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Luca Taddio insegna Estetica all’Università di Udine all’interno Prefazione Materiali III Abitare pensare Muovendo dalla domanda

Abitare pensare Muovendo dalla domanda sul senso della tecnica,


del corso di laurea in Scienze dell’Architettura. Si occupa in di Luca Taddio Jacques Derrida, costruire
Lettera a Peter Eisenman Damiano Cantone
il volume intende delineare un percorso teorico

costruire abitare pensare


particolare di filosofia della percezione e di teoria dell’immagine.
Ha scritto Fenomenologia eretica (2011) ed è autore di numerosi Materiali I Peter Eisenman, e Luca Taddio, L’affermazione all’interno del dibattito contemporaneo sviluppatosi
racconti filosofici, dai quali è stato tratto il volume Spazi Martin Heidegger, La fine del classico. La fine dell’architettura intorno all’estetica dell’architettura. Tre nozioni
immaginali (2004). dell’inizio, la fine della fine Gillo Dorfles, Equivoci

costruire
Costruire Abitare Pensare fungono da filo conduttore dei contributi qui
José Ortega y Gasset, Emanuele Severino, architettonici del Postmoderno
Il mito dell’uomo oltre Raumgestaltung Nicola Emery, Costruire raccolti: costruire, abitare e pensare. Tale trittico
la tecnica
Intorno al «colloquio di
Bernard Tschumi, Disgiunzioni sulle lacerazioni. Architettura,
responsabilità, economia
abitare concettuale, pur richiamando esplicitamente
il saggio di Heidegger, non mira a una mera esegesi

pensare
Darmstadt, 1951» Tecnica, Spazio, Ernesto L. Francalanci,
e Decostruzione Uomini e nani. Il misurato, del pensiero del filosofo tedesco, e offre invece
pensare abitare Ernesto L. Francalanci, lo smisurato e l’immisurabile una possibile chiave di lettura complessiva dello
a cura di luca taddio
costruire Fantasmi berlinesi. Marcello Ghilardi, Un’estetica scenario attuale. La centralità della questione
Marcello Barison, Eterotopie. La Hochhaus di Mies van der del «passaggio». Note
Cover design
Rohe e la Max Reinhardt sull’architettura giapponese
della tecnica è certamente uno dei cardini teorici
Gropius Heidegger Scharoun
Mimesis Communication
www.mim-c.net Massimo Donà, La terra
e il sacro
House di Peter Eisenman
Franco Rella, Figure nel
Daniele Pisani, «Il segreto
del dimensionamento».
* intorno ai quali si è concentrata l’attenzione del
pensiero contemporaneo. Ne è emerso un tentativo
Mimesis Edizioni
Architettura Vincenzo Vitiello, labirinto. La metamorfosi Ludwig Wittgenstein architetto di comprensione che, attraversando l’officina
www.mimesisedizioni.it I luoghi del sacro di una metafora Ettore Rocca, L’abitare e il * del Postmoderno, si estende fino alla situazione
Renato Rizzi, Bildung bisogno. Una riflessione estetica
Materiali II Francesco Vitale, Politiche della Maurizio Vitta, Il pensiero odierna. I confini di questa riflessione si rivelano
Pier Aldo Rovatti, L’uso delle casa. Note su Jacques Derrida, e lo spazio. L’estetica e il mondo però alquanto sfumati, tanto che risulta pressoché
parole. Enzo Paci. Architettura Architettura e Decostruzione delle cose
e filosofia Benedetta Zaccariello, impossibile ricondurli a sintesi internamente a una
Enzo Paci, L’architettura Eupalinos, o Architettonica Mania cornice concettuale unitaria. Tuttavia, nonostante
e il mondo della vita i più disparati approcci e le diverse chiavi di lettura,
Enzo Paci, Wright e lo «spazio la questione tecnica continua a dimostrarsi centrale
vissuto»
Davide Scarso, Steven Holl: al fine di comprendere l’esperienza artistica
Architettura e Fenomenologia contemporanea e, in modo più specifico, il rapporto
Steven Holl, L’intreccio tra estetica e architettura.

ISBN 978-88-5750-571-8

MIMESIS
9 788857 505718

37,00 euro MIMESIS / architettura


COSTRUIRE
ABITARE
PENSARE
A CURA DI LUCA TADDIO

MIMESIS / ESTETICA E ARCHITETTURA


11

INDICE

51

007 PREFAZIONE 201 MATERIALI III


di L. Taddio Jacques Derrida,
Lettera a Peter Eisenman
011 MATERIALI I 213 Peter Eisenman,
Martin Heidegger, La fine del classico. La fine
Costruire Abitare Pensare dell’inizio, la fine della fine
051 José Ortega y Gasset, 239 Emanuele Severino,
Il mito dell’uomo oltre Raumgestaltung
la tecnica 251 Bernard Tschumi,
061 Intorno al «colloquio di Disgiunzioni
Darmstadt, 1951» 81
257 TECNICA, SPAZIO,
081 PENSARE ABITARE E DECOSTRUZIONE
COSTRUIRE Ernesto L. Francalanci,
Marcello Barison, Fantasmi berlinesi.
Eterotopie. Gropius La Hochhaus di Mies van
Heidegger Scharoun der Rohe e la Max Reinhardt
135 Massimo Donà, La terra House di Peter Eisenman
e il sacro 271 Franco Rella, Figure nel
155 Vincenzo Vitiello, labirinto. La metamorfosi
I luoghi del sacro di una metafora
289 Renato Rizzi, Bildung
171 MATERIALI II 303 Francesco Vitale, Politiche
Pier Aldo Rovatti, L’uso della casa. Note su Jacques
delle parole. Enzo Paci. Derrida, Architettura
Architettura e filosofia e Decostruzione
177 Enzo Paci, L’architettura
e il mondo della vita
135
187 Enzo Paci, Wright e lo
«spazio vissuto»
© 2010 - Mimesis Edizioni (Milano - Udine) 193 Davide Scarso, Steven Holl:
www.mimesisedizioni.it / www.mimesisbookshop.com Architettura e Fenomenologia
via Risorgimento, 33 - 20099 Sesto San Giovanni (Mi) 197 Steven Holl, L’intreccio
tel / fax +39 02 89403935 / mimesised@tiscali.it
via Chiamparis, 94 - 33013 Gemona del Friuli (Ud)
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155 171 177 187

319 ABITARE PENSARE 453 SEGNALAZIONI LIBRI


COSTRUIRE M. Biraghi, M. Damiani
Damiano Cantone
e Luca Taddio,
(a cura di), Le parole
dell’architettura, Einaudi,
193 201 213 239
L’affermazione Torino 2009
dell’architettura Jacques Derrida,
331 Gillo Dorfles, Equivoci Adesso l’architettura,
architettonici del Postmoderno Libri Scheiwiller, Milano
339 Nicola Emery, Costruire 2008
sulle lacerazioni. Architettura, Nicola Emery, L’archittetura
responsabilità, economia difficile. Filosofia del costruire,
353 Ernesto L. Francalanci, Marinotti, Milano 2007
Uomini e nani. Il misurato, Siegfried Giedion, Breviario
lo smisurato e l’immisurabile di architettura, Bollati
361 Marcello Ghilardi, Boringhieri, Torino 2008
Un’estetica del «passaggio». Vittorio Gregotti, Contro
Note sull’architettura la fine dell’architettura,
giapponese Einaudi, Torino 2008
377 Daniele Pisani, «Il segreto del Renato Rizzi, La muraglia
dimensionamento». Ludwig ebraica, Mimesis, Milano- 251 257 271 289
Wittgenstein architetto Udine 2009
393 Ettore Rocca, L’abitare e
il bisogno. Una riflessione
estetica
411 Maurizio Vitta, Il pensiero e
lo spazio. L’estetica e il mondo
delle cose
427 Benedetta Zaccariello,
Eupalinos, o Architettonica
Mania

319 331 377 427


COSTRUIRE
ABITARE
PENSARE
DI MARTIN HEIDEGGER
A CURA DI MARCELLO BARISON

In ciò che segue, noi cerchiamo di pensare intorno all’abitare e


al costruire. Questo pensare intorno al costruire non ha la presun-
zione di reperire idee per l’edificare o di fornire addirittura regole
al costruire. Questo tentativo di pensiero non presenta affatto il co-
struire sulla base dell’architettura e della tecnica, riprende piuttosto
il costruire orientandosi verso quel campo originario al quale appar-
tiene ogni cosa che è.1

* AVVERTENZA: per ragioni di coerenza, i testi richiamati sono sempre stati verificati
sull’edizione originale – da cui vengono citati – e in massima parte ritradotti ex novo.
Viene però sempre fornito il riferimento bibliografico ad una corrispettiva versione italiana
dei medesimi, affinché il lettore possa giudicare da sé l’effettiva incidenza del nostro inter-
vento. Avvertiamo poi che nella presente versione – condotta sul testo dell’edizione criti-
ca, Bauen Wohnen Denken (1951), in HGA VII (Vorträge und Aufsätze (1936-1953)),
pp. 147-164 –, in nota tra parentesi quadre, vengono riportate le Rundbemerkungen
manoscritte che Heidegger ha appuntato a margine della sua copia personale del testo,
‘glosse’ di cui dà notizia soltanto HGA VII. Infine: non trattandosi qui di un’indagine eti-
mologica di carattere scientifico, nel riportare alcune radici abbiamo talvolta semplificato
la grafia eliminando taluni accenti o segni linguistici peculiari.
1. Come noto, a partire dal 1 dicembre 1949 Heidegger tenne presso il Club di Brema, e
lo ripropose il 25 e il 26 marzo del ’50 alla Bühlerhöhe, un ciclo di conferenze intitolato
Einblick in das was ist (cfr. HGA LXXIX (Bremer und Freiburger Vorträge. 1. Einblick in
das was ist. 2. Grundsätzte des Denkens), tr. it. a cura di F. Volpi, Conferenze di Brema e
Friburgo, Milano 2002). La tematica dello ‘sguardo in ciò che è’ viene qui implicitamente
richiamata nel momento in cui si chiede di orientare il pensiero verso quel campo originario
(Lichtung) che rimette il proprio (das Eigene) del costruire all’inaugurale essenza dell’abi-
Martin Heidegger tare. Scrive Heidegger: «Sguardo in ciò che è – questo titolo nomina ora l’evento della
(1889 - 1976) svolta nell’essere, la svolta del rifiuto della sua essenza nel far avvenire la sua salvaguardia
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

12 <rapporto-sostenente (Ver-hältnis)>. Sguardo in ciò che è è l’evento stesso, poiché è come Domandiamo: 1. Che cos’è l’abitare? 13
tale che la verità dell’essere si rapporta e si pone nei confronti dell’essere privo di salva-
guardia. Sguardo in ciò che è – nomina la costellazione nell’essenza dell’essere. Tale co-
2. In che misura il costruire rientra nell’abitare?
stellazione è la dimensione in cui l’essere è essenzialmente in quanto pericolo. In un primo
momento, e quasi fino all’ultimo, è sembrato che ‘sguardo in ciò che è’ significasse soltan-
to uno sguardo che noi uomini, da noi stessi, gettiamo in ciò che è. Ciò che è lo si scambia I
di solito per l’ente, dato che, dell’ente, si asserisce comunque l’‘è’. Ora però tutto si è vol-
tato. Lo sguardo non nomina la visione (Einsicht) che noi abbiamo dell’ente: lo sguardo in
quanto lampo è l’evento della costellazione della svolta nell’essenza dell’essere stesso Noi perveniamo all’abitare solo, così sembra, attraverso il costru-
nell’epoca dell’impianto. Ciò che non è affatto l’ente, dal momento che l’‘esso è’ e l’‘è’ sono ire. Questo, il costruire, ha come scopo quello, l’abitare. Non tutte
attributi all’ente soltanto nella misura in cui esso è chiamato ente in riferimento al suo esse-
re. Nell’‘è’ è espresso l’essere; ciò che è, nel senso che costituisce l’essere dell’ente, è
le costruzioni sono tuttavia anche abitazioni. Ponti e aviorimesse,
l’essere» (ivi, p. 74, tr. it. ivi, p. 105; dall’ultima conferenza del primo ciclo, Die Kehre). Ten- uno stadio e una centrale elettrica sono costruzioni, eppure non abi-
tiamo di ‘riattivare’ le considerazioni testé riprese in seno all’incipit del saggio da noi con- tazioni; la stazione e l’autostrada, la diga e il padiglione del mercato
siderato. Si tratta di un’imprescindibile considerazione ‘metodologica’ preliminare. Rinun- sono costruzioni, ma non abitazioni. Tuttavia le costruzioni appena
ciare a pensare il costruire «sulla base dell’architettura e della tecnica» significa ricusare fin
da subito qualsiasi ipotesi di carattere pragmatico-funzionalista. Al di là del rapporto meta- nominate si trovano nell’ambito del nostro abitare. Esso si estende,
fisico tra mezzo e fine, che potrebbe consegnare la riflessione a due alternative entrambe varcando queste costruzioni, al di là di esse, e non si limita d’altron-
erronee – da un lato intendere il costruire nell’ambito della progettazione come concezione de alle abitazioni. Sull’autostrada l’autotrenista è a casa propria, ma
meramente teorica cui debba poi seguire una qualche forma di applicazione, dall’altro co-
glierne ‘empiristicamente’ l’essenza in re, dedicandosi all’analisi ex post di questa o quella
non ha in quel luogo alcuna possibilità di ricovero; nella filanda la
specifica opera architettonica –, in Bauen Wohnen Denken si tratta invece, per l’appunto, lavoratrice è a casa, e però non riconosce in quella la propria abita-
di lasciare che l’essenza del costruire emerga a partire dall’originario riferimento all’essere zione; l’ingegnere capo si sente a casa nella centrale elettrica, ma
di ‘ciò che è’, cui, in quanto essente, anche il Bauen necessariamente rimanda. L’essenza
del costruire va meditata non tanto in vista del ‘costruito’ – della costruzione, dell’edificio
(Bau, Gebäude) –, quanto piuttosto in rapporto all’essere dell’ente, ossia a ciò che origi-
nariamente concede quell’orizzonte di presenza in cui la stessa enticità del ‘costruito’ pos- zione evidente, appunto l’Einsicht di matrice fenomenologica, di cogliere in chiave noema-
sa accedere a manifestazione e dunque soggiornare. Solo così l’autentico riferimento tico-trascendentale l’essenza di un’‘oggetto’ separato dal prius ‘soggettivo’ che lo coglie.
all’abitare insito nel costruire potrà riaffiorare in tutta la sua pregnanza, qualora cioè esso «[…] Lo sguardo in quanto lampo è l’evento della costellazione della svolta nell’essenza
venga ripristinato a partire dall’inscindibile legame (anche etimologico, cfr. infra) che avvi- dell’essere stesso nell’epoca dell’impianto», ossia, quoad nos: il pensiero che pensa il co-
ma l’abitare all’essere, abbandonando invece quell’abituale, secondario riferimento, che struire in rapporto al suo essere non consiste nella rappresentazione (Vorstellung) di que-
vuole innanzitutto l’abitare vincolato all’imporsi di una costruzione ‘oggettivamente’ deter- sto rapporto da parte di un soggetto trascendentale che ne domini ed orienti la costituzio-
minata. Lo sguardo che ‘posa’ sull’abitare, lo sguardo del pensiero, è in questi termini ne. La possibilità di questo pensiero proviene dall’essere stesso, non da una qualsiasi
sguardo in ciò che è. La domanda sull’essenza del costruire – «In che misura il costruire volontà o attitudine umana. Lo sguardo in ciò che è è sguardo che proviene dalla cosa su
rientra nell’abitare?» – non è altra cosa che la Seinsfrage, domanda sull’essere la quale, cui si domanda, e che nel suo mostrarsi, come un «lampo», come l’incatturabile sfavillio
sottolinea Heidegger nei Beiträge, «[…] ist und bleibt meine Frage und ist meine einzige, della scintilla platonica (cfr. Plat. Epist., VII, 341 d), fende il ‘ci’ dell’esser-ci ed in esso river-
denn sie gilt ja dem Einzigsten», «[…] è e rimane la mia domanda, la mia unica domanda, bera il bagliore della propria verità. La possibilità di questa fenditura, questa Zerklüftung
perché appunto è rivolta a ciò che più di tutto è unico» (HGA LXV (Beiträge zur Philoso- (cfr. HGA LXV, p. 244, tr. it. Contributi alla, cit., § 127, pp. 248-249) che de-cide l’essere
phie (Vom Ereignis)), p. 10, tr. it. a cura di F. Volpi, Contributi alla filosofia (Dall’evento), per l’invio e così la ‘disponibilità’ al ricordo dell’originario, accade con la «[…] svolta nell’es-
Milano 2007, § 4, p. 40). L’estratto dalla conferenza Die Kehre, eletto qui ad indicazione senza dell’essere stesso nell’epoca dell’impianto». Ossia: la possibilità dello sguardo in ciò
preliminare del nostro confronto col saggio heideggeriano in questione, ci invita ad un’ul- che è appartiene ad una svolta determinatasi nell’essere stesso, svolta nel cui epocale
teriore serie di considerazioni. Innanzitutto il ‘metodo’ del procedere heideggeriano. Una compimento accadono et l’estremo dell’impianto (Gestell) et il perturbante della macchina-
genuina inclinazione fenomenologica risuona anche qui patentemente. In apertura a Esse- zione (Machenschaft). Ciò significa, quanto al tema che qui ci ‘induce’ – e nel saggio insi-
re e tempo (HGA II (Sein und Zeit), p. 46, tr. it. a cura di F. Volpi, Essere e tempo, Milano stenti sono i riferimenti all’Heimatlosigkeit della nostra «minacciosa epoca» –, che soltanto
20062, § 7 c, p. 50) l’Autore infatti scrive: «Phänomenologie sagt dann: ἀποφαίνεσθαι τὰ nel momento in cui l’autentico abitare venga messo a rischio dal devastante dilagare
φαινόμενα: Das was sich zeigt, so wie es sich von ihm selbst her zeigt, von ihm selbst her dell’elemento tecnico s’apre un’estrema possibilità di meditazione la quale possa invero
sehen lassen» – «Fenomenologia significa quindi ἀποφαίνεσθαι τὰ φαινόμενα: far vedere da coglierne il fondamento abissale, dunque capovolgerne (um-kehren) l’oblio. Con Hölderlin
se stesso ciò che si mostra, così come esso a partire da se stesso si mostra». Esattamen- «Wo aber Gefahr ist, wächst / das Rettende auch» – «Ma dove è il pericolo / anche ciò che
te in questo modo – «così come esso a partire da se stesso si mostra» – l’abitare fa qui salva cresce» (F. Hölderlin, Le liriche, a cura di E. Mandruzzato, Milano 19992, in Patmos.
questione. Un’ Erörterung del suo ‘concetto’ è dunque possibile soltanto come fenomeno- Dem Landgrafen von Homburg, vv. 3-4, pp. 666-667). Nell’emergenza suprema, quando
logia (cfr. ivi, p. , tr. it. ivi, § 7 c, p. 51) – ciò che allontana però Heidegger dall’impostazione la stessa vacillante sussistenza del mortale è minacciata dalle potenze della tecnica, la
husserliana è un ‘inciso’ tutt’altro che trascurabile: lo sguardo in ciò che pensa l’essenza svolta nell’evento libera per l’esserci un’inaudita ‘evenienza’, quella cioè di poter finalmente
del costruire come abitare «[…] non nomina la visione (Einsicht) che noi abbiamo dell’ente meditare il fondo del proprio abitare sulla terra mentre questa, abbandonata dalla cura dei
[…]». La polemica contro il proprio maestro si fa esplicita: non si tratta, mediante un’intui- divini, patisce il proprio intransitabile crepuscolo.
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

14 non vi abita. Le suddette costruzioni accasano (behausen)2 l’uomo. anche in questo modo il linguaggio ci serve soltanto come un mezzo 15
Egli le occupa (bewohnt) e ciononostante non abita (wohnt) in esse, d’espressione. Tra tutti gli appelli che noi uomini, insieme, partendo
se abitare significa soltanto trovare alloggio al loro interno. Eppure, da noi stessi possiamo arrecare al dire, il linguaggio è il più alto e in
nell’odierna carenza di abitazioni, l’avere un alloggio in questo sen- ogni caso il primo.
so è già affatto confortevole e rassicurante; edifici abitativi offrono Che cosa significa allora costruire? L’antica parola altotedesca
certo asilo, oggi le abitazioni possono essere addirittura ben struttu- per costruire, ‘buan’, significa abitare. Questo suggerisce: perma-
rate, agevoli da amministrare, auspicabilmente economiche, aperte nere, trattenersi (sich aufhalten).3 L’autentico significato del verbo
all’aria, al sole, alla luce, ma: racchiudono forse già di per sé la ga- bauen, ossia abitare, è andato perduto. Una traccia nascosta anco-
ranzia che un abitare accada? Anche le costruzioni che non sono abi- ra si conserva nella parola ‘Nachbar’, ‘il vicino’. Nachbar è il ‘Nach-
tazioni rimangono da parte loro determinate sulla base dell’abitare, gebur’, il ‘Nachgebauer’, colui che abita nelle vicinanze. I verbi buri,
nella misura in cui sono al servizio dell’abitare dell’uomo. Così l’abi- büren, beuren, beuron significano tutti abitare, il luogo dell’abitare.4
tare sarebbe dunque in ogni caso il fine che dirige ogni costruire. Eppure ora l’antica parola buan non ci dice soltanto che bauen, il
Abitare e costruire stanno tra loro nel rapporto tra fine e mezzo. Ma costruire, sia propriamente l’abitare, bensì, allo stesso tempo, ci dà
finché pensiamo esclusivamente in questi termini prendiamo l’abi- un suggerimento su come dobbiamo pensare l’abitare che essa ha
tare e il costruire per due attività distinte, e in questo c’è senz’altro nominato. Abitualmente, quando il discorso riguarda l’abitare, noi
qualcosa di corretto. Tuttavia, contemporaneamente, attraverso lo
schema fine-mezzo ci precludiamo l’accesso ai rapporti essenziali. 3. Il verbo aufhalten nella diatesi riflessiva sich aufhalten si mantiene in un’inestinguibile,
Il costruire, infatti, non è soltanto mezzo e via in vista dell’abitare, lievissima oscillazione del suo significato: vuol dire innanzitutto an einem Ort sein, stare
il costruire è in se stesso già un abitare. Chi ci dice questo? Chi ci dà soggiornare in un luogo occupandolo (seinen Aufenthalt nehmen); poi però anche ver-
weilen, indugiare, soffermarsi in esso (abitarlo, come nel latino morari, dimorare rimanere
in generale una misura con la quale misurare interamente l’essenza attardarsi): dunque trattenervisi. Questa seconda ‘inclinazione’ si manifesta in tutta la sua
dell’abitare e del costruire? Le parole circa l’essenza di una cosa ci pregnanza se la si ricollega alla diatesi attiva. Come il latino retinere sustinere detinere,
pervengono dal linguaggio, posto che noi facciamo attenzione alla esso significa infatti anche trattenere nel senso dell’arrestare, fermare, impedire. Nel tra-
durre, per rendere – insieme – e il senso di un soggiornare nei termini dell’occupare una
sua propria essenza. Frattanto, tuttavia, imperversano disfrenati ed dimora, e il paradigma di uno stare che permane nella presenza, vi indugia e in essa
esperti un discorrere, uno scrivere ed un trasmettere messaggi ine- si mantiene, abbiamo optato per uno ‘scioglimento discorsivo’ del concetto, risolto in
renti a ciò che tutt’intorno al globo terrestre viene detto. L’uomo si genere con l’espressione trattenersi soggiornando. Il richiamo al latino morari, appunto
atteggia come se egli fosse artefice e maestro del linguaggio, mentre dimorare, palesa come anche in questo caso Heidegger metta in gioco un effervescente
contrappunto costellato di parole affatto prossime al Wohnen eppure al contempo mai
invero è esso a rimanere signore dell’uomo. Probabilmente, prima di del tutto sovrapponibili né ad esso né tra loro. Un possibile ‘lessico dell’abitare’ – varian-
ogni altra cosa, è il rovesciamento di questo rapporto di dominio ope- do l’intera ‘intensione’ delle sue mediazioni e delle sue modulazioni – viene dunque qui
rato dall’uomo ciò che conduce la sua essenza nello spaesamento sondato un tutta la sua ampiezza. Si presti infine attenzione a come auf-halten, composto
del prefisso auf- e del verbo halten, rimandi etimologicamente al gotico haldan, che tra i
(in das Unheimische). Il fatto che noi ci manteniamo vincolati alla pre- suoi significati fondamentali annovera anche hüten (preservare, custodire, salvaguardare,
cisione del linguaggio è un bene, ma non aiuta fintantoché, ancora, cfr. infra), specificamente nel senso di Vieh hüten, weiden (custodire il bestiame, pasco-
lare). L’abitare è dunque un soggiornare che trattenenndosi custodisce, salvaguardia, ha
cura delle cose presso le quali prende dimora.
2. Rendiamo behausen con accasare – forzando il significato corrente del termine: far spo- 4. Nachbar (il vicino, colui che abita vicino) deriva dalle forme nachgebure, nachgebur,
sare – affinché anche nella traduzione italiana riecheggi il sostantivo casa (Haus), come riconducibili inizialmente all’alto tedesco antico nahgibur (dal quale anche l’inglese neigh-
appunto nel tedesco be-hausen. Questo significa infatti recipere in domum, dove nel bour), da cui poi l’alto tedesco medio nachbure, nachbur. Come si evince senza difficoltà
latino recipio risuona sia il ritirasi, il ripararsi (me recipio), che il ricevere, l’accogliere. Nel dall’antico sassone nahbur, nach sta per nah (nahe, bei, neben, zu – vicino, presso,
behausen è quindi già ‘impegnato’ l’intero spettro semantico su cui farà leva il prosieguo accanto, a), bur significa invece Haus Kammer Hütte (casa, piccola camera, ripostiglio
del discorso heideggeriano, che consiste essenzialmente nel conferimento all’abitare di un – latino: cubiculum, cella –, capanna; inglese: bower), legato all’alto tedesco antico buri,
doppio ‘carattere’: asilo spaziale, limite entro il quale l’essente si reca per esservi accolto ossia Behausung, dimora. A ragione, dunque, Heidegger sostiene che nel Nachbar parla
da un lato, e luogo di protezione, ricovero custodia tutela dove il proprio (das Eigene) si ri- originariamente «il luogo dell’abitare». Anche bur proviene infatti dalla radice indoeuropea
tira (Enteignis) dall’altro. (Nel Deutsches Wörterbuch di Jakob e Wilhelm Grimm, il lemma bhu-, la quale, come vedremo, accomuna una porzione estremamente significativa del
è poi associato a due ulteriori ‘slittamenti’ per noi quantomai ‘produttivi’: sia domum occu- lessico maturato dal filosofo in queste pagine; per un’analisi della stessa, nonché per la
pare, das Haus einnehmen, che precisamente habitare – häuslich woh-nen – intransitivo; messa in risalto del significato che tale ‘sistema di derivazioni’ implica quanto al rapporto
quest’ultima occorrenza ci immette senza mediazione nell’‘oggetto’ in questione). essere-abitare, rimandiamo il lettore a nota 5.
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

16 ci rappresentiamo un comportamento che l’uomo attua accanto a bin’, ‘du bist’), suggerendo: io abito, tu abiti (ich wohne, du wohnst). Il 17
molte altre modalità comportamentali. Lavoriamo qui e abitiamo lì. modo in cui tu sei e io sono, la maniera secondo la quale noi uomini
Ma non abitiamo soltanto, il che sarebbe ai limiti dell’inoperosità, siamo sulla terra, è il Buan, l’ abitare. Essere uomo significa essere
esercitiamo una professione, facciamo affari, viaggiamo e, in viag- sulla terra in quanto mortale, che significa: abitare. L’antica paro-
gio, abitiamo ora qui ora lì. Costruire (bauen) significa originaria- la bauen dice come l’uomo sia nella misura in cui egli abita; questa
mente abitare. Dove la parola bauen parla ancora originariamente, parola, bauen, significa però anche, allo stesso tempo: custodire e
essa dice immediatamente fin dove l’essenza dell’abitare si estende. aver cura (hegen und pflegen)6, ossia coltivare il campo, coltivare la
Bauen, buan, bhu, beo sono infatti la nostra parola ‘bin’, ‘io sono’, nel- vite. Un tale costruire (bauen, il coltivare), infatti, salvaguardia sola-
le coniugazioni: ich bin, du bist (io sono, tu sei), la forma imperativa mente la crescita che da se stessa matura i suoi frutti. Il costruire nel
bis, sii.5 Che cosa significa allora io sono (ich bin)? L’antica parola senso del custodire e dell’aver cura non è un produrre (Herstellen).7
bauen, alla quale il ‘bin’ appartiene, risponde: ‘io sono’, ‘tu sei’ (‘ich
6. Ambedue i termini ritorneranno a più riprese nel corso del saggio (per un’interpretazio-
5. Bauen (nel linguaggio orinario semplicemente costruire), ha origine dall’alto tedesco ne filosofica complessiva di queste ricorrenze, anche in relazione allo sviluppo antiuma-
medio buwen, alto tedesco antico buan, gotico bauan, il quale – e ciò, ce ne fosse bi- nistico della Fürsorge che in esse a nostro parere si cela, cfr. nota 15). Analizziamo ora
sogno (!), conferma l’impostazione heideggeriana – viene affiancato al greco οἰκέω (sia brevemente il loro significato.
abitare che costruire) ed ἐνοικέω (latino inhabito: inabitare, dimorare). Tra i suoi significati Hegen: ha come sinonimi sia lo stesso pflegen (cfr. infra) che bewahren (proteggere,
bauan (buan) contempla infatti wohnen bewohnen bebauen pflanzen (abitare, abitare difendere, preservare, conservare, serbare, mantenere). Deriva dall’alto tedesco antico
occupando, coltivare costruire edificare, piantare): la feconda ambiguità del termine, non heg(g)an (latino sepire), ossia: mit einem Hag umgeben, umzäunen (dove l’antico Hag
ancora deciso inequivocamente in chiave moderna come risiedere o alloggiare, salta di corrisponde al latino caulae, cavità aperture, ma anche recinto), che significa circondare,
necessità immediatamente agli occhi. Nel Deutsches Wörterbuch di Jakob e Wilhelm recintare con una recinzione. Tale significato risuona ancora ad esempio nell’espressione
Grimm, viene poi ribadita la comune origine di essere e costuire (ossia: abitare) su cui der Kampfplatz wird gehegt, abgegrenzt und eingefriedigt (il campo di battaglia viene
fa leva il discorso heideggiano: bauen dev’essere connesso all’anglosassone beon (che recintato, circoscritto, recinto). Ricorrendo al verbo hegen (e, analogamente, lo vedremo
corrisponde al latino esse, essere), di qui a beo (latino ero: sarò), ed infine a bin (sono). poi – cfr. nota 9 –, al sostativo Frieden), Heidegger asseconda un intento teoretico ben
Ich bin (alto tedesco antico pim) significa originariamente ich habe gebaut, nel senso preciso, quello cioè, da un lato di meditare il luogo dell’abitare come ‘campo’ che tuteli e
arcaico di ich wohne, maneo, existo (abito, persisto permango rimango, esisto sussisto). raccolga l’in-sorgenza del senso originario, luogo dunque affatto ‘meritevole’ della cura
Secondo i Grimm, infatti – e, nonostante il linguaggio da loro impiegato risulti filosofica- del pensiero che l’approssima, dall’altro di fondarne l’integrità, accordandogli il ‘giusto’
mente quantomeno discutibile, lato sensu ci pare osservazione assolutamente rilevante confine, immedesimandolo quindi nel proprio limite e preservandolo così dalla ‘volontà
–, «l’astrazione dell’essere deriva da una rappresentazione sensibile dell’abitare». «Non di imporsi’ tracimando ‘provocatoriamente’ al di là di esso. Preservazione e finitudine,
rimane alcun dubbio» – concludono infatti – «circa l’intima parentela tra bauen e sein». salvaguardia e misura, si coappartegono nella Hege come Hag, recinzione che cura e dà
Riferimento imprescindibile a tal riguardo è la radice indoeuropea -bhu. Provengono da tutela; a partire da essa soltanto, l’essenza iniziale dello hegen inquieta e ridesta il nostro
questa sia il sanscrito bhu (essere), nonché bhavana (domus) e bhavitu (futurus, esse prestarle ascolto.
debens), e ancora bhumi (terra) e bhuti (Dasein) – anche in questo caso il nesso essere- Pflegen: il plesso semantico ‘mobilitato’ è lo stesso di hegen, hüten, schonen (cfr. infra).
abitare trova fondo nel dire concreto della lingua –, sia i termini latini fui, fuisse, fore, Etwas zum Gegenstand der Pflege machen, rendere qualcosa oggetto di cure significa
futurus, ad implicare, di nuovo, un inscindibile rimando all’esse. Ancor più rilevanti, forse, infatti sich fürsorgend womit befassen damit es wolstehe und gedeihe, etwas in Au-
le derivazioni greche dalla suddetta radice indoeuropea -bhu: φύω (produrre, generare, fsicht, in Obhut haben oder nehmen, behüten, hegen – avendone cura occuparsene
far nascere, procreare, dare alla luce, germogliare; latino fio: nascere, sorgere, prodursi, in modo tale che esso provi benessere e prosperi al meglio, esercitare sorveglianza
farsi, formarsi, crescere, accadere, avvenire), φῦμα (Gewächs, escrescenza) e, soprat- su qualcosa, prenderlo in custodia, tutelarlo, proteggerlo. Da notare come nell’antico
tutto, φύσι̋ (parola pressoché intraducibile, approssimabile forse soltanto a Lichtung, sassone plëgan l’‘intonazione’ etica del termine si faccia ancor più esplicita: come veran-
‘diradante concedere che celando emerge alla presenza’, per la cui comprensione ri- twortlich sein, einstehen für, l’antica forma di pflegen vale appunto per essere responsa-
mandiamo al fondamentale HGA IX, pp. 239-301, tr. it. Sull’essenza e sul concetto della bile, garantire per qualcosa (già pflegen di per sé, peraltro, viene associato inizialmente
φύσι̋. Aristotele, Fisica, B, 1, in Segnavia, cit., pp. 193-255). Senza poter in questa sede a verbinden im Sinne von verpflichten, latino obligare, ad accentuare un deciso risvolto
inoltrare ulteriormente nella ‘cosa’ che il linguaggio ci porge ‘in questione’ – soltanto uno morale dell’agire che connota: essere vincolati, impegnati, obbligati ad una determinata
studio a sé stante potrebbe sondarne appieno la ‘risorsa’ –, ci limitiamo ad alcune ‘note’ condotta). Torneremo in un secondo momento più approfonditamente su questo punto,
conclusive. Nel dire originario (Sage) che affida al pensiero rammemorante il suo ricordo ad ora, in via preliminare, ci pare comunque rilevante porre l’accento sulla ‘torsione’ cui
(Andenken), essere ed abitare dicono un medesimo. Il linguaggio rimette poi questo me- stiamo assistendo: verbi fortemente connotati in chiave etica, inerenti alla costellazione
desimo all’‘istanza’ primordiale della φύσι̋, al rischiarante diradare di Lichtung. Nella ‘ra- della Fürsorge, al recupero di una prassi autenticamente ‘umana’ nella cura dell’‘altro’,
dura’ come contrada (Gegend), come Ort inaugurale che concede e dispone (ein-räumt) vengono qui ‘neutralizzati’ dacché trasferiti all’ambito manifestamente desoggettivato del-
il soggiorno della cosa nella Quadratura, è detto il con-venire, il reciproco ‘convenirsi’ di la tutela del soggiorno della cosa. Su questo sarebbe quantomai opportuno meditare.
essere ed abitare, la cui inaudità integrità ha salvaguardia nella veglia di un pensare che, 7. Herstellen significa in tedesco fabbricare, produrre. Come composto di her- e stellen,
profondandovisi, da sempre ‘sconta’ la sua unica domanda. indica il movimento di un porre (appunto stellen) che estrae il prodotto di un fare dall’at-
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18 Viceversa, una costruzione navale e una struttura templare produ- 1. Costruire (Bauen) è autentico abitare. 19
cono in un certo senso la loro stessa opera. Il costruire è qui, a dif- 2. L’abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra.
ferenza dell’aver cura, un erigere. Entrambi i modi del costruire – 3. Il Bauen come abitare si dispiega nel Bauen che coltiva
costruire come aver cura, in latino colere, cultura, e costruire come e ha quindi cura di ciò che cresce – nel Bauen che erige
l’erezione di costruzioni, aedificare –, sono compresi nell’autentico costruzioni.
costruire, l’abitare. Ora però il costruire come abitare, vale a dire
essere sulla terra, rimane per l’esperienza quotidiana dell’uomo ciò Se riflettiamo su questi tre aspetti, allora un cenno ci è dato, e ci sov-
che fin da principio – come il linguaggio pregevolmente indica – vie- viene ciò che segue: che cosa sia il costruire costruzioni nella sua es-
ne detto l’‘abituale’. Pertanto esso passa in secondo piano rispetto senza, non potremmo mai domandarlo adeguatamente, e tanto meno
alle molteplici modalità in cui l’abitare si attua, rispetto alle attività possiamo deciderlo in modo appropriato fintantoché non meditia-
dell’aver cura e dell’erigere edifici. Tali attività prendono in seguito mo sul fatto che ogni costruire è in sé un abitare. Noi non abitiamo
il nome di costruire (bauen) e rivendicano dunque la questione del perché abbiamo costruito, bensì costruiamo e abbiamo costruito in-
costruire soltanto per se stesse. L’autentico senso del costruire, cioè tanto che abitiamo, ossia in quanto coloro che abitano sono. Ma allora
l’abitare, cade nella dimenticanza. in che cosa consiste l’essenza dell’abitare? Poniamoci nuovamente
Dapprincipio sembra che un tale evento sia soltanto un processo in ascolto della parola della lingua: l’antico sassone ‘wunon’, il gotico
interno ai mutamenti di significato che interessano le parole in quan- ‘wunian’ significano, come altrettanto l’antica parola bauen, rimane-
to tali. In verità in ciò si nasconde tuttavia qualcosa di decisivo, ossia: re, trattenersi. Ma il gotico ‘wunian’ dice ancor più chiaramente come
l’abitare non viene esperito come l’essere dell’uomo; l’abitare non questo rimanere venga esperito.8 Wunian significa: essere appagato,
viene affatto pensato come il tratto fondamentale dell’esser-uomo. pacificato nella quiete (zum Frieden gebracht)9, permanere in essa.
Che il linguaggio in un certo senso ritiri l’autentico significa-
to della parola bauen, l’abitare, testimonia però dell’originarietà di
questi significati – e questo poiché quanto alle parole essenziali di 8. Wohnen – antico sassone wonon, wunon, anglosassone wunian – significa origina-
riamente bleiben, ausharren (rimanere, perseverare), in latino manere, morari (restare
una lingua, il loro più autentico dettato cade facilmente nella di- fermarsi soggiornare persistere durare permanere dimorare). Significa però anche essere
menticanza a favore di ciò che in esse viene comunemente inteso. (cfr. nota 5): ciò che ristà, che permane, si afferma così come essente. Wunian vuol dire
Il segreto di questo processo, l’uomo non l’ha che appena pensato. inoltre zufrieden sein, sich an einer Stelle wohl befinden (essere pacificato, sentirsi a
Il linguaggio sottrae all’uomo il suo semplice ed eminente parlare. proprio agio in un posto), e proprio su quest’ultima ‘possibilità’ inscritta nella memoria
della parola fa leva Heidegger quando afferma «Wunian significa: essere appagato, paci-
Così, però, il suo dire inaugurale non ammutolisce definitivamente, ficato nella quiete (zum Frieden gebracht)».
si fa soltanto silente. Certamente l’uomo trascura di fare attenzione 9. Il sostantivo Frieden significa in tedesco sia pace (Eintracht, concordia) che quiete, nel
a questo silenzio. senso di Ruhe (ma anche Sicherheit, Schutz, sicurezza, protezione). La forma più antica,
Friede, viene infatti associata sia al latino pax (greco εἰρήνη) che a otium tranquillitas
Se però ci poniamo in ascolto di ciò che il linguaggio dice nella tutela; in quest’ultima risuona appunto cura protezione custodia difesa salvaguardia pre-
parola bauen, allora apprendiamo tre cose: servazione riparo, tutte parole destinate a ritornare nel corso del saggio, intorno alle quali
prolifera la ‘variazione lessicale’ heideggeriana. Affinché nella resa italiana venga man-
tenuta la feconda polisemia del termine, siamo ricorsi anche in questo caso ad una ‘tra-
sposizione discorsiva’ dello stesso, come ad esempio nell’espressione «pacificato nella
tività che lo costituisce e lo colloca, lo mette-a-posto assegnandogli un qui determinato. quiete». Heidegger riconduce poi Friede a das Freie (condividono infatti la stessa radice
Il prodotto di una Her-stellung è dunque necessariamente zuhanden, a disposizione per germanica fri-, derivante a sua volta dall’indoeuropeo pri-), ad indicare l’apertum (ins Freie
l’uso, a portata di mano, lì davanti (quanto alla Zuhandenheit cfr. HGA II, pp. 90-120, tr. gehen, prodire in apertum), il patens (manifesto e dunque percorribile senza ostacoli), ciò
it. Essere e, cit., §§ 15-18, pp. 89-114). È di primaria importanza notare come Heidegger, che noi rendiamo però con libero-aperto in quanto a sua volta rimesso all’aggettivo frei
riferendosi alla produzione – e, lo vedremo, intendendo quest’ultima come il contrappunto (liber: dem Stande nach ist frei wer bleiben kann wo, gehen wohin er will, ἐλεύθερο̋).
fondamentale all’interpretazione tecnica dell’ente – non ricorra mai al termine Produktion, Recinto nel ‘libero-aperto’ l’essente viene salvaguardato e preservato. Heidegger rimette
bensì impieghi sempre (generalmente sostantivando forme verbali) das Herstellen op- così implicitamente il verbo freien a frieden: pacare (placare, pacificare, rendere tranquil-
pure (cfr. infra) das Hervorbringen. Il motivo di questa scelta è palese: nello Her-stellen lo) ma anche tueri, ossia: proteggere difendere custodire sorvegliare salvaguardare, ad
(così come nello Hervor-bringen) il pro-durre come estrinsecazione poietica di un pro- esempio frieden nel senso di Sachen, Zustände in Schutz und Schirm nehmen, beruhi-
dotto riesce immediatamente evidente, cosa che non accade con la Produktion, salvo gen (offrire protezione a cose, stati di cose, acquietarli). Si comprende così il successivo
intenderla alla luce dell’etimo latino. slittamento nello schonen. In tedesco il termine vuol dire innanzitutto risparmiare: einen
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20 La parola Friede intenziona il Freie, Frye, il libero-aperto, e fry significa proteggiamo qualcosa riportandolo propriamente alla sua essenza10, 21
preservato da mali e minacce, preservato-da…, ossia salvaguardato tutto ciò conformemente alla parola freien: einfrieden, recingere cu-
(geschont). Freien significa autenticamente aver cura, salvaguardare stodendo. Abitare, essere pacificati nella quiete, significa: rimanere
(schonen). Lo stesso salvaguardare (Schonen) non consiste soltanto entro la protezione di ciò che recinge (Frye), ossia nel libero-aperto
nel non fare nulla su ciò che viene salvaguardato. L’autentico salva- (Freie) che nella sua essenza ogni cosa salvaguardia. Il tratto fonda-
guardare è alcunché di positivo e che quindi accade; accade quando mentale dell’abitare è questo salvaguardante aver cura (Schonen). Esso
noi rimettiamo preventivamente qualcosa alla sua essenza, quando pervade l’abitare in tutta la sua ampiezza. Questa ci fa mostra di sé
non appena pensiamo che nell’abitare ha radice l’essere dell’uomo,
nel senso del soggiornare dei mortali sulla terra.
Feind, jedes Leben schonen (risparmiare un nemico, la vita di qualcuno). Significa poi Ma ‘sulla terra’ significa già ‘sotto il cielo’. Entrambi significano
anche rücksichtsvoll behandeln, trattare qualcosa con rispetto, averne cura: ad esempio insieme un ‘rimanere innanzi ai divini’ e sanciscono un ‘reciproco
ich mag Menschenleben schonen (la vita degli uomini mi è cara, desidero averne cura, appartenersi nella compagine degli uomini’. A partire da un’origi-
dove mögen vale come diligere). Ciò che inabita il ‘campo’ dell’apertum (das Freie) è an-
che da esso salvaguardato (geschont) – internamente al limite che l’aperto gli conferisce naria unità i Quattro – terra e cielo, i divini e i mortali – si coappar-
l’essente indugia nel libero ‘accordo’ (δίκη) del proprio soggiornare (cfr. HGA V (Holzwe- tengono in uno.
ge), pp. 354-357, tr. it. Il detto di Anassimandro (Der Spruch des Anaximander), in Sen- La terra è colei che sorregge prestando servizio, la florida che dà
tieri interrotti, a cura di P. Chiodi, Firenze 19973, pp. 330-333). Per quanto concerne il
concetto di aperto qui evocato si veda innanzitutto la tematizzazione dell’Erschlossenheit
frutto, dispiegata nella roccia e nell’acque, che germina piante ed
almeno a partire da Sein und Zeit (HGA II, pp. 174-186, pp. 244-253, pp. 282-305, pp. animali. Se diciamo terra, allora pensiamo già congiuntamente agli
444-463, tr. it. Essere e, cit., §§ 28-29, § 40, § 44, § 68, pp. 163-173, pp. 225-233, pp. altri tre, ma non consideriamo l’implicatio (Einfalt)11 dei Quattro.
258-277, pp. 397-414), poi, fondamentale quanto all’‘arrischiato abitare’ dei mortali che
qui ‘questiona’, il confronto con Rilke sul tema. Già nel capolavoro del ’27, infatti, viene
detto a chiare lettere «Das Dasein ist seine Erschlossenheit» – «L’esserci è la sua aper- 10. [III edizione 1967: Il proprio (l’evento che appropria)].
tura» (ivi, p. 177, tr. it. ivi, § 28, p. 165). Anche il legame tra apertura e verità è in nuce già 11. Che cosa significa il sostantivo Einfalt? Nel tedesco moderno il termine ha assunto il
dischiuso («[…] daher wird erst mit der Erschlossenheit des Daseins das ursprünglichste significato traslato di dabbenaggine stoltezza ingenuità (ma anche innocenza, candore,
Phänomen der Wahrheit erreicht» – «[…] perciò il fenomeno più originario della verità ‘semplicità’). Originariamente vale però come simplicitas, da simplex, ἁπλόο̋, nel senso
viene raggiunto soltanto con l’apertura dell’esserci» (ivi, p. 292, tr. it. ivi, § 44 b, p. 267)); da un lato di ‘semplice’: schietto franco sincero genuino leale, dall’altro – in chiave forma-
in una nota manoscritta al passo da noi riportato dal § 28 – «Das Dasein ist seine Ersch- le – di non complesso, non misto, puro, di una sola parte, di un solo membro, elementa-
lossenheit» – Heidegger commenta «Ἀλήθεια – Offenheit – Lichtung, Licht, Leuchten» re, singolo, unico. A una tale gamma di significati è da ricondurre infatti l’aggettivo einfäl-
– «Ἀλήθεια – apertura – radura, luce, illuminare». Ciò significa appunto che un’originaria tig. Ein-falt, ein-fältig, sim-plex, sim-plicitas, ἁ-πλόο̋, aggiungeremo – vedremo poi perché
possibilità, la quale accade nel ‘ci’ dell’esserci come apertura, fonda il disvelarsi in que- – συμ-πλοκή (in greco com-plicazione, intreccio, tessitura, combinazione, connessione):
sto della verità come ἀ-λήθεια. Ed esattamente il misconoscimento di quest’inaugurale tutte queste parole rimandano ad una comune radice indoeuropea. Proviamoci dunque
coappartenenza di Da-sein e Wahrheit nel ‘Da’ inteso come apertum è ciò che Heideg- ad intendere innanzitutto linguisticamente le loro relazioni (derivazioni e slittamenti), in
ger imputa a Rilke. Poiché «[…] la poesia di Rilke rimane all’ombra di una metafisica modo tale da poter poi ‘raggiungere’ quanto nell’Einfalt viene pensato. Ein-fältig, sim-
nietzscheana addolcita […]» (HGA V, p. 286, tr. it. Perché i poeti? (Wozu Dichter?), in plex, ἁ-πλόο̋ (dunque συμ-πλοκή) sono tutte parole composte. Analizziamole singolar-
Sentieri interrotti, cit., p. 264), poiché dunque il poeta condivide col filosofo della volontà mente, partendo dal greco, la lingua più antica. Sia -πλόο̋ che -πλοκή sono riconducibili
di potenza il medesimo luogo essenziale nel dispiegarsi dell’ontoteologia occidentale – in alla radice indoeuropea pel- (ricorrente anche in forme derivate, con l’aggiunta di suffissi,
entrambi Heidegger intravvede infatti il mancato superamento di un presupposto de facto come plek- e pel-to-; è da notare poi come essa potesse comparire in vari gradi vocalici,
biologico-naturalistico – «ciò a cui Rilke vuol alludere con tale termine <l’aperto (das ad esempio nella forma polt-). Da plek- deriva sia il verbo πλέκω (intrecciare attorcigliare
Offene)> non viene per nulla determinato mediante l’apertura nel senso della disvelatezza tramare ordire complicare congiungere comporre) che πλέκο̋ (cosa intrecciata, canestro)
dell’ente, apertura che lascia esser-presente (anwesen) l’ente come tale. Se si volesse – e ancora: πλεκτό̋, attorcigliato connesso congiunto, πλέγμα, intreccio ghirlanda treccia
chiarire ciò che Rilke intende per aperto nei termini della disvelatezza e del disvelato, si rete, πλόκο̋, treccia ricciolo corda corona ghirlanda. Da plek- proviene poi la stessa
dovrebbe dire: ciò che Rilke esperisce come aperto è proprio il chiuso, il non illuminato, πλοκή: intrecciamento, tessitura, tessuto, connessione, struttura intima, complicazione,
ciò che procede nel non-limitato, tanto che né qualcosa di disabituale, né, in generale, intreccio; il significato, come si vede, è pressoché sovrapponibile a quello di συμ-πλοκή,
qualcosa può farglisi incontro» (ivi, p. 284, tr. it. ivi, p. 262; in almeno altri due luoghi del che cosa aggiunge dunque il prefisso συμ-? Esso deriva da una radice indoeoropea rico-
suo cammino di pensiero Heidegger riproporrà immutata questa critica all’impostazione struita come sem-, e significante uno, assieme, nel senso di come un tutt’uno (in sanscri-
rilkiana, muovendo però da un’Auseinandersetzung con Hölderlin, e dimostrando, quanto to sa-, da cui appunto sam, san, insieme, una volta, che dà il senso di unità, cioè di cosa
al tema dell’aperto, di ‘inclinare’ vistosamente verso quest’ultimo – cfr. HGA IV (Erläute- che avviene una sola volta: sa-krit, latino sem-el, ma anche sim-ul, che accade insieme,
rungen zu Hölderlins Dichtung), pp. 120-121, tr. it. a cura di L. Amoroso, Milano 20013, contemporaneamente). Συμ-πλοκή indica quindi ciò che è piegato-insieme, che viene ri-
p. 144, e HGA LIII (Hölderlins Hymne Der Ister), pp. 113-114, tr. it. di C. Sandrin e U. M. piegato su di sé in modo tale da essere un tutt’uno; συμ-πλοκή è dunque connessione
Ugazio, L’inno Der Ister di Hölderlin, Milano 2003, § 15 b, pp. 83-84 e p. 111). che unisce, che cum-plica, che piega-insieme conferendo unità ad un ‘molteplice’. Sim-
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22 plicitas, e dunque sim-plex, provengono immediatamente dal loro ‘precedente’ greco – die Entfaltung der Zwiefalt im Sinne der Entbergung» – «[…] Τὸ αὐτό, il medesimo, vige 23
plico e plecto, palesemente, riprendono il greco πλέκω. Ma perché sim-plex è ἁ-πλόο̋ e infatti come il dispiegarsi del dispiego nel senso del disvelamento» (HGA VII, p. 254, tr.
non ‘συμ-πλόο̋’, vocabolo peraltro inesistente? Perché apparentemente il ‘semplice’ è il it. Moira (Parmenide, VIII, 34-41), in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Milano 1976,
‘non-piegato’ e non il ‘cum-plicato’, ciò che è ‘complicato’? Invero le due ‘operazioni’, del IV, p. 170). Il filosofo nomina qui la Zwie-falt, il dis-piego (Zwie- come Zwei, duo, due) –
cum-plicare e del negare ogni piega possono convergere in accordo. Se estremizzate, ciò che in greco suonerebbe forse δι-πλόο̋ (duplice doppio ripiegato): ritorna la radice
infatti, vengono a coincidere: la συμπλοκή è simplicitas poiché il ripiegarsi su se stesso falt- da noi appena discussa. Τὸ αὐτό, il medesimo, è il «[…] semplice dell’ente e dell’es-
della differenza è talmente stringente, talmente coeso da pervenire ad intima, coerente sere […]», il semplice di essere e pensiero a partire dal quale soltanto si dà dis-piego,
unità. Συμπλοκή è ‘trama’ tanto densa da ‘meritare’ la raccolta integrità del simplex, l’‘in- differenza. Τὸ αὐτό, il medesimo è das Einfältige der Zwiefalt, l’unico in sé semplice del
sé-connesso’, ciò che è radicalmente uno. Nella συμπλοκή come simplicitas il differire di reciproco coappartenersi di essere e pensiero dispiegantesi l’uno nell’altro. Τὸ αὐτό, il
ciò che è ‘complesso’ rifulge nell’aura del ‘semplice’. Sosteniamo pertanto nella συμπλοκή medesimo, das Einfältige der Zwiefalt, è originariamente συμπλοκή. Nell’Einfalt heidegge-
si compia la piena essenza del λόγο̋ inteso come λέγειν, ciò-che-raccoglie, che riassegna riana è portata a compimento l’essenza della συμπλοκή aristotelica, la quale deve a sua
la differenza al «[…] semplice dell’ente e dell’essere […]» («Da-sein gehört zum Seyn volta la sua possibilità al medesimo annunciato da Parmenide, dove essere e pensare si
selber als dem Einfachen von Seiendem und Sein […]» – HGA IX (Wegmarken), p. 159, coappartengono. Non è questo il luogo adatto per spingerci tanto oltre, ma l’accadere
tr. it. Dell’essenza del fondamento (Vom Wesen des Grundes), in Segnavia, a cura di F. della Zwiefalt nel medesimo, così come il coappartenersi dei Quattro nella ‘semplicità’
Volpi, Milano 20024, p. 115 – cfr. poi, quanto all’interpretazione heideggeriana del λόγο̋ (Einfalt) del Geviert, sta ad indicare quel radicale ripensamento della ‘differenza ontologi-
le illuminanti pagine in HGA LV (Heraklit. 1. Der Anfang des abendländischen Denkens; ca’ messo in atto da Heidegger nella ‘seconda parte’ del suo cammino di pensiero. Così
2. Logik. Heraklits Lehre vom Lógos), pp. 261-295, tr. it. di F. Camera, Eraclito. 1. L’inizio egli si esprime in proposito nei Beiträge: «In altre parole, questa distinzione diviene imme-
del pensiero occidentale; 2. Logica. La dottrina eraclitea del lógos, Milano 1993, II, § 5, diatamente la vera e propria barriera che arresta l’interrogare che pone la domanda
pp. 172-193). Veniamo dunque finalmente a Ein-falt, das Ein-fältige. Composto del pre- sull’Essere (Seynsfrage), nella misura in cui si tenta, presupponendo la differenza, di
fisso ein- e della radice falt- il termine è calco esatto di συμ-πλοκή e sim-plicitas, ammes- chiedere, superandola, della sua unità. Una tale unità potrà rimanere sempre e soltanto un
so di elevare entrambi all’autentico significato filosofico da noi testé guadagnato. Die riverbero della differenza, senza mai condurre in quell’origine a partire dalla quale essa
Falte è in tedesco la piega, falten significa per l’appunto piegare. Il prefisso ein- – e ein in differenza può essere scorta come non più originaria. / Sicché non si tratta di oltrepassa-
tedesco è altresì l’articolo indeterminativo un nonché il numero uno – indica un ‘movimen- re l’ente (trascendenza), bensì di saltare al di là della differenza – così al di là della tra-
to’ che si compie unificando un’azione orientandola verso l’interno (ein-treten, ad esem- scendenza – e domandare in modo iniziale a partire dall’Essere (Seyn) e dalla verità»
pio, vale come entrare nel senso dell’introdursi, magari in ein Zimmer o in eine Partei, in (HGA LXV, pp. 250-251, tr. it. Contributi alla, cit., § 132, p. 254). Questo deve metterci
una stanza o in un partito; allo stesso modo ein-dringen è penetrare all’interno, ecc.), affatto in guardia, distogliendoci dall’intendere l’Einfalt del medesimo come unità asse-
sicché Ein-falt indica originariamente ciò che, ripiegato verso l’interno, perviene così ad condando un consolidarsi ontoteologico del suo concetto. Non si tratta di im-porre
unificazione. Nel tedesco moderno Einfalt significa però semplicità nel senso di ingenui- un’unità soggettivamente fondata e rappresentata che possa garantire la permanenza
tà, ‘semplicità d’animo’; anche einfältig vale infatti come semplice candido ingenuo. In come carattere metafisico fondamentale dell’ente manipolabile. L’Einfalt del Geviert come
che senso, dunque, Heidegger impiega questa parola? Egli riattiva in Ein-falt la sua pro- συμπλοκή dice del medesimo come di ciò che in se stesso riposa mantenendosi nella
venienza etimologica dalla sim-plicitas latina e, soprattutto, dalla συμ-πλοκή greca. Come propria unicità come reciproco fondamento di essere e pensare. Si tratta di un’‘unità’ che,
unione del prefisso ein- e della radice falt- il termine indica infatti l’‘in sé connesso’, ciò se vogliamo, è evento anche della propria ‘differenza’. È l’aurorale integrità della radura
che, piegato in sé stesso, s’accasa nella semplicità dell’unico; nell’Einfalt viene pensata come φύσι̋ (dunque pensata in base all’essenza dell’ἀλήθεια), l’abissale unicità del fonda-
la differenza a partire dalla radura (Lichtung, Wesung) dell’ἀλήθεια, muovendo quindi mento, non certo l’unità intesa come ‘orizzonte trascendentale dell’autoscoscienza’, come
dall’unicità del luogo che custodisce l’evento inaugurale del dischiudersi della verità. (L’al- νόμο̋ metafisico dell’enticità. Commentando una lettera di Leibniz a de Volder del 20
to tedesco antico, peraltro, deriva la forma flëh-tan, da cui fahl-tan, indi falten e Falte, giugno 1703 Heidegger scrive – è un passo per noi particolarmente rilevante in relazione
esattamente dalla radice indoeuropea pel-to- (cfr. supra), sicché falten rivela la medesima alla radice falt-, qui variamente ‘declinata’: «L’unità stabilisce l’enticità dell’ente. Ma ciò vale
provenienza del latino plicare o plectere e del greco πλέκω). Einfalt significa essenzial- soltanto della vera unità. Essa consiste in un originario – ossia semplice, in sé riposante
mente συμπλοκή – ἁπλόο̋, das Einfaltige: il «[…] semplice dell’ente e dell’essere […]». Si – unire, il quale assomma ed inflette (einfaltet) in modo tale che il semplice (das Einfältige)
consideri ora il seguente passo aristotelico: «Τὸ δ᾿ ὡ̋ ἀλεθὲ̋ ὂν καὶ κατὰ συμβεβηκὸ̋ τὸ è fornito ed ante-posto, rappresentato (vor-gestellt) su ciò-che-unisce, e viene così al tem-
μέν ἐστιν ἐν συμπλοκῇ διανοία̋ καὶ πάθο̋ ἐν ταύτῃ […]» – «L’essere inteso nel senso di po stesso estroflesso (ausgefaltet)». Non appena il semplice venga soggettivisticamente
vero e non nel senso di accidente consiste in una connessione del pensiero ed è una rappresentato per raccogliersi trascendentalmente in unità, esso ha già ‘abdicato’ al luogo
affezione di esso […]» (Aristot. Metaph., a cura di G. Reale, Milano 2004, XI (K), 8, 1065 della propria medesimezza con l’origine.
a 21-23, pp. 516-517). Così recita una corrente traduzione dell’estratto; ma che significa Nel prosieguo noi tradurremo Einfalt con implicatio (im-plicatio), da un lato facendo leva
dire che l’ὂν ὡ̋ ἀλεθὲ̋, l’«essere in quanto vero» è «συμπλοκῇ διανοία̋»? Ovverosia: che sulla comune derivazione di falten, plico e πλέκω (radice indoeuropea pel-, plek-, pel-to-),
cosa significa affermare che la verità dell’essere accade nel pensiero come συμ-πλοκή di nonché sulla resa di ein- col prefisso latino in-, dall’altro riprendendo la straordinaria
essere e pensiero? Si presti ascolto al frammento B 3 di Parmenide: «Τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν intuizione di Nicolò Cusano, che appunto modellando il proprio ‘metro filosofico’ intorno
ἐστίν τε καὶ εἶναι» (H. Diels, W. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin 1903, tr. it. alle possibili ‘variazioni metafisiche della piega’ diede vista alla sua vibrante ‘topologia
a cura di G. Reale, I presocratici, Milano 2006, 28, B 3, pp. 482-483), e si tenga presen- concettuale’. Implicatio è esattamente il luogo del medesimo, come συμπλοκή esso è il
te la mirabile interpretazione che Heidegger ne svolge in Moira (Parmenide, VIII, 34-41). ripristinarsi dell’unico dopo che il ‘sistema dei ripiegamenti’ (complicatio) che ad esso
«Il medesimo, infatti, è pensare ed essere»: ebbene, l’estratto aristotelico da noi richiama- riadducono abbia raggiunto una concentrazione tale da dissolvere la loro infinitesimale
to non è che un ulteriore segnare il passo sull’Ort del dettato parmenideo; il medesimo, differenza: «[…] Deum omnium rerum complicationem et explicationem, et – ut est com-
ciò che pensare ed essere sono nell’unità del loro rapporto, ossia nel loro essenziale co- plicatio – omnia in ipso esse ipse, et – ut est explicatio – ipsum in omnibus esse id quod
appartenersi, è συμπλοκή. Scrive Heidegger: «[…] Τὸ αὐτό, das Selbe, waltet, nämlich als sunt, sicut veritas in imagine» (NCO I, p. 72, tr. it. La dotta ignoranza, in Opere filosofiche,
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

24 Il cielo è l’arcuata parabola del sole, il corso multiforme della sceva. La preservazione (Rettung) non sottrae soltanto a un pericolo, 25
luna, lo splendore migrante degli astri, le stagioni dell’anno e il loro preservare significa autenticamente: rilasciare qualcosa liberandolo
svolgersi, luce e crepuscolo del giorno, oscurità e chiarore della notte, alla sua propria essenza. Preservare la terra è più che abusarne o
il tempo, favorevole e inclemente, il passaggio delle nuvole e l’azzurra
profondità dell’etere. Se diciamo cielo, allora pensiamo già congiun-
(ibid., tr. it., ibid., cfr. in proposito anche ivi, pp. 57-58, tr. it. ivi, § 23, pp. 81-82). Nell’estrat-
tamente agli altri tre, ma non consideriamo l’implicatio dei Quattro. to riportato è detto a chiare lettere che Rettung vale qui proprio come Bewahrung, appun-
I divini sono i nunzi della divinità che ad essa accennano. Dal to salvaguardia, tutela, preservazione. Si tratta poi di distinguere il concetto di Rettung da
loro sacro prevalere, si mostra il dio nella sua presenza oppure si un lato dall’Erlösung, dall’altro dall’Heilung, entrambe traducibili con redenzione (tra i vari
significati di Heilung – normalmente sanatio, curatio, liberazione dal dolore fisico – trovia-
ritira nel proprio velamento. Se nominiamo i divini, allora pensiamo mo infatti anche das Erlösen von der Sünde, la redenzione dal peccato: salvatio; così poi
già congiuntamente agli altri tre, ma non consideriamo l’implicatio Befreiung von seelischen Leiden, liberazione dai mali dell’anima, ed anche Rettung von
dei Quattro. Gefahr und widrigen Verhältnissen, salvezza dal pericolo e da circostanze sfavorevoli.
I mortali sono gli uomini. Si chiamano mortali poiché è dato loro Erlösung, poi, vale esattamente come Befreiung nel senso di redemtio, tant’è che il neo-
testamentario «libera nos a malo» (Mt. 6, 13) viene di norma tradotto con «erlöse uns von
morire. Morire significa essere capaci della morte in quanto morte. dem Ubel»). Heidegger, che riprende il tema in relazione all’ultimo dio, è a riguardo piutto-
Soltanto l’uomo muore, invero ininterrottamente, mentre rimane sto perentorio: «Hier geschieht keine Er-lösung» – «Qui non accade alcuna re-denzione,
sulla terra, sotto il cielo, innanzi ai divini. Se nominiamo i mortali, cioè in fondo nessun prosternarsi dell’uomo, bensì l’insediamento (Einsetzung) dell’es-
senza originaria (fondazione dell’esser-ci) nell’Essere (Seyn) stesso […]» (HGA LXV, p.
allora pensiamo già congiuntamente agli altri tre, ma non conside- 413, tr. it. Contributi alla, cit., § 256, p. 404). Come l’Autore esplicita in Zur Seinsfrage, la
riamo l’implicatio dei Quattro. famosa risposta a Ernst Jünger, quell’ipotetica ‘volontà di salvezza’ che intenda ‘redimere’
Questa loro implicatio noi la chiamiamo das Geviert, la Quadratura. I l’essente imprimendogli una qualsivoglia istanza di superamento ‘über die Linie’ è essa
mortali sono nella Quadratura in quanto abitano. Il tratto fondamenta- stessa non tanto una ‘salvazione’ dal nichilismo, quanto piuttosto un’ulteriore espressione
del nichilismo stesso (si presti attenzione al ricorso della radice heil-): «L’essenza del nichi-
le dell’abitare è però il salvaguardare avente cura (schonen). I mortali lismo non è qualcosa né di curabile (heilbar) né di incurabile (unheilbar). Essa è ciò che
abitano nella misura in cui salvaguardano la Quadratura nella sua es- è senza salvezza (das Heil-lose), tuttavia in quanto tale comporta un singolare rinviare a
senza. Conformemente a ciò l’abitante salvaguardare è quadruplice. ciò che è salvo (ins Heile)» (HGA IX (Wegmarken), p. 388, tr. it. La questione dell’essere,
in Segnavia, a cura di F. Volpi, Milano 20024, p. 338). Possiamo dunque concludere che
I mortali abitano, nella misura in cui preservano (retten)12 la terra nel concetto di Rettung – dunque né Erlösung né Heilung – Heidegger inviti a pensare la
– la parola va intesa nell’antico significato, che Lessing ancora cono- ‘salvazione’ come preservazione essenziale del darsi dell’essente nella radura che lo cu-
stodisce e lo tutela dal «disvelamento provocante» («herausforderndes Entbergen» – cfr.
HGA VII, p. 17, tr. it. La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo,
a cura di G. Federici-Vescovini, Torino 1972, II, III, p. 118 (dal capitolo III. Quomodo ma- Milano 1991, p. 12) messo in atto dalle nichilistiche potenze della macchinazione. In tal
ximum complicet et explicet omnia intellectibiliter). Riporto l’originale latino dall’edizione modo il filosofo si ‘smarca’ inevitabilmente da qualsiasi declinazione teologica (Erlösung)
critica Nicolai De Cusa Opera omnia iussu et auctoritate Academiae Litterarum Heidel- o soggettivistica (Heilung) del termine. Nessun’ansia messianica, nessun desiderio di libe-
bergensis ad cudicum fidem edicta; citiamo dal primo volume, De docta ignorantia, a razione, nessuna ‘critica dell’esistente’, nessuna ‘aspettativa ulteriore’ risuona infatti in Ret-
cura di E. Hoffmann e R. Klibansky, Lipsia 1932). tung – essa è un ‘semplice’ ‘disporsi’ dell’esserci alla cura del soggiorno della cosa (Ding).
12. Il significato fondamentale di retten nella lingua tedesca è salvare (jemanden aus dem «Ist überhaupt Rettung? Sie ist erst und ist nur, wenn die Gefahr ist. Die Gefahr ist, wenn
Feuer, aus einer Gefahr retten – salvare qualcuno dalle fiamme, da un pericolo); in se- das Sein ins Letzte geht und die Vergessenheit, die aus ihm selbst kommt, umkehrt» – «Si
condo luogo vuol dire però anche mettere in salvo nel senso di preservare e proteggere dà salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è. Il pericolo è se l’essere va
(bewahren). A questo secondo significato si riferisce Heidegger in Bauen Wohnen Den- all’estremo e converte l’oblio che proviene dall’essere stesso» (HGA V, p. 373, tr. it. Il detto
ken. Quando parla di Rettung, infatti, il filosofo intende quell’estrema possibilità concessa di Anassimandro, in Sentieri interrotti, cit., p. 348): la ‘salvazione’ come preservazione
al pensiero rammemorante il quale è in grado di custodire l’esser-cosa della cosa con dell’essenza dell’essente si dà soltanto nell’accadere della Kehre. Rettung è dunque inter-
riguardo alla sua essenza, anziché dis-trarla verso la manipolazione che intende dominarne na alla Verwindung che de-pone il nichilismo rimettendolo a se stesso. In nessun modo,
l’ἐπαμφοτερίζειν (cfr. Plat. Resp., 479 c) pro-ducendola tecnicamente in presenza. Nel § 46 quindi, corrisponde alla sua pro-vocazione (Heraus-forderung) ‘sostanziando’ l’attesa in
dei Beiträge zur Philosophie si parla di una decisione (Entscheidung) «sulla storia o sulla speranza, imponendo all’ἔσχατον l’imago teologica della redenzione. Il pericolo determi-
perdita di storia, ossia sull’appartenenza all’Essere (Seyn) o sull’abbandono nel non-es- na la possibilità di un capovolgimento. Nel capovolgersi, le potenze della macchinazione
sente» (HGA LXV, p. 100, tr. it. Contributi alla, cit., § 46, p. 120). Heidegger si chiede poi: possono forse tramutarsi nell’inaudito di una nuova, più feconda salvaguardia del rapporto
«Weshalb aber diese Entscheidung? Weil nur noch aus dem tiefsten Grunde des Seyns che stringe l’essere all’evento della propria verità (ἀλήθεια). (Quanto al nesso essenziale
selbst eine Rettung des Seienden; Rettung als rechtfertigende Bewahrung des Gesetzes Rettung-Gefahr, in relazione al citato verso hölderliniano – cfr. nota 1 –, si veda anche ivi,
und Auftrags des Abendlandes» – «Ma perché questa decisione? Poiché soltanto dal più p. 296, tr. it. ivi, p. 273: «Vielleicht ist jede andere Rettung, die nicht von dort kommt, wo
profondo abisso dell’Essere stesso ancora si dà salvazione (Rettung) dell’essente; salva- die Gefahr ist, noch im Unheil» – «Forse ogni altra salvazione che non provenga da dove il
zione come legittima preservazione (Bewahrung) della legge e del compito dell’occidente» pericolo ha luogo, rimane ancora sventura»).
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26 persino stremarla. La preservazione della terra non la domina e non salvo (geboren werden). Dove però l’abitare, quando salvaguardia la 27
la assoggetta, punto dal quale manca soltanto un passo allo sfrutta- Quadratura, custodisce (verwahrt)16 la sua essenza? Se in nessun caso
mento senza limiti. i mortali fossero capaci di ciò, l’abitare sarebbe soltanto17 un sog-
I mortali abitano nella misura in cui accolgono il cielo in quanto
cielo. Concedono al sole e alla luna il loro corso, agli astri la loro
Di quest’ente non ci si prende cura (wird nicht besorgt), esso s’incontra invece nell’aver
traiettoria, alle stagioni dell’anno la loro fortuna e la loro iniquità; cura (Fürsorge)» (HGA II, p. 162, tr. it. Essere e, cit., § 26, p. 152). Sosteniamo che in
non costringono la notte al giorno e il giorno ad una rabida irre- tutti i termini citati, inerenti appunto al salvaguardare, all’aver cura, proteggere, custo-
quietezza. dire, tutelare, ecc., sia rigorosamente individuabile una reinterpretazione in chiave anti-
umanistica (dunque non più riconducibile al ‘soggettivismo trascendentale’ di cui anche
I mortali abitano nella misura in cui attendono i divini in quanto Essere e tempo ‘patisce’ gli effetti) della Fürsorge. Che cosa si intende dire? L’aver cura
divini. Confidando si mantengono aperti incontro all’inatteso.13 At- come ‘modo’ fondamentale dell’autenticità – dove l’esser-ci permane aperto in vista degli
tendono il cenno del loro avvento e non disconoscono i segni della altri che ‘ci’ sono ‘con’ nel loro poter-essere più proprio, sono cioè con-aperti dall’aver
loro assenza. Non si fabbricano da sé i propri dei e non offrono cura che li incontra immedesimandoli nel loro essere liberi per la propria cura – con-
solida un innegabile primato dell’uomo, attribuendogli quella ‘primogenitura metafisica’
servigi agli idoli. Ancora attendono, nella sventura, la salvezza sot- che ne sancisce l’‘eminenza’ rispetto a ciascun’altro ‘modo’ dell’essente. Non così l’aver
trattasi. cura dell’essenza della cosa salvaguardandola nella Quadratura. Poiché ciascun essente,
I mortali abitano nella misura in cui accompagnano la propria mantenendo quanto gli è più proprio nell’aperto come κοινόν che dirada dall’essere e
nell’essere, è massimamente ‘degno’ di cura e di tutela, compito del mortale che accasa
essenza – che essi, quindi, sono capaci della morte in quanto morte l’intimo suo abitare nella Quadratura non è quello d’imporre la propria legge all’incoercibi-
– nella fruizione di questa capacità, affinché sia una buona morte. le trascorrere (Gelassenheit) dell’ente – dunque ‘dissacrarlo’ instaurandovi la propria pre-
Che i mortali inoltrino nell’essenza della morte non significa affatto minenza –, bensì altro, ossia di rispettare l’inviolabile confine (πέρα̋) che preserva il suo
che essi la pongano come meta, intendendola come vuoto nulla; e soggiorno, consentire a che la segreta vibrazione della cosa si mantenga imperscrutabile
ma non meno massimamente ricca nel fondo del suo inesauribile sottrarsi. L’‘uomo’ non è
nemmeno significa oscurare l’abitare attraverso un cieco immobiliz- ‘più’ che la cosa. Il lessico di Costruire abitare pensare ridona dignità all’esser-cosa della
zare lo sguardo sulla fine. cosa. L’insoffribile umanismo della Fürsorge si compie e ‘si travolge’ nell’aver cura che dà
Nella preservazione della terra, nell’accoglimento del cielo, ricovero al presenziare dell’ente rilasciandolo nel diafano frammezzo della Quadratura.
16. Cfr. supra. Come detto, il significato di verwahren quasi si sovrappone a quello di
nell’attesa dei divini, nell’accompagnarsi dei mortali, eviene (erei- hüten: etwas sichern (garantire, mettere al sicuro), beschützen (proteggere), behüten
gnet) l’abitare come quadruplice salvaguardia della Quadratura. (custodire, sorvegliare); etwas in Verwahrung, Bewachung, Obhut, unter Aufsicht ha-
Salvaguardare significa: custodire14 (hüten) la Quadratura nella sua ben, avere qualcosa in custodia, sotto la propria sorveglianza, la propria cura, la propria
essenza. Ciò che viene preso in custodia (Hut)15, dev’essere messo in vigilanza. Ritorna poi un significativo rimando alla costellazione lessicale che gravita intor-
no a Sorge, verwahren viene infatti reso con für etwas sorgen (provvedere a qualcosa),
etwas verwahren interpretato negativamente come Sorge tragen, dass es nicht geschie-
ht, verhüten, verhindern (prendersi cura, darsi pensiero che qualcosa non accada, venga
13. [Verrà in futuro e all’improvviso un più intenso abbandonarsi-‘alla-speranza’ – ma si ha prevenuto ed evitato, impedito); in relazione ai rapporti tra persone si parla financo di
così (con un tale abbandono) un modo ancor più nascosto del contenersi]. versorgen (provvedere badare assistere accudire). Nel Deutsches Wörterbuch di Jakob
14. [III edizione 1967: Come però se si dà ricusazione? Il suo accadere – ancor più l’even- e Wilhelm Grimm vi è adirittura un ulteriore accenno: l’ἦθο̋ del verwahren, la sua πρᾶξι̋,
to del suo proprio ap-propriarsi nel dire originario, mostrano – quandanche? In seguito]. descrive un agire che si compie mit geistlicher Fürsorge (!). Tutto ciò non fa che confer-
15. D’ora in avanti assistiamo ad una progressiva intensificazione della scrittura heideg- mare ulteriormente quanto sostenemmo nella nota precedente – lo ribadiamo: assistiamo
geriana. Compare in rapida battuta un’incalzante serie di parole (generalmente forme qui ad una reinterpretazione in chiave antiumanistica dell’autentico aver cura così come
vebali) – hüten, Hut, verwahren, hegen, pflegen, schonen – tutte incentrate intorno al esso veniva presentato in Essere e tempo (e nei corsi di quegli anni). Altra sfumatura è poi
medesimo nucleo semantico eppure altrettanto impercettibilmente distinguentisi. È come quella che restituisce nel verwahren quanto segue: bewahren, Sorge tragen, dass etwas
se l’Autore si cimentasse in un’incessante variatio linguistico-speculativa capace di pro- erhalten bleibt, nicht verloren geht, preservare qualcosa, darsi pensiero affiché venga
durre uno Sternbild posto in tensione da polarità multiple le quali, nel gioco della loro conservato, non vada perduto; un esempio a riguardo è l’accostamento alla parola Siegel
differenza, strutturano una ‘zona di senso continuo’, un intorno d’intensità nel ‘campo pa- (sigillo), che evoca una semantica analoga a quella ‘intenzionata’ circa l’abitare: si tratta
ratattico’ in cui si articola e si prova l’Erörterung dell’abitare. Hut viene associato al latino infatti di salvaguardare il soggiorno della cosa nel proprio limite assegnandole il giusto
custodia, dunque difesa, riparo, salvaguardia che si mantiene entro il proprio limes. Si posto nel ‘sigillo’ della Quadratura. Si faccia poi attenzione a come nel ver-wahr-en risuo-
parla poi di Behütung, Aufsicht, Schutz, ossia protezione, sorveglianza, ricovero. Ricorre ni wahr, vero – inscritto nella radice della parola (nonostante non sia affatto dimostrata
tuttavia un’espressione ancor più pregnante: Hut come Fürsorge, cura, premura, prestare una comune derivazione etimologica dei due termini, rimane comunque plausibile una
assistenza. Impossibile allora non richiamarsi alla specifica ‘torsione’ filosofica imposta da condivisa matrice nell’indoeuropeo uer-) è dunque un immediato, a nostro avviso tutt’altro
Heidegger al termine in Sein und Zeit: «L’ente verso il quale l’esserci si comporta come che casuale rimando al ‘concetto’ di verità.
con-essere non ha però il modo d’essere del mezzo utilizzabile: è esso stesso esserci. 17. [III edizione 1967: Non chiaro! non più alcuna differenza ontologica].
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

28 giorno sulla terra, sotto il cielo, innanzi ai divini, insieme ai mortali. Il ponte si slancia ‘leggero e vigoroso’ sopra il fiume.21 Esso non 29
Sempre, invece, l’abitare è già un soggiornare presso le cose. L’abi- unisce soltanto sponde già disponibili. Solo nell’attraversamento del
tare in quanto salvaguardare custodisce la Quadratura in ciò presso ponte le due sponde si manifestano come sponde. Il ponte fa sì che
cui i mortali si trattengono soggiornando: nelle cose. esse giacciano propriamente una in opposizione all’altra. Attraverso
Il permanere presso le cose è tuttavia la summenzionata quadru- il ponte la seconda sponda è disposta di contro alla prima. Parimenti,
plicità del salvaguardare non come un quinto elemento meramen- le sponde non tracciano indifferenti linee di confine nella terrafer-
te giustapposto, al contrario: il mantenersi presso le cose è l’unica ma lungo il corso del fiume. Il ponte, insieme con le sponde, accosta
maniera in cui il quadruplice soggiorno nella Quadratura di volta di volta in volta al fiume l’una e l’altra distesa del paesaggio dietro
in volta congiuntamente si compie. L’abitare salvaguardia la Qua- ciascuna sponda. Conduce fiume sponde e campagna nella recipro-
dratura in quanto conduce nelle cose l’essenza18 di questa. Eppure ca vicinanza. Il ponte riunisce la terra in quanto regione intorno al
le cose medesime offrono riparo alla Quadratura soltanto quando esse fiume. Lo accompagna così attraverso le verdi pianure. I pilastri del
stesse, in quanto cose, vengono rimesse alla loro essenza.19 Come ac- ponte, poggiando sull’alveo, sorreggono lo slancio delle arcate che
cade ciò? Per il fatto che i mortali custodiscono e hanno cura (hegen concedono alle acque del fiume il loro corso. Vogliano le acque pro-
und pflegen) della crescita delle cose, poiché essi, in particolare, eri- cedere quiete e allegre, vogliano le piene del cielo nella tempesta
gono cose che non crescono. L’aver cura e l’erigere sono il costruire o del disgelo, incalzate da un ondeggiare impetuoso, prorompere
in senso stretto. L’abitare, nella misura in cui custodisce (verwahrt) contro il sottarco, il ponte è comunque pronto per ciascuna delle
la Quadratura nelle cose, è, in quanto questo custodire, un costruire. condizioni del cielo e per la loro mutevole essenza. Anche là dove
Siamo così condotti sulla via della seconda domanda: il ponte copre il fiume, mantiene così il suo scorrere in relazione al
cielo; il ponte, infatti, lo raccoglie per alcuni istanti sotto la propria
arcata, e di lì nuovamente lo lascia andare.
II

In che misura il costruire rientra nell’abitare? cammino verso l’ultimo ponte, nel fondo mirano ad oltrepassare ciò che è loro abituale e
La risposta a questa domanda ci chiarifica che cosa sia autentica- dannoso, per recarsi innanzi alla salvezza dei divini». Esattamente come in Nietzsche, il
mente il costruire pensato a partire dall’essenza dell’abitare. Limitiamo- ponte è qui mirabile metafora dell’oltrepassamento, della metafisica come del nichilismo.
ci al costruire nel senso dell’erigere cose e domandiamo: che cos’è una Tale oltrepassamento non va però inteso nei termini di un’Überwindung teleologicamente
orientata (l’uomo non è «uno scopo»), che una volta guadagnato il suo fine si esaurisca
cosa costruita? Un ponte20 funge da esempio alla nostra riflessione. in esso. In accordo alla loro tragica essenza, i mortali permangono «sempre in cammino
verso l’ultimo ponte», incessantemente approfondiscono l’inquietudine della loro Verwin-
dung. L’uomo «è un ponte e non uno scopo», è una «fune in tensione» (cfr. ivi, p. 16, tr.
18. [III edizione 1967: Ciò che le è proprio –]. it. ibid.) ‘proiettata’ verso l’inaudito ricongiungimento coi divini eppure inesorabilmente
19. [III edizione 1967: Il proprio]. lontana dal loro im-possibile ‘avvento’. Nel proprio ‘oscillante’, umano troppo umano ‘pas-
20. Che Heidegger, al fine di sondare il rapporto intercorrente tra il soggiorno della cosa sare’, il mortale inoltra nel proprio «tramonto».
e l’essenza dell’abitare, prenda come esempio proprio un ponte (Brücke), ci sembra scel- Va poi altresì osservato che Heidegger ha in mente un ponte specifico, ossia quello di
ta tutt’altro che casuale. È nota infatti la celebre ‘sequenza’ nietzscheana – ripresa peral- Heidelberg, cui più avanti farà esplicito riferimento. Non ci pare forzatura eccessiva far
tro anche dal famoso gruppo espressionista (appunto Die Brücke) formatosi a Dresda nel notare che la stessa immagine ricorre anche in Hölderlin, il quale, in una poesia dedicata
1905: «Was gross ist am Menschen, das ist, dass er eine Brücke und kein Zweck ist: was alla città scrive: «[…] Schwingt sich über den Strom, wo er vorbei dir glänzt, / Leicht
geliebt werden kann am Menschen, das ist, dass er ein Übergang und ein Untergang ist» und kräftig die Brücke, / Die von Wagen und Menschen tönt» – «[…] Il ponte lieve e
– «Quanto v’è nell’uomo di grande consiste nel fatto che egli è un ponte e non uno scopo: forte fragoroso / di uomini e di carri balza oltre / il grande fiume che ti brilla accanto» (F.
ciò che nell’uomo può essere amato, che egli è un passaggio e un tramonto» (NKSA, IV Hölderlin, Le liriche, cit., in Heidelberg, vv. 6-8, pp. 324-325). L’espressione «Die Brücke
(Also sprach Zarathustra), pp. 16-17, tr. it. di M. Montinari, Così parlò Zarathustra, in Ope- überschwingt» viene peraltro ripresa anche nel testo heideggeriano, il che, permetteteci,
re di Friedrich Nietzsche, VI/1, a cura di G. Colli e M. Montinari, Milano 19732, p. 8; (si a nostro modo di vedere è tutt’altro che una pura coincidenza. (Che il ponte racchiuda
citano le opere di F. Nietzsche in originale dalla Kritische Studienausgabe in 15 Bänden in sé un evidente ‘attitudine’ simbolica, ci pare osservazione quasi scontata; per un ade-
herausgegeben von G. Colli und M. Montinari erschienen im Verlag de Gruyter, 1967-77 guato approfondimento del tema cfr. R. Guénon, Symboles fondamentaux de la Science
und 1988 (2., durchgesehene Auflage) Berlin-New York). In Bauen Wohnen Denken sacrée, Paris 1962, tr. it. di F. Zambon, Simboli della scienza sacra, Milano 20089, pp.
l’Autore afferma come i mortali, ‘accompagnati’ dal ponte, possano per esso aspirare 331-333; dal capitolo Il simbolismo del ponte).
al passaggio che raggiunge l’«altro lato», l’altra sponda del fiume. Essi «[…] sempre in 21. [III edizione 1967: gettare un ponte superando la corrente fra le sue sponde].
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

30 Il ponte concede al fiume il suo decorso ed allo stesso tempo riunione della Quadratura (Geviert) – è una cosa (Ding). Si pensa 31
accorda ai mortali il loro cammino, ossia che essi si spostino e viag- però che il ponte sia innanzitutto e in verità soltanto un ponte. In
gino di terra in terra. I ponti accompagnano in molti modi. Il pon- un secondo momento ed occasionalmente esso potrebbe esprimere
te della città conduce dal rione del castello alla piazza del duomo, anche diverse altre cose. Inteso alla luce di una tale espressione, esso
il ponte fluviale innanzi alla cittadina porta vetture e carrozze fino diventa quindi un simbolo, un esempio per tutto ciò che poc’anzi
ai paesi circostanti. Il modesto ruscello superato dall’antico ponte venne nominato. Soltanto che il ponte, se è un autentico ponte, non
di pietra offre al carro del raccolto un adito dal contado al villag- è mai dapprima un semplice ponte ed in seguito un simbolo. Altret-
gio, porta il carico di legname dal sentiero di campagna alla strada tanto poco il ponte è dapprincipio soltanto un simbolo nel senso
secondaria. Il ponte dell’autostrada è posto in tensione nelle linee che esprime qualcosa che, in senso stretto, non gli appartiene. Se
di comunicazione del traffico a lunga percorrenza, traffico previsto ci atteniamo rigorosamente al ponte, esso non si mostra mai come
dal calcolo ed il più possibile veloce. Di continuo e sempre diver- espressione. Il ponte è una cosa e questo soltanto. Soltanto? In quanto
samente il ponte accompagna qua e là le vie titubanti ed affrettate è questa cosa esso riunisce la Quadratura.
degli uomini, facendo sì che essi raggiungano altre rive e da ultimo, Da lungo tempo tuttavia il nostro pensiero è abituato a stima-
in quanto mortali, pervengano all’altro lato. Il ponte tracima (über- re troppo indigente (zu dürftig)23 l’essenza della cosa. Nel decorso del
schwingt) oltre il fiume e la forra, slanciandosi oltre arcate ora alte e
ora basse; e ciò sia che i mortali abbiano premura del gitto oscillante in Nietzsche, a cura di F. Volpi, Milano 20003, pp. 872-881; nel capitolo indicato, Der
(das Überschwingende) del ponte, sia che invece dimentichino come Wandel der ἐνέργεια zur actualitas, Il mutamento dell’ἐνέργεια nell’actualitas, Heidegger
essi, sempre in cammino verso l’ultimo ponte, nel fondo mirino ad traccia una sorta di ‘genealogia metafisica’ della cosa intesa a partire dalla causa, ossia
oltrepassare ciò che è loro abituale e dannoso, per recarsi innanzi dell’ente come reale-effettivo – wirklich – pro-dotto in presenza da una volontà di po-
tenza che è essenzialmente conatus ad existentiam). Quanto alla Versammlung, invece,
alla salvezza dei divini. In quanto oscillante passaggio (überschwingen- imprescindibili le pagine che Heidegger dedica al concetto di Gestell in Die Frage nach
de Übergang) che si slancia innanzi ai divini, il ponte riunisce. Che la der Technik: «Ge-stell heisst das Versammelnde jenes Stellens, das den Menschen stellt,
loro presenza venga espressamente meditata e visibilmente onorata d. h. herausfordert, das Wirkliche in der Weise des Bestellens als Bestand zu entber-
gen» – «Im-pianto (Ge-stell) indica il carattere riunente (das Versammelnde) di quel porre
come nella statua del santo del ponte, che rimanga miscompresa o (Stellen) che s’impone (stellt) all’uomo, ossia lo provoca a disvelare il reale-effetivo (das
venga persino rimossa, non fa differenza. Wirkliche) come fondo (Bestand) nel modo dell’impiegare-ordinante» (HGA VII, p. 20, tr.
Il ponte riunisce (versammelt) presso di sé, nella sua maniera, la it. La questione della tecnica, in Saggi e, cit., p. 15). Anche il carattere tecnico della cosa
terra e il cielo, i divini e i mortali. trova espressione nella sua ‘essenza riunente’: Ge-stell (lo stesso prefisso ge-, nel tede-
sco moderno apparentemente una pura marca aspettuale di perfettività, muove invero da
Riunione (Versammlung) significa qui, secondo un’antica parola- un originario valore sociativo, dal germanico ga- raffrontabile al latino cum: e su questo
della nostra lingua, ‘thing’.22 Il ponte – e precisamente come l’indicata Heidegger fa leva) è «ciò che riunisce» – «das Versammelnde». Bisognerà allora chiede-
re: come distinguere il ‘libero’ soggiorno della cosa salvaguardantesi nell’Ort della Qua-
dratura dal suo tecnico imporsi nel modo del Gestell, se entrambi sono essenzialmente
22. Il termine Ding (alto tedesco medio dinc), si presenta inizialmente nell’antica forma ‘riunione’, Versammlung? È esattamente quanto in queste pagine si prova. Heidegger,
thing (mantenutasi invariata nell’inglese moderno). Vuol dire originariamente gehegtes lungi dall’evitare il problema, da un lato impossibilitato a negare il ‘carattere d’unità’ che
Gericht, tribunale recintato (si presti attenzione al participio gehegt, dal verbo hegen, ha cura dell’integrità della cosa che appare, dall’altro però impegnato nel tentativo di sot-
custodire, proteggere, salvaguardare – più volte ricorrente nel saggio), ma anche Rechts- trarla all’egemonia del binomio Gestell-Bestand, prospetta uno ‘spazio di senso’ ulteriore:
sache, causa, vertenza giudiziaria, Angelegenheit, faccenda, questione. Significa altre- ripensare l’esserci della cosa a partire dall’abitare, dunque dal rapporto essenza-verità,
sì Volksversammlung, riunione, assemblea del popolo, connotazione che ritroviamo ad non necessariamente ne riconsegna l’unità al ge- sociativo del Ge-stell, può forse invece
esempio nel longobardo thinx, appunto Versammlung (riunione) o rechtliche Zusammen- rimetterne la custodia all’ineffabile unicità dell’essere (Seyn), unicità ‘assoltasi’ come ra-
kunft (riunione di carattere giuridico). Mars Thingus (da cui anche Dienstag, il martedì, dura nel campo ‘intensionale’ della Quadratura.
giorno dedicato a dio) è divinità germanica dell’assemblea popolare dove vengono dibat- 23. Rendiamo dürftig con indigente. Il vocabolo ricorre a nostro avviso tutt’altro che ca-
tute azioni di guerra e questioni giuridiche (Marte per i romani). Rimettendo Ding al suo sualmente. La matrice, certamente hölderliniana, non è affatto nuova nell’arco degli scritti
antico significato, Heidegger intende appunto riattivare nel concetto di cosa il nucleo heideggeriani (basti pensare al saggio Perché i poeti? che riprende appunto il famoso
semantico di Versammlung, intenzionando un espicito riferimento a ciò che unisce, che passaggio di Brot und Wein «[…] wozu Dichter in dürftiger Zeit?»). Riportiamo per intero
unendo raccoglie intorno a sé, in-tensifica. Non tanto dunque la ‘cosa’ nel senso lati- alcuni versi: «Indessen dünket mir öfters / Besser zu schlafen, wie so ohne Genossen zu
no (francese chose, tedesco Sache), ossia come causa, ‘ciò che esiste’ in un’actualitas seyn, / So zu harren und was zu thun indeß und zu sagen, / Weiß ich nicht und wozu Dichter
(causalitas) pro-dotta da una Verursachung determinante (cfr. a riguardo le illuminanti in dürftiger Zeit? / Aber sie sind, sagst du, wie des Weingotts heilige Priester, / Welche
pagine in HGA VI.2 (Nietzsche), pp. 374-383, tr. it. La metafisica come storia dell’essere, von Lande zu Land zogen in heiliger Nacht» – «Ma spesso penso / che meglio è dormire
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

32 pensiero occidentale ciò ha sortito come conseguenza il fatto che concede un sito (Stätte). Tuttavia soltanto ciò che è esso stesso un luo- 33
si è rappresentata la cosa al modo di una X sconosciuta affetta da go può concedere spazio (einräumen)25 ad un sito, disporlo. Il luogo
proprietà percepibili. Visto da qui, tutto ciò che già appartiene all’es- non è già semplicemente presente (vorhanden)26 innanzi al ponte.
senza riunente (versammelnden) di questa cosa ci appare però come un
ingrediente supplementare introdotto dalla nostra interpretazione.
25. Einräumen: il verbo è speculare a verstatten (cfr. supra). Significa nel tedesco moder-
Tuttavia il ponte non sarebbe mai un semplice ponte se non fosse no da un lato concedere, accordare, dall’altro disporre, riporre. Risalendo però analitica-
una cosa. mente ad una più antica ‘costellazione’ dei significati e degli usi del termine, incontriamo
Il ponte è tuttavia una cosa di tipo peculiare, poiché riunisce la ‘variazioni’ alquanto incisive. Einräumen come inferre (arrecare), nel senso di etwas in
einen Raum stellen (riporre, disporre qualcosa in un luogo), ma anche locum cedere,
Quadratura in quello specifico modo in cui situandola (verstattet)24 le concedere il passo, dare la precedenza a qualcuno facendogli posto, e ancora: spatium
implere, occupare, colmare uno spazio (einnehmen). Concedere, accordare, sono invero
slittamenti successivi. In quanto ein-räumen, il verbo in questione implica un irrinunciabile
che essere senza compagni / e attendere. E non so intanto che dire che fare / e perché riferimento allo spazio (Raum), esibisce un movimento di spazializzazione che soprattutto
siano poeti in tempi di privazione. / Ma tu dici che sono i sacri sacerdoti del Dio del vino / nel saggio in esame non può affatto essere taciuto (analogamente nel verstatten risuona-
che migrarono di terra in terra in una sacra notte» (F. Hölderlin, Sämtliche Werke, cit., II, p. va die Statt). Traduciamo pertanto ricorrendo di volta in volta ad ‘espressioni perifrastiche’
90, tr. it. Le liriche, cit., Brot und Wein, VII, vv. 119-124, pp. 524-527). All’inizio della me- come disporre spazialmente, concedere spazio, concedere disponendo – intendiamo in
desima strofa, la settima (vv. 109-110), il poeta canta: «Aber Freund! wir kommen zu spät. tal modo salvaguardare l’insieme delle implicazioni lessicali che, come un impeccabile ori-
Zwar leben die Götter, / Aber über dem Haupt droben in anderer Welt» – «Ma tardi, amico, gamo, ‘ammantano’ il termine in questione. (Si osservi poi come – e ciò giunge a propo-
giungiamo. Vivono certo gli Dei, / ma sopra il nostro capo, in un diverso mondo». Che cosa sito a sostegno della nostra scelta – già in Essere e tempo (HGA II, p. 111, tr. it. Essere
significa allora Dürftigkeit, inopia, miseria – povertà che affligge e ‘tempera’ l’abitare dei e, cit., § 24, p. 140) Heidegger scriva: «Dieses ’Raum-geben‘, das wir auch Einräumen
mortali? Essa dice dell’indigente inquietudine patita dall’uomo che più non condivide la nennen […]» – «Questo ‘dare-spazio’, che chiamiamo anche disporre, concedere spazio
propria sacra dimora con gli dei poiché è anzi nello spaesamento di un’inesorabile Heimat- […]». È quindi l’Autore stesso a legittimare la nostra traduzione).
losigkeit – ‘obbligato’ dalla loro fuga ad un’atroce, immedicabile ‘assenza di patria’. Ecco 26. Vorhanden, ossia che si mostra nel modo della Vorhandenheit, la semplice presenza.
dunque che avvinto dalla propria ineluttabile miseria il mortale non presta affatto la ‘dovuta’ L’impiego di un termine sì fondamentale internamente alla ‘speculazione’ heideggeriana
cura alla cosa che gli si porge incontro; estenuato dall’‘assenza di patria’ che lo prostra, in riesce qui tutt’altro che neutro. Merita ripercorrerne brevemente la genesi. Nel ‘primo Hei-
nessun modo gli è dato corrispondere all’inesauribile ricchezza della cosa, salvaguardarne degger’ vorhanden sono le cose semplicemente presenti, sottomano, ‘lì davanti’, alle quali
‘degnamente’ l’in-sorgenza, preservarla. Per questo «[…] il nostro pensiero è abituato a sti- l’Esserci si rapporta assecondando un atteggiamento osservativo e constatativo, dunque
mare troppo indigente (zu dürftig) l’essenza della cosa», perché le ‘trasferisce’ una miseria di tipo ‘theoretico’ (in senso etimologico – da θεωρέιν, vedere e conoscere insieme). Non
che invero appartiene ad esso soltanto. E talmente poco la considera da sentirsi legittimato si tratta quindi dell’ente manipolabile mediante una τέχνη (Zuhandenes), bensì dell’‘og-
a violarla, sradicarla dalla propria quiete per infonderle il tratto violento della macchinazione. getto intenzionale epistemico’, l’‘ente’ considerato ‘abstracta mente’, ossia indipendente-
Eccolo quindi rappresentarla epistemicamente come fenomeno, determinazione «affetta mente da prassi alcuna, prescindendovi del tutto (cfr. a riguardo HGA II, pp. 127-136, tr.
da proprietà percepibili», dunque appunto immiserirla: che ne è infatti del suo inoggettiva- it. Essere e, cit., § 21, pp. 121-128). Il termine compare già in Husserl in rapporto alla tesi
bile ‘concrescere’ alla presenza, della cosa non come ὑποκείμενον ma come φύσι̋? naturale che caratterizza l’atteggiamento comune: cfr. H III.1, p. 57[17-23], tr. it. a cura di
24. Verstatten: permettere concedere consentire (zulassen bewilligen erlauben). Viene V. Costa, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (2 voll.),
indicato come sinonimo di ge-statten, e proprio a partire da quest’ultimo si può risalire Torino 20022, vol. 1, II, § 27, p. 61: «Durch Sehen, Tasten, Hören usw., in den verschie-
all’originario significato della parola: Statt oder Raum zu etwas geben, doch nur im figür- denen Weisen sinnlicher Wahrnehmung sind körperliche Dinge in irgendeiner räumlichen
lichen Verstande, concedere come far spazio, accordare un sito a qualcosa, tuttavia solo Verteilung für mich einfach da, im wörtlichen oder bildlichen Sinne ’vorhanden‘, ob ich auf
in senso figurato. Ciò significa – elemento affatto non trascurabile nel contesto di Bauen sie besonders achtsam und mit ihnen betrachtend, denkend, fühlend, wollend beschäftigt
Wohnen Denken – che nel ver-statten risuona die Statt (forma arcaica per die Stätte bin oder nicht» – «Mediante il vedere, il sentire con il tatto, l’udire ecc., nei diversi modi
– stessa derivazione etimologica del greco στάσι̋, immobilità quiete arresto posizione della percezione sensibile le cose corporee sono per me semplicemente lì in una qual-
luogo stato condizione assetto, del latino status, posizione situazione condizione stato, che distribuzione spaziale, ‘sottomano’ in senso letterale o figurato, che presti o meno
nonché statim (originariamente senza muoversi, stando sul posto, poi invece temporal- loro particolarmente attenzione e, considerando pensando sentento volendo, mi tenga o
mente connotato: subito, immediatamente), del tedesco stehen (stare trovarsi sostare) o meno occupato con esse». Vorhanden corrisponde esattamente al latino praemanibus,
Stadt (città) –, ossia luogo sito posto). Ecco perché il ver-statten è quel concedere che in promptu, ad manum, ma traduce in realtà l’aristotelico τὰ πρόχειρα (da χείρ, mano), le
situa, accorda un sito (Statt), concede situando. Esattamente come l’antico significato cose che si presentano «sottomano» e che per prime destano la ‘meraviglia’ da cui scatu-
di ge-statten, Statt (Ort, Stelle) geben zulassen erlauben – offrire concedere ammettere risce ogni Sehnsucht al ‘sapere’ («[…] ἐξ ἀρχῆ̋ μὲν τὰ πρόχειρα τῶν ἀτόπον θαυμάσαντε̋
un sito (un luogo, una posizione) –, anche nel ver-statten è implicita un’immediata con- […]», Aristot. Metaph., a cura di G. Reale, Milano 2004, I (A), 2, 982 b 13-14, pp. 10-11).
notazione spaziale che dice del disporsi della località (Ortschaft) del luogo. Nel tradurre Che cosa intende dire l’Autore scrivendo che «Il luogo non è già semplicemente presen-
ricorriamo dunque ad una perifrasi – appunto concedere situando – in modo tale che te (vorhanden) innanzi al ponte»? Di contro all’impostazione occidentale del problema,
nessuna sfumatura presente nell’originale vada perduta. Rendiamo poi Stätte con sito, Heidegger ci invita qui a non considerare l’Ort come l’ennesimo ‘oggetto teorico’ verso il
affinché venga mantenuto l’intimo ‘invito’ al pensiero del luogo che nel verstatten riecheg- quale orientare ‘intellettualisticamente’ la nostra ‘volontà di sapere’ individuante. Ort è ciò
gia – ‘corrispondenza’ ipso facto manifesta al lettore madrelingua. che accoglie il reciproco dispiegarsi (Entfaltung) di essere e pensiero assegnando il loro
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

34 Invero prima che il ponte si erga, già si danno lungo il corso del ma, come riconobbero i greci, quello a partire dal quale qualcosa 35
fiume molteplici posizioni (Stellen) che possono venir occupate da inaugura la propria essenza. Perciò ecco il concetto di ὁρισμό̋, ossia di
qualcosa. Una tra queste si rivela essere un luogo (Ort), e precisa- limite. Spazio è essenzialmente ciò che viene disposto spazialmente
mente mediante il ponte. Accade così, quindi, che in primis non è il (Eingeräumtes) e così accolto nel suo limite (in seine Grenze Eingelasse-
ponte ad insorgere (stehen) in un luogo, bensì innanzitutto un luogo ne). Ciò che è disposto spazialmente viene di volta in volta concesso
a sorgere (entstehen) a partire dal ponte medesimo. Esso è una cosa; (gestattet) e dunque congiunto, ossia riunito attraverso un luogo, vale
riunisce la Quadratura, ma la riunisce nel modo in cui situandola a dire mediante una cosa del tipo del ponte. Di conseguenza gli spazi
(verstattet) concede ad essa un sito (Stätte). A partire da questo sito si ricevono la loro essenza da luoghi e non da ‘lo’ spazio.
determinano posti (Plätze) e vie mediante i quali uno spazio (Raum) Anticipando, le cose che in quanto luoghi concedono un sito
viene accordato e disposto (eingeräumt). situandolo, noi le chiamiamo ora costruzioni. Si chiamano così per-
Cose che in tal modo sono luoghi concedono innanzitutto spazi, ché sono prodotte (hervorgebracht) attraverso il costruire che le erige.
situandoli di volta in volta. Che cosa nomini questa parola – ‘Raum’, Esperiamo tuttavia di che genere questo produrre (Hervorbringen)29,
‘spazio’ – lo dice il suo antico significato. Raum, Rum27, posto (Platz)
reso libero per un insediamento e un accampamento. Uno spazio
(Raum) è qualcosa che viene concesso e disposto spazialmente (Ein- σῶμα τὸ κινητὸν κατὰ φοράν. δοκεῖ δὲ μέγα τι εἶναι καὶ χαλεπὸν ληφθῆναι ὁ τόπο̋ διά τε τὸ
παρεμφαίνεσθαι τὴν ὕλην καὶ τὴν μορφήν, καὶ διὰ τὸ ἐν ἠρεμοῦντι τῷ περιέχοντι γίγνεσθαι
geräumtes), lasciato-libero (Freigegebenes), cui cioè viene accordato un τὴν μετάστασιν τοῦ φερομένου· ἐνδέχεσθαι γὰρ φαίνεται εἶναι διάστημα μεταξὺ ἄλλο τι τῶν
limite, in greco πέρα̋.28 Il limite non è ciò in cui qualcosa termina, κινουμένων μεγεθῶν. συμβάλλεται δέ τι καὶ ὁ ἀὴρ δοκῶν ἀσώματο̋ εἶναι· φαίνεται γὰρ οὐ
μόνον τὰ πέρατα τοῦ ἀγγείου εἶναι ὁ τόπο̋, ἀλλὰ καὶ τὸ μεταξὺ ὡ̋ κενὸν <ὄν>. ἔστι δ᾽ ὥσπερ
τὸ ἀγγεῖον τόπο̋ μεταφορητό̋, οὕτω̋ καὶ ὁ τόπο̋ ἀγγεῖον ἀμετακίνητον» – «Ma la materia
‘gioco’ al ‘ci’ della Quadratura, ossia ‘immedesimandolo’ alla contrada (Gegend, Gegnet, non è, come s’è detto prima, né separabile dalla cosa, né la contiene, mentre il luogo è
cfr. Introduzione) dove ‘ha luogo’ l’abitare dei mortali. Si tratta in questo senso di alcun- entrambe le cose. / Se dunque il luogo non è nessuna di queste tre cose – cioè né for-
ché di inoggettivabile, irrapresentabile nei termini della determinazione logico-categoriale ma, né materia, né superficie, che è qualcosa di sempre differente rispetto alla cosa che
propria dell’attività noetico-teoretica e del dire proposizionale asserente (κατάφασι̋). viene spostata –, allora il luogo è necessariamente l’ultima delle quattro che resta, e cioè
27. Raum: nell’antico alto tedesco (e così nel medio alto tedesco, nell’antico sassone, il limite del corpo contenente, mentre affermo che il corpo che è contenuto è ciò che si
nell’anglosassone e nel gotico) la parola si presenta come rum (olandese ruim, inglese muove secondo il movimento locale. / Ma sembra un grande e difficile problema la com-
room, norvegese rom, danese e svedese rum). Il termine indica lo ‘spazio’ nel senso di prensione del luogo, perché esso dà l’apparenza di essere la materia e la forma, e perché
freier Platz, uno spazio reso libero, sgombrato – ed è questo, infatti, l’antico significato il mutamento del corpo che si muove si produce all’interno di ciò che è contenente e che
cui Heidegger si richiama; alcuni lessici rimandano poi però anche a Lagerstätte, oggi resta fisso. Il luogo, infatti, appare poter essere l’intervallo che sta in mezzo, qualcosa di
giacimento, ma un tempo sito (Stätte) disponibile, non occupato da nulla, e che può altro rispetto ai corpi mossi. In ciò influisce anche il fatto che l’aria sembra essere incor-
pertanto accogliere un accampamento (Lager) – si comprende dunque la pertinenza porea. Pertanto, il luogo sembra non solo essere i limiti del vaso, ma anche ciò che resta
del successivo esempio heideggeriano. Rum deriva dalla radice indoeuropea reu- che in mezzo in quanto vuoto. Ma come il vaso è un luogo che si può trasportare, nello stesso
indica spazialità, ampiezza (Weite), la quale ricorre ad esempio nell’avestico rava- (spazio senso anche il luogo è un vaso, ma che non si può muovere» (Arist. Phys., IV 4, 211 b
aperto, vastità), nel latino rus (l’aperta campagna: Land) e nel tocarico ru- (luogo aperto). 36 - 212 a 16, tr. it. a cura di L. Ruggiu, Fisica, Milano 2008, pp. 142-143). Autentica
Ma anche qui non si tratta in ultima analisi che di pensare lo spazio a partire dall’origi- ‘topologia dell’ecceità’, quella aristotelica, che pensa il pro-porsi della cosa non tanto
naria apertura dell’esserci: l’operazione ermeneutica arrischiata dal filosofo di Meßkirch è a partire dalla ‘schiera’ delle sue proprietà, dalla trama di relazioni che la inordina o dal
dunque stricto sensu etymo-logica. Risalire allo ‘spirito’ primevo della parola per ‘tentare’ novero degli effetti ad essa riadducibili, quanto piuttosto muovendo dal τόπο̋ essenziale
il vero. che la concede e dispone (einräumt), che le accorda ‘giusta’ misura per il suo soggiorno.
28. [Aristotele: τόπο̋ πέρα̋ τοῦ περιέχοντο̋ σώματο̋ ἀκίνητον – ὁ τόπο̋ ἀγγεῖον ἀμετακίνητον Il luogo è separabile dalla cosa, eppure altrettanto la contiene, è πέρα̋, limite della cosa
(Phys. 212 a 5 sgg.)]. Quanto a ciò che in Bauen Wohnen Denken viene pensato, il ri- continuo al concreto del suo insistere che si manifesta. Parimenti, l’Ort che ammette la
ferimento alla Fisica di Aristotele da parte di Heidegger, il richiamarsi cioè all’istanza del cosa nella Quadratura assolvendola in presenza, pur non essendo lo stesso che la cosa,
τόπο̋ per una rigorosa fondazione dell’Ort, ci pare ‘ricorso’ quantomai rilevante. Impossi- è medesimo all’apparire che la mostra. Se rimuovo il luogo della cosa ‘depongo’ l’intensi-
bile attivarsi in tale direzione in sede di commento, ma una ridiscussione dell’‘ascendente’ tà che ‘la’ consiste. Il suo insorgere dispare nell’assenza.
aristotelico sul Denkweg heideggeriano che at-tende al ‘luogo’ appartiene a nostro avviso 29. Cfr. supra quanto scrivemmo in relazione allo Herstellen. Il verbo hervor-bringen (non
al ‘vademecum essenziale’ di un adeguato approccio al testo che qui presentiamo. Ripor- di rado impiegato da Heidegger come sostantivo), composto di hervor- (indicante un
tiamo comunque per intero l’estratto cui l’Autore si appella: «Ἀλλ᾽ ἡ μὲν ὕλη, ὥσπερ ἐλέχθη moto a luogo che si realizza esaurendosi nel ‘qui-fuori’) e bringen (portare condurre ac-
ἐν τοῖ̋ πρότερον, οὔτε χωριστὴ τοῦ πράγματο̋ οὔτε περιέχει, ὁ δὲ τόπο̋ ἄμφω. εἰ τοίνυν compagnare, ma anche causare arrecare), descrive un ‘gesto’ eminentemente poietico:
μηδὲν τῶν τριῶν ὁ τόπο̋ ἐστίν, μήτε τὸ εἶδο̋ μήτε ἡ ὕλη μήτε διάστημά τι ἀεὶ ὑπάρχον ἕτερον un portar-qui-fuori che è pro-durre in presenza, che realizza una determinazione ex-tra-
παρὰ τὸ τοῦ πράγματο̋ τοῦ μεθισταμένου, ἀνάγκη τὸν τόπον εἶναι τὸ λοιπὸν τῶν τεττάρων, τὸ endola dalla propria possibilità e scaturendola così nel plenum dell’oggettività intramon-
πέρα̋ τοῦ περιέχοντο̋ σώματο̋ <καθ᾽ ὃ συνάπτει τῷ περιεχομένῳ>. λέγω δὲ τὸ περιεχόμενον dana. In La questione della tecnica, proprio tematizzando il fare produttivo-poietico, Hei-
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36 ossia il costruire, debba essere, soltanto se prima abbiamo meditato Erde den Menschen empfängt. Diese Lichtung befreit alle Wesung der Ereigneten in den 37
Ab-grund des Er-eignisses. Dieses aber – das Denken nennt in ihm das Seyn – thront
l’essenza di quelle cose che, di per se stesse, per la loro produzione nicht über den Ereigneten als ein Jenseitiges, noch umgreift es wie die bestimmungslose
(Herstellung) esigono che il costruire le porti alla luce (Hervorbringen). Leere nur das All des Seienden, sondern ist das Inzwischen, das, zuvor in die Erstrekkun-
Queste cose sono luoghi, che situano la Quadratura concedendole gen des Sichentrückenden (des Zeit-Spiel-Raumes) entfaltet, vom ’Menschen‘ als das
un sito, sito che di volta in volta dispone uno spazio. Nell’essenza di Da gegründet werden muß, in welcher Gründung erst der Mensch sein anderes Wesen
findet, daraus ihm Fug und Rang ersteht: das Da-sein» – «La lotta tra il fronteggiarsi e la
queste cose intese come luoghi giace il rapporto tra luogo e spazio, contesa è l’evenire-appropriante che dirada (das lichtende Er-eignen), in cui il dio adom-
ma anche la relazione del luogo all’uomo che in esso soggiorna e si bra la terra nel suo conchiudersi e l’uomo conforma il mondo, evento a partire dal quale
trattiene (sich aufhält).30 Perciò, considerando brevemente ciò che il mondo attende il dio e la terra accoglie l’uomo. Questa radura (Lichtung) affranca ogni
diradare essenziale (Wesung) di ciò che l’evento ha appropriato, liberandolo nell’abisso
segue, tentiamo ora di chiarificare l’essenza di queste cose che chia- dell’evento medesimo. Questo, però – in esso il pensiero nomina l’Essere (Seyn) –, non
miamo costruzioni. troneggia su ciò che ha appropriato come un aldilà ulteriore, né lo circonda al modo in cui
Da un lato: in che relazione stanno luogo e spazio? E dall’altro: soltanto il vuoto privo di determinazione accerchia il tutto dell’ente, bensì è il frammezzo
qual è il rapporto tra uomo e spazio? il quale, già dispiegato nelle distensioni di ciò che estaticamente si ritrae (des Sichen-
trückenden) (del gioco-di-spaziotempo), dev’essere fondato dall’‘uomo’ come il ci; in tale
Il ponte è un luogo. In quanto è una tal cosa concede e situa fondazione l’uomo ritrova innanzitutto la sua essenza altra, e di qui si ridestano per lui
uno spazio nel quale terra e cielo, i divini e i mortali vengono ac- disposizione e condizione: l’esser-ci» (HGA LXVI (Besinnung), § 9, p. 22). Nel § 31 della
colti (eingelassen). Lo spazio concesso e situato dal ponte racchiude stessa opera, dedicato a Der Zeit-Spiel-Raum Heidegger parla dell’«[…] inespugnabi-
le pienezza intimamente-essenziante del frammezzo che abissalmente, in-fondatamente
numerosi posti, rispetto al ponte in rapporto di differente vicinanza fonda ogni vicinanza e distanza, ogni ricusazione e profferta, ogni velamento e diradante
e lontananza. Forse, però, questi posti si lasciano accostare soltanto rischiararsi […]» (ivi, § 31, p. 102). Il § 41 s’intitola poi Das Inzwischen des Da, Il fram-
come mere posizioni tra le quali sussiste un intervallo misurabile; mezzo del ci che «[…] è da intendersi pre-spazialmente e pre-temporalmente, se ‘spazio’
un intervallo, in greco uno στάδιον, è sempre un essere-disposto e ‘tempo’ intezionano l’ambito oggetuale di ciò che è semplicemente presente e della sua
rap-presentazione individuata mediante una coordinata puntuale locativa e temporale. E
(eingeräumt), e precisamente tra semplici posizioni. Ciò che viene precisamente ‘frammezzo’ (’Inzwischen‘) indica la doppia intimità di in-mezzo (Inmitten)
disposto e concesso (das Eingeräumte) dalle posizioni è uno spazio di e frattanto (Unterdessen) (l’attimo dell’abisso)» (ivi, § 41, p. 117). Prima di procedere sul
tipo peculiare. In quanto intervallo, come stadion, è ciò che la stessa piano interpretativo, veniamo ad un importante passaggio dei Contributi, che ci permette
di ‘temprarci’ con più ‘risolutezza’ nella vertigine che ci ‘induce’: «L’Essere (Seyn) essen-
parola stadion ci dice in latino, uno ‘spatium’, un frammezzo spaziale zia (west) come frammezzo (Zwischen) per il dio e per l’uomo, ma in modo tale che sol-
(Zwischenraum).31 tanto questo frammezzo spaziale (Zwischenraum) conceda al dio e all’uomo la possibilità
essenziale, un frammezzo che s’infrange sulle proprie sponde e solamente a partire da
questo rifrangersi le fa sorgere come sponde; sempre appartenenti al flusso dell’evento-
degger si richiama ad un importante passo platonico – Plat. Symp., 205 b – e lo traspone appropriante, sempre celate nella ricchezza delle loro possibilità, esse incessantemente
in un’autonoma ‘esigenza’ di pensiero: «“Ἠ γάρ τοι ἐκ τοῦ μὴ ὄντο̋ εἰ̋ τὸ ὂν ἰόντι ὁτῳοῦν descrivono il superarsi e il recedere degli inesauribili rapporti nel cui rischiarante diradarsi
αἰτία πᾶσά ἐστι ποίησι̋”. “Ogni indurre che di volta in volta fa sì che dalla non-presenza mondi si congiungono ed inabissano, terre si dischiudono e patiscono la distruzione»
alcunché pro-ceda e trapassi nella presenza, è ποίησι̋, pro-duzione (Her-vor-bringen)”» (HGA XLV, p. 476, tr. it. Contributi alla, cit., § 267, pp. 459-460). Impossibile in sede di
(«”Jede Veranlassung für das, was immer aus dem Nicht-Anwesend über- und vorgeht in commento procedere ad un confronto analitico coi passi richiamati. Si è preferito citare
das Anwesen, ist ποίησι̋, ist Her-vor-bringen“» – HGA VII, p. 12, tr. it. La questione della direttamente la lettera heideggeriana in modo tale che il lettore possa disporre degli
tecnica, in Saggi e, cit., p. 9): in quanto pro-duzione (Pro-duktion, Her-stellen), ποίησι̋ opportuni riferimenti al fine di implementare un dialogo autonomo intorno al tema dello
è essenzialmente «Her-vor-bringen», volontà di potenza che strappa l’essente dall’ombra Zwischenraum. Ci limiteremo dunque ad alcune osservazioni generali. Frammezzo è ciò
del nulla e lo decide così per la presenza ‘causandolo’ nel reale-effettivo (wirklich). Per che descrive il campo interno alla Quadratura, ciò che ‘oscilla’, inoggettivabile, nel dia-
rendere conto di questo movimento, dunque dell’eredità della ποίησι̋ greca nella pro- framma del coappartenersi di cielo e terra, divini e mortali. Esso pensa l’originaria disten-
duzione come Hervor-bringen, traduciamo talvolta semplicemente con produrre, talvolta sio in cui Lichtung dirada come Wesung, ossia in essenziale coappartenenza allo Seyn
invece – quando l’intima struttura della parola giochi un ruolo particolarmente rilevante in quanto Wesen der Wahrheit. Tale distensio anticipa il costituirsi rappresentativo dello
nella scrittura heideggeriana – con portare alla luce, intuendo nell’espressione italiana spazio, nonché l’impianto soggettivistico di una sua trasposizione autocosciente in termini
una feconda affinità con l’intentio primaria del termine tedesco. temporali – non tanto, dunque, lo spazio-tempo in termini ‘estetico-trascendentali’, quanto
30. Cfr. supra. piuttosto lo Zeit-Spiel-Raum come ‘grembo’, ‘matrice’ originaria coestensiva all’aprirsi del
31. Zwischenraum: si tratta di termine affatto fondamentale nella speculazione heidegge- fondamento per il ‘ci’ dell’esser-ci, ἄτοπο̋ τόπο̋ (χώρα). L’evento della verità ‘si fa strada’
riana, talvolta indicato semplicemente come das Zwischen (o Inzwischen). Ci limitiamo nell’‘assolutamente semplice’, ‘prende terreno’ nell’Einfalt (συμπλοκή) che in-tiene l’unicità
a riportare a riguardo alcuni ‘punti salienti’, innanzitutto da Besinnung, il trattato scritto del Geviert, compenetra il ‘diaframma’ che ne sop-porta il rivelarsi ‘assumendo’ il fram-
tra il 1938 e il ’39, e pubblicato postumo nel 1997: «Das Kampf zwischen Entgegnung mezzo come ‘aspetto originario’ del gioco-di-spaziotempo che l’accasa. Tale frammezzo,
und Streit ist das lichtende Er-eignen, darin der Gott die Erde in ihrer Verschlossenheit scrive Heidegger, «dev’essere fondato dall’‘uomo’ come il ci». Nel linguaggio maturato in
überschattet und der Mensch die Welt erstellt, daraus die Welt den Gott erwartet und die Bauen Wohnen Denken ciò significa: abitando l’uomo è chiamato a salvaguardare l’im-
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

38 Così vicinanza e lontananza possono diventare semplici allonta- molteplicità delle tre dimensioni. Anche ciò che tuttavia questa mol- 39
namenti o distanze intervallate da un frammezzo. In uno spazio che teplicità dispone, non viene più determinato mediante distanze, non
è rappresentato semplicemente come spatium, il ponte appare ora è più uno spatium, bensì solamente extensio – estensione. Ancora una
come un semplice qualcosa in una posizione, posizione che in qua- volta, infatti, è poi possibile ridurre lo spazio come extensio a relazioni
lunque momento può venire occupata da qualcos’altro o essere sosti- formali (Relationen) analitico-algebriche. Ciò che queste concedono
tuita da una mera notazione. Non è ancora tutto: è possibile mettere è la possibilità della costruzione puramente matematica di moltepli-
in risalto le semplici distensioni in altezza, ampiezza e profondità a cità con un numero di dimensioni a piacere. Si può chiamare questo,
partire dallo spazio come frammezzo. Ciò che così viene tratto fuori ciò che viene disposto matematicamente, ‘lo’ spazio. Ma ‘lo’ spazio
(Abgezogene)32, in latino abstractum, lo rappresentiamo come la pura in questo senso non contiene né spazi né posti. In esso non troviamo
mai luoghi, ossia cose del tipo del ponte. Del tutto all’opposto, è ne-
gli spazi che vengono disposti e concessi mediante luoghi che giace
plicatio (Einfalt) di terra e cielo, dei divini e dei mortali, ed in tal modo egli ha cura del fram- viceversa sempre lo spazio come frammezzo ed in questo a sua volta
mezzo del loro coappartenersi; solo così infatti assegna al proprio ‘ci’ la stessa misura
dello Zwischenraum, ad esso lo medesima ed in esso lo fonda. Τὸ αὐτό: il ci dell’esser-ci lo spazio come pura estensione. Spatium ed extensio offrono in ogni
dirada nella Quadratura come frammezzo; νοεῖν ed εἶναι, essere e pensiero si coappar- momento la possibilità di misurare le cose e ciò che esse dispongono
tengono nel ‘conproprio’ dello Zwischen in quanto campo originario della Quadratura. secondo distanze percorsi direzioni, e di calcolare poi queste misure.
Solo per una meditazione che sappia pareggiarsi all’inquietudine che insidia l’abitare, la
loro inaudita coappartenenza potrà trovare asilo nella parola della filosofia.
In nessun modo però i valori misurati e le loro dimensioni, soltanto
Per ragioni di completezza non è possibile esimersi dal richiamare, quanto alla tematica perché applicabili a tutto ciò che in generale è esteso, sono anche
dello Zwischenraum, l’Auseinandersetzung che a riguardo ‘costringe’ Heidegger ad Höl- il fondamento per l’essenza di spazi e luoghi misurabili con l’aiuto
derlin. Imprescindibile un riferimento innanzitutto a » …dichterisch wohnet der Mensch… dell’elemento matematico. In che misura frattanto anche la fisica
« – scritto che, come in ‘sacra rappresentazione’, compone con Bauen Wohnen Denken
una sorta di ‘dittico dell’abitare’. Il filosofo sta commentando alcuni versi dove compare moderna venne costretta dalla cosa stessa a rappresentare il medium
la parola «aufschauen», «guardare in alto» nel senso, in questo specifico caso, di «mirare spaziale dello spazio cosmico come unità di un campo (Feldeinheit)
il cielo». Osservando il cielo l’uomo accoglie il proprio destino. Innanzi alla più ‘nuda’ che attraverso i corpi viene determinata come centro dinamico, ciò
delle domande, «Will ich auch seyn?», non ha che da ‘esibire’ l’‘insecura gratia’ del pro-
prio incommensurabile «sì»: eccomi, io sono. «Das Aufschauen durchmißt das Zwischen
non può essere discusso (erörtert)33 in questa sede.
<die Unzugangbarkeit> von Himmel und Erde. Dieses Zwischen ist dem Wohnen des
Menschen zugemessen» – «Il guardare in alto misura il frammezzo <l’inaccesibilità [nota
manoscritta]> di cielo e terra. Questo frammezzo, commisurato all’abitare dell’uomo, ad calcolanti viene ‘ab(s)-tratta’ la tripartizione normativa in altezza, ampiezza e profondità.
esso è assegnato» (HGA VII, p. 198, tr. it. « …poeticamente abita l’uomo… », in Saggi Si tratta però di un’oggettivazione se non del tutto impropria quantomeno secondaria, e
e, cit., p. 130). Altrove – ci riferiamo allo scritto »Andenken« raccolto nelle Erläuterungen comunque massimamente lontana dalla Freigabe von Orten che contraddistingue l’in-
zu Hölderlins Dichtung – Heidegger interpreta la figura del semidio, μεταξὺ tra mortali tenso diradare dello Zwischenraum.
e divini. Egli deve sapersi mantenere nell’impossibile equilibrio del ‘tratto’ che distingue 33. Il ricorso al verbo erörtern (ordinariamente discutere, dibattere, trattare) in questo
uomini e dei. Non mai forzare gli argini della propria misura, eccedendo nell’incontenibile contesto non può affatto risultare casuale; in esso risuona infatti l’Ort (er-ört-ern), tant’è
vocazione ad innalzarsi al rango dei divini o trascinandosi nell’inessenza, rovinando così che fra le primarie esplicitazioni del suo significato incontriamo l’espressione: nach allen
nel meramente umano. «[…] Con la brama per uno solo dei due ha luogo la divisione e Seiten, in Ort und Ecke ermessen – parafrasando: misurare, valutare secondo ogni
viene distrutto il frammezzo a cui il semidio deve attenersi» (HGA IV, p. , tr. it. La poesia, prospettiva, conferendo un luogo e una determinazione peculiare a ciò che si considera.
cit., p. 126). Semidio è il poeta che, preservandolo, ridona sacralità all’abitare, che prepa- Sostantivo corrispondente a erörtern è Erörterung, nel linguaggio comune discussione
ra il luogo per il ritorno degli dei, un’apertura che ad essi ‘si eguagli’ e meriti così la loro dibattito esaminazione. È nota però la specifica valenza filosofica accordata da Kant al
cura. Semidio è colui che abita il frammezzo come «[…] semplice dell’ente e dell’essere termine, definito con estrema precisione nel § 2 della sua Estetica trascendentale: «Ich
[…]» (ἁπλόο̋). Nel Geviert come Zwischenraum, come campo continuo della differenza, verstehe aber unter Erörterung (expositio) die deutliche (wenn gleich nicht ausführliche)
poetare abitare e pensare dicono essenzialmente un medesimo. Vorstellung dessen, was zu einem Begriffe gehört […]» – «Con Erörterung (expositio) io
32. Das Abgezogene: composto dalla preposizione ab- (da, a partire da, muovendo da) intendo però la rappresentazione chiara (seppur non particolareggiata) di ciò che appar-
e da gezogen (participio passato di ziehen – tirare trarre estrarre – che significa appunto tiene ad un concetto […]» (KW III (Kritik der reinen Vernunft), pp. , tr. it. di G. Gentile e G.
tirato tratto estratto), è ‘calco’ esatto del latino ab(s)-tractum, letteralmente: ciò che viene Lombardo-Radice, Critica della ragion pura (2 voll.), Bari 1972 (5), I, § 2, p. 68 (citiamo
tratto fuori. Il discorso heideggeriano intende far leva su questa corrispondenza linguistica la versione originale riferendoci all’edizione delle opere complete edita per i tipi della
per mostrare come una distinzione analitico-matematica delle tre dimensioni dello spazio Suhrkamp di Frankfurt am Main nel 1974 (herausgegeben von W. Weischedel)). Ripren-
sia possibile soltanto sul fondamento di una previa ‘astrazione’; dalla contrada originaria dendo in parte la lectio kantiana, Heidegger accentua nell’Erörterung la sua ‘inclinazione
del frammezzo come ‘(a)topologico’ spazializzarsi nel medesimo della Zwiefalt essere- ostensiva’: essa indica cioè quella localizzazione – intesa come ‘modo spaziale’, disposi-
pensiero, mediante l’attivazione di procedure e dispositivi di razionalizzazione scientifico- zione ‘topologica’ del Besinnen – la quale alloca il pensato nel suo proprio assegnandogli
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40 Gli spazi che noi quotidianamente attraversiamo34 sono concessi esse. Se noi ora – noi tutti – partendo da qui pensiamo all’antico pon- 41
e disposti da luoghi la cui essenza si fonda in cose del tipo delle te di Heidelberg, ebbene il pensare che si orienta verso quel luogo
costruzioni. Se facciamo attenzione a queste relazioni fra luogo e non è un semplice vissuto interno alle persone che qui sono presenti,
spazi, fra spazi e spazio, allora guadagniamo un punto d’appoggio appartiene anzi all’essenza del nostro pensare al ponte summenzio-
per meditare il rapporto tra uomo e spazio. nato che questo pensare sopporti in sé (in sich durchsteht) la lontananza
Se il discorso riguarda l’uomo e lo spazio, allora – così sembra – a questo luogo. Partendo da qui noi siamo lì presso il ponte e non
è come se da una parte stesse l’uomo e dall’altra lo spazio. Tuttavia approssimativamente nel mezzo di un contenuto di rappresentazioni
per l’uomo lo spazio non è alcunché di antistante. Non è un oggetto nella nostra coscienza. Muovendo da qui possiamo addirittura esse-
esterno né un vissuto interno. Non ci sono gli uomini e oltre a ciò lo re ben più vicini a quel ponte e a ciò che esso dispone e concede
spazio; poiché io dico ‘un uomo’ e penso con questa parola a colui che, di quanto non lo sia qualcuno che quotidianamente lo utilizzi in-
in maniera umana, è, ossia abita; poi, con l’espressione ‘un uomo’, differentemente come un qualsiasi passaggio pedonale. Spazi, e con
nomino già il soggiorno nella Quadratura presso le cose. Persino nel essi ‘lo’ spazio, sono sempre già concessi e disposti nel soggiorno dei
momento in cui ci rapportiamo a cose che non sono in una prossimi- mortali. Spazi si aprono per il fatto che essi sono accolti nell’abitare
tà tangibile, soggiorniamo trattenendoci presso le cose stesse. Non ci dell’uomo. I mortali sono, ciò dice: abitando sopportano spazi sul fon-
rappresentiamo soltanto le cose lontane interiormente – come si im- damento del loro soggiorno presso cose e luoghi. E soltanto perché
para –, in modo tale che, come sostituti delle cose lontane, nella no- i mortali in accordo alla loro essenza sopportano (durchstehen) spazi,
stra testa e al nostro interno trascorrono soltanto rappresentazioni di possono attraversarli (durchgehen). Eppure nell’andare (Gehen) non
rinunciamo a quell’insistere (Stehen). Piuttosto procediamo sempre
attraverso luoghi in modo tale che con questo già li sosteniamo (sie
il ‘giusto luogo’ nella costellazione del pensare. In opposizione ad un’esasperata ‘accen-
tuazione epistemica’ che intenda definirsi secondo un manicheo aut aut di razionale e ausstehen)35, nella misura in cui ci tratteniamo costantemente pres-
irrazionale, in Zur Seinsfrage Heidegger propone la ‘sapienza’ di un nuovo pensiero che so luoghi e cose vicini e lontani soggiornandovi. Se mi dirigo verso
«[…] könnte indes durch das vorbereitet werden, was in den Weisen der geschichtlichen l’uscita della sala, ci sono già, e non potrei mai andarci se non fossi in
Erläuterung, der Besinnung und der Erörterung tastende Schritte versucht» – «[…] po-
trebbe essere preparato da ciò che, tastando, tenta dei passi nei modi della delucidazione
una situazione tale per cui sono già lì. Non sono mai qui come questo
(Erläuterung) storica, della meditazione (Besinnung) e della localizzazione (Erörterung)» corpo incapsulato, piuttosto sono lì, ossia sto sopportando lo spazio,
(HGA IX, pp. 388-389, tr. it. La questione dell’essere, in Segnavia, cit., p. 339, corsivo e soltanto così posso attraversarlo.
nostro). In Kants These über das Sein Heidegger offre un’ulteriore indicazione, che ripor- Anche nel momento in cui i mortali ‘ritornano a se stessi’36, non
tiamo: «Das Rückführen auf den Ort nennen wir Erörterung. Das Erklären und Erläutern
gründet im Erörtern» – «Chiamiamo Erörterung, localizzazione, il ricondurre al luogo. Il abbandonano l’appartenenza alla Quadratura. Se noi – come si dice
chiarificare e il delucidare si fondano sul localizzare (Erörtern)» (HGA IX, pp. 471-472, tr.
it. La tesi di Kant sull’essere, in Segnavia, cit., p. 419). Più esauriente delimitazione del
termine si ha in HGA XII, p. 33, tr. it. di A. Caracciolo e M. Caracciolo Perotti, In cammino 35. Evidenziati tra parentesi, ricorrono qui i verbi durchgehen, gehen, stehen, durch-
verso il linguaggio, Milano 1973, p. 45: «Erörtern meint hier zunächst: in den Ort weisen. stehen, ausstehen. La scrittura heideggeriana fa dunque leva su due plessi semantici
Es heißt dann: den Ort beachten. Beides, das Weisen in den Ort und das Beachten des fondamentali (legati rispettivamente a gehen e stehen) per poi – l’Autore ci ha ormai abi-
Ortes, sind die vorbereitenden Schritten einer Erörterung. Doch wagen wir schon genug, tuati a questa peculiare ‘duttilità’ – rieducarli ‘plasticamente’ mediante l’impiego di alcune
wenn wir uns im folgenden mit den vorbereitenden Schritten begnügen. Die Erörterung preposizioni (vere e proprie ‘particelle modali’) in grado di addomesticarne le ‘variazioni
endet, wie es einem Denkweg entspricht, in eine Frage. Sie frägt nach der Ortschaft des flessibili’. Difficile rendere in traduzione la medesima, scultorea espressività, nonché le
Ortes» – «Erörtern vuol dire qui per prima cosa: indicare il Luogo (Ort). E poi significa: argentine simmetrie che la penna heideggeriana assicura al divenire del proprio gesto. Un
rispettare il luogo. Ambedue le cose: richiamare al luogo indicandolo e rispettare il luogo solo esempio: il chiasmo [(durchstehen-durchgehen)-(gehen-stehen)] pone una tensione
sono i passi preparatori ad una Erörterung. Certo osiamo già abbastanza, se, in quanto risolta soltanto nel successivo sviluppo linguistico, con la mediazione apportata dall’aus-
segue, ci accontentiamo dei passi preliminari. L’Erörterung termina, come si addice a un stehen, che rende esplicito un guadagno anche ‘speculativo’. Davvero magistrale.
cammino di pensiero, in una domanda. Tale domanda chiede della località (Ortschaft) del 36. «’In sich gehen‘»: il riferimento polemico è certo a quell’inveterata prassi del sog-
luogo». Secondo quanto detto, l’intero itinerario tracciato in Bauen Wohnen Denken è in- gettivismo occidentale, che, risalente almeno ad Agostino, concepisce il momento più
terpretabile come il tentativo di un’Er-ört-erung dell’abitare, articolazione di un movimento autentico del proprio itinerarium spirituale come un ripiegamento capace di attingere
di pensiero che intende appunto lasciar emergere l’essenza inaugurale del Wohnen a nell’assolutamente interno alla parola della rivelazione. «Tu autem eras interior intimo meo
partire dall’istanza fondamentale dell’Ort, il campo originario che dispone la Quadratura et superior summo meo» (August. Confess., III, VI 11) – così il vescovo di Ippona si ri-
come Zwischenraum, unificandola intorno all’intensio della ‘cosa-opera’. volge al Dio cristiano, «più interno in me di ciò che mi è più intimo», inaugurando i motivi
34. [III edizione 1967: gli ‘spazi’ abituali]. di una ‘metafisica del sé’ destinata ad imporsi come dominante nel decorso dell’onto-
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42 – meditiamo su noi stessi, ritorniamo su di noi ripiegandovi a partire questi luoghi accasano (behausen) il soggiorno degli uomini. Cose di 43
dalle cose senza mai abbandonare il soggiorno presso di esse. Persino la questo tipo sono accasamenti (Behausungen), dimore, ma non abita-
perdita del rapporto verso le cose che sopraggiunge in stati depressivi zioni in senso stretto.
non sarebbe affatto possibile se anche questa condizione non rima- Il produrre che porta alla luce (Hervorbringen) tali cose è il co-
nesse ciò che essa è in quanto propria dell’uomo, ossia un soggior- struire. La sua essenza si fonda sul fatto che essa corrisponde al
no presso le cose. Soltanto se questo soggiorno predetermina (schon modo di queste cose. Esse sono luoghi che concedono (verstatten)
bestimmt) l’essere-uomo, le cose presso le quali siamo possono anche spazi situandoli. Perciò il costruire, dacché erige luoghi, è un istitu-
non rivolgersi a noi e non avere altresì più nulla che ci riguardi. ire e un congiungere spazi. Poiché il costruire produce e porta alla
Il riferimento dell’uomo a luoghi e attraverso luoghi a spazi si luce luoghi, alla congiunzione dei loro spazi viene neccessariamente
fonda sull’abitare. Il rapporto di uomo e spazio non è nient’altro associato, nella compagine cosale (in das dinghafte Gefüge) della co-
che l’abitare pensato essenzialmente. struzione, lo spazio in quanto spatium e in quanto extensio. Soltanto
Se riflettiamo sulla modalità di relazione da noi tentata fra luogo che il costruire non conforma mai ‘lo’ spazio. Né immediatamente
e spazio, ma anche sul rapporto tra uomo e spazio, viene messa in né mediatamente. Ciononostante il costruire, dacché produce cose
luce l’essenza di quelle cose che sono luoghi e che noi chiamiamo portandole alla luce in quanto luoghi, è più vicino all’essenza degli
costruzioni. spazi e all’origine essenziale ‘dello’ spazio di quanto non lo sia ogni
Il ponte è una cosa di tipo peculiare. Il luogo accoglie in un sito geometria o matematica. Il costruire erige luoghi che concedono e
l’implicatio (Einfalt) di terra e cielo, dei divini e dei mortali, nella mi- dispongono un sito per la Quadratura. Dall’implicatio (Einfalt) nella
sura in cui instaura siti negli spazi. Il luogo concede la Quadratura quale terra e cielo, i divini e i mortali si coappartengono, il costruire
disponendola37 in un duplice senso. Il luogo ammette la Quadratura riceve la disposizione (Weisung) per il suo erigere luoghi. Dalla Qua-
e il luogo la instaura. Entrambi, ossia il disporre-concedere (Einräu- dratura il costruire prende in consegna le misure per ogni percorrere
men) come ammettere (Zulassen) e il disporre-concedere come in- ed ogni misurare gli spazi che di volta in volta sono concessi e dispo-
staurare (Einrichten)38, si coappartengono. Come duplice disporre- sti mediante luoghi istituiti. Le costruzioni custodiscono (verwahren)
concedere il luogo è una custodia (Hut) della Quadratura o, come la Quadratura. Sono cose che secondo il loro modo salvaguardano
dice la parola stessa, un Huis, un Haus39, una casa. Cose del tipo di (schonen) la Quadratura. Salvaguardare la Quadratura, salvare la ter-
ra, accogliere il cielo, attendere i divini, accompagnare i mortali,
questo quadruplice salvaguardare è la semplice essenza dell’abitare.
teologia occidentale. Heidegger intende sovvertire questo paradigma, capovolgendo il
‘pietismo’ che contraddistingue in chiave etica il dispositivo-soggetto sviluppatosi sotto
l’egida kantiana, e forzando pertanto ad un suo superamento: non si dà alcun ‘sé’, alcuna
‘forma soggettiva’ ontologicamente fondante ed autonoma che possa sottrarsi al campo
della Quadratura ed imporsi come ‘criterio di verità’, come fundamentum absolutum et dove però la consonante finale (hu-s), in quanto non compresa nella forma base della
inconcussum o autocertezza autocosciente. Con-aperto nel frammezzo dove ha quiete radice della parola, tende a conformarsi a suffissi eterogenei, come ad esempio il gotico
l’esser-cosa della cosa, il ‘ci’ dell’esser-ci mortale in nessun modo può retrocedere dal -is. Il germanico husa- (evidentemente legato a hus) proviene da kuso-, estensione con
proprio originario soggiornare in esso, e dunque presso quella. Piuttosto è già da sempre l’aggiunta della s- della radice indoeuropea keu-, che indica coprimento: il gesto dell’av-
nell’incontro con la cosa, ad essa vertiginosamente at-tratto, ‘tragicamente’ fedele al suo volgere, di un rivestire che ripara. Al medesimo plesso linguistico – e semantico – riman-
intransitabile in-sorgere. da anche Hütte (capanna, rifugio), e così Hut (cfr. supra), termini che si sviluppano invece
37. [III edizione 1967: Dis-porre –: ammettere instaurare – dis-locare (il locus)]. mediante l’aggiunta di una t- (anziché di una s-). Hu-t e hu-is (dunque Haus) condividono
38. Anche in questo caso l’Autore fa leva sul duplice significato di einräumen da noi pertanto la stessa origine etimologica, ed è proprio su questa comune provenienza che
precedentemente rilevato (cfr. supra). Si parla infatti di «Einräumen come ammettere e fa leva il discorso heideggeriano. Scrivendo che «[…] il luogo è una custodia (Hut) della
Einräumen come instaurare»; come ammettere, einräumen è quanto abbiamo indicato col Quadratura o, come dice la parola stessa, un Huis, un Haus», Heidegger non fa che
termine concedere, come instaurare, esso rimanda invece al disporre. Nel suo concetto sottolineare la comune derivazione di entrambi i termini, Hut e Haus (huis, hus). Ambe-
inabita dunque una peculiare ‘ambiguità modale’: negativamente esso ‘fa spazio’, conce- due rimandano infatti ad un’istanza di protezione, preservazione, tutela, così come dimo-
de, dischiude la possibilità del luogo, positivamente instaura nello spazio il presentarsi stra l’idoeuropeo keu-, dal quale appunto discendono. In Haus, la ‘casa’, più non risuona
della cosa, ricolma l’aperto del suo diafano soggiorno. quindi il significato normativo ordinario funzionale della parola, ‘volgarmente’ degradata
39. Haus. L’antica forma della parola (antico alto tedesco, medio alto tedesco, antico a mera abitazione, ‘costruzione abitativa’. Essa è innanzitutto un luogo di salvaguardia
sassone, anglosassone) è hus (ricorrente in gotico soltanto nell’espressione gudhus, custodia preservazione. Il sacro luogo dove l’abitare ha radice, dove l’uomo, nel rifugio
templio, letteralmente: casa dove abita il dio). Anche huis, hu-is è una variante di hus, della propria im-potenza, attende il ritorno dei divini.
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44 In tal modo, dunque, le vere costruzioni plasmano l’abitare nella E ancora: «Seinlassen geschieht nur so und kann nur so geschehen, daß uns dabei das, 45
was wir da sein lassen, offenbar, d. h. wahr ist. Seinlassen steht im Bedingungszusam-
sua essenza e danno casa (behausen) a quest’essenza. menhang mit Wahrheit» – «Il lasciar-essere accade e può accadere soltanto nel seguente
Il costruire così connotato è un lasciar-abitare (Wohnen-lassen)40 modo: qualora ciò che noi lasciamo esserci sia contemporaneamente rivelato, ossia vero.
privilegiato. Se in effetti è così, allora il costruire ha già corrisposto Il lasciar-essere sta in una vincolante connessione con la verità» (ivi, p. 105, tr. it. ibid.;
quanto alla tematica dello Seinlassen si confrontino anche i seguenti paragrafi: § 25 b.
Die Urhandlung. Das Seinlassen des Seienden – ivi, pp. 183-184, tr. it. ivi, I, § 25 b, pp.
40. Wohnen-lassen. Un intero percorso di ricerca potrebbe eleggere a proprio filo con- 163-165 –, e § 46. Philosophie als Grund-haltung: Geschehenlassen der Transzendenz
duttore gli sviluppi e le ‘variazioni’ del verbo lassen nel pensiero heideggeriano. Già in aus ihrem Grunde – ivi, pp. 397-401, tr. it. ivi, II, § 46, pp. 348-352 –). Riattivato in rela-
nota 1, ponendo l’accento sull’‘intonazione’ fenomenologica del ‘metodo’ heideggeriano, zione al lasciar-abitare ciò significa: il nostro occuparci dell’abitare equivocandolo come
comparve un primo, importante riferimento in tal senso: «Das was sich zeigt, so wie es mera generalizzazione del costruire edifici è possibile soltanto sul fondamento di un ben
sich von ihm selbst her zeigt, von ihm selbst her sehen lassen» – «Far vedere da se stesso più originario dimorare il quale concerne invece quel ‘prendere soggiorno’, quell’emerge-
ciò che si mostra, così come esso a partire da se stesso si mostra». «Far vedere», lasciar re ‘in’ presenza che assegna ciascun essente al proprio luogo, ammettendolo e dispo-
vedere, in tedesco lassen s’avvantaggia di questa felice ambiguità: come semi-modale, nendolo nella Quadratura. Non si tratta dunque dell’abitare inteso come attività, prassi
infatti, può oscillare tra il comportamento di un verbo pieno e quello di un verbo modale. naturale o ‘gesto volitivo’, e nemmeno dell’abitare pensato a partire da un presupposto
Che cosa si annuncia però nell’incessante ricorso del filosofo alle molteplici ‘dilatazioni’ poietico ‘fattivo’ (l’erezione di costruzioni atte ad esaudirne materialmente il ‘progetto’),
del termine? Gestell, che noi abbiamo di norma reso con impianto, viene non di rado bensì del Wohnen «come esso a partire da se stesso si mostra», del wunian che testimo-
tradotto anche con imposizione. Esso identifica il modus che contraddistingue il Wille nia dell’inaugurale indugio dell’essente, del ristare della cosa ri-lasciata nell’aperto che la
zur Macht all’apice dell’epoca tecnica: è ente reale-effettivo (wirklich) l’essente che s’er- lascia essere. Tra-lasciando di consegnare l’abitare all’inesorabile dominio della tecnica,
ge sul Bestand pro-ponendo (dunque im-ponendo) l’insistente rigidità del proprio sog- nel pensarlo lo rimettiamo alla sua essenza. Consentiamo a che essa si promani in noi e
giorno. In nessun modo il suo prevaricante ‘raggelarsi’ nel questo della determinazione c’investa dell’inaudita ricchezza che in sé reca. Solo così il mortale transpropria (überei-
disponibile a tecnica trasformazione coincide col libero diradare di φύσι̋ che concresce gnet) il suo esserci nel fondo-senza-fondo dell’ἀλήθεια, riluce nel vero che corrisponde
alla presenza, in essa s’attarda matura ed ha posa, per poi ritornare all’ombra il suo ri- l’abitare all’essere. Sul fondamento di questa rivelazione originaria più non usa violenza
poso. Mai l’incoercibile soggiorno della cosa può ‘impietrire’, ‘calcificarsi’ come inamovi- al soggiorno della cosa, preserva il luogo che la unifica, lascia che essa abiti affidandola
bile, attenersi con violenza al ‘qui’ della propria compiuta oggettivazione, conformare la ai segreti della terra.
misura del suo ‘stare’ all’inflessibile certezza della res. Ciò che si mostra, piuttosto, è in Per ascrivere al nostro commento un qualche margine di completezza, quanto alle ‘for-
un transitare che non può essere catturato od orientato da ‘volontà’ alcuna, Aufenthalt me’ del lassen sono necessari alcuni ulteriori riferimenti. Innanzitutto al pensiero della
rimesso all’‘inassegnabile flessione’ del suo destino e lasciato essere per essa soltanto. Gelassenheit (che anche noi, non trovando di meglio, renderemo con abbandono), cui
Nel lassen viene alla parola ciò che si sottrae al dominio del Gestell, la cui ‘traccia’ rima- cenni altissimi sono consacrati nel primo dei Feldweg-Gespräche, Ἀγχιβασίη. In quanto
ne essenzialmente inassimilabile alla pro-vocante pre-tesa dell’imposizione. Lassen vale Ge-lassenheit, composto dal prefisso sociativo ge- e dalla sostantivazione concettuale
dunque come reciproco della volontà di potenza; a questa diametralmente opposto, nel di lassen (di qui il suffisso -heit, indicante di norma i nomi astratti), il termine allude ad
dire cui s’accompagna esso instilla il diniego ad ogni macchinazione, un ‘abbandono’ un raccoglimento essenziale (detto appunto nel ge-) che nel proprio si contrae, ‘riunione’
(Ge-lassenheit) capace forse di ‘salvezza’ (Rettung). Tra le più pregnanti formulazioni di la quale, anziché intervenire manipolare imporsi sulle cose costringendole al giogo della
quanto andiamo tematizzando, affatto significativa rimane quella rintracciabile nel cor- propria volontà, rispetta e lascia essere l’inoggettivabile eccedenza del loro passare. Nel
so del semestre invernale 1928-’29. Heidegger parla in questa sede per la prima volta ‘dialogo’ citato Heidegger ne offre articolata localizzazione (Erörterung), ‘mostrazione’
di seinlassen, lasciar-essere, termine che intendiamo interpretare come una sostanziale non a caso pluri-voca – non si tratta infatti di approntare un’uni-voca, non contraddittoria
formulazione preliminare di quanto in Costruire abitare pensare prende invece il nome definizione, quanto invece di ‘attorniare’ il luogo in cui la parola oscilla, senza obbligar-
di Wohnen-lassen (sul rapporto di medesimezza che ‘compenetra’ essere e abitare cfr. la alla cristallizzazione irrevocabile. Impossibile in questa sede ‘variare’ l’intero ‘spettro’
nota 5): «Wir lassen die Dinge sein, wie sie sind, überlassen sie ihnen selbst, auch dann dell’approssimarsi heideggeriano all’‘abbandono’. Ci limitiamo anche stavolta ad alcune
und gerade dann, wenn wir uns so intensiv wie immer beschäftigen. Ja, gerade in dem considerazioni generali, principiando come sempre dal testo. «Der Weise: Die Gelas-
und für den Gebrauch muß ich das Ding sein lassen, was es ist […] Aber nicht nur im senheit kommt aus der Gegnet, weil die Gelassenheit eigentlich darin besteht, daß der
gebrauchenden Verhalten, auch in ganz andersartigem Verhalten zu ganz andersartigem Mensch der Gegnet durch diese selbst gelassen bleibt. Er ist ihr in seinem Wesen ge-
Seienden, etwa im aesthetischen Verhalten liegt ein ganz bestimmtes Seinlassen eines lassen, insofern er der Gegnet ursprünglich gehört. Er gehört ihr, insofern er der Gegnet
Gemäldes z. B. oder einer Plastik […]» – «Lasciamo essere le cose come esse sono, anfänglich ge-eignet ist, und zwar durch die Gegnet selbst» – «Il Saggio: L’abbandono
le rilasciamo a loro stesse anche e soprattutto quando, intensamente come sempre, ci proviene dalla contrata, poiché esso consiste autenticamente nel rimanere dell’uomo ab-
teniamo occupati. Sì, proprio nell’uso e per l’uso devo lasciar essere la cosa ciò che essa bandonato alla contrata attraverso la contrata stessa. Nella sua essenza egli è abbando-
è […] Tuttavia non solo nel comportamento orientato all’uso, anche in un comportamento nato ad essa nella misura in cui originariamente le appartiene. Le appartiene in quanto è
del tutto differente verso un ente totalmente diverso, ad esempio nel comportamento dapprincipio ap-propriato alla contrata, e, precisamente, lo è dalla contrata stessa» (HGA
estetico, giace un lasciar-essere completamente determinato, di un dipinto ad esempio, o LXXVII (Feldweg-Gespräche), p. 122, tr. A. Fabris, Colloqui su un sentiero di campagna
di una scultura […]» (HGA XXVII (Einleitung in die Philosophie), p. 102, tr. it. a cura di I. (1944/45), Genova 2007, p. 107; cfr. anche ivi, pp. 142-143, pp. 145-146, tr. it. ivi, p.
De Gennaro e G. Zaccaria, Avviamento alla filosofia, Milano 2007, I, § 13 f, p. 92; il para- 126, p. 129). Il riferimento a Gegnet, la contrata (la contrada, Gegend, cfr. Eterotopie.
grafo di riferimento titola § 13 f. Vom Seinlassen der Dinge). Poco oltre (ivi, p. 104, tr. it. Gropius – Heidegger – Scharoun, saggio introduttivo a Costruire abitare pensare), ci
ivi, I, § 13 f, p. 94) Heidegger precisa: «Unser Sein bei dem Vorhandenen ist ein Seinlas- immette immediatamente nel nostro tema. Contrata, infatti, dice qui il medesimo che Ort,
sen» – «Il nostro essere presso ciò che è semplicemente presente è un lasciar-essere». Zwischenraum, Geviert. Gelassenheit è pertanto autentico Wohnen-lassen: rimesso alla
MARTIN HEIDEGGER COSTRUIRE ABITARE PENSARE

46 all’appello della Quadratura. In questo corrispondere rimane radi- Produrre portando fuori (Hervorbringen) si dice in greco τίκτω. 47
cato il fondamento di ogni pianificare, che a sua volta apre ai proget- Alla radice tec di questo verbo appartiene la parola τέχνη, tecnica.
ti i territori adatti per i loro tracciati. Per i greci ciò non significa né arte né artigianato, bensì: far ap-
Non appena tentiamo di pensare l’essenza del costruire che eri- parire qualcosa come questo-qui o quello-lì o altrimenti in ciò che
ge costruzioni a partire dal lasciar-abitare, esperiamo più nettamen- è presente. I greci pensano la τέχνη, il produrre portando-fuori, a
te su che cosa si basa quel produrre nel quale il costruire si attua. partire dal far-apparire (Erscheinenlassen).42 La tecnica, che è neces-
Abitualmente assumiamo il produrre come un’attività le cui presta- sario pensare in questo modo, si cela da lungo tempo nell’elemento
zioni hanno come conseguenza un risultato, la costruzione ultimata. tettonico dell’architettura. Ancora di recente e più risolutamente
Si può rappresentare il produrre (Hervorbringen) in questo modo: essa si cela nell’elemento tecnico della tecnologia delle macchine
si comprende così qualcosa di esatto, eppure non si coglie la sua motrici. Ma l’essenza del produrre costruzioni portandole alla luce
essenza, che è un portar-qui (Herbringen) che porta-fuori (vorbringt). non si lascia pensare adeguatamente né a partire dall’architettura,
Il costruire infatti porta la Quadratura qui in una cosa, il ponte, e né a partire dall’ingegneria edile, e nemmeno muovendo da un
porta la cosa in quanto luogo fuori in ciò che è già presente, il quale mero accopiamento delle due. Il produrre costruzioni portandole
solo ora è concesso e disposto spazialmente (eingeräumt) attraverso alla luce non sarebbe poi altrettanto determinato in modo appropriato
questo luogo.41 se intendessimo pensarlo nel senso della τέχνη originariamente gre-
ca soltanto come un far-apparire che esporta (anbringt) ciò che viene
portato-fuori (Hervorgebrachtes) producendolo come un alcunché di
contrada che lo ap-propria all’evento dell’abitare, il mortale è ri-lasciato alla sua essenza. presente in ciò che è già presente.
Egli corrisponde al luogo del proprio soggiornare abbandonandosi ad esso, rinunciando L’essenza del costruire è il lasciar-abitare. L’attuazione essenziale
quindi ad imporvi le soverchianti ingiunzioni della propria disfrenata volontà. Egli è lasciato
abitare perché, abbandonato alla contrata, lascia che sia l’abitare stesso ad accordare (Wesensvollzug) del costruire è l’instaurazione di luoghi mediante la
‘giusta’ dimora al suo cammino. Egli è sul fondamento del proprio abitare e pensa per congiunzione dei loro spazi. Soltanto se siamo capaci di abitare, possia-
l’abitare. Rassegnato (ri-assegnato) al proprio destino, l’esserci attinge al κοινόν che lo mo costruire. Pensiamo per un momento a un podere (Hof) nella Fo-
fa prossimo all’essere.
Un’ultima menzione va poi fatta a » …dichterisch wohnet der Mensch… «: vi compare
resta Nera, che un abitare rurale due secoli orsono ancora costruiva.
un elemento altrettanto cruciale. Scrive infatti Heidegger: «Dichten ist das eigentliche Qui l’insistenza nella capacità di accogliere implicandoli semplicemente
Wohnenlassen […] Dichten ist, als Wohnenlassen, ein Bauen» – «Poetare è l’autentico (einfaltig) nelle cose terra e cielo, i divini e i mortali, ha edificato la
lasciar-abitare […] Poetare è, in quanto lasciar-abitare, un costruire» (HGA VII, p. 193, casa. Essa capacità ha posto il podere nel feudo montano riparato
tr. it. « …poeticamente abita l’uomo… », in Saggi e, cit., p. 126). Come detto Bauen
Wohnen Denken è il testo di una conferenza tenuta il 5 agosto 1951; » …dichterisch dal vento, volto a mezzogiorno, fra i pascoli e vicino alla sorgente.
wohnet der Mensch… « segue quel primo contributo soltanto di qualche mese (si tratta Lo ha fornito di un tetto di scandole ampiamente sporgente, il quale
infatti di un discorso pronunciato il 6 ottobre del 1951 alla Bühlerhöhe). Impossibile, con un’appropriata inclinazione sopporta il peso della neve, e che
dunque, non leggere in sinossi i due testi. Ma che cosa aggiunge il frammento riportato?
Essenziale il richiamo al poetare. Non v’è qui spazio a sufficienza per evadere degnamen-
espandendosi in profondità protegge le stanze dalle bufere delle
te quest’ulteriore ‘traccia’, ancora una volta del nostro commento s’accolga più che altro lunghe notti invernali. Non ha dimenticato il cantuccio dedicato a
l’istanza ‘regolativa’ di fondo. Poetando il mortale si eleva al frammezzo dove ha dimora Nostro Signore dietro la tavola comune, ha concesso e disposto nelle
der Dichter, il semidio. In tal modo si dispone alla cura dell’assenza dei divini, ha premura stanze i legittimi, sacri luoghi (Plätze) per il puerperio e l’‘albero dei
dell’incommensurabile ricchezza che in quella perdita si cela ed appronta così un luogo
per il loro impredicibile ritorno. Ebbene, ciò non consiste affatto nel forzare i ‘ritmi’ del morti’ – in questo modo si chiama lì la bara; ha così tracciato per
destino, imponendo coercitivi simulacri di ‘redenzione’ o una qualche ‘volontà’ che possa le diverse età della vita che abitano sotto un unico tetto l’impronta
‘accelerare’, blandire quell’avvento obbligandolo a venire, s’articola invece nell’‘abbando- del loro cammino attraverso il tempo. Un mestiere, anch’esso sorto
no’ ad un lasciar-abitare, ad un far-abitare che nell’im-potenza (Ohnmacht) del suo non-
volere sappia in-tendere il senso della propria attesa. Poiché nel bauen, in quanto buan,
dall’abitare, e che abbisogna dei propri attrezzi e delle proprie im-
è inscritto un ineliminabile rimando all’abitare e all’essere (cfr. nota 5), allora il poetare è palcature come cose, ha costruito la dimora (Hof).
autentico ‘costuire’ se esso, parimenti, consiste nel lasciar-essere il luogo che at-tende
alla venuta degli dei porgendolo al pensare e disponendo in esso adeguata ‘misura’ per
la sua sublime ‘dimensione’. Costruire abitare pensare essere e poetare ‘costellano’ in
verità un medesimo. 42. Quanto al ricorrere del verbo lassen, cfr. nota 40: si tratta di intepretare l’Erscheinen-
41. [III edizione 1967: portar-qui-fuori]. lassen come Sichzeigen, dunque, ancora una volta, come ‘momento’ del Seinlassen.
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48 Soltanto se siamo capaci di abitare, possiamo costruire. Il cenno al più antica persino dell’aumento del numero di abitanti sulla terra 49
podere nella Foresta Nera non significa affatto che noi per costruire e della situazione del lavoratore dell’industria. L’autentica penuria
dovremmo o potremmo ritornare a quelle dimore, bensì chiarifica, di abitazioni si fonda sul fatto che i mortali stanno sempre ancora
riferendosi a un abitare che è stato, come esso fu capace di costruire. cercando l’essenza dell’abitare, che essi devono innanzitutto imparare
L’abitare è però quel tratto fondamentale dell’essere conformemen- ad abitare. Come, se l’assenza di patria (Heimatlosigkeit) dell’uomo
te al quale i mortali sono. Forse attraverso questo tentativo di riflet- consistesse nel fatto che egli in nessun modo considera l’autentica
tere sull’abitare e sul costruire viene gettata più chiara luce sul fatto penuria di abitazioni come la prima necessità? Tuttavia, non appena
che il costruire appartiene all’abitare e su come quello riceva da l’uomo mediti l’assenza di patria, essa non è già più miseria. Essa, giu-
questo la sua essenza. Si sarebbe ottenuto abbastanza se l’abitare e il stamente meditata e tenuta ben in considerazione, è l’unico appello
costruire fossero giunti in ciò che è degno di domanda (Fragwürdige) e che richiami (ruft) i mortali all’abitare.
rimanessero pertanto alcunché degno di essere pensato (Denkwürdiges). Come potrebbero altrimenti i mortali corrispondere a questo ap-
Il cammino di pensiero qui tentato intende tuttavia testimoniare pello se non tentando da parte loro di condurre da se stesso l’abitare
che il pensiero medesimo, nello stesso senso in cui ciò concerne il nel pieno della propria essenza? Portano tutto ciò a compimento se
costruire, soltanto in un altro modo, appartiene43 all’abitare. a partire dall’abitare costruiscono e pensano per l’abitare.
Costruire e pensare, ciascuno secondo il proprio modo, sono
sempre indispensabili per l’abitare. Entrambi però sono anche ad
esso insufficienti fintanto che esercitano isolatamente il proprio an-
ziché ascoltarsi reciprocamente. Essi sono capaci di ciò se ambedue,
costruire e pensare, appartengono all’abitare, rimangono nei loro
limiti e sono coscienti che l’uno come l’altro provengono dalla fuci-
na di una lunga esperienza e di un incessante esercizio.
Tentiamo di riflettere l’essenza dell’abitare. Il prossimo passo su
questo cammino sarebbe la domanda: come stanno le cose con l’abi-
tare nella nostra epoca minacciosa? Ovunque e a ragione si parla
della penuria di abitazioni (Wohnungsnot). Non si parla soltanto, ci
si dà da fare. Si tenta di rimediare alla carenza mediante l’appron-
tamento di abitazioni, incentivandone la costruzione, attraverso la
pianificazione dell’intero settore edilizio. Per quanto dura e gra-
vosa, per quanto avversa e minacciosa permanga l’insufficienza di
abitazioni, l’autentica indigenza (Not) dell’abitare non consiste in pri-
mo luogo nella mancanza di abitazioni. L’autentica penuria di abi-
tazioni è anche più antica della Guerra Mondiale e delle distruzioni,

43. «In das Wohnen gehört» potrebbe essere reso con «rientra nell’abitare» (e talvolta
abbiamo optato per questa traduzione); in tal modo viene tuttavia a perdersi la pregnanza
del gehören tedesco, che esprime un rapporto di concreta appartenenza, un profondo
legame d’inerenza. In italiano appartenere regge la preposizione a, così come gehören è
di norma affiancato a zu. In questo caso, però, Heidegger impiega invece in, operando un
importante slittamento difficilmente trasferibile nella nostra lingua. Ad sensum, ciò che il
filosofo intende è così compendiabile: pensare ed abitare si coappartengono nel mede-
simo, il pensare appartiene al campo dell’immediatezza dell’abitare, il pensare ha radice
nell’abitare, ha fondamento nel luogo che raccoglie l’esser-cosa della cosa accordando
tutela al suo soggiorno.