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LA DOMENICA E LE ALTRE FESTE

Nel cosiddetto “periodo estivo”, che di solito dura ben oltre la metà dell’anno perché si parte
da Pasqua per finire nell’autunno inoltrato, quasi tutti i Comuni d’Italia fanno a gara per
organizzare feste e spettacoli fatti di musica, luci, balli, stand gastronomici, giochi, palchi e
animazione varia, e con ingenti spese, a quanto pare! Sembra infatti che la spesa del denaro
pubblico stanziato dai Comuni italiani per finanziare feste e sagre in continuo aumento si aggiri
intorno agli 80 milioni di euro, oltre ai contributi da parte della Provincia e della Regione. E che
cosa si festeggia di tanto importante? Ogni pretesto è buono pur di far baccano, “tanto rumore per
nulla” direbbe Pirandello: dalla festa per le patate, o le fragole, a quella per il vino o per i giochi
antichi, o per ipotetici compleanni di personaggi della storia quali “Giulietta e Romeo” di
Shakespeariana memoria.
Sta di fatto che la moda ormai prorompente di distribuire feste a profusione si presenta
sempre più disancorata da forti motivazioni, cioè da quei valori e da quella cultura che dovrebbero
ricordare all’uomo anche la sua dimensione spirituale, cioè il senso del suo vivere e del suo godere
sulla terra, a tal punto che la festa pagana, superficiale, gastronomica e godereccia sta un po’ alla
volta sostituendo quella cristiana.
Ugo Borghello in un prezioso libretto edito da Fogli dal titolo “Santificare la festa” ricorda
opportunamente che il “far festa” scaturisce da quel sentimento innato e connaturale all’uomo che
è il desiderio di felicità e di libertà, valori squisitamente umani e cristiani, “la festa, cioè è la
spontaneità dell’amore”. Contiene inoltre un risvolto sociale importante perché favorisce incontri di
riconciliazione, di pace e di gioia, cancellando o attenuando divisioni, rancori o gelosie.
Tutto questo fa dire a Ugo Borghello che tutti i popoli hanno dato alle loro feste un
senso innanzitutto religioso. In tutte le religioni, da quelle primitive alle più evolute, al di là dei
rituali orgiastici di qualche antica civiltà dove, nella violenza ludica, si eseguivano anche sacrifici
umani, resta il fatto che la festa pubblica non è mai stata concepita come semplice giorno di riposo
dal lavoro per privilegiare divertimento e al gioco, ma piuttosto come celebrazione, allo scopo di
dare al tempo profano, così effimero nei suoi valori, la consistenza dell’eterno: “il riposo e la festa
sono in funzione del culto verso Dio”. Pertanto non si tratta di un semplice alternarsi dei giorni
del lavoro con quelli del riposo, riprende Ugo Borghello, bensì della possibilità di fermarsi e di
orientare ogni azione della propria vita a Dio, dal momento che i fini della vita non li crea l’uomo da
sé, ma “essi sono distinti secondo il pensiero del Signore che ha variato le stagioni e le feste.
Alcuni giorni li ha nobilitati e santificati, altri li ha lasciati nel numero dei giorni ordinari. (Eccl.33,7-9).
Infatti il significato più profondo della vera festa lo troviamo nell’antico Testamento come
“celebrazione di valori” che ricordano gli interventi di Dio nella storia dell’uomo. Con un preciso
Comandamento, il terzo “Ricordati di santificare le feste!”, consegnato a Mosè sul Monte
Sinai, Dio ci fa capire che gode, che gioisce della nostra festa, ma solo a patto che ci si
ricordi innanzitutto dell’Autore della Festa, e per questo deve essere santificata. Dio stesso
ha voluto scegliere un giorno della settimana per invitarci a fare festa: per gli Ebrei il Sabato, poi
con l’avvento di Cristo, la Domenica, giorno della sua risurrezione. “La domenica è, in effetti, il
giorno in cui, più che in ogni altro, il cristiano è chiamato a ricordare la salvezza che gli è stata
offerta nel battesimo e che lo ha reso uomo nuovo in Cristo” (Dies Domini, Giov.Paolo II).
Già! La domenica!
Che ne abbiamo fatto noi della “Festa per eccellenza”, la Domenica, il Giorno del
Signore? La domenica viene per lo più concepita solo come giorno di evasione dove né ci si
riposa perché si lavora, né si prega perché non c’è più fede, né si compiono opere buone perché
non c’è tempo, e pertanto neppure ci si diverte perché alla fine, dopo tanto correre per divertirsi o
per fare acquisti, si torna a casa con tanto amaro in bocca e tanta insoddisfazione. La nostra
coscienza percepisce che Dio non è con noi, e questo non è certo festa, perché togliere Dio dalla
propria vita è la disgrazia più grande che ci possa capitare.
Il cristiano ha un modo ben chiaro, unico e preciso di vivere il terzo comandamento
“ricordati di santificare la festa” ed è quello di partecipare alla Messa, cioè alla celebrazione
dell’Eucaristia. Nessun’altra buona azione o preghiera o gesto di carità può sostituire il valore
della Santa Messa domenicale! Non partecipare all’Eucaristia festiva è un peccato grave,
perché significa disconoscere la Signoria di Dio, cioè rifiutare di riconoscersi creature che tutto
hanno ricevuto da Lui per amore, significa non accettare il dono della salvezza che Lui ha
realizzato attraverso il sacrificio di suo Figlio Gesù sulla croce, che si fa vivo e presente sull’altare
ad ogni Messa che si celebra. E’ nella Messa in particolare che vengono elargite le grazie, cioè
quei doni provenienti dal sacramento per poter vivere da buoni figli di Dio. Molti cristiani pregano “a
modo loro” e credono di essere a posto con la coscienza, ma è un grave errore! Solo nella Messa
si vive realmente il nostro rapporto di creature con Dio, rapporto che si esprime come: adorazione,
rendimento di grazie, espiazione e impetrazione, come da sempre ci ha insegnato il catechismo
della Chiesa cattolica. Infatti se è vero che ogni confessione religiosa ha la preghiera come base
del proprio rapporto con Dio, è altrettanto vero che solo nella Chiesa Cattolica troviamo l’unica,
autentica, esclusiva ed efficace “preghiera” che è la Santa Messa, nella quale è Cristo stesso
che, attraverso il sacerdote, prega a nome nostro e di tutta l’umanità.
Perché adesso la gente è più cattiva, invidiosa, litigiosa, disonesta, si ammazza anche in
famiglia per un malinteso o una ripicca? Nonostante le mille tavole rotonde di psicologi che
vorrebbero dare risposte, uno è il motivo principale! Perché la gente non ha pace dentro, perché
non ha più fede, non prega più e non vive più l’incontro personale con Cristo nei
Sacramenti, in particolare nella Santa Messa! Le chiese alla domenica sono poco frequentate
mentre i centri commerciali sono gremiti. Ebbene, dicevo ai miei ragazzi del catechismo per
esemplificare il concetto di “Grazia” legata ai Sacramenti, in particolare all’Eucaristia: se tu non vai
a Messa la domenica, lì per lì non accade nulla, non ti arriva una botta in testa dal Padre eterno
per farti capire che sbagli, e neppure percepisci subito di essere più buono o più cattivo. Eppure, a
forza di disertare la Messa, domenica dopo domenica, alla fine “le botte” arrivano tutte insieme
perché te le sei cercate tu facendoti beffe di un comando preciso del Signore. E come arrivano? Mi
chiedono. Attraverso un certo malessere interiore difficilmente guaribile, l’inquietudine del cuore,
l’insofferenza verso tutti che cova dentro e cresce sempre di più fino a diventare odio, rancore,
invidia, attaccamento al denaro, al potere e al sesso, peccati sempre più grossi che possono
spingere alla perversione e al crimine. Se una persona, in questa situazione di offuscamento e di
sofferenza, cerca aiuto dai maghi anziché ricorrere a Cristo… è spacciata! Occorrono mesi o anni
di preghiere e sacrifici straordinari suoi e di tutta la comunità cristiana per tirarla fuori di lì!
Insomma senza la Messa almeno festiva cercata con sincerità di cuore si scatena un po’
alla volta tutto un mondo di malvagità che è come assopito dentro di noi e che esplode quando noi
togliamo la “santa barriera” della Messa che funge anche da esorcismo contro il demonio. Inoltre è
proprio attraverso la Messa partecipata con fede e devozione che il Signore fa sbocciare dentro di
noi le virtù, le opere buone e i sentimenti di amore e di perdono, frutto della sua grazia! E quando
si va a Messa controvoglia, è valida? Mi chiedono. Si, anche allora è valida, perché la debolezza
umana e il maligno alle volte impediscono di vedere tutta la bellezza, l’importanza e i doni di grazia
che la Messa contiene, ma il Signore guarda la sincerità del nostro cuore e delle nostre intenzioni,
anche se siamo freddi, distratti, e privi di particolari emozioni interiori.
Da tutto questo è facile capire che il vero nemico della festa è uno solo: il peccato
perché “è il peccato che ci occulta il volto di Dio, ci separa dai fratelli, ci impedisce la fruizione del
creato e di ogni altro dono di Dio. Il peccato ha introdotto la ferialità nel lavoro, la fatica nel dovere,
il dolore nella maternità, la schiavitù nel rapporto tra gli uomini. “La festa è finita!” potrebbe essere
il titolo del dramma consumato nell’Eden dai nostri progenitori. Il peccato, infatti ha sostituito alla
felicità il piacere, alla pace la paura, alla verità la menzogna, al dialogo la contesa, all’amore
l’egoismo. La festa, che pur è rimasta una dimensione dell’animo umano ha imboccato così le
strade della solitudine, dello stordimento, della noia, della nudità. (…) la gente può cantare,
ballare, divertirsi ecc. senza che per questo ci sia festa”.(Ferdinando Rancan, La moneta del
tempo. Un calendario per l’anima”).
Pertanto la festa non l’hanno inventata in quest’ultimo secolo i Comuni o le agenzie
turistiche riempiendo le nostra piazze di stand e di musica assordante, e neppure l’ha inventata la
rivoluzione francese dissacrando le chiese e ponendo una ballerina sull’altar maggiore di Notre-
Dame, ma la vera festa ha le sue radici nel sentimento religioso che alberga nel cuore di ogni
uomo, proprio perché la festa l’ha inventata Dio per l’uomo, e prevede anche banchetti e danze e
musiche, come nella parabola del figliol prodigo, ma tutti coloro che ne vogliono deturpare il vero,
genuino significato finiscono per non goderne affatto né su questa terra, né ancor meno nella Vita
Eterna, perché la vera festa si trova solo nell’incontro intimo di amore con Dio e con gli uomini.
patrizia.stella@alice.it