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8/8/2018 Accento: regole d'uso degli accenti nell'italiano scritto

Accento: regole d’uso nell’italiano scritto

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L’accento, questo sconosciuto. Quali sono le sue regole d’uso? E


quali le eccezioni?

Sull’accento ci sono molte cose da dire. Partiamo da questa


osservazione: quando parliamo, anche se non ce ne rendiamo conto,
mettiamo l’accento su ogni parola che diciamo. Ed è giusto che sia
così, poiché tutte le parole hanno un accento. Quando invece
scriviamo, raramente è obbligatorio indicare l’accento, dato che le
parole accentate sono una minoranza rispetto a quelle non accentate.

Vediamo ora nel dettaglio quali sono le regole d’uso dell’accento nella lingua italiana. Conoscere queste norme è
importante non solo per i professionisti della scrittura, ma per tutti. Perché saper usare l’accento rende più corretta –
e quindi più efficace – la comunicazione scritta di chiunque. Senza contare che, mettendo l’accento dove serve, si dà
sempre l’impressione di essere persone precise e professionali!

Accento: regole d’uso in italiano

Le regole d’uso dell’accento nella lingua italiana scritta non sono molte.

Inziamo col dire che l’accento può essere grave (`) o acuto (′). Quando le vocali a, i, o, u costituiscono l’ultima
lettera di una parola accentata, su di esse l’accento è sempre grave: à, ì, ò, ù.

Sulla vocale o, quando compare all’interno di una parola, e sulla vocale e, interna o finale, l’accento è grave o acuto
a seconda della pronuncia aperta o chiusa della vocale. Quando la e è alla fine di una parola, l’accento è acuto sulla
congiunzione causale ché, sui composti di che (perché,affinché, cosicché, giacché, poiché ecc.), sui composti
di tre (ventitré, trentatréecc.) e di re (viceré). Per il resto, l’accento è in genere grave.

L’accento va messo su tutte le parole polisillabiche tronche (città, virtù, longevità ecc.) e sui seguenti
monosillabi: dà (verbo), dì (giorno) e relativi composti (lunedì, mezzodì ecc.), là e lì (avverbi di luogo), sì (avverbio
affermativo), tè (bevanda), è (verbo), né, sé, ciò, già, giù, più, può, scià, piè(piede), diè (verbo dare), fé (fede e
verbo fare).

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8/8/2018 Accento: regole d'uso degli accenti nell'italiano scritto

L’accento va messo anche sulle parole polisillabiche formate da monosillabi che usati da soli non lo
hanno: aldiquà, viceré, autogrù, nontiscordardimé ecc.

Hanno l’accento anche la prima e terza persona dell’indicativo futuro semplice e le terze persone singolari
dell’indicativo passato remoto di alcuni verbi, come battere, potere, ripetere (batté, poté, ripeté).

All’interno delle parole, non è obbligatorio scrivere l’accento. Capita però che sia utile usarlo per distinguere fra loro
parole omografe e omofone (per esempio, àncora e ancóra o condòmini e condomìni). In tal caso, la scelta se usare
o meno l’accento è lasciata a chi scrive: dovrà valutare caso per caso, a seconda del grado di ambiguità del
contesto.

È comunque bene scrivere l’accento nei casi riportati qui sotto:

1) L’accento è preferibile quando si scrivere il plurale delle parole che terminano in -io. L’accento andrà sulla
penultima sillaba: adultèri (plurale di adulterio), benefìci (plurale di beneficio), demòni (plurale
di demonio), desidèri(plurale di desiderio), princìpi (plurale di principio) ecc. Le parole con cui potrebbero essere
equivocate andranno invece senza accento: principi(plurale di principe), adulteri (plurale di adultero), demoni (plurale
di demone) ecc.

2) L’accento è preferibile nei plurali dei nomi delle parole che terminano in -òrio, quando c’è la possibilità di
confusione con il corrispondente plurale delle parole che terminano in -ore. Esempi: contraddittòri, uditòri ecc.

3) L’accento è preferibile nelle forme verbali dài e dànno, in dèi (divinità, ma


se si mette l’iniziale maiscola va scritto Dei), in èra (periodo
temporale), sètte (plurale di setta), subìto, vòlta (nel senso di arco).

4) L’accento è preferibile in caso di parole non comuni. Per


esempio: ecchìmosi, dàrsena, leccornìa, libìdo.

5) L’accento è preferibile in caso di parole la cui pronuncia è spesso


sbagliata nella lingua parlata: edìle, rubrica, utensìle.

L’accento circonflesso non si usa più: è antiquato. In questo senso, il plurale dei sostantivi con desinenza in -io si
scrive con una -i semplice. Da evitare dunque le forme antiquate -ii, -î o -j.

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Attenzione! Si scrivono senza accento: do, fu, fa, me, mi, no, qui, qua, re, sa, so, sto, su, tre, sta.

Altra osservazione: l’accento non va mai indicato con l’apostrofo, neanche sulle lettere maiuscole. Perciò si
scriverà È e non E’. Ribadiamo: l’accento non si indica mai con l’apostrofo!

Accento: la sua storia

Come l’apostrofo e molti segni della punteggiatura, anche l’accento fu introdotto in


tipografia basandosi sull’uso che se ne faceva nel greco antico.

L’accento fa la sua prima comparsa nella nostra lingua a fine Quattrocento. Negli scritti
del Cinquecento e del Seicento è via via sempre più presente. Ma non si arriva mai a
definire per l’accento delle norme d’uso chiare e condivise. L’unico dato sicuro è che,
proprio perché il suo uso è copiato dal greco, prevale l’accento grave alla fine delle
parole e l’accento acuto al loro interno.

Nella seconda metà dell’Ottocento e nel Novecento, si cercano di codificare delle


regole per l’accento valide per chiunque scriva. Per esempio, alcuni studiosi propongono, senza successo, di
accentare tutte le parole sdrucciole. Altri decidono di usare due diversi tipi di accento, l’acuto e il grave, per
segnalare la pronuncia aperta o chiusa delle vocali e e o. Da qui, parte l’idea di estendere l’uso dell’accento anche
alle altre vocali accentate.

Insomma: tutto ciò ci mostra che, quando si ha a che fare con l’accento, è meglio non fidarsi della
propria pronuncia! In caso di dubbio, molto meglio consultare un dizionario per non sbagliare accento!

Ecco, queste erano le regole d’uso dell’accento nella lingua italiana. Le


conoscevi tutte? Le trovi complicate? Hai spesso problemi nell’uso
dell’accento? Lascia un commento con la tua opinione!

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