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Università degli studi di Padova

Dipartimento FISPPA

Corso di Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche

Elaborato scritto per il corso di Etica Pubblica

GLI INTELLETTUALI E LA “GUIDA DEL POPOLO”

Studente:
Federico Paniz
Matricola: 1133479

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Introduzione

Chi sono gli intellettuali? Qual è la funzione (o le funzioni?) che essi sono chiamati a svolgere? Che cosa li
caratterizza specificamente? Sono a contatto con la realtà oppure da essa separati, avulsi? Devono esercitare
il ruolo di guida del popolo? Queste domande, sopratutto in epoca moderna e contemporanea, hanno
interrogato molti pensatori. In queste poche pagine tenteremo di contribuire a gettar un po' di luce su tale
complessa questione muovendo dal saggio Der intellekt und die Intellektuellen 1 di Edith Stein. La peculiarità
di questo scritto risiede nel fatto che la Stein affronta questa problematica inserendola coerentemente
all'interno della sua personale prospettiva antropologica 2.
Seguendo il ragionamento proposto dalla filosofa tedesca, ci faremo dapprima interrogare dal
termine intelletto – da cui l'espressione intellettuali deriva – per poterlo adeguatamente contestualizzare nel
più vasto campo delle facoltà umane. Rifletteremo così su noi stessi, sull'essere umano e in un secondo
momento sulla dimensione intersoggettiva che lo caratterizza e che lo porta a vivere in una dimensione
sociale.
In conclusione ci concentreremo sul ruolo che l'intellettuale concretamente può svolgere nella
società: vedremo come la Stein mette in luce che oltre alla varietà di tipi che caratterizzano l'umano nella sua
complessità, vi sono anche molteplici tipi intellettuali. Tra di essi la filosofa non nasconde la sua preferenza
per il tipo intellettuale da lei denominato uomo del volere e dell'azione: colui che non si ferma ai problemi
teoretici ma si impegna concretamente con i comuni bisogni della vita – vi si immischia -, dedito a “lavorare
per gli altri e presso di loro” 3. Dalle riflessioni della Stein emergerà, quindi, il ritratto di un intellettuale che
non si arrocca in una torre sopraelevata, ma che, al contrario, ponendosi con umiltà al servizio degli altri, può
fungere loro da autentica guida spirituale e politica.

1 Der Intellekt und die Intellektuellen, saggio scritto nel 1930 per una conferenza tenutasi il 2 dicembre all'Università
di Heidelberg. Il testo dell'intervento fu pubblicato nella rivista Das Heilige Feuer. Religiös-kulturelle
Monatsschrift. Il testo qui utilizzato è Gli intellettuali, Introduzione di Angela Ales Bello, Castelvecchi, 2015.
2 Cfr, Gli intellettuali, p. 11. Il saggio Gli intellettuali, come nota nell'Introduzione A. A. Bello, è un ottimo esempio
dell'originale sintesi che E. Stein attua fra la descrizione fenomenologica e le indagini tommasiane.
3 Cfr, Ivi, p. 51.

2
1. Dall'intelletto all'intellettuale. La visione antropologica di E. Stein

Il saggio della Stein prende avvio dalla problematizzazione del seguente assunto:

Nei circoli degli intellettuali spesso si può ancora sentir dire che essi si aspettano, in modo del tutto ovvio,
di avere come compito quello di guide (corsivo mio) del popolo4.

La filosofa mette radicalmente in questione questa presunta ovvietà e intende provare a mostrare se
effettivamente l'intellettuale sia chiamato a svolgere il ruolo di guida, ed eventualmente il perché e il come
svolgere un simile compito.
Per giudicare se gli intellettuali siano o non siano chiamati ad essere guide E. Stein ritiene utile inserire la
sua argomentazione all'interno di un discorso di carattere antropologico, che cercheremo ora di guardare più
nel dettaglio.
Fin dalle primissime battute la Stein ripropone la tripartizione dell'essere umano come corpo, anima
e spirito5. È l'essere umano in quanto tale ad essere così costituito: ogni uomo ha le capacità fondamentali del
corpo, dell'anima, dello spirito. Ma tali capacità non sono disposte in modo analogo in tutti gli esseri umani:
in ciascun uomo diversa è la loro misura e il loro rapporto. In funzione di questa varietà di tipologie di
rapporti tra le capacità è possibile distinguere diversi tipi di esseri umani, che hanno un significato e un ruolo
differenti nell'organismo sociale.
In primo luogo, dunque, il corpo (Korper): esso è indubbiamente cosa, materia (ha un peso, una durezza...)
ed in quanto tale obbedisce a dei processi meccanici. Soltanto uno sguardo che non coglie tutti i fattori,
tuttavia, può fermarsi a questo livello: sarebbe infatti astratto e riduttivo non cogliere in esso una vita
interiore o vita dell'anima: “esso è mosso dall'interno e interiormente colpito dalle azioni esterne come ogni
animale”6. Questo corpo è poi mosso da una volontà cosciente di uno scopo, e perciò ragionevole.
Quindi: uno sguardo totale – sia dall'interno che dall'esterno – ci restituisce un essere umano inteso come
unità: da un lato lo spirito coglie se stesso, nell'azione, come tutt'uno con il corpo; dall'altro le manifestazioni
sensibili non sono “altre” rispetto allo spirito. L'essere umano ha consapevolezza dei propri atti fondamentali
e su di essi riflette:
• l'atto percettivo rimanda alla corporeità e questa all'evidenza del corpo vivente (Leib);
• istinto, tensione, presa di posizione “spontanea” rivelano la dimensione psichica;
• il volere, il giudicare, il prendere posizione con consapevolezza, manifestano la sfera dello spirito
(Geist).
Tra il Korper e il Geist – i due estremi - v'è la sensibilità, campo intermedio al contempo corporeo e animato.
L'essere umano può così essere definito come un essere “sensibile-spirituale” la cui anima è adagiata
(gebettet) nel corpo: non c'è via di scampo a questo! Le cosiddette potenze superiori – intelletto e volontà –

4 Ivi, p. 29.
5 La tripartizione riprende quella proposta da Paolo di Tarso e successivamente da Agostino di Ippona.
6 Ivi, p. 31.

3
nell'uomo possono lavorare su un sostrato materiale fornitogli da quelle inferiori – i sensi e gli appetiti
inferiori. Sui sensi si basa l'intelletto, sull'appetito inferiore la volontà. Il punto è che ciò che cade soltanto
sotto i sensi non è conoscenza. Ciò che “cade” sotto i sensi abbisogna della “luce dell'intelletto”, che dà
forma alle cose, facendo del kaos un kosmos: così soltanto può esservi autentica conoscenza.7
La conoscenza è un atto, un'attività e, in quanto tale, è un opera della volontà: la volontà dirige l'agire
dell'intelletto. Ma allo stesso tempo di per sé sola la volontà è cieca: abbisogna di uno scopo che è l'intelletto
a fornirle. È rilevabile quindi una stretta connessione tra volontà e intelletto, che non accade soltanto a livello
spirituale, ma già a livello sensibile:

Quando un soggetto è colpito a livello sensibile, “affetto”, allora questo è, da un lato, un appello verso
l'esterno; l'intelletto è stimolato a volgersi (corsivo mio) verso una cosa o un avvenimento esterno e, per
così dire, a “incorporarlo spiritualmente”. Sulla base delle sensazioni sensibili lo porta dentro di sé,
conoscendo il mondo esterno. Anche uno stimolo (Reiz) sensibile può essere sentito come affezione
personale, come qualcosa che tocca l'anima nel suo proprio essere e la riempie con dolore e gioia nelle
molteplici gradazioni8.

A questo punto la Stein ritiene opportuno sottolineare come grazie al volere l'uomo sia costitutivamente
portato ad agire in prima persona e, a tal proposito, parla di una vera e propria disposizione ad intervenire di
persona nel mondo reale. Per poter intervenire praticamente e avere a che fare con le cose del mondo esterno
è però necessario il “dominio del volere sul corpo e corrispondentemente l'addestramento, la capacità e
l'abilità del corpo”. E, finalmente, la volontà, l'agire, l'operare, il trasformare – in generale: la prassi – devono
in qualche modo essere illuminati e guidati dall'intelletto9.
Giunti a questa altezza della riflessione possiamo ricavare dunque che alla luce della visione
antropologica fornitaci da E. Stein emerge che l'intelletto, per l'essere umano, svolge il ruolo di “luce
dell'anima”: esso dà forma all'ammasso di oscure e cieche sensazioni, sentimenti e impulsi. In virtù del suo
esser ciò che fa passare dal kaos al kosmos esso può a buon diritto essere definito con l'appellativo di guida
dell'umano non solo da un punto di vista astratto, ma anche (e soprattutto!) nel suo orientarsi praticamente
nel mondo.
Quindi, in forza di quanto fin qui detto, l'intelletto, tra le capacità umane, può fregiarsi a buon diritto del
titolo di guida. Possiamo allora proseguire la nostra indagine per scoprire se un tale appellativo possa essere
conferito anche agli intellettuali in riferimento alla società.

7 Cfr., Ivi, p. 32-33: a questo punto la Stein fa anche riferimento al fatto che ogni operazione conoscitiva è resa
possibile dal fatto che l'intelletto possiede i principi primi, che egli porta originariamente con sé e che sono
condizione di possibilità della conoscenza tutta. “La forma specificamente umana del conoscere è il processo
razionale, il procedere graduale. Al massimo delle sue prestazioni, però, l'intelletto umano (…) raggiunge la
modalità di conoscenza degli spiriti superiori; ogni movimento di conoscenza (…) prende le mosse dalla
conoscenza intuitiva dei principi; (…) essa è motivata da un primo balenare della verità (…) attraverso
un'anticipazione dell'intuizione stabile e duratura”.
8 Ivi, p. 35.
9 Cfr., Ivi, p. 37.

4
2. Dall'umano al tipo intellettuale

Nel capitolo precedente abbiamo ripercorso, con la Stein, il microcosmo della natura umana e l'interazione
delle capacità umane. È bene a questo punto tener presente quanto scrive la stessa filosofa:

Le capacità fondamentali dell'anima e del corpo (Leib) sono le stesse per tutti gli esseri umani, ma esse
sono disposte e dispiegate in diversa misura e in diverso rapporto, e a ciò corrisponde la posizione che
spetta agli individui e ai gruppi nell'intero contesto sociale, e la funzione (corsivo mio) che qui a loro
compete. In conformità con il rispettivo rapporto tra le capacità si possono così distinguere diversi tipi di
esseri umani e si può valutare il loro significato sociale10.

Il fatto che le capacità fondamentali siano disposte e dispiegate in diversa misura e in diverso rapporto nei
singoli uomini ci porta ad introdurre la nozione di tipo o tipologia. Tale nozione è rilevante per cogliere ciò
che è essenziale all'essere umano: eludere la varietà delle sue manifestazioni sarebbe compiere un'indebita
astrazione che non tiene conto della complessità della realtà 11.
Stein parte da coloro che, come gli animali, sono dominati dall'impulso: pur non negando in loro una
certa presenza dell'intelletto la filosofa tiene a precisare come essi siano mossi dall'istinto, dai loro bisogni.
Essi cercano di procacciarsi ciò che è desiderabile e di allontanare ciò che è pericoloso, ma manca loro la
capacità di porsi consapevolmente un fine. Vi sono esseri umani che conducono o possono condurre una vita
simile a quella degli animali inferiori.
Dalla tipologia degli impulsivi si distinguono, in primo luogo, “coloro che sono abili dal punto di vista
pratico”: essi non sono dominati dagli impulsi, bensì hanno un obiettivo, un interesse e tentano di
raggiungerlo nel miglior modo possibile. Per questi il mondo è spazio per la propria attività che tende ad uno
scopo ordinato. Chi sono, concretamente gli appartenenti a questa tipologia? La Stein indica i contadini, gli
artigiani, i tecnici, le casalinghe...tutti costoro sono maestri nel loro settore: ossia hanno una visione
teoretica del proprio campo d'azione, che consente loro di agire abilmente nella vita pratica, di dominare la
prassi. L'intelletto pratico gioca in queste persone un ruolo importante, ma secondo la Stein esse non
possono essere definite intellettuali12.
Giungiamo così agli intellettuali. A questa altezza della riflessione la Stein fa emergere una concezione
“ristretta” dell'intellettuale: colui che vive nei problemi e trova casa in ciò che è teoretico. All'intellettuale
strettamente inteso non interessa la risoluzione pratica dei problemi, ma soltanto quella teoretica. Questo
primo affresco che tenta di descrivere l'intellettuale viene però prontamente complessificato dalla Stein: così
alle differenti funzioni dell'intelletto corrispondono molteplici tipi intellettuali:
• gli uomini dalle idee geniali;

10 Ivi, p. 30.
11 In questo procedere si nota il metodo fenomenologico caro alla Stein: a tripartizione singolo, tipo, essenza è
caratteristica della scuola fenomenologica.
12 Cfr., Ivi, pp. 18-19: come nota A. A. Bello la Stein non esprime un giudizio negativo nei confronti degli uomini
pratici, prova ne è il fatto che li definisce maestri nel loro campo.

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• i logici e sistematici;
• gli spiriti sintetici: caratterizzati dall'unione di genio e pensiero logico/sistematico;
• i trasmettitori del sapere: coloro che hanno il dono di riflettere e saper trasmettere i pensieri altrui,
per ampliare le conoscenze acquisite;
• il mistico e il profeta: coloro che giungono all'intelletto “soprannaturale”.
Quindi: animale/uomo impulsivo, pratico, intellettuale. Questi sono i tipi umani fino ad ora presi in
considerazione. Stein ritiene tuttavia necessaria l'aggiunta di altre due tipologie, verso le quali la pensatrice
tradisce una certa simpatia: l'uomo sentimentale e l'uomo del volere e dell'azione.
L'uomo sentimentale è l'uomo “semplice”, che coglie nel suo intimo il significato della vita, di ciò che gli
accade all'interno e all'esterno.
L'uomo volitivo-fattivo, invece, vede il mondo come “campo per le azioni”: è portato per disposizione a
saper scorgere, partendo da uno sguardo attento sul presente, ciò che potrebbe o dovrebbe essere diverso da
come è. Tale disposizione lo spinge ad adoperarsi per trasformare il mondo con l'azione (propria e di altri).
Ora che abbiamo delineato i tipi umani è possibile tentare di comprendere quale sia il loro significato
sociale, la loro ruolo all'interno della società. In questo modo potremmo mettere in primo luogo in risalto la
funzione che l'intellettuale – nella sua complessità di tipi – è chiamato a svolgere all'interno dell'organismo
sociale; in secondo luogo provare a chiarire l'assunto iniziale dato per ovvio: agli intellettuali spetta la guida
della società.

3. Intellettuali nella società

Tutti i tipi precedentemente delineati hanno una loro posizione all'interno dell'organismo sociale. Per cercare
di esplicare questa idea la Stein si pone in relazione critica con un passo della Repubblica di Platone,
precisamente quello in cui il filosofo greco prevede tre classi nel suo Stato: i saggi, i guerrieri e i lavoratori.
Gli uomini pratici che la Stein aveva individuato come una delle tipologie dell'umano hanno una evidente
somiglianza con i lavoratori platonici: sono caratterizzati da una disposizione all'operare concreto,
producono, scambiano i loro prodotti. In queste dinamiche sociali emerge però, a poco a poco, l'urgenza di
una direzione da parte di custodi – di guide - di una politica economica (per i bisogni materiali e vitali) e
culturale (per i bisogni spirituali).
Emerge il punto nodale che fin dall'inizio ci siamo posti: chi deve assumersi questo compito? A chi spetta
tale ruolo direttivo? Platone risponderebbe che si tratta di una funzione che ragionevolmente spetta ai
filosofi, cioè ai saggi13.

13 Cfr., Ivi, p. 45: è necessario tener specificare – con Stein - che i saggi di Platone non sono quelli che noi definiamo
intellettuali; piuttosto il filosofo pensava a un gruppo ristretto di eletti, caratterizzati dall'avere una visione dei
fondamenti eterni, puri dal punto di vista morale. Si tratta di figure che oscillano tra il filosofo e il santo.

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Tentando di attualizzare alla lettera il portato platonico, la Stein ci invita a guardare ai filosofi sistematici, ai
filosofi di professione per mettere in luce come essi non siano, in realtà, adatti alla funzione di guida pratica
della società:

Se pensiamo (…) al modo in cui si forma di solito un grande sistema filosofico, constatiamo che è il
frutto di un lavoro che dura tutta la vita e che di solito esige l'uomo completamente per sé e non lascia
molto tempo e forza all'attività pratica14.

La sentenza è chiara: i filosofi, impegnati nel loro lavoro teoretico, non dispongono del tempo necessario per
potersi dedicare agli affari pratici – requisito invece necessario per poter guidare effettivamente una società o
uno Stato. Stein non intende negare gli evidenti influssi che le teorie filosofiche hanno avuto sulla prassi: ma
sottolinea come il nesso tra filosofia e prassi si realizzi molto lentamente e che “filosofia e condotta di vita
pratica, specialmente riguardo alla direzione dello Stato, di regola non si troveranno unite in una persona” 15.
Ed è questo il motivo per cui la filosofia non può esser definita, a rigore, una guida.
Ma nemmeno gli altri tipi intellettuali, come ad esempio il linguista, il matematico, lo studioso di scienze
naturali, ecc. sono chiamati secondo la filosofa ad assumere il ruolo di guida pratica; nemmeno gli studiosi di
storia, diritto ed economia – scienze che pure hanno un maggior collegamento diretto con la politica. L'idea
che soggiace a questa argomentazione è che il gravoso impegno di ricerca cui queste figure sono chiamate è
di impedimento all'attività pratica. Essi sono chiamati piuttosto ad un altro compito: di preparazione e di
mediazione. Stein non sembra dunque guardare di buon occhio una politica affidata totalmente ai tecnici:
questi devono affiancare la guida politica, che, d'altro canto deve avere la capacità e l'umiltà per farli
confluire nel proprio alveo decisionale ed accettare, con vaglio critico, le loro suggestioni e provocazioni.
Dopo queste riflessioni possiamo allora chiederci quali siano le caratteristiche del politico autentico, della
guida politica. In primis una disposizione intellettuale: saper vedere la situazione reale in tutte le sue
sfaccettature particolari con uno sguardo totale: il particolare connesso con il tutto, in modo che il particolare
sia fin dall'inizio parte del tutto ed evitando così che il tutto risulti da un coacervo di particolari disarticolati;
esser capace di cogliere i nessi di causa ed effetto prossimi e remoti e nondimeno i legami genetici che
interrelano gli ambiti particolari. Questo talento non è però eminentemente teoretico, ma pratico: la guida
politica infatti deve avere come mira la realizzazione dei progetti; la trasformazione della realtà con
discernimento: per questo deve preservarsi con cura da ogni atteggiamento demagogico, nemico del
discernimento anzidetto e grave ostacolo alla traduzione pratica del motto “prometti ciò che puoi
mantenere”. Egli, in questo senso, non è strettamente un intellettuale, ma “il politico sa usare il suo intelletto
per ottenere i migliori risultati sul piano pratico. Infatti, se è veramente abile, utilizza anche l'apporto e il
consiglio di chi si dedica completamente all'attività intellettuale” 16. A questo punto è evidente che secondo la
Stein il tipo adatto alla guida politica sia quello volitivo-fattivo. L'uomo del volere, dunque: ma la volontà –
come emerso precedentemente – ha bisogno dell'intelletto per il proprio scopo, per riconoscere cioè i nessi

14 Ivi, p. 46.
15 Ivi, p. 47.
16 Ivi, p. 23.

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causali intercorrenti tra i mezzi e i fini. Ecco perché è necessario che la guida abbia una disposizione
intellettuale, ma non è un intellettuale nel senso ristretto della parola:

egli non è un intellettuale che è avvinto dai problemi teoretici in quanto tali, che sta in una posizione di
contemplante estraneità nei confronti della vita, bensì è colui che vi si trova in mezzo e la domina sul
piano pratico. Egli, di volta in volta, chiederà chiarimenti dal punto di vista teoretico, quanto è necessario
per comprendere la situazione pratica e poterla correttamente affrontare. Consulterà spesso gli uomini che
si dedicano alla teoria, per lasciarsi consigliare da loro. Egli è lo strumento competente per convertire in
azione le conoscenze acquisite17.

Abbiamo fino a qui utilizzato il termine intellettuale in un senso ristretto, tenendo per buona la prima
definizione che la Stein ne ha dato: intellettuale è chi vive nei problemi, immerso completamente nella teoria
tanto che l'intelletto soltanto costituisce il suo campo d'azione 18. Al contempo abbiamo inteso la funzione di
guida meramente nel significato di guida politica.
Nelle ultime pagine dello scritto si apre tuttavia una prospettiva più ampia, che dapprima contribuisce al
nostro tentativo di rispondere alla domanda iniziale – se gli intellettuali siano effettivamente chiamati ad
essere le guide del popolo – e, secondariamente, ci suggerisce un metodo e un atteggiamento che dovrebbero
caratterizzare coloro che sono definiti intellettuali.
A tal proposito la Stein ritiene doveroso precisare che l'espressione guida del popolo è ben di più che la sola
direzione politica, un vero e proprio lavoro di educazione e formazione presso il popolo. E così anche la
definizione di intellettuale non comprende l'uomo puramente teoretico, ma anche coloro che svolgono una
professione pratica avendo alla base una formazione teoretica: il medico, il professore, il magistrato, lo
piscologo, ecc…Comprendiamo così che la guida del popolo non è compito esclusivo del politico, ma anche
di tutti gli intellettuali che esercitano una professione pratica. E tutti costoro, in virtù del loro sapere, dei loro
studi e quindi della loro preparazione intellettuale sono chiamati a non essere chiusi in se stessi, quasi
adagiandosi sugli allori del proprio sapere:

Chi ha raggiunto un più alto grado di umanità rispetto alla grande massa non può considerare tale grado
come un personale segno di distinzione, nel cui godimento potersi riposare; si tratta piuttosto di un segno
di nobiltà, che impegna a lavorare per gli altri e presso gli altri19.

L'intellettuale è per sua natura distinto dalla massa, ma cadrebbe in errore se facesse di questa sua diversità
un semplice vanto personale. Egli è infatti chiamato a lavorare per gli altri, per la propria comunità, a tentare
di portare la massa ad una più autentica vita spirituale, per il bene di tutto il popolo.
Secondo la Stein questo punto è fondamentale. Infatti è riscontrabile negli intellettuali una certa tentazione
alla presunzione, da cui la filosofa intende mettere in guardia invitando a non isolarsi nella propria sfera
teorica e ad ascoltare gli altri – la massa, il popolo – per accrescere la loro dimensione spirituale.

17 Ivi, p. 50.
18 Cfr, Ivi, p. 42.
19 Ivi, p. 51.

8
L'intellettuale deve prender coscienza che il suo sapere, le sue conoscenze, il suo “maggior grado di
umanità” non sono un tesoro geloso per sé o mero motivo di vanto, giungendo ad una sorta di isolamento
aristocratico che lo porta ad una separazione dagli altri.
A giudizio della Stein questo è il solo modo con cui l'intellettuale può e deve essere un'autentica guida del
popolo. La Stein afferma che “l'intellettuale troverà la via verso il popolo – e senza di essa non lo può
guidare - (…) solo se egli in un certo senso si libera dell'intelletto” 20: dalla presunzione di autonomia del
proprio intelletto, di autosufficienza conferita dal proprio sapere. Scrive a tal proposito la filosofa, usando la
provocazione e il paradosso:

Egli [deve vedere] che le più alte e ultime verità non sono rivelata attraverso l'intelletto umano, e che nelle
questioni più essenziali e perciò nell'organizzazione pratica della vita un bambino del tutto semplice,
grazie a un'illuminazione dall'alto, può essere superiore al più grande erudito. Dall'altro lato, egli riconosce
l'ambito legittimo dell'attività naturale dell'intelletto e compie qui il proprio lavoro (…) come qualcosa che
è buono e utile, ma che è confinato entro stretti limiti, come ogni opera umana21.

Il richiamo è grave: l'intellettuale deve trovare il corretto atteggiamento nei confronti del proprio intelletto al
fine di capirne limiti e potenzialità. Giungere a questa consapevolezza porta a non guardare nessuno
“dall'alto in basso” e porta a relazionarsi con tutti, senza distinzioni di livello culturale, con modestia e
umiltà. È fondamentale che gli uomini non percepiscano gli intellettuali come esseri estranei che vivono in
un mondo separato e inaccessibile perché in tal caso condannerebbero all'inefficacia ogni loro pur pregevole
sforzo di elaborazione teorica. Per questo essi sono chiamati a farsi prossimi del popolo, per poterlo
realmente aiutare a crescere e rendere libero. 22 Soltanto interpretando così la sua funzione egli potrà, a
giudizio di E. Stein autenticamente ed efficacemente svolgere la funzione di guida del popolo, con una
finalità ultimamente educativa e formativa e perciò liberante.

20 Ivi, p. 53.
21 Ivi, p. 54.
22 Cfr., Ivi, p. 52.