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1066. DAVIDSON E DUMMETT: ESISTE IL LINGUAGGIO?

DONALD DAVIDSON, negli Stati Uniti, e MICHAEL DUMMETT in Inghilterra


(Oxford), sono indubbiamente i massimi rappresentanti della filosofia anali-
tica degli ultimi vent’anni.
Davidson, influentissimo in Inghilterra oltre che in America, è autore
dalla metà degli anni Sessanta di soli articoli, che ha raccolto recentemente
in due volumi dai titoli rispettivi Essays on Actz'ons and Events, Oxford, 1980
e Inquirìes into Tmtb and Interpretatz'on, Oxford, 1984. Il secondo volume ha
la significativa dedica «T0 W. V. Quine, without whom not» («A Quine,
senza il quale non» — presumibilmente, senza il quale non avrei potuto fare
quel che ho fatto). Su questi volumi è stato organizzato un ormai famoso
congresso, dal quale hanno avuto origine preziosi volumi con decine di inter-
venti critici sui vari aspetti del pensiero di Davidson. Una utile monografia
è apparsa recentemente (Ramberg, 1989).
Dummett è autore molto più produttivo. Si è occupato dagli anni Cin-
quanta in poi di filosofia della matematica e della logica, di logica delle pro-
cedure di voto politico, di “logica” dei giochi di carte e dei tarocchi (ha stu-
diato in particolare quelle italiane). Deve soprattutto la sua fama filosofica a
due grossi volumi su Frege e ad una raccolta di saggi: il primo, Frege: Philo-
sopby of Language, del 1973 (ediz. ital. un po’ diversa dall’originale, col tito-
lo Filosofia del linguaggio. Saggio su Frege, Casale Monferrato, 1983); il secon-
do, The Intemretation of Frege’s Philosop/oy, del 1981. In entrambi prende in
considerazione non solo il pensiero di Frege, proponendone una interpreta'
zione che ha avuto molta influenza, ma anche numerose recenti proposte lo-
giche e filosofiche di area angloamericana. La raccolta di saggi, pubblicata
nel 1978, ha per titolo Trutb and Ot/aer Enigmas (trad. parziale, La verità e al-
tri enigmi, Milano, 1986). Recentemente ha consegnato le sue idee di fondo
926 PARTE OTTAVA - LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA

su Frege e la filosofia analitica nel volumetto del 1988 dal titolo Tbe Origifls
ofAnaIytical Pbilosopby (trad. ital, Bologna, 1990).
Dummett è schierato apertamente sia contro il positivismo logico (anche
nelle sue figure “dissidenti” quali Goodman e Quine) sia contro la filosofia
del linguaggio ordinario (nella Oxford in cui insegna ne ha costituito l’alter-
nativa). Entrambi questi filoni che negli ultimi cinquant’anni sono stati do-
minanti rispettivamente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, secondo Dum-
mett, hanno tradito l’ispirazione originaria della filosofia analitica. Ispirazio-
ne originaria che non si deve rintracciare né in Russell né nel primo Witt-
genstein né in Moore ma in Frege.
Questa è la tesi di fondo di Dummett, abbondantemente argomentata nei
volumi su Frege e ripresa in quella specie di manifesto filosofico rappresenta-
to dal suo saggio del 1975 Può la filosofia analitica essere sistematica, ed è giu-
sto che lo sia? Alle due domande del titolo del saggio Dummett dà risposte
positive. La filosofia analitica può essere sistematica se riprende corretta-
mente il discorso iniziato da Frege, ed è giusto che sia sistematica perché
soltanto riprendendo quel discorso si può costruire una filosofia valida,
Le condizioni per riprendere il discorso di Frege, che ha posto il fonda-
mento dell’unico modo in cui si può costruire una filosofia valida, cioè una
filosofia del linguaggio, sono per Dummett l’abbandono delle pretese sia del
positivismo logico (assimilare la filosofia alle scienze) sia della filosofia del
linguaggio ordinario (ridurre la filosofia ad una psicologia linguistica). Que-
ste condizioni, afferma Dummett, si stanno verificando sia perché è in opera
un riavvicinamento tra questi filoni della tradizione analitica dovuto a modi-
fiche interne ad ognuno di essi sia perché si sta prendendo conoscenza del-
l’effettivo significato della svolta radicale realizzata da Frege nel campo della
riflessione filosofica generale. La svolta operata da Frege è quella che ha da-
to origine ad una “filosofia del linguaggio” che «costituisce il fondamento
per tutto il resto della filosofia» (La verità e i suoi enigmi, cit., p. 50).
Riassumendo in maniera lapidaria il contributo fondamentale e radicale
di Frege alla filosofia contemporanea Dummett scrive che «solo con Frege si
è avuto finalmente un riconoscimento dell’oggetto proprio della filosofia: si è
riconosciuto cioè, in primo luogo, che l’obiettivo della filosofia è l’analisi
della struttura del pensiero e in secondo luogo, che lo studio del pensiero deve
essere tenuto nettamente distinto dallo studio del processo psicologico del
pensare; infine, si è riconosciuto che il solo metodo appropriato per l’analisi
del pensiero consiste nell’analisi del linguaggio» (Ib., p. 66).
Se questa è la linea indicata da Frege, quali sono, per Dummett, i compi-
ti attuali della filosofia del linguaggio, cioè della filosofia analitica? La rispo-
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CAPITOLO XII - FILOSOFIA ANALITICA E POST-ANALITICA

filosofia è quello di
sta di Dummett è che il «compito più urgente» di tale
elaborare e costruire «una “teoria sistematica del significato” e
cioè una
spiegazione sistematica del funzionamento del linguaggio» (Ila, p. 62).
Non
voglio-
c’è niente di casuale, infatti, nel funzionamento del linguaggio, come
con la tesi dei
no far credere, con motivazioni diverse, l’ultimo Wittgenstein
giochi linguistici, o Quine con la tesi degli stimoli-significati, o
altri- In real-
«ciascun
tà, secondo Dummett, tutti questi autori suppongono, di fatto, che
parlante abbia una comprensione implicita di un certo numero di
principi ge-
allo-
nerali che governano l’uso delle parole del linguaggio negli enunciati. Se
comprensione
ra esistono tali principi generali di cui ogni parlante ha una
implicita, e che servono a conferire alle parole del linguaggio i loro vari si-
gnificati, è difficile vedere come possa darsi qualche ostacolo a renderli
espli-
citi; e un’esplicitazione di tali principi, l’implicita comprensione dei quali co-
stituisce la padronanza del linguaggio, sarebbe precisamente una teoria
com-
pleta del significato per quel linguaggio» (Ib., pp. 59-60).
E abbastanza chiara, crediamo, la distanza fra queste tesi di Dummett e
quelle di un Quine o di un Wittgenstein, che viene ripetutamente criticato
in questo saggio. Dummett associava, alla rivendicazione della posizione di
Frege nella interpretazione da lui proposta, posizioni filosofiche sfocianti in
un antirealismo, fondato sulla priorità data al linguaggio e al pensiero piutto-
sto che alla “realtà”.
Alle certezze di Dummett Davidson risponde invitando alla cautela e alla
individuazione di possibilità diverse di pervenire alla “verità” o alle “veri-
tà”. Davidson aveva continuato a “rivedere” concetti chiave del filone posi-
tivistico-logico, e nel 1974 aveva pubblicato un saggio ormai classico, On the
Very Idea 0f a Conceptual Scheme, “nel quale aveva “demolito” quest’altro
“mito” del positivismo logico (lo schema concettuale in quanto differente
dai suoi contenuti), che abbiamo trovato ancora operante nelle argomenta-
zioni quim'ane sulla indeterminatezza della traduzione. Era intervenuto inol—
tre sulla tematica mente-corpo con l’importante saggio Menta! Events del
1970, nel quale aveva indicato una via che facesse evitare un materialismo
fisicalistico troppo grezzo senza però ricadere in forme tradizionali di duali-
smo. Aveva affrontato, in numerosi articoli, tematiche comuni ai dibattiti
della filosofia analitica di quei decenni (aveva scritto per esempio delle cose
molto originali sulla “logica” e i “contenuti” della metafora).
Nel 1977 Davidson pubblicava un saggio con affermazioni filosofiche di
carattere più generale, e si può pensare che uno degli obiettivi fosse quello di
dare una risposta alle proposte teoriche e metodologiche di Dummett. Il sag-
gio ha il titolo The Metbod of Trut/J in Metapbysz'cs. Davidson accentua gli in-
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teressi semantico-pragmatici presenti nella produzione di Quine, al quale, co-


me si è detto, si collega come suo originale continuatore. Questi interessi si
sono però ormai spostati dal campo dei linguaggi formalizzati (matematiche e
scienze) a quello dei linguaggi naturali (le lingue parlate). La critica a Dum-
mett traspare abbastanza evidentemente dalle righe del seguente passo: «Nel
condividere un linguaggio, in qualsiasi senso questo è richiesto per la comu-
nicazione, noi condividiamo un quadro del mondo che, nei suoi aspetti gene-
rali, deve essere vero. Ne segue che nel rendere manifesti gli aspetti generali
del nostro linguaggio rendiamo manifesti gli aspetti generali della realtà. Una
maniera di perseguire la metafisica è pertanto quella di studiare la struttura
generale del nostro linguaggio. Questo non è [come invece sosteneva Dum-
mett], naturalmente, il solo metodo vero della metafisica; non ve n’è uno co-
si. Ma è un metodo, ed è stato praticato da filosofi tanto distanti per periodi
e dottrine quali Platone, Aristotele, Hume, Kant, Russell, Frege, Wittgen-
stein, Carnap, Quine e Strawson» [e non, come sosteneva Dummett, dal so-
lo Frege] (Inquirìes into Trutb and Interpretatz'on, cit., p. 199).
Davidson, all’interno di questo quadro filosofico generale sul rapporto
linguaggio-parlanti-realtà, individua la differenza tra i compiti della filosofia
del linguaggio, o semantica, e quelli delle scienze: «Lo studio di quali enun-
ciati sono veri è in generale il lavoro delle diverse scienze; ma lo studio delle
condizioni di verità costituisce la provincia della semantica» (I5, p. 201).
Tale provincia, che dà luogo appunto alla filosofia del linguaggio con i
suoi corollari “pragmatici”, è quella frequentata da Davidson, il quale affer-
ma la necessità di ispirarsi non solo a Frege, che ha i suoi limiti, ma anche a
Quine e a Tarski. Certo, riconosce Davidson, Frege «ha visto l’importanza
di dare una spiegazione di come la verità di un enunciato dipenda dagli
aspetti semantici delle sue parti» e ha indicato in proposito metodi di lavoro
oggi molto praticati; e tuttavia non ha concepito «l’idea di una teoria forma-
le complessiva della verità per il linguaggio come un tutto», è stato costretto
a considerare gli enunciati come una sorta di nomi («il nome di un valore di
verità»), mentre nel linguaggio gli enunciati operano in maniera e con finali-
tà differenti. Quine è andato oltre Frege, secondo Davidson, quando ha mo-
strato «come un approccio olistico al problema di comprendere un
linguaggio
fornisce il necessario fondamento empirico» per quella comprensione; il suo
limite è di aver privilegiato i linguaggi formalizzati e si è occupato di
quelli
naturali con un atteggiamento correttivo o migliorativo. a questi invece
che va l’interesse di Davidson, che si ispira nel suo programma
di lavoro alla
semantica di Tarski (una teoria della verità per i linguaggi
formalizzati) ten-
tando di svilupparla ed applicarla nell'analisi dei linguaggi
naturali. Per que-
CAPITOLO XII - FILOSOFIA ANAUTKÌA lì l‘OS'I“ANAlJTICA 929

sti ultimi l'atteggiamento non può essere infatti, uguale a quello. che si adot—
ta verso i linguaggi formalizzati. Accostandoci linguaggi naturali, afferma
Davidson, dobbiamo essere consapevoli del fatto che «una teoria della verità
deve relativizzare la verità di un enunciato alle circostanze della sua enuncia—
zione» (112., pp. 200-02 per tutte le citazioni).
Questo è un punto chiave, che porterà Davidson molto lontano. Lungi
dal sostenere la esistenza di “principi generali comuni al linguaggio”. come
affermava con grande sicurezza Dummett, Davidson parla esplicitamente di
“relativizzazione” alle “circostanze” d’uso e quindi della necessità di una in-
tegrazione pragmatica della sua semantica dei linguaggi naturali.
Dove questo discorso della relativizzazione ha portato Davidson possia-
mo vederlo in un articolo molto importante, già divenuto un classico della
recente filosofia analitica, per il quale possiamo anche vedere la reazione di-
retta di Dummett. Come affermerà quest’ultimo, la posizione di Davidson è
paragonabile, nel libro del logico L. Carroll Alice attraverso 10 specchio, alla
figura di Humpty-Dumpty, mentre quella di Dummett è paragonabile alla fi-
gura di Alice.
Sia il saggio di Davidson, A Nice Demngement of Epitapbs (il titolo ripor-
ta un “malapropos”, cioè una frase detta, senza volerlo, al posto di un’altra
che invece si voleva dire, in questo caso «a nice arrangement of epithets»),
sia la critica di Dummett, A Nice Derangement of Epitapbs. Some Comments
on Davidson and Hacking, sia il contributo di I. Hacking cui fa riferimento
Dummett, The Parody of Conversatz'on, appaiono nella parte finale di un gros-
so volume pubblicato nel 1986 e dedicato agli scritti logico-filosofici di Da-
vidson (E. LE PORE, Trutb and Interpretation. Perspectz'ves on the Pbilosopby of
D. Davidson, Oxford).
Davidson esamina il caso concreto di una conversazione tra due persone.
Partendo dalla possibilità dei “malapropos” o lapsus o disguidi verbali invo-
lontari tra parlante e ascoltatore, propone di interpretare la “pratica” lingui-
stico-colloquiale come il risultato di un intreccio
difficilmente “districabile”
tra due “livelli ”: quello che definisce “prior theory” e quello che
definisce
massimo) e quello
«passing theory”. Il primo livello (qui schematizziamo al
delle regole per cosi dire “precedenti”, cioè riconosciute da
entrambi gli in-
che vengono stabilite
tel’locutori; il secondo livello è quello di regole nuove
Naturalmente DaVidson
arbitrariamente volta per volta nel parlare concreto.
della traduzione
Sta estremizzando, come estremizzava Quine nell’esempio
questo saggio. La Sl-
radicale, al quale si è portati a pensare nella lettura d1
assoluto: «Per l ascolta-
tuazione che si crea è di un “relativismo” estremo,
maniera in cui egll e Pre'
tore, la teoria precedente (prior theory) esprime la
30 - ABBAGNANO, IV.
x) m l‘AR'l‘lù (ì'l"l‘AV/\ - LA FILOSOFIA CONTEMPORANEA

parato in anticipo ad interpretare una frase del parlante, mentre la teoria


passante (passing theory) è la maniera in cui egli effettivamente interpreta la
frase. l‘er il parlante, la teoria precedente è ciò che egli crede che sia la teoria
pm‘edeme dell’interprete, mentre la sua teoria passante è la teoria che egli
intende venga usata dall’interprete» (Trut/a cmd Interpretatz'on, cit., p. 442).
Dal relativismo estremo che deriva, secondo l’analisi davidsoniana, da
questo esempio, vengono tratte conclusioni radicalmente relativistiche (solip-
sistiche. scriverà .l""lack.ing), che giungono a negare l’esistenza del linguaggio,
almeno come lo intendono linguisti e filosofi. La distinzione tra i due livelli o
“teorie”, osserva infatti Davidson, «distrugge la spiegazione comunemente
accettata della competenza e comunicazione linguistiche» (16.). La conclusio-
ne generale è la seguente: «Concludo che non c’è una cosa quale il linguaggio,
non c‘è se il linguaggio è qualcosa di simile a quel che molti filosofi e linguisti
hanno supposto. Non c’è pertanto una cosa del genere, che si apprende, si pa-
droneggiu, o con la quale si nasca [questi verbi si riferiscono polemicamente
alle principali filosofie del linguaggio della tradizione analitica]. Dobbiamo
abbandonare l’idea di una struttura condivisa chiaramente definita che coloro
i quali usano il linguaggio acquisiscono e poi applicano ai casi» (Ib., p. 446).
Dummett rifiuta e critica in maniera molto argomentata, nel suo lungo
saggio. queste conclusioni relativistiche radicali di Davidson, oltre che le ar-
gomentazioni che l’hanno condotto ad esse. Al posto delle due “teorie” pro-
poste da Davidson Dummett propone una più complessa e realistica articola-
zione della natura e struttura del linguaggio, che impedisca le conclusioni da-
vidsoniane (prior e passing potrebbero essere sostituiti da long-range e short-
range), e un approccio a tre livelli verso questa problematica (linguaggio, teo-
ria del significato, teoria di secondo ordine), qui neppure riassumibili per la
loro complessità.
Riferendosi quindi al noto libro di Carroll Dummett propone di assimila-
re le teorie del linguaggio e del significato sua e di Davidson alle posizioni ri-
spettivamente di Alice e di Humpty Dumpty nella loro discussione: «Una
raffigura le parole come veicolanti significati indipendentemente dai parlan-
ti. Era questa la concezione cui si richiamava Alice quando muoveva le sue
obiezioni a Humpty Dumpty. [...] La raffigurazione opposta è quella che sta-
va usando Humpty Dumpty. Sulla base di questa, è il parlante che assegna il
significato alla parola per mezzo di qualche interna operazione mentale» (16.,
p. 470). Davidson è su queste posizioni, e vi è pervenuto perché ha dato ec-
cessiva ed esclusiva importanza al fatto che il linguaggio sia uno strumento
di comunicazione (errore che deriverebbe dall’ultimo Wittgenstein), mentre
non è solo questo: ‘e anche un veicolo di pensiero. Ma qualcosa di Wittgen-
CAPITOLO XII - FILOSOFIA ANALITICA E. POST -ANALITICA 931

stein è salvabile: la tesi che il linguaggio non dipende dai singoli parlanti ma
dai contesti di vita sociali nei quali Viene usato. «La concezione che io op—
pongo a quella di Davidson è pertanto un adattamento della raffigurazione
di Alice, secondo la quale le parole possiedono significati in se stesse, indi-
pendentemente dai parlanti. Naturalmente, non li possiedono intrinsecamen-
te, e quindi indipendentemente da qualsiasi cosa facciano gli esseri umani.
Esse li possiedono in virtu dell’appartenenza a un linguaggio, e quindi in vir-
tu della esistenza di una pratica sociale. Ma li possiedono indipendentemente
da ciascun particolare parlante» (Ib., p. 473).
Esiste il linguaggio, quindi, anzi esistono i linguaggi, espressione di prati-
che sociali e non di realtà metafisiche, li si apprende e li si padroneggia, scri-
ve acutamente Dummett, come si fa per il nuoto (16., p. 475). L’aggiorna-
mento e il “raffinamento” da parte di Davidson della concezione di Humpty
Dumpty vanno perciò rifiutati in quanto nascono da errori e conducono ad
errori. La discussione su tali temi non si esaurisce con Davidson e Dummett
ma costituisce uno dei motivi conduttori di tutta la filosofia analitica in tut-
to il corso della sua vicenda. Quel che interessa sottolineare è, semmai, che
i vecchi steccati tra il filone positivistico logico e quello del linguaggio ordi-
nario sono ormai in gran parte caduti e che oggi in qualche caso riuscirebbe
difficile assegnare un articolo di filosofia analitica all’uno o all’altro filone.