piangere.

Il tempo passava lentamente. Tendevano le orecchie verso i deboli suoni provenienti


dallo studio, il fruscio delle carte, lo scricchiolio di una penna, e a un certo
punto un�esclamazione, come di meraviglia. Andreas dichiar� che non sarebbe rimasto
oltre l� seduto senza fare niente e si alz�, ma si risedette immediatamente
allorch� la porta si spalanc� e comparve lo zio Lucas. Li guard� accigliato, come
domandandosi dove li avesse visti prima, poi scosse la testa e spar� di nuovo. Il
turbine d�aria che si era lasciato dietro si plac�.

Alla fine furono chiamati. Andreas entr� per primo, esitando sulla soglia per
asciugarsi le mani umide sulla tunica e per dipingersi un sorriso accattivante in
faccia. Ritorn� poco dopo, corrucciato in volto, e fece segno a Nicolaus con il
pollice.
�Sei il prossimo.�

�Ma che cosa ti ha detto?�

�Niente. Ci manderanno via.�

Oh!

Nicolaus entr�. La porta gli si richiuse dietro come una bocca. Lo zio Lucas era
seduto al grande scrittoio accanto alla finestra con le carte di famiglia
sparpagliate davanti. A Nicolaus fece l�impressione di un gigantesco ranocchio
implacabile. Un vetro del finestrone alto era aperto sulla serata estiva densa di
nuvole bianche e di polverosa luce d�oro.

�Siediti, bambino.�

Lo scrittoio era collocato su una pedana e, quando si fu seduto sul basso sgabello
che gli stava di fronte, dello zio vide incombere su di s� solo la testa e le
spalle, come un busto di una grigia pietra dura granulosa. Aveva paura e non
riusciva a tenere ferme le ginocchia. La voce che gli parlava era un rimbombo cavo
diretto non tanto a lui quanto a un�idea che lo zio Lucas aveva in testa e che
rispondeva vagamente al nome di Bambino o Nipote o Responsabilit�, e Nicolaus
riusciva a distinguere solo il significato delle singole parole e non il senso di
quel che gli veniva detto. La sua vita era stata pacatamente scardinata e
riassemblata in modo irriconoscibile tra le mani di suo zio. Nicolaus guardava
fisso in alto fuori dalla finestra e una parte di lui si stacc� e fluttu� libera l�
fuori nell�aria azzurra e dorata. Wloclawek. Era il suono di una creatura vivente
fatta a pezzi...

Il colloquio era terminato, ma Nicolaus rimase immobile, seduto con le mani


abbarbicate alle ginocchia, tremante ma risoluto. Lo zio Lucas alz� gli occhi dallo
scrittoio con aria minacciosa. �Ebbene?�

�Scusate, signore, ma io devo diventare un mercante, come mio padre.�

�Come dici, ragazzo? Parla pi� forte.�

�Pap� diceva che un giorno io avrei posseduto gli uffici e i magazzini e tutte le
navi e Andreas sarebbe entrato nella Chiesa perch� voi gli avreste trovato un posto
adatto a lui, ma che io sarei rimasto a Torun a occuparmi degli affari, diceva
pap�. Vedete� disse in un sussurro, �io non penso proprio di voler andare via.�

Lo zio Lucas sbatt� le palpebre. �Quanti anni hai?�

�Dieci anni, signore.�

�Devi terminare gli studi.�

�Ma sono alla San Giovanni.�

�S�, s�, ma lascerai la San Giovanni. Non mi stavi a sentire? Andrai alla scuola
della cattedrale a Wloclawek, insieme a tuo fratello, tutti e due, e dopo
all�universit� di Cracovia, dove studierai diritto canonico. Poi entrerai nella
Chiesa. Non ti chiedo di capire, solo di obbedire.�

�Ma io voglio stare qui, vi prego, signore, con tutto il dovuto rispetto.�

Cal� il silenzio. Lo zio Lucas fiss� il ragazzo senza la minima espressione, poi la
sua grossa testa ruot� verso la finestra, come fosse parte di un immenso
ingranaggio. Sospir�.

�Gli affari di tuo padre sono andati in malora. Torun � andata in malora. I
commerci si sono spostati a Danzica. Ha scelto il momento adatto per morire. Queste
carte, queste cosiddette scritture contabili: non credo ai miei occhi.
Un�incompetenza simile � una disgrazia. I Waczelrodt hanno fatto di lui quello che
era ed ecco come ci ripaga. La casa verr� tenuta e ci sar� qualche piccola rendita,
ma il resto dovr� essere venduto. Ti ho detto che non mi aspetto che tu capisca,
bambino, solo che tu obbedisca. Ora puoi andare.�

Katharina lo aspettava nell�anticamera. �Te l�avevo detto: lontano lontano.�

Scese la sera. Non voleva, non poteva piangere, e il viso, che agognava le lacrime,
gli doleva. Anna, la cuoca, gli diede pan di zucchero e latte caldo in cucina. Si
sedette sotto al tavolo. Era il suo posto preferito. Dalla finestra entravano gli
ultimi bagliori di luce solare illuminando le pentole di rame e le piastrelle
lucide. Fuori, le guglie di Torun sognavano nell�estate e nel silenzio. Ovunque
guardasse regnava un�inesprimibile malinconia. Anna si abbass� e sbirci� nel suo
nascondiglio.

�Su, adesso farai il bravo, padroncino, eh?�

Sorrise, mettendo in mostra le gialle radici dei denti e facendo ripetutamente di


s� con la testa. Il sole scomparve furtivo e una nuvola livida si profil� alla
finestra.

�Che cos�� il diritto canonico, Anna, tu lo sai?�

Barbara sarebbe stata mandata al convento cistercense di Kulm. Nicolaus pens� a sua
madre. Il futuro era un paese straniero; non voleva andarci.

�Ach ja, fai il bravo, du, Knabe.�

Soffiava il vento il giorno che part�, e tutto salutava, salutava, salutava. Il


tiglio salutava. Addio!

* * *

Carissima sorella,

scusa se non ti ho scritto prima. Sei felice al convento? Io qui non sono felice.
Non sono neppure molto infelice. Tu e Katharina e la nostra casa mi mancate. I
professori qui sono sempre di pessimo umore. Ho imparato molto bene il latino e lo
parlo benissimo. Impariamo la geometria e anche quella mi piace molto. C�� uno che
si chiama Wodka ma che si fa chiamare Abstemius. � una cosa che troviamo molto
buffa. Ce n�� un altro che si chiama Caspar Sturm. Insegna latino e altre materie.
Andreas ti scrive? Non lo vedo molto spesso: lui sta con i ragazzi pi� grandi. Io
sono molto solo. Qui nevica e fa freddissimo. Lo zio Lucas � venuto a trovarci. Non
ricordava il mio nome. Mi ha interrogato in latino e mi ha dato un fiorino. Andreas
non ha ricevuto nessun fiorino. I professori avevano paura di lui. Dicono che
presto diventer� vescovo dell�Ermland, ma su questo lui a me non ha detto nulla.
Adesso devo andare ai Vespri. La musica mi piace, e a te? Dico le preghiere per te
e per tutti. Andremo a casa per il periodo natalizio; voglio dire, a Torun. Spero
che tu stia bene. Spero che tu mi scriva presto e poi io ti scriver� di nuovo.

Il tuo affezionato fratello,

Nic. Koppernigk
Non era molto infelice. Aspettava. Tutto ci� che gli era familiare gli era stato
tolto e l� era tutto estraneo. La scuola era una ruota mulinante di chiasso e
violenza al cui centro immobile si era rannicchiato, stordito e spaventato, stupito
della sicurezza di s� di quegli spavaldi con le loro nocche di roccia e i loro
denti tremendi, che conoscevano tutte le regole e non commettevano mai passi falsi
e lo ignoravano in modo cos� assoluto e totale. E anche quando la ruota rallent� e
lui si avventur� fin sul bordo, continu� a sentire che a Wloclawek viveva solo met�
della sua vita e che l�altra met�, quella migliore, era altrove, misteriosamente.
Come spiegare altrimenti quel piccolo dolore sordo che sentiva sempre dentro, il
dolore pulsante che lascia un arto amputato, come un�impronta di s� che penzola nel
vuoto dal moncherino? Si alzava la mattina alle cinque nel dormitorio mugolante, al
freddo e al buio, conscio che in qualche altrove una parte di lui si rigirava
languida in un sonno pi� bello e profondo di quanto il suo pagliericcio duro gli
avrebbe mai concesso. Nel corso della giornata quell�altro io incrociava
ripetutamente il suo cammino, sempre investito dal sole, sempre sorridente,
schernendolo con la bellezza e la grazia di un�esistenza fantasma. Cos� attese e
sopport� con tutta la pazienza di cui fu capace quegli anni ingrati, nella
convinzione che un giorno quei suoi io assolati si sarebbero incontrati in qualche
luogo molto pi� bello di cui sporadicamente riceveva qualche indizio, nelle verdi
giornate di aprile, nell�enorme sfacelo di nuvole o nell�etereo splendore della
santa messa.

Trovava stranamente consolanti i rigori della disciplina e dello studio. Lo


sostenevano nei momenti in cui la mente gli si intorpidiva, dopo essere stato
percosso dalla banda di sgherri amici di Andreas o aver subito una punizione per
qualche piccola mancanza, o quando i ricordi di casa lo facevano piangere dentro di
s�.

Le lezioni nell�Aula Grande cominciavano alle sette, dopo il mattutino. In


quell�ora grigia niente era reale eccetto il malessere fisico e non c�era sonno n�
veglia ma uno stato intermedio tra i due, molto simile all�allucinazione. I
rimbombi e gli scricchiolii degli stivali sul pavimento di legno erano gli stessi
identici suoni che nella fantasia producevano le ossa gelide nei loro alveoli
irrigiditi. Lentamente le ore passavano, il sonno spariva e la mattina sembrava
disposta a farsi sopportare fino a mezzogiorno, quando si pranzava nel refettorio;
poi avevano un�ora di cosiddetto gioco. I pomeriggi erano orrendi. Il tempo
rallentava fino a fermarsi mentre l�orbita del giorno avanzava sbadigliando nel
vuoto in un lungo, lento arco eccentrico. Il brusio turbolento di una decina di
classi sparpagliate cozzava nell�aria sempre pi� pesante e i docenti urlavano nel
baccano con crescente disperazione, e arrivata la sera, la scuola, strisciando
confusa nel sonno, sapeva che un�altra giornata cos� sarebbe stata insostenibile.
Ma a giorno seguiva giorno con mortale inevitabilit� e le settimane si
distinguevano l�una dall�altra solo per la morta cesura domenicale.

Imparava con facilit�, forse persino troppa. I professori si risentivano nel


vedergli ingurgitare senza sforzo, in rapide sorsate, la sapienza che loro avevano
conquistato con tanta fatica. Era come se non gli stessero davvero insegnando cose
nuove ma semplicemente confermando ci� che gi� sapeva. Avendo un vago sentore di
quanto si sentissero insultati per quel motivo, prese a fingersi ottuso. Osservava
alcuni compagni di classe e imparava da loro, nei quali era spontanea l�abilit� di
lasciar pendere il labbro inferiore e di assumere uno sguardo appannato quando si
presentava qualche elemento di complessit� nel corso di una lezione; e senz�alcun
dubbio gli insegnanti si ammorbidirono nei suoi confronti e alla lunga, con suo
sommo sollievo, cominciarono a ignorarlo.

Ma non tutti si lasciavano ingannare cos� facilmente.

Caspar Sturm era uno dei canonici del capitolo della cattedrale di Wloclawek, alla
quale la scuola era annessa. Insegnava il trivium: logica, grammatica e retorica
latina. Alto e allampanato, duro, scuro, lugubre, si aggirava per la scuola come un
lupo, sempre solo, con un�aria indagatrice. In citt� era famoso per le donne e per
le sbronze solitarie. Non temeva n� Dio n� il vescovo e odiava moltissime cose.
Alcuni dicevano che molto tempo prima avesse ucciso un uomo e che fosse entrato
nella Chiesa per espiare il suo peccato: era questo il motivo per cui non aveva
preso gli ordini. Si raccontavano anche altre storie, che fosse il figlio bastardo
del re di Polonia, che avesse perso al gioco un�immensa fortuna, che dormisse tra
lenzuola di seta scarlatta. Nicolaus credeva a tutto quanto.

A scuola erano intimoriti dal canonico Sturm e dai suoi accessi. Alcuni giorni le
sue classi erano le pi� silenziose, i ragazzi sedevano muti e docili, pietrificati
dal suo sguardo gelido e dal ritmo ipnotico della sua voce; in altri momenti era
tutto un fragore, il canonico marciava rumorosamente mulinando le braccia e
strepitando, rideva, balzava tra le panche per colpire con la frusta che aveva
sempre con s� le spalle svicolanti di qualche canaglia. I colleghi gli lanciavano
occhiate di riprovazione quando faceva il diavolo a quattro ma non dicevano nulla,
neppure quando le sue pagliacciate minacciavano di trasformare anche le loro classi
in una bolgia. La loro indulgenza era un�ammissione di quanto fosse
incontenibilmente brillante; o forse era solo che anch�essi, come i ragazzi,
avevano paura di lui.

Sceglieva i suoi preferiti tra gli alunni pi� ottusi della scuola, ragazzoni tutti
muscoli e foruncoli che stavano spaparanzati nei banchi sghignazzando sguaiati,
compiaciuti della sua protezione. Lui li guardava con un certo affettuoso
disprezzo. Lo divertivano. Dava loro allegri pugni e scappellotti e, con crudeli
guizzi di spirito, esponeva la loro irrimediabile ignoranza facendoli vergognare
davanti alla classe con mugugni imbarazzati; ma costoro lo adoravano comunque e gli
restavano incrollabilmente leali.

Su Nicolaus posava sguardi interrogativi e penetranti. Il ragazzo arrossiva e


chinava la testa, imbarazzato. C�era qualcosa di indecente nel modo in cui Caspar
Sturm lo guardava, sollevandogli con ferma gentilezza la maschera e scavando fino
al nocciolo morbido e palpitante del suo animo. Nicolaus stringeva i pugni e una
goccia di sudore gli colava lungo la spina dorsale. Non devi capirmi! Il professore
non lo interpellava quasi mai direttamente e, quando lo faceva, intorno a loro
calava un silenzio privato carico d�indicibili e stucchevoli intimit�, tanto che
nessuno dei due si sarebbe azzardato a parlare, e il canonico Sturm si ritraeva e
faceva un brusco cenno di assenso con la testa, come se ancora una volta avesse
avuto conferma della validit� di una conclusione raggiunta in precedenza.

�Ed ecco Andreas, il maggiore dei rampolli della casa dei Koppernigk! Avanti, testa
vuota, che cosa ci sai dire dell�arte della memoria secondo Cicerone?�

Imparava con facilit�, forse persino troppa: gli studi lo annoiavano. Solo di
quando in quando, nella fredda musica austera della matematica, nell�incedere
solenne di un verso latino, nelle dure certezze luminose, lucide e un po�
allarmanti della logica coglieva i vaghi contorni di qualcosa di affascinante e
scintillante, costituito di blocchi di aria vitrea che si assemblavano in un terso
cielo soprannaturale, e allora dentro di lui risuonava la corda di rame della
beatitudine perfetta.

�Herr Sturm, Herr Sturm!� esclam� la classe, �un indovinello, Herr Sturm!�

�Come? Siamo qui per studiare o per giocare?�

�Oh, Herr Sturm!�

�Va bene, va bene. Sentite:


�In una stanza ci sono tre uomini, A e B hanno una benda sugli occhi e C � cieco.
Su un tavolo nella stanza ci sono tre cappelli neri e due cappelli bianchi, in
tutto cinque cappelli. Entra un quarto uomo, chiamiamolo D. Questo D mette un
cappello ciascuno ad A, B e C e poi nasconde i due cappelli rimasti. Poi D toglie
la benda ad A, che a quel punto pu� vedere i cappelli che indossano B e C, ma non
quello che ha indosso egli stesso. D chiede ad A se sa di che colore � il cappello
che lui, A, ha in testa. A ci pensa su e risponde: �No�.

�A questo punto D toglie la benda a B, che vede cos� i cappelli che indossano A e C
ma non quello che indossa egli stesso n� i due cappelli nascosti. D chiede a B se �
in grado di dire di che colore � il cappello che indossa. B ci pensa su, esita e
risponde: �No�.

�Ora, D non pu� togliere la benda a C, che non la indossa e non vede nessun
cappello di sorta, n� bianco n� nero, n� indossato n� nascosto, perch� C, come ho
detto, � cieco. D chiede a C se � in grado di dire di che colore � il cappello che
lui, C, indossa. C ci pensa su, sorride e risponde: �S�!�

�Ebbene, signori� disse il canonico Sturm, �di che colore � il cappello dell�uomo
cieco e come fa egli a saperlo?�

I blocchi di vetro veleggiarono in silenzio nell�aria tersa e si serrarono.

Fatto!

Harmonia.

�Ebbene, giovane Koppernigk? L�hai risolto?�

Allarmato, Nicolaus chin� di colpo la testa e cominci� a scarabocchiare frenetico


sulla sua lavagnetta. Era tutto in fiamme, madido di sudore, atterrito al pensiero
che la sua faccia potesse averlo tradito, ma ci� nonostante provava una ridicola
soddisfazione e dovette fare un grosso sforzo di concentrazione su pensieri di
morte per impedirsi di sfoderare un sorrisone.

�Su, ragazzo� borbott� il canonico. �Ci sei arrivato?�

�Non ancora, signore, ci sto lavorando, signore.�

�Ah. Ci stai lavorando.�

E Caspar Sturm si ritrasse e fece un brusco cenno di assenso con la testa.

E poi c�era il canonico Wodka. Nicolaus passeggiava con lui lungo il fiume. La
Vistola, la stessa che bagnava invano l�inestirpabile melma di Torun; o meglio, il
nome era lo stesso, ma il nome non significava niente. Qui il fiume era giovane,
per cos� dire, un rapido corso d�acqua brillante, mentre laggi� era vecchio e
stanco. Eppure era al tempo stesso qui e l�, giovane e vecchio al tempo stesso, e
la sua giovinezza e vetust� erano separate non dagli anni ma dalle leghe.
Mormorando il nome del fiume sent� di colpo incrinarsi in quella parola i concetti
di spazio e tempo.

Il canonico Wodka rise. �Hai una coscienza da clerico, Nicolaus.� Era vero, quello
che il mondo dava per scontato era per lui fonte di dubbio e di paura. Era
inevitabile. Il sorriso del canonico s�incresp� ed egli lanci� al ragazzo uno
sguardo timido, tenero, con occhi preoccupati. �Stai in guardia da questi enigmi,
mio giovane amico. Tengono la mente in esercizio ma non possono insegnarci come
vivere.�
Il canonico Wodka era un vecchio di trent�anni. Era di sorprendente bruttezza, un
grassone tozzo con l�andatura da papera, una testa sferica con la pelle butterata e
sottili labbra umide. Aveva mani incredibili, marroni e raggrinzite come gli
artigli di un pipistrello. Solo i suoi occhi, vivaci e affranti, erano una spia
della triste anima menomata che aveva dentro. A scuola era oggetto di particolare
ludibrio e ai ragazzi del canonico Sturm piaceva barcollargli dietro nei corridoi,
scimmiottando la sua assurda andatura. Persino il suo cognome, cos� perfettamente
fuori luogo, cospirava a renderlo una macchietta, ruolo al quale sembrava
rassegnato, giacch� era per ironia che aveva assunto il soprannome Abstemius e
talvolta, quando lo chiamavano cos�, incrociava lo sguardo e faceva ciondolare la
sua grossa testa in una parodia di ubriachezza. Nicolaus sospettava che, in barba
alla sua stessa ammonizione, il canonico derivasse dagli intrichi delle pure
astrazioni giocose la sola consolazione in una vita che non aveva mai davvero
imparato a vivere.

Insegnava il quadrivium: aritmetica, geometria, astronomia e teoria musicale. Era


un pessimo insegnante. Non aveva la mente metodica che le sue materie avrebbero
richiesto. Era troppo eccitabile. Nel bel mezzo di una spiegazione di trigonometria
si metteva a divagare sulla freccia di Zenone, che non avrebbe mai percorso i cento
cubiti che separavano l�arco dal bersaglio perch� prima avrebbe dovuto volare per
cinquanta cubiti e prim�ancora per venticinque e prim�ancora per dodici e mezzo e
cos� via all�infinito, quando raggiungeva una specie d�insoddisfatta immobilit�. Ma
pi� la freccia mancava di andare lontano pi� Nicolaus si avvicinava a quel povero
professore grasso e risibile. Divennero amici, con circospezione, timidamente, in
un susseguirsi di verifiche e sussulti, increduli davanti a tanta fortuna, ma
diventarono amici, e persino quando un giorno nel silenzio etereo della galleria
dell�organo nella cattedrale il canonico Wodka mise uno dei suoi piccoli artigli
raggrinziti sulla gamba di Nicolaus, il ragazzo continu� a guardare fisso nel buio
sotto la volta e cominci� a parlare in gran fretta di niente, come se nulla fosse.

Nelle loro passeggiate lungo il fiume il canonico gli tratteggiava la lunga storia
confusa della cosmologia. Inizialmente era riluttante a impiantare nuove idee in
una giovane mente che a suo parere gi� si interessava troppo alle astrazioni, ma
poi, rapito dalle meraviglie dell�argomento, si lasciava trascinare in un turbine
di balbettii sui culmini stellati. Gli parl� dell�universo concepito dagli egizi
come un�ostrica nella quale la Terra galleggiava in una boccia di acque amare sotto
un guscio di liquido vischioso, della musica delle sfere dei greci, Pitagora ed
Eraclide, dei Padri della Chiesa per i quali la Terra era un tempio recintato di
aria, e poi degli eresiarchi gnostici secondo i quali il mondo era opera di angeli
caduti. Infine gli spieg� la teoria dei cieli di Claudio Tolomeo, formulata ad
Alessandria tredici secoli prima e ancora ritenuta universalmente valida, secondo
la quale la Terra � immobile al centro di tutto, circondata in eterno dal Sole e
dai pianeti minori in una solenne danza maestosa. C�erano cos� tanti nomi, cos�
tanti concetti, che a Nicolaus la testa cominciava a girare. Il canonico Wodka lo
guardava nervoso e si portava un dito alle labbra per zittirsi, e poco dopo
cominciava a parlare con fervore, come un penitente, della gloria di Dio e del
dogma incontestabile della Santa Madre Chiesa e delle gioie dell�ortodossia.

Ma di tutto questo Nicolaus non sentiva una parola. Ancora non sapeva nulla degli
scrupoli che assediavano il suo amico. Il firmamento cantava per lui come una
sirena. Lass� era diverso da qui, completamente diverso. Niente di quello che
conosceva sulla Terra poteva eguagliare la purezza immacolata che immaginava nei
cieli e, quando alzava gli occhi nell�azzurro sconfinato, vedeva al di l�
dell�incertezza e del terrore una stupenda, austera gaiezza inebriante.

Insieme fecero una meridiana sul muro meridionale della cattedrale. Quand�ebbero
terminato rimasero ad ammirare in silenzio la semplice bellezza di quell�oggetto.
L�ombra strisciava impercettibilmente attraverso il quadrante a mano a mano che
calava il giorno, e Nicolaus rabbrividiva al pensiero che avessero piegato gli
enormi meccanismi dell�universo all�esecuzione di quel compito minimo e
insignificante.

�Quindi il mondo� disse �� tutto una macchina, in fin dei conti, nient�altro?�

Il canonico Wodka sorrise. �Platone nel Timeo afferma che l�universo � una specie
di animale eterno e perfetto, la cui vita � tutta al proprio interno, creato da Dio
nella forma di un globo, che � la pi� gradevole di tutte le figure nella sua
perfezione e quella che pi� gli somiglia. Aristotele postul� come spiegazione del
moto dei pianeti un meccanismo di cinquantacinque sfere cristalline, ciascuna delle
quali ne tocca e guida un�altra mentre tutte sono guidate dal moto primario della
sfera delle stelle fisse. Pitagora paragon� il mondo a un�enorme lira le cui corde
sono per cos� dire le orbite dei pianeti, le quali nei loro intervalli suonano una
perfetta scala armonica inudibile per l�orecchio umano. E tutto questo, questo
eterno canto cristallino, lo chiami una macchina?�

�Non intendevo mancare di rispetto. Sto solo cercando un modo per capire, e per
credere.� Esit�, con un sorriso un po� imbarazzato al suono elevato delle proprie
parole. �Professor Wodka... professor Wodka, lei in che cosa crede?�

Il canonico allarg� le sue braccia vuote.

�Io credo che il mondo � qui� disse, �che esista, e che questo sia inspiegabile.
Tutti i grandi uomini di cui abbiamo parlato credevano che ci� che proponevano
esistesse nella realt�? Tolomeo credeva nella strana immagine di ruote dentro altre
ruote che postulava fosse la vera rappresentazione del moto dei pianeti? E noi ci
crediamo, pur dicendo che � vera? Perch� vedi, quando trattiamo questi argomenti la
verit� diventa un concetto ambiguo. Ai nostri giorni Nicola Cusano ha affermato che
l�universo � una sfera infinita il cui centro � in nessun posto. Ora questa � una
contradictio in adiecto, dal momento che le nozioni di sfera e di infinit� non
possono essere ragionevolmente messe insieme; ma l�universo di Cusano � tanto pi�
strano di quello di Tolomeo o di Aristotele? Be�, giro a te la domanda.� Sorrise di
nuovo, malinconico. �Credo che ti far� penare.� E in seguito, mentre attraversavano
la cattedrale in prossimit� del crepuscolo, il canonico si ferm�, colpito da un
pensiero, e sfior� il ragazzo con una mano tremante per l�eccitazione. �Rifletti su
questo, ragazzo, ascolta: tutte le teorie non sono che nomi, ma il mondo � una
cosa.�

Nella luce serale, con l�oscurit� che si addensava, fu come se avesse parlato una
sibilla.

Il sabato, nei campi fuori dalle mura cittadine, Caspar Sturm insegnava agli
studenti la nobile arte della falconeria. I falchi, belli e terribili, riempivano
l�aria assolata dello schiamazzo di minuscole morti. Nicolaus assisteva con un
misto di esaltazione e di orrore. Quel furore gelido, quell�intensit� lo
intimorivano ma lo entusiasmavano anche. I rapaci, scagliati sulla preda come dardi
da un arco, davano l�impressione di essere guidati da un�angoscia implacabile e
ottenebrata che niente poteva lenire. Paragonato alla loro presenza vivida tutto il
resto era vago e inconsistente. Erano assoluti. Solo il canonico Sturm poteva
tenere testa alla loro cupa ferocia. A riposo erano come di pietra e lo guardavano
con uno sguardo fisso e tormentato; persino in volo la loro rapidit� e la brutale
parsimonia parevano indirizzate a un unico scopo: ritornare il pi� in fretta
possibile a quel polso, a quei geti di seta, a quegli occhi. E il loro padrone,
oggetto di un tale amore e terrore, diventava pi� magro, pi� duro, pi� cupo,
diventava qualcosa d�altro rispetto a s�. Nicolaus lo guardava guardare le sue
creature ed era scosso, oscuramente, vergognosamente.

�Lass�, signore! Lass�!� Un airone strill� e cadde dal cielo. �Lass�!� Mostruose
creature falchiformi volavano su fili e montanti invisibili in un cielo livido e in
lontananza c�era un gran tumulto, urla e rimbombi e fragori di sofferenze o di
risate, che gli arrivavano da quell�immensa distanza come un leggero e terribile
pigolio. Il sogno non fin�, neppure quando si svegli� e rimase l� sdraiato in preda
al terrore, tutto sudato. Era come se fosse capitombolato in qualche nera regione
bestiale del firmamento. Tir� quella leva che gli s�impennava alla cieca in mezzo
alle gambe, tir� e ritir�, riemergendo di nuovo nel mondo a forza di tirare. Sent�
indistintamente qualcuno vicino a s�, una buia figura nel buio, ma non gliene
importava, era troppo tardi per fermarsi e chiuse gli occhi stretti. I falchi
piombarono su di lui, vedeva le loro grandi ali nere scintillanti, i loro artigli
raggrinziti e i loro unghioli metallici, i loro becchi crudeli spalancati che
gridavano senza emettere suono, e sotto quell�assalto orrendo il suo io si ritrasse
in un minuscolo punto pulsante. Per un istante tutto si ferm� e rimase in
equilibrio sull�orlo dell�oscurit� e di una specie di morte squisita, poi inarc� la
schiena e spruzz� le lenzuola del suo seme.

Affond� gi�, sempre pi� gi�, gi� gi� in basso e sospir�. Le bestie erano state
tutte scacciate e il suo cielo interiore adesso era vuoto e di un limpido azzurro
immacolato e, nonostante il senso di colpa e il sudiciume e l�odore simile a quello
di sangue, latte e fiori appassiti, sentiva provenire in lontananza un suono
misterioso che era al contempo ovunque e in nessun luogo, una specie di musica
infinita.

Apr� gli occhi. Alla luce della luna, la faccia magra e pallida di Andreas
aleggiava inflessibile sopra di lui, con un sogghigno cupo.

Divenne a quel punto una cosa incorporea, un groviglio d�aria che s�increspava in
venti rossi. Sentiva che gli era stata scorticata una pelle protettiva vitale. Gli
dolevano le superfici, la carne, le unghie, i peli, i filamenti stessi degli occhi,
agognando qualcosa che lui non sapeva definire n� immaginare completamente. Alla
messa sbirciava gi� dalla galleria del coro per spiare le donne della citt�
inginocchiate nella congregazione sottostante. Erano creature disperatamente
corporee. Persino la pi� giovane e delicata non era in alcun modo paragonabile agli
spiriti lucenti che cantavano volandogli incontro dal buio delle sue notti
convulse. N� era possibile trarre alcun conforto dai bambini piagnucolosi e
puzzolenti che si trascinavano dietro le loro coperte per il dormitorio, offrendosi
in cambio della consolazione di un letto condiviso. Quello che lui cercava era
altro dalla carne ordinaria, era fatto di luce e aria e di una meravigliosa gaiezza
austera.

Cadde la neve e plac� la ferita viva che aveva aperto con le sue stesse mani. Per
tre giorni infuri� in un silenzio misterioso e poi, il quarto giorno, l�alba trov�
il mondo trasformato. Il cambiamento stava nell�assenza delle cose; la neve era a
malapena una presenza, era pi� un niente laddove prima c�era stato qualcosa, un
lastricato, una lapide, un campo verde, e gli occhi, persi in quel vuoto bianco,
erano irresistibilmente attirati verso l�orizzonte che adesso sembrava
incommensurabilmente pi� lontano di quanto fosse mai stato.

Nicolaus port� il suo spirito intirizzito e rallegrato su per la scala a chiocciola


che conduceva alla torre dove il canonico Wodka aveva il suo osservatorio, una
piccola cella circolare con un�unica finestra che si apriva sul cielo come una
botola. L� tutto tendeva verso l�alto, tanto che la torre stessa pareva sul punto
di spiccare il volo. Sal� i sette gradini di legno che portavano al podio di
osservazione e, quando la sua testa emerse nell�aria pungente, per un attimo ebbe
l�impressione di poter continuare a salire senza sforzo, su, sempre pi� su, e si
sent� frastornato. Il cielo era una volta di vetro diafano e il sole brillava sulla
neve e ovunque c�erano una purezza e uno splendore quasi insostenibili.
Nell�estremo silenzio che aleggiava sui campi innevati e sui tetti della citt�
sent� il latrato di una volpe, un suono a suo modo perfetto che trafiggeva la
quiete come un ago scintillante. Un fiotto di assurda felicit� gli riemp� il cuore.
Sarebbe andato tutto bene, oh, sarebbe andato tutto bene! Le infinite possibilit�
del futuro lo attendevano. Era questo che significava la neve, questo che la volpe
diceva. La sua giovane anima and� in deliquio e lentamente, oh, lentamente, gli
sembr� di cadere all�ins�, nell�azzurro.

* * *

Nel corso del suo quarto anno all�universit� di Cracovia ricevette dallo zio Lucas
l�ordine di tornare immediatamente a Torun: il precentore del capitolo di
Frauenburg stava morendo e lo zio Lucas, ora vescovo della diocesi, era
intenzionato ad assicurare il posto al nipote pi� giovane. Nicolaus fece il lungo
viaggio verso nord da solo in un triste settembre dorato. Aveva ventidue anni.
Dalla capitale polacca portava poco con s�. Ancora lo assalivano i ricordi di
alcune giornate di primavera in citt� quando il vento cantava tra le guglie e
scrosci di luce spazzavano le strade, e il cuore, stranamente turbato dalle nuvole
e dagli uccelli e dalle voci dei bambini, si sentiva perso e confuso in luoghi che
ieri gli erano parsi irreprensibilmente familiari.

Aveva alloggiato con Andreas a casa di Katharina e suo marito, il mercante Gertner.
A Nicolaus l�atmosfera tronfia e impassibile di quella casa non piaceva. Sua
sorella non era cambiata molto crescendo e sposandosi presto. Dietro la maschera
della giovane matrona era ancora una bambina avida e crudele, una piccola felina
calcolatrice, tormentata da un implacabile scontento. Nicolaus la sospettava di
adulterio. Lei e Andreas litigavano con la stessa ferocia di quand�erano bambini,
ma adesso era palpabile tra loro una nuova intesa, improntata sulla condivisione di
segreti celati al marito tanto quanto al fratello. Si univano anche nel tormentare
Nicolaus. Le sue ansie li divertivano, il suo aspetto trasandato, la sua diligenza
negli studi, la sua ridicola sobriet�; li divertivano, s�, ma li disturbavano
anche, oscuramente. Lui pativa le loro beffe in silenzio, con un sorriso docile,
rendendosi conto, non senza una certa soddisfazione di cui cercava invano di
vergognarsi, che l�indifferenza era l�arma che li feriva di pi�.

Vero, aveva imparato molto in Polonia. Dopo quattro anni la sua testa era imbottita
di grossi blocchi granitici di conoscenza; ma la conoscenza non � percezione. La
sua mente, che gi� si avventurava tremebonda lungo certi sentieri pericolosi e fino
a quel momento inesplorati, esigeva un�atmosfera luminosa e delicata, un senso di
aria e di spazio che a Cracovia mancavano. Non era un caso, cap� in seguito, se a
prima vista l�edificio dell�universit� gli aveva ricordato una fortezza, perch�
malgrado le pretese era il principale baluardo che la scolastica aveva eretto a sua
difesa contro l�ondata di idee nuove in arrivo dall�Italia, dall�Inghilterra e da
Rotterdam. Nel corso del suo primo anno aveva assistito per le strade a furibonde e
sanguinose battaglie tra scolastici ungheresi e umanisti tedeschi. Nonostante
trovasse insensate e persino comiche quelle baruffe studentesche, non poteva non
rendersi conto che il confronto tra nordici biondi e magiari imbronciati dal
colorito fangoso al cospetto della massa minacciosa del Wawel era un�espressione
tangibile della guerra di menti che imperversava per il continente.

Il mondo fisico era in espansione. Cercando una rotta navale verso le Indie i
portoghesi avevano rivelato la spaventosa immensit� dell�Africa. Dalla Spagna
giungevano voci di un nuovo mondo vastissimo al di l� dell�oceano, verso occidente.
Gli uomini viaggiavano in tutte le direzioni della bussola, ricacciando ovunque
indietro le frontiere. Tutta l�Europa era preda di un�ispirata malattia che aveva
per sintomi la cupidigia e una colossale curiosit�, la sete di conquista e di
conversione religiosa, e qualcos�altro, meno facile da occultare, una specie di
irresistibile allegria. Anche Nicolaus era contaminato dai tumori rosei di quella
pestilenza. L�oceano era dentro di lui. Quando si avventurava sulla fragile
barchetta dei suoi pensieri era un tutt�uno con quei pazzi marinai sui loro verdi
mari oscuri, e le visioni che l�ossessionavano al ritorno dalla sua terra incognita
non erano meno fulgide e fantastiche delle loro.
Eppure il mondo era di pi�, e di meno, dei fuochi e del ghiaccio della nobile
speculazione. Era anche la sua vita e la vita degli altri, breve, carica di dolore,
inesorabilmente misera. Tra le due sfere del pensiero e dell�azione non riusciva a
cogliere alcun nesso praticabile. In questo non era al passo con i suoi tempi,
stando ai quali dentro di lui cielo e terra erano congiunti. Non era un�idea da
coltivare seriamente, per quanto nella sua lealt� egli potesse difendere con
fermezza la causa degli umanisti. Per lui c�erano due io, separati e
inconciliabili, uno mente tra le stelle, l�altro spregevole forchetta di carne
piantata con fermezza nell�escremento terreno. Negli scritti dell�antichit�
scorgeva l�azzurro e oro della Grecia, la maest� grondante di sangue di Roma, ed
era portato per un attimo a credere che ci fossero stati tempi in cui il mondo
aveva conosciuto una pressoch� divina unit� di spirito e materia, di scopo e
conseguenza: era di questo che gli uomini erano adesso alla ricerca, attraverso
strani mari, negli infiniti spazi silenziosi del puro pensiero?

Be�, se una simile armonia era davvero esistita, temeva nel profondo, al di l� di
quello che era disposto ad ammettere, che non sarebbe stata pi� riconquistata.

Aveva intrapreso lo studio delle discipline umanistiche e della teologia, secondo


le istruzioni dello zio Lucas. Si era lasciato completamente assorbire dagli studi.
Aveva assunto l�atteggiamento compassato dello studioso. Vecchio prima del tempo,
distaccato, secco ed esigente, si era ritirato dal mondo. Ormai parlava il latino
con pi� disinvoltura del tedesco.

Eppure era tutto una serissima finzione, una forma di rituale attraverso il quale
il mondo e il suo io e il rapporto tra i due si semplificavano facendosi gestibili.
Lo studio trasformava in docile ordine l�orrendo chiasso caotico del mondo fuori di
lui, lo distanziava e al tempo stesso lo portava palpabilmente vicino, cosicch�,
nel lottare con gli orrori del mondo, era terrorizzato ma al contempo
miracolosamente tranquillo. Talvolta, per�, quel tranquillo terrore non bastava;
talvolta l�orrore esigeva di pi�, reclamava di pi�: rischio, sangue, sacrificio.
Allora, come un attore che abbia dimenticato le battute, restava paralizzato, a
fissare atterrito un buco nero nell�aria.

Credeva nell�azione, nell�assoluta necessit� dell�azione. Eppure l�azione lo


orripilava perch� tendeva inevitabilmente a sfociare in violenza. Niente era
stabile: la politica diventava guerra, la legge diventava schiavit�, la vita stessa
diventava morte, presto o tardi. Il rituale collassava sempre di fronte all�orrore.
Il mondo reale non si lasciava contraddire, essendo il vero regno dell�azione, ma
lui doveva contraddirlo o disperare. Era questo il problema.

Tra le cose che voleva dimenticare di Cracovia c�era l�incontro con il professor
Adalbert Brudzewski, matematico e astronomo. Il ricordo di quel folle pomeriggio di
strazio, per�, era il fantasma di un gigante ossessivo dalle enormi zampacce pelose
che per anni a venire l�avrebbe perseguitato, ridendo e mugghiando, in un miasma
cremisi di vergogna e imbarazzo. Non sarebbe stato cos� esiziale se solo Andreas
non avesse assistito alla sua umiliazione. A rigor di logica Andreas non ci sarebbe
proprio dovuto essere: non aveva mostrato il bench� minimo interesse per Brudzewski
o per le sue lezioni finch�, dopo settimane di moine e servilismi, Nicolaus aveva
infine ottenuto un astioso invito a casa del professore - a casa sua! - e a quel
punto suo fratello aveva annunciato con quel suo fare languido che l�avrebbe
accompagnato, visto che quel giorno non aveva di meglio da fare. Eppure Nicolaus
non aveva protestato, si era limitato a fare spallucce e ad aggrottare la fronte
distrattamente per dimostrargli quanto poco gli importasse, mentre nella sua
fantasia una versione meravigliosamente altera di se stesso si girava e diceva al
fratello con laconica ferocia che mascalzone spregevole fosse.

Le lezioni del professor Brudzewski erano rigorose e molto esclusive, costituendo,


come il professore stesso non si stancava mai di ricordare, uno dei pilastri su cui
si basava l�impeccabile reputazione dell�universit�. Bench� naturalmente fosse un
tolemaico, il suo recente commentario alla teoria dei pianeti di Peurbach, cauto ma
tutt�altro che ostile, aveva fatto storcere il naso ai suoi colleghi accademici,
naso che egli aveva comunque immediatamente rimesso a posto grazie a qualche buon
colpo in difesa del dogma tolemaico, sferrato con gusto malizioso nei templi di
maggior spicco della dottrina sospetta. I Peurbach del tempo presente potevano
andare e venire, ma Tolomeo era inespugnabile sulla sua vetta, e il professor
Brudzewski era l� per ribadirlo con tutto il vigore e l�insistenza a suo parere
necessari.

Nicolaus aveva letto qualunque testo il professore avesse scritto sulla teoria
tolemaica. Nel corso di quelle ore estenuanti passate a farsi strada tra le sabbie
aride di una mente ermeticamente chiusa si era distillata in lui una minuscola e
preziosa goccia di dubbio perlaceo. Non era pi� in grado di ricordare dove o quando
avesse trovato la pecca, lungo quale traiettoria siderale, su quale piolo delle
scale perennemente ascendenti dei calcoli delle tavole, ma una volta individuata
essa aveva portato l�intero edificio di una vita di lavoro a infrangersi con lenta
e surreale ineluttabilit�. Il professor Brudzewski sapeva che Tolomeo aveva
profondamente torto. Non poteva naturalmente ammetterlo, neppure con se stesso;
aveva investito troppo per farlo. Quella mancanza di coraggio aveva fatto capire a
Nicolaus come mai un matematico di primissimo rango potesse abbassarsi fino alla
disonest� per salvare i fenomeni, per usare l�espressione di Aristotele, vale a
dire escogitare una teoria saldamente fondata sui vecchi dogmi reazionari che
tuttavia rendesse conto dei moti osservati dei pianeti. C�erano casi, come quello
dell�orbita incontenibilmente eccentrica di Marte, che la teoria tolemaica generale
non poteva spiegare, ma di fronte a questi problemi il professore, come il suo
magister alessandrino prima di lui, metteva tutto il peso del suo talento
prodigioso nel piegare le formule alla conformit�.

Di primo acchito Nicolaus aveva provato vergogna per il professore. Poi la vergogna
aveva ceduto il passo alla compassione e aveva cominciato a guardare l�anziano
docente sventurato con una mesta tenerezza quasi paterna. L�avrebbe aiutato! S�,
sarebbe diventato suo allievo e in classe l�avrebbe preso dolcemente per mano e gli
avrebbe mostrato come ammettere la propria follia e fare con ci� ammenda di anni di
cocciutaggine e di caparbia cecit�. E ci sarebbe stato un altro libro, molto
diverso, magari l�ultimo del vecchio professore, il glorioso coronamento della sua
vita, Tractatus contra Ptolemaeus, con un breve ringraziamento all�allievo - cos�
giovane! cos� brillante! - le cui eccezionali argomentazioni erano state il fulmine
che aveva colpito l�autore sulla sua personale via di Damasco serenamente
sconsiderata. Oh, s�. E per quanto il testo in s� sarebbe stato dimenticato, come
c�era sicuramente da attendersi, generazioni di cosmologi ancora di l� da venire
avrebbero parlato di quel libro con riverenza perch� avrebbe segnato la prima
comparsa pubblica - cos� peculiare nella sua modestia - di uno dei pi� grandi
astronomi di tutti i tempi. Nicolaus tremava, ebbro di queste folli visioni di
gloria. Andreas gli lanci� un�occhiata e sghignazz�.

�Sei tutto sudato, fratello, ti sento puzzare da qui.�

�Non ho la tua calma, Andreas. Mi agito. Ho una voglia pazzesca di ascoltarlo.�

�Perch�? Che c�� di buono a guardare le stelle e via dicendo?�

Nicolaus era sconvolto. Che c�� di buono? L�unico bene certo! Ma non poteva dirlo e
si accontent� di sorridere in segreto. Passarono sotto le guglie della chiesa di
Santa Maria. A Cracovia era arrivata la primavera e la citt� quel giorno sembrava
quasi librarsi in aria, un intricato agglomerato etereo di pali e vetro che volava
nella luce attraverso un pallido azzurro. Andreas cominci� a fischiettare. Com�era
bello, in fin dei conti, com�era elegante nella sua tunica di velluto, con il
cappello piumato e la spada nel fodero decorato che gli ondeggiava al fianco. Aveva
portato intatta nell�et� adulta quella fragile e straziante bellezza dell�infanzia.
Nicolaus gli sfior� con delicatezza il braccio.

�Sono cose che mi interessano, sai� disse, �tutto qui.�

Non pensava di avere commesso alcun torto nei confronti del fratello, eppure era
come se si stesse scusando: un fenomeno non inconsueto.

�Ti interessano... ma certo che ti interessano� rispose Andreas. �Ma mi sa che non
ti � del tutto indifferente che il nostro caro zio segua da vicino i nostri
progressi, eh?�

Nicolaus annu� malinconico. �Quindi tu sei convinto che io mi sforzi di mostrarmi


zelante per surclassarti nei suoi favori.�

�Che altro dovrei pensare? Non volevi che ti accompagnassi, oggi.�

�Non sei stato invitato!�

�Bah. Devi capire, fratello, che io ti conosco, so come trami e complotti alle mie
spalle. Non ti odio per questo, no... ti disprezzo e basta.�

�Andreas.�

Ma Andreas aveva ricominciato a fischiettare tutto allegro.

Il professor Brudzewski viveva in una grande casa all�ombra di Santa Maria. I due
fratelli furono introdotti in un atrio dove rimasero in attesa, accerchiati da
opprimenti colonne di silenzio che si allungavano oltre il loggione verso l�alto
soffitto con i suoi affreschi sbiaditi. Si guardarono blandamente intorno, come per
fare buona impressione su qualcuno che volesse verificare l�innocenza delle loro
intenzioni, solo per scoprire trasalendo che a sinistra, dietro i paraventi, una
figura indistinta li stava guardando davvero. Si girarono in fretta e sentirono
alle loro spalle una risatina folle e uno scalpiccio di passi che battevano in
ritirata.

Aspettarono a lungo, in apparenza dimenticati, mentre l�atrio intorno a loro


gradatamente si animava in modo strano. All�inizio fu una questione di porte che si
aprivano lasciando filtrare voci incorporee che infrangevano il silenzio per poi
richiudersi lentamente con una distinta ma inspiegabile aria di minaccia. Poi,
quando si furono stancati di assumere un sorriso carico di attesa per ogni ingresso
incompiuto, le voci cominciarono a essere seguite dai loro proprietari attraverso
le porte, un�anonima congrega stranamente distratta che tuttavia non si fermava,
limitandosi a transitare a piccoli gruppetti di due o tre persone, che mormoravano
assorte dirette altrove. Questi enigmatici pellegrini incrociarono il percorso di
Nicolaus per tutta la durata della visita senza mai rivelare il segreto del loro
agire misterioso.

Alla fine il servo ricomparve, una morbida creatura grassa e pallida a forma di
pera con una voce acuta, piedi a papera e un cranio calvo d�immacolato candore.
Pieg� un dito delicato per fare segno ai due fratelli e li condusse in una stanza
attigua piena di luce che entrava da una grossa finestra. Per un attimo, mentre
varcavano la soglia, scorsero una ragazza sorridente in abito verde che usciva da
un�altra porta, lasciandosi alle spalle nell�aria luminosa l�ombra tremula di una
bellezza indistinta. Il professor Brudzewski li scrut� dubbioso e disse:

�Ah!�
Aveva un ovale affilato e giallastro con una barbetta grigia a punta sotto il
labbro inferiore, sottile come una zanna. La schiena era cos� curva che il suo
abito nero, stretto intorno alla gola, pendeva fino a toccare il pavimento come
fosse una tenda. Da uno spacco laterale spuntava un artiglio nodoso in cui era
conficcato, come un piolo in un incavo, il solido bastone nero che sembrava
impedirgli di collassare in un piccolo cumulo di polvere, stoffa e ossa
rinsecchite. Quest�apparente fragilit� traeva in inganno: era un vecchio irascibile
e freddo che detestava il mondo o al pi� lo tollerava e, quando il mondo era cos�
impudente da accostarglisi, gli inveiva contro strillando furioso il proprio
disgusto.

Cadde il silenzio: era evidente che non aveva idea di chi fossero i suoi ospiti e
poco gli importava. Nicolaus sent� il proprio sorriso aggrumarsi in una smorfia di
nausea. Non gli veniva in mente niente da dire. Andreas, stringendo l�elsa della
spada - che come i due fratelli ricordarono nello stesso istante, trasalendo, era
proibito dalle regole dell�universit� portare in pubblico -, si fece avanti con un
clangore metallico.

�Magister! Questo � mio fratello, Nicolaus Koppernigk, che voi naturalmente


conoscete; e io sono Andreas, dello stesso casato. Veniamo in tutta umilt� a questo
autentico Olimpo. Ah, ah. Nostro zio, il dottor Lucas Waczelrodt, vescovo
dell�Ermland, le invia i suoi saluti.�

�Gi�, gi�, precisamente� borbott� il professore. �Precisamente.� Non era stato a


sentire. Guard� accigliato verso la porta da cui erano entrati in silenzio tre
gentiluomini che adesso facevano capannello bisbigliando. Uno era alto e magro, un
altro basso e grasso e il terzo, di spalle, era una via di mezzo, pieno di
verruche. Avevano un�aria da cospiratori. Il professor Brudzewski cominci� a
emettere una specie di ronzio sommesso. Di colpo si scus�, con un�andatura da
granchio si allontan� rapido verso la porta da cui era scomparsa la ragazza in
verde, biascic� qualcosa che i fratelli non afferrarono e spar�. I cospiratori
esitarono, scambiandosi occhiate e saltellando agitati da un piede all�altro, e poi
tutti insieme si precipitarono dietro di lui, quasi travolgendo nella fretta il
servitore che stava tornando con due boccali di birra dall�incongrua quantit� di
schiuma che offr� con estremo garbo agli ospiti in silenzio, con un sorriso
dolente. Un�ombra di nuvole piomb� nella stanza come un grosso uccello cupo.

I due fratelli vagarono poi a lungo alla deriva per la casa, lentamente, un po�
storditi, urtati da relitti. Uno strano ometto sconvolto, con mantello, calzabrache
e un cappello con una piuma assurda li abbord� in un corridoio lanciandosi senza
preamboli in un�amara invettiva contro l�incompetenza dei cosmografi caldei, dando
l�impressione che in qualche maniera misteriosa l�avessero personalmente
danneggiato. Andreas se la squagli�, lasciando Nicolaus da solo a sorridere e ad
annuire inerme sotto una pioggerella di saliva. Alla fine l�ometto esaur� la carica
e se ne and� ansante, annuendo furioso come per corroborare le proprie
argomentazioni. Nicolaus si gir� e, cos� facendo, colse all�estremit� di uno
specchio inclinato tutto infiammato di luce solare riflessa un bagliore di verde,
di nuovo quel sorriso, quella ragazza! E di colpo cap� che lei era un emblema di
luce e di grazia elusiva, un talismano la cui immagine avrebbe potuto ergere contro
il caos maligno di quel pomeriggio sgangherato.

Si affrett� lungo il corridoio, seguendo lo sguardo infiammato dello specchio, e


girato l�angolo trov� non la ragazza bens� la curva figura nera del professore che
gli veniva incontro con il suo bastone.

�Ah, tu!� disse il vecchio in tono stizzito. �Dov�eri finito?� Aggrott� la fronte.
�Ma non eravate in due? Be�, non ha importanza.�

Nicolaus si lanci� subito nel discorso che andava preparando da giorni. Balbettava
e sudava, dominato dall�ansia di fare colpo. Pitagora! Platone! Nicola Cusano! I
nomi di quei morti illustri gli rotolavano fuori dalla bocca scontrandosi nello
stretto corridoio come grandi sfere di pietra. Quasi non sapeva quello che stava
dicendo. Si sentiva come intrappolato negli ingranaggi di qualche inesorabile
macchinario spaventoso ma farsesco. Eraclide! Aristotele! Regiomontano! Bang! Bum!
Crash! Il professore lo fissava attento, come se stesse studiando una nuova specie,
forse aggressiva, di roditore.

�Tolomeo, giovanotto... non fai parola di Tolomeo, che come tutti sanno in fin dei
conti ha risolto per noi i misteri dell�universo.�

�S�, per� per� per� magister, se mi � concesso, non � forse vero, non � stato forse
ipotizzato che esistano certe, come dire, certe disposizioni dei fenomeni che in
Tolomeo non si spiegano?�

Il professore incresp� le labbra in uno smorto e gelido sorriso e batt� sull�assito


di rovere con il suo bastone come se stesse cercando una pecca nel pavimento.

�E quali potrebbero essere� mormor� �questi fenomeni inspiegabili?�

�Oh, ma io non dico che esistano misteri del genere, no, no� si affrett� a
replicare Nicolaus. �Stavo piuttosto chiedendo.�

No, non andava, quella pavidit� non andava affatto. Quello che serviva adesso era
un�esposizione chiara e intrepida delle sue opinioni. Ma quali erano le sue
opinioni? Ed era possibile esprimerle? Una cosa era sapere che Tolomeo si era
sbagliato e che da allora la scienza dei pianeti era stata una vasta cospirazione
per salvare i fenomeni, tutt�altra cosa era formularlo in parole, specie al
cospetto di un cospiratore di prima categoria.

L�orbita del pomeriggio l�aveva riportato al punto di partenza, nell�atrio. Era


confuso e sempre pi� disperato. Le cose non erano affatto come se le era
immaginate. L�ometto con la piuma sul cappello, flagello dei caldei, pass� loro
accanto con un cipiglio feroce.

Poteva dire solo quello che non era e non quello che era; poteva solo dire: questo
� falso e quello � falso, ergo il vero dev�essere quell�altro ancora, di cui al
momento io posso solo distinguere i contorni sfumati.

�A me pare, magister, che dobbiamo rivedere le nostre nozioni sulla natura delle
cose. Per tredici secoli gli astronomi si sono accontentati di seguire Tolomeo
senza sollevare obiezioni, come donne credulone, per usare le parole di
Regiomontano, ma in tutto questo tempo non sono stati in grado di discernere o
dedurre la cosa principale, vale a dire la forma dell�universo e l�immutevole
simmetria delle sue parti.�

Il professore disse: �Uhm!� e spalanc� la porta che dava sulla stanza inondata di
luce con il finestrone. Questa volta non c�era ahim� alcuna ragazza in verde, solo
l�onnipresente trio di cospiratori, ciascuno con una mano sulla spalla di un altro
- Piano! Guardate chi arriva! - e gli occhi fissi su di loro. Il professore avanz�
scuotendo la testa.

�Non mi riesce di comprenderti� grugn�. �La cosa principale, secondo te, �... che
cosa? Discernere la forma dell�universo e le sue parti? Non lo capisco. Come lo si
dovrebbe fare? Noi siamo qui e l�universo, per cos� dire, � l�, e di certo tra i
due non c�� collegamento sensibile.�

La stanza era ampia e alta, con muri bianchi ruvidi sopra una mezza pannellatura di
legno, un soffitto di travi di legno scuro arcuate e un pavimento a scacchi di
pietra. C�erano un tavolo e quattro sedie austere e, sul tavolo, una coppa di rame
brunito che traboccava di petali di rosa. Un rilievo di gesso su una delle pareti
raffigurava tre donne nude unite mano a spalla in una sinuosa danza circolare del
dare, ricevere e restituire. Sotto di loro una cassapanca di legno di pero se ne
stava chiusa con aria di sufficienza di fronte a un�antica stufa di ferro a forma
di clessidra con una calotta di ottone. I cospiratori si fecero impercettibilmente
avanti. I vetri a losanghe puntinate davano su un piccolo cortile e su un rachitico
ciliegio in fiore. Di colpo Nicolaus rimase sgomento per il vuoto anonimato delle
superfici, l�enigmaticit� in qualche modo risentita di quegli oggetti estranei i
cui contorni erano stati formati e consumati dall�azione di vite sconosciute. Senza
dubbio per altri quella stanza era tutto un intreccio scintillante di significati
di raffinata esattezza, forse era cos� persino per quei tre personaggi peculiari
che venivano furtivamente avanti; ma non per Nicolaus. Pens�: che cosa sappiamo che
non riguardi noi stessi?

�Paracelso� disse �sostiene che nella scala delle cose l�uomo occupa il centro, che
� la misura di tutte le cose, essendo il punto di equilibrio tra ci� che � grande e
ci� che � piccolo.�

Il professor Brudzewski lo fissava.

�Paracelso? E chi sarebbe? � senz�altro un pazzo. Dio � la misura di tutte le cose


e solo Dio pu� comprendere il mondo. Quello che tu sembri suggerire, giovanotto,
con la tua cosa principale, sa pertanto di blasfemia.�

�Blablablasfemia?� piagnucol� Nicolaus. �Sono certo di no. Non avete detto voi
stesso che in Tolomeo troviamo la soluzione a tutti i misteri dell�universo?�

�Era un modo di dire, nient�altro.�

La porta dietro di loro si apr� e Andreas entr� in silenzio. Nicolaus si contorse,


madido di sudore. I cospiratori, in apparenza senza muoversi, avanzavano minacciosi
e implacabili verso di lui. Provava una sconcertante sensazione di rovina, come uno
che sente il ghiaccio andare in frantumi dietro di s� mentre procede con lenta,
folle inesorabilit� sul lago gelato.

�Ma magister, voi avete detto...�

�S�, s�, s�, s�, certo... lo so quello che ho detto.� Il vecchio lanci�
un�occhiataccia al pavimento e gli diede un colpo con il suo bastone: prendi
questo, tu! �Ascoltami, tu stai confondendo l�astronomia con la filosofia, o meglio
con quello che oggi chiamano filosofia quell�olandese e gli italiani e gli altri
come loro. Tu chiedi alla nostra scienza di eseguire compiti che non � in grado di
eseguire. L�astronomia non descrive l�universo com�� ma solo come noi lo
osserviamo. La teoria corretta � pertanto quella che rende conto delle nostre
osservazioni. La teoria di Tolomeo � perfettamente, quasi perfettamente valida per
quel che concerne l�astronomia pura, perch� salva i fenomeni. Questo � tutto ci�
che si pretende da lei e tutto ci� che si pu� pretendere, e a ragione. Non discerne
la tua cosa principale perch� essa non � da discernere e l�astronomo che sostenga
altrimenti dovr� abbandonare la scena tra i fischi.�

�Dobbiamo quindi accontentarci� esclam� Nicolaus, �dobbiamo accontentarci di mere


astrazioni? Colombo ha dimostrato che Tolomeo si sbagliava riguardo alle dimensioni
della Terra; dobbiamo ignorare Colombo?�

�Un marinaio ignorante, spagnolo per giunta. Puah!�

�Ma l�ha dimostrato, signore!� Si port� una mano alla fronte in fiamme; calmo,
doveva stare calmo. La stanza sembrava piena di tensione, ma era solo il suo
tumulto interiore a roboargli nelle orecchie. Quei tre continuavano ad avanzare
costantemente e Andreas era dietro di lui a fare non osava immaginare che cosa. Il
professore, oscillando appeso al bastone, si lanci� intorno al tavolo in un cerchio
furibondo, cos� curvo da dare l�impressione che, come un serpente fantastico,
avrebbe potuto conficcarsi i denti nelle parti basse e cominciare a divorare se
stesso per la rabbia. Nicolaus, con la voce strozzata e deglutendo a fatica per
l�agitazione, lo seguiva saltellando incerto.

�Dimostrato?� lo apostrof� il vecchio professore. �Dimostrato? Una nave percorre


una certa distanza e ritorna, e il capitano scende a terra e smuove brevemente
l�aria con qualche parola; e questo lo chiami dimostrare? Secondo quale immutabile
criterio questa sarebbe una confutazione di Tolomeo? Tu sei un nominalista,
giovanotto, e neppure lo sai.�

�Io un nominalista... io? Non siete forse voi che solo pronunciando il nome di
Tolomeo pensate che qualunque argomentazione contraria sia cos� confutata? No, no,
magister; io non credo nei nomi, bens� nelle cose. Credo che il mondo fisico sia
soggetto all�indagine fisica e se gli astronomi non vogliono far altro che starsene
seduti nelle loro celle a contarsi le dita si stanno sottraendo alle loro
responsabilit�!�

Il professore si ferm�. Era pallido e la testa, su quel suo collo fragile come uno
stelo, gli tremava da far paura, eppure pi� che furioso sembr� perplesso quando
disse:

�La teoria di Tolomeo salva i fenomeni, come ho gi� detto; che altra responsabilit�
dovrebbe avere?�

Diglielo. Diglielo.

�La conoscenza, magister, deve diventare percezione. L�unica teoria accettabile �


quella che spiega i fenomeni, quella che spiega... che...� Fiss� il professore, che
aveva cominciato a tremare tutto, mentre dalle narici contratte gli usciva a
piccoli sbuffi un rumore secco, durissimo: stava ridendo! Di colpo si gir� e,
puntando il bastone, chiese:

�E tu che hai da dire, giovanotto? Sentiamo la tua opinione�.

Andreas stava appoggiato alla finestra con aria noncurante, le braccia conserte e
la faccia rivolta alla luce. Uno spruzzo di pioggia brillava sul vetro e la brezza
scrollava in silenzio i fiori del ciliegio. L�indicibile bellezza del mondo
trafisse il cuore abbattuto di Nicolaus. Suo fratello riflett� un momento e poi
disse in tono leggero, con il pi� vago dei sorrisi:

�Io dico, magister, che dobbiamo attenerci al buon senso e ad Aristotele�.

Non significava nulla, naturalmente, ma suonava bene; oh, s�, suonava bene. Il
professor Brudzewski annu� in segno di approvazione.

�Eh, s� mormor�. �Proprio cos�.� Si rivolse di nuovo a Nicolaus. �Credo che tu sia
stato troppo influenzato dagli ambiziosi dei nostri tempi, che s�immaginano di
poter svelare gli arcani della creazione immensamente buona di Dio. Parlavi di
Regiomontano: io ho studiato sotto quell�uomo eccelso e posso assicurarti che
avrebbe rifiutato con sdegno le idee assurde che hai propugnato oggi. Tu metti in
discussione Tolomeo? Ricordati questo: a chi pensa che non ci si possa fidare
completamente degli antichi, le porte della nostra scienza sono senz�altro
precluse. Rimarr� davanti a quelle porte chiuse a farneticare come un pazzo dei
movimenti dell�ottava sfera e avr� quello che si merita, poich� crede di poter
corroborare le proprie farneticazioni calunniando gli antichi. Perci� segui
l�ottimo consiglio di questo giovanotto e attieniti al buon senso.�

Nella sua costernazione, Nicolaus ebbe l�impressione di emettere un rumore, uno


stridio sottile e penetrante come quello di un gesso sulla lavagna. Ebbe la
distinta sensazione di una scossa alla base della spina dorsale, come se si fosse
seduto di colpo senza guardare in un punto dove era stata prontamente rimossa una
sedia. I tre cospiratori incombevano su di lui, guardandolo con profonda tristezza.
Erano al tempo stesso solleciti e sinistri. Quello con le verruche teneva la faccia
girata, incapace di contemplare un tale grado di follia. Andreas, ridendo in
silenzio, disse piano all�orecchio del fratello:

�Bruder, du bist in die Scheisse getreten.�

E il cospiratore grasso ridacchi�. Dietro i paraventi nell�atrio lo spettatore


segreto era in attesa. Ovviamente - ovviamente! - era la ragazza in verde. Il
professore le lanci� un�occhiata torva e, girandosi verso i due fratelli, sospir� e
disse:

�Signori, dovete perdonare mia figlia. La fanciulla � pazza�.

Agit� il bastone verso di lei, che indietreggi�, arlecchinata dagli incroci di


ombre, inseguita dai cospiratori che in punta di piedi si affrettarono, cicalando,
verso le scale, dove l�ometto con il cappello piumato aspettava in mezzo ad altri,
pi� vaghi enigmi. Tutti si inchinarono e si girarono, salirono lentamente nella
penombra e svanirono.

Il professor Brudzewski si conged� dai due fratelli con un moto di impazienza, ma


non prima di avere invitato Andreas ad assistere alle sue lezioni. Una pioggia
grigia cadeva su Cracovia.

�Cosa? Passare le mie mattinate ad ascoltare quel vecchio galletto che mi fa una
testa cos� sui pianeti e tutto il resto? Non credo proprio, fratello; ho di meglio
da fare.�

Nicolaus arriv� a Torun alla fine di settembre. La casa in vicolo Sant�Anna lo


accolse silenziosa, sollecita, come una congiunta in lutto. La vecchia Anna e gli
altri servitori ormai non c�erano pi�, a occuparsi della casa era adesso uno degli
uomini del vescovo, un tipo musone che segu� Nicolaus in giro per l�edificio con
occhio guardingo e sospettoso. Fuori, la giornata di sole autunnale era tutta luce
e distanza e, sopra i tetti e le guglie, una nuvola, una nave per aria, solcava
solenne, al passo del vento, un cielo altissimo e azzurrissimo. Le foglie del
tiglio ingiallivano.

�Accendi il fuoco, per piacere. Ho freddo.�

�S�, signore. Sua Grazia vostro zio mi ha lasciato intendere che non vi
tratterrete?�

�No, non mi tratterr�.�

Lo zio Lucas arriv� quella sera, nero di rabbia. Salut� Nicolaus con uno sguardo
truce. Il precentore di Frauenburg aveva avuto l�impudenza di morire in un mese
dispari, in cui il privilegio di assegnare le cariche ecclesiastiche nella diocesi
dell�Ermland passava per diritto canonico dal vescovo al papa.

�Quindi possiamo scordarcelo, nipote: a Roma non mi amano. Accidenti!� Agit� invano
il pugno per aria. �Un�altra settimana, non serviva altro! Comunque, dobbiamo
essere caritatevoli. Che la sua anima riposi in pace.� Fiss� gli occhietti neri su
Nicolaus. �Be�, hai perso la lingua?�
�Mio signore...�

�Non strisciare per terra, di grazia! A Cracovia non ti sei laureato. In quattro
anni.�

�Siete stato voi a farmi venire via, signore. Non avevo ancora completato i miei
studi.�

�Ah.� Il vescovo cammin� su e gi� per un po�, facendo rapidi cenni di assenso con
la testa, le mani raccolte dietro la schiena. �Mmm. S�.� Si ferm�. �Lascia che ti
dia un consiglio, nipote. Liberati di questa vena ribelle, se vuoi rimanere nelle
mie grazie. Io non sono disposto a tollerarla! Ci siamo capiti?� Nicolaus chin� la
testa docile e il vescovo grugn� e si gir� dall�altra parte, in apparenza deluso di
una vittoria tanto facile. Sollev� la veste e spinse il posteriore verso il fuoco.
�Servo! Ma dov�� quel bastardo? A proposito: immagino che anche quel perdigiorno di
tuo fratello stia l� a girarsi i pollici in Polonia nell�attesa che io gli trovi
qualche buona prebenda. Che famiglia, buon Dio! Tutto merito del padre, senza
dubbio. Cattivo sangue, l�. E tu, miserabile, guardati, rannicchiato come un cane
bastonato. Mi odi ma non hai il coraggio di dirlo. Oh, s�, � vero, lo so. Be�, ti
libererai di me abbastanza presto. Ci saranno altri posti a Frauenburg. Una volta
che ti avr� assicurato una prebenda non sarai pi� a carico mio e dei miei denari,
dopodich� non m�importa un�acca di quello che farai, avr� ottemperato alla mia
responsabilit�. Segui il mio consiglio e vai in Italia.�

�It...?�

�...o dove ti pare, non fa niente, l�importante � che sia un posto lontano. E
portati via tuo fratello: non lo voglio tra i piedi. Allora, cos�� che ti fa tanto
ridere?�

Italia!

* * *

Il giorno di Pasqua del 1496 il canonico Nicolaus e suo fratello lasciarono


Cracovia dalla porta di San Floriano in compagnia di una comitiva di pellegrini.
C�erano sant�uomini e peccatori, monaci, canaglie, ciarlatani e assassini, poveri
contadini e ricchi mercanti, vedove e vergini, cavalieri mendicanti, clerici,
venditori di indulgenze e predicatori, c�erano i sani e c�erano gli zoppi, i ciechi
e i sordi, c�erano i vispi e c�erano i moribondi. Gli stendardi reali sventolavano
al sole contro il cielo azzurro imperiale e i trombettieri reali facevano squillare
i loro strumenti d�ottone, e dall�alto delle mura della fortezza i cittadini
salutavano con acclamazioni e sventolii di berretti e fazzoletti i partenti che
s�incamminavano gi� per la strada polverosa verso la pianura. Erano diretti al Sud,
al di l� delle Alpi, verso Roma, la Citt� Eterna.

�Avrebbe potuto prenderci un paio di ronzini� brontol� Andreas, �avaraccio


schifoso, invece di farci camminare come dei bifolchi qualunque.�

Per Nicolaus sarebbe stato lo stesso anche se il vescovo Lucas li avesse fatti
strisciare fino in Italia. Per la prima volta in vita sua era libero, o cos� gli
sembrava. Alla fine un posto per lui a Frauenburg era saltato fuori; il capitolo,
su indicazione del vescovo, gli aveva immediatamente concesso un congedo e Nicolaus
era ripartito senza indugio per Cracovia. Aveva trovato la citt� stranamente
cambiata, non era pi� il capolinea tetro e derelitto che aveva conosciuto negli
anni dell�universit� ma un�allegra stazione di transito, piena di viaggiatori,
tutta un frastuono di lingue straniere. In realt� il cambiamento non era nella
citt� ma dentro di lui, l�uomo in viaggio che adesso notava cose che da studente
aveva ignorato; Nicolaus per� prefer� interpretare la sua nuova considerazione per
quella capitale fredda e orgogliosa come un segno che era infine cresciuto, in s� e
nel mondo, e stava rinunciando al passato e volgendosi verso un�intrepida et�
adulta; erano tutte sciocchezze, naturalmente, e lo sapeva; in ogni caso, almeno
per qualche giorno gli fu concesso di sentirsi maturo, importante e navigato.

La sua recente autostima, per quanto esitante e incline a scivolare in una presa in
giro di se stesso, faceva infuriare Andreas. A lui non era stato garantito alcun
canonicato facile. Ovunque si voltasse l�ombra nera del vescovo Lucas incombeva su
di lui come un flagello. Andreas non stava andando in Italia: ci veniva mandato. E
non era stato neppure fornito di un cavallo per innalzarsi dalla plebaglia.

�Ho quasi trent�anni e mi tratta ancora come un bambino. Che cos�ho fatto per
meritare il suo disprezzo, eh? Che cos�ho fatto?�

Lanci� un�occhiataccia a Nicolaus, sfidandolo a dargli una risposta, e poi distolse


lo sguardo, digrignando i denti per la rabbia e lo sconforto. Nicolaus era in
imbarazzo, come sempre di fronte a un�aperta manifestazione di sofferenza. Avrebbe
voluto allontanarsi con grande rapidit�, s�immagin� persino di fuggire a testa
bassa, borbottando, agitando le braccia come fosse tormentato da un�orda di mosche,
ma non c�era nessun posto dove andare per liberarsi dalla rabbia e dallo sconforto
del fratello.

Andreas rise.

�E tu, fratello� disse piano, �che ti nutri di me, che mi mangi vivo.�

Nicolaus lo fiss� allibito. �Non ti capisco.�

�Oh, vattene, vattene! Mi dai la nausea.�

E cos�, legati da lacci d�odio e di spaventoso amore, si misero in marcia verso


l�Italia.

Si erano attrezzati con due bastoni robusti, due belle giubbe pesanti bordate di
pelo di agnello contro i rigori delle Alpi, il necessario per accendere il fuoco,
bussola, quattro libbre di gallette da marinai e un fusto di carne di maiale
salata. Mettere insieme queste cose aveva dato loro una profonda soddisfazione
infantile. Andreas aveva trovato dall�armaiolo italiano di fianco alla cattedrale
uno stiletto di squisita fattura con la lama retrattile che spuntava fuori con uno
schiocco maligno toccando una levetta nascosta. Quell�arma ingegnosa, che teneva in
un fodero fatto cucire apposta all�interno del suo gambale, lo faceva sentire
meravigliosamente pericoloso. Bartholomeus Gertner, il marito di Katharina, aveva
venduto loro un mulo senza neanche imbrogliarli troppo, considerato che in fin dei
conti erano parenti. Una bestia vecchiotta e taciturna, che trasportava i loro
bagagli di buon grado ma che non era disposta a tollerare l�oltraggio di un
cavaliere, com�ebbero presto a scoprire.

Nicolaus avrebbe potuto comprare un paio di cavalli per loro. Prima di lasciare
Frauenburg aveva attinto generosamente alla sua prebenda. Ma aveva tenuto segreta
la sua ricchezza, cucendo l�oro nella fodera del mantello, perch� non voleva
mettere in imbarazzo il fratello squattrinato, cos� diceva a se stesso.

Andreas guard� malinconicamente verso sud. �Come due porcai qualunque!�

Passata la porta di San Floriano si diressero verso la grande pianura, alle spalle
acclamazioni e penetranti squilli di trombe, davanti a s� la lunga strada.

Il tempo si rivel� inclemente. Nei pressi di Breclav furono investiti senza


preavviso da una tempesta di vento proveniente dalla pianura che li aggred� come un
grosso animale cupo, ululando. Le locande erano terribili, pullulavano di pidocchi,
di mascalzoni e di puttane infette. A Graz ricevettero in pasto un brodo di carne
avariata ed ebbero flussioni spaventose; a Villach il pane brulicava di insetti. Un
bambino mor�, cadde per strada urlando in agonia, con la madre l� accanto che
gridava.

La comitiva si assottigliava di giorno in giorno, giacch� molti che erano partiti


con loro da Cracovia, come i due fratelli, desideravano solo viaggiare protetti e
in compagnia fino alla Slesia o all�Ungheria o alla Germania meridionale, e quando
raggiunsero le Alpi Carniche non era rimasta che una dozzina di adulti e qualche
bambino, e di questa piccola comitiva i pellegrini non erano neanche la met�. Il
vecchio Felix, l�uomo di Dio, batteva a terra il suo bastone e inveiva contro i
mondani del gruppo che sfruttavano la protezione divina per quel viaggio santo; era
la loro empiet� che attirava le disgrazie su tutti quanti. Era un vegliardo curvo
ed emaciato con una lunga barba bianca. Fissava i suoi occhi fiammeggianti
specialmente sulle donne.

�� il peccato che ci ha portato fin qui!�

Krack l�assassino sghignazz�.

�Ah, finiscila, nonno.�

Era un tipo divertente, Krack, e anche utile, perch� sapeva muoversi bene lungo la
strada e sapeva legare e arrostire con tutti i crismi un pollo sgraffignato. Era
convinto che fossero tutti fuggiaschi come lui, che usassero il pellegrinaggio come
un�utile copertura per scappare. L�ostinazione con cui si professavano innocenti
urtava i suoi sentimenti: non li aveva forse ben presto intrattenuti con i dettagli
del suo personale momento di gloria? �Sanguinava come un maiale gridando assassino
e Signore piet�. Era tosto, ve lo dico io, quel vecchio bastardo: sgozzato da un
orecchio all�altro, si teneva ancora stretti stretti i suoi pochi fiorini, neanche
fossero le palle che gli stavo tagliando. Ges�!�

Gli uomini attaccavano briga gli uni con gli altri e una volta scoppi� una rissa
tremenda con pugni e randelli, durante la quale un coltello con la lama a scatto
gioc� una parte non piccola. I problemi non mancavano neanche tra le donne. Una
ragazza giovane, una creatura impazzita ridotta al lumicino dalla malattia, che di
notte si dava a chiunque la prendesse, fu attaccata dalle altre e picchiata con una
violenza tale che poco dopo mor�. La lasciarono ai lupi. Il suo fantasma li
seguiva, infestando le loro notti con visioni di sangue e rovina.

E poi in una sera di pioggia, mentre attraversavano un altopiano sotto un cielo


basso e solforoso, una masnada di cavalieri piomb� all�impazzata su di loro
urlando. Erano brutti ceffi, magri e cenciosi, disertori di qualche guerra lontana.
�O buon Ges� Cristo di merda!� borbott� Krack incredulo, dandosi una manata sulla
gamba e scoppiando a ridere. Erano suoi vecchi compagni, a quanto pare. Li
capeggiava un sassone gigantesco, rosso di capelli e con un uncino di ferro al
posto della mano destra.

�Siamo crociati, sapete� tuon� questo Rufus, sventolando i capelli color carota nel
vento giallo, �andiamo a combattere i turchi infedeli. Ci servono cibo e denaro per
il lungo viaggio che ci aspetta. Quando arriverete a Roma direte al papa che ci
avete incontrati: siamo uomini suoi, combattiamo per la sua causa, e lui vi
restituir� con gli interessi le donazioni che ora ci farete. Giusto, ragazzi?� I
suoi compagni risero di gusto. �E adesso, veniamo a noi. Cibo, ho detto, e tutto
l�oro che avete, e se qualcuno prova a imbrogliarci gli caviamo le budella.�

Il vecchio Felix si fece avanti.


�Siamo solo poveri pellegrini, amico. Se ci prendi il poco che abbiamo dovrai
rispondere a Dio delle nostre morti, perch� � sicuro che non usciremo vivi da
queste montagne.�

Rufus sogghign�. �Leva le tue preghiere al cielo, padre, e magari Ges� vi mander�
la manna.�

Il vecchio tremante alz� il bastone per colpirlo, ma Rufus con una crassa risata
sguain� la spada e gli trapass� i visceri, e il vecchio croll� sulle ginocchia in
un fiume di sangue con urla atroci. Rufus si asciug� la spada sulla manica e si
guard� intorno. �Altre obiezioni? No?�

I suoi uomini passarono tra i viaggiatori come locuste, lasciandoli solo con gli
stivali e qualche straccio per coprirsi la schiena. I due fratelli guardarono in
silenzio il loro mulo che veniva portato via. Il mantello stranamente pesante di
Nicolaus fu squarciato e il gruzzolo di monete fuoriusc�. Andreas fiss� il
fratello.

�Amici� esclam� Rufus, �molte grazie, e che Dio vi assista.�

Rimontarono a cavallo ma si fermarono e borbottarono tra loro sghignazzando, poi


smontarono di nuovo e violentarono una donna e due ragazzini. Fu una cosa lunga
infilzare allo spiedo quei cumuli di carne bianca che si dimenavano nel fango
strillando. Il vecchio Felix mor� al calare della notte, supino a terra nella
pioggia con i piedi nudi callosi allargati come una grossa effigie lignea,
gridando: ah, ah! Krack, salutando allegro, se n�era andato con i suoi amici.
Andreas disse:

�Tutti quei soldi e non una parola; che pezzo di merda�.

Sarebbero morti di certo, tutti quanti, se il giorno dopo all�alba non avessero
avuto la fortuna di imbattersi in un monastero appollaiato su un roccione che dava
su una valle verdeggiante. Un vecchio monaco che lavorava nell�orto fuori dalle
mura lasci� cadere la zappa e fugg� terrorizzato vedendo quei morti viventi che
venivano avanti alzando le braccia gelate con spaventosi mugolii. Loro stessi quasi
non credevano di essere sopravvissuti. La notte era stata una specie di argentea
morte di ghiaccio. L�avevano trascorsa inerpicandosi alla cieca per i pendii
rocciosi con frenesia impaziente, come posseduti, sotto lo sguardo di una luna
enorme e impassibile. L�alba era sopraggiunta con un bagliore di fuoco freddo.

I monaci di San Bernardo li accolsero con premura. Uno dei ragazzini mor�. Andreas,
sempre rimuginando su quel bottino d�oro nascosto, non parlava al fratello.
Nicolaus trascorse le giornate fuori, vagabondando per i sentieri di montagna in
abito da monaco, raccontandosi storie, mormorando versi in latino, immaginando
l�Italia, cercando di purgarsi dal ricordo della pioggia e delle grida, dei cenci
induriti di sangue marrone, del sorriso di Krack. Era un paese irreale,
quell�Ultima Thule di ghiaccio ardente. Non riusciva a orientarsi in quei luoghi,
era tutto troppo grande o troppo piccolo, quelle impossibili montagne scintillanti,
i minuscoli fiori azzurri nella vallata. Persino il tempo era strano, enormi e
fragili giornate azzurrine di primavera alpina, un sole ardente tutto luce e poco
calore, cieli trasparenti trafitti da picchi innevati. Le capre sgambettavano via
scampanando stridule quando si avvicinava, intimorite da quel fagotto scuro di
dolore e disgusto con gli occhi sgranati e il bastone da montagna. Dimenticare era
impossibile. Di notte era tormentato da sogni il cui riverbero cupo contaminava le
sue ore di veglia, aleggiando su di lui come un rabbuiarsi dell�aria. Cominci� a
scorgere in qualunque cosa segni di vita segreta, nei fiori, nelle erbe, nei sassi
stessi sotto i suoi piedi, tutto era vivo, tutto per qualche ragione in agonia.
Nuvole temporalesche solcavano basse il cielo come ruggiti di angoscia in procinto
di esprimersi altrove.

Non era il dolore dei menomati e dei morti ad affliggerlo, ma l�assenza totale di
dolore; non riusciva a dimenticare quelle scene terribili, il sangue e il fango, le
carni che si contorcevano, ma, nel ricordare, non provava nulla, nulla, e questo
vuoto lo atterriva.

A Bologna, dove si sarebbero iscritti all�universit�, i fratelli si congedarono dai


pellegrini rimasti. Il rappresentante del capitolo di Frauenburg a Roma, il
canonico Bernhard Schiller, era giunto al Nord per accoglierli. Era un ometto
grigio e cauto.

�Ebbene, signori� disse brusco, �benvenuti in Italia. Arrivate tardi. Spero che il
viaggio sia stato piacevole, considerato quanto ve la siete presa comoda.�

Lo fissarono increduli. Andreas rise, dicendo:

�Siamo senza soldi�.

�Come?� La faccia grigia del canonico s�ingrig� ulteriormente. Alla fine, comunque,
acconsent� ad anticipare loro cento ducati. �Intendiamoci bene, questi non sono
soldi miei e neppure della Chiesa; sono soldi di vostro zio. Gli ho scritto oggi
per informarlo di questa transazione, chiedendogli di essere immediatamente
rimborsato.� Si concesse un sorriso cupo. �Confido che abbiate una spiegazione
soddisfacente per la vostra povert�. E perch�, se posso chiedere, indossate questi
abiti da monaci? Vi siete messi a giocare d�azzardo con i clerici? Un passatempo
pericoloso. Be�, non sono affari miei. Buona giornata.�

Andreas guard� con amaro divertimento Nicolaus che contava con cura la sua parte di
ducati.

�Meglio cucirli in fretta, fratello.�

* * *

Era il crepuscolo e andava di buon passo per le vie affollate, afose e sgradevoli,
arrovellandosi sulle vere dimensioni dell�universo. Lucide teste scure e occhi
rotondi si giravano a guardarlo curiosi e divertiti mentre volava loro accanto.
Bologna era la citt� del folle e del grottesco, eppure lui non passava inosservato,
con il suo lungo mantello e la sua faccia dura da esaltato. Che importava a lui
delle loro opinioni, gente chiassosa e stupida! L�Italia era stata una grande
delusione; la odiava, odiava il caldo, quella puzza che ristagnava inesorabile, il
clamore infantile, l�indolenza, la corruzione, il disordine. Si era immaginato una
terra azzurra e orgogliosa, inondata di sole, serena. Dei falconieri gli gridarono
in faccia qualcosa, tutti moine e prepotenza, gettandogli addosso il loro vino, i
loro dolcetti, i loro uccelli canori incappucciati. Un buffone grasso con una testa
che sembrava un pezzo di carne cruda, muovendo a scatti un filo di salsicce
puzzolenti, spalanc� l�antro rosso e umido della bocca e lo apostrof�: Bello,
professore, bello, bello! Un mendicante lebbroso allung� gemendo una mano senza
dita. Lui fugg� svoltando l�angolo e fu colpito in pieno da un abbaglio di luce
accecante. Il sole al tramonto lambiva le mura della citt�, fiancheggiato da una
coppia di ladri impiccati di fresco quella mattina, sgorbi neri su fondo oro. Di
colpo prov� un ardente struggimento per le sere nordiche chiare, immobili, di un
pallore perlaceo, cariche di silenzio e di nuvole. Esalazioni schifose salivano
alle sue spalle. Aveva pestato una cacca di cane.

Con un tuffo al cuore si sent� chiamare dal cortile di una taverna l� vicino, ma
quando fece per affrettarsi e proseguire fu bloccato da una sgualdrina sorridente,
nera come la pece, che gli si par� davanti schioccando i suoi labbroni. Dalla
taverna proruppe un boato di risate ubriache.

�Avanti, unisciti a noi, fratello, per una coppa di vino� chiam� la voce di
Andreas. Era seduto con una banda di giovinastri, tutti buoni tedeschi, amici suoi.
�Vedete, compagni, com�� pallido e scarno. Stai troppo tempo sui libri.�

Quelli lo guardarono allegri, compiaciuti che offrisse loro il destro di divertirsi


un po�. Uno disse:

�Troppo tempo alla verga, pi� probabilmente�.

�Ci avete dato dentro di pugnette, eh, canonico?�

�Bistrattando il venerando vescovo, eh?�

�Ah, ah.�

�Su, siediti!� sbrait� Andreas stizzoso, tutto rosso; bere non gli faceva un
granch� bene. Nicolaus si era interrogato spesso sullo strano talento di suo
fratello nel circondarsi sempre degli stessi amici ovunque andasse. Cambiavano i
nomi e un poco le facce, ma per il resto erano gli stessi a Torun o a Cracovia o
qui a Bologna, fannulloni e puttanieri, aspiranti poeti, figli di pap� con troppi
denari in saccoccia, tutti prepotenti dal primo all�ultimo. L�unica differenza era
naturalmente che diventavano progressivamente pi� vecchi. Nella congrega presente
non ce n�era uno sotto i trenta. Eterni studenti! Nicolaus sorrise sarcastico
dentro di s�: non era pi� abbastanza giovane da potersi permettere di sbeffeggiare
gli altri. Eppure lui era davvero diverso, lo sapeva, apparteneva a un�altra
specie; altrimenti perch� stava cos� male in mezzo a loro, l� appollaiato sul bordo
della panca, stringendosi nelle braccia in un moto di imbarazzo e ripugnanza, con
un sorriso idiota stampato in faccia?

�Dicci un po�, fratello, chi era quella leggiadra donzella con cui ti abbiamo visto
un attimo fa? Stavate discutendo del moto delle sfere? L�alba di Venere e cose del
genere?� Nicolaus fece spallucce e si contorse, affettando ingenuit�; non riusciva
a tenere testa al fratello in questo genere di punzecchiamenti. Andreas si rivolse
agli altri con il suo sorriso languido. �Va pazzo per le stelle, sapete, gli orbi
perlacei, i globi notturni, e cos� via.�

Un tipo brufoloso coi ricci color paglia e una barbetta sottile, figlio di un conte
svevo, allontan� il nasino a punta dal boccale e si allung� sul tavolo serio serio
e serio serio disse:

�Canonico, avete sentito di quello sfortunato astronomo che ha pasticciato con i


suoi calcoli ed � finito con due pianeti dove doveva essercene uno solo? Con
l�orbita di Marte ci ha fatto due coglioni!�

E gi� risate a crepapelle, e gi� vino, e padrone!, padrone!, vieni amico, una
scodella della tua trippa migliore, perch� sar� ubriaco ma stasera ho una gran
voglia di budella. Smisero di punzecchiare Nicolaus. Non era un granch� come
bersaglio per le loro battute, come incarnazione del capro espiatorio. L�ultima
luce serale scomparve, la notte cal� rapida e le stelle, esitanti e graziose,
presero a brillare fra i tralci di pampini sopra le loro teste. Un ragazzo con un
mazzo di ceri fumanti pass� fra i tavoli. Ecco che arriva il nostro giovane
Prometeo, portatore del fuoco. Ma che bel culetto delicato ha, guarda quando si
china; qui, ragazzo, un ducato per i tuoi favori. Il ragazzo si ritrasse con un
sorriso allarmato. Per strada la musica si faceva pi� assordante, selvaggi miagolii
di pifferi e sbatacchiare di timpani, e una banda di menestrelli entr� nel cortile
in cerca di vino gratis. A Nicolaus quella confusione e il fumo delle candele di
giunchi oscillanti davano il capogiro. Il rosso toscano era scuro e ossidato, come
sangue vecchio. Andreas sal� sul tavolo, malfermo e con lo sguardo allucinato,
strepitando di libert� e rinascita, di epoca nuova, di uomo nuovo. Vacill�,
appigliandosi all�aria, e con un grido stramazz� rumorosamente in grembo al
fratello. Nicolaus, di colpo inondato di un amore triste e impotente, cull� tra le
braccia quell�umida e sbronza massa inerte, quel beb� grottesco mezzo stravaccato
sul tavolo che guardava intontito - burp! - sul pavimento cosparso di paglia un
grumo di trippa e vino.

Pi� tardi finirono in un vicoletto buio e puzzolente dove qualcuno veniva preso
furiosamente a calci in un canale di scolo. Il figlio del conte si ferm� l� a
ridacchiare, finch� dal buio non gli arriv� un pugno secco da un arto incorporeo e
fin� a terra con un urlo e un fiotto di sangue che gli usciva dal naso fracassato.
Nicolaus si ritrov� senza sapere come in ginocchio in una stanza bassa o in una
specie di capanna. Era un posto rumoroso, tutto grugniti e gemiti e grovigli di
pallida carne fosforescente che si dimenavano sul pavimento di terra battuta. Nella
luce spettrale di una candela una donna giaceva davanti a lui su un pagliericcio, a
gambe larghe, come un esemplare di anatomia, irridente e provocatoria. Puzzava di
aglio e di pesce. Le cadde addosso con un gemito e le affond� i denti nella spalla.
Fu una cosa confusa, termin� in fretta. Solo dopo, quando ci ripens� in termini per
cos� dire formali, gli venne in mente che aveva infine rinunciato alla propria
verginit�. Era stato proprio come se l�era immaginato.

Il giorno successivo sgattaiol� nell�Aula Maxima annebbiato e ubriaco, in ritardo;


i suoi colleghi studenti, vecchi giovanotti seri, gli lanciarono occhiatacce di
disapprovazione e di rimprovero. Il professore lo ignor�: che cos�era il ritardo di
uno studente per Domenico Maria Novara, astronomo, grecista, cultore di Platone e
di Pitagora? Appollaiato in alto sul suo pulpito era come sempre estremamente,
magistralmente annoiato. La voce secca e cupa scandiva stanca e indifferente la
lezione, licenziando le frasi come fossero altrettante biolche di terra incolta; il
significato e il particolare acume del suo pensiero si sarebbero manifestati solo a
posteriori, quando i loro appunti avrebbero prodotto una lenta esplosione simile
allo schiudersi di un fiore con una miriade di petali, nella modestia delle stanze
e delle menti studentesche. Era uno strano uomo di mezza et�, freddo e pedante,
alto, di carnagione scura, con un viso crudele come una lama bruna e affilata. A
Bologna, dove capitava non di rado che un docente arrogante subisse la
mortificazione di una gragnuola di insulti o l�affondo di uno stocco faceto, Novara
incuteva un timore e un rispetto universali.

�Koppernigk... una parola, se posso.� Nicolaus si ferm� allarmato. La lezione era


terminata e gli ultimi colleghi si stavano avviando stancamente fuori dall�aula.
Cerc� di sorridere, restando languidamente in attesa, scosso dalla nausea,
tremante. Il professore scese pensieroso dal pulpito e si ferm� sull�ultimo gradino
a guardarlo. �Mi dicono che siete andato a raccontare in giro alcune, come dire,
alcune idee curiose. � cos�, mmm?�

�Perdonatemi, maestro, non capisco.�

�No?� Novara abbozz� un sorrisino. Si incamminarono insieme per un corridoio


assolato. Stretti archi di pietra alla loro destra davano su un chiostro lastricato
con una statua di marmo dal braccio alzato in un misterioso saluto ieratico; ombre
frastagliate guizzavano sotto i loro piedi. Il professore prosegu�: �Idee
astronomiche, voglio dire, speculazioni sulla forma e le dimensioni dell�universo,
cose di questo genere. Mi interessa, capite. Mi dicono che avete espresso dubbi su
certe parti della dottrina tolemaica sul moto dei pianeti. � cos�?�

�Ho preso parte, questo � vero, ad alcune discussioni da taverna, ma non ho fatto
altro che ripetere quello che � gi� stato detto molte volte anche da voi, fra gli
altri.� Novara si morse il labbro e annu�. �Non credo di avere niente di originale
da dire. Sono un dilettante. E questa mattina non mi sento bene� concluse Nicolaus
con un filo di voce.

Proseguirono in silenzio per un po�. Il corridoio risuonava dei passi degli


studenti, che lanciavano furtive occhiate incuriosite a quella coppia male
assortita. Novara rimuginava. Dopo un po� disse:

�Ma le vostre idee sulle dimensioni dell�universo, sugli intervalli tra i pianeti,
quelle mi sembrano originali, o quantomeno sembrano promettere grande originalit�.

Nicolaus si chiese preoccupato come fosse venuto a sapere quelle cose. L�incontro
con Brudzewski a Cracovia gli aveva insegnato a essere discreto. Aveva ammesso di
avere partecipato a chiacchiere da taverna, ma di sicuro non si era mai azzardato a
proferire parola, o no? Chi ne sapeva abbastanza delle sue riflessioni per
tradirlo, allora? Il professore gli lanci� un�occhiata con un�espressione sorniona.
�Quel che mi interessa� disse �� capire se avete o no la matematica a supporto
della vostra teoria.� Naturalmente c�era solo una persona che poteva averlo
tradito; be�, non importava. Era al tempo stesso addolorato e compiaciuto, come
fosse stato sorpreso a commettere un crimine ingegnoso. Le poche idee che si era
avventurato a tradurre in parole, rozze parodie sgraziate dei concetti di
inesprimibile eleganza che gli sfolgoravano in testa, di colpo grazie alle
attenzioni dell�autorevole Novara avevano assunto una parvenza assai pi� pregiata
di quanto immaginasse.

�Maestro, io non sono un astronomo e neppure un matematico.�

�S�.� Il professore sorrise di nuovo. �Siete un dilettante, come avete detto.�


L�impressione fu che pensasse di aver fatto una battuta. Nicolaus abbozz� un
sorriso tirato. Sbucarono sui gradini che davano sulla piazza assolata. Le campane
di San Pietro cominciarono a suonare, un solenne rimbombo di bronzo alto nell�aria,
e frotte di piccioni infiorarono l�azzurro sopra le cupole dorate. Novara studi�
trasognato la folla nella piazza sottostante, poi di colpo si gir� e, in un tono
che in lui risultava animato, disse: �Venite a casa mia, vi va? Venite oggi. Ci
sono alcune persone che credo potrebbe interessarvi conoscere. Diciamo a
mezzogiorno? A mezzogiorno, allora. Vale�. E si allontan� in fretta gi� per i
gradini.

Ma che...?

�Allora, com�� andata?� gli chiese Andreas.

�Dove?�

�A casa di Novara!�

�Ah, quello.� Erano seduti nel refettorio della nazione germanica, dove
alloggiavano; era sera e, fuori dalle finestre sporche, il Palazzo comunale si
stagliava nell�ultima luce solare. Il refettorio era affollato di crani tedeschi
rasati che mangiavano. A Nicolaus faceva male la testa. �Non so che cosa voglia da
me Novara, non sono affatto il suo genere. C�erano anche degli altri, Luca Gaurico,
Jacob Ziegler, il poeta Calcagnini...�

Andreas fischi� piano. �Per�, per�, che impressione. La crema degli intellettuali
d�Italia, eh?� Sogghign�. �...E poi tu, fratello.�

�E poi io, come hai detto. Andreas, hai parlato in giro di quel che ti ho
raccontato sulle mie idee di astronomia?�

�Raccontami com�� andata da Novara.�


�...perch� io preferirei che non lo facessi; preferirei proprio che non lo
facessi.�

�Raccontami.�

L�avevano fatto entrare in una corte con arbusti di arancio in vasi di terracotta;
una fontana zampillante creava un fresco sottofondo musicale. Gli ospiti erano
radunati sulla terrazza, adagiati con eleganza su divani e raffinate sedie di
vimini, e sorseggiavano vino bianco da alti calici di vetro di Murano conversando
pigramente. A Nicolaus vennero in mente quelle gabbie di quaglie viziate che si
vedevano appese nei porticati delle migliori case della citt�. Diffidente, a
disagio, vergognoso della propria ossuta malagrazia prussiana, se ne stette in
silenzio e sorrise nervosamente mentre il professore lo presentava. Novara era
l�incarnazione dell�aristocratico, l� con la sua bella casa di citt� a fargli da
cornice. Sfoggiava un fassamano a forbice e ci giocherellava con ostentazione.
Quell�occhiale, insieme alla luce brillante, alle pozze di ombra violacea sulla
terrazza, ai vetri scintillanti, alla musica dell�acqua e al profumo degli aranci,
contribuiva a creare un�atmosfera teatrale. Elbing. Elbing? Nicolaus si chiese
distrattamente perch� mai gli fosse venuta in mente quella lontana citt� del Nord.

Gli piaceva l�Italia? Il clima, s�, certo. E quali materie studiava? Ah, s�? Segu�
un silenzio e qualcuno toss� dietro le dita guantate. Esaurito il loro dovere,
tornarono alla conversazione che in tutta evidenza il suo arrivo aveva interrotto.
Celio Calcagnini, un uomo slanciato non pi� nel fiore della giovinezza, disse
fiacco:

�La domanda �, che cosa si pu� fare? Bologna non � Firenze e io credo che siamo
tutti d�accordo che il nostro Giovanni Bentivoglio non �, e non potr� mai essere,
un Magnifico�. Tutti ridacchiarono scuotendo la testa; schernire il duca di Bologna
a quanto pareva era un�abitudine. �Eppure, amici miei� prosegu� il poeta, �dobbiamo
lavorare con il materiale che abbiamo a disposizione, per misero che sia. L�uomo
saggio sa che il compromesso � talvolta l�unica strada percorribile... a proposito,
Domenico, quest�annata � eccezionale. Invidio la tua cantina.�

Novara, appoggiato con grazia a una colonna bianca, alz� il bicchiere e s�inchin�
sardonico. Un liscio e lucente bracco nero, di cui Nicolaus si accorse trasalendo
solo in quel momento, era sdraiato ai piedi del professore come una sfinge,
ansimante, con le zanne snudate in posa feroce. Jacob Ziegler, astronomo di una
certa reputazione e autore di un recente lavoro su Plinio alquanto ammirato, era un
giovanotto pretenzioso, asciutto e altero, con un viso pallido e affilato, occhi
sfavillanti e due baffi sottilissimi. Era vestito con ricercatezza, per quanto un
poco affettata, in seta e capretto rosso rubino; un copricapo di velluto a larga
tesa stava posato accanto a lui come un grande e morbido uccello esotico nero. La
sedia di vimini su cui era seduto scricchiol� irosa allorch� si sporse in avanti
esclamando:

�Compromesso! Cautela! Dobbiamo agire, vi dico! I tempi non cambiano da soli, ma


grazie alle azioni degli uomini. Bologna non � Firenze, esattamente; ma che cos��
Firenze? Una citt� di grassi bottegai che amano la bella vita�. Lanci� un�occhiata
torva a Calcagnini, che inarc� il sopracciglio indulgente giocherellando con lo
stelo del suo calice. �S�ingozzano di arte e scienza come fossero marzapane
zuccherato e si compiacciono per la loro cultura e la loro larghezza di vedute.
Cultura? Puah! E i loro artisti e i loro scienziati non sono da meglio. Una masnada
di ruffiani, con il compito di procacciare i fronzoli eleganti con cui occultare le
piaghe vive di quella cortigiana infetta che � la loro citt�. E che diamine,
preferisco mille volte essere uno dei reietti che siamo piuttosto che essere come
loro, viziati infiorettatori della decadenza!�

�Decadenza� gli fece eco piano Novara, gustandosi quella parola con cautela.
Calcagnini alz� gli occhi.

�Ottimo discorso, Jacob� disse sorridendo, �ma le tue accuse non mi piacciono. Il
compromesso non mi soddisfa pi� di quanto soddisfi te, ma so che c�� un tempo per
tutto, per la cautela e per l�azione. Se ci muoviamo adesso non possiamo che
peggiorare ulteriormente la nostra situazione. E a proposito, che cosa vorresti che
facessimo, di grazia? Il governo dei Bentivoglio in questa citt� � inamovibile. Qui
c�� la pace, mentre tutto il resto d�Italia � in subbuglio... Oh, lo so, lo so che
tu non la definiresti pace, ma infatuazione. Be�, chiamala come ti pare, i nostri
concittadini, proprio come i fiorentini, sono ben pasciuti e quindi ben contenti di
lasciare le cose esattamente come stanno. La realt� � questa; semplicissima. Potrai
arringarli finch� vuoi, scagliarti contro la loro decadenza, ma ti rideranno in
faccia e basta... almeno finch� rimarrai soltanto un astronomo pazzo con la testa
fra le nuvole. Metti i piedi per terra e immischiati nei loro affari e vedrai che
sar� tutta un�altra musica. Fra Girolamo, il prodigioso Savonarola, per un certo
tempo fu tenuto in grande considerazione a Firenze. La citt� si compiaceva
beatamente in estasi sotto le sue sferzate, finch� presero paura e a quel punto...
be�, a quel punto l�hanno bruciato. Lo vedi? No, no, Jacob, non ci saranno autodaf�
a Bologna.�

Ziegler s�imbronci� e una vampata di rossore gli sal� dalle guance fino alla fronte
pallida. �E tu paragoni noi a quel monaco pazzo, a quell�individuo che ebbe il
coraggio di criticare Platone come fonte di immoralit�? Si � meritato il rogo, dico
io!�

Calcagnini sorrise di nuovo, tollerante.

�No, mio caro Jacob� mormor�, �ma certo che non faccio un paragone simile. Sto solo
cercando di dimostrarti che un�azione improvvida e precipitosa da parte nostra pu�
portarci dritti alla rovina.�

�...E poi� prosegu� Ziegler accalorato, �perch� parti dal presupposto che il potere
dei Bentivoglio possa essere sfidato solo dall�interno delle mura di Bologna?�

Il bracco chiuse le fauci con uno schiocco umido, si alz� e si allontan� con la sua
andatura elegante. Ci fu un silenzio imbarazzato. Ziegler lanci� in giro
occhiatacce sprezzanti, paonazzo e provocatorio. Novara lo guard� accigliato, a
labbra strette, e scosse la testa lentamente, in un blando e muto rimprovero. Un
tipo scheletrico, che rispondeva al nome di Nono, emise una risata stridula.

�S-sentiamo i risultati dell-le fa-fa-fatiche di L-luca!� esclam� allegro. Gli


altri non gli badarono, tutti presi com�erano a disapprovare in silenzio
l�indiscrezione che l�impenitente Ziegler aveva commesso, qualunque essa fosse, e
Nono si rivolse contrariato a Nicolaus e disse, ad alta voce e scandendo bene le
parole, come se parlasse con un idiota duro d�orecchi: �Ha fa-fatto un oroscopo di
Cesare, capisci. Il Valentino, com�� anche detto, ah ah�. Nicolaus annu� con un
largo sorriso come per esprimere un�immensa gratitudine e un moto
d�incoraggiamento. �Bo-bo-borgia, vale a dire� concluse Nono fiaccamente, dando
l�impressione di essere alla ricerca di un�ultima parola che gli sfuggiva,
l�ossessione del balbuziente, che di certo avrebbe reso tutto meravigliosamente
chiaro.

Novara si riscosse. �S�, Luca, raccontaci, che cosa dicono le stelle del nostro
giovane principe?�

Luca Gaurico, che aveva la testa possente e il naso adunco di un Cesare decaduto,
emise un grasso sospiro e diede una grassa scrollata di spalle. Era grasso; era
quel genere di grasso che, nelle fantasie indiscrete di persone magre e schizzinose
come Nicolaus, evocava visioni orrende e irresistibili di copulazioni tremule e di
travagli mostruosi alla latrina e di lacrime inermi davanti alla fibbia aperta di
una scarpa. Gaurico si affann� per un po� sul divano su cui era seduto e tir� fuori
dagli abiti, con il fiatone, un brandello di pergamena sgualcita.

�C�� poco da dire� disse ansimando. �Se avessi i fatti sarebbe semplice, ma non ce
li ho. Una lunga vita, di certo; una buona sorte innanzitutto, come si conviene...�
sorrise tristemente �al bastardo del papa. Dopo il trentesimo anno sopraggiunger�
una caduta, ma � cosa non chiara. Condurr� una campagna vittoriosa in Lombardia e
poi in Romagna, come quella strega di una Sforza imparer� a sue spese. Dovrebbe
guardarsi dai francesi, se c�� da fidarsi di Marte.� Diede un�altra scrollata di
spalle come per scusarsi e mise via la pergamena. �Ecco.�

�Oh, magnifico, magnifico� borbott� Ziegler, pizzicandosi con veemenza i baffi.


Gaurico lo guard�. Calcagnini si affrett� a dire:

�Jacob, oggi sei cos� infervorato! Come ci ha detto Luca, gli mancano i fatti
necessari... e in verit� viene da chiedersi, chi pu� conoscere i fatti riguardo a
quella strana e misteriosa dinastia?�

Segu� uno scambio di sorrisini. Novara disse:

�Ma Luca, non hai nulla di rilevante per i nostri crucci?�

�Posso dirvi questo� rispose il grassone guardandosi intorno accigliato, �questo


posso dirvelo: non sieder� mai sul trono di Pietro.�

Ci fu la sensazione di un lento schianto sommesso e Ziegler sbott� in un risolino


amaro.

�Ebbene� mormor� Novara, �da l� non ne caveremo niente.�

Di colpo tutti si rilassarono e guardarono Nicolaus con una certa ritrosia, come
attori in attesa del suo applauso. Lui li fiss� perplesso. Aveva la sensazione di
essersi perso qualcosa di estrema importanza. La servit� port� sulla terrazza
piccoli vassoi d�argento di prelibatezze, tranci di selvaggina in gelatina, melone
tagliato, fette traslucide di prosciutto nostrano speziato. Nicolaus, non senza un
lieve divertimento occulto, si serv� di una porzione di quaglia fredda. Il sole era
scivolato fuori dal riquadro di cielo che sovrastava il cortile e la luce non
sfrigolava pi� con violenza ma era un solido cubo di caldo splendore azzurrino.
Conscio della propria estraneit�, Nicolaus vagheggiava il freddo Nord. Quello non
era il suo mondo, quel caldo, quelle passioni vibranti, quella piatta aria immobile
che gli gravava cos� pesantemente sui polmoni, come fosse il respiro di un altro;
niente lo toccava, l�, n� lui toccava niente. Era un piccolo prussiano nel cuore
dell�Italia. Un giovanotto elegantissimo dalla carnagione olivastra seduto di
fronte a lui gli lanciava strane occhiate con una specie di deliberata insolenza.

Dopo avere mangiato, la compagnia lasci� la terrazza per ritirarsi in una sala
lussuosa con un soffitto alto azzurrissimo, dotata da un lato di un�arcata aperta e
all�altra estremit� di ampie finestre che davano su un panorama assolato di
cipressi scintillanti e colline verdognole. Si percepiva una sensazione di attesa e
poco dopo la conversazione smozzicata si interruppe di colpo con l�ingresso di uno
strano personaggio emaciato e sconvolto con una lira in mano. Dava l�impressione di
essere oppresso dall�infelice peso di una conoscenza intollerabile, un veggente
condannato a indicibili segreti. Rimase immobile, paziente, con lo sguardo velato
rivolto a qualche visione interiore, mentre la servit� gli sistemava con reverenza
una fila di cuscini al centro del pavimento, dove lui poi si sistem� con estrema
circospezione, incrociando le caviglie estremamente magre, e cominci� a cantare con
una strana voce acuta. Un soffio di vento agit� le tende di seta alle finestre e
fiotti di pallida luce perlacea oscillarono sul pavimento lucido. Il cane nero
ritorn� e si sdrai� ansimante ai piedi di Novara con la mandibola umida spalancata.
Nicolaus era allarmato, senza sapere bene perch�. Il canto era un incomprensibile
grido sinuoso e prolungato che l�angosciato aedo pareva produrre dalla propria
stessa sostanza, lentamente, dolorosamente, un sottile filo di suono argentino che
s�increspava intrecciandosi ipnotico al dolce e profondo tintinnio della lira. La
compagnia sedeva rapita in ascolto, con un�intensit� tale che pareva stesse in
qualche modo contribuendo alla creazione di quella musica soprannaturale.

Alla fine il canto termin� e il cantore si guard� intorno spaesato, tastandosi


nervosamente le ciocche lisce e gialle dei capelli. Gli altri si alzarono e gli si
avvicinarono in fretta, tutti sussurri e moine, premurosi come donnette. Gli
diedero un bicchiere di vino di cui lui bevve solo un sorso, poi fu accompagnato
fuori, tra borbottii e sospiri. La stanza rimase stremata e in un certo senso
satolla, come dopo un bagordo. Novara si alz� e, con un�occhiata, invit� Nicolaus a
seguirlo. Insieme oltrepassarono l�arco, con il cane nero che trotterellava
silenzioso al loro fianco. Il cantore sedeva in solitudine in un�anticamera,
devastato e afflitto, immerso in una grande luce. Li guard� inespressivo con i suoi
strani occhi chiari giallognoli e non riusc� a rispondere quando Novara gli parl�,
limitandosi a scuotere un poco la testa per poi girarsi. Ma sorrise al cane con
aria d�intesa, come un cospiratore con un complice. Proseguirono e Nicolaus chiese:

�Che cos�ha? � malato?�

Novara alz� gli occhiali e lo scrut� con sguardo indagatore.

�Non lo sapete? Non avete riconosciuto quella musica? Era un inno orfico al Sole.
Ha conosciuto Ficino, sapete, all�Accademia di Firenze. Non � malato, non nel senso
che voi o io attribuiamo alla malattia. La sapienza antica di cui � erede lo
consuma intensamente. Grande passione, grande saggezza, sono cose che non possono
essere sopportate con leggerezza dai mortali.�

Nicolaus annu� e non disse altro. Tutto quanto era carico di un profondo
significato, all�apparenza; per lui per� significava poco.

Entrarono nella biblioteca, inoltrandosi fra teche di manoscritti preziosi, di


incunaboli e di prime edizioni dal valore inestimabile provenienti dalla Germania e
da Venezia. Novara accarezzava teneramente i dorsi lucidi con la punta delle dita.
Era distratto e parlava poco. Una lama di luce proveniente da un finestrotto
fendeva obliqua la penombra. Il silenzio pulsava. Novara tir� fuori una piccola
chiave d�oro con la quale apr� una cassapanca di legno di pero che Nicolaus ebbe la
vaga impressione di avere gi� visto da qualche parte in passato. Quello era il
cuore della biblioteca, il suo autentico tesoro, copie rare e di squisita fattura
del Corpus Hermeticum insieme alle traduzioni di Marsilio Ficino e a una pletora di
commentari e glosse. Il professore cominci� a dissertare dei misteri celesti in
tono solenne. Parlava di decani e angeli, di talismani e di magia simpatica, dello
spiritus mundi che governa il mondo in segreto. Era intervenuto un cambiamento in
lui e parlava come fosse posseduto. Sembrava una specie di magus.

�Voi credete, Herr Koppernigk?� gli chiese di colpo.

�Non so a che cosa credo, maestro.�

�Ah.�

Nicolaus aveva gi� sentito parlare di quella strana filosofia eterea dell�egizio
Ermete Trismegisto, il tre volte grandissimo, secondo cui l�universo � concepito
come un�ampia rete di interdipendenze e azioni simpatetiche controllate dai sette
pianeti o Sette Governatori, come li chiamava lui. Nel complesso, era tutto troppo
impregnato di oscurit� cabalistiche per lo scettico animo nordico di Nicolaus, che
pure trovava misteriosamente commovente la spaventosa esigenza gnostica di
discernere nel caos del mondo un�unit� redentiva universale.

�Il legame fra tutte le cose fu infranto per volere di Dio� esclam� Novara. ��
questo che s�intende con la caduta dalla grazia. Solo dopo la morte saremo riuniti
al Tutto, quando il corpo si dissolver� nei quattro elementi fondamentali di cui �
composto e l�uomo spirituale, l�anima libera e splendente, ascender� attraverso le
sette sfere di cristallo del firmamento, liberandosi a ogni stadio di una parte
della sua natura mortale, finch�, mondato di tutto il male terreno, trover�
redenzione nell�Empireo, dove si unir� all�anima del mondo che � tutto e ovunque ed
eterna!� Fiss� Nicolaus con occhi ardenti. �Non � questo che anche voi andavate
dicendo, per quanto espresso in modo diverso, in termini differenti? Oh, s�, amico
mio, s�, penso che voi crediate!�

Nicolaus sorrise con nervosismo e si gir�, allarmato per l�improvvisa intensit�


tentacolare di quell�uomo. Era una follia, tutta una follia!, eppure quando si
figurava quell�anima fiammeggiante levitare verso l�alto, proiettata verso la luce,
un�esultanza indicibile s�impadroniva di lui e quella parola gli brillava in testa
come un talismano, come la pi� splendida delle parole: redenzione.

�Io credo nella matematica� mormor�, �in nient�altro.�

A quel punto il professore si blocc� di colpo, il suo fuoco si era estinto ed era
tornato di nuovo quello di prima, urbano, studiato. �Esattamente, carissimo� disse
sorridente, �proprio come dicevo io!� E sfior� appena la spalla del suo ospite
riconducendolo dal resto della compagnia in attesa.

Luca Gaurico, accovacciato su un delicato divano di avorio e velluto, spost� la sua


mole smisurata per fargli un po� di spazio accanto a s� e batt� la mano grassoccia
in un invito malizioso; Nicolaus non pot� far altro che accomodarsi con un brivido
nel tiepido avvallamento vagamente profumato che il ciccione gli aveva lasciato.
Novara passeggiava avanti e indietro avvinto dai suoi pensieri, picchiettando il
fassamano chiuso contro l�unghia del pollice. Nessuno parlava. Nicolaus sospettava
che Gaurico lo stesse fissando e non voleva girarsi per paura di qualunque forma di
orrenda intimit� cui sarebbe stato forzato incrociando lo sguardo di quei rosei
occhi porcini. L�elegantone insolente che prima l�aveva fissato era adesso immerso
in una fitta e sommessa conversazione con altri due della sua fatta. Celio
Calcagnini, annoiato, emise un breve sospiro melodioso e cominci� a sfilarsi, un
dito dopo l�altro, i guanti di lino d�immacolato candore. L�irruente Ziegler si
rodeva le unghie con furia distratta. Nicolaus fu investito di colpo,
inaspettatamente, da un senso di generale assurdit�. Si alz� di scatto, spinto
dalla forza di un peto sommesso scappato inavvertitamente a Gaurico e, in quel
momento, Novara si gir� verso di lui e disse: �Herr Koppernigk...� Si interruppe,
perplesso, nel constatare che il suo ospite pareva sul punto di fuggire. Nicolaus
abbozz� un sorrisino di scusa e si lasci� ricadere lentamente, figurandosi di
sentire borbottii di soffocata ilarit� celeste sopra la propria testa. �Herr
Koppernigk� prosegu� Novara, �credo di non sbagliare se ritengo che voi siate in
cuor vostro uno di noi. Vi sarete ormai reso conto, naturalmente, che questo non �
un mero raduno di amici inconcludenti; noi siamo, si potrebbe dire, uomini dotati
di un proposito. Abbiamo notato l�attenzione che avete dedicato a quel breve
scambio tra Celio, qui, e il nostro caro e impetuoso Jacob, e quindi possiamo
supporre che abbiate qualche idea sulla natura del nostro proposito?�

�Oh, certo� rispose Nicolaus enfatico, pur essendo perplesso; vedendosi fissato da
ogni parte batt� immediatamente in ritirata. �Voglio dire che ho l�impressione di
capire...�

�Gi�, gi�, certo.� Novara agit� una mano languida e riprese a fare su e gi�.
�Lasciatemi spiegare. Dico che abbiamo un proposito, ma da questo non dovete farvi
l�idea di essere incappato in una conventicola di cospiratori. Non c�� dubbio che
al Nord si raccontino storie tremende su di noi quaggi� in Italia, ma vi assicuro
che non abbiamo stiletti sotto i mantelli n� veleni nascosti nei sigilli dei nostri
anelli. Siamo, molto semplicemente, un gruppo di uomini scontenti dello stato delle
cose, spaventati dallo stato delle cose. Il mondo, mio caro amico, sta precipitando
verso il disastro per colpa della corruzione che � fin troppo evidente nella Chiesa
e nello Stato. C�� il declino dell�aristocrazia cui si accompagna il crollo del
sistema feudale. Gli studi si abbassano di livello al punto che persino i figli dei
mercanti sono adesso ammessi nelle pi� importanti univ...� Cogliendo lo sguardo di
Nicolaus, trasal�. �Ehm. In breve, Herr von Koppernigk, siamo alla decadenza di
un�era. Decadenza. Ah. Non ci sono forse gravi ragioni di temerla? Non � forse una
piaga, non � peggio della guerra? Giacch� la decadenza assiste come levatrice a una
nascita bestiale, e la bestia che va nascendo, qui, adesso, in questa stessa citt�,
�... rabbrividisco all�idea...�

�Vuo-vuole d-dire� cinguett� Nono sollecito, da primo della classe, �il co-concetto
di lullul... lullul... l-libert�.�

Novara lo guard� con freddezza. �Precisamente� disse, e si volt�.

Calcagnini stava ancora contemplando trasognato il soffitto, dove rosei cherubini


di gesso si trastullavano in un tumulto di natiche.

�Ah, libert� mormor�, schioccando con delicatezza le labbra, �che parola


spaventosa.� Per la prima volta quel giorno fiss� il suo freddo sguardo sardonico
direttamente su Nicolaus e sorrise. �Vedete, mio caro signore, noi siamo convinti
che quando alle persone si consente di accarezzare l�idea della libert� individuale
- o peggio ancora, quando li si incoraggia in tal senso! - comincia il rapido
declino dei valori della civilt�.�

A quel punto per qualche ragione Gaurico ridacchi�. Nicolaus si sent� sprofondare
in una palude di sconforto. Era stanco, voleva essere altrove. Aveva il bicchiere
di nuovo pieno e aveva gi� bevuto troppo. Scosse la testa e mormor� fiaccamente:

�Non capisco�.

�Il punto �...� cominci� a dire Novara, ma fu di nuovo interrotto, questa volta da
Ziegler, che scagliandosi in avanti punt� un dito tremante sullo sterno di Nicolaus
ed esclam�:

�Il punto � che la decomposizione pu� essere fermata! S�, s�, pu� essere fermata da
pochi uomini determinati, poche menti buone: noi, signore, noi possiamo fermarla!�

�E come, di grazia?� ribatt� Nicolaus. Quel giovanotto fanatico, la cui faccia in


virt� della passione si era fatta paonazza, non gli piaceva affatto.

�Jacob� disse piano Novara. �Calmati, adesso, calmati.� Si rivolse a Nicolaus.


�Vedete la forza dei nostri sentimenti? E come potrebbe essere altrimenti? In
questa citt� noi siamo emarginati, come Jacob ha gi� rimarcato. Oh, non ci sono
cospirazioni contro di noi, non subiamo pressioni, siamo liberi di andare e venire,
di riunirci, persino di ordire complotti, se lo desideriamo; siamo...� fece
spallucce �liberi. Ma che cosa significa, questa libert� priva di oggetto? Solo che
non siamo temuti, dal momento che i tempi stessi assicurano che uomini come noi non
vadano tenuti in conto. In un�epoca turpe il saggio � disdegnato.� Interruppe il
suo andirivieni e guard� la compagnia con un sorriso malinconico carico di affetto.
�Guardateci, signore: siamo uomini dotti, siamo filosofi e scienziati e poeti, ma
non siamo attivisti. Eppure adesso, qui a Bologna e ovunque in Italia e in tutta
Europa l�azione � necessaria. Chi agir� se noi non lo facciamo? Da platonici
sappiamo che la giustizia e il buon governo sono possibili solo allorch� il potere
risiede nelle mani dei filosofi. Per questo dobbiamo conseguire il potere. Ma come
arrivarci? Herr Koppernigk, lasciatemi entrare nel dettaglio: noi cerchiamo...�
Calcagnini si agit� nervoso, ma Novara non gli bad�. �Noi, signore, cerchiamo in
primo luogo l�unione tra la nostra citt� e Roma e, al di l� di questo, oh, molto al
di l�, un�Europa unita sotto il governo papale. Un nuovo Sacro Romano Impero, forte
e unito: questo � il nostro proposito, nientemeno.�

Nicolaus sbatt� le palpebre. Calcagnini si schiar� la gola.

�Io credo, Domenico� mormor�, �credo che tu abbia dimenticato una cosa
importantissima.� Guard� Nicolaus. �Cerchiamo, s�, un�Europa unita, ma solo sotto
un papa fatto eleggere da noi. Sua Santit� Alessandro non � adatto, non � per
niente adatto.� Un impeto di amara ilarit� solc� la stanza. Novara annu�.

�Ma certo� disse, non senza una traccia di irritazione, e accenn� un inchino al
poeta, �un punto importantissimo, senz�alcun dubbio. Un papa, s�, fatto eleggere da
noi. Abbiamo persino vagliato alcuni candidati; vi sorprende, Herr Koppernigk?
Siamo molto seri, come vedete. Per esempio abbiamo esaminato il figlio bastardo di
Alessandro, Cesare. Ma l�oroscopo di Luca non � incoraggiante e tende a confermare
i gravi dubbi che da qualche tempo nutriamo sulla sua persona. Credo che saremo
costretti a rivolgerci altrove.� E guard� con un sorriso Nicolaus, il quale, dopo
un attimo di pausa, rizz� la schiena di colpo e disse:

�Oh, ma non penserete di certo che io... voglio dire, certo che no!�

Tutti lo fissarono e a quel punto Novara rise con un certo disagio.

�Ah� disse, �una battuta; capisco. L� per l� non... buffissimo, s�.�

Calcagnini congiunse le punte delle dita e batt� pensieroso la guglia cos� ottenuta
contro le labbra corrugate, dicendo:

�Pensavamo: e se dovessimo scoprire che a Bologna c�� un giovane clerico venuto dal
Nord, uno scienziato il cui zio � vescovo di un principato prussiano e ha non poca
voce in capitolo negli affari europei? E se dovessimo oltretutto scoprire che
questo giovane scienziato � potenzialmente un pensatore di primaria grandezza? Non
potrebbe esserci, per usare un termine freddo, utile? Sono tempi strani. Il mondo
svela i suoi segreti a coloro che sanno come cercarli. E se dovesse giungere alle
nostre orecchie che questo giovane � andato esponendo con cautela un abbozzo di
teoria planetaria che, se dimostrata, ci costringerebbe a riconsiderare la nostra
concezione della natura e del mondo fisico? Ci siamo detti: e se dovessimo mettere
a disposizione di questo astronomo certe comodit� - una villa nella quiete della
campagna, per esempio, e ampi fondi per consentirgli di dedicare due o tre anni
allo studio e alla ricerca - e se, in breve, dovessimo fornirgli i mezzi per
perfezionare questa sua nuova teoria? Ora la Chiesa, come tutti sappiamo, appare
libera di indulgere a ogni forma di vizio carnale, ma non libera di indulgere a
speculazioni che contraddicono il dogma, giacch� il dogma � irrefutabile. E di chi
� il compito di assicurare l�inviolabilit� del dogma? Ma � del papa, e che diamine!
Ora, e se il nostro giovane astronomo, al termine dei suoi due o tre anni
d�isolamento, dovesse tornare in Prussia e presentare allo zio le prove della sua
nuova teoria? � risaputo che il vescovo dell�Ermland non � amico di Roma, e in
specie non di Alessandro, il tronfio despota Borgia. Non sarebbe probabile che in
breve tempo per tutta l�Europa dilagassero le notizie di questa nuova e in
apparenza blasfema teoria? E Alessandro sarebbe costretto ad agire. Ma il vescovo
dell�Ermland non � il solo nemico del papa; di nemici il Santo Padre ne ha legioni.
In questa battaglia, dunque, fra una teoria verificata dal punto di vista
matematico e garantita al di l� di ogni dubbio e un cattivo papa, chi, ci
chiediamo, avrebbe probabilmente la meglio? L�impressione � che l�unico esito
possibile sarebbe un nuovo conclave del collegio cardinalizio; e in questo modo la
causa della Chiesa sarebbe servita, come pure la nostra causa e, naturalmente,
anche la vostra, Herr Koppernigk. Queste sono questioni, voi capite, su cui ci
andiamo interrogando da qualche tempo, ormai. Speravamo che voi poteste aiutarci a
trovare le risposte. Mmm.�

Ma Nicolaus, tutto preso dall�idea prodigiosamente ridicola del vescovo Lucas che
discuteva fitto fitto insieme a lui di un complotto per detronizzare il papa, si
limit� a dire:

�Signore, voi non conoscete mio zio�.

Fu una magra replica dopo un discorso di tal fatta, ma ebbe scarsa importanza, dal
momento che, stranamente, la compagnia aveva perso interesse nei suoi confronti.
L�elegantone e i suoi amici, ridendo sguaiati, stavano cercando di convincere il
bracco a bere un calice di vino. Novara era in piedi alla finestra che fissava con
occhi vacui le colline lontane. Nicolaus pens� a un pubblico annoiato da una
rappresentazione teatrale. Il cantore era di nuovo scivolato in mezzo a loro con un
abbozzo di sorriso incerto, non pi� una misteriosa figura ieratica come le loro
attenzioni l�avevano fatto apparire, ma un pazzo strambo, profondo e triste, brutto
e negletto. Gaurico si era assopito. Calcagnini sorrideva con aria annebbiata,
annuendo. Era ubriaco. Erano tutti ubriachi. Nicolaus si alz� per andarsene.
L�ossuto Nono, ridacchiando e balbettando e tremolando tutto, lo segu� di soppiatto
e fece un inetto e ridicolo tentativo di seduzione.

Andreas spinse via il piatto e rutt� stizzito. Una sguattera pass� accanto al loro
tavolo trascinando un pentolone fumante e lui si gir� a guardare i sussulti delle
sue natiche. Languido, disse:

�Sono tutti italiani, ovvio�, e di colpo, gelido, sorrise al fratello. �S�, tutti
culattoni.�

Nicolaus non and� pi� a casa di Novara e stette alla larga dalle sue lezioni. Prima
di Natale aveva lasciato Bologna per sempre.

* * *

La citt� stava rannicchiata, madida di paura, sotto il vessillo del toro


minaccioso. Si faceva un gran parlare di portenti e prodigi. Sangue che pioveva dal
cielo a mezzogiorno, fragori di zoccoli soprannaturali che di notte scuotevano le
strade deserte e misteriosi gridi che riempivano l�aria. Una donna di Ostia, quando
venne il suo tempo, diede alla luce una nidiata di ratti. Alcuni dicevano che era
il regno dell�Anticristo e che la fine era vicina. A febbraio il figlio del papa,
Cesare, era tornato vittorioso dalla Romagna e aveva cavalcato in trionfo con il
suo esercito per le vie in festa. Per l�occasione era vestito tutto di nero, con un
collare d�oro che gli splendeva al collo. Tutto l�esercito era vestito di nero.
Nella pallida luce brumosa di quel giorno d�inverno sembrava che il Signore delle
Tenebre in persona fosse venuto a farsi acclamare dalla folla in delirio.

Questa era Roma, nell�anno giubilare 1500.

I due fratelli si erano trasferiti a sud, nella Citt� Eterna, dietro istruzioni
dello zio Lucas, con il compito di ambasciatori ufficiosi del capitolo di
Frauenburg nelle celebrazioni del giubileo. Un incarico nebuloso. In un�unica
occasione, nel corso di quell�anno, si ritrovarono a fare qualcosa che poteva avere
un qualche ammanto diplomatico, allorch� cenarono in Vaticano, ospiti di un
funzionario papale di terz�ordine, un ecclesiastico astuto e mellifluo di uno
strabismo imbarazzante, il cui obiettivo, stando a quanto i due fratelli ebbero
modo di comprendere dalle sue velatissime insinuazioni, era essere rassicurato sul
fatto che la lealt� a Roma del vescovo Lucas non corresse il pericolo di essere
dirottata sul re di Polonia; e avrebbero potuto commettere passi falsi madornali,
inesperti com�erano in questioni di tanta delicatezza, non ci fosse stato il grigio
e cauto canonico Schiller, rappresentante ufficiale del capitolo di Frauenburg, a
guidarli sotto la tavola con calci cadenzati con astuzia e somministrati con
fervore.

Era da Schiller che alloggiavano, in una tetra villa sul versante umido di un colle
nei pressi del Circo Massimo, dove si mangiava noioso cibo prussiano e nell�aria
gravava un odore di santit�. Nicolaus si era tristemente adattato alla disciplina e
ai rituali scabri della casa; era abituato a cose del genere dai tempi della scuola
e non si aspettava niente di meglio. Andreas, invece, si irritava per lo sguardo
vigile del canonico Schiller, in cui si rifletteva, direttamente dalla Prussia, la
luce di un occhio ben pi� gelido e feroce. Negli ultimi tempi Andreas era pi�
scontento che mai, le sue crisi di rabbia erano sempre pi� infuocate, gli accessi
di malinconia sempre meno arginabili con i piaceri della vita studentesca. Quella
che un tempo era inconcludenza aveva ceduto il passo a una sete di minuta
distruzione; il suo allegro cinismo si era trasformato in qualcosa che assomigliava
molto alla disperazione. Lamentava vagamente di essere malato. Aveva la faccia
tirata e pallida, gli occhi iniettati di sangue, il respiro stranamente esile e
inconsistente. Cominci� a frequentare i baracconi di astrologi e chiromanti della
peggior specie. Una volta chiese persino a Nicolaus di fargli l�oroscopo, ma il
fratello, sgomento, si rifiut�, sostenendo senza troppa convinzione di non esserne
capace. Lo zio Lucas aveva assicurato ad Andreas un canonicato a Frauenburg e, per
un certo periodo, le sue finanze prosperarono, ma ben presto rimase di nuovo senza
un soldo e, quel che � peggio, fin� nelle mani degli ebrei. Nicolaus vedeva la vita
del fratello disintegrarsi senza poter fare nulla; era come assistere all�orribile,
lenta caduta negli abissi di un angelo glorioso un tempo meravigliosamente
scintillante.

Eppure Andreas amava Roma. In quella turpe citt� allattata dalla lupa i suoi
peculiari talenti, alimentati dall�atmosfera onnipervasiva di minaccia e intrigo,
per breve tempo giunsero alla piena fioritura. Andreas parlava la lingua di quegli
uomini di chiesa mondani e intriganti e non gli ci volle molto per farsi strada tra
le cricche e le cabale della corte papale. Agli occhi del mondo era una testa
calda, brillante, spensierato ed edonista, destinato a cose magnifiche. Schiller lo
metteva in guardia sul suo stile di vita. Lui non ci badava. Ormai si era
avventurato in acque assai pi� profonde di quanto il canonico potesse immaginare.
Ma si trovava a ridosso di scogli frastagliati e la sua luce era al lumicino; stava
affondando.

Nicolaus detestava la capitale papale. Gli ricordava un vecchio leone morente al


sole, sulla cui pelliccia fulva graffiata e puzzolente si moltiplicano e si nutrono
i pidocchi in un ultimo carnevale convulso. Quel che vedeva del funzionamento della
Chiesa lo scandalizzava. Dio era stato deposto e Rodrigo Borgia governava in sua
vece. La domenica di Pasqua duecentomila pellegrini si erano inginocchiati in
piazza San Pietro per ricevere la benedizione papale; Nicolaus era presente,
stretto nella calca di poveri fedeli sciocchi che sospiravano e ondeggiavano come
un enorme polmone, con i volti carichi di fiducia levati verso il sole caldo della
primavera. Nicolaus si era chiesto se i profeti da taverna avessero ragione, se
quella fosse la fine, se quel giorno un�ultima, terribile benedizione sarebbe stata
impartita alla citt� e al mondo.

A luglio il marito di Lucrezia Borgia, Alfonso, duca di Bisceglie, sub� una feroce
aggressione sui gradini di San Pietro; dietro l�oltraggio c�era Cesare, cos� si
mormorava. Le voci parvero trovare conferma qualche settimana pi� tardi quando un
uomo del Valentino, don Michelotto, irruppe nella camera di Alfonso in Vaticano e
strangol� il duca nel suo letto. Nicolaus ripens� a una strana giornata bolognese,
interrogandosi. Ma era senz�altro pura follia credere che Novara e i suoi amici
potessero avere alcunch� da spartire con quei fatti di sangue, o cos� perlomeno
insistette a dire il professore in persona quando un giorno, per puro caso,
Nicolaus lo incontr� per strada nei pressi dell�anfiteatro di Vespasiano.

�No, no!� sussurr� Novara con voce roca, guardandosi nervosamente intorno. �Ma come
vi � venuto in mente? Anzi, il duca conosceva alcune delle nostre idee e non era
avverso. Di certo non gli auguravamo alcun male. � un fatto orrendo. E pensare che
avevamo preso in considerazione questo Cesare per... Oh, orrendo!�

Novara era a Roma per ragioni legate all�universit�: un breve soggiorno. Vedendolo,
Nicolaus rimase impressionato: era tutto curvo e giallognolo, aveva gli occhi
spenti e gli tremavano le mani, era quasi irriconoscibile rispetto al patrizio
freddo, altero e sicuro di s� di non molto tempo prima. Aggrottato e assente, si
asciugava la fronte tormentato dall�afa, dalla polvere e dalla confusione per
strada. Stava morendo. Lo accompagnava un giovanotto magro e annoiato vestito di
rosso scarlatto, che gli stava accanto in un silenzio insolente con una mano
appoggiata sul fianco; si chiamava Girolamo. Sorrise a Nicolaus, che tutt�a un
tratto ricord� dove l�aveva gi� visto, arross� e distolse gli occhi solo per
scoprire orripilato che Novara lo stava fissando con le lacrime agli occhi.

�Voi mi credete uno sciocco, Koppernigk� disse. �Siete venuto a casa mia unicamente
per prendervi gioco di me... Oh, s�, non negatelo, vostro fratello mi ha raccontato
come avete riso dopo essere scappato via da noi quel giorno. I miei progetti e le
mie magie saranno parsi assurdi a voi che avete a mente i fatti, i calcoli, le
leggi del mondo visibile.�

Nicolaus gemette dentro di s�. Perch� la gente - Andreas da sempre e adesso Novara
- era cos� ansiosa di ottenere la sua approvazione? Che importanza aveva che cosa
pensava lui? Disse:

�Mio fratello mentiva; ha questa brutta abitudine. Perch� dovrei ridere di voi?
Siete un astronomo molto pi� bravo di me�. Era orrendo, orrendo. �Me ne sono andato
da casa vostra perch� sapevo di non potervi essere di alcuna utilit�. Che ruolo
avrei potuto avere nei vostri progetti...� non fu capace di resistere �io, figlio
di un mercante?�

Novara annu� con una smorfia. Il sole lo martellava come una pioggia battente.
Sembrava un animale ferito.

�Siete ingeneroso, amico mio� disse. �Dovete comprendere che gli uomini hanno
bisogno di risposte, di articoli di fede, di miti... di menzogne, se volete. Il
mondo � orribile eppure siamo terrorizzati all�idea di lasciarlo: � questo il
paradosso che ci fa cos� male. Esiste qualcosa che a voi fa male, Koppernigk? La
vostra insensibilit� � invidiabile, ma mi chiedo se durer�.�

�Sono freddo, non posso farci niente!� esclam� Nicolaus fuori di s�, in preda alla
rabbia e all�imbarazzo. �E nulla ho fatto per meritarmi tanta asprezza.� Ma Novara
aveva perso interesse e si stava gi� rincamminando con il suo passo strascicato. Il
giovane Girolamo esit� nel mezzo, lanciando occhiate dall�uno all�altro con un
abbozzo di sorriso sardonico. Nicolaus era in preda a un fremito violento. Non era
giusto! Per quanto stesse morendo, Novara non aveva il diritto di umiliarsi in quel
modo; il suo compito era di essere fiero e gelido, di intimidire, non di guaire e
piagnucolare, non di essere debole. Era uno scandalo! �Io non ho mai preteso niente
da voi!� grid� Nicolaus rivolto alla schiena dell�altro, incurante degli sguardi
dei passanti. �Siete stato voi ad avvicinarmi. Mi ascoltate?�

�S�, s� borbott� Novara senza girarsi. �� cos�, infatti. E adesso addio. Vieni,
Girolamo, vieni.�

Il giovanotto sorrise languido un�ultima volta e, con un accenno di rimpianto, and�


dal professore e gli prese il braccio. Nicolaus si gir� e scapp� via, con la rabbia
avvinghiata addosso come una bestia selvatica che si ribella alla prigionia. Aveva
paura, come se si fosse guardato in uno specchio e al posto della propria faccia
avesse visto riflesso un orrore indicibile.

Non vide pi� Novara. Un paio di volte le loro strade avrebbero potuto incrociarsi
ma il tempo e le circostanze intervennero felicemente a separarli; felicemente, non
solo perch� Nicolaus temeva un�altra scena penosa ma anche perch� lo terrorizzava
l�idea di ritrovarsi di fronte quell�immagine spaventosa di se stesso che aveva
scorto nello specchio in quell�incomprensibile accesso di cieco furore. Quando
venne a sapere della morte del professore non riusc� neppure a ricordarne con
chiarezza le fattezze; ma ormai era a Padova ed era cambiato tutto.

La citt� di primo acchito non gli fece una grande impressione, troppo impegnato
com�era a cercare una sistemazione decente, ad assolvere ai complicati ed
esasperanti rituali di immatricolazione all�universit� e a scegliere materie e
professori. Doveva anche vedersela con Andreas, che ormai era seriamente ancorch�
sempre misteriosamente malato, e di pessimo umore. All�inizio dell�estate i due
fratelli si erano recati a Frauenburg, essendo terminato il loro periodo di
congedo. Avevano richiesto una proroga per lettera, ma il vescovo Lucas aveva
insistito perch� presentassero la richiesta di persona. Il congedo aggiuntivo era
stato accordato, naturalmente, e dopo meno di un mese in Prussia erano ripartiti
alla volta dell�Italia.

Nicolaus si era fermato a Kulm a trovare Barbara in convento. Non era cambiata
molto nel corso degli anni, dall�ultima volta che l�aveva vista; anche nella mezza
et�, per il fratello continuava a essere la ragazza goffa che giocava con lui a
nascondino nella vecchia casa di Torun. Forse erano quegli echi dell�infanzia a
rendere la loro conversazione cos� affettata e irreale. Tra loro perdurava la
vecchia malinconia, il riguardo accompagnato da una tenerezza esitante, ma adesso
c�era anche qualcos�altro, un lieve senso del ridicolo, una pesantezza, come se
nonostante le pretese fossero davvero bambini che giocavano a fare gli adulti.
Barbara gli raccont� che era succeduta alla loro defunta zia Christina Waczelrodt
come badessa del convento, ma lui non riusc� a capacitarsene. Com�era possibile che
Barbara, la sua Barbara, fosse diventata una persona cos� importante? Anche la
sorella era sconcertata dalla complessa mascherata che lui cercava di spacciare per
la sua vita. Gli disse:

�Stai diventando famoso. Sentiamo parlare di te persino quaggi� in provincia�.

Lui scosse la testa e sorrise. �� tutta opera di Andreas. Si diverte a mettere in


giro la voce che io stia elaborando in segreto una teoria rivoluzionaria sui
pianeti.�

�E non � vero?�

Fuori cadeva una pioggia estiva e una pallida luce un po� tremula entrava senza
entusiasmo dalla fila di finestre dell�ampio salone in cui erano seduti. Persino
nel suo abito ridondante Barbara era tutta nocche e ginocchia e pelle ruvida.
Distolse lo sguardo da lui con ritrosia. Nicolaus le disse:

�Torner� presto a trovarti�.

�S�.�

Quando fece ritorno a Padova trov� Andreas in procinto di partire per Roma, per
quanto malato e debilitato dall�ultimo viaggio in Prussia. �Non sopporto n� la
puzza della tua ipocrisia, fratello, n� le maledette arie padovane che ti dai.
Respirerai meglio senza che io ti disonori agli occhi dei tuoi amici devoti.�
�Io non ho amici, Andreas. E vorrei che tu non te ne andassi.�

�Quanto sei falso! Mi fai venire il vomito.�

Per quanto si sforzasse di provare il contrario, Nicolaus era contento della


partenza del fratello; ora forse, finalmente, alleggerito del fardello
dell�intollerabile presenza di Andreas, gli sarebbe stato permesso di diventare il
vero se stesso che per tutta la vita aveva desiderato essere.

Ma qual era quel misterioso io che gli era sempre sfuggito? Non avrebbe saputo
dirlo. Eppure era convinto di avere raggiunto un punto di svolta. Quei primi mesi a
Padova furono strani. Non era n� felice n� triste n� qualcos�altro di specifico:
era neutrale. La vita scorreva al di sopra di lui e, sotto la corrente, lui
aspettava, senza sapere che cosa, sempre che non fosse un soccorso. Si applic� con
energia agli studi, dedicandosi alla filosofia e al diritto, alla matematica, al
greco e all�astronomia. Fu per� alla facolt� di medicina che riemerse in
superficie, come un nuotatore stremato che risalga alla luce e nei cui polmoni
dolenti l�aria salvifica sbocci come un enorme fiore giallo accecante.

�Signor Fracastoro?�

Il giovane si gir�, corrugando la fronte. �S�, sono Fracastoro.�

Com�era bello, com�era altezzoso, con quegli occhi neri, quell�ovale arrogante,
scuro e affilato; con che languore si allungava sulla panca in compagnia di una
ciarliera congrega di altri elegantoni, le lunghe gambe incrociate con
disinvoltura. L�aula era putrida per la puzza del cadavere dissezionato, i cui
gangli e le cui grasse articolazioni gottose venivano portate via da due assistenti
imbrattati di sangue, ma lui assisteva con aristocratica indifferenza a quella
carneficina e solo di quando in quando si preoccupava di portarsi alla faccia il
fazzoletto intriso di profumo la cui pervasiva fragranza muschiata era il marchio
inequivocabile dello studente di medicina. Indossava stivali con gli speroni ed era
vestito con eleganza noncurante, in seta e pelle morbida, la camicia bianca di lino
aperta sulla fragile gabbia del petto; era arrivato tardi a lezione quella mattina,
arrossato e sorridente, portandosi dietro nell�aula fetida una fresca ventata
pulita di cavalli ed erba tenera e prati brumosi all�alba. Era tutto quello che
Nicolaus non era, e Nicolaus, intuendo l�umiliazione che stava per ricevere, si
maledisse per aver parlato.

�Ci siamo conosciuti l�anno scorso a Roma, credo. Eravate con il professor Novara.�

�Ah, s�?�

Gli amici di Fracastoro si diedero di gomito soddisfatti e occhieggiarono Nicolaus


con una certa compostezza beffarda, facendo di tutto per non ridere; anche loro
prevedevano l�umiliazione imminente.

�S�, s�, a Roma, e prim�ancora a Bologna, a casa del professore.� Stava cominciando
a balbettare. Qualcuno ridacchi�. �Lo ricordo bene. Cercaste di ubriacare il cane
del professore, ah, ah. Ah.�

Il giovane inarc� un sopracciglio. �Ah, s�? Un cane, dite? Incredibile. Di certo


non lo ricordo.�

Nicolaus sospir�. Che spocchioso di merda. La vita � proprio atroce. Retrocesse di


un passo, sforzandosi per non inchinarsi.

�Un errore� borbott�. �Perdonatemi.�


�Un istante, aspettate� disse Fracastoro, �questo Novara mi sembra di conoscerlo,
vagamente.� Si port� una mano affusolata alla fronte. �Ah, s�, il matematico,
giusto? Con una certa propensione al misticismo? S�, lo conosco. Ebbene?�

�Non ricordate il nostro incontro.�

�No; ma potrei, se mi concentrassi. Avete notizie del professore?�

�No, no; � solo che io... non ha importanza.�

�Ma...?�

�Non fa niente, non fa niente.� E fugg� via, inseguito dalle risate.

Si rincontrarono alcuni giorni pi� tardi, al mercato delle erbe, per strano che
fosse, all�alba. Negli ultimi tempi Nicolaus aveva cominciato a soffrire di
insonnia e spesso di notte si avventurava per la citt�, camminando e immergendo il
cervello che girava febbrile nella fresca aria notturna. Aveva sviluppato una
particolare simpatia per il mercato; i colori, il clamore, l�intenso profumo
mieloso dei frutti maturi, tutto cospirava a defraudare della sua tetraggine
quell�ora inumana che precede la prima luce. Stava appoggiato al parapetto umido
del ponte San Giorgio e guardava le chiatte lungo il fiume simili a grosse balene
sgraziate che scaricavano i loro prodotti nell�oscurit� bluastra del pontile
sottostante, quando una voce alle sue spalle disse:

�Koppernigk, giusto?�

Era avvolto in un mantello color tortora e il suo lungo ciuffo di capelli chiari
era nascosto sotto un vecchio cappello nero floscio e sciupato; anche con
quell�abbigliamento scialbo non poteva essere meno che elegante. Aveva le labbra
appena increspate in un sorriso, ma non guardava Nicolaus, i suoi occhi vagavano in
lontananza nel buio pesto oltre le mura cittadine, come a dire in silenzio: avanti,
adesso ignorami se ti va e prenditi cos� una piccola rivincita. Ma Nicolaus declin�
l�offerta altrettanto silenziosamente e, di colpo, l�italiano rise piano e disse:

�Nicolaus Koppernigk... vedete? Mi sono concentrato�.

Nicolaus inclin� la testa in segno di conferma, sorridendo appena. �Signor


Fracastoro.�

L�altro a quel punt� lo guard� dritto negli occhi e scoppi� di nuovo a ridere.

�Oh, vi prego� disse, �i miei amici mi chiamano cos�, ma voi potete chiamarmi
Girolamo. Facciamo due passi?� Lasciarono il ponte e attraversarono la piazza
aperta, dove le pescivendole s�insultavano amabilmente da un banco all�altro. �Ma
ditemi, che cosa vi porta qui a quest�ora cos� strana?�

Nicolaus fece spallucce. �Non dormo bene. E voi?�

�Il vino e le donne, temo, mi tengono lontano dal letto. Sto rientrando a casa
adesso dopo una notte buttata via.� Lo disse come una vanteria. A ridosso dei
vent�anni, era in quella fase di interregno tra il ragazzino che era stato e
l�adulto che stava diventando, e poteva riempire di sconcerto per come scivolava
senza soluzione di continuit� da un freddo cinismo duro e irridente alla pura e
semplice stupidit�. Ora disse: �Avete deluso moltissimo Novara, sapete,
rifiutandovi di prendere sul serio le sue trame grandiose per salvare il mondo. Ah,
povero Domenico!�
Risero tutti e due, con un po� di malevolenza, e Nicolaus, sentendosi di colpo
trafitto dal muto rimprovero negli occhi addolorati del professore, si affrett� a
dire:

�Ma sono tutt�altro che futili, le sue preoccupazioni�.

�Certo, certo; ma sono solo parole. � troppo innamorato della sua magia e disprezza
l�azione. Voglio dire che la magia della natura per lui � tutta centauri e chimere.
Io, invece, la intendo in generale come la scienza che applica la conoscenza delle
forme nascoste alla produzione di meraviglie.� Lanci� una rapida occhiata da sotto
l�orlo spiovente del cappello nero con una candida espressione interrogativa, ma
era impossibile capire se fosse sincero oppure no. �Voi che ne pensate, amico?�

Ma Nicolaus si limit� a un�alzata di spalle, borbottando cauto:

�Pu� darsi, pu� darsi...�

Non sapeva che cosa pensare di quel giovanotto; non si fidava di lui e non si
fidava di se stesso, motivo per cui era deciso ad andarci cauto, anche se non gli
era chiaro che cosa c�entrasse la fiducia, eccezion fatta per la consapevolezza che
non gli importava di essere di nuovo preso in giro. Era tutto strano,
quell�incontro, quella mattina surreale, quelle figure sfocate che andavano e
venivano di fretta e strillavano nella penombra. Imboccarono un vicoletto angusto
interamente adibito al commercio di uccelli in gabbia. Cascate di pazza musica
squillante inondavano l�aria buia. Sbucando all�altra estremit� del vicolo si
ritrovarono di colpo in una piazza deserta. Il cielo, di un intenso blu d�Illiria,
si stava rapidamente rischiarando a oriente e le torri cittadine avevano le punte
d�oro.

�Posso offrirvi la colazione?� disse Fracastoro. �Abito qui vicino.�

Viveva in un palazzo fatiscente nei pressi della basilica di Sant�Antonio,


residenza di un vecchio conte che si era ormai da tempo rifugiato in una villa
sulle Dolomiti per via dei polmoni malati. �Mio zio, sapete� gli disse Fracastoro
con una strizzata d�occhi. Salirono tra il logoro splendore di dorature e tempere e
statue di marmo macchiate fino al quarto piano, dove da uno sconclusionato
agglomerato di cinque o sei grandi stanze era stato ricavato un rifugio
sottraendolo alla polvere e ai signorili calcinacci depositatisi in anni di
incuria. L�, sotto la tenda floscia di un ampio letto a baldacchino, s�imbatterono
in un giovane addormentato in un groviglio di lenzuola sudice. Era nudo, con gli
arti allargati in un commovente abbandono infantile, inchiodati gi� come una
qualche specie esotica, per cos� dire, dall�enorme erezione che s�impennava
grottesca dal cespuglio corvino. Fracastoro lo guard� appena, ma passando raccolse
dal pavimento una camicia tormentata e gliela lanci� sulla testa gridando:

�Su su su! Vieni!�

La stanza principale era un gran disordine di libri e vestiti e bottiglie di vino


vuote. La maggior parte del mobilio era rivestito da una coltre di polvere. Qua e
l� nella confusione s�intravedeva lo scheletro di una gloria passata, pannellature
riccamente decorate e colonne di marmo liscio, tendaggi con ricami d�oro, una
spinetta di palissandro intarsiato, timida e delicata come una cerbiatta. Splendide
finestre ad arco ritagliavano un trittico dell�architettura aerea di Sant�Antonio
che si stagliava immobile contro il cielo terso. Fracastoro si guard� intorno e,
con un�alzata di spalle, agit� la mano in un vago e impotente gesto di scuse.
Quante generazioni di educazione aristocratica, si chiese Nicolaus, erano state
necessarie per produrre tanta disinvolta indifferenza patrizia? Nicolaus si
rinserr� ancora di pi� nel suo mantello nero, grigia anima difficile e travagliata
che di colpo moriva d�invidia per la sicurezza di s� e la spensieratezza di quel
giovane, per il disprezzo che manifestava per le volgari apparenze. Rimasero in
silenzio accanto alla finestra a guardare la citt� illuminata dal sole e ad
ascoltare i rumori del mattino che salivano dalla strada sottostante, lo
sbatacchiare delle persiane di canne, il frastuono del carretto che portava
l�acqua, il grido aspro del panettiere. Non accadde niente, non dissero niente, ma
per sempre in seguito, anche quando molto altro era svanito, Nicolaus avrebbe
ricordato con straordinaria vividezza quel momento che segn� il vero inizio della
loro amicizia.

Ci fu un suono alle loro spalle e Girolamo si gir� e disse:

�Ah, eccoti qui, cane schifoso�.

Era il bel ragazzo della camera da letto. Stava nel vano della porta con indosso
solo la camicia, si grattava la testa e li fissava confuso. Si chiamava Tadziu o
Tadzio, Nicolaus non cap� bene; non fece differenza, dal momento che non lo rivide
pi�. Dopo quella prima mattina scomparve misteriosamente e Girolamo non ne fece pi�
parola se non una volta, molto tempo dopo. Parlarono rapidamente insieme in un
dialetto che Nicolaus non comprese e il ragazzo fece spallucce e se ne and�.
Girolamo si gir� verso il suo ospite con un sorriso. �Devo scusarmi: a quanto pare
non c�� niente da mangiare. Ma dovremmo riuscire a ottenere qualcosa nel giro di
poco.� Cominci� a scartabellare pigramente un ammasso disordinato di carte che
ingombravano un tavolino elegante, alzando di quando in quando gli occhi su
Nicolaus con un�espressione interrogativa, lievemente divertita, dando ogni volta
l�impressione di voler dire qualcosa ma rimanendo sempre in silenzio. Alla fine
rise e, alzando le mani in segno di resa, disse:

�Non so che cosa dire!�

Nicolaus evit� il suo sguardo; lo capiva benissimo.

�E io neppure� borbott� confuso e di colpo felice. �E io neppure!�

Tadziu o Tadzio a quel punto torn� con una pagnotta ancora calda sotto il braccio,
un fiascone di vino spumante in una mano e nell�altra un piatto coperto da un
tovagliolo che Girolamo sollev� con cautela scoprendo un piastriccio bisunto di
frittelle. �Oh, ma che schifo!� esclam� ridendo, e si sedettero per cominciare a
mangiare. Il bell�amico di Girolamo, amareggiato, rivolse a Nicolaus
un�occhiataccia cupa, esplicita. Ma Nicolaus rifiut� di farsi intimidire; era gi�
stordito dalla mancanza di sonno, ma adesso lo spumante e il tiepido fetore bruno
del pane e delle frittelle lo confuse del tutto. Era felice.

�Avanti� disse Girolamo, �raccontateci la vostra famosa teoria dei pianeti.�

S�, s�, era felice!

Ma felicit� era un termine inadeguato rispetto alla metamorfosi che sub� nel corso
dell�estate: giacch� non fu nulla di meno che una metamorfosi. Il cuore gli si
sgel�. Gli si gonfi� dentro qualcosa di soffice, grande e inesprimibile, e c�erano
momenti nei quali sentiva che quell�estasi doveva esplodere alla luce del sole, che
il suo mantello si sarebbe aperto rivelando un enorme fiore sgargiante, grottesco e
insensato che gli germogliava comicamente dal petto. Era ridicolo, ma andava bene
cos�; aveva il coraggio di essere ridicolo. Si innamor� della citt�, delle sue
mattine limpide, dei suoi meriggi cocenti, delle serate nelle piazze assordate
dagli uccelli, quella citt� traboccava adesso di significati segreti. E una
straordinaria fitta di tormentata tenerezza non l�avrebbe mai pi� abbandonato ogni
volta che attraversava il mercato o sostava sul ponte San Giorgio all�alba o
annusava dalle bancarelle per strada l�umile zaffata maleodorante delle frittelle.
Ma dietro tutta questa bella frenesia c�era la paura che potesse distruggerlo,
perch� era certo che fosse una specie di malattia. Pens� di poter trovare un
antidoto negli studi. Lesse Platone in greco e rilesse Nicola Cusano e l�Almagesto
di Tolomeo, che ormai sapeva quasi a memoria. Riprese in mano i testi a cui l�aveva
introdotto Novara e s�immerse di nuovo nel folto della traduzione di Trismegisto
che Ficino aveva fatto per Lorenzo de� Medici. Ma era inutile, non riusciva a
concentrarsi e si precipitava fuori percorrendo in lungo e in largo le strade
deserte di mezzogiorno sotto i platani vibranti, spaventato e sconvolto, finch� le
gambe di loro spontanea volont� lo portavano a Palazzo Antonini e a quella stanza
in disordine affacciata sulla basilica, dove Girolamo gli sorrideva con aria
assonnata dicendo:

�Accidenti, amico mio, che vi succede? Sembrate fuori di voi�.

�Sono troppo vecchio, troppo vecchio!�

�Per cosa?�

�Per tutto questo: voi, l�Italia, qualunque cosa. Troppo vecchio!�

�Un anziano decrepito siete, s�, di due decine pi� otto anni. Venite, zio,
sedetevi. Non dovreste uscire con questo sole, lo sapete!�

�Non � il sole!�

�No; siete proprio troppo prussiano, troppo scettico e freddo. Dovete imparare ad
avere pi� cura di voi.�

�Sciocchezze.�

�Ma...�

�Sciocchezze!�

Girolamo si stiracchiava e sbadigliava.

�Benissimo, zio� borbottava, �ma adesso � l�ora della siesta�, poi appoggiava la
testa sul divano accanto all�amico e si addormentava di colpo, sorridendo. Nicolaus
lo fissava torcendosi le mani. Sono cotto di lui, cotto!

Era prigioniero di una follia volontaria. Aveva abbandonato con matta


spensieratezza le preoccupazioni che fino a quel momento aveva ritenuto serie e
degne di serissima considerazione; bench� loro non avessero abbandonato lui, no,
aspettavano fuori nel buio, digrignando i denti, pronte a riassalirlo e a prendersi
una vendetta quadruplicata, lo sapeva. Lo sapeva ma non gliene importava. Non si
era finalmente affrancato dalla gretta egemonia dell�intelletto? Non aveva infine
liberato l�uomo fisico che per tutta la vita aveva atteso dentro di lui di essere
rilasciato? I sensi avrebbero avuto adesso il loro momento di gloria; se lo
meritavano. Eppure, stranamente, il corpo liberato dalle pastoie pareva non sapere
che farsene della libert� appena scoperta. Come un balordo scarno e denutrito
rilasciato dopo anni di prigione, non essendo abituato alla luce zigzagava
traballando come un ubriaco, sudava e sbavava, inciampava a ogni pi� sospinto,
pallido bipede esile e allampanato di carne e pelo, un po� repellente, vagamente
comico, completamente assurdo.

Assurdo, assurdo: ricordava in particolare Ferrara e il giorno della laurea.

Era stato per ragioni di economia - o di spilorceria, per usare le parole di


Girolamo - che Nicolaus aveva deciso di addottorarsi in diritto canonico in una
citt� diversa da Padova, perch� quando giungeva alla soglia del conferimento del
titolo di dottore, e soprattutto del banchetto sontuoso che ci si aspettava che
offrisse subito dopo, anche il pi� solitario degli studenti si ritrovava attorniato
da amici fino a quel momento ignoti. Nicolaus non aveva intenzione di permettere a
una congrega di ubriaconi di stordirsi di vino a sue spese e quindi, bench� fosse
un�istituzione molto meno prestigiosa di quella padovana e lui non ci avesse mai
studiato, fece domanda per addottorarsi all�universit� di Ferrara e fu accettato,
per cui nell�autunno di quell�anno si diresse a sud accompagnato da Girolamo.

Il rituale di conferimento del titolo prese un�intera settimana. Fu una faccenda


terribile. Il promotore che gli fu assegnato dal collegio era un certo Alberti, un
docente di diritto canonico tormentato e contrito che zoppicava e aveva una zazzera
incolta di capelli prematuramente ingrigiti che gli spuntava dal cranio oblungo
come un grido di allarme. In uno dei suoi corsi era capitato che uno studente fosse
pugnalato a morte mentre lui continuava ignaro a fare lezione. A Nicolaus piacque;
apparteneva alla stessa genia toccante di Abstemius di Wloclawek.

�Ordunque, Herr Kupperdik, la procedura � questa. Per prima cosa io vi conduco al


cospetto di un�assemblea di dottori davanti alla quale giurerete di avere seguito
un adeguato corso di studi eccetera eccetera, cosa che, ah ah, voi avete fatto, ne
deduco? Gli esimi signori vi sottoporranno due passi giuridici e noi ci ritireremo
insieme per studiarli. Sar� tutta una finzione, naturalmente, perch� io so gi�
quali saranno i passi: sarei un ben misero promotore se non li sapessi, eh, Herr
Kopperdyke? Comunque sia, dopo un�assenza ragionevole torneremo, i dottori vi
interrogheranno, voteranno e voi otterrete la licentia. Tutto quel che rester� da
fare a quel punto sar� l�esame pubblico per ottenere il doctoratus, ma quella � una
mera formalit� dopo l�esame orale, il quale come dicevo � anche quello una pura
formalit�. Ed eccovi alla meta: Doctor Popperdink! � una cosa da niente.�

Ma ovviamente non fu cos� semplice. Alberti fece confusione con i passi


prestabiliti e prepar� Nicolaus, con ammirevole diligenza, su quelli assegnati a un
altro studente, cos� nel giorno dell�examen Nicolaus trascorse un�ora convulsa in
un�anticamera bollente mentre i dottori scalpitavano nella stanza accanto, cercando
di mandare a memoria le nuove risposte e allo stesso tempo di non lasciarsi
distrarre dalla profusione di scuse del suo mortificato promotore. Gli esaminatori,
d�altronde, davano l�impressione di avere gi� una qualche esperienza delle qualit�
organizzative di Alberti. Era evidente che la mediocrit� della prova di Nicolaus
era per loro meno importante del fatto che non ci si fosse strettamente attenuti al
rituale. Votarono, borbottando tra loro, trafissero Alberti con un�occhiataccia
umiliante e, dopo avere annunciato il risultato dell�esame, si alzarono e si
dileguarono in un fruscio indignato di toghe. Nicolaus, madido di sudore, chiuse
gli occhi e si prese la faccia paonazza tra le mani. Il suo promotore si avvent� su
di lui e cominci� a battergli pacche sulla schiena in un impeto di sollievo, quasi
facendolo cadere dalla sedia. �Congratulazioni, mio caro collega, congratulazioni!�
Dall�inizio alla fine, l�unica cosa cui Nicolaus era riuscito a pensare era
l�accoglienza che gli avrebbe riservato lo zio Lucas se fosse tornato nell�Ermland
senza essersi addottorato. �Herr Poppernik? Vi sentite bene?�

Girolamo rise, naturalmente, a sentire il resoconto dell�evento, e poi rimase


seduto in silenzio, pallido e remoto, mentre Nicolaus si sfogava riversando su di
lui l�amarezza bruciante per la frustrazione e la rabbia represse nel corso della
giornata. E quella notte andarono a fare bisboccia insieme ad Alberti e si presero
una sbronza ignobile in compagnia di una banda di puttane stridule.

La settimana avanz� inesorabilmente, come un gigantesco marchingegno fuori


controllo in procinto di disintegrarsi, con pezzi che volavano in ogni direzione
bombardando Nicolaus, spettatore innocente, di raggi e nottolini rotti e spruzzi di
olio denso e nero. La domenica alla fine il congegno esplose, con una detonazione
assordante. Arrivando alla cattedrale per il conferimento del titolo, Nicolaus si
ferm� inorridito nel portico. �Ges�, che succede?� La chiesa era gremita di
studenti, centinaia e centinaia di studenti, accovacciati persino sui gradini
dell�altare maggiore. Alberti si gir� verso di lui abbozzando un sorriso
interrogativo. �S�, doctor?� Aveva preso a usare quel titolo ogniqualvolta ne aveva
l�opportunit�, con la malizia soddisfatta di chi si compiace del proprio operato, e
a Nicolaus veniva voglia di sferrargli un bel pugno secco.

�Tutta questa gente� esclam�. �Che significa? Sono venuto a Ferrara proprio per
evitare questo genere di cose!�

Alberti era perplesso; da vero italiano, folle e schiamazzi lo mandavano in


visibilio.

�Ma gli studenti vengono sempre a sentire le orazioni� disse con delicatezza. �Si
usa cos�.�

�Oddio!�

Girolamo faceva mostra di esaminare l�architettura, con l�atteggiamento solenne di


chi dentro di s� sta morendo dal ridere. Per l�occasione indossava un farsetto
scarlatto trapuntato e una calzabraca nera, con un copricapo dalla lunga piuma
bianca; come un dannato pavone, pensava Nicolaus amaro. Senza girarsi verso
Girolamo, mormor�:

�� nell�evenienza di risvolti comici che vengono, presumo?�

Alberti entusiasta fece cenno di s� con la testa. �S�, s�, per la commedia,
esattamente.�

�Oddio� gemette di nuovo Nicolaus e, stringendosi ancora di pi� nella toga,


s�inoltr� nella navata verso il pulpito. Sugli stretti gradini calpest� il
liripipium che gli pendeva dal collo e rischi� di strangolarsi. Una marea di facce
in frenetica aspettativa lo salut� allorch� fece capolino tutto ansioso oltre il
bordo del pulpito. Qualcuno in fondo alla navata fischi� imitando un araldico
squillo di trombe, provocando un pandemonio di versacci e applausi. Nicolaus si
frug� sotto la toga in cerca del testo della sua orazione. Per un attimo fu
sconvolto dal terrore di... ma no, non l�aveva dimenticato, eccolo l�, anche se in
un guazzabuglio spaventoso che il tremore delle sue mani non faceva che peggiorare.

�Reverendissimi...�

Il resto dell�incipit fu inghiottito dalle grida e dallo scalpitio di piedi e


Nicolaus s�interruppe, piuttosto smarrito. Alberti e Girolamo, seduti sotto di lui,
si sporsero con le mani intorno alla bocca e insieme gridarono: �Non ti sentono!�
Dopo un certo tempo sembr� tornare una parvenza di ordine e Nicolaus sporse in
fuori il collo come una tartaruga in collera e scagli� loro le parole del suo testo
come fosse una maledizione. Il suo argomento riguardava la discussione
dell�interdizione canonica al matrimonio tra una vedova e il cognato; era una
dichiarazione puramente formale di una dottrina accettata, riguardo alla quale il
suo pubblico con altrettanta formalit� avrebbe dovuto sfidarlo, ma Nicolaus ebbe il
sospetto, che si rivel� corretto, che quegli studenti turbolenti non avessero
intenzione di giocare secondo le regole. Ancora prima che avesse finito, una decina
e pi� di loro era gi� balzata in piedi, coprendolo di insulti e coprendosi di
insulti a vicenda nell�ilarit� generale. Nicolaus tent� di percepire un�obiezione
anche solo parzialmente ragionevole al contenuto del suo testo, ma invano: i suoi
tormentatori declamavano soltanto sciocchezze o oscenit� o le due cose insieme e
lui ballonzolava sul pulpito come una grossa bambola di pezza contesa da un gruppo
di bambini, con una smorfia sul viso, aprendo e chiudendo la bocca in un�impotenza
e un dolore muti. In vita sua non aveva mai conosciuto il tormento di un disagio
cos� intenso.

Alla lunga persero interesse nei suoi confronti e, mentre il fragore si attenuava e
cominciavano a guardarsi intorno per l�ingresso di una nuova vittima, Nicolaus
scese a passo incerto dal pulpito. Subito fu afferrato da una coppia di corpulenti
sagrestani dalle teste crudelmente rasate, che lo scortarono rapidi verso un altare
laterale e lo spinsero sulla sedia magistrale, dove gli furono offerti la berretta
dottorale, il libro, l�anello d�oro e il diploma e Alberti, con l�insensato fervore
di un padre pazzo d�orgoglio, i capelli tutti arruffati, si fece avanti zoppicando
e gli schiocc� sulla guancia un bacio di pace attaccaticcio che puzzava di aglio.

�Ave magister!� esclam�; e poi, incapace di trattenersi, aggiunse estatico: �Doctor


Peppernik!�

Nicolaus si contempl� con angoscioso divertimento come da lontano: una grottesca


figura inebetita con la berretta di traverso, colmo d�irreparabile stupidit�, un
campione di malgoverno messo a pretendere un trono. L�Italia gli aveva fatto
questo, l�Italia e tutto ci� che l�Italia significava. Girolamo venne avanti per
baciarlo ma lui scost� la guancia.

* * *

Il tempo era brutto quella primavera, pioggia e vento forte per settimane e rombi
di tuono tra le montagne. Possenti fortezze di nuvoloni neri trasvolavano
incessanti verso ovest e il lago di Garda ribolliva di rabbia plumbea. Quel tumulto
atmosferico a Nicolaus sembrava un presagio, anche se non avrebbe saputo dirne il
significato. Arriv� alla villa insieme a Girolamo al crepuscolo, bagnato e stanco e
sconsolato. La vecchia, grande casa di pietra e legno si ergeva tra alti cipressi
su una collina scoscesa che guardava Incaffi e il lago. Aveva l�aria di un posto da
ricchi. C�era un ampio cortile lastricato di marmo grezzo e busti dei Cesari su
plinti marmorei; un�ampia gradinata di pietra conduceva al colonnato d�ingresso.
Nicolaus si aspettava qualcosa di molto pi� modesto.

�Ci sar� la vostra famiglia?� chiese, incapace di nascondere la propria


apprensione.

�Oh, no� disse Girolamo, �loro sono a Verona. Vivono l�. Non andiamo d�accordo per
cui li vedo di rado. Questa � casa mia.�

�Ah.�

L�italiano rise. �Avanti, amico mio, smettetela con quell�aria spaventata. Non ci
sar� nessuno, qui, se non voi e io.�

�Non pensavo che foste cos�...�

�Ricco? � un problema per voi?�

�No; perch� dovrebbe?�

�E allora per amor del cielo, basta servilismi!� esclam� brusco e, battendosi i
guanti da cavaliere contro la coscia, si gir� e s�incammin� impettito su per le
scale e fino al vestibolo, dove la servit� si era raccolta per dare il benvenuto al
padrone. Erano una dozzina o forse pi�, dalle giovani ragazzette ai vecchi
ingrigiti. Guardarono Nicolaus in silenzio, impassibili, e lui tutt�a un tratto
ebbe un�acuta consapevolezza di quanto il suo aspetto fosse trasandato, con gli
stivali screpolati e i suoi pochi bagagli e la giumenta decrepita che per poco non
cadeva lunga distesa in cortile dietro di lui. Conosciamo il tuo genere, gli
dicevano quegli occhi, ti abbiamo visto arrivare gi� molte volte in passato, in
versioni diverse ma tutte uguali nella sostanza. E si chiese quanti altri ci
fossero stati...

Girolamo ottemper� insofferente ai suoi doveri di signore, passeggiando su e gi�


lungo la fila di servitori solleciti con stampato in faccia un falso sorriso,
interrogandoli a turno con una voce formale e distaccata sul loro stato di salute e
su quello dei loro genitori e figli. E quali novit� sulla propriet�? Era tutto in
ordine? Magnifico, magnifico. Nicolaus continuava a guardarlo con invidia. A
vent�anni, Girolamo aveva l�indefinibile disinvoltura dell�aristocratico. Lasci�
cadere il mantello bagnato e i guanti sul pavimento, dove furono immediatamente
raccolti con deferenza da una delle cameriere, e dopo essersi buttato su una sedia
fece segno a un servo, un vecchio curvo e gottoso, perch� lo aiutasse con gli
stivali. Alz� gli occhi su Nicolaus e incresp� le labbra in un sorriso.

�Ebbene, amico mio?�

�Cosa?�

�Caro Niccol�.�

Si accomodarono in una sala da pranzo sfarzosa per un�elaborata cena a base di


vitello e spumante. Un candelabro di vetro veneziano scintillava sopra le loro
teste, il suo sfarzo sontuoso si rifletteva in profondit� nel pelago scuro del
tavolo lucido su cui navigava una flotta di piatti da portata d�oro e d�argento
lavorati a mano. La stanza era silenziosa, sospesa nell�immobilit�, se non per i
loro coltelli d�osso e le forchette delicate che pugnalavano e affettavano il
silenzio sui loro piatti con abile e minuziosa ferocia. Ovunque guardasse, Nicolaus
incappava nel monogramma dei Fracastoro, inciso in un intrico di foglie d�oro su
piatti e ampolle, ricamato sui tovaglioli, persino scolpito sul rivestimento e sul
fondo dell�ampio camino in marmo nero.

�Raccontatemi� disse, �quante di queste magioni mantenete?�

�Oh, non molte; gli appartamenti di Verona, dove tengo i miei libri, e una casa a
Roma. E poi naturalmente c�� una casa di caccia in montagna, dove dobbiamo andare,
se il tempo si rimette. Perch� me lo chiedete?�

�Curiosit�.�

�State ancora l� a rimuginare sulla mia ricchezza insospettata? Non � cos� grande
come sembrate pensare. Vi fate impressionare troppo facilmente.�

�S�.�

�Siete contento di essere venuto?�

�S�.�

�� tutto quello che sapete dire?�

�Che cosa vorreste che dicessi? Davvero, mio signore, vi ringrazio umilmente, dolce
sire, sono senza parole.� Mostr� una chiostra di denti. �Scusatemi, sono stanco per
il viaggio e ho la luna storta. Scusatemi.�

Girolamo lo guard� con delicatezza, pi� curioso che arrabbiato o ferito, in


apparenza.

�No, � colpa mia� disse. �Non avrei dovuto portarvi qui. Eravamo pi� felici in
territorio neutrale... o farei meglio a dire soltanto che eravamo felici?� Sorrise.
�Perch� adesso non siamo felici, giusto?�

�La felicit� vi sembra il bene supremo?�

A quelle parole l�italiano rise. �Su, Nicolaus, niente filosofia da quattro soldi,
non con me. Mi odiate per la mia ricchezza e i miei privilegi?�

�Odio?� Era sinceramente turbato e un po� intimorito. �Non vi odio. Io... non vi
odio. Sono felice di essere qui, a...�

�E allora mi amate?�

Nicolaus era tutto sudato. Girolamo continuava a fissarlo, con affetto, e con
divertimento, e con rammarico.

�Sono felice di essere qui, a casa vostra; ve ne sono grato, sono contento che
siamo venuti.� Si rese conto di colpo che neppure in quel momento si davano del tu.
�Forse� balbett�, �forse domani il tempo schiarir�...�

Ma il tempo non schiar�, nel mondo e neppure sulla villa. Nicolaus era
intemperante, incupito in un silenzio tetro. La sua rabbia non aveva una ragione, o
non gli era dato di scoprirla, ma saliva come un vapore venefico da un caotico
ribollire di emozioni. Si sentiva offeso di continuo, da Girolamo, dai sorrisetti
della servit�, persino dalla villa stessa, il cui sontuoso splendore sibaritico gli
ricordava che era abituata a intrattenere aristocratici, mentre lui, come aveva
detto Novara, non era altro che il figlio di un mercante. Ma era davvero fatto
oggetto di un tale disprezzo? Non � che nel cogliere, anzi nell�alimentare quello
sdegno tutto intorno a s� non facesse che soddisfare qualche strano appetito
interiore? Era come se di sua mano aggiungesse un nodo dopo l�altro a una sferza
che brandiva lui in prima persona. Era come se si stesse frustando da solo per
ridursi alla sottomissione, purificandosi, preparandosi: ma a che cosa? Smaniava,
oscenamente, oscuramente, mentre la sua carne trasaliva per la sferza, si faceva
fredda e morta, e infine da un corpo umiliato e devastato la sua mente si sollev�
lentamente in alto, verso il cielo.

A quel punto cap� infine come la cospirazione ordisse in segreto da anni, la


cospirazione che l�aveva portato senza che lui lo volesse a quel momento di
riconoscimento e accettazione; o meglio, non � che ci fosse stato portato, non si
era mosso affatto, era semplicemente rimasto l� ad aspettare che inezie e stupidit�
fossero spazzate via. La Chiesa gli aveva offerto una vita tranquilla, le
universit� gli avevano offerto il successo accademico, l�Italia gli aveva persino
offerto l�amore. Uno o tutti questi doni avrebbero potuto sedurlo, se non fosse
intervenuto l�orrore a dimostrargli quanto povera fosse la loro profferta. A
Frauenburg, tra i canonici decrepiti, era inorridito per la puzza del celibato e
della circospezione ecclesiastica. Ferrara era stata una farsa. Ora l�Italia lo
stava trasformando in un pagliaccio dal ghigno tormentato. La Chiesa, l�accademia,
l�amore: niente. Cauterizzato e purificato, affrancato dall�ingombrante ciarpame
della vita, si stagliava infine come un pino solitario ritto in un deserto di neve,
anelando accanitamente di salire verso il cielo di fuoco e ghiaccio che era il vero
interesse di quell�io essenziale che finora gli era sempre sfuggito. Guardati da
questi enigmi, l�aveva avvertito il canonico Wodka, giacch� non possono insegnarci
come vivere. Ma Nicolaus non voleva vivere, non secondo le lezioni che il mondo gli
voleva insegnare.

In passato si era spesso rifugiato nella scienza per ripararsi dall�orrore della
vita; adesso si rendeva conto che cos� facendo, cercando in essa conforto e
consolazione, aveva fatto della scienza un trastullo. Non sarebbe pi� accaduto,
niente pi� giochi. Non era qualcosa in cui rifugiarsi, ma una disciplina fredda e
straziante da accettare consapevolmente, stando alle sue regole. Eppure la vera
questione non era neanche l�astronomia. Non aveva trascorso la vita a inseguire una
visione lungo i corridoi del dolore e della solitudine unicamente per diventare uno
scrutatore di stelle. No: l�astronomia non era che il mezzo. Quello che lui
inseguiva era pi� profondo, era la cosa pi� profonda di tutte: il nocciolo,
l�essenza, il vero.

La pioggia cadeva incessante. Il mondo fluiva. A mezzogiorno le lampade erano


accese e un gran fuoco di ciocchi di pino ardeva giorno e notte nel salone
principale. Fuori, neri cipressi fantasma rabbrividivano al vento.

�Gli abitanti del paese sono tornati alle vecchie usanze� disse Girolamo. �Niente
pi� Cristo-vieni-presto: tornano in vigore i culti antichi. Adesso pregano Mercurio
perch� porti i loro appelli agli dei del bel tempo.�

Erano a tavola. Ormai facevano quattro o cinque pasti al giorno. Mangiare era
diventata una cupa ossessione senza gioia: alimentavano incessantemente i visceri
nel vano sforzo di alleviare una fame che nessun cibo poteva mitigare. La tenera
carne del pesce era come cenere in bocca a Nicolaus. Lo rattristavano i delicati e
sconcertati tentativi di Girolamo di raggiungerlo attraverso il baratro che si era
aperto tra di loro, ma era una tristezza leggera, poco pi� di un fastidio, e si
faceva ogni giorno pi� lieve. Fece di s� con la testa, assente. �Strano.�

�Cosa? Che cosa � strano? Ditemi.�

�Oh, niente. Pregano Mercurio, dite; ma stavo pensando che Mercurio � l�Ermes dei
greci, che a sua volta � l�egizio Toth, la cui sapienza ci � stata tramandata,
attraverso i sacerdoti del Nilo, da Ermete Trismegisto. Quindi per uno strano giro
gli abitanti del vostro paese pregano quel mago.� Alz� gli occhi bonario. �Non �
strano?�

�I pescatori non possono lavorare con questo tempo� disse Girolamo. �Tre uomini
sono dispersi nel lago.�

�Ah, s�? Ma d�altronde i pescatori annegano da sempre. Sono fatti per quello, in un
certo senso. Tutte le cose e tutti gli uomini, per quanto umili, hanno la loro
parte nel grande piano.�

�Un po� crudele, non credete?�

�Non sarebbe meglio dire onesto, invece? Questo vostro improvviso interesse suona
strano per uno che vive del lavoro della gente comune. Guardate questo pesce,
preparato in modo cos� impeccabile, disposto con tanto buongusto: non vi � venuto
in mente che quei pescatori potrebbero essere morti affinch� poteste sedervi a
tavola per questa splendida cena?�

Guido, il cameriere curvo, arrest� il suo incedere tremolante intorno al tavolo e


gli lanci� un�occhiata assorta. Girolamo era impallidito intorno alle labbra, ma
continu� a sorridere e disse solo:

�Davvero merito questo, Nicolaus? Guido, adesso puoi andare, grazie�. Il vecchio se
ne and� con un�espressione sbalordita, in apparenza sconvolto e sconcertato
all�idea che il suo padrone dovesse preoccuparsi della gestione domestica. Mentre
mesceva il vino, a Girolamo tremava la mano. �Dovete proprio mettermi in ridicolo
davanti alla servit�?�

Nicolaus pos� il coltello e rise. �Lo vedete? Vi preoccupa meno la sorte dei
pescatori che l�opinione dei servi!�

�Distorcete tutto quello che dico, tutto!� Di colpo l�italiano aveva completamente
perso il suo contegno e per un attimo fu un bambino capriccioso e viziato.
Nicolaus, vivamente gratificato, fece un largo sorriso. Studiava l�altro con
attenzione, con una specie di curioso distacco, chiedendosi se fosse sul punto di
crollare in un pianto di frustrazione e di rabbia. Ma Girolamo non pianse, fece
invece un sospiro e mormor�: �Che cosa volete da me, Nicolaus, pi� di quel che vi
ho gi� dato?�

�Oh, niente, amico mio, niente di niente.� Ma non era vero: voleva qualcosa, anche
se non sapeva esattamente cosa, ma qualcosa di grande, di vivido, un eccesso di
violenza, forse, insulti terribili, tremende ferite sanguinolente che li
lasciassero entrambi uggiolanti in un�umiliazione finale, irreparabile. Entrambi,
s�. Non doveva esserci un vincitore. Dovevano distruggersi a vicenda, vale a dire,
ciascuno doveva distruggere quella parte di s� che era nell�altro, perch� solo
attraverso la mutua distruzione lui sarebbe stato liberato. Non comprendeva niente
di tutto questo, era troppo accecato dalla rabbia e dall�impazienza per provare a
capire, ma ci� nonostante ne intuiva la validit�. Cerc� frenetico un�altra arma da
conficcare nella carne scossa. �La mia teoria � quasi completata, sapete� disse,
quasi gridando, con una specie di allegria orrendamente soffocata.

Girolamo gli lanci� un�occhiata, a disagio. �La vostra teoria?�

�S�, s�, la mia teoria sul moto dei pianeti, la mia confutazione di Tolomeo.
Tolomeo...� Quel nome sembr� andargli di traverso. �Non ve ne ho parlato? Lasciate
che vi racconti. Tolomeo, sapete...�

�Nicolaus.�

�Tolomeo, sapete, ci ha fuorviato, oppure noi abbiamo fuorviato noi stessi, non
importa chi � stato, inducendoci a credere che l�Almagesto sia una spiegazione, una
rappresentazione - Vorstellung, conoscete il termine tedesco? - di ci� che � reale,
ma la verit� �... la verit� � che l�astronomia tolemaica non significa niente per
quel che riguarda l�esistente; � solo comoda per calcolare l�inesistente.� Si
interruppe, ansimante. �Che c��?�

Girolamo scosse la testa. �Niente. Spiegatemi la vostra teoria.�

�Non ci credete, vero? Voglio dire, non credete che io sia capace di formulare una
teoria che riveler� le verit� eterne dell�universo; voi non credete che io sia
capace di grandezza. Vero?�

�Forse, Nicolaus, � meglio essere buoni che grandi?�

�Non ci credete!�

�Io credo che se esistono verit� eterne, ma non ne sono convinto, allora possono
essere conosciute ma non espresse.� Sorrise. �E credo che noi due non dovremmo
litigare.�

�Voi! Voi voi voi... Io vi diverto, non � vero? Mi tenete per il bel divertimento
che vi procuro: che importa se piove, Koppernigk far� un�allegra piroetta e ci
terr� su di morale.� Era balzato da tavola e salterellava furioso per la stanza in
una specie di grottesca danza derviscia di dolore e disgusto. �Oh, che bel tipo
allegro, il buon Koppernigk, il buon vecchio Nic!� Girolamo si rifiutava di
guardarlo e alla fine, tremante, Nicolaus si risedette affondando la faccia tra le
mani.

Rimasero in silenzio. La luce verdastra della pioggia li rivestiva come un manto.


Gli alberi al di l� della finestra si agitavano frementi. Poco dopo Girolamo disse:
�Mi fate torto, Nicolaus; non ho mai riso di voi. Siamo fatti in modo diverso. Io
non riesco a prendere il mondo seriamente come fate voi. � un mio difetto, forse.
Ma non sono lo stupido che vi piace credere. Avete mai mostrato, anche solo una
volta, il minimo interesse per le cose di cui mi occupo io? Io sono un medico,
questa � una cosa che prendo seriamente. Il mio lavoro sul contagio, sulla
diffusione delle malattie, non � senza valore. La medicina � la scienza del
tangibile, sapete. Io mi occupo di quello che c��, di quello che affligge gli
uomini; se dovesse capitarmi in tal modo di scoprire una delle vostre verit�
eterne, diamine, ho il sospetto che non me ne accorgerei. Mi ascoltate? Mi esprimo
male, lo so, ma sto cercando di insegnarvi qualcosa. Sebbene probabilmente non mi
riteniate in grado di insegnarvi alcunch�. Non fa niente. Volete sapere a che cosa
mi sto dedicando in questo periodo? Sto scrivendo un poema - s�, un poema - che
tratta del mal francese! Ma voi non volete saperlo, vero? Ricordate, Nicolaus, la
mattina in cui ci incontrammo sulla piazza del mercato di Padova? Vi raccontai che
stavo tornando da una notte di bagordi; non era cos�. Ero l� per studiare le misure
igieniche, o meglio la mancanza di misure igieniche, al mercato della carne. S�,
ridete...� Pi� che una risata, era stato un suono sordo, gutturale. �Che banale,
direte, buffo, persino. Per questo vi raccontai quella bugia. Volevate che io fossi
un dissoluto, un ricco perdigiorno, qualcosa di completamente diverso da voi: uno
sciocco felice. E io mi sono prestato. Ho continuato a mentire tutto il tempo.
Quindi vedete, Nicolaus, non siete l�unico che ha paura di essere ritenuto noioso,
che ha paura di essere ridicolo.� Si interruppe. �L�amore...� Era come se stesse
rivoltando con cautela quella parola con la punta della scarpa per vedere quali
strane cose potessero agitarsi l� sotto. �Avete cacciato via Tadzio.� Nel suo tono
non c�era traccia di accusa, solo tristezza e un vago stupore. Nicolaus, sempre
rannicchiato tra le proprie mani, digrign� i denti finch� gli fecero male.
Soffriva, pensava di soffrire, fino a quando, a tarda notte, quella parola per lui
si ridefin� e sofferenza assunse un significato del tutto nuovo. La porta di
Girolamo era socchiusa e si sentivano dei suoni, orribili, terribilmente familiari.
La scena era illuminata dalla luce tremula e fioca di una lampada non schermata, e
in uno specchio sulla parete di fronte tutto si ripeteva in una spaventosa
miniatura. Girolamo stava seduto sul bordo del letto con le lunghe gambe
divaricate, la testa all�indietro e le labbra aperte in una O di estasi, un
estraneo grottesco eppure misteriosamente bello, lo sguardo sfocato fisso nel vuoto
sul soffitto in ombra. Ah!, esclamava piano, Ah, e di colpo il suo corpo parve
incurvarsi e lui si allung� con le dita in preda al parossismo per afferrare la
servetta inginocchiata davanti a lui e affondarle in bocca il membro scosso dai
tremiti. Guarda! La ragazza si contorse tra i gemiti e un conato di vomito.
Girolamo le intrecci� le gambe intorno alle cosce. Cos�, serrati in quel mostruoso
abbraccio come un orrore in mostra in un bestiario, cominciarono a ondeggiare
lentamente avanti e indietro e, insieme a loro, l�intera stanza sembrava
contorcersi e beccheggiare follemente ai guizzi della luce della lampada. Nicolaus
chiuse gli occhi. Quando li riapr� era finito. Girolamo lo fissava con uno sguardo
misto di sconforto e di sfida e di estremo atto finale. La svergognata si gir� e
sput� nel buio. Nicolaus indietreggi� e richiuse piano la porta.

Serviva come minimo un rinnovamento completo e radicale, se l�astronomia doveva


significare qualcosa di pi� di se stessa. Questa necessit� l�aveva sempre
ossessionato, e adesso pi� che mai. L�astronomia era completamente autosufficiente
di per s�: salvava i fenomeni, spiegava l�inesistente. Ma non bastava pi�, non a
Nicolaus, perlomeno. Il sistema chiuso della scienza doveva essere infranto,
affinch� potesse trascendere se stesso e le proprie sterili preoccupazioni e
diventare cos� uno strumento per verificare il reale pi� che per limitarsi a
postulare il possibile. Nicolaus considerava quest�ammissione, ovvero la presa di
coscienza della necessit� di riaffermare la funzione di base della cosmografia, il
suo primo contributo importante alla scienza; era per cos� dire il suo manifesto,
oltre che la riprova del suo diritto a parlare e a farsi ascoltare.

Un nuovo inizio, dunque, una nuova scienza, che sarebbe stata obiettiva, di larghe
vedute e soprattutto onesta, un raggio di forte luce fredda rivolto con risolutezza
sul mondo com�era e non come gli uomini, mossi dal bisogno di rassicurazioni o
dall�eleganza matematica o da chiss� che, desideravano che fosse: era questo il suo
intento. E doveva essere realizzato solo attraverso la formulazione di una solida
teoria del moto dei pianeti, ora ne aveva piena contezza. In precedenza aveva dato
per scontato che per prima cosa fosse necessario concepire nuovi metodi e
procedure, che quelli sarebbero stati gli strumenti con cui costruire la teoria; ma
in quel modo si perdeva il punto essenziale, e cio� che la nascita della nuova
scienza dovesse essere preceduta da un atto creativo radicale. Dal niente, o quasi,
da frammenti e brandelli disgiunti, egli avrebbe dovuto comporre la spiegazione dei
fenomeni. L�enormit� del problema lo terrorizzava, eppure sapeva che era proprio
quello il problema che doveva risolvere, perch� cos� gli diceva l�intuito, e
Nicolaus si fidava del suo intuito: doveva fidarsi, essendo tutto quello che aveva.

Notte dopo notte, alla villa, durante quella primavera tempestosa, Nicolaus gemette
e sud� sui suoi calcoli, mentre fuori la bufera imperversava tormentando il mondo.
Il suo cervello stordito vacillava, slittando e sbandando nello sforzo convulso di
ricondurre a una parvenza di ordine quei frammenti amorfi e in apparenza
inconciliabili di fatti e speculazioni e fantasticherie magnifiche. Sapeva di
essere sul punto di aprirsi un varco, lo sapeva; di quando in quando balzava in
piedi dallo scrittoio, ridendo come un pazzo e strappandosi i capelli, convinto di
avere trovato una soluzione, solo per abbattersi di nuovo un attimo dopo con
un�espressione avvilita quando individuava l�errore. Temeva di impazzire o di
ammalarsi, ma gli era impossibile riposare, perch� qualora avesse mollato la presa,
l�elaborata impalcatura che era andato cos� faticosamente costruendo sarebbe finita
in pezzi; e poi, naturalmente, un calo di concentrazione l�avrebbe risucchiato in
quell�altra palude del problema irrisolto con Girolamo.

Alla fine comunque la soluzione venne da lui, gli si accost�, per cos� dire,
canticchiando felice e gli batt� sulla spalla, come a voler capire il motivo di
tanta baraonda. Nicolaus si era svegliato all�alba passando da un coma da
sfinimento a uno stato di veglia istantanea, quasi spaventosa. Era come se i
condotti del suo cervello fossero stati risciacquati da un fiotto d�acqua gelida.
Senza volerlo aveva subito cominciato a pensare in un modo stranamente distaccato
eppure del tutto assorto che costituiva, immagin� in seguito, un�eccezionale,
miracolosa oggettivit�, alle due proposizioni apparentemente scollegate che aveva
formulato molto tempo prima, a Bologna o forse addirittura in precedenza, e che
erano le pi� solide tra le poche componenti che per il momento aveva posto a
fondamento della sua teoria: che il Sole, e non la Terra, sta al centro del mondo,
e in secondo luogo che il mondo � molto pi� vasto di quanto Tolomeo o chiunque
altro immaginassero. Il vento soffiava forte. La pioggia batteva sulla finestra.
Nicolaus si alz� nel cupo grigiore dell�alba e scost� le tende. A oriente le nuvole
si stavano aprendo su un tetro paesaggio acquatico. E fu allora, nella calma, che
la soluzione lo raggiunse, come uno splendido uccello dorato che sollevava lento la
testa con un battito solenne delle ampie ali. Era cos� semplice, di una semplicit�
cos� incantevole, che l� per l� non la riconobbe per quello che era.

Per tutto quel tempo aveva affrontato il problema nel verso sbagliato. Forse era
colpa del fatto che si era formato con docenti cauti, ancorati alla scolastica. Non
appena si era reso conto dell�assoluta necessit� di un balzo creativo i suoi
istinti, suo malgrado, avevano eretto le loro difese contro un�idea cos�
scandalosa, rigettandolo nel chiuso recinto di una logora ortodossia dove, come uno
sciocco cieco, aveva cercato di arrivare a una destinazione nuova viaggiando su
vecchie strade, aveva pensato di creare una teoria originale per mezzo di calcoli
convenzionali. Ora in quell�alba, senza sapere n� il come n� il perch�, il suo
cervello, senza che lui se ne rendesse conto, per cos� dire, aveva fatto quel salto
per il quale lui non aveva trovato il coraggio e lass�, nel silenzio e nel vuoto
totale del cielo, aveva fatto ci� che era necessario, aveva combinato quelle due
semplici ma importantissime proposizioni e aveva identificato con una logica
impeccabile le conseguenze di quell�associazione. Ma certo, ma certo. Perch� non ci
aveva pensato prima? Se il Sole � concepito come il centro di un universo
immensamente espanso, allora i fenomeni osservati sul moto planetario che avevano
sconcertato gli astronomi per millenni diventavano perfettamente razionali e
necessari. Ma certo! Sapeva che il riscontro della teoria avrebbe richiesto
settimane, mesi, forse persino anni per essere completato, ma quello non era
niente, era solo un umile lavoro meccanico. Quel che era importante non erano le
proposizioni ma la loro combinazione: l�atto creativo. Gir� e rigir� la soluzione,
ammirandola, come se stesse maneggiando tra le dita una gemma affascinante e
perfetta. Era la cosa in s�, la cosa vivida.

Si trascin� di nuovo a letto, esausto ora. Si sentiva come un uomo vecchissimo,


spossato. La chiarezza radiosa di un attimo prima era scomparsa. Aveva bisogno di
sonno, giorni e giorni di sonno. Ci� nonostante, non fece in tempo a sdraiarsi che
era gi� di nuovo in piedi a rovistare ansioso fra le tende. Mise di nuovo la faccia
contro il vetro puntinato sbirciando verso est, ma le nuvole si erano richiuse e
non c�era da aspettarsi sole, quel giorno.

Con Girolamo si dissero addio in una piccola e lurida locanda in riva al lago; era
sembrato meglio separarsi in campo neutro. Non riuscivano a trovare nulla da dirsi
e rimasero seduti in silenzio, a disagio, davanti a una brocca di vino intonsa in
un fetore di piscio e di birra rancida rovesciata. Da una finestrella sporca sopra
le loro teste guardavano i nuvoloni addensarsi sul lago.

�Caro Niccol�.�

�Amico mio.�

Ma erano solo parole. Nicolaus era impaziente di essere altrove. Tornava in


Prussia; l�Italia era esaurita. Vai!, diceva a se stesso, vai adesso, e di colpo si
alz�, con il suo ghigno da sfinge. Girolamo alz� gli occhi abbozzando un sorriso.
�Addio allora, zio.� E mentre si girava, qualcosa del passato ritorn� e Nicolaus si
rese conto che, non molto tempo prima, niente al mondo era pi� prezioso della
presenza riservata, a suo modo appassionatamente distaccata, di quel giovane uomo
accanto a lui. Usc� in fretta, nel vento e nella tiepida pioggia trasparente, e
mont� a cavallo. Andarsene da Incaffi era come andarsene dall�Italia. Si stava
lasciando alle spalle un mondo che era cominciato e finito, che era compiuto, e
immune al cambiamento. Quel che era stato era fisso nella sua memoria. Un giorno,
fuggendo da un grado estremo di sofferenza o di dolore, il suo spirito sarebbe
ritornato a quel luogo luminoso e l�avrebbe ritrovato intatto. Le voci spettrali si
levarono alle sue spalle. Non farti del male!, gridavano, perch� siamo tutti qui.

II

Magister Ludi

Arriva via acqua, nel cuore della notte, scintillando lucido sul dorso brillante
del fiume, il muso in su a fiutare, sotto il ponte levatoio, sotto la saracinesca,
oltre la sentinella sonnecchiante. Breve raspare di artigli sui gradini melmosi
sotto le mura, breve scintillio di un dente snudato. Nel buio per un istante un
indizio di sofferenza e di tormento, e la notte sussulta. Ora scala il muro,
striscia furtivo sotto la finestra con un sogghigno. Nell�ombra della torre si
accovaccia, avvolto in un mantello nero, in attesa dell�alba. Arriva la bussata, la
voce tesa, il passo leggero e furtivo sulla scala, e com�� che io solo sento
l�acqua gocciolargli dai calcagni?

Una persona chiede di voi, canonico.


No! No! Via da qui! Ma non si lascer� respingere. Si trascina in un angolo dove
l�oscurit� della notte ancora resiste e l� rimane, incombente e vigile. A tratti
ride piano, in altri emette un singhiozzo. La faccia � celata nel mantello, tutto
tranne gli occhi, ma io lo riconosco bene, e come potrebbe essere altrimenti? �
l�ineffabile. Ineluttabile. Il peggio del mondo. Lasciami vivere, se puoi!

Il canonico Koppernigk arriv� a Heilsberg che era quasi notte, sfinito,


febbricitante, un fagotto nero accasciato sulla sella del ronzino denutrito che
qualcuno da qualche parte lungo la strada l�aveva convinto ad acquistare
abbindolandolo. Era partito da Torun quella mattina e aveva viaggiato tutto il
giorno senza soste, per la paura di ritrovarsi ad affrontare, stremato, in una
locanda infestata dai ratti, gli osceni vaneggiamenti provocati dalla malattia che
gli ribolliva nel sangue. Ora quasi non si rendeva conto che il viaggio era
terminato, quasi non sapeva dov�era. Aveva l�impressione di essersi arenato su uno
strano lido cupo, trasportato l� da una massa d�acqua impetuosa. Erano gi� comparse
le stelle ma non la luna e il fumo delle torce saliva lungo le mura. Un fal� acceso
ardeva sulla sinistra, curato da figure silenziose, alcune accovacciate, avvolte
nei loro mantelli, e altre con le alabarde in resta, di guardia. Il fiume scorreva
gorgogliante parlando con se stesso. Sembrava tutto disarticolato e irreale. Era
come se, nella malattia, riuscisse ad afferrare solo il lato strano e nascosto
delle cose, mentre il mondo reale, degno di nota, era al di l� della sua
febbricitante capacit� di comprensione. Un ratto, colto da un casuale riflesso
della luce del fuoco sul fiume, schizz� su per i gradini a ridosso delle mura e
scomparve.

Aveva tremiti violenti e si sentiva gemere, come da una grande distanza.


Maximilian, il suo servitore, rosicchiando una cipolla, lo guardava accigliato e
borbottava.

�Come? Che dici?� Il servo si limit� a fare spallucce e indic� la porta. Il carro
di un contadino con un assale rotto ostruiva il ponte levatoio. Nella penombra
sembrava un�enorme rana malefica. �Avanti, avanti� disse il canonico. �C��
abbastanza spazio.�

Ma furono costretti a passare pericolosamente vicino al ciglio della strada.


Nicolaus lanci� un�occhiata all�acqua nera scintillante ed ebbe le vertigini. Che
velocit�! Il carrettiere batteva con furia muta il mulo impassibile rimasto
intrappolato tra le stanghe. Max lo benedisse solenne e fece una risatina. Dal
varco della torre una sentinella assonnata si fece avanti stancamente.

�Dichiaratevi, stranieri.�

Max, da buon tedesco, s�inalber� subito, indignato nel sentirsi apostrofare in modo
cos� villano nella stramba parlata strascicata di un autoctono, un barbaro
prussiano, indegno persino di disprezzo. Imperioso annunci�: �Il dottor Copernicus�
e fece per proseguire la sua marcia. Il prussiano gli punt� svogliatamente la
lancia spuntata contro la pancia.

�Nicolaus Koppernigk� disse in fretta il canonico, �vassallo del nostro signor


vescovo. Facci passare, per cortesia, buon uomo, e avrai un soldo.� Max lo guard� e
Nicolaus percep�, non per la prima volta ma pur sempre con stupore, il singolare
misto di amore e odio che il suo servo nutriva per lui.

Nella corte deserta gli zoccoli del suo cavallo squillavano gelidi sul lastricato
di pietra. I cani da caccia presero ad abbaiare. Nicolaus alz� gli occhi doloranti
sulle arcate ogivali delle logge, sulla massa minacciosa del mastio leggermente
assottigliata dal chiaro di stelle, e pens� a quanto quel luogo assomigliasse a una
prigione. Era a Heilsberg che avrebbe dimorato, d�ora in avanti; non era pi�
neppure in Prussia, non pi�.

�Max.�

�Ja, ja� grugn� il servo, pestando i piedi. �Lo so: il vescovo non dev�essere
disturbato. Lo so!�

Ci furono luci e voci vicine nel buio, e arriv� una vecchia decrepita e mezza cieca
che lo condusse dentro, sgridandolo, ma senza essere sgarbata, come se fosse un
piccolo vagabondo. Non lo aspettavano prima dell�indomani. Un fuoco di legno di
betulla ardeva nel focolare del grande vestibolo d�ingresso, dove gli avevano
allestito un pagliericcio. Fu felice di potersi risparmiare le scale, sentiva di
avere membra di burro. La febbre gli stava salendo di nuovo e aveva tremiti
violenti. Si sdrai� immediatamente e si avvoltol� stretto nel mantello. Max e la
vecchia cominciarono a battibeccare. Max era geloso dell�autorit� dell�altra.

�Padrone, costei dice che bisogna andare a chiamare vostro zio, con voi malato
giunto all�improvviso.�

�No, no� gemette il canonico, �vi prego, no.� E in un sussurro, con una risata
macabra: �Oh, tenetelo lontano da qui!�

La vecchia and� avanti a farfugliare, ma Nicolaus chiuse gli occhi e alla fine lei
si allontan� brontolando. Max si accovacci� accanto a lui e cominci� a fischiare
piano tra i denti.

�Max... Max, sto male.�

�Gi�. L�avevo capito. E vi avevo avvertito. Non vi avevo detto di fermarci ad


Allenstein per la notte? Ma non mi avete dato retta e adesso state peggio di un
cane.�

�S�, s�, avevi ragione.� Max era un buon antidoto all�autocommiserazione. �Avevi
proprio ragione.� Non riusciva a prendere sonno. Aveva l�impressione che persino i
capelli gli pulsassero dal dolore. La malattia era un ricordo dell�Italia; sorrise
amaro a quel pensiero. Lunghe ombre s�impennavano sui muri come oggetti impazziti.
Un cane venne ad annusarlo, contraendo fastidiosamente il muso, ma Max grugn� e
l�animale drizz� le orecchie e se ne and� difilato. Il canonico Koppernigk fiss� il
fuoco. Le fiamme cantavano una canzoncina dalla melodia inafferrabile. �Max.�

�S�?�

Ancora l�: un misero mucchietto d�ossa e tendini accovacciato nel riverbero del
fuoco a fissare nel nulla. Il cane ritorn� e si sistem� indisturbato accanto a
loro, si lecc� le reni di gusto, si addorment�. Il canonico gli sfior� la ruvida
pelliccia sciupata con la punta delle dita. Di colpo la normalit� delle cose gli
diede conforto, il calore del fuoco, il cane morso dalle pulci, l�ossequio aspro di
Max, e oltre ancora il fal�, le guardie intorno, il carretto del contadino, il
povero mulo riottoso, persino il ratto sui gradini: cose durevoli, brutali e
cruente e calde, grazie alle quali, per quanto buia e aliena la riva, l�io
essenziale tira su una casa di fortuna.

Pi� tardi nel corso della notte il vescovo Lucas venne a dargli un�occhiata e
scosse la grossa testa sconsolato. �Bel medico ho preso a servizio!�

Quel titolo significava poco. Non era un vero medico. Non aveva fede sufficiente
nell�arte della guarigione n� in se stesso come guaritore. A Padova gli avevano
insegnato come sezionare i cadaveri con grazia, ma quello gli sarebbe stato pi�
utile per fare il macellaio che il medico. Aveva per� accettato il posto senza
protestare. Di ritorno dall�Italia era andato direttamente a Frauenburg, persuaso
ad assumersi le proprie responsabilit� come canonico del capitolo, ma non era
pronto per quella vita, aveva ancora troppa Italia nel sangue, e dopo essersi
assicurato senza difficolt� l�ennesimo congedo, questa volta a tempo indefinito, si
era recato a Torun. Katharina e il marito, dopo lunghi negoziati, avevano
acquistato dal vescovo la vecchia casa in vicolo Sant�Anna e avevano traslocato da
Cracovia. Avrebbe dovuto sapere che non era il caso di trasferirsi da loro. La
compagnia della sorella bisbetica e di quello spaccone del marito lo infastidiva;
da parte loro, i due non lo facevano sentire benaccetto. Aveva preso Max al suo
servizio pi� come alleato che come servitore, perch� reggeva bene il confronto con
quella famiglia stizzosa e piena di astio.

Poi era arrivata la convocazione del vescovo: il canonico Nicolaus era


immediatamente atteso a Heilsberg come suo medico al castello, in modo da ripagare,
ancorch� in modo inadeguato, le spese per gli anni di studio in Italia.

Il lavoro gli stava pi� che bene. La medicina era un modo per dissimulare, grazie
al quale si sarebbe potuto occupare dei suoi veri interessi in modo indiretto e
furtivo: per occhi ignari non c�era molta differenza tra una tabella siderale e una
prescrizione farmaceutica, tra un calcolo geometrico e un oroscopo. Ma per quanto
fosse libero di lavorare, a Heilsberg si sentiva in trappola, smanioso e in
trappola, come un vecchio ratto grigio. Aveva trentatr� anni; stava perdendo i
denti. Un tempo la vita era stata un sogno intenso e luminoso che lo aspettava
altrove, oltre la delusione della quotidianit�, ma adesso, quando guardava l� dove
un tempo c�era quella magnifica coppa d�oro di possibilit�, vedeva solo un vago e
tetro non so che dalle membra rovinate che gli nuotava incontro. Non era la morte,
ma qualcosa di assai meno definito. Ipotizzava che fosse il fallimento. Ogni giorno
si avvicinava un po� di pi� e ogni giorno lui rendeva il suo arrivo un po� pi�
facile, giacch� il suo lavoro - vale a dire, il suo vero lavoro, la sua astronomia
- non era forse un processo di progressivo fallimento? Procedeva ostinato, riga
dopo riga, faticosamente, un calcolo imperfetto dopo l�altro, osservando con muto
panico allibito la propria goffa penna profanare e mutilare quei concetti che,
inespressi, avevano vibrato con limpida purit� e bellezza. Era una barbarie su
larga scala. Edifici matematici di straziante fragilit� e delicatezza venivano
mandati di colpo in frantumi. Aveva pensato che l�elaborazione della sua teoria
sarebbe stata insignificante, un mero lavoro meccanico: be�, in una certa misura
era vero, perch� c�era da andare gi� con l�accetta, una sanguinosa macelleria.
Stava curvo alla scrivania con la luce fioca di una candela e soffriva: era una
specie di lento sanguinamento interiore. Comprendeva la natura della sua condizione
solo vagamente. Non � che la teoria in s� fosse fallace, ma in qualche modo veniva
contaminata nel corso della sua stesura. L�impressione era che mancassero alcuni
nessi essenziali. L�universo dei pianeti danzanti era l� fuori e lui era qui, e tra
le due sfere non potevano mediare mere parole e cifre sulla carta. Qualcuno un
tempo aveva detto qualcosa di simile: chi era stato, e quando? Che importa! Intinse
la penna nell�inchiostro. Sanguinava.

Eppure, paradossalmente, era felice, sempre che felice fosse il termine giusto.
Nonostante la sofferenza e le ripetute delusioni, nonostante il vuoto della sua
vita grigia, non esisteva felicit� al mondo paragonabile a quell�afflizione
estatica.

Ma il suo posto esigeva non solo che si prendesse cura dei foruncoli e degli
intestini e dei piedi malandati del vescovo: c�era anche la politica. A
sessant�anni, e nonostante i numerosi disturbi, il vescovo Lucas aveva un vigore di
gran lunga superiore al nipote di poco pi� della met� dei suoi anni. Principe
freddo e duro, uomo tetragono, dedicava la maggior parte delle sue portentose
energie a districare l�Ermland dalla ragnatela delle macchinazioni politiche
europee. Giunto al castello, al canonico non ci volle molto per rendersi conto che,
oltre a essere medico, segretario e tuttofare dello zio, avrebbe dovuto collaborare
alle sue cospirazioni. Rimase sgomento. La politica lo sconcertava. I continui
conflitti tra stati e principi gli parevano una follia. Non voleva alcun ruolo in
quel turbolento scenario pubblico, eppure, inorridito, come uno che cade, si vide
trascinato nell�arena.

Cominciarono a notarlo alle diete prussiane oppure nel giro autunnale delle citt�
dell�Ermland, riluttante al fianco del vescovo. Coltivava l�anonimato, ma la sua
faccia pallida e ingrugnita e il suo smorto mantello nero, il suo silenzio, la sua
stessa diffidenza, non facevano altro che conferirgli un�aura di importanza.
Leccapiedi e adulatori lo cercavano, gli s�incollavano ai calcagni, lo abbordavano
nei corridoi sfoggiando i loro migliori sorrisi, snudando i dentini affilati, nella
convinzione di trovare in lui un sicuro canale di accesso ai favori del vescovo.
Lui prendeva le istanze che gli mettevano in mano su pezzetti di carta spiegazzati
e porgeva concentrato l�orecchio ai loro sussurri, sentendosi uno sciocco e un
impostore. Non poteva fare niente, assicurava loro, con una voce che persino a lui
suonava completamente falsa, e si rendeva conto con un tuffo al cuore che si stava
facendo nemici in mezza Europa. Su di lui gravavano pressioni da ogni parte. Suo
cognato Bartholomeus Gertner, da fervente patriota qual era, aveva smesso di
parlargli dopo che il canonico un giorno, nel corso di un soggiorno a Torun, si era
rifiutato di dichiararsi, per propensione se non strettamente per nascita, un vero
tedesco. Di colpo gli si chiedeva di mettere in discussione persino la sua
nazionalit�! E si rese conto che non sapeva quale fosse. Il vescovo Lucas, per�,
risolse quella difficolt� su due piedi. �Non sei tedesco, nipote, no, e non sei
neppure polacco o prussiano. Sei un cittadino dell�Ermland, semplice. Ricordatelo.�

E cos�, con mansuetudine, divenne quello che gli si diceva di essere. Ma era solo
un�ulteriore maschera, dietro la quale era quello che nessun nome o nazione poteva
rivendicare. Era il dottor Copernicus.

Il vescovo Lucas non sapeva nulla di quell�esistenza a parte o, se lo sapeva,


giacch� pochissimo succedeva nel castello senza che lui lo sapesse, aveva scelto di
ignorarla. Aveva progetti grandiosi per il nipote, dei quali non parlava mai
apertamente, per�, nella convinzione che fosse meglio lasciare che si palesassero
autonomamente al momento opportuno, sicuro com�era che di tempo ce ne fosse in
abbondanza, non essendosi ancora convinto che un giorno anche a lui come a uomini
ben da meno sarebbe toccato morire. Era dilaniato tra la sua innata ossessione per
la segretezza e la necessit� preminente di inculcare nella testa intenzionalmente
ottusa del canonico, con la forza bruta se fosse servita, le sottigliezze
dell�intrigo politico. Diplomazia e amministrazione pubblica non erano un problema,
qualunque sciocco poteva gestirle con abilit� e persino con eleganza, ma le trame e
gli intrighi con cui il mondo era davvero governato in realt� erano tutt�altra cosa
e richiedevano un addestramento esperto e intensivo. Il problema per� era che non
si fidava completamente del nipote. Il canonico talvolta aveva un�espressione
difficile da decifrare ma preoccupante. Non era certo semplice stupidit� quella che
lo faceva stare a bocca aperta, offuscandogli con quello strano grigiore gli occhi
da topo.

�Hai la testa nelle nuvole, nipote. Torna sulla terra!� Il canonico trasal�,
coprendo in fretta e furia le carte su cui stava lavorando, e sbirci� da dietro la
spalla con un pallido sorriso apprensivo. Il vescovo Lucas lo fiss� torvo. A questo
stupido non dir� niente; che annaspi pure! �Te l�ho detto: aspettiamo un ospite.
Stai diventando sordo?�

�No, mio signore. Vi ho sentito bene. Scender� tra pochissimo. Ho alcune... ho


alcune lettere da terminare.�

Il vescovo si era girato per andarsene, ma torn� indietro e lo incener� con lo


sguardo. Da prepotente nato, era ben conscio che il suo potere sugli altri
dipendeva dalla sua determinazione a non lasciar correre nessun segno di sfida, per
quanto timido. �Lettere? Quali lettere?� Era tutto agghindato con la veste e i
guanti di porpora, e portava mitra e bastone infilati con noncuranza sotto il
braccio grasso. Era al tempo stesso preoccupante e un po� comico. Il canonico si
chiese inquieto perch� avesse sentito la necessit� di salire personalmente fino a
quella stanza su in cima a una torre battuta dal vento solo per convocare il nipote
a cena: doveva proprio essere un ospite importante. �Vieni, adesso!�

Si affrettarono gi� per gradini bui e anditi umidi e maleodoranti. Intorno al


castello la tempesta infuriava come un toro impazzito. Le grandi porte d�ingresso
erano spalancate e nel portico un�anonima folla imbacuccata di ecclesiastici e
scrivani si accalcava tra i guizzi tremolanti delle torce, borbottando. La notte
fuori era un immenso cilindro nero vorticoso di pioggia e vento. Tra le raffiche
sentirono avvicinarsi dei cavalieri e striduli squilli di tromba. Un�increspatura
di eccitazione attravers� il portico. Lo scalpiccio degli zoccoli irruppe nel
cortile e di colpo scure figure a cavallo si stagliarono nell�oscurit�. Poi fu
tutto un brusio di voci e fra tutte una emerse stentorea, esclamando:

�Trombe e trombette, Cristo santo! E guarda qui: un intero esercito ad aspettarci,


accidenti�.

Il canonico ud� lo zio accanto a s� emettere un lieve gemito di rabbia e sgomento,


e poi si ritrovarono entrambi bruscamente di fronte una faccia granitica con due
occhi implacabili e la barba gocciolante di pioggia.

�Ebbene, vescovo, adesso che avete annunciato il nostro arrivo a ogni spia tedesca
presente in Prussia, ho idea che possiamo smetterla con questo dannato
travestimento, eh?�

�Vostra maest�, perdonatemi, pensavo...�

�S� s� s�, pu� bastare.�

Ci fu un parapiglia nel portico e il canonico, lanciando un�occhiata all�indietro,


vide la gente accorsa per il benvenuto inginocchiarsi faticosamente in segno di
omaggio. Nella calca qualcuno cadde, agitandosi in modo concitato e suscitando una
soffocata ilarit�. Il vescovo Lucas si gingill� con mitra e bastone e offr�
goffamente l�anello episcopale da baciare. Sua maest� lo guard�. Il vescovo si gir�
di scatto verso il nipote e profer� rabbioso:

�Inginocchiati, zotico, di fronte al re di Polonia!�

Sui nove grandi tavoli della Sala dei cavalieri ardevano mille candele. Prima
entrarono i cani da caccia e i tedofori e i menestrelli delle grandi occasioni, poi
fecero il loro ingresso il vescovo e il suo ospite regale, seguiti dai nobili
polacchi, quei cavalieri dallo sguardo duro, e infine la moltitudine degli abitanti
del castello, che spingeva, bisticciava e guaiva per la cena. Una specie di
silenzio cal� durante la preghiera di ringraziamento. All�amen il vescovo disegn�
in aria una rapida benedizione e sal� sulla pedana che portava alla mensa princeps,
dove si accomod� con il re alla sua destra e il canonico alla sua sinistra, e con
la mascella incassata nel petto lanci� uno sguardo freddo alle pagliacciate della
folla. Stava ancora rimuginando sull�umiliazione che aveva subito nel portico.
Giocolieri e saltimbanchi saltavano e guizzavano, incitati dalle grida di Rospo, il
buffone di corte, una rachitica creatura malevola con un ghigno fisso da svitato.
Servi calzati di sandali correvano avanti e indietro con lavadita e salviette e le
cameriere portavano piatti di vivande fumanti dal fuoco, dove si affannava un�orda
di cuochi. Acclamazioni sparse si levarono: uno degli acrobati era caduto e veniva
portato via tra le contorsioni. Rospo fece una battuta buffa sul povero
malcapitato. Poi un vecchio rimatore con la barba bianca si fece avanti
caracollando e si lanci� in un epico elogio dell�Ermland. Fu bersagliato di croste
di pane. Avanti Rospo, una canzone!

Vedete come vola in alto il giovane tordo

Ehi, oh!, canta il salice

Dell�uccello nel cespuglio alla salute

Schiamazzi e carne! Beatitudine bruta! Il re Sigismondo rise forte e a lungo,


artigliandosi la barba nera arruffata.

�Avete una bella tavola allegra, vescovo!� esclam�. Il suo umore era molto
migliorato. Si era liberato del travestimento, il mantello fradicio di mezzalana e
il giustacuore (�Comunque sia, chi avrebbe mai potuto scambiarci per contadini!�),
e adesso vestiva con scabro splendore in pelle ed ermellino. Quella testa da
Jagellone per�, senza la corona, continuava a essere una cosa mediocre, sbozzata
con l�accetta. Solo i modi, arroganti, crudeli e un po� folli, ne proclamavano la
regalit�. Aveva intrapreso il viaggio lungo e faticoso da Cracovia alla Prussia,
d�inverno, sotto mentite spoglie, perch�, come il vescovo, era spaventato dalla
recrudescenza dei cavalieri teutonici. �S�, molto allegra.�

Ma il vescovo Lucas non era in vena di convenevoli e si limit� a un�alzata di


spalle imbronciata, senza dire nulla. Era molto preoccupato. I cavalieri, che un
tempo avevano governato tutta la Prussia e adesso erano stati cacciati verso est,
con l�incoraggiamento tedesco stavano di nuovo premendo verso occidente, sulla
Prussia Reale, la cui fedelt� al trono dello Jagellone, per quanto poco
entusiastica, dava alla Polonia uno sbocco vitale sulla costa baltica. Al centro di
questo turbolento triangolo stava, incalzato su tutti i lati, il piccolo Ermland,
la cui precaria indipendenza era gravemente minacciata, dalla Polonia non meno che
dai cavalieri teutonici. Era necessario fare qualcosa. Il vescovo aveva un piano.
Ma fin dall�inizio, fin dall�arrivo burrascoso di quella sera, aveva avuto la
sensazione che le cose stessero in qualche modo andando storte. Sigismondo giocava
a fare il villano, ma non era stupido. Era pazzo, forse, ma in modo scaltro. Il suo
ambasciatore gli stava sussurrando qualcosa all�orecchio. Il vescovo si incup�.

�Io sono un uomo semplice� grugn�, �un prete. Credo nel parlar chiaro. E dico che i
cavalieri sono una minaccia molto maggiore per la Polonia che per il nostro piccolo
stato.�

L�ambasciatore interruppe i bisbigli e si agit� infelice sulla sedia. Con il


vescovo erano vecchi nemici. L�ambasciatore era un ometto acido con due baffi
assurdi, zigomi alti e un colorito giallognolo: uno slavo. La sua segreta
preoccupazione era di non compromettere la possibilit� di farsi trasferire dalle
retrovie dell�Ermland nell�agognata Parigi, citt� dei suoi sogni (dove nell�arco di
un anno sarebbe stato strangolato da un pazzo furioso in un bordello).

�S�, s�, Vostra Eccellenza� si avventur� a dire, �ma non � possibile affrontare
questi riottosi cavalieri evitando un confronto aperto e, aggiungerei, pericoloso?
Io ho grande fiducia nella diplomazia.� Affett� un sorriso. �Un�arte che non mi �
del tutto aliena.�

Il vescovo Lucas lo fulmin� con gli occhi. �Signore, voi conoscerete la diplomazia,
ma non conoscete la Croce teutonica. Sono un�orda ignobile e rapace, maledetta da
Dio. Non molto tempo fa avevano dichiarato aperta la caccia al prussiano e
massacravano la nostra popolazione locale per divertimento.�

Re Sigismondo alz� gli occhi, di colpo interessato. �Davvero?� La sua espressione


si fece carica di struggimento, poi riprese il controllo e corrug� la fronte. �Be�,
per parte nostra noi vediamo un�unica minaccia reale, vale a dire i turchi, che
sono gi� ai nostri confini meridionali. Che cosa avete da dire su quella, di orda
ignobile, Eccellenza?�

Era proprio l�occasione giusta per rivelare il suo piano ma, forse per via
dell�odio troppo intenso per i cavalieri oppure perch� sottovalutava il re e quel
leccapiedi del suo ambasciatore, o qualunque fosse la ragione, la sua capacit� di
giudizio vacill� e ne venne fuori un pasticcio.

�Non � chiaro quello che ho in mente?� disse brusco. �I cavalieri non sono, almeno
in teoria, un ordine crociato? Io dico, mandiamoli o attiriamoli o costringiamoli,
comunque sia, verso le vostre frontiere meridionali per difendere quelle terre
dagli infedeli.� Cal� il silenzio. Era stato troppo precipitoso, persino il
canonico se ne rendeva conto. Cominci� a rendersene conto lui stesso e si affrett�
a salvare il salvabile. �Vogliono combattere?� esclam�. �E allora che combattano, e
se saranno distrutti, be�, la perdita non sar� nostra.� Ma era riuscito solo a
peggiorare le cose, perch� adesso le menti orripilate dei polacchi si figuravano
l�esercito turco inebriato dalla vittoria, con il sapore del sangue in bocca, per
cos� dire, che dilagava verso nord sul cadavere straziato di una delle migliori
macchine militari d�Europa. Oh no, no. Evitarono il suo sguardo ferocemente
indagatore; sembravano quasi imbarazzati. Naturalmente conoscevano gi� in anticipo
la natura del suo piano, ma non era quello il punto. Il canonico osserv� di
nascosto lo zio e si chiese, non senza una certa soddisfazione maliziosa, come
fosse potuto accadere che un ritualista cos� esperto inciampasse in modo tanto
maldestro; perch� il punto era il rituale.

�Divertente il vostro buffone, Eccellenza� disse re Sigismondo. �Cantate, messere!


E portateci altro vino. Questo renano � buono da impazzire: l�unica cosa buona che
sia mai uscita dalla Germania, dico io. Ah!�

Tutti risero deferenti, tutti tranne il vescovo, che rimase seduto a fissare truce
davanti a s� in un purpureo stato ipnotico di rabbia e mortificazione.
L�ambasciatore gli lanci� un�occhiata astuta e disse mellifluo:

�Credo, Eccellenza, che dovremo riflettere pi� nel dettaglio sul problema dei
cavalieri. La vostra soluzione sembra un po� troppo - come dire? -, un po� troppo
semplice. Stando alle vostre previsioni, distruggere i turchi o essere distrutti
sembrano le sole alternative, ma non potrebbe succedere che la Croce distrugga la
Polonia? No, Eccellenza, secondo me no�.

Il vescovo Lucas parve sul punto di morderlo ma invece, strattonandosi la manica


per l�agitazione, si gir� di colpo verso il re e fece per parlare, ma gli fu
impedito da un servitore che arriv� correndo e gli si accost� per bisbigliargli con
urgenza qualcosa all�orecchio. �Non adesso, tu, non... come? ... chi?� Si volt� di
scatto verso il canonico, con i rossi bargigli di grasso della gola che
tremolavano. �Tu! Tu lo sapevi.�

Il canonico si ritrasse impaurito, scuotendo la testa. �Che cosa, mio signore,


sapevo che cosa?�

�Quel bastardo! Vai da lui, vai e digli, digli...� La tavolata fremeva


d�impazienza. �Digli che se non se ne va di qui entro l�alba far� appendere la sua
carcassa infetta alle porte del castello!�

Il canonico Nicolaus si affrett� per anditi e corridoi, inciampando nella veste al


buio e gemendo piano dentro di s�. Qualcosa dal lontano passato, dalla sua
infanzia, continuava a frullargli nella testa: I turchi impalano i prigionieri! I
turchi impalano i prigionieri! Sotto il portico, alla luce delle torce, aspettava
una figura scura, avvolta in un mantello nero. Il vento infuriava, portandosi via
tutto nel turbinoso vortice della tempesta, turchi e Rospo, scettro e Croce
teutonica, croste, polvere, vecchi stracci, una corona ammaccata: tutto.

�Tu!�

�S�, fratello: io.�

* * *

Il declino del vescovo Lucas ebbe misteriosamente inizio quella notte in cui
Andreas arriv� a Heilsberg. Non che fosse ammalato o che gli fosse venuta meno la
ragione, ma si fece strada in lui una specie di paralisi impalpabile eppure
devastante che fin� per minare la sua volont� di ferro. Il re di Polonia, ubriaco e
mortalmente irritato, non volle pi� sentire nulla dei cavalieri teutonici e se ne
and� il mattino dopo con i suoi accoliti, malgrado il tempo. Il vescovo,
sconcertato e querulo, in preda a una rabbia impotente e colpito da una pioggia
cupa, rimase l� fermo a guardare mentre le sue speranze per la sicurezza
dell�Ermland se ne andavano insieme al drappello reale nella tempesta e nel buio.
Di chiunque altro si sarebbe detto che stava invecchiando, che aveva trovato pane
per i suoi denti nel re e nel suo ambasciatore, ma in questo caso una
semplificazione del genere era del tutto insufficiente. Forse qualcosa di oscuro
aveva aspettato al varco anche lui, in una forma vaga che di colpo aveva trovato
un�orrenda incarnazione nell�arrivo di Andreas.

�Quel bastardo rognoso se n�� andato?�

�No, mio signore. Mio signore, � malato, non potete mandarlo via.�

�Non posso? Non posso, adesso!� Era paonazzo, scosso, e ondeggiava infuriato come
una grossa vescica gonfia. �Scovalo, in qualunque topaia si nasconda, e digli,
digli... Ah!�

Il canonico sal� fino alla sua cella, in cima alla torre, dove suo fratello sedeva
sul bordo del letto con il mantello gettato sulle spalle e mangiava una salsiccia.

�Hai parlato con il vescovo, a quanto vedo� gli disse. �Sei tutto sudato.� Rise, un
debole suono asciutto, sottile, raschiante. Alla luce della candela la sua faccia
era orribile e orribilmente affascinante, ancora peggio di come gli era sembrata di
primo acchito nel portico male illuminato, una cosa spaventosa, definitiva, una
maschera di fango con due occhi, che emetteva un�orrenda voce familiare. Era ormai
quasi calvo sopra una fronte nodosa in suppurazione. Il labbro superiore era
completamente mangiato da un lato, per cui la bocca era tutta storta in quello che
non era un ghigno e neppure una smorfia. Una delle orecchie era un grumo di carne
bianca sgretolata, mentre l�altra era intonsa, una conchiglia rosacea che nella sua
perfezione sorprendente sembrava molto pi� terrificante della sua gemella rovinata.
Il naso era pallido e gonfio, irreale, quasi morto, come se l�, nelle narici
devastate, la morte burlona avesse segnato il punto in cui forzare l�ingresso
quando sarebbe arrivato il suo momento. Con danni del genere, l�assenza di sangue
non cessava di sorprendere. �Temo che nostro zio non mi voglia bene, fratello.�

Il canonico annu�, incapace di parlare. Si sentiva scisso, come se mente e corpo si


fossero separati: l�una era l� a contorcersi per l�orrore, impotente e sconvolta,
l�altro dritto in piedi in mezzo alla stanza, un accrocco di legno e paglia che
faceva di s� con la testa come un manichino da fiera. Una volta di turbolenta
oscurit�, tenuta in aria solo dalla debole fiamma della candela, premeva sulla
piccola stanza. Nicolaus prese una sedia e si sedette molto lentamente. Ripeteva a
se stesso che quello non era Andreas, non poteva essere, era un fantasma che stava
sognando. Ma era Andreas, lo sapeva. A sorprenderlo era il fatto di non essere
sorpreso: aveva sempre conosciuto, pur senza ammetterlo, la natura della malattia
di suo fratello? Di colpo le sue due met� divise si riunirono con uno schiocco
ripugnante e Nicolaus esclam�, strofinandosi le mani:

�Andreas, Andreas, come sei caduto in basso!�

Il fratello lo guard� divertito e gratificato per il suo tormento e disse in tono


leggero:

�Sai, avevo il sospetto che non avresti mancato di notare qualche piccolo
cambiamento in me, dall�ultima volta che ci siamo visti. Sono invecchiato, secondo
te? Eh?�

�Ma cosa... cosa...?�

Ma lo sapeva fin troppo bene. Andreas rise di nuovo.

�Ma che diamine, fratello, il morbus gallicus, oppure sifilide, come la chiama il
tuo caro amico Fracastoro nei suoi famosi versi su Syphilis, il bel ragazzo
abbattuto dagli dei. Un disturbo alquanto fastidioso, ti assicuro.�

�Oh, Cristo. Andreas.�

Andreas aggrott� la fronte, se cos� si poteva definire quel rigonfiamento della sua
faccia mutilata.

�Risparmiami la tua piet� e la tua ansia ipocrita, maledizione� disse. �Sono caduto
in basso, eh? Che pagliaccio servile, sei! Preferisco imputridire per il mal
francese che essere come te, morto dal collo in gi�. Io ho vissuto. Capisci che
cosa vogliono dire queste parole, tu che sei un morto che cammina, poveretto te?
Quando io sar� morto e sotterrato non sar� in basso come sei tu adesso, fratello!�

Sul globo di luce in cui erano seduti premevano forme indistinte, una sedia, il
giaciglio, libri impilati come una fila di denti, oggetti timidi e muti, inanimati
eppure all�apparenza vivi, desiderosi di parlare. Il canonico si guardava intorno,
incapace di sostenere il peso degli occhi ardenti del fratello, e si chiedeva
incerto se quelle cose tra le quali viveva l�avessero in qualche modo depredato di
qualche presenza essenziale, di un qualcosa di vivido e di assolutamente vitale,
per impregnare se stesse di un po� di vita vicaria. Perch� senz�altro (Andreas
aveva ragione!) lui era in un certo senso morto, freddo, irraggiungibile. Persino
in quel momento non era davvero Andreas che commiserava, ma la commiserazione
stessa. Un senso sembrava averlo. Tra l�oggetto e l�emozione per lui doveva sempre
esserci un qualcos�altro a mediare. S�, un senso ce l�aveva. Non sapeva quale. E
poi tutto si disperse, tutti quei frammenti paradossali di quasi introspezione, e
fu di nuovo nell�ossario.

�Perch� mi odi cos� tanto?� chiese al fratello, non arrabbiato e neppure


particolarmente triste, ma curioso, con soggezione.

Andreas non rispose. Pesc� da sotto il mantello un pezzo di formaggio lurido, lo


guard� dubbioso e lo mise di nuovo via. �C�� del vino?� brontol�. �Dammi qui.� E il
fantasma della bella creatura splendente, imperiosa e caparbia che un tempo era
stato comparve fugacemente nella luce gialla impastata, fece un cenno altezzoso con
la testa e scomparve. Tir� fuori una canna cava e, girandosi furtivo con la
meticolosit� dell�animale ferito, ne inser� un�estremit� tra le labbra e succhi�
una sorsata di vino. �Penserai che sia giusto cos� borbott�, �che io non abbia pi�
una bocca da cui bere. Hai sempre disapprovato che bevessi.� Si asciug� le labbra
attentamente con il polso. �Be�, smettiamola di rivangare il passato: parliamo del
presente. Ti sei venduto allo zio Lucas, eh? Mi chiedevo per quanto. Un�altra
grassa prebenda? Sento dire che ti ha concesso un altro canonicato a Breslau:
ricchi guadagni, oserei dire. Ma non abbastanza per comprarti del tutto, avrei
pensato. O ti ha promesso l�Ermland, il vescovato? Dovrai prendere gli ordini
maggiori, per quello. Be�, non dire niente, non fa nulla. Tu marcirai qui,
esattamente com�� certo che io marcir� altrove. Forse torner� a Roma. Ho amici
laggi�, influenza. Tu non mi credi, vedo. Ma non fa niente neanche questo. Che
altro posso dirti? Ah, s�: sono padre.� Di colpo gli brillarono gli occhi, radiosi
di perfidia. Il canonico trasal�. �S�, la sgualdrina che mi ha infettato si �
riscattata in qualche modo sgravandosi di un figlio. Pensa, fratello: un figlio, un
piccolo Andreas! Ti brucia l�anima casta, eh?�

Oh, s�, gli bruciava, gli bruciava forte, peggio di quanto si sarebbe mai
immaginato. Andreas dimostrava una mira inquietante: Nicolaus si sentiva arido come
una donna sterile. Disse:

�Dov�� adesso, tuo figlio?�

Andreas prese un altro sorso di vino e alz� gli occhi, con una smorfia di tormento.
�Difficile dire dove possa essere; in Purgatorio, m�immagino, considerato che �
stato generato in modo cos� scandaloso. Non poteva vivere, non con genitori del
genere, no.� Sospir� e si guard� intorno distrattamente nella stanza buia, poi
rovist� di nuovo sotto il mantello e questa volta tir� fuori una carota cruda con
ancora il ciuffo verde attaccato. �Ho chiesto al tuo uomo di sgraffignarmi qualcosa
da mangiare e guarda cosa mi ha portato, quel cane.�

�Max?� gemette stridulo il canonico, �� stato Max? Ha visto il tuo... ti ha visto


bene? Dir� al vescovo in che stato sei. Andreas.�

Ma Andreas non lo ascoltava. Lasci� cadere la carota dalle dita e la fiss� sul
pavimento come se fosse tutta la speranza, tutta la felicit� perduta. �Le nostre
vite, fratello, sono un breve viaggio negli intestini di Dio. E siamo presto
cacati. Queste colline non sono colline ma emorroidi celesti, questa terra � una
messe di sterco consacrato, nel quale alla fine sprofondiamo.� Fece un�altra
smorfia. �Be�, che cosa ne dici? Non � un�idea allegra? Il mondo come ventre di
Dio: ecco un�immagine sconcertante per i tuoi dottori di astronomia. Su, bevi un
po� di vino. Perch� ti odio? Ma non � vero. Odio il mondo e tu, per cos� dire, mi
intralci il passo. Avanti, versati un po� di vino, su, prendiamoci una bella
sbronza. Come fischia il vento! Ascolta! Oh, fratello, oh, che male ho.�

Un freddo gelido invase le vene del canonico. Era emerso dal lato estremo del
dolore e dell�orrore in una distesa gelata. Disse:

�Non puoi stare qui, Andreas. Max dir� per certo al vescovo come stanno le cose.
Lui sa che sei malato, ma non sa quanto, non sa con quanta... evidenza. Ti caccer�
via, ha gi� minacciato di farti impiccare. Devi andartene adesso, stanotte. Mander�
Max con te in citt�, perch� ti trovi un alloggio�. E con lo stesso tono secco,
misurato, aggiunse: �Perdonami�.

Andreas aveva ripreso in mano il suo bastone d�ebano e ci si appoggiava


pesantemente, dondolando avanti e indietro, l� seduto. Era ubriaco.

�Ma raccontami quello che pensi tu del mondo, fratello� borbott�. �Secondo te � un
posto degno? Siamo angeli radiosi che vivono in Paradiso? Su, dai, dimmelo, tu cosa
ne pensi?�

Il canonico fece una smorfia e scosse la testa. �Niente, io non penso. Adesso vuoi
andartene, per piacere?�

�Cristo!� esclam� Andreas alzando il bastone come per colpire. Il canonico non
batt� ciglio e i due rimasero cos�, con l�arma tremula sopra di loro. �Dimmelo,
accidenti a te! Dimmi quello che pensi!�
�Io penso� disse calmo il canonico Koppernigk �che il mondo sia assurdo.�

Andreas abbass� il bastone e fece di s� con la testa, sorridendo, era quasi un


sorriso, quasi beato. �Era questo che volevo sentirti dire. Ora me ne vado.�

Se ne and�. Max gli trov� un buco in cui nascondersi. Il vescovo, convinto, perch�
voleva convincersene, che avesse lasciato il paese, fece sapere di non voler pi�
sentir parlare di lui. Ma una rabbia e una sofferenza come quelle di Andreas non si
lasciavano cancellare tanto facilmente. Il suo arrivo aveva contaminato il castello
e qualche componente malefica della sua presenza persisteva, una desolazione, un
offuscamento dell�aria. Il canonico and� a trovarlo una volta. Stava sdraiato al
buio in una soffitta con le imposte chiuse e non apr� bocca, fingendo di dormire.
Dalla coperta sudicia non si vedeva emergere altro di lui se non la punta del
cranio, scagliosa di forfora e vecchie croste, con ciuffi di capelli radi a
chiazze, era orribile, uno strazio. Di sotto il locandiere gli lanci� un�orrenda e
maliziosa occhiata d�intesa. Si sfreg� le mani nel grembiule prima di prendere le
monete che il canonico gli offriva.

�Devi dargli cibo migliore. Niente delle tue sbobbe, bada bene. Manda qualcuno al
castello per le provviste, se necessario. Non dirgli che ho parlato con te, che ti
ho dato dei soldi.�

�Oh, certo, Vostra Eccellenza, acqua in bocca. E per le cibarie far� come abbiamo
detto.�

�S�.� Guard� l�uomo farsi piccolo per guadagnarsi i suoi favori e vide se stesso.
�S�.�

Gli affari ecclesiastici lo portarono ad accompagnare lo zio a Cracovia. Per una


volta fu felice di quel viaggio lungo e faticoso. Mentre attraversavano la pianura
prussiana diretti a sud, sent� la morsa di quello spaventoso fantasma nella
soffitta indebolirsi e infine scomparire.

A Cracovia trascorse dal libraio Haller il poco tempo in cui il vescovo lo lasciava
libero dagli impegni di segretario. Haller stava pubblicando la sua traduzione dal
greco bizantino al latino delle Epistole di Simocatta. Era un libriccino scialbo.
Vedere il testo, misteriosamente, terribilmente nudo in bozza gli aveva dato la
nausea. Se vuoi dominare il tuo dolore, vai a errare fra le tombe... Oh! Ma il
testo non era importante. La cosa importante era la dedica. Lo scopo era
ingraziarsi il vescovo.

Per quel delicato compito Nicolaus era ricorso all�aiuto di un vecchio conoscente,
Laurentius Rabe, un poeta e clerico vagante che era stato per breve tempo suo
docente negli anni trascorsi all�universit� di Cracovia. Rabe, che all�occasione si
serviva del magniloquente nome latinizzato di Corvinus, era un arzillo vecchietto
con le gambe gracili, un petto portentoso e due acquosi occhi celesti. Amava
vestire di nero e sfoggiava ancora con orgoglio il liripipium della laurea. Non era
un corvo, malgrado il nome, ma assomigliava piuttosto a un uccellino rapido e
schizzinoso, una rondine, forse, o un rondone. Una gemma brillava sulla punta del
piccolo becco appuntito.

�Vorrei qualche verso, sapete� spieg� il canonico, �per lusingare mio zio. Ve ne
sarei estremamente grato.�

Si trovavano nel baccano della stamperia nel retrobottega di Haller. Rabe fece
rapido di s� con la testa, strofinandosi le dita coi geloni come fasci di rametti
secchi.
�Ma certo, ma certo� esclam� con la sua vocetta tesa. �Ditemi che cosa vi serve.�

�Una cosuccia, poche righe.� Il canonico Nicolaus alz� le spalle. �Qualcosa su Enea
e Acate, diciamo, una cosa del genere, lealt�, devozione, lo sapete. Il metro non
importa...�

�Oh.�

�Ma � importantissimo che ci mettiate qualcosa sull�astronomia. Ho in progetto di


pubblicare un piccolo lavoro sul moto dei pianeti, un abbozzo di un�opera molto pi�
grande che ho in preparazione, sapete. Questo Commentariolus preliminare � cosa
modesta, ma temo polemiche tra gli scolastici e quindi mi occorre il sostegno del
vescovo, capite.� Balbettava, tutto nervoso e imbarazzato. Trovava inspiegabilmente
ripugnante parlare ad altri del proprio lavoro. �In ogni modo, voi sapete come
funzionano queste cose. Mi farete questa cortesia?�

Rabe era lusingato e l� per l�, quasi sopraffatto, continuava ad annuire, emettendo
dei rumorini striduli. Si stava preparando a fare uno dei suoi discorsi pomposi. Il
canonico non aveva tempo per cose del genere.

�Scusatemi� disse brusco. �Devo parlare a Haller.� Lo stampatore si stava


avvicinando tra le panche, un omone silenzioso, flemmatico, in grembiule di cuoio,
e si grattava la barba con un pollice imponente studiando un foglio di pergamena.
�Meister Haller, vorrei aggiungere alcuni versi alla dedica: si pu� fare?�

Haller corrug� la fronte pensieroso, poi annu�.

�Possiamo farlo� disse austero.

Rabe guardava il canonico con un�espressione interrogativa, bonario e un po�


mortificato.

�Siete cambiato, mio caro Koppernigk� mormor�.

�Come?�

�Siete diventato un uomo pubblico.�

�Ah s�? Be�, forse.� Che cosa poteva voler dire? Non importa. �Mi farete questo
favore, allora? Vi pagher�, naturalmente.�

Si mise a guardare le bozze e, quando alz� di nuovo gli occhi, Rabe se n�era
andato. Ebbe la netta impressione, vagamente allarmante, che il vecchio fosse stato
in qualche modo ripiegato e messo via, con cura ma senza cerimonie: chiuso come un
libro noioso, per cos� dire. Scosse la testa insofferente. Non aveva tempo per
preoccuparsi delle inezie.

Aveva tutto il tempo del mondo. Non c�era fretta. In cuor suo sapeva che il vescovo
non sarebbe stato colpito dal Commentariolus sulla teoria dei pianeti del dottor
Copernicus (non sembrava il nome di un elisir fabbricato da qualche ciarlatano?)
pi� che dal grigio Simocatta. O ne sarebbe stato colpito al punto da proibirne la
pubblicazione. I tempi erano infausti. In Germania la Chiesa era sotto attacco,
mentre gli umanisti erano esecrati in ogni dove, e tradurre Simocatta avrebbe
potuto essere considerato un passatempo da umanista, immaginava il canonico, per
quanto ridicola gli sembrasse quell�idea. Il vescovo Lucas aveva gi� problemi in
abbondanza sul fronte esterno senza bisogno di esporsi all�accusa di lassismo in
casa propria. Un nipote che dava scandalo bastava.

�Che devo fare con lui!� sbrait�, picchiandosi il pugno sulla fronte. �Avanti, sei
il mio medico, dammi un consiglio su come liberarmi di questo malanno che � il tuo
dannato fratello.�

�Sta male, mio signore� disse il canonico Nicolaus pacato. �Dobbiamo sforzarci di
essere caritatevoli.�

�Carit�? Carit�? Cristo santo, non mi dare il voltastomaco. Come faccio a essere
caritatevole con quel... quel... con quella lebbra, con quella piaga purulenta? Tu
l�hai visto: si sta decomponendo, quella bestia si sta decomponendo a vista
d�occhio! Gesummaria, se dovessero saperlo a Roma, di questo scandalo...�

�Mi ha detto che ha influenza in Vaticano, mio signore.�

�O a K�nigsberg! Ah!� Si sedette di colpo, inorridito. �Se lo sanno a K�nigsberg,


che cosa non ne caveranno, i cavalieri. Bisogna fare qualcosa. Mi liberer� di lui,
nipote, bada bene, mi liberer� di lui.�

Erano nella biblioteca, un ampio e freddo salone di pietra che in tempi passati era
stato il guardaroba, dove adesso si amministravano gli affari del castello e di
tutto l�Ermland. Il mobilio era scabro, qualche sedia poco invitante, un
inginocchiatoio, un tavolo italiano di assurda raffinatezza, l�ampio scrittoio di
fianco al quale il canonico si sedeva su uno sgabello basso con penna e lavagna
davanti a s�. Una parete era rivestita da un grande arazzo da cui, come da un
rompicapo elaborato, la faccia severa del vescovo sbirciava con fare guardingo
sotto varie spoglie, mentre sullo sfondo, quasi incidentalmente, era raffigurato il
martirio di santo Stefano. Un candelabro a sette bracci spargeva una luce bruna,
subacquea. I funzionari meschini e nervosi chiamati in quella sala nel corso degli
anni avevano lasciato un segno nell�aria, un vago, muto senso di angoscia e colpa e
fallimento. Era la stanza preferita del vescovo Lucas, che inspirava quell�aria
maleodorante a grandi boccate, tutto orgoglioso. Ultimamente lasciava la biblioteca
solo per mangiare e per dormire. L� dentro era al sicuro, mentre fuori infuriava la
pestilenza, la piaga dello spirito resa tangibile dall�arrivo di Andreas. Al
ritorno da Cracovia l�avevano trovato asserragliato nel castello, deciso, con
orrenda allegria, a non farsi sfrattare, questa volta. Max l�aveva sistemato con
tutte le comodit� nella torre del suo padrone, dove Andreas aveva trascorso il suo
tempo in attesa del loro ritorno leggendo gli appunti e le versioni preliminari del
libro segreto del canonico... Un clima di catastrofe era calato su Heilsberg.

Il vescovo riprese a fare avanti e indietro, una specie di campanone traboccante di


paure e frustrazione che per la rabbia sbatacchiava rimbombando a pi� non posso
nella sua lunga e voluminosa veste porpora. Si ferm� alla piccola bifora e rimase a
fissare fuori con il pugno stretto dietro la schiena. Il vetro era coperto di brina
e una pallida luna simile a un grasso teschio di formaggio splendeva sul paesaggio
innevato.

�Potrei farlo assassinare� disse tra s� e s�. �Sei in grado di trovarmi un


assassino di cui possiamo fidarci?� Si gir� torvo. �Sei in grado?�

Il canonico Nicolaus chiuse stancamente gli occhi. �Mio signore, la vostra lettera
a re Sigismondo...�

�Al diavolo re Sigismondo! Ti ho fatto una domanda.�

�Di certo non parlavate sul serio.�

�Perch� no? Non sarebbe meglio per lui se fosse morto? � gi� morto, se non per il
fatto che il suo cuore nero continua a battere per ripicca.�

�S� mormor� il canonico, �s�, � gi� morto.�


�Precisamente. Quindi...�

�� mio fratello!�

�S�, ed � mio nipote, il figlio di mia sorella, sangue del mio sangue, e io sarei
felice di vederlo sgozzato se sapessi che si pu� fare con la dovuta discrezione.�

�Non posso credere...�

�Che cosa? Che cosa non puoi credere? � una iattura, e io mi liberer� di lui.�

Il canonico si accigli�. �Allora, Eccellenza, vi libererete anche di me.�

Lo zio gli si avvicin� lentamente e rimase a fissarlo incuriosito. Sembrava


gratificato, come se il pensiero che il lungo elenco di ferite procurategli da un
mondo schifoso si era appena compiuto gli desse una certa macabra soddisfazione.

�Sicch� mi tradirai anche tu, � cos�?� disse vivace. �Bene, bene, siamo arrivati a
questo. Dopo tutto quello che ho fatto per te. Bene. E dove andrai, di grazia?�

�A Frauenburg.�

�Ah! E marcirai l� tra i topi della cattedrale? Sei uno sciocco, nipote.�

Ma il canonico quasi non lo sentiva pi�, tutto preso com�era a contemplare quel
nuovo io irriconoscibile che di colpo era spuntato dal nulla, agitando i pugni in
segno di sfida e agognando un�apocalisse. Eppure era calmo, proprio calmo,
calmissimo. Era ovviamente la cosa pi� logica da fare; s�, avrebbe lasciato
Heilsberg, quell�imperativo era ineludibile, gli risuonava nel sangue, un grande
accordo nero. Avrebbe abbracciato l�esilio, avrebbe rinunciato a tutto, per
Andreas. Sarebbe stata la prova irrefutabile del suo affetto per il fratello. E non
ci sarebbe stato bisogno di parole. S�. S�. Diede un�occhiata intorno, sbattendo le
ciglia, stupefatto della gioia e dello sgomento che guerreggiavano nel suo cuore
confuso. Era tutto cos� semplice, in fondo. Il vescovo alz� le braccia al cielo e
usc� con passo pesante.

�Sciocco!�

Andreas rise. �Sciocco fratello. Credi di potermi sfuggire rifugiandoti tra i pii
canonici?�

�Parla di assassinio, Andreas.�

�E allora! Un coltello alla gola non � la cosa peggiore che possa capitarmi. Oh, ma
vattene. Tu e i tuoi falsi assilli mi fate vomitare. Niente per te sarebbe meglio
che vedermi morto. Io ti conosco, fratello, ti conosco.� Il canonico non disse
nulla. Quel che c�era da dire non poteva essere detto. Nessun bisogno di parole?
Ah! Si gir� per andarsene, ma Andreas, scaltro, lo trattenne per la manica. �Nostro
zio sar� curioso di sapere come hai trascorso tutti questi anni sotto la sua
protezione, non credi?�

�Ti prego di non dirgli nulla di questo mio lavoro. Non avresti dovuto leggere le
mie carte. Sono tutte sciocchezze, non � altro che un passatempo.�

�Oh, ma tu sei troppo modesto. Ritengo sia mio dovere metterlo al corrente di
queste teorie interessantissime che sei andato formulando. Un universo
eliocentrico! Ne sar� impressionato. Be�, che ne dici?�
�Non posso impedirti di tradirmi. Ormai non ha pi� molta importanza. Dammi retta,
Andreas, e vattene da Heilsberg o lui ti far� di certo molto male.�

Andreas digrign� i denti.

�Tu non capisci� disse. �Io voglio morire!�

�Sciocchezze. Tu vuoi vendicarti.�

Rimasero entrambi sbigottiti da quelle parole, il canonico non meno di Andreas, che
si ritrasse con un�espressione offesa.

�Tu che cosa ne sai?� borbott� imbronciato. �Vai pure, filatela dai tuoi amici
baciapile a Frauenburg.� Ma mentre il canonico scendeva le scale la porta si
spalanc� dietro di lui e Andreas comparve incorniciato dalla luce della candela
come un ragno nero penzolante ed esclam�: �S�, s�, trover� vendetta!�

Il canonico Koppernigk part� per Frauenburg nottetempo, una figura scura avvolta
nel mantello, accasciato in sella a una giumenta bolsa. Era solo. Max aveva scelto
di rimanere al servizio di Andreas. Andava bene cos�. Potevano provarci, ma non gli
avrebbero portato via tutto, no. Se la sentinella gli si fosse avvicinata si
sarebbe annunciato con fierezza, avrebbe proclamato il proprio nome imprimendolo
come un sigillo in quell�oscurit� di cera perch� tutta Heilsberg lo sentisse:
dottor Copernicus! Ma la sentinella dormiva.

* * *

Lass� in riva al Baltico il giorno spuntava con tempeste di fuoco impietrito. Non
aveva mai visto albe del genere. Erano eccessive, vagamente allarmanti,
nient�affatto di suo gusto. Era arrivato a detestare gli estremi. Il cielo era in
tutto e per tutto troppo vasto, troppo alto e troppo esagerato nei suoi vuoti
impeti burrascosi. Era tutta superficie. Preferiva il mare, i cui abissi nascosti
gli comunicavano un senso di vasta calma grigia. Ma a volte anche il mare lo
disturbava, quando per uno scherzo della marea o della luce montava nel vano della
sua finestra, gonfio, color ardesia, come il dorso di un mostro che emerge
dall�acqua, minaccioso e ineluttabile.

Aveva chiesto la torre all�angolo nordoccidentale delle mura della cattedrale. Il


capitolo di Frauenburg l�aveva preso per pazzo. Certo, era un luogo tetro, spoglio,
ma gli si confaceva. C�erano tre stanze imbiancate a calce costruite esattamente
una sull�altra. Dal secondo piano una porta conduceva a una specie di piattaforma
in cima alle mura, che poteva fungere da osservatorio, offrendogli un�ampia vista,
sulle grandi distese a sud, a nord e a ovest al di l� dello stretto specchio
d�acqua dolce noto come Frisches Haff fino al Baltico, e sulle stelle di notte.
Come mobili aveva un giaciglio per dormire, un tavolo, due sedie, un leggio. La
seconda sedia lo preoccupava in quanto suggeriva la possibilit� di un ospite, ma
aveva acconsentito a farla rimanere, sapendo che la perfezione non � di questo
mondo. In ogni caso, quanto a vistosit� la scrivania surclassava di gran lunga
qualunque numero di sedie. Era appartenuta a suo padre, aveva chiesto a Katharina
di fargliela arrivare da Torun, per ricordo. Era un grosso e solido oggetto di
rovere, con cassetti e maniglie di ottone e sul piano un inserto di pelle verde
consunto; c�entrava poco con quella cella disadorna ma era una parte del passato e
con il tempo ci si abitu�. Sentiva che sarebbe stato preferibile lasciare le stanze
completamente spoglie, ma non era un estremista. � che in quella torre di pietra
grigia, in quel luogo minimo, aveva percepito un�immagine del suo io pi� profondo,
che mobili, averi, comodit� non facevano che offuscare. Adesso era alla ricerca
della cosa in s�, disadorna, sassosa.

Il capitolo esigeva poco da lui. Gli altri quindici canonici, che vivevano in
grande stile con servitori e cavalli e tenute fuori dalle mura, lo consideravano un
poveretto. La sua torre era per loro un incomprensibile e sospetto segno di umilt�.
Eppure lo trattavano con studiata deferenza. Nicolaus immaginava che avessero paura
di lui o di quel che rappresentava: dopotutto, era il nipote del vescovo. Lui non
aveva alcun interesse a rassicurarli su questo punto. In ogni caso, il loro timore
li teneva a una gradita distanza: l�ultima cosa che desiderava era compagnia. Al
suo arrivo a Frauenburg aveva immediatamente ricevuto, con una sollecitudine quasi
indecente, la nomina a visitator, un titolo perlopi� onorifico comminatogli
probabilmente nella speranza di placare per il momento la fame di promozione che i
canonici immaginavano dovesse attanagliare il sobrio e inquietante nuovo arrivato.
Lui si faceva un dovere di partecipare alle riunioni del capitolo e rimaneva
seduto, senza mai proferire parola, ascoltando diligentemente gli infiniti discorsi
su decime e tasse e politiche ecclesiastiche. Sopportare le funzioni quotidiane in
cattedrale era pi� facile. Come canonico non ordinato era tenuto a essere presente,
ma naturalmente non a officiare. A differenza delle sedute del capitolo, dove la
sua presenza muta e cogitabonda era vissuta con palese fastidio, in chiesa la sua
reticenza trovava un ideale contraltare nell�immenso silenzio glaciale di Dio.

Capitava di rado che si spingesse oltre i dintorni di Frauenburg. La citt� gli


piaceva. Era vecchia, sonnolenta, sicura, gli ricordava la sua citt� natale; gli
bastava. Una volta si rec� a Torun, dove and� a trovare i Gertner, e a Kulm a
salutare Barbara al convento. Nessuna delle due visite fu un successo. Con Barbara
continuavano a non riuscire a gestire il loro rapporto da adulti e Katharina... era
sempre Katharina. Stabil� di non avventurarsi pi� altrove e rifiut� cortesemente
gli inviti dei colleghi ad accompagnarli nei frequenti giri di gozzoviglie per la
diocesi. Aveva l�impressione di essere giunto a un arresto definitivo. Le ondate
del mondo si frangevano burrascose e strepitanti molto lontano dalla pozza di
silenzio in cui lui galleggiava.

Del tutto indisturbato per� non lo lasciavano. Alcune increspature s�infiltravano


rimescolando il sudiciume sul fondo della pozza. Gli giunse notizia della morte di
Rabe, il povero Corvinus, proprio il giorno in cui la copia della traduzione di
Simocatta che aveva inviato al vescovo Lucas torn� da Heilsberg intonsa e ignorata.
Poi una sera ricomparve Max, accigliato e pieno d�imbarazzo; raccont� che Andreas
se n�era tornato in Italia con milleduecento fiorini d�oro ungheresi nella cintura,
consegnatigli a fini ecclesiastici dal capitolo di Frauenburg.

�Come!� Il canonico era allibito. �Che cosa stai dicendo? � stato qui? Quando �
stato qui?�

Max fece spallucce. �S�, � stato qui. Gli hanno dato l�oro. Se n�� andato. Mi ha
mandato al diavolo. Anche vostro zio gli ha dato dei soldi, per liberarsi di lui.
Un cattivo partito, vostro fratello, se posso permettermi, signore.�

Il canonico si sedette. �Milleduecento fiorini d�oro!� Brutta storia, ma peggio


ancora, molto peggio, era che Andreas fosse stato a Frauenburg e nessuno avesse
pensato di metterlo in guardia. (Metterlo in guardia? Gir� e rigir�
quell�espressione, esaminandola a fondo.)

Non avrebbe avuto requie, questo era chiaro. Per quanto lontano fuggisse,
l�avrebbero seguito. Gli arrivavano misteriosi emissari, abilmente camuffati.
L�estraneo all�apparenza pi� innocente o persino chi pensava di conoscere poteva di
colpo con un�espressione, una parola, recapitargli il messaggio segreto: attento.
Si era liberato di qualunque cosa potesse dargli conforto, ma evidentemente non era
abbastanza, la rinuncia non era abbastanza. Era dunque la passivit� il suo crimine?
Si mise a lavorare per conto del capitolo, accettando solo i compiti pi� servili e
sgradevoli. Scriveva lettere, riscuoteva gli affitti, redigeva rapporti che nessuno
leggeva; cavalcava in lungo e in largo per la diocesi per affrontare minutaglie,
freneticamente, come un marinaio che corre sul ponte di una nave in procinto di
affondare, tappando falle che si riaprono subito dopo. Il capitolo si convinse
definitivamente di avere a che fare con un pazzo. Trattava, quasi in ginocchio, con
funzionari irridenti che arrivavano da Cracovia e da K�nigsberg. E curava gli
ammalati. Persino loro talvolta rivelavano con suo sgomento malizie infide.

Era strano: la gente aveva un�estrema fiducia in lui. Gli mandavano gli ammalati
pi� gravi, i casi senza speranza, bambini lebbrosi, mogli al lumicino, vecchi. Lui
non poteva fare niente, ma continuava caparbiamente a dare consigli e ammonizioni,
tracciava segni in aria, corrucciato per il peso di una saggezza del tutto
fittizia. Pi� erano strane le sue terapie e grotteschi gli ingredienti delle
pozioni che rovesciava nelle loro gole, pi� sembravano soddisfatti. E che diamine,
qualcuno guariva persino! Si guadagn� una discreta reputazione in tutto l�Ermland.
Ma non dubit� mai neppure per un attimo di essere un imbroglione.

Ci fu una ragazza, Alicia si chiamava, non poteva avere pi� di quindici anni, una
creatura sottile e delicata. Gliela portarono un giorno di aprile. L�aria era
inzuppata di sole e pioggia, ombre di nuvole guizzavano sul mar Baltico splendente.
Indossava un abito verde. La torre non sapeva che cosa fare con lei: un tale
incanto era pi� di quanto quelle tetre pietre grigie potessero affrontare. Il padre
era grasso e un po� ridicolo, troppo elegante per l�occasione, un mercante di
foraggio, membro del consiglio cittadino. Possedeva una casa in legno all�interno
delle mura e una vigna nei sobborghi. La sua stirpe proveniva dalla Bassa Sassonia,
stando a quanto sosteneva con malcelato orgoglio. Dichiar� che sapeva leggere e
anche scrivere; evit� con cura di incrociare direttamente lo sguardo del canonico.
La madre era una donna alta, triste, timida, vestita di nero, con una faccia larga
e pallida, tutta gonfia e rugosa, come se fosse perpetuamente sul punto di
piangere. Erano entrambi attempati. Gli confidarono che Alicia, un dono di Dio, era
arrivata quando ormai avevano perso ogni speranza; e si guardarono a vicenda con
timidezza, stupiti, e poi guardarono la figlia con una tale tenerezza addolorata
che il canonico fu costretto a voltarsi, l�amarezza del celibato che gli montava
dentro come bile.

�Per quale ragione siete venuti da me?�

�Pensiamo che non stia bene, padre� rispose il mercante. Esit� e guard� la moglie,
che si strizzava le mani pallide e robuste con le labbra che tremavano. Disse:

�Ha un... uno sfogo, padre, e c�� un flusso...�

�Vi prego, non chiamatemi padre, non sono un prete.� L�aveva detto per gentilezza,
per metterli a loro agio, ma il risultato fu solo di intimorirli ulteriormente. Lui
stesso era a disagio. Avrebbe voluto andarsene rapidamente, seduta stante, e
abbandonare quel grasso mercante di foraggio e la sua moglie triste e la figlia
malata, avrebbe voluto fuggire. Uno scroscio di pioggia lucida si rivers� sulla
finestra. Il mare scintillava. Non gli piaceva la primavera, stagione inquietante.
Sollev� il viso della ragazza mettendole pollice e indice sotto il mento e la
studi� in silenzio per un attimo. Un vago rossore le sal� dalla sottile gola
inviolata. Era impaurita anche lei. Oppure no? In quegli squisiti occhi di velluto
nero ebbe l�impressione di scorgere fugacemente un�espressione sardonica, fredda e
calcolatrice, penetrante e familiare. Si ritrasse da lei, aggrottato.

�Vieni� le disse. La madre, in pena, gemette piano e fece per toccare la figlia.
Alicia non la guard�. �Vieni, piccola, non avere paura.�

La condusse su per gli stretti gradini che portavano all�osservatorio. (I malati


erano provvidenzialmente intimoriti dall�astrolabio e il quadrante e tutti quei
tomi polverosi.) Quel giorno per� non era la paziente a essere maggiormente in
apprensione, bens� il medico. Lo strano e chiuso silenzio della ragazza era
inquietante. Sembrava in un certo senso tutta rivolta al proprio interno, avulsa
dal mondo, come fosse portatrice di un segreto che rendeva il suo io interiore del
tutto autosufficiente, come fosse iniziata a un culto.

�Dove hai questo sfogo, figliola?�

Lei continu� a tacere, ma rimase un attimo ferma, come se si dibattesse


interiormente, poi si chin� e alz� l�orlo delle gonne. Lui non ne fu sorpreso;
sgomento, s�, persino spaventato, ma non sorpreso. Era portatrice, questo era
certo. Ora capiva a quale culto era stata iniziata. Che strano: il sole splendeva
sul mar Baltico, i tigli erano in boccio e l�acqua, l�aria e la terra vibravano di
complicit� per il fuoco del risveglio stagionale, eppure quella ragazzina era
infetta. Una volta di pi� lo colp� la mancanza di nesso tra cose e tempi. Il mondo
era l�, Alicia era qui, e tra i due si spalancava l�abisso. Lei lo guardava con
quegli squisiti occhi inespressivi senza paura n� vergogna, anzi, con una specie di
curiosit�. L�, tra il volto serafico e quel fiore spaventoso che le sbocciava in
segreto tra le fragili cosce di fanciulla c�era un altro nesso mancante.

�Con quale uomo sei stata?� le chiese.

Lei lasci� ricadere l�orlo dell�abito e con piccoli movimenti sussiegosi lisci� con
cura le pieghe della seta verde.

�Nessuno, padre� disse. �Non sono stata con nessuno.�

�Odisseo, dunque� mormor� il canonico, e prov� un leggero turbamento all�idea di


avere fatto una battuta in una circostanza del genere. Non gli veniva nient�altro
da dire. Le prese la mano e sent� la sua fragilit� straziante. �Ah, figliola,
figliola.� Non c�era niente da dire n� da fare. Il senso del suo fallimento lo
colp� come una martellata.

I genitori erano nella stessa posizione in cui li aveva lasciati, calmi e


dignitosi, come navi in bonaccia, nell�attesa di un miracolo. Non ebbero che da
guardarlo per sapere. Lo sapevano gi�, in cuor loro. Il silenzio era terribile. Il
canonico disse: �Suggerirei...�, ma il mercante e la moglie cominciarono a parlare
all�unisono e poi si interruppero confusi. La madre dava libero sfogo alle lacrime.

�C�� un giovane� disse. �Desidera sposare la nostra Alicia, padre.� La sua faccia
di colpo si sgretol� e gemette: �Oh, � un bravo giovane, padre!�

�Noi...� cominci� a dire il mercante, gonfiando il petto, ma non riusc� a


proseguire e si guard� intorno confuso e perso, come in cerca di un solido supporto
pur sapendo che non l�avrebbe trovato, n� l� n� altrove. �Noi!...�

�Mia sorella � badessa del convento cistercense di Kulm� disse rapido il canonico.
�Posso organizzare per far andare vostra figlia l�. Non c�� bisogno che prenda i
voti, naturalmente, sempre che voi non lo desideriate. Ma le monache avranno cura
di lei, e forse...� - Fermati! No! - �Forse, con il tempo, quando sar� guarita...
quando sar�... forse questo giovane... Ah!� Non ce la fece oltre. Lo sapevano, lo
sapevano tutti: l�inguine della ragazza brulicava di piattole, aveva il mal
francese, non si sarebbe mai sposata, probabilmente non sarebbe arrivata a
vent�anni, lo sapevano! Quindi perch� quella farsa? Fece un passo verso di loro e
quelli si ritrassero davanti a lui come colpiti dal vento della sua costernazione e
della sua rabbia. La ragazza non lo degn� neppure di un�occhiata. Avrebbe voluto
scuoterla o stringerla tra le braccia, strangolarla, salvarla, non sapeva che cosa
voleva e non fece nulla. Quando fu aperta la porta, un solido blocco di luce solare
li invest� e tutti esitarono un attimo, abbagliati, e poi madre e figlia voltarono
le spalle incamminandosi verso la strada. Il mercante di colpo pest� il piede.

�� stregoneria� disse in un rantolo, �lo so!�


�No� disse il canonico. �Non c�� nessuna stregoneria, qui. Adesso andate e
consolate vostra moglie e vostra figlia. Oggi stesso scriver� a Kulm.�

Ma il mercante non lo stava ascoltando. Annu� distrattamente, in modo meccanico,


come una grossa bambola sconsolata.

�La colpa deve ricadere da qualche parte� borbott� e, per la prima volta, guard� il
canonico negli occhi. �Deve ricadere da qualche parte.�

S�, s�; da qualche parte.

Le increspature aumentarono d�intensit�, divennero onde. Gli giunse voce che a Roma
si parlava di lui come dell�ideatore di una nuova cosmologia. Si diceva che Giulio
II in persona avesse manifestato il suo interesse. La colpa doveva ricadere da
qualche parte: risent� di nuovo quella voce che urlava vendetta per le scale. Un
senso di oppressione implacabile, di paura e di panico, lo attanagliava. Ma non
c�era nessun altrove dove fuggire. Scarrocciare era tutto quel che gli restava.

Di colpo un giorno Dio lo abbandon�. O forse era successo molto tempo prima ma se
n�era reso conto solo in quel momento. La crisi fu un fulmine a ciel sereno, perch�
non aveva mai messo in discussione la sua fede e si sentiva come un passante che si
ferma oziosamente a guardare una rissa e all�improvviso � atterrato da un tremendo
pugno vagante. Eppure non la si poteva davvero definire una crisi. Non aveva
l�anima in tumulto, non soffriva. L�evento era caratterizzato da una mancanza di
sentimento, da un torpore. Ed era strano: la sua fede nella Chiesa non vacill�,
solo la sua fede in Dio. La messa, la transustanziazione, il perdono dei peccati,
la nascita da una vergine, la vivida verit� di tutto ci� non la mise in dubbio
neppure per un attimo, ma dietro a questo, dietro al rituale, c�era adesso per lui
soltanto un vuoto bianco e silenzioso che era ovunque e tutto ed eterno.

Si confess� con il precentore, il canonico von Lossainen, ma pi� per curiosit� che
per rimorso. Il precentore, un vecchio infelice e malandato, sospir� e disse:

�Forse, Nicolaus, le forme esteriori sono la sola cosa in cui chiunque di noi pu�
credere. Non siete troppo duro con voi stesso?�

�No, no; non credo sia possibile essere troppo duri con se stessi.�

�Pu� darsi che abbiate ragione. Devo darvi l�assoluzione? Non so bene.�

�La disperazione � un grave peccato.�

�La disperazione? Ah.�

Cess� di credere anche nel suo libro. Per un po�, a Cracovia, in Italia, era
riuscito a convincersi che (cos�era?) il mondo fisico fosse passibile di indagine
fisica, che la cosa principale potesse essere desunta, che la cosa in s� potesse
essere detta. Anche quella fede era crollata. Il libro era ormai stato sottoposto a
due revisioni complete, in realt� due riscritture, ma invece di avvicinarsi agli
elementi essenziali, sapeva che stava puntando nel vuoto in una pazza orbita
eccentrica; invece di avvicinare la parola, la Parola cruciale, precipitava a
capofitto in un loquace silenzio. Aveva creduto possibile dire la verit�; ora si
rendeva conto che tutto quello che poteva essere detto era il dire. Il suo libro
non parlava del mondo, ma di se stesso. Pi� di una volta afferr� quella mostruosit�
incarnita e corse fino al fuoco, ma non ebbe la forza di compiere l�atto finale.

Poi infine arriv�, misteriosamente, uno spaventoso sollievo.


Fu in una sulfurea e ventosa sera di marzo, quando il domestico di Katharina giunse
per convocarlo a Torun, dove suo zio il vescovo giaceva infermo. Cavalc� tutta la
notte sotto una pioggia torrenziale finch� arriv� una fosca alba giallognola pi�
simile a un crepuscolo. A Marienburg un sole acquoso squarci� brevemente la
tetraggine. La Vistola era imbronciata. A sera aveva raggiunto Torun, esausto e
quasi in delirio per la mancanza di sonno. Katharina fu premurosa, il che gli
disse, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il caso era serio.

Il vescovo Lucas era stato a Cracovia al matrimonio di re Sigismondo. Durante il


viaggio di ritorno era caduto gravemente malato e, trovandosi pi� vicino a Torun
che a Heilsberg, aveva preferito farsi trasportare a casa della nipote. Ora si
contorceva in un sudore grigio nella stanza, anzi nel letto in cui il canonico
Nicolaus era nato ed era stato probabilmente concepito. E invero il vescovo, che
piagnucolava per il dolore e per il terrore della morte, sembrava a sua volta un
enorme neonato obeso travagliato da un parto straziante. Era lacerato da tremende
flussioni che, a quanto diceva, gli davano la sensazione di cacarsi le budella:
quello era. La stanza era illuminata da un�unica candela, ma un�orrenda luce pi�
forte sembrava spandersi dalla sua rabbia e dal suo dolore. Il canonico rimase
molto a lungo nell�ombra, a guardare il piccolo quadro vivente allestito intorno al
letto. Preti e suore andavano e venivano in silenzio. Un medico con una barba
grigia scuoteva la testa. Katharina mise una croce tra le mani dello zio, ma
armeggiando lui la fece cadere. Gertner si tormentava le unghie.

�Nicolaus!�

�S�, zio, sono qui.�

Quegli occhi afflitti cercarono i suoi invano, una mano tremante lo afferr� forte
per il polso. �Mi hanno avvelenato, Nicolaus. Le loro spie erano al palazzo,
ovunque. Oh, Ges� li maledica! Oh!�

�Sta delirando, ormai� disse Katharina. �Non possiamo fare niente.�

Il canonico gironzol� per la casa buia. Era diventata irriconoscibile. Sembrava


sempre la stessa, eppure ogni cosa sfiorata dalla sua presenza indagatrice gli
restituiva solo un silenzio ombroso e smorto, come se il morbido centro vivo delle
cose si fosse spento, si fosse pietrificato. La veglia al moribondo aveva concesso
un affrancamento dalle regole e s�imbatteva ovunque in strane scene licenziose.
Nella piccola camera che da bambino divideva con Andreas un paio di cani da caccia,
femmina e maschio, si drizzarono dal letto e gli ringhiarono contro, snudando le
fauci fosforescenti al buio. Sotto un tavolo in disordine nella sala da pranzo
trov� il suo servo Max e Rospo, il giullare del vescovo, ubriachi e addormentati,
avvinti in un grottesco abbraccio, ciascuno con una mano in grembo all�altro. Una
puzza come di acqua stagnante aleggiava per le scale. Dalle stanze della servit� si
sentivano risate e rumori di furtive baldorie. Le sue stesse dita, quando se le
port� al viso, odoravano di marcio. Si sedette accanto a un fuoco spento nella sala
grande e cadde in una specie di stato catalettico a met� tra sonno e veglia
affollato di fantasmi indistinti.

Nell�ora morta prima dell�alba fu chiamato nella stanza dell�infermo. Nel globo di
luce intorno al letto regnava una sensazione di stallo, come di un dito portato
alle labbra, in preparazione all�ingresso della dama nera. Solo il moribondo
sembrava non rendersi conto che il momento era imminente. Ormai quasi non si
muoveva pi�, eppure dava l�impressione di essere freneticamente occupato. La vita
dentro di lui si era ridotta a un punto che girava vorticoso, l�ultimo ingranaggio
in procinto di fermarsi mentre l�intero meccanismo si approssimava al definitivo
collasso. Il canonico era attanagliato da una sensazione d�incongruenza, di essere
vestito in modo inappropriato, di essere per un certo verso tutto sbagliato. Di
colpo il vescovo spalanc� gli occhi e guard� in su con un�espressione attonita e
con voce chiara e stentorea grid�: �No!� e tutti, nella stanza, si bloccarono,
fermissimi e in totale silenzio, come i bambini quando giocano a nascondino, quasi
temessero che emettere un suono avrebbe comportato una penitenza orrenda. �No!
Lontana!� Ma la Signora non si lasci� respingere e, spossato e informe, un fagotto
di dolore e sconcerto insudiciato e battuto e gi� indistinto, il vescovo Lucas
Waczelrodt si ecliss� verso l�oscurit� sotto il lembo nero di quel mantello
avvolgente. Il prete gli unse la fronte con il santo crisma. Katharina
singhiozzava. Gertner alz� gli occhi al cielo, corrucciato. Il canonico si gir�.

�Mandate subito qualcuno a Heilsberg, annunciate che il loro vescovo � morto.�

Le campane parlarono.

Disgustato dalla cappa di falso cordoglio calata sulla casa, il canonico Nicolaus
sgattaiol� in giardino passando per il corridoio della servit�. La mattina,
scintillante di sole e brina, sembrava fatta di vetro finemente lavorato. Il
giardino era in rovina e la memoria fece fatica a sgombrare erbacce e immondizia e
a ripristinare l�immagine di un tempo. Qui c�erano i frutti di bosco, il sentierino
lastricato, la meridiana... s�, s�, lo ricordava. Da bambino aveva giocato felice
in quel giardino, calmato e rassicurato dalla familiarit� di particolari
sgangherati: pali invecchiati dalle intemperie, ceneri di fal� fumanti, retri di
case inspiegabilmente piacevoli, la gaiezza dei cavoli. E quand�era cresciuto,
quante mattine come quella era rimasto l� nella gelida luce fragile del sole,
assorto e tremante al pensiero delle infinite possibilit� del futuro, sognando
giovani donne pallide e misteriose in lunghi abiti verdi, che incedevano nell�erba
rugiadosa all�ombra di grandi alberi. Pass� attraverso un varco della palizzata
fatiscente e si ritrov� nel vicoletto che correva dietro i giardini. Alla base di
un alto muro bianco spuntavano rovi. L�aria era venata da un vago sentore
dolciastro di pozzo nero, non del tutto sgradevole. Una vecchia con un mantello
nero e un cesto di uova sottobraccio gli pass� accanto, rivolgendogli un Gr�ss Gott
con la bocca sdentata. Regnava una calma straordinaria, circospetta, come se un
evento di grande importanza stesse aspettando che lui se ne andasse per poter
accadere in perfetta solitudine. La notte, le candele e i mormorii, il moribondo
tormentato nel letto, in quel momento era tutto immensamente lontano, irreale.
Eppure era stato tutto parte del mondo proprio come quella luce e quella calma,
come quei pennacchi di fumo azzurro che si alzavano placidi verso il cielo chiaro:
era anche quello tutto irreale, dunque? Si gir� e rimase a lungo a fissare il
tiglio. L�avrebbero abbattuto, cos� aveva detto Gertner. Era vecchio e c�era il
rischio che cadesse. Il canonico annu� con la testa, abbozzando un sorriso, e
riattravers� lentamente il giardino risorto per tornare alla casa.

* * *

In tutta onest� non poteva piangere la morte dello zio. C�era il senso di colpa,
ovvio, il dispiacere al pensiero delle opportunit� perdute (l�ho forse giudicato
ingiustamente?), ma non si trattava di sentimenti veri, solo di vuoti rituali, riti
di purificazione, per cos� dire, compiuti per dissipare il fantasma; giacch� si
rese conto che la morte produce una sorta di nulla improvviso, un buco nel tessuto
del mondo con cui chi sopravvive deve imparare a convivere, e non importa se la
persona perduta fosse amata o odiata, imparare la lezione rimane difficile. Per
lungo tempo fu perseguitato da un�assenza di una ferocia implacabile che recava
l�impronta inconfondibile del sigillo del vescovo.

Poi, inevitabilmente, sopraggiunse un senso di sollievo. Tast� con circospezione le


sbarre della sua gabbia e le trov� meno rigide di com�erano prima. Cominci� persino
a guardare con maggiore indulgenza al proprio lavoro, dicendo a se stesso che,
dopotutto, quella che per lui era una piccola cosa imperfetta il mondo l�avrebbe
certamente considerata una meraviglia. Complet� il Commentariolus e, al tempo
stesso sbigottito ed eccitato per la propria audacia, ne fece fare delle copie da
uno scrivano della citt� e le distribu� senza clamori tra i pochi studiosi che
considerava bendisposti e discreti. Poi, stringendo i denti, attese l�esplosione
che era certo sarebbe deflagrata dai sette assiomi che nel loro complesso
costituivano le basi della teoria di un universo eliocentrico. Temeva di essere
messo in ridicolo, confutato, insultato; pi� di ogni altra cosa temeva il
coinvolgimento. L�avrebbero trascinato tra calci e risate sulla piazza del mercato,
l�avrebbero fatto salire su un podio come un�attrazione da fiera e l�avrebbero
invitato a esporre le prove. Era ridicolo, orrendo, insopportabile! Ricominci� a
chiedersi se non sarebbe stato meglio distruggere la propria opera e mettere in
quel modo la parola fine all�intera faccenda. Il suo libro per� era tutto quello
che gli rimaneva: come faceva a bruciarlo? Ma se fossero venuti, sogghignando e
urlando e sbraitando per avere le prove, se avessero abbattuto la sua porta e gli
avessero strappato il manoscritto dalle mani, ossignore, che cosa avrebbe fatto
allora?

Quelli di cui aveva pi� paura non erano gli accademici (era convinto di sapere come
trattare con loro) ma la gente, la povera gente comune illusa, sempre alla ricerca
del segno, del messaggio, della parola che avrebbe annunciato un�imminente era di
prosperit� e giustizia con tutto ci� che implicava: libert�, felicit�, redenzione.
Si sarebbero avventati sul suo lavoro, o pi� che altro su una sua versione monca,
con un fervore terribile, fuori di s� dalla voglia di credere che quel che lui
stava offrendo loro era una spiegazione del mondo e delle loro vite. E quando
presto o tardi si sarebbero resi conto che erano stati traditi per l�ennesima
volta, che l� non c�era nessuna raffigurazione semplice e onnicomprensiva della
realt�, nessun rinnovamento, allora se la sarebbero presa con lui. Ma neanche
quello era il punto. Oh, � vero, non ambiva a essere coperto di contumelie, ma la
cosa ben pi� importante era che non aveva alcun desiderio di fuorviare la gente.
Bisognava indurli a capire che scacciando la Terra e con lei l�uomo dal centro
dell�universo lui non stava esprimendo alcun giudizio, non stava esponendo alcuna
filosofia, ma indicava unicamente come stavano le cose. Il gioco in cui era maestro
poteva tenere la mente in esercizio, ma non insegnare loro come vivere.

Si era preoccupato inutilmente. Non ci furono esplosioni, non arriv� nessuno. Non
ci fu neppure un toc toc alla porta. Il mondo lo ignor�. Meglio cos�. Ne fu
sollevato. Aveva dato loro il Commentariolus, la prefazione, per cos� dire, e loro
non ci avevano badato. Ora avrebbe potuto terminare di scrivere il suo libro in
pace, senza essere disturbato dagli idioti. Perch� di certo erano tutti idioti, se
avevano potuto ignorare la sfida che lui aveva gettato ai loro piedi, idioti e
codardi, a non voler vedere la temerariet� e lo splendore mozzafiato dei suoi
concetti... Gliel�avrebbe fatta vedere, s�, s�. E accigliato, roso dalla delusione
e dalla frustrazione, si sedette alla scrivania per fargliela vedere. Le grandi
sfere giravano in un firmamento di cristallo nella sua testa e quando (di rado, di
rado!) guardava il cielo di notte, lo assillava un vago senso di riconoscimento che
lo turbava finch� non ricordava che erano stati proprio quel cielo, quei granelli
di luce bianca e fredda, a dare forma al mondo nella sua testa. Poi la familiare
sensazione di spaesamento lo assaliva mentre si sforzava invano di discernere il
nesso fra l�attuale e l�immaginato. Inevitabilmente, inspiegabilmente, la faccia
devastata di Andreas gli fluttuava davanti, sorridendo scaltra - Costellazione
della sifilide! - e offuscando tutto il resto.

�Una persona chiede di voi, canonico.�

Il canonico Koppernigk alz� gli occhi accigliato e scosse la testa con veemenza in
un silenzioso rifiuto. Non voleva essere disturbato. Max si limit� ad alzare le
spalle e scomparve con un beffardo cenno di inchino. Gi� prima che il suo
visitatore comparisse il canonico seppe di chi si trattava da quell�inimitabile
passo leggero e rispettoso sulle scale. Sospir� e ripose con cura in un cassetto la
pagina del manoscritto alla quale stava lavorando.
�Mio caro dottore, perdonatemi, non vi disturbo, spero.� Il canonico Tiedemann
Giese era un uomo sulla trentina, cordiale, piuttosto robusto, con un viso fresco
curiosamente infantile. Aveva una grossa testa bionda e un naso aquilino
stranamente severo, due manone inette squadrate e occhi grandi, innocenti, capaci
di manifestare uno straordinario, tenero interesse per la minima cosa su cui si
posassero. Pur provenendo da una stirpe aristocratica, disapprovava le vite
sfarzose dei suoi colleghi del capitolo, una disapprovazione che esprimeva - o che
sfoggiava, come alcuni sostenevano - vestendo sempre come un popolano, con brache e
camicia e pratici stivali pesanti da cavallerizzo. Pur avendo conseguito risultati
accademici notevolissimi, non ostentava la propria erudizione. In qualche modo si
era procurato una copia del Commentariolus e, sebbene non avesse mai citato quel
lavoro direttamente, aveva lasciato intendere, mediante certe scaltre osservazioni
e sguardi eloquenti che facevano trasalire il canonico Koppernigk, che la teoria
eliocentrica l�aveva completamente conquistato. Il canonico Giese era un
inguaribile entusiasta.

�Prego, sedetevi� disse il canonico Koppernigk con un sorriso glaciale. �Posso fare
qualcosa per voi?�

Giese rise nervoso. Era pi� giovane di sette anni soltanto, ma il suo atteggiamento
in presenza del canonico Koppernigk era quello dello scolaretto intelligente,
timido ma impaziente. Con temeraria disinvoltura disse:

�Passavo di qui, sapete, e ho pensato di salire...�

�S�.�

Lo sguardo imbarazzato di Giese scivol� via e vag� per la stanza. Era bassa e
bianca, tutta bianca: persino le travi del soffitto erano bianche. Sul muro dietro
la scrivania a cui era seduto il dottor Copernicus erano fissati una clessidra
racchiusa in un telaio, il suo cappello a tesa larga, appeso a un gancio, e un
supporto di legno che reggeva alcuni strumenti medici. In una profonda strombatura,
una piccola finestra a vetri tondi si affacciava sul Frisches Haff e sull�arcata
del Baltico pi� oltre. La porta sgangherata che dava sulle mura era aperta e
all�esterno si vedeva la meridiana verticale e il triquetrum, un aggeggio che
assomigliava a una rudimentale balestra, alto pi� di cinque cubiti, che serviva a
misurare gli angoli celesti, uno strumento dall�aspetto stranamente disperato, l�
fermo con le braccia paralizzate, tese verso il cielo. Era stato solo con quei
miseri ausili, si chiese Giese, che il dottor Copernicus aveva formulato la sua
meravigliosa teoria? Un gabbiano si pos� sul davanzale della finestra e per un
attimo l�uomo fiss� pensieroso l�occhio chiaro dell�uccello ingrandito dal vetro
tondo. (Ingrandito? Ma no, no, che idea sciocca...)

�Anch�io ho qualche interesse per l�astronomia, sapete, dottore� disse.


�Naturalmente non sono che un dilettante, voi capite. Ma credo di saperne
abbastanza per riconoscere la grandezza quando la incontro, come mi � capitato di
recente.� E sorrise allusivo. Il canonico Koppernigk rimase impassibile. Era
davvero una persona particolare, chiusa e fredda, difficile da smuovere. Giese
sospir�. �Be�, in effetti, dottore, c�� una questione di cui desideravo parlare con
voi. L�argomento �, come dire, delicato, persino penoso. Forse sapete gi� a che
cosa mi riferisco? No?� Cominci� ad agitarsi. Era seduto su una sedia bassa e
rigida di fronte alla scrivania. Era in circostanze del genere che si rammaricava
nel profondo di avere accettato la carica di precentore del capitolo di Frauenburg,
che era toccata a lui allorch� il canonico von Lossainen era diventato vescovo in
seguito alla morte di Lucas Waczelrodt: non era tagliato per quel genere di cose,
no davvero. �Si tratta di vostro fratello� disse cauto. �Il canonico Andreas.�

�Ah s�?�
�So che dev�essere un argomento doloroso per voi, dottore, e in effetti proprio per
questo sono venuto personalmente, non solo in qualit� di precentore ma, spero, di
amico.� Si interruppe. Il canonico Koppernigk alz� un sopracciglio con aria
interrogativa, ma non disse nulla. �Il vescovo, vedete, e in verit� anche il
capitolo, tutti sentono che, be�, che la presenza di vostro fratello, nelle sue
condizioni deplorevoli, non �... vale a dire...�

�Presenza?� disse il dottore. �Ma mio fratello � in Italia.�

Giese lo fiss�. �Oh, ma no, dottore, no; davo per scontato che voi... non ve
l�hanno detto? � qui a Frauenburg. Sono gi� alcuni giorni. Davo per scontato che si
fosse fatto vivo con voi. Non sta... non sta bene, sapete.�

Non stava bene: era un orrore ambulante. Durante gli anni intercorsi da quando
l�aveva visto l�ultima volta aveva ceduto la propria forma alla malattia, tanto che
non era pi� un uomo ma un memento mori soltanto, un essere raggrinzito, ritorto,
ingobbito, sulla cui faccia rovinata era stampato il ghigno di un teschio. Tutto
questo il canonico lo seppe indirettamente, considerato che suo fratello si teneva
alla larga da lui, non per tatto, ovvio, ma perch� trovava divertente perseguitarlo
a distanza, per interposta persona, diciamo, sapendo quanto pi� penoso sarebbe
stato per lui che altri andassero a raccontare delle sue gesta scandalose nella
fortezza del canonico, nella sua bianca torre austera. Aveva trovato alloggio al
bordello (chi altri l�avrebbe accolto?), ma durante il giorno sfoggiava le sue
forme spaventose nei pressi della cattedrale, dove terrorizzava i bambini della
citt� e le loro madri; e una volta, addirittura, una domenica mattina, risal�
barcollando la navata centrale durante la santa messa e s�inginocchi� con
un�elaborata genuflessione davanti alla balaustra dell�altare, dietro la quale il
povero vescovo von Lossainen, malato, sedeva paralizzato dall�orrore sul suo trono
di porpora.

Non ci volle molto, naturalmente, perch� si cominciasse a parlare di magia nera, di


vampiri e di licantropi. Comparvero delle croci sulle porte delle citt�. Si diceva
che una ragazzina fosse stata trovata tra le colline con la gola squarciata. Di
notte un demone con un mantello nero infestava le strade e nel buio si sentivano
ululati e risate lugubri. Toto l�idiota, che aveva il dono della preveggenza, si
diceva avesse visto un enorme uccello con il volto viola e sofferente di un uomo
volare basso sopra i tetti alla vigilia di Ognissanti, gridando. A Frauenburg
l�isterismo si diffuse come la peste e nel corso di quel fosco autunno fumoso
piccoli gruppi di uomini truci si riunivano al crepuscolo agli angoli delle strade
e borbottavano cupi, e le madri chiamavano i figli perch� rientrassero presto a
casa dai loro giochi. Gli ebrei fuori dalle mura cominciarono con discrezione a
fortificare le case, per paura di un massacro. Non si poteva andare avanti cos�.

Cadeva la prima neve dell�inverno quando i canonici si riunirono nella sala del
capitolo, decisi a risolvere la situazione una volta per tutte. Avevano gi�
stabilito in privato una strategia, ma era necessaria una convocazione formale per
imprimere il sigillo dell�ufficialit�. La riunione aveva un ulteriore obiettivo:
fino a quel momento il canonico Koppernigk aveva mantenuto un completo distacco,
come se il fratello non fosse un problema suo, e il capitolo, sdegnato dal suo
silenzio e dalla sua apparente indifferenza, era deciso a far s� che si assumesse
la sua parte di responsabilit�. Addirittura, i canonici avevano gli animi cos�
infiammati da non sapere pi� bene quale dei due fratelli meritasse il trattamento
pi� severo, e alcuni erano addirittura dell�idea di bandirli entrambi e farla
finita con quella genia importuna una volta per tutte.

Il canonico arriv� in ritardo alla sede del capitolo, tutto imbacuccato contro il
freddo e con il cappello a falda larga calcato in testa. Avanz� lentamente nella
sala, un�esile figura torva vestita di nero, e raggiunse il suo posto intorno al
tavolo, si tolse il cappello, i guanti, e dopo essersi fatto in silenzio il segno
della croce giunse le mani davanti a s� e alz� lo sguardo verso il cielo livido che
incombeva nei finestroni alti. I colleghi, che al suo ingresso erano ammutoliti,
ora presero ad agitarsi e a guardarsi intorno imbronciati, insoddisfatti e
oscuramente delusi; in un certo senso si aspettavano qualcosa da lui, quel giorno,
qualcosa di drammatico e inaspettato, un grido di sfida o un�umile supplica di
clemenza, o forse persino minacce, ma non quello, non quella nullaggine totale: e
che diamine, era quasi come se non ci fosse!

Giese in testa al tavolo toss� e, riprendendo il discorso che l�arrivo del canonico
Nicolaus aveva interrotto, disse:

�La situazione, signori, � pertanto delicata. Il vescovo ci chiede di agire e


adesso persino la popolazione preme per la, ehm, partenza dell�afflitto canonico. E
tuttavia io consiglierei di evitare una soluzione troppo severa e troppo
precipitosa. Non dobbiamo esagerare la gravit� della questione. Il vescovo stesso,
come sappiamo, non sta bene e pertanto non possiamo aspettarci che abbia una
visione perfettamente ponderata sulla cosa...�

�Sta dicendo che von Lossainen ha il mal francese?� chiese qualcuno in un sussurro
ben udibile cui segu� uno scroscio di risate sommesse.

�La gente, naturalmente� prosegu� Giese tenace, �la gente come sempre � incline
alla superstizione e agli isterismi e andrebbe ignorata. Dobbiamo riconoscere,
signori, che il nostro fratello, il canonico Andreas, � afflitto da una malattia
mortale ma che non ha volontariamente attirato su di s� questa terribile disgrazia.
Dobbiamo, in breve, cercare di essere caritatevoli. Ora...� Mentre prima aveva
semplicemente evitato di guardare il canonico Koppernigk, ora cominci� a fuggire il
suo sguardo in modo studiato, con le labbra serrate in una piega severa, e
tormentava nervosamente i fogli che aveva davanti sul tavolo. �Io ho sondato
l�opinione generale e sono emerse alcune proposte che sono, a mio parere, estreme,
in un certo senso. In ogni modo, queste proposte sono... le proposte... ehm...� A
quel punto guard� il canonico e sbianc�, senza riuscire ad andare avanti. Cal� il
silenzio e il canonico Heinrich Snellenburg di Danzica, un omone scuro e
truculento, sbuff� rabbioso e dichiar�:

�Si propone di rompere ogni rapporto personale con il lebbroso, di chiedergli conto
della somma di milleduecento fiorini d�oro affidatigli da questo capitolo, di
revocare la sua prebenda e ogni altra sua entrata e di garantirgli una modesta
rendita a condizione che si levi di torno senza por tempo in mezzo. Questo � stato
proposto, signor precentore e signori.� E punt� gli occhi scuri e astiosi sul
canonico Koppernigk. �Se qualcuno � di diversa opinione, parli ora.�

Il canonico aveva sempre gli occhi puntati sulla neve che turbinava grigia contro
la finestra. Tutti attesero invano che parlasse. Sembrava sinceramente indifferente
alla riunione, e per qualche ragione questa sincerit� infastid� il capitolo ben pi�
che se avesse finto, perch� la finzione perlomeno avrebbero potuto capirla.
Quell�uomo non aveva traccia di sentimenti umani? Non diceva nulla, solo di tanto
in tanto tamburellava leggermente le dita, meditabondo, sul bordo del tavolo. Ma
per quanto lui non fosse intenzionato a esprimersi loro erano decisi a ottenere da
lui una qualche risposta e pertanto, con tacita unanimit�, stabilirono che il suo
silenzio andasse interpretato come una protesta. Il canonico von der Trank, un
aristocratico tedesco dall�aspetto minuto e nervoso di un levriero, si morse le
grandi labbra pallide e disse:

�Qualunque cosa facciamo, signori, � certo che qualcosa dobbiamo fare. La questione
va risolta, si deve arrivare a una rapida e definitiva conclusione di questa
situazione intollerabile. Il precentore ha espresso l�opinione che le misure
proposte siano troppo estreme. Ci dice che questa...� - arricci� la punta del suo
nasino affilato e schifiltoso - �che questa persona non ha volontariamente attirato
su di s� la malattia che lo affligge, ma ci potremmo chiedere quale volont�, se non
la sua, � entrata in gioco? Siamo tutti a conoscenza della natura del suo male, che
egli ha contratto nei bordelli italiani. Ci si esorta a essere caritatevoli, ma la
nostra carit� e le nostre cure devono innanzitutto andare ai fedeli di questa
diocesi, che abbiamo il dovere di proteggere da quest�oltraggiosa fonte di
scandalo. Inoltre c�� da tenere in conto la reputazione di questo capitolo. �
esattamente il genere di cosa che mander� in sollucchero il monaco Lutero, quando
verr� a saperla, cos� da poter aggiungere un�altra corda alla sferza con cui
fustiga la Chiesa. Quindi io dico: basta discorsi di carit� e cautela. Il nostro
dovere � chiaro: facciamolo. Sia pronunciato un anatema contro il lebbroso e sia
allontanato da qui senza indugio!�

Un boato di s� coron� questo discorso e tutti fissarono Giese feroci, con le


mascelle serrate. Il precentore si agit� e si asciug� la fronte, poi rivolse uno
sguardo di supplica al canonico Koppernigk.

�Qual � la vostra opinione, dottore? Vorrete di certo replicare.�

Il canonico distolse con riluttanza gli occhi dalla finestra che si andava
oscurando e lanci� un�occhiata intorno al tavolo. Snellenburg, tu mi devi cento
marchi; von der Trank, tu mi odi perch� sono figlio di un mercante eppure sono pi�
intelligente di te; Giese... povero Giese. Che importanza ha? Ultimamente aveva
come la sensazione di svanire progressivamente, che il suo io fisico stesse
evaporando, che diventasse trasparente; presto sarebbe rimasto solo mente, una
specie di grigia ameba fantasma che vorticava silenziosa nell�aria inanimata. Che
importanza ha? Si gir�. Come cadeva piano la neve! �Io credo� mormor� �che non
abbia senso preoccuparsi troppo di quel che padre Lutero pensa o dice di noi. Far�
la fine di tutti gli altri come lui e cadr� come loro nell�oblio.�

Tutti lo fissarono, perplessi. Era dunque convinto che fosse in corso una qualche
disputa religiosa? Era stato a sentire? A lungo nessuno parl�, poi il canonico
Snellenburg disse, con un�alzata di spalle:

�Ebbene, se il suo stesso fratello non vuole dire una parola in sua difesa!...�

�Vi prego, vi prego, signori� esclam� Giese, come fosse convinto che le persone al
tavolo stessero per balzare in piedi e aggredire il canonico a pugni. �Vi prego!
Dottore, mi chiedo se vi rendiate conto appieno di quanto � stato proposto. Il
capitolo intende spogliare vostro fratello di tutti i diritti e i privilegi, per...
per cacciarlo via, come un mendicante!�

Ma il canonico Koppernigk non se ne cur�. Ma guardali! Prima mi biasimano perch� �


mio fratello e adesso mi disprezzano perch� non voglio difenderlo. Aspetta,
Snellenburg, aspetta solo, riavr� i miei cento marchi da te! Proprio in quel
momento trov� un alleato inaspettato e indesiderato quando un altro canonico, un
certo Alexander Sculteti, un tipo ossuto con il naso rosso, si alz� lanciandosi in
una difesa sconclusionata e incoerente del canonico Andreas che nessuno stette a
sentire, perch� Sculteti era un reprobo che teneva una donna e una pletora di figli
nella sua fattoria fuori le mura e come se non bastasse era tutt�altro che sobrio.
Il canonico Koppernigk prese il cappello e, stringendosi nel mantello, usc� nel
buio sempre pi� fitto e nella neve.

Come se fosse in attesa di un segnale, Andreas and� per la prima volta a trovare il
fratello proprio il giorno in cui seppe che il capitolo aveva stabilito di metterlo
al bando. Per essere cos� gravemente menomato, riusc� a salire le scale della torre
con furtivit� sorprendente, e tutto quello che si sent� del suo arrivo fu il
respiro affaticato e il ticchettio leggero e fastidioso del bastone. Era davvero in
brutte condizioni, ormai, ma a turbare maggiormente il canonico furono i segni
dell�invecchiamento che neppure i danni provocati dalla malattia riuscivano a
surclassare. Gli sparuti ciuffi di capelli che aveva ancora in testa si erano fatti
di un grigio giallastro e gli occhi un tempo ardenti erano adesso stanchi e cisposi
e queruli. L�intuito eccezionale invece non l�aveva abbandonato, perch� disse:

�Cos�hai da guardarmi in quel modo, fratello... ti aspettavi che fossi ritornato


intero? Ho quasi cinquant�anni, non ne ho pi� per molto, grazie a Dio�.

�Andreas...�

�No, no, niente Andreas con me; ho sentito che piani ha in serbo il capitolo. E
adesso - aspetta! - verrai a dirmi di come tu abbia perorato la mia causa in
ginocchio, raccontando del mio incredibile lavoro a Roma a beneficio del piccolo
Ermland, di come io abbia alzato il vessillo della crociata contro i cavalieri
teutonici che mi � stato trasmesso dal nostro caro zio defunto... eh, fratello, eh,
� questo che verrai a dirmi?�

Il canonico scosse la testa. �Non so niente delle tue imprese, quindi come potrei
invocare queste attenuanti?�

Andreas gli lanci� un�occhiata rapida, sorpreso suo malgrado per la freddezza nel
tono del fratello. �Be�, non fa niente� grugn�. Fiss� incupito le pareti bianche e
spoglie. �Guardi sempre le stelle, eh, fratello?�

�S�.�

�Bravo, bravo. � una buona cosa avere un passatempo.� Si sedette lentamente alla
scrivania del canonico e avvolse le mani devastate intorno al pomolo del bastone.
La sua bocca, tutta erosa agli angoli, era fissa in un orrido sogghigno lascivo.
Straordinario, che una persona pur cos� compromessa potesse ancora vivere. Erano di
certo il rancore e il malanimo a farlo andare avanti. Vag� con lo sguardo
sull�azzurro sfocato del Baltico attraverso i vetri tondi della finestra. �Non mi
far� mandare via� disse. �Non mi far� scacciare come un cane. Sono un canonico di
questo capitolo, ho dei diritti. Non potete costringermi ad andarmene, qualunque
cosa facciate, e puoi dire ai santi canonici che lascer� Frauenburg, s�, lascer� la
Prussia, e ritorner� felicemente a Roma, ma solo quando mi sar� stato tolto
l�interdetto e quando la mia prebenda e tutte le mie rendite mi saranno state
restituite. Fino a quel giorno rimarr� qui a mettere paura ai contadini e a bere il
sangue delle loro figlie.� Di colpo rise, quel suono secco e graffiante tanto
familiare. �Sono piuttosto lusingato, sai, di quest�insolita notoriet�. Non �
strano che io abbia dovuto cominciare a decompormi visibilmente prima di poter
ottenere rispetto? La vita, fratello, � molto strana. E adesso buona giornata;
posso confidare che comunicherai le mie condizioni ai tuoi colleghi? Ho la
sensazione che il messaggio avr� un peso maggiore, provenendo da te, che sei
coinvolto in modo cos� intimo nella questione.�

Max era stato a origliare fuori dalla porta, perch� entr� di colpo senza essere
stato chiamato, con l�ombra di un sogghigno sulla faccia magra. Ai piedi della
scala lui e Andreas si fermarono a confabulare brevemente; a quanto pareva avevano
appianato i dissidi di Heilsberg. Il canonico rabbrivid�. Aveva freddo.

La battaglia si trascin� per tre mesi. Le sedute del capitolo si fecero sempre pi�
convulse. A una di quelle riunioni fece la sua comparsa Andreas in persona,
barcollando ubriaco nella sala e andandosi a sedere in mezzo ai canonici sdegnati,
ridendo e borbottando e spandendo goccioline dalla bocca guasta. Alla lunga si
fecero prendere dal panico e cedettero. La confisca della sua prebenda fu revocata
e gli fu concessa una rendita annuale pi� alta. In un giorno desolato di gennaio
lasci� Frauenburg per sempre. Non disse addio al fratello, perlomeno non in termini
convenzionali; per� Max, il servo del canonico, and� con lui, dicendo che non ne
poteva pi� della Prussia, per poi fare ritorno quella notte stessa, non dalla
strada, per�, ma galleggiando a faccia in gi� nel fiume, un disgustoso fagotto nero
con la faccia violacea gonfia e gli occhi vitrei spalancati per lo stupore,
grottescamente morto.

* * *

Sal� dall�Est come un fumo nero, schiacci� la terra sotto i piedi come un gigante
famelico, con indosso la maschera sfrontata del volto cupo e feroce di Albrecht von
Hohenzollern Ansbach, ultimo gran maestro dei confratelli dell�Ordine dell�ospedale
di Santa Maria dei tedeschi di Gerusalemme, altrimenti detti cavalieri teutonici.
Stavano di nuovo premendo verso occidente, decisi a eliminare definitivamente la
presa della Polonia sulla Prussia Reale e a unificare i tre principati del Baltico
meridionale sotto il dominio di Albrecht; la morsa si strinse di nuovo sul piccolo
principato dell�Ermland. Nel 1516 i cavalieri, fiancheggiati da bande di mercenari
tedeschi, fecero le loro prime incursioni sulla frontiera orientale. Saccheggiarono
le campagne, bruciarono le fattorie e depredarono i monasteri, stuprarono e
massacrarono, tutto con l�inimitabile, fervente entusiasmo di un esercito che ne
aveva abbastanza della pace. Non era ancora una guerra con tutti i crismi, ma una
specie di passatempo, un assaggio di quello che sarebbe stata la vera contesa con
la Polonia, e quindi le maggiori citt� dell�Ermland furono risparmiate, per il
momento.

Nel novembre di quell�anno turbolento il canonico Koppernigk fu nominato


amministratore dei beni esterni del capitolo e trasfer� la sua residenza nella
grande fortezza di Allenstein, che distava una ventina di leghe da Frauenburg, a
sudest, in mezzo alla grande pianura. Era un incarico arduo e oneroso, ma nei tre
anni in cui lo ricopr�, si rivel� adatto ad affrontarlo. Tra i suoi doveri figurava
la supervisione di Allenstein e del castello della vicina Mehlsack, cos� come dei
domini delle aree circostanti; sovrintendeva anche alla raccolta delle decime
corrisposte al capitolo di Frauenburg dalle due citt�, dai villaggi e dalle tenute
della zona. Al termine di ogni anno gli si chiedeva di inviare una relazione
scritta al capitolo corredata di tutti i dettagli, un compito che svolgeva con cura
scrupolosa e, anzi, con probit�.

Ma soprattutto aveva la responsabilit� di accertarsi che le aree sotto il suo


controllo fossero tutte assegnate a fittavoli. Con il sempre maggiore inurbamento,
nel corso del secolo precedente le campagne si erano progressivamente spopolate, ma
adesso, con la pressione delle incursioni dei cavalieri teutonici alla frontiera,
l�esodo verso i centri urbani aveva subito un�accelerazione allarmante. Senza
fittavoli, ragionava il capitolo di Frauenburg, non ci sarebbero state tasse, ma al
di l� di quel rischio immediato c�era il timore che il tessuto stesso della societ�
si andasse sfilacciando. Gi� nel 1494 gli statuti prussiani avevano imposto
restrizioni tali ai contadini da ridurli di fatto in stato di servit�: ma quale
statuto poteva trattenere un contadino in un tugurio bruciato e su campi razziati?
Nel corso dei tre anni che trascorse come amministratore dei beni esterni, il
canonico Koppernigk si occup� di settantacinque casi di reinsediamento su propriet�
abbandonate, ma anche cos� aveva a malapena scalfito la superficie del problema.

Furono anni difficili e demoralizzanti per lui, che fino a quel momento aveva
trascorso quasi tutta la propria vita nell�empireo della scienza speculativa. I
rigori dei doveri amministrativi furono accompagnati dalla ben pi� faticosa
necessit� di trovarsi a distanza per cos� dire ravvicinata dal sudicio mondo
ordinario con cui quei doveri lo mettevano inevitabilmente a contatto. Mondo che
era necessario chiudere fuori affinch� non contaminasse la sua visione, affinch� il
suo squallore tenace e onnipervasivo non avesse a filtrare nei gangli del suo
pensiero e non inquinasse con la sua volgarit� la purezza trascendente della sua
teoria sui cieli. Ma non poteva evitare di sentirsi partecipe delle difficolt�
della popolazione, i cui tormenti e sofferenze gli rimasero per sempre
simbolicamente scolpiti nella memoria sotto forma del cadavere di una giovanissima
contadina in cui si imbatt� tra le rovine fumanti di un villaggio saccheggiato di
cui non conosceva neppure il nome. Come ebbe a esprimersi molti anni pi� tardi con
l�amico e collega canonico Giese: �La fanciulla (era davvero poco pi� che una
bambina) era stata torturata a morte dai soldati. Non � mia intenzione, mio caro
Tiedemann, descrivervi lo stato in cui l�avevano lasciata, bench� l�immagine di
quella povera creatura straziata sia rimasta impressa in me in modo indelebile. Vi
si erano accaniti per ore, l�avevano tormentata con una cura immensa, quasi con una
sorta di amore osceno, se cos� posso esprimermi, per assicurarle la peggiore agonia
di cui fossero capaci. Mi resi conto in quel momento, forse (e mi vergogno a
dirlo!) per la prima volta, dell�inesauribile capacit� del male che � nell�uomo.
Come, mi chiesi allora (e mi chiedo adesso!), come possiamo sperare di essere
redenti, se siamo in grado di fare cose del genere ai nostri simili?�

Oltre a essere amministratore dei beni esterni, a Frauenburg per un certo tempo fu
anche a capo del Broteamt, l�ufficio del pane, con l�incarico di sovrintendere per
conto del capitolo alle panetterie, alle provviste di malto e granaglie, alla
fabbricazione della birra, e al grande mulino ai piedi della collina della
cattedrale. Ricopr� inoltre ripetutamente il ruolo di cancelliere, con il compito
di occuparsi degli archivi, della corrispondenza e delle pratiche legali del
capitolo. Per breve tempo fu anche mortuarius, vale a dire amministratore dei
numerosi e spesso considerevoli lasciti testamentari devoluti alla Chiesa o delle
somme donate dalle famiglie dei defunti benestanti.

Oltre a questi doveri pubblici, lo si chiamava in causa in un altro ambito, quello


dell�astronomia. La sua fama si andava diffondendo, malgrado l�innata umilt� e
persino diffidenza che l�avevano ridotto al silenzio molto a lungo mentre altri
assai meno dotati agitavano l�aria con i loro vuoti balbettii. Il canonico Bernhard
Wapowsky dell�universit� di Cracovia, uomo dotto e influente, lo interpell� in
qualit� di esperto sul trattato astronomico (difettoso! difettoso!) pubblicato in
tempi recenti da Johannes Werner a Norimberga, una richiesta cui il canonico
Koppernigk accondiscese prontamente, felice dell�opportunit� di attaccare quello
sciocco vanaglorioso che aveva osato mettere in dubbio Tolomeo. Gli giunse poi una
lettera dal cardinale di Capua Sch�nberg, uno dei consiglieri speciali del papa,
che lo sollecitava a comunicare al mondo le sue meravigliose scoperte in forma
scritta. Tutto questo, naturalmente, senza considerare l�invito che gli era stato
rivolto nel 1514, tramite il canonico Schiller residente a Roma (che non fungeva
pi� da rappresentante del capitolo di Frauenburg, essendo diventato nientemeno che
cappellano domestico di Leone X), affinch� partecipasse al concilio Lateranense
sulla riforma del calendario. Il canonico Koppernigk aveva per� rifiutato di
partecipare al concilio, adducendo come scusa la convinzione che una simile riforma
non andasse portata avanti senza aver prima determinato con maggiore precisione i
moti del Sole e della Luna. (Si potrebbe osservare a questo punto che pur essendo
necessario - ipse dixit, in fin dei conti! - rispettare questa giustificazione
della sua riluttanza ad accettare quello che era con ogni probabilit� un invito del
papa in persona, confrontando le date e lo stadio a cui sappiamo doveva trovarsi la
grande opera del canonico, � impossibile trattenersi dal sospetto che quell�uomo
dottissimo, per usare l�espressione del cardinale Sch�nberg, stesse sfruttando
l�occasione per fare un cenno discreto alla rivoluzione che trent�anni dopo avrebbe
messo in moto nel mondo della matematica astronomica.)

Se ne evince che, nonostante le proprie resistenze, era diventato un uomo pubblico.


Il capitolo se ne compiacque e lo accolse infine come un collega a tutti gli
effetti. Alcuni, a dire il vero, non rinunciarono ai loro sospetti, memori
dell�atteggiamento singolare e incomprensibile che aveva avuto all�epoca
dell�incresciosa questione dell�esilio comminato al suo scandaloso fratello. In
quel settore del capitolo, che naturalmente comprendeva i canonici Snellenburg e
von der Trank, non si arriv� mai a stabilire in via definitiva se il dottore
dovesse essere considerato una canaglia per il suo legame con il sifilitico
italiano (come von der Trank, storcendo il pallido e affilato nasino aristocratico,
aveva soprannominato Andreas) oppure un mostro freddo e spregevole che non era
stato disposto neppure a levarsi in difesa del proprio fratello. Ma se opinioni del
genere potevano essere liquidate come frutto dell�invidia e della malignit�, c�era
comunque qualcosa nel canonico Koppernigk - lo vedevano tutti, persino il benevolo
e indulgente canonico Giese -, una mancanza, una sorta di trasparenza, per cos�
dire, che andava al di l� del naturale distacco ultraterreno del brillante
scienziato. Era come se all�interno dell�uomo pubblico, vigoroso e capace, ci fosse
un vuoto, come se, dietro il rituale, non ci fosse altro all�infuori di una sottile
corda tesa d�inesprimibile angoscia che si estendeva nel nulla.

La primavera del 1519 vide precipitare all�improvviso la situazione politica e


militare nei territori del Baltico meridionale. Sigismondo di Polonia, forse
rendendosi finalmente conto che era vero ci� che il vescovo Waczelrodt sosteneva
anni prima sull�enorme e concreto pericolo che la Croce rappresentava per il suo
regno, invit� il gran maestro Albrecht a Torun per negoziare la pace. Albrecht
rifiut� di avviare trattative dirette e la Polonia si mobilit� immediatamente e
marci� sulla Prussia. Una guerra generale sembrava inevitabile. I cavalieri a quel
punto proposero che il vescovo dell�Ermland facesse da mediatore tra loro e
Sigismondo. La salute del vescovo von Lossainen, per�, era ormai seriamente
compromessa. Il capitolo di Frauenburg, nella piena consapevolezza che il piccolo
Ermland sarebbe stato il teatro della guerra imminente, stabil� pertanto che in sua
vece partissero il precentore, canonico Tiedemann Giese, e il canonico Koppernigk,
amministratore dei beni esterni, con l�incarico di recarsi immediatamente a
K�nigsberg per cercare di riconciliare le parti in conflitto.

Erano stati scelti gli uomini sbagliati per quel compito? Il praecentor Giese in
seguito fu di questo avviso. Si convinse di essere andato a K�nigsberg con troppa
innocenza, con troppa fiducia nel valore intrinseco dell�uomo, e quindi di avere
fallito laddove un uomo duro, freddo e calcolatore sarebbe potuto riuscire. Oppure
il problema era stato che, sapendo in cuor suo che la missione era destinata al
fallimento, quella consapevolezza aveva inciso sulla sua capacit� di negoziare?
Ebbene, chi poteva dirlo? Fin dall�inizio non aveva creduto che Albrecht, bench�
luterano, potesse essere cos� malvagio e scellerato come lo dipingevano. Si diceva
che fosse di una cattiveria irredimibile, un mostro, peggio persino del famigerato
Vlad Drakulya l�Impalatore in Ungheria. Ma no, il buon precentore non riusciva a
crederci. Quando l�aveva detto al suo compagno, mentre cavalcavano diretti a est
lungo la costa, nella bruma dell�alba, in testa alla loro scorta di mercenari
prussiani, il canonico Koppernigk l�aveva guardato in modo strano dichiarando:

�Concorderei con voi che probabilmente non � n� peggio n� meglio di qualunque altro
principe... ma sono tutti cattivi�.

�Avete ragione, dottore, forse, eppure...�

�Ebbene?�

�Avete ragione, s�, proprio ragione. Ehm.�

Il praecentor Giese aveva un po� paura del canonico Koppernigk, o forse paura � un
termine eccessivo: forse � meglio dire disagio, era un po� a disagio con lui, s�. A
tratti c�era in quell�uomo una tale muta intensit�, o ferocia persino, che
spaventava chi gli si avvicinava; non che fosse consentito a molti di farlo, ovvio.
Quella mattina, ingobbito in sella con il cappello calcato sulla testa e tutto
avvolto nel mantello tanto da lasciare intravedere solo gli occhi, con lo sguardo
fisso davanti a s� nella foschia, sembrava pi� che mai gravato da una conoscenza
segreta e intollerabile. Forse era quell�aria stoica di uomo segnato da una
sofferenza particolare a suscitare in Giese un afflato di empatia e partecipazione
per l�amico, sempre che lui, Giese, potesse definire il canonico un amico com�era
determinato a fare, giustificato o no che fosse.
Ma al di l� dell�amicizia, Giese non poteva non domandarsi se fosse stata una mossa
saggia da parte del capitolo inviare il canonico insieme a lui in quella missione
delicata. Il canonico era sempre stato una specie di recluso, malgrado i doveri
pubblici (che naturalmente ottemperava impeccabilmente eccetera eccetera), aveva
sempre tenuto il mondo a distanza, per cos� dire, e se questo lato del suo
carattere non era in alcun modo un difetto, anzi c�era solo da aspettarselo in una
persona impegnata in un lavoro tanto arduo e importante come il suo, comportava
per� una certa inesperienza, per cos� dire, nelle sottigliezze della diplomazia, e
di fatto la sua assenza di tatto, se di questo si trattava, altro non era che la
dimostrazione di un�incantevole innocenza e mancanza di astuzia. Be�, forse non
innocenza... Il canonico Giese lanci� un�occhiata alla figura scura in sella
accanto a lui: no, innocenza no di sicuro.

Oh, santo cielo! Il precentore sospir�. Era tutto cos� difficile.

Arrivarono a K�nigsberg che stava calando la notte. Alla loro scorta non fu
consentito di oltrepassare le porte della citt�. Il castello di Albrecht era una
grande fortezza sinistra sulla collina. I due inviati furono introdotti in un
salone bianco e oro che brulicava di folla: soldati, diplomatici, clerici, dame
eleganti, tutti che vagavano risolutamente senza scopo. Il canonico Koppernigk
rimase fermo in silenzio, avvolto nel suo mantello nero, con il cappello ancora
indosso. Il praecentor Giese era sulle spine. Un gruppo di cortigiani, alcuni dei
quali armati, entrarono a passo di marcia nel salone e si fermarono ruotando su se
stessi. Il gran maestro Albrecht era un ometto piccolo e svelto simile a un
rettile, con una faccia scura affilata e orecchie appuntite incollate alla testa.
Il pesante farsetto imbottito e le brache attillate gli davano un�aria da lucertola
ben pasciuta. Un medaglione d�oro con le insegne dell�ordine gli campeggiava sul
petto appeso a una grossa catena. (Si diceva che fosse impotente.) Fece un sorriso
fugace, mostrando una schiera di lunghi denti gialli.

�Riveriti signori� disse in tedesco, �siate i benvenuti. Da questa parte, prego.�

Tutti si girarono e uscirono rapidamente dal salone, aprendosi un varco tra la


folla ossequiosa. Il corridoio marmoreo ardeva di candele. I loro stivali
rimbombarono sulla pietra fredda. Entrarono in una stanza piccola, alle pareti
erano appesi alcune mappe e un enorme ritratto del gran maestro in posa marziale
davanti all�adunanza del suo esercito. Albrecht si sedette a un tavolo di rovere,
mentre il suo seguito prese posto alle sue spalle a braccia conserte. I valletti si
fecero avanti con le sedie e Albrecht invit� con un gesto brusco i canonici ad
accomodarsi. Un diplomatico in abiti di seta si chin� e gli parl� piano
all�orecchio. Lui annu� rapido, mordendosi il labbro, poi alz� gli occhi e disse:

�Esigiamo un giuramento di fedelt� dal vescovo dell�Ermland e dal capitolo di


Frauenburg. Badate che questa � la condizione per il negoziato, non per l�accordo.
Siamo pronti a parlare alla Polonia per vostro tramite solo se saremo certi della
vostra lealt�. Niente strepiti o minacce, solo una decisa dichiarazione d�intenti.
Era quasi cordiale. Sfoggi� un sorrisone. �Ebbene?�

Giese era allibito. Era venuto per negoziare, non per subire un ultimatum. Prefer�
rifiutarsi di credere alle proprie orecchie.

�Mio caro signore� disse, �temo che ci sia un fraintendimento. L�Ermland � un


principato sovrano che tributa fedelt� al suo principe-vescovo e al suo clero e a
nessun altro. Come ricorderete, siete stato voi a chiederci di mediare. Ora...�

Albrecht stava scuotendo la testa.

�No, no� disse con gentilezza, �no. Credo siate voi, Herr Kanoniker, ad avere
frainteso lo stato delle cose. L�Ermland � una provincia piccola e debole. A voi
piacerebbe credervi, o vi piacerebbe che io vi credessi intermediari onesti, che
guardano le cose con spassionato distacco. Ma questa guerra sar� combattuta nei
vostri campi, per le strade delle vostre citt� e dei vostri villaggi. Se anche non
ci riuscisse di sconfiggere la Polonia, e pu� ben darsi che non ci riusciamo, e se
anche non conquistassimo la Prussia Reale, cosa che mi dispiace ammettere ma � pur
sempre possibile, di certo prenderemo l�Ermland. Sigismondo non vi protegger�.
Quindi perch� non unirvi a noi adesso ed evitare cos� facendo un gran numero di...
sgradevolezze? Chi ambisce a conquistarsi il favore di un principe si presenta a
lui con quanto di pi� prezioso possiede: dal momento che voi desiderate conquistare
il mio favore in questi negoziati, ed � evidente che tenete la lealt� in massimo
conto, non dovreste in tal caso giurare fedelt� a noi?�

�Ma � assurdo!� esclam� Giese, guardandosi intorno indignato in cerca di sostegno.


Incroci� solo gli sguardi freddi degli uomini del gran maestro, schierati in
silenzio dietro il tavolo. �Assurdo� ripet�, ma in tono debole.

Albrecht sollev� la mano in un gesto di rammarico.

�Allora non c�� altro da dire� dichiar�. Piomb� il silenzio. A quel punto il suo
sguardo beffardo e vagamente divertito si volse per la prima volta al canonico
Koppernigk e gli si illuminarono gli occhi. �Herr Kanoniker, siamo onorati dalla
vostra presenza. La fama del dottor Copernicus non � ignota neppure in questa
remota provincia. Abbiamo notizia della vostra meravigliosa teoria dei cieli. Non
vediamo l�ora di saperne di pi�. Cenerete con noi stasera?� Aspett�. �Non dite
nulla.�

Il canonico era un po� impallidito. Giese lo stava guardando carico di aspettativa.


Ora quell�insolente cavaliere avrebbe ricevuto la risposta che meritava! Ma, con
una voce cos� fievole che la si udiva a stento, il canonico Koppernigk disse solo:

�Non c�� altro da dire�.

Albrecht chin� la testa, abbozzando un sorriso. �Quel che intendevo, ovviamente,


Herr Kanoniker, quando ho detto quel che avete or ora ripetuto, � che non c�� altro
da dire riguardo a questi, ehm, negoziati. Su altri e pi� congeniali argomenti
avremo di sicuro molto da discutere. Su, mio caro dottore, beviamo un bicchiere di
vino insieme come uomini civili.�

A quel punto segu� uno strano scambio di battute che il praecentor Giese avrebbe
ricordato per sempre con sconcerto e con grave sospetto. Il canonico Koppernigk
fece una smorfia. Sembrava sofferente.

�Gran maestro� disse, �voi vi proponete di intraprendere una guerra per puro
divertimento. Che cos�� l�Ermland per voi, o la Prussia Reale? Che cos�� la
Polonia, persino?�

Era come se Albrecht si aspettasse qualcosa del genere, perch� rispose


immediatamente:

�Sono la gloria, dottore, sono la posterit�!�

�Non lo capisco.�

�Io credo di s�, invece.�

�No. La gloria, la posterit�, sono concetti astratti. Non capisco queste cose.�

�Proprio voi, dottore? Voi non capite i concetti astratti, voi che avete espresso
le verit� eterne del mondo proprio in questi termini? Andiamo, signore!�

�Non prender� parte a una discussione vuota. Siamo venuti a K�nigsberg per
chiedervi di tenere in conto le sofferenze che state infliggendo alla gente, e le
sofferenze ancora maggiori che porter� la guerra con la Polonia.�

�La gente?� disse Albrecht corrugando la fronte. �Quale gente?�

�La gente comune.�

�Ah. La gente comune. Ma loro hanno sempre sofferto e sempre soffriranno. In un


certo senso sono fatti per quello. Ma vi vedo trasalire. Dottore, sono deluso di
voi. La gente comune? Puah. Che cosa sono per noi? Voi e io, mein Freund, siamo i
signori della terra, siamo i grandi, i prominenti, i fautori delle illusioni
supreme. Guardate qui queste povere bestie scialbe...� La sua mano scura e
affusolata incluse la folla silenziosa alle sue spalle, i valletti, il praecentor
Giese, l�esercito dipinto. �Non capiscono neppure di cosa stiamo parlando. Ma voi
s� che lo capite, s�, s�. La gente soffrir� come ha sempre sofferto, da miserabili,
implorando piet� e misericordia, ma solo voi e io sappiamo che cos�� la vera
sofferenza, la nobile sofferenza dell�eroe. Non parlatemi della gente! Sono la
maschera abbrutita della guerra, ma la guerra in s� � quello che nel rituale della
loro sofferenza esprimono ma non potranno mai comprendere, perch� i loro occhi sono
inchiodati a terra mentre voi e io guardiamo sempre in su, in alto, nell�azzurro!
La gente - popolani, soldati, generali - sono il mio strumento come la matematica �
il vostro, sono lo strumento con cui io giungo direttamente al vero, all�eterno, al
reale. Oh, s�, dottor Copernicus, voi e io... voi e io! Le generazioni possono
anche maledirci per quello che facciamo al loro mondo, ma siamo noi e i pochi altri
come noi che hanno fatto di loro ci� che sono...!� Si interruppe e si tampon� gli
angoli della bocca sottile con un fazzoletto di seta. Aveva un�espressione
compiaciuta, stanca e soddisfatta, che l�afflitto precentore si ritrov� a
paragonare a quella del soldato che si riallaccia le brache dopo uno stupro
particolarmente brutale e appagante. Il canonico Koppernigk, cereo in faccia, si
alz� in silenzio e si gir� per andarsene. Albrecht, nel tono che avrebbe potuto
usare per parlare del tempo, disse: �Ho fatto avvelenare vostro zio il vescovo,
sapete�. La folla dietro di lui si agit� e Giese, che aveva fatto per alzarsi anche
lui, si risedette di colpo. Il canonico Koppernigk esit� ma senza voltarsi.
Albrecht disse in tono leggero, quasi scherzoso, alla sua schiena nera incurvata:
�Vedete, dottore, come sono sconvolti? Ma voi no, non siete sconvolto, vero?
Ebbene, tacete pure. Non fa niente. Addio. Ci incontreremo di nuovo, forse, quando
i tempi saranno migliori�.

Mentre scendevano dalla collina del castello, attraversando il buio scintillante su


un fiume di torce ondeggianti, il praecentor Giese, confuso e addolorato, tent� di
parlare all�amico, ma il dottore non lo stava a sentire e non gli rispose.

Nel cuore della notte giunsero al castello di Allenstein cento uomini a cavallo, i
migliori di Polonia, preceduti dallo stendardo del loro re, e passarono con un
fragore assordante sul ponte levatoio, oltre la saracinesca e la sentinella
sonnecchiante. Giunti nel cortile smontarono in un gran frastuono di zoccoli e
sbatacchiare di ferraglia, e tra le urla del sergente Tod, un soldato vecchio e
coriaceo segnato dalle battaglie con un cuore di solidissima quercia. �Bene,
ragazzi!� tuon�. �Stanotte non si dorme!�, e li sped� difilato sulle mura. �Porco
giuda, sergente!� brontolarono quelli, ma scattarono solerti ai loro posti, giacch�
ogni uomo nella sua semplicit� sapeva che non erano l� solo per proteggere uno
schifoso castello con un branco di dannati leccapiedi prussiani, ma che era in
gioco l�onore stesso della Polonia. Il loro capitano, un intrepido giovanotto di
belle maniere, rampollo di una delle pi� illustri famiglie polacche, copr� con il
mantello il raggiante sorriso di orgoglio che gli si dipinse in volto a vederli
mentre si arrampicavano sulla merlatura alla luce delle torce e poi, fermandosi
solo per dare un pizzicotto alla guancia rosea di una servetta timida che gli
faceva la riverenza sulla soglia, con le sue gambe lunghe sal� di fretta il grande
scalone principale fino a raggiungere il salone di cristallo, dove l�amministratore
dei beni esterni Koppernigk teneva una riunione urgente con il personale di casa
assediato. Si ferm� sulla soglia e, battendo i tacchi, fece un cos� bel saluto che
il suo comandante ne sarebbe andato fiero.

Il canonico alz� gli occhi stizzito. �S�? Che c�� adesso? Voi chi siete?�

�Capitano Chopin, signore, al vostro servizio!�

�Capitano come?�

�Sono un ufficiale del Primo Cavalleria di Sua Graziosa Maest� il re Sigismondo,


giunto stanotte da Mehlsack con un centinaio degli uomini migliori di Sua Altezza.
Ho l�ordine di difendere questo castello di Allenstein e tutto quanto c��
all�interno delle mura fino all�ultimo uomo.� (�Sia lodato il cielo!� esclam� pi�
d�uno all�istante.) �Il nostro esercito � in marcia verso occidente e ha in
previsione di attaccare il nemico domattina. I cavalieri teutonici sono a
Heilsberg, dove stanno assaltando le mura della fortezza con le loro bombarde. Come
sapete, Eccellenza, hanno gi� preso le citt� di Guttstadt e di Wormditt al Nord. Ci
si aspetta che a ore affianchino un attacco ad Allenstein. Questi diavoli e quel
demonio supremo del loro gran maestro Albrecht devono essere fermati e lo saranno,
Cristo santo! (Perdonatemi il linguaggio da soldato, signore.) Ricorderete
l�assedio di Frauenburg, come abbiano messo a ferro e fuoco la citt� e massacrato
la popolazione senza piet�. Solo il coraggio dei vostri mercenari prussiani ha
impedito che facessero breccia nel muro della cattedrale. Il capitolo si �
rifugiato al sicuro a Danzica, lasciando voi, Eccellenza, a difendere Allenstein e
Mehlsack. A questo riguardo sono purtroppo costretto a informarvi che Mehlsack �
stata saccheggiata, signore, e...�

Ma a quel punto furono interrotti dall�ingresso precipitoso di un omone corpulento


in abiti da canonico.

�Koppernigk!� esclam� il canonico Snellenburg (perch� di lui si trattava). �Stanno


bombardando Heilsberg e si dice che il vescovo sia morto...� Si interruppe, vedendo
sulla sua traiettoria quel giovanotto fiero sull�attenti. �E voi chi siete?�

�Capitano Chopin, signore, al vostro...�

�Capitano chi?�

Perbacco!, pens� il capitano, ma sono tutti sordi? �Sono un ufficiale di Sua


Graziosa...�

�S�, s� disse Snellenburg agitando le sue grandi mani. �Un altro dannato polacco,
lo so. Sentite, Koppernigk, quei bastardi sono a Heilsberg. Saranno qui entro
domattina. Che cosa pensate di fare?�

Il canonico guard� mite l�uno e l�altro e poi rivolse lo sguardo sulle persone
strette intorno al tavolo, segretari, preti smorti, funzionari minori e quindi sul
branco di servi impauriti allineati alle sue spalle carichi di attese. Alz� le
spalle impotente.

�Ci arrenderemo, credo� disse.

�Dio santissimo...!�

�Eccellenza...!�
Ma il canonico Koppernigk sembrava stranamente distaccato da queste urgenze. Si
alz� lentamente dal tavolo e si allontan� con un�espressione esausta d�infinita
tristezza. Alla porta, per�, si ferm� e, rivolgendosi a Snellenburg, disse:

�A proposito, Snellenburg, mi dovete cento marchi�.

�Cosa?�

�Qualche anno fa vi ho prestato cento marchi... dovete esservelo dimenticato, temo.


Ve lo ricordo solo perch� ho pensato che, se saremo tutti distrutti di qui a
domattina, dovremmo sbrigarci a mettere in ordine i nostri affari, a regolare i
vecchi conti - voglio dire debiti - e cos� via. Ma non fatevene un cruccio, per
piacere. Buonanotte capitano, adesso devo riposare.�

I cavalieri non attaccarono, marciarono invece a sudovest e rasero al suolo la


cittadina di Neumark. Duemilatrecentoquarantuno anime perirono nel massacro. Nei
primi giorni di gennaio l�amministratore dei beni esterni Koppernigk si sedette in
quel che rimaneva della casa comunale di Neumark per annotare nel suo libro mastro,
con la sua grafia precisa e minuta, i nomi dei morti. Era suo dovere. Il vento
gelido che entrava da una finestra in frantumi alle sue spalle era impregnato del
fumo acre proveniente dalle macerie fumanti della citt�. Aveva freddo; non aveva
mai provato un freddo simile.

* * *

Frau Anna Schillings aveva quel tipo di bellezza che gli abiti modesti sembravano
esaltare; alta, di corporatura sottile, con polsi delicati e gli zigomi alti tipici
di Danzica, appariva maggiormente a suo agio e all�apice dello splendore in un
abito grigio con il corpetto stringato e, magari, un giro di trina francese intorno
alla gola. Balze e gale non facevano per lei, cos� come le scarpette ingioiellate e
i cappucci a punta in voga a quel tempo. Questa caratteristica, questa modestia
intrinseca nel corpo e nello spirito si era fatta tanto pi� evidente allorch� le
circostanze avevano ridotto un guardaroba un tempo sontuoso a un solo abito come
quello giust�appunto descritto. E fu proprio con quell�abito e una mantella scura
ad avvolgerle le spalle contro il freddo, i capelli corvini nascosti sotto un
vecchio scialle, che arriv� a Frauenburg con i suoi due poveri piccini, Heinrich e
la piccola Carla, all�inizio di quell�anno fatidico (quanto fatidico non poteva
immaginarlo!), il 1524.

Se fisicamente quella donna prosperava nella disgrazia, le avversit� la


valorizzavano anche sul piano spirituale. Non era da Frau Schillings affrontare i
problemi con lacrime e bizze com�� uso del gentil sesso. Cos� � la vita e tanto
vale farsene una ragione: questo era il suo motto. Non che fosse sempre stato
facile conservare questo stoicismo: la morte prematura del suo caro pap� aveva
costituito un brusco risveglio dai sogni felici della prima giovinezza; poi c�erano
stati i problemi di testa della mamma. E il matrimonio non era stato il rifugio
stabile e felice che aveva immaginato.

Georg... povero, irresponsabile Georg! Neppure adesso, dopo che se n�era andato con
quei farabutti lasciando lei e i piccoli a sbrogliarsela come potevano, riusciva...
neppure adesso in cuor suo riusciva a odiarlo per le sue stravaganze. C�era da dire
che non aveva mai alzato le mani, come certi mariti sono fin troppo soliti fare; o
quantomeno non l�aveva mai proprio picchiata, non seriamente, in ogni modo. S�,
diceva con quel suo sorriso amabile che chiunque la conoscesse conosceva cos� bene,
s�, al mondo c�� di molto peggio del mio Georg! E com�era pieno di allegria e di
brio e persino, s�, affettuoso, quand�era sobrio. Be�, ormai se n�era andato, molto
probabilmente per sempre, ed era inutile rimuginare sul passato; doveva farsi una
nuova vita, per s� e per i bambini.
La guerra � un�invenzione degli uomini eppure sono forse le donne a soffrire di pi�
per i conflitti tra le nazioni. Frau Schillings aveva perso quasi tutto nella
tremenda guerra che in teoria era appena terminata: la sua casa, la sua felicit� e
persino suo marito. Georg era sarto, un vero artigiano con ottimi clienti tra le
migliori famiglie di Danzica. Tutto andava a meraviglia: avevano un
bell�appartamento sopra il negozio e soldi a sufficienza per soddisfare le loro
modeste esigenze, e poi erano arrivati i bambini, prima Heinrich e, dopo non molto,
la piccola Carla... Oh s�, era... era meraviglioso! Ma poi era scoppiata la guerra
e nella testa di Georg si era fatta strada la folle idea di poter fare fortuna
lavorando come sarto per i mercenari. Lei aveva dovuto ammettere, naturalmente, che
forse il marito aveva ragione ma di l� a non molto lui aveva cominciato a
straparlare, sostenendo che bisognava seguire gli affari, per usare la sua
espressione, vale a dire, come lei realizz� allibita, che avrebbero dovuto mettersi
al seguito dell�esercito, muoversi nella scia di quell�orrenda accozzaglia di
straccioni che i prussiani chiamavano esercito. Be�, lei non voleva saperne,
nossignore! Era una donna energica e sull�argomento ci fu pi� di un diverbio con
Georg, ma per quanto energica era pur sempre una donna e Georg, naturalmente, alla
fine aveva fatto a modo suo: aveva chiuso il negozio, si era procurato un carro e
un paio di cavalli e senza quasi che lei se ne rendesse conto si erano ritrovati
tutti e quattro per strada.

Naturalmente era stato un disastro. Georg, da povero sognatore qual era, si era
immaginato la guerra come una specie di ballo sontuoso in cui due eserciti
splendidamente (e costosamente!) bardati inscenavano le loro finte manovre
nell�aria frizzante del mattino prima di colazione. La realt� - grottesca, assurda
e orrendamente crudele - era stata un trauma indicibile. Le sue fantasie di
uniformi di broccato tutte infiocchettate erano svanite rapidamente. Passava i
giorni a rammendare brache e tuniche macchiate di sangue. Aveva incominciato
persino a riparare le scarpe - lui, un maestro di sartoria! - per i pochi soldi che
gli davano. Si era incupito sempre di pi� e aveva ricominciato a bere, malgrado
tutte le sue promesse. Una volta aveva colpito Carla e spesso scuoteva il povero
Heinrich, che non era robusto, fino a fargli battere i denti. Non poteva continuare
cos� e una mattina (era il compleanno del Principe della pace) Frau Schillings si
era svegliata nel lurido tugurio di locanda in cui avevano alloggiato per la notte
per scoprire che il marito aveva tagliato la corda, prendendosi il carro e i
cavalli, il borsellino con le poche monete rimaste e persino gli abiti della moglie
e dei bambini: tutto! Il locandiere, un bruto rude e venale, le disse che Georg se
l�era filata con una banda di disertori capeggiata da un certo Krock o Krack, un
brutto nome del genere, e quindi lei adesso gli avrebbe fatto il piacere di pagarlo
per quanto gli doveva per s� e per i marmocchi. Non aveva soldi? Be�, che pensasse
a un modo per ripagarlo in natura. � indicativo della - non esitiamo a dirlo -
santit� di quella donna il fatto che l� per l� non cap� minimamente che cosa stesse
suggerendo quell�animale e, quando lui le ebbe spiegato a che cosa si riferiva di
preciso, lei emise un grido soffocato e scoppi� subito in pianto. Mai!

Mentre giaceva su quel letto di vergogna, giacch� alla fine era stata costretta a
consentire a quella bestia di fare i suoi porci comodi con lei, rifletteva
amaramente che tutte le disgrazie che le erano capitate non erano dovute tanto alla
fragilit� di Georg, in realt�, quanto alla sciocca disputa tra il re di Polonia e
quell�orrendo Albrecht. Come li disprezzava, principi e politici, li disprezzava
tutti! E non ne aveva forse ben donde? I nostri governanti non sono forse
responsabili di sconsideratezze su scala ben maggiore di quelle a cui i poveri
Georg Schillings potranno mai aspirare a questo mondo? E non si dica che questo
disprezzo fosse soltanto la reazione amara di una donnetta sciocca che vaneggia
alla cieca volendo scaricare su un simbolo del mondo maschile i torti subiti in
parte per sua mancanza di carattere, perch� Anna Schillings era istruita (suo padre
aveva desiderato un maschio), sapeva leggere e scrivere, non era digiuna di libri
ed era in grado di sostenere le sue opinioni in una disputa logica con qualunque
uomo della sua classe. Oh, s�, Anna Schillings aveva le sue opinioni, e opinioni
ferme, per giunta.

Le settimane che seguirono alla partenza di Georg furono il periodo peggiore che la
donna avesse mai conosciuto. Non ci soffermeremo su come sopravvisse a quel
frangente orrendo; stenderemo un velo sull�argomento e ci limiteremo a dire che nel
corso di quelle settimane impar� che esistono canaglie ben peggiori e pi� crudeli
di quel locandiere concupiscente di cui si � gi� narrato.

Sopravvisse, in qualche modo riusc� a nutrire se stessa e i piccoli e, dopo quel


viaggio terribile attraverso la Prussia Reale fino all�Ermland settentrionale, dopo
quella via crucis, arriv� a Frauenburg, come si diceva, nel gennaio del 1524.

La migliore e pi� sincera amica della sua giovinezza, Hermina Hesse, era la
governante di uno dei canonici del capitolo della cattedrale. Hermina era stata una
ragazza esuberante e caparbia e, sebbene gli anni avessero smussato gran parte
della sua causticit�, era ancora una persona vivace, piena di allegria bonaria e
con una certa propensione a scoppiare a ridere alla minima provocazione. Non era
mai stata una bellezza, questo � vero: il suo fascino era di un genere pi� modesto
e rassicurante; ma di certo non era affatto vero quanto alcuni affermavano, che
avesse l�aspetto e la parlata di una sguattera, che la sua vita fosse uno scandalo
e la sua anima fosse irrimediabilmente perduta. Quello era il genere di cose messe
in giro dalle �tonache impagliate�, come li chiamava lei (con una tipica scossa
insolente della testa), che circolavano nel clero di Frauenburg; come se le loro,
di vite, fossero integerrime, banda di sodomiti in calore che non erano altro! Era
colpa sua se il buon Dio l�aveva benedetta con una fertilit� prorompente? Si
aspettavano che disconoscesse i suoi dodici figli? Disconoscerli! E che diamine,
lei li amava tanto quanto e forse pi� di quanto qualunque cosiddetta matrona
rispettabile e sposata potesse amare la sua legittima progenie e avrebbe lottato
come un gatto selvatico se qualcuno avesse osato (ma nessuno osava!) tentare di
portarglieli via. Scandalo, s�... puah!

Le due amiche si salutarono con un affetto e una tenerezza commoventi. Non si


vedevano da... be�, da molto pi� di quanto avesse importanza ricordare.

�Anna! Accidenti, Anna, che � successo?�

�Oh, mia cara� disse Frau Schillings, �mia cara, � stato cos� orribile, non posso
descrivertelo!�

Hermina abitava in una bella casa antica di pietra bianca su un paio di acri di
terra a circa tre leghe dalle mura di Frauenburg. Era di certo un nido confortevole
ma piuttosto isolato, osserv� Frau Schillings a voce alta, quando si furono sedute
nel tinello con un bicchiere di vino caldo speziato e una torta ai semi di papavero
appena sfornata. Il vino dava un meraviglioso sollievo e il calore della stufa e la
vista dell�amica con quella sua espressione raggiante la consolarono al punto che
cominci� subito a sentire che forse i tormenti della povert� e dell�esilio erano
finiti. (E in effetti sarebbero terminati presto, ma non nel modo in cui Frau
Schillings si aspettava!) I suoi piccini stavano gi� tentando qualche timido
approccio con i bambini della casa. Oh, cielo! Di colpo le vennero le lacrime agli
occhi: era tutto cos�... cos� bello.

�Isolato, s� disse Hermina incupita, interrompendo le tenere fantasticherie


dell�amica. �Si pu� tranquillamente dire che sono bandita quaggi�, questa � la
verit�. Il canonico ha un appartamento in citt�, da cui per� mi tengono alla
larga... non per volont� sua, ovvio, tu capisci (lui non oserebbe mai tentare di
impormi una restrizione simile, a me!), ma per via, be�, degli altri. Comunque sia,
Anna cara, i miei problemi non sono niente a paragone con i tuoi, credo. Devi
raccontarmi tutto. Quel maiale di Schillings ti ha lasciato, vero?�
Frau Schillings a quel punto le raccont� la sua penosa vicenda, in tutta la sua
orribile desolazione, senza espungere i particolari pi� sconvolgenti n�
infiorettare i dettagli che mettevano in risalto le qualit� del suo carattere: in
una parola, fu di una franchezza brutale. Parl� piano, con gli occhi bassi, la sua
bella fronte corrugata per la concentrazione; e Hermina Hesse, quella donna buona,
gentile e intrepida, paffuta e rossa di guance, quel pilastro di forza d�animo,
quella luce nel buio di un mondo malvagio, sorrise tra s� affettuosamente pensando:
cara Anna!, fin troppo scrupolosa, come sempre. E quando ebbe saputo tutto, tutta
quella storia straziante, prese le mani di Frau Schillings tra le sue e,
sospirando, disse:

�Oh, mia cara, mi addolora molto sentire delle tue disgrazie e vorrei tanto poter
alleggerire in qualche modo il tuo fardello...�

�Oh, ma il modo c��, Hermina, il modo c��!�

�Oh.�

Frau Schillings allora alz� gli occhi, stringendo il labbro inferiore tra i piccoli
denti bianchi dalla forma perfetta, sforzandosi evidentemente di trattenere le
lacrime che, malgrado i suoi sforzi coraggiosi, le inumidivano gli occhi scuri.

�Hermina� disse con voce prodigiosamente ferma, �Hermina, io sono una persona
orgogliosa, come tu sai bene dai tempi felici della nostra giovinezza e come sa
chiunque mi conosca un poco; eppure adesso sono caduta in basso e sono costretta a
ingoiare l�orgoglio. Ti chiedo, ti supplico, per piacere...�

�Aspetta� disse Hermina, dando qualche buffetto alle mani che ancora stavano come
tortore stanche tra le sue, �Anna cara, aspetta: credo di sapere che cosa stai per
dire.�

�Davvero, Hermina? Davvero?�

�S�, mia povera cara, lo so. Lascia che te lo risparmi, allora; lascia che sia io a
dirlo: vuoi un prestito.�

Frau Schillings corrug� la fronte.

�Oh, no� disse, �no. E che diamine, ma che idea ti sei fatta di me, per pensare una
cosa del genere? No, Hermina, carissima Hermina, in realt� mi chiedevo se avessi
una stanza in pi� per me e i bambini per una settimana o due, solo per darci una
mano finch�...�

Hermina si gir� con un�espressione afflitta e cominci� a scuotere lentamente la


testa, ma proprio in quel momento di imbarazzo furono interrotte da un rumore di
zoccoli all�esterno e poco dopo, dalla sgangherata porta sul retro, entr� il
canonico Alexander Sculteti, un uomo di bassa statura vestito di nero, soffiandosi
sui pugni gelati e imprecando sottovoce. Era magro, aveva il naso rosso e occhi
piccoli e penetranti. Vedendo Frau Schillings si ferm�, spostando lo sguardo da lei
a Hermina pieno di sospetto.

�E questa chi �?� brontol�, ma quando Hermina cominci� a spiegare la presenza


dell�amica, lui agit� le braccia spazientito e pass� rapidamente nella stanza
accanto spingendo via con un colpo di stivale un bimbetto che gli ostruiva il
passaggio. Non era una persona amabile, stabil� Frau Schillings, e non aveva
intenzione di supplicare lui per avere un posto dove stare. Che cos�avrebbe fatto,
per�, se Hermina non fosse stata in grado di aiutarla? Il tempo grigio di gennaio
incombeva alla finestra. Santo cielo! Hermina per� le fece un occhiolino di
incoraggiamento e segu� il canonico nell�altra stanza, dove cominci� subito una
discussione. Nonostante il chiasso che facevano i bambini (avendo ormai
fraternizzato, dai rumori si aveva l�impressione che giocassero a tentare di
scaraventarsi l�uno con l�altro gi� per le scale, quei piccoli birbantelli), e per
quanto lei arrivasse addirittura a coprirsi le orecchie, non pot� impedirsi di
sentire almeno in parte quel che veniva detto. Hermina, con tutto l�ardore che
poteva mettere parlando nell�interesse dell�amica, teneva un tono di voce basso,
mentre il canonico Sculteti non pareva curarsi che le sue osservazioni crudeli
potessero essere sentite.

�Permetterle di stare qui?� url�. �Perch� possano dire al vescovo che mi sono preso
in casa un�altra sgualdrina?� (Ah! Le mani di Frau Schillings volarono alla bocca
per impedirle di gridare per la vergogna e per la pena.) �Donna, sei impazzita? Ho
gi� abbastanza guai con te e questi dannati marmocchi. Ma non ti rendi conto che
corro il pericolo non solo di perdere la mia prebenda, ma di essere scomunicato?
Senti, ecco un piano...� Si interruppe sbottando in una risatina acuta, cavallina.
�Ecco cosa bisogna fare: mandarla da Koppernigk...� (Che nome aveva fatto? Frau
Schillings si aggrott� pensierosa.) �Lo sa il cielo se quello ha bisogno di una
donna. Ah!�

Prendendo tutto il suo coraggio tra le mani, Anna Schillings si alz� e and� dritta
nella stanza in cui stavano litigando e, con una voce fredda, piena di contegno,
chiese:

�� di Nicolaus Koppernigk che state parlando?�

Il canonico Sculteti, fermo in mezzo alla stanza con le mani sui fianchi, si gir�
verso di lei con un brutto ghigno sardonico. �Cosa vuoi, donna?�

�Non ho potuto fare a meno di sentire... Voi avete fatto il nome Koppernigk: si
tratta del canonico Nicolaus Koppernigk? Perch� in tal caso, ho l�obbligo di dirvi
che � mio cugino!�

S�, era cugina del famoso canonico Koppernigk o dottor Copernicus, come il mondo
ormai lo chiamava. Il loro era un legame tenue, questo � vero, per parte di madre,
ma sarebbe stato la salvezza di Anna Schillings. Non l�aveva mai incontrato, pur
avendone sentito parlare in famiglia; c�era stato qualche scandalo, ricordava
vagamente, o riguardava suo fratello? Be�, non aveva importanza, anche perch� chi
era lei per tirarsi indietro sentendo odore di scandalo?

Il loro primo incontro non fu molto promettente. Il canonico Sculteti la accompagn�


quella sera stessa a Frauenburg (e fu cos� sciagurato da farle una certa proposta
lungo la via, che lei respinse sdegnata con il disprezzo che meritava); i bambini
li lasci� alle cure di Hermina, giacch�, come Sculteti spieg� senza peli sulla
lingua, non volevano spaventare a morte il �vecchio Koppernigk� con la prospettiva
di una famiglia bell�e fatta. La citt� era scura e minacciosa e recava ancora i
segni della guerra, case bruciate e mendicanti storpi e l�odore della morte. Il
canonico Koppernigk viveva in una specie di piazzaforte tozza e squadrata nelle
mura della cattedrale, un luogo freddo e inospitale, alla vista del quale, nella
bava di luce stellare, Frau Schillings ebbe un tuffo al cuore. Sculteti buss� alla
robusta porta di rovere e poco dopo una finestra in alto si apr� furtiva e fece
capolino una testa.

��Sera, Koppernigk� grid� Sculteti. �C�� qui una persona che chiede di voi con
urgenza.� Ridacchi� sotto i baffi e Frau Schillings, malgrado l�eccitazione e il
batticuore, non pot� fare a meno di osservare un�altra volta quanto quell�uomo
fosse sgradevole e volgare. �Parenti!� aggiunse, e rise di nuovo.

La figura di sopra non profer� parola ma scomparve in silenzio e, dopo parecchio


tempo, sentirono un lento suono di passi all�interno, la porta si apr� piano piano
e il canonico Nicolaus Koppernigk alz� una candela accesa verso di loro come per
respingere una coppia di demoni.

�Eccoci!� disse Sculteti con falsa giovialit�. �Frau Anna Schillings, vostra
cugina, � venuta a farvi visita. Frau Schillings... Herr Kanoniker Koppernigk!� E
con queste parole si dilegu� nella notte ridendo.

Il canonico Koppernigk, che aveva allora cinquantun anni, a quel tempo era
pesantemente gravato dagli affari di stato. Allo scoppio della guerra tra i
polacchi e i cavalieri teutonici il capitolo di Frauenburg aveva cercato scampo
rifugiandosi quasi per intero nelle citt� della Prussia Reale, in particolare a
Danzica e a Torun; lui, invece, era andato proprio nel cuore del campo di
battaglia, per cos� dire, al castello di Allenstein, nel suo ruolo di
amministratore dei beni esterni del capitolo. In seguito, dopo l�armistizio del
1521, aveva fatto ritorno a Frauenburg in aprile nella veste di cancelliere,
incaricato dal vescovo von Lossainen (le voci sulla sua morte nell�assedio di
Heilsberg si erano fortunatamente rivelate infondate) di riorganizzare
l�amministrazione dell�Ermland, un compito che di primo acchito era parso
impossibile, considerato che in base ai termini dell�armistizio i cavalieri
conservavano quelle parti del principato che le loro truppe occupavano al momento
della cessazione delle ostilit�. Un�ulteriore difficolt� era dovuta alla presenza
sul territorio di ogni genere di disertori e rinnegati, che diffondevano disordini
e anarchia per le campagne. Comunque sia, nell�arco di un anno il canonico era
riuscito a tal punto a ripristinare la normalit� che i suoi pavidi colleghi
ritennero che fosse sufficientemente sicuro strisciare fuori dai loro nascondigli e
tornare ai loro doveri.

Ma anche allora le esigenze della vita pubblica non erano venute meno, poich� nel
gennaio del 1523 la morte colse infine il vescovo von Lossainen e il capitolo fu
costretto a prendere in mano le redini del governo del turbolento vescovato
straziato dalla guerra; ancora una volta il capitolo si rivolse al canonico
Koppernigk, che fu eletto amministratore generale, incarico che rivest� fino al
mese di ottobre, quando si insedi� un nuovo vescovo. Per tutto questo lungo periodo
aveva lavorato a un resoconto dettagliato dei danni che l�Ermland aveva subito
durante la guerra, un documento vitale da presentare ai colloqui di pace a Torun.
Aveva anche redatto, su richiesta del re di Polonia, un trattato elaborato e
complesso su come riformare il degradato sistema monetario prussiano. N� gli erano
mancati i dispiaceri personali: poco dopo aver saputo della morte di sua sorella
Barbara a Kulm, aveva ricevuto notizia dall�Italia che suo fratello Andreas aveva
infine ceduto alla malattia che l�aveva afflitto per molti anni. Non c�� da
stupirsi, dunque, se considerato tutto questo il canonico Koppernigk apparve a Frau
Schillings un�anima riservata e distratta, fredda, strana, solitaria.

Quella prima sera, quando Sculteti la abbandon� sulla porta del canonico come fosse
uno scherzo ridicolo e di cattivo gusto, il canonico la fiss� con un misto di
orrore e sconcerto, come se si fosse materializzata da un incubo. Indietreggi�
allontanandosi su per la stretta scala buia, sempre reggendo in alto la candela
come un talismano brandito in faccia a un demone. Nell�osservatorio mise la sua
scrivania tra s� e la donna. Per la seconda volta, quel giorno, Frau Schillings
raccont� la sua triste storia, piena di esitazione, ora, e con molte omissioni,
tenendo le mani strette sul corpetto. Lui la guardava con una specie di fascino
orripilato, ma lei si rendeva conto che met� di quel che gli diceva non lo
recepiva. Con tutto il suo riserbo, le sembrava per� un uomo gentile.

�Non star� a fare giri di parole, Herr Kanoniker� gli disse, �ho mendicato, mi sono
prostituita e sono sopravvissuta; ma adesso non mi � rimasto niente. Siete la mia
ultima speranza. Rifiutatemi e morir�.�
�Figliola mia� fece lui, poi si interruppe, inerme e imbarazzato. �Figliola mia...�

La luce della luna brilla attraverso la finestra ad arco; la candela guizza. I


libri, il letto, la scrivania, tutto si rannicchia come una danza segreta di
creature incantate che di colpo si blocca, e quegli strani strumenti spettrali
alzano le loro braccia nell�ombra su verso le stelle, oggetti misteriosi, ieratici
e inesplicabili. Tutto sbiadisce; il buio cala.

* * *

A Nicolaus Koppernigk, Canonicus: Frauenburg

Esimio signore,

mi permetto di scrivervi ricordando le nostre numerose e interessanti conversazioni


di alcuni anni or sono, quando ci conoscemmo a Cracovia. Allora io ero consigliere
del re di Polonia e voi, a quanto ricordo, eravate segretario del vostro ora
defunto zio, Sua Grazia il vescovo Waczelrodt, per la cui morte mi si permetta di
porgervi adesso tardive condoglianze. Ammiravo grandemente quell�uomo (pur non
conoscendolo) e gradirei sapere di pi� della sua vita e della sua opera. La sua
morte ha costituito un�autentica tragedia per l�Ermland, come gli eventi hanno
dimostrato. Spero ardentemente che le vostre molte incombenze pubbliche non vi
ostacolino nel grande compito in cui siete impegnato. Sento dire cose meravigliose
delle vostre teorie, specie dal cardinale Sch�nberg a Roma, che credo conosciate.
Siete assai fortunato ad avere alleati di tal fatta, che di certo vi torneranno
alquanto utili contro gli strepiti degli scolastici ignoranti e di quegli altri che
avete scandalizzato con l�audacia dei vostri concetti. Quanto a me, ho cos� poco
potere a mia disposizione che esito ad assicurarvi i miei migliori auspici per il
vostro sommo e importante lavoro, sul quale invoco la benedizione di Dio, nel nome
della Verit�. Esito, come dicevo: ma chi pu� dire se anche l�amicizia di una
persona umile come il sottoscritto non possa in futuro dimostrarsi di qualche
utilit�? Temo che in questi tempi perigliosi la Chiesa presto non sar� pi� in grado
di mantenere quella generosa larghezza di vedute che finora era usa estendere ai
Suoi ministri (una larghezza di vedute della quale, posso aggiungere, sono stato io
stesso grato in pi� di un�occasione!). Tempi bui ci attendono, esimio canonico: la
minaccia incombe su tutti noi. D�altro canto � mia convinzione che fintanto che
manteniamo una stretta vigilanza sulle nostre vite e non prestiamo il fianco ad
accuse di corruzione e lascivia da parte dei luterani, saremo al sicuro, a
prescindere da quanto rivoluzionarie siano le nostre idee. Vi prego, signore, di
tenermi sempre per vostro devotissimo amico.

ex L�bau, 11 novembre 1532

+ Johannes Dantiscus

Vescovo di Kulm

A Tiedemann Giese, Visitator: Allenstein

Caro Giese,

ho ricevuto una lettera da Dantiscus che accludo alla presente: vi prego di dirmi
che cosa ne pensate e come io debba rispondere. � una persona di cui non mi fido.
Ha una figlia in Spagna, dicono. Possibile che il nostro vescovo gli abbia chiesto
di scrivermi una missiva del genere? Sospetto una cospirazione contro di me.
Distruggete questa lettera ma rispeditemi indietro l�altra con i vostri consigli su
come procedere. Io non sto bene: un catarro di stomaco e gli intestini che non si
muovono, come sempre. Credo che non dovrei rispondergli. Per piacere, ditemi che
cosa devo fare.
ex Frauenburg, 16 dicembre 1532

Nic. Koppernigk

A Johannes Dantiscus, Vescovo di Kulm: L�bau

Ho ricevuto la lettera di Vostra Eccellenza, piena di umanit� e di favore, in cui


mi si ricorda la familiarit� contratta con Vostra Eccellenza nella mia giovinezza e
che so essersi mantenuta sempre forte fino a ora. Quanto alle informazioni che mi
avete richiesto riguardo alla vita di mio zio Lucas Waczelrodt di benedetta
memoria: egli visse sessantaquattro anni e cinque mesi; fu vescovo per ventitr�
anni; mor� il penultimo giorno di marzo, anno Christi 1512. Con lui si � estinta
una famiglia il cui stemma figura sui monumenti antichi di Torun. Raccomando la mia
obbedienza a Vostra Eccellenza.

ex Frauenburg, 11 aprile 1533

Nic. Koppernigk: Canonicus

A Johannes Dantiscus, Vescovo di Kulm: L�bau

Mio signore,

vi scrivo nell�interesse di qualcuno che abbiamo caro entrambi: id est, il dottor


Nicolaus Copernicus, astronomo e canonico di questo capitolo. Come sapete, i
canonici di Frauenburg si riuniranno questo mese allo scopo di eleggere un vescovo
sul trono dell�Ermland, in seguito al decesso del nostro compianto Mauritius
Ferber. La lista dei candidati, stabilita com�� uso da Sua Altezza Reale Sigismondo
di Polonia, comprende quattro nomi, i canonici Zimmermann, von der Trank e
Snellenburg; il quarto nome, naturalmente, lo conoscete. Mentre non � mio desiderio
tentare di influenzare il corso di questa nobile questione, sento il dovere di
suggerire umilmente che uno di questi nomi, vale a dire quello del canonico
Heinrich Snellenburg, sia rimosso dalla lista, al fine di proteggere il capitolo
dal ridicolo e il trono polacco (i cui interessi ho a cuore tanto quanto Vostra
Eccellenza) dall�accusa di un grave errore di valutazione. Vostra Eccellenza sa di
che tipo d�uomo io parli. Il canonico Snellenburg non � un grande peccatore, ma
proprio la meschineria delle sue infrazioni (debiti non pagati e cos� via) deve di
certo escluderlo dalla candidatura a questo altissimo ufficio. Suggerisco pertanto
che sia rimosso immediatamente dalla lista e che il suo nome sia sostituito con
quello del canonico Nicolaus Koppernigk. L�esimio dottore, non occorre che io lo
dica, non aspira a un incarico del tenore del vescovato dell�Ermland (ed � del
tutto ignaro della mia istanza, vi assicuro): eppure sento che anche solo nominarlo
come candidato, e credo di non essere il solo di questa opinione, possa essere
un�indicazione, per quanto sottile, dell�alto riguardo in cui egli � tenuto tanto
dalla Chiesa quanto dal trono polacco. Costituirebbe inoltre, com�� ovvio, un mezzo
per armarlo contro i suoi nemici, che sono purtroppo una legione. Il dottor
Copernicus � ormai un uomo anziano e in cattiva salute. Dorme male ed � afflitto da
allucinazioni: talvolta parla di oscure figure che si occultano negli angoli della
sua stanza. Tutto sta a indicare quanto si senta minacciato e irriso da un mondo
ostile. I generosi elogi di Vostra Eccellenza per il suo lavoro (che ancor oggi
rifiuta di pubblicare, per paura della reazione che potrebbe provocare) non trovano
eco universale: non � molto che il rettore luterano della Schola latina di Elbing,
un certo Gnapheus, ludi magister, ha messo in ridicolo le idee astronomiche del
maestro (o le versioni imbastardite di tali idee che a questo Gnapheus � dato
comprendere nella sua ignoranza) in una sua cosiddetta commedia, il Morosophus o Il
folle saggio, che � stata rappresentata pubblicamente in quella citt� come farsa
carnevalesca. Lo stesso dottor Copernicus ha osservato che il maestro Gnapheus di
certo non ha mai sentito parlare del capolavoro del divino Cusano, De docta
ignorantia, altrimenti avrebbe colto l�ironia insita nella scelta del titolo che ha
dato alla sua farsa calunniosa. Come ulteriore esempio di come il dottor Copernicus
sia perseguitato, spero che Vostra Eccellenza voglia perdonarmi se faccio menzione
di questo assurdo e doloroso incidente: una decina di anni or sono, una giovane
fanciulla fu accompagnata da lui affinch�, in qualit� di medico, potesse curarla da
un�indicibile malattia che la ragazza aveva contratto non si sa come. Lui non pot�
fare nulla, naturalmente, perch� la malattia era in uno stadio gi� avanzato. La
fanciulla nel frattempo � morta nel convento cistercense di Kulm e adesso il padre,
senza dubbio impazzito per il dolore, ha cominciato a dire in giro che la colpa
della tragedia � del dottore, che la ragazza gli avrebbe riferito, cos� sostiene il
padre, che mentre lui la stava esaminando le fece un incantesimo, agitando le mani
e pronunciando una strana parola che lei non pot� capire et cetera. Si tratta di
un�accusa assurda, com�� ovvio, ma Vostra Eccellenza sapr� come vanno queste cose;
la situazione � giunta a un punto tale che i malati non osano pi� affidarsi alle
sue cure. Temo per� di avere ormai abusato della pazienza di Vostra Eccellenza con
i miei sproloqui. Permettetemi di concludere dicendo che, dopo un�attenta
considerazione di tutti i fattori summenzionati, Vostra Eccellenza riconoscer� che
il nostro amatissimo canonico Nicolaus merita tutti gli onori che � in nostro
potere tributargli e merita altres� tutte le piccole consolazioni, dello spirito o
della carne, che � in grado di strappare a un mondo crudele.

ex Frauenburg, 10 settembre 1537

Tiedemann Giese: Canonicus

A Tiedemann Giese, Vescovo di Kulm: L�bau

Egregio Vescovo,

continuo a ricevere resoconti inquietanti riguardo all�esimio dottore e alla


faccenda di questa donna, Anna Schillings. Si sostiene che lui la tenga come
focaria e che lei ottemperi a tutti i doveri connessi a una tale posizione,
fungendo da governante e anche da concubina. Mi ero prestato, dietro vostra
richiesta, a sostituire il nome di Snellenburg con il suo nella lista del re,
nonostante le gravi riserve che nutrivo gi� all�epoca, perch� confesso che la
sostituzione del nome di un peccatore con quello di un altro non mi si prospettava
come un�azione saggia; lo feci, per�, per via dell�alta considerazione che nutro
per il lavoro del dottore, se non per il suo carattere. Ora credo che avrei fatto
meglio a farmi influenzare non dalle vostre argomentazioni e dalle vostre
suppliche, bens� dai miei sentimenti. Comunque sia, � acqua passata: ve ne faccio
parola solo perch� voi possiate adesso ripagare il favore parlando con lui e
incoraggiandolo ad allontanare quella donna. Deve cedere. � in gioco adesso ben pi�
della reputazione del capitolo di Frauenburg. Mantiene stretti rapporti con
Sculteti: questo non va bene. Avvertitelo che rapporti e amicizie del genere sono
nocivi per lui ma non ditegli che l�avvertimento proviene da me. Saprete di certo
che Sculteti ha preso moglie e che � sospettato di ateismo.

ex Heilsberg, 4 luglio 1539

+ Johannes Dantiscus

Vescovo dell�Ermland

A Johannes Dantiscus, Vescovo dell�Ermland: Heilsberg

Mio caro Vescovo,

il dottor Nicolaus � nostro ospite per un breve periodo insieme con un giovane
discepolo. Ho parlato in tutta seriet� al dottor Nicolaus, come Vostra Eccellenza
desiderava, e gli ho esposto i fatti senza giri di parole. Mi � parso non poco
turbato dal fatto che, nonostante avesse prontamente obbedito alla volont� di
Vostra Eccellenza, la malizia della gente continui a montare accuse di incontri
clandestini e cos� via. Egli infatti nega di aver visto quella donna da quando l�ha
congedata. Mi sono reso conto per certo che non � cos� afflitto come molti credono.
Per di pi� la sua et� avanzata e i suoi studi incessanti me ne convincono
facilmente, come pure la dignit� e la rispettabilit� dell�uomo; l�ho tuttavia
invitato a evitare anche la sola apparenza del male e sono convinto che lo far�. Ma
di nuovo, ritengo che Vostra Eccellenza non dovrebbe prestare troppa fede
all�informatore, considerato che l�invidia si attacca con grande facilit� alla
gente di valore e non teme di importunare persino Vostra Eccellenza. Mi raccomando,
et cetera.

Ex L�bau, 12 agosto 1539

+ Tiedemann Giese

Vescovo di Kulm

A Johannes Dantiscus, Vescovo dell�Ermland: Heilsberg

Vostra Grazia,

[...] per quanto riguarda le donzelle di Frauenburg, quella di Sculteti � rimasta


nascosta qualche giorno a casa sua. Ha promesso di andarsene con i suoi figli.
Sculteti rimane nella sua curia con la sua focaria, che ha l�aspetto di una
locandiera carica di ogni vizio. La donna del dottor Nicolaus ha spedito le sue
cose a Danzica, lei per� continua a rimanere a Frauenburg...

ex Allenstein, 20 ottobre 1539

Heinrich Snellenburg, Visitator

A Nicolaus Koppernigk: Frauenburg

Signore,

vi scrivo direttamente nell�auspicio che serva a farvi comprendere il pericolo nel


quale vi siete messo con il vostro ostinato rifiuto di cedere sulla questione di
quella donna, Anna Schillings. Di certo vi renderete conto di quali siano le
istanze in gioco. Se si trattasse unicamente di questa focaria, non sarei cos�
inclemente nell�incalzarvi, ma c�� altro, molto altro, come voi ben sapete. Dietro
mia raccomandazione il canonico Stanislaus Hosius � stato candidato all�ufficio di
precentore del capitolo di Frauenburg. Voglio essere franco, mio caro dottore:
Hosius non mi piace, non mi piace quello che rappresenta. � un fanatico. Voi e io,
amico mio, siamo figli di un�altra epoca, di un�epoca pi� raffinata e civile, ma
quell�epoca appartiene al passato. Alcuni anni or sono vi misi in guardia sul fatto
che si avvicinavano tempi bui; quel buio incombe adesso su di noi e le sue
incarnazioni sono il canonico Hosius e quelli della sua genia: inquisitori,
fanatici. Hosius non mi piace, come ho detto, eppure l�ho nominato canonico a
Frauenburg e far� s� che diventi precentore: che mi piaccia o no, sono costretto ad
accettarlo. Per il futuro dell�Ermland si prospettano due opzioni: che diventi
prussiano e luterano oppure polacco e cattolico. Non esiste una terza via.
L�autonomia di cui vostro zio fu architetto e custode sta per esserci sottratta. La
scelta dunque � chiara: qualunque siano i nostri sentimenti riguardo alla Polonia,
dobbiamo inchinarci al trono jagellone o perire. Ora, il capitolo di Frauenburg,
lasciandosi sventatamente fuorviare da forze che non hanno a cuore il bene
dell�Ermland n� quello di Frauenburg, ha eletto precentore l�innominabile Sculteti,
intralciando cos� i miei piani oculati. Questo � intollerabile. Questi maledetti
clerici tra cui avete scelto di vivere non si rendono conto che dietro Sculteti c��
quella fazione della corte papale che immagina di portare l�Ermland sotto il
diretto controllo di Roma? E se anche fosse fattibile, cosa che non �, il governo
di Roma comporterebbe il disastro per tutti noi. Dobbiamo stringerci alla Polonia!
� l�unica via. Devo avere Hosius, e il corollario di questa necessit� � che sono
costretto a distruggere Sculteti. User� qualunque arma potr� escogitare contro di
lui. Il modo scandaloso in cui vive � una di queste armi, forse la pi� letale.
Confido che queste rivelazioni, che ho l�avventatezza di mettere per iscritto, vi
chiariranno perch�, per tutti questi anni, ho cercato di costringervi a liberarvi
di quella donna. Questo sar� il mio ultimo avvertimento; ignoratelo e correrete il
grave pericolo di affondare insieme a Sculteti, quando cadr�. Non ho altro da dire.
Vale.

ex Heilsberg, 13 marzo 1540

+ Johannes Dantiscus

Vescovo dell�Ermland

A Johannes Dantiscus, Vescovo dell�Ermland: Heilsberg

Reverendissime in Christo Pater et Domine Clementissime!

Ho ricevuto la lettera di Vostra Reverendissima Signoria. Comprendo bene tutta la


grazia e la benevolenza che Vostra Signoria mi accorda e che ha la condiscendenza
di accordare non soltanto a me ma ad altri uomini di grande valore. Credo che
questo debba attribuirsi non ai miei meriti, bens� alla nota bont� di Vostra
Eccellenza. Possa io un giorno meritare tali favori! Mi rallegro certo pi� di
quanto possa esprimere per avere trovato un tale protettore e patrono.

Ho fatto ci� che non volevo n� potevo lasciare incompiuto e spero in tal modo di
aver dato soddisfazione a Vostra Signoria Reverendissima.

ex Frauenburg, 3 luglio 1540

di Vostra Reverendissima Signoria servitore devotissimo

Nicolaus Copernicus

A Tiedemann Giese, Vescovo di Kulm: L�bau

Mio caro Tiedemann,

Sculteti � stato espulso dal capitolo e bandito per editto reale. Andr� a Roma,
credo, come tutti i reietti. La sua focaria, la Hesse, � scomparsa. Quanti guai ha
provocato! Mi viene in mente che la nostra Frauenburg ha proprio un nome azzeccato:
citt� delle donne. Ho emanato di mia iniziativa un�ennesima ingiunzione contro Frau
Schillings, ma lei rifiuta di andarsene. Io sono sinceramente commosso dalla sua
devozione per un uomo anziano e malato e non ho il cuore di farle capire che tutto
considerato sarebbe meglio se se ne andasse. D�altra parte, dove potrebbe andare?
Cos� aspetto, senza grande interesse, la prossima mossa di Dantiscus. Do
l�impressione di essere calmo? Non lo sono. Ho paura, Tiedemann, paura di quello
che il mondo possa pensare di farmi che non mi abbia gi� fatto: il mondo schifoso
che non mi d� tregua, che mi insegue sempre, un mostro nero, che trascina le sue
ali malandate nella scia. Ah, Tiedemann...

ex Frauenburg, 31 dicembre 1540

Arriva via acqua, nel cuore della notte, scintillando lucido sul dorso brillante
del fiume, il muso in su a fiutare, sotto il ponte levatoio, sotto la saracinesca,
oltre la sentinella sonnecchiante. Breve raspare di artigli sui gradini melmosi
sotto le mura, breve scintillio di un dente snudato. Nel buio per un istante un
indizio di sofferenza e di tormento, e la notte sussulta. Ora scala il muro,
striscia furtivo sotto la finestra con un sogghigno. Nell�ombra della torre si
accovaccia, avvolto in un mantello nero, in attesa dell�alba. Arriva la bussata, la
voce tesa, il passo leggero e furtivo sulla scala, e com�� che io solo sento
l�acqua...?

III

Cantus Mundi

Io, Georg Joachim von Lauchen, detto Retico, metter� adesso per iscritto il vero
resoconto di come Copernico sia giunto a rivelare a un mondo impantanato in un
calderone di ignoranza la musica segreta dell�universo. Non molti sono disposti ad
ammettere che, non fossi andato da lui, quel vecchio sciocco non avrebbe mai avuto
il coraggio di pubblicare. Quando arrivai a Frauenburg ero poco pi� che un
ragazzino (un ragazzino di genio, senza dubbio!), eppure lui riconobbe quanto fossi
brillante e mi ascolt� per questo, s�. Principi della Chiesa e dello Stato
l�avevano invano sollecitato a pronunciarsi, ma fu alle mie argomentazioni che
cedette. Per voi adesso � Copernico, un titano, remoto e inconoscibile, ma per me
era semplicemente il canonico Nicolaus, mentore e, s�!, amico. Mi danno del pazzo.
Facciano pure. Che m�importa delle contumelie di un mondo geloso? Mi hanno espulso,
negato la fama e un nome onorato, esiliato a marcire qui in questo angolo
d�Ungheria dimenticato da Dio che chiamano Cassovia... ma che dire? Sono finalmente
in pace, dopo tutti questi anni furiosi. Un vecchio, adesso, s�, un vagabondo
derelitto e stanco giunto alla fine del viaggio, ormai me ne infischio. Ma non li
perdono! No! Che il diavolo vi smerdi.

Il mio protettore, il conte, � un nobile gentiluomo. Colto, raffinato, brillante,


fin troppo generoso, per molti versi mi ricorda me stesso quand�ero pi� giovane.
Parliamo la stessa lingua, nel senso che parliamo la lingua dei gentiluomini,
ovvio, perch� in verit� il suo latino � un po�... arrugginito. Non come Koppernigk,
il cui latino era impeccabile, da vero scolastico, mentre per il resto, be�, la sua
famiglia dopotutto veniva dal commercio. Il conte ha visto in me uno della sua
razza e mi ha accolto qui nel suo castello (come medico personale) mentre altri
hanno scelto di dimenticare me e il grande lavoro che ho fatto. Egli respinge con
la tipica alterigia le vili calunnie di cui sono fatto oggetto e ride quando gli
sussurrano in un soffio che sono pazzo. Il conte, sfortunatamente, un po� pazzo lo
� davvero. Gli viene dal lato materno, credo, dove hanno senza dubbio sangue
cattivo. S�, devo esercitare maggior cautela, perch� il conte � bizzoso. Essere
meno arrogante in sua presenza, mostrarmi umile di tanto in tanto, s�, s�. Eppure
ha bisogno di me, lo sappiamo entrambi. Come farebbe senza di me, mi chiedo, per
quanto riguarda la conversazione, gli stimoli intellettuali, che gli evitano di
uscire del tutto fuori di senno? Questo paese � popolato di porcai e streghe e
preti idioti. Nel suo scarso firmamento sono arrivato come una nuova stella. In
ogni modo, perch� preoccuparmi? Il mondo � pieno di conti ma di dottor Retico ce
n�� uno solo. No, non �, il mondo intendo, pieno di conti, per cui vacci piano. Che
cosa stavo...? Copernico, ma certo. Quarant�anni fa - quarant�anni fa! - arrivai da
lui.

Frauenburg, quel buco! Aggrappata alla costa baltica lass� all�estremo confine
della terra e un giorno, a Dio piacendo, cadr� gi�, come una crosta. Ebbi un tuffo
al cuore la prima volta che scorsi le mura di quella grigia fortezza. Fu nel 1539,
in teoria era estate ma pioveva a dirotto e dal mare soffiava un gelido vento
bianco. Ricordo le case, come pugni stretti, ammassate all�interno della cinta
muraria. Stretto � il termine giusto: cos� era Frauenburg, stretta nella propria
ignoranza e nella propria amarezza e nel proprio cattolicesimo. Era per quello che
avevo abbandonato Wittenberg, l�universit�, i miei amici e confratelli? Non che
Wittenberg fosse granch� meglio, badate, ma era di una meschinit� diversa; nei
corridoi dell�universit� era ancora tutto un riempirsi la bocca di libert� e
cambiamento e redenzione, facendo il verso al rauco starnazzare dei riformatori, ma
dietro tutti quei bei discorsi stava annidato il vecchio terrore, la disperazione
di coloro che sapevano benissimo, pur non volendolo ammettere, che il mondo �
guasto, irredimibile. In quei giorni credevo (o mi ero convinto di credere) che
fossimo sulla soglia di una nuova era e prendevo parte con gusto al gioco e mi
riempivo la bocca con i migliori di loro. Come avrei potuto fare diversamente? A
ventidue anni reggevo la cattedra di matematica e di astronomia della grande
universit� di Wittenberg. Quando il mondo ti favorisce cos� presto e in modo cos�
generoso, ti senti obbligato a sostenere le sue patetiche finzioni. Sono dentro le
porte di Frauenburg.

Una volta a Frauenburg, dunque, andai dritto alla cattedrale, trascinandomi dietro
i miei bagagli e i libri per strade fradicie. Dalla cattedrale fui indirizzato alla
casa del capitolo, dove incontrai non poche difficolt� a entrare, con il fatto che
lass� parlano un dialetto barbaro e come se non bastasse il custode era sordo. Alla
fine rinunci� a qualunque tentativo di decodificare il mio tedesco impeccabile e a
denti stretti mi fece entrare in una buia stanza cavernosa piena di idoli macchiati
di sangue, la loro Vergine e cos� via, che sbirciavano lugubri dalle loro nicchie
alle pareti. Poco dopo si sent� raspare alla porta e un anziano clerico entr�
camminando di traverso, come i granchi, e guardandomi con sospetto dall�angolo di
un occhio sbiadito. Dovevo sembrare una ben strana apparizione, l� nella penombra,
con un sorriso da grondone, a gocciolare acqua sul pavimento lucido. Si fece avanti
preoccupato, lasciando che il grande tavolo di rovere che stava in mezzo alla
stanza ci dividesse. Il suo sguardo era stranamente simile a quello delle statue
dietro di lui: guardingo, sospettoso, persino ostile, ma in definitiva
indifferente. Quando feci il nome di Copernico pensai che stesse per darsela a
gambe (l�astronomo era dunque un appestato persino tra i suoi stessi colleghi?), ma
represse la sua costernazione meglio che poteva e si limit� a sorridere, sempre che
quell�increspatura potesse definirsi un sorriso, e mi indirizz� alla... dove? alla
cattedrale. Trattenni la rabbia. Lui corrug� la fronte. Ero gi� stato alla
cattedrale? Oh, allora temeva di non potermi aiutare. Gli chiesi se potevo
aspettare, nella speranza che chi stavo cercando a un certo punto tornasse l�. Ah,
be�, s�, s�, certo, ma ora che ci pensava, forse potevo andare a cercarlo a casa
del canonico taldeitali, all�altro capo della citt�, perch� a quell�ora Herr Doktor
era spesso da lui. E fui rimesso in fretta e furia sulla strada.

Avete idea di come sia lass� nel grigio Nord? Ora, io non ho niente contro la
pioggia - anzi, credo costituisca un vivace legame tra l�aria e gli angeli e noi
povere creature terrestri - ma lass� cade come l�avanzata del crepuscolo, incupendo
il mondo, e in quell�oscurit� bagnata tutto sembra logoro e piatto, e lo spirito
soffre. Neppure in primavera c�� una bella pioggia gloriosa come la si incontra
altrove, quando i temporali di aprile spazzano l�aria come docce di luce, ma sempre
solo quell�acquerugiola sottile e monotona, tic tic tic, una pioggerella di
tangibile accidia, ora dopo ora. Eppure quel giorno percorsi le strade squallide
del tutto incurante, i miei piedi nel fango e la mia testa avvinta in una nebbia
dorata, ah, s�, � sempre stato cos� per me: quando mi fisso su qualcosa, tutto il
resto scompare, e quel giorno ero in grado di vedere una cosa sola, lo storico
confronto (perch� gi� mi dipingevo il nostro incontro incastonato come una gemma
nella grande ruota scintillante della storia) tra von Lauchen di Rezia e il dottor
Copernico di Torun. Ma Herr Doktor si stava dimostrando maledettamente elusivo. A
casa del canonico taldeitali (si chiamava Snellenburg, ora ricordo) quello stolto
di un domestico o qualunque cosa fosse mi guard� in modo strano e scosse il suo
testone lentamente, da parte a parte, come se avesse a che fare con un grosso
bambino squilibrato.
Alla fine lo stanai, non importa come. Ho detto a sufficienza per dimostrare quanto
fosse disposto a fare per proteggersi dal mondo. Viveva in una torre nelle mura
della cattedrale, un nido d�aquila sconfortante e inospitale dove se ne stava
appollaiato come un vecchio rapace stizzoso, pronto a usare il becco e gli artigli.
Infilai il piede nella porta prima che la governante, Anna Schillings, la sua
focaria, quella cagna (su di lei avr� modo di tornare), potesse sbattermela in
faccia; e giuro che se l�avesse davvero richiusa sarei entrato facendola saltare
con la testa, borchie di ottone, cardini e serratura e tutto, tanto ero disperato.
Le rivolsi un sorriso tutto denti e lei si ritrasse e scomparve su per la scala
stretta, in cima alla quale ricomparve poco dopo e mi chiam� con un cenno, e lass�
nella semioscurit� (ormai era sera) mi abbandon� con una terribile occhiataccia
davanti a una porta a sesto ribassato. Io aspettai. La porta si schiuse leggermente
con uno scricchiolio. Una faccia, che riconobbi allibito, sbirci� con cautela e
scomparve immediatamente. Da dentro si sentirono provenire dei rumori furtivi e
strascicati. Bussai, non sapendo che altro fare. Una voce mi preg� di entrare.
Obbedii.

La prima, voglio dire seconda - terza, in realt� -, be�, la prima volta per cos�
dire ufficiale che lo vidi, fui sorpreso di trovarlo pi� piccolo di quanto mi
aspettassi, ma forse mi aspettavo un gigante. Era in piedi davanti a un leggio con
le mani sulle pagine aperte di una Bibbia, credo fosse una Bibbia. Aveva degli
strumenti astronomici posati su un tavolo vicino a lui e dalla finestra aperta alle
sue spalle si vedeva il Baltico e la grande volta di luce del cielo serale (la
pioggia era cessata, le nuvole si erano diradate, come al solito). Aveva
un�espressione di garbata curiosit�, di mite sorpresa. Io dimenticai il discorso
che mi ero preparato. Credo di essere rimasto a bocca aperta. Era lo stesso vecchio
che avevo incontrato alla casa capitolare, vale a dire, quello era Copernico, nel
senso che erano una sola persona: s�, s�, la stessa persona, ed eccolo l� che mi
fissava con quegli occhi sgranati, vitrei, lugubri, come se non mi avesse mai
visto. Ahi, mi deprimo ancora a pensarci. Credeva che non l�avrei riconosciuto in
quella posa ridicola, da ritratto stilizzato dello scienziato nella sua cella? Non
gli importava! Se la sua espressione accuratamente composta non era scevra di una
lieve traccia di disagio, quel disagio scaturiva dall�ansia per l�eleganza della
sua recita e non da un qualsivoglia riguardo per me n� per la vergogna che il suo
spregevole trucchetto fosse stato scoperto. Era come una mascherata davanti allo
specchio. Copernico non credeva nella verit�. Non aveva fiducia nella verit�. Vi
sorprende? Ascoltate...

Oh, accidenti, tutto questo � indegno di me, dell�argomento. Due delle pi� grandi
menti dell�epoca (una, perlomeno, era grande, � grande) s�incontrarono quel giorno
e io descrivo quell�evento memorabile come si fosse trattato di una farsa
carnevalesca. � andato tutto per il verso sbagliato. La pioggia, la difficolt� di
trovarlo, quella posa assurda, non avevo intenzione di fare parola di tutte queste
inezie. Perch� � impossibile parlare delle cose con calma e accuratezza? Mi duole
la testa. Non sono mai riuscito a conseguire lo stile classico; occorre avere una
certa disposizione austera, un senso della solennit� della vita, una fede
assolutamente inamovibile nell�idea di ordine. Ordine! Ah! Devo interrompermi qui,
� troppo tardi, � troppo buio per continuare. I lupi ululano sulle montagne. Dopo
tali splendori, mio Dio, come ho fatto a finire in questa landa selvaggia? La mia
testa!

Allora, dov�ero rimasto? Ah, ho lasciato per tutta la notte il povero canonico
Nicolaus impietrito davanti al suo leggio e alla sua Bibbia, in posa per un
ritratto. Aveva sessantasei anni, un vecchio al quale le vesti, tagliate per una
versione pi� giovane e robusta di se stesso, ricadevano addosso in pieghe tristi
come una specie di limo depositato dal tempo. La sua faccia - i denti scomparsi
dalla bocca floscia, la pelle tesa sugli zigomi alti da nordico - aveva gi� assunto
quella sembianza sfocata, sbiadita, che � il primo fiore della morte. Cos� deve
apparire adesso la mia faccia agli altri. Ah... Non portava la barba, ma la lama
mattutina, tremando per la presa instabile, gli aveva lasciato sul mento cos� come
sulla profonda fossetta sopra il labbro superiore qualche rada stoppia ingrigita.
Una berretta di velluto gli stava sulla testa come un cataplasma. Non poteva di
certo essere questo il dottor Copernicus, il grand�uomo di cui ero venuto in cerca
a Frauenburg! Gli occhi per�, intensi e infinitamente acuti, colmi di quella che
posso solo definire una scaltrezza esaltata, lo identificavano come l�uomo che
cercavo.

Neppure il suo osservatorio era come pensavo. Mi aspettavo qualcosa di antiquato,


questo � vero, una piccola tana raccolta con tutto il disordine dello studioso,
libri e manoscritti, pergamene fitte di calcoli complessi, tutto ammantato da un
imprescindibile velo di polvere. E inspiegabilmente mi ero aspettato calore, un
denso calore giallo, come una specie di formaggio ispiratore, in cui il maestro
nella sua bella et� matura sarebbe stato inglobato, un uomo molto anziano,
distratto e avulso dal mondo, ma acuto, acutissimo, concentrato a dare i tocchi
finali al suo capolavoro prima di liberarlo a beneficio del mondo ignaro. La stanza
invece era un diretto spaccato dell�ultimo secolo se non di quello precedente e
assomigliava pi� al covo di un alchimista che all�ambiente di lavoro di un grande
scienziato moderno. Le pareti bianche erano nude come ossa, il soffitto a
cassettoni lo stesso. Vidi non pi� di una manciata di libri. Gli strumenti sul
tavolo avevano l�aria imbarazzata di chi � stato tirato fuori per essere sfoggiato
per l�occasione. Dalla finestra entrava una luce violenta, impietosa. E il freddo!
La scienza l� non era l�alacre e fiduciosa ricerca di certezze che conoscevo io, ma
l�antica confusione d�incantesimi e talismani e segni segreti. Un teschio
sogghignante e una manciata di ali di pipistrello essiccate non mi avrebbero
sorpreso. L�aria puzzava del sudore freddo del senso di colpa.

Non colsi tutti questi dettagli immediatamente - anche se era tutto incluso nel mio
turbato stupore - perch� all�inizio mi distrassi nell�attesa che mi porgesse
qualche scusa o perlomeno una spiegazione riguardo al nostro incontro precedente.
Quando, stupito e perplesso, mi resi conto che non aveva intenzione di fare nulla
del genere (tenete conto che ancora non lo conoscevo come sarei arrivato a
conoscerlo in seguito), capii che la mia unica possibilit� era stare al gioco
meglio che potevo e recitare la parte dell�ebete sciocco che evidentemente mi
considerava. Date le circostanze c�era dunque l�esigenza di una mossa plateale.
Attraversai la stanza, balzai letteralmente da un capo all�altro e, con la faccia
alzata da cane adorante, mi genuflessi davanti a lui, esclamando:

�Domine praeceptor!�

Sbigottito, lui si ritrasse, borbottando sottovoce e sforzandosi di non guardarmi,


ma io continuai a seguirlo, zoppicando su un ginocchio, finch� lui colp� con il
didietro un angolo del tavolo e si ferm� sobbalzando impaurito. Gli strumenti sul
tavolo vibrarono per l�urto producendo qualche flebile tintinnio che nel silenzio
improvviso espresse esattamente il panico e la confusione del vecchio. Vedete?
Vedete? Come ci si pu� aspettare che io sia serio?

�Chi siete?� chiese irascibile, senza preoccuparsi di ascoltarmi mentre gli


ripetevo il mio nome per la seconda volta. �Non verrete mica da parte del vescovo?�
Mi studi� con attenzione.

�No, Meister, non conosco vescovi n� principi n� re; a guidarmi � solo il pi�
grande dei sovrani, vale a dire la scienza.�

�S�, s�, be�, alzatevi, vi prego, alzatevi.�

Mi alzai e in quel mentre ricordai di colpo le parole del mio discorso, che a quel
punto gli recitai tutto di un fiato, a grande velocit�. Molto infiorettato. Sat
verbum.

Nel corso di quell�incontro continuammo a muoverci per la stanza in un lento e


furtivo inseguimento, lui davanti, mantenendosi a distanza per paura che io potessi
tentare un assalto improvviso, e io alle calcagna, emettendo stridule grida di
adorazione e di supplica, gettando le braccia intorno e inciampando nei mobili per
l�eccitazione. Comunicavamo (comunicavamo!) in una specie di borbottio
maccheronico, perch� mentre io trovavo il tedesco pi� naturale, il canonico aveva
la tendenza a scivolare nel latino, e non appena io lo seguivo ci ritrovavamo a
inciampare nel vernacolo. Oh, fu un gran divertimento, davvero. Stranamente la mia
carriera accademica non gli fece alcuna impressione; la sua faccia assunse
un�espressione di sincero orrore quando gli fu chiaro che ero luterano: santo Dio,
uno di loro! Che cos�avrebbe detto il vescovo? Ma aspetta, Retico, aspetta, adesso,
non essere ingiusto con lui. S�, non devo essere ingiusto con lui. Non posso in
tutta onest� rimproverare un clerico timoroso, che desiderava sopra ogni cosa non
essere notato, se l�arrivo alla sua torre-fortezza di un sobillatore dalla
protestante Wittenberg lo intimoriva. Tre mesi prima il vescovo Dantiscus aveva
emesso un editto di espulsione dall�Ermland per tutti i luterani, sotto pena di
espropriazione o addirittura di morte, e poco dopo ne avrebbe promulgato un altro,
disponendo che tutti i libri e gli opuscoli eretici - vale a dire luterani,
nat�rlich - fossero bruciati sulla pubblica piazza. Un bel gentiluomo, Dantiscus
l�inceneritore di libri. Avr� altro da dire su di lui a breve.

(Per rendere giustizia a me stesso, devo aggiungere che a Wittenberg Copernico era
considerato nella migliore delle ipotesi un pazzo, nella peggiore l�Anticristo.
Lutero stesso, in una delle sue invettive del dopocena, tra rutti e peti, aveva
deriso l�idea di un universo eliocentrico, rivelando ancora una volta il suo
infallibile discernimento; e lo stesso aveva fatto Melantone, che si era fatto
beffe della teoria... persino Melantone, il mio primo patrono! Dunque come vedete
il Meister era tutt�altro che popolare nel posto da cui provenivo e mi era stato
accordato il congedo per andare da lui solo per via di chi e che cosa ero, e non
perch� le autorit� di Wittenberg approvassero le teorie dell�Ermland, ci tenevo a
chiarire questo punto, per amor di precisione.)

Dunque, come ho detto, lui era cos� poco impressionato che non sembrava neppure del
tutto conscio della mia presenza, perch� in un certo senso continuava a scivolare
via, allontanandosi da me, come per evitare un ricordo sgradevole, tormentandosi la
veste con dita agitate e facendo smorfie tra s� e s�. Non pensava a me ma alle
conseguenze che io comportavo, per cos� dire (Chiss� che cosa dir� il vescovo!).
Ero profondamente deluso, o meglio, mi rendevo conto che mi stava succedendo
qualcosa di profondamente deludente, perch� io di mio, nel mio io essenziale, ero
l� a malapena. Non � molto chiaro. Non fa niente. Il dottor Copernico, che in
precedenza aveva rappresentato per me l�incarnazione dello spirito della Nuova Era,
si rivelava adesso un vecchio mostro freddo e cauto, ossessionato dalle apparenze e
dalla protezione della sua prebenda. � possibile rimanere sconcertati al punto che
ci venga da piangere?

Eppure qualcosa mi diceva che non tutto era perduto, che il mio pellegrinaggio
forse non era stato vano: era una leggera incertezza nella sua espressione, una
tensione minuscola, come se ci fosse, nel profondo di lui, una leva che non vedeva
l�ora di essere premuta. Avevo portato degli omaggi con me, edizioni raffinate di
Tolomeo e di Euclide, di Regiomontano e di altri ancora, oh, dovevano essere in
tutto una decina di volumi, che avevo fatto rilegare (a un costo che neppure adesso
mi preme ricordare) con le sue iniziali e un grazioso monogramma dorato stampato
sulla costola. Astutamente li avevo poi sparpagliati nel bagaglio per paura dei
briganti, cos�, quando me ne ricordai, mi avventai sulle borse cercandoli
freneticamente, in un impeto di speranza, ed essi spuntarono, diamanti tra le
ceneri, in un turbine di camicie e calzature e biancheria sporca, ed Ecco!,
esclamai, Ecco!, con le lacrime agli occhi, sfidandolo ad avere un cuore cos�
freddo da rifiutare quell�ultimo segno di omaggio.

�Che cosa state facendo?� disse. �Che cosa sono questi?�

Io raccolsi i libri tra le braccia e un po� a fatica mi rizzai in piedi. �Per


voi... per voi, domine praeceptor!�

Con una certa esitazione prese l�Almagesto in cima alla pila e, lanciandomi molte
occhiate sospettose, se lo port� alla finestra; mi fece pensare a un grosso ratto
grigio che se la fila con una crosta. Teneva il libro sotto il naso e lo esaminava
con attenzione, annusandolo e cantilenando, e la durezza dei suoi lineamenti si
addolc� e sorrise suo malgrado, mordendosi il labbro, vecchio ratto grigio
soddisfatto, e clic, potei quasi sentire quella leva abbassarsi.

�Splendido volume� mormor�, �davvero splendido. E costoso, oltretutto, mi viene da


pensare. Come avete detto che vi chiamate, Herr...?�

E a quel punto mi sa che piansi. Ricordo le lacrime e altri gemiti di adorazione e


io di nuovo in ginocchio e lui che mi scacciava, ma con minore avversione di prima,
mi pareva. Dietro di lui le nuvole si aprirono per un attimo sopra il Baltico e di
colpo brill� il sole della sera, un piccolo miracolo, e io ricordai che era estate,
dopotutto, che ero giovane e che avevo il mondo davanti a me. Me ne andai poco
dopo, con un invito a tornare l�indomani, e caracollai per le strade in un delirio
beato, senza che il crepuscolo plumbeo e il sudiciume delle fogne, il fango e le
rosse facce stupite dei passanti potessero abbattermi. Trovai alloggio in una
locanda ai piedi delle mura della cattedrale, dove beneficiai di una cena nauseante
che ricordo ancora oggi nei dettagli e, a seguire, mi presi una puttana grassa e
particolarmente sporca, stranamente androgina.

* * *

La mattina dopo mi alzai presto. Sole basso sul Frisches Haff, la terra livemente
fumante, vento fresco, stradine inondate di luce e assordate dagli strilli acuti
dei falconieri... gi�, e la mia povera testa che girava per gli effetti di quel
veleno rivoltante che osavano chiamare vino. Alla torre la cagna Schillings mi
accolse con un�altra occhiataccia cupa, ma mi fece entrare senza una parola. Il
canonico mi aspettava nell�osservatorio, in uno stato di estrema agitazione. Quasi
non feci in tempo a varcare la soglia che cominci� a farfugliare eccitato e venne
verso di me agitando le mani, costringendomi ad arretrare. Era il contrario del
giorno innanzi. Cercai di dare un senso a quanto andava dicendo, ma i fumi della
baldoria della notte prima non si erano ancora dispersi e flegma, non sangue, mi
scorreva pigro nelle vene, per cui riuscii a cogliere solo un guazzabuglio di
parole: Kulm... il vescovo... L�bau... il castello... venite! Stavamo per lasciare
Frauenburg. Saremmo andati a L�bau, nella Prussia Reale. Il vescovo Giese era suo
amico. Giese era vescovo di Kulm. Saremmo stati da lui al castello di L�bau. (Che
cosa significava?) Saremmo partiti quella mattina stessa, immediatamente: senza por
tempo in mezzo! Stordito, me ne andai a raccogliere le mie cose alla locanda e,
quando tornai, il canonico era gi� in strada che si arrampicava su uno scalcagnato
carro preso a nolo. Credo che se non fossi arrivato proprio in quel momento mi
avrebbe lasciato indietro senza pensarci due volte. La Schillings cacci� fuori
dalla porta la sua testa tremenda, il canonico emise un piccolo gemito e si
accasci� sul sedile frusto e, quando cominciammo a muoverci, la focaria si mise a
urlare come una pescivendola, sbraitando che non l�avrebbe ritrovata al nostro
ritorno (sentendo la qual cosa, posso aggiungere, io mi rallegrai notevolmente).

C�� una specie di trisma che prende per l�estremo imbarazzo; io ne caddi preda
mentre venivamo sbatacchiati per le strade di Frauenburg quella mattina. Sar� stato
giovane, sar� stato innocente, ma potevo immaginare facilmente la ragione della
nostra fretta e del modo in cui eravamo partiti. Non erano immotivate, dopotutto,
le invettive rivolte da Lutero a Roma per la sua ipocrisia e per il suo cosiddetto
celibato, e senza dubbio il vescovo Dantiscus aveva intrapreso un�ennesima
offensiva contro l�indecenza del clero, come i cattolici facevano senza sosta in
quei primi tempi dello scisma, ansiosi di esibire il loro zelo riformatore davanti
a un mondo scettico. Non che m�importasse molto di quel genere di assurdit�; non
era lo stato di cose tra il canonico Nicolaus e la Schillings a preoccuparmi (o
comunque sia non mi preoccupava molto), ma lo spettacolo del dottor Copernico per
strada, in pubblico, coinvolto in una sordida scenata domestica. Non riuscivo a
parlare, vi dico, e distolsi lo sguardo da lui, concentrandomi con una tale
dedizione sul paesaggio monotono dell�Ermland che avrebbe potuto trattarsi delle
meraviglie delle Indie. Oh, come sono intolleranti i giovani con le debolezze dei
vecchi! Anche il canonico mantenne il silenzio, finch� non raggiungemmo la pianura
e a quel punto si mosse e sospir�, e aveva un mondo di stanchezza nella voce quando
chiese:

�Ditemi, giovanotto, che cosa si racconta di me a Wittenberg?�

Quella pianura prussiana desolata, la ricordo bene. Nuvole enormi rotolavano gi�
dal Baltico accompagnandoci nel nostro lento viaggio verso sud, lasciando enormi
impronte d�ombra sulla terra vuota. Uno strano silenzio si estendeva intorno a noi,
come se tutto fosse in qualche modo girato a guardare la distanza sconfinata, e il
fragore attutito del nostro passaggio - cigolii di assali, monotoni tonfi di
zoccoli - nulla potesse contro quella quiete impassibile, contro
quell�indifferenza. Non incontrammo anima viva lungo la strada, sempre che la si
potesse chiamare strada, salvo una volta un gruppo di cavalieri in lontananza, che
apparvero per poi scomparire subito al galoppo, senza emettere alcun suono.
Attraverso la fessura sottile che avevo davanti vedevo sobbalzare e ridistendersi
l�ampia schiena del conducente, ma con il passare delle ore smise di essere una
forma umana e divenne un masso, una colonna di polvere, l�ala di un qualche uccello
gigantesco. Attraversammo villaggi deserti dove le case erano gusci carbonizzati e
la polvere soffiava per le strade, dove l�assenza del brusio da assembramento umano
era come un buco nell�aria stessa. � cos� che si viaggia in sogno. A un certo
punto, mentre pensavo che il canonico si fosse addormentato, lo ritrovai invece che
mi fissava intensamente; un�altra volta mi girai e lui sorrideva con fare astuto e
inspiegabilmente allarmante. Confuso e intimorito, distolsi gli occhi in tutta
fretta e li rivolsi alla campagna che scorreva lentamente intorno a noi, ma non vi
trovai nessun conforto. La pianura si estendeva interminabile, brunita dalla strana
e precaria luce del sole, e il vento cantava piano. Avremmo potuto trovarci a
migliaia di leghe da qualunque posto, alla deriva nella sfera delle stelle fisse.
Continuava a sorridere, il vecchio stregone, e io avevo l�impressione che quel
sorriso dicesse: questo � il mio mondo, vedi? Niente Anna Schillings, qui, niente
gente a bocca aperta, niente statue insanguinate, niente Dantiscus, solo la luce e
il vuoto e quella musica misteriosa in alto nell�aria che non puoi sentire ma sai
che c��. E per la prima volta lo vidi intero, non pi� l�immagine di lui che mi ero
portato da Wittenberg, ma Copernico in s�, quello vero, un freddo oggetto
splendente come un diamante (non come un diamante, ma vado di fretta), ora di colpo
nitidamente familiare eppure ancora intoccabile. Non � concesso a molti di
conoscere cos� un�altra persona, con quella tremenda chiarezza; quando capita, la
visione � fugace, l�esperienza dura appena un istante, ma la conoscenza racimolata
in quel modo rimane per sempre. Giungemmo a L�bau e, nel trambusto dell�arrivo,
ebbi davvero la sensazione del risveglio da un sogno. Aspettai che il canonico
ammettesse tutto quello che era successo l� nella pianura (qualunque cosa fosse!),
ma lui non lo fece, non volle, e io ne rimasi deluso. Be�, per quel che ne so quel
vecchio diavolo poteva anche avermi gettato un incantesimo l� fuori. Ma ricorder�
sempre quel viaggio stranissimo. S�.

Il castello di L�bau era un�enorme fortezza di pietra bianca in cima a una collina,
le sue torri e torrette guardavano gi� lungo i pendii boschivi fino ai tetti
accalcati della citt�. L�aria lass� era frizzante e intrisa dell�odore di abeti e
pini. Era quasi come essere di nuovo in Germania. Ci inoltrammo nel cortile e fummo
salutati da un tumulto di servi e stallieri e cani isterici. Un vecchio ingrigito
in farsetto di cuoio e brache rattoppate venne ad accoglierci. Io lo presi per una
persona di servizio ma sbagliavo: era il vescovo Giese in persona. Salut� il
canonico con austera sollecitudine. A me quasi non si degn� di rivolgere uno
sguardo, finch�, avendomi offerto l�anello da baciare, io non scossi invece la
testa, suscitando un�occhiata penetrante. I due a quel punto si allontanarono
insieme, il canonico strascicando i piedi lentamente a testa china, il vescovo
sostenendolo con una mano cortese sotto il gomito, mentre il canonico si lamentava:

�Ah, Tiedemann, problemi, problemi...�

Io dovetti arrangiarmi, naturalmente, come sempre, finch� uno dei giovani


inservienti non s�impietos�. Mi balz� sotto il naso con un sorriso ammiccante
stampato in faccia, Rapha�l si chiamava, poco pi� che un bimbo, un ragazzino
grazioso con un culetto che pareva una pesca, oh, sapevo che intenzioni aveva!
Rapha�l, s�: che angelo. Ma io lo seguii piuttosto di buon grado e non senza
gratitudine. Mentre mi zampettava davanti, farfugliando e lanciandomi sguardi
maliziosi nel suo modo infantile, mi venne in mente che avrei dovuto fare due
chiacchiere con lui in privato, prima di ripartire, riguardo alle gioie del
matrimonio e cos� via, e metterlo in guardia sulle tribolazioni che lo attendevano
perseverando nell�inclinazione che aveva cos� palesemente imboccato a una s� tenera
et�. Se solo avessi saputo delle tribolazioni che attendevano me, a causa sua!

E cos� ebbe inizio il nostro strano soggiorno a L�bau. Nel corso di quella lunga
estate rimanemmo l�. Il magico incanto che per la prima volta avevo percepito nel
vuoto della pianura prussiana si pos� su tutto quel castello bianco in cima alla
sua vetta dove noi, come in un sonno stregato, vagavamo immersi nell�ordine fulgido
e nella musica dei pianeti, facendo sogni straordinari. Lutero aveva dileggiato
Copernico definendolo lo sciocco che vuole capovolgere l�intera scienza
dell�astronomia, ma Lutero avrebbe fatto meglio a limitarsi alla teologia, perch�
nel sudore del suo peggior incubo non avrebbe potuto immaginare quello che avremmo
fatto nel corso di quei mesi a L�bau. Rigirammo l�intero universo a gambe all�aria.
Noi, dico noi, perch� senza di me lui avrebbe mantenuto il silenzio fin nel
silenzio della tomba. Era sua intenzione distruggere il libro: quanti di voi lo
sapevano?

Come sto raccontando bene questa storia.

Il vescovo Giese. Il vescovo Giese non era esattamente il vecchio pedante e


scontroso che mi ero immaginato. Non era un allegrone, questo � sicuro, ma non era
privo di un certo... come dire, di un certo senso dell�ironia... meglio definirlo
cos� che umorismo, considerato che nessuno di quei settentrionali sa ridere. Il suo
atteggiamento verso il canonico, una miscela di timore reverenziale e sollecitudine
e una sporadica, inerme esasperazione che per� non era mai meno che affabile,
rivelava una natura gentile e leale. Era anch�egli un po� un astronomo e possedeva
una sfera armillare di bronzo per osservare gli equinozi e un maestoso gnomone di
fattura inglese che gli invidiai. In ogni caso era con un entusiasmo palesemente
forzato che faceva sfoggio di questi e altri strumenti, e ho il sospetto che li
tenesse principalmente a dimostrazione del suo sincero interesse per l�opera del
canonico. Era prossimo alla sessantina nell�epoca di cui parliamo, era stato
canonico del capitolo di Frauenburg ed era destinato a prendere un giorno il posto
di Dantiscus nel vescovato dell�Ermland. Di media altezza, non robusto ma neppure
magro, era uno di quegli uomini mediocri che sono gli occulti padroni del mondo.
Era un uomo rispettabile, modesto, diligente: in breve, una brava persona. Lo
detestavo, ancora lo detesto. Soffriva di febbri, che aveva contratto adempiendo ai
suoi doveri in qualche zona selvaggia di quell�enorme pantano che � la Prussia; il
canonico Nicolaus, giocando a fare il medico (come faccio io adesso!) l�aveva per
qualche tempo avuto in cura per questo disturbo e quella era la ragione, perlomeno
in via ufficiale, della nostra presenza a L�bau. Ma non fu solo a beneficio del
vescovo che il canonico avrebbe dispensato la propria abilit�...

La sera del nostro arrivo, poco dopo essermi messo a letto, mi svegliai madido di
sudore e in preda a un panico indescrivibile. Battevo i denti. Mi alzai e vagai a
lungo per il castello, rigirandomi le mani e gemendo, perso e impaurito fra quei
corridoi di pietra estranei e quei loggioni silenziosi. Sapevo, senza volerlo
ammettere, che cosa preannunciava quello stato di agitazione e premura crescenti.
Per tutta la vita sono stato soggetto a prolungati accessi di melancolia, che nei
momenti peggiori comportano svenimenti e dolori invalidanti, talvolta persino una
temporanea cecit�, e una schiera di altri demoni minori che mi affliggono. Ma la
cosa peggiore � l�accoramento, l�accidia. Pi� di una volta ne sono quasi morto, e
sarebbe assai difficile da sopportare la paura che da ultimo lo spettro possa
abbandonarmi nel pieno di quell�oscurit� desolata, ma, grazie al cielo, le mie
stelle mi hanno tenuto in serbo una fine pi� facile e migliore. L�attacco che mi
venne quella sera fu uno dei pi� strani che mi siano mai capitati e sarebbe
perdurato, seppure in tono minore, per tutto il soggiorno a L�bau. Ho gi� parlato
di incantesimo: era forse soltanto l�effetto del vedere gli avvenimenti di
quell�estate attraverso la membrana della melancolia?

La cena al castello era sempre un rituale fastidioso e ripugnante, ma quella prima


sera fu un tormento. La compagnia si radun� e si dispose in ordine gerarchico in un
vasto salone, dove finestre di vetro colorato intrappolavano l�ultima luce solare
nelle sue sfumature fangose e controllavano la sua gretta avanzata verso la pia
penombra tanto amata dal clero papista. In un fracasso orribile di campane e musica
e via dicendo entr� il vescovo in gran pompa e prese posto al capo della tavola pi�
in alto. Donnacce con le mani rosse e i calcagni luridi entrarono portando enormi
vassoi di maiale e ceste di pane nero prussiano e caraffe di vino, e a quel punto
cominci� il putiferio vero e proprio, mentre preti stolidi e scrivani lascivi
infilavano i musi nelle cibarie, tracannando e sbuffando e ruttando, lanciandosi
insulti e ossi rosicchiati gli uni con gli altri, riempiendo l�aria fumosa di
strilli e risate sguaiate. In una delle tavole pi� basse scoppi� una scazzottata.
Di fronte a tutto questo il vescovo, seduto sul trono alla mia sinistra, conservava
un atteggiamento placido... e perch� no? Per il livello della Chiesa romana la sua
sala da pranzo era un modello di educazione e garbo. S�, per lui, per tutti loro,
ogni cosa era semplicemente magnifica, e solo io vedevo la scimmia acquattata in
mezzo a noi e sentivo i suoi strepiti. E anche l�avessero vista, l�avrebbero presa
per un messaggero di Dio, un arcangelo dalle ascelle fumanti con i testicoli blu, e
di certo, dopo qualche preghiera diretta al soffitto dalla congrega, la povera
bestia avrebbe puntato in alto un dito serafico per una nuova annunciazione (la
Parola fattasi Porco!). Cos� Roma trasforma in rituale gli orrori del mondo, per
mantenere la finzione. Li odio tutti, Giese con la sua ipocrisia untuosa, Dantiscus
e i suoi bastardi, ma pi� di tutti odio... oh, ma smettila, Retico, smettila! Il
vescovo mi stava parlando, qualche cortese sciocchezza come sempre, ma il pane, in
bocca, mi si stava trasformando in argilla e il piatto di carne che avevo davanti
aveva l�aspetto del catino di visceri di un aruspice che annunciava catastrofi. Mi
fu impossibile sopportare oltre di stare in quella sala. Mi alzai con uno scatto
rabbioso e fuggii via.

Avvilito e stanco, rimasi sveglio per ore alla finestra della topaia che mi avevano
assegnato come stanza. Nella pianura in lontananza guizzavano deboli luci. Il cielo
ardeva misteriosamente. In quelle estati nordiche non cala mai un vero buio e nel
corso delle notti bianche un pallido crepuscolo perdura dal tramonto all�alba.
Anelavo a una morte pietosa. Mi dolevano gli occhi, l�ano era serrato, le mani
puzzavano di cera e cenere. In quella regione barbara non c�era posto per me. Mi si
riempirono gli occhi di lacrime che scesero copiose rigandomi le guance. Tutta la
mia vita in quel momento sembrava inspiegabilmente trasfigurata, una cosa
screditata e inutile, e niente mi dava conforto. Mi tenni la faccia tra le mani
come fosse una povera creatura ferita e sofferente e singhiozzai come un bambino.
Bussarono alla porta, un suono lieve che sentii senza sentirlo, nella convinzione
che fosse il vento o un orologio della morte al lavoro, ma poi la porta si apr�
appena e la testa del canonico fece capolino sbirciando dentro. Indossava la stessa
veste con cui aveva viaggiato, un�informe cosa nera, ma sulla testa aveva posata
adesso una berretta da notte con un fiocco, indescrivibilmente comica. Nella mano
incerta reggeva una lampada, la cui luce tremula gettava ombre che danzavano sulle
pareti come fantasmi impazziti. Sembr� sorpreso e persino un po� sgomento di
trovarmi sveglio. Sospetto che fosse venuto a spiarmi. Borbott� qualche scusa e
fece per ritirarsi, ma poi esit�, ricordandosi probabilmente che dopotutto non ero
un pezzo di mobilio e che un essere umano vivo e vegeto, sveglio e in lacrime,
poteva ritenere suo diritto avere una spiegazione sul perch� un anziano signore con
una buffa berretta sbirciasse nella sua stanza nel cuore della notte. Con un lieve
sospiro insofferente s�intrufol� dentro e si richiuse la porta alle spalle, pos� il
lume con una prudenza esagerata e, facendo di tutto per non guardare le mie
lacrime, disse:

�Herr von Lauchen, il vescovo Giese mi dice che siete malato, o questo ha pensato
quando siete fuggito via in modo tanto precipitoso dalla sua tavola; sono pertanto
venuto a chiedervi se posso esservi di aiuto. La natura del vostro disturbo �
evidente: Saturno, stella maligna, governa la vostra esistenza, che non ho dubbi
sia stata densa di studi proficui, pensieri astratti e profonde riflessioni, i
quali nutrono la mente affamata ma minano la volont� e inducono alla melancolia e
all�abbattimento. Nulla vi sar� di giovamento, signore, a meno che, come raccomanda
Ficino, non vi vogliate affidare alle cure delle Tre Grazie e rimaniate fedele al
loro governo. Primo, ricordate che anche un singolo fiore di croco giallo, il fiore
d�oro di Giove, pu� dare sollievo; e poi la luce di Sol, naturalmente, fa bene, e i
campi verdi all�alba... o in generale qualunque cosa verde, il colore di Venere.
Fate cos�, mein Herr, rifuggite tutto ci� che � saturnino, circondatevi invece di
influssi che favoriscono la salute e la gioia e gli spiriti sottili, e la malattia
non far� mai pi� breccia nelle vostre difese. Ehm... Il vescovo vi aveva messo a
sedere di fianco a s�: � un onore, signore, concesso a pochissimi. Alzarsi in tutta
fretta come avete fatto voi � un insulto. Forse a Wittenberg avete adottato le
maniere che tiene a tavola padre Lutero e questa � la ragione per cui avete messo a
soqquadro in quel modo la tavola del vescovo. Ma vi prego di considerare che qui in
Prussia facciamo le cose diversamente. Vale. ...Vedo che l�alba arriva di buon
passo�.

Aspett�, con la testa inclinata, come se immaginasse che la propria voce, di sua
spontanea volont�, per cos� dire, potesse voler aggiungere qualcosa; ma no, aveva
proprio finito, e prendendo la lampada si accinse a congedarsi. Io dissi:

�Partir� oggi stesso�.

Lui si ferm� poco prima della porta e mi lanci� un�occhiata girando appena la
testa. �Gi� ci lasciate, Herr von Lauchen?�

�S�, Meister, per tornare a Wittenberg. A casa.�

�Oh.�

Riflett� su quest�evoluzione inattesa, sprofondando in se stesso come una vecchia


lumaca perplessa nel suo guscio e poi, borbottando, se ne and� in uno stato di
raccoglimento introspettivo, ipnotico, con quelle ombre spettrali che gli
saltellavano intorno. Sciocco che ero, avrei dovuto fare i bagagli e fuggire seduta
stante, mentre tutto il castello era a letto, e lasciare che lui pubblicasse o no
il libro, che lo bruciasse, che ne facesse stracci, qualunque cosa volesse. Mi
immaginai persino di andare e piansi di nuovo, compatendo quella triste figura
austera, che ero io stesso, in procinto di andarsene in una fosca alba fredda. Ero
arrivato da lui in tunica da apprendista, con umilt�: io, Retico, dottore in
matematica e astronomia della grande universit� di Wittenberg, e lui mi aveva
evitato, ignorato, mi aveva fatto la predica neanche fossi un giovincello
sprovveduto. Me ne sarei dovuto andare! Ma non me ne andai. Sgattaiolai invece
sotto le coperte e curai il mio povero cuore derelitto con il sonno.

* * *

Adesso mi rendo conto, naturalmente, di quanto siano stati scaltri, quei due, Giese
e il canonico, vecchi cospiratori scaltri; ma allora non me ne accorsi. Mi svegliai
tardi quella mattina e trovai Rapha�l accanto a me, con miele e pane caldo e una
brocca di vino speziato. Il cibo era gradito ma la mera presenza di quel ragazzo
flessuoso sarebbe stata sufficiente, giacch� interrompeva un digiuno ben pi�
crudele di quello del ventre; intendo dire il digiuno della compagnia della
giovent�, guance rosee e occhi ridenti, cui ero stato costretto da quando avevo
lasciato Wittenberg ed ero arrivato tra quelle barbe grigie. Trascorremmo
piacevolmente un po� di tempo insieme, e lui, timido, si tormentava le mani e
spostava il peso da un piede all�altro, continuando a chiacchierare nel vano
tentativo di arginare i suoi rossori. Alla fine, gli diedi una moneta e lo mandai
per la sua strada e, nonostante il precedente scoramento mi fosse ripiombato
addosso non appena se ne fu andato, non era cupo neanche la met� di prima. Troppo
tardi mi ricordai del sobrio discorso che avevo deciso di fargli; la questione
andava affrontata. Un�istituzione ecclesiastica di soli uomini - e cattolici, per
giunta! - era un luogo pericoloso per un ragazzo della sua... della sua giovent� e
bellezza. (Stavo per dire innocenza ma, in tutta onest�, non devo, pur sapendo che
cos� facendo bandisco quella parola dalla lingua, perch� se la si nega a lui allora
non ha pi� significato. Parlo per enigmi. Ma saranno risolti. Mio povero Rapha�l!
Ci hanno distrutti entrambi.)

Mi alzai e andai in cerca del canonico, e fui indirizzato all�arboretum, un nome


che evocava l�immagine piacevole di alberi da frutto in fiore, ombra verde
screziata e piccoli sentieri frondosi dove gli astronomi potessero passeggiare
discutendo dell�universo. Quello che trovai fu un campo sbilenco a ridosso di una
collina dietro il castello, con qualche cespuglio stentato e un appezzamento
coltivato a cavoli e, non c�� bisogno di dirlo, nessuna traccia del canonico.
Mentre me ne andavo stizzito, stanco di false piste, una figura emerse in mezzo ai
cavoli e mi chiam�. Il vescovo Giese era di nuovo nei suoi abiti da contadino. La
vista di quelle brache e di quel corsetto mi irritarono nel profondo. Ma questi
maledetti cattolici, mi chiedevo, non fanno altro che travestirsi e mettersi in
posa? Aveva le mani incrostate di argilla e, avvicinandomi, colsi un�intensa
zaffata di letame di cavallo. Il vescovo era di umore gioviale. Presumo che fosse
un corollario della tenuta. Disse:

�Gr�ss Gott, Herr von Lauchen! Il dottore mi informa che siete malato. Niente di
grave, spero. Il nostro clima prussiano � sgradevole, per quanto qui sulla collina
del castello ci risparmiamo gli effluvi debilitanti della piana, che d�altronde non
sono cos� nefasti come quelli che salgono dal Frisches Haff a Frauenburg, eh, mein
Herr? Ah, ah. Lasciate che vi dia un�occhiata, figliolo. Be�, la natura del vostro
disturbo � evidente: Saturno, stella maligna...� E and� avanti a ripetere a
pappagallo, parola per parola, il piccolo sermone del canonico in lode delle
Grazie. Io ascoltai in silenzio, con il labbro corrugato. Ero al contempo divertito
e attonito: divertito che quel pagliaccio rubasse le parole del maestro e le
fingesse sue, attonito al pensiero improvviso che il canonico non si stesse in
definitiva facendo beffe di me ma prendesse davvero sul serio le sciocchezze
cabalistiche di quel buffone di Ficino! Oh, so bene l�influenza funesta che Saturno
esercita sulla mia vita; so che le Grazie sono buone; ma so anche che un intero
campo di crochi non avrebbe alleggerito di un briciolo la mia afflizione. Crochi!
Comunque sia, avrei scoperto che il canonico non credeva n� rifiutava le teorie di
Ficino, non pi� di quanto credesse o rifiutasse il contenuto della ventina di
discorsi preconfezionati con cui si era attrezzato molto tempo prima e da cui
poteva attingere una risposta pronta in qualunque situazione. Per lui contava solo
il parlare, non ci� che veniva detto; le parole erano i vuoti rituali con cui
teneva il mondo in scacco. Copernico non credeva nella verit�. Credo di averlo gi�
detto.

Giese pos� la mano sporca sul mio braccio e mi condusse lungo un sentiero a ridosso
delle mura del castello. Quando ebbe finito di discettare sul mio stato di salute,
si ferm� e mi lanci� uno sguardo strano, pensieroso, come quello di un becchino che
getti un�occhiata speculativa a un malato. Le ultime chiazze di foschia mattutina
ci si aggrappavano addosso come vecchi stracci e il sole che saliva lentamente
spandeva una debole luce umida sulla merlatura sovrastante. Il mondo sembrava
vecchio e stanco. Io volevo trovare il canonico, strappargli i suoi segreti,
spingere a forza la fama nella sua testa riluttante. Volevo azione. Ero giovane. Il
vescovo disse:

�Venite da Wittenberg, ho capito bene?�

�S�. Sono luterano.�

La mia franchezza lo lasci� allibito. Abbozz� un sorriso e fece un rapidissimo


cenno di assenso con la grossa testa, su e gi�, come per scuotere via quella temuta
parola che avevo pronunciato; ritrasse con cura la mano dal mio braccio.

�Esatto, mio caro signore, esatto� disse, �siete un luterano, come amm... come
dite. Ora, non � mio interesse mettermi a discutere con voi degli esiti di questo
tragico scisma che ha lacerato la nostra Chiesa, credetemi. Potrei ricordarvi che
padre Lutero non � stato il primo a riconoscere la necessit� di una riforma... ma
sia come sia, non mettiamoci a litigare. Un uomo deve vivere con la propria
coscienza, almeno su questo mi troverete d�accordo con voi. Dunque. Voi siete
luterano. Lo ammettete. E cos� sia. In ogni modo, non posso fingere che la vostra
presenza in Prussia non sia fonte di imbarazzo. �... oh, non per me, capite; il
mondo presta scarsa attenzione a quel che accade qui nell�umile L�bau. No, Herr von
Lauchen, mi riferisco a qualcuno che � caro a entrambi: intendo dire naturalmente
il nostro dominus praeceptor, il dottor Nicolaus. � per lui che la vostra presenza
� fonte d�imbarazzo e, forse, persino un pericolo. Ma vedo che adesso vi ho offeso.
Lasciate che vi spieghi. Non � molto che siete in Prussia, pertanto non ci si pu�
aspettare che vi rendiate conto di come sia la situazione qui. Ditemi, non vi
sconcerta la riluttanza del dottore nel concedere al mondo la sua sapienza, nel
pubblicare il suo capolavoro? Vi sorprenderebbe, senza dubbio, se vi dicessi che
non sono i dubbi sulla validit� delle sue conclusioni a farlo esitare, niente del
genere, no... ma la paura. � cos�, Herr von Lauchen: paura.�

Si interruppe di nuovo, di nuovo proseguimmo lungo il sentiero in silenzio. Ho


definito Giese uno sciocco, ma era solo un modo per insultarlo: non era sciocco. Ci
lasciammo le mura del castello alle spalle e scendemmo per un tratto lungo il
pendio boscoso. Gli alberi erano alti. Tre conigli scapparono sentendoci arrivare.
Io incespicai in un ramo caduto. I pini erano tutti d�argento, ogni singolo ago
rivestito di una delicata filigrana di perline di bruma. Che strana, la chiarezza
con cui ricordo quel momento! Cos�, anche mentre il falcone piomba gi� in
picchiata, il passero cattura un�ultima immagine del suo mondo. Il vescovo Giese,
posandomi di nuovo i suoi artigli sul braccio, cominci� a salmodiare, credo sia
questo il termine, in latino:

�Penoso � il compito di dirvi - a voi di Wittenberg! - del turbine d�invidia che


circonda il nostro dotto amico. Mein Herr, vi prego, con indulgenza prestate
orecchio alla mia storia, e con pazienza, e non crediate che in questi pochi, nudi
fatti si riveli un complotto ordito a Roma. Di questo male l�artefice � uno solo,
Dantiscus, che di vescovo dell�Ermland ha l�alto ruolo (un omuncolo di Danzica,
Johannes Flachsbinder, questo � il nome). Ha in odio Copernico e, per gelosia, da
anni si accanisce con perfidia. E se il perch� voleste mai sapere, non mi verrebbe
in mente di tacere, rispondervi vorrei ma non lo so. Perch� i peggiori, ohib�,
detestano i migliori e i mediocri ambiscono a vedere le menti eccelse trascinate in
basso? Cos� va il mondo. E quel gradasso, come se non bastasse, tutto zelante nel
suo poco ingegno, crede che in Prussia non ci sia posto che per un solo grande...
che poi sarebbe lui! � tutto matto, poveretto, e per raggiungere i suoi scopi e
cagionare la rovina del magister lo diffama, mette in giro la voce che lui divide
il letto con quella donna, la focaria, che per concupiscenza avrebbe indotto nel
peccato. Amico mio, voi strabuzzate gli occhi, come se non credeste al vostro
udito. Non � che una delle bugie che quell�infame ha detto! E la reputazione del
magister viene distrutta dalle maldicenze ed egli teme che gran risate accolgano il
suo libro, e la condanna. Alcuni anni or sono a Elbing, dei contadini ignoranti
hanno deriso un fantoccio con le sue sembianze che fu esibito in una farsa a
carnevale. Cos� Dantiscus gode del trionfo e il nostro amico si attiene al suo
silenzio, non volendo affidare al popolino irridente le sue brillanti teorie.
Dunque, mein Herr, giace in disparte e accantonata l�opera sua di quarant�anni e
pi�. Vi prego allora di non lasciarci ancora. Dobbiamo convincerlo a ripensarci...
ma zitto! Ecco l� il dottore. Badate bene di non rivelare i segreti di cui vi ho
messo a parte! Ah, Nicolaus, buongiorno�.

Eravamo usciti dal bosco ed entrati nel cortile da una bassa porticina sul retro.
Se Giese non lo avesse indicato, non avrei notato il canonico muoversi furtivo
sotto un�arcata, che ci guardava attento con una strana smorfia fissa sulla faccia
grigia. Forte di quanto avevo appreso, lo guardai sotto una nuova luce. S�, ora
vedevo in lui (cos� pensavo!) un uomo messo in ceppi, inibito in ogni singola
azione dall�esigenza vitale di cautela e segretezza, e provai un feroce senso di
sdegno per suo conto. Mi sarei gettato in ginocchio davanti a lui, non avessi avuto
ancora vivido in mente il ricordo di una genuflessione precedente. Mi contentai
invece di guardarlo con un tremendo cipiglio, a dimostrazione che al suo comando
ero pronto ad affrontare un esercito intero di Dantiscus. (Eppure, nell�intimo, ero
confuso e persino sospettoso: che cos�era esattamente che esigevano da me?) La
sbandierata intenzione di partire quel giorno era ormai dimenticata; in effetti,
l�avevo detto unicamente per ottenere una reazione autentica da quell�oracolo in
berretta da notte in camera mia, e di certo non immaginavo che quella sconsiderata
minaccia provocasse il panico che a quanto pare aveva provocato. Stabilii di
procedere con cautela, ma naturalmente, da giovane sciocco qual ero, non feci in
tempo a dirmelo che abbandonai ogni prudenza e mi inoltrai a capofitto nel pantano.
Dissi:

�Meister, dobbiamo tornare a Frauenburg immediatamente! � mia intenzione fare una


copia della vostra grande opera e portarla da uno stampatore che conosco a
Norimberga, un uomo discreto, uno specialista in questo genere di libri. Dovete
fidarvi di me e non posticipare oltre!�

Nella mia eccitazione mi aspettavo una reazione assurdamente esagerata da parte del
canonico a quella sfida diretta alla sua segretezza, ma lui si limit� a una stretta
di spalle e disse:

�Non c�� bisogno di andare a Frauenburg; il libro � qui�.

Io dissi:

�Ma ma ma ma ma...!�

E Giese disse:

�Ma come, Nicolaus...!�


E il canonico, guardandoci entrambi con un misto di avversione e disprezzo,
rispose:

�Ho dato per scontato che Herr von Lauchen non fosse venuto fin da Wittenberg per
puro divertimento. Siete venuto per avere notizie della mia teoria sulla
rivoluzione delle sfere, non � vero? E cos� sia. Ho il manoscritto con me. Venite,
per di qua�.

Entrammo nel castello tutti e tre e il canonico and� immediatamente a prendere il


manoscritto nella sua stanza. Gli eventi della mattinata si erano susseguiti cos�
rapidamente che il mio povero cervello, gi� confuso dalla malattia, non ce la
faceva a reggere, e io ero sconvolto, ma non sconvolto al punto da non accorgermi
di come il vecchio tentasse invano di apparire indifferente nel consegnarmi il
lavoro di una vita, da non percepire il tremore delle sue dita strette intorno al
manoscritto in un momentaneo spasmo di dubbio quando me lo pass�. Dopo averlo
fatto, si ritrasse di un passo e quell�orrendo ghigno incontrollabile s�impadron�
di nuovo della sua faccia, e il vescovo Giese, che era l� vicino, emise un fischio
di sollievo e io, per paura che il canonico potesse cambiare idea e provasse a
strapparmelo dalle mani, mi alzai immediatamente e me lo portai alla finestra.

DE REVOLUTIONIBUS ORBIUM MUNDI

soltanto per matematici

Come descrivere le mie emozioni, lo strano guazzabuglio di sentimenti che avevo


dentro, mentre posavo gli occhi sul mito vivente che tenevo tra le mani, la chiave
dei segreti dell�universo? Quel libro per anni aveva riempito i miei sogni e
ossessionato le mie ore di veglia a un punto tale che adesso faticavo a recepire la
realt�, e le parole vergate in quella grafia indecifrabile sembravano non parlare
ma piuttosto cantare, tanto che la grandiosit� sinuosa del titolo esplose come in
un virtuosismo di trombe celesti con l�accompagnamento degli archi terreni del
motto e del suo cauto ammonimento, e io sorrisi, sciocco, inerme, di fronte
all�inspiegabile miracolo di quella musica di Cielo e Terra. Ma poi girai le pagine
e capitai sul diagramma di un universo al centro del quale � posto Sol nello
splendore dell�immobilit� eterna e la musica fu spazzata via e con essa il mio
sorriso stregato, e una nuova sensazione, del tutto inaspettata, s�impadron� di me.
Dispiacere! Dispiacere che la vecchia Terra fosse deposta in quel modo e relegata
nel buio del firmamento, a saltellare e piroettare agli ordini di un tirannico e
muto dio di fuoco. Mi addolorai, amici, del nostro ridimensionamento! Oh, non che
gi� non sapessi che la teoria di Copernico postulasse un mondo eliocentrico - tutti
lo sapevano - e comunque mi era stato permesso di leggere la copia del
Commentariolus di Melantone, logorata dall�uso. E poi, come tutti sanno, Copernico
non era certo il primo a mettere il Sole al centro. S�, sapevo da tempo che cosa si
accingesse a fare quel prussiano, ma fu soltanto quel mattino al castello di L�bau
che infine mi resi conto, in una specie di affascinato orrore, delle piene
conseguenze di quel lavoro di cosmografia. Amata Terra! L�aveva bandita per sempre
nell�oscurit�. Eppure, che importanza ha? Il cielo sar� sempre azzurro e la terra
fiorir� sempre in primavera e questo pianeta sar� per sempre il centro di tutto
quello che conosciamo. Io ci credo.

Lessi l�intero manoscritto seduta stante; il che non vuol dire naturalmente che lo
lessi parola per parola: lo aprii, invece, come un chirurgo apre un arto, e immersi
la lama affilata del mio intelletto nei suoi centri vitali, mettendo a nudo le
arterie pulsanti che portano al cuore. E l�, nei cavi annodati di quel cuore, feci
una strana scoperta... ma su questo torner� a breve. Quando infine alzai gli occhi
da quelle pagine, mi ritrovai da solo. La luce stava svanendo alle finestre. Era
sera. La giornata se n�era andata, insieme a Giese e a Copernico, senza che io me
ne accorgessi. Mi faceva male il cervello ma lo costrinsi a pensare, a rintracciare
quella piccola cosa persistente che mi si era conficcata in testa fin dal mattino,
in attesa del momento opportuno. Era il ricordo di come, quando nel cortile l�avevo
sfidato a consegnarmi il manoscritto, per un istante, e per un istante soltanto,
Copernico avesse rinunciato alla maschera dell�uomo di Chiesa timoroso e avesse
rivelato un disdegno gelido, un�arroganza fredda e crudele. Non sapevo perch� me lo
fossi ricordato, perch� mi sembrasse cos� importante; non ero neppure sicuro di non
essermelo immaginato; ma mi tormentava. Che cosa vogliono che faccia? Stai attento,
Retico, dissi a me stesso, senza nemmeno sapere bene che cosa intendessi...

Trovai Copernico e Giese nel grande salone del castello, seduti in silenzio in
imponenti sedie intagliate ai due lati di un camino enorme, nel quale, nonostante
la sera fosse mite, ardeva con furore una catasta di ciocchi. Le finestre, che si
aprivano in alto sulle pareti, facevano entrare pochissimo del chiarore radioso
della sera e, nella penombra, gli abiti di quelle due figure immobili sembravano
confluire e fondersi nelle elaborate scanalature dei troni su cui erano sedute,
tanto che alla mia percezione indebolita esse apparivano prive di arti, una coppia
di teste recise, spettrali nel bagliore cremisi del fuoco. Copernico si era
avvicinato alla fiamma il pi� possibile, badando solo di non rischiare la
combustione, ma sembrava ancora infreddolito. Quando entrai nell�arco della luce
guizzante prodotta dal fuoco, mi resi conto che mi stava guardando. Ero stanco e
incapace di astuzie e, di nuovo, ignorai la mia stessa ammonizione di andarci
cauto. Reggendo in alto il manoscritto, dissi:

�L�ho letto e trovo che sia esattamente come avevo immaginato, � pi� di quel che
sperassi; mi permetterete di portarlo a Norimberga, da Petreius lo stampatore?�

Non rispose immediatamente. Il silenzio si estese intorno a noi finch� diede


l�impressione di stridere. Dopo un po�, disse:

�� una questione che non possiamo discutere, al momento�.

A quelle parole, come se avesse ricevuto un segnale, il vescovo si mosse e mise


fine alla discussione (discussione!). Avevo mangiato? E che diamine, dovevo
mangiare! Mi avrebbe fatto portare la cena in camera da Rapha�l, perch� dovevo
ritirarmi, era tardi, io ero malato e avevo bisogno di riposare. E, come un bambino
assonnato, mi lasciai condurre via, troppo stanco per protestare, tenendo stretto
al petto il manoscritto, il giocattolo preferito. Lanciai un�occhiata all�indietro
a Copernico e la testa recisa sorrideva e annuiva, come a dire: dormi, piccolo,
dormi adesso. La mia stanza sembrava diversa, ma io non ero in grado di dire in che
senso, finch� il mattino dopo notai lo scrittoio, ben provvisto di tutto
l�occorrente per scrivere, che vi era stato collocato a mia insaputa. Oh, che
furbo!

Ho avuto un pensiero che ho trovato sorprendente, vale a dire che sono stato felice
al castello di L�bau, forse pi� felice di quanto io fossi mai stato prima o sarei
stato in seguito. � vero? Felicit�. Felicit�. Scrivo la parola, la fisso, ma non
significa nulla. Felicit�; che strano. Quando il mondo, che per la maggior parte �
popolato di sciocchi e di ipocriti, parla dell�essere felici, in realt� non parla
d�altro che della gratificazione di un appetito - un appetito di amore, di
vendetta, di denaro, cose del genere -, ma non pu� essere questo che intendo. Non
ho mai amato nessuno e se avessi del denaro non saprei che cosa farmene. La
vendetta, naturalmente, � un�altra faccenda; ma non mi renderebbe felice. A L�bau,
certamente, io nulla sapevo di vendetta, n� avevo il sospetto che un giorno l�avrei
desiderata. Ma di che cosa sto parlando? Non capisco me stesso, questi
vaneggiamenti. Eppure il pensiero non se ne va. Sono stato felice quell�estate a
L�bau. � una specie di messaggio, inviatomi da non so dove; un messaggio cifrato.
Ebbene, vediamo se riesco a scoprire che cosa fu a rendermi felice e poi magari
capir� che cosa significasse questa felicit�.

Rapidamente le giornate acquisirono un ritmo. Al mattino mi svegliavano i cupi


rintocchi della campana del castello, segno che il vescovo stava celebrando la
messa nella cappella. Il pensiero di quello strano rituale segreto di sangue e
sacrificio messo in scena a brevissima distanza nella luce fioca dell�alba era a un
tempo comico e grottesco, e tuttavia misteriosamente consolante. Dopo la messa
arrivava Rapha�l, con gli occhi assonnati ma sempre gaio, a nutrirmi e a radermi.
Era una creatura cos� piacevole, ed era contento di chiacchierare o di stare in
silenzio in base ai miei umori. Persino il suo silenzio era allegro. Cercai
ripetutamente di ottenere da lui una descrizione precisa dei suoi doveri nella casa
del vescovo, perch� era evidente che occupava una posizione privilegiata, ma le sue
risposte si mantennero sempre sul vago. Mi venne il pensiero che potesse essere il
figlio bastardo del vecchio Giese. (Forse lo era? Spero di no.) Qualche volta mi
feci accompagnare da lui quando andavo a prendere aria nei boschi sotto le mura, ma
in seguito fu bandito dal mio fianco e ammonito di non fare pi� la sua comparsa
fino a sera, perch� era fonte di distrazione e io avevo del lavoro da fare.

L�astronomo che studi il moto delle stelle � certamente paragonabile a un cieco


che, con la matematica come unico sostegno, debba fare un gran viaggio pericoloso e
interminabile che si snodi per innumerevoli luoghi desolati. Quale sar� l�esito?
Procedendo carico d�ansia per un po� e facendosi strada a tentoni con il bastone, a
un certo punto ci si appogger� piangendo per la disperazione e invocando il Cielo,
la Terra e tutti gli dei perch� lo soccorrano nella sua angoscia. Cos�, giorno dopo
giorno, per dieci settimane, assediato dalla malattia e, quel che � peggio,
dall�incertezza riguardo allo scopo dei miei travagli, arrancai per i meandri della
teoria di Copernico sui movimenti dei pianeti. Questa seconda lettura del
manoscritto fu molto diversa dalla prima occhiata ingannevole quando, estasiato
dalla musica, andai dritto al cuore dell�opera e ignorai allegramente i dettagli!
Acquattato alla mia scrivania, con la testa tra le mani, ingaggiai con essi una
furiosa battaglia, gemendo e brontolando, piangendo, ridendo persino, alle volte,
in modo incontrollabile. Ricordo in particolare i problemi che mi provoc� l�orbita
di Marte, il signore della guerra. Quel pianeta � uno stronzo! Mi ha fatto quasi
diventare matto. Un giorno, disperando di arrivare mai a comprendere il mistero
della sua orbita, mi alzai e mi misi a girare freneticamente in tondo per la
stanza, sbattendo la testa contro le pareti. A un certo punto, dopo essere quasi
rimasto privo di sensi per i colpi, mi accasciai sul pavimento in preda a risate
che mi rimbombavano nelle orecchie e una voce beffarda - giuro che veniva dalla
quarta sfera stessa! - tuon�: Bravo, Retico, ottimo! Hai trovato quello che
cercavi, perch� esattamente come tu turbinavi per questa stanza turbina Marte per i
cieli!

Come se non bastasse, trascorrevo le serate, quando avrei dovuto riposare,


prigioniero di tortuose discussioni senza fine con Copernico, cercando di
convincerlo a pubblicare. Queste battaglie avevano luogo dopo cena nel grande
salone, dove un terzo trono intagliato era stato procurato per me intorno al fuoco.
Dico battaglie ma assalti sarebbe un termine migliore, perch� mentre io attaccavo,
Copernico non faceva altro che rannicchiarsi dietro i bastioni di un silenzio
glaciale, in apparenza irraggiungibile. Una remota figura grigia che stava seduta
tutta asserragliata nelle pieghe della sua veste con gli occhi fissi davanti a s�,
la mascella serrata come una trappola. Non importa quanto ardesse il fuoco, aveva
sempre freddo. Era come se generasse il freddo da qualche deserto gelato dentro di
s�. Solo quando le mie suppliche raggiungevano la massima intensit�, quando, fuori
di me nel mio fervore messianico, scattavo in piedi lanciandomi in convulse
esortazioni al suo indirizzo, solo allora le sue difese flemmatiche mostravano
qualche traccia di debolezza. La sua testa cominciava a muoversi a destra e a
sinistra, in un rifiuto freneticamente cadenzato, mentre quel ghigno spettrale si
allargava sempre di pi� e la fronte gli si imperlava di sudore e, come una ragazza
che si tormenti nel timore di uno stupro, lui sbirciava nelle profondit�
dell�abisso in cui io lo invitavo a gettarsi, abbracciandosi in un�esultanza
inorridita, in preda al panico. Poteva persino succedere, alle volte, che fosse
cos� sotto pressione da parlare, ma solo per gettare un ostacolo sul sentiero della
mia implacabile avanzata, e a quel punto era sempre attento a soffermarsi su
qualche elemento minore della mia argomentazione, dirottando il discorso dalla
questione principale. Cos�, quando io osservai che aveva il dovere di pubblicare,
anche solo per dimostrare gli errori presenti in Tolomeo, lui scosse un dito
tremante verso di me ed esclam�:

�Noi dobbiamo seguire i metodi degli antichi! Chiunque pensi che non ci si debba
fidare di loro rimarr� per sempre acquattato nelle lande desolate fuori dai
cancelli chiusi della nostra scienza, sognando i sogni degli squilibrati riguardo
ai moti delle sfere, e otterr� quello che merita se pensa di poter sostenere i
propri vaneggiamenti calunniando gli antichi!�

Giese, per parte sua, amava pensare se stesso come il vecchio mediatore saggio, in
questi dibattiti unilaterali, e si intrometteva di tanto in tanto con qualche
osservazione futile, che riteneva straordinariamente colta e persuasiva e alla
quale Copernico e io assistevamo in un compunto silenzio afflitto, prima di
proseguire come se il vecchio pagliaccio non avesse mai aperto bocca. Ma lui era
felice cos�, purch� gli si permettesse di dire la sua battuta, giacch� come tutti
quelli della sua razza non vedeva differenza tra parole e azioni e aveva
l�impressione che una volta che una cosa � detta sia bell�e fatta. Non era l�unico
spettatore sul campo di battaglia. Con il trascorrere delle settimane, si sparse la
voce nel castello e anche in citt� e persino oltre, sul fatto che uno spettacolo
gratuito aveva luogo ogni sera nel grande salone e non ci volle molto perch�
attirassimo un pubblico di clerici e scrivani del castello, grassi uomini
provenienti dalla citt�, ciarlatani vaganti in missione diplomatica presso la sede
vescovile di Kulm e Dio solo sa che altro. Persino i servi si avvicinavano furtivi
per ascoltare l�esibizione dello squinternato di Wittenberg. Inizialmente mi
disturbava avere quella massa senza volto che respirava piano e si muoveva e
ridacchiava alle mie spalle nella penombra, ma mi ci abituai, con il tempo. In
effetti, cominciai a divertirmi. Nel cerchio magico della luce del fuoco,
imprigionato nell�inespugnabile fortezza alta sopra la pianura, mi sentivo come se
fossi stato sollevato dal mondo ordinario degli uomini in una sfera eterna,
rarefatta, dove niente di sporco poteva toccarmi, dove io non toccavo alcunch� di
sporco. Fuori era estate, i contadini lavoravano nei campi, gli imperatori
intraprendevano guerre, mentre qui non c�era nulla di tutto ci�, sangue e fatica,
cose che crescevano, massacri e gloria, piaceri bucolici, uomini morenti: in breve,
la vita; no, niente di tutto ci�. Perch� noi eravamo angeli e giocavamo un infinito
gioco celeste. E io ero felice.

E se � questo che s�intende per felicit�, non voglio saperne!

* * *

Faccio progressi, faccio progressi, s�, davvero; sono ancora fermo a L�bau. Le mie
argomentazioni la spuntarono, alla fine, e per quanto alla sua maniera, senza
dubbio, e alle sue condizioni, Copernico capitol�. Il primo segnale che fosse
pronto a negoziare sul serio giunse quando una sera cominci� di punto in bianco a
farfugliare eccitato di un piano, che sapeva avrebbe incontrato il mio assenso
entusiastico, cos� disse. Non dovevo credere che la sua riluttanza a pubblicare le
sue modeste teorie scaturisse da un disprezzo per il mondo; anzi, come io ben
sapevo (lo sapevo?) lui nutriva un grande amore per gli uomini comuni e non nutriva
alcun desiderio di lasciarli nell�ignoranza de rerum natura se c�era modo per lui
di illuminarli. E oltretutto aveva delle responsabilit� verso la scienza e il
progresso del metodo scientifico. Tenendo conto di tutto questo, proponeva dunque
di approntare delle tavole astronomiche con nuove regole per tracciare il corso
delle stelle, che avrebbero costituito un inestimabile ausilio non solo per gli
astronomi ma anche per i naviganti e i cartografi e cos� via; quando le avesse
avute pronte, quelle avrei potuto portarle al mio stampatore a Norimberga. In ogni
caso, una cosa doveva essermi ben chiara: mentre le tavole computazionali avrebbero
avuto regole nuove e accurate, dimostrazioni non ce ne sarebbero state. Sapeva
benissimo che la sua teoria, su cui si sarebbero fondate le tavole, se pubblicata
avrebbe sovvertito le idee correnti riguardo al movimento delle sfere e avrebbe
pertanto provocato un orrendo trambusto, e lui non era pronto a prestare il suo
nome a una perturbazione simile (corsivo mio). Pitagora sosteneva che i segreti
della scienza dovessero essere riservati ai pochi, agli iniziati, ai saggi, e
Pitagora era uno degli antichi, e aveva ragione. Dunque: nuove regole, s�, ma
niente dimostrazioni a loro sostegno.

Cos� non avrebbe funzionato, ovvio, e lui lo sapeva perfettamente, tanto che non
appena io cominciai a formulare le mie obiezioni lui mi diede subito ragione in
tutta fretta e disse che s�, era stata un�idea sciocca e l�avrebbe lasciata cadere.
(Confesso che, a oggi, ancora non capisco perch� avesse tirato fuori quel progetto
assurdo, sempre che non fosse unicamente per farmi capire, nel suo solito modo
tortuoso, che era pronto al compromesso.) La questione era dunque chiusa, un
piccolo particolare che non imped� comunque a Giese di esternare le sue personali
obiezioni, la formulazione delle quali immagino gli fosse costata uno sforzo
imponente che non voleva andasse sprecato.

�Ma dottore� disse, �queste tavole sarebbero un dono incompleto per il mondo, a
meno che voi non riveliate la teoria che ci sta dietro, come Tolomeo, per il quale
avete un riguardo cos� grande, ha sempre avuto cura di fare.�

A quelle parole Copernico, che si era di nuovo rinserrato in se stesso tutto


assorto, diede una risposta straordinaria. Disse:

�L�astronomia tolemaica non � nulla, per quanto riguarda l�esistenza, ma � comoda


per calcolare l�inesistente�.

Ma detto questo si ricompose e, assumendo un�espressione che voleva essere di


blanda innocenza ma che non fece altro che dargli un�aria stupida, finse di non
essersi accorto di avere formulato un�idea che, se l�avesse ritenuta vera, avrebbe
reso assurdo il suo lavoro di una vita (perch� occorre ricordare, qualunque cosa si
dica in proposito adesso, che la sua teoria si basava interamente sull�astronomia
tolemaica: era in effetti, come lui stesso aveva sottolineato, nient�altro che una
revisione di Tolomeo, perlomeno in principio). Fu un�ammissione cos� profonda che
in quel momento non ne afferrai appieno la portata e sentii solo, per cos� dire, la
sua fragile ala nera sfiorarmi la guancia al suo passaggio. Comunque sia, dovetti
percepire che era accaduto qualcosa di memorabile, che una parte dei bastioni era
crollata, perch� subito balzai in piedi ed esclamai:

�Fatemi prendere il manoscritto, fatemi andare a Norimberga. Dobbiamo agire adesso


o rimanere in silenzio per sempre... fidatevi di me!�

Non rispose subito. Adesso ho l�impressione, bench� di certo mi sbagli, che ci


fosse un vasto pubblico nella sala quella sera, perch� il silenzio era immenso,
quel genere di silenzio che cala solo quando per un attimo la moltitudine, rapita
nella propria attenzione infantile, smette di guaire e strabuzzare gli occhi e
rimane a bocca aperta in uno stupore eclatante, epocale. Persino Giese rimase
zitto. Copernico sorrideva. Non con il solito ghigno, non quello, ma con un vero
sorriso, appena accennato, piuttosto calmo e pieno di astuzia. Disse:

�Voi dite che devo fidarmi di voi, e naturalmente io mi fido, certo che mi fido; ma
il viaggio fino a Norimberga � lungo e irto di pericoli, di questi tempi, e chi pu�
dire quali mali non potrebbero occorrervi lungo il tragitto? E se vi capitasse di
perdere il manoscritto per qualche incidente, e se dovesse essere rubato o
distrutto? Sarebbe tutto perduto, allora, tutto il mio lavoro. Questo libro vuol
dire trent�anni di scrittura�.
Che intenzioni aveva? Mi guardava con freddo divertimento (giuro che era
divertimento!) mentre io mi dimenavo come un pesce spiaggiato alla ricerca
dell�unica risposta giusta al rompicapo che mi aveva posto. Stava succedendo
qualcosa di diverso da tutto ci� che era accaduto in precedenza; questa volta si
faceva sul serio. Con grande cautela dissi:

�Allora far� una copia del manoscritto e porter� quella con me, mentre voi
conserverete l�originale. In questo modo la salvezza del libro sar� assicurata e lo
stesso vale per la sua pubblicazione. Non vedo ulteriori difficolt�.

�Ma potreste perdere la copia, non � vero, e allora che succederebbe? Invece, ecco
il piano: andate adesso a Norimberga e quando sarete l� scrivete un resoconto del
libro a memoria, cosa che sono certo potrete fare senza difficolt�, e pubblicate
quello.�

�Ma � gi� stato fatto!� esclamai. �Voi stesso avete scritto un resoconto, nel
Commentariolus...�

�Quello era niente, peggio di niente, pieno di errori. Voi dovete scrivere un
resoconto accurato. Pensate ai vantaggi che ne avremo entrambi: il vostro nome
acquister� rilievo nel mondo della scienza, mentre si preparer� la strada per una
successiva pubblicazione del mio libro. Sarete una specie di...� - sorrise di nuovo
- �una specie di Giovanni Battista, colui che precede.�

Aveva vinto e lo sapeva. Chinai la testa, in segno di sconfitta.

�Va bene� dissi. �Scriver� questo resoconto, se ne sar� capace.�

Ah, il suo sorriso, il suo sorrisetto, come lo ricordo bene! Disse:

�� uno splendido piano, secondo me. Siete d�accordo?�

�S�, s�... ma quando pubblicherete il De revolutionibus?�

�Be�, a ben pensarci, non vedo la necessit� di pubblicarlo, se voi assicurerete un


resoconto sufficientemente dettagliato e completo.�

�Ma il vostro libro? Trent�anni?�

�Il libro non � necessario.�

�E voi intendete...?�

�Distruggerlo.�

�Distrugg...?�

�Be�, s�.�

Con che semplicit� e allegria lo disse! Con quanta apparente convinzione!

Cos� fu concepita la mia Narratio prima, che nei trentasei anni trascorsi dalla
pubblicazione si � guadagnata tanta fama (a beneficio suo, non mio che eseguii il
lavoro!). Non ho dato qui un resoconto strettamente letterale di come fui persuaso
a scriverla, ma mi sono accontentato di dimostrare con che astuzia egli abbia fatto
leva sul mio entusiasmo giovanile e sulla mia ingenuit� per ottenere i suoi
discutibili scopi. Quell�assurdit� che io andassi di punto in bianco a Norimberga e
scrivessi il mio resoconto a memoria era stata naturalmente solo una parte della
trappola, una condizione su cui poteva cedere senza timore e dunque apparire
condiscendente. In ogni modo, dovette cedere, perch� io non avevo intenzione di
lasciare il suo fianco, avendogli sentito paventare (una minaccia che, confesso,
non avevo preso sul serio... ma comunque...) di bruciare il suo libro.

Cominciai a scrivere quella notte stessa. Il libro di Copernico � costruito in sei


parti, ciascuna delle quali pi� intricata e pi� difficile di quella precedente.
All�epoca avevo molta dimestichezza con le prime tre, avevo una certa padronanza
della quarta e solo un�idea generale delle ultime due; ma ci riuscii, ci riuscii, e
la Narratio prima, come potrete giudicare, sebbene non cos� elegante come avrei
potuto auspicare, � pur sempre un�opera brillante. Chi altri - lo chiedo in tutta
modestia -, chi altri, in cos� breve tempo, avrebbe potuto fare un resoconto
sintetico di quel reticolo irsuto di teoria astronomica, chi altri se non io? E fui
forse aiutato in quella fatica erculea dal dominus praeceptor? Certo che no! Ogni
sera, quando avevo terminato il lavoro della giornata, arrivava con qualche debole
scusa e mi portava via il prezioso manoscritto. Credeva che me lo sarei mangiato? E
quanto tentennava, si agitava e si inquietava, e mi tirava la manica tutto nervoso,
intralciandomi a forza di ammonizioni e di proibizioni. Non dovevo fare il suo
nome, diceva. E allora come potevo andare avanti? Una teoria senza un teorico?
Dovevo sostenere che fosse opera mia? Ah, quello s� che lo costrinse a riflettere e
se ne and� e ci rimugin� per un giorno o due, poi torn� e disse che se proprio
dovevo nominarlo, allora che lo chiamassi soltanto il dottor Nicolaus di Torun.
Benissimo. E che me ne importava? Se avesse voluto essere soprannominato Kaspar il
Matto o Mandricardo il Terribile, per me era proprio lo stesso. Dunque scrissi il
mio frontespizio in questo modo:

All�illustrissimo dottor Johannes Sch�ner, un primo resoconto del libro sulle


rivoluzioni dei corpi celesti dell�eruditissimo ed eccelso matematico, il reverendo
padre dottor Nicolaus di Torun, canonico dell�Ermland, a opera di un giovane
studente di matematica.

Che sorpresa dev�essere stata per il vecchio Sch�ner (ero stato suo allievo di
matematica e di astronomia a Norimberga) scoprirsi l�ignaro bersaglio, per cos�
dire, di quell�opera controversa. La dedica era stata un esempio di scaltrezza,
perch� il nome di Sch�ner non poteva che conferire rispettabilit� a una narrazione
che sapevo avrebbe dato uno scossone al sonnolento alveare accademico, provocando
ronzii a non finire. Inoltre, per sicurezza, nella speranza di placare Dantiscus in
qualche modo, avevo aggiunto l�Encomium Borussiae come appendice, quel pezzo
adulatorio in lode della Prussia, dei suoi giganti intellettuali, delle sue
ricchezze d�ambra e di altri materiali preziosi, delle sue prospettive su paludi e
su un mare grigio ardesia, che mi aveva fatto spremere le meningi in cerca di
metafore graziose e di allusioni classiche. E dal momento che avevo stabilito di
stamparlo a Danzica, essendo quella citt� a un giorno solo di cavallo, invece che a
Norimberga, e dal momento che il borgomastro della citt�, un certo Johannes von
Werden, mi aveva invitato a visitarla, non mi lasciai sfuggire l�opportunit� di
tributare qualche parola di encomio per la citt� e per il vigoroso Achille suo
borgomastro.

La Narratio prima fu completata il 23 settembre 1539. Allora avevo gi� fatto


ritorno a Frauenburg insieme a Copernico. Sebbene io non possa dire che fossi pazzo
di gioia nel ritrovarmi in quella citt� cupa, ero per� sollevato di essere lontano
da quello sciocco di Giese, per non dire del castello stregato di L�bau. (Lasciare
Rapha�l fu un�altra faccenda, naturalmente...) Solo con Copernico in quella fredda
torre, perlomeno le questioni erano chiare, nel senso che io vedevo con chiarezza
l�abisso tra il suo orrore per il cambiamento e la mia ferma fede nel progresso. Ma
sar� un argomento che affronter� in seguito. Ho detto che eravamo soli nella torre:
come ho potuto dimenticare quell�altra presenza piantata in mezzo a noi come un
orrendo basilisco, il cui sguardo truce mi seguiva in ogni momento, il cui silenzio
offeso aleggiava su di noi come un sudario? Voglio dire Anna Schillings, donna
spaventosa. Non aveva dato esito alla minaccia di non farsi pi� trovare al nostro
ritorno ed era l� che ci aspettava arcigna, le braccia conserte su quel suo petto
enorme. Oh, no, Anna, non ti ho dimenticato. Non poteva essere molto pi� giovane di
Copernico, ma possedeva un vigore, alimentato dall�amarezza e dal rancore, che ne
mascherava gli anni. Mi detestava, con straordinaria passione; era gelosa. La
giudicavo capace di tutto, anche di farmi fuori, e confesso che davanti a quelle
ciotole di poltiglia verdastra che ci dava da mangiare, il pensiero del veleno mi
attravers� spesso la mente. E a proposito di veleno, ho il sospetto che Copernico
possa avere preso in considerazione di sfruttarlo per liberarsi di quella donna
fastidiosa: ricordo di averlo guardato mentre preparava qualche fetido medicinale
che le aveva prescritto per uno dei suoi innumerevoli disturbi oscuri, girava e
rigirava il pestello con un orrido sorrisetto malinconico come se le stesse cavando
gli occhi. Naturalmente non si sarebbe mai sognato di osare una soluzione cos�
audace. In ogni modo, � assai probabile che ancora pi� della megera in persona
temesse la prospettiva che il suo fantasma tornasse a tormentarlo.

Insistette perch� alloggiassi con lui nella torre. Io ne fui lusingato, finch� mi
resi conto che mi voleva vicino non per amore della mia compagnia bens� per avere
un alleato contro la Schillings. In verit� devo ammettere per� che non gli fui
granch� utile sotto quel rispetto. Oh, le tenevo testa, quello non si discute,
impar� presto a guardarsi dalla mia lingua affilata, ma quando non riusciva a
cavare niente da me raddoppiava i suoi sforzi ai danni dello sfortunato Copernico,
che ne veniva quasi travolto; quindi la mia presenza di fatto esacerbava i suoi
problemi. Ogni volta che lei si avvicinava lui trasaliva e sprofondava nel carapace
della sua veste, come se temesse di essere preso a schiaffi. Be�, ero poco
comprensivo nei suoi riguardi. Doveva solo prendere il coraggio a due mani (che
buffa espressione � questa) e buttarla fuori, avvelenarla o denunciarla come strega
e tutto si sarebbe risolto. Ma qual era mai l�ascendente che quella donna aveva su
di lui? A quanto pare lui l�aveva salvata da un bordello, o cos� si diceva; era una
qualche cugina alla lontana. Confesso che mi dava il voltastomaco rifletterci
sopra, ma ipotizzavo che qualche rituale fornicatorio, avvenuto anni prima, quando
ancora erano capaci di quel genere di cose, l�avesse assoggettato alla volont� di
lei. � un fenomeno che ho gi� osservato, uomini trasformati in schiavi dalla
tirannia della fica. Donne. Non ho niente contro di loro, quando stanno al loro
posto, ma so che con qualche trucchetto da circo a letto diventano delle vere
Circi. Ah, ma smettila, Retico, smettila.

Quando dico che avevo scarsa comprensione per la sua condizione, non vuole dire che
io fossi indifferente. La Narratio prima era completata ed ero pronto a partire per
Danzica e, dopo Danzica, era indispensabile che tornassi a Wittenberg, perch� avevo
gi� esteso oltremodo il mio semestre di congedo; tutto questo significava che non
avrei potuto fare ritorno a Frauenburg prima dell�inizio dell�estate successiva.
Per allora lo sapeva il cielo quali disastri sarebbero potuti capitare. Copernico
era anziano, tutt�altro che vigoroso, e la sua volont� si sgretolava. Dantiscus
aveva ripreso la sua campagna e ormai spediva lettere quasi ogni settimana riguardo
ad Anna Schillings, irte di minacce sotto una patina di dolcezza e preoccupazione
ipocrita per la reputazione dell�astronomo; ogni lettera, lo vedevo dalla grigia
espressione afflitta di Copernico, metteva ulteriormente a repentaglio la
sopravvivenza del manoscritto. Sapevo, ricordando ci� che mi aveva detto Giese quel
giorno nella pineta sotto le mura di L�bau, che quando Dantiscus parlava del dovere
di estirpare il vizio dalla sua diocesi eccetera, stava in realt� parlando di
qualcosa di completamente diverso, vale a dire della sua ardente gelosia per
Copernico. Al Meister avrebbero retto i nervi fino al mio ritorno oppure,
trovandosi da solo a fronteggiare le angherie della Schillings e le minacce di
Dantiscus, avrebbe bruciato il suo libro per rifugiarsi al sicuro e in silenzio
nella sua tana? Era un rischio che non potevo correre. Se della Schillings era
impossibile liberarsi - e io disperai presto di poter spostare quella truce massa
di carne e furia -, allora quello che la usava come arma doveva essere convinto che
la guerra che aveva intrapreso era gi� persa. (Un altro rompicapo; seguir� la
soluzione.) Feci un ultimo tentativo simbolico di estorcere il manoscritto dalle
grinfie del vecchio, ma lui si limit� a fissarmi, mesto, accusatorio, e non disse
una parola; feci i bagagli e dissi addio a Frauenburg.

* * *

Non mi dilungher� sul mio soggiorno a Danzica. Il borgomastro, che mi ospitava, il


grasso Hans von Werden, era un borghesotto zotico, un pallone gonfiato la cui
grande passione, oltre ai generi alimentari, era tenere discorsi sentenziosi in
lode di se stesso. Era contento come una pasqua di avere ospite questa bestia
esoticissima, uno studioso luterano venuto dalla Germania, e non perdeva occasione
per sfoggiarmi con i suoi amici e, pi� in particolare, con i suoi nemici. Oh, me la
sono spassata, a Danzica. Invece lo stampatore al quale portai il manoscritto della
Narratio prima era una persona piuttosto civile e sorprendentemente capace, per
essere un lavoro che faceva occasionalmente, voglio dire, laggi� in quelle terre
desolate. La prima edizione usc� per i suoi tipi nel febbraio del 1540. Ne furono
inviate alcune copie a Frauenburg e anche al castello di L�bau, da cui Giese ne
invi� una al duca luterano Albrecht della Prussia orientale, a K�nigsberg: una
mossa astuta, come avrei scoperto in seguito, che per� non manc� di contrariare
fortemente Copernico, per via di vecchie ruggini irrisolte. Una mossa scaltra da
parte mia fu ben ricompensata, quando il mio buon amico Perminius Gassarus,
ricevuta la copia che gli avevo mandato, ne fece fare immediatamente una seconda
edizione a Basilea, che finanzi� di tasca sua, risparmiandomi cos� non poche spese.
Perch� fu una faccenda costosa, questa pubblicazione, e checch� ne dicano, non
ottenni alcun aiuto, non un soldo, da quel vecchio spilorcio a Frauenburg a
vantaggio del quale era stato fatto tutto. Ricordate, questi volumi per il duca e
via discorrendo furono inviati gratis (bench� Perminius, con mio segreto
divertimento, non solo ripag� il mio dono come ho gi� raccontato, ma mi mand� anche
una moneta d�oro, quel pazzo), e oltre che a Giese e naturalmente a Copernico, ne
furono mandate copie anche a Sch�ner e a Melantone e a molti altri studiosi e
uomini di Chiesa, compreso Dantiscus, alla cui presenza, al castello di Heilsberg,
vidi per la prima volta il mio libro stampato...

S�, fu a Heilsberg che per la prima volta vidi la Narratio prima rilegata. Ecco
come and�. Resomi conto che lo stampatore era serio e affidabile, lasciai il
completamento del lavoro nelle sue mani, feci i bagagli, mi accomiatai dal grasso
Hans e dalla sua famiglia e partii per il lungo viaggio fino a Heilsberg. Dovevo
essere uscito di senno, per fare quel tragitto spaventoso a beneficio di una
persona che non meritava lo sforzo, il cui unico grazie sarebbe stata una raffica
stizzosa di insulti. Ma come ho gi� avuto occasione di dire, allora ero giovane e
non cos� saggio come sono adesso. Comunque sia, nonostante il mio delicato stato di
salute e i vapori mefitici di quella palude prussiana d�inverno, senza considerare
le condizioni orribili in cui ero costretto a viaggiare (cavalli zoppi, locande
infime e cos� via), raggiunsi Heilsberg all�inizio di marzo, piuttosto sfinito.
Precipitoso come sempre, andai dritto al castello e chiesi di vedere il vescovo.
Avevo dimenticato, naturalmente, che con questi principini papisti non puoi
limitarti ad andare l� e prenderli calorosamente sottobraccio, oh, no, prima
bisogna espletare le formalit�. Be�, non mi addentrer� nell�argomento. Basti dire
che ci volle qualche giorno prima di potere finalmente, una mattina, varcare il
portone e inoltrarmi nel cortile. L� mi venne incontro un tipo servile, un
ecclesiastico malrasato con qualche incarico minore, che mi scrut� con occhiate
furtive, storcendo la punta del suo naso rosso screpolato, e mi inform� che il
vescovo era appena tornato dalla caccia ma che ci� nonostante aveva graziosamente
acconsentito a ricevermi senza ulteriori indugi. Mentre ci avviavamo verso il
sacrario, passammo accanto a un carretto, parcheggiato sotto uno degli archi del
loggiato del cortile, su cui erano state buttate le prede della mattina, un paio di
cinghiali, di cui uno ancora agonizzante, e una povera cerva straziata, riversa in
una matassa delle sue budella. Ogni volta che penso a Dantiscus, la prima cosa che
mi viene in mente � quella carne fumante, uccisa selvaggiamente.
Mi aspettavo che fosse un secondo Giese, un vecchio sciocco e pomposo, una zucca
vuota, un provinciale gretto con uno stile da bifolco, ma mi sbagliavo. Johannes
Flachsbinder aveva cinquantaquattro anni quando lo conobbi, era un uomo vigoroso e
notevole che portava bene i suoi anni. Bench� non fosse che il figlio di un birraio
di Danzica, si comportava con la grazia di un aristocratico. Nel corso del tempo
era stato soldato, studioso, diplomatico e poeta. Aveva viaggiato per tutta
l�Europa, in Arabia e in Terra Santa. Annoverava tra gli amici re e imperatori,
oltre ad alcuni preminenti scienziati ed esploratori dell�epoca. La fama delle sue
avventure amorose era leggendaria, grazie anche ai suoi stessi versi, e quasi non
c�era angolo del mondo civilizzato che non potesse vantare un suo bastardo. Una
figlia, avuta da una nobildonna toledana, era la sua prediletta, cos� si diceva, e
a suo beneficio continuava a prodigare affetto e denaro, qualunque cosa ne dicesse
Roma. Non aveva paura di nessuno. Al culmine della controversia luterana manteneva
stretti legami con i protestanti pi� in vista, sebbene il papa in persona
scagliasse anatemi sulle loro teste. S�, Dantiscus era un uomo brillante, elegante
e intrepido. E un porco. Un imbroglione. Uno stronzo bugiardo e vendicativo.

Lo trovai in un salone azzurro e oro, che faceva colazione con vino rosso e
cacciagione, circondato da una pacchiana brigata di cacciatori e adulatori e
musicanti. Se avevo trovato ridicolo l�abito da contadino di Giese, l�abbigliamento
di costui era farsesco: era vestito in velluto e seta, stivali al ginocchio di
pelle morbida, una cintura damascata con filigrana d�argento e - non dico bugie! -
un paio di guanti aderenti color porpora. Un principe, uno di quegli elegantoni
italiani, avrebbe dimostrato una bella audacia a uscire a caccia facendo sfoggio di
tanta vanit�; ma un principe prussiano! Che strano il valore che questi
ecclesiastici papisti attribuiscono alle apparenze; senza esibizione di sete e cos�
via � come se si sentissero nudi. Eppure l�abbigliamento e la musica e lo splendore
fiorentino del salone non bastavano a camuffare la vera natura di quell�autocrate
duro e spietato. Era un uomo tarchiato e corpulento, con un principio di calvizie,
una fronte ampia e lucida e un grosso naso a becco, e occhi celesti chiarissimi,
come quelli di un qualche strano uccello vigile. Quando entrai si alz� e fece un
cenno d�inchino con un sorriso bonario, ma lo sguardo con cui mi squadr� era
affilato come una lama. Aveva modi cordiali, raffinati, con un pizzico soltanto di
altezzosit�, e mentre parlava o ascoltava quell�abbozzo di sorriso continu� a
giocare tra la bocca e gli occhi, come se alle mie spalle stesse accadendo qualcosa
di divertente e di leggermente ridicolo sul quale aveva troppo tatto per attirare
l�attenzione altrui. Oh, un tipo distinto. Si rimise seduto e, con un gesto
solenne, mi invit� ad accomodarmi accanto a lui. Disse:

�Herr von Lauchen, siamo onorati. In queste remote lande non capitano spesso in
visita i famosi... Oh, s�, certo, ho sentito parlare di voi, bench� non vi
immaginassi tanto giovane, lo confesso. Posso domandarvi che cosa vi porta qui a
Heilsberg?�

Mi aveva tenuto tre giorni in attesa prima di concedermi udienza: le sue parole
mielose non mi fecero impressione. Gli lanciai uno sguardo fermo e dissi:

�Sono venuto per parlare con voi, vescovo�.

�Ah, s�? Ne sono lusingato.�

�Lusingato, signore? Non vedo perch� dobbiate sentirvi lusingato. Non mi sono
spinto fino a questo... a questo posto per lusingare nessuno.�

Questo intacc� la sua urbanit�. Non capita tutti i giorni che un vescovo si senta
rivolgere la parola in tal modo. Il suo sorriso spar� cos� rapidamente che, giuro,
sentii il sibilo con cui scomparve. In ogni caso, la sua perplessit� non dur� a
lungo; ridacchi� piano e, alzandosi, disse:
�Mio caro signore, questo mi sta benissimo! Non mi piacciono gli adulatori. Ma
venite, su, voglio mostrarvi una cosa che credo vi interesser�.

La compagnia si alz� mentre lasciavamo il salone e, sulla porta, Dantiscus si


ricord� di qualcosa e si gir� aggrottando la fronte con insofferenza, di certo per
conquistarsi la mia approvazione di luterano, e poi spalm� in aria una benedizione
sbrigativa. Salimmo in silenzio per il castello fino al suo studio, una lunga
stanza bassa con le pareti affrescate, di nuovo in blu e oro, situata in una torre
nell�ala nordoccidentale, con una finestra che dava su quello che mi resi conto
doveva essere lo stesso identico tratto di cielo che Copernico osservava dalla sua
lontana torre a Frauenburg. Rimasi sorpreso e, per un attimo, piuttosto confuso,
perch� l� trovai esattamente il modello di osservatorio in cui, prima di venire in
Prussia, mi ero immaginato abitasse Copernico. La stanza era provvista di ogni
concepibile apparecchio che sia di ausilio all�arte dell�astronomo: globi di rame e
bronzo, astrolabi, quadranti, il triquetrum dalla fattura pi� intricata che io
avessi mai visto e, al posto d�onore, una rappresentazione dell�universo di
squisita fattura, con sfere e bacchette d�oro, che mi lasci� a bocca aperta, perch�
era basata sulla teoria copernicana come esposta nel Commentariolus. Dantiscus,
sorridendo, finse di non notare la mia costernazione, ma and� alla scrivania
accanto alla finestra e prese da un cassetto un libro, che mi porse. Un altro
colpo: era la Narratio prima, fresca fresca, ancora con l�odore di stampa e di
legatoria. Ora il vescovo non riusc� pi� a trattenersi e scoppi� a ridere. Credo
che la mia faccia fosse in effetti molto ridicola. Disse:

�Perdonatemi, amico mio, non � bello da parte mia sorprendervi in questo modo. Devo
dedurre che sia la prima copia che vedete del vostro libro stampato? Tiedemann
Giese, che credo conosciate, � stato cos� gentile da inviarmelo. Il messo che l�ha
portato � giunto soltanto ieri, ma ne ho gi� letto una gran parte e lo trovo
affascinante. La chiarezza dell�opera, cos� come la piena padronanza della teoria,
sono impressionanti�.

Giese! Che aveva la bava alla bocca nel pronunciare il nome di Dantiscus; che mi
aveva messo in guardia sulla slealt� di quest�uomo, sul suo complotto contro
Copernico e su come per anni avesse tormentato il nostro dominus praeceptor; quello
stesso Giese aveva mandato, di sua iniziativa, questo dono eccelso al nostro
arcinemico. Perch�? Dal nulla sorse in me la domanda: che cosa vogliono da me? Ma
poi rimproverai me stesso e accantonai i sospetti informi che avevano cominciato ad
agitarmisi dentro. Doveva esserci di certo una spiegazione semplice. Probabilmente
quel vecchio pasticcione di Giese, convinto di possedere un�astuzia diabolica,
aveva pensato che il tentativo di intenerire quel cuore duro valesse la spesa di un
messo per far recapitare in tutta fretta il suo dono a Heilsberg. Io rimasi non
poco colpito da quel tentativo fantasioso e mi chiesi se la mia prima impressione
di Tiedemann Giese non fosse stata sbagliata, se dopotutto non fosse una persona
gentile e premurosa, ansiosa solo di promuovere le fortune del mio magister. Oh,
stupido di un Retico! Il vescovo stava ancora parlando e, mentre parlava, si
aggirava fra gli strumenti, toccandoli piano con le mani, come stesse accarezzando
le teste lanuginose dei suoi bastardi. Disse:

�Questa stanza, sapete, un tempo apparteneva al canonico, quando era segretario del
suo defunto zio, mio predecessore, qui a Heilsberg. Io non sono che un dilettante
nella nobile scienza dell�astronomia, possiedo per� alcuni strumenti e, quando sono
arrivato qui e stavo cercando un posto dove collocarli, mi � parso confacente
scegliere questa piccola cella, in cui di certo risuonano gli echi dei pensieri di
quel grand�uomo. Sento di avere scelto saggiamente, perch� non credete anche voi
che quegli echi possano sfiorare le riflessioni di un�anima pi� umile come la mia e
magari ispirarle?�

No, io non pensavo niente del genere; quel posto era morto, era una specie di
cadavere addobbato; aveva dimenticato Copernico, il segno della cui grigia presenza
era stato ricoperto da quegli affreschi sfarzosi. Dissi:

�Signore, sono lieto che abbiate sollevato l�argomento del mio dominus praeceptor,
il dottor Copernico, perch� � di lui che desidero parlarvi�.

Lui interruppe il suo andirivieni e rivolse di nuovo su di me quel suo sguardo


attento, penetrante. Sembrava stesse per parlare ma esit� e mi preg� invece di
proseguire. Io dissi:

�Dal momento che Sua Eccellenza il vescovo Giese � in contatto con voi, vi avr�
forse raccontato che io, insieme al dottor Copernico, ho trascorso alcuni mesi al
palazzo vescovile di L�bau. Quello che presumo non vi abbia detto � il motivo che
ci aveva condotto l�. A quel punto mi girai in modo da non doverlo guardare negli
occhi mentre dicevo quello che stavo per dire; non sono bravo a mentire, mi si
legge in faccia, e mi accingevo a mentirgli. �Siamo andati a L�bau, signore, per
discutere in pace e in solitudine dell�imminente pubblicazione del libro del
dottore, De revolutionibus orbium mundi, un�opera che forse avrete gi� sentito
menzionare.�

Lui diede l�impressione di non accorgersi del sarcasmo di quest�ultima frase,


perch� mi fiss� un momento e poi, con mia sorpresa e addirittura allarme, si
precipit� verso di me a braccia aperte. Confesso che mi fece prendere un bello
spavento, perch� aveva un sorriso da maniaco che faceva sprofondare in modo orrendo
quel suo naso aquilino, tanto che la punta si ritrov� quasi in pericolo visti i
grossi denti snudati, e per un attimo parve stesse per aggredirmi e sbranarmi.
Invece si limit� a battermi le mani sulle spalle esclamando:

�Ma questa � una notizia splendida, signore!�

�Eh?�

�Come siete riuscito a convincerlo? Lasciate che vi dica che per anni e anni ho
insistito affinch� lo pubblicasse, e lo stesso vale per molti altri, senza il
minimo successo, ed ecco che arrivate proprio voi da Wittenberg, e lo convincete
immediatamente. Splendido, lo ripeto, splendido!�

A quel punto si ritrasse, rendendosi evidentemente conto che tutto quel gridare e
dare pacche sulle spalle non era un comportamento decoroso per un vescovo, e torn�
al suo sorrisino appena accennato, ma questa volta con una certa timidezza. Io
dissi:

�Mi rallegro di trovarvi all�apparenza cos� felice di apprendere questa notizia�.

Lui si rabbui� per la freddezza del mio tono di voce. �Ne sono davvero felicissimo.
E lo ripeto, bisogna farvi i complimenti.�

�Molte grazie.�

�Non avete di che ringraziarmi.�

�Ma vi ringrazio ugualmente.�

�Bene, dunque, allora grazie.�

�Signore.�

�Signore.�

Ci disimpegnammo e scuotemmo le rispettive lame, ma io con un affondo repentino gli


inflissi un colpo audace.

�Mi hanno detto per�, signor vescovo, che a Roma � improbabile che la pubblicazione
di questo lavoro sia salutata con grande entusiasmo. Mi hanno male informato?�

Lui mi guard� e proruppe in una breve risata. Poi disse:

�Beviamoci un bicchiere di vino, amico mio�.

Cos� ebbe termine il primo giro. Non ero insoddisfatto delle mie prestazioni fino a
quel momento; ma quando il vino arriv�, come uno sciocco bevvi a volont� e ben
presto finii per credermi il pi� grande spadaccino del mondo. A quel vino, e alla
hybris che indusse in me, do la colpa della mia successiva umiliazione. Dantiscus
disse:

�Mio caro von Lauchen, comincio a capire perch� siete venuto a Heilsberg. �
possibile che voi non mi riteniate del tutto sincero quando, sentendo la notizia
che oggi mi portate, dico che sono al colmo della gioia? Oh, so bene che il
canonico � convinto che io lo odi e che, Dio solo sa perch�, potendolo gli
impedirei di pubblicare il suo libro. Vedo che vi ha raccontato tutto questo.
Credetemi per�, amico mio, si sbaglia ed � profondamente ingiusto nei miei
confronti. A queste accuse replico solo che... ma avanti, lasciate che vi riempia
la coppa... ha dimenticato come io in questi ultimi sei anni abbia sempre cercato
di indurlo a venire allo scoperto e a rendere pubblica la sua teoria? Mein Herr von
Lauchen, io sono stanco di lui e non posso che sentirmi respinto allorch� voi
arrivate qui e mi rivelate che per ottenere il suo assenso � bastata una vostra
parola!�

Io feci spallucce e dissi:

�Ma che mi dite, signore, di questa Schillings, eh? Si dice che voi lo accusiate di
portarsela a letto... e lei � sua cugina! Credo invece, amico mio, che pi� che
affetto voi nutriate dell�astio nei suoi confronti�.

Chin� la testa.

�Ah, be�. Quella � una faccenda sgradevole, concordo. Ma come vescovo di questa
sede, mein Herr, ho il solenne dovere di assicurare che il clero di Santa Madre
Chiesa rinneghi qualunque vizio. Cosa posso farci se insiste a tenersi in casa
questa amante-cugina? E in ogni caso la questione � pi� complessa di quanto vi �
dato sapere, e se avrete la pazienza di starmi a sentire ve lo dimostrer�. Primo,
sono tempi nefasti; la Chiesa, amico mio, teme l�operato di Lutero e deve difendere
la sua reputazione infangata. Secondo, non � il sapiente dottor Nicolaus l�oggetto
principale dei miei strali, bens� un certo Sculteti, anch�egli canonico di
Frauenburg, un tipo infido, quello. Non solo vive nel peccato ma complotta contro
la Chiesa e mette in giro falsit�. Come se non bastasse, � in combutta con i
tedeschi... ehm. Altro vino? Ma questo non ha nulla a che fare con le mie
intenzioni, che sono di farvi capire che io voglio bene al sapiente dottore e farei
qualunque cosa per risparmiargli una sofferenza. E vi prego, non pensate male della
nostra Chiesa. Tutte queste... meschinit� sono dovute alla nequizia dei tempi. Non
sono che follie passeggere, e passeranno, mentre di certo durer� l�opera somma del
canonico, su questo non ho dubbi. E adesso, amico mio, un brindisi: a voi! a noi! e
al De revolutionibus!�

Svuotai la mia coppa e mi guardai intorno, scoprendo con un certo stupore che
avevamo lasciato la torre ed eravamo adesso all�aria aperta, su un�alta balconata.
Sotto di noi stava il cortile, investito di una luce violenta color limone; era
buffo vedere quella strana gente in formato ridotto affannarsi avanti e indietro
per le proprie faccende. Qualcosa sembrava non funzionare a dovere nelle mie gambe,
perch� ero tutto piegato da un lato. Dantiscus, sempre pi� simile a un principino
italianizzato tutto infatuato, stava ancora parlando. A quanto pare io avevo smesso
di ascoltarlo gi� da un po�, perch� adesso non riuscivo a capirlo molto bene.
Disse:

�Scienza! Progresso! Rinascita! La nuova era! Che cosa dite, amico?�

Io dissi:

�Sc-sc�, oh, sc-sc� sc�.

E poi ci furono altro vino e altri discorsi e musica e un sacco di risate, e io


sempre pi� allegro pensavo che in fin dei conti quel Dantiscus era un individuo di
prim�ordine, cos� civilizzato, cos� illuminato; e pi� tardi fui festeggiato con un
banchetto cui partecip� una folta compagnia rumorosa, cui rivolsi discorsi su
diversi argomenti, come la Scienza! e il Progresso! e la Nuova Era! e nel complesso
mi resi sommamente ridicolo. All�alba mi svegliai in una stanza strana, con un
dolore lancinante alla testa e un ardente desiderio di morire. Sgusciai fuori dal
castello senza vedere anima viva e fuggii da Heilsberg per non farvi ritorno mai
pi�.

Che cosa dovevo pensare a quel punto, nella luce diurna disgustosamente sobria, di
quel Dantiscus che mi aveva subissato di vino e adulazioni, che aveva dato un
banchetto in mio onore nel suo salone, che aveva brindato al successo di una
pubblicazione per la quale, stando a Giese, egli in cuor suo desiderava nient�altro
che un meschino fallimento? Dopo grandi discussioni interiori stabilii che
nonostante tutto era un farabutto: non aveva forse ordinato di dare libri alle
fiamme? Non aveva minacciato i luterani di roghi e torture? Non aveva perseguitato
senza piet� il mio dominus praeceptor? Nessuna quantit� di vino o di lusinghe n� i
discorsi sul progresso potevano far svanire quei crimini. Oh, canaglia! Oh, vipera!
Oh, sc-sc�.

Prima di abbandonare questa parte del mio racconto, c�� ancora una cosa che devo
ricordare. A oggi non sono sicuro se quello che riferir� sia accaduto o meno nella
realt�. Il giorno successivo, quando ero decisissimo a filarmela da Heilsberg e mi
stavo chiedendo, con grande trepidazione, se Dantiscus, scoprendo che me n�ero
andato senza una parola, potesse mandarmi qualcuno alle calcagna a riportarmi
indietro per un altro giro di bevute e gozzoviglie, di colpo, come qualcosa di
enorme che calasse in picchiata su di me da un cielo vuoto fino a un attimo prima,
mi irruppe nella testa il ricordo, lo chiamer� ricordo, per comodit�, di avere
visto Rapha�l il giorno prima al castello: Rapha�l, quel ragazzo ridente di L�bau!
Era nel cortile, circondato da quella luce color limone e da quel grande viavai di
persone, in groppa a un cavallo nero. Con che chiarezza lo ricordavo!... o
immaginavo di ricordarlo. Era cresciuto un po� dall�ultima volta che l�avevo visto,
perch� era in quell�et� in cui i ragazzi crescono a vista d�occhio, ed era
elegantissimo in cappa, stivali e cappello, proprio un piccolo gentiluomo, ma pur
sempre Rapha�l, inequivocabilmente, l�avrei riconosciuto ovunque, a qualunque et�.
Ancora la vedo, quella scena, il sole e l�ondulazione dei lucenti fianchi corvini
del cavallo, la mano dello stalliere sulla briglia e quel bel ragazzo slanciato in
cappa cremisi, cappello e stivali, quella scena, la rivedo, e mi stupisco di come
una cosa tanto delicata e fragile sia sopravvissuta cos� a lungo per portarmi
conforto adesso e restituirmi la giovinezza, qui in questo luogo orribile. Rapha�l.
Scrivo questo nome lentamente, lo pronuncio con dolcezza ad alta voce, e sento gli
echi eterei del canto dei serafini. Ho ancora le lacrime agli occhi. Perch� era l�,
cos� lontano da casa? La risposta, naturalmente, era semplice, vale a dire che il
ragazzo aveva portato il mio libro da L�bau. Ma non c�era forse dell�altro? Io lo
chiamai, troppo tardi, perch� lui era gi� alla porta, diretto a casa, e Dantiscus,
prendendomi per il braccio, disse: amico, dovreste fare attenzione, e mi lanci� una
strana occhiata. Che cosa intendeva dire? E parl� davvero? Oppure fui io a
immaginarmelo, a immaginarmi tutto? Fu un sogno, che sto ancora sognando? Se cos�
fosse, se non fu che un�illusione generata da una mente fradicia di vino, allora
dico che fu una fantasia profetica, a suo modo, come dimostrer� a tempo debito.

* * *

Tornai dunque a casa, a Wittenberg, solo per scoprire con mia costernazione che non
era pi� casa. Come spiegare questa strana sensazione? La conoscete bene, ne sono
certo. L�universit�, gli amici e i docenti, le mie stanze, i miei libri, era tutto
esattamente come l�avevo lasciato, eppure era tutto cambiato. Era come se qualche
impercettibile flagello avesse contaminato tutto quello che conoscevo, il cuore di
tutto, l�essenza, mentre la superficie era rimasta sana. Mi ci volle un certo tempo
per capire che non era Wittenberg a essere contaminata, ma io stesso. Il mago di
Frauenburg aveva lanciato il suo incantesimo su di me e sapevo che una cosa, una
soltanto, mi avrebbe liberato da quel sortilegio. Dopo la mia fuga ignominiosa da
Heilsberg, tutto il mio interesse per il lavoro di Copernico mi aveva
misteriosamente abbandonato, nonostante la bugia che avevo raccontato a Dantiscus
riguardo al trionfo immaginario conseguito a L�bau; ormai non avevo infatti pi�
alcuna intenzione di continuare la mia campagna per costringere Copernico a
pubblicare. Dico che l�interesse per il suo lavoro aveva abbandonato me e non
viceversa, perch� � cos� che accadde. Io non ci misi mano: semplicemente, qualunque
idea di tornare a Frauenburg e ingaggiare una nuova battaglia con lui mi aveva
abbandonato, ecco tutto, ed era come se non ci fosse mai stato niente del genere.
Qualcosa dentro di me aveva avuto una segreta percezione del pericolo che mi
aspettava in Prussia? Se cos� era, quel segnale di avvertimento non fu forte
abbastanza, perch� non appena tornato a Wittenberg mi ritrovai in corrispondenza
con lo stampatore Petreius. Oh, fui vago e gli scrissi che doveva capire che non
era in questione la pubblicazione dell�opera principale; gli dicevo per� che avevo
in preparazione una Narratio secunda (ma non era vero) e dal momento che conteneva
molte tavole e diagrammi e altre cose analoghe, presi direttamente dal De
revolutionibus, avevo la necessit� di sapere quello di cui i suoi incisori e i suoi
tipografi erano capaci in termini di dettaglio eccetera eccetera. In ogni caso,
malgrado ogni cautela e circonlocuzione, Petreius, facendo involontariamente
centro, ignor� nella maniera pi� assoluta qualunque riferimento a una seconda
Narratio e mi rispose stizzito che, come avrei dovuto sapere, i suoi artigiani non
erano secondi a nessuno per quanto riguardava le opere scientifiche, e che avrebbe
sottoscritto felice e fiducioso un contratto per dare alle stampe il grande
trattato di Copernico, di cui aveva sentito cos� tanto parlare.

Bench� quella lettera pomposa mi avesse agitato e incollerito, giunsi presto a


considerarla un auspicio e ricominciai ad accarezzare l�idea di tornare a
Frauenburg. Non che fossi pronto a precipitarmi ancora una volta a nord con il
cappello in mano, ansimando per l�entusiasmo, per fare di nuovo la figura dello
stupido come gi� avevo fatto, oh no, capitemi bene; questa volta se mi fossi messo
in viaggio l�avrei fatto con i miei obiettivi, per ritrovare il mio io perduto, per
cos� dire, e liberarmi di quell�incantesimo, in modo da fare di nuovo ritorno a
casa nella mia amata Wittenberg e ritrovarla integra e starmene tranquillo. Ragion
per cui non appena fui libero mi misi in marcia con animo intrepido, a cavallo, in
carrozza e occasionalmente a piedi, e arrivai a Frauenburg alla fine dell�estate
del 1540, dove ebbi il sollievo di scoprire che Copernico non era ancora morto ed
era ancora grossomodo in possesso delle sue facolt�. Mi salut� con il suo tipico
sfoggio di entusiasmo, cio� un sobbalzo, uno sguardo da gufo e poi una stretta di
mano da boia. La Schillings era ancora con lui e Dantiscus, non occorre dirlo,
faceva ancora fuoco e fiamme perch� se ne andasse. Da lungo tempo ormai si serviva
di Giese per trasmettere le sue minacce. Sculteti, l�alleato di Copernico in questa
faccenda delle focariae che Dantiscus mi aveva citato, a quanto pare era stato
espulso dal capitolo ed era fuggito in Italia. Questa partenza, accompagnata
dall�atteggiamento sempre pi� minaccioso di Dantiscus, aveva costretto Copernico a
compiere un ultimo, disperato tentativo di liberarsi di lei, ma invano. C�era stato
un litigio furibondo (stoviglie fracassate, urla, pitali che volavano fuori dalle
finestre andando a colpire i passanti: le solite cose, credo), che era terminato
con lei che impacchettava le sue cose e le mandava con grande dispendio (del
canonico) a Danzica, dove qualche avanzo della sua genia aveva una locanda o forse
un bordello, non so pi�. Comunque sia, a quanto pare lei riteneva che questa
cosiddetta partenza simbolica fosse una replica sufficientemente dura nei confronti
di Copernico per la sua malevolenza, e in realt� non aveva nessuna intenzione di
seguire i suoi effetti personali, che a un certo punto ritornarono, come una
tremenda e ineluttabile maledizione. Cos� ci assestammo, noi tre, nella nostra
torre, dove la vita era appena, ma proprio appena tollerabile. Io stavo alla larga
dalla Schillings, non per paura di lei ma per paura di strangolarla; il vecchio
stava rannicchiato nel mezzo tra noi due, borbottando e sospirando e facendo del
suo meglio per morire. Capivo che presto ci sarebbe riuscito. La morte gli stava
arrivando di soppiatto alle spalle, pronta con il suo sacco nero. Dovevo lavorare
in fretta, per strappargli il libro di mano prima che se lo portasse con s� in
quell�oscurit� asfissiante. Ma se il suo corpo si stava indebolendo, la sua mente
era ancora in grado di rifiutare, con ferrea fermezza, quello per cui ero venuto:
la decisione di pubblicare.

Rimasi con lui per pi� di un anno, afflitto dalla noia e dalla frustrazione, oltre
che da un implacabile fastidio per quel vecchio stupido e impossibile e il suo modo
di fare. Aveva acconsentito a lasciarmi fare una copia del suo manoscritto e
perlomeno quello mi teneva occupato; il lavoro avrebbe forse anche potuto placare
il mio spirito irrequieto, se lui non avesse insistito nel ricordarmi ogni giorno
che non dovevo immaginare, solo perch� aveva ceduto fino a l�, che sarebbe andato
oltre e mi avrebbe permesso di portare quella copia a Petreius. Di conseguenza in
quel mio scarabocchiare c�era ben poco a parte le nocche indolenzite e lo
sporadico, maligno piacere di correggere le sue sviste (cancellai quella frase
assurda in cui speculava sulla possibilit� di orbite ellittiche: orbite ellittiche,
Dio santo!). Tra le altre piccole cose con cui mi tenni occupato per vincere il
tedio ci fu il completamento di una mappa della Prussia, che il vecchio aveva
cominciato in collaborazione con Sculteti, ormai caduto in disgrazia, su richiesta
del precedente vescovo dell�Ermland. Insieme ad altre cosucce, la inviai ad
Albrecht, duca di Prussia, che mi ricompens� con la principesca somma di un ducato.
E questo fu quanto, per il mecenatismo aristocratico! In ogni caso, non era per il
denaro che mi ero rivolto al duca luterano, quanto piuttosto nella speranza che
potesse usare a mio vantaggio la notevole influenza che aveva presso i nobili e gli
ecclesiastici tedeschi, dai quali temevo difficolt� nel caso avessi convinto
Copernico, e fossi quindi comparso in mezzo a loro con un manoscritto pieno di
teorie pericolose sottobraccio. Scoprii che il duca era pi� generoso con carta e
inchiostro di quanto non lo fosse con i suoi ducati; scrisse a Johann Friedrich,
elettore di Sassonia, e anche all�universit� di Wittenberg, dichiarando quanto
fosse stato colpito dalla Narratio prima (vecchio volpone di un Giese!) e
raccomandando che mi fosse permesso di pubblicare quello che lui definiva questo
ammirevole testo di astronomia, intendendo il De revolutionibus. Ci fu qualche qui
pro quo, naturalmente; c�� sempre. Albrecht, come Petreius, a quanto pare riteneva
inconcepibile che io fossi tanto ansioso di pubblicare un lavoro altrui e quindi
aveva dato per scontato che io stessi adottando qualche astuto stratagemma nella
speranza di diffondere le mie teorie sotto mentite spoglie; credevo forse di farla
al duca di Prussia?, pensava l�altezzoso Albrecht, e scrisse nelle sue lettere
quello che per lui era ovvio: che l�opera era tutta farina del mio sacco. Cretino.
Ebbi un�infinit� di problemi per sbrogliare quel pasticcio, tenendo allo stesso
tempo nascoste queste manovre al canonico, che aveva l�abitudine di sputare quando
sentiva fare il nome del gran maestro Albrecht, come insisteva a chiamarlo.

Quello non fu l�unico piccolo complotto in cui mi imbarcai in segreto... e con


trepidazione, perch� avevo una paura mortale che, qualora mi avesse scoperto,
Copernico avrebbe bruciato il manoscritto all�istante. Eppure commisi degli errori,
quando la cautela, che avevo appreso da lui, mi venne meno. Un giorno, poco dopo il
mio ritorno a Frauenburg, in un avventato momento di franchezza gli raccontai della
mia visita a Dantiscus. Fu una delle rare occasioni in cui vidi il colore
invadergli quel pallore spettrale che aveva in faccia. Ebbe un accesso di rabbia e
prese a berciare, spruzzandomi di saliva, strillando che non avevo il diritto di
fare una cosa simile, che non avevo nessun diritto! Ero peggio di Giese, quel
maledetto impiccione che aveva mandato la Narratio prima a Heilsberg nonostante lui
gli avesse proibito anche solo di prendere in considerazione una cosa del genere.
Ci� che pi� mi sorprese in quella scenata non fu tanto la collera ma la paura che
percepivo chiaramente rintanata dietro la furia; vero, aveva ragione a diffidare di
Dantiscus, ma quella dimostrazione di autentico terrore mi parve eccessiva. Quello
che lui temeva, naturalmente, anche se allora non potevo saperlo, era che avessi
potuto dire a Dantiscus qualcosa che avrebbe rovinato il complotto che il canonico
e Giese da anni stavano ordendo contro di me in segreto: ma calma, sono
precipitoso; calma.

C�erano altre cose a sorprendermi e a lasciarmi sconcertato. Per esempio, scoprii


un altro aspetto della sua passione per la segretezza: la Schillings sapeva cos�
poco delle sue cose da essere convinta che il suo lavoro astronomico fosse solo un
passatempo, un modo per rilassarsi dalle difficolt� della sua vera occupazione, che
secondo lei era la medicina! E questa donna divideva con lui la casa, il letto!

Eppure, forse lui davvero guardava all�astronomia solo come un trastullo; non lo
so, non lo so, non sono riuscito a capire quell�uomo, lo ammetto. Ero all�epoca, e
lo sono ancora, nonostante la perdita della fede, uno di quelli che guardano al
futuro in cerca di redenzione, e con questo intendo una redenzione dal mondo, che
non ha niente a che vedere con le strampalate promesse di Cristo, ma con il genio
dell�uomo. Possiamo fare qualunque cosa, superare qualunque cosa. Non ne sono forse
la dimostrazione vivente? Hanno complottato contro di me, hanno cercato di
rovinarmi, eppure ho vinto, bench� neppure adesso siano disposti ad ammettere la
mia vittoria. Che cosa stavo dicendo...? S�: io guardo al futuro, vivo nel futuro,
e quindi, quando parlo del presente, sto per cos� dire guardando all�indietro, in
quello che per me � gi� il passato. Mi seguite? Copernico era diverso, molto
diverso. Se era convinto che l�uomo potesse redimersi, vedeva nel... come dire,
nell�immobilit� l�unico mezzo possibile per ottenere quel fine. Il suo mondo si
muoveva in cerchi, all�infinito, ogni giro era un�esatta ripetizione di tutti gli
altri, passati e futuri, fino alle estremit� del tempo: che � assenza di movimento.
Come ci si poteva dunque aspettare che capissi uno il cui modo di pensare era cos�
fermamente ancorato a un vecchio schema logoro? Parlavamo lingue diverse: e con
questo non intendo il suo latino contro il mio tedesco, bench� questa differenza,
ora che ci penso, sia emblematica di quell�altra questione pi� profonda. Una volta,
mentre passeggiavamo insieme lungo il sentiero che costeggiava le mura della
cattedrale, cosa che lui faceva ogni giorno, solennemente, a un�ora fissa e con
un�andatura fissa, come se eseguisse una penitenza invece di prendere aria, io
cominciai a chiacchierare oziosamente dell�Italia e del Sud, dove avevo trascorso
la mia giovinezza. Lui mi lasci� parlare, facendo cenni di assenso con la testa, e
poi disse:

�Ah, s�, l�Italia; anch�io ci ho trascorso qualche tempo, prima che voi nasceste. E
che tempi! Sembrava che un nuovo mondo fosse sul punto di nascere. Tutto ci� che
era forte, giovane e vigoroso si rivoltava contro il passato. Non era forse mai
successo che le autorit� sostenessero cos� concordemente un movimento di idee.
Sembrava che tra loro non ci fossero pi� conservatori. Tutto si muoveva e tendeva
in una stessa direzione: il potere, la societ�, la moda, i politici, le donne, gli
artisti, gli umanisti. Regnava una sconfinata fiducia, una gioia febbrile. La mente
era affrancata dalle autorit�, era libera di girovagare sotto il cielo. Il
monopolio della conoscenza era abolito ed era allora in possesso dell�intera
comunit�. Ah, s�.

Naturalmente io rimasi strabiliato a sentirlo parlare in quel modo, ero strabiliato


e scoppiavo di gioia, perch� quello, quello era il Copernico di cui ero venuto in
cerca a Frauenburg e che finora non avevo trovato; e mi girai verso di lui con le
lacrime agli occhi e cominciai a guaire e a esultare in un parossismo di assenso
per tutto quello che aveva detto. Troppo tardi mi accorsi di quel piccolo sogghigno
grigio, di quel luccichio malevolo nel suo sguardo, e mi resi conto che ero caduto
come un allocco in una trappola. Lui si ritrasse, come ci si ritrae da uno
squilibrato con la bava alla bocca, e mi soppes� con un disprezzo cos� profondo da
rasentare la nausea. Disse:

�Non parlavo sul serio, dicevo tanto per dire, naturalmente. L�Italia � il paese
della morte. Ogni tanto voi mi ricordate il mio defunto fratello. Anche lui era
tutto chiacchiere di progresso e rinascita, la nuova era di cui stava per spuntare
l�alba. � morto nella sua amata Italia di sifilide�.

Non furono le parole, capite, ma il tono in cui furono espresse, che diede
l�impressione di raccogliere e passare brevemente in rassegna quello che ero per
poi rivomitarlo tutto, sangue e ossa e giovinezza e lacrime ed entusiasmo,
sull�ammasso brulicante di letame dell�umanit�. Non mi odiava, n� mi aveva in
antipatia; credo mi trovasse... ripugnante. Ma che me ne importava? � vero,
quand�ero arrivato da lui la prima volta non avevo in testa alcun pensiero di fama
o di fortuna per me stesso; avevo un unico desiderio, far conoscere al mondo
l�opera di un grande astronomo. Ora per� era tutto cambiato. Ero pi� vecchio. Mi
aveva fatto prendere dieci anni in uno. Non ero pi� il giovincello sciocco pronto a
buttarsi in ginocchio davanti a un eroe artefatto; mi ero affermato. Eppure forse
avrei dovuto essergli grato? Non era stato il suo sprezzo a costringermi a
osservare me stesso pi� da vicino, il che mi aveva consentito di riconoscere che in
definitiva ero un astronomo migliore di lui? S�, s�, molto migliore. Sghignazzate
pure quanto volete, scuotete pure le vostre teste vuote a piacimento, ma io... io
so la verit�. Perch� credete che sia rimasto con lui a sopportare il suo scherno,
la sua meschineria, il suo disgusto? Pensate forse che mi sia divertito a vivere in
quella torre desolata, gelida d�inverno e torrida d�estate, a rabbrividire di notte
mentre i ratti ballavano sopra la mia testa, a gemere e spingere in quella latrina
putrida con i visceri immobili cementati dalla sbobba della sua sgualdrina, pensate
che mi sia divertito in tutto questo? Al confronto, il posto in cui sono adesso in
esilio � un vero paradiso.

Be�, allora, se era tanto terribile, perch� sono rimasto l�, perch� non sono
fuggito lasciando Copernico a sprofondare nell�oblio avvolto nelle sue cautele e
nella sua amarezza? Ascoltate: ho detto che ero un astronomo migliore di lui, e lo
sono davvero, ma lui possedeva una cosa preziosa che a me mancava: una reputazione,
voglio dire. Oh, era cauto, s�, e temeva e aborriva sul serio il mondo, ma era
anche scaltro e sapeva che la curiosit� � uno sfogo pruriginoso che gli uomini si
gratteranno all�impazzata alla disperata ricerca di una cura. Per anni lui aveva
centellinato, a intervalli accuratamente scelti, piccole parti della sua teoria,
ciascuna delle quali - il Commentariolus, la Lettera contro Werner, la mia Narratio
- era un granello di sale sfregato sullo sfogo pruriginoso che aveva inflitto ai
colleghi astronomi. E loro si erano grattati e lo sfogo si era trasformato in una
piaga che si era diffusa fino a infettare l�Europa intera, che ora gridava
implorando l�unica cosa che avrebbe messo fine al tormento, vale a dire il De
revolutionibus orbium mundi, del dottor Nicolaus Copernico di Torun, sulla Vistola.
E lui avrebbe dato loro il medicamento; aveva deciso, aveva deciso di pubblicare,
io lo sapevo, e lui sapeva che io lo sapevo, ma quello che non sapeva era che, nel
farlo, nel pubblicare, non avrebbe coronato la propria reputazione ma avrebbe
costruito la mia. Non capite? Aspettate e ve lo spiegher�.

Ma prima devo raccontare qualche altra cosuccia, per esempio, tanto per cominciare,
come giunse infine a darmi il suo permesso di pubblicare. Comunque sia, al fine di
illuminare la scena, per cos� dire, vorrei riportare una conversazione che ebbi con
lui e che, in seguito, giudicai un compendio del suo atteggiamento verso la scienza
e il mondo, l�aridit�, la sterilit� del suo atteggiamento. Stava parlando, ricordo,
delle sette sfere di Ermete Trismegisto, attraverso le quali l�anima ascende alla
redenzione nell�ottava sfera delle stelle fisse. Io mi stavo spazientendo ad
ascoltare quello sproloquio e a un certo punto dissi qualcosa come:

�Ma la vostra opera, Meister, � di questo mondo, del qui e ora; parla agli uomini
di ci� che possono conoscere e non dei misteri in cui possono solo credere
ciecamente o non credere affatto�.

Lui scosse la testa insofferente.

�No no no no. Voi immaginate che il mio libro sia una specie di specchio in cui si
riflette il mondo reale; ma vi sbagliate, dovete rendervene conto. Per poter
costruire uno specchio del genere, mi sarebbe necessario avere la capacit� di
percepire il mondo tutto, nella sua interezza e nella sua essenza. Ma le nostre
vite sono vissute in uno spazio cos� minuscolo e confinato, e in un tale disordine,
che questa percezione � impossibile. Non c�� contatto, non degno di nota, tra
l�universo e il luogo in cui viviamo.�

Io ero perplesso e turbato; questo nichilismo era nemico di tutto ci� che ritenevo
vero e utile. Dissi:

�Ma se le cose stanno come dite, allora com�� che siamo consapevoli dell�esistenza
dell�universo, del mondo reale? Come facciamo a vedere, in assenza di percezione?�

�Ah, Retico!� Era la prima volta che mi chiamava con quel nome. �Voi non mi capite!
Voi non capite voi stesso. Siete convinto che vedere sia percepire, ma ascoltate,
ascoltate: la vista non � la percezione! Perch� nessuno se ne rende conto? Io alzo
la testa e guardo le stelle come facevano gli antichi e dico: che cosa sono quelle
luci? Alcuni le dicono fiaccole rette dagli angeli, punture di spillo nel sudario
del cielo; altri ancora, scienziati come noi, le chiamano stelle e pianeti che
compongono una specie di macchinario di cui ci sforziamo di comprendere il
funzionamento. Ma non capite che, in assenza di percezione, tutte queste teorie
hanno pari valore? Stelle o fiaccole, � tutto lo stesso, non � altro che un
esaltato dare nomi alle cose; quelle luci continuano a brillare indifferenti a come
le chiamiamo. Il mio libro non � scienza: � un sogno. Non sono neppure sicuro che
la scienza sia possibile.� Rimase per un po� in silenzio a rimuginare, poi
prosegu�. �Noi pensiamo solo quei pensieri che possiamo esprimere a parole, ma
riconosciamo questa limitazione solo con la credenza caparbiamente assurda che le
parole significhino pi� di quanto dicano; � un bel gioco di destrezza, quello:
sostiene meravigliosamente le nostre illusioni, almeno fino a quando arriva il
tempo in cui la sabbia finisce e la verit� irrompe in noi. Le nostre vite� disse
con un sorriso �non sono che un breve viaggio negli intestini di Dio...� La sua
voce si era fatta un sussurro ed era evidente che parlava con se stesso, ma poi
tutt�a un tratto si ricord� di me e si gir� tutto veemente, agitandomi un dito
davanti alla faccia. �Il vostro padre Lutero ha riconosciuto presto questa verit�
ma non ha avuto il coraggio di affrontarla; ha cercato di negarla, con il suo
patetico e futile tentativo di distruggere la forma e giungere cos� al contenuto,
all�essenza. Con il suo intelletto difettoso non ha compreso la necessit� del
rituale e ha pertanto castigato Roma per la sua cosiddetta blasfemia e idolatria.
Ha tradito il popolo, gli ha tolto il vitello d�oro ma senza sostituirlo con le
tavole della legge. Ora che i contadini sono in rivolta in tutta Europa, vediamo i
risultati della follia di Lutero. Vi chiedete perch� non voglio pubblicare? La
gente rider� del mio libro, o di quella sua versione storpiata che giunger� loro
filtrata dalle universit�. La gente di primo acchito scambia sempre le cose
spaventose per cose comiche. Ma ben presto si accorgeranno di quello che ho fatto,
voglio dire di quello che immagineranno che io abbia fatto, screditato la Terra,
resa nient�altro che un semplice pianeta tra i pianeti; cominceranno a disprezzare
il mondo e qualcosa morir�, e da quella morte verr� morte. Non capite di che cosa
sto parlando, vero, Retico? Siete uno sciocco, come gli altri... come me.�

Ricordo benissimo quella sera: sole sul Baltico e piccole barche al largo sul
Frisches Haff e un gran silenzio ovunque. Avevo appena terminato di copiare il
manoscritto vergando le ultimissime parole, quando il canonico, forse sentendo un
qualche fragore da ultimo atto scuotere l�aria della torre, scese dall�osservatorio
e comparve nel vano della porta, annusandomi con sguardo interrogativo. Io non
dissi nulla e mi limitai a restituirgli uno sguardo vacuo. Il silenzio della sera
era una pozza di pace su cui il mio spirito stava sospeso, come una fiasca d�aria
che galleggi sull�acqua, e stancamente, molto stancamente, scivolai in un deliquio
a occhi aperti, con l�intenzione di riposarmi un attimo, di immergervi per un
attimo il mio cuore stanco, ma era cos� placido l� su quel menisco luminoso e
traboccante, cos� silenzioso, che non riuscivo a riscuotermi da quella sorta di
gradita piccola morte. Il canonico mi stava alle spalle. Il cielo fuori era azzurro
e luminoso, enorme. Quando parl�, le sue parole parvero giungere, lentamente, da un
luogo lontanissimo. Disse:

�Se al fondo di tutto non ci fosse che una forza selvaggia ribollente la quale,
torcendosi in oscure passioni, tutto produce, sia ci� che � grande come ci� che �
insignificante; se sotto ogni cosa si nascondesse un vuoto senza fondo, mai colmo,
che altro sarebbe la vita se non disperazione?�

Io dissi:

�Ritengo sia vero che il puro pensiero � in grado di afferrare la realt�, come
sognavano gli antichi�.

Lui disse:

�La scienza mira alla costruzione di un mondo che sar� il simbolo del mondo
dell�esperienza comune�.

Io dissi:

�Se avete da conoscere la realt� della natura, dovete distruggere l�apparenza, e


pi� vi allontanerete dall�apparenza, pi� vi avvicinerete all�essenza�.

Lui disse:

�A questo proposito � assolutamente significativo il fatto che il mondo esterno


rappresenti qualcosa di indipendente da noi e di assoluto, con il quale ci
confrontiamo, e la ricerca delle leggi che governano questo assoluto � apparsa ai
miei occhi come l�opera pi� affascinante di un�esistenza�.

Io dissi:

�La morte di un Dio � la morte di tutti�.

Lui disse:

�Vita brevis, sensus ebes, negligentiae torpor et inutiles occupationes, nos


paucula scire permittent. Et aliquotiens scita excutit ab animo per temporum lapsum
fraudatrix scientiae et inimica memoriae praeceps oblivio�.

La notte avanzava scurendo le acque cupe del Baltico, ma l�aria era ancora luminosa
e, nell�aria luminosa, vivida e serena brillava Venere.

Copernico disse:
�Una volta che hai visto il caos, devi fabbricare qualcosa da frapporre tra te e
quella vista terribile, e cos� ti fai uno specchio, pensando che in lui si
rifletter� la realt� del mondo; ma poi capisci che lo specchio riflette solo le
apparenze e che la realt� � altrove, al di l� dello specchio; e poi ti ricordi che
dietro lo specchio c�� solo il caos�.

Buio buio buio.

Dissi:

�Eppure, Herr Doktor, la verit� va rivelata�.

�Ah, la verit�, quella parola non la capisco pi�.�

�Verit� � ci� che non pu� essere nascosto.�

�Non avete ascoltato, non avete compreso.�

�La verit� � un bene certo, � tutto quel che so.�

�Io sono vecchio e voi mi affaticate.�

�Allora datemi il vostro consenso e lasciatemi andare.�

�Lo specchio si sta infrangendo! Ascoltate! Lo sentite?�

�S�, lo sento, e non mi fa paura.�

La luce del giorno ormai era scomparsa ed era sopraggiunto quel momento che � come
un finale, quando gli occhi, abituati al sole, non riescono ancora a distinguere le
fonti luminose pi� umili e il buio sembra totale; ma non era ancora abbastanza buio
per lui e si allontan� da me e dalla finestra strascicando i piedi, inoltrandosi
nelle ombre della stanza come un povero essere nero curvo e ferito. Disse:

�La brevit� della vita, l�ottusit� dei sensi, il torpore dell�indifferenza e delle
occupazioni inutili ci permettono di conoscere ben poco; e con il tempo l�oblio,
quel ladro di conoscenza e nemico della memoria, ci defrauda anche del poco che
sapevamo. Io sono vecchio e voi mi affaticate. Cos�� che volete da me? Il libro �
niente, meno di niente. Prima rideranno e dopo piangeranno. Ma voi volete il libro.
� niente, meno di niente. Io sono vecchio. Prendetelo...�

Fu l�ultima volta che lo vidi in questo mondo e, credo, in qualunque altro. Lasciai
la torre quella notte stessa, portandomi via i miei libri, i miei averi e la mia
vittoria amara. Non feci commenti sulla repentinit� della partenza, e lui neppure.
Sembrava giusto cos�. La locanda in cui mi rifugiai era un ricovero per maiali, ma
perlomeno l�aria era pi� pulita di quella della cripta che avevo lasciato e i
maiali, in tutta la loro maialosit�, erano vivi e grufolavano allegramente nel buon
vecchio lerciume. Eppure, per quanto avessi abbandonato la torre senza remore, non
mi fu facile fare lo stesso con Frauenburg; era agosto, e fu solo a settembre che
mi decisi a partire. Trascorsi quelle ultime settimane finali a girarmi i pollici
per la citt�, a bere troppo e da solo, ad andare a puttane senza soddisfazione. Una
volta tornai alla torre, deciso a rivederlo, eppure incerto al pensiero di che
altro ci fosse da dire; e forse fu un bene che la Schillings si fosse piantata
sulla porta sostenendo che il vecchio non volesse vedermi, che era malato e in ogni
caso le aveva dato istruzioni precise di non farmi entrare se avessi avuto l�ardire
di presentarmi. Neanche allora me ne andai, ma aspettai un�altra settimana, bench�
sarei dovuto essere a Wittenberg gi� da molto tempo. Che cos�era a trattenermi?
Forse mi rendevo conto, per quanto in modo indistinto, che lasciando la Prussia mi
sarei lasciato dietro quello che posso solo chiamare una versione di me; perch�
Frauenburg aveva ucciso la mia parte migliore, la mia giovinezza e il mio
entusiasmo, la mia felicit�, la mia fede, s�, la mia fede. Da quel momento in poi
non ho pi� creduto in niente, n� in Dio e neppure nell�uomo. Mi chiedete perch�?
Ridete, dite: povero sciocco, a farsi influenzare a quel modo dall�amarezza e dalla
disperazione di un vecchio malato; oh, voi dite, chiedete, tutti voi, i perch� e i
percome, siete tutti cos� saggi, ma non sapete niente... niente! Ascoltate.

* * *

Sarei voluto andare dritto da Petreius, ma se ambivo a conservare il mio posto a


Wittenberg era assolutamente necessario che tornassi senza ulteriori indugi, perch�
le autorit� universitarie stavano cominciando a mugugnare per la mia assenza
irragionevolmente lunga. E in effetti sembrarono felicissimi di riavermi tra loro,
tanto che quasi non feci in tempo ad arrivare che mi elessero a capo della facolt�
di matematica! Mi si sarebbe potuto perdonare, se avessi pensato che mi ero
conquistato quell�onore per merito della mia brillantezza, ma non ero un ingenuo e
sapevo benissimo che non era a me ma al mio legame con il grand�uomo di Frauenburg
che stavano rendendo onore, con tutte le loro cautele. Non aveva importanza, in
ogni caso, perch� confidavo che di l� a breve la dea Fama avrebbe rivolto il suo
tenero sguardo su di me. Comunque sia, la promozione mi impose nuovi compiti, nuove
responsabilit�, e mi rendevo conto che prima della primavera non avrei potuto avere
l�agio di andare a Norimberga da Petreius; la dea non si sarebbe stancata di
aspettarmi? Con quel pensiero in mente, decisi di stampare immediatamente, l� a
Wittenberg, un breve estratto del manoscritto, che non avrebbe rivelato la portata
dell�intera opera, ma che sarebbe stato solo un indizio. (Vedete come avevo
imparato dal maestro?) Cos� ebbe origine De lateribus et angulis triangulorum.
Provoc� non poco sommovimento all�interno dell�universit� e persino nella citt�
stessa, e mi aiut� a ottenere da cittadini e uomini di Chiesa, e persino da
Melantone in persona, varie preziose lettere di raccomandazione che portai con me a
Norimberga.

Vi giunsi al principio di maggio e senza por tempo in mezzo mi misi all�opera per
arrivare alla stampa del De revolutionibus orbium mundi nella sua interezza. Gli
artigiani di Petreius procedettero con celerit�. Io alloggiavo in citt� presso un
mercante luterano, un certo Johann M�ller, cui ero stato raccomandato da Melantone.
Era un tipo sopportabile, questo M�ller: tronfio, naturalmente, come tutti quelli
del suo genere, ma non privo di cultura: mostr� persino un qualche interesse per
l�opera in cui ero impegnato. E in pi�, aveva letti comodi e una moglie di
eccezionale bellezza, per quanto un po� pingue. Tutto considerato, dunque, ero
assai soddisfatto di Norimberga e avrei potuto persino dire che ero felice l�, se
nel mio cuore nero non avesse albergato quell�inestirpabile dolore che era il
ricordo della Prussia. Neanche una parola mi arriv� da l�, di dissuasione o altro,
finch� Petreius sollev� la questione finanziaria e io gli dissi che non era affar
mio, che si rivolgesse a Frauenburg. Cosa che lui fece e, dopo qualche settimana,
giunse una risposta, non da Koppernigk ma dal vescovo Giese, il quale afferm� di
essere appena arrivato da L�bau, su sollecitazione di Anna Schillings, per
assistere il canonico che, a quanto diceva Giese, stava male ed era al lumicino. La
notizia non mi fece n� caldo n� freddo: vivo o morto, Koppernigk non faceva pi�
parte dei miei piani. Vero, trascorsi una settimana di apprensione mentre Petreius
era in preda a un attacco di nervi, essendosi reso conto che avrebbe dovuto
finanziare di persona la pubblicazione, ora che l�autore era in punto di morte, ma
alla fine and� avanti, una decisione di cui non ebbe a pentirsi, considerato che,
per le mille copie che diede alle stampe, stabil� il prezzo a copia di ventotto
ducati e sei pfennig, quel vecchio bastardo avido.

I miei piani. Com�erano astuti, com�erano freddi e ingegnosi e, in definitiva, con


che facilit� me li vidi ridurre a un�esplosione di macerie. I primi indizi del
disastro incombente giunsero dopo appena due mesi che ero arrivato a Norimberga.
Petreius aveva gi� pronti trentaquattro fogli, vale a dire circa i due terzi del
libro, e aveva cominciato a invitare in tipografia alcuni dei maggiorenti della
citt� perch� potessero ammirare i progressi del lavoro e, sbalorditi, fargli
pubblicit�. Ora, a mio parere ci sarebbe stato da aspettarsi che questi uomini
influenti desiderassero incontrarmi, essendo io il promotore di questa nuova,
coraggiosa teoria ma, bench� trascorressi gran parte delle mie giornate nella
stamperia, dove si approntavano i fogli affinch� potessero vederli, con mia
sorpresa e con un certo allarme mi resi conto che mi evitavano come la peste e
alcuni addirittura fuggivano quando facevo per avvicinarmi. Ne parlai con Petreius,
che fece spallucce e finse di non capire, evitando di guardarmi negli occhi. Cercai
di non dare peso alla questione, dicendomi che gli uomini d�affari sono sempre in
soggezione davanti agli studiosi, che temono la loro erudizione eccetera, ma non
serv� a niente: sapevo che c�era sotto qualcosa. Poi, una sera, il buon Herr
M�ller, rigirandosi le mani con una smorfia, con tutta l�aria del boia riluttante,
venne da me e disse che se mi stava bene e non era un grosso inconveniente, e se
non mi offendevo per quanto stava per dire e cos� via... e, insomma, il fatto era:
sarei stato cos� gentile da lasciare casa sua? Produsse qualche scusa zoppicante
per questa richiesta incredibile, alludendo al fatto che gli serviva una stanza in
pi� per l�imminente visita di alcuni parenti, ma io ero ormai fuori di me e non lo
stavo ascoltando, e gli dissi che se gli stava bene e non era un grosso
inconveniente, poteva andare a farsi fottere e, interrompendomi solo per informarlo
che gli ero grato per l�uso di quella sgualdrina di sua moglie, che mi ero passato
e ripassato allegramente nel corso delle settimane precedenti, impacchettai i miei
bagagli e me ne andai, per ritrovarmi quella notte stessa ad alloggiare di nuovo in
una locanda. E fu l�, non molto tempo dopo, che Osiander venne a trovarmi.

Andreas Osiander, teologo e studioso, luterano prominente, amico di Melantone, era


stato per un certo tempo (malgrado la sua affiliazione religiosa!) in
corrispondenza con il canonico Nicolaus: era stato in effetti uno di quelli che,
come me, avevano insistito con lui affinch� pubblicasse. Era anche, potrei
aggiungere, una creatura fredda e grigia, prudente, priva di spirito, e senza
dubbio furono proprio i tratti della sua personalit� a raccomandarlo al canonico.
Oh, s�, erano della stessa pasta. L� per l�, come uno stupido, credetti che fosse
venuto a porgere i suoi omaggi a un grande astronomo (io, vale a dire) e a
congratularsi con me per avere ottenuto il consenso a pubblicare il De
revolutionibus, ma Osiander fug� rapidamente queste idee frivole. Ero malato quando
arriv�. Una febbre cerebrale, indotta senza dubbio dal modo in cui mi ero congedato
da M�ller, mi aveva lasciato con la testa in fiamme e le membra doloranti, al punto
che quando lo fecero entrare nella mia umile stanza inizialmente lo presi per
un�allucinazione. Le imposte erano chiuse contro la luce violenta della primavera.
Lui si piant� ai piedi del mio letto, con la testa in ombra e bande di luce che
filtravano dalle stecche delle imposte rigandogli il petto gonfio, tanto da farlo
sembrare una vespa gigante. Ebbi paura di lui prim�ancora che parlasse. Puzzava di
autorit�, inequivocabilmente. Si guard� intorno con disgusto, guard� me con un
disgusto ancora maggiore e disse, con la sua vocetta tirata (un fuco!) che quando
gli avevano riferito che alloggiavo l� quasi non ci aveva creduto ma adesso, a
quanto pare, era costretto a crederci. Non mi rendevo conto di essere, per cos�
dire, un ambasciatore di Wittenberg in quella citt�? E trovavo opportuno che il
nome del cuore pulsante della cultura luterana dovesse essere associato a quel...
quel posto? Io presi a spiegare come fossi stato messo sulla strada da un uomo al
quale ero stato raccomandato da Melantone in persona, ma non era interessato e
tagli� corto chiedendomi se avevo nulla da dire in mia difesa. Difesa? Le mani
presero a tremarmi, per la febbre o per la paura, non avrei saputo dirlo. Provai a
sollevarmi dal letto, ma invano. Osiander aveva qualcosa dell�inquisitore. Disse:

�Sono arrivato oggi stesso da Wittenberg, dove ero stato convocato in relazione a
certe questioni di cui credo siate al corrente. Ve lo chiedo per favore, Herr von
Lauchen: niente proteste di innocenza offesa. Provocherebbero solo un differimento
e io vorrei, anzi ho tutta l�intenzione di concludere questa sfortunata vicenda il
pi� rapidamente possibile, per impedire che lo scandalo si diffonda ulteriormente.
Il fatto � che, ormai da lungo tempo, noi - e con ci� comprendo altri i cui nomi
non ho bisogno di menzionare! - da lungo tempo, dicevo, abbiamo osservato il vostro
comportamento con crescente costernazione. Non ci aspettiamo che un uomo sia senza
macchia. Ci aspettiamo per�, anzi esigiamo, quantomeno discrezione. E voi, amico
mio, siete stato tutto tranne che discreto. Il modo in cui vi comportavate
all�universit� era tollerato. Uso questo termine con cognizione di causa: eravate
tollerato. Ma che andaste in Prussia, nell�Ermland, in quel baluardo del papismo, a
coprire d�infamia non solo voi stesso, non solo la reputazione della vostra
universit�, ma anche la vostra religione, quello, quello, Herr von Lauchen, non
potevamo tollerarlo. Vi abbiamo dato ogni opportunit� di correggervi. Quando siete
tornato da Frauenburg, vi abbiamo garantito uno dei massimi onori di nostra
pertinenza, mettendovi a capo della vostra facolt�; e come ci avete ripagato? Come?
Siete fuggito, signore, lasciandovi dietro una testimonianza viva e vegeta e
parlante - o per meglio dire, ciarliera - delle vostre perniciose debolezze! Parlo
com�� ovvio del ragazzo, la cui presenza � stata per fortuna portata alla nostra
attenzione dal signore da cui era fuggito, e noi siamo stati in grado di ridurlo al
silenzio�.

�Ragazzo? Quale ragazzo?� Ma naturalmente lo sapevo, lo sapevo. La luce stava gi�


cominciando a farsi strada dentro di me. Osiander sospir� gravemente. Disse:

�Benissimo, Herr von Lauchen, giocate a fare lo stupido, se cos� vi aggrada. Sapete
di chi parlo, e io so che voi lo sapete. Credete di ottenere qualche forma di
tregua giocando sulla mia discrezione; credete che obbligandomi a parlare
apertamente di queste faccende ripugnanti mi metterete in imbarazzo costringendomi
a ritirarmi? � cos�? Non ci riuscirete. Il ragazzo si chiama Rapha�l. �, o era, in
servizio presso la casa del vescovo di Kulm, Tiedemann Giese, a L�bau, dove voi
avete soggiornato per un certo periodo, nevvero, in compagnia del canonico
Koppernigk? Il vostro comportamento laggi�, e il vostro... il vostro rapporto con
il ragazzo ci � stato riferito dal vescovo in persona, il quale, posso aggiungere,
� stato cos� indulgente da difendervi (e lo stesso ha fatto il canonico
Koppernigk!) persino mentre diffondevate scandalo e corruzione in casa sua. Ma quel
che voglio chiedervi, a mio beneficio, capite, affinch� io possa comprendere... ci�
che voglio chiedervi �: perch�, perch� vi siete fatto seguire dal ragazzo
facendogli attraversare tutta la Germania?�

�Non mi ha seguito� dissi. �� stato mandato.� Capivo tutto, s�, s�, capivo tutto.

�Mandato?� Osiander urlava e le sue ali da vespa ronzavano rimbombando nella


penombra. �Che cosa vuol dire, mandato? Il ragazzo � arrivato a Wittenberg vestito
di stracci, con i piedi bendati. Il cavallo gli era morto con lui in sella. Ha
riferito che voi gli avevate detto di raggiungervi, che gli avreste dato
un�istruzione, che avreste fatto di lui un gentiluomo. Mandato? Non avete in serbo
neppure un grano di compassione per questa sfortunata creatura che avete distrutto,
che non volevate guardare in faccia al punto da fuggire prima che arrivasse; e
credete di salvarvi con questa accusa assurda e malvagia? Mandato? E da chi sarebbe
stato mandato, di grazia?�

Girai la faccia contro il muro. �Non fa niente. Non mi credereste, se ve lo


dicessi. Dir� solo una cosa, che non sono un sodomita, che sono stato calunniato e
diffamato, che vi hanno rifilato un sacco di bugie.�

A quel punto Osiander cominci� una specie di ballo inferocito e strill�:

�Non star� a sentire una cosa del genere! Non star� a sentirla! Volete che vi dica
che cos�ha detto il ragazzo, lo volete sapere, eh, volete? Queste sono le sue
parole, le sue parole una per una, non potr� mai dimenticarle; ha detto: Ogni
mattina gli portavo il suo cibo e lui mi costringeva a fargli una sega anche se
piangevo e lo imploravo di lasciarmi andare. Un bambino, signore, un bambino! E voi
avete messo parole del genere nella sua bocca e gli avete fatto fare cose del
genere e chiss� quali altre. Che Dio vi perdoni. Ora, basta con questa storia,
basta; ho detto pi� di quanto avessi intenzione, pi� di quanto dovessi. Fossimo a
Roma, sareste gi� stato avvelenato, senza dubbio, e fatto sparire, ma qui in
Germania siamo pi� civilizzati. C�� un posto all�universit� di Lipsia, una cattedra
di matematica. � stato disposto che voi la occupiate. Farete i vostri bagagli oggi
stesso, subito, in questo istante, e ve ne andrete. Non - silenzio! - non avete
facolt� di protestare, per quello � troppo tardi: Melantone stesso ha ordinato il
vostro trasferimento. � stato lui, potrei aggiungere, che ha deciso che foste
mandato a Lipsia, che non � una punizione. Avessimo fatto a modo mio, signore,
sareste stato espulso dalla Germania. E adesso, preparatevi a partire. Qualunque
lavoro incompiuto aveste in corso qui, me ne occuper� io. Mi si dice che siete
impegnato nella stampa di un�opera astronomica redatta dal canonico Koppernigk? Mi
ha chiesto di sovrintendere alle fasi finali di questa iniziativa. Per il resto,
diffonderemo la notizia che, per ragioni di salute, siete costretto ad abbandonare
il compito alle mie cure. Andate, ora�.

�Il ragazzo� dissi, �Rapha�l: che ne � stato di lui?� Lo ricordavo nella corte a
Heilsberg, in cappa e cappello, in groppa al suo cavallo nero; cos� doveva essere
il suo aspetto quando era partito da L�bau per venire da me a Wittenberg.

�� stato rimandato al castello di L�bau, naturalmente� disse Osiander. �Che cosa vi


aspettavate?�

Sapete che cosa fanno ai servi fuggitivi, lass� in Prussia? Li inchiodano per
l�orecchio alla gogna e danno loro un coltello per restituire a se stessi la
libert�. Mi chiedo di quale punizione peggiore l�avesse minacciato Giese, per
costringerlo a seguirmi e a raccontare quelle bugie allo scopo di distruggermi.

Di primo acchito non capii perch� mi avessero fatto questo, Koppernigk e Giese,
voglio dire, e andai in esilio a Lipsia nella ferma convinzione che fosse stato
commesso qualche terribile errore. Solo in seguito, quando vidi la prefazione
aggiunta da Osiander al libro (che, quando fu terminato, venne intitolato De
revolutionibus orbium coelestium), solo allora mi resi conto di come mi avessero
usato, povero pagliaccio scombinato, per far entrare di soppiatto l�opera nel cuore
della Germania luterana, portarla dal miglior stampatore luterano accompagnata
dalle preziose lettere di raccomandazione luterane in mio possesso, e di come, una
volta fatto tutto questo, si fossero semplicemente liberati di me per fare posto a
Osiander e all�imprimatur della sua prefazione, che metteva il libro al sicuro dai
segugi tanto di Roma quanto di Wittenberg. Non si fidavano di me, capite, se non
per la manovalanza.

Meritavo questo tradimento per qualche ragione?, chiesi a me stesso. Giacch� mi


sembrava inconcepibile che tutte le mie fatiche fossero state ripagate a quel modo
senza qualche tremenda colpa da parte mia; ma per quanto mi sforzassi non riuscivo
a trovarmi colpevole di alcun atto riprovevole di tale efferatezza da farmi
piombare addosso un castigo del genere. In tutto il libro il mio nome non compare
neppure una volta. Si cita Sch�nberg, si cita Giese, ma non me. Quest�omissione mi
fece uno strano effetto. Era come se, in qualche modo, non fossi esistito affatto
nel corso di quegli ultimissimi anni. Era stato questo il mio crimine, una qualche
sostanziale scarsit� di presenza; il mio esserci non era stato abbastanza vivido?
Per quel che ne so, potrebbe essere. Frauenburg era stata una specie di morte,
perch� la morte � l�assenza di fede, non so nemmeno che cosa sto dicendo, eppure ho
la sensazione che un significato ce l�abbia. Cristo! Ho aspettato pazientemente
questo momento in cui avrei avuto la mia vendetta e adesso lo sto rovinando. Perch�
dovrei biasimare me stesso, cercare qualche colpa dentro di me, tutte queste
assurdit�, perch�? Non ce n�� bisogno, non ce n�� bisogno... � stata tutta opera
sua, sua sua sua! Calmati, Retico.
Ecco la mia vendetta. Eccola, infine.

Il �Libro delle rivoluzioni� � un cumulo di menzogne dal principio alla fine... No,
cos� non va bene, � troppo... troppo qualcosa, non lo so. E poi non � vero, non del
tutto, e la verit� � l�unica arma che mi rimane per distruggere la sua maledetta
memoria.

Il �Libro delle rivoluzioni� � un meccanismo che distrugge se stesso, s� s�, cos�


va meglio.

Il �Libro delle rivoluzioni� � un meccanismo che distrugge se stesso, vale a dire


che non appena il suo creatore l�ebbe completato, non appena gli ebbe assestato
l�ultimo tocco, per cos� dire, se lo ritrov� in pezzi intorno a s�. Lo ammetto, mi
ci volle un certo tempo per rendermene conto o quantomeno per rendermi conto di
tutto quello che significava. Quanto imprecai e sudai nel corso di quelle notti
estive a L�bau, sforzandomi di dare un senso a una teoria in cui ogni conclusione o
ipotesi successiva pareva gettare dubbi su quanto l�aveva preceduta! Dove, mi
chiedevo, dov�� la bellezza e la semplicit�, l�ordine celeste promesso con tanta
sicurezza nel Commentariolus, dov�� la cosa pura, incontaminata? Il libro che
tenevo tra le mani era uno sfascio, un guazzabuglio disastrato, senza speranza. Ma
lasciatemi scendere nel dettaglio, permettetemi di fornire qualche esempio sui
punti in cui cadeva cos� clamorosamente in errore. Era stata, a quanto ci riferisce
Koppernigk, una profonda insoddisfazione per la teoria del moto dei pianeti
avanzata da Tolomeo nell�Almagesto a spingerlo inizialmente alla ricerca di un
nuovo sistema che fosse corretto da un punto di vista matematico, che concordasse
con le regole della fisica cosmica e che, soprattutto, salvasse i fenomeni. Oh, i
fenomeni erano salvi, senz�altro: ma a quale costo! Secondo i suoi calcoli,
infatti, per rendere conto dell�intera struttura dell�universo non ci volevano
trentaquattro epicicli, come sostenuto nel Commentariolus, ma quarantotto, e cio�
almeno otto in pi� di quanti ne avesse usati Tolomeo! Questo trucchetto per� non �
niente, giusto una capriola, in confronto a quello che sto per riferire. Voi avete
l�idea che Koppernigk abbia posto il Sole al centro dell�universo, giusto? Non �
cos�. Il centro dell�universo secondo la sua teoria non � il Sole, ma il centro
dell�orbita terrestre, il quale, stando al grande, all�imponente,
all�onnirisolutivo �Libro delle rivoluzioni�, si situa in un punto dello spazio che
dista tre volte il diametro del Sole dal Sole! Tutte le ipotesi, tutti i calcoli,
le tavole astrali, i grafici e i diagrammi, l�intero guazzabuglio di menzogne e
mezze verit� e autoinganni che � il De revolutionibus orbium mundi (o coelestium,
come immagino lo si debba chiamare adesso) � stato messo insieme unicamente al fine
di dimostrare che al centro di tutto non c�� niente, che il mondo ruota sul caos.

Ti stai rivoltando nella tomba, Koppernigk? Ti stai contorcendo nella fredda


argilla?

Quando infine, in una notte nera al castello di L�bau, la natura dell�assurdit� che
egli propugnava si fece strada dentro di me, risi fino a non poterne pi�, e poi
piansi. Copernico, il pi� grande astronomo dei suoi tempi, a quanto si diceva, era
un imbroglione il cui unico desiderio era salvare le apparenze. Risi, dico, e poi
piansi, e qualcosa mor� dentro di me. Non lo ammetto di buon grado, ma almeno
questo devo ammetterlo: se il suo libro aveva un potere, era il potere di
distruggere. Distrusse la mia fede, in Dio e nell�uomo; ma non nel Diavolo.
Lucifero siede al centro di quel libro, sfoggiando un freddo, grigio sorriso
familiare. Eri malefico, Koppernigk, e hai riempito il mondo di disperazione.

Lo sapeva, naturalmente, sapeva bene quanto avesse fallito, e sapeva che io lo


sapevo. Per questo dovevano distruggermi, lui e Giese, il discepolo del Diavolo.

Se avevo capito tutto questo, il suo fallimento e cos� via, addirittura fin da
L�bau, perch� allora continuai a insistere con tanta ostinazione affinch�
pubblicasse il suo trattato? Ma vedete, io volevo che lui rendesse nota la sua
teoria semplicemente per poterla confutare. Oh, un desiderio ignobile, certo; lo
ammetto, lo ammetto spontaneamente, che avevo in progetto di costruire la mia
reputazione sulle rovine della sua. Povero sciocco che ero. Il mondo non sopporta
la verit�: gli uomini ricordano l�eliocentrismo (gi� parlano di rivoluzione
copernicana!), ma dimenticano la teoria difettosa su cui si fonda il concetto di
eliocentrismo. � il suo nome che viene ricordato e onorato, mentre io sono
dimenticato e lasciato a marcire qui in questo luogo orrendo. Che cosa mi aveva
detto? Prima rideranno e dopo piangeranno, vedendo la loro Terra sminuita che gira
nel vuoto... Sapeva, sapeva. Ora stanno piangendo, chini sotto il fardello di
disperazione di cui li ha caricati. Io sto piangendo. Non credo in niente. Lo
specchio � in frantumi. Il caos

Che io sia dannato!

- Freude! Che gioia! La pi� straordinaria delle cose, la pi� straordinaria �


accaduta: � arrivato Otho! O Dio, credo in Te, lo giuro. Perdonami per avere
dubitato di Te! Un discepolo, infine! Diffonder� il mio nome in tutto il mondo. Ora
posso riaccingermi a quella grande opera che avevo messo in cantiere cos� tanto
tempo fa: la formulazione di un vero sistema dell�universo, basato sui principi
tolemaici. Non far� menzione, non far� neppure menzione di quell�altro nome. O
forse s�? Forse sono stato ingiusto verso di lui. Non intravide forse, pur con
tutti i suoi vacillamenti, il maestoso ordine dell�universo che continua a girare
in modo misterioso, facendo tornare e ritornare il passato ancora e ancora, cos�
come il passato � stato di nuovo riportato qui oggi? Copernico, canonico Nicolaus,
domine praeceptor, io ti perdono: s�, persino te perdono. Dio, io credo:
risurrezione, redenzione, tutto quanto, credo a tutto. Ah! La pagina trema sotto i
miei occhi. Che gioia!

Lucius Valentinus Otho � giunto qui da me oggi da Wittenberg, per essere il mio
amanuense, il mio discepolo. � caduto in ginocchio davanti a me. Io mi sono
comportato in modo perfetto, come si addice a un grande scienziato. Gli ho parlato
con gentilezza, interrogandolo su come vanno le cose a Wittenberg e sul suo lavoro
e le sue ambizioni. Ma dietro la mia freddezza e la mia riservatezza, che groviglio
di emozioni! Naturalmente la gioia che provavo era impossibile da contenere e, dopo
avergli chiesto la sua et�, non sono riuscito a trattenermi dall�afferrarlo per le
spalle e scuoterlo fino a fargli battere i denti, perch� esattamente alla stessa
et� io, tantissimi anni fa, arrivai da Copernico a Frauenburg. Il passato ritorna,
trasfigurato. Dovr� anch�io mandare un Rapha�l a distruggere Otho? Ma su, adesso,
Retico, vuota il sacco. Il fatto � che non c�� mai stato un Rapha�l. Lo so, lo so,
� orribile da parte mia essermi inventato tutto questo, ma dovevo trovare qualcosa,
capite, qualcosa di terribile e tangibile, per illustrare i gravi torti subiti da
Copernico. Non fa parola del mio nome nel suo libro! Non una parola! Per un cane
avrebbe fatto di pi�. Be�, l�ho perdonato e ho ammesso il mio piccolo scherzetto su
Rapha�l e cos� via. Ora sorge una nuova era. Non sono pi� il vecchio Retico,
bandito in Cassovia a rodersi il fegato, pieno di risentimento e di rabbia
impotente, no: io sono una persona pi� raffinata. Sono il dottor Retico. Sono un
credente. Alza la testa, dunque, strana, nuova creatura gloriosa, angelo
incandescente, e osserva il mondo. Non � ridimensionato. Anche in questo ha
fallito. Il cielo � azzurro e sar� sempre azzurro e la terra fiorir� sempre a
primavera e questo pianeta sar� sempre il centro di tutto ci� che conosciamo. Io ci
credo, penso. Vale.

IV

Magnum Miraculum
Il sole all�alba, recuperando dall�oscurit� i pochi frammenti residui della sua
vita, lo riport� infine nel presente. Osserv� guardingo la stanza riassestarsi
intorno a lui: quel viaggio di ritorno era cos� remoto, incommensurabilmente
remoto, che in assenza di prove non si sarebbe convinto che fosse terminato. Fuori,
nel cielo basso a oriente, una tempesta di fuoco infuriava tra le nuvole, spandendo
luce come una pioggia di frecce in fiamme sopra il grande arco d�acciaio
scintillante del Baltico. Niente di tutto questo era pi� completamente reale, era
puro melodramma, statico e freddo. Il mondo si era rattrappito fino a farsi
contenere tutto nel suo cranio, e tutto senza quella sfera raggrinzita era una
serie mutevole di immagini superficiali in un vuoto, del tutto prive di significato
eccetto nelle rare occasioni in cui un�immagine particolare serviva da riprova del
momento, come ora i frammenti della sua cella, messi in risalto dall�avanzata
dell�alba, erano numeri interi illuminati che descrivevano nella penombra
circostante una costellazione, una formula astrale, enunciando con precisione
inesprimibile a parole tutto ci� che rimaneva di quello che lui era stato un tempo,
tutto ci� che rimaneva della sua vita. Una mattina, una mattina molto simile a
questa, un fuoco feroce come il sole stesso gli era esploso nel cervello; quando
quel bagliore tremendo si era smorzato tutto era trasfigurato. Allora erano
cominciate le sue peregrinazioni finali. Era nel passato che aveva viaggiato,
perch� non c�era nessun altro posto dove andare. Stava morendo.

L�infermit� si era manifestata in lui furtivamente. All�inizio non era stata pi� di
un vago capogiro occasionale, un gradino mancato, un incespicare per le scale. Poi
erano cominciate le emicranie, come tuoni intrappolati nel suo cranio, e per ore
era stato costretto a giacere prostrato nella sua cella con le imposte chiuse e
impacchi di aceto premuti sulla fronte, mentre cascate di schegge di vetro
multicolore formavano immagini frastagliate di agonia dietro i suoi occhi. Eppure
continuava a negare quello che il medico in lui sapeva oltre ogni ragionevole
dubbio, che la fine era arrivata. Un attacco di febbre terzana, niente di pi�,
diceva a se stesso; ho settant�anni, c�� da aspettarselo. Poi, quella mattina,
nella prima settimana di aprile, quando aveva fatto per alzarsi dal pagliericcio
all�alba aveva provato un dolore a tutto il lato destro, improvviso, terribile,
come se una borsa di pallini o pallottole di argento vivo bollente si fossero
rovesciate fuori dal suo cranio per arrivare al cuore e da l� fossero state pompate
in uno scroscio gi� per le arterie del braccio, nella cassa toracica, fino alla
gamba. Gemendo, torn� a sdraiarsi delicatamente sul pagliericcio, con grande
sollecitudine, come una madre che posi il suo bambino nella culla. Un ragno, nella
fioca luce dell�alba, si arrampicava laboriosamente attraverso il suo trampolino di
ragnatela teso fra le travi del soffitto. Dall�esterno giunse il trapestio
crescente di un cavallo che si avvicinava con il suo cavaliere. In bilico sul
tormento del proprio dolore attese, calmo, quasi con impazienza, l�avvento della
nera catastrofe. Ma il cavaliere non si ferm�, pass� sotto la sua finestra, e
allora cap�, senza sorprendersene, ma con una certa delusione, che non gli sarebbe
stato permesso di andarsene prima di una burla finale e, al posto della morte, il
sonno, la suprema banalit�, lo avvolse senza cerimonie sotto la sua ala e lo port�
via rapidamente.

Era sonno, s�, anzi pi� che sonno, un tendere l�orecchio appassionato, un sostare
su una spiaggia deserta al crepuscolo, un ultimo sguardo alla terra che avrebbe
dovuto abbandonare a breve, s�, s�: stava ancora aspettando. Che cosa? Non lo
sapeva. Muto e pieno di speranza, sbirci� preoccupato nel buio lontano. Erano tutti
l�, invisibili eppure palpabili, tutti i suoi morti messi da parte. Una fitta di
nostalgia gli strinse il cuore. Ma perch� erano dietro di lui? Perch� non davanti?
Non si accingeva infine a unirsi a quella schiera silente? E perch� indugiava l�,
su quel limitare desolato? Un brumoso cielo giallastro pieno di macerie affondava
lentamente in lontananza e l�oscurit� gli zampillava intorno. Poi scorse una figura
che si avvicinava, le spalle possenti e il faccione scuro brunito come pietra
lucida, gli occhi distanti, la pazza bocca crudele.
Chi sei?, esclam�, sforzandosi invano di alzare le mani e respingere
quell�apparizione.

Sono colui che cerchi.

Dimmi chi sei!

Come mio padre sono gi� morto, come mia madre sono ancora vivo e invecchio. Vengo a
prenderti per un viaggio. Hai molto da imparare e cos� poco tempo.

Che cosa? Che cosa vorresti insegnarmi?

Come morire.

Ah... Dunque sei il Principe della Morte?

No. Non ancora. Io sono colui che lo precede. Sono, potremmo dire, il dio delle
bisbocce e dell�oblio. Rendo gli uomini pazzi. Sei nel mio regno adesso, per un
tratto. Vieni con me. Qui comincia la discesa agli Inferi. Vieni.

E cos� dicendo il dio si volt� e cominci� il viaggio di ritorno verso la terra


scura.

Vieni!

E il moribondo guard� di nuovo davanti a s�, il mare invisibile, ineluttabile, con


il desiderio di proseguire, incapace di proseguire, gi� voltandosi, anche se suo
malgrado, ritornando verso la schiera in attesa.

Vieni...

E come un soldato si distoglie a malincuore da una visione straziante della casa e


degli affetti solo per rivolgere il viso al colpo fatale, si gir� e subito l�enorme
sfera di fuoco incandescente gli scoppi� nel cervello, e lui si svegli�.

Il dolore era sul lato destro, per quanto avesse l�impressione di saperlo pi� che
di sentirlo, essendo quel lato paralizzato dall�orecchio al calcagno. In via
sperimentale, distogliendo gli occhi perch� non desiderava davvero sapere, impart�
qualche semplice comando al braccio e al fianco e all�anca, ma senza risultato,
essendo interrotti i canali di comunicazione. Era come se una sua met� fosse stata
staccata e ora giacesse accanto a lui, una bestia grigia abbattuta, astiosa,
immobile e pericolosa. Pericolosa, s�: doveva stare attento a non provocarla o
avrebbe senz�altro alzato una zampaccia robusta di dolore per colpirlo. La luce
vivida di aprile splendeva alla finestra. Vedeva il Baltico, blu metallico e calmo,
che portava verso terra una nave con una vela nera. Era troppo aspettarsi che
quella chiarezza gravosa, che quella consapevolezza potesse essergli sottratta, era
troppo aspettarsi almeno quel poco di sollievo? Di sotto, Anna Schillings si dava
da fare, mettendo in moto il meccanismo cigolante della nuova giornata. Malgrado il
dolore, provava adesso un acutissimo senso di preoccupazione e di scrupolo e,
stranamente, un imbarazzo devastante. Non aveva pi� provato uno sgomento tanto
lancinante sin dall�infanzia, quando, macchiatosi di questa o quell�altra
birbonata, un piatto rotto, una bugia, se ne stava rannicchiato, tutti i rifugi
essendogli preclusi, sulla via dell�orribile, inevitabile macchina del castigo.
Essere smascherato! Era assurdo. Anna sarebbe arrivata da un momento all�altro, con
la pappa d�orzo e il vino speziato, e lui sarebbe stato scoperto. Mise alla prova
la faccia con prudenza per capire se avrebbe sorriso e poi, suo malgrado,
incominci� a singhiozzare in silenzio; era un minuscolo lusso che lo fece sentire
meglio, in definitiva.
Quando la donna sal� sospirando le scale lui aveva arrestato le lacrime, ma lei
percep� subito la catastrofe. A tradirlo era il puzzo della sua vergogna, il puzzo
del bambino che si � bagnato le brache, dell�animale mutilato che palpita in un
rifugio di foglie. Con lentezza, distogliendo risolutamente la faccia per non
guardarlo, la donna pos� sul pavimento accanto al pagliericcio il boccale di peltro
con il vino fumante e la scodella di pappa d�orzo.

�Non vi siete ancora alzato, canonico?�

�Non � niente, Anna, non dovete preoccuparvi. Sono malato.� Aveva difficolt� a
parlare, le parole confuse erano come una specie di pietra soffice nella sua bocca.
�Informate per piacere il capitolo e chiedete al canonico Giese di venire.� No no
no, Giese non c�era pi�, era a L�bau adesso; doveva stare attento, la donna avrebbe
creduto che fosse in condizioni peggiori di quelle in cui era se continuava a
delirare in quel modo. Lei rimase immobile, con la testa china e le mani
intrecciate davanti, sempre un po� girata, restia o incapace di guardare in faccia
la calamit� capitata nella sua vita. Aveva l�espressione sconcertata e ferita di
chi � stato offeso in modo atroce e inspiegabile, ma sopra ogni altra cosa appariva
perplessa e completamente smarrita, ignara di come dovesse comportarsi. Il canonico
la capiva, conosceva quella sensazione: non c�� posto per la morte negli intricati
meccanismi della quotidianit�. Avrebbe voluto poter pensare a qualcosa da dire che
desse una parvenza di ragionevolezza a questo nuovo stato di disordine.

�Sto morendo, Anna.�

Si pent� all�istante di averlo detto, naturalmente. Lei cominci� a piangere in


silenzio, con riserbo, una specie di circospezione che lo commosse assai pi�
profondamente di quanto avrebbero potuto le urla e gli strepiti che si aspettava.
La donna se ne and�, tirando su con il naso, e torn� poco dopo con dell�acqua per
lavarlo e un pitale per dargli sollievo. Lo assistette con destrezza, senza dire
una parola. Lui ammir� la sua abilit�, la sua capacit� di riprendersi; una donna
ammirevole, davvero. Qualcosa della vecchia, quasi dimenticata tenerezza si agit�
in lui. �Anna?� Lei continu� a non dire nulla. Aveva imparato da lui, forse, a
diffidare delle parole, e si accontentava di esprimere con quelle cure tangibili
tutto ci� che non poteva essere detto. Lui la contempl� con tristezza e con una
certa meraviglia. Che cosa significava quella donna, che cosa rappresentava? Per la
prima volta lo colp� la stranezza che in tutti quegli anni non avessero mai
imparato a darsi del tu.

La malattia aveva alti e bassi, a seconda dei giorni, lo martellava, lo


scaraventava in una vasta oscurit� solo per risollevarlo poi in una luce
agonizzante, scuotendolo finch� gli sembrava di sentire le ossa sbatacchiare,
legandogli gli intestini oggi per poi spalancare i suoi orifizi domani, lasciandolo
per ore, nauseato e inerme, nel puzzo dei suoi stessi escrementi. Lucenti e
scintillanti motivi di dolore guizzavano attraverso di lui, come se la malattia, al
pari di un sarto gongolante, dispiegasse una serie di rotoli progressivamente pi�
raffinati e ricercati di torture sericee per soddisfare i gusti pi� difficili.
Sempre, azzardatamente, aveva dato per scontato che avrebbe avuto una morte
asciutta, un essiccamento rapido e pulito, ma qui c�erano febbri che duravano
giorni, strizzandogli rivoli di sudore dalla carne in fiamme, privandolo di quella
preziosa chiarezza mentale che all�inizio gli era parsa un enorme peso.

Qualche volta, per�, riusciva a ragionare con sufficiente chiarezza da


sorprendersi, rimanendo persino affascinato dalla propria serenit� di fronte alla
morte. Il terrore di quel momento ormai prossimo l�aveva sempre accompagnato nel
suo viaggio terreno, onnipresente sullo sfondo, indipendente dalla luminosit� e
variet� del paesaggio, come un�ombra immobile, eppure adesso non aveva paura:
provava solo vaghe malinconie e rammarichi e una certa ansia per il timore di
perdersi quell�ultima esperienza nobilissima che il mondo gli offriva. Era convinto
che gli sarebbe stata concessa una comprensione penetrante, una visione dal
significato profondo, prima della fine. Per questo era calmo e sereno, perch�
questo misterioso qualcosa verso il quale avanzava alacremente gli nascondeva alla
vista il vero volto della morte? Ed era questa la spiegazione del prolungarsi della
sua agonia, perch� non era affatto l�agonia della morte ma un modo di purificarsi,
una sofferenza rituale da sopportare prima di essere iniziato a una conoscenza
trascendente? Nonostante fosse ormai troppo in l� per aspettarsi di poter mettere a
frutto qualunque lezione stesse per apprendere, era convinto che la profondit� di
quell�esperienza non ne sarebbe stata sminuita. La redenzione era ancora possibile,
anche in quella situazione estrema?

Cercando risposta a questa straordinaria domanda, il suo intelletto febbricitante


frugava come uno straccivendolo fra i detriti della sua esistenza, rovistando a
sprazzi tra i frammenti e i brandelli rimasti. Non riusciva ad avere la sensazione
di alcun significato rilevante. A volte, per�, sprofondava in una calma e profonda
fantasticheria a occhi aperti in cui vagava sereno attraverso i campi e i palazzi
della memoria. Il passato l� era ancora meravigliosamente intatto. Tra scene
dell�infanzia e della giovinezza si meravigliava della ricchezza di dettagli
preservatisi nel corso degli anni, immagazzinati come la frutta d�inverno. Visitava
la vecchia casa in vicolo Sant�Anna e ripercorreva in un silenzioso incantamento le
strade e i vicoli della citt�. Ecco San Giovanni, il cancello della scuola, i
ragazzi che giocavano nella polvere. Era tutto soffuso di un soffice splendore
dorato, di una luce solare stilizzata. Tenerezza e nostalgia lo trafiggevano
nell�intimo. Aveva mai davvero lasciato Torun? Forse il suo vero io, il suo io
essenziale, era rimasto l� ad aspettare paziente il suo ritorno, come ora, e a
rivendicare la sua vera condizione. Ed ecco il tiglio, tutto fronzuto, bello e
possente, immagine stessa dell�estate e del silenzio, della felicit�.

Ma da questi viaggi a ritroso tornava sempre stanco e sconsolato, senza risposte.


In lui sbocciava allora la disperazione, orrendo fiore fetido. Intontito da un
eccesso di grog, da un miscuglio di erbe inaspettatamente riuscito o semplicemente
dalla spossatezza, si ritraeva del tutto dal regno della vita e giaceva, ammasso
informe di carne e sudore e muco, nel pi� primitivo e rudimentale stato
dell�essere, una fosca quasi-morte dal respiro impercettibile.

In altri momenti il passato si materializzava nel presente in forma di piccole


creature, omuncoli chiassosi che entravano a passo di marcia nella stanza del
malato e camminavano impettiti su e gi� accanto al suo giaciglio, rimproverandogli
il male che aveva fatto loro, oppure gli si appollaiavano sulla spalla e
chiacchieravano, spiegando, giustificando, denunciando. Erano al contempo comici e
tristi. Vennero il canonico Wodka e il professor Brudzewski, Novara e gli italiani,
persino lo zio Lucas, pi� tronfio che mai, come pure il re di Polonia, brillo, con
la corona di traverso. All�inizio si rendeva conto che erano allucinazioni, ma poi
cap� che la questione era pi� complessa: erano reali a sufficienza, reali quanto
pu� esserlo qualunque cosa che non sia noi stessi, che appartenga all�esterno,
perch� non era sempre stato convinto che non conosciamo gli altri ma li inventiamo,
che il mondo consiste solo di noi stessi mentre tutto il resto � fantasma,
necessariamente? Dunque avevano ragione a sgridarlo, giacch� chi, se non lui, era
da rimproverare per ci� che erano, povere creature fragili e vanagloriose,
inquilini della sua mente, che lui aveva inventato e che stava portando con s�
nella morte? Avevano la loro ultima parola, prima della fine. Girolamo soltanto,
tra di loro, conservava il silenzio. Si ritraeva nell�ombra, a una certa distanza
dal pagliericcio, con quell�inimitabile misto di distacco e affetto, un
sopracciglio alzato in un�amabile presa in giro, sorridente. Ah, s�, Girolamo, tu
mi conoscevi - non bene come quell�altro, questo � vero, ma mi conoscevi - e io non
riuscivo a sopportare di essere conosciuto cos�.

Dove?
Era sprofondato in un buio spaventoso, tutto silenzio e immobilit� assoluta. Aveva
paura. Aspett�. Dopo moltissimo tempo, un tempo che parve lunghissimo, vide a
un�immensa distanza qualcosa di minuscolo nel buio, non lo si poteva definire luce,
era poco pi� di niente, il minimo assoluto immaginabile, e sent� da lontano,
debolmente, oh, debolissimamente, un fievole urlo, un grano di suono quasi
insussistente, che serviva solo a definire l�infinito silenzio che lo circondava. E
poi una stranezza, fu come se il tempo si fosse in qualche modo diviso in due, come
se l�adesso e il non ancora accadessero contemporaneamente, perch� lui era conscio
di guardare qualcosa che si avvicinava attraverso la distanza buia eppure era gi�
arrivato, era un enorme uccello metallico splendente, che si librava immobile, con
ampie ali tese, terribile, oh, terribile al di l� di ogni parola, eppure magnifico,
che portava nel suo becco spaventoso un frammento di fuoco accecante, e lui si
sforzava di gridare, di proferire la parola, ma invano, perch� nella lunga parabola
del suo volo discendente la creatura vir�, gi� su di lui quando stava ancora
arrivando, e gli impresse il sigillo incandescente sulla fronte.

Parola!

O parola!

Tu parola che mi manchi!

E poi fu ancora una volta su quella riva scura, con il mare alle spalle e davanti a
lui una terra a un tempo misteriosa e familiare. C�era anche il dio crudele, che lo
condusse via dal mare dove gli altri lo aspettavano, i molti altri, i tutti. Non
vedeva niente, eppure sapeva queste cose, sapeva anche che la terra nella quale
stava scendendo adesso era contemporaneamente tutte le terre che aveva conosciuto
nella sua vita, tutte!, tutte le citt� e i paesi, le pianure e i boschi, la Prussia
e la Polonia e l�Italia, Torun, Cracovia, Padova e Bologna e Ferrara. E anche il
dio, volgendo su di lui la sua grande faccia di pietra lucida, era molti in uno,
era Caspar Sturm, era Novara e Brudzewski, era Girolamo, era altri, era suo padre e
sua madre e le loro madri e padri, era gli infiniti milioni, ed era anche
quell�altro, quell�ineluttabile altro. Il dio parl�:

Ecco qui quello che cercavi, la cosa che � se stessa e nient�altro. La riconosci?

No, no, non era cos�! C�era solo oscurit� e disordine e un enorme clamore e
innumerevoli voci che gridavano tra risate e dolori e maledizioni; non voleva
saperne di quello schifo caotico.

Lasciami morire!

Ma il dio gli rispose:

Non ancora.

Poi rapidamente si sent� trasportato verso l�alto, era tutto teso verso il mondo in
alto, ed ecco la sua cella, la luce dell�alba sul grande arco del Baltico, ed era
maggio. Era dolorante e nei suoi arti albergava la morte, ma per la prima volta da
molte settimane la sua mente era meravigliosamente limpida. Questa chiarezza per�
era strana, diversa da qualunque esperienza precedente; non se ne fidava. Tutto
intorno a lui regnava un�immobilit� vasta e gelida, come fosse sospeso a
un�altitudine immensa, in un�infinit� di aria. Possibile che fosse stato elevato
fino a quel punto solo affinch� potesse contemplare desolazioni? Perch� ne aveva
abbastanza di scontri e angosce. Era vera disperazione infine? In quel caso, era
singolarmente mediocre.

Dorm� un poco, ma fu svegliato di nuovo quando Anna sal� con il catino e il rasoio
per raderlo. Non riusciva a lasciarlo in pace neppure un momento! Ma poi si
rimprover� della propria ingratitudine. Anna gli aveva dimostrato grande buon cuore
nel corso delle lunghe settimane di malattia. Raderlo, nutrirlo, detergerlo e
lavarlo, la donna compiva quei rituali necessari per tenere a bada la
consapevolezza che presto ormai sarebbe rimasta sola. La guard� affaccendarsi
intorno al giaciglio, sistemando il catino, affilando il rasoio, insaponandogli le
guance incavate, il tutto borbottando piano tra s� e s�, una donna alta, smorta,
troppo appesantita, vestita di un nero polveroso. Ultimamente aveva cominciato a
gridare con lui, da grigia effigie immobile che era, come avrebbe fatto con un
sordomuto o un neonato, non arrabbiata e neppure spazientita, ma con una specie di
allegria disperata, come fosse convinta di richiamarlo cos� dal limitare oscuro. Il
suo modo di fare lo irritava al di l� di ogni sopportazione, specie al mattino, e
produceva rumori arrabbiati con la bocca e ogni tanto cercava persino di tirarle un
ceffone per l�ira impotente. Oggi invece era calmo e gli riusc� persino un sorriso
sghembo, che per� lei non parve riconoscere in quanto tale, perch� si limit� a
lanciargli un�occhiata preoccupata e a chiedergli se avesse dolore. Povera Anna. La
fiss� stupito. Com�era invecchiata! La donna ben fatta nel fiore della giovinezza
che era arrivata alla sua torre vent�anni prima, senza che lui lo notasse, era
diventata una matrona tremolante, agitata, un po� sciocca. Aveva davvero avuto cos�
poco riguardo per lei da non prestare attenzione neppure al banale fenomeno del suo
invecchiamento? Era stata la sua governante e, in tre circostanze, pi� di una
governante, tre strani incontri, ora del tutto irreali, cui era stato indotto dalla
disperazione e da un�insopportabile conoscenza di s� e dal cedimento; dunque per
tre volte era stata pi� di una governante, ma non molto di pi�, di certo non
abbastanza da giustificare la crassa persecuzione implacabile di Dantiscus. Ora,
per�, si chiese se forse a quelle tre notti non andasse conferito un significato
pi� grande di quello che lui era stato disposto ad attribuire. Forse, per lei,
erano state una ragione sufficiente per farla rimanere con lui. Perch� avrebbe
potuto lasciarlo. I suoi figli ormai erano cresciuti. Heinrich, il maschio, di
recente aveva terminato l�apprendistato presso il panificio della cattedrale, e
Carla era a servizio in citt� nella casa di un borghese. L�avrebbero mantenuta, se
lo avesse lasciato. Aveva scelto di rimanere. Aveva resistito. Era questo che
significava quella donna, era questo il suo senso? Ricord� com�era in giovent�,
tempeste in primavera e malumori autunnali, lamentele d�inverno. Avrebbe dovuto
mostrarle pi� riguardo, allora. Adesso era troppo tardi.

�Anna.�

�S�, canonico?�

�Du, Anna.�

�S�, signor canonico. Sapete che il signor dottore arriva oggi? Ve lo ricordate,
s�? Da Norimberga?�

Di che cosa stava parlando? Quale dottore? E poi si ricord�. Era per quello che gli
era stata concessa quella lucidit� finale! Quel genere di cose, la sua opera, la
pubblicazione e cos� via, aveva perso qualunque significato. Ricordava le speranze
e i timori per il libro, ma non li provava pi�. Aveva fallito, s�, ma che
importanza aveva? Quel fallimento era poca cosa paragonato al generale disastro che
era la sua vita.

Andreas Osiander arriv� nel pomeriggio. Anna, tutta in agitazione per l�arrivo di
una persona tanto importante, sal� in fretta le scale per annunciarlo, farfugliando
e tormentandosi le mani preoccupata. Il canonico ricord�, troppo tardi, che aveva
avuto l�intenzione di congedarla durante la visita dell�uomo giunto da Norimberga,
perch� la sua presenza sotto quel naso affilato carico di disapprovazione avrebbe
di certo riportato in auge tutte quelle assurdit� sulla focaria: non che al
canonico importasse pi� di quel che Dantiscus o chiunque altro potesse dire o fare
a lui, ma non voleva che Anna soffrisse nuove umiliazioni, no, non voleva. La donna
quasi non fece in tempo ad annunciare il suo nome che Osiander, brusco, le pass�
davanti e cominci� immediatamente a parlare nel suo tono rude e arrogante.
Trovandosi per� davanti quella figura raggrinzita sul giaciglio il suo sproloquio
si ridusse a un balbettio e si gir� incerto verso la donna rimasta alla porta.

�� la paralisi, Herr Doktor� disse Anna chinando la testa e facendola ballonzolare,


�provocata da un sanguinamento nel cervello, dicono.�

�Oh, capisco. Be�, questo � tutto, grazie, signora, potete andare.�

Il canonico avrebbe voluto che rimanesse, ma lei gli fece un cenno rassicurante e
se ne and� docilmente. Lui tese l�orecchio per sentire i suoi passi pesanti
scendere le scale, un suono che di colpo gli parve condensare tutto il conforto che
gli era rimasto nel mondo, ma Osiander aveva ricominciato a rintronarlo e Anna usc�
in silenzio dalla sua vita.

�Non pensavo di trovarvi cos� debilitato, amico Koppernigk� disse Osiander quasi in
tono accusatorio, come se avesse il sospetto di essere stato deliberatamente
ingannato riguardo allo stato di salute del suo interlocutore.

�Sto morendo, dottore.�

�S�. Ma arriva per tutti noi il momento della fine e voi dovete rimettervi alle
cure di Dio. Meglio cos� che essere preso all�improvviso, di notte, senza che
l�anima sia pronta, eh?�

Era un bell�arrogante, questo luterano corpulento, tronfio, rumoroso e insensibile,


pieno di s�; al canonico in cuor suo non era mai piaciuto. Prese a fare avanti e
indietro con andatura solenne, il petto gonfio da piccione tutto in fuori come uno
scudo invincibile contro ogni opposizione, e parl� di Norimberga e della stampa e
dei suoi enormi sforzi a favore dell�opera del canonico. Chiamava Retico quel
disgraziato. Povero, sciocco Retico! Un�altra vittima sacrificata sull�altare del
decoro. Il canonico sospir�; avrebbe dovuto ignorarli tutti, Dantiscus e Giese e
Osiander, avrebbe dovuto dare al suo discepolo il riconoscimento che gli spettava.
E se anche era un sodomita? Non era il peggior crimine che si potesse immaginare,
non peggiore, forse, della vile ingratitudine.

Osiander stava frugando dentro l�ampia cartella che portava lungo il fianco e ne
estrasse un bel volume rilegato in pelle con fregi d�oro sul dorso. Il canonico
allung� il collo per vederlo meglio ma Osiander, quell�uomo orribile, sembrava
avere dimenticato di essere in presenza dell�autore, che era ancora vivo, malgrado
le apparenze, e invece di portarglielo immediatamente al giaciglio se ne and� con
il libro alla luce della finestra e, inumidito il pollice, sfogli� le pagine senza
alcun garbo, con l�indifferenza distratta di chi considera qualunque libro che non
sia la Bibbia fondamentalmente privo di valore.

�Ho modificato il titolo� disse sovrappensiero, �come mi ero permesso di


preannunciarvi, sostituendo il termine mundi con coelestium, dal momento che mi
sembrava pi� innocuo parlare di cielo, mostrando dunque distacco e distanza, pi�
che di mondo, un termine molto pi� diretto.�

No, amico mio, non ne avevate fatto parola, a quanto ricordo; ma ora non ha
importanza.

�E poi naturalmente ho inserito una prefazione, com�eravamo d�accordo. Credo sia


stata una mossa saggia. Come vi ho scritto in varie lettere, gli aristotelici e i
teologi si placheranno facilmente sentendosi dire che si possono utilizzare varie
ipotesi per spiegare gli stessi moti apparenti e che le ipotesi presenti non sono
delineate perch� siano vere nella realt�, ma perch� sono le pi� vantaggiose per
calcolare i moti composti apparenti.� Alz� trasognato il volto mellifluo verso la
finestra, con un sorrisino compiaciuto di ammirazione per la precisione e lo stile
del suo discorsetto. Il canonico intu� che era quella la posa che assumeva quando
faceva lezione alle sue classi di svogliati e indolenti a Norimberga. �Da parte
mia� prosegu� il luterano, �ho sempre avuto l�impressione che le ipotesi non siano
articoli di fede ma basi per i calcoli, quindi anche se fossero false non ha
importanza, purch� salvino i fenomeni... E alla luce di questa convinzione ho
redatto la prefazione.�

�Non sia mai� disse il canonico, con lo sguardo appannato rivolto in su verso il
soffitto.

Osiander lo fiss� corrucciato.

�Come?�

�Non sia mai: non voglio che il libro sia pubblicato.�

�Ma... ma � gi� pubblicato, mio caro signore. Vedete, ne ho qui una copia, stampata
e rilegata. Petreius ne ha fatta un�edizione in mille copie, come d�accordo con
voi. � gi� in distribuzione.�

�Non sia mai, ho detto!�

Osiander, alquanto sconcertato, riflett� un momento in silenzio, poi si avvicin� e


si sedette lentamente su una sedia accanto al giaciglio e lanci� un�occhiata al
canonico abbozzando un sorriso incerto. �Non vi sentite bene, amico mio?�

Fosse stato in grado, il canonico avrebbe riso.

�Sto morendo, accidenti!� esclam�. �Non ve l�ho detto, forse? Ma non sto delirando.
Voglio che questo libro sia soppresso. Andate da Petreius, fategli ritirare
qualunque copia abbia gi� spedito. Avete capito? Non sia mai!�

�Calmatevi, dottore, per piacere� disse Osiander, allarmato dalla veemenza repressa
di quell�uomo paralizzato, con la mascella in tensione e lo sguardo fisso
angosciato e furioso. �Avete bisogno di assistenza? Devo chiamare la donna?�

�No no no, non fate niente.� Il canonico si rilass� in una certa misura e il
tremolio degli arti si attenu�. Gli stava salendo la febbre e un dolore come non
aveva mai provato prima lo sconquassava rimbombandogli nel cranio. Il terrore
allung� un sottile tentacolo scuro dentro di lui. �Perdonatemi� borbott�. �C��
dell�acqua? Datemi da bere. Grazie, siete gentilissimo. Ah.�

Osiander, corrucciato, pos� di nuovo la brocca dell�acqua. Aveva adesso


un�espressione mista di imbarazzo e di curiosit�: avrebbe voluto fuggire da quella
morte senza dignit�, ma avrebbe anche voluto sapere il motivo di quello
straordinario voltafaccia del vecchio. �Forse potrei tornare pi� tardi� azzard�,
�quando sarete meno affaticato e allora potremo discutere della questione del
vostro libro?�

Ma il canonico non lo stava ascoltando. �Ditemi, Osiander, ditemi sinceramente, �


troppo tardi per bloccare la pubblicazione? Perch� io vorrei bloccarla.�

�Perch�, dottore?�

�Avete letto il libro? Allora dovreste sapere il perch�. � un fallimento. Ho


fallito in quello che mi ero ripromesso di fare: discernere la verit�, il
significato delle cose.�
�La verit�? Non capisco, dottore. La vostra teoria non � esente da difetti, sono
d�accordo, ma...�

�Non � la meccanica della teoria che mi interessa.� Chiuse gli occhi. Oh, fiamme,
fiamme! �Il progetto stesso, la totalit�... Capite? Un centinaio di migliaia di
parole ho utilizzato, diagrammi, tavole astrali, formule, eppure non ho detto
nulla...�

Non riusciva ad andare avanti. Che importanza aveva ormai, in ogni caso? Osiander
sospir�.

�Non dovreste tormentarvi in questo modo, dottore� disse. �Sono solamente scrupoli
e, se fossero qualcosa di pi�, allora dovete rendervi conto che il tipo di successo
che cercavate - o che adesso credete di avere cercato! - non pu� essere conseguito.
La vostra opera, per quanto difettosa, costituir� la base su cui altri
edificheranno, di questo potete starne certo. E per quanto riguarda il vostro
fallimento nel discernere la vera natura delle cose, per usare le vostre parole,
converrete che ne ho dato conto nella mia prefazione. Volete sentire quello che ho
scritto?�

Era evidente che andava fiero del proprio lavoro e, da predicatore nato, non vedeva
l�ora di declamarlo. Il canonico ebbe una crisi di panico: non voleva sentirlo, no!
Ma stava crollando e non riusciva pi� a parlare, fu solo capace di grugnire e
digrignare i denti in un parossismo di rifiuto. Osiander per� interpret� quegli
sforzi come un segno di gradita aspettativa. Pos� il libro e, con il sorriso
orribilmente tormentato di chi � obbligato a interagire con un cretino, si alz� e
infil� le mani sotto le ascelle del canonico, lo tir� su e lo fece appoggiare con
attenzione contro il cumulo di cuscini sporchi come se stesse sistemando un
bersaglio. Poi, ricominciando a fare su e gi� con andatura solenne, tenne il libro
aperto davanti a s� con il braccio teso e cominci� a leggere ad alta voce come se
stesse tuonando dal pulpito.

�Non dubito che alcuni studiosi, diffusa ormai la fama della novit� di questa
opera, che pone la Terra mobile e il Sole immobile in mezzo all�universo, si siano
fortemente risentiti, e ritengano che non c�era alcun bisogno di rendere incerte le
discipline liberali, una volta sapientemente stabilite. Se essi vorranno per�
riflettere saggiamente sulla cosa, troveranno che l�autore di questa opera non ha
commesso nulla che meriti rimprovero. � infatti proprio dell�astronomo prima
registrare la storia dei moti celesti mediante osservazioni abili e accurate;
quindi, escogitare e supporre le loro cause, ossia certe ipotesi, in un modo
qualsiasi, non potendole dimostrare in alcun modo come vere (avete notato questo
passaggio, dottore?). Partendo da tali ipotesi, si possono calcolare correttamente
i moti celesti, in base ai principi della geometria, tanto nel futuro che nel
passato. Questo autore � riuscito ad assolvere assai egregiamente ad ambedue i
compiti. Non � infatti necessario che quelle ipotesi siano vere, anzi neppure che
siano verosimili, ma basta solo che mostrino il calcolo in armonia con i fenomeni
osservati...�

Il canonico ascoltava stupefatto: era fondata, questa smentita, questo sputo


sull�opera della sua vita? Verit� o finzione... rituale... necessario. Non riusciva
a concentrarsi. Era in fiamme. Andreas Osiander, marciando verso il riquadro di
luce della finestra e poi allontanandosene di nuovo, ogni volta si trasformava in
un�oscurit� semovente, una nuvola di fuoco, un fantasma, e anche fuori tutto stava
cambiando in modo strano, e non era il sole a essere luce e calore e il mondo
inerte, ma piuttosto il mondo era un nembo di fuoco incandescente e il sole non era
pi� che un gelido globo morto appeso nel cielo occidentale.

�� abbastanza chiaro, infatti, che le cause reali dei moti ineguali apparenti sono
totalmente ignorate da quest�arte. Se immaginando ne escogita qualcuna, e certo ne
escogita moltissime, non lo fa mai per convincere della loro verit�, ma soltanto
per fondare correttamente i calcoli. Poich� poi si offrono varie ipotesi di uno
stesso moto (come, nel caso del Sole, l�eccentricit� e l�epiciclo), l�astronomo
sceglier� di preferenza quella che sia pi� facile a comprendersi. Il filosofo
cercher� forse piuttosto la verosimiglianza: nessuno dei due tuttavia comprender�
qualcosa di certo, se non gli sar� rivelato da Dio...�

I muri della torre avevano perso tutta la solidit�, erano piani di buio dai quali
sbucava adesso sempre pi� incombente su ali terribili il grande uccello di acciaio,
lasciandosi dietro una scia di fiamme e portando nel becco la sfera fiammeggiante,
non pi� solo, ma in volo davanti a uno stormo di altri volatili della sua specie,
tutti infuocati, tutti rilucenti e terribili e magnifici, sorgevano dall�oscurit�,
stridendo.

�N� alcuno si aspetti dall�astronomia nulla di certo riguardo le ipotesi, non


potendolo essa affatto mostrare, affinch� prendendo per vere cose escogitate per un
fine diverso, non si allontani da questo studio pi� ignorante di quando vi si
accost�.�

No! Oh, no. Scagli� il suo muto rifiuto nel mondo in fiamme. Tu, Andreas, mi hai
tradito, tu...

Andreas?

La figura che camminava si avvicin� e, piombando gi� di colpo, gli accost�


vicinissima la sua tremenda faccia rovinata.

Tu!

S�, fratello: io. Ci rincontriamo.

Andreas a quel punto rise e si sedette sulla sedia accanto al giaciglio,


poggiandosi il libro in grembo sotto l�ala nera del mantello. Era esattamente come
quando il canonico l�aveva visto l�ultima volta, un cadavere ambulante su cui erano
al lavoro vermi prematuri.

Tu sei morto, Andreas, ti sto sognando.

S�, fratello, ma sono io ci� nonostante. Sono reale tanto quanto te, adesso, perch�
in questo luogo ultimo in cui ci incontriamo io sono esattamente vicino alla vita
quanto tu alla morte, ed � la stessa cosa. Devo ringraziarti per questa breve
reincarnazione.

Che cosa sei?

Ma come, sono Andreas! Tu stesso ti sei rivolto a me cos�. Se per� ti �


indispensabile dare un senso a tutte le cose, allora potremmo dire che sono
l�angelo della redenzione: un angelo improbabile, lo ammetto, con ali tremendamente
danneggiate, ma pur sempre un redentore, malgrado tutto.

Tu sei la morte.

Andreas sorrise, quel sorriso tormentato cos� familiare.

Oh, anche, fratello, anche, ma quello ha un�importanza secondaria. Adesso per�


basta cavilli metafisici, sai che mi hanno sempre annoiato. Parliamo, invece, con
calma, mentre abbiamo ancora tempo, delle cose importanti. Vedi, ho il tuo libro...
Dietro la sagoma scura che sedeva sorridente una gran luce pulsava nella finestra
ad arco, dove il dorso azzurro del Baltico si ergeva come la schiena di un immenso
bestione emerso dall�acqua, onnipresente e minaccioso. Sopra, nel buio sotto il
soffitto, gli uccelli metallici salivano e scendevano in picchiata, volando su fili
e sostegni invisibili, riempiendo l�aria cupa con i loro feroci clamori. La febbre
gli saliva inesorabile lungo le vene, una marea fusa. Si aggrapp� con le unghie
alle lenzuola umide e fredde sotto di lui, sforzandosi di trattenere il mondo.
Aveva paura. Questo era morire, s�, questo era incontrovertibilmente quella
famigerata cosa. Minimi frammenti del passato lo assalirono: una strada deserta a
Cracovia in una notte nera nel cuore dell�inverno, un bambino idiota che lo
guardava dal vano della porta di un tugurio fuori dalle mura di Padova, una torre
in rovina da qualche parte in Polonia, abitata da uno stormo di bianche colombe
piumate. Erano stati i segnali segreti della morte. Andreas, con il suo sorrisetto
sardonico eppure non insensibile, lo stava guardando.

Aspetta, fratello, non � ancora l�ora, non proprio. Vogliamo parlare del tuo libro,
delle ragioni del tuo fallimento? Perch� io non metter� in discussione che tu abbia
fallito. Incapace di discernere la cosa in s�, non sei stato disposto ad
accontentarti di nulla di meno; a causa del tuo orgoglio hai preferito un eroico
fallimento a un successo prosaico.

Non accetter� niente del genere! E poi che cosa ne sai tu di queste faccende, tu
che non hai mai avuto altro che disprezzo per la scienza, i prodotti della mente,
per tutto quello che io amavo?

Su, su: hai detto che mi stai sognando, quindi devi accettare quello che dico, dal
momento che, se io mento, sono tue le bugie nella mia bocca. E tu hai finito di
mentire, o sbaglio? S�. Le bugie sono tutte archiviate. Per questo sono qui, perch�
alla fine sei pronto a essere... onesto. Vedi, per esempio: non sei pi� imbarazzato
in mia presenza. � stata sempre la tua emozione pi� burrascosa, quell�imbarazzo
schizzinoso, terrorizzato, di fronte al disordine e alla volgarit� dell�ordinario,
che tu disprezzavi.

Ci furono dei movimenti nella stanza, e l�incongruit� dei pallidi guizzi di candele
accese alla luce del giorno. Sagome indistinte gli si avvicinarono borbottando. Era
in corso una cerimonia, un rituale che gli era a un tempo familiare ed estraneo, e
poi, turbato dello stesso turbamento di quando ci si ritrova in un sogno, cap� che
lo stavano preparando per l�estrema unzione.

Non badarci, fratello, disse Andreas. � tutto un mito, la fede che hai abbandonato
molto tempo fa. Non c�� conforto l� per te.

Io voglio credere.

Ma non ti � possibile.

Allora sono perduto.

No, non sei perduto, perch� io sono venuto a redimerti.

Dimmi, allora. Il mio libro...? La mia opera...?

Tu avevi creduto di discernere la cosa in s�, le verit� eterne, le forme pure che
soggiacciono al caos del mondo. Guardavi nel cielo: che cosa vedevi?

Vedevo... i pianeti danzare e li sentivo cantare lungo le loro traiettorie.

Oh, no, no, fratello. Queste cose le immaginavi. Lascia che ti dica com�era. Tu
puntavi il triquetrum su una luce che brillava nel cielo, convinto cos� facendo di
scorgere un frammento di realt�, inviolata, inequivocabile, duratura, ma cos� non
era. Quello che vedevi era una luce che brillava nel cielo; qualunque cosa
scorgessi pi� di questo era solo in virt� della tua fede, della tua fiducia nella
possibilit� di comprendere la realt�.

Che assurdit� � questa? Come possiamo vivere altrimenti, se non nella convinzione
di poter conoscere?

� il modo di conoscere che importa. Conosciamo il significato della cosa singola


solo nella misura in cui ci accontentiamo di conoscerla in mezzo ad altri
significati: isolala e tutto il significato si svuota. Non � la cosa che conta,
capisci, ma solo l�interazione tra le cose; e naturalmente i nomi...

Predichi disperazione.

S�? Chiamala invece disperazione redentrice oppure, meglio ancora, chiamala


accettazione. Il mondo non sopporter� altro che accettazione. Guarda questa sedia:
ci sono il legno, le schegge, poi le fibre, poi le particelle in cui si possono
scomporre le fibre e poi le particole pi� piccole di queste particelle e poi, alla
fine, niente, una confluenza di tensioni eteree, una specie di vivido sogno
involontario in un vuoto. Lo vedi? Molto semplicemente, il mondo non lo sostiene,
questo esame appassionato.

Vorresti sedurmi con questa filosofia della felice ignoranza, della schiavit�,
dell�abietta accettazione di un mondo schifoso? Non ne voglio sapere!

Non ne vuoi sapere...

Tu ridi, ma dimmi un po�, nella tua saggezza: come faremo a percepire la verit� se
non cerchiamo di scoprirla e di capire le nostre scoperte?

Non c�� bisogno di cercare la verit�. La conosciamo gi�, prim�ancora di lanciarci


nelle nostre ricerche.

E come facciamo a conoscerla?

Ma � molto semplice, fratello: noi siamo la verit�. Il mondo, e noi stessi, �


questa la verit�. Non ce n�� un�altra o, se c��, ci � utile solo come ideale che ci
d� un po� di conforto, un po� di consolazione di quando in quando.

E questa verit� che noi siamo, come possiamo esprimerla?

Non pu� essere espressa, fratello, ma forse pu� essere... mostrata.

Come? Dimmi come.

Accettando quello che c��.

E poi?

Non c�� altro; questo � tutto.

Oh, no, Andreas, non mi imbroglierai. Se quello che dici fosse vero, avrei dovuto
vendere la mia anima a un mondo perverso, abbracciare docilmente la bruttezza, s�:
ma non ero disposto! Almeno questo posso dirlo, che non ho venduto...

La tua anima? Ah, ma certo che l�hai venduta, al miglior offerente. Come chiamarlo?
Scienza? Ricerca della verit�? Conoscenza trascendente? Vanit�, tutta vanit�, e
qualcos�altro, una specie di codardia, la codardia che viene dal rifiuto di
accettare che i nomi sono tutto ci� che importa, quella codardia che � la vera e
irreparabile disperazione. Con grande coraggio e grande sforzo saresti potuto
riuscire, nell�unico modo in cui � possibile riuscire, disponendo la banalit�, i
nomi, in uno schema bello e ordinato che avrebbe mostrato con la sua stessa
bellezza e ordine l�azione delle verit� ultraterrene nel nostro povero mondo. Ma tu
hai cercato di sbarazzarti delle verit� banali per gli ideali trascendenti, e
dunque hai fallito.

Non capisco.

Ma s�, invece. Noi diciamo solo quelle cose che possiamo esprimere a parole: �
abbastanza.

No!

� sufficiente. Dobbiamo accontentarci di questo.

Le fiamme delle candele, come lame ardenti, gli trafiggevano la vista e la voce
grave che invocava la benedizione finale infuriava sopra di lui.

Troppo tardi!

Pensavi di trascendere il mondo, ma prima che potessi aspirare a quella elevatezza


le tue esigenze dovevano battersi con... ebbene, fratello, con che cosa?

Troppo tardi! Il sigillo bruciante della morte fu impresso sulla sua fronte e tutto
quello che aveva scartato spar� senza possibilit� di recupero. La luce, oh!, e gli
uccelli terribili! Il grande arco ardente al di l� della finestra!

Con me, fratello! Ero io quello con cui dovevi batterti.

Tu, Andreas! Che cosa c�era in te? Tu mi disprezzavi e mi hai tradito, mi hai reso
grama la vita. Ovunque mi girassi c�eri tu a rovinarmi l�esistenza, il lavoro.

Precisamente. Io ero la cosa assolutamente necessaria, perch� c�ero sempre a


ricordarti quello che dovevi trascendere. Ero l�arco teso per mezzo del quale ti
spingevi al di l� del mondo schifoso.

Io non ti odiavo!

Doveva esserci un minimo di considerazione, s�, la considerazione che la freccia


porta all�arco, ma mai l�altra cosa, la cosa in s�, quella vivida, che non si trova
in nessun libro n� nel firmamento n� nelle forme assolute. Tu sai che cosa intendo,
fratello. � quella cosa, appassionata eppure calma, intensa e remota, favolosa
eppure ordinaria, quella cosa che � tutto ci� che importa, che � il grande
miracolo. L�hai intravista brevemente in nostro padre, in sorella Barbara, in
Fracastoro, in Anna Schillings, in tutti gli altri e persino, s�, in me, l�hai
scorta e hai girato la testa, sgomento e... imbarazzato. Chiamala accettazione,
chiamalo amore se vuoi, ma queste sono povere parole e non esprimono niente
dell�enormit�.

Troppo tardi! Giacch� aveva venduto l�anima e adesso il pagamento sarebbe stato
preteso per intero. La voce del prete lo inghiott�.

�Solo dopo la morte saremo riuniti al Tutto, quando il corpo si dissolver� nei
quattro elementi fondamentali di cui � composto e l�uomo spirituale, l�anima libera
e splendente, ascender� attraverso le sette sfere di cristallo del firmamento,
liberandosi a ogni stadio di una parte della sua natura mortale, finch�, mondato di
tutto il male terreno, trover� redenzione nell�Empireo dove si unir� all�anima del
mondo che � tutto e ovunque ed eterna.�

Andreas scosse lentamente la testa.

No, fratello, non dare retta a quella voce che emerge dal passato. La redenzione
non si trova nell�Empireo.

Troppo tardi!

No, Nicolaus, non � troppo tardi. Non sono io che ho detto tutte queste cose oggi,
ma tu.

Sorrideva e la sua faccia era guarita, le orrende cicatrici erano svanite ed era di
nuovo com�era stato un tempo e adesso, alzandosi, pos� la mano sulla fronte in
fiamme del fratello. Gli uccelli terribili si tuffarono in silenzio nell�oscurit�,
la luce violenta si fece morbida e i muri di pietra della torre si innalzarono
nuovamente. Il Baltico brillava, un mare splendente che portava via una nave con
una vela nera. Andreas tir� fuori il libro da sotto il mantello e collocandolo sul
giaciglio guid� la mano del fratello finch� le deboli dita non sfiorarono le pagine
irrequiete.

Io sono l�angelo della redenzione, Nicolaus. Vuoi venire con me adesso?

E cos� dicendo sorrise di nuovo, un�ultima volta, alz� il volto delicato dalle
fattezze squisite e si gir�, verso la finestra e la luce, come se ascoltasse
qualcosa di immensamente lontano e lieve, una musica che usciva dalla terra e
dall�aria, dall�acqua e dal fuoco, che era ovunque e tutto ed eterna, e Nicolaus,
sforzandosi di cogliere la melodia, sent� le voci della sera che si levavano per
andargli incontro dall�esterno: l�invocazione del pastore, le grida dei bambini che
giocavano, il frastuono dei carri di ritorno dal mercato; e poi c�erano anche altre
voci, delle campane che battevano gravi le ore, dei cani che abbaiavano lontano,
del mare, della Terra stessa che girava nella sua corsa, e del vento, che usciva
dall�immensa aria azzurra, sospirando tra le foglie del tiglio. Lo chiamavano
tutte, continuavano a chiamarlo, e lo chiamavano per portarlo via.

D.C.

Nota

Citazioni tratte da opere non di Copernico:

�Sembrava che un nuovo mondo... dell�intera comunit�: da Henri Pirenne, Storia


d�Europa. Dalle invasioni al XVI secolo, tr. it. M.L. Paradisi, Sansoni, Firenze,
1988, p. 394.

�Se al fondo di tutto... se non disperazione?�: da S�ren Kierkegaard, Timore e


tremore, a c. di C. Fabro, BUR, Milano, 1994, p. 36.

�Ritengo sia vero...�: da Albert Einstein, Herbert Spencer Lecture, citata in


Jeremy Bernstein, Einstein, tr. it. V. Ottonelli, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 120.

�La scienza mira...�: da Sir Arthur Eddington, La natura del mondo fisico, tr. it.
M. Mamiani, Laterza, Bari, 1987, p. 9.

�A questo proposito � assolutamente significativo...�: da Max Planck, citato in


Jeremy Bernstein, op. cit., p. 179.

�La morte di un Dio...�: da Wallace Stevens, Note per una finzione suprema,
Trasporto all�estate, Deve essere astratta, I, in Harmonium. Poesie (1915-1955), a
c. di M. Bacigalupo, Einaudi, Torino, 1994, p. 443.

Ringraziamenti

Una bibliografia esaustiva, in un�opera come questa, sarebbe del tutto incongrua e
probabilmente impossibile; non posso esimermi per� dal menzionare un certo numero
di testi che, per la loro erudizione e sagacia, si sono guadagnati il mio profondo
rispetto nel corso della stesura di questo libro, risultandomi di inestimabile
aiuto. Li cito anche come ulteriore spunto di lettura per chi cercasse un resoconto
pi� completo e magari pi� scrupolosamente fattuale sulla vita e l�opera
dell�astronomo.

La biografia di riferimento su Copernico � l�opera in tedesco di Leopold Friedrich


Prowe, Nicolaus Coppernicus (2 voll., Weidmannsche Buchhandlung, Berlin, 1883-84),
a oggi mai tradotta in italiano. Due brevi resoconti biografici di gradevole
lettura sono i testi di Angus Armitage, Copernicus, the Founder of Modern Astronomy
(Allen & Unwin, London, 1938) e Sun, Stand Thou Still (Sigma, London, 1947; tr. it.
Niccol� Copernico e l�astronomia moderna, Einaudi, Torino, 1956). Sulla teoria
eliocentrica, un saggio pi� tecnico ma molto elegante e leggibile � Fred Hoyle,
Nicolaus Copernicus. An Essay on his Life and Work (Heinemann, London, 1973). Le
due opere cui ho attinto maggiormente sono per� Thomas S. Kuhn, The Copernican
Revolution. Planetary Astronomy in the Development of Western Thought (Harvard
University Press, Cambridge, 1957; tr. it. La rivoluzione copernicana. L�astronomia
planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale, Einaudi, Torino, 1972) e Arthur
Koestler, The Sleepwalkers. A History of Man�s Changing Vision of the Universe
(Macmillan, New York, 1959; tr. it. I sonnambuli. Storia delle concezioni
dell�universo, Jaca Book, Milano, 1982). A questi due libri belli, chiari e
avvincenti devo pi� di quanto un mero ringraziamento possa tributare.

Per la luce che gettano sulla storia e sulle idee dell�epoca, sono grato a Francis
L. Carsten, il cui saggio The Origins of Prussia (Clarendon Press, Oxford, 1954;
tr. it. Le origini della Prussia, Il Mulino, Bologna, 1982) mi � stato di grande
aiuto; a Frances A. Yates, che nel suo Giordano Bruno and the Hermetic Tradition
(Routledge and Kegan, London, 1964; tr. it. Giordano Bruno e la tradizione
ermetica, Laterza, Bari, 1969) tratta dell�influenza del misticismo ermetico e del
neoplatonismo su Copernico e i suoi contemporanei; a W.P.D. Wightman, Science in a
Renaissance Society (Hutchinson University Press, London, 1972) e a Michael E.
Mallett, The Borgias (Bodley Head, London, 1969).

Ci tengo per� a sottolineare che qualunque errore materiale, volontario o


involontario, e qualunque interpretazione controversa si trovi in questo libro � da
attribuirsi a me soltanto e non dev�essere in alcun modo imputata alle fonti
sopracitate.

Oltre ai numerosi estratti dagli scritti di Copernico, che ho incorporato nel testo
e che non sento la necessit� di identificare, ho citato brani da sei fonti
riportate nella Nota.

Per il loro sostegno e incoraggiamento, desidero ringraziare David Farrer, Dermot


Keogh, Terence Killeen, Seamus McGonagle, Douglas Sealy, Maurice P. Sweeney e lo
staff della Trinity College Library di Dublino. L�ultimo ringraziamento va a mia
moglie Janet, per la sua pazienza e la sua forza d�animo, oltre che per il
beneficio del suo infallibile giudizio.

Indice
Presentazione

Frontespizio

Pagina di copyright

I. Orbitas Lumenque

II. Magister Ludi

III. Cantus Mundi

IV. Magnum Miraculum

Nota

Ringraziamenti

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