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Capitolo XIII

La Corte Costituzionale

1. La Giustizia Costituzionale: origini e modelli


L’adozione di una Costituzione rigida richiede coerentemente la predisposizione di
meccanismi di controllo, diretti al rispetto dei limiti che le disposizioni costituzionali
pongono all’attività del legislatore. Il principio di rigidità costituzionale ha dunque
costituito il presupposto dell’istituzione, in Italia come in altri ordinamenti, di un
sistema di giustizia costituzionale.
-Controllo diffuso -> (esperienza nordamericana cd. dottrina Marshall) sulla base
della superiorità delle leggi costituzionali rispetto a quelle ordinarie, il giudice
comune che nell’esercizio delle sue funzioni si trovasse dinanzi leggi incostituzionali
ha l’obbligo di non applicarne nel giudizio in corso, con una decisione destinata ad
operare soltanto inter partes. Il controllo di legittimità costituzionale delle leggi
risulta quindi diffuso tra tutti gli organi del potere giurisdizionale, assumendo
rilevanza (nei sistemi di common law) la vincolatività del precedente giudiziario,
tanto più intensa se la decisione precedente sia stata resa dall’organo di
giurisdizione superiore.
-Controllo accentrato -> (Europa continentale) risiede nell’attribuzione
dell’accertamento dell’illegittimità costituzionale ad un unico organo. Il primo
esempio si ha con la costituzione austriaca del 1920, dove trova spazio la previsione
di un’apposita Corte costituzionale, che esercita in via esclusiva il sindacato sulle
leggi, accentrato nella sua competenza. Con la conseguente costituzione austriaca
del 1929, si apre la strada verso una forma di sindacato accentrato ad iniziativa
diffusa tra gli organi del potere giurisdizionale, sistema oggi accolto anche in Italia.
-L’accesso all’organo di giustizia costituzionale è in via diretta quando è possibile
rivolgere direttamente un ricorso alla Corte costituzionale per far sanzionare la
violazione della Costituzione ad opera della legge o di altri atti o comportamenti di
pubblici poteri.
-L’accesso avviene invece in via indiretta allorché la questione di legittimità
costituzionale si presenta come un incidente processuale nel corso di un altro
giudizio (di natura ordinaria o speciale) nell’ambito del quale occorre applicare la
legge sospettata di illegittimità costituzionale. In tali casi il giudice che procede, non
potendo né disapplicare la legge, né applicarla se incostituzionale, né tantomeno
astenersi dal giudicare, dovrà sospendere il giudizio e rimettere la questione al
sindacato della Corte Costituzionale, attendendone la decisione al fine di
riprendere il normale corso del giudizio.
2. Le fonti della giustizia costituzionale
a) Gli articoli da 134 a 137 della Costituzione
b) Altre leggi costituzionali: legge cost. n.1/1948 - legge cost. n.1/1953 -
legge cost. n.2/1967
c) Alcune leggi ordinarie, tra le quali spiccano la legge n.87/1953 - legge n.20/1962 -
legge n.352/1970
d) Fonti di autonomia: regolamento generale della C.c - regolamenti minori - norme
integrative
e) Applicabilità dinanzi alla Corte del Regolamento per la procedura innanzi al
Consiglio di Stato (art.22 l.87/1953)

3. La Corte Costituzionale: composizione, organizzazione e funzionamento


-Art.135 Cost -> la Corte Costituzionale è formata da 15 giudici, per un terzo
nominati dal Presidente della Repubblica, per un terzo eletti dal Parlamento in
seduta comune e per il restante terzo eletti dalle supreme magistrature ordinaria
ed amministrative, scelti fra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori
ordinaria e speciali, i professori universitari in materie giuridiche e gli avvocati con
almeno 20 anni di esercizio.
La provenienza articolata dei membri della Corte riflette la volontà di escluderla da
ogni legame con la maggioranza politica, che frusterebbe lo scopo del sindacato
sulle leggi, quale forma di controllo verso l’operato legislativo della maggioranza
medesima. In tale ottica si comprende sia la caratteristica dei decreti presidenziali
di nomina dei giudici costituzionali, che si presentano come atti formalmente e
sostanzialmente presidenziali (nessun intervento del Governo), sia la previsione di
maggioranze particolarmente elevate (2/3 nei primi tre scrutini, 3/5 dopo) per
l’elezione dei giudici da parte del Parlamento in seduta comune.
I 5 giudici costituzionali eletti dalle supreme magistrature vengono scelti a
maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio tra i candidati più votati dopo il
primo turno (3 dalla Corte di Cassazione, 1 dal Consiglio di Stato e 1 Corte dei Conti).
-La composizione ordinaria della Corte Costituzionale viene allargata in occasione
dei soli giudizi penali, attraverso l’aggiunta di 16 giudici aggregati, estratti a sorte da
un elenco di 45 nominativi, compilato ogni 9 anni dal Parlamento in seduta comune
con l’inclusione di cittadini aventi i requisiti di eleggibilità a senatore. Il motivo di
tale ampliamento risponde alla particolare natura dei reati in esame, il che richiede
una particolare sensibilità politica, assicurata dalla prevalenza dei giudici aggregati.
-I giudici costituzionali durano in carica 9 anni, decorrenti dal giuramento. Non sono
rieleggibili e una volta scaduti dalla carica cessano altresì dalle funzioni, non essendo
previsto nei loro confronti una prorogatio (art.135 commi 3 e 4). Unica eccezione si
verifica in caso di giudizio penale nel quale la Corte dovesse essere impegnata. La
lunga durata del mandato garantisce una posizione di indipendenza dell’organo,
rispetto agli altri organi costituzionali.
-legge n.87/53 (art.16) -> i componenti della Corte hanno l’obbligo di intervenire
nelle udienze se non sono legittimamente impediti. Per il funzionamento dell’organo
è sufficiente il quorum di undici membri. Le decisioni devono essere deliberate in
camera di consiglio dai giudici che hanno preso parte a tutte le udienze fino alla
chiusura della discussione.
-Presidente della Corte Costituzionale -> eletto dalla stessa Corte tra i suoi
componenti per un triennio rinnovabile. L’elezione avviene a scrutinio segreto ed a
maggioranza assoluta, con la possibilità di ballottaggio tra i due più votati. Il
Presidente rappresenta la Corte, la convoca, presiede le sedute, dirige la
discussione, vota per ultimo, fissa il ruolo delle udienze e delle camere di consiglio,
nomina il giudice istruttore e relatore per ogni causa. Esercita un potere di
esternazione per conto della Corte.
Il giudice istruttore e relatore dopo aver esaminato ed istruito la causa, riferisce al
collegio i termini essenziali della questione.

4. Lo status di giudice costituzionale e le garanzie di indipendenza della


Corte
-Insindacabilità e Immunità -> “i giudici della Corte costituzionale non sono
sindacabili, né possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati
nell’esercizio delle loro funzioni” (legge cost.n.1/53). Essi godono inoltre (finché
sono in carica) della stessa immunità che l’art.68 comma 2 della Costituzione
accorda ai membri delle Camere.
-Inamovibilità -> i giudici della Corte non possono essere rimossi né sospesi dal loro
ufficio senza deliberazione assunta dalla stessa Corte a maggioranza di 2/3 dei
presenti (legge cost.n.1/53) e solo per sopravvenuta incapacità fisica o civile o per
gravi mancanze nell’esercizio delle loro funzioni.
-L’ufficio di giudice costituzionale inoltre è incompatibile con quello di membro del
Parlamento, di un Consiglio regionale, con l’esercizio della professione di avvocato e
con ogni altra carica ed ufficio indicati dalla legge (art.135 comma 6 Cost).
-La Corte costituzionale gode di autonomia normativa, che si esplica nella possibilità
di disciplinare le proprie funzioni con un regolamento approvato a maggioranza
assoluta e nell’approvazione di norme integrative (legge n.87/53).
Beneficia inoltre di autonomia amministrativa e finanziaria; della giurisdizione cd.
domestica, nel senso che giudica in via esclusiva sui ricorsi in materia di impiego di
propri dipendenti; della immunità della sede.
Spetta inoltre alla stessa Corte accertare l’esistenza dei requisiti di ammissione dei
propri componenti (cd. verifica dei poteri) e pronunciare sulle cause di decadenza,
sospensione o rimozione di essi. Essa fruisce infine di tutela penale nella previsione
di una serie di reati specifici che possono essere commessi nei suoi confronti.

5. Il giudizio di legittimità costituzionale


5.1 Gli atti sindacabili
-Art.134 comma 1 Cost -> la Corte costituzionale giudica innanzitutto sulle
controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi
forza di legge, dello Stato e delle Regioni.
a) Leggi impugnabili:
La Corte, nella sua prima decisione (sentenza n.1/1956) ha chiarito che sono
sottoposte al suo giudizio non soltanto le leggi successive all’entrata in vigore della
Costituzione del 1948, ma altresì quelle anteriori ad essa. Naturalmente
l’incostituzionalità delle leggi anteriori alla Costituzione può essere pronunciata solo
per vizi sostanziali, relativi cioè al contenuto della disposizione, e non anche per vizi
formali, con riferimento al procedimento seguito per la loro approvazione, poiché le
norme di procedura dell’ordinamento pre-costituzionale erano diverse.
Le leggi sottoposte al controllo di costituzionalità non sono solo quelle ordinarie, ma
anche quelle di rango costituzionale, approvate ai sensi dell’art.138, le quali trovano
limiti nella Costituzione sia per la procedura richiesta, sia con riferimento ai limiti
assoluti (espressi e impliciti) che la stessa Costituzione pone alla sua modifica.
b) Atti aventi forza di legge impugnabili:
L’atteggiamento della Corte costituzionale sembra avvicinarsi alla tesi di Sandulli,
che da un lato accoglie l’impostazione di Crisafulli, circa la limitazione degli atti con
forza di legge alle sole fonti primarie dell’ordinamento (escludendo quindi dalla
categoria gli atti non normativi), ma restringe ulteriormente la categoria agli atti
normativi dell’ordinamento, che abbiano la stessa sfera di competenza della legge e
che, pertanto, siano effettivamente in grado di abrogarla. Sono escluse così tutte le
fonti che operano in ambiti di competenza riservati (regolamenti parl - gov).
-Sono sicuramente atti con forza di legge ai fini del controllo di legittimità
costituzionale sia i decreti legislativi che i decreti legge:
Decreti legislativi -> la violazione della Costituzione ad opera dei decreti cd. delegati
può avvenire sia direttamente, laddove non vengano rispettati una o più
disposizioni, valori o principi del Testo fondamentale, sia indirettamente, nel caso in
cui il decreto travalichi i limiti posti dal Parlamento all’operare del Governo
all’interno della legge delega. La legge delega funge infatti in questo caso da norma
interposta tra l’art.76 della Costituzione e il decreto, ai fini del parametro di giudizio.
Decreti legge -> la sua breve vigenza rende dal punto di vista pratico difficile
l’esaurimento del giudizio di costituzionalità (entro 60 giorni convertito in legge a
pena di decadenza). Nel caso in cui il decreto venga convertito in legge,
verificandosi la novazione della fonte, il giudizio può proseguire nei confronti della
legge di conversione (cd. effetto di trasferimento). Inoltre la Corte ha riconosciuto
che la mancanza dei presupposti costituzionali di necessità ed urgenza per
l’emanazione del decreto costituisce una causa di illegittimità, sia del decreto che
della legge di conversione.
-Per quanto riguarda le fonti europee, assumono la veste di fatti normativi di altro
ordinamento, pertanto la Corte non può sindacare tali fonti. Restano tuttavia da
salvaguardare i principi fondamentali della Costituzione e i diritti inalienabili della
persona umana, che operano come cd. controlimiti all’efficacia del diritto europeo
nel nostro ordinamento. Per tale motivo, la Corte si è riservata la possibilità di poter
sindacare la legge di esecuzione del Trattato di Roma e delle successive modifiche,
in quanto trattasi di disposizione di legge nazionale, che consente l’applicazione in
Italia delle norme europee.
-Sono infine atti con forza di legge soggetti al controllo di costituzionalità:
i decreti di attuazione degli Statuti regionali speciali; gli atti normativi emanati dal
Governo in caso di guerra; il decreto del P.R con cui viene dichiarato il risultato
abrogativo del referendum popolare e la normativa di risulta che ne sopravvive.

5.2 I vizi denunziabili e il parametro del giudizio


I vizi di legittimità sono relativi alla mancata conformità delle leggi e degli atti
equiparati alle norme ed ai principi costituzionali. Si tratta di un vizio formale,
quando la violazione delle regole attiene al procedimento di formazione dell’atto. Si
tratta di un vizio materiale, quando la violazione attiene al contenuto della
disposizione. La Corte non può sindacare il merito delle scelte compiute dal
legislatore, ai sensi di ciò che dispone anche la legge n.87/1953.
-Incompetenza -> ricorre quando l’atto viene emanato in violazione delle norme che
delimitano la competenza del soggetto o dell’organo che provvede (es. legge
regionale emanata in materia di competenza esclusiva dello Stato) e per tale ragione
viene in genere considerato un vizio del procedimento di formazione.
-Violazione della legge -> comprende le ipotesi di difformità tra l’atto e le norme
che lo regolano, che non sono qualificabili né come incompetenza né come eccesso
di potere e abbraccia tanto vizi formali quanto vizi materiali (es. legge costituzionale
approvata in violazione dell’art.138, legge penale che non rispetta l’irretroattività).
-Eccesso di potere -> (diritto amministrativo) vizio tipico dell’attività discrezionale
della P.A, intesa come attività vincolata al raggiungimento del fine previsto dalla
legge per ciascun provvedimento. Si deduce dallo sviamento dell’atto dallo scopo
per il cui conseguimento il relativo potere è stato conferito dalla legge alla P.A.
Anche l’attività legislativa, seppur generalmente libera nel fine, cessa di essere libera
nei casi in cui la Costituzione vincola il legislatore al perseguimento di determinati
fine, sicché ove la funzione legislativa venga esercitata sviando da tali limiti si
configura un eccesso di potere legislativo. Parametro di giudizio può anche essere
costituito dalla ragionevolezza, sulla base della quale la Corte può ritenere illogiche,
arbitrarie o contraddittorie le disparità di trattamento che emergono da certe
disposizione considerandole come violazione del principio di eguaglianza.
-Parametro del giudizio:
La norma o il principio che la Corte utilizza come termine di raffronto delle leggi per
verificarne la compatibilità costituzionale. È innanzitutto rappresentato dalla
Costituzione e dalle altre norme di rango costituzionale. In molti casi però la
Costituzione stessa subordina la validità di taluni atti legislativi al rispetto di altre
norme che non sono di rango costituzionale, sicché nella misura in cui questi limiti
non vengono rispettati, si verifica una violazione indiretta della Costituzione.
Si parla in tal caso di illegittimità costituzionale per violazione di una norma
interposta, cioè la norma posta tra la Costituzione e la legge o l’atto con forza di
legge della cui illegittimità si tratta (es. legge delega nel caso di decreto legislativo).
La tecnica della “interposizione” è stata di recente ampliata per effetto delle
sentenze cd. “gemelle” n.349-349 del 2007, che hanno riconosciuto la funzione di
parametro di legittimità alle norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo,
in forza dell’art.117 comma 1 della Costituzione (legge cost.n.3/2001), che prevede
il rispetto degli obblighi internazionali, assumendo così il valore di norme interposte.
5.3 L’instaurazione del giudizio di legittimità costituzionale in via
incidentale (o in via indiretta)
a) Le nozioni di “giudice” e di “giudizio”
L’art.1 della legge cost. n.1/48, risolvendo la riserva di legge costituzionale posta
dal comma 1 dell’art.137 della Costituzione, circa le forme e le condizioni di
promovimento delle questioni di legittimità costituzionale, ha previsto come
modalità ordinaria di instaurazione del sindacato di costituzionalità la via cd.
incidentale o indiretta.
Il giudizio di legittimità si presenta così come un giudizio concreto e successivo, nel
senso che sorge con riferimento all’applicazione concreta di una legge ad una
fattispecie controversa e successivamente all’entrata in vigore della legge
medesima. Le questioni di legittimità costituzionale possono dunque essere
sollevate nel corso di un giudizio dinanzi ad una autorità giurisdizionale, ad opera di
una delle parti o da parte del pubblico ministero, che presentano al giudice apposita
istanza nella quale indicano sia le disposizioni di legge o gli atti con forza di legge
che si ritengono incostituzionali, sia le disposizioni della Costituzione o le altre
norme costituzionali che si reputano violate ad opera delle prime. Disposizioni di
legge e disposizioni costituzionali vanno a costituire i termini della questione di
legittimità. La questione può anche essere sollevata d’ufficio dallo stesso giudice
procedente, soggetto soltanto alla legge ai sensi dell’art.101 comma 2 Cost, a
condizione che essa non sia incostituzionale.
La giurisprudenza costituzionale richiede, ai fini della proponibilità della questione di
legittimità, il carattere giurisdizionale e non meramente amministrativo della
funzione esercitata dall’autorità giudiziaria remittente, pena la dichiarazione di
inammissibilità della questione. È stata riconosciuta dalla Corte la legittimazione a
sollevare questioni di legittimità anche alla sezione disciplinare del C.S.M, alla Corte
dei Conti, ai Commissari per la liquidazione degli usi civici, alle Commissioni
tributarie, al giudice di sorveglianza per l’esecuzione della pena. Recentemente è
stata ammessa la legittimazione anche al collegio arbitrale, nell’ambito
dell’arbitrato rituale, date le garanzie proprie della giurisdizione civile. La Corte
inoltre si è sempre riconosciuta la legittimazione a sollevare questione di legittimità,
potendo assumere il ruolo di giudice a quo rispetto a sé stessa.
È stata invece esclusa la legittimazione del P.M, che non può dunque sollevare
autonomamente la questione di legittimità, ma solo attraverso apposita istanza al
giudice nell’ambito di un procedimento (v. sopra), non essendo investito di funzioni
giudicanti.
b) La “rilevanza” e la “non manifesta infondatezza” della questione di legittimità
Le leggi n.87/1953 e n.1/1948 richiedono al giudice di accertare preliminarmente
che “il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della
questione di legittimità costituzionale” (rilevanza) e che la questione medesima non
sia “manifestamente infondata” (non manifesta infondatezza), qualificando tali
condizioni come necessariamente ricorrenti e concorrenti ai fini dell’effettivo
promovimento della questione di legittimità dinanzi alla Corte costituzionale.
-Rilevanza -> attiene al rapporto di strumentalità che deve intercorrere tra la
risoluzione della questione ad opera della Corte e la definizione del giudizio
principale, nel senso che quest’ultimo non può essere concluso se prima non si
pronuncia la Corte costituzionale, e che sussiste nel caso in cui la questione riguardi
una legge di cui occorre fare applicazione nel corso del giudizio a quo al fine
dell’emanazione della sentenza. Secondo la giurisprudenza costituzionale, non è
sufficiente ai fini di considerare rilevante la questione che la legge sospettata di
incostituzionalità possa trovare una qualsiasi applicazione nel corso del giudizio a
quo, ma è necessario che l’applicazione della legge comporti conseguenze effettive
sulla decisione adottata dal giudice.
-Non manifesta infondatezza -> esige che il giudice del giudizio principale valuti che
la questione non sia palesemente inconsistente, ossia che abbia un minimo di
fondamento giuridico. Al giudice viene quindi chiesto di accertare che ad una
valutazione sommaria la questione di legittimità presenti una qualche fondatezza
che giustifichi l’impegno del Giudice costituzionale nella sua risoluzione.
Se manca una delle richiamate condizioni, il giudice interpellato respinge l’istanza
con una ordinanza “adeguatamente motivata” (l.87/53), che non è impugnabile. La
medesima istanza può però essere ripresentata negli ulteriori gradi di giudizio.
c) L’interpretazione cd. “conforme”
Alle due condizioni citate sopra, la giurisprudenza costituzionale ne ha di recente
aggiunto un’altra, relativa alla necessità che il giudice remittente abbia in
precedenza esperito il tentativo di cd. interpretazione conforme. Si fa in tal modo
riferimento alla possibilità di trarre dalla disposizione censurata norme che siano,
appunto, conformi alla Costituzione, così che la questione appare risolvibile in via
meramente interpretativa direttamente dal giudice procedente, senza necessità di
riferirsi alla Corte costituzionale. In tal modo la questione potrà essere sollevata dal
giudice a condizione di aver preliminarmente esaurito ogni tentativo interpretativo
della disposizione in senso conforme alla Costituzione. La legge va quindi dichiarata
illegittima in quanto è impossibile darne interpretazione costituzionali.
d) L’ordinanza di rimessione e il contraddittorio nel giudizio di legittimità in via
incidentale
-Il giudice, sulla base delle condizioni sopra viste, ed esperiti con insuccesso i
tentativi di interpretazione conforme, effettua l’ordinanza di rimessione.
L’ordinanza di rimessione da un lato fissa il “thema decidendum”, introducendo il
giudizio dinanzi alla Corte Costituzionale e, dall’altro, sospende il giudizio in corso.
Nell’ordinanza, pertanto, il giudice a quo deve indicare l’oggetto del giudizio della
Corte, ossia i termini della questione, individuando le disposizioni legislative che si
reputano incostituzionali e le disposizioni costituzionali che si ritengono violate
(rispettivamente, oggetto e parametro). L’ordinanza deve inoltre presentarsi come
autosufficiente, nel senso che da essa devono potersi dedurre tutti gli elementi che
consentono alla Corte di giudicare.
Il giudice remittente deve inoltre motivare sulla rilevanza e sulla non manifesta
infondatezza. La Corte a tal riguardo ha rivendicato la possibilità di svolgere un
controllo sulla motivazione della rilevanza, potendo effettuare una pronuncia di
restituzione degli atti al giudice a quo per una nuova valutazione, o molto più
frequentemente, decidendo sulla manifesta inammissibilità della questione.
-Ai sensi della legge 87/53, l’ordinanza deve essere notificata a cura della cancelleria
del giudice remittente alle parti del giudizio a quo; al P.M quando il suo intervento
sia obbligatorio; al Presidente del Consiglio (o della Giunta, per le leggi regionali) e
deve essere comunicata ai Presidenti delle Camere (o del Consiglio regionale
interessato). L’ordinanza, appena pervenuta alla Consulta, viene pubblicata sulla
Gazzetta ufficiale, affinché tutti gli operatori giuridici adottino le opportune cautele
nell’applicare la disposizione oggetto di esame, in attesa della sentenza.
-Il giudizio di costituzionalità in via incidentale è inoltre un processo a parti soltanto
eventuali, nel senso che una volta introdotto prosegue anche se nessuna delle parti
del giudizio a quo si sia costituita in esso, in forza del carattere di autonomia del
giudizio costituzionale dal giudizio principale.
Il pubblico ministero, per quanto destinatario della notifica, non è legittimato a
intervenire nel giudizio di legittimità. A differenza delle parti che si costituiscono in
giudizio per far valere un loro interesse, il Presidente del Consiglio (o della Giunta
regionale) è legittimato a partecipare al giudizio aldilà dell’accertamento di un
interesse specifico e concreto (come ha chiarito la Corte), potendosi considerare
tale potere come attribuito in proprio all’organo. La comunicazione ai Presidenti
delle Assemblee consente ad esse di modificare l’atto nelle more della decisione
della Corte. Trascorsi 20 giorni si fissa l’udienza e si nomina il giudice istruttore.
5.4 L’instaurazione del giudizio di legittimità in via principale o diretta
Il Costituente italiano ha limitato l’impugnabilità diretta delle leggi e degli atti con
forza di legge dinanzi alla Corte costituzionale ai rapporti tra i maggiori enti
territoriali (Stato e Regioni, nonché province autonome), in base alle disposizioni
degli art.127 della Costituzione e della legge costituzionale n.1/1948.
La riforma del Titolo V della Costituzione ha condotto inoltre alla parificazione
dell’impugnazione statale delle leggi regionali rispetto all’impugnazione regionale
delle leggi statali. In entrambi i casi il giudizio si introduce mediante un ricorso
(proposta dal Presidente del Consiglio previa deliberazione del Consiglio per lo Stato
e dal Presidente della Regione su delibera della giunta per la Regione), ed ha
carattere successivo rispetto all’entrata in vigore della legge, prevendendo
l’art.127 il termine unico di 60 giorni decorrenti dalla pubblicazione della legge per
entrambi i tipi di impugnativa.
L’iniziativa governativa è esercitabile nei confronti delle leggi regionali per qualsiasi
ipotesi di contrasto con la Costituzione. La Regione può invece ricorrere alla Corte
costituzionale solo nel caso di invasione della propria sfera di competenza
legislativa da parte dello Stato o di altra Regione. In tal modo il Governo si presenta
quale garante dell’interesse generale alla legalità costituzionale e non deve
pertanto affermare l’esistenza di uno specifico interesse al ricorso.
-Il giudizio in via principale ha carattere astratto, poiché prescinde dall’applicazione
della legge a casi concreti ed è un giudizio di parti, che inizia e prosegue per
iniziativa dei soggetti legittimati, che possono anche rinunziarvi estinguendo il
giudizio. La giurisprudenza costituzionale pertanto limita il contraddittorio nei
giudizi in via principale al ricorrente e al resistente, escludendo altri soggetti.
-Il giudizio si introduce con ricorso notificato alla controparte e successivamente
depositato nella cancelleria della Corte nei dieci giorni successivi alla notifica.
La legge 131 del 2003 ha inoltre introdotto il termine di 90 giorni dal deposito del
ricorso entro cui deve essere fissata l’udienza di discussione, stabilendo così una
“corsia preferenziale” per la trattazione di questo tipo di giudizi rispetto a quelli in
via incidentale. Inoltre la Corte può, nelle more della decisione di merito, disporre in
via cautelare la sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato,
qualora ritenga che da esso possa derivare “il rischio di un irreparabile pregiudizio
all’interesse pubblico o all’ordinamento giuridico della Repubblica, ovvero ai diritti
dei cittadini”.
-Art.123 comma 2 Cost -> il Governo con ricorso diretto può impugnare gli Statuti
delle Regioni ordinarie entro 30 giorni dalla loro pubblicazione.
-L’impugnazione diretta delle leggi rileva peculiarità in Trentino A.A e in Sicilia:
Trentino Alto Adige:
Lo Statuto prevede che le leggi regionali e le leggi provinciali di Trento e Bolzano
possano essere impugnate dal Governo, oltre che per violazione della Costituzione
e dello Statuto, anche per violazione del principio di parità dei gruppi linguistici,
date le particolarità etnico-linguistiche di tale Regione.
Inoltre lo Statuto consente l’accesso diretto alla Corte costituzionale alla
maggioranza di un gruppo linguistico del Consiglio regionale o del Consiglio
provinciale di Bolzano, qualora si tratti di una legge ritenuta lesiva della parità dei
diritti tra i diversi gruppi linguistici, o lesiva delle caratteristiche etniche e culturali
dei gruppi stessi, nelle ipotesi in cui non sia stata accolta la richiesta di votazione
separata per gruppi linguistici o quando la legge sia stata approvata nonostante il
voto contrario di 2/3 dei componenti il gruppo linguistico che aveva chiesto la
votazione separata precedentemente (unico caso in Italia).
Sicilia:
La legge 131 del 2003 ha espressamente mantenuto ferme le particolari modalità di
impugnazione delle leggi nella Regione siciliana. Lo Statuto siciliano prevede infatti
che le leggi regionali siano inviate entro 3 giorni dalla loro approvazione al
Commissario dello Stato, che ha sede a Palermo, il quale nei successivi 5 giorni può
impugnarle davanti alla Corte costituzionale, chiamata a decidere entro 20 giorni.
Il Presidente della Regione può promulgare la legge qualora entro 8 giorni
dall’approvazione non abbia ricevuto notizia dell’avvenuta impugnazione, o entro 30
giorni dall’impugnazione non riceva notizia di incostituzionalità dalla Corte.
Il Presidente della Regione può procedere alla promulgazione parziale, in questo
caso la Corte dichiara cessata la materia del contendere, sulla base del principio di
unicità del potere di promulgazione, sicché la promulgazione delle sole parti della
legge non impugnate implicano la rinunzia della Regione alle parti della legge
oggetto del giudizio di legittimità.
Il complessivo meccanismo di controllo preventivo dello Statuto siciliano è stato
ritenuto dalla Corte come maggiormente favorevole alle ragioni dell’autonomia
siciliana, rispetto al controllo successivo ex art.127 Costituzione. In questo senso il
Commissario dello Stato assume il ruolo di organo imparziale di garanzia della
ripartizione costituzionale delle competenze legislative tra Stato e Sicilia.
5.5 Le decisioni della Corte costituzionale
a) La forma (sentenze, ordinanze, decreti)
-legge n.87 del 1953 -> la Corte “giudica in via definitiva con sentenza. Tutti gli altri
provvedimenti sono adottati con ordinanza. I provvedimenti del Presidente sono
adottati con decreto”. La legge inoltre attribuisce la forma di ordinanza al
provvedimento con cui la Corte dichiara la manifesta infondatezza della questione
sottoposta al suo esame, vengono adottate con ordinanza anche le pronunce di
manifesta inammissibilità della questione.
Le sentenze devono contenere puntuale motivazione, ossia i motivi di fatto e di
diritto che hanno condotto alla decisione, le ordinanze è sufficiente che siano solo
succintamente motivate. Si distinguono inoltre decisioni a carattere definitivo e
decisioni a carattere “interlocutorio”, che non pongono fine al rapporto
processuale instaurato dinanzi alla Corte, ma intervengono a disciplinarne lo
svolgimento.
b) Le decisioni processuali: la restituzione degli atti al giudice a quo e la
inammissibilità (semplice e manifesta)
-Restituzione degli atti al giudice a quo -> di creazione giurisprudenziale, la Corte
rileva che motivi di carattere processuale le impediscono di esprimersi sulla
fondatezza della questione, ma, trattandosi di ostacoli che possono essere rimossi a
seguito di un nuovo intervento del giudice remittente, dispone la restituzione degli
atti della causa a quest’ultimo affinché svolga gli adempimenti necessari in
precedenza omessi o tenga conto di situazioni sopravvenute.
Es. un caso particolare di situazione sopravvenuta, incidente sul parametro di giudizio, ha fatto
seguito alla riforma del titolo V della Costituzione con riferimento ai giudizi già instaurati in via
incidentale e rispetto ai quali la riforma è intervenuta a modificare uno o più parametri invocati
nell’ordinanza di remissione. La Corte in tal caso ha adottato in via generale la restituzione degli
atti al giudice a quo al fine di riconsiderare la questione sulla base delle modifiche avvenute.

-Decisione di inammissibilità -> la Corte rileva un ostacolo di natura processuale


che preclude l’esame del merito, ma che non è rimuovibile per effetto di una nuova
analisi del giudice a quo. Alla Corte non resta quindi che chiudere il giudizio
precludendo al giudice remittente di riproporre la questione nell’ambito del
medesimo procedimento (inammissibilità semplice). Se l’ostacolo si presenta come
macroscopico, la Corte dichiara la questione manifestamente inammissibile, ciò che
richiede un accertamento non particolarmente approfondito e giustifica pertanto la
forma dell’ordinanza e lo svolgimento della discussione in camera di consiglio
(inammissibilità manifesta).
c) Le decisioni di merito: le sentenze di rigetto (e le ordinanze di manifesta
infondatezza)
-Sentenze di rigetto -> la Corte dichiara infondata la questione, nel senso che
esclude, nei limiti in cui è stata formulata la questione stessa, che la disposizione
sottoposta al suo esame sia incostituzionale. Con le sentenze di rigetto la Corte non
afferma la legittimità della legge, ma solo l’infondatezza della questione proposta.
Quanto all’efficacia delle sentenze di rigetto, si esplica in maniera vincolante solo
nei confronti del giudice a quo, cui è impedito di riproporre la medesima questione
nel corso dello stesso grado e stato del medesimo giudizio, avendo tale sentenza
efficacia soltanto inter partes. Nessuna preclusione subiscono gli altri giudici. La
Corte inoltre non è in alcun modo vincolata dal proprio precedente.
Alcune volte la Corte può giungere con facilità e immediatezza all’accertamento
dell’infondatezza della questione, ciò che le consente di pronunciarsi con
un’ordinanza (solo succintamente motivata e decisa in camera di consiglio) con cui
dichiara che la questione è manifestamente infondata.
d) Segue: le sentenze di accoglimento
-Sentenza di accoglimento -> la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale (anche
solo parziale) della disposizione impugnata, che cessa di avere efficacia dal giorno
successivo alla pubblicazione della decisione (art.136 Cost). Per il giudice remittente
la perdita di efficacia decorre dalla trasmissione della sentenza, da effettuarsi entro
due giorni dal deposito in cancelleria. Negli stessi tempi la sentenza di accoglimento
viene comunicata alle Camere (o ai Consigli regionali interessati) per consentir loro
di adottare i provvedimenti di competenza. Poiché la disposizione di legge dichiarata
illegittima si pone in contrasto con norme gerarchicamente superiori, la
conseguenza è l’invalidità della legge impugnata, affermata come una sentenza
costitutiva, vincolante erga omnes.
-La cd. “interpretazione autentica” dell’art.136 della Costituzione, ad opera della
legge n.87/53, chiarisce che “le norme dichiarate incostituzionali non possono avere
applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”. In tal modo la
perdita di efficacia delle norme dichiarate incostituzionali, di cui parla l’art.136,
viene interpretata in termini di perdita di ulteriore applicabilità delle stesse, valida
verso tutti i rapporti giuridici, non soltanto futuri ma anche già pendenti al momento
dell’emanazione della sentenza. L’effetto della sentenza è qualificabile nei termini di
annullamento della legge a carattere retroattivo. Una significativa eccezione si trova
in materia penale, infatti se applicando la norma dichiarata incostituzionale è stata
pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti.
e) Segue: l’illegittimità costituzionale consequenziale
-Legge n.87/53 -> Stabilisce che la Corte costituzionale quando accoglie una
questione di costituzionalità dichiara quali sono le disposizioni illegittime “nei limiti
dell’impugnazione”, trovando applicazione il principio processuale di
corrispondenza tra chiesto e pronunciato, in base al quale anche il Giudice
costituzionale deve mantenersi entro i limiti della domanda contenuta
nell’ordinanza di remissione. La corte ha tuttavia spesso inteso con elasticità tali
limiti, allargando il thema decidendum, pur mantenendo fermi i termini della
questione.
Illegittimità costituzionale consequenziale -> La Corte “dichiara altresì quali sono le
altre disposizioni legislative la cui illegittimità deriva come conseguenza dalla
decisione adottata”, nonostante non costituiscono oggetto dell’impugnazione.
È il caso delle disposizioni attuative di quelle sottoposte al vaglio di costituzionalità o
di quelle che rinvengono in queste ultime il loro fondamento (es. decreto legislativo
illegittimo a seguito di annullamento della legge delega).
f) Segue: le sentenze interpretative
-Sentenze interpretative -> presupposto logico di questo tipo di decisioni è la
distinzione concettuale tra la disposizione e la norma, nel senso di significato che è
possibile trarre in via interpretativa dalla disposizione. La Corte ha rivendicato per sé
la possibilità di reinterpretare la disposizione oggetto del suo sindacato senza
sentirsi vincolata alla lettura che ne è stata data nell’ordinanza di rimessione o nel
ricorso, quindi alla norma con riferimento alla quale è stata sollevata la questione.
Sentenze interpretative di rigetto -> la Corte rigetta la questione, in quanto
reinterpretando la disposizione rispetto a quanto aveva fatto il giudice a quo, ne
ricava e pone ad oggetto del suo giudizio una norma diversa da quella per la quale
la questione è stata sollevata. Mentre la norma tratta dal giudice, secondo la sua
interpretazione, presenta in effetti aspetti di incostituzionalità, sulla base della quale
la Corte dovrebbe pronunciare sentenza di accoglimento, in questo caso può
dichiarare l’infondatezza della questione “nei sensi di cui in motivazione”.
La sentenza, in tal caso, non può considerarsi vincolate verso tutti, appartenendo
sempre alla categoria delle sentenze di rigetto. Resta da stabilire se il giudice a quo
sia tenuto a seguire l’interpretazione fornita dalla Corte, costituendosi un vincolo
positivo (Crisafulli), ovvero se si tratti di un vincolo negativo (tesi più sostenuta),
secondo il quale il giudice potrebbe applicare la disposizione in qualsiasi ulteriore
significato, purché non sia l’interpretazione respinta dalla Corte.
Sentenze interpretative di accoglimento -> la Corte dichiara l’illegittimità di una
delle norme che è possibile ricavare da una disposizione, limitandone la capacità
normo-genetica. Ad esempio, se dalla disposizione x è possibile ricavare, attraverso
differenti interpretazioni, le norme A-B-C e la Corte dichiara l’incostituzionalità
dell’interpretazione C, da quel momento la disposizione, che rimane identica nella
sua formulazione letterale, potrà venire applicata solo nei sensi A e B.
g) Segue: sentenze additive e sentenze sostitutive
In taluni casi la manipolazione degli atti legislativi operata dalla Corte attraverso le
sue decisioni si fa più intensa, come nel caso in cui le disposizioni risultano a
conclusione del giudizio di costituzionalità con un contenuto differente rispetto alle
origini. Si parla in tal caso di sentenze manipolative o creative:
-Sentenze additive -> la Corte dichiara l’illegittimità di una disposizione nella parte
in cui non prevede qualcosa, che quindi viene aggiunto con la pronuncia, la quale
interviene a estendere la portata normativa della disposizione, correggendo
un’omissione incostituzionale in cui è incorso il legislatore. La Corte ha inoltre
sempre escluso di poter intervenire in funzione additiva in materia penale
incriminatrice, per la particolare attenzione verso la certezza del diritto.
Es. sentenza n.364/1988 con cui la Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’art.5 del
codice penale nella parte in cui non prevedeva la scusabilità dell’ignoranza della
legge penale cd. inevitabile.
-Sentenze additive di spesa -> il Giudice costituzionale, prendendo atto di una
disparità in materia di benefici finanziari previsti dalla legge in relazione a
determinate categorie, estende la portata normativa della legge in modo da
comprendere anche i soggetti illegittimamente esclusi, alla luce del principio di
eguaglianza, espresso dall’art.3 della Costituzione.
-Sentenze additive di principio -> la Corte formula, anziché precetti completi,
soltanto un principio indirizzato al legislatore, che dovrà attuarlo, ma al quale può
già riferirsi il giudice a quo nell’ambito della controversia oggetto del suo esame. In
tal modo la Corte limita la propria capacità invasiva dell’attività legislativa.
-Sentenze sostitutive -> la Corte dichiara illegittima la disposizione nella parte in cui
stabilisce qualcosa anziché prevedere qualcos’altro, che quindi viene sostituito al
contenuto originario incostituzionale della disposizione per effetto della decisione.
Es. sentenza n.15/1969 con cui la Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’art.313
comma 3 del codice penale, nei limiti in cui attribuiva il potere di concedere
l’autorizzazione a procedere per il reato di vilipendio alla Corte costituzionale al
Ministro della giustizia, anziché alla stessa Corte.
h) Segue: altri tipi di decisioni e la modulazione degli effetti temporali delle
sentenze di accoglimento.
-Sentenze-monito -> la Corte, pur constatando aspetti di illegittimità nella
disposizione, non interviene dichiarandone l’incostituzionalità, ma inizialmente
rigetta la questione (o la dichiara inammissibile), formulando al contempo un invito
al legislatore a modificare la normativa per renderla coerente con i precetti e i
principi costituzionali, con l’avvertenza che in mancanza di tale intervento, la Corte
reinvestita della questione la accoglierebbe annullando la legge.
-Sentenze delega o para-legislative -> l’esortazione rivolta al legislatore è più
incisiva, arrivando ad esprimere le indicazioni che occorre seguire per ovviare
all’incostituzionalità della legge, anche in caso di accoglimento della questione con
riferimento alla nuova eventuale normativa sostitutiva della precedente.
-Sentenze di legittimità provvisoria -> la Corte reputa la disciplina sottoposta al suo
sindacato per il momento non in contrasto con la Costituzione, ma solo in quanto ne
suppone il carattere transitorio, esortando implicitamente il legislatore a
modificarla entro un certo termine, sicché in caso di mancato intervento,
dimostrando che essa non è temporanea, la Corte ne pronuncerà l’annullamento.
-Sentenze di illegittimità costituzionale sopravvenuta -> la Corte ha talora limitato
l’efficacia per il passato delle sentenze di accoglimento, stabilendo che questa
decorresse non dall’entrata in vigore della legge, ma da un momento successivo,
individuato con riferimento all’entrata in vigore di una modifica normativa che sola
avrebbe provocato l’illegittimità della legge, nella sua formulazione originaria
conforme alla Costituzione, andando così ad investire solo i casi di applicazione
posteriori all’emanazione della normativa illegittima.
-In ogni caso, “contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna
impugnazione” (art.137 ultimo comma Cost). Esse sono perciò pronunciate in unico
grado e non sono sottoponibili a nessun tipo di gravame, è possibile soltanto
provvedere ad una correzione degli errori materiali.
Per quanto riguarda le forme di pubblicità, il D.P.R n.1092 del 1985 ha stabilito che il
testo integrale di tutte le sentenze della Corte costituzionale venga pubblicato sulla
Gazzetta ufficiale (o sul Bollettino ufficiale della Regione interessata), in modo da
dare alle decisioni del Giudice delle leggi la stessa pubblicità che hanno gli atti
normativi che ne costituiscono l’oggetto.

Segue prossima pagina


6. I conflitti di attribuzione
6.1 Precisazioni terminologiche e caratteri comuni
Il secondo tipo di giudizio riservato dall’art.134 della Costituzione alla Corte riguarda
la risoluzione dei conflitti di attribuzione: tra i poteri dello Stato (conflitti inter-
organici; tra Stato e Regioni o tra Regioni fra di loro (conflitti inter-soggettivi).
Tali conflitti hanno per oggetto la situazione di contrasto che si viene a creare tra
due o più poteri dello Stato o tra due o più enti circa la corretta interpretazione
delle disposizioni costituzionali che ripartiscono le attribuzioni tra i vari poteri e/o gli
enti territoriali maggiori.
N.B Quando si parla di attribuzione si fa riferimento all’imputazione di una
determinata funzione ad un organo o ad un soggetto da parte della Costituzione;
quando si parla di competenza ci si riferisce alle modalità di svolgimento delle
attribuzioni medesime.
-I conflitti possono essere reali, quando sono provocati dall’effettivo
comportamento o dalla concreta emanazione di un atto da parte di altri; virtuali
quando sussiste soltanto la minaccia dell’intervento altrui, che faccia intendere che
altro organo o ente ritiene di poter esercitare come proprie attribuzioni che, a
giudizio del ricorrente, non gli spetterebbero.
Inoltre i conflitti possono essere positivi, se due o più organi o soggetti rivendicano
per sé la medesima attribuzione; o negativi quando tutti si dichiarano incompetenti.
Conflitto per vindicatio potestatis (da usurpazione) -> il soggetto ricorrente
lamenta dinanzi alla Corte che una certa attribuzione ad esso spettante in base alla
Costituzione sia stata illegittimamente esercitata (usurpata) da altri e la rivendica.
Conflitto per menomazione (o interferenza) -> il soggetto ricorrente non contesta la
spettanza dell’attribuzione, ma le modalità di esercizio, sostenendo che dal modo
(illegittimo) con cui il titolare ha esercitato le attribuzioni ad esso spettanti, è
derivata una menomazione (o interferenza) delle proprie attribuzioni costituzionali.
-In questi casi la sentenza della Corte si compone di una parte necessaria nella quale
chiarisce a chi spetta l’attribuzione in contestazione. Nel caso in cui accolga il
ricorso, a questa parte della pronuncia può accompagnarsene un’altra (eventuale)
nella quale la Corte accerta se è stato emanato un atto da chi era effettivamente
carente della relativa attribuzione e lo annulla in caso di esito positivo, trattandosi di
atto illegittimo, in quanto prodotto in violazione delle norme costituzionali.
6.2 I conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato
La Corte riscontra la figura del conflitto di attribuzione in qualsiasi organo
costituzionale o di rilievo costituzionale (es. CNEL-CSM-Corte dei conti), titolare in
proprio di una fascia di attribuzioni determinata e regolata da norme di rango
costituzionale, che devono poter essere tutelate, nel caso di illegittima violazione ad
opera di altri poteri dello Stato, con lo strumento del ricorso per conflitto di
attribuzione. La Corte ha inoltre ammesso che perfino figure soggettive esterne allo
Stato-apparato e appartenenti allo Stato comunità, come il Comitato promotore di
un referendum abrogativo, possono sollevare conflitto di attribuzione in quanto
titolari di funzioni pubbliche costituzionalmente rilevanti e garantite.
Con riguardo agli organi-potere, che sono quei poteri strutturati al loro interno in
una pluralità di organi (es. Governo), si pone il problema di individuare quale, tra i
diversi organi che li compongono, può sollevare conflitto per tutelare le
attribuzioni dell’intero potere:
Art.37 legge n.87/53 -> il conflitto è risolto dalla Corte “se insorge tra organi
competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e
per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri dalle
norme costituzionali”:
Potere esecutivo
L’applicazione del criterio conduce ad identificare l’organo competente ad
esprimere la volontà ultima del potere stesso con l’organo cd. di vertice, che in tal
caso è il Consiglio dei ministri, il quale è pertanto competente a deliberare la
proposizione del ricorso per tutelare le attribuzioni dell’intero potere esecutivo.
La Corte ha comunque riconosciuto che all’interno del potere esecutivo altri organi
sono titolari di attribuzioni costituzionalmente loro assegnate in proprio, sicché
questi ultimi sono legittimati a proporre conflitto per tutelare le loro attribuzioni.
Tra questi vi sono sicuramente il Presidente del Consiglio sulla base dell’art.95
comma 1 e il Ministro della Giustizia sulla base dell’art.110 della Costituzione.
Potere giudiziario
Appare come un potere diffuso, nel senso che ogni giudice è potenzialmente
idoneo ad esprimere la volontà ultima e immodificabile dell’intero potere, non
essendo i magistrati ordinati su criteri di gerarchia. Sono soggetti soltanto alla legge
ex art.101 comma 2 e diversificati per funzioni ex art.107 comma 3. Solo all’interno
della magistratura requirente il principio trova attenuazione, poiché gli uffici del P.M
sono organizzati in senso gerarchico, la Corte ha riconosciuto che la legittimazione al
conflitto spetta in ogni procura soltanto al Procuratore capo titolare dell’ufficio.
Potere legislativo
Data la posizione di equi-ordinazione e di perfetta parità giuridica delle due Camere,
esse sono legittimate a proporre conflitto, disgiuntamente per le attribuzioni ad
ognuna di esse spettanti, congiuntamente in relazione all’esercizio della funzione
legislativa. All’interno del Parlamento inoltre non si può escludere che altre sue
articolazioni si vedano riservata una quota di attribuzioni costituzionalmente
definite, così da potersi considerare poteri dello Stato ai fini del conflitto (esempio
le Commissioni d’inchiesta, non invece i singoli parlamentari).
-Per quanto riguarda l’oggetto, possono costituire materia di conflitto non solo atti,
ma anche comportamenti, in ipotesi anche omissivi (es. P.R che non promulga una
legge menomando la funzione legislativa del Parlamento). L’unica condizione che
pone la Corte è che il conflitto di attribuzione abbia carattere residuale, ovvero che
non vi sia altro rimedio giuridico capace di risolvere la questione.
Il conflitto si propone infine con ricorso, depositato nella cancelleria della Corte,
senza termini di decadenza previsti. Il giudizio è preceduto da una fase, che si
esaurisce interamente in camera di consiglio, in cui la Corte valuta l’ammissibilità
del ricorso, decidendo con ordinanza se il conflitto presenta i requisiti soggettivi ed
oggettivi per la trattazione nel merito, individuando in tal caso gli organi cui il
ricorso dev’essere notificato a cura del ricorrente. Le altre parti hanno 20 giorni
dall’ultima notifica per costituirsi nel giudizio.

6.3 I conflitti di attribuzione tra enti


Il conflitto di attribuzione tra enti è lo strumento attraverso il quale lo Stato e le
Regioni e le Regioni tra di loro risolvono i contrasti che insorgono tra esse, circa la
reciproca delimitazione delle attribuzioni ad esse costituzionalmente spettanti.
-Art.39 legge n.87/53 -> “se la Regione invade con un suo atto la sfera di
competenza assegnata dalla Costituzione allo Stato ovvero ad un’altra Regione, lo
Stato o la Regione rispettivamente interessata possono proporre ricorso alla Corte
costituzionale per il regolamento di competenza. Del pari può produrre ricorso la
Regione la cui sfera di competenza costituzionale sia invasa da un atto dello Stato”.
Possono dunque proporre ricorso il Presidente del Consiglio, previa delibera del
Consiglio dei ministri, e il Presidente della Regione, previa delibera della Giunta.
Il ricorso è soggetto ad un termine di decadenza di 60 giorni decorrenti dalla
notificazione o dalla pubblicazione o dall’avvenuta conoscenza dell’atto e il giudizio
nel merito non è preceduto da una previa deliberazione sull’ammissibilità.
È prevista la possibilità di chiedere la sospensione cautelare dell’atto impugnato
per gravi motivi, nelle more della definizione della controversia.
-Per quanto riguarda l’oggetto del conflitto, dato il carattere di impugnativa del
ricorso, esso potrà avere ad oggetto qualsiasi tipo di atto, in qualunque modo posto
in essere, dal quale si desuma la volontà di esercitare un potere per competenza
propria così da ledere la competenza altrui. Quanto alla natura dell’atto che può
essere impugnato con il ricorso sono da scartare quelli legislativi, poiché tale ambito
costituisce competenza del giudizio di legittimità costituzionale (del P.R).
I conflitti intersoggettivi hanno invece per oggetto tipico gli atti di natura
amministrativa, ma non si esclude la proposizione di un conflitto di natura
giurisdizionale, in questo caso però la Regione potrà agire soltanto tramite conflitto
per menomazione, non potendo rivendicare un’attribuzione giurisdizionale.
La Corte risolve il conflitto dichiarando con sentenza a chi spetta l’attribuzione
controversa, se è stato emanato un atto illegittimo lo annulla. Anche in questo caso
l’accertamento sulla spettanza dell’attribuzione vale soltanto tra le parti,
l’annullamento dell’atto vale invece verso tutti.

7. Il giudizio sulle accuse


L’ultima competenza che l’art.134 attribuisce alla Corte costituzionale riguarda il
giudizio penale nei confronti del Capo dello Stato, accusato di alto tradimento o
attentato alla Costituzione (art.90 Cost). Il giudizio nei confronti dei Ministri che
abbiano commesso reati nell’esercizio delle loro funzioni è invece ormai affidato alla
magistratura ordinaria (legge cost. n.1/1989).
La procedura si sostanzia nel giudizio penale nei confronti del Capo dello Stato
deferito alla Corte, che per l’occasione viene integrata nella sua composizione da 16
giudici aggregati e ha inizio con la messa in stato d’accusa deliberata dal
Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta. Il giudizio si conclude con
sentenza, anche in questo caso non soggetta a gravame, con cui possono essere
comminate le sanzioni penali previste dalle leggi vigenti al momento della
commissione del fatto, oltre alle sanzioni costituzionali, amministrative e civili.
In attesa della decisione il Presidente della Repubblica può essere sospeso in via
cautelare dalla carica, con ordinanza della Corte costituzionale.
(Per la questione responsabilità dei Ministri v. capitolo Governo e Funzioni Camere)

8. Il giudizio di ammissibilità del referendum abrogativo


-legge cost.n.1/53 -> ha aggiunto alle competenze della corte il giudizio
sull’ammissibilità del referendum abrogativo. La Corte è chiamata a “giudicare se le
richieste di referendum presentate a norma dell’art.75 della Costituzione siano
ammissibili ai sensi del comma 2 dell’articolo stesso”.
Il Presidente della Corte, ricevuta entro il 15 dicembre dall’Ufficio centrale per il
referendum presso la Cassazione l’ordinanza che dichiara la legittimità della
richiesta referendaria (legge n.352/1970), fissa la data della convocazione della
Corte in camera di consiglio (non oltre il 20 gennaio) e nomina il giudice relatore, la
procedura non si configura come un giudizio di parti. La sentenza con cui la Corte
definisce il giudizio deve essere pubblicata entro il 10 febbraio nella cancelleria e
comunicata entro 5 giorni al P.R, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del
Consiglio, all’Ufficio centrale per il referendum e ai Promotori dello stesso, entro lo
stesso termine infine viene pubblicata sulla G.U.
Il parametro che la Corte utilizza per valutare l’ammissibilità del referendum
consiste in primo luogo nel comma 2 dell’art.75, che chiarisce che non possono
essere sottoposte ad abrogazione popolare le leggi tributarie e di bilancio, di
amnistia e di indulto e quelle di autorizzazione alla ratifica dei trattati
internazionali. A questi limiti espressamente menzionati dalla Costituzione,
un’interpretazione sistematica della stessa Corte ha aggiunto:
a) la Costituzione, le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali.
Infatti la Costituzione stabilisce il procedimento aggravato ex. art.138 per le fonti di
rango costituzionale, che deve necessariamente seguirsi per la loro abrogazione.
b) le leggi atipiche o rinforzate, a causa di particolari vincoli e condizioni inerenti il
loro contenuto e/o procedimento di formazione, che devono essere osservati anche
per procedere alla loro abrogazione.
c) le leggi a contenuto costituzionalmente vincolato, ovvero quelle che contengono
l’unico contenuto normativo compatibile con la Costituzione, sicché non possono
venir modificate senza violare la Costituzione o altre norme costituzionali, e
le leggi costituzionalmente necessarie, ovvero quelle che devono sussistere
necessariamente perché danno attuazione a una parte fondamentale del Testo.
d) le richieste formulate in modo tale che il quesito sottoposto agli elettori sia
carente di una matrice razionalmente unitaria, contenendo una pluralità di
domande tra loro eterogenee, che minano la libertà di coscienza dell’elettore. A tale
requisito dell’omogeneità, sono stati aggiunti quelli della chiarezza, univocità e
coerenza del quesito.
e) sulla base di un’interpretazione estensiva del comma 2 dell’art.75, sono escluse
da referendum abrogativo anche le leggi di esecuzione dei trattati (oltre quelle di
autorizzazione alla ratifica già previste) e la cd. legge finanziaria, nonché tutti gli
interventi legislativi collegati alla manovra finanziaria (oltre le leggi tributarie e di
bilancio già indicate).