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La Settimana Santa a scordia

a cura di Salvo Gangi

La Settimana Santa si sa è il centro della cristianità. Si svolgono in tutta Italia


rappresentazioni e processioni che commemorano la Passione, la Morte e la Resurrezione di Gesù
Cristo. Quasi ogni borgo della Penisola, dai capoluoghi fino ai più piccoli centri, allestisce una sua
ricostruzione delle vicende della Storia Sacra, richiamandosi a tradizioni peculiari del territorio. Qui
in Sicilia sembra proprio che il tempo si sia fermato e che le tradizioni proseguano il suo ripetersi.
In particolare ricordo oltre la nostra Scordia, Caltagirone, Militello Palagonia solo per citare alcune
realtà a noi vicine già consolidate, ognuna con le proprie caratteristiche e con le proprie
contaminazioni.
Sappiamo bene che la data della pasqua che ha, per estremi il 22 marzo ed il 25 aprile, cade
sempre di domenica e precisamente nella domenica che segue il plenilunio dell'equinozio di
primavera e che il vocabolo “Pasqua" deriva dall'ebraico pesah che con molta probabilità allude
come significato al termine “passaggio”con diversi riferimenti (schiavitù-liberazione; morte-vita;
peccato-grazia), anche se questi termini oggi appaiono anacronistici e forse avulsi se si considera
che la nostra epoca si caratterizza prevalentemente per il tentativo di esorcizzarli. Siamo assuefatti
dalla spettacolarizzazione del dolore e della morte o da condizioni aberranti che calpestano la
dignità umana e ogni diritto che sovente vedere immagini o video in TV non ci provoca oramai
nessun effetto, nessun fastidio! Ma questo è un altro discorso!
Intanto è proprio questo che commemoriamo con la pasqua: un figlio di carpentiere sulla
trentina, nato in un umile villaggio da una donna di campagna, che visse in un paesino, dove lavorò
in una bottega fino a quando ebbe 30 anni. Non scrisse mai un libro. Non ebbe mai incarichi
ufficiali. Non si sposò e non ebbe mai una casa. Non si allontanò mai più di trecento chilometri dal
luogo da dove era nato. Non ebbe altre credenziali che non se stesso. Aveva circa 33 anni quando
l’opinione pubblica si rivoltò contro di lui. Fu consegnato ai suoi nemici e dovette subire un
processo-farsa. Fu inchiodato alla croce insieme a due ladri. Dopo la morte fu posto in una tomba
donata da un amico pietoso. Sono trascorsi 20 secoli e oggi ancora rappresenta la figura chiave il
principale artefice del progresso dell’umanità.
La Settimana Santa che viene "vissuta" dai fedeli con la rappresentazione della via crucis che
si concluderà con la crocifissione di Gesù culminerà tra la notte del sabato e le prime luci della
Domenica con la Resurrezione (Dies Domini) che rappresenta il momento della gioia e della festa
vera e propria di tutti i cristiani.
La Domenica delle Palme ovvero l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme in

sella ad un asino. Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione
Domini (della Passione del Signore). il celebrante e i ministri (con il diacono) preceduti dal
turiferario, crocifero e ceroferari, con le vesti di colore rosso, si recano al luogo dove è radunato il
popolo con rametti di ulivo e palma che acclama “Osanna al figlio di David”, e poi come consueto
la celebrazione procede con una piccola processione che si concluderà all’interno della chiesa e che
darà inizio alla celebrazione liturgica con la tradizionale lettura della “Passione” (un tempo cantata
solennemente con lettori e cantori)

Il Mercoledì Santo vede la processione del Cristo alla


Colonna, ossia il Cristo flagellato. Il simulacro è datato 1739, e si
narra che sia stato costruito da un ignoto artista siciliano, con il legno
di un ciliegio che cresceva all’interno della silva (= giardino) del
Convento di Scordia. Esso è posto su un percolo processionale a
raggiera, ai quattro angoli della base sono posti quattro angioletti
decorativi dorati, ciascuno portante un simbolo della passione: la
corona di spine, i chiodi, la Croce e le lance. Questo rito è un
momento di incontro per tutti i cittadini di Scordia, che lasciano le
proprie case per recarsi in Chiesa a vedere “a nisciuta do‟ Signuri”.
Questo rito è vissuto con fede e devozione dai cittadini, che sono Figura 1 Monitto Vito Salvatore

numerosi anche durante la funebre e lenta processione, che successivamente sosterà all’interno della
Chiesa di S. Rocco, dove i parroci delle quattro Comunità Parrocchiali locali, predicheranno il
racconto della passione di Cristo, intervallandola
al canto “Sono stati i miei peccati, Gesù mio
perdon pietà!”.

Il tradizionale tragitto è cadenzato dalle ormai


celebri marce funebri dei compositori di Scordia
che qui ricordiamo: Monitto Vito Salvatore con
Lacrime, Estremo dolore, venerdì santo, Dolore,
per citarne solo alcune; Trichini Rocco (maestro
della banda negli anni 80), con Cristo al cataletto
e Cristo alla colonna, Trichini Domenico (Padre di Rocco e maestro della banda negli anni 40)
Calde lacrime, Amore e dolore, Triste Ricordo, A mia madre, A mio padre, Sulla tomba di mio

Figura 2 marcia funebre del compositore Pippo Pernice


nipote Agostino, Pernice Pietro (1904-1983) ( nato a Scordia, primo clarinetto nell'orchestra
sinfonica di Rio de Janeiro dove rimase per diversi anni assumendo anche, per un breve periodo,
l'incarico di direttore del teatro dell'opera della suddetta città. Rientrato nel 1933 in Italia, si stabilì
a Siracusa dove ricoprì l'incarico di clarinetto solista e vicedirettore nella locale banda musicale.
Finita la guerra si trasferì a Canicattini Bagni assumendo la direzione della Banda Municipale e
della Scuola di Musica, incarico che mantenne fino alla morte avvenuta il 6 Febbraio 1983) del
Pernice abbiamo due suggestive marce di cui una attribuita al fratello Giuseppe morto
prematuramente, ma anche tanta altra musica di cui un Tantum ergo, ed un inno a san Rocco
composto e dedicato al parroco Antonio Colomba della matrice di san Rocco di Scordia cultore e
appassionato di musica; A mio fratello e Riposo Eterno di S.Rivela; L'agonia di Gesù, Marcia
funebre, A.Perolini.

A queste si aggiungono le celeberrime composizioni di altri illustri


compositori: Chopin, R.Lacerenza, D.Bartolucci, del catanese A. Gandolfi,
del palermitano Petrella con la sua Jone tratta dall’omonima opera,
G.Navazio, Guadagnini e tanti altri eseguite in punti precisi del tragitto.
Ad esempio l’ultima parte di via Garibaldi la banda è impegnata
nell’esecuzione di Riposo eterno di Rivela e Jone di Petrella. I movimenti
lenti e cadenzati delle marce portano a piccoli passi verso il corso Vittorio

Figura 3 Pietro Pernice Emanuele ed è qui che si eseguirà il “Popolo Meo” di anonimo
presumibilmente del XVIII sec. Lo stesso inno lo si eseguirà anche
all’entrata alla fine del percorso.

Figura 4 particolare del Cristo alla colonna (1739)


L’estenuante processione, soprattutto per chi
porta a spalla il simulacro del Cristo, dopo
l’uscita dalla Chiesa proseguirà per via
Travia concludendosi alla Chiesa del
Convento a tarda sera. Un po’ prima
dell’entrata, per devozione, sarà acceso un
tradizionale “pagghiaru” (=falò) dai confrati
della Confraternita dell’Immacoltata. Un
altro Pagghiaru aveva luogo a piazza san
Figura 5. Marcia funebre di S.Rivela Rocco dopo la predica della passione che
preparato accuratamente e alimentandolo
tutta la notte durava fino al mattino successivo1, usanza che nel 1924 non si registra più. Dopo
l’ingresso del Cristo alla colonna, la gente, con silenzio e devozione, si ritira nella propria casa o
veglia in preghiera all’interno della Chiesa per venerare il Cristo in questo momento la confraternita
fa dono dei “sçiuri do Signuri” che per tutta la serata hanno profumato il percorso della via crucis.

In queste feste mi colpisce la partecipazione della gente, bambini, giovani e anziani; tutti si lasciano
coinvolgere emotivamente in questi riti antichissimi ed ecco in maniera piena che la popolazione
partecipa quasi come se la tragedia divenisse un fatto di famiglia e quindi, è come se invece di Gesù
qui vi fosse il figlio di ciascuno di noi. Il lutto della chiesa diventa così il lutto di tutti.

Figura 6 particolare abito dei


confrati del ss sacramento

1
V.S.Basso, reliquiae, seu de iis quae supersunt, scordia 1924, 40.
Figura 7 preparazione del simulacro
Il Venerdì Santo, giorno della Passione del Signore.

Essa comincia nel primo pomeriggio, solitamente e per


tradizione liturgica nell’Ora nona (= 15.00), con il tradizionale
Giro de‟trissanti o La cerca di Gesù. Questo rito consiste
nella processione dei Tre Santi (Maria SS.ma addolorata,
Maria di Magdala o Maria Magdalena e S. Giovanni
apostolo), fino ad arrivare e concludersi nella Chiesa di san
Gregorio detta del Purgatorio, dove sarà pronta la croce e
comincerà il rito chiamato tradizionalmente “A misa e a
scinnuta â cruci”, nel quale sarà esposto il Cristo morto sulla
croce e, dopo un sobrio spettacolo pirotecnico, avrà inizio la
“Meditazione delle Sette Parole del Cristo Crocifisso”. Queste
“Sette Parole” sono le sette frasi che Gesù ha pronunciato in
croce:

PRIMA PAROLA “Padre, perdona loro perchè non sanno ciò che fanno”.

SECONDA PAROLA: “Oggi sarai con me in Paradiso” (riferendosi al


buon ladrone)

TERZA PAROLA: Ecco la tua madre; - Ecco il tuo figlio

QUARTA PAROLA: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?

QUINTA PAROLA: Ho sete

SESTA PAROLA: Tutto è compiuto

SETTIMA PAROLA: Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio.

Alla conclusione di queste prediche, ha inizio la processione del Cristo morto, accompagnato dai
Tre Santi e dalla banda che intona la struggente marcia funebre di autore ignoto dal titolo l’Agonia
di Gesù. La processione funebre con la “vara” percorre lo stesso tragitto del mercoledi santo
accompagnato dai confrati e dalla banda musicale che in alcuni punti esegue altri brani di notevole
spessore artistico. All’inizio di piazza V.Emanuele stavolta la banda intonerà il caratteristico
“MISERERE” di autore ignoto presumibilmente del XVIII composizione metricamente libera a cui si
accompagnava un testo specifico2 .

Da alcuni anni si è riproposta una vecchia usanza che è la cantata del


“POPOLO MEO” da parte del coro polifonico san Domenico Savio.

Il tradizionale “POPOLO MEO” è una composizione di autore


anonimo del XVIII sec. che veniva cantato da alcuni fedeli devoti e
che si consolida probabilmente da subito nella tradizionale festa
religiosa che risulta dalle fonti di un manoscritto del 1727 giacente
nella chiesa madre di San Rocco; per questi motivi viene spontaneo
pensare che la musica che accompagnava il testo sia stata
cristallizzata in un secondo momento a motivo del fatto che realtà
musicali a Scordia fioriscono a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento; c’è inoltre da far notare una discrepanza tra la
scrittura usata nel fissare definitivamente la musica e l’atto esecutivo che è proprio di chi interpreta.
In altre parole le figure musicali usate nel passaggio da trasmissione orale a scrittura definitiva sono
ritmicamente indicative. Ad intonare questi due brani, POPOLO MEO e MISERERE, sono infatti
gli anziani delle due compagini musicali di Scordia che
ricordano la giusta cadenza tra una frase musicale e l’altra
con i dovuti stentati e le messe di voce caratteristiche (a
parer mio suggerita dal ricordo di come quando i nostri avi
lo cantavano). Per cui se questa tesi è fondata ci
troveremmo in uno strano paradosso: il “POPOLO MEO”

nasce come testo ispirato, si trasmette di padre in figlio solo


oralmente, viene cristallizzata in un secondo momento la
musica su caratteri moderni, ma non il testo; quest’ultimo si perde definitivamente e la musica,
seppur a caratteri liberi, rimane!

Il vero testo del “POPOLO MEO”, purtroppo perduto definitivamente e che probabilmente si ispirava
ai Lamenti del Signore I e II della Liturgia del Venerdi, (Popolo mio che t‟ho fatto in che ti ho
contristato, rispondimi?) oggi è sostituito, secondo quanto reso dalla testimonianza della sig.ra

2
N.GAMBERA-P.PAPPALARDO, SCORDIA settimana santa, ed. Lussografica 2002, 12
S.Randone (classe 1925) raccolta dalla pro.ssa N.Carnazzo3, dal seguente testo cantato con la
musica del POPOLO MEO e che il Coro Polifonico S. Domenico Savio ha inciso nel 2009 su CD:

1.)oggi m‟ha gghjurnàtu un zàn tu venniri,


la bbedda matri si misa nca minu ppi via
la ncuntrau san Giuanni:
o bbedda Matri unni iti, unni iti a stura
Vàju circannu a lu ma caru figghiu
ca l‟aiu piersu e nun ni sacciu nenti

2.) Va iti na ddi porti di Pilatu


ca lu truvati chiusu in catinatu. O tuppi Tuppi!
cu abbatta a ssi porti?
sugnu ta matruzza sbinturata.
O mamma mia nun tuppuliati forti
cca li Ggiudei m‟astrinciunu cchiù fforti.

3.) Va iti da du mastru di li chiova,


facitimmini fari un paru a mmìa nottàntu luonghi
e nno tantu pungenti c‟hanu appizzari nasti carni gintili
Rrispusa lu ddimòniu nfirnali:
Tri cchiova puncenti at‟agghiri affari
C‟hanu appizzari na ddi carni duri.

4.) La bbedda matri „ntisa stu turmmientu


Scurari ficia a luna e lu vientu
La bedda matri „ntisa stu duluri
Scurari ficia a luna e lu suli
L‟acqua di lu mari si ficia uogghiu
Chiamatimi a Ggiuvanni, ca lu vogghiu
Quantu mi juta a cciànciri stu figghju

Dopo aver percorso tutto il corso e arrivati in P.zza Umberto i tre santi insieme al Cristo al cataletto
entrano in Chiesa qui seguirà un’altra meditazione sui santi Misteri attraverso la recita del Rosario e

3
N.GAMBERA-P.PAPPALARDO, Scordia settimana, cit., 12
una breve omelia. Da quest’anno mentre il Cristo al cataletto e i tre santi accedono in chiesa verrà
intonato lo STABAT MATER (stava la Madre) sequenza liturgica che gli studiosi attribuiscono a
Jacopone da Todi (XIII sec); lo STABAT è una meditazione profonda sulle sofferenze di Maria,
madre di Gesù, durante la crocifissione e la Passione di Cristo.

Stabat Mater dolorósa La Madre addolorata stava


iuxta crucem lacrimósa, in lacrime presso la Croce
dum pendébat Fílius. su cui pendeva il Figlio.

Cuius ánimam geméntem, E il suo animo gemente,


contristátam et doléntem contristato e dolente
pertransívit gládius. una spada trafiggeva.

O quam tristis et afflícta Oh, quanto triste e afflitta


fuit illa benedícta fu la benedetta
Mater Unigéniti ! Madre dell'Unigenito!

Quando corpus moriétur, E quando il mio corpo morirà


fac, ut ánimae donétur fa' che all'anima sia data
paradísi glória. Amen. la gloria del Paradiso. Amen.

Oltrepassata la Piazza, i simulacri raggiungono la loro Chiesa immersi in un devozionale silenzio,


fino all’ingresso in Chiesa. L’unico “rumore” che si sente durante la salita è il ritmo dei passi dei
porta Signuri e il battito della grossa chiave che individua i tempi di fermata. Inoltre, sul sacrato,
viene intonato dal coro “San Domenico Savio” ancora una volta il “POPULO MEO”,

I momenti di devozione, poi, riprendono la notte


dell’indomani con la Veglia Pasquale nella
Notte Santa (Veglia in Resurrectione Domini) e
la Domenica di Pasqua, con la Messa del
Precetto Pasquale nella Chiesa di S. Rocco e a
seguire la sfilata a festa dei confrati, che stavolta
hanno mutato i loro stendardi dal nero ai colori
delle confraternite, ossia: Rosso quelli del
SS.mo Crocifisso, Bianco quelli del SS.mo
Sacramento e Blu quelli di Maria SS.ma
Immacolata. La sera, sul sacrato di S. Rocco, c’è la cosiddetta “Ffacciata i Santu Roccu”, ossia un
momento di gioia comune, di scambio degli auguri di una santa Pasqua, che viene fatto sacro e
mostrato al Signore ancora di più con la presenza del nostro avvocato, del nostro patrono: San
Rocco.
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per maggiori approfondimenti vi rimando agli esaurienti contributi sul Triduo pasquale a
Scordia pubblicati dal Museo Etno-antropologico e distribuiti gratuitamente:

- VITO VALENTI, A festa do Signuri, ed MCEAAS M.De Mauro 2007


- N.GAMBERA-P.PAPPALARDO, SCORDIA settimana santa, ed. Lussografica, 2002
- S.MARI, canti popolari non liturgici di scordia, manoscritti inediti

Salvo Gangi