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km 10/95 3 km 10/96 3 km 10/97 3 km 10/98 4

A
Aaronne Tema: Rimanete fedeli nonostante le debolezze umane
Abdia (n.4) Tema: Siate intrepidi e mostrate amore ai servitori di Dio
Abednego Tema: Giovani, onorate Geova con la vostra lealtà
Abele Tema: La fede che Dio gradisce
Abiatar Tema: La slealtà può vanificare anni di fedele servizio
Abigail Tema: Qualità che onorano Geova
Abisai Tema: Siate leali a quelli che prendono la direttiva
Abiu Tema: La preminenza non giustifica la disubbidienza
Abner Tema: Quelli che prendono la spada periranno di spada
Abraamo Tema: Vivere per fare la volontà di Dio
Absalom Tema: Egoismo e ambizione portano alla rovina
Il re Acab Tema: Non può esserci pace per i malvagi
Acan Tema: Chi deruba Dio va incontro a tragiche conseguenze
Il re Acaz Tema: L’idolatria fa incorrere nel disfavore divino
Adamo Tema: Perché dobbiamo mettere Dio al primo posto nella nostra vita
Agar Tema: Una schiava e il suo ruolo profetico
Aggeo Tema: Perseverate nel compiere la volontà di Dio
Ahitofel Tema: Geova frustra le trame dei traditori
Aman Tema: Orgoglio e odio contraddistinguono i figli del Diavolo
Amnon Tema: L’amore erotico basato sull’egoismo porta alla rovina
Anna Tema: La devozione altruistica reca benedizioni
Anun (figlio di Naas) Tema: Attenti a giudicare i motivi altrui!
Aquila Tema: Predicate con zelo e siate ospitali
Il re Asa Tema: Zelanti per la pura adorazione
La regina Atalia Tema: L’influenza di Izebel, un pericolo da cui guardarsi
Azael Tema: Uno spietato oppressore adempie una profezia biblica

B
Balaam Tema: L’avidità acceca
Baldassarre Tema: Imparate l’umiltà per non andare incontro alla rovina
Barnaba Tema: Siate cordiali e generosi nel vostro ministero
Baruc
(segretario di Geremia) Tema: Servite Geova per altruismo
Betsabea Tema: I trasgressori pentiti possono ottenere il favore di Dio
Boaz Tema: Siate moralmente puri e accettate la vostra responsabilità dinanzi a Dio

C
Caino Tema: Il modo in cui reagiamo ai consigli rivela molto della nostra personalità
Caleb
(figlio di Iefunne) Tema: Geova rende potenti coloro che lo seguono pienamente
Cam Tema: La mancanza di rispetto può avere tristi conseguenze
Ciro Tema: La parola di Dio si avvera sempre
Cora (n. 3) Tema: Non cedete all’invidia
Cornelio Tema: Geova Dio non è parziale

D
Daniele
(profeta di Dio) Tema: Geova benedice la devozione resa con tutta l’anima
Davide Tema: Giovani, preparatevi ora per servire Geova coraggiosamente
Debora
(la profetessa) Tema: Donne fedeli lodano Geova
Dina Tema: Le cattive compagnie possono avere tragiche conseguenze
Doeg Tema: Guardatevi da quelli che amano il male

E
Ebed-Melec Tema: Siate intrepidi e onorate i servitori di Geova
Eleazaro
(figlio di Aaronne) Tema: Rimanete saldi nel servire Geova
Eli
(il sommo sacerdote) Tema: Il permissivismo disonora Dio
Elia (il profeta) Tema: Non sottovalutate il potere della preghiera
Elifaz (il temanita) Tema: Geova odia la lingua falsa
Elisabetta Tema: Temete Dio e siate irriprovevoli
Eliseo Tema: Abbiate profondo rispetto per i servitori di Geova
Eliu
(figlio di Barachel) Tema: I veri amici dicono la verità
Enoc
(figlio di Iared) Tema: Camminate con Geova
Epafra Tema: Pregate per i fratelli e prodigatevi per loro
Epafrodito Tema: Tenete cari gli uomini fidati
Erode il Grande Tema: Dalle opere di un uomo si capisce chi sta servendo
Erode Antipa Tema: Le conseguenze di un’empia ambizione
Erode Agrippa I Tema: Ipocrisia e orgoglio conducono alla morte
Erode Agrippa II Tema: Per avere il favore di Dio non basta la curiosità intellettuale
Erode Filippo e
Filippo il tetrarca Tema: Intrighi di famiglia e posizione mondana sono vanità
Erodiade Tema: Inseguire la preminenza è una follia
Esaù Tema: Le nostre decisioni rivelano se apprezziamo le cose sacre
Esdra
(sacerdote aaronnico) Tema: Abbiate zelo per la pura adorazione
Ester Tema: Come si manifesta la vera bellezza
Eud
(figlio di Ghera) Tema: Geova libera il suo popolo
Eunice Tema: Un esempio per le madri cristiane
Eva Tema: Rispettate l’autorità teocratica
Ezechia
(re di Giuda) Tema: Fede e zelo non sono caratteristiche ereditarie
Ezechiele Tema: Come rimanere liberi dalla colpa del sangue

F
Febe Tema: Difendete i fratelli con coraggio
Felice Tema: Giuste o corrotte, le autorità superiori vanno rispettate
Festo Tema: Risultati di un’intrepida testimonianza
Filippo (n.1) Tema: Usate tatto e siate prudenti
Filippo (n. 2) Tema: Siate persone spirituali
Fineas (n.1) Tema: Mostrate decisione a favore di ciò è giusto
Fineas (n.2) Tema: Non mancate mai di rispetto a Geova

G
Gabriele Tema: Trasmessi fedelmente i messaggi di Dio
Gazzella
(cristiana di Ioppe) Tema: I veri cristiani abbondano in opere buone
Gedeone Tema: Dio approva chi è fedele e modesto
Geremia (n. 6) Tema: Geova dà potenza oltre ciò che è normale
Geroboamo (n. 1) Tema: L’ambizione egoistica può portare all’idolatria
Gheazi Tema: Il vostro cuore sia libero da avidità e inganno
Ghedalia
(figlio di Aicam) Tema: Quando viene dato un avvertimento bisogna prendere delle precauzioni
Giacobbe
(figlio di Isacco) Tema: Siate irriprovevoli e perseguite mete spirituali
Giacomo
(figlio di Zebedeo) Tema: Siate zelanti seguaci di Cristo
Giacomo (figlio di
Giuseppe e Maria) Tema: Mai perdere la speranza che i familiari accettino la verità
Gioab (n. 2) Tema: La vendetta appartiene a Geova
Giobbe Tema: L’incrollabile integrità reca il favore di Geova
Giona (n. 1) Tema: Adempite le responsabilità che Dio vi ha affidato
Gionadab
(figlio di Recab) Tema: Sostenete lealmente quelli che prendono la direttiva
Gionatan (n. 1) Tema: Guardatevi dall’egoismo
Gionatan (n. 2) Tema: Un vero amico è altruista e leale
Giosafat (n. 3) Tema: Guardatevi dalle cattive compagnie
Giosia (n. 1) Tema: Mantenetevi puri dall’idolatria
Giosuè (n. 1) Tema: Non dubitate mai delle promesse di Geova
Giovanna Tema: Servite premurosamente i santi di Dio
Giovanni (n. 1) Tema: Compite con zelo il vostro ministero
Giovanni (n. 3) Tema: Siate leali a Dio e amate i fratelli
Giuda, I (n. 1) Tema: Qualità che Geova benedice
Giuda, I (n. 12) Tema: Le persone possono cambiare
Giuda
(parr. 2-4 della voce
Giuda, Lettera di) Tema: Siate modesti, non cercate la preminenza
Giuda Iscariota Tema: Non siamo predestinati
Giuseppe (n. 1) Tema: Manifestate le qualità dell’uomo spirituale
Giuseppe (n. 8) Tema: Siate ubbidienti e giusti
Giuseppe (n. 9) Tema: Non rinunciate alla speranza che i vostri parenti accettino la verità
Giuseppe (n. 10) Tema: Siate coraggiosi e vincete il timore
Golia Tema: Confidate in Geova, non nella vostra forza

H
Hiram (re di Tiro) Tema: I vicini amichevoli possono essere utili
Husai Tema: Un amico leale agisce intrepidamente

I
Iael Tema: Un’azione coraggiosa e decisa adempie una profezia
Iafet Tema: Agire in modo rispettoso reca benedizioni
Iairo Tema: Esercitate fede in Gesù Cristo
Iedutun
(musicista levita) Tema: Lodate Geova con la musica
Iefte Tema: I voti vanno presi seriamente
Ieoiada
(sommo sacerdote) Tema: Promuovete la vera adorazione con saggezza e coraggio
Ieoram (figlio di Acab) Tema: Chi è senza fede non può aspettarsi la benedizione di Dio
Iesse Tema: Collaborate e abbiate uno spirito generoso
Iesua (n. 4) Tema: Sostenete pienamente la pura adorazione
Ietro Tema: Non siate troppo orgogliosi per ascoltare i suggerimenti
Ieu (n. 3) Tema: Lo zelo può essere rovinato dal permissivismo
Imeneo Tema: Guardatevi dagli apostati!
Ioanan (n. 5) Tema: Seguite il consiglio di Geova
Ioas (re di Giuda) Tema: Rispettate tutti i fedeli servitori di Geova
Ioas (re di Israele) Tema: Geova non benedice chi agisce con scarsa convinzione
Iochebed Tema: Fate del vostro meglio e confidate in Geova
Ioiachim Tema: Nulla può impedire l’adempimento della parola di Dio
Ioiachin Tema: La parola di Geova non viene mai meno
Iotam (n. 3) Tema: Imparate dagli errori altrui
Isacco Tema: L’ubbidienza rivela la qualità della fede
Isaia Tema: “Manda me”, uno spirito da coltivare
Is-Boset Tema: Un uomo timoroso ma giusto
Ismaele
(figlio di Abraamo) Tema: Benedetto da Dio, ma non come erede di Abraamo
Ittai Tema: Siate leali a quelli che prendono la direttiva
Izebel (n. 1) Tema: I malvagi non sfuggiranno al giudizio di Geova

L
Labano (n. 1) Tema: Siate onesti nei rapporti con gli altri
Lamec (n. 1) Tema: La violenza genera violenza
Lazzaro (n. 1) Tema: L’ospitalità reca benedizioni
Lea Tema: Un punto di vista scritturale riguardo all’odio
Levi (n. 1) Tema: L’ira violenta procura biasimo
Lidia Tema: L’ospitalità sincera è apprezzata
Loide Tema: Condividete la vostra fede con i familiari
Lot Tema: Nel mondo, ma senza farne parte
Luca Tema: Siate collaboratori fedeli

M
Mala (n. 1) Tema: Geova è giusto
Manasse (n. 4) Tema: La misericordia di Geova è grande
Manoa Tema: Siate pronti a conformarvi alla volontà di Dio
Marco Tema: Non rivangate gli errori passati
Mardocheo (n.2) Tema: Le ricompense della lealtà
Marta Tema: L’amorevole ospitalità è apprezzata
Maria (n. 1) Tema: Fede e devozione recano ricompense
Maria (n. 2) Tema: La spiritualità sia il vostro interesse principale
Maria (n. 3) Tema: Apprezzate ciò che Geova e Gesù hanno fatto per voi
Maria (n. 4) Tema: Siate costanti nei vostri atti di devozione
Matteo Tema: Dio non è parziale
Mattia Tema: Dio richiede che i sorveglianti siano uomini spirituali
Mefiboset (n.2) Tema: L’amorevole benignità contraddistingue i veri servitori di Dio
Melchisedec Tema: Gesù Cristo, Sommo Sacerdote alla maniera di Melchisedec
Mesac Tema: Le ricompense del mantenere l’integrità da giovani
Micaia Tema: Predicate con coraggio
Michea Tema: Il potere delle illustrazioni
Miriam (n.1) Tema: Guardatevi dal mormorare
Mosè Tema: Apprezzate l’addestramento provveduto da Geova

N
Naaman (n.2) Tema: L’umiltà reca ricche benedizioni
Nabal Tema: Non ripagate il bene col male
Nabucodonosor Tema: Geova umilia quelli che camminano nell’orgoglio
Nadab (n.1) Tema: Chi abusa dei privilegi incorre nel disfavore di Geova
Natan (n.2) Tema: Non trattenetevi dal correggere chi ne ha bisogno
Natanaele Tema: Mantenetevi liberi da inganno
Nebuzaradan Tema: La parola di Geova non viene mai meno
Neemia (n.3) Tema: Siate esempi per il gregge
Nicodemo Tema: Tremare davanti agli uomini è ciò che tende un laccio
Noè Tema: L’ubbidienza è essenziale per vivere

O
Obab Tema: Prendiamo la decisione di servire Geova
Ofni Tema: Ricoprire un incarico importante non autorizza ad agire empiamente
Onesimo Tema: Mantenete una buona coscienza

P
Paolo Tema: I nemici della verità possono cambiare
Pietro Tema: Siate coraggiosi ed energici nel sostenere la vera adorazione
Pilato Tema: Cedere alla folle è una grave responsabilità

R
Raab (n.1) Tema: La fede senza opere è morta
Rabsache Tema: Dio non è da beffeggiare
Rachele Tema: Accettate le avversità della vita senza provare gelosia o disperazione
Rebecca Tema: Tenete conto di Geova nella scelta del coniuge
Roboamo Tema: Non siate arroganti e respingete i cattivi consigli
Ruben (n.1) Tema: Le azioni errate possono avere conseguenze permanenti
Rut Tema: Il vero amore è leale

S
Sadrac Tema: Rimanete senza macchia in un mondo empio
Saffira Tema: Non agite con inganno
Salome (n.1) Tema: Servite Geova con modestia
Samuele Tema: Servite Dio dalla giovinezza
Sansone Tema: Salvaguardate la vostra preziosa relazione con Geova
Sara Tema: La bellezza di una moglie timorata di Dio
Saul Tema: Il potere distruttivo dell’invidia e della presunzione
Seba (n.1) Tema: Chi istiga altri a fare il male raccoglie ciò che semina
Sennacherib Tema: Geova libera il suo popolo
Sichem (n.1) Tema: L’immoralità sessuale può avere conseguenze devastanti
Simei (n.12) Tema: L’ubbidienza può salvarvi la vita
Simeone (n.1) Tema: L’ira incontrollata reca dolore e disonore

U
Ulda Tema: Geova ispira un’intrepida profetessa
Aaronne — Tema: Rimanete fedeli nonostante le debolezze umane 2°CORINTI 12:9 ,10

it-1 9-11 Aaronne


AARONNE
Figlio di Amram e Iochebed della tribù di Levi, nato in Egitto nel 1597 a.E.V. Levi era bisnonno di
Aaronne. (Eso 6:13, 16-20) Miriam era la sorella maggiore, e Mosè il fratello minore, più giovane di lui di
tre anni. (Eso 2:1-4; 7:7) Aaronne sposò Eliseba, figlia di Amminadab, ed ebbe quattro figli: Nadab, Abiu,
Eleazaro e Itamar. (Eso 6:23) Morì nel 1474 a.E.V. all’età di 123 anni. — Nu 33:39.
A motivo della riluttanza di Mosè, che trovava difficile parlare correntemente, Geova nominò Aaronne
portavoce di Mosè davanti al faraone, dicendo di Aaronne: “So bene che realmente egli sa parlare”.
Aaronne andò incontro a Mosè al monte Sinai e fu informato dell’ampio programma di azione tracciato da
Dio, che coinvolgeva Israele ed Egitto, dopo di che i due fratelli fecero ritorno in Egitto. — Eso 4:14-16,
27-30.
Aaronne cominciò quindi a servire come “bocca” per Mosè, parlando in vece sua agli anziani di Israele e
compiendo molti segni miracolosi a riprova dell’origine divina dei loro messaggi. Venne il momento di
presentarsi alla corte del faraone, e l’83enne Aaronne, portavoce di Mosè, dovette affrontare
quell’arrogante sovrano. Geova disse poi a Mosè: “Vedi, ti ho costituito Dio per Faraone, e Aaronne tuo
proprio fratello diverrà il tuo profeta”. (Eso 7:1, 7) Fu Aaronne che compì il primo segno miracoloso
davanti al faraone e ai suoi sacerdoti che praticavano la magia; e, più tardi, fu Aaronne che, per ordine di
Mosè, stese la verga di Mosè e diede il via alle dieci piaghe. (Eso 7:9-12, 19, 20) Egli continuò a operare
in stretta cooperazione con Mosè e in ubbidienza a Dio durante le successive piaghe, fino alla
liberazione. In questo fu un buon esempio per i cristiani che prestano servizio quali “ambasciatori in
sostituzione di Cristo, come se Dio supplicasse per mezzo [loro]”. — Eso 7:6; 2Co 5:20.
L’attività di Aaronne quale portavoce di Mosè evidentemente diminuì nei 40 anni durante i quali vagarono
nel deserto, poiché sembra che sempre più spesso fosse Mosè a parlare. (Eso 32:26-30; 34:31-34; 35:1,
4) Anche la verga tornò nelle mani di Mosè dopo la terza piaga. Inoltre nella battaglia contro Amalec,
Aaronne, insieme a Hur, non fece altro che sostenere le braccia di Mosè. (Eso 9:23; 17:9, 12) Tuttavia
Geova continuò a rivolgersi sia a Mosè che ad Aaronne quando dava istruzioni, ed è documentato che
essi agirono e parlarono insieme fino all’epoca della morte di Aaronne. — Nu 20:6-12.
Aaronne, nella sua posizione subordinata, non accompagnò Mosè in cima al monte Sinai per ricevere il
patto della Legge, ma, insieme a due suoi figli e a 70 anziani della nazione, ebbe il permesso di
avvicinarsi alla montagna e contemplare un’imponente visione della gloria di Dio. (Eso 24:9-15) Aaronne
e la sua casa ricevettero una menzione onorevole nel patto della Legge, e Dio stesso affidò ad Aaronne
l’incarico di sommo sacerdote. — Eso 28:1-3.
Sommo sacerdote. Con una cerimonia durata sette giorni Aaronne fu investito dei doveri sacri da Mosè
quale rappresentante di Dio, e i suoi quattro figli furono pure insediati come sottosacerdoti. Mosè rivestì
Aaronne di splendidi abiti di tessuto d’oro, turchino, porpora e scarlatto, che includevano le spalline e un
pettorale adorno di pietre preziose di vari colori. Sul capo gli fu posto un turbante di lino fine con una
lamina d’oro puro su cui erano incise le parole: “La santità appartiene a Geova”. (Le 8:7-9; Eso 28)
Aaronne fu quindi unto nella maniera descritta nel Salmo 133:2, e da quel momento poté essere
chiamato il mashìach o messia (christòs, LXX), cioè l’“unto”. — Le 4:5, 16; 6:22.
Aaronne fu preposto a tutto il sacerdozio. Dio inoltre dichiarò che dalla sua discendenza, o casa,
dovevano venire tutti i futuri sommi sacerdoti. Aaronne stesso però non aveva ricevuto il sacerdozio per
eredità, e quindi l’apostolo Paolo poté dire di lui: “Uno prende questo onore non da sé, ma solo quando è
chiamato da Dio, come lo fu anche Aaronne. E così il Cristo non glorificò se stesso divenendo sommo
sacerdote, ma fu glorificato da colui che disse a suo riguardo: ‘Tu sei mio figlio; io, oggi, ti ho generato’”.
(Eb 5:4, 5) Paolo dimostra quindi in quale modo la carica sacerdotale, ricoperta per primo da Aaronne,
era tipica di quella che ricopre Cristo Gesù come sommo sacerdote superiore e celeste. Stando così le
cose, le mansioni sacerdotali attinenti all’alto incarico di Aaronne assumono maggior significato per noi.
— Eb 8:1-6; 9:6-14, 23-28.
Come sommo sacerdote, Aaronne doveva prendere la direttiva in tutti gli aspetti dell’adorazione presso il
tabernacolo e sorvegliare l’attività di migliaia di leviti che vi prestavano servizio. (Nu 3:5-10) Nell’annuale
giorno di espiazione egli presentava le offerte per il peccato a favore dei sacerdoti, dei leviti e del popolo
d’Israele, e lui solo poteva entrare nel Santissimo del tabernacolo col sangue degli animali sacrificati. (Le
16) L’offerta giornaliera di incenso, la presentazione delle primizie della raccolta di cereali, e molti altri
aspetti dell’adorazione erano prerogativa di Aaronne e dei sacerdoti suoi figli. (Eso 30:7, 8; Lu 1:8-11; Le
23:4-11) Comunque l’unzione lo santificava non solo in vista delle mansioni inerenti ai sacrifici a favore
della nazione ma anche per svolgere altre mansioni. Era sua responsabilità insegnare alla nazione la
Parola di Dio. (Le 10:8-11; De 24:8; Mal 2:7) Era il più alto funzionario alle dipendenze del Re, Geova,
come lo furono poi i suoi successori. Nelle grandi occasioni di stato indossava gli abiti sontuosi e il
turbante di lino con la “lamina risplendente” d’oro. Portava inoltre il pettorale che conteneva gli Urim e i
Tummim, onde poter avere da Geova risposta affermativa o negativa ai problemi della nazione; tuttavia,
finché Mosè fu in vita e agì quale mediatore, sembra che questi non venissero utilizzati. — Eso 28:4, 29,
30, 36; vedi SOMMO SACERDOTE.
La devozione di Aaronne alla pura adorazione fu ben presto messa alla prova dalla morte dei figli Nadab
e Abiu, abbattuti da Dio per l’uso profano che avevano fatto della loro posizione sacerdotale. La Bibbia
dice: “E Aaronne taceva”. Quando lui e i due figli superstiti ricevettero l’ordine di non fare cordoglio per i
trasgressori morti, ‘essi fecero secondo la parola di Mosè’. — Le 10:1-11.
Per quasi 40 anni Aaronne, in qualità di sommo sacerdote, rappresentò le 12 tribù dinanzi a Geova.
Mentre erano nel deserto, scoppiò una grave ribellione contro l’autorità di Mosè e Aaronne, capeggiata
da un levita di nome Cora, insieme a Datan, Abiram e On della tribù di Ruben, che protestavano contro la
loro leadership. Geova fece aprire la terra sotto le tende di Cora, Datan e Abiram per inghiottirli insieme
alle loro famiglie, mentre Cora e i 250 che avevano cospirato con lui furono distrutti dal fuoco. (Nu 16:1-
35) Scoppiò allora da parte della congregazione il malcontento contro Mosè e Aaronne; e nella piaga
divina che seguì, Aaronne manifestò grande fede e coraggio uscendo ubbidientemente col suo
portafuoco e facendo espiazione per il popolo mentre egli stesso “stava fra i morti e i vivi”, finché il
flagello non fu arrestato. — Nu 16:46-50.
Dio allora ordinò che si deponessero nel tabernacolo 12 verghe, ciascuna delle quali rappresentava una
delle 12 tribù, e sulla verga della tribù di Levi fu scritto il nome di Aaronne. (Nu 17:1-4) L’indomani Mosè
entrò nella tenda della Testimonianza e trovò che la verga di Aaronne aveva germogliato, era fiorita e
portava mandorle mature. (Nu 17:8) Questo stabilì senza possibilità di smentita che Geova aveva scelto i
leviti figli di Aaronne per il servizio sacerdotale e che il sommo sacerdote Aaronne aveva la Sua
autorizzazione. Da allora in poi il diritto della casa di Aaronne al sacerdozio non fu mai più messo
seriamente in dubbio. La verga fiorita di Aaronne venne deposta nell’arca del patto come “segno per i figli
di ribellione”, ma a quanto pare dopo la morte di quei ribelli e l’entrata della nazione nella Terra Promessa
la verga fu tolta, essendo servita al suo scopo. — Nu 17:10; Eb 9:4; 2Cr 5:10; 1Re 8:9.
Perché Aaronne non fu punito per aver fatto il vitello d’oro?
Nonostante la sua posizione privilegiata, Aaronne commise degli errori. Nei 40 giorni della prima
permanenza di Mosè sul monte Sinai, “il popolo si congregò dunque intorno ad Aaronne e gli disse:
‘Levati, facci un dio che vada davanti a noi, perché riguardo a questo Mosè, l’uomo che ci ha fatti salire
dal paese d’Egitto, certamente non sappiamo che cosa gli sia accaduto’”. (Eso 32:1) Aaronne acconsentì
e cooperò con i ribelli nel fare la statua di un vitello d’oro. (Eso 32:2-6) Quando più tardi Mosè gli chiese
conto del suo operato, egli addusse una debole scusa. (Eso 32:22-24) Comunque Geova non indicò che
Aaronne fosse il principale trasgressore, ma disse a Mosè: “Lasciami stare, affinché la mia ira divampi
contro di loro e io li stermini”. (Eso 32:10) Mosè risolse la questione gridando: “Chi è dalla parte di
Geova? A me!” (Eso 32:26) Tutti i figli di Levi, fra cui indubbiamente anche Aaronne, risposero all’invito e
misero a morte 3.000 idolatri, probabilmente i principali promotori della ribellione. (Eso 32:28) Tuttavia
Mosè ricordò poi al resto del popolo che anch’essi erano colpevoli. (Eso 32:30) Aaronne non fu dunque il
solo a beneficiare della misericordia di Dio. Le sue azioni successive indicano che nel cuore non era
d’accordo col movimento idolatrico, ma aveva semplicemente ceduto alle pressioni dei ribelli. (Eso 32:35)
Geova mostrò di aver perdonato Aaronne riaffermando la validità della sua nomina a sommo sacerdote.
— Eso 40:12, 13.
Dopo avere sostenuto lealmente il fratello minore attraverso molte difficoltà ed essere stato da poco
insediato come sommo sacerdote da Mosè quale rappresentante di Dio, Aaronne si unì scioccamente
alla sorella Miriam nel criticare Mosè per il suo matrimonio con una donna cusita e nel mettere in dubbio
la straordinaria relazione di Mosè con Geova Dio e quindi la sua posizione, dicendo: “Forse Geova ha
parlato solo mediante Mosè? Non ha parlato anche mediante noi?” (Nu 12:1, 2) Geova agì con
prontezza: convocò i tre davanti a lui di fronte alla tenda di adunanza e punì severamente Aaronne e
Miriam per avere mancato di rispetto alla disposizione di Dio. Il fatto che solo Miriam sia stata colpita
dalla lebbra potrebbe additarla come l’istigatrice dell’azione e indicare che Aaronne ancora una volta si
era mostrato debole lasciandosi indurre a seguirla. Tuttavia, se pure Aaronne fosse stato colpito dalla
lebbra, questo, secondo la legge di Dio, avrebbe invalidato la sua nomina a sommo sacerdote. (Le 21:21-
23) Egli manifestò una giusta condizione di cuore confessando immediatamente il loro atto sconsiderato,
chiedendo scusa e supplicando disperatamente Mosè di intercedere a favore della lebbrosa Miriam. —
Nu 12:10-13.
Aaronne ancora una volta fu corresponsabile di un errore quando, insieme a Mosè, mancò di santificare e
onorare Dio di fronte alla congregazione allorché venne fatta scaturire acqua a Meriba presso Cades. Per
questa azione Dio decretò che nessuno dei due avrebbe avuto il privilegio di introdurre la nazione nella
Terra Promessa. — Nu 20:9-13.
Il primo giorno del mese di ab, il 40° anno dopo l’ Esodo, la nazione d’Israele era accampata al confine di
Edom di fronte al monte Hor. Era questione di mesi e avrebbero attraversato il Giordano; ma senza il
123enne Aaronne. Per ordine di Geova e mentre tutto l’accampamento osservava, Aaronne, suo figlio
Eleazaro e Mosè salirono in cima al monte Hor. Lì Aaronne lasciò che il fratello lo svestisse degli abiti
sacerdotali e ne rivestisse Eleazaro, suo figlio e successore quale sommo sacerdote. Quindi Aaronne
morì. Probabilmente fu seppellito là dal fratello e dal figlio, e per 30 giorni Israele ne pianse la morte. —
Nu 20:24-29.
Si noti che in ciascuno dei suoi tre errori Aaronne non fu il principale autore dell’azione sbagliata, ma
sembra piuttosto che si fosse lasciato sviare dalla pressione delle circostanze o dall’influenza altrui.
Specie nella prima trasgressione, avrebbe potuto applicare più pienamente il principio che è alla base del
comando: “Non devi seguire la folla per fini empi”. (Eso 23:2) Ciò nonostante, il suo nome in seguito è
menzionato con favore nelle Scritture. Anche il Figlio di Dio, durante la sua vita terrena, riconobbe la
legittimità del sacerdozio aaronnico. — Sl 115:10, 12; 118:3; 133:1, 2; 135:19; Mt 5:17-19; 8:4.
Sacerdoti discendenti di Aaronne. Il termine “Aaroniti” o “Aronnidi” ricorre rispettivamente nella Diodati
e nella CEI in 1 Cronache 27:17. In altre versioni (KJ, Mo) ricorre anche in 1 Cronache 12:27. (Nel testo
masoretico ebraico ricorre semplicemente il nome Aaronne. La LXX [ed. P. A. de Lagarde, in 1Cr 12:27]
ha “dei figli di Aaronne”). Evidentemente il nome “Aaronne” qui è usato in senso collettivo, come il nome
Israele, e sta per la casa di Aaronne o i suoi discendenti maschi dell’epoca di Davide che erano della
tribù di Levi e prestavano servizio come sacerdoti. (1Cr 6:48-53) La Traduzione del Nuovo Mondo dice:
“E Ieoiada fu il conduttore [dei figli] di Aaronne, e con lui c’erano tremilasettecento” (1Cr 12:27), mettendo
“dei figli” fra parentesi quadre a indicare che si tratta di un’aggiunta.

w96 15/1 24-5 Mosè e Aaronne, coraggiosi proclamatori della parola di Dio
Fecero la volontà di Geova
Mosè e Aaronne, coraggiosi proclamatori della parola di Dio
IMMAGINATE la scena: L’ottantenne Mosè e suo fratello Aaronne sono davanti all’uomo più potente della
terra, il faraone d’Egitto. Per gli egiziani quell’uomo non è solo un rappresentante degli dèi. Sono convinti
che sia egli stesso un dio. Viene ritenuto l’incarnazione di Horus, dio con la testa di falco. Insieme a Iside
e a Osiride, Horus formava la principale triade d’Egitto.
Chiunque si avvicinasse al faraone non poteva non notare la ferale testa di cobra che sporgeva dal
centro del copricapo regale. Si pensava che quel serpente potesse sputare fuoco e distruggere qualsiasi
nemico del faraone. Ora Mosè e Aaronne sono davanti a questo re divinizzato per presentargli una
richiesta inaudita: quella di lasciar andare gli schiavi israeliti perché possano celebrare una festa al loro
Dio, Geova. — Esodo 5:1.
Geova aveva già predetto che il cuore del faraone sarebbe stato ostinato. Perciò Mosè e Aaronne non si
stupirono della sua risposta provocatoria: “Chi è Geova, perché io debba ubbidire alla sua voce e
mandare via Israele? Non conosco affatto Geova e, per di più, non manderò via Israele”. (Esodo 4:21;
5:2) Si preparò così lo scenario per uno scontro drammatico. Nella successiva udienza Mosè e Aaronne
fornirono al faraone prove schiaccianti che essi rappresentavano il vero Dio onnipotente.
Un miracolo
Seguendo le istruzioni di Geova, Aaronne compì un miracolo che dimostrò la superiorità di Geova sugli
dèi d’Egitto. Gettò la sua verga di fronte al faraone e immediatamente essa divenne una grossa serpe!
Perplesso a causa di questo miracolo, il faraone convocò i suoi sacerdoti che praticavano la magia. Con
l’aiuto di forze demoniche quegli uomini riuscirono a fare qualcosa di simile con le loro verghe.
Se il faraone e i suoi sacerdoti gongolarono, l’entusiasmo fu solo momentaneo. Immaginate le loro facce
quando la serpe di Aaronne inghiottì le loro serpi, una dopo l’altra! Tutti i presenti videro che gli dèi
egiziani non potevano competere col vero Dio, Geova. — Esodo 7:8-13.
Ciò nonostante, il cuore del faraone continuò a essere ostinato. Solo dopo che Dio ebbe colpito l’Egitto
con dieci piaghe devastatrici il faraone si decise a dire a Mosè e ad Aaronne: “Levatevi, uscite di mezzo
al mio popolo, voi e gli altri figli d’Israele, e andate, servite Geova, proprio come avete dichiarato”. —
Esodo 12:31.
Lezioni per noi
Cosa permise a Mosè e ad Aaronne di recarsi davanti al potente faraone d’Egitto? Dapprima Mosè
espresse mancanza di fiducia nelle proprie capacità, asserendo di essere “lento di bocca e lento di
lingua”. Anche dopo che Geova gli ebbe garantito il suo sostegno, Mosè lo implorò dicendo: “Manda, ti
prego, per mano di colui che manderai”. In altre parole, supplicò Geova di mandare qualcun altro. (Esodo
4:10, 13) Tuttavia Geova si servì di un uomo mansueto come Mosè, dandogli la sapienza e la forza
necessarie per adempiere il suo incarico. — Numeri 12:3.
Oggi i servitori di Geova Dio e di Gesù Cristo adempiono il comando di ‘fare discepoli di persone di tutte
le nazioni’. (Matteo 28:19, 20) Per assolvere dovutamente questo incarico dovremmo fare il miglior uso
della conoscenza scritturale e delle capacità che abbiamo. (1 Timoteo 4:13-16) Invece di preoccuparci
delle nostre carenze, accettiamo con fede qualsiasi incarico Dio ci affidi. Egli può renderci idonei e
rafforzarci per compiere la sua volontà. — 2 Corinti 3:5, 6; Filippesi 4:13.
Dovendo affrontare l’opposizione di uomini e di demoni, Mosè aveva sicuramente bisogno di un aiuto
sovrumano. Di conseguenza Geova gli assicurò: “Vedi, ti ho costituito Dio per Faraone”. (Esodo 7:1) Sì,
Mosè aveva l’autorità e l’appoggio di Dio. Avendo su di sé lo spirito di Geova, Mosè non aveva nessun
motivo di temere il faraone o le schiere di quel superbo governante.
Anche noi, per compiere il nostro ministero, dobbiamo confidare nello spirito santo, o forza attiva di
Geova. (Giovanni 14:26; 15:26, 27) Con l’appoggio di Dio possiamo far nostre le parole di Davide, che
cantò: “Ho confidato in Dio. Non avrò timore. Che mi può fare l’uomo terreno?” — Salmo 56:11.
Compassionevolmente, Geova non lasciò Mosè da solo nell’adempiere il suo incarico. Gli disse:
“Aaronne tuo proprio fratello diverrà il tuo profeta. Tu, tu pronuncerai tutto ciò che ti comanderò; e
Aaronne tuo fratello parlerà a Faraone”. (Esodo 7:1, 2) Come fu amorevole da parte di Geova tenere
conto di ciò che Mosè, con i suoi limiti, poteva ragionevolmente fare!
Dio ci ha provveduto un’associazione di conservi cristiani che accettano la sfida di essere testimoni di
Geova, l’Altissimo. (1 Pietro 5:9) Perciò, nonostante gli ostacoli che possiamo incontrare, sforziamoci di
imitare Mosè e Aaronne, coraggiosi proclamatori della parola di Dio.
[Nota in calce]
La parola ebraica resa ‘sacerdoti che praticano la magia’ si riferisce a un gruppo di stregoni che
pretendevano di possedere poteri soprannaturali superiori a quelli dei demoni. Si credeva che questi
uomini avessero il potere di farsi ubbidire dai demoni e che i demoni non avessero alcun potere su di
loro.
[Figura a pagina 25]
Mosè e Aaronne rappresentarono coraggiosamente Geova davanti al faraone
Abdia (n.4) --- Tema: Siate intrepidi e mostrate amore ai servitori di Dio SALMO 138:3

it-1 20
ABDIA (Abdìa) [servitore di Geova].
4. Economo in casa del re Acab. Nonostante la malvagità del re Acab e di Izebel, Abdia aveva grande
timore di Geova e, quando Izebel ordinò di uccidere tutti i profeti di Geova, egli ne nascose cento,
“cinquanta alla volta in una caverna”. Durante la siccità voluta da Dio e predetta da Elia, questi si imbatté
in Abdia, col quale il padrone Acab aveva diviso un territorio dove entrambi cercavano erba per sfamare il
bestiame. Mentre perdurava la siccità, per un periodo di tre anni circa, Elia non si era fatto vedere da
Acab. Quando gli fu detto di informare Acab che Elia era tornato, Abdia, per il gran timore, esitò finché
non ebbe l’assicurazione che il profeta non se ne sarebbe andato, perché Acab avrebbe certo ucciso il
suo servitore se l’informazione si fosse dimostrata falsa. — 1Re 18:1-16.

w82 15/1 23-6


Abdia: impiegato da Dio per avvertire e confortare
“LA VISIONE di Abdia”. Così comincia il libro più breve delle ispirate Scritture Ebraiche. Contiene sia un
avvertimento di calamità per il paese e gli abitanti di Edom (a sud-est del Mar Morto), sia un messaggio di
conforto per i servitori di Dio. Il brano iniziale continua dicendo:
“Questo è ciò che il Signore Geova ha detto riguardo a Edom: ‘Abbiamo udito una notizia da Geova, ed
è stato mandato un inviato fra le nazioni: “Levatevi, e leviamoci contro di lei in battaglia’”. — Abd. 1.
Il nome “Abdia” significa “Servitore di Iah [Geova]”, e questo è tutto ciò che si sa sul conto dello scrittore
di questo libro profetico. Comunque il libro di Abdia è veramente utile per gli odierni adoratori di Dio. Il
modo in cui Geova trattò Edom, secondo la descrizione che ne fa Abdia, costituisce un esempio
ammonitore di come il Creatore un giorno eliminerà dalla terra tutti quelli che odiano Dio e il suo popolo.
Dall’altro lato Abdia rincuora gli adoratori di Dio non solo con la promessa della libertà dall’oppressione,
ma anche con quella di una prosperità senza fine.
Appropriatamente il messaggio di Abdia è definito una “visione”. (Abd. 1) Spesso le Scritture si
riferiscono ai profeti come a ‘veggenti’. (I Sam. 9:9; II Sam. 15:27; I Cron. 9:22) Anche quando il profeta
non vedeva nulla, spesso le comunicazioni profetiche erano chiamate visioni. — Dan. 9:24; Naum 1:1.
UMILIATO L’ALTEZZOSO EDOM
Secondo Abdia, Dio avrebbe suscitato nazioni perché impegnassero un distruttivo combattimento contro
gli edomiti. Poiché le parole di Abdia venivano dal Sovrano “Signore Geova”, il loro adempimento era
certo.
Può darsi che gli edomiti ridessero di tale predizione di calamità per la loro nazione. Edom aveva un
territorio montagnoso. I primi abitanti della zona furono chiamati “Orei”, che significa abitatori di caverne.
(Gen. 14:6; Deut. 2:12, 22) Le alture dei monti su cui abitavano, difficili da raggiungersi, facevano sentire
gli edomiti troppo al sicuro da un attacco nemico.
Tenendo conto di questo, Dio dichiarò tramite Abdia: “‘Ecco, ti ho fatto piccolo fra le nazioni. Sei
disprezzato assai. La presunzione del tuo cuore è ciò che ti ha ingannato, tu che risiedi nei recessi della
rupe, l’alto dove dimori, dicendo in cuor tuo: “Chi mi tirerà giù a terra?” Se tu facessi la tua posizione alta
come l’aquila, o se ponessi fra le stelle il tuo nido, di lì ti tirerei giù’, è l’espressione di Geova”.
— Abd. 2-4.
I presuntuosi edomiti dovevano essere resi ‘piccoli’ in quanto a numero e dignità. Dio li avrebbe ridotti in
rovina indipendentemente dall’altezza delle loro dimore o dalla loro inaccessibilità.
“SCRUTATI” MINUZIOSAMENTE
In seguito Geova indicò fino a che punto Edom sarebbe stato devastato dai suoi nemici: “Se fossero
venuti a te i ladri, se fossero venuti di notte gli spogliatori, fino a che punto ti saresti ridotto al silenzio?
Non avrebbero essi rubato quanto volevano? O se fossero venuti a te i vendemmiatori, non avrebbero
lasciato rimanere dei racimoli?” — Abd. 5.
Di solito i ladri rubano solo ‘quanto vogliono’, anziché spogliare completamente la casa. Similmente i
vendemmiatori avrebbero sempre lasciato indietro qualche grappolo. Ma con Edom le cose sarebbero
andate diversamente.
Abdia spiega: “Oh fino a qual punto sono stati scrutati i figli di Esaù! Come sono stati cercati i suoi tesori
nascosti!” (Abd. 6) I nemici degli edomiti avrebbero minuziosamente setacciato ogni caverna e ogni
recesso nascosto. Non avrebbero tralasciato nessun tesoro celato.
NESSUN AIUTO PER EDOM
Quando le nazioni nemiche avrebbero cominciato i preparativi bellici contro Edom, questa nazione
avrebbe naturalmente chiesto aiuto alle popolazioni che considerava sue alleate. Ma quando gli edomiti
avrebbero mandato loro messaggeri per chiedere aiuto e protezione contro gli invasori, i messaggeri
sarebbero stati mandati “fino alla linea di confine” dei paesi in cui erano andati a cercare aiuto. Sarebbero
stati scortati fuori senza nessuna promessa di aiuto. Lo stesso trattamento avrebbero ricevuto gli edomiti
che sarebbero fuggiti oltre i confini dei paesi vicini per sfuggire alla morte. Sarebbe stato loro rifiutato
l’accesso o sarebbero stati espulsi. (Abd. 7) Anche fra gli stessi edomiti nessuno sarebbe stato
abbastanza saggio e potente da impedire il disastro. — Abd. 8, 9.
LA RAGIONE
La ragione della calamità che doveva abbattersi su Edom è spiegata con queste parole: “A causa della
violenza al tuo fratello Giacobbe, ti coprirà la vergogna, e dovrai essere stroncato a tempo indefinito. Nel
giorno in cui te ne stesti da parte, nel giorno in cui gli estranei portarono le sue forze militari in cattività e
quando completi stranieri entrarono nelle sue porte e gettarono le sorti su Gerusalemme, anche tu eri
come uno di loro”. — Abd. 10, 11.
Gli israeliti discendevano da Giacobbe e gli edomiti dal suo gemello Esaù. Poiché Giacobbe aveva
acquistato da lui il diritto di primogenitura, Esaù cominciò a nutrire un odio omicida nei confronti del
fratello. (Gen. 25:27-34; 27:30-45) In tutta la loro storia gli edomiti continuarono a manifestare questo
odio verso Israele. (Num. 20:14-21; II Re 8:20-22; II Cron. 21:8-10; 28:16-20; Sal. 83:4-8) Nel IX secolo
a.E.V., tramite il profeta Amos, Geova accusò Edom “a motivo del suo inseguire il suo proprio fratello con
la spada, e perché rovinò le sue proprie qualità misericordiose, e la sua ira continua a sbranare per
sempre; e la sua furia, l’ha conservata in perpetuo”. — Amos 1:11.
Più di due secoli dopo, tale odio si manifestò in modo particolarmente perfido quando i babilonesi al
comando del re Nabucodonosor distrussero Gerusalemme e il suo tempio. Ripensando a
quell’avvenimento, l’ispirato salmista scrisse: “Ricorda, o Geova, riguardo ai figli di Edom il giorno di
Gerusalemme, i quali dicevano: ‘Denudatela! Denudatela fino al fondamento entro di essa!’” — Sal.
137:7.
Mediante Abdia, Dio accusò Edom per quello spirito ostile, dicendo: “E non saresti dovuto stare a
guardare nel giorno del tuo fratello, nel giorno della sua sfortuna; e non ti saresti dovuto rallegrare dei figli
di Giuda nel giorno che perirono; . . . E non saresti dovuto stare alla divisione delle vie, per stroncare i
suoi scampati; e non avresti dovuto cedere i suoi superstiti nel giorno dell’angustia”. (Abd. 12-14) La
slealtà di Edom verso Israele arrivò al punto di inseguire quelli che fuggivano e di consegnarli al nemico.
Ma agendo in quel modo gli edomiti mostrarono di ignorare un fatto essenziale. Quale?
IL GIORNO DI GEOVA È VICINO’
Geova continuò a dire: “Poiché il giorno di Geova contro tutte le nazioni è vicino. Nel modo che tu hai
fatto, sarà fatto a te. La tua sorta di trattamento ricadrà sulla tua propria testa. Poiché nel modo in cui voi
avete bevuto sul mio santo monte, tutte le nazioni continueranno a bere di continuo. E per certo verranno
e trangugeranno e sarà come se non fossero mai stati”. — Abd. 15, 16.
Gli edomiti si erano uniti ai nemici del popolo di Dio per celebrare con sbevazzamenti e gozzoviglie la
disfatta e il saccheggio di Israele. Ora sarebbe stato il loro turno di ‘bere il calice’ dell’ira di Dio. Un giorno
non solo la loro nazione, ma tutte le nazioni ostili alla nazione scelta da Dio sarebbero divenute ‘come se
non fossero mai state’.
EDOM DIVIENE COME “STOPPIA”
Geova aveva promesso che la progenie di Abraamo, Isacco e Giacobbe avrebbe preso possesso del
paese che in seguito fu chiamato Palestina. (Gen. 15:7, 17-21) Ciò avvenne, ma in seguito il popolo fu
portato in esilio dai babilonesi e il paese divenne una distesa desolata.
Tramite Abdia Geova garantì che gli israeliti ne avrebbero ripreso possesso. Infatti mediante il profeta
Dio disse: “E gli scampati saranno sul monte Sion, e deve divenire qualche cosa di santo; e la casa di
Giacobbe deve prender possesso delle cose che dovrebbero possedere. E la casa di Giacobbe deve
divenire un fuoco, e la casa di Giuseppe una fiamma, e la casa di Esaù come la stoppia; e li devono
bruciare e divorare. E non ci sarà nessun superstite della casa di Esaù; poiché Geova stesso ha parlato”.
— Abd. 17, 18.
Israele non sarebbe più stato diviso nel regno delle due tribù di Giuda e Beniamino (a volte chiamato
“Giacobbe” nella Bibbia) e nel regno settentrionale delle dieci tribù (a volte chiamato “la casa di
Giuseppe”). Queste parole preannunciavano la restaurazione dell’unità di tutt’e dodici le tribù d’Israele.
Edom, al contrario, doveva scomparire. Gli israeliti avrebbero divorato i discendenti di Esaù come il fuoco
divora la stoppia.
Questa devastazione di Edom ebbe effettivamente luogo? Sì, e in adempimento della dichiarazione di
Dio tramite Abdia vi presero parte sia gentili (versetto 1⇒ di Abdia⇐) che israeliti (versetto 18⇒ di
Abdia⇐). Consideriamo alcune prove dell’adempimento di quel che era stato predetto.
Antiche iscrizioni narrano la conquista di Edom avvenuta nel VI secolo a.E.V. per opera di truppe
babilonesi al comando del re Nabonedo. Secondo C. J. Gadd, studioso di storia e letteratura babilonese,
le truppe di Nabonedo che conquistarono Edom e Tema includevano soldati giudei. Commentando
questo fatto, John Lindsay, in un articolo intitolato “I re babilonesi ed Edom”, scrive: “Perciò, almeno in
parte, le parole del profeta, secondo cui Yahweh aveva detto: ‘Recherò la mia vendetta su Edom per
mano del mio popolo Israele’, si adempirono (Ezec. 25:14). Abbiamo anche un parziale adempimento
delle parole di Abdia, che disse che gli ‘alleati’, ‘confederati’, ‘amici fidati’ di Edom lo avrebbero
‘ingannato’, avrebbero ‘prevalso contro’ di esso e ‘posto una trappola sotto’ di esso. Possiamo notare qui
un riferimento ai babilonesi, che, sebbene ai giorni di Nabucodonosor fossero stati disposti a concedere
loro di partecipare al saccheggio di Giuda, sotto Nabonedo stroncarono una volta per tutte le velleità
commerciali e mercantili di Edom (cfr. Abd. 1 e 7)”. — Palestine Exploration Quarterly, gennaio-giugno
1976, pagina 39.
Questo concorda con le evidenze bibliche riguardanti il tempo della caduta di Edom. Come già detto,
Edom era una nazione indipendente quando Gerusalemme cadde in mano alle truppe di Nabucodonosor.
Tuttavia il libro di Malachia, scritto verso la metà del V secolo a.E.V. (circa cento anni dopo la campagna
di Nabonedo contro Edom), narra che Dio aveva già reso ‘i monti di Edom una distesa desolata e la sua
eredità per gli sciacalli del deserto’. — Mal. 1:3.
“E IL REGNO DEVE DIVENIRE DI GEOVA”
Gli israeliti avrebbero preso nuovamente possesso del paese dal quale erano stati portati in esilio in
Babilonia. Oltre a ciò il libro di Abdia descrive che il territorio d’Israele si sarebbe esteso in tutte le
direzioni: a sud nel Negheb, a est nell’ex territorio di Edom e a ovest nella Sefela e in territorio filisteo.
L’estensione a nord-ovest sarebbe arrivata, seguendo tutta la costa fenicia, fino a Zarefat, a nord, fra Tiro
e Sidone. A nord-est si sarebbero estesi in tutta la zona precedentemente occupata dal regno d’Israele,
composto di dieci tribù, inclusi Efraim, Samaria e la zona di Galaad a est del fiume Giordano. Invece di
essere confinati in una lontana terra straniera, gli esiliati di Gerusalemme avrebbero fatto ritorno perfino
da Sefarad (che pare si trovasse in Asia Minore) e avrebbero preso possesso di un’eredità territoriale che
si sarebbe estesa a sud fino a comprendere il Negheb, territorio un tempo invaso dagli edomiti. — Abd.
19, 20.
Il libro di Abdia termina in tono incoraggiante, dichiarando: “E salvatori per certo saliranno al monte
Sion, per giudicare la regione montagnosa di Esaù; e il regno deve divenire di Geova”. (Abd. 21) Dopo la
morte di Giosuè, Dio aveva suscitato giudici per ‘salvare’ Israele dall’oppressione e riconquistare il
territorio invaso dal nemico, e Abdia descrive gli israeliti rimpatriati come se fossero stati impegnati in un
compito simile. — Giud. 2:16.
Felicemente questa profezia, se se ne estende il significato, garantisce che un giorno tutti i nemici di Dio
saranno annientati e che il dominio divino sarà esteso a tutta la terra. (Sal. 22:27, 28) Questo messaggio
di avvertimento e di conforto da parte del vero Dio merita di ricevere la più ampia divulgazione. Prendete
regolarmente parte all’opera di annunciarlo ad altri?
[Figura a pagina 24]
EDOM
Il messaggio di Abdia: avvertimento di distruzione per Edom e promessa di restaurazione per il popolo di
Dio
Abednego — Tema: Giovani, onorate Geova con la vostra lealtà 2°SAMUELE 22:26

it-1 21-2 Abednego


ABEDNEGO
(Abèdnego) [prob., servitore di Nebo [dio babilonese]].
Nome dato ad Azaria, uno dei giovani della famiglia reale o della nobiltà ebraica presi prigionieri da
Nabucodonosor nel 617 a.E.V. — Da 1:3, 4, 7.
Alcuni studiosi ritengono “Nego” una corruzione intenzionale di Nebo, nome di un dio babilonese,
apportata per non offendere Azaria. (Vedi NEBO n. 4). Il nome Azaria significa “Geova ha aiutato”, e
sembra che, fra di loro, questi ebrei continuassero a usare i nomi originali. (Da 2:17) A Babilonia, egli,
insieme a Daniele, Hanania e Misael, dopo essersi dimostrato religiosamente integro in questioni di cibo
e bevande, superò con tutti gli onori un corso triennale di addestramento e un esame fatto personalmente
dal re Nabucodonosor. (Da 1:4, 5, 8-20) Più tardi, su richiesta di Daniele, il re nominò Azaria e i suoi due
compagni amministratori del distretto giurisdizionale di Babilonia. — Da 2:49.
In seguito alcuni caldei denunciarono al re Abednego (Azaria), insieme ai due ebrei suoi compagni,
perché si erano rifiutati di inchinarsi davanti all’immagine d’oro del re al suono di una particolare musica.
(Da 3:5, 8, 12) Quando furono interrogati dal re adirato, il loro netto rifiuto di violare la propria coscienza e
la propria fede in Geova indusse il re a farli gettare in una fornace surriscaldata, dove furono
miracolosamente protetti da un rappresentante angelico di Dio. Dopo esserne stati tratti fuori dal re
sbigottito, e dopo che i dignitari di corte videro che erano usciti indenni, i tre uomini riacquistarono il
favore del re. — Da 3:15-30; vedi MESAC; SADRAC.

w92 1/11 13-14 L'istruzione nei tempi biblici


Istruzione durante e dopo l’esilio
16 Circa dieci anni prima della distruzione di Gerusalemme, il re Ioiachin e un gruppo di principi e nobili
furono deportati a Babilonia dal re Nabucodonosor. (2 Re 24:15) Fra loro c’erano Daniele e altri tre
giovani nobili. (Daniele 1:3, 6) Nabucodonosor ordinò ai quattro di seguire uno speciale corso triennale di
addestramento ‘nella scrittura e nella lingua dei caldei’. Si doveva inoltre provvedere loro “una razione
giornaliera dai cibi prelibati del re e dal suo vino da bere”. (Daniele 1:4, 5) Questo costituiva un pericolo
potenziale per varie ragioni. Probabilmente il programma di istruzione non era solo un corso linguistico di
tre anni. Alcuni ritengono che in questo passo il termine “caldei” indichi “non i babilonesi come popolo, ma
la classe dotta”. (The Soncino Books of the Bible) Nel suo commentario a Daniele, C. F. Keil afferma:
“Daniele e i suoi compagni dovevano venire istruiti nella sapienza dei sacerdoti e dei dotti caldei,
insegnata nelle scuole di Babilonia”. Anche il cibo della tavola reale li esponeva al pericolo di violare le
norme dietetiche della Legge di Mosè. Cosa fecero dunque?
17 Parlando a nome di tutti e quattro i giovani nobili ebrei, Daniele mise subito in chiaro che non
avrebbero mangiato o bevuto nulla che andasse contro la loro coscienza. (Daniele 1:8, 11-13) Geova
benedisse la loro ferma presa di posizione e intenerì il cuore del funzionario babilonese addetto. (Daniele
1:9, 14-16) In quanto ai loro studi, avvenimenti successivi della vita di tutti e quattro i giovani ebrei
dimostrano al di là di ogni dubbio che il corso triennale obbligatorio di cultura babilonese non affievolì il
loro profondo attaccamento a Geova e alla pura adorazione. (Daniele, capitoli 3 e 6) Geova fece in modo
che uscissero indenni da quei tre anni di immersione forzata nell’istruzione superiore babilonese. “In
quanto a questi fanciulli, tutt’e quattro, il vero Dio diede loro conoscenza e perspicacia in ogni scrittura e
sapienza; e Daniele stesso aveva intendimento di ogni sorta di visioni e di sogni. E riguardo a ogni cosa
di sapienza e di intendimento su cui il re li interrogò, li trovò perfino dieci volte migliori di tutti i sacerdoti
che praticavano la magia e gli evocatori che erano in tutto il suo reame”. — Daniele 1:17, 20.

w93 15/1 20-5 Perché guardarsi dall'idolatria?


Perché guardarsi dall’idolatria?
“Figlioletti, guardatevi dagli idoli”. — 1 GIOVANNI 5:21.
GEOVA non è un idolo di metallo, di legno o di pietra. Nessun tempio umano può ospitarlo. Essendo egli
lo Spirito onnipotente, invisibile agli uomini, è impossibile farsene un’immagine. Perciò la pura adorazione
di Geova dev’essere del tutto esente da idolatria. — Esodo 33:20; Atti 17:24; 2 Corinti 3:17.
2 Se siete adoratori di Geova, potreste quindi chiedere: ‘Cos’è l’idolatria? In che modo i servitori di Geova
sono riusciti ad evitarla nel passato? E perché bisogna guardarsi dall’idolatria oggi?’
Cos’è l’idolatria
3 In genere l’idolatria è accompagnata da qualche cerimonia o rito. L’idolatria è la venerazione, l’amore, il
culto o l’adorazione di un idolo. E cos’è un idolo? È un’immagine, la rappresentazione di qualcosa, o un
simbolo, oggetto di devozione. Di solito l’idolatria è rivolta a un’entità superiore, vera o presunta, a cui
viene attribuita un’esistenza propria (un essere umano, un animale o un’organizzazione). Ma l’idolatria
può anche riguardare cose inanimate (una forza naturale o un oggetto senza vita).
4 I termini ebraici usati nelle Scritture per indicare gli idoli ne sottolineano spesso la futilità o esprimono
disprezzo. Fra questi ci sono i termini resi “immagine scolpita” (letteralmente, qualcosa di scolpito);
“statua, immagine o idolo di metallo fuso” (qualcosa di fuso o versato); “orribile idolo”; “idolo vano”
(letteralmente, vanità), e “idolo di letame”. Il termine greco èidolon è tradotto “idolo”.
5 Non tutte le immagini sono idoli. Dio stesso comandò agli israeliti di fare due cherubini d’oro per l’arca
del patto e di ricamare rappresentazioni di tali creature spirituali sui dieci teli che costituivano la copertura
interna del tabernacolo e sulla cortina che separava il Santo dal Santissimo. (Esodo 25:1, 18; 26:1, 31-
33) Solo i sacerdoti officianti vedevano queste rappresentazioni, che servivano principalmente come
simbolo dei celesti cherubini. (Confronta Ebrei 9:24, 25). Che le rappresentazioni dei cherubini contenute
nel tabernacolo non dovessero essere venerate è evidente dal fatto che i giusti angeli stessi rifiutarono di
essere adorati. — Colossesi 2:18; Rivelazione 19:10; 22:8, 9.
Cosa pensa Geova dell’idolatria
6 I servitori di Geova si guardano dall’idolatria perché egli è contro tutte le pratiche idolatriche. Dio vietò
agli israeliti di farsi immagini come oggetti di culto e di adorarle. I Dieci Comandamenti includevano
queste parole: “Non devi farti immagine scolpita né forma simile ad alcuna cosa che è nei cieli di sopra o
che è sulla terra di sotto o che è nelle acque sotto la terra. Non devi inchinarti davanti a loro né essere
indotto a servirle, perché io, Geova tuo Dio, sono un Dio che esige esclusiva devozione, recando la
punizione per l’errore dei padri sui figli, sulla terza generazione e sulla quarta generazione, nel caso di
quelli che mi odiano; ma che esercita amorevole benignità verso la millesima generazione nel caso di
quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”. — Esodo 20:4-6.
7 Perché Geova è contrario a qualunque forma di idolatria? Principalmente perché, come indica il
secondo dei Dieci Comandamenti riportato sopra, esige esclusiva devozione. Per di più, tramite il profeta
Isaia disse: “Io sono Geova. Questo è il mio nome; e non darò a nessun altro la mia propria gloria, né la
mia lode alle immagini scolpite”. (Isaia 42:8) Ci fu un tempo in cui gli israeliti caddero nel laccio
dell’idolatria al punto che “sacrificavano i loro figli e le loro figlie ai demoni”. (Salmo 106:36, 37) Gli idolatri
non solo negano che Geova sia il vero Dio, ma fanno anche gli interessi del suo principale Avversario,
Satana, e dei demoni.
Leali nella prova
8 Ci guardiamo dall’idolatria anche per lealtà verso Geova. Lo si può ben capire da un episodio narrato in
Daniele capitolo 3. Per inaugurare una grande immagine d’oro che aveva fatto erigere, il re babilonese
Nabucodonosor convocò i funzionari del suo impero. L’ordine valeva anche per Sadrac, Mesac e
Abednego, tre amministratori ebrei preposti al distretto giurisdizionale di Babilonia. Al suono di certi
strumenti musicali tutti i presenti dovevano inchinarsi davanti all’immagine. Questo era un tentativo
dell’effettivo dio di Babilonia, Satana, di costringere i tre ebrei a inchinarsi davanti a un’immagine che
rappresentava l’impero babilonese. Raffiguratevi la scena.
9 Guardate! I tre ebrei sono in piedi. Ricordano la legge di Dio che vieta di fare e servire idoli o immagini
scolpite. Nabucodonosor dà loro l’ultimatum: o inchinarsi o morire! Ma, per lealtà a Geova, essi dicono:
“Se dev’essere, il nostro Dio che serviamo ci può liberare. Egli ci libererà dalla fornace di fuoco ardente e
dalla tua mano, o re. Ma se no, ti sia noto, o re, che i tuoi dèi non sono quelli che noi serviamo, e
certamente non adoreremo l’immagine d’oro che hai eretto”. — Daniele 3:16-18.
10 Quei leali servitori di Dio vengono gettati nella fornace surriscaldata. Meravigliato di vedere quattro
persone nella fornace, Nabucodonosor grida ai tre ebrei di uscire, ed essi vengono fuori indenni. A quel
punto il re esclama: “Benedetto sia l’Iddio di Sadrac, Mesac e Abednego, che ha mandato il suo angelo
[la quarta persona vista nella fornace] e ha liberato i suoi servitori che hanno confidato in lui e che hanno
cambiato la medesima parola del re e hanno ceduto i loro corpi, perché non volevano servire e non
volevano adorare nessun dio eccetto il loro proprio Dio. . . . Non esiste un altro dio che possa liberare
come questo”. (Daniele 3:28, 29) L’integrità di quei tre ebrei è un incoraggiamento per gli odierni
Testimoni a essere leali a Dio, mantenere la neutralità verso il mondo ed evitare l’idolatria. — Giovanni
17:16.
Gli idoli perdono la causa
11 Un altro motivo per guardarsi dall’idolatria è che la venerazione degli idoli è vana. Anche se alcuni idoli
di fattura umana assomigliano ai viventi — spesso infatti hanno bocca, occhi e orecchi — non possono
né parlare, né vedere, né udire, e non possono fare nulla per i loro devoti. (Salmo 135:15-18) Ciò fu
indicato nell’VIII secolo a.E.V. quando il profeta di Dio descrisse in Isaia 43:8-28 quella che si potrebbe
definire una causa giudiziaria fra Geova e gli dèi idolatrici. In essa il popolo di Dio, Israele, era schierato
da una parte e le nazioni mondane dall’altra. Geova sfidò i falsi dèi delle nazioni a dichiarare “le prime
cose”, cioè a profetizzare accuratamente. Nessuno di essi fu in grado di farlo. Rivolgendosi al suo popolo,
Geova disse: “Voi siete i miei testimoni . . . e io sono Dio”. Le nazioni non potevano dimostrare che i loro
dèi esistessero prima di Geova né che fossero in grado di profetizzare. Geova invece predisse la rovina
di Babilonia e la liberazione del Suo popolo prigioniero.
12 Inoltre, come descritto in Isaia 44:1-8, i servitori di Dio, da lui liberati, avrebbero detto di ‘appartenere a
Geova’. Egli stesso disse: “Io sono il primo e io sono l’ultimo, e oltre a me non c’è nessun Dio”. Non si udì
nessuna confutazione da parte degli dèi idolatrici. “Voi siete i miei testimoni”, Geova disse nuovamente al
suo popolo, e aggiunse: “Esiste un Dio oltre a me? No, non c’è nessuna Roccia”.
13 Ci guardiamo dall’idolatria anche perché chi la pratica manca di sapienza. Con una parte di albero di
sua scelta l’idolatra fa un dio da adorare, e con l’altra accende un fuoco su cui cuoce del cibo. (Isaia 44:9-
17) Che stoltezza! Sia chi fabbrica idoli che chi li venera si espone alla vergogna, anche perché non è in
grado di dare una testimonianza convincente della loro divinità. Ma la Divinità di Geova è fuori
discussione, perché egli non solo predisse la liberazione del suo popolo da Babilonia, ma fece anche in
modo che avvenisse. Gerusalemme fu ripopolata, le città di Giuda vennero riedificate e le protettive
“acque dell’abisso” di Babilonia — il fiume Eufrate — si prosciugarono. (Isaia 44:18-27) Come Dio aveva
pure predetto, Ciro il Persiano conquistò Babilonia. — Isaia 44:28–45:6.
14 Gli dèi idolatrici persero la causa sulla questione della divinità. E ciò che accadde a Babilonia si
avvererà immancabilmente sulla sua controparte moderna, Babilonia la Grande, l’impero mondiale della
falsa religione. Presto essa e tutti i suoi dèi, arredi sacri e idolatrici oggetti di culto scompariranno per
sempre. (Rivelazione 17:12–18:8) Nella Suprema Corte dell’universo verrà allora provato una volta per
tutte che Geova è il solo vivente e vero Dio e che adempie la sua Parola profetica.
Sacrifici ai demoni
15 Il popolo di Geova si guarda dall’idolatria anche perché è guidato dallo spirito e dall’organizzazione di
Dio. Nel I secolo il corpo direttivo dei servitori di Geova disse ai conservi cristiani: “Allo spirito santo e a
noi è parso bene di non aggiungervi nessun altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate
dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi
asterrete attentamente da queste cose, prospererete. State sani!” — Atti 15:28, 29.
16 Un’altra ragione per guardarsi dall’idolatria è quella di evitare il demonismo. Parlando del Pasto Serale
del Signore, l’apostolo Paolo disse ai cristiani di Corinto: “Fuggite l’idolatria. . . . Il calice di benedizione
che noi benediciamo, non è una partecipazione al sangue del Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è
una partecipazione al corpo del Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, benché molti, siamo un solo corpo,
giacché partecipiamo tutti a quel solo pane. Guardate ciò che è Israele secondo la carne: Quelli che
mangiano i sacrifici non sono partecipi con l’altare? Che dirò dunque? Che ciò che è sacrificato a un idolo
sia qualcosa, o che un idolo sia qualcosa? No; ma dico che le cose che le nazioni sacrificano le
sacrificano ai demoni, e non a Dio; e io non voglio che diveniate partecipi con i demoni. Voi non potete
bere il calice di Geova e il calice dei demoni; non potete partecipare alla ‘tavola di Geova’ e alla tavola dei
demoni. O ‘incitiamo Geova a gelosia’? Noi non siamo più forti di lui, vi pare?” — 1 Corinti 10:14-22.
17 Una parte dell’animale veniva sacrificata all’idolo, una porzione andava ai sacerdoti e l’adoratore ne
riceveva una parte da consumare in un banchetto. Comunque, parte della carne poteva essere venduta
al mercato. Non era consigliabile che un cristiano andasse nel tempio di un idolo per mangiare della
carne, anche se non partecipava al rito, perché ciò avrebbe potuto fare inciampare altri o farlo cadere
nella falsa adorazione. (1 Corinti 8:1-13; Rivelazione 2:12, 14, 18, 20) Il fatto che l’animale fosse stato
offerto a un idolo non cambiava la natura della carne, per cui il cristiano poteva comprarla al mercato.
Inoltre non era tenuto a informarsi sulla provenienza della carne servita a tavola in casa d’altri. Ma se
qualcuno diceva che era stata “offerta in sacrificio”, il cristiano non l’avrebbe mangiata, per evitare di fare
inciampare altri. — 1 Corinti 10:25-29.
18 Era diffusa l’idea che, dopo il rito sacrificale, il dio si trovasse nella carne ed entrasse nel corpo di quelli
che la mangiavano al banchetto degli adoratori. Poiché fra i commensali si stabiliva un vincolo d’unione,
quelli che mangiavano gli animali sacrificati erano partecipi dell’altare e avevano comunione con il dio
demonico rappresentato dall’idolo. Con quella forma di idolatria i demoni impedivano alle persone di
adorare il solo vero Dio. (Geremia 10:1-15) Non c’è da meravigliarsi se i servitori di Geova dovevano
continuare ad astenersi dalle cose sacrificate agli idoli! Voler essere leali a Dio, accettare la guida del suo
spirito santo e della sua organizzazione ed essere decisi a non avere nessun contatto col demonismo
sono anche oggi validi incentivi a guardarsi dall’idolatria.
Perché occorre stare in guardia?
19 I cristiani si guardano scrupolosamente dall’idolatria perché essa può assumere molte forme, e anche
un singolo atto idolatrico può compromettere la loro fede. L’apostolo Giovanni disse ai suoi conservi:
“Guardatevi dagli idoli”. (1 Giovanni 5:21) Questo consiglio era necessario perché erano circondati da
molte forme di idolatria. Giovanni scriveva da Efeso, città in cui erano molto diffuse le arti magiche e il
culto delle divinità mitologiche. A Efeso c’era una delle sette meraviglie del mondo antico: il tempio di
Artemide, ricettacolo di criminali e centro di riti immorali. Il filosofo Eraclito di Efeso paragonò l’oscura via
d’accesso all’altare di quel tempio alle tenebre dell’abiezione e giudicò la morale dei frequentatori del
tempio peggiore di quella delle bestie. Perciò i cristiani di Efeso dovevano rimanere saldi per non cedere
al demonismo, all’immoralità e all’idolatria.
20 I cristiani dovevano essere decisi a evitare anche il minimo atto idolatrico, perché un singolo atto di
adorazione reso al Diavolo avrebbe sostenuto la sua sfida secondo cui gli uomini non sarebbero rimasti
fedeli a Dio nella prova. (Giobbe 1:8-12) Nel mostrare a Gesù “tutti i regni del mondo e la loro gloria”,
Satana disse: “Ti darò tutte queste cose se ti prostri e mi fai un atto di adorazione”. Cristo rifiutò,
sostenendo così la causa di Geova nella contesa della sovranità universale e dimostrando che il Diavolo
è un bugiardo. — Matteo 4:8-11; Proverbi 27:11.
21 Nemmeno i primi seguaci di Gesù erano disposti a compiere alcun atto di adorazione che avrebbe
appoggiato Satana nella contesa. Pur avendo il debito rispetto delle “autorità superiori” governative, non
acconsentivano a bruciare incenso in onore dell’imperatore romano, anche a costo della vita. (Romani
13:1-7) A questo riguardo Daniel P. Mannix scrisse: “Pochissimi cristiani abiurarono, sebbene
generalmente nell’arena si tenesse per agevolarli un altare su cui ardeva un fuoco. Tutto quello che un
prigioniero doveva fare era spargere sulle fiamme un pizzico di incenso, al che gli veniva dato un
Certificato di Sacrificio ed era messo in libertà. Gli si spiegava inoltre con cura che egli non adorava
l’imperatore; semplicemente riconosceva il carattere divino dell’imperatore come capo dello stato romano.
Tuttavia, quasi nessun cristiano si valse dell’opportunità di sfuggire”. (Those About to Die, pagina 137) Se
foste messi similmente alla prova, rifiutereste con altrettanta decisione di compiere qualunque atto di
idolatria?
Vi guarderete dall’idolatria?
22 È chiaro che i cristiani devono guardarsi da ogni forma di idolatria. Geova esige esclusiva devozione. I
tre fedeli ebrei diedero un ottimo esempio rifiutandosi di idoleggiare la grande immagine eretta dal re
babilonese Nabucodonosor. Nella causa giudiziaria universale descritta dal profeta Isaia, solo Geova
risultò essere il vivente e vero Dio. I suoi antichi testimoni cristiani dovevano continuare ad astenersi dalle
cose sacrificate agli idoli. I numerosi cristiani che rimasero leali non cedettero alle pressioni e non
compirono nemmeno un singolo atto idolatrico che avrebbe significato rinnegare Geova.
23 Perciò, vi state personalmente guardando dall’idolatria? State rendendo a Dio esclusiva devozione?
Sostenete la sovranità di Geova e lo innalzate quale unico vivente e vero Dio? Se sì, dovreste essere
fermamente decisi a rimanere saldi contro le pratiche idolatriche. Ma quali altri argomenti scritturali
possono aiutarvi a guardarvi da ogni forma di idolatria?
[Figura a pagina 23]
I tre ebrei si rifiutarono di commettere idolatria, anche a costo della vita

w88 1/12 15-20 Geova ricompensa la fede e il coraggio


Geova ricompensa la fede e il coraggio
“Il nostro Dio che serviamo ci può liberare. Egli ci libererà dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano,
o re”. — DANIELE 3:17.
GEOVA DIO, il Sovrano universale, ha impartito a governanti mondiali importanti lezioni sulla sua
supremazia. Nell’articolo precedente abbiamo visto alcuni episodi riportati nei primi sei capitoli⇒ 1–6⇐ di
Daniele che dimostrano questo fatto. Questi stessi racconti possono ora essere riesaminati per vedere
cosa possiamo imparare da essi, in armonia con le ispirate parole dell’apostolo Paolo: “Tutte le cose che
furono scritte anteriormente furono scritte per nostra istruzione, affinché per mezzo della nostra
perseveranza e per mezzo del conforto delle Scritture avessimo speranza”. — Romani 15:4.
2 Fu nel 617 a.E.V., durante il breve regno di Ioiachin, figlio del re Ioiachim, che Nabucodonosor fece
deportare a Babilonia alcuni dei migliori e più saggi giovani ebrei. Fra loro c’erano Daniele, Hanania,
Misael e Azaria. — Daniele 1:3, 4, 6.
3 A giudicare dal significato dei loro nomi, è evidente che, nonostante le malvage condizioni prevalenti in
Giuda a quel tempo, quei quattro giovani ebrei avevano genitori timorati di Dio. “Daniele” significa “Il mio
giudice è Dio”. “Hanania” significa “Geova ha mostrato favore; Geova è stato benigno”. “Misael” forse
significa “Chi è simile a Dio?” o “Chi appartiene a Dio?” E “Azaria” significa “Geova ha aiutato”. Senza
dubbio i loro stessi nomi furono per loro un incentivo a essere fedeli al solo vero Dio. Invece di usare
questi nomi, i caldei chiamarono i quattro giovani ebrei Baltassar, Sadrac, Mesac e Abednego.
Ovviamente, essendo schiavi in un paese straniero, essi non avevano nessuna voce in capitolo per
quanto riguardava i nomi con cui erano chiamati da coloro che li avevano fatti prigionieri. — Daniele 1:7.
Fede e coraggio messi alla prova
4 Non solo i loro genitori timorati di Dio diedero ai quattro ebrei un buon inizio nella vita dando loro quei
nomi, ma dovettero anche allevarli nella stretta osservanza della Legge di Mosè, comprese le sue norme
dietetiche. Geova Dio stesso considerava queste ultime così importanti che dopo aver elencato molte
proibizioni di tale genere dichiarò: “Vi dovete mostrare santi, perché io sono santo”. — Levitico 11:44, 45.
5 L’ottima educazione ricevuta da questi quattro giovani ebrei fu presto messa alla prova. Perché?
Perché fu assegnata loro “una razione giornaliera dai cibi prelibati del re e dal suo vino da bere”. (Daniele
1:5) Essi sapevano che fra le cose vietate dalla Legge di Mosè c’era la carne di maiale, di coniglio, le
ostriche e le anguille. Anche quelle carni che la Legge consentiva di mangiare costituivano un problema
alla corte di Babilonia, perché non c’era modo di sapere se erano state debitamente dissanguate. Per di
più, tali carni potevano anche essere state contaminate da riti pagani. — Levitico 3:16, 17.
6 Cosa potevano fare i quattro ebrei? Leggiamo che Daniele, come avranno fatto senza dubbio anche gli
altri tre, determinò in cuor suo di non contaminarsi con tali cibi. Perciò “continuò a fare richiesta” di
semplici verdure al posto dei cibi prelibati del re, e di acqua invece del suo vino. Essi non tennero conto
di quali cibi avessero un sapore migliore. Ci vollero di sicuro fede e coraggio per insistere su questo
punto. Ebbene, dato che Geova si interessava di questi quattro giovani, fece in modo che il principale
funzionario di corte si mostrasse favorevolmente disposto verso Daniele. Tuttavia questo funzionario
esitava a concedere a Daniele gli alimenti richiesti, temendo che questa dieta potesse influire
negativamente sulla salute del giovane. Allora Daniele chiese che venisse permesso loro di provare
questa dieta per dieci giorni. Egli aveva forte fede che ubbidendo alla Legge di Dio non solo avrebbe
avuto la coscienza a posto, ma ne avrebbe anche tratto giovamento sotto l’aspetto della salute. Come
conseguenza della loro presa di posizione, i quattro ebrei dovettero senz’altro subire molti scherni. —
Daniele 1:8-14; Isaia 48:17, 18.
7 I quattro ebrei dovettero mostrare fede e coraggio per fare una questione della loro alimentazione. Ma
furono ricompensati, perché alla fine dei dieci giorni erano di aspetto migliore e più sani di tutti gli altri!
Geova stava dando loro conoscenza, perspicacia e sapienza, così che quando comparvero dinanzi al re
alla fine del loro addestramento triennale, egli li trovò “dieci volte migliori di tutti i sacerdoti che
praticavano la magia e gli evocatori che erano in tutto il suo reame”. — Daniele 1:20.
8 Tutti gli odierni servitori di Geova Dio possono trarre una lezione da questo. Quei giovani ebrei
avrebbero potuto pensare che le norme dietetiche della Legge mosaica non fossero poi così importanti,
almeno in paragone con i Dieci Comandamenti o con le leggi relative ai sacrifici o alle feste annuali.
Invece no: i leali ebrei desideravano vivere in armonia con tutti gli aspetti della Legge di Dio. Questo ci
ricorda il principio espresso da Gesù in Luca 16:10: “Chi è fedele nel minimo è anche fedele nel molto, e
chi è ingiusto nel minimo è anche ingiusto nel molto”. — Confronta Matteo 23:23.
9 Molte volte i testimoni di Geova mostrano fede e coraggio simili, ad esempio quando si tratta di
chiedere al datore di lavoro un permesso per assistere a un’assemblea di distretto. Molte volte viene fatta
un’eccezione per loro. Testimoni che desideravano intraprendere il servizio di pioniere o fare i pionieri
ausiliari hanno lottato per ottenere un lavoro a mezza giornata e spesso sono stati accontentati.
10 Che ottima lezione gli odierni genitori timorati di Dio possono imparare dall’addestramento che i quattro
giovani ebrei avevano evidentemente ricevuto! Quando i genitori cristiani hanno veramente a cuore gli
interessi spirituali dei loro figli, li metteranno al primo posto nella loro stessa vita, in armonia con Matteo
6:33. Allora potranno aspettarsi che i loro figli siano in grado di resistere alle tentazioni e alle pressioni
esercitate da compagni e insegnanti a scuola perché celebrino compleanni o festività, o violino in altri
modi i princìpi scritturali. Così facendo questi genitori timorati di Dio confermeranno la veracità di Proverbi
22:6.
Coraggio nell’interpretare i sogni di Nabucodonosor
11 Il secondo capitolo di Daniele ci fornisce un altro esempio di fede e di coraggio. Quando Daniele seppe
dell’editto del re che condannava a morte tutti i saggi di Babilonia perché non erano stati in grado di
narrargli il sogno e il suo significato, Daniele e i suoi tre compagni si fecero forse prendere dal panico?
Per nulla! Piuttosto, con assoluta fiducia che Geova gli avrebbe dato le informazioni desiderate dal re,
Daniele apparve dinanzi al monarca e gli chiese del tempo per dargli la risposta. La richiesta fu esaudita.
Allora Daniele e i suoi tre amici pregarono fervidamente al riguardo. Geova ricompensò la loro fede
dando loro le informazioni necessarie, dopo di che Daniele elevò a Geova una sentita preghiera di
ringraziamento. (Daniele 2:23) E interpretare il sogno del capitolo 4 ⇒di Daniele ⇐significò per Daniele
dover dire a Nabucodonosor che avrebbe trascorso sette anni vivendo come una bestia insieme agli
animali selvatici. Questo richiese fede e coraggio come quelli che i servitori di Dio devono mostrare oggi
per proclamare il vigoroso messaggio della vendetta divina contro il mondo di Satana.
“Resisterono alla forza del fuoco”
12 Il capitolo 3 di Daniele descrive uno dei più straordinari avvenimenti menzionati nella Bibbia,
mostrando come Geova ricompensò la fede e il coraggio manifestati da tre servitori ebrei. Immaginate la
scena. Tutti i dignitari di Babilonia sono radunati nella pianura di Dura. Davanti a loro si erge un’immagine
d’oro alta circa 27 metri e larga 2 metri e 70 centimetri. Per far leva sulle emozioni, il re ha voluto che
fosse presente un’orchestra. Al suono della musica, i convenuti devono ‘prostrarsi e adorare l’immagine
d’oro che Nabucodonosor il re ha eretto. E chiunque non si prostri e non adori sarà gettato nello stesso
momento nella fornace di fuoco ardente’. — Daniele 3:5, 6.
13 Non ci sono dubbi: rifiutarsi di ubbidire a quell’ordine richiedeva grande fede e coraggio. Ma l’essere
stati ‘fedeli nel minimo’ li aveva preparati ad essere ‘fedeli nel molto’. Il fatto che la loro presa di posizione
potesse mettere in pericolo altri ebrei non era la cosa determinante. Essi non si sarebbero prostrati e non
avrebbero adorato l’immagine. Il loro evidente rifiuto fu notato da alcuni dignitari invidiosi, i quali non
persero tempo ad informarne il re.
14 Con “ira e furore”, Nabucodonosor ordinò che i tre ebrei venissero condotti dinanzi a lui. La sua
domanda — “È realmente così?” — mostra che per lui era inconcepibile che si rifiutassero di prostrarsi e
di adorare l’immagine d’oro. Egli era disposto a dar loro un’altra possibilità, ma se avessero persistito nel
rifiuto sarebbero stati gettati nella fornace di fuoco ardente. “E chi è quel dio”, aggiunse l’altezzoso
monarca, “che vi può liberare dalle mie mani?” Con vero coraggio e fede in Geova, i tre ebrei risposero
rispettosamente al re: “A questo riguardo non abbiamo bisogno di risponderti parola. Se dev’essere, il
nostro Dio che serviamo ci può liberare. Egli ci libererà dalla fornace di fuoco ardente . . . , o re. Ma se no
ti sia noto, o re, che i tuoi dèi non sono quelli che noi serviamo, e certamente non adoreremo l’immagine
d’oro che hai eretto”. — Daniele 3:13-18.
15 Se prima Nabucodonosor era adirato, ora era furioso, perché leggiamo che “la medesima espressione
della sua faccia si cambiò verso” i tre ebrei. (Daniele 3:19) Un’indicazione del suo furore fu il comando di
riscaldare la fornace sette volte più del solito. Poi certi uomini robusti del suo esercito afferrarono i tre
ebrei e li gettarono nella fornace ardente. Le fiamme erano talmente alte che questi stessi uomini
rimasero uccisi.
16 Ma che sorpresa fu per il re vedere non tre ma quattro uomini camminare assolutamente indenni in
mezzo al fuoco! Quando il re chiamò i tre ebrei perché venissero fuori, si accorse che nemmeno un
capello della loro testa era stato bruciato e che le loro vesti non avevano nemmeno l’odore del fumo.
Geova aveva ricompensato la loro fede e il loro coraggio in maniera davvero meravigliosa! Senza dubbio
l’apostolo Paolo si riferiva a loro quando elencò fra il gran nuvolo di testimoni quelli che “resisterono alla
forza del fuoco”. (Ebrei 11:34) Che eccellente esempio essi sono stati per tutti i servitori di Geova da
allora in poi!
17 Oggi i servitori di Geova non devono affrontare la minaccia di una fornace ardente letterale. Ma
l’integrità di molti è stata messa seriamente alla prova in relazione al rendere omaggio idolatrico ai
simboli nazionali. L’integrità di altri è stata messa alla prova in relazione all’acquistare tessere di partito o
a prestare servizio militare. Geova ha sostenuto tutti questi, permettendo loro di superare la sfida e di
rimanere integri, dimostrando così che il Diavolo è un bugiardo e che Geova è il vero Dio.
[Figura a pagina 17]
Daniele e i suoi tre compagni impararono a dire di no
Abele — Tema: La fede che Dio gradisce GIACOMO 2:17

it-1 22-3 Abele


ABELE
[forse, esalazione; vanità].
Secondo figlio di Adamo ed Eva, e fratello minore del primogenito Caino. — Ge 4:2.
Probabilmente, mentre era ancora in vita, Abele ebbe delle sorelle, infatti la Bibbia dice che i suoi genitori
ebbero delle figlie, anche se non sono menzionate per nome. (Ge 5:1-4) Da adulto divenne pastore di
pecore; suo fratello, agricoltore. — Ge 4:2.
Dopo un imprecisato periodo di tempo Abele fece un’offerta a Geova Dio. Caino fece altrettanto.
Ciascuno offrì quello che aveva: Abele, dei primi nati dei suoi greggi; Caino, dei prodotti agricoli. (Ge 4:3,
4) Entrambi credevano in Dio. Senza dubbio avevano sentito parlare di Lui dai genitori e dovevano
sapere perché si trovavano tutti fuori del giardino di Eden ed era loro negato di entrarvi. Le offerte
denotavano il riconoscimento della loro condizione disapprovata ed esprimevano il desiderio di avere il
favore di Dio. Dio gradì l’offerta di Abele, ma non quella di Caino. La Bibbia non dice come si
manifestassero l’approvazione e la disapprovazione, ma senza dubbio furono evidenti a entrambi. La
ragione per cui Dio approvò solo l’offerta di Abele è chiarita da scritti successivi. L’apostolo Paolo, in
Ebrei 11:4, elenca Abele come il primo uomo di fede, e spiega che per questo il suo sacrificio fu di
“maggior valore” dell’offerta di Caino. D’altra parte 1 Giovanni 3:11, 12 precisa che la condizione di cuore
di Caino era cattiva, il che è dimostrato dal suo successivo rifiuto di accettare il consiglio e l’avvertimento
di Dio e dal premeditato assassinio del fratello Abele.
Anche se non si può dire che Abele avesse alcuna preconoscenza di come si sarebbe realizzata la
promessa divina di Genesi 3:15 relativa al “seme” promesso, egli probabilmente aveva pensato molto a
quella promessa e riteneva che si sarebbe dovuto spargere sangue, che a qualcuno si sarebbe dovuto
‘schiacciare il calcagno’, affinché il genere umano potesse essere risollevato allo stato di perfezione
goduto da Adamo ed Eva prima della ribellione. (Eb 11:4) Alla luce di ciò l’offerta di Abele dei primi nati
del gregge fu certo appropriata e contribuì senza dubbio a procurargli l’approvazione di Dio. Al Datore di
vita, Abele offrì in dono una vita, benché solo del gregge. — Cfr. Gv 1:36.
Gesù spiega che Abele fu il primo martire, perseguitato per motivi religiosi dall’intollerante fratello Caino.
In quell’occasione Gesù dice che Abele visse alla “fondazione del mondo”. (Lu 11:48-51) Il termine greco
per “mondo” è kòsmos e in questo versetto si riferisce al mondo del genere umano. Il termine
“fondazione” traduce il greco katabolè, che letteralmente significa “un gettar giù [seme]”. (Eb 11:11, Int)
Con l’espressione “fondazione del mondo” Gesù si riferiva evidentemente alla nascita dei figli di Adamo
ed Eva, e quindi alla nascita di un mondo del genere umano. Paolo include Abele nel “nuvolo di
testimoni” dei tempi precristiani. — Eb 11:4; 12:1.
In che senso il sangue di Gesù ‘parla in modo migliore di quello di Abele’?
A motivo della sua fede e dell’approvazione divina, di cui la Bibbia continua a recare testimonianza, si
può ben dire che Abele, “benché morto, parla ancora”. (Eb 11:4) In Ebrei 12:24 l’apostolo fa riferimento a
“Gesù mediatore di un nuovo patto, e al sangue di aspersione, che parla in modo migliore del sangue di
Abele”. Il sangue di Abele, anche se versato nel martirio, non riscattò o redense nessuno, non più del
sangue della pecora che aveva sacrificato. Il suo sangue in effetti gridava vendetta a Dio contro
l’assassino Caino. Il sangue di Gesù, che qui rappresenta il mezzo per convalidare il nuovo patto, parla in
modo migliore di quello di Abele in quanto invoca la misericordia di Dio su tutti coloro che hanno la fede
di Abele, ed è il mezzo che rende possibile il loro riscatto.
Poiché Set evidentemente nacque poco dopo la morte di Abele e quando Adamo aveva 130 anni, può
darsi che Abele al momento del suo martirio avesse anche 100 anni. — Ge 4:25; 5:3.

w87 15/1 11 Un così gran nuvolo di testimoni!


Cos’è la fede
4 Prima di tutto Paolo definì cos’è la fede. (Leggi Ebrei 11:1-3). La fede, da un lato, è “la sicura
aspettazione di cose sperate”. Colui che ha fede ha la garanzia che ogni cosa promessa da Dio è in
pratica adempiuta. La fede inoltre è “l’evidente dimostrazione di realtà benché non vedute”. La
convincente prova dell’esistenza di realtà invisibili è così concreta che, viene detto, essa stessa
corrisponde alla fede.
5 Per mezzo della fede “gli uomini dei tempi antichi” “ebbero testimonianza” che essi erano accetti a Dio.
Inoltre, “per fede comprendiamo che i sistemi di cose” — la terra, il sole, la luna e le stelle — “furono posti
in ordine dalla parola di Dio, per cui ciò che si vede è sorto da cose che non appaiono”. Siamo convinti
che Geova è il Creatore di queste cose, anche se non lo possiamo vedere dal momento che è uno Spirito
invisibile. — Genesi 1:1; Giovanni 4:24; Romani 1:20.
La fede e il “mondo antico”
6 Una delle tante sfaccettature della fede è il comprendere che occorre un sacrificio per i peccati. (Leggi
Ebrei 11:4). Nel “mondo antico” Abele, secondo figlio della prima coppia umana, Adamo ed Eva, mostrò
fede in un sacrificio cruento. (2 Pietro 2:5) Indubbiamente, Abele vedeva in se stesso gli effetti mortiferi
del peccato ereditato. (Genesi 2:16, 17; 3:6, 7; Romani 5:12) Chiaramente, notò pure l’adempimento
della sentenza di Dio che condannava Adamo a compiere un lavoro molto faticoso ed Eva a patire tanto
durante la gravidanza. (Genesi 3:16-19) Abele aveva perciò “la sicura aspettazione” che altre
dichiarazioni di Geova Dio si sarebbero avverate. Tra queste, c’erano le parole profetiche indirizzate
all’ingannatore per eccellenza, Satana, allorché Dio disse al serpente: “Io porrò inimicizia fra te e la
donna e fra il tuo seme e il seme di lei. Egli ti schiaccerà la testa e tu gli schiaccerai il calcagno”. —
Genesi 3:15.
7 Abele mostrò di avere fede nel Seme promesso offrendo a Dio un sacrificio animale che poteva
simbolicamente prendere il posto della sua stessa vita. Il suo infedele fratello maggiore Caino fece invece
un’offerta incruenta a base di prodotti vegetali. Successivamente, diventando un assassino, Caino sparse
il sangue di Abele. (Genesi 4:1-8) Ciò nondimeno Abele morì nella consapevolezza che Geova lo
considerava giusto, in quanto ‘Dio rese testimonianza riguardo ai suoi doni’. In che modo? Accettando il
sacrificio che Abele offrì con fede. A motivo della sua fede e dell’approvazione divina, di cui le Scritture
ispirate continuano a rendere testimonianza, ‘Abele, benché morto, parla ancora’. Egli capì che era
necessario un sacrificio per i peccati. Avete fede nel molto più importante sacrificio di riscatto di Gesù
Cristo? — 1 Giovanni 2:1, 2; 3:23.

w84 1/12 13-14 Ora è il tempo di compiere un servizio zelante


Esempi ispirati
4 Non c’è motivo che qualcuno si tiri indietro, rallenti il ritmo o riduca lo sforzo. Geova Dio e Gesù Cristo
sono dei lavoratori. (Giovanni 5:17) Inoltre la Bibbia è piena di racconti relativi a felici uomini e donne di
fede che lavorarono strenuamente, i quali sono esempi che ci infondono coraggio. Eppure molti di questi
uomini e donne fedeli sapevano che le promesse da loro attese non si sarebbero adempiute nel corso
della loro vita. Sarebbero dovute passare generazioni, in alcuni casi persino migliaia d’anni, prima che le
cose che aspettavano accadessero. Ma non per questo rallentarono la loro attività. Molti servirono con
gioia fino a tarda età, saldi nella fede, zelanti nell’ubbidire a Dio, attendendo con pazienza l’adempimento
dei Suoi propositi. Inoltre nel corso dei secoli Dio ha fornito la sua rivelazione in modo progressivo. Perciò
gli uomini di fede dell’antichità sapevano molto di meno sul modo in cui Dio avrebbe compiuto le cose
promesse di quanto ne possiate sapere voi oggi.
5 Pensate, per esempio, a quanto poche erano le cose che Abele sapeva. Sapeva soltanto che Dio aveva
promesso un “seme” e che in qualche tempo futuro quel “seme” avrebbe schiacciato la testa del
serpente. (Genesi 3:15) Eppure Abele fu definito “giusto” da Gesù, e viene menzionato per primo
nell’elenco di famosi uomini di fede fatto da Paolo. (Matteo 23:35; Ebrei 11:4) Avreste avuto una fede del
genere con le poche informazioni disponibili al tempo di Abele?

w95 15/9 4-5 Ciò che dovreste sapere sulla gelosia


“Tendenza all’invidia”
Nella storia della natura umana peccaminosa narrata nella Parola di Dio, la Bibbia, troviamo spesso
peccati d’invidia. Ricordate il racconto di Caino e Abele? Questi figli di Adamo ed Eva offrirono entrambi
un sacrificio a Dio. Abele lo fece perché era un uomo di fede. (Ebrei 11:4) Aveva fede nella capacità di
Dio di adempiere il Suo grandioso proposito riguardo alla terra. (Genesi 1:28; 3:15; Ebrei 11:1) Abele
credeva pure che Dio avrebbe ricompensato gli uomini fedeli dando loro la vita nel veniente Paradiso
terrestre. (Ebrei 11:6) Dio mostrò quindi di gradire il sacrificio di Abele. Se Caino avesse veramente
amato suo fratello Abele, sarebbe stato felice che Dio lo stesse benedicendo. Invece Caino “si accese di
grande ira”. — Genesi 4:5.
Dio esortò Caino a fare il bene affinché anch’egli potesse ricevere una benedizione. Poi lo avvertì: “Se
non ti volgi per fare il bene, il peccato è in agguato all’ingresso, e la sua brama è verso di te; e tu, da
parte tua, lo dominerai?” (Genesi 4:7) Purtroppo Caino non dominò la sua gelosa ira, ed essa lo spinse
ad assassinare il suo giusto fratello. (1 Giovanni 3:12) Da allora lotte e guerre hanno provocato la morte
di centinaia di milioni di persone. Secondo un’enciclopedia, “fra le cause basilari della guerra possono
esserci il desiderio di estendere il proprio territorio, il desiderio di maggiore ricchezza, il desiderio di più
potere o il desiderio di sicurezza”. — The World Book Encyclopedia.
I veri cristiani non partecipano alle guerre di questo mondo. (Giovanni 17:16) Purtroppo, però, a volte
certi cristiani si fanno coinvolgere in dispute. Se altri membri della congregazione si schierano per l’uno o
per l’altro, queste dispute possono trasformarsi in dannose guerre verbali. “Da dove vengono le guerre e
da dove vengono le lotte fra voi?”, chiese lo scrittore biblico Giacomo ai suoi conservi. (Giacomo 4:1) Egli
diede la risposta a quella domanda condannando la loro avidità materialistica e aggiunse: “[Voi]
continuate . . . a concupire”, o “siete gelosi”. (Giacomo 4:2, nota in calce) Sì, il materialismo può portare
alla concupiscenza, o cupidigia, e a essere gelosi di quelli che sembra stiano meglio di noi. Per questa
ragione Giacomo mise in guardia contro la “tendenza all’invidia” insita negli esseri umani. — Giacomo
4:5.
Perché è utile analizzare le cause della gelosia? Ebbene, questo può aiutarci a essere onesti con noi
stessi e a promuovere migliori rapporti con gli altri. Può anche aiutarci a essere più comprensivi, più
tolleranti e più indulgenti. Quel che più conta, mette in evidenza il disperato bisogno che l’uomo ha
dell’amorevole provvedimento preso da Dio per salvarci e liberarci dalle peccaminose tendenze umane.
— Romani 7:24, 25.
w96 15/6 4-7 Cosa significa amare Dio?
Cosa significa amare Dio?
CIRCA seimila anni fa nacque il primo bambino sulla terra. Dopo la sua nascita, la madre, Eva, disse: “Ho
prodotto un uomo con l’aiuto di Geova”. (Genesi 4:1) La sua dichiarazione rivela che, sebbene già
condannati a morte per la loro ribellione, Eva e il marito Adamo erano ancora consapevoli della Divinità di
Geova. In seguito ebbero un altro figlio. I due figli si chiamavano Caino e Abele.
Crescendo, i figli impararono sicuramente molto riguardo all’amore di Geova anche solo osservando la
creazione. Potevano ammirare gli splendidi colori della natura e la varietà di animali e piante. Dio aveva
dato loro non solo la vita, ma anche la capacità di goderla.
Appresero che i loro genitori erano stati creati perfetti e che l’originale proposito di Geova era che gli
uomini vivessero per sempre. Probabilmente Adamo ed Eva descrissero il bellissimo giardino di Eden e
in qualche modo spiegarono loro perché erano stati espulsi da quella dimora paradisiaca. Può darsi che
Caino e Abele fossero anche a conoscenza della profezia divina riportata in Genesi 3:15. Mediante quella
profezia Geova espresse il suo proposito di mettere le cose a posto a tempo debito per il bene di quelli
che lo amano e che si dimostrano leali a lui.
Acquistare conoscenza di Geova Dio e delle sue qualità deve aver suscitato in Caino e Abele il desiderio
di ottenerne l’approvazione. Così si accostarono a Geova presentandogli delle offerte. La Bibbia dice:
“Avvenne che dopo qualche tempo Caino portava dei frutti del suolo come offerta a Geova. Ma in quanto
ad Abele, anche lui portò dei primogeniti del suo gregge, perfino i loro pezzi grassi”. — Genesi 4:3, 4.
Il desiderio di avere l’approvazione di Dio costituì la base per stringere una relazione con lui. Col tempo
Caino si ribellò a Dio, mentre Abele continuò a essere mosso da sincero amore per lui. Abele non
avrebbe mai potuto stringere tale relazione con Geova Dio se non avesse prima acquistato conoscenza
della sua personalità e del suo proposito.
Anche voi potete acquistare conoscenza di Geova. Per esempio, tramite la Bibbia potete imparare che
Dio è una persona reale, non una forza impersonale che crea per puro caso. (Confronta Giovanni 7:28;
Ebrei 9:24; Rivelazione 4:11). La Bibbia insegna pure che Geova è ‘un Dio misericordioso e clemente,
lento all’ira e abbondante in amorevole benignità e verità’. — Esodo 34:6.
“Ubbidire è meglio del sacrificio”
Come illustra la storia di Caino e Abele, non basta avere conoscenza di Dio e provare il desiderio di
stringere un’intima relazione con lui. È vero che entrambi i fratelli si accostarono a Dio facendogli delle
offerte. Tuttavia, “mentre Geova guardava con favore ad Abele e alla sua offerta, non guardò con alcun
favore a Caino e alla sua offerta. E Caino si accese di grande ira, e il suo viso era dimesso”. — Genesi
4:3-5.
Perché Geova rigettò il sacrificio di Caino? C’era qualcosa che non andava nella qualità della sua offerta?
Geova si era forse offeso perché Caino aveva offerto i “frutti del suolo” invece che sacrifici animali? Non
necessariamente. In seguito Dio fu lieto di accettare offerte di cereali e di altri frutti del suolo da molti suoi
adoratori. (Levitico 2:1-16) Evidentemente c’era qualcosa che non andava nel cuore di Caino. Geova
poteva leggere il cuore di Caino e lo avvertì dicendo: “Perché ti accendi d’ira e perché il tuo viso è
dimesso? Se ti volgi per fare il bene, non ci sarà un’esaltazione? Ma se non ti volgi per fare il bene, il
peccato è in agguato all’ingresso, e la sua brama è verso di te”. — Genesi 4:6, 7.
Avere sincero amore per Dio significa più che fare semplicemente sacrifici. Per questo Geova incoraggiò
Caino a ‘volgersi per fare il bene’. Dio voleva ubbidienza. L’ubbidienza a Dio avrebbe aiutato Caino a
porre un buon fondamento per un’amorevole relazione con il Creatore. La Bibbia mette in risalto il valore
dell’ubbidienza dicendo: “Si diletta Geova degli olocausti e dei sacrifici quanto dell’ubbidienza alla voce di
Geova? Ecco, ubbidire è meglio del sacrificio e prestare attenzione è meglio del grasso dei montoni”. — 1
Samuele 15:22.
In seguito questo concetto fu chiaramente ribadito dalle parole di 1 Giovanni 5:3: “Questo è ciò che
significa l’amore di Dio, che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi”.
Non c’è modo migliore di dimostrare a Geova il nostro amore che sottometterci alla sua autorità. Questo
significa ubbidire al codice morale della Bibbia. (1 Corinti 6:9, 10) Significa amare ciò che è bene e odiare
ciò che è male. — Salmo 97:10; 101:3; Proverbi 8:13.
Un’importante espressione del nostro amore per Dio è l’amore per il prossimo. La Bibbia ci dice: “Se
qualcuno fa la dichiarazione: ‘Io amo Dio’, eppure odia il suo fratello, è bugiardo. Poiché chi non ama il
suo fratello, che ha visto, non può amare Dio, che non ha visto”. — 1 Giovanni 4:20.
È possibile avere intimità con Dio
Qualcuno potrebbe dire: ‘Adoro Geova. Ubbidisco alle sue leggi. Tratto il prossimo equamente. Faccio
tutto questo. Eppure non riesco a sentire Dio vicino. Non provo un forte amore per lui, e mi sento in colpa
per questo’. Alcuni forse pensano di non essere degni di stringere una relazione così intima con Geova.
Dopo quasi 37 anni dedicati al servizio di Geova, un cristiano ha scritto: “Molte volte nella mia vita ho
pensato che il servizio che rendevo a Geova era alquanto formale, che forse non lo facevo nemmeno di
cuore. Ma sapevo che servire Geova era la cosa giusta da fare, e non avevo nessuna intenzione di
smettere. Comunque, ogni volta che leggevo di qualcuno che diceva che il suo cuore ‘traboccava di
amore per Geova’, mi chiedevo: ‘Cosa c’è che non va in me, visto che non ho mai provato un sentimento
del genere?’” Come possiamo avere intimità con Dio?
Se amate veramente qualcuno, spesso penserete a lui. Proverete il vivo desiderio di stargli vicino perché
vi sta a cuore. Più lo vedete, più gli parlate e più pensate a lui, più il vostro amore per lui cresce. Questo
principio vale anche quando si tratta di coltivare l’amore per Dio.
In Salmo 77:12 lo scrittore ispirato dice: “Certamente mediterò su tutta la tua attività, e mi occuperò di
sicuro delle tue opere”. La meditazione è essenziale per coltivare l’amore per Dio. Questo vale in
particolar modo perché egli è invisibile. Ma più pensate a lui, più diverrà reale per voi. Solo allora potrete
stringere un’autentica e affettuosa relazione con lui, perché egli sarà reale per voi.
Il vostro desiderio di meditare spesso sulle vie di Geova e sul suo modo di agire dipenderà dalla
frequenza con cui lo ascoltate. Lo ascoltate leggendo e studiando regolarmente la sua Parola, la Bibbia. Il
salmista definisce felice l’uomo il cui “diletto è nella legge di Geova, e lègge sottovoce nella sua legge
giorno e notte”. — Salmo 1:1, 2.
Un altro fattore importante è la preghiera. Per questo la Bibbia ci esorta più volte a pregare: “in ogni
occasione”, ‘dedicando tempo alla preghiera’, ‘essendo costanti nella preghiera’ e ‘pregando
incessantemente’. (Efesini 6:18; 1 Corinti 7:5; Romani 12:12; 1 Tessalonicesi 5:17) Se pregheremo
Geova incessantemente, proveremo affetto per lui, e l’assicurazione che egli ci ascolta ci farà sentire
vicini a lui. Questo fu confermato dal salmista che dichiarò: “Io in effetti amo, perché Geova ode la mia
voce, le mie suppliche. Poiché mi ha teso il suo orecchio, e per tutti i miei giorni invocherò”. — Salmo
116:1, 2.
Imitiamo l’Iddio di amore
Geova è buono con noi. Essendo il Creatore dell’universo, ha certamente molte cose a cui pensare e
badare. Eppure la Bibbia ci dice che, con tutta la sua maestà, egli ha ugualmente cura delle sue creature
umane. Ci ama. (1 Pietro 5:6, 7) Il salmista lo conferma dicendo: “O Geova nostro Signore, com’è
maestoso il tuo nome in tutta la terra, tu, la cui dignità si narra al di sopra dei cieli! Quando vedo i tuoi
cieli, le opere delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai preparato, che cos’è l’uomo mortale che tu ti
ricordi di lui, e il figlio dell’uomo terreno che tu ne abbia cura?” — Salmo 8:1, 3, 4.
In che modo Geova si è ricordato dell’uomo mortale? La Bibbia risponde: “Da questo l’amore di Dio fu
reso manifesto nel nostro caso, perché Dio mandò il suo unigenito Figlio nel mondo affinché ottenessimo
la vita per mezzo di lui. L’amore è in questo, non che noi abbiamo amato Dio, ma che lui amò noi e
mandò il Figlio suo come sacrificio propiziatorio per i nostri peccati”. — 1 Giovanni 4:9, 10.
Perché questo sacrificio propiziatorio è la più grande prova dell’amore di Dio? Consideriamo ciò che
accadde nel giardino di Eden. Adamo ed Eva dovevano scegliere se sottomettersi alla legge di Geova
con la prospettiva di vivere per sempre o se ribellarsi a Geova e di conseguenza morire. Decisero di
ribellarsi. (Genesi 3:1-6) Così facendo condannarono a morte anche tutto il genere umano. (Romani 5:12)
Con presunzione ci privarono della possibilità di decidere per conto nostro. Nessuno di noi ebbe voce in
capitolo.
Tuttavia Geova si è amorevolmente ricordato dell’uomo mortale, riconoscendone la difficile situazione.
Mediante la morte sacrificale di suo Figlio, Gesù Cristo, Geova ha provveduto la base legale perché
ognuno di noi possa scegliere personalmente la vita o la morte, l’ubbidienza o la ribellione. (Giovanni
3:16) È come se Geova ci avesse dato l’opportunità di comparire in tribunale per dire la nostra,
l’opportunità di ritornare per così dire nell’Eden e prendere la nostra propria decisione. Questa è stata in
assoluto la più grande espressione di amore.
Immaginate il dolore che dovette provare Geova vedendo insultare, torturare e mettere al palo il suo
primogenito come un criminale. E Dio sopportò tutto questo per noi. Sapere che è stato Geova a
prendere l’iniziativa amandoci per primo dovrebbe suscitare in noi amore per lui e spingerci a cercarlo.
(Giacomo 1:17; 1 Giovanni 4:19) La Bibbia ci invita a ‘ricercare Geova e la sua forza, a cercare di
continuo la sua faccia e a ricordare le meravigliose opere che ha compiuto, i suoi miracoli e le decisioni
giudiziarie della sua bocca’. — Salmo 105:4, 5.
Provare attaccamento per Dio e stringere un’amorevole relazione con lui, essere suoi amici, non è una
meta irraggiungibile. È una cosa possibile. È vero che l’amore per Dio non può essere esattamente
equiparato ai rapporti che intercorrono fra esseri umani. L’amore che si prova per il coniuge, per i genitori,
per i fratelli, per i figli o per gli amici è diverso dall’amore che si prova per Dio. (Matteo 10:37; 19:29)
Nell’amore per Geova entrano in gioco la devozione, l’adorazione e la dedicazione senza riserve a lui.
(Deuteronomio 4:24) Nessun’altra relazione ha implicazioni di questo tipo. Tuttavia possiamo nutrire per
Dio forti e profondi sentimenti, con riverenza e rispettoso timore. — Salmo 89:7.
Benché imperfetti, anche voi, come Caino e Abele avete la capacità potenziale di amare il vostro
Creatore. Caino fece la sua scelta: si unì a Satana e divenne il primo assassino umano. (1 Giovanni 3:12)
Abele, invece, sarà ricordato da Geova come un giusto, un uomo di fede, e sarà ricompensato con la vita
nel futuro Paradiso. — Ebrei 11:4.
Anche voi dovete scegliere. Con l’aiuto dello spirito di Dio e della sua Parola potete veramente amare Dio
‘con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza vitale’. (Deuteronomio 6:5) Geova, da parte sua,
continuerà ad amarvi, perché è “il rimuneratore di quelli che premurosamente lo cercano”. — Ebrei 11:6.
[Figura a pagina 7]
Il sacrificio di Abele fu accetto a Dio
Abiatar — Tema: La slealtà può vanificare anni di fedele servizio ISAIA 24:16

it-1 25-7 Abiatar


ABIATAR
(Abiatàr) [padre di eccellenza; padre di più che abbastanza (sovrabbondanza)].
Figlio del sommo sacerdote Ahimelec, della tribù di Levi e della famiglia di Eli. (1Sa 14:3; 22:11; 23:6)
Visse durante i regni di Saul, Davide e Salomone, e divenne sommo sacerdote durante il regno di
Davide. Ebbe due figli, Gionatan e Ahimelec (lo stesso nome del padre di Abiatar). — 2Sa 15:27, 36;
8:17.
Abiatar viveva a Nob, “la città dei sacerdoti”, poco distante da Gerusalemme, quando Saul fece trucidare
da Doeg l’edomita il sommo sacerdote, padre di Abiatar, e altri sacerdoti (85 in tutto), perché supponeva
sostenessero Davide. Doeg abbatté con la spada anche tutti gli altri abitanti della città. Unico scampato,
Abiatar si rifugiò presso Davide, fuggitivo lui stesso, evidentemente a Cheila, parecchi chilometri a SO.
Davide, pensando di essere in qualche modo responsabile della tragedia, disse ad Abiatar: “Ben sapevo
quel giorno, perché c’era Doeg l’edomita, che immancabilmente lo avrebbe riferito a Saul. Da parte mia,
ho fatto torto a ogni anima della casa di tuo padre. Dimora con me. Non aver timore, poiché chiunque
cerca la mia anima cerca la tua anima, poiché tu hai bisogno di protezione con me”. — 1Sa 22:12-23;
23:6.
Abiatar rimase dunque con Davide per il resto della sua clandestinità e prestò servizio come sacerdote
per l’esercito di Davide. In 1 Samuele 23:6 è menzionato che Abiatar aveva portato con sé un efod e,
mentre i sacerdoti in genere portavano un efod di lino (1Sa 22:18), i versetti 9-12 del capitolo 23 di 1
Samuele indicano che questo a quanto pare era l’efod del sommo sacerdote, padre di Abiatar, con gli
Urim e i Tummim.
Durante il regno di Davide e di Salomone. Sembra che quando finalmente Davide salì al trono, Abiatar
fu nominato sommo sacerdote. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che, dopo la morte del sommo
sacerdote Ahimelec, il re Saul abbia fatto insediare Zadoc come sommo sacerdote al posto di Ahimelec,
non riconoscendo perciò Abiatar, che si trovava con Davide, futuro successore di Saul. Essi sostengono
che, dopo la sua ascesa al trono, Davide abbia fatto di Abiatar un sommo sacerdote associato a Zadoc.
Tale opinione è evidentemente dovuta al fatto che Zadoc e Abiatar vengono abitualmente menzionati
insieme come se avessero la stessa alta posizione sacerdotale. (2Sa 15:29, 35; 17:15; 19:11; 20:25; 1Re
1:7, 8, 25, 26; 4:4; 1Cr 15:11) Comunque la narrazione ispirata non menziona mai alcuna nomina di
Zadoc a sommo sacerdote sotto il re Saul. Può darsi che l’importanza di Zadoc sia dovuta al fatto che era
un veggente o profeta, come il profeta Samuele che, nella Parola di Dio, è menzionato più spesso del
sommo sacerdote del suo tempo. (2Sa 15:27) Risulta che Abiatar fu l’unico sommo sacerdote durante il
regno di Davide e che Zadoc allora occupava una posizione secondaria rispetto alla sua. — 1Re 2:27,
35; Mr 2:26.
Il testo di 2 Samuele 8:17 ha provocato qualche incertezza al riguardo, poiché dice che “Zadoc figlio di
Ahitub e Ahimelec figlio di Abiatar erano sacerdoti” in quel tempo, ma non menziona Abiatar come
sommo sacerdote. Alcuni avanzano l’ipotesi che i nomi di Ahimelec e Abiatar siano stati invertiti per
errore da uno scriba e che il versetto debba leggersi “Abiatar figlio di Ahimelec”, come nella Pescitta
siriaca. Tuttavia 1 Cronache (18:16; 24:3, 6, 31) conferma l’ordine dei nomi in questo versetto come si
trovano nel testo masoretico. Sembra dunque più probabile che Zadoc e Ahimelec siano menzionati
semplicemente come sacerdoti secondari sotto il sommo sacerdote Abiatar, e che in questo caso la
posizione di Abiatar sia da ritenersi sottintesa. — 1Cr 16:37-40; cfr. Nu 3:32.
Abiatar, insieme ad altri sacerdoti, ebbe il privilegio di portare l’arca di Geova dalla casa di Obed-Edom
fino a Gerusalemme. (2Sa 6:12; 1Cr 15:11, 12) Oltre a essere sommo sacerdote faceva anche parte del
gruppo dei consiglieri di Davide. — 1Cr 27:33, 34.
Verso la fine del regno di Davide suo padre, Absalom ordì una congiura contro di lui. Ancora una volta
Abiatar rimase con Davide quando le circostanze costrinsero il re a fuggire da Gerusalemme. Per
frustrare i consigli del traditore Ahitofel, precedente consigliere di Davide, i leali sacerdoti Abiatar e Zadoc
furono rimandati a Gerusalemme perché servissero da informatori e tenessero Davide al corrente dei
piani del figlio ribelle. (2Sa 15:24-36; 17:15) Dopo la morte di Absalom, Abiatar e Zadoc fecero da
intermediari per preparare il ritorno di Davide nella capitale. — 2Sa 19:11-14.
Data la sua fedeltà nel sopportare molte avversità insieme a Davide mentre fuggiva da Saul e di nuovo
durante la ribellione di Absalom, e tenuto conto che aveva goduto per una quarantina d’anni della fiducia,
dell’amicizia e del favore di Davide, è sorprendente vedere Abiatar unirsi a un altro figlio di Davide,
Adonia, in una successiva congiura per usurpare il trono. Il complotto fallì benché avesse anche il
sostegno di Gioab, capo dell’esercito, e Salomone fu unto re per ordine di Davide dal leale sacerdote
Zadoc. (1Re 1:7, 32-40) Il figlio di Abiatar, Gionatan, che aveva in precedenza prestato servizio come
staffetta per informare Davide durante l’insurrezione di Absalom, ora andò ad avvertire Adonia che il
complotto era fallito. Il re Salomone non prese alcun provvedimento immediato contro Abiatar, ma
quando fu evidente che il complotto covava ancora, ordinò che Adonia e Gioab fossero messi a morte e
bandì il sacerdote Abiatar da Gerusalemme, dicendo: “Va ad Anatot ai tuoi campi! Poiché meriti la morte;
ma in questo giorno non ti metterò a morte, perché portasti l’arca del Sovrano Signore Geova davanti a
Davide mio padre, e perché soffristi afflizione in tutto il tempo che mio padre soffrì afflizione”. (1Re 2:26)
Zadoc fu poi incaricato di sostituire Abiatar nelle sue mansioni sacerdotali, e così la carica di sommo
sacerdote tornò alla famiglia di Eleazaro figlio di Aaronne, e la famiglia sacerdotale della casa di Eli
giunse alla sua fine completa, adempiendo la profezia di 1 Samuele 2:31. — 1Re 2:27; 1Sa 3:12-14.
Anche se in seguito, in 1 Re 4:4, vengono menzionati di nuovo “Zadoc e Abiatar” come sacerdoti sotto il
regno di Salomone, è probabile che Abiatar fosse incluso solo a titolo onorifico o in senso storico. Alcuni
studiosi ipotizzano che Salomone, dopo aver retrocesso Abiatar, lo abbia incaricato poi di fare le veci di
Zadoc, e che, mentre uno officiava sul monte Sion, dove si trovava l’Arca, l’altro prestava servizio presso
il tabernacolo, che rimase a Gabaon fino alla costruzione del tempio. (Vedi 1Cr 16:37-40). Tuttavia 1 Re
2:26 spiega che Salomone mandò Abiatar nei suoi campi ad Anatot e, anche se Anatot non era lontano
da Gabaon, l’ordine di Salomone indica che Abiatar era stato completamente allontanato dal sacerdozio.
In Marco 2:26 secondo quasi tutte le traduzioni Gesù avrebbe detto che Davide entrò nella casa di Dio e
mangiò il pane di presentazione “al tempo del sommo sacerdote Abiatar”. Dato che l’episodio ebbe luogo
durante il sacerdozio di Ahimelec, padre di Abiatar, tale traduzione sarebbe inesatta dal punto di vista
storico. Si noti che alcuni antichi manoscritti omettono la suddetta frase, e questa non si trova nei
corrispondenti passi di Matteo 12:4 e Luca 6:4. Tuttavia una simile costruzione greca ricorre in Marco
12:26 e Luca 20:37, e qui molte traduzioni usano l’espressione “nel passo del”. (Ga, Ri, VR) Sembra
dunque che Marco 2:26 consenta giustamente la versione della Traduzione del Nuovo Mondo, dove si
legge: “Come entrò nella casa di Dio, secondo il racconto relativo ad Abiatar, capo sacerdote”. Poiché il
resoconto delle prime imprese di Abiatar inizia subito dopo quello di Davide che entrò nella casa di Dio
per mangiare il pane di presentazione, e poiché in seguito Abiatar, sotto il regno di Davide, divenne
sommo sacerdote d’Israele, questa traduzione rispetta l’accuratezza storica della narrazione.

w92 15/9 14-15 Lo spirito di Geova guida il suo popolo


8 Per trarre beneficio dallo spirito di Dio dobbiamo essere disposti a seguirne la guida come lo fu Davide.
Egli pregò dicendo: “Insegnami a fare la tua volontà, poiché tu sei il mio Dio. Il tuo spirito è buono; mi
conduca nel paese della rettitudine”. (Salmo 143:10) Davide, che era stato dichiarato fuorilegge dal re
israelita Saul, voleva che lo spirito di Dio lo guidasse per essere certo di agire con rettitudine. A suo
tempo Abiatar venne con un efod sacerdotale che si usava per conoscere qual era la volontà di Dio. In
qualità di rappresentante sacerdotale di Dio, Abiatar indicò a Davide la via da seguire per piacere a
Geova. (1 Samuele 22:17–23:12; 30:6-8) Come Davide, anche Gesù si fece guidare dallo spirito di
Geova, e altrettanto può dirsi degli unti seguaci di Cristo come classe. Nel periodo 1918-19, erano
considerati dei reietti dalla società umana e i loro nemici religiosi pensavano di poterli annientare. Gli unti
pregarono per trovare una via d’uscita dalla loro condizione di inattività, e nel 1919 Dio esaudì le loro
preghiere, li liberò e li rese di nuovo attivi nel suo servizio. (Salmo 143:7-9) Di sicuro in quella circostanza
lo spirito di Geova aiutò e guidò il suo popolo come fa tuttora.

w78 1/9 31 Perché i diplomati di Galaad sono teneramente amati?


I due insegnanti di Galaad fecero poi qualche commento di addio. K. A. Adams fece notare le ottime
lezioni che si possono imparare dal racconto sul primo missionario menzionato nella Bibbia, Giona, e
anche sulla vita dell’apostolo Paolo, il missionario che viaggiò di più. U. V. Glass mise in risalto la qualità
della lealtà, osservando che aveva ammirato questa qualità nella classe. Richiamò quindi l’attenzione sul
sacerdote Abiatar il quale, dopo quasi un’intera vita di leale servizio, divenne sleale sostenendo Adonia,
figlio del re Davide, nel suo tentativo di impossessarsi del regno. C’è dunque bisogno d’essere leali,
ribadì Glass.

w78 1/12 12 Il libro di Primo Re: Documento di gloria e disonore


UNZIONE E REGNO DI SALOMONE
Il pronto intervento del profeta Natan sventa il complotto di Adonia. Quindi, mentre Adonia e i suoi
sostenitori festeggiano, è unto re Salomone figlio di Davide. Gli abitanti di Gerusalemme si abbandonano
a una tale allegrezza che se ne può udire il suono nel luogo dove Adonia e i suoi sostenitori banchettano.
Quando Gionatan figlio di Abiatar li informa di cosa significa il rumore in città, tutti si disperdono per la
paura e Adonia si rifugia nel santuario. Lì afferra i corni dell’altare degli olocausti e rifiuta di andarsene fin
quando Salomone non gli promette sotto giuramento di non ucciderlo. Salomone acconsente a lasciare
Adonia in vita, purché non divenga un malvagio cospiratore.
Poco prima di morire, Davide consiglia a Salomone di rimanere fedele a Geova Dio e di agire contro
Gioab e Simei. Dopo la morte di Davide, Adonia, probabilmente istigato da Gioab e Abiatar, prega
Betsabea di chiedere a suo figlio Salomone di dargli in moglie la bella Abisag. Salomone interpreta la
cosa come un tentativo di usurpare il trono e, perciò, comanda di mettere a morte Adonia e Gioab.
Tenendo conto del fatto che il sacerdote Abiatar aveva sofferto insieme a suo padre Davide, Salomone
non lo fa giustiziare ma lo priva della carica sacerdotale. In seguito, quando Simei trasgredisce le
restrizioni imposte sulla sua attività, viene giustiziato. Liberando così il reame dalla pericolosa influenza di
Adonia, Gioab, Abiatar e Simei, Salomone rende stabile il suo regno.
w70 1/6 345-8 Rafforziamoci in Geova
Rafforziamoci in Geova
DOPO aver visitato la sua paziente, una missionaria della Società Torre di Guardia, il chirurgo alzò
lentamente gli occhi. Aveva un’espressione grave. Con tono gentile, ma serio, la informò che non appena
possibile doveva sottoporsi a un grave intervento chirurgico.
“Non c’è alternativa”, dichiarò. In seguito, alla presenza di suo marito, il chirurgo acconsentì a non usare
sangue né frazioni di sangue. Perciò, la coppia decise di far eseguire l’operazione. — Atti 15:20.
La suddetta esperienza non è nulla di nuovo né di insolito per i membri della famiglia umana. Anche quelli
che hanno fedelmente servito Dio sono ancora soggetti al peccato e alla morte ereditati da Adamo.
Inoltre, come spiega la Bibbia, “Il tempo e l’avvenimento imprevisto capitano a tutti loro”. (Eccl. 9:11) Sì,
possiamo tutti aspettarci di avere ogni tanto delle prove nella nostra vita.
Quelli che servono Geova Dio sono molte volte messi alla prova da Satana e dalla sua organizzazione
nel tentativo di infrangere la loro integrità a Geova. Può essere esercitata grande pressione, spesso
all’improvviso, per indurre a cedere e disubbidire in qualche modo a Dio. La prova può essere la forte
attrattiva di provare il piacere del peccato. O ci può essere brutale persecuzione nel tentativo di indurre a
commettere un atto di slealtà verso Dio. — 1 Piet. 5:8.
Trovandovi improvvisamente di fronte a una grave prova, potete sentirvi quasi sopraffatti. Potete sentirvi
inclini a cedere allo scoraggiamento. In tale tempo è appropriato rammentare come altri servitori di Dio
hanno resistito nelle prove. (1 Piet. 5:9) La Bibbia mostra ciò che fecero per mantenersi spiritualmente
forti.
Ci fu, per esempio, l’occasione in cui il fuggiasco Davide e i suoi uomini tornarono al loro luogo in Ziclag.
Che scena di desolazione si presentò ai loro occhi! Una banda di predoni amalechiti aveva fatto
un’incursione e saccheggiato la città. La Bibbia dice:
“Quando Davide venne coi suoi uomini nella città, ebbene, ecco, era bruciata col fuoco, e, in quanto alle
loro mogli e ai loro figli e alle loro figlie, erano stati portati via prigionieri. E Davide e il popolo che era con
lui alzarono la loro voce e piangevano, finché non ci fu in loro più potenza per piangere. . . . E Davide fu
in grande angustia, perché il popolo disse di lapidarlo; poiché l’anima di tutto il popolo era divenuta amara
. . . Davide si rafforzò dunque mediante Geova suo Dio”. — 1 Sam. 30:3-6.
COME RAFFORZARCI IN GEOVA
Come possiamo rafforzarci in Geova? Il resto del racconto inerente all’esperienza di Davide ci aiuterà a
capire quello che occorre per ricevere forza da Geova in tempo di prova.
Dalla Parola di Dio sappiamo che Davide fu un fedele e leale servitore di Dio. Mediante lo studio e la
meditazione ottenne notevole conoscenza di Dio e di come Dio agiva con l’uomo. Questo è rivelato nei
suoi numerosi salmi biblici. Per esempio, Davide scrisse: “Ho ricordato i giorni di molto tempo fa; ho
meditato su tutta la tua attività; volontariamente mi preoccupai dell’opera delle tue proprie mani”. (Sal.
143:5) Davide faceva questo d’abitudine. Non aspettava di trovarsi in qualche situazione critica.
Nella sua triste situazione a Ziclag, Davide poté attingere pertanto a una riserva di conoscenza ed
esperienza riguardo a Dio e alle sue opere. Questo lo avrebbe incoraggiato e rafforzato. Come scrisse:
“In Dio ho confidato; non avrò timore. Che mi può fare la carne?” — Sal. 56:4; 31:1.
Senza dubbio Davide rammentò anche come Dio l’aveva meravigliosamente aiutato in precedenti
occasioni. Non gli aveva dato Dio la vittoria sul gigante Golia? Davide poté dire veramente: “Geova è la
mia luce e la mia salvezza. Di chi avrò timore? Geova è la fortezza della mia vita. Di chi avrò terrore?” —
Sal. 27:1.
Davide inoltre pregò. Fu un uomo di preghiera, e molte sue preghiere sono narrate nella Bibbia.
“Mostrami favore, o Geova, poiché sono in gravi difficoltà”, pregò una volta. (Sal. 31:9) Tali espressioni
furono senza dubbio incluse nelle preghiere che pronunciò nella sua angustia a Ziclag.
Pure interessante è notare che Davide non si considerò qualcuno di speciale che avesse una privata
linea di comunicazione con Dio. Riconobbe che Dio aveva disposto si comunicasse con lui per mezzo del
sacerdozio aaronnico. Perciò si valse di questa disposizione. Il racconto biblico spiega:
“Per cui Davide disse ad Abiatar il sacerdote, figlio di Ahimelec: ‘Accostami l’efod, ti prego’. E Abiatar
venne ad accostare l’efod a Davide. E Davide interrogava Geova, dicendo: ‘Inseguirò questa banda di
predoni? Li raggiungerò?’ A ciò egli disse: ‘Va all’inseguimento, poiché senza fallo li raggiungerai, e
senza fallo farai una liberazione’”. — 1 Sam. 30:7, 8.
Davide agì. “Davide si mise prontamente in cammino, egli e i seicento uomini che erano con lui”. Sì,
Davide non tardò o non indugiò a seguire le istruzioni di Geova. Una volta conosciute quali erano le
eseguì prontamente. Come risultato, trasformò questo disastro in vittoria. Riprese tutti coloro che erano
stati portati via e i beni di cui erano stati depredati. — 1 Sam. 30:9, 18-20.
COME OTTENERE FORZA OGGI
Il racconto concernente Davide a Ziclag è conservato nella Parola di Dio non solo come interessante
aspetto storico della sua vita. Piuttosto, è stato preservato per “nostra istruzione, affinché per mezzo della
nostra perseveranza e per mezzo del conforto delle Scritture avessimo speranza”. (Rom. 15:4) Lo stesso
Dio che rafforzò Davide provvede forza e perseveranza anche a noi che oggi ci sforziamo di servirlo
fedelmente. Mediante il suo spirito ci infonde potenza oltre la nostra normale capacità perché adempiamo
la sua volontà e l’incarico che ci ha affidato, perché facciamo fronte a circostanze impreviste e vinciamo
la persecuzione. — 2 Cor. 4:7.
Forse avete già cominciato a seguire le orme di Gesù Cristo, predicando la buona notizia del regno di Dio
com’egli fece. (Luca 4:43; Matt. 28:19, 20) Rammentate la prova che affrontaste quando comprendeste
per la prima volta, dopo aver studiato la Bibbia coi testimoni di Geova, che la pura adorazione di Geova
comportava il far visite alle persone di casa in casa col messaggio del Regno? (Atti 5:42; 20:20) Il
comando divino di predicare è stato per molti una vera prova della fede.
Comunque, mentre la vostra conoscenza e il vostro intendimento di Dio e dei suoi propositi
aumentavano, cominciò a crescere in voi la forza di compiere la sua volontà. E mediante fervida
preghiera, insieme all’amorevole incoraggiamento e all’assistenza di quelli che fanno parte della visibile
organizzazione di Geova, siete riuscito a superare questa prova. Guardando ora indietro forse ammettete
francamente che è stata la forza datavi da Dio ad aiutarvi a partecipare all’opera di predicazione. Sapete
che le parole della Bibbia sono vere: “Dio è colui che, per amore del suo beneplacito, agisce in voi onde
vogliate e agiate”. (Filip. 2:13) Questa iniziale esperienza d’ottenere forza da Dio per compiere la sua
volontà quanto vi ha rafforzato per affrontare e sormontare sin d’allora altre prove!
L’ORGANIZZAZIONE DI DIO ESSENZIALE PER RAFFORZARE
Nel caso di Davide, egli fu strettamente associato all’organizzazione di Geova, e nel tempo della prova
questa associazione fu molto utile e fortificante. Abiatar, sacerdote di Geova, diede a Davide istruzioni
divinamente ispirate sulla linea di condotta da seguire. Similmente, un angelo della celeste
organizzazione di Geova diede forza a Gesù per affrontare le prove della sua integrità. (Luca 22:43) E i
fratelli cristiani della congregazione di Roma diedero all’apostolo Paolo incoraggiamento e forza proprio
quando ne ebbe bisogno. (Atti 28:14, 15) Che eccellente ammonimento è contenuto oggi per noi in
queste esperienze! Dobbiamo stare vicini alla visibile organizzazione di Geova! Lì riceviamo la forza e
l’incoraggiamento necessari.
Nel nostro tempo Geova ha progressivamente rivelato la sua volontà per mezzo della sua organizzazione
dello “schiavo fedele e discreto”. (Matt. 24:45-47) Per mezzo di tale organizzazione siamo preparati ad
affrontare con successo le prove e a mantenere la nostra integrità verso Dio. Per esempio, questo fedele
corpo insegnante ha reso chiaro il punto di vista biblico della santità della vita e del sangue e che l’uso
del sangue nei sacrifici è il solo uso d’esso approvato da Dio. (Lev. 17:11-14; Atti 15:20, 29) Questa
conoscenza della volontà di Dio è stata fonte di forza per quei servitori di Dio i quali sono stati oggetto di
pressione affinché accettassero la trasfusione di sangue. Anche l’incoraggiamento di altri servitori di Dio
è stato un importante aiuto per mantenere l’integrità in tali circostanze. Ma anche se ci dovesse capitare
un incidente e perdessimo molto sangue, trovandoci forse isolati da altri servitori di Dio, non siamo mai
isolati da Dio. Possiamo invocarlo per avere forza con la certezza d’ottenerla. — Sal. 120:1; 121:1-8.
L’organizzazione di Dio è pure servita a rafforzare il suo popolo perché adempisse l’incarico di predicare
la buona notizia del Regno sino ai confini della terra. (Matt. 24:14) Naturalmente, siamo stati preavvertiti
che “tutti quelli che desiderano vivere in santa devozione riguardo a Cristo Gesù saranno anche
perseguitati”. (2 Tim. 3:12) E questa persecuzione è venuta. È venuta non a causa di disubbidienza a
Dio, ma, piuttosto, perché i moderni servitori di Geova continuano a seguire l’esempio di Gesù di
predicare il messaggio del Regno e si tengono separati dal mondo. — Giov. 17:16.
Considerate la persecuzione dei testimoni di Geova in Malawi, Zambia, Cuba, Repubblica Araba Unita, e
in molti altri Paesi. Non sono stati sopraffatti dagli sforzi di Satana di sopprimere in quelle nazioni la vera
religione. Piuttosto, Dio ha dato loro potenza oltre ciò che è normale così che, come dichiarò l’apostolo
Paolo, siano completamente vittoriosi. (Rom. 8:35-37) Leggete i resoconti nell’Annuario dei Testimoni di
Geova del 1969 (inglese) sui suddetti Paesi, e vedrete che è così. La morte stessa è stata
coraggiosamente affrontata mediante la forza della speranza della risurrezione. — Giov. 5:28, 29.
Un mezzo con cui l’organizzazione di Dio rafforzò i cristiani nel primo secolo fu quello di mandare uomini
fedeli a istruire e incoraggiare i discepoli nelle loro congregazioni sparse. Paolo e Barnaba furono due di
questi servitori viaggianti. In un’occasione questi uomini tornarono a visitare i fratelli a Listra, Iconio e
Antiochia di Pisidia, dove s’era scatenata la violenza della turba. La Bibbia dice: “Tornarono a Listra e a
Iconio e ad Antiochia, rafforzando l’animo dei discepoli, incoraggiandoli a rimanere nella fede e dicendo:
‘Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni’”. — Atti 14:21, 22.
Questa visita di Paolo e di altri fedeli servitori effettivamente rafforzò i discepoli perché rimanessero fermi.
Oggi l’organizzazione dei testimoni di Geova riceve lo stesso servizio. Uomini fedeli, mandati dal corpo
direttivo dello “schiavo fedele e discreto”, visitano continuamente le congregazioni dei testimoni di Geova
in tutta la terra per incoraggiarli a mantenere leale perseveranza nel servizio di Geova. Come li rafforza
questo provvedimento!
Ora siamo proprio alla soglia del nuovo sistema di cose. La distruzione di questo sistema di cose è
imminente. (2 Piet. 3:7-13; 1 Giov. 2:15-17) Satana il Diavolo sta per lanciare ai servitori di Dio il suo
attacco a oltranza. Abbiamo paura? Ci rafforziamo per resistere alle prove che verranno? Con le parole di
Paolo, diciamo intrepidamente: “Per ogni cosa ho forza in virtù di colui che m’impartisce potenza”. —
Filip. 4:13.
Noi continueremo il nostro studio personale della Parola di Dio, e frequenteremo le adunanze di
congregazione. Senza posa pregheremo Geova per avere guida e forza, e ci sforzeremo vigorosamente
di compiere la sua volontà. Dio ha promesso: “Non ti lascerò affatto né in alcun modo ti abbandonerò”.
Noi crediamo a questo con tutto il cuore, e diciamo fermamente: “Geova è il mio soccorritore; non avrò
timore. Che cosa mi può fare l’uomo?” (Ebr. 13:5, 6) Sì, possiamo sopportare le prove avvenire nella
forza che viene da Dio!
Abigail — Tema: Qualità che onorano Geova ROMANI 12:13

it-1 28-9 Abigail


ABIGAIL
(Abigàil) [(mio) padre si è rallegrato].
1. Una delle mogli di Davide. Originaria della città di Carmelo, era stata moglie del ricco Nabal della vicina
Maon, località al limite del deserto di Giuda, a O del Mar Morto. (1Sa 25:2, 3; Gsè 15:20, 55) Abigail era
“buona per discrezione e bella di forme”, mentre il primo marito, il cui nome significa “insensato” o
“stupido”, era “aspro e cattivo nelle sue pratiche”.
Dopo la morte del profeta Samuele, Davide e i suoi uomini si trasferirono nella zona dove pascolavano i
greggi del marito di Abigail. Gli uomini di Davide furono quindi, giorno e notte, come un “muro” protettivo
intorno ai pastori e ai greggi di Nabal. Quando giunse il tempo della tosatura, Davide mandò alcuni
giovani a Carmelo per ricordare a Nabal i servigi resigli e chiedergli del cibo. (1Sa 25:4-8, 15, 16) Ma
l’avaro Nabal li sgridò aspramente e insultò Davide come se fosse stato un buono a nulla, e tutti loro quali
presunti schiavi fuggitivi. (1Sa 25:9-11, 14) Questo fece infuriare Davide al punto che cinse la spada e
alla testa di circa 400 uomini si diresse verso Carmelo per sterminare Nabal e i suoi uomini. — 1Sa
25:12, 13, 21, 22.
Abigail, avvertita dell’incidente da un servitore preoccupato, mostrò la sua perspicacia raccogliendo
immediatamente una gran quantità di cibo e di grano che affidò ai servitori che la precedevano, proprio
come aveva fatto Giacobbe prima di incontrare Esaù. (1Sa 25:14-19; Ge 32:13-20) Senza dir nulla al
marito, cavalcò incontro a Davide e, con una lunga e fervida supplica, che rivelava saggezza e logica
oltre a rispetto e umiltà, convinse Davide che le parole insensate del marito non giustificavano l’ingiusto
spargimento di sangue né la mancanza di fiducia che Geova stesso avrebbe risolto la cosa nel modo
giusto. (1Sa 25:14-20, 23-31) Davide ringraziò Dio per il buon senso e l’azione tempestiva della donna.
— 1Sa 25:32-35; cfr. Pr 25:21, 22; 15:1, 2.
Tornata a casa, Abigail attese che il marito smaltisse una sbornia e poi lo informò di ciò che aveva fatto.
Allora “il suo cuore divenne morto dentro di lui, ed egli stesso divenne come una pietra”, e dieci giorni
dopo Geova lo fece spirare. Quando lo venne a sapere, Davide fece una proposta di matrimonio ad
Abigail, che non esitò ad accettarla. Essa condivise l’affetto di Davide con Ahinoam, un’izreelita che
Davide aveva precedentemente sposato. La prima moglie di Davide, Mical, era già stata data dal padre
Saul a un altro uomo. — 1Sa 25:36-44.
Abigail rimase con Davide a Gat al limite occidentale della Sefela e poi a Ziclag nel Negheb
nordoccidentale. In assenza di Davide una banda di predoni amalechiti provenienti da S incendiò Ziclag e
portò via tutte le donne e i bambini, incluse Abigail e Ahinoam. Avendogli Geova assicurato il successo,
Davide li inseguì alla testa dei suoi uomini e, con un attacco di sorpresa, sgominò gli amalechiti, liberò i
prigionieri e ricuperò il bottino. — 1Sa 30:1-19.
Tornato a Ziclag, tre giorni più tardi ebbe la notizia della morte di Saul. (2Sa 1:1, 2) Abigail accompagnò il
marito a Ebron di Giuda, dove Davide fu per la prima volta unto re. Qui diede alla luce un figlio, Chileab
(2Sa 3:3), chiamato anche Daniele in 1 Cronache 3:1. A Ebron il numero delle mogli di Davide salì a sei,
e né Abigail né suo figlio sono più menzionati. — 2Sa 3:2-5.

w80 1/9 19-20 Scegliamo il miglior modo di vivere


Protetti contro la colpa del sangue
13 Un episodio in cui Dio custodì e protesse Davide dai suoi stessi ragionamenti e impulsi imperfetti è
narrato in I Samuele capitolo 25. Quando Davide viveva come un fuorilegge, braccato dal re Saul che
voleva ucciderlo, Davide e i suoi uomini aiutavano e proteggevano gli israeliti ogni volta che ne avevano
l’opportunità. Uno di quelli che aiutarono fu un israelita molto ricco di nome Nabal. Una volta che Davide
e i suoi uomini erano accampati nelle vicinanze dei pastori e delle greggi di Nabal, gli uomini di Davide
furono per loro come un muro di protezione contro i predoni, e non chiesero né presero nulla in cambio.
In seguito, quando gli uomini di Davide erano a corto di provviste, Davide chiese gentilmente a Nabal,
come a un fratello israelita, di aiutarlo dandogli del cibo. Invece di manifestare la gratitudine e l’altruismo
prescritti dalla legge mosaica, Nabal gridò impropèri e insulti agli uomini di Davide.
14 Quest’azione malvagia e ingrata fece così infuriare Davide che con 400 uomini si accinse a sfogare la
sua vendetta contro Nabal e la sua famiglia. Ma Abigail, moglie di Nabal, sapendo dell’indegna condotta
del marito, si affrettò a raggiungere Davide portandogli in dono molte cibarie. Supplicò Davide in base alla
sua relazione con Geova di non vendicarsi come intendeva fare: “Non ti sia questo causa di esitazione né
pietra d’inciampo al cuore del mio signore, con lo spargimento di sangue senza causa e facendo venire la
stessa mano del mio signore alla sua salvezza”. Davide, rientrando in sé, rispose: “Benedetto sia Geova
l’Iddio d’Israele, che ti ha mandata in questo giorno incontro a me! E benedetto il tuo senno, e benedetta
tu che mi hai trattenuto dall’entrare in questo giorno nella colpa del sangue e dal far venire la mia propria
mano alla mia salvezza”. — I Sam. 25:31-33.
15 Davide, da un punto di vista umano, si era sentito giustificato nell’accingersi a ripagare Nabal per la
sua nefandezza. In tal modo però si sarebbe fatto vendetta da solo, e sarebbe incorso nella colpa del
sangue uccidendo innocenti familiari di Nabal. Che cosa lo salvò? Geova Dio osservava, e lo protesse da
quel terribile peccato.
16 Da questo esempio vediamo che non possiamo fare affidamento su noi stessi per continuare nella
condotta che porta alla salvezza, ma dobbiamo sempre rivolgerci a Dio, che ci protegge e ci dà una via
d’uscita. Questo dovrebbe infonderci grande fiducia e renderci anche molto umili.
17 Ma qualcuno potrebbe dire: ‘Quello era Davide, l’unto re di Geova, con cui Dio aveva fatto un patto per
il regno. Forse a noi non presterebbe tanta attenzione’. Possiamo davvero dire che Dio, dopo averci
acquistati col prezioso sangue di suo Figlio, non protegga altrettanto gelosamente la nostra vita? Certo
che la protegge. Come liberò Davide da un’azione avventata e calamitosa per mezzo di Abigail, così Dio
libererà senz’altro anche noi. Come spinse Abigail a salvare Davide, così può usare la sua Parola, la
Bibbia, o i suoi angeli o un altro cristiano o circostanze provvidenziali per impedirci di compiere una
stoltezza, sempre che abbiamo fede e continuiamo ad affidarci a lui con devozione e umiltà.
18 Com’è confortante e incoraggiante vedere le cose da questo punto di vista! Dio non dice: ‘Be’, ora sai
quel che devi fare, perciò arrangiati’. Al contrario, egli si interessa amorevolmente della nostra salvezza e
ci protegge attivamente finché continuiamo ad aver fede in lui e nel riscatto provveduto tramite suo Figlio.
Egli “conosce bene come siamo formati, ricordando che siamo polvere”, e sapendo che, con le nostre
sole forze, saremmo destinati a fallire, nonostante gli sforzi per attenerci alla giusta condotta sino alla
fine. — Sal. 103:10-14, 17, 18; confronta Salmo 38:4, 22; 40:12, 13; 130:3, 4.
19 Significa questo che essere fedeli nella vita praticamente non dipende da noi, che tutto dipende da
Dio? Niente affatto, come sarà chiarito in modo scritturale nell’articolo che segue.
[Figura a pagina 19]
Come Geova protesse Davide tramite Abigail dall’agire in maniera avventata e disastrosa, così senza
dubbio custodirà anche noi

w80 15/12 28-30 Abigail, una donna davvero giudiziosa


La Parola di Dio è vivente
Abigail, una donna davvero giudiziosa
NELLA persona di Abigail, la bellezza fisica o la discrezione trovavano un piacevole equilibrio. Questa
donna giudiziosa di Carmel divenne moglie di un ricco della vicina Maon. Il marito era un uomo brusco,
irragionevole, degno del nome “Nabal”, che significa “stolto” o “Insensato”. — I Sam. 25:2, 3, “Diodati”.
La saggezza di Abigail si può notare nel suo intervento decisivo in una situazione in cui fu implicato
Davide. La situazione era così grave che avrebbe potuto rendere Davide colpevole di spargimento di
sangue davanti a Dio e avrebbe potuto significare la morte di ogni uomo della casa di Nabal.
Nel periodo in cui fu dichiarato fuorilegge dal re Saul, Davide continuò ad aver cura degli interessi dei
suoi compagni israeliti. Per esempio, egli e i suoi uomini protessero i pastori e i greggi di Nabal da bande
di predoni. Per questo motivo Davide pensò che fosse giusto dare a Nabal l’opportunità di esprimere la
sua gratitudine per tutto ciò che era stato fatto a suo favore. Il tempo della tosatura delle pecore sarebbe
stato per Nabal l’occasione ideale per mostrare la sua riconoscenza. La tosatura era considerata quasi
alla stessa stregua della mietitura, ed era accompagnata da festeggiamenti. — I Sam. 25:4-8.
Quindi, dal deserto di Giuda, Davide inviò una delegazione di dieci uomini a Carmel, al confine del
deserto. Era lì che Nabal dirigeva la tosatura delle pecore. Invece di ricevere benignamente gli uomini,
Nabal si mise a inveire contro di loro. Venuto a conoscenza della sua accoglienza ostile, Davide, con
circa 400 dei suoi uomini, armati di spada, decise di uccidere Nabal e tutti gli uomini della sua casa. — I
Sam. 25:9-13.
I pastori di Nabal capirono che il modo spietato in cui il loro padrone aveva trattato gli uomini di Davide
non poteva che procurar loro guai. Ecco perché uno dei servitori raccontò l’accaduto ad Abigail.
Immediatamente la donna capì quale pericolo correvano tutti per colpa di Nabal. Sapendo che sarebbe
stato inutile cercare di far ragionare il marito, Abigail prese l’iniziativa per risolvere appropriatamente la
questione. Per lei, rispettare un giusto principio era più importante che far piacere a un uomo che aveva
mostrato disprezzo per la legge di Dio ripagando il bene col male. Dalle abbondanti scorte per il
banchetto del marito, Abigail prese duecento pani, due grosse giare di vino, cinque pecore preparate, uno
staio di grano arrostito, cento masse d’uva secca e duecento pani di fichi pressati. Caricato il tutto su
asini, i servi portarono la roba a Davide. Abigail li seguì. — I Sam. 25:14-19.
Incontrato Davide, la donna si inchinò e lo supplicò di non vendicarsi. La sua supplica si basava sui
seguenti punti: Nabal era uno stolto, un “uomo buono a nulla”. Quindi egli era disapprovato da Dio, per
cui Geova avrebbe agito contro di lui. Tramite queste spiegazioni, Davide era trattenuto da Geova
“dall’entrare nella colpa del sangue”. Abigail lo pregò quindi di accettare le provviste per i suoi uomini. — I
Sam. 25:23-27.
Poi, con piena fede nel fatto che Geova si serviva di Davide, Abigail proseguì dicendo: “Geova farà senza
fallo una casa durevole per il mio signore, perché il mio signore combatterà le guerre di Geova; e in
quanto alla malizia, non si troverà in te per tutti i tuoi giorni. Quando l’uomo si leva per inseguirti e per
cercare la tua anima, l’anima del mio signore sarà per certo avvolta nella borsa della vita presso Geova
tuo Dio; ma in quanto all’anima dei tuoi nemici, egli la frombolerà come dal cavo della fionda. E deve
accadere che, siccome Geova farà al mio signore il bene verso di te secondo tutto ciò che egli ha
proferito, per certo ti costituirà quale condottiero su Israele. E non ti sia questo causa di esitazione né
pietra d’inciampo al cuore del mio signore, con lo spargimento di sangue senza causa e facendo venire la
stessa mano del mio signore alla sua salvezza. E Geova per certo farà del bene al mio Signore, e tu ti
devi ricordare della tua schiava”. — I Sam. 25:28-31.
In base alla reputazione che Davide si era fatta come valente guerriero, Abigail riconobbe che era l’unto
di Geova. Le sue parole assunsero toni profetici, additando il giorno in cui vi sarebbe stata una casa
reale, una dinastia, di Davide. Abigail aveva fiducia che Geova lo avrebbe protetto, ne avrebbe custodito
la vita o anima come in una “borsa” in cui si avvolge qualcosa di valore. Ma questo si sarebbe avverato
solo se Davide non avesse cercato di procurarsi salvezza o liberazione con le sue stesse mani,
indipendentemente dall’aiuto di Dio. Davide reagì positivamente. — I Sam. 25:32-35.
Quando Abigail tornò a casa, trovò Nabal ubriaco. La mattina dopo, quando il marito era sobrio, Abigail
gli raccontò tutto. “Il suo cuore divenne morto dentro di lui”, evidentemente nel senso che, venendo a
conoscenza dell’intera situazione, gli prese un colpo. Circa dieci giorni dopo pare che Nabal avesse un
altro attacco di cuore, questa volta fatale. — I Sam. 25:36-38.
Dopo di ciò, Davide chiese ad Abigail di sposarlo. Accettando, Abigail disse umilmente: “Ecco, la tua
schiava come serva per lavare i piedi dei servitori del mio signore”. Si dichiarò quindi disposta a svolgere
il più umile dei compiti. Con cinque donne di servizio cominciò a condividere la vita movimentata di un
uomo costretto a vivere come fuorilegge per colpa del re Saul. Per qualche tempo visse nella città filistea
di Gat e in seguito a Ziclag. Fra le difficoltà che dovette sopportare vi fu quella d’essere presa prigioniera
da una banda di amalechiti. Felicemente, però, fu liberata indenne. — I Sam. 25:39-42; 30:1-19.
La vita di Abigail dimostra chiaramente ciò che rende una persona retta agli occhi di Dio. Abigail fu umile
e mise la lealtà a Dio al di sopra della lealtà a un uomo. Fu la sua sottomissione alla guida divina a
renderla una donna saggia.
[Figure a pagina 28]
ABIGAIL
NABAL
DAVIDE

w96 15/9 23-4 È davvero necessario chiedere scusa?


Chiedere scusa vuol dire molto nel matrimonio
Il matrimonio fra due persone imperfette offre inevitabilmente occasioni per chiedere scusa. E se marito e
moglie hanno i medesimi sentimenti, ciò li spingerà a chiedere scusa se per caso hanno parlato o agito
sconsideratamente. Proverbi 12:18 rileva: “C’è chi parla sconsideratamente come con i colpi di una
spada, ma la lingua dei saggi è salute”. I ‘colpi sconsiderati’ non si possono annullare, ma si possono
sanare con scuse sincere. Naturalmente ciò richiede attenzione e sforzo continui.
Parlando del suo matrimonio, Susanna dice: “Giacomo ed io siamo sposati da 24 anni, ma ognuno di noi
impara ancora cose nuove sul conto dell’altro. Purtroppo qualche tempo fa ci separammo e vivemmo
lontani alcune settimane. Però seguimmo i consigli scritturali degli anziani e ritornammo insieme. Ora ci
rendiamo conto che, poiché abbiamo personalità molto diverse, è probabile che avvengano degli scontri.
Quando ciò accade, chiediamo subito scusa e ce la mettiamo tutta per capire il punto di vista dell’altro.
Sono felice di dire che il nostro matrimonio è migliorato considerevolmente”. Giacomo aggiunge:
“Abbiamo anche imparato a riconoscere i momenti in cui siamo più inclini a litigare. In quelle occasioni ci
trattiamo con maggiore sensibilità”. — Proverbi 16:23.
Ci si dovrebbe scusare se si pensa di non essere in colpa? Quando sono in gioco sentimenti profondi, è
difficile essere obiettivi e capire di chi è la colpa. Ma la cosa importante è la pace del matrimonio.
Considerate Abigail, un’israelita il cui marito aveva trattato male Davide. Benché non avesse colpa della
stupidità del marito, essa chiese scusa. “Perdona, ti prego, la trasgressione della tua schiava”, supplicò.
Davide rispose trattandola in modo riguardoso, ammettendo umilmente che, se non fosse stato per lei,
avrebbe sparso sangue innocente. — 1 Samuele 25:24-28, 32-35.
Similmente una cristiana di nome June, sposata da 45 anni, pensa che per avere un matrimonio felice
bisogna essere pronti a chiedere scusa. Essa afferma: “Dico a me stessa che il nostro matrimonio è più
importante dei miei sentimenti personali. Perciò quando chiedo scusa, sento che contribuisco a rafforzare
il matrimonio”. Un uomo d’età avanzata di nome Jim afferma: “Chiedo scusa a mia moglie anche per cose
da nulla. Da quando ha subìto una grave operazione, si offende facilmente. Perciò di solito la abbraccio e
dico: ‘Mi dispiace, cara. Non intendevo offenderti’. Come una pianta che viene innaffiata, lei
immediatamente si sente sollevata”.
Se abbiamo ferito la persona che amiamo di più, è molto efficace chiedere prontamente scusa. Milagros
ne conviene di cuore, dicendo: “Per carattere sono insicura e una parola secca di mio marito mi snerva.
Ma quando lui chiede scusa, mi sento subito meglio”. Appropriatamente le Scritture ci dicono: “I detti
piacevoli sono un favo di miele, dolci all’anima e salute alle ossa”. — Proverbi 16:24.
L’arte di chiedere scusa
Se prendiamo l’abitudine di chiedere scusa quando è necessario, probabilmente riscontreremo che la
gente reagisce in modo positivo. E magari si scuserà a sua volta. Quando sospettiamo di aver turbato
qualcuno, perché non prendere l’abitudine di chiedere scusa anziché fare di tutto per evitare di
ammettere qualsiasi colpa? Il mondo può pensare che chiedere scusa sia segno di debolezza, ma in
realtà dà prova di maturità cristiana. Certo non vogliamo essere come chi ammette un errore ma
minimizza la propria responsabilità. Per esempio, ci capita di non essere sinceri nel dire che ci dispiace?
Se arriviamo in ritardo e ci profondiamo in scuse, decidiamo di essere più puntuali?
Allora, è necessario chiedere scusa? Sì. Lo dobbiamo a noi stessi e agli altri. Chiedere scusa può
alleviare la pena causata dall’imperfezione e può appianare rapporti tesi. Ogni volta che chiediamo scusa
è una lezione di umiltà e impariamo a essere più sensibili ai sentimenti altrui. Di conseguenza, i compagni
di fede, il nostro coniuge e altri ci considereranno persone che meritano il loro affetto e la loro fiducia.
Avremo pace mentale e Geova Dio ci benedirà.
[Note in calce]
I nomi sono stati cambiati.
I nomi sono stati cambiati.
[Foto a pagina 23]
Chiedere sinceramente scusa favorisce l’amore cristiano

w97 1/7 14-15 Una donna giudiziosa impedisce un'azione avventata


Fecero la volontà di Geova
Una donna giudiziosa impedisce un’azione avventata
UNA donna assennata sposata con un buono a nulla: ecco la coppia Abigail e Nabal. Abigail era “buona
per discrezione e bella di forme”. Nabal invece era “aspro e cattivo nelle sue pratiche”. (1 Samuele 25:3)
La drammatica situazione che ne scaturì e che ebbe per protagonista questa coppia male assortita ne ha
impresso indelebilmente il nome nella storia biblica. Vediamo come.
Un favore preso per scontato
Era l’XI secolo a.E.V. Davide era stato unto come futuro re di Israele, ma invece di regnare era in fuga. Al
potere c’era il re Saul, che aveva deciso di metterlo a morte. Di conseguenza Davide era costretto a
vivere come fuggiasco. Lui e circa 600 compagni trovarono infine rifugio nel deserto di Paran, a sud di
Giuda e verso il deserto del Sinai. — 1 Samuele 23:13; 25:1.
Mentre erano lì incontrarono dei pastori che lavoravano per un certo Nabal. Questo facoltoso discendente
di Caleb possedeva 3.000 pecore e 1.000 capre, e tosava le pecore a Carmelo, una città a sud di Ebron,
forse solo una quarantina di chilometri da Paran. Davide e i suoi uomini aiutarono i pastori di Nabal a
proteggere i loro greggi dai briganti che facevano scorrerie nel deserto. — 1 Samuele 25:14-16.
Frattanto a Carmelo era iniziata la tosatura. Era un periodo festoso, come la mietitura per gli agricoltori.
Si mostrava grande generosità, in quanto i proprietari dei greggi ricompensavano quelli che avevano
lavorato per loro. Perciò Davide non agì con presunzione quando mandò dieci uomini a Carmelo a
chiedere a Nabal dei viveri in cambio dell’aiuto prestato per la protezione dei suoi greggi. — 1 Samuele
25:4-9.
La risposta di Nabal fu tutt’altro che generosa. “Chi è Davide?”, disse con sarcasmo. Poi, lasciando
intendere che Davide e i suoi uomini non erano altro che servitori in fuga, chiese: “Devo io prendere il mio
pane e la mia acqua e la mia carne scannata che ho macellato per i miei tosatori e darli a uomini dei quali
non so nemmeno di dove siano?” Quando Davide fu informato di ciò, disse ai suoi uomini: “Cinga
ciascuno la sua spada!” Circa 400 uomini si prepararono a dare battaglia. — 1 Samuele 25:10-13.
La discrezione di Abigail
Le parole offensive di Nabal giunsero agli orecchi di sua moglie, Abigail. Forse non era la prima volta che
lei doveva intercedere per rimediare ai guai causati da Nabal. Comunque fosse, Abigail agì
immediatamente. Senza dire nulla a Nabal, radunò delle provviste — fra cui cinque pecore e una gran
quantità di cibo — e andò incontro a Davide nel deserto. — 1 Samuele 25:18-20.
Quando Abigail vide Davide, subito gli si prostrò davanti. “Non rivolga il mio signore il suo cuore a
quest’uomo buono a nulla, Nabal”, lo supplicò. “Riguardo a questo dono di benedizione che la tua serva
ha portato al mio signore, dev’essere dato ai giovani che camminano nei passi del mio signore”. E
aggiunse: “Non sia questo [la situazione relativa a Nabal] per te causa di esitazione né pietra d’inciampo
al cuore del mio signore”. Il termine ebraico qui tradotto “esitazione” dà l’idea di rimorsi di coscienza.
Perciò Abigail stava mettendo in guardia Davide dal compiere un’azione avventata di cui poi si sarebbe
rammaricato. — 1 Samuele 25:23-31.
Davide ascoltò Abigail. “Benedetto il tuo senno, e benedetta tu che mi hai trattenuto dall’entrare in questo
giorno nella colpa di sangue”, le disse. “Se non ti fossi affrettata a venirmi incontro, certamente non
sarebbe rimasto a Nabal fino alla luce del mattino nessuno che orina contro il muro”. — 1 Samuele 25:32-
34.
Lezioni per noi
Questo episodio biblico mostra che non è affatto sbagliato che una donna devota prenda
appropriatamente l’iniziativa in caso di bisogno. Abigail agì contro i desideri del marito, Nabal, ma la
Bibbia non la critica per questo. Al contrario, la loda come donna giudiziosa e assennata. Prendendo
l’iniziativa in quella situazione critica, Abigail salvò molte vite.
Anche se in linea di massima la moglie dovrebbe manifestare uno spirito di santa sottomissione, può
appropriatamente dissentire dal marito quando sono in gioco giusti princìpi. Naturalmente dovrebbe
cercare di mantenere uno “spirito quieto e mite” e non agire in modo indipendente per semplice spirito di
contraddizione, orgoglio o ribellione. (1 Pietro 3:4) Tuttavia la moglie devota non dovrebbe sentirsi
obbligata a fare qualcosa che sa essere decisamente poco saggio o che viola i princìpi biblici. L’episodio
di Abigail costituisce davvero un valido argomento contro quelli che insistono nel dire che la Bibbia
presenta le donne come semplici schiave.
Questo episodio ci insegna anche l’importanza della padronanza di sé. A volte Davide manifestò
pienamente questa qualità. Per esempio, rifiutò di mettere a morte il vendicativo re Saul, pur avendo
avuto ampie opportunità di farlo e pur sapendo che la morte di Saul gli avrebbe permesso di vivere in
pace. (1 Samuele 24:2-7) Invece, quando Nabal lo insultò con disprezzo, Davide fu spiazzato e giurò di
vendicarsi. Questo è un chiaro avvertimento per i cristiani, che si sforzano di ‘non rendere a nessuno
male per male’. In ogni circostanza dovrebbero seguire l’esortazione di Paolo: “Se possibile, per quanto
dipende da voi, siate pacifici con tutti gli uomini. Non vi vendicate, diletti, ma fate posto all’ira”. — Romani
12:17-19.
[Note in calce]
Si ritiene che il deserto di Paran si estendesse a nord fino a Beer-Seba. In questa parte del paese
c’erano ampi pascoli.
‘Chi orina contro il muro’ è una frase idiomatica ebraica per indicare i maschi, usata evidentemente in
senso dispregiativo. — Confronta 1 Re 14:10.
[Figura a pagina 15]
Abigail porta doni a Davide
Abisai — Tema: Siate leali a quelli che prendono la direttiva EBREI 13:7, 17

it-1 31 Abisai
ABISAI
(Abìsai) [forse, padre è (esiste)].
Figlio di Zeruia, sorella o sorellastra di Davide, e fratello di Gioab e Asael. — 2Sa 2:18; 1Cr 2:15, 16.
Abisai si distinse per il suo valore più dei 30 potenti guerrieri di cui era il capo, e la sua reputazione era
quasi pari a quella dei tre uomini più potenti al servizio di Davide. Infatti una volta abbatté 300 nemici con
una mano sola, ma “non pervenne al rango dei primi tre”. — 2Sa 23:18, 19.
Abisai sostenne lealmente Davide, suo zio, in tutte le campagne militari, ma aveva la tendenza a essere
impulsivo e spietato, e a volte doveva essere tenuto a freno. Per esempio, quando lui e Davide
penetrarono di notte nell’accampamento di Saul, Abisai avrebbe inchiodato a terra Saul, “l’unto di
Geova”, mentre dormiva, con la lancia di quest’ultimo, se Davide non glielo avesse impedito. (1Sa 26:6-9)
Quando Absalom si ribellò, Abisai dovette essere trattenuto due volte dal decapitare Simei che
malediceva il re. Davide non riuscì però a impedire che Abisai partecipasse all’uccisione di Abner. — 2Sa
3:30; 16:9-11; 19:21-23.
Abisai divenne famoso per aver preso l’iniziativa nell’abbattere 18.000 edomiti e per aver provocato in
un’altra occasione la disfatta degli ammoniti. Collaborò pure alla repressione della rivolta di Seba, un
beniaminita buono a nulla. Nell’ultima battaglia combattuta da Davide, se Abisai non fosse intervenuto, il
re avrebbe perso la vita per mano di un filisteo di grande statura. — 1Cr 18:12; 19:11-15; 2Sa 20:1, 6;
21:15-17.

w91 15/5 15 Esempi di longanimità su cui riflettere


17 Davide è un altro esempio di fedele servitore di Geova che fu longanime e sopportò con pazienza i torti
subiti. Braccato dal geloso re Saul, in due occasioni Davide avrebbe potuto vendicarsi uccidendolo. (1
Samuele 24:1-22; 26:1-25) Ma Davide aspettò Dio, come si nota da ciò che disse ad Abisai: “Geova
stesso . . . inferirà un colpo [a Saul]; o verrà il suo giorno e dovrà morire, o scenderà in battaglia, e
certamente sarà spazzato via. È impensabile, da parte mia, dal punto di vista di Geova, che io stenda la
mano contro l’unto di Geova!” (1 Samuele 26:10, 11) Sì, Davide avrebbe potuto porre fine alla caccia
spietata di Saul, ma scelse la strada della longanimità.
18 Prendete anche ciò che accadde quando il re Davide stava fuggendo da suo figlio Absalom che l’aveva
tradito. Simei, un beniaminita della casa di Saul, gettava pietre a Davide e invocava il male su di lui,
gridando: “Esci, esci, uomo colpevole di sangue e uomo buono a nulla!” Abisai voleva far uccidere Simei,
ma Davide rifiutò di vendicarsi. Anche in questo caso, anziché vendicarsi Davide manifestò la qualità
della longanimità. — 2 Samuele 16:5-13.
Abiu — Tema: La preminenza non giustifica la disubbidienza EBREI 2:2; PROVERBI 11:2

it-1 32-3 Abiu


ABIU
(Abìu) [padre è egli].
Uno dei quattro figli di Aaronne e di sua moglie Eliseba; fratello di Nadab, Eleazaro e Itamar. (Eso 6:23;
1Cr 6:3; 24:1) Nato in Egitto, Abiu, secondo figlio di Aaronne, doveva essere un uomo maturo all’epoca
dell’Esodo, dato che suo padre aveva 83 anni. — Nu 33:39.
Come figli maggiori, Nadab e Abiu ebbero da Geova il permesso di accompagnare il padre e 70 anziani
d’Israele verso il monte Sinai e di avere da una certa distanza un’imponente visione della gloria di Dio.
(Eso 24:1, 9-11) Geova onorò i figli di Aaronne, affidando loro l’incarico di prestare servizio come
sacerdoti insieme al padre, il sommo sacerdote, e stabilendo che da loro venisse l’eventuale successore
di Aaronne. Essi dovevano indossare abiti e copricapo sacerdotali “per gloria e bellezza”. Mosè doveva
“ungerli e riempire la loro mano di potere e santificarli” per il servizio di Dio. (Eso 28:1, 40-43) Il
sacerdozio sarebbe appartenuto loro “come statuto a tempo indefinito”. — Eso 29:8, 9.
Da allora in poi furono sempre inclusi nelle istruzioni di Dio relative al sacerdozio e alle sue funzioni. (Eso
29:10-46; 30:26-38) Inoltre Dio mise vigorosamente in risalto per loro, e per tutta la nazione, l’importanza
vitale di rispettare la santità delle cose relative alla sua adorazione, inclusi l’altare dell’incenso e i suoi
arredi. La loro vita dipendeva dal rispettare i regolamenti divini.
Ora, un anno dopo l’inizio dell’Esodo, era giunto il momento di erigere il tabernacolo e insediare il
sacerdozio (1512 a.E.V.). L’intera nazione si radunò davanti all’ingresso della tenda di adunanza per le
cerimonie d’investitura e vide Aaronne e Abiu e i suoi fratelli, lavati e con il capo coperto da un turbante,
ricevere l’unzione come sacerdoti di Dio per rappresentare la nazione davanti a Lui. Quindi i nuovi
sacerdoti rimasero all’ingresso della tenda di adunanza per sette giorni onde si completasse la loro
investitura e, come disse Mosè, “‘per riempire la vostra mano di potere’. . . . E Aaronne e i suoi figli
facevano tutte le cose che Geova aveva comandato per mezzo di Mosè”. — Le 8:1-3, 13-36.
L’ottavo giorno Aaronne cominciò a officiare, con l’assistenza di Abiu e dei suoi fratelli (Le 9:1-24), e
furono tutti testimoni della gloriosa manifestazione della presenza di Dio. Ma, evidentemente prima della
fine della giornata, Nadab e Abiu “presero e portarono ciascuno il suo portafuoco e vi misero del fuoco e
vi posero sopra dell’incenso, e offrivano dinanzi a Geova fuoco illegittimo, che egli non aveva loro
prescritto. A ciò un fuoco uscì d’innanzi a Geova e li consumò, così che morirono dinanzi a Geova”. (Le
10:1, 2) Per ordine di Mosè i loro cadaveri furono portati fuori del campo dai cugini di Aaronne. Il padre e
gli altri fratelli ebbero da Dio il comando di non fare cordoglio per il fatto che erano stati stroncati in questo
modo dalla congregazione. — Le 10:4-7.
Immediatamente dopo Dio avvertì Aaronne che né lui né i suoi figli dovevano bere bevande inebrianti
mentre prestavano servizio presso il tabernacolo, ‘affinché non morissero’. Un commento al versetto 9
⇒di Levitico 10 ⇐dice: “I rabbini collegavano l’incidente di Nadab e Abiu con la proibizione di bere
bevande inebrianti prima di officiare nel Santuario”. (The Pentateuch and Haftorahs, a cura di J. H. Hertz,
Londra, 1972, p. 446) Quindi può darsi che l’ubriachezza li avesse indotti a commettere quel grave
peccato, ma la causa effettiva della loro morte fu la violazione dell’esigenza di Dio in materia di pura
adorazione con l’offerta di “fuoco illegittimo, che egli non aveva loro prescritto”.
Abiu ebbe per breve tempo grande onore da Dio e notevole preminenza davanti a tutta la nazione; ma,
per ambizione, presunzione o leggerezza nei confronti delle istruzioni di Dio, non godette a lungo dei suoi
privilegi, e morì senza figli. — Nu 3:2-4; 26:60, 61; 1Cr 24:1, 2.

w84 1/4 25 Levitico: un invito a praticare la santa adorazione di Geova


⌠ 10:1, 2 — In che cosa poté consistere questo peccato?
Quando Nadab e Abiu si presero queste indebite libertà, può darsi che fossero sotto l’effetto dell’alcool.
Ciò è probabile, dal momento che subito dopo Geova vietò ai sacerdoti di bere vino o bevanda inebriante
quando prestavano servizio nel tabernacolo. Ma il vero motivo della morte di Nadab e Abiu fu il fatto che
avevano offerto “fuoco illegittimo, che [Geova] non aveva loro prescritto”. (Levitico 10:1-11) Questo
episodio mostra che oggi i servitori responsabili di Geova devono conformarsi alle esigenze divine e che
non possono assolvere i doveri affidati loro da Dio mentre sono sotto l’effetto di bevande alcoliche.

g70 8/9 27-9 Nadab e Abiu: Esempi ammonitori


“La tua parola è verità”
Nadab e Abiu: Esempi ammonitori
I NOMI di Nadab e Abiu non sono tra i nomi biblici meglio conosciuti. A parte il fatto che sono elencati
nelle genealogie delle Scritture, essi sono menzionati solo in relazione a tre brevi episodi. Ma questi
pochi episodi sono sufficienti a rendere significativo il loro racconto scritturale per tutti quelli che si
interessano di piacere a Geova Dio e ottenere la vita eterna.
Nadab e Abiu, insieme a Eleazaro e Itamar, erano figli del primo sommo sacerdote d’Israele, Aaronne
fratello del profeta Mosè. Come figli di Aaronne condivisero il suo onore, poiché erano suoi assistenti
sacerdotali. E Nadab, il primogenito, era il prossimo nella linea di successione quale sommo sacerdote
dopo la morte di suo padre. — Eso. 28:1.
Tanto per cominciare, Nadab e Abiu furono specialmente favoriti conoscendo Geova Dio in modo
incomparabile al principio del viaggio d’Israele nel deserto. Furono inclusi quando Dio invitò Mosè,
Aaronne e settanta “anziani” d’Israele a incontrarlo sul monte Sinai. Quindi questi “uomini distinti . . .
ebbero una visione del vero Dio e mangiarono e bevvero”. Lì Nadab e Abiu ebbero dunque l’onore
d’essere fra i molto più anziani “uomini distinti” d’Israele. — Eso. 24:1-11.
L’anno seguente Aaronne e i suoi quattro figli furono insediati quali sacerdoti, in un’imponente cerimonia
a cui assistette tutto Israele. Questo fece di nuovo avere a Nadab e Abiu, nonché ai loro fratelli e al loro
padre, insolita preminenza. Quindi tutt’e cinque dovettero rimanere all’ingresso della tenda di adunanza
per sette giorni. L’ottavo giorno essi cominciarono ad agire come sacerdoti, offrendo sacrifici a favore
d’Israele. — Lev. 8:1–9:24.
Evidentemente prima che quell’ottavo giorno fosse finito Nadab e Abiu agirono di loro propria iniziativa.
Consideravano essi alla leggera queste solenni attività, o tutta questa importanza era loro andata alla
testa, facendoli agire con superbia e ambizione? Presuntuosamente “Nadab e Abiu . . . presero e
portarono ciascuno il suo portafuoco e vi misero del fuoco e vi posero sopra dell’incenso, e offrivano
dinanzi a Geova fuoco illegittimo, che egli non aveva loro prescritto. A ciò un fuoco uscì d’innanzi a
Geova e li consumò”. — Lev. 10:1, 2.
Che prezzo pagarono per non aver apprezzato la loro posizione! Evidentemente si sentirono come tanti
giovani d’oggi, che pensano di sapere più dei padri e di non avere quindi bisogno di rivolgersi a loro per
avere guida e istruzione e ricevere direttiva. Ovviamente Nadab e Abiu furono anche privi d’amore e di
rispetto per il loro padre, altrimenti avrebbero notato la sua riverenza per l’adorazione di Geova e non
avrebbero mai nemmeno pensato di offrire incenso che Dio non aveva loro prescritto.
Può darsi benissimo che alla loro mancanza di rispetto per i seri aspetti del loro servizio sacerdotale
contribuisse il bere vino o altra bevanda simile in quel tempo. Questo poté farli sentire leggeri e indurli a
fare qualche cosa di così presuntuoso e avventato come l’offerta di fuoco illegittimo. Almeno questo pare
sia implicito nelle istruzioni che Geova diede ad Aaronne poco dopo questo episodio: “Non bere vino né
bevanda inebriante, tu e i tuoi figli con te, quando entrate nella tenda di adunanza, affinché non moriate.
È uno statuto a tempo indefinito per le vostre generazioni, sia per fare una distinzione fra la cosa santa e
la profana e fra la cosa impura e la pura, sia per insegnare ai figli d’Israele tutti i regolamenti che Geova
ha proferito loro per mezzo di Mosè”. — Lev. 10:8-11.
Giacché l’apostolo Paolo ci assicura che “queste cose accadevano loro come esempi, e furono scritte per
avvertimento a noi sui quali sono arrivati i termini dei sistemi di cose”, che cosa possiamo imparare dalla
condotta di Abiu? — 1 Cor. 10:11.
Parecchie cose. Anzitutto, si potrebbe dire ci sia l’implicito avvertimento per tutti i figli primogeniti di non
stimarsi troppo. È molto probabile che Nadab il primogenito prendesse l’iniziativa a questo riguardo. Tra
altri figli primogeniti che non finirono bene ci furono Caino, primogenito di Adamo; Esaù, primogenito
d’Isacco; Ruben, primogenito di Giacobbe e Amnon, primogenito del re Davide.
In questo racconto c’è anche una lezione per tutti i giovani di mostrare rispetto ai loro anziani, di rivolgersi
loro per avere guida, specialmente se tali genitori temono Dio. I giovani dovrebbero badare che non
sorga fra loro e i genitori e altri anziani il “divario delle generazioni”, poiché questo divario contribuisce a
farli agire male. La Parola di Dio consiglia chiaramente: “Onora tuo padre e tua madre”. “Osserva, o figlio
mio, il comandamento di tuo padre, e non abbandonare la legge di tua madre”. Certo se Nadab e Abiu
avessero avuto questa attitudine mentale riguardo al loro padre non sarebbero finiti in rovina. — Eso.
20:12; Prov. 6:20.
In questo racconto è contenuto un avvertimento anche contro la presunzione, poiché illustra il principio:
“È venuta la presunzione? Quindi verrà il disonore”. (Prov. 11:2) Se siamo favoriti con speciali privilegi o
riceviamo insolita preminenza, non dobbiamo lasciare che questo ci dia un’opinione troppo alta di noi
stessi. Spesso tali persone vogliono dire ai loro superiori quello che dovrebbero fare invece di apprezzare
modestamente il bisogno di guida.
E infine c’è l’avvertimento del pericolo d’essere indebitamente influenzati dalle bevande alcoliche. È vero,
la Bibbia ci dice che un dono di Dio è il vino che “fa rallegrare il cuore dell’uomo mortale”, e che dobbiamo
dare “vino a quelli che hanno l’animo amaro”. Ci è pure detto che un po’ di vino fa bene per i disturbi di
stomaco e altri mali. — Sal. 104:15; Prov. 31:6; 1 Tim. 5:23.
Ma è saggio prendere vino o qualche altra bevanda alcolica quando si hanno seri compiti da svolgere,
quando c’è bisogno di pensare chiaramente e d’avere fermo dominio di tutte le proprie facoltà fisiche e
mentali? Il dott. M. A. Block, esperto sull’effetto dell’alcool sul corpo, dice che “l’alcool toglie da uno stato
di realtà per mettere in uno stato di mente più piacevole e desiderabile”, e che “con l’alcool nel sangue
l’automobilista può pensare di far meglio quando in effetti fa peggio”. — Vital Speeches of the Day, 15
settembre 1969.
Sì, le bevande alcoliche stimolano le emozioni e indeboliscono i processi mentali. Non senza buona
ragione il saggio re Salomone osservò: “Il vino [usato in eccesso] è schernitore, la bevanda inebriante è
tumultuosa, e chiunque ne è sviato non è saggio”. Perciò i cristiani devono stare attenti sia all’occasione
che alla quantità di tali bevande che prendono. E sarebbe prudente non prendere tali bevande poco
prima di impegnarsi nel ministero o nel corso d’esso, evitando così inutile trasgressione. — Prov. 20:1.
In realtà c’è molto da imparare dagli esempi ammonitori di Nadab e Abiu contenuti nella Parola di Dio, la
Bibbia.
Abner — Tema: Quelli che prendono la spada periranno di spada MATTEO 26:52

it-1 33-4 Abner


ABNER
(Àbner) [padre è una lampada].
Figlio di Ner, della tribù di Beniamino. In 1 Samuele 14:50, 51, le parole “zio di Saul” si riferiscono
evidentemente ad Abner, anche se in ebraico si possono applicare sia ad Abner che a Ner, suo padre.
Giuseppe Flavio dice che Abner era cugino di Saul, e che i rispettivi padri, Ner e Chis, erano fratelli.
(Antichità giudaiche, VI, 129, 130 [vi, 6]) In 1 Cronache 8:33 e 9:39, però, la storia ispirata sostiene
senz’altro la tesi che Chis fosse figlio di Ner e quindi fratello di Abner. Abner era dunque zio di Saul. —
Vedi anche il riquadro alla voce ABIEL n. 1.
Abner comandava l’esercito di Saul, le cui forze combattenti a volte assunsero proporzioni rilevanti: ben
200.000 uomini. (1Sa 15:4) In speciali occasioni sedeva a tavola accanto al re. (1Sa 20:25) Benché fosse
indubbiamente un uomo forte e coraggioso, Abner venne redarguito da Davide, quando quest’ultimo era
fuggiasco nel deserto di Zif, perché non aveva fatto buona guardia a Saul, suo signore e “unto di Geova”.
— 1Sa 26:14-16.
Dopo la morte di Saul nella disfatta inflitta dai filistei, Abner si ritirò oltre il Giordano a Maanaim in Galaad,
portando con sé Is-Boset, figlio di Saul. Benché Davide fosse stato acclamato re a Ebron dalla tribù di
Giuda, Abner insediò Is-Boset come re rivale a Maanaim. Era chiaro che Abner sosteneva Is-Boset e col
tempo ottenne per lui l’appoggio di tutte le tribù tranne quella di Giuda. — 2Sa 2:8-10.
Alla fine gli eserciti dei due avversari vennero a una prova di forza presso la piscina di Gabaon nel
territorio di Beniamino, a circa un terzo della distanza fra Ebron e Maanaim. Dopo che i due eserciti si
furono studiati a vicenda, Abner propose una competizione fra una dozzina di giovani guerrieri di
entrambe le parti. Le due formazioni si uguagliavano a tal punto che ne risultò un reciproco massacro e
questo scatenò un violento combattimento fra i due eserciti. Le forze di Abner persero 18 uomini per ogni
caduto fra i soldati di Gioab, e si ritirarono nel deserto. — 2Sa 2:12-17, 30, 31.
Abner esortò più volte il veloce Asael, fratello di Gioab, a desistere dall’inseguirlo onde evitare uno
scontro mortale. Visto il continuo rifiuto di Asael, Abner gli inferse alla fine un poderoso colpo all’indietro e
lo uccise con l’impugnatura della lancia, trapassandogli l’addome. (2Sa 2:18-23) Su richiesta di Abner, al
tramonto Gioab pose fine all’inseguimento, e i due eserciti si rimisero in marcia verso le rispettive capitali.
Si può capire di che tempra fossero quegli uomini dal fatto che l’esercito di Abner percorse 80 km o più,
scendendo nel bacino del Giordano, guadando il fiume e risalendo poi la valle del Giordano fino alle
colline di Galaad, dove raggiunsero Maanaim. Dopo aver sepolto Asael a Betleem (forse l’indomani), gli
uomini di Gioab percorsero in una notte più di 22 km fra i monti per raggiungere Ebron. — 2Sa 2:29-32.
Abner sostenne il regime di Is-Boset ormai in declino ma rafforzò anche la propria posizione, forse
mirando al regno, poiché dopo tutto era fratello del padre di Saul. Quando fu ripreso da Is-Boset per aver
avuto rapporti con una concubina di Saul (atto consentito solo all’erede del re defunto), Abner adirato
annunciò che sarebbe passato dalla parte di Davide. (2Sa 3:6-11) Patteggiò con Davide, sottolineando la
propria posizione di effettivo comandante di tutto Israele, tranne Giuda. Soddisfatta la richiesta di Davide
che gli fosse restituita la moglie Mical, Abner si rivolse privatamente ai capi delle undici tribù separatesi
da Giuda per persuaderli a sostenere Davide, il re nominato da Geova. (2Sa 3:12-19) Dopo di che fu
cordialmente accolto da Davide nella capitale, Ebron, e quel giorno stesso partì per andare a convincere
tutte le tribù a fare un patto con Davide. Ma Gioab, tornato da una scorreria, dopo avere denunciato
Abner come spia, lo richiamò indietro e con l’inganno lo condusse in un luogo appartato e lo uccise. —
2Sa 3:20-27.
Con la morte di Abner crollò ogni speranza di aiuto per Is-Boset che fu ben presto assassinato da
traditori. Così il regno della casa di Saul giunse alla sua completa fine. — 2Sa 4:1-3, 5-12.
Molti anni dopo, quasi in punto di morte, Davide si ricordò della morte di Abner (e anche di quella di
Amasa) e incaricò Salomone di cancellare dalla casa di Davide la macchia del sangue versato da Gioab.
(1Re 2:1, 5, 6) Poco dopo Gioab, l’uccisore di Abner, fu messo a morte per ordine di Salomone. — 1Re
2:31-34.
Viene menzionato un solo figlio di Abner, Iaasiel, che era un capo della tribù di Beniamino durante il
regno di Davide. (1Cr 27:21) In 1 Cronache 26:28 si menzionano anche le contribuzioni per il tabernacolo
che Abner fece dal bottino che aveva preso come capo dell’esercito.

w94 15/9 6-7 Perché perdonare?


Sia che il perdono sia possibile o no, la vittima di un grave peccato può anche chiedersi: Devo rimanere
gravemente turbato sul piano emotivo, sentendomi intensamente addolorato e adirato, finché la
questione non sarà completamente risolta? Facciamo un esempio. Il re Davide provò profondo dolore
quando il suo generale, Gioab, assassinò Abner e Amasa, “due uomini più giusti e migliori di [Gioab]”. (1
Re 2:32) Davide espresse la sua indignazione verbalmente e senza dubbio anche in preghiera a Geova.
Col tempo, però, l’intensità dei sentimenti di Davide probabilmente si attenuò. Egli non rimase in preda
all’ira sino alla fine dei suoi giorni. Continuò addirittura a collaborare con Gioab, sebbene non avesse
perdonato quell’omicida impenitente. Davide fece in modo che infine fosse fatta giustizia. — 2 Samuele
3:28-39; 1 Re 2:5, 6.
Possono volerci tempo e sforzi perché chi è stato vittima di un grave peccato superi lo stato d’ira iniziale.
Il processo di guarigione può essere molto più facile se l’offensore riconosce il torto e si pente.
Comunque, indipendentemente dalla reazione del colpevole, la vittima innocente dovrebbe poter trovare
conforto e sollievo sia nella consapevolezza della giustizia e della sapienza di Geova che entro la
congregazione cristiana.
Ricordate pure che perdonare un peccatore non significa condonare il peccato. Per il cristiano, perdonare
significa lasciare con fiducia la cosa nelle mani di Geova. È lui il giusto Giudice di tutto l’universo e a
tempo debito farà giustizia. Tra l’altro giudicherà “i fornicatori e gli adulteri”. — Ebrei 13:4.

w77 15/3 164-6 Eviterete l'ambizione?


Eviterete l’ambizione?
AVETE capacità direttive? In tal caso, potete rendervi molto utili ad altri. Chi è dotato di capacità
organizzative ed è in grado di far svolgere un lavoro senza intralci e in modo efficiente viene apprezzato.
Ma sebbene le capacità direttive possano essere un vantaggio, c’è qualcosa che spesso le trasforma in
un danno. La colpa è dell’ambizione, definita “brama di potere, di onori, di grandezza; vanità, orgoglio
smisurato”.
Il desiderio di divenire preminenti è molto forte. Anche persone la cui condotta dovrebbe essere
esemplare ne sono vittime. Per esempio, di certi capi religiosi del suo giorno Gesù disse: “Guardatevi
dagli scribi che desiderano andare in giro in lunghe vesti e amano i saluti nei luoghi di mercato e i primi
posti nelle sinagoghe e i luoghi più eminenti ai pasti serali”. (Luca 20:46) Anche i discepoli di Gesù furono
a volte preda dell’ambizione. Riguardo a una di queste occasioni, leggiamo: “Ed essi vennero in
Capernaum. Or quando fu dentro la casa fece loro la domanda: ‘Di che cosa discutevate per la strada?’
Essi tacevano, poiché per la strada avevano discusso fra loro su chi era il più grande”. — Mar. 9:33, 34;
Luca 22:24.
I CATTIVI FRUTTI DELL’AMBIZIONE
Il caso di Gioab, capo dell’antico esercito israelita, illustra a quali estremi può portare l’ambizione.
Segretamente Gioab assassinò sia Abner che Amasa. Questo avvenne a causa di rivalità per la
posizione di comandante dell’esercito del re Davide. (2 Sam. 3:26, 27; 20:8-10, 23) Quando il re fu
vecchio e malato, Gioab si unì ad Adonia figlio di Davide in una cospirazione per usurpare il trono. (1 Re
1:18, 19) Fallita la cospirazione e fatto re Salomone, Gioab abbandonò Adonia. Ma tali ambiziosi
complotti non servirono a nulla, poiché Gioab subì una morte ingloriosa essendo giustiziato all’inizio del
regno di Salomone. — 1 Re 2:5, 6, 29-34.
Probabilmente avete visto molte persone ambiziose ottenere potenti cariche amministrative. Fanno
realmente del bene al prossimo? Forse siete d’accordo con le osservazioni di un ispirato scrittore della
Bibbia: “Esiste qualche cosa di calamitoso che ho visto sotto il sole, come quando esce uno sbaglio a
motivo di chi è al potere: La stoltezza è stata messa in molte alte posizioni, ma i ricchi stessi [cioè quelli
che si potrebbe pensare abbiano la prospettiva di ricoprire incarichi di sorveglianza] continuano a
dimorare semplicemente in una bassa condizione. Ho visto servitori a cavallo ma principi camminare
sulla terra proprio come servitori”. — Eccl. 10:5-7.
I frutti marci prodotti dalla cattiva amministrazione degli affari umani da parte di individui ambiziosi sono
ben descritti in Ecclesiaste 4:1: “E io stesso tornai per vedere tutti gli atti d’oppressione che si compiono
sotto il sole, ed ecco, le lagrime di quelli che erano oppressi, ma non avevano confortatore, e al lato dei
loro oppressori c’era la potenza, così che non avevano confortatore”. Non è questa una situazione anche
più evidente oggi?
LA VEDUTA CORRETTA
Che ne pensate del fatto di acquistare preminenza, superiorità o autorità? La Bibbia può aiutarvi ad avere
un punto di vista ragionevole. In che modo?
Anzitutto, le Scritture mostrano che gli sforzi ambiziosi di farsi avanti sono una semplice perdita di tempo.
Lo scrittore ispirato citato sopra osservò: “E io stesso ho visto tutto il duro lavoro e tutta l’abilità nell’opera,
che significa rivalità dell’uno verso l’altro; anche questo è vanità e un correr dietro al vento”. (Eccl. 4:4)
Non è saggio evitare tale condotta vana? Probabilmente avrete notato che le persone troppo energiche
vanno specialmente soggette a malattie causate dalla tensione, come gli attacchi cardiaci. Davvero
saggio è il consiglio delle Scritture: “È meglio una mano piena di riposo che due mani piene di duro lavoro
e correr dietro al vento”. — Eccl. 4:6.
Anche lo sfrenato desiderio di onore o di preminenza è rischioso per la spiritualità, poiché Dio dichiara:
“Ho odiato la superbia e l’orgoglio”. (Prov. 8:13) L’ambizione nuoce non solo a chi ne è schiavo, ma
anche a chi si associa a lui. Quindi lo scrittore biblico Giacomo consigliò ai cristiani del primo secolo: “Se
avete nei vostri cuori amara gelosia e contenzione, non vi vantate e non mentite contro la verità. Questa
non è la sapienza che scende dall’alto, ma è terrena, animale, demonica. Poiché dove sono gelosia e
contenzione, ivi sono disordine e ogni cosa vile”. — Giac. 3:14-16.
Che l’ambizione possa causare “disordine” è indicato dal fatto che gli apostoli di Gesù “cominciarono a
indignarsi verso Giacomo e Giovanni” quando quei due cercarono i posti più preminenti al fianco di Gesù
nel regno celeste di Dio. (Mar. 10:41) In seguito, uomini ambiziosi causarono divisioni nella
congregazione cristiana. Infine ciò portò a una generale apostasia dalla vera fede cristiana. (Atti 20:29,
30; 2 Piet. 2:1-3) Desiderate avere uno spirito che ha causato tanto danno?
LE RADICI DELL’AMBIZIONE
Perché tanti sono vittime dell’ambizione? Essendo uno sfrenato desiderio di onori e grandezza,
l’ambizione è una forma di concupiscenza. Gesù disse: “Dal di dentro, dal cuore degli uomini, vengono i
ragionamenti dannosi: . . . concupiscenze, . . . occhio invidioso, . . . superbia”. (Mar. 7:21, 22) L’apostolo
Paolo fa ulteriore luce sulla fonte del problema, dicendo: “Io sono carnale, venduto sotto il peccato . . .
vedo nelle mie membra un’altra legge che combatte contro la legge della mia mente e mi conduce
prigioniero alla legge del peccato che è nelle mie membra”. — Rom. 7:14, 23.
La causa basilare dell’ambizione è il peccato ereditato, che porta a vedere le cose in modo egoistico,
rendendo la persona altera. — Rom. 3:23; 5:12.
INCORAGGIATE L’AMBIZIONE NEGLI ALTRI?
Forse la vostra vita non è dominata dall’ambizione. Ma potreste incoraggiarla in altri. Come potrebbe
accadere?
Considerate il racconto biblico inerente ad Adamo ed Eva. Eva conosceva il comando di Dio di non
mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Evidentemente non si sentiva
limitata da questa proibizione divina. Quando il serpente la interrogò, Eva non si lamentò della sua sorte,
ma rispose semplicemente ripetendo il comando di Dio: “Del frutto degli alberi del giardino possiamo
mangiare. Ma in quanto a mangiare del frutto dell’albero che è nel mezzo del giardino, Dio ha detto: ‘Non
ne dovete mangiare, no, non lo dovete toccare affinché non moriate’”. — Gen. 3:2, 3.
A questo punto Satana il Diavolo, per mezzo del serpente, piantò con astuzia i semi dell’ambizione nella
mente di Eva, quando disse: “Positivamente voi non morrete. Poiché Dio sa che nel medesimo giorno in
cui ne mangerete i vostri occhi davvero si apriranno e voi sarete davvero simili a Dio, conoscendo il bene
e il male”. — Gen. 3:4, 5.
L’essere ‘simile a Dio’, in grado di decidere da sé ciò ch’era bene e ciò ch’era male anziché accettare il
giudizio di Dio su tali cose, questo attrasse Eva. A che cosa portò l’ambizione di Eva di ottenere la
completa indipendenza da Dio? “Di conseguenza la donna vide che il frutto dell’albero era buono come
cibo e che era qualche cosa che metteva voglia agli occhi, sì, l’albero era desiderabile a guardarsi. Ella
prendeva dunque del suo frutto e lo mangiava. Ne diede poi anche a suo marito quando fu con lei ed egli
lo mangiava”. (Gen. 3:6) In questo caso l’ambizione egoistica rese Adamo ed Eva e tutta la loro futura
progenie soggetti alla morte. — Gen. 3:19; Rom. 5:12.
Che dire di voi? Forse non esortereste direttamente nessuno ad andare contro la legge di Dio. Tuttavia
potreste incoraggiare l’ambizione in altri. È comprensibile che si abbia molta stima di familiari, parenti e
intimi amici. Ma chi desidera piacere a Dio deve stare attento a non dare troppa importanza alle capacità
dei propri cari. Alcuni potrebbero in tal modo essere spinti ad avere un’elevata opinione di sé, ciò che, a
sua volta, genera ambizione.
Per esempio, che accadrebbe se qualcuno spingesse un coniuge, un familiare o un amico a pensare che
è specialmente qualificato per ricoprire la carica di sorvegliante nella congregazione cristiana? Che
tragedia se la persona divenisse superba ed esigesse che gli altri accettassero l’opinione che essa ha di
sé e delle proprie qualità! Con buona ragione le Scritture avvertono: “L’uomo robusto che adula il suo
compagno non tende altro che una rete per i suoi passi”. (Prov. 29:5) Tale adulazione, anziché agevolare
il cristiano, lo ostacolerebbe nei suoi sforzi di ‘aspirare all’incarico di sorvegliante’. (1 Tim. 3:1) Le
Scritture richiedono che i sorveglianti della congregazione cristiana siano ‘sani di mente’; questo vuol dire
che non devono “pensare di sé più di quanto sia necessario pensare”. — 1 Tim. 3:2; Rom. 12:3.
CHE COSA POTETE FARE?
Poiché gli uomini hanno ereditato il peccato, è inevitabile divenire schiavi dell’ambizione? Evidentemente
no, poiché le Scritture esortano le persone timorate di Dio a resistere alle tendenze peccaminose. (Rom.
6:12) Sebbene ci voglia padronanza di sé, non è impossibile evitare l’ambizione. Sarà specialmente utile
imparare a pensare nel modo suggerito in Filippesi 2:3, 4: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per
vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il
proprio interesse, ma anche quello degli altri”. — La Bibbia di Gerusalemme.
Perciò l’ambizione è del tutto antiscritturale. Essa è profondamente radicata nell’egoismo umano e
nell’arrogante spirito di questo mondo. Anziché a esaltarsi ambiziosamente, l’individuo è esortato dalla
Bibbia a servire umilmente altri. Con questo spirito gli uomini cristiani sono incoraggiati ad ‘aspirare
all’incarico di sorvegliante’. — 1 Tim. 3:1; 1 Piet. 5:1-3.
Uno dei numerosi vantaggi che si hanno seguendo questo consiglio scritturale è quello menzionato in
Ecclesiaste 5:12: “Dolce è il riposo di chi serve, mangi egli poco o molto”. Tale persona altruista è amata
e apprezzata da coloro che frequenta, invece di essere oggetto del loro risentimento. Soprattutto, “chi
serve” ottiene il favore di Geova Dio. Non sono queste valide ragioni per evitare l’ambizione?
Abraamo — Tema: Vivere per fare la volontà di Dio ROMANI 14:7, 8

it-1 35-9 Abraamo


ABRAAMO
(Abraàmo) [padre di una folla (moltitudine)].
Nome dato da Geova ad Abramo [che significa “padre è alto (esaltato)”], quando questi aveva 99 anni,
nel riaffermare la Sua promessa che la progenie di Abraamo sarebbe stata numerosa. — Ge 17:5.
Origine e storia della famiglia. Abraamo nacque verso il 2018 a.E.V., 352 anni dopo il Diluvio, dalla
discendenza di Sem, nella decima generazione a partire da Noè. Benché elencato per primo fra i tre figli
di Tera in Genesi 11:26, Abraamo non era il primogenito. Le Scritture spiegano che Tera aveva 70 anni
quando nacque il suo primo figlio, e che Abraamo nacque 60 anni dopo, quando suo padre Tera aveva
130 anni. (Ge 11:32; 12:4) Evidentemente Abraamo è menzionato per primo a motivo della sua grande
fedeltà e dell’importanza che ha nelle Scritture, consuetudine seguita nel caso di diversi altri uomini di
fede come Sem e Isacco. — Ge 5:32; 11:10; 1Cr 1:28.
Abraamo era nativo della città caldea di Ur, fiorente metropoli del paese di Sinar, presso l’attuale
confluenza del Tigri e dell’Eufrate. Ur si trovava circa 240 km a SE di Babele o Babilonia, un tempo
residenza reale di Nimrod, assai nota per l’incompiuta Torre.
All’epoca di Abraamo, la città di Ur era imbevuta di idolatria babilonica e dedita al culto del suo protettore,
il dio-luna Sin. (Gsè 24:2, 14, 15) Tuttavia Abraamo dimostrò di essere un uomo che aveva fede in Geova
Dio, come i suoi antenati Sem e Noè, e, di conseguenza, si guadagnò la reputazione di “padre di tutti
quelli che hanno fede mentre sono nell’incirconcisione”. (Ro 4:11) Siccome la vera fede si basa
sull’accurata conoscenza, Abraamo poteva aver acquistato intendimento stando personalmente insieme
a Sem (infatti nacque 150 anni prima della morte di Sem). Abraamo conosceva e usava il nome di
Geova. Sue sono le parole: “Geova, l’Iddio Altissimo, che ha fatto il cielo e la terra”, “Geova, l’Iddio dei
cieli e l’Iddio della terra”. — Ge 14:22; 24:3.
Mentre Abraamo viveva ancora a Ur, “prima che si stabilisse ad Haran”, Geova gli comandò di trasferirsi
in un paese straniero, lasciandosi dietro amici e parenti. (At 7:2-4; Ge 15:7; Ne 9:7) Dio disse che là, nel
paese che gli avrebbe indicato, avrebbe fatto di lui una grande nazione. In quel tempo Abraamo era
sposato con la sorellastra Sara, ma non avevano figli ed erano entrambi anziani. Anche se ci voleva
grande fede, egli ubbidì.
Tera, che aveva circa 200 anni ed era ancora il capo patriarcale della famiglia, acconsentì ad
accompagnare Abraamo e Sara in questo lungo viaggio, per cui l’iniziativa del viaggio verso Canaan è
attribuita a lui. (Ge 11:31) Forse l’orfano Lot, nipote di Abraamo, era stato adottato dagli zii senza figli e
perciò li accompagnava. La carovana si diresse a NO e percorse circa 960 km, finché raggiunse Haran,
importante nodo sulle strade carovaniere E-O. Haran si trova alla confluenza di due uadi che si uniscono
formando un corso d’acqua che d’inverno si versa nel fiume Balikh, circa 110 km a monte della sua
confluenza con l’Eufrate. Abraamo vi rimase fino alla morte del padre Tera. — CARTINA, vol. 1, ⇒it-1
⇐p. 330.
Soggiorno in Canaan. Ormai 75enne, Abraamo si accinse a trasferirsi con la famiglia da Haran al paese
di Canaan, dove visse in tende come residente forestiero e nomade per i restanti cento anni della sua
vita. (Ge 12:4) Solo dopo la morte del padre Tera, nel 1943 a.E.V., Abraamo partì da Haran e attraversò
l’Eufrate, evidentemente il 14° giorno del mese chi amato in seguito nisan. (Ge 11:32; Eso 12:40-43, LXX)
Fu allora che entrò in vigore il patto fra Geova e Abraamo, ed ebbero inizio i 430 anni di residenza
temporanea fino alla stipulazione del patto della Legge con Israele. — Eso 12:40-42; Gal 3:17.
Evidentemente Abraamo, con greggi e mandrie, passò da Damasco e infine raggiunse Sichem (48 km a
N di Gerusalemme), presso i grossi alberi di More. (Ge 12:6) Qui Geova apparve di nuovo ad Abraamo,
confermando e ampliando la promessa del patto: “Darò questo paese al tuo seme”. (Ge 12:7) Abraamo vi
costruì un altare a Geova, ma quello non fu il solo, poiché ne costruì altri lungo il cammino mentre
attraversava il paese diretto a S; e invocava il nome di Geova. (Ge 12:8, 9) In seguito una grave carestia
costrinse Abraamo a trasferirsi temporaneamente in Egitto e, per proteggere la propria vita, egli dichiarò
che Sara era sua sorella. Perciò il faraone si portò a casa la bella Sara perché diventasse sua moglie, ma
prima che avesse rapporti con lei, Geova indusse il faraone a restituirla. Abraamo tornò quindi in Canaan
accampandosi fra Betel e Ai, e di nuovo invocava “il nome di Geova”. — Ge 12:10–13:4.
Poiché i loro greggi e le loro mandrie crescevano di numero, fu necessario che Abraamo e Lot si
separassero. Lot scelse il bacino inferiore del Giordano, regione ben irrigata “come il giardino di Geova”,
e in seguito stabilì il suo accampamento presso Sodoma. (Ge 13:5-13) Abraamo, da parte sua, dopo che
gli fu detto di percorrere il paese in lungo e in largo, prese dimora fra i grossi alberi di Mamre a Ebron, 30
km a SSO di Gerusalemme. — Ge 13:14-18.
Quattro re alleati, capeggiati dal re elamita Chedorlaomer, riuscirono a soffocare una rivolta di cinque re
cananei, saccheggiarono Sodoma e Gomorra, e presero prigioniero Lot insieme a tutto ciò che gli
apparteneva. Abraamo, saputolo, radunò prontamente 318 suoi servitori addestrati. Insieme ai suoi
confederati Aner, Escol e Mamre, con una marcia forzata li inseguì verso N per circa 300 km fin oltre
Damasco e, con l’aiuto di Geova, sconfisse un esercito di gran lunga superiore al suo. Lot fu liberato e la
refurtiva ricuperata. (Ge 14:1-16, 23, 24) Mentre Abraamo tornava da questa grande vittoria, un
“sacerdote dell’Iddio Altissimo”, Melchisedec, che era anche re di Salem, gli venne incontro e lo
benedisse, e Abraamo a sua volta “gli diede un decimo di ogni cosa”. — Ge 14:17-20.
Il seme promesso. Dato che Sara continuava a essere sterile, sembrava che l’eredità di Abraamo
dovesse passare a Eliezer, il fedele economo originario di Damasco. Tuttavia Geova rassicurò di nuovo
Abraamo che la sua progenie sarebbe diventata innumerevole, come le stelle del cielo, e Abraamo
“ripose fede in Geova; ed egli glielo attribuiva a giustizia”, anche se ciò accadde anni prima che fosse
circonciso. (Ge 15:1-6; Ro 4:9, 10) Geova concluse allora con Abraamo un patto solenne mediante
sacrifici animali, e, allo stesso tempo, rivelò che la progenie di Abraamo sarebbe stata afflitta per un
periodo di 400 anni, soffrendo anche la schiavitù. — Ge 15:7-21; vedi PATTO.
Il tempo passava. Erano in Canaan già da dieci anni circa, ma Sara era sempre sterile. Essa propose
dunque di farsi sostituire dalla schiava egiziana Agar, per poter avere un figlio da lei. Abraamo
acconsentì. E così nel 1932 a.E.V., quando Abraamo aveva 86 anni, nacque Ismaele. (Ge 16:3, 15, 16)
Passò dell’altro tempo. Nel 1919 a.E.V., quando Abraamo aveva 99 anni, come segno o suggello che
attestasse la speciale relazione di patto esistente fra lui e Abraamo, Geova comandò che tutti i maschi
della famiglia fossero circoncisi. Allo stesso tempo Geova cambiò il suo nome da Abramo in Abraamo,
“perché di sicuro ti farò padre di una folla di nazioni”. (Ge 17:5, 9-27; Ro 4:11) Poco dopo tre angeli
materializzati, che Abraamo accolse con ospitalità nel nome di Geova, promisero che Sara stessa
avrebbe concepito e dato alla luce un figlio entro l’anno seguente. — Ge 18:1-15.
E che anno denso di avvenimenti fu quello! Furono distrutte Sodoma e Gomorra. Il nipote di Abraamo e le
due figlie scamparono a mala pena. Una carestia spinse Abraamo e sua moglie a Gherar, dove il re di
quella città filistea prese Sara per il suo harem. Geova intervenne, Sara fu liberata, e al tempo fissato, nel
1918 a.E.V., nacque Isacco, l’erede da lungo tempo promesso, quando Abraamo aveva 100 anni e Sara
90. (Ge 18:16–21:7) Cinque anni più tardi, quando Ismaele, il fratellastro 19enne si prese gioco di Isacco,
Abraamo fu costretto ad allontanare Ismaele e sua madre Agar. Allora, nel 1913 a.E.V., ebbero inizio i
400 anni di afflizione della progenie di Abraamo. — Ge 21:8-21; 15:13; Gal 4:29.
La suprema prova della fede di Abraamo giunse circa 20 anni dopo. Secondo la tradizione ebraica,
Isacco aveva ormai 25 anni. (Antichità giudaiche, I, 227 [xiii, 2]) Ubbidendo alle istruzioni di Geova,
Abraamo prese Isacco e da Beer-Seba nel Negheb si diresse al N fino al monte Moria, a N di Salem. Lì
edificò un altare e si accinse a immolare Isacco, il seme promesso, in olocausto. E in pratica fu come se
Abraamo avesse sacrificato Isacco, perché “riconobbe che Dio poteva destarlo anche dai morti”. Solo
all’ultimo momento Geova intervenne provvedendo un montone che sostituisse Isacco sull’altare del
sacrificio. Per questa fede incondizionata, dimostrata da completa ubbidienza, Geova riaffermò il suo
patto con Abraamo mediante un giuramento, una speciale garanzia legale. — Ge 22:1-18; Eb 6:13-18;
11:17-19.
Quando nel 1881 a.E.V., a Ebron, Sara morì all’età di 127 anni, fu necessario che Abraamo acquistasse
un pezzo di terra per seppellirla, perché essendo solo un residente forestiero non possedeva certo della
terra in Canaan. Perciò, a Macpela presso Mamre, acquistò dai figli di Het un campo in cui c’era una
caverna. (Ge 23:1-20; vedi ACQUISTARE). Tre anni dopo, quando Isacco compì 40 anni, Abraamo
rimandò il suo servitore più anziano, probabilmente Eliezer, in Mesopotamia a cercare per suo figlio una
moglie adatta, che fosse anch’essa una vera adoratrice di Geova. Rebecca, che era pronipote di
Abraamo, risultò la prescelta da Geova. — Ge 24:1-67.
“Inoltre, Abraamo prese di nuovo moglie”, Chetura, e quindi ebbe altri sei figli; perciò da Abraamo non
discesero solo israeliti, ismaeliti ed edomiti, ma anche medaniti, madianiti, e altri. (Ge 25:1, 2; 1Cr 1:28,
32, 34) Così si adempì in Abraamo l’espressione profetica di Geova: “Ti farò padre di una folla di nazioni”.
(Ge 17:5) Infine, nel 1843 a.E.V., alla veneranda età di 175 anni, Abraamo morì, e i figli Isacco e Ismaele
lo seppellirono nella caverna di Macpela. (Ge 25:7-10) Prima di morire Abraamo fece dei doni ai figli delle
mogli secondarie e li mandò via, affinché Isacco fosse l’unico erede di “tutto ciò che aveva”. — Ge 25:5,
6.
Capo patriarcale e profeta. Abraamo era molto ricco, possedeva grandi greggi e mandrie, molto argento
e oro, e aveva molte centinaia di servitori. (Ge 12:5, 16; 13:2, 6, 7; 17:23, 27; 20:14; 24:35) Per questo i
re di Canaan lo consideravano un potente “capo principale” con cui si dovevano fare patti di pace. (Ge
23:6; 14:13; 21:22, 23) Eppure Abraamo non permise mai che il materialismo offuscasse la sua visione di
Geova e delle Sue promesse o lo inducesse a diventare orgoglioso, altero o egoista. — Ge 13:9; 14:21-
23.
La prima volta che ricorre nelle Scritture Ebraiche, la parola “profeta” si riferisce ad Abraamo, anche se
altri come Enoc avevano profetizzato prima di lui. (Ge 20:7; Gda 14) Il primo identificato nelle Scritture
come “ebreo” è Abraamo. (Ge 14:13) Egli fu uomo di fede come Abele, Enoc e Noè (Eb 11:4-9), ma
l’espressione “ripose fede in Geova” è usata per la prima volta a proposito di Abraamo. — Ge 15:6.
Certo quest’uomo di eccezionale fede camminò con Dio, fu in costante comunicazione con lui per mezzo
di visioni e sogni e ospitò suoi messaggeri angelici. (Ge 12:1-3, 7; 15:1-8, 12-21; 18:1-15; 22:11, 12, 15-
18) Conosceva bene il nome di Dio anche se Geova in quel tempo non aveva rivelato il pieno significato
del Suo nome. (Eso 6:2, 3) Più volte Abraamo costruì altari e offrì sacrifici nel nome e alla lode e gloria
del suo Dio Geova. — Ge 12:8; 13:4, 18; 21:33; 24:40; 48:15.
Come capo patriarcale, Abraamo non permise nessuna idolatria o irreligiosità nella sua famiglia, ma
insegnò fedelmente a tutti i suoi figli e servitori ad ‘attenersi alla via di Geova per praticare giustizia e
giudizio’. (Ge 18:19) Secondo la legge di Geova, ogni maschio della famiglia di Abraamo era tenuto a
sottoporsi alla circoncisione. La schiava egiziana Agar invocò il nome di Geova in preghiera. E il più
anziano servitore di Abraamo, con una preghiera molto commovente rivolta a Geova, manifestò la propria
fede nel Dio di Abraamo. Anche Isacco, da giovane, dimostrò la sua fede e ubbidienza a Geova
lasciandosi legare mani e piedi e mettere sull’altare per il sacrificio. — Ge 17:10-14, 23-27; 16:13; 24:2-
56.
Storicità. Gesù e i discepoli menzionarono Abraamo più di 70 volte nelle loro conversazioni e nei loro
scritti. Nell’illustrazione del ricco e di Lazzaro, Gesù si riferì ad Abraamo in senso simbolico. (Lu 16:19-
31) Quando i suoi oppositori si vantarono di essere progenie di Abraamo, Gesù prontamente ne
smascherò l’ipocrisia dicendo: “Se siete figli di Abraamo, fate le opere di Abraamo”. (Gv 8:31-58; Mt 3:9,
10) Come spiega l’apostolo Paolo, non è la discendenza carnale che conta, ma piuttosto una fede come
quella di Abraamo che permette di essere dichiarati giusti. (Ro 9:6-8; 4:1-12) Inoltre Paolo identifica il
vero seme di Abraamo con Cristo, insieme a quelli che appartengono a Cristo e sono “eredi secondo la
promessa”. (Gal 3:16, 29) Egli parla anche della benignità e ospitalità di Abraamo verso gli estranei e, nel
lungo elenco di illustri testimoni di Geova in Ebrei capitolo 11, non trascura Abraamo. Altrove spiega che
le due donne di Abraamo, Sara e Agar, figuravano in un dramma profetico che riguardava due patti di
Geova. (Gal 4:22-31; Eb 11:8) Lo scrittore biblico Giacomo aggiunge che Abraamo dimostrò la propria
fede con giuste opere e perciò era conosciuto come “amico di Geova”. — Gc 2:21-23.
Le scoperte archeologiche hanno pure confermato molti particolari relativi alla storia biblica di Abraamo:
la posizione geografica di molti luoghi e numerose usanze dell’epoca, come l’acquisto del campo dagli
ittiti, la scelta di Eliezer quale erede, il trattamento riservato ad Agar.
[Diagramma a pagina 37]
(Per la corretta impaginazione, vedi l’edizione stampata)

W99 1-1 P.6-20

w89 1/7 3 Perché dovreste sapere la verità su Abraamo


Perché dovreste sapere la verità su Abraamo
ABRAAMO: eroe mitico o vero profeta? Quanto è importante rispondere a questa domanda? Secondo la
cronologia biblica, Abraamo visse circa 4.000 anni fa, per cui qualcuno si potrebbe chiedere: ‘Che
differenza fa che sia esistito o no?’
Ebbene, metà della popolazione del mondo appartiene a religioni che professano di credere in Abraamo.
Un recente annuario (1988 Britannica Book of the Year) afferma che il 32,9 per cento del mondo è
cristiano, il 17,2 per cento è musulmano e lo 0,4 per cento è di fede ebraica, e Abraamo è una figura
importante in tutte e tre queste religioni. Senz’altro, i sinceri appartenenti a queste fedi dovrebbero volersi
accertare che ciò che è stato insegnato loro sul conto di Abraamo corrisponda a verità. Anche chi
appartiene ad altre religioni o non è religioso affatto dovrebbe essere interessato. Perché?
Perché la Bibbia dice che Abraamo fu un profeta. (Genesi 20:7) Questa parola viene usata nella Bibbia
per descrivere un portavoce di Dio che ha un messaggio per gli altri esseri umani. Se Abraamo fu un vero
profeta, tutti ne possono trarre beneficio. Perché? Perché il messaggio che egli ricevette conteneva una
buona notizia per tutto il genere umano. (Galati 3:8) Secondo la Bibbia, Dio promise ad Abraamo: “Tutte
le famiglie del suolo certamente si benediranno per mezzo di te”. — Genesi 12:3.
Si tratta di una promessa sorprendente, e Abraamo la sentì pronunciare in almeno due altre occasioni.
(Genesi 18:18; 22:18) Per adempierla, Dio giungerà a risuscitare dai morti rappresentanti di famiglie
ormai estinte. Per questi risuscitati la vita sarà veramente una benedizione, giacché la maggioranza di
loro sarà risuscitata su una terra simile al Paradiso che l’uomo perse in origine. Dopo di ciò verrà
insegnato loro come ottenere la benedizione della vita eterna. — Genesi 2:8, 9, 15-17; 3:17-23.
Se invece Abraamo fosse solo un personaggio mitico, non ci sarebbe nessuna base per credere alla
meravigliosa promessa che ricevette. Non solo, ma se non si può aver fiducia nelle promesse della
Bibbia alcuni potrebbero decidere di dedicarsi interamente ai piaceri della vita presente. Uno dei primi
cristiani scrisse: “Se i morti non sono destati, ‘mangiamo e beviamo, poiché domani moriremo’”. — 1
Corinti 15:32.
Pertanto, avete ogni motivo di chiedervi se Abraamo fu solo un eroe mitico o se fu invece un vero profeta.
Ciò che hanno detto su questo argomento alcuni eminenti ecclesiastici del secolo scorso potrebbe
sorprendervi. Nel contempo, gli archeologi hanno fatto interessanti scoperte che mettono in discussione
le opinioni di tali ecclesiastici.

w89 1/7 4-7 Abraamo: profeta e amico di Dio


Abraamo: profeta e amico di Dio
GLI eserciti alleati di quattro re orientali attraversano l’Eufrate. Marciano lungo la Via Regia, ad est della
valle del Giordano. Sulla loro strada sbaragliano i refaim, gli zuzim, gli emim e gli orei. Poi gli invasori
cambiano direzione e sconfiggono tutti gli abitanti del Negheb meridionale.
Qual è lo scopo di questa campagna militare? L’obiettivo sta tra le regioni occupate della Transgiordania
e del Negheb. È un’ambita valle chiamata Distretto del Giordano. (Genesi 13:10) Qui gli abitanti di cinque
città-stato — Sodoma, Gomorra, Adma, Zeboiim e Bela — vivono tranquilli nell’agiatezza. (Ezechiele
16:49, 50) Un tempo erano sudditi di quello che sembra essere il comandante degli eserciti alleati,
Chedorlaomer re di Elam, ma si sono ribellati contro di lui. Ora, senza il sostegno delle nazioni vicine, è
arrivato per loro il momento della resa dei conti. Chedorlaomer e i suoi alleati vincono la battaglia che ne
risulta e iniziano la lunga marcia che li deve riportare in patria, carichi di spoglie.
Tra i prigionieri vi è un uomo giusto, Lot. È il nipote di Abraamo, il quale dimora in tende sulle vicine
montagne di Ebron. Quando Abraamo apprende la triste notizia, immediatamente raduna 318 dei suoi
uomini. Con coraggio, e con l’aiuto di alcuni vicini, essi inseguono i quattro re e sorprendono i loro eserciti
di notte. Gli invasori si danno alla fuga. Lot e la sua famiglia vengono salvati, insieme agli altri prigionieri e
ai beni.
Quale motivo abbiamo per credere a questo racconto riportato nel 14° capitolo di Genesi? Si tratta di una
storia inventata per elevare il capostipite di un certo numero di nazioni, tra cui quella ebraica, al rango di
eroe nazionale? Che dire degli altri avvenimenti della vita di Abraamo?
Ciò che hanno detto alcuni ecclesiastici
All’inizio del XIX secolo il teologo luterano Peter von Bohlen sostenne che Abraamo fosse un mito e che
l’invasione di Chedorlaomer non avesse un fondamento storico. Un altro, il prof. Julius Wellhausen,
affermò: “Non giungiamo a una conoscenza storica dei patriarchi”. E suggerì: “[Abraamo] potrebbe
essere considerato con maggiore probabilità una libera creazione dell’arte spontanea”.
I teologi inglesi seguirono l’esempio dei loro colleghi tedeschi. “Le grandi saghe dei patriarchi del libro di
Genesi sono preistoriche, storicamente non [sono] più vere delle saghe di . . . re Artù”, scrisse
l’ecclesiastico Stopford Brooke nel libro The Old Testament and Modern Life. “Da . . . Genesi . . . non
otteniamo che un’immagine frammentaria e distorta della vita e del carattere di qualsiasi patriarca”,
scrisse John Colenso, vescovo anglicano dell’ex colonia britannica del Natal. E aggiunse: “Non si può
riporre assoluta fiducia in nessuno di questi racconti”.
Tale atteggiamento critico si diffuse come cancrena. (2 Timoteo 2:17) Oggi, milioni di credenti non
prendono più sul serio la vita dei patriarchi. Tuttavia, a vergogna dei teologi della cristianità, ci sono ora
degli atei che affermano che le critiche alla Bibbia sono state eccessive. Ad esempio, un’enciclopedia
sovietica (Bol’shaia Sovetskaia Entsiklopediia) afferma: “In anni recenti, una serie di controversie
suscitate da chi criticava la Bibbia sono state riesaminate alla luce delle nuove ricerche, specialmente in
base ai dati della cosiddetta archeologia biblica. Alcune tradizioni bibliche che erano state considerate dei
miti . . . sembrano avere un fondamento storico”. Considerate come l’archeologia ha fatto luce sulla storia
di Abraamo.
Ur dei caldei
Secondo la Bibbia, Abraamo fu allevato a “Ur dei caldei”. (Genesi 11:27-31; 15:7) Per secoli l’ubicazione
di Ur rimase un mistero. I critici credevano che se anche Ur fosse realmente esistita, si sarebbe trattato di
un posto remoto e insignificante. Poi, con loro imbarazzo, delle rovine che giacciono tra Babilonia e il
Golfo Persico furono identificate inequivocabilmente come quelle di Ur. Migliaia di tavolette di argilla
riportate alla luce sul posto rivelarono che Ur era un centro di scambi d’importanza mondiale, con una
vasta popolazione cosmopolita. Al tempo di Abraamo la città aveva persino scuole dove si insegnava ai
ragazzi a scrivere e a far di conto.
Inoltre, gli scavi a Ur rivelarono che i suoi architetti conoscevano l’uso della colonna, dell’arco, della volta
e della cupola. Gli artigiani di Ur producevano gioielli di squisita fattura, arpe elaborate e pugnali con la
lama di oro puro. In varie abitazioni gli archeologi hanno riportato alla luce condutture fognarie di argilla
cotta che portavano a vasti pozzi di raccolta profondi fino a dodici metri.
Per molti studiosi queste scoperte gettarono nuova luce su Abraamo. “Eravamo abituati a pensare ad
Abraamo come a un semplice nomade che abitava in tende, e scopriamo che forse abitava una raffinata
casa di mattoni in una città”, scrisse sir Leonard Woolley nel suo libro Digging Up the Past. “Abraamo”,
affermò l’archeologo Alan Millard, “lasciò la città raffinata, con tutta la sua sicurezza e il suo comfort, per
divenire un disprezzato nomade!” — Treasures From Bible Times.
L’invasione di Chedorlaomer
Che dire della vittoria di Abraamo su Chedorlaomer re di Elam? All’inizio del XIX secolo poco si sapeva
degli elamiti. I critici della Bibbia rifiutavano l’idea che Elam avesse mai avuto influenza su Babilonia, per
non parlare della Palestina. Ora gli elamiti sono visti in maniera diversa. L’archeologia rivela che sono
stati una potente nazione guerriera. Un’enciclopedia (Funk & Wagnalls Standard Reference
Encyclopedia) afferma: “Gli elamiti distrussero la città di Ur verso il 1950 a.C. . . . In seguito esercitarono
una considerevole influenza sui governanti di Babilonia”.
Inoltre, su iscrizioni archeologiche sono stati trovati nomi di re elamiti. Alcuni di essi cominciano con
“Kudur”, espressione simile a “Chedor”. Un’importante dea elamita era Lagamar, simile a “laomer”.
Pertanto, alcune fonti secolari ora accettano Chedorlaomer come un governante realmente esistito, il cui
nome probabilmente significa “servitore di Lagamar”. Una serie di iscrizioni babilonesi contiene nomi
simili a quelli di tre dei re invasori: Tudhula (Tidal), Eri-aku (Arioc) e Kudur-lahmil (Chedorlaomer).
(Genesi 14:1) In un suo libro, il dott. A. Custance aggiunge: “Oltre a questi nomi c’erano particolari che
sembravano riferirsi agli avvenimenti che ebbero luogo in Babilonia quando gli elamiti stabilirono la loro
egemonia sul paese. . . . Queste tavolette confermavano a tal punto la Scrittura che i critici letterari vi si
gettarono sopra facendo tutto ciò che era in loro potere per tenerne deliberatamente nascosta
l’importanza”. — Hidden Things of God’s Revelation.
Che dire dell’invasione dei quattro re? C’è nella Transgiordania e nel Negheb qualche prova archeologica
che la confermi? Sì. Nel libro The Archaeology of the Land of Israel il prof. Yohanan Aharoni riferisce la
scomparsa di una civiltà preisraelitica che aveva insediamenti “notevoli” in Transgiordania e nel Negheb
“verso il 2000 a.E.V.” Altri archeologi fissano la data intorno al 1900 a.E.V. “Le terrecotte del Negheb e
quelle della Transgiordania relative a questo periodo sono identiche, ed entrambe mostrano
un’improvvisa e catastrofica fine della civiltà”, afferma il dott. Harold Stigers nella sua opera Commentary
on Genesis. Anche critici della Bibbia, come John Van Seters accettano queste prove. Egli afferma: “Un
problema irrisolto è dove andò questo popolo, ammesso che sia andato da qualche parte, alla fine del
periodo”. — Abraham in History and Tradition.
Una possibile soluzione del problema la fornisce il capitolo 14 di Genesi. Secondo la cronologia biblica
Abraamo arrivò in Canaan nel 1943 a.E.V. La distruttiva invasione di Chedorlaomer deve essere
avvenuta poco dopo tale data. Più tardi, in quello stesso secolo, Dio portò una distruzione infuocata sulle
città immorali di Sodoma e Gomorra. Questo cambiò per sempre l’ecologia della bassa valle del
Giordano, un tempo fertile. (Genesi 13:10-13; 19:24, 25) Non era più l’obiettivo di invasori stranieri.
Ci sono molti altri esempi di come l’archeologia collima con le Scritture nel far luce su avvenimenti della
vita di Abraamo. Ma l’archeologia ha i suoi limiti. Le prove che fornisce sono spesso indirette e soggette
alle interpretazioni di uomini imperfetti.
La testimonianza più affidabile
La prova più certa che Abraamo esistette veramente è la testimonianza del Creatore dell’uomo, Geova
Dio. In Salmo 105:9-15, Dio parlò con approvazione di Abraamo, Isacco e Giacobbe chiamandoli suoi
“profeti”. Oltre mille anni dopo che Abraamo era morto Geova Dio lo menzionò per bocca di almeno tre
profeti, giungendo a chiamarlo suo “amico”. (Isaia 41:8; 51:2; Geremia 33:26; Ezechiele 33:24)
Similmente, Gesù Cristo citò Abraamo come esempio. Nella sua esistenza preumana in cielo, il Figlio di
Dio era stato testimone di persona dei rapporti tra suo Padre e il patriarca. Per questo motivo poté dire ai
giudei:
“‘Se siete figli di Abraamo, fate le opere di Abraamo. Ma ora voi cercate di uccidere me, un uomo che vi
ha detto la verità che ha udito da Dio. Abraamo non fece questo. Il padre vostro Abraamo si rallegrò
grandemente alla prospettiva di vedere il mio giorno, e lo vide e si rallegrò’. Perciò i giudei gli dissero:
‘Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abraamo?’ Gesù disse loro: ‘Verissimamente vi dico: Prima che
Abraamo venisse all’esistenza, io ero’”. — Giovanni 8:39, 40, 56-58.
Con la testimonianza e l’incoraggiamento delle due Persone più autorevoli dell’universo, abbiamo le
migliori ragioni in assoluto per accettare tutto ciò che la Bibbia afferma su Abraamo. (Giovanni 17:5, 17)
Pur presentando Abraamo come esempio, la Bibbia non lo eleva in maniera indebita al ruolo di eroe
nazionale. Lo si può notare esaminando il racconto della sua vittoria sui quattro re alleati. Quando
Abraamo ritornò dalla battaglia fu salutato da Melchisedec re di Salem, che disse: “Benedetto sia l’Iddio
Altissimo, che ha consegnato i tuoi oppressori nella tua mano!” La lode per quella liberazione andò a
Geova. — Genesi 14:18-20.
Comunque, è prossima una vittoria molto più grande! Ben presto, lo stesso Dio glorioso sconfiggerà i “re
dell’intera terra abitata” nella guerra globale chiamata Armaghedon. (Rivelazione 16:14, 16) Dopo ciò si
adempirà completamente la promessa che Dio fece ad Abraamo, suo profeta ed amico: “Per mezzo del
tuo seme tutte le nazioni della terra certamente si benediranno”. Milioni di persone stanno già godendo
un anticipo di tali benedizioni. Anche voi potete essere fra loro, come mostreranno gli articoli alle w89 1/7
pagine 18-28 di questa rivista. — Genesi 22:18.
[Cartine/Foto a pagina 7]
(Per la corretta impaginazione, vedi l’edizione stampata)
[Foto]
Abraamo ubbidì lasciando Ur, una città fiorente
Esempi di manufatti provenienti da Ur:
1. Pugnale e fodero d’oro
2. Lo “stendardo di Ur”
3. Testa di toro aurea proveniente dalla cassa armonica di un’arpa
4. Gioielli
5. Acconciatura con gioielli
[Referenza fotografica]
Foto: Per gentile concessione del British Museum

w89 1/7 18-23 Abraamo: Un esempio per tutti quelli che cercano l'amicizia di Dio
Abraamo: Un esempio per tutti quelli che cercano l’amicizia di Dio
‘Non si indebolì nella fede, essendo pienamente convinto che ciò che Dio aveva promesso era anche in
grado di fare’. — ROMANI 4:19-21.
LA PAROLA divina espressa nelle Scritture “è vivente ed esercita potenza”. (Ebrei 4:12) Pertanto il
racconto dei rapporti fra Geova ed Abraamo, pur essendo stato scritto più di 3.500 anni fa, è fonte di
incoraggiamento per tutti quelli che cercano l’amicizia di Dio. (Romani 15:4) L’arcinemico, Satana, lo sa,
e ha usato capi religiosi per cercare di screditare tale racconto facendolo passare per un mito. — 2
Corinti 11:14, 15.
2 Essendo parte di “tutta la Scrittura . . . ispirata da Dio”, la storia di Abraamo è vera e “utile” per
l’istruzione dei cristiani. (2 Timoteo 3:16; Giovanni 17:17) I primi discepoli di Gesù erano senz’altro di
questo avviso, perché nelle Scritture Greche Cristiane Abraamo viene menzionato 74 volte. L’undicesimo
capitolo di Ebrei, particolarmente rafforzante per la fede, dedica più spazio a lui che a qualsiasi altro
servitore di Dio dei tempi precristiani.
3 Abraamo non era un comune “profeta”, poiché Geova lo impiegò per recitare un grande “dramma
simbolico” in cui il patriarca ebbe il grande onore di raffigurare profeticamente Dio stesso. (Genesi 20:7;
Galati 4:21-26) Pertanto, quando Gesù volle riferirsi a una posizione di favore presso Dio parlò della
“posizione del seno di Abraamo”. — Luca 16:22.
Il suo primo atto di fede
4 Abramo, come si chiamava in origine, fu allevato a “Ur dei caldei”. Mentre dimorava lì Geova Dio gli
apparve dicendogli: “Esci dal tuo paese e dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre e va al paese che io ti
mostrerò; e farò di te una grande nazione e ti benedirò e davvero farò grande il tuo nome; e mostrati una
benedizione. E certamente benedirò quelli che ti benediranno, e maledirò colui che invocherà su di te il
male, e tutte le famiglie del suolo certamente si benediranno per mezzo di te”. — Genesi 12:1-3; 15:7; Atti
7:2, 3.
5 Che sfida accettare questo invito! Per Abramo questo significava lasciare un ambiente raffinato e i
parenti per andare a vivere lontano, in un paese straniero. Ma il suo cuore fu toccato profondamente
dall’amorevole promessa di Dio. Abramo era vecchio e senza figli, e aveva una moglie sterile, per cui il
suo nome sembrava destinato ad essere presto dimenticato. La promessa di Dio garantiva il contrario: da
lui sarebbe discesa “una grande nazione”. Inoltre, la promessa di Dio includeva una meravigliosa buona
notizia per tutta l’umanità, additando un tempo in cui tutte le nazioni sarebbero state benedette. (Galati
3:8) Abramo esercitò fede nella promessa di Geova e abbandonò la città progredita in cui viveva. “Uscì”,
ci dice la Bibbia, “benché non sapesse dove andava”. — Ebrei 11:8.
6 La fede di Abramo influì su altri. Con lui partì anche la sua famiglia, nonché suo padre Tera e suo nipote
Lot. Comunque, essendo Tera il capofamiglia patriarcale, la partenza viene attribuita a lui. (Genesi 11:31)
Degno di nota è il sostegno che Abramo ricevette da sua moglie, Sarai, in seguito chiamata Sara. Essa si
accontentò di un tenore di vita più basso per il resto della sua vita. (Genesi 13:18; 24:67) Non c’è da
stupirsi se quando Sara morì “Abraamo entrò a fare lamento per Sara e a piangerla”. (Genesi 23:1, 2) A
motivo della sua forte fede e sincera sottomissione in qualità di moglie, Sara viene indicata come
esempio di vera bellezza spirituale per le donne cristiane. — Ebrei 11:11, 13-15; 1 Pietro 3:1-6.
7 Oggi molti cristiani hanno mostrato una fede simile offrendosi come volontari per diffondere il
messaggio di Dio in luoghi dove c’è grande bisogno di proclamatori del Regno e per costruire e far
funzionare nuovi impianti per la stampa e la spedizione di letteratura biblica. (Matteo 24:14) Questi
cristiani hanno ubbidito al comando: “Andate . . . fate discepoli di persone di tutte le nazioni”.
Trasferendosi in un paese sconosciuto, spesso hanno dovuto adattarsi a un tenore di vita diverso. Altri
hanno fatto notevoli sacrifici materiali per poter fare discepoli nella zona in cui vivono. — Matteo 28:19,
20.
Altri atti di fede
8 Abramo si fermò nella città di Haran fino alla morte di suo padre Tera. (Genesi 11:31, 32) Poi con tutta
la famiglia attraversò l’Eufrate e si diresse a sud. Infine giunsero al “sito di Sichem” in mezzo al paese di
Canaan. Che paesaggio meraviglioso dev’essersi offerto ai loro occhi! Sichem giace in una fertile valle fra
due catene montuose che culminano nel monte Ebal e nel monte Gherizim. È stato definito “il paradiso
della Terra Santa”. Appropriatamente, qui Geova riapparve ad Abramo e disse: “Darò questo paese al tuo
seme”. — Genesi 12:5-7.
9 Abramo rispose con un altro atto di fede. Il racconto dice: “Edificò là un altare a Geova”. (Genesi 12:7)
Probabilmente questo incluse l’offerta di un sacrificio animale, poiché in ebraico “altare” significa “luogo di
sacrificio”. In seguito Abramo ripeté questi atti di fede in altre parti del paese. Inoltre, ‘invocò il nome di
Geova’. (Genesi 12:8; 13:18; 21:33) L’espressione ebraica “invocare il nome” significa anche “dichiarare
(predicare) il nome”. La famiglia di Abramo come pure i cananei devono averlo udito dichiarare
intrepidamente il nome del suo Dio, Geova. (Genesi 14:22-24) Similmente, tutti quelli che oggi cercano
l’amicizia di Dio devono invocare con fede il suo nome. Questo include che partecipino alla predicazione
pubblica, ‘offrendo sempre a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che fanno pubblica
dichiarazione del suo nome’. — Ebrei 13:15; Romani 10:10.
10 Abramo esercitò fede in Geova in molti altri modi. Fece delle rinunce pur di mantenere la pace e
tuttavia affrontò con coraggio le situazioni critiche. (Genesi 13:7-11; 14:1-16) Pur essendo ricco non era
materialista. (Genesi 14:21-24) Piuttosto, era ospitale e sostenne generosamente l’adorazione di Geova.
(Genesi 14:18-20; 18:1-8) Ciò che più conta, era un capofamiglia esemplare e seguiva le istruzioni di
Geova comandando ai suoi figli e alla sua casa dopo di lui in modo che si attenessero “alla via di Geova
per praticare giustizia”. (Genesi 18:19) In ciò, la casa di Abramo intraprese una condotta nettamente in
contrasto con quella dei pervertiti cananei nelle vicine Sodoma e Gomorra. Abramo di certo non avrebbe
tollerato tali flagranti peccati entro la sua casa. Che egli abbia diretto la sua casa in maniera eccellente è
evidente dal modo in cui i membri di tale casa lo imitarono invocando con fede il nome di Geova. —
Genesi 16:5, 13; 24:26, 27; 25:21.
‘Non si indebolì nella fede’
11 Abramo visse per cento anni fra persone che si consideravano i padroni del paese, ma sopportò le
difficoltà grazie alla sua forte fede. (Genesi 12:4; 23:4; 25:7) La Bibbia dice: “Risiedette come forestiero
nel paese della promessa come in un paese straniero, e dimorò in tende con Isacco e Giacobbe, eredi
con lui della stessa promessa. Poiché aspettava la città [il Regno di Dio] che ha reali fondamenta, il cui
edificatore e costruttore è Dio”. ‘Eppure, se in realtà avesse continuato a ricordare quel luogo dal quale
era uscito, avrebbe avuto l’opportunità di tornarvi’. — Ebrei 11:9, 10, 15; confronta Ebrei 12:22, 28.
12 Abramo non era da molto in Canaan quando una grande carestia gli offrì un’‘opportunità di tornare’. Ur,
rifornita dalle abbondanti acque dell’Eufrate, non dipendeva dalla pioggia. Ma anziché farvi ritorno,
Abramo ripose fede in Geova e andò nella direzione opposta, in Egitto. Era un rischio. Avendo una
moglie molto bella il forestiero, Abramo, rischiava la vita in quel paese straniero. Ciò nonostante, egli
prese le sue precauzioni chiedendo a Sarai di non rivelare che erano sposati. Geova benedì Abramo per
la sua fede, e ben presto egli poté tornare nella Terra Promessa con ricchezze più grandi che mai. —
Genesi 12:10–13:2; 20:12.
13 Anche questo faceva parte del dramma profetico che Abramo inconsapevolmente recitava per nostra
istruzione. Sarai, ancora sterile, raffigurava l’organizzazione celeste di Geova composta di angeli leali,
simile a una moglie. Questa bella moglie simbolica dovette aspettare oltre 4.000 anni prima di poter
provvedere il vero seme del più grande Abraamo, Geova Dio. L’aperta persecuzione dei fedeli servitori di
Dio durante tutti questi anni di attesa talvolta faceva sembrare che Geova avesse nascosto la sua
relazione maritale con lei. — Genesi 3:15; Isaia 54:1-8; Galati 3:16, 27, 29; 4:26.
14 Dopo esser vissuto come residente forestiero per dieci anni, Abramo ancora non aveva un figlio come
erede. Disperata, Sarai lo pregò di avere una progenie dalla sua serva, Agar. Abramo fu d’accordo e
nacque Ismaele. (Genesi 12:4; 16:1-4, 16) Ma il promesso seme che avrebbe portato la benedizione
doveva venire attraverso qualcun altro. Quando Abramo aveva 99 anni il suo nome fu cambiato in
Abraamo, perché Dio gli disse: “Ti farò padre di una folla di nazioni”. Il nome di Sarai fu cambiato in Sara
con la promessa che avrebbe partorito un figlio. — Genesi 17:1, 5, 15-19.
15 Abraamo, e in seguito anche Sara, risero al pensiero, perché le facoltà riproduttive di entrambi erano
cessate. (Genesi 17:17; 18:9-15) Ma tale risata non rivelava incredulità e mancanza di fede. Come
spiega la Bibbia, Abraamo ‘non si indebolì nella fede. Ma a motivo della promessa di Dio divenne potente
mediante la sua fede, dando gloria a Dio ed essendo pienamente convinto che ciò che egli aveva
promesso era anche in grado di fare’. (Romani 4:18-21) Quello stesso giorno, Abraamo diede prova della
sua forte fede. Come segno del suo patto con lui, Geova disse ad Abraamo di circoncidersi e di
circoncidere ogni maschio nella sua vasta casa. (Genesi 15:18-21; 17:7-12, 26) Come reagì a questo
comando doloroso? “Circoncise la carne del loro prepuzio in quel medesimo giorno, proprio come Dio gli
aveva parlato”. — Genesi 17:22-27.
16 Isacco, il cui nome significa “risata”, nacque a Sara l’anno seguente. (Genesi 21:5, 6) Ben presto arrivò
il tempo di svezzarlo. Durante la festa, il geloso Ismaele perseguitò Isacco. A ciò Sara esortò vivamente
Abraamo a cacciare la schiava Agar e suo figlio dalla casa, e Geova Dio appoggiò la richiesta di Sara.
Anche se addolorato, Abraamo ubbidì prontamente. (Genesi 21:8-14) Secondo Galati 4:21-30, questo
raffigurò come il più grande Abraamo avrebbe troncato la sua relazione con la nazione dell’Israele
naturale. Come il resto dell’umanità, gli israeliti erano nati schiavi del peccato. (Romani 5:12) Ma allo
stesso tempo rigettavano Gesù Cristo, il vero Seme di Abraamo che era venuto per liberarli. (Giovanni
8:34-36; Galati 3:16) E come Ismaele perseguitò Isacco, essi perseguitarono la neocostituita
congregazione cristiana dell’Israele spirituale, che era la parte secondaria del seme di Abraamo. —
Matteo 21:43; Luca 3:7-9; Romani 2:28, 29; 8:14-17; 9:6-9; Galati 3:29.
La più grande prova di fede
17 È difficile che un padre umano abbia amato suo figlio più di quanto l’anziano Abraamo amò Isacco.
Che terribile colpo dovette essere dunque per lui ricevere questo comando: “Prendi, suvvia, tuo figlio, il
tuo figlio unico che ami tanto, Isacco, e fa un viaggio nel paese di Moria e là offrilo come olocausto su
uno dei monti che io ti designerò”. — Genesi 22:1, 2.
18 Dovette essere difficile per Abraamo capire il motivo di questo penoso comando. Tuttavia, ancora una
volta, fu pronto a ubbidire. (Genesi 22:3) Gli ci vollero tre angosciosi giorni per arrivare al monte
prescelto. Lì costruì un altare e vi pose sopra la legna per il fuoco. A un certo punto avrà dovuto spiegare
il comando di Dio a Isacco, il quale sarebbe potuto facilmente scappare via. Isacco, invece, permise che il
suo anziano padre gli legasse mani e piedi e lo ponesse sull’altare. (Genesi 22:4-9) Come mai fu così
ubbidiente?
19 Abraamo aveva fedelmente assolto le sue responsabilità nei confronti di Isacco, come indica Genesi
18:19. Senza dubbio aveva inculcato in Isacco il proposito di Geova di risuscitare i morti. (Genesi 12:3;
Ebrei 11:17-19) Isacco, da parte sua, era l’oggetto del profondo amore di Abraamo e avrà voluto
compiacere suo padre in qualsiasi cosa, specialmente se si trattava di fare la volontà di Dio. Che
eccellente esempio per le odierne famiglie cristiane! — Efesini 6:1, 4.
20 Ora veniva la parte più difficile della prova. Abraamo afferrò il coltello per scannare. Ma quando fu sul
punto di uccidere suo figlio, Geova lo fermò e disse: “Ora davvero so che temi Dio, in quanto non hai
trattenuto tuo figlio, il tuo unico, da me”. (Genesi 22:11, 12) Che ricca ricompensa, per Abraamo, udire
Dio stesso che lo dichiarava giusto! Ora poteva esser certo di essere stato all’altezza di ciò che Dio
richiede dagli esseri umani imperfetti. Cosa ancora più importante, era stata dimostrata la giustezza del
giudizio che Geova aveva espresso in precedenza riguardo alla sua fede. (Genesi 15:5, 6) Dopo ciò
Abraamo sacrificò un montone provveduto miracolosamente al posto di Isacco. Poi udì Geova
confermare, con un giuramento, le promesse del patto. In seguito divenne noto come amico di Geova. —
Genesi 22:13-18; Giacomo 2:21-23.
21 Il sacrificio di Abraamo era “illustrativo”. (Ebrei 11:19) Rappresentava il doloroso e prezioso sacrificio
che Geova Dio fece quando mandò il suo amato Figlio sulla terra per morire come “l’Agnello di Dio che
toglie il peccato del mondo”. (Giovanni 1:29) E il fatto che Isacco fosse disposto a morire illustra come il
più grande Isacco, Gesù Cristo, si sottomise amorevolmente al compimento della volontà del suo Padre
celeste. (Luca 22:41, 42; Giovanni 8:28, 29) Infine, proprio come Abraamo ricevette suo figlio vivo
dall’altare, Geova ricevette il suo amato Figlio dai morti come gloriosa creatura spirituale. (Giovanni 3:16;
1 Pietro 3:18) Com’è incoraggiante tutto questo per quelli che oggi cercano l’amicizia di Dio!
22 Esercitando fede in questo supremo atto di amore da parte del più grande Abraamo, Geova Dio, un
gruppo scelto di esseri umani sono stati dichiarati giusti come figli di Dio. (Romani 5:1; 8:15-17) Essendo
presi prima di fra gli ebrei e poi di fra i gentili, questi sono stati davvero benedetti per mezzo del Seme di
Abraamo, Gesù Cristo. (Atti 3:25, 26; Galati 3:8, 16) Da parte loro, formano la parte secondaria del seme
di Abraamo. (Galati 3:29) Costoro sono in tutto 144.000 e, come Gesù, vengono risuscitati alla vita
celeste dopo essersi mostrati fedeli sino alla morte. — Romani 6:5; Rivelazione 2:10; 14:1-3.
23 Nel frattempo milioni di persone di tutte le nazioni si stanno ‘benedicendo’ accettando l’amorevole
ministero del piccolo rimanente del seme di Abraamo. (Genesi 22:18) Sono state entusiaste di
apprendere com’è possibile che esseri umani peccatori siano dichiarati giusti come amici di Dio. Come
risultato, “una grande folla . . . di ogni nazione” sta godendo del favore di Dio, in quanto queste persone
“hanno lavato le loro lunghe vesti e le hanno rese bianche nel sangue dell’Agnello”. Seguendo la guida
del rimanente, anch’esse rendono a Dio “sacro servizio giorno e notte”. Dinanzi a questa grande folla è
posta la meravigliosa speranza della vita eterna nel Paradiso come “figli di Dio” terreni. (Rivelazione 7:9-
17; 21:3-5; Romani 8:21; Salmo 37:29) Ma prima che tali benedizioni divengano realtà devono aver luogo
avvenimenti più importanti, come apprenderemo nel prossimo articolo.

w89 1/7 23-8 Un matrimonio da cui traggono beneficio milioni di persone ora in vita
Un matrimonio da cui traggono beneficio milioni di persone ora in vita
“Geova il nostro Dio, l’Onnipotente, ha cominciato a regnare. . . . Diamo a lui la gloria, perché è arrivato il
matrimonio dell’Agnello e la sua moglie si è preparata”. — RIVELAZIONE 19:6, 7.
QUESTE entusiasmanti parole fanno parte di un profetico cantico di vittoria. Quando si comincerà a
cantarlo? Dopo la distruzione della nemica di vecchia data dell’adorazione di Geova, “Babilonia la
Grande”, la simbolica “grande meretrice” che rappresenta tutte le forme di falsa religione. Su di lei
dev’essere eseguito il giudizio a motivo del modo in cui ha mal rappresentato Dio. Come ha sviato
l’umanità con la sua ingerenza nella politica, la sua avidità materialistica e il suo odio omicida per i veri
adoratori di Geova! — Rivelazione 17:1-6; 18:23, 24; 19:1, 2; Giacomo 4:4.
2 Ben presto Geova Dio indurrà i capi politici del mondo a distruggerla. (Rivelazione 17:12, 16, 17) Ma
coloro che distruggeranno la falsa religione non si uniranno nel cantare il grande cantico di vittoria.
Piuttosto, sotto l’influenza di Satana, vale a dire Gog, attaccheranno coloro che praticano la vera
religione, che vivono in pace e si mantengono separati dalla malvagità di questo mondo. — Isaia 2:2-4;
Ezechiele 38:2, 8-12; Giovanni 17:14; Giacomo 1:27.
3 Questo attacco blasfemo da parte dei governanti politici scatenerà la battaglia di Armaghedon, che
eliminerà per sempre le nazioni antireligiose. Dopo ciò, la terra sarà liberata dalla malvagia influenza di
Satana e dei suoi demoni. (Rivelazione 16:14, 16; 19:11-21; 20:1, 2) Col cuore colmo di gratitudine, tutti
gli esseri umani che sopravvivranno si uniranno al coro celeste nell’esclamare: “Lodate Iah, perché
Geova il nostro Dio, l’Onnipotente, ha cominciato a regnare”. (Rivelazione 19:6) In effetti, tali avvenimenti
che scuoteranno il mondo segneranno l’inizio di una nuova epoca. Geova avrà rivendicato la sua
sovranità e tolto dalla faccia della terra tutti quelli che sfidano il suo dominio. Sarà finalmente arrivata l’ora
del matrimonio celeste. Come dice la continuazione del cantico profetico: “Rallegriamoci ed esultiamo, e
diamo a [Geova] la gloria, perché è arrivato il matrimonio dell’Agnello e la sua moglie si è preparata”. —
Rivelazione 19:7, 8.
4 L’Agnello non è altri che il glorificato Gesù Cristo, e la sua “moglie” sono tutti i suoi 144.000 unti seguaci
fedeli ora uniti a lui in cielo. Insieme, questi coniugi celesti compongono il numero completo dei membri
del Regno di Dio, che eleverà l’umanità, compresi i morti risuscitati, alla perfezione umana. (Rivelazione
5:8-10; 14:1-4; 20:4, 12, 13; 21:3-5, 9, 10; 22:1-3) Avranno successo gli avvenimenti che conducono a
tale matrimonio benedetto? Come potete trarre beneficio da questo matrimonio? Per trovare risposta a
tali domande, esaminiamo gli avvenimenti legati al matrimonio di Isacco, riportati nel capitolo 24 di
Genesi.
Dio sceglie una sposa per Isacco
5 Il racconto inizia con Abraamo che dà istruzioni al servitore che amministrava la sua casa,
evidentemente Eliezer. (Genesi 15:2; 24:2) “Devo farti giurare per Geova”, disse Abraamo, “che non
prenderai una moglie per mio figlio dalle figlie dei cananei fra i quali dimoro, ma andrai al mio paese e dai
miei parenti, e certamente prenderai una moglie per mio figlio, per Isacco”. — Genesi 24:3, 4.
6 Perché Abraamo insistette tanto che suo figlio non sposasse una cananea? Perché i cananei
discendevano da Canaan, che fu maledetto da Noè. (Genesi 9:25) Inoltre, i cananei erano noti per le loro
pratiche depravate, e soprattutto non adoravano Geova. (Genesi 13:13; Levitico 18:3, 17-28)
Comprensibilmente, Abraamo voleva che suo figlio sposasse una donna che apparteneva alla sua stessa
famiglia, una discendente di Sem, il quale aveva ricevuto l’ispirata benedizione di Noè. (Genesi 9:26) Che
ottimo esempio per i cristiani che oggi decidono di sposarsi! — Deuteronomio 7:3, 4.
7 Così Eliezer intraprese un viaggio di oltre 800 chilometri fino in Mesopotamia. Andò ben equipaggiato,
con dieci cammelli carichi di doni. (Genesi 24:10) In aggiunta, poteva meditare su queste incoraggianti
parole del suo padrone: “Geova, l’Iddio dei cieli, . . . manderà il suo angelo davanti a te, e certamente di
là prenderai una moglie per mio figlio”. — Genesi 24:7.
8 Alla fine giunse alla città di Nahor, nella Mesopotamia settentrionale. Eliezer lasciò che gli stanchi
cammelli si inginocchiassero per riposare a un pozzo fuori della città. Era l’ora in cui le donne andavano
ad attingere l’acqua: davvero un’ottima occasione perché Eliezer cercasse una possibile moglie! Ma che
tipo di donna doveva essere? La più attraente? No. Ad Eliezer interessava soprattutto una donna dalla
personalità devota. Lo si capisce dall’umile preghiera di fede che a questo punto egli pronunciò: “Geova,
Dio del mio padrone Abraamo, fallo avvenire, ti prego, davanti a me quest’oggi e usa amorevole benignità
al mio padrone Abraamo. Ecco, sto fermo presso una fonte d’acqua e le figlie degli uomini della città
escono ad attingere acqua. Ciò che deve avvenire è che la giovane alla quale dirò: ‘Abbassa la tua giara
d’acqua, ti prego, perché io beva’, e che veramente dirà: ‘Bevi, e darò da bere anche ai tuoi cammelli’,
questa è quella che devi assegnare al tuo servitore, a Isacco; e da questo fammi sapere che hai usato
amore leale col mio padrone”. — Genesi 24:11-14.
9 Era senz’altro una buona prova. Secondo un’enciclopedia (The New Encyclopædia Britannica), un
cammello molto assetato può bere 95 litri d’acqua in dieci minuti. Può darsi che i cammelli di Abraamo
non avessero tanta sete, ma le donne di quel tempo conoscevano senz’altro quanta acqua potevano bere
tali animali. Di certo una donna doveva essere molto gentile, altruista e laboriosa per offrirsi di attingere
acqua per dieci cammelli stanchi di proprietà di un estraneo.
10 La preghiera di Eliezer fu esaudita ancor prima che egli l’avesse completata, in quanto il racconto dice:
“Ecco, usciva Rebecca . . . Ora la giovane era di aspetto molto attraente, vergine, e nessun uomo aveva
avuto rapporti sessuali con lei; e scese alla fonte e riempiva la sua giara per l’acqua e quindi salì. Subito il
servitore le corse incontro e disse: ‘Dammi, ti prego, un piccolo sorso d’acqua della tua giara’. A sua volta
essa disse: ‘Bevi, mio signore’. Allora abbassò prontamente la sua giara sulla mano e gli diede da bere.
Quando ebbe finito di dargli da bere, disse: ‘Attingerò acqua anche per i tuoi cammelli finché abbiano
bevuto abbastanza’. Così vuotò prontamente la sua giara nell’abbeveratoio e corse ripetute volte al pozzo
ad attingere acqua, e ne attingeva per tutti i suoi cammelli”. — Genesi 24:15-20.
11 Eliezer “la fissava con meraviglia”, osservando questa miracolosa risposta alla sua preghiera. Quando
la lodevole vergine ebbe finito, la ricompensò con un anello da naso e due braccialetti d’oro e le chiese di
chi era figlia. Scoprendo che era pronipote di Abraamo, Eliezer si inchinò a Geova in riverente
adorazione, dicendo: “Benedetto sia Geova, l’Iddio del mio padrone Abraamo, che non ha lasciato la sua
amorevole benignità e la sua fidatezza verso il mio padrone. Essendo io per via, Geova mi ha guidato alla
casa dei fratelli del mio padrone”. — Genesi 24:21-27.
12 Eccitata, Rebecca corse a casa a raccontare l’accaduto alla sua famiglia. In seguito, quando il padre e
il fratello di Rebecca udirono dalla bocca stessa di Eliezer lo scopo del suo viaggio e come Geova aveva
risposto alla sua preghiera, acconsentirono senza esitazione a che Rebecca andasse in moglie a Isacco.
“E avvenne che quando il servitore di Abraamo ebbe udito le loro parole, si prostrò subito a terra davanti
a Geova. E il servitore tirava fuori oggetti d’argento e oggetti d’oro e vesti e li dava a Rebecca; e diede
cose scelte al fratello e alla madre di lei”. — Genesi 24:52, 53.
La risposta della sposa e delle sue serve
13 Come considerava Rebecca il privilegio di essere stata scelta da Dio come sposa di Isacco? Il giorno
seguente accadde qualcosa che rivelò i suoi veri sentimenti. Avendo raggiunto lo scopo del suo viaggio,
Eliezer desiderava tornare dal suo padrone senza indugio. Ma la famiglia di Rebecca voleva che la sposa
restasse con loro almeno dieci giorni. Perciò si lasciò decidere a Rebecca se era pronta a partire
immediatamente. “Sono disposta ad andare”, disse. Accettando di lasciare immediatamente la famiglia
per andare in un paese lontano a sposare un uomo che non aveva mai visto Rebecca dimostrò di avere
grande fede nella guida di Geova. Questo confermava che lei era la persona giusta. — Genesi 24:54-58.
14 Rebecca non fece il viaggio da sola. Il racconto ci spiega: “Rebecca e le sue serve si levarono e
montavano sui cammelli”. (Genesi 24:61) Così la carovana di cammelli intraprese un viaggio pericoloso di
oltre 800 chilometri in territorio straniero. “La velocità media dei cammelli carichi”, afferma un libro (The
Living World of Animals), “è di circa [4 km/h]”. Se i cammelli di Abraamo viaggiarono a tale velocità per
otto ore al giorno, avranno impiegato più di 25 giorni per raggiungere la loro destinazione nel Negheb.
15 Sia Eliezer che Rebecca e le sue serve confidavano pienamente nella guida di Geova: un ottimo
esempio per i cristiani odierni! (Proverbi 3:5, 6) Inoltre, questo racconto è un dramma profetico che
rafforza la fede. Come abbiamo visto, Abraamo rappresenta Geova Dio, che offrì il suo diletto Figlio, il più
grande Isacco, affinché gli uomini peccatori potessero ottenere la vita eterna. (Giovanni 3:16) I preparativi
per il matrimonio di Isacco furono fatti qualche tempo dopo che egli era stato risparmiato dalla morte
sull’altare per il sacrificio. Questi preparativi raffiguravano profeticamente quelli per il matrimonio celeste,
che ebbero inizio in piena misura dopo la risurrezione di Gesù.
Il matrimonio del più grande Isacco
16 Il nome Eliezer significa “Il mio Dio è un soccorritore”. Sia col nome che con le azioni, Eliezer
rappresenta in maniera appropriata lo spirito santo del più grande Abraamo, Geova Dio, che egli mandò a
questo paese distante, la terra, per scegliere una sposa adatta per il più grande Isacco, Gesù Cristo.
(Giovanni 14:26; 15:26) La classe della sposa è “la congregazione”, composta di discepoli di Gesù
generati dallo spirito santo come figli spirituali di Dio. (Efesini 5:25-27; Romani 8:15-17) Proprio come
Rebecca ricevette costosi doni, così i primi membri della congregazione cristiana, alla Pentecoste del 33
E.V., ricevettero doni miracolosi come prova della loro chiamata divina. (Atti 2:1-4) Come Rebecca, sono
stati disposti ad abbandonare tutto ciò che li legava al mondo e alla carne per essere infine uniti al loro
Sposo celeste. I singoli membri della classe della sposa devono custodire la loro verginità spirituale da
quando vengono chiamati fino alla morte, mentre viaggiano attraverso il pericoloso e seducente mondo di
Satana. (Giovanni 15:18, 19; 2 Corinti 11:3; Giacomo 4:4) Piena di spirito santo, la classe della sposa
invita fedelmente altri a valersi dei provvedimenti di Geova per la salvezza. (Rivelazione 22:17) Seguite il
suo esempio accettando anche voi la guida dello spirito?
17 La classe della sposa dà grande valore a ciò che è raffigurato dai dieci cammelli. Nella Bibbia il
numero dieci è usato per indicare perfezione o completezza riguardo a cose terrene. I dieci cammelli si
possono paragonare alla completa e perfetta Parola di Dio, attraverso la quale la classe della sposa
riceve sostentamento spirituale e doni spirituali. (Giovanni 17:17; Efesini 1:13, 14; 1 Giovanni 2:5)
Commentando l’abbeveraggio dei cammelli da parte di Rebecca, La Torre di Guardia del 15 giugno 1949
fece questa applicazione a quelli della classe della sposa: “Riguardano con amore la Parola di Dio che
reca loro molto del suo spirito. Prendono interesse alla sua Parola scritta, servendola e rianimandola con
la loro assistenza, e manifestano un sincero interessamento per il suo messaggio e il suo proposito,
cercando di credervi”. Che le cose stiano così lo si può notare ad esempio dal fatto che il rimanente della
classe della sposa ha amorevolmente reso disponibile a milioni di persone la moderna e aggiornata
Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture. Sia che questa ottima traduzione sia disponibile nella
vostra lingua o no, mostrate apprezzamento esaminando regolarmente la Bibbia insieme agli strumenti di
studio provveduti dalla classe della sposa? — 2 Timoteo 3:16.
Il matrimonio dell’Agnello si avvicina
18 In questi ultimi giorni del mondo di Satana, al rimanente della classe della sposa si è aggiunta “una
grande folla”, paragonabile alle “serve” di Rebecca. Come nel caso di Rebecca, questa è molto più
numerosa della classe della sposa, il cui numero completo è di 144.000 membri. È la “grande folla” delle
“altre pecore” di Gesù Cristo. (Rivelazione 7:4, 9; Giovanni 10:16) Come leali serve della sposa, anche i
membri di questa folla devono evitare di essere contaminati dal malvagio mondo di Satana. Anch’essi
devono accettare le direttive dello spirito di Geova e della sua Parola come viene loro spiegata dalla
classe della sposa. Ma la loro ricompensa è diversa. Se persevereranno nel sostenere lealmente la
sposa di Cristo, sopravvivranno alla fine del mondo di Satana e avranno la meravigliosa opportunità di
vivere per sempre su una terra paradisiaca. — Rivelazione 21:3, 4.
19 Riuscirono Rebecca e le sue “serve” a raggiungere la loro meta? Sì. La Bibbia riferisce: “E Isacco era
fuori a passeggiare, per meditare nel campo sul far della sera. Quando alzò gli occhi e guardò, ebbene,
ecco, venivano dei cammelli! Quando Rebecca alzò gli occhi, scorse Isacco e si lasciò scivolare dal
cammello”. Dopo che Eliezer ebbe spiegato come era riuscito a portare a termine il suo incarico, Isacco
accettò in moglie Rebecca e “si innamorò di lei”. — Genesi 24:63-67.
20 Similmente, il proposito di Geova riguardo alla sposa di Cristo non può fallire. (Isaia 55:11) Fra poco,
dopo che Babilonia la Grande sarà giudicata e distrutta, gli ultimi componenti del rimanente della sposa
completeranno il loro viaggio. Sarà giunto per loro il momento di essere separati dalle loro serve
compagne per essere uniti in matrimonio, in cielo, con il più grande Isacco. Che grandiosa occasione di
gioia universale sarà quella! — Rivelazione 19:6-8.
21 Nel frattempo, milioni di persone si stanno benedicendo accettando il ministero del sempre più esiguo
rimanente della sposa. Prima che tutti questi finiscano la loro vita terrena con la morte, la devastazione
dell’impero mondiale della falsa religione simile a una prostituta segnerà l’inizio della “grande tribolazione
come non è accaduta dal principio del mondo fino ad ora”. Rimane poco tempo. Se volete sopravvivere, è
essenziale ubbidire ai comandi divini! (Matteo 24:14, 21; Marco 13:10; Luca 21:15; Giovanni 13:34) Tali
comandi valgono in special modo nei nostri tempi difficili. Perciò, che facciate parte del rimanente della
sposa o della sua “grande folla” di serve, continuate ad ubbidire a Geova, a sua gloria e a vostra felicità
eterna. Che prospettiva grandiosa sarà per i membri della grande folla, già considerati amici di Dio,
continuare a vivere mentre Geova ‘farà ogni cosa nuova’ e benefìci eterni saranno estesi a milioni di
persone in una terra paradisiaca! — Rivelazione 21:5; 22:1, 2, 17.

w91 1/11 10-12 La perseveranza che porta alla vittoria


Aspettiamo con perseveranza senza vacillare
11 C’è bisogno di tempo perché la prova in cui ci troviamo sia completata. (Giacomo 1:2-4) Sembra che,
quando la determinazione degli antichi servitori di Dio a rimanere fedeli era messa alla prova, la regola di
Dio per loro sia sempre stata quella di aspettare, aspettare e ancora aspettare. Ma l’attesa, alla fine, si è
sempre dimostrata fruttuosa per quei fedeli servitori. Giuseppe, ad esempio, dovette aspettare 13 anni
come schiavo e prigioniero, ma questa esperienza raffinò la sua personalità. — Salmo 105:17-19.
12 Abraamo aveva già 75 anni quando Dio lo chiamò fuori da Ur dei caldei perché andasse nella Terra
Promessa. E aveva circa 125 anni quando ricevette la conferma giurata della promessa di Dio, il che
accadde subito dopo che ebbe dato prova della sua fede giungendo al punto di offrire il suo diletto figlio,
Isacco, fermandosi solo quando l’angelo di Geova gli trattenne la mano e impedì il sacrificio. (Genesi
22:1-18) Per Abraamo, 50 anni furono un lungo periodo di tempo da passare quale residente temporaneo
in un paese straniero, ma egli perseverò per altri 50 anni, fino al giorno in cui morì, all’età di 175 anni. In
tutto quel tempo, Abraamo fu un fedele testimone e profeta di Geova Dio. — Salmo 105:9-15.
13 La fede e la perseveranza di Abraamo sono indicate come esempio per tutti i servitori di Dio che
vogliono ricevere le benedizioni promesse mediante Gesù Cristo, il Seme di Abraamo. (Ebrei 11:8-10, 17-
19) Riguardo a lui, in Ebrei 6:11-15 leggiamo: “Desideriamo che ciascuno di voi mostri la stessa operosità
in modo da avere la piena certezza della speranza sino alla fine, affinché non diveniate pigri, ma siate
imitatori di quelli che mediante la fede e la pazienza ereditano le promesse. Poiché quando Dio fece la
promessa ad Abraamo, giacché non poteva giurare per nessuno più grande, giurò per se stesso,
dicendo: ‘Sicuramente, benedicendo ti benedirò, e moltiplicando ti moltiplicherò’. E così dopo che
Abraamo ebbe mostrato pazienza, ottenne questa promessa”.
14 L’unto rimanente ha già visto passare 77 anni dallo scadere dei tempi dei Gentili nel 1914, tempo in cui
alcuni di loro si aspettavano che la vera congregazione cristiana fosse glorificata in cielo, e non sappiamo
fino a quando il rimanente debba ancora aspettare. Significa questo che dovremmo vacillare e pensare
che l’attesa non finirà mai e che la ricompensa sia solo un miraggio irraggiungibile? No! In questo modo
non rivendicheremmo affatto la sovranità di Dio né onoreremmo il suo nome. Agli occhi del mondo, egli
non sarebbe giustificato concedendoci la vittoria e il premio della vita eterna. Indipendentemente dalla
durata dell’attesa i membri del rimanente, insieme ai loro fedeli compagni paragonabili a pecore, sono
decisi ad aspettare che Geova agisca al tempo da lui stabilito. Mostrando questa perseveranza
esemplare, seguono l’esempio di Abraamo. — Romani 8:23-25.
15 Il nostro motto, quindi, è ancora: ‘Perseveriamo senza vacillare nel compiere la volontà di Dio’.
(Romani 2:6, 7) In passato Dio ci ha sostenuto in situazioni davvero difficili, anche quando alcuni sono
stati messi in prigione o nei campi di concentramento, e ci ha fatto uscire vittoriosi da queste prove a
gloria del suo nome e del suo proposito. Nel tempo che ancora resta prima che la nostra prova sia
completata, Geova continuerà a fare la stessa cosa. L’esortazione di Paolo rimane valida per i nostri
giorni: “Vi è necessaria, infatti, la paziente perseveranza, per compiere la volontà di Dio e conseguire ciò
che vi è stato promesso”. — Ebrei 10:36, Nardoni; Romani 8:37.
16 Fino a quando Geova avrà del lavoro da farci fare in questo mondo malvagio, dunque, seguendo
l’esempio di Gesù, vogliamo impegnarci in tale lavoro fino a portarlo a compimento. (Giovanni 17:4) Non
ci siamo dedicati a Geova con la clausola che l’avremmo servito solo per un breve periodo di tempo e
che poi sarebbe venuto Armaghedon. Ci siamo dedicati per sempre. L’opera di Dio per noi non finirà con
la battaglia di Armaghedon. Tuttavia, è solo dopo che avremo portato a termine l’opera che dev’essere
fatta prima di Armaghedon che vedremo le grandiose realtà che seguiranno tale grande guerra. Allora,
oltre ad avere il piacevole privilegio di continuare a compiere l’opera di Dio, saremo ricompensati con le
benedizioni che lui ha promesso e che abbiamo atteso a lungo. — Romani 8:32.

w93 15/11 13-14 Camminate con coraggio nelle vie di Geova


Coraggio di ubbidire a Dio
9 Abraamo, l’“amico di Geova”, è un eccellente esempio di coraggiosa ubbidienza a Dio. (Giacomo 2:23)
Abraamo dovette avere fede e coraggio per ubbidire a Geova e lasciare Ur dei caldei, città che offriva
molti vantaggi materiali. Abraamo credette alla promessa di Dio che “tutte le famiglie del suolo” si
sarebbero benedette mediante lui e che al suo seme sarebbe stato dato un paese. (Genesi 12:1-9;
15:18-21) Per fede Abraamo “risiedette come forestiero nel paese della promessa” e aspettò “la città che
ha reali fondamenta”, il celeste Regno di Dio sotto il quale sarebbe stato risuscitato per vivere sulla terra.
— Ebrei 11:8-16.
10 La moglie di Abraamo, Sara, ebbe la fede e il coraggio che occorrevano per lasciare Ur,
accompagnare il marito in un paese straniero e sopportare qualunque eventuale avversità. E come fu
ricompensata la sua coraggiosa ubbidienza a Dio! Sebbene fosse rimasta sterile fino a circa 90 anni e
avesse “passato il limite d’età”, Sara ricevette il potere ‘di concepire un seme, poiché stimò fedele Dio
che aveva promesso’. A tempo debito partorì Isacco. (Ebrei 11:11, 12; Genesi 17:15-17; 18:11; 21:1-7)
Anni dopo, Abraamo ubbidì coraggiosamente a Dio e fu sul punto di ‘offrire Isacco’. Fermato da un
angelo, il patriarca ricevette il coraggioso e ubbidiente figlio dalla morte “in modo illustrativo”. In tal modo
lui e Isacco raffigurarono profeticamente che Geova Dio avrebbe provveduto suo Figlio Gesù Cristo come
riscatto affinché coloro che avrebbero esercitato fede in lui potessero avere la vita eterna. (Ebrei 11:17-
19; Genesi 22:1-19; Giovanni 3:16) Di sicuro la coraggiosa ubbidienza di Abraamo, Sara e Isacco
dovrebbe spingerci a ubbidire a Geova e a fare sempre la sua volontà.
w94 15/5 21-3 Riuscite ad avere pazienza?
Riuscite ad avere pazienza?
GEOVA disse ad Abramo: “Esci dal tuo paese . . . e va al paese che io ti mostrerò; e farò di te una
grande nazione e ti benedirò e davvero farò grande il tuo nome”. (Genesi 12:1, 2) Abramo aveva 75 anni.
Ubbidì e saggiamente ebbe pazienza per il resto della sua vita, aspettando Geova.
In seguito Dio fece questa promessa al paziente Abraamo (Abramo): “Sicuramente, benedicendo ti
benedirò, e moltiplicando ti moltiplicherò”. L’apostolo Paolo aggiunse: “E così dopo che Abraamo ebbe
mostrato pazienza, ottenne questa promessa”. — Ebrei 6:13-15.
Che cos’è la pazienza? I dizionari la definiscono capacità “di aspettare qualcosa con calma” o di
manifestare “sopportazione nonostante la provocazione o la tensione”. Quindi la vostra pazienza è messa
alla prova quando dovete aspettare qualcosa o qualcuno, o quando venite provocati o siete stressati. In
situazioni del genere chi è paziente rimane tranquillo; l’impaziente diventa avventato e irritabile.
L’impaziente mondo moderno
Specie in molte zone urbane non viene premiata la pazienza, ma la velocità. Per milioni di persone che
vivono in città sovraffollate, ogni giornata inizia la mattina quando suona la sveglia e comincia la corsa
frenetica: andare da qualche parte, vedere qualcuno, riuscire a fare qualcosa. È dunque strano che molti
siano tesi e impazienti?
Rimanete sconcertati di fronte alle mancanze altrui? “Non mi piace la mancanza di puntualità”, dice
Albert. Quasi tutti sono d’accordo che è stressante aspettare qualcuno che è in ritardo, specie se c’è un
orario da rispettare. Del duca di Newcastle, uomo politico inglese del XVIII secolo, fu detto: ‘La mattina
perde mezz’ora, che cerca di rincorrere per il resto della giornata senza riuscire a ricuperarla’. Se doveste
fare affidamento ogni giorno su una persona del genere, riuscireste a non perdere la pazienza?
Quando guidate l’automobile, siete pronti a irritarvi, riluttanti ad aspettare o tentati di andare troppo
veloci? In circostanze simili l’impazienza spesso causa disastri. Nel 1989, in quella che allora era la
Germania Occidentale, ci furono morti o feriti in più di 400.000 incidenti stradali . Di questi 1 su 3 fu
causato dalla guida troppo veloce o dal fatto che non si era tenuta la distanza di sicurezza. Almeno in
qualche misura, dunque, l’impazienza fu la causa del ferimento o della morte di più di 137.000 persone.
Che prezzo si paga per l’impazienza!
“Mi riesce difficile avere pazienza quando qualcuno mi interrompe di continuo”, si lamenta Ann, “o quando
qualcuno non fa che vantarsi”. Karl-Hermann ammette che la sua pazienza è messa alla prova dai “più
giovani che non hanno rispetto per gli anziani”.
Queste e altre situazioni possono rendere impazienti. Come si fa dunque a coltivare maggiore pazienza?
Geova può fortificare la vostra pazienza
Molti pensano che la pazienza riveli indecisione o debolezza. Per Geova, invece, è segno di forza. Egli
stesso “è paziente . . . perché non desidera che alcuno sia distrutto ma desidera che tutti pervengano al
pentimento”. (2 Pietro 3:9) Quindi per fortificare la vostra sopportazione rimanete vicini a Geova e
confidate in lui con tutto il cuore. Rafforzare la propria relazione con Dio è il passo più importante da fare
per diventare pazienti.
Inoltre è indispensabile conoscere i propositi di Geova per la terra e per l’uomo. Abraamo “aspettava la
città che ha reali fondamenta [il Regno di Dio], il cui edificatore e costruttore è Dio”. (Ebrei 11:10) Per
analogia sarà utile avere una chiara idea delle promesse divine ed essere disposti ad aspettare Geova.
Allora vi renderete conto che la pazienza, lungi dal denotare indecisione, in realtà avvicina altri alla vera
adorazione. Perciò “considerate la pazienza del nostro Signore come salvezza”. — 2 Pietro 3:15.
E se le circostanze in cui vi trovate mettono alla prova la vostra pazienza in modo quasi insopportabile?
Non credenti vi procurano tormentosa tensione? Siete ammalati da un tempo che sembra non finisca
più? In tal caso, prendete a cuore quello che scrisse il discepolo Giacomo. Dopo aver menzionato
l’esempio di pazienza dato dai profeti, rivelò il segreto per rimanere calmi sotto forte stress. Giacomo
disse: “C’è fra voi qualcuno che soffre il male? Preghi”. — Giacomo 5:10, 13.
Chiedete sinceramente a Geova Dio in preghiera che fortifichi la vostra pazienza e vi aiuti a essere
padroni del vostro spirito nella prova. Rivolgetevi a lui ripetutamente ed egli vi aiuterà a riconoscere le
circostanze o le abitudini altrui che costituiscono una particolare minaccia alla vostra tranquillità.
Pregando prima che si verifichino situazioni potenzialmente difficili potrete essere aiutati a rimanere
calmi.
Giusta opinione di sé e degli altri
Per conservare la serenità, bisogna avere una giusta opinione di sé e degli altri. Questo è possibile
tramite lo studio della Bibbia, poiché essa spiega che ognuno ha dei difetti innati e quindi ha dei punti
deboli. Inoltre la conoscenza biblica vi aiuterà a crescere nell’amore. Questa qualità è essenziale per
avere pazienza con gli altri. — Giovanni 13:34, 35; Romani 5:12; Filippesi 1:9.
L’amore e il desiderio di perdonare possono farvi calmare quando siete agitati. Se qualcuno ha delle
abitudini che vi danno sui nervi, l’amore vi ricorderà che sono le abitudini che trovate spiacevoli, non la
persona. Pensate quante volte le vostre stesse debolezze devono mettere alla prova la pazienza di Dio e
devono esasperare altri.
Una giusta opinione di voi stessi vi aiuterà anche ad aspettare con pazienza. Per esempio, aspiravate ad
avere qualche privilegio nel servizio di Geova e siete rimasti delusi? Sentite che, come gli ultimi granelli di
sabbia in una clessidra, la vostra pazienza è agli sgoccioli? In tal caso ricordate che molte volte
l’impazienza deriva dall’orgoglio. “È meglio chi è paziente che chi è di spirito superbo”, disse Salomone.
(Ecclesiaste 7:8) Sì, l’orgoglio è un grosso ostacolo che impedisce di coltivare la pazienza. Non è forse
vero che la persona umile trova più facile aspettare con calma? Coltivate dunque l’umiltà e vi sarà più
facile accettare un rinvio con pace mentale. — Proverbi 15:33.
La pazienza offre grandi ricompense
Abraamo è noto soprattutto per la sua fede. (Romani 4:11) Ma fu la pazienza che rese stabile la sua fede.
Quale ricompensa ebbe per avere aspettato Geova?
Geova accordò ad Abraamo sempre maggiore fiducia. Così il nome di Abraamo divenne grande e i suoi
discendenti divennero una nazione potente. Tutte le nazioni della terra si possono benedire per mezzo
del suo seme. Abraamo servì come portavoce di Dio e perfino rappresentò in maniera tipica il Creatore.
Poteva esserci una ricompensa più grande per la fede e la pazienza di Abraamo?
“Geova è molto tenero in affetto” verso i cristiani che sopportano con pazienza le prove. (Giacomo 5:10,
11) Essi hanno una buona coscienza perché fanno la sua volontà. Anche voi, dunque, se aspettate
Geova e sopportate con pazienza le prove, avrete la sua approvazione e benedizione.
La pazienza è utile al popolo di Dio in ogni aspetto della vita. Due servitori di Geova, Christian e Agnes, lo
scoprirono quando decisero di fidanzarsi. Per rispetto verso i genitori di Christian, che avevano bisogno di
tempo per conoscere Agnes, rimandarono il fidanzamento. Che effetto ebbe questa decisione?
“Solo più tardi realizzammo quanto fosse stata importante la nostra pazienza per i miei genitori”, spiega
Christian. “L’attesa paziente non distrusse la relazione fra mia moglie e me. Ma fu il primo mattone per
edificare la nostra relazione con i miei genitori”. Sì, la pazienza si rivela molto fruttuosa.
La pazienza favorisce anche la pace. Familiari e amici vi saranno grati se non farete una questione di
ogni loro errore involontario. La vostra calma e la vostra comprensione quando altri sbagliano vi faranno
evitare scene imbarazzanti. Un proverbio cinese dice: “La pazienza in un momento d’ira vi risparmierà
cento giorni di angoscia”.
La pazienza rende più attraente la vostra personalità, conferendo stabilità ad altre ottime qualità. Rende
resistente la vostra fede, duratura la vostra pace e saldo il vostro amore. Essendo pazienti vi sarà più
facile essere gioiosi nel mostrare benignità, bontà e mansuetudine. Avendo pazienza si edifica la forza
necessaria per coltivare longanimità e padronanza di sé.
Aspettate dunque con pazienza l’adempimento delle promesse di Geova, e vi è assicurato un futuro
meraviglioso. Come Abraamo ‘mediante la fede e la pazienza possiate ereditare le promesse’. — Ebrei
6:12.
[Figura a pagina 23]
Un’intima relazione con Geova vi aiuterà ad avere pazienza, come Abraamo
Absalom — Tema: Egoismo e ambizione portano alla rovina PROVERBI 15:14

it-1 39-41 Absalom


ABSALOM
(Àbsalom) [padre [cioè, Dio] è pace].
Terzo dei sei figli di Davide nati a Ebron. Sua madre Maaca era figlia di Talmai re di Ghesur. (2Sa 3:3-5)
Absalom ebbe tre figli e una figlia. (2Sa 14:27) A quanto pare è chiamato Abisalom in 1 Re 15:2, 10. —
Vedi 2Cr 11:20, 21.
La bellezza fisica era la caratteristica dominante della famiglia di Absalom. Egli era lodato in tutta la
nazione per la sua eccezionale bellezza; la sua rigogliosa capigliatura, evidentemente resa più pesante
dall’uso di olio o unguenti, quando veniva tagliata una volta all’anno pesava circa 200 sicli (2,3 kg). Anche
sua sorella Tamar era bella, e sua figlia, che aveva lo stesso nome della zia, era di “bellissimo aspetto”.
(2Sa 14:25-27; 13:1) Ma invece di essere di qualche utilità, questa bellezza provocò alcuni tragici
avvenimenti che causarono immenso dolore al padre di Absalom, Davide, e anche ad altri, e misero
scompiglio nella nazione.
Assassinio di Amnon. La bellezza di Tamar, sorella di Absalom, fece innamorare di lei il fratellastro
maggiore, Amnon. Fingendosi malato Amnon ottenne che Tamar venisse a cucinare per lui, e poi la
violentò. L’amore erotico di Amnon si trasformò in odio sprezzante ed egli fece scacciare Tamar in strada.
Absalom incontrò Tamar con l’abito a strisce, che la distingueva come vergine figlia del re, strappato e
con cenere sul capo. Egli intuì l’accaduto e subito manifestò di sospettare di Amnon, avendo
evidentemente già notato il desiderio passionale del fratellastro. Absalom ordinò tuttavia alla sorella di
non muovere alcuna accusa e la prese in casa sua. — 2Sa 13:1-20.
Secondo uno studioso, il fatto che Absalom si occupasse di Tamar al posto del padre era in armonia con
l’usanza orientale secondo cui, dove è praticata la poligamia, i figli della stessa madre sono molto uniti fra
loro e le figlie “si trovano sotto la speciale cura e protezione del fratello, che, . . . in tutto ciò che riguarda
la sicurezza e l’onore, è più considerato del padre stesso”. (John Kitto, Daily Bible Illustrations, Samuele,
Saul e Davide, 1857, p. 384) Molto tempo prima, erano stati Levi e Simeone, due fratelli di Dina, a
vendicare l’onore della sorella. — Ge 34:25.
Informato dell’umiliazione di sua figlia, Davide andò su tutte le furie ma, forse per la ragione che non era
stata presentata nessuna accusa diretta e formale col sostegno di prove o di testimoni, non prese nessun
provvedimento giudiziario contro il colpevole. (De 19:15) Absalom può aver preferito che non si facesse
una questione della violazione da parte di Amnon della legge contenuta nel libro di Levitico (Le 18:9;
20:17), per evitare spiacevole pubblicità alla sua famiglia e al suo nome. Tuttavia covò verso Amnon un
odio omicida, controllandosi esteriormente in attesa del momento propizio per vendicarsi a modo suo.
(Cfr. Pr 26:24-26; Le 19:17). Da allora in poi la sua vita, che occupa la maggior parte di sei capitoli di 2
Samuele, fu un classico esempio di perfidia. — 2Sa 13:21, 22.
Passarono due anni. Giunse il tempo della tosatura delle pecore, un’occasione festosa, e Absalom
preparò una festa a Baal-Hazor, circa 22 km a NNE di Gerusalemme, invitando i figli del re e Davide
stesso. Quando suo padre declinò l’invito, Absalom insisté perché in vece sua mandasse Amnon, il
primogenito. (Pr 10:18) Alla festa, quando Amnon era “allegro per il vino”, Absalom ordinò ai suoi servitori
di ucciderlo. Gli altri figli tornarono a Gerusalemme, e Absalom andò in esilio presso il nonno siro nel
regno di Ghesur, a E del Mar di Galilea. (2Sa 13:23-38) La “spada” predetta dal profeta Natan era entrata
nella “casa” di Davide e vi sarebbe rimasta per il resto della sua vita. — 2Sa 12:10.
Perdonato dal padre. Trascorsi tre anni, il dolore per la perdita del primogenito si era attenuato e Davide
provava intenso desiderio di rivedere Absalom. Gioab, leggendo nel pensiero del re suo zio, per mezzo di
uno stratagemma diede a Davide l’occasione di concedere ad Absalom un perdono condizionale, che gli
permise di rimpatriare, ma senza il diritto di presentarsi alla corte paterna. (2Sa 13:39; 14:1-24) Absalom
sopportò per due anni tale ostracismo e poi cominciò a manovrare per ottenere il perdono completo.
Poiché Gioab, in qualità di funzionario di corte del re, rifiutò di vederlo, Absalom fece incendiare il suo
campo d’orzo, e, quando Gioab indignato andò da lui, gli disse che voleva dal re una decisione finale e
“se c’è in me alcun errore, egli mi deve quindi mettere a morte”. Allorché Gioab riferì il messaggio, il re
Davide ricevette il figlio — che si prostrò in segno di completa sottomissione — e gli diede il bacio del
pieno perdono. — 2Sa 14:28-33.
Tradimento. Qualsiasi affetto naturale o filiale Absalom avesse avuto per Davide era evidentemente
svanito durante i cinque anni di lontananza dal padre. Può darsi che nei tre anni trascorsi con la famiglia
reale pagana si sviluppasse in lui la deleteria inclinazione all’ambizione. Absalom forse si considerava
destinato al trono essendo di discendenza reale da parte sia di padre che di madre. Dato che Chileab
(Daniele), figlio secondogenito di Davide, non è più menzionato dopo l’accenno alla sua nascita, può
darsi che fosse morto e Absalom fosse quindi il maggiore dei figli di Davide ancora viventi. (2Sa 3:3; 1Cr
3:1) Tuttavia la promessa di Dio secondo la quale un futuro “seme” di Davide avrebbe ereditato il trono fu
fatta dopo la nascita di Absalom e perciò questi doveva sapere di non essere stato scelto da Geova per il
regno. (2Sa 7:12) Ad ogni modo, una volta riavuto il rango regale, Absalom cominciò in segreto una
campagna politica. Con consumata abilità finse grande preoccupazione per il bene pubblico e si presentò
come amico del popolo. Parlando con la gente, specialmente con quelli che non erano della tribù di
Giuda, insinuò che la corte del re non si interessava dei loro problemi e che c’era grande necessità di un
uomo di cuore come lui. — 2Sa 15:1-6.
Le parole “alla fine di quarant’anni” che si trovano in 2 Samuele 15:7 sono di applicazione incerta, e nella
Settanta greca (ed. P. A. de Lagarde), nella Pescitta siriaca e nella Vulgata latina sono rese “quattro
anni”. Ma non è probabile che Absalom volesse attendere ben sei anni per adempiere un voto, se i
“quattro anni” si contano dal momento della sua completa reintegrazione. (2Sa 14:28) Poiché i tre anni di
carestia, una guerra con i filistei e il tentativo di Adonia di usurpare il trono ebbero tutti luogo durante il
regno di Davide ma dopo gli avvenimenti ora considerati, è evidente che lo scrittore fa iniziare questi
“quarant’anni” molto prima dell’inizio dei 40 anni di regno di Davide, per cui forse vanno contati dalla sua
prima unzione da parte di Samuele. In tal caso Absalom poteva essere ancora “giovane” a questo punto
della narrazione (2Sa 18:5), essendo nato tra il 1077 e il 1070 a.E.V.
Absalom, conscio di avere un forte seguito in tutto il reame, con un pretesto ottenne dal padre il
permesso di andare a Ebron, originale capitale di Giuda. Di là organizzò rapidamente una congiura in
piena regola per impadronirsi del trono, con una rete di spie pronte a proclamare il suo regno in tutta la
nazione. Dopo avere invocato con l’offerta di sacrifici la benedizione di Dio sul suo governo, ottenne
l’appoggio di Ahitofel, il più rispettato consigliere di suo padre. Molti passarono allora dalla parte di
Absalom. — 2Sa 15:7-12.
Di fronte alla gravità della crisi e temendo un attacco in forze, Davide preferì abbandonare il palazzo con
tutta la sua famiglia, pur avendo l’appoggio di un bel gruppo di uomini fedeli, inclusi i principali sacerdoti,
Abiatar e Zadoc. Rimandò questi due a Gerusalemme perché servissero da informatori. Mentre Davide
saliva sul Monte degli Ulivi, scalzo, col capo coperto e piangente, gli venne incontro Husai, il “compagno”
del re, e Davide mandò anche lui a Gerusalemme per frustrare i consigli di Ahitofel. (2Sa 15:13-37)
Sebbene circondato da opportunisti, da chi cercava favore, da chi aveva uno spirito partigiano e un odio
incontrollato, Davide, in netto contrasto con Absalom, si distinse per la tranquilla sottomissione e il rifiuto
di rendere male per male. Negando al nipote Abisai il permesso di andare a ‘staccare la testa’ a Simei
che lo malediceva e gli scagliava pietre, Davide soggiunse: “Ecco, il mio proprio figlio, che è uscito dalle
mie proprie parti interiori, cerca la mia anima; e quanto più ora un beniaminita! Lasciatelo stare affinché
invochi il male, poiché glielo ha detto Geova! Forse Geova vedrà col suo occhio, e Geova mi renderà
bontà invece della sua maledizione in questo giorno”. — 2Sa 16:1-14.
Occupando Gerusalemme e il palazzo, Absalom accettò l’apparente defezione di Husai dopo avere
osservato con sarcasmo che Husai era il fedele “compagno” di Davide. Poi, seguendo il consiglio di
Ahitofel, Absalom ebbe pubblicamente rapporti con le concubine del padre a riprova della completa
frattura fra lui e Davide e della sua irremovibile determinazione di conservare il trono. (2Sa 16:15-23) In
questo modo si adempì l’ultima parte dell’ispirata profezia di Natan. — 2Sa 12:11.
Ahitofel sollecitò Absalom ad affidargli il comando dell’esercito per infliggere a Davide un colpo mortale
quella notte stessa, prima che il suo esercito potesse riorganizzarsi. Compiaciuto, Absalom ritenne
tuttavia saggio sentire l’opinione di Husai. Questi, rendendosi conto che Davide aveva bisogno di tempo,
fece un vivido quadro della situazione, forse per approfittare della mancanza di vero coraggio da parte di
Absalom (che finora aveva manifestato più arroganza e astuzia che ardimento), e anche per far leva sulla
sua vanità. Husai raccomandò di aspettare in modo da raccogliere prima forze preponderanti comandate
dallo stesso Absalom. Per volere di Geova il consiglio di Husai prevalse. Ahitofel, rendendosi conto che la
rivolta sarebbe fallita, si suicidò. — 2Sa 17:1-14, 23.
Per precauzione Husai mandò ad avvertire Davide del consiglio di Ahitofel e, nonostante i tentativi di
Absalom di bloccare i corrieri clandestini, Davide, ricevuto l’avvertimento, attraversò il Giordano e
raggiunse Maanaim sulle colline di Galaad (dove Is-Boset aveva avuto la sua capitale). Qui fu accolto con
espressioni di generosità e benignità. Preparandosi per il conflitto Davide organizzò le sue crescenti forze
in tre divisioni al comando di Gioab, Abisai e Ittai il gattita. Esortato a rimanere in città, dove la sua
presenza sarebbe stata più utile, Davide acconsentì e ancora una volta mostrò straordinaria assenza di
rancore verso Absalom chiedendo pubblicamente ai suoi tre comandanti di ‘trattare gentilmente il giovane
Absalom per amor suo’. — 2Sa 17:15–18:5.
Battaglia decisiva e morte. L’esercito di Absalom, di recente formazione, subì una schiacciante disfatta
da parte degli esperti combattenti di Davide. Il combattimento si estese alla foresta di Efraim. Absalom
cercò di allontanarsi cavalcando il suo mulo regale, ma, passando sotto i rami bassi di un grosso albero,
la chioma gli si impigliò nella biforcazione di un ramo così che rimase sospeso per aria. L’uomo che riferì
a Gioab di averlo visto disse che non avrebbe disubbidito alla richiesta di Davide uccidendo Absalom
neanche per “mille pezzi d’argento [se si tratta di sicli, ca. 3.400.000 lire]”, ma Gioab non ebbe ritegno e
conficcò tre dardi nel cuore di Absalom, dopo di che dieci dei suoi uomini si unirono al loro comandante
nell’assumersi la responsabilità della morte di Absalom. Il corpo di Absalom fu poi gettato in una fossa e
ricoperto con un mucchio di sassi come indegno di sepoltura. — 2Sa 18:6-17; cfr. Gsè 7:26; 8:29.
Quando i messaggeri raggiunsero Davide a Maanaim, la sua prima preoccupazione fu per il figlio.
Informato della morte di Absalom, Davide si mise a camminare avanti e indietro nella camera in terrazza,
piangendo: “Figlio mio Absalom, figlio mio, figlio mio Absalom! Oh fossi morto io, io stesso, invece di te,
Absalom figlio mio, figlio mio!” (2Sa 18:24-33) Solo il ragionamento e le parole decise e schiette di Gioab
fecero uscire Davide dal suo grande dolore per la tragica fine di questo giovane fisicamente attraente e
pieno di risorse, che l’enorme ambizione aveva indotto a combattere contro l’unto di Dio a sua propria
rovina. — 2Sa 19:1-8; cfr. Pr 24:21, 22.
Il Salmo 3 fu scritto da Davide al tempo della ribellione di Absalom, come indica la soprascritta all’inizio
del salmo.
Monumento di Absalom. Cippo eretto da Absalom nel “Bassopiano del Re”, detto anche “Bassopiano di
Save”, presso Gerusalemme. (2Sa 18:18; Ge 14:17) Egli lo eresse perché non aveva figli che tenessero
vivo il suo nome dopo la sua morte. Sembrerebbe quindi che i tre figli menzionati in 2 Samuele 14:27
fossero morti piccoli. Absalom non fu sepolto sul luogo del suo monumento ma in una fossa nella foresta
di Efraim. — 2Sa 18:6, 17.
Nella valle del Chidron c’è un monumento di pietra chiamato Tomba di Absalom, ma la sua forma
architettonica indica che appartiene al periodo greco-romano, forse all’epoca di Erode. Non c’è dunque
alcuna ragione per associarvi il nome di Absalom.

w89 1/2 3-4 Quando la bellezza è solo esteriore


Inoltre, se non è accompagnata dalla bellezza interiore, la bellezza fisica può indurre ad avere
un’esagerata opinione di sé. Il re Davide aveva un figlio, Absalom, del quale si legge: “In paragone con
Absalom non c’era in tutto Israele nessun uomo così bello da essere tanto lodato”. (2 Samuele 14:25) Ma
la bellezza fisica di Absalom nascondeva una bruttezza interiore: era un uomo vanitoso, ambizioso e
spietato. Egli usò con astuzia il suo fascino per crearsi un seguito in Israele e quindi cospirò contro suo
padre. Alla fine fu ucciso, ma nel frattempo quest’uomo così bello aveva gettato il regno nella guerra
civile.

w79 1/8 26-7 Fiducia di fronte al pericolo


Salmi
Fiducia di fronte al pericolo
IL RE DAVIDE si trovava in una situazione molto difficile. Suo figlio Absalom si era proclamato re e aveva
complottato per impadronirsi del trono. Questo figlio ribelle si era fatto un seguito così numeroso che
Davide era stato costretto a fuggire dalla capitale, Gerusalemme. Nondimeno, Davide continuò a riporre
piena fiducia in Geova Dio.
Lo si capisce dalla melodia che Davide compose mentre fuggiva per non cadere nelle mani di Absalom.
(Salmo 3, soprascritta) Un messaggero riferì: “Il cuore degli uomini d’Israele è dietro ad Absalom”. (2
Sam. 15:13) Il fatto che una tale situazione avesse potuto crearsi rendeva perplesso Davide. Si chiedeva
perché era accaduto e come aveva potuto Absalom ottenere un appoggio così grande. Perciò, nel Salmo
3, Davide esclama: “O Geova, perché i miei avversari son divenuti molti? Perché si levano molti contro di
me?” — Vers. ⇒Salmo 3:⇐1.
La situazione era così minacciosa che molti israeliti conclusero che neppure l’Altissimo poteva evitare a
Davide di cadere nelle mani di Absalom e dei suoi uomini. Commentando questo fatto, Davide disse:
“Molti dicono della mia anima: ‘Non c’è salvezza per lui presso Dio’”. (Sal. 3:2) Ma indebolì questo la
fiducia di Davide? No, poiché egli continuò: “Eppure tu, o Geova, sei uno scudo intorno a me, la mia
gloria e Colui che mi alzi la testa. Con la mia voce chiamerò Geova stesso, ed egli mi risponderà dal suo
santo monte”. — Sal. 3:3, 4.
Davide considerava Geova come Colui che l’avrebbe protetto dalla calamità, come uno scudo protegge
un guerriero. Durante la fuga, Davide camminava a piedi nudi, piangendo e con la testa coperta. (2 Sam.
15:30) Senz’altro aveva la testa china per l’umiliazione. Tuttavia Davide non dubitò che l’Altissimo
avrebbe mutato il suo stato in uno stato di gloria e gli avrebbe alzato la testa, permettendogli di tenere la
testa alta, eretta. Perciò invocò l’aiuto di Geova, fiducioso che l’avrebbe esaudito. Dato che l’arca del
patto, simbolo della presenza di Geova, era stata riportata sul monte Sion, Davide disse
appropriatamente che la sua preghiera sarebbe stata esaudita dal santo monte di Dio. — 2 Sam. 15:24,
25.
Quindi, anche di notte, quando il pericolo di un attacco di sorpresa era più grande, Davide non era nel
terrore, non aveva paura di andare a dormire. Leggiamo le sue parole: “In quanto a me, certo giacerò per
dormire; certo mi sveglierò, poiché Geova stesso mi sostiene”. (Sal. 3:5) Esprimendo la sua ferma
convinzione nella capacità di Geova di salvare, Davide scrisse: “Non temerò dieci migliaia di popolo che
si sono schierati all’intorno contro di me. Sorgi, o Geova! Salvami, o mio Dio! Poiché dovrai colpire tutti i
miei nemici alla mascella. Dovrai rompere i denti dei malvagi. La salvezza appartiene a Geova. La tua
benedizione è sul tuo popolo”. — Sal. 3:6-8.
Che fossero rotti i denti dei nemici di Davide significava che era annientato il loro potere di far del male.
Solo Geova poteva recare tale liberazione. Pertanto il salmista ammise che “la salvezza appartiene a
Geova”. Poi, riflettendo sulle sue difficoltà personali, Davide fu spinto a considerare il popolo di Dio nel
suo insieme e pregò Dio di benedirlo.
Come Davide, non dovremmo farci vincere dal timore dell’uomo. Indipendentemente da quello che
possono fare i malvagi, Geova non abbandonerà il suo popolo e non permetterà che sia cancellato dalla
terra. Perciò, continuiamo anche noi ad attribuire la salvezza all’Altissimo.
W99 15-2, P.20 § 9, 10
Il re Acab — Tema: Non può esserci pace per i malvagi ISAIA 48:22; 57:20, 21

it-1 41-3 Acab


ACAB
(Àcab) [fratello del padre].
1. Figlio di Omri e re del regno settentrionale d’Israele. Regnò 22 anni in Samaria, a partire dal 940 a.E.V.
circa. — 1Re 16:28, 29.
Tollerata la falsa adorazione. La storia di Acab è una delle peggiori per quanto riguarda la vera
adorazione. Non solo egli continuò a profanare l’adorazione di Geova col culto dei vitelli d’oro istituito da
Geroboamo ma, dopo il suo matrimonio con Izebel, figlia di Etbaal re di Sidone, lasciò che l’adorazione di
Baal contaminasse Israele in misura senza precedenti. Giuseppe Flavio, citando l’antico storico
Menandro di Efeso, menziona Etbaal, che chiama Itobalo, e riferisce che era sacerdote di Astarte prima
di salire al trono assassinando il re. — Contro Apione, I, 123 (18).
Acab si fece trascinare nell’adorazione di Baal dalla moglie pagana Izebel, costruì un tempio a Baal ed
eresse un palo sacro in onore di Astoret (Astarte). (1Re 16:30-33) In poco tempo c’erano 450 profeti di
Baal e 400 profeti del palo sacro, che mangiavano tutti alla tavola reale di Izebel. (1Re 18:19) I veri profeti
di Geova furono passati a fil di spada e solo grazie all’intervento di un uomo di fede, Abdia, economo
della casa di Acab, ne rimasero in vita 100, da lui nascosti in caverne dove vissero di pane e acqua. —
1Re 18:3, 4, 13; 19:10.
Per essersi volto all’adorazione di Baal, Acab fu informato da Elia della venuta di una grave siccità che,
secondo Luca 4:25 e Giacomo 5:17, durò tre anni e sei mesi. (1Re 17:1; 18:1) Avrebbe ricominciato a
piovere solo alla parola di Elia e, benché Acab lo facesse cercare in tutte le nazioni e i regni circostanti,
Elia rimase introvabile fino al tempo stabilito. (1Re 17:8, 9; 18:2, 10) Acab cercò di dare a Elia la colpa
della siccità e della carestia, accusa che Elia respinse indicando che la vera causa era l’adorazione di
Baal patrocinata da Acab. Una prova sostenuta in cima al monte Carmelo dimostrò l’inesistenza di Baal e
confermò che Geova è il vero Dio; i profeti di Baal furono uccisi per comando di Elia e poco dopo una
pioggia torrenziale pose fine alla siccità. (1Re 18:17-46) Acab tornò a Izreel dalla moglie e la informò
delle azioni di Elia contro il baalismo. Izebel reagì con gravi minacce rivolte a Elia, che fuggì sul monte
Horeb. — 1Re 19:1-8.
Opere edili a Samaria; vittorie sulla Siria. Si ritiene che i lavori fatti eseguire da Acab includessero il
completamento delle fortificazioni della città di Samaria, che secondo le scoperte archeologiche
consistevano di tre mura straordinariamente forti, opera di esperti costruttori. Gli scavi hanno rivelato i
resti di un palazzo a pianta rettangolare che misurava circa 90 m per 180, con muri perimetrali di ottime
pietre squadrate. Sono stati trovati numerosi pannelli d’avorio per decorare arredi e pareti, forse
appartenuti alla “casa d’avorio” di Acab menzionata in 1 Re 22:39. — ILLUSTRAZIONE, vol. 1, ⇒it-1 ⇐p.
948; cfr. anche Am 3:15; 6:4.
La ricchezza di Samaria e la forza dovuta alla sua posizione furono presto messe alla prova dall’assedio
posto contro la città dal siro Ben-Adad II alla testa di una coalizione di 32 re. Dopo aver ceduto in un
primo tempo alle richieste dell’aggressore, Acab rifiutò poi di acconsentire volontariamente al saccheggio
del suo palazzo. I negoziati di pace fallirono e, per comando divino, Acab con uno stratagemma colse il
nemico di sorpresa facendone strage, mentre Ben-Adad si dava alla fuga. — 1Re 20:1-21.
Convinto che Geova fosse solo un “Dio dei monti”, Ben-Adad tornò l’anno dopo con uguali forze militari,
ma si schierò per il combattimento sull’altopiano nei pressi di Afec, nel territorio di Manasse, invece di
avanzare nella regione montuosa di Samaria. (Vedi AFEC n. 5). Le forze israelite avanzarono verso il
campo di battaglia, ma sembravano “due sparuti greggi di capre” in confronto al grande accampamento
siro. Rassicurate dalla promessa di Geova che la sua potenza non dipendeva dalla posizione geografica,
le forze di Acab sbaragliarono il nemico. (1Re 20:26-30) Tuttavia, proprio come Saul risparmiò
l’amalechita Agag, così Acab lasciò in vita Ben-Adad e concluse con lui un patto secondo il quale le città
conquistate sarebbero state restituite a Israele e alcune vie di Damasco sarebbero state cedute ad Acab,
evidentemente per stabilirvi bazar o mercati che avrebbero promosso gli interessi commerciali di Acab
nella capitale sira. (1Re 20:31-34) Come Saul, Acab fu condannato da Geova per questo, e una futura
calamità fu predetta per lui e per il suo popolo. — 1Re 20:35-43.
Assassinio di Nabot e conseguenze. Durante il successivo triennio di pace, Acab si interessò
dell’acquisto della vigna di Nabot a Izreel, pezzo di terra che desiderava molto perché confinante coi
terreni del suo palazzo residenziale. Quando Nabot respinse la richiesta a motivo della legge di Dio
sull’inviolabilità dei possedimenti ereditari, Acab stizzito si ritirò in casa e si sdraiò sul divano con la faccia
rivolta verso la parete, rifiutando di mangiare. Appresa la causa del suo abbattimento, la pagana Izebel,
mediante lettere scritte in nome di Acab, ordinò l’assassinio di Nabot mascherandolo con un processo per
bestemmia. Quando Acab andò a prendere possesso dell’ambìto pezzo di terra, gli venne incontro Elia,
che lo denunciò severamente come un assassino e uno che si era venduto per commettere empietà
cedendo ai costanti incitamenti della moglie pagana. Come i cani avevano leccato il sangue di Nabot così
i cani avrebbero leccato il sangue di Acab; la stessa Izebel e i discendenti di Acab sarebbero finiti in
pasto ai cani e agli uccelli da preda. Queste parole ebbero il loro effetto e, costernato, Acab digiunò
vestito di sacco, ora mettendosi a sedere ora camminando avanti e indietro per lo sconforto. Per questo
gli fu accordata una certa misericordia e fu rinviata la calamità che si sarebbe abbattuta sulla sua casa.
— 1Re 21:1-29.
Le relazioni di Acab con il regno di Giuda a S furono rafforzate mediante un’alleanza matrimoniale per cui
Atalia figlia di Acab sposò Ieoram figlio del re Giosafat. (1Re 22:44; 2Re 8:18, 26; 2Cr 18:1) Durante una
visita amichevole di Giosafat a Samaria, Acab lo indusse a sostenerlo nel tentativo di riconquistare
Ramot-Galaad dai siri, che evidentemente non avevano rispettato del tutto i termini del patto stipulato da
Ben-Adad. Mentre un gruppo di falsi profeti assicurava in coro il successo dell’impresa, per l’insistenza di
Giosafat fu chiamato il profeta Micaia, odiato da Acab, che predisse invece calamità certa. Ordinato
l’arresto di Micaia, Acab si ostinò a sferrare l’attacco, pur prendendo la precauzione di travestirsi, ma fu
colpito per caso da una freccia e morì dissanguato. Il suo corpo fu trasportato a Samaria per essere
sepolto e mentre “lavavano il carro da guerra presso la piscina di Samaria, . . . i cani leccavano il suo
sangue”. Dagli scavi effettuati a Samaria è emerso un grande bacino artificiale all’estremità NO dello
spazioso cortile del palazzo, e forse fu lì che si adempì la profezia. — 1Re 22:1-38.
Iscrizioni moabite e assire. Vi si fa menzione della ricostruzione di Gerico durante il regno di Acab,
forse come parte del programma inteso a rafforzare la dominazione di Israele su Moab. (1Re 16:34; cfr.
2Cr 28:15). La Stele di Mesa re di Moab (o Stele moabita) parla della dominazione del re Omri e di suo
figlio su Moab.
Iscrizioni assire che descrivono la battaglia combattuta fra Salmaneser III e una coalizione di 12 re a
Qarqar includono tra i facenti parte della coalizione il nome di A-ha-ab-bu. Questo è generalmente
considerato da quasi tutti gli studiosi un riferimento al re Acab di Israele; ma per le prove indicanti che
tale identificazione è discutibile, vedi la voce SALMANESER n. 1.

w97 1/8 13-14 Serviamo lealmente con l'organizzazione di Geova


La lealtà resiste alla persecuzione
18 A volte Satana attacca la nostra lealtà in modo diretto. Prendete il caso di Nabot. Quando il re Acab
insisteva perché gli vendesse la sua vigna, Nabot rispose: “È impensabile da parte mia, dal punto di vista
di Geova, darti il possedimento ereditario dei miei antenati”. (1 Re 21:3) Nabot non era cocciuto: era
leale. La Legge mosaica stabiliva che nessun israelita poteva vendere in perpetuo il suo possedimento
terriero ereditario. (Levitico 25:23-28) Di sicuro Nabot si rendeva conto che quel re malvagio avrebbe
potuto ucciderlo, perché Acab aveva già permesso alla moglie Izebel di uccidere molti profeti di Geova!
Ciò nonostante Nabot rimase saldo. — 1 Re 18:4.
19 A volte la lealtà ha un prezzo. Con l’aiuto di alcuni “uomini buoni a nulla”, Izebel fece incolpare Nabot di
un reato che non aveva commesso. Di conseguenza lui e i suoi figli vennero messi a morte. (1 Re 21:7-
16; 2 Re 9:26) Significa questo che Nabot aveva sbagliato a essere leale? No! Nabot è fra i numerosi
uomini e donne leali che ora ‘vivono’ nella memoria di Geova, riposando al sicuro nella tomba in attesa
del tempo della risurrezione. — Luca 20:38; Atti 24:15.
20 La stessa promessa rassicura gli odierni leali di Geova. Sappiamo che in questo mondo la lealtà può
costarci cara. Gesù Cristo pagò la sua lealtà con la vita e disse ai suoi seguaci di non aspettarsi un
trattamento migliore. (Giovanni 15:20) Come Gesù fu sostenuto dalla sua speranza per il futuro, così lo
siamo noi dalla nostra. (Ebrei 12:2) Possiamo quindi rimanere leali di fronte a ogni genere di
persecuzione.
21 È vero che oggi relativamente pochi di noi subiscono attacchi così diretti alla propria lealtà. Ma i
servitori di Dio potrebbero benissimo andare incontro a ulteriore persecuzione prima che venga la fine.
Come possiamo essere certi di rimanere leali? Essendo leali ora. Geova ci ha affidato un grande incarico:
predicare e insegnare il suo Regno. Impegniamoci lealmente in quest’opera d’importanza vitale. (1 Corinti
15:58) Se non lasciamo che le imperfezioni umane minino la nostra lealtà all’organizzazione di Geova e
se ci guardiamo da subdole forme di slealtà come la lealtà fuori posto, saremo meglio preparati qualora la
nostra lealtà venisse messa più seriamente alla prova. In ogni caso, possiamo avere la certezza che
Geova è incrollabilmente leale ai suoi leali servitori. (2 Samuele 22:26) Sì, egli custodisce i suoi leali! —
Salmo 97:10.
[Note in calce]
Gesù ebbe il coraggio di denunciare un’attività commerciale molto redditizia. Secondo uno storico, la
tassa del tempio doveva essere pagata con una particolare moneta ebraica. Così per pagare la tassa
molti visitatori del tempio dovevano cambiare i soldi. I cambiamonete erano autorizzati a riscuotere una
commissione fissa sul cambio, traendone ingenti guadagni.
Vedi Svegliatevi! del 22 dicembre 1993 e dell’8 e del 22 gennaio 1994.
La loro confraternita discendeva da quella dei hasidim, un gruppo nato secoli prima per contrastare
l’influenza greca. I hasidim prendevano nome dalla parola ebraica chasidhìm, che significa “leali” o “pii”.
Forse credevano che le scritture che menzionavano i “leali” di Geova si applicassero in modo particolare
a loro. (Salmo 50:5) Come i farisei dopo di loro, erano fanatici autoproclamatisi difensori della lettera della
Legge.
W69 P. 5-8
Acan — Tema: Chi deruba Dio va incontro a tragiche conseguenze 1°CORINTI 6:10;
MALACHIA 3:8-10

it-1 44-5 Acan


ACAN
(Àcan) [affine per un gioco di parole ad Acar, che significa “uno che dà l’ostracismo (che causa
afflizione)”].
1. Figlio di Carmi della casa di Zabdi della famiglia di Zera della tribù di Giuda; chiamato anche Acar. —
1Cr 2:7.
Quando gli israeliti ebbero attraversato il Giordano, Geova diede questo esplicito comando circa le
primizie della conquista, la città di Gerico: “Deve divenire una cosa votata alla distruzione; . . . essa
appartiene a Geova”. L’argento e l’oro dovevano andare nel tesoro di Geova. (Gsè 6:17, 19) Acan
tuttavia, avendo trovato una costosa veste di Sinar, una verga d’oro di 50 sicli (del valore di ca. 9.000.000
di lire) e 200 sicli d’argento (685.000 lire), segretamente li seppellì sotto la sua tenda. (Gsè 7:21) In effetti
aveva derubato Dio. Per questa violazione delle esplicite istruzioni di Geova, quando venne attaccata la
successiva città, Ai, Geova negò la sua benedizione e Israele venne messo in fuga. Chi era il colpevole?
Nessuno confessò. Tutto Israele fu portato in giudizio. Tribù per tribù, poi famiglia per famiglia della tribù
di Giuda, e infine uomo per uomo della casa di Zabdi, passarono tutti davanti a Geova finché “fu
designato” Acan. (Gsè 7:4-18) Solo allora egli ammise il suo peccato. La condanna fu prontamente
eseguita. Acan, la sua famiglia (che difficilmente ignorava quello che aveva fatto) e il suo bestiame furono
prima lapidati e poi dati alle fiamme, insieme a tutti i suoi possedimenti, nella valle di Acor, che significa
“ostracismo; afflizione”. — Gsè 7:19-26.

w79 15/8 9-12 Acan, un uomo che mise in difficoltà l'intera nazione
Acan, un uomo che mise in difficoltà l’intera nazione
GEOVA DIO desidera sempre dare cose buone al suo popolo. (Luca 11:13; Giac. 1:17) Ma a volte deve
disciplinarlo in modi che non recano gioia né a lui né a loro. (Ebr. 12:11) Gli dispiace, e se ci fosse
qualche altro modo per migliorare un individuo o una nazione, egli si servirebbe di quel modo. (Gen. 6:6;
Isa. 63:10) In ogni caso, comunque, i risultati dimostrano che ha compiuto l’azione giusta.
Un caso pertinente è quello in cui disciplinò la nazione d’Israele in relazione ad Acan della tribù di Giuda.
Acan faceva parte dell’esercito israelita che combatteva al comando di Giosuè per il possesso della Terra
Promessa. Allora essa era occupata dai cananei, dagli amorrei e da altri popoli ostili a Geova e alla sua
adorazione. Queste nazioni praticavano forme di adorazione idolatriche e avevano pratiche immorali. Dio
aveva comandato a Israele di cacciarle dal paese. — Lev. 18:24, 28.
Dio aveva compiuto miracoli facendo attraversare a Israele il Mar Rosso al comando di Mosè, dando da
mangiare al popolo e impedendo che i loro abiti si consumassero durante i 40 anni che avevano trascorsi
nel deserto. Aveva combattuto per loro, sconfiggendone i nemici. (Eso. 14:21-28; Deut. 8:3-5; 29:5) La
notizia di questi fatti suscitò uno spirito di abbattimento e il timore di Geova cadde su tutte le città di
Canaan. — Gios. 2:8-11; 5:1.
Avevano attraversato il Giordano ed erano stati oggetto delle meravigliose cure di Geova che li aveva
guidati alla conquista di Gerico. Lì Geova l’Iddio degli eserciti aveva miracolosamente fatto cadere di
piatto le mura di Gerico. Non era perito un solo soldato israelita. — Gios. 6:20, 21.
Secondo il comando di Dio, Gerico, come primizia di Canaan, doveva essere interamente votata a
Geova; tutto ciò che era in essa doveva essere distrutto e bruciato col fuoco. Gli oggetti metallici — di
oro, argento, rame e ferro — dopo l’incendio, dovevano essere consegnati al tesoro del tabernacolo di
Dio. (Gios. 6:17-19, 24) Secondo il patto che Dio aveva stipulato con Israele, ogni cosa “votata” era sotto
un’interdizione o sotto una maledizione. Chi avesse preso una cosa interdetta sarebbe stato “votato” o
maledetto come quella cosa, votato alla distruzione. — Deut. 7:25, 26.
SCONFITTI AD AI
La città di Ai si trovava sul cammino degli eserciti d’Israele. Ma lì ci fu un’umiliante sconfitta. Il racconto
biblico dice perché: “I figli d’Israele commisero un atto d’infedeltà rispetto alla cosa votata alla distruzione
in quanto Acan figlio di Carmi, figlio di Zabdi, figlio di Zera, della tribù di Giuda, prese parte della cosa
votata alla distruzione. A ciò l’ira di Geova si accese contro i figli d’Israele”. — Gios. 7:1.
Ai era più piccola di Gerico, quindi le spie mandate da Giosuè raccomandarono: “Non salga tutto il
popolo. Salgano circa duemila uomini o circa tremila uomini e colpiscano Ai. Non affaticare tutto il popolo
facendolo andare là, poiché sono pochi”. — Gios. 7:2, 3.
Il racconto biblico prosegue: “Vi salirono dunque circa tremila uomini del popolo, ma si diedero alla fuga
dinanzi agli uomini di Ai. E gli uomini di Ai abbatterono d’essi circa trentasei uomini, e li inseguirono
d’innanzi alla porta fino a Sebarim [cave di pietra] e continuarono ad abbatterli per la discesa. Di
conseguenza il cuore del popolo si struggeva e diveniva come acqua”. — Gios. 7:4, 5.
Cos’era andato storto? Geova li aveva forse abbandonati? La cosa più grave non era tanto la perdita di
36 soldati, poiché in qualsiasi battaglia di solito c’erano almeno alcune vittime. La vera calamità era che
Israele, l’esercito di Geova, era fuggito sconfitto davanti al nemico. — Gios. 7:8.
GIOSUÈ SUPPLICA GEOVA
Perciò Giosuè era in grande angustia. Egli “si strappò i mantelli e cadde con la faccia a terra dinanzi
all’arca di Geova fino alla sera, egli e gli anziani d’Israele, e si mettevano polvere sulla testa”. (Gios. 7:6)
Questi uomini eminenti della nazione provavano grande dolore e temevano che, per qualche ragione, Dio
si fosse dispiaciuto; non solo fecero cordoglio, ma fecero anche penitenza dinanzi a Dio, fortemente
convinti che qualche peccato lo avesse indotto a ritirare il suo appoggio. Il fatto che rimasero lì fino a sera
rivelò la loro profonda preoccupazione e il timore che Dio fosse adirato. Non diedero la colpa al
suggerimento delle spie né accusarono i soldati di codardia, ma si rivolsero a Dio per scoprire la causa e
perché mostrasse loro ciò che dovevano fare per riconquistare il suo favore.
Giosuè disse a Dio: “Ohimè, Signore Geova, perché hai fatto passare a questo popolo il Giordano,
proprio per darci nelle mani degli Amorrei perché ci distruggano? E avessimo noi assunto l’impegno di
continuare a dimorare dall’altra parte del Giordano! Scusami, o Geova, ma che cosa posso dire dopo che
Israele ha voltato il dorso dinanzi ai suoi nemici? E i Cananei e tutti gli abitanti del paese lo udranno, e
per certo ci circonderanno e stroncheranno il nostro nome dalla terra; e che cosa farai tu per il tuo grande
nome?” — Gios. 7:7-9.
Non si può giustamente accusare Giosuè d’essersi lamentato di Geova in questa occasione. Come fanno
notare i commentatori biblici Keil e Delitzsch, Giosuè usava semplicemente il coraggioso linguaggio della
fede pregando Dio con fervore — fede che non riusciva a comprendere le vie del Signore — e rivolgendo
al Signore l’urgentissimo appello di portare a termine la Sua opera nello stesso glorioso modo in cui
l’aveva cominciata. (Confronta Genesi 18:23-26). Forse Giosuè pensò che il desiderio del popolo prima di
entrare in Canaan fosse misto a egoismo, e non fosse un desiderio del tutto sincero di fare la volontà di
Dio. Si augurava che Israele tornasse in buoni rapporti con Dio come lo era stato dall’altra parte del
Giordano.
Vediamo che Giosuè aprì il suo cuore ed espresse senza riserve i suoi sentimenti, come si deve fare in
preghiera. (Confronta Ebrei 10:19-22). Quindi, comprendendo che quanto stava per dire poteva suonare
come un rimprovero a Geova, come se Dio avesse dimenticato il Suo proprio onore, Giosuè chiese a Dio
come Egli stesso poteva ora sostenere il Suo “grande nome” davanti al mondo. Il nome di Geova era
legato alla nazione israelita, e, per Giosuè, l’onta che la notizia della sconfitta d’Israele avrebbe recato sul
nome di Geova era la parte più dolorosa dell’intera questione. — Confronta le parole di intercessione di
Mosè a favore d’Israele dopo che il popolo aveva commesso un grave peccato. — Eso. 32:11-14.
DIO RIVELA LA CAUSA DELLA SUA IRA
Dio rispose a Giosuè: “Levati! Perché cadi sulla tua faccia?” Era come dire: ‘Sei rimasto a giacere
abbastanza a lungo. Devi capire che io non sono cambiato. È tempo di scoprire la causa della difficoltà,
cioè il peccato del popolo’. Dio disse quindi chiaramente: “Israele ha peccato, e hanno anche trasgredito
il mio patto che ho imposto loro come comando; e hanno pure preso parte della cosa votata alla
distruzione e hanno pure rubato e l’han pure tenuta segreta e l’hanno pure messa fra i loro propri oggetti”.
— Gios. 7:10, 11.
Israele aveva (1) infranto il patto disubbidendo ai comandi di Dio (Eso. 24:7, 8), (2) preso una cosa
proibita, (3) rubato ciò che in effetti apparteneva a Dio, (4) tenuto nascosto il fatto, come se Geova non
vedesse (probabilmente Giosuè aveva chiesto a tutto il popolo, dopo la caduta di Gerico, se avevano
ubbidito votando ogni cosa alla distruzione ma, se Giosuè l’aveva chiesto, Acan aveva tenuto nascosto il
suo peccato), (5) e messo gli oggetti proibiti fra le loro cose, come se appartenessero loro, rendendosi
così una cosa detestabile come ciò che avevano preso. — Gios. 6:18, 19.
Dato che il colpevole o i colpevoli non si erano fatti avanti per confessare il proprio peccato, bisognava
smascherarli. Anche allora, Geova fece sì che Giosuè scoprisse il trasgressore in modo progressivo,
dando a questi l’opportunità di attenuare fino a un certo punto la sua colpa con una confessione
volontaria. Dio, naturalmente, avrebbe potuto indicare subito il nome del trasgressore. Ma fece chiamare
il popolo da Giosuè, tribù per tribù, famiglia per famiglia, casa per casa e uomo per uomo. Si fece questo
tirando a sorte, sotto la direttiva di Geova. — Gios. 7:14; Prov. 16:33.
Qualcuno può chiedere: Perché Dio si adirò con la nazione a causa di quello che fece un uomo? Gli
eruditi biblici riconoscono che si trattò di un peccato della comunità dinanzi a Dio. Gli israeliti come
nazione avevano su di sé il nome di Dio. Ciò che essi facevano rappresentava il loro Dio e le sue vie, agli
occhi delle altre nazioni. Un atto di avidità, di furto e di menzogna da parte di un uomo si ripercuoteva
sulla reputazione dell’intera nazione, e perciò sul nome dell’Iddio che servivano. — Deut. 21:1-9.
IL PECCATO DI UN MEMBRO METTE IN PERICOLO L’INTERO CORPO
Inoltre tale peccato, se non fosse stato corretto, avrebbe contagiato tutto il popolo. La nazione avrebbe
finito per combattere le battaglie non per sostenere il nome di Dio e la vera adorazione, ma per pura
conquista egoistica. L’apostolo Paolo mostrò che permettere o condonare un grave peccato è una cosa
insidiosa e pericolosa quando scrisse alla congregazione cristiana di Gerusalemme di badare che “non
spunti nessuna radice velenosa e non causi difficoltà e affinché molti non ne siano contaminati; affinché
non vi sia fornicatore né alcuno che non apprezzi le cose sacre, come Esaù, che in cambio di un pasto
cedette i suoi diritti di primogenito”. — Ebr. 12:15, 16; confronta I Corinti 5:6, 7, 13.
Quando la sorte cadde direttamente su Acan, Giosuè fu gentile, pur sapendo che Acan era colpevole.
Disse ad Acan: “Figlio mio, ti prego, rendi gloria a Geova l’Iddio d’Israele e fagli confessione, e
dichiarami, ti prego, che cosa hai fatto? Non me lo occultare”. (Gios. 7:19) Allora Acan ‘rese gloria a Dio’
in quanto riconobbe che Geova Dio aveva diretto correttamente la sorte e che era giustamente adirato
con lui. Acan aveva “commesso una vergognosa follia in Israele”, un delitto che recava grande disonore
su Dio poiché arrecava onta a Israele che allora rappresentava Dio sulla terra. — Gios. 7:15.
RIMOSSA LA COLPA DALLA NAZIONE
Per dimostrare a tutto Israele la causa della loro sconfitta ad Ai, e per dare la prova che Acan era il
colpevole, Giosuè mandò a prendere dalla tenda di Acan gli oggetti rubati e li mostrò al popolo. (Gios.
7:22, 23) In base al comando di Dio, Acan doveva esser messo a morte. Anche la sua famiglia, la sua
tenda e i suoi averi dovettero essere bruciati, per togliere da Israele questo elemento contaminato e
simile a lievito, poiché anche la menzione del nome di Acan sarebbe stata un abominio. Il racconto dice
che, messo a morte Acan con la lapidazione e poi bruciato, fu eretto sopra le sue ceneri un grosso
mucchio di pietre e il luogo fu chiamato Acor (ostracismo, difficoltà) a rammentare la calamità che egli
aveva attirata su Israele. — Gios. 7:24-26.
Alcuni possono pensare che l’esecuzione della famiglia di Acan e la distruzione dei suoi beni siano state
ingiuste. Ma considerate il biasimo e i guai causati da questo avido desiderio di Acan. Non solo, ma 36
uomini avevano perso la vita. Inoltre, era difficile che la famiglia di Acan ignorasse il fatto che le cose
maledette e rubate erano sepolte in terra sotto la tenda di Acan. — Gios. 7:21.
Giosuè agì giustamente e questo è indicato dal fatto che successivamente Geova recò la sconfitta di Ai. Il
giudizio di Geova fu una benedizione e una protezione per Israele che proseguì nella conquista del
paese, sconfiggendo un re dopo l’altro, per sei anni. Non c’è nulla a indicare che qualcuno commettesse
un’altra azione simile a quella di Acan. Anche in seguito, al tempo dei giudici, quando fu commesso un
grave peccato, la nazione mostrò grande zelo nel discolparsi dinanzi a Dio eliminando la malvagità,
anche a costo di molte vite. — Giud., cap. 20.

w93 1/8 11 Evitate il laccio dell'avidità


Geova ci avverte del pericolo
3 Basilarmente l’avidità è lo smodato e ardente desiderio di avere di più, si tratti di denaro, beni, potere,
sesso o altro. Non siamo i primi a correre il rischio di cadere nel laccio dell’avidità. Molto tempo fa, nel
giardino di Eden, prima Eva e poi Adamo caddero in questo laccio. Il compagno di Eva, che aveva una
maggiore esperienza di vita rispetto a lei, aveva ricevuto istruzioni direttamente da Geova. Dio aveva
dato loro una dimora paradisiaca. Avevano una grande varietà di buoni cibi prodotti da una terra non
inquinata. Potevano aspettarsi di avere figli perfetti, con cui vivere e servire Dio in eterno. (Genesi 1:27-
31; 2:15) Non era abbastanza per soddisfare qualunque essere umano?
4 Eppure il fatto di avere abbastanza non impedisce di cadere nel laccio dell’avidità. Eva fu adescata
dalla prospettiva di diventare come Dio, avendo più indipendenza e stabilendo da sé le proprie norme.
Sembra che Adamo volesse continuare a godere a tutti i costi la compagnia della sua bella moglie. Se
perfino questi esseri umani perfetti caddero nel laccio dell’avidità, figuriamoci quale pericolo essa può
costituire per noi!
5 Dobbiamo guardarci dal laccio dell’avidità perché l’apostolo Paolo avverte: “Non sapete che gli ingiusti
non erediteranno il regno di Dio? Non siate sviati. Né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né uomini tenuti
per scopi non naturali, né uomini che giacciono con uomini, né ladri, né avidi . . . erediteranno il regno di
Dio”. (1 Corinti 6:9, 10) Paolo disse pure: “La fornicazione e l’impurità di ogni sorta o l’avidità non siano
neppure menzionate fra voi”. (Efesini 5:3) Perciò non si deve fare dell’avidità neppure argomento di
conversazione allo scopo di gratificare la carne imperfetta.
6 Geova ha fatto mettere per iscritto molti esempi ammonitori circa il pericolo dell’avidità. Ricordate
l’avidità di Acan. Dio disse che Gerico doveva essere distrutta, mentre l’oro, l’argento, il rame e il ferro
che vi si trovavano sarebbero dovuti andare nel Suo tesoro. Forse all’inizio Acan aveva intenzione di
seguire quest’ordine, ma poi cedette all’avidità. Una volta a Gerico, fu come se stesse andando in giro a
far spese: vide delle fantastiche occasioni, fra cui una bellissima veste che sembrava fatta apposta per
lui. Forse, mentre si impossessava di oro e argento per un valore di milioni di lire, avrà pensato: ‘Quanta
roba! Come si fa a non approfittarne?’ Infatti ne approfittò! Bramando ciò che doveva essere distrutto o
consegnato, Acan derubò Dio, e questo gli costò la vita. (Giosuè 6:17-19; 7:20-26) Considerate anche gli
esempi di Gheazi e di Giuda Iscariota. — 2 Re 5:8-27; Giovanni 6:64; 12:2-6.
7 Non dovremmo trascurare il fatto che i tre summenzionati individui non erano pagani che ignoravano le
norme di Geova. Godevano di una relazione dedicata con Dio. Erano stati tutti testimoni di miracoli che
avrebbero dovuto far capire loro la potenza di Dio e l’importanza di conservare il suo favore. Nondimeno il
laccio dell’avidità fu la loro rovina. Anche noi possiamo rovinare la nostra relazione con Dio se ci lasciamo
adescare da qualunque forma di avidità. Quali tipi o forme di avidità possono essere particolarmente
pericolose per noi?
Il re Acaz — Tema: L’idolatria fa incorrere nel disfavore divino ESODO 20:4, 5 ; 1°CORINTI 10:14

it-1 45-6 Acaz


ACAZ
(Àcaz) [forma abbreviata di Ioacaz, che significa “Geova afferri; Geova ha afferrato”].
1. Figlio di Iotam re di Giuda. Acaz salì al trono a 20 anni e regnò per 16 anni. — 2Re 16:2; 2Cr 28:1.
Dato che Ezechia figlio di Acaz aveva 25 anni quando cominciò a regnare, Acaz non doveva avere
ancora 12 anni quando lo generò. (2Re 18:1, 2) Mentre nei climi temperati i maschi di solito raggiungono
la pubertà fra i 12 e i 15 anni, nei climi più caldi possono raggiungerla prima. Anche le usanze
matrimoniali variano. Un periodico (Zeitschrift für Semitistik und verwandte Gebiete, a cura di E. Littmann,
Lipsia, 1927, vol. 5, p. 132) riferiva che il matrimonio di bambini era frequente nella Terra Promessa
anche in epoca relativamente recente, e citava il caso di due fratelli di 8 e 12 anni che erano sposati e il
maggiore andava a scuola con la moglie. Tuttavia, un manoscritto ebraico, la Pescitta siriaca e alcuni
manoscritti della Settanta greca in 2 Cronache 28:1 dicono che Acaz aveva “venticinque anni” all’inizio
del suo regno.
Qualunque fosse la sua età esatta, Acaz morì relativamente giovane e lasciò un pessimo ricordo di sé.
Nonostante il fatto che Isaia, Osea e Michea profetizzassero attivamente in quel tempo, una sfacciata
idolatria contrassegnò il suo regno. Non solo Acaz la permise fra i suoi sudditi, ma egli stesso compì
regolarmente sacrifici pagani, al punto di sacrificare il proprio figlio (o figli) nel fuoco nella valle di Innom.
(2Re 16:3, 4; 2Cr 28:3, 4) A causa della falsa adorazione il regno di Acaz fu irto di difficoltà. La Siria e il
regno settentrionale d’Israele si unirono per attaccare Giuda da N, gli edomiti colsero l’opportunità per
aggredirlo da SE e i filistei lo invasero da O. Giuda perse l’importante porto di Elat sul golfo di `Aqaba.
Zicri, potente efraimita, uccise un figlio del re Acaz e due dei suoi uomini principali durante l’incursione
del regno settentrionale nel territorio di Giuda, in cui 120.000 giudei furono massacrati e circa 200.000
presi prigionieri. Solo grazie all’intervento del profeta Oded, col sostegno di certi uomini preminenti di
Efraim, i prigionieri furono rilasciati e fecero ritorno in Giuda. — 2Cr 28:5-15, 17-19; 2Re 16:5, 6; Isa 7:1.
Il ‘tremante cuore’ di Acaz avrebbe dovuto essere rafforzato dal messaggio di Dio, pronunciato dal
profeta Isaia per assicurargli che Geova non avrebbe permesso a siri e israeliti di unirsi per distruggere
Giuda e mettere sul trono un uomo non di stirpe davidica. Ma quando fu invitato a chiedere un segno da
Dio, l’idolatra Acaz rispose: “Non chiederò, né metterò Geova alla prova”. (Isa 7:2-12) Comunque fu
predetto che, come segno, una fanciulla avrebbe avuto un figlio, Emmanuele (che significa “con noi è
Dio”), e che prima che il bambino fosse cresciuto la lega siro-israelita non avrebbe più costituito una
minaccia per Giuda. — Isa 7:13-17; 8:5-8.
In quanto ai “sessantacinque anni” di Isaia 7:8, cioè il periodo in cui Efraim sarebbe stato “frantumato”, un
commentario biblico afferma: “Una prima deportazione d’Israele avvenne nel giro di un anno o due da
questo momento [in cui fu pronunciata la profezia di Isaia], sotto Tiglat-Pileser (2 Re 15. 29). Una
seconda durante il regno di Oshea, sotto Salmaneser (2 Re 17. 1-6), circa vent’anni dopo. Ma la
deportazione finale che diede il ‘colpo di grazia’ a Israele così che non fosse più ‘un popolo’,
accompagnata dall’insediamento di stranieri in Samaria, avvenne sotto Esar-Addon, che deportò anche
Manasse, re di Giuda, nel ventiduesimo anno del suo regno, sessantacinque anni dopo che era stata
pronunciata questa profezia (cfr. Esdra 4.2, 3, 10 con 2 Re 17.24; 2 Cronache 33.11)”. — Jamieson,
Fausset e Brown, Commentary on the Whole Bible.
Vassallaggio all’Assiria e morte. Invece di riporre fede in Geova, per timore della congiura siro-israelita
Acaz preferì l’imprevidente politica di corrompere Tiglat-Pileser III re d’Assiria perché venisse in suo
aiuto. (Isa 7:2-6; 8:12) Qualunque sia stato il sollievo che l’ambizioso re assiro abbia dato ad Acaz
abbattendo Siria e Israele, fu solo temporaneo. Alla fine ciò “gli causò angustia, e non lo rafforzò” (2Cr
28:20), anzi per colpa sua Giuda finì sotto il pesante giogo dell’Assiria.
Come re vassallo, Acaz fu evidentemente convocato a Damasco per rendere omaggio a Tiglat-Pileser III
e, mentre era in quella città, vi ammirò l’altare pagano, ne copiò il disegno e incaricò il sacerdote Urija di
farne una riproduzione da collocare davanti al tempio di Gerusalemme. Acaz osò poi offrire sacrifici su
questo “grande altare”, mentre l’altare originale di rame fu messo da parte in attesa che il re decidesse
cosa farne. (2Re 16:10-16) Nel frattempo fece a pezzi gran parte degli utensili di rame del tempio e
apportò altri cambiamenti nell’area del tempio, tutto “a causa del re d’Assiria”, forse per pagare il pesante
tributo imposto a Giuda o magari per nascondere parte delle ricchezze del tempio agli avidi occhi
dell’assiro. Le porte del tempio furono chiuse e Acaz “si fece altari in ogni angolo di Gerusalemme”. —
2Re 16:17, 18; 2Cr 28:23-25.
Dopo 16 anni di malgoverno e sfacciata apostasia Acaz morì e, pur essendo stato sepolto come i suoi
antenati “nella Città di Davide” (2Re 16:20), il suo corpo non fu deposto nei luoghi di sepoltura dei re.
(2Cr 28:27) Il suo nome è menzionato nelle genealogie dei re. — 1Cr 3:13; Mt 1:9.
Il nome di Acaz compare in un’iscrizione di Tiglat-Pileser III come Yauhazi.
w76 1/9 542-3 Ninive, l'orgogliosa capitale assira
Come una tale prostituta, Ninive ingannava le nazioni con vuote promesse d’aiuto e benefici. Le sue
offerte d’amicizia erano allettanti ma traditrici. Quelli che venivano implicati con lei perdevano la propria
libertà e si trovavano in schiavitù. Questo è ben illustrato nel caso del re giudeo Acaz. Egli pagò il re
assiro Tiglat-Pileser (Tilgat-Pilneser) III perché venisse in suo aiuto e contrastasse la cospirazione della
Siria e di Israele per deporlo come re. (2 Re 16:5-9) Mentre Tiglat-Pileser distrusse in effetti la potenza
della Siria e di Israele, qualunque sollievo ciò recasse ad Acaz non fu che temporaneo. Del risultato finale
per Acaz, la Bibbia narra: “Venne contro di lui Tiglat-Pileser re di Assiria. Questi gli fu d’aggravio anziché
di vantaggio. Akhaz infatti dovette sottrarre parte dei beni del tempio di Jahve, della reggia e della casa
dei capi per consegnarla al re di Assiria. Ma non ricevette aiuti!” (2 Cron. 28:20, 21, mons. S. Garofalo)
Così invece di vero sollievo, Acaz recò su sé e sul suo popolo solo l’oppressivo giogo assiro.
Calcolati in base alla cronologia della Bibbia, lo “spargimento di sangue” e la “prostituzione” di Ninive
terminarono nel 632 a.E.V. In quel tempo la città cadde nelle mani delle forze alleate di Nabopolassar re
di Babilonia e di Ciassare il Medo. Come indicano i danni causati dal fuoco e dal fumo sui bassorilievi
trovati a Ninive, i conquistatori dovettero bruciare la città. Riguardo a Ninive, le Cronache Babilonesi
affermano: “Portarono via le grandi spoglie della città e del tempio e (fecero) della città un cumulo di
rovine”.
In maniera potente, la distruzione di Ninive rivendicò la profetica “parola di Dio”. Quella distruzione
dimostrò anche la verità che la mancanza di riguardo per le vie di Dio, compresi il sanguinario militarismo
e le alleanze ingannevoli, non può aver successo indefinitamente. Questo è qualche cosa a cui
dovremmo prestare seria attenzione. Sicuramente non vorremo esser delusi sostenendo o approvando
vie e sistemi che sono divinamente disapprovati. Pertanto, dovremmo accertarci di ciò che la Parola di
Dio, la Bibbia, insegna e confidare pienamente nel Suo promesso governo reale.

W68 P.495-496
Adamo — Tema: Perché dobbiamo mettere Dio al primo posto nella nostra vita MATTEO 6:33

it-1 60-2 Adamo


ADAMO
[uomo terreno, genere umano; da un termine che significa “rosso”].
La parola ebraica resa “uomo”, “genere umano” o “uomo terreno”, ricorre più di 560 volte nelle Scritture e
può applicarsi ai singoli individui o all’umanità in generale. È anche usata come nome proprio.
Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine”. (Ge 1:26) Che dichiarazione storica! E che posizione
unica nella storia quella di Adamo, il “figlio di Dio”, la prima creatura umana! (Lu 3:38) Adamo fu il
coronamento delle opere creative di Geova sulla terra, non solo perché comparve verso la fine delle sei
epoche creative, ma, cosa ancora più importante, perché “Dio creava l’uomo a sua immagine”. (Ge 1:27)
Perciò il perfetto uomo Adamo, e in grado molto minore la sua progenie imperfetta, possedevano
capacità e facoltà mentali molto superiori a quelle di tutte le altre creature terrestri.
In che senso Adamo fu creato a somiglianza di Dio?
Creato a somiglianza del suo grande Creatore, Adamo ebbe i divini attributi di amore, sapienza, giustizia
e potenza; aveva quindi un senso morale che implicava una coscienza, cosa del tutto nuova nel campo
della vita terrena. A immagine di Dio, Adamo doveva essere l’amministratore del globo e tenere
sottomesse le creature marine, terrestri e volatili.
Non era dunque necessario che Adamo fosse una creatura spirituale, del tutto o in parte, per possedere
qualità divine. Geova formò l’uomo dalle particelle di polvere della terra, mise in lui la forza vitale perché
divenisse un’anima vivente e gli diede la possibilità di riflettere l’immagine e la somiglianza del suo
Creatore. “Il primo uomo è dalla terra e fatto di polvere”. “Il primo uomo Adamo divenne anima vivente”.
(Ge 2:7; 1Co 15:45, 47) Ciò avvenne nel 4026 a.E.V., probabilmente in autunno, poiché secondo i più
antichi calendari umani l’anno iniziava in autunno, verso il 1° ottobre, o con la prima luna nuova del l’anno
civile lunare. — Vedi ANNO.
La dimora di Adamo era un bellissimo paradiso, un vero giardino di delizia chiamato Eden (vedi EDEN n.
1), che gli provvedeva tutte le cose necessarie per la vita fisica; infatti c’era “ogni albero desiderabile alla
vista e buono come cibo” per nutrirlo in perpetuo. (Ge 2:9) Adamo era circondato da animali pacifici di
ogni genere e specie, eppure era solo. Non c’era nessun’altra creatura ‘secondo la sua specie’ con cui
parlare. Geova riconobbe che ‘non era bene che l’uomo stesse solo’. Quindi con un’operazione
chirurgica, la prima e unica nel suo genere, Geova tolse una costola ad Adamo e ne fece l’equivalente
femminile perché fosse sua moglie e madre dei suoi figli. Traboccante di gioia alla vista di tale bella
aiutante e stabile compagna, Adamo l’accolse con la prima poesia che si ricordi: “Questa è finalmente
osso delle mie ossa e carne della mia carne”. Venne chiamata donna ‘perché fu tratta dall’uomo’. In
seguito Adamo chiamò sua moglie Eva. (Ge 2:18-23; 3:20) La veracità di questo racconto è attestata da
Gesù e dagli apostoli. — Mt 19:4-6; Mr 10:6-9; Ef 5:31; 1Tm 2:13.
Inoltre Geova benedisse i nuovi coniugi dando loro molto lavoro piacevole. (Cfr. Ec 3:13; 5:18). Non
ebbero la maledizione di essere costretti a oziare. Dovevano essere attivi e affaccendati nel coltivare la
loro dimora paradisiaca, e, mentre si sarebbero moltiplicati e avrebbero riempito la terra di miliardi di loro
simili, avrebbero dovuto estendere il Paradiso fino ai limiti della terra. Quello era il comando di Dio. — Ge
1:28.
“Dio vide poi tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono”. (Ge 1:31) Fin dall’inizio Adamo fu
veramente perfetto sotto ogni aspetto. Fu dotato della facoltà di parlare e di un ricco vocabolario. Fu in
grado di dare nomi significativi alle creature viventi che lo circondavano. Ed era capace di sostenere una
conversazione sia con Dio che con la moglie.
Per tutte queste ragioni e altre ancora, Adamo era tenuto ad amare e adorare il suo grande Creatore e a
ubbidirgli rigorosamente. Inoltre il Legislatore universale gli aveva spiegato la semplice legge
dell’ubbidienza e l’aveva pienamente informato della giusta e ragionevole pena per la disubbidienza: “In
quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne
mangerai positivamente morirai”. (Ge 2:16, 17; 3:2, 3) Nonostante questa legge esplicita e la relativa
severa pena per la disubbidienza, egli disubbidì.
Conseguenze del peccato. Eva fu completamente ingannata da Satana il Diavolo, ma “Adamo non fu
ingannato”, dice l’apostolo Paolo. (1Tm 2:14) Del tutto consapevole, Adamo decise volontariamente e
deliberatamente di disubbidire e poi, come un criminale, cercò di nascondersi. Portato in giudizio, invece
di manifestare dolore e rammarico o di chiedere perdono, Adamo cercò di giustificarsi e di far ricadere la
responsabilità su altri, dando persino a Geova la colpa del suo peccato volontario. “La donna che desti
perché fosse con me, essa mi ha dato del frutto dell’albero e così ho mangiato”. (Ge 3:7-12) Quindi
Adamo fu scacciato dall’Eden nella terra incolta, che venne maledetta onde producesse spine e triboli, e
dove egli avrebbe dovuto sudare per vivere, raccogliendo gli amari frutti del suo peccato. Fuori del
giardino, in attesa della morte, Adamo ebbe figli e figlie, solo di tre dei quali conosciamo il nome: Caino,
Abele e Set. A tutti i suoi figli Adamo trasmise un’eredità di peccato e morte, perché egli stesso era
peccatore. — Ge 3:23; 4:1, 2, 25.
Questo fu il tragico inizio che Adamo diede alla razza umana. Il Paradiso, la felicità e la vita eterna erano
perduti; al loro posto c’erano peccato, sofferenza e morte, frutto della disubbidienza. “Per mezzo di un
solo uomo il peccato entrò nel mondo e la morte per mezzo del peccato, e così la morte si estese a tutti
gli uomini perché tutti avevano peccato”. “La morte regnò da Adamo”. (Ro 5:12, 14) Ma Geova, nella sua
sapienza e nel suo amore, provvide un “secondo uomo”, “l’ultimo Adamo”, che è il Signore Gesù Cristo.
Grazie a questo ubbidiente “Figlio di Dio”, per i discendenti del disubbidiente “primo uomo Adamo” è stata
aperta la via che conduce al Paradiso e alla vita eterna, perfino alla vita celeste per la chiesa o
congregazione di Cristo. “Poiché come in Adamo tutti muoiono, così anche nel Cristo tutti saranno resi
viventi”. — Gv 3:16, 18; Ro 6:23; 1Co 15:22, 45, 47.
Dopo essere stato espulso dall’Eden il peccatore Adamo visse abbastanza da vedere l’assassinio di uno
dei suoi figli, l’esilio del figlio omicida, la violazione della disposizione matrimoniale e la profanazione del
sacro nome di Geova. Fu testimone della costruzione di una città, dello sviluppo di strumenti musicali e
della fabbricazione di arnesi di ferro e di rame. Osservò e fu condannato dall’esempio di Enoc, “il settimo
uomo nella discendenza da Adamo”, che “continuò a camminare con il vero Dio”. Visse fino alla nona
generazione, fino al tempo di Lamec padre di Noè. Infine, dopo 930 anni, la maggior parte dei quali
trascorsi nel lento processo che l’avrebbe portato alla morte, nel 3096 a.E.V. Adamo tornò alla terra da
cui era stato tratto, proprio come aveva detto Geova. — Ge 4:8-26; 5:5-24; Gda 14; vedi LAMEC n. 2.

w80 1/10 17-21 La speranza della creazione sta per realizzarsi


4 Oggi tutta la creazione umana è unita da una speranza data da Dio! Non solo la popolazione che vive
attualmente sulla terra, ma tutta la creazione umana fino ai diretti discendenti del primo uomo, Adamo.
Per merito del suo Creatore, questo primo uomo venne all’esistenza con un corpo e una mente
assolutamente perfetti. Fu posto in una dimora terrestre perfetta, il giardino di Eden, con tutto il
necessario per sostenere la vita umana perfetta nella felicità. Il suo Creatore, il suo Padre celeste,
divenne il suo compagno, che gli parlava regolarmente dal reame invisibile. Oltre a questo, con tutti gli
animali terrestri, gli uccelli e i pesci che c’erano nel giardino di Eden, Adamo aveva abbastanza per non
sentirsi solo. Ma perché il Padre celeste aveva messo Adamo in questo delizioso Paradiso? Per essere
un solitario giardiniere o guardaboschi? Per quanto tempo doveva vivere e godere tutto questo ben di Dio
provveduto dal suo Datore di vita?
5 Ad Adamo fu fatto capire che dipendeva tutto da lui! Avendo una memoria perfetta Adamo non poteva
dimenticare il consiglio datogli dal Padre celeste: “D’ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma
in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui
ne mangerai positivamente morrai”. — Gen. 2:16, 17.
6 Quel comando divino dava ad Adamo l’opportunità di vivere per sempre, se tale fosse stata la volontà di
Dio per lui. Come indica in seguito il racconto, Adamo visse 930 anni, ma avrebbe potuto vivere
infinitamente più a lungo. Divenne responsabile del fatto che tutt’oggi si muore. Come dovremmo tutti
renderci conto, quel primo uomo sulla terra ebbe una progenie; altrimenti non saremmo qui. Ma ciò non
avvenne, come nel caso di certe piante, mediante il metodo non umano di riproduzione asessuata che gli
scienziati odierni chiamano clonazione. Piuttosto, come nel caso degli uccelli e degli animali terrestri, Dio
creò per Adamo una compagna, una moglie, prendendogli una costola dal fianco per dare inizio alla
creazione di lei. Unendo in matrimonio il primo uomo e la prima donna sulla terra, Dio diede loro la
speranza della vita senza fine sulla terra paradisiaca. Li benedisse e disse loro di riprodurre la propria
specie per riempire la terra, sulla quale si sarebbe esteso il paradiso. — Gen. 2:18-24; 1:26-28.
7 La prospettiva per tutto il genere umano era delle più rosee. Adamo ed Eva non si sarebbero mai
aspettati di vedere la loro progenie ‘gemere ed essere in pena’ a causa delle condizioni fisiche, morali e
sociali in cui ci troviamo oggi. La disubbidienza nel mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del
bene e del male poteva sembrare una cosa insignificante in se stessa, ma fu ciò che causò le condizioni
attuali. Mangiandone, prima Eva e poi Adamo peccarono e infransero la speranza che Dio aveva data
loro, tutto questo mentre erano ancora senza figli. Se Dio non fosse intervenuto in qualche modo, oggi
non avremmo alcuna speranza. In Eden entrò in scena anche un serpente, ma non diamo tutta la colpa a
quel rettile. La Bibbia piuttosto ci indica l’invisibile spirito che agiva dietro il serpente. Chi era? Un angelo
celeste, deciso ad allontanare Adamo ed Eva dal fare di Geova Dio la loro speranza.
8 Quell’intrigante ribelle, che parlò per mezzo del serpente, indusse con l’inganno Eva a cercare di essere
come Dio. Come tale, Eva si sarebbe creata la propria speranza. Fino a quel momento suo marito Adamo
era stato per lei il profeta di Dio. Adamo aveva agito come portavoce di Dio nel riferirle il comando divino
di non mangiare il frutto proibito. Ma quando volle diventare una dea mangiando il frutto proibito, divenne
la profetessa del serpente usando la sua bella voce per indurre Adamo a unirsi a lei nell’illegalità. Alla
fine, per ragioni errate agli occhi di Dio, Adamo ‘ascoltò la voce di sua moglie’, la falsa profetessa. (Gen.
3:17) Allora Geova Dio pronunciò una giusta condanna a morte per il suo infedele profeta, Adamo. Sua
moglie, Eva, ricevette la stessa condanna. Come se fossero già morti, furono scacciati dal giardino di
Eden, per vivere il resto dei loro giorni nella terra incolta. Tutti noi, racchiusi, in quanto non ancora nati,
negli organi riproduttivi di Adamo ed Eva, fummo scacciati con loro.
9 Nessun’altra prospettiva diversa da quella esposta nel comando che Dio aveva dato ad Adamo fu
offerta a quegli originali peccatori volontari, Adamo ed Eva. Giustamente non fu offerta loro alcuna
speranza, perché avevano disprezzato l’originale speranza data loro da Dio. Ma noi, loro discendenti non
responsabili, fummo lasciati senza speranza? No davvero!
SPERANZA DATA DA DIO
10 Le parole di speranza non furono rivolte direttamente ad Adamo ed Eva; essi semplicemente le
sentirono pronunciare. Le parole di Dio che contenevano una ragione di speranza per noi furono rivolte
allo spirito ribelle che aveva scaltramente usato il serpente per indurre Eva a diventare la sua profetessa.
Costui fu stigmatizzato col nome di Satana il Diavolo. Essendo l’originatore dell’astuzia e della frode allo
scopo di ingannare, ed essendosi servito di un serpente in Eden, fu chiamato anche “l’originale serpente”.
(Riv. 12:9; 20:2) Questa creatura spirituale che volle fare di sé un dio, e che fu il primo a mentire alla
donna e contro Dio, fu anche il primo contro cui fu emanata una decisione giudiziaria in Eden. Su di lui
Dio pronunciò la maledizione e quindi predisse la lotta nella quale “l’originale serpente” e quelli che si
sarebbero schierati dalla sua parte nel conflitto avrebbero subito la disfatta.
11 All’“originale serpente” Dio disse: “E io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di
lei. Egli ti ferirà la testa e tu gli ferirai il calcagno”. (Gen. 3:14, 15) Sarebbe stato l’annientamento
dell’“originale serpente” e della sua progenie. Ma questa decisione giudiziaria di Dio offriva qualche
motivo di speranza alla futura progenie di Adamo ed Eva? No, non direttamente, ma solo implicitamente
o per deduzione.
12 Ecco che entra in scena una donna. Chi doveva essere? Doveva essere colei che avrebbe mostrato
inimicizia, odio, per “l’originale serpente” e la sua progenie. Non poteva essere Eva, che aveva fatto di sé
una falsa profetessa dell’“originale serpente”, e si era lasciata persuadere che Geova Dio era bugiardo.
Non poteva essere neanche Maria, la madre di Gesù Cristo. Sarebbero passati quattromila anni prima
che nascesse questa ragazza ebrea discendente di Abraamo e sotto la Legge ebraica. Il suo figlio
primogenito, Gesù, visse sulla terra solo 33 anni e mezzo. Quando vide quello che “l’originale serpente”
fece fare sul Calvario contro il figlio da lei miracolosamente avuto, la madre terrena di Gesù aveva già
vissuto la maggior parte della sua vita. Quindi avrebbe potuto nutrire inimicizia per “l’originale serpente”
solo per alcuni decenni.
13 Logicamente la “donna” della profezia di Dio doveva essere in vita e in ascolto quando Dio parlò
all’“originale serpente” in Eden. La simbolica “donna” doveva sopravvivere alla morte di Eva, fino al
tempo stabilito da Dio perché la “donna” generasse il promesso “seme”, il che avvenne più di tremila anni
dopo la morte di Eva. Quindi, chi poteva essere questa simbolica “donna” se non la stessa “donna” di
Dio, vale a dire la sua organizzazione celeste composta di sante creature spirituali che rifiutarono di unirsi
all’“originale serpente” nella ribellione? Questi rispettarono il matrimonio di Dio con la sua fedele
organizzazione universale e non divorziarono da Lui per unirsi all’organizzazione che avrebbe sposato
“l’originale serpente”. Essi furono molto contenti che Dio ponesse inimicizia fra loro e l’organizzato “seme”
dell’“originale serpente”.
14 In Eden Dio diede dunque alla sua organizzazione celeste simile a una moglie la prospettiva di
diventare madre. Da quel momento in poi poteva sperare di diventare la madre del “seme” di cui suo
Marito, Geova Dio, sarebbe stato il Padre. Per la sua “donna” valeva la pena aspettare per quattromila
anni la realizzazione di questa speranza. Fu disposta a soffrire le pene che questo poteva comportare,
come accade alla donna simbolica vista nella visione descritta dall’apostolo Giovanni in Rivelazione 12:1-
5. La maternità è un desiderio normale di tutte le donne adulte. Quindi perché non dare alla celeste
organizzazione o donna di Dio la possibilità di diventare madre? Appropriatamente fu data alla “donna” di
Dio la speranza della maternità prima che Dio concedesse misericordiosamente a Eva, moglie del
peccatore Adamo, di diventare madre fuori dell’Eden. Ma quello che Dio disse alla peccatrice Eva fu
tutt’altro che una benedizione: “Aumenterò grandemente la pena della tua gravidanza; con doglie
partorirai figli”. (Genesi 3:16 in contrasto con ⇒Ge ⇐1:28). Nel trasmettere alla progenie informazioni
sulla profezia di Dio relativa al “seme” della “donna”, Adamo non agì in qualità di profeta di Dio; né sua
moglie Eva agì in qualità di profetessa di Dio. Sia che Adamo ed Eva credessero alla promessa di Dio
riportata in Genesi 3:15 o no, Dio volle che la loro progenie basasse la speranza su quella promessa.
Benché Adamo fosse stato creato come “figlio di Dio”, noi, suoi discendenti imperfetti ai quali è stato
trasmesso il peccato, non siamo nati come figli di Geova Dio. (Luca 3:38) Perciò non abbiamo per natura
la testimonianza dello spirito santo di Dio che attesti insieme al nostro spirito umano che siamo figli di
Dio. Ma c’è qualche speranza di tornare nella famiglia dei figli di Dio? Sì, c’è!
15 Se per noi non ci fosse speranza, perché Dio avrebbe lasciato che nascessero tanti figli di Adamo ed
Eva, oltre cento generazioni finora? Oggigiorno, dopo tutte le guerre e altre catastrofi oltre alle malattie e
alla morte naturale, sono in vita più di 4.200 milioni di persone e si predice che per il 2000 ci saranno
sulla terra sei miliardi di esseri umani. Tutto questo è stato invano? Evidentemente no!
16 L’uomo non è in grado di cavarsela da solo. Eppure la sorte della creazione umana non è senza
speranza, nonostante l’aspetto poco promettente delle cose. Questo non dipende da qualcosa che
l’uomo stesso possa fare, ma si basa solidamente su ciò che Dio ha già fatto e farà ancora secondo la
sua infallibile promessa. Avendo Dio permesso la nascita di una settantina di generazioni da Adamo ed
Eva, il suo Figlio celeste poté nascere come uomo, Gesù Cristo. Sulla terra questo Figlio di Dio compì la
volontà di Dio per il bene di tutta l’umanità. Questo segnò una svolta nella storia umana!
LA CREAZIONE UMANA “SOTTOPOSTA ALLA FUTILITÀ” CON LA SPERANZA DELLA LIBERTÀ
17 Circa 23 anni dopo che Gesù Cristo aveva terminato la sua vita terrena ed era di nuovo asceso in
cielo, l’apostolo Paolo scrisse alla congregazione di Roma: “L’ansiosa aspettazione della creazione
[umana] attende la rivelazione dei figli di Dio. Poiché la creazione fu sottoposta alla futilità, non di propria
volontà ma per mezzo di colui che la sottopose, in base alla speranza che la creazione stessa sarà pure
resa libera dalla schiavitù alla corruzione e avrà la gloriosa libertà dei figli di Dio. Poiché sappiamo che
tutta la creazione continua a gemere insieme ed è in pena insieme fino ad ora. Non solo questo, ma
anche noi stessi che abbiamo le primizie, cioè lo spirito, sì, noi stessi gemiamo in noi medesimi, mentre
aspettiamo ansiosamente l’adozione quali figli, la liberazione dal nostro corpo mediante il riscatto. Poiché
siamo stati salvati in questa speranza”. — Rom. 8:19-24.
18 Colui per mezzo del quale la creazione umana fu sottoposta alla futilità o frustrazione è Dio. Non vi
fummo sottoposti di nostra propria volontà, in quanto non siamo stati noi a decidere di nascere. Dio ha
voluto che venissimo all’esistenza, nonostante la condanna a morte di Adamo ed Eva. (Gen. 3:16-24;
5:1-4) Tuttavia non siamo nati con la “gloriosa libertà” che Adamo ed Eva ebbero dapprima nel giardino di
Eden quali “figli di Dio”. Siamo nati nella “schiavitù alla corruzione”, sotto la condanna di tutta la progenie
di Adamo alla morte. (Rom. 5:12) Perciò non possiamo salvare noi stessi. Tutti i nostri sforzi sarebbero
condannati alla futilità, alla frustrazione. Dove ci hanno portato tutti i tentativi dei governi umani? Qual è
stato a tutt’oggi il risultato di tutte le imprese sociali, economiche, finanziarie, mediche e scientifiche
dell’ambiziosa umanità? Tutti siamo ancora soggetti a corruzione mentale, fisica e morale. E ora sembra
che una guerra nucleare con missili balistici intercontinentali che emergono dai mari e piovono dai cieli
possa segnare la nostra improvvisa fine. Questo può essere descritto come un’“ansiosa aspettazione”
della creazione gemente?
19 Comunque il Creatore dell’uomo non è soggetto a futilità o frustrazione. Il corrotto genere umano non
può frustrare il proposito del Creatore. Quindi egli stesso è per noi una speranza. Perciò vuole che
riponiamo la nostra fiducia in lui, non in noi stessi. Ci ha assoggettati tutti all’incapacità umana, affinché
non avessimo motivo di riporre speranza in noi stessi. Essendo l’unica Fonte di speranza, egli ha
sottoposto l’umanità alla futilità, ma non senza speranza. Anzi, come dice Romani 8:20, 21, “in base alla
speranza che la creazione stessa sarà pure resa libera dalla schiavitù alla corruzione e avrà la gloriosa
libertà dei figli di Dio”.
20 Oggi gli esponenti di una certa ideologia politica definiscono il loro reame “il mondo libero” in contrasto
con la popolazione sotto opposti regimi. Ma qualunque sia la pretesa di gruppi politici in conflitto, nessuno
di loro ha la “gloriosa libertà dei figli di Dio”. Solo l’Iddio e Padre del Signore Gesù Cristo offre alla
famiglia umana la speranza di tornare nella relazione che Adamo ed Eva avevano con lui quando li creò
in Eden. Ma perché ciò si realizzi è necessario attendere un’azione futura da parte di Dio. Apprendiamo
di che si tratta dalle parole dell’apostolo: “L’ansiosa aspettazione della creazione attende la rivelazione
dei figli di Dio”. (Rom. 8:19) L’apostolo Paolo, che scrisse le parole di Romani 8:15-17, si classificò fra
quei “figli di Dio”.
21 Tali speciali “figli di Dio” sono il seme della “donna” di Dio, di cui si parla nella profezia di Genesi 3:15
fatta da Dio in Eden. Il principale componente di questo “seme” della celeste organizzazione di Dio è
Gesù Cristo, al quale Dio permise che “l’originale serpente” ferisse il calcagno alla sua morte sul palo di
tortura nel 33 E.V. Ma Dio sanò quella ferita al calcagno risuscitando il suo fedele Figlio il terzo giorno
dopo la sua morte. Essendo risuscitato come celeste Figlio spirituale di Dio, e non come un Figlio umano,
poté essere riaccolto dalla celeste “donna” di Dio. Questi, come dice Ebrei 2:14, 15, ‘ridurrà a nulla colui
che ha i mezzi per causare la morte, cioè il Diavolo; ed emanciperà tutti quelli che per timore della morte
erano per tutta la vita sottoposti a schiavitù’.
22 Componenti secondari del “seme” della composita “donna” di Dio sono i discepoli di Gesù Cristo, quelli
generati dallo spirito di Dio per diventare spirituali “figli di Dio” e coeredi del loro fratello maggiore, Gesù
Cristo, in cielo.
23 L’apostolo Pietro parla della loro speranza celeste come di una speranza “viva” scrivendo loro:
“Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, poiché secondo la sua grande misericordia
ci ha rigenerati ad una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per un’eredità
incorruttibile e incontaminata e durevole. Essa è riservata nei cieli per voi”. (I Piet. 1:3, 4) Questa loro
speranza è ancora “viva” oggi. Non è svanita a causa di qualche apparente ritardo nella sua realizzazione
per il loro rimanente ancora sulla terra. Essi si aspettano di veder presto realizzata questa speranza al
tempo stabilito dal loro Dio e Padre, Geova. L’apostolo Paolo richiama alla nostra mente Genesi 3:15,
scrivendo alla congregazione di Roma generata dallo spirito: “L’Iddio che dà pace stritolerà fra breve
Satana sotto i vostri piedi”. — Rom. 16:20.
24 La “rivelazione” di questi “figli di Dio” insieme al principale Figlio di Dio, Gesù Cristo, nel prossimo
futuro, è l’oggetto dell’“ansiosa aspettazione della creazione” umana. Ma subito prima di tale evento ci
aspettiamo la “grande tribolazione” che il Padre celeste, Geova Dio, farà abbattere sugli oppositori e
persecutori che fanno tribolare i suoi figli spirituali e i loro leali compagni. — Riv. 7:14, 15; II Tess. 1:6-10.

w77 1/1 20-2 Abbiate una veduta equilibrata del tempo


FATTORI RELATIVI AL TEMPO CHE DIO NON HA RIVELATI
17 Ci sono delle ragioni se non lo possiamo conoscere. Anzitutto, anche se la cronologia biblica indica
chiaramente che siamo giunti al termine di seimila anni dal tempo della creazione del primo uomo
Adamo, non ci dice quanto tempo dopo quell’avvenimento si concluse il sesto giorno creativo ed ebbe
inizio il settimo periodo o “giorno” creativo, il grande giorno di riposo di Dio. Genesi capitolo due, versetto
tre, dice che Geova benedisse e rese sacro quel “giorno”, e perciò sembra ragionevole pensare che
prima che esso finisca il malvagio vecchio ordine sarà stato eliminato e sarà stato stabilito il giusto nuovo
ordine di Dio per mezzo del regno millenario del Figlio di Dio. C’è pertanto ragione di credere che il
periodo millenario costituirà la parte conclusiva di quel grande giorno di riposo e riporterà la terra e i suoi
abitanti a uno stato di perfezione. Ciò darebbe a Dio la possibilità di dire di quel settimo giorno e dei suoi
risultati — come disse degli altri giorni creativi — che “era buono”. — Gen. 1:4, 10, 12, 18, 21, 25, 31.
18 Ma quel grande giorno di riposo non cominciò immediatamente dopo la creazione di Adamo. Ebbero
luogo altri avvenimenti dopo la creazione di Adamo ma prima della fine del sesto giorno creativo. Uno di
essi è di grande importanza per tutti noi. Si tratta della creazione della prima donna, Eva. Senza di lei
nessuno di noi sarebbe vivo, poiché, come dichiara l’apostolo Paolo in I Corinti 11:12, “come la donna è
dall’uomo, così pure l’uomo è per mezzo della donna”, in quanto abbiamo bisogno tutti di una madre
umana per nascere.
19 Quanto tempo trascorse dalla creazione dell’uomo a quella della donna? La Bibbia non lo rivela. Poté
essere un tempo relativamente breve. Alla creazione Adamo non era un bambino o un adolescente, ma
un uomo fatto, del tutto maturo, sia sul piano fisico che mentale. Non dovette strisciare prima di imparare
a camminare, né emettere suoni indistinti prima di saper parlare. Fu creato con queste facoltà e poteva
comunicare con il suo Creatore celeste e mettersi al lavoro per coltivare e aver cura del giardino dove
abitava. Poteva comprendere le istruzioni divine e anche il divieto concernente l’albero proibito della
conoscenza del bene e del male. (Gen. 2:15-17) Sotto questi aspetti, dunque, avrebbe potuto ricevere
una moglie in qualsiasi tempo.
20 Questo è vero, eppure sotto certi aspetti Adamo, alla sua creazione, fu come un neonato. Perché?
Perché, sebbene fosse completamente adulto, il giorno in cui fu creato era sempre il primo giorno della
sua vita. Tutto quello che vedeva — ogni albero, fiore, pianta, ogni corso d’acqua, lago, fiume, ogni
creatura del mondo dei volatili, degli animali e dei pesci — egli la vedeva per la prima volta. Questo
valeva per tutto ciò che faceva. Quando camminò fece il primo passo; e così anche correre, arrampicarsi,
toccare, odorare, gustare, mangiare, erano tutte esperienze nuovissime per lui. Che enorme curiosità
dovette provare mentre esaminava l’affascinante opera di Geova Dio e imparava a conoscere la sua
dimora paradisiaca! Quanto tempo gli sarebbe stato concesso per soddisfare tale curiosità prima di
assumere l’ulteriore responsabilità di capofamiglia?
21 Non sembra che quella dimora edenica consistesse di un piccolo appezzamento di terreno. Entro i suoi
confini c’erano tutte le varietà di alberi, in base al secondo capitolo di Genesi. E c’era “un fiume che
usciva dall’Eden per adacquare il giardino”, un fiume abbastanza grande da dividersi e dare origine a
quattro grandi fiumi, alcuni dei quali esistono ancora. (Gen. 2:8-10) Adamo avrebbe impiegato tempo a
esplorare tutto questo per conoscere la zona che aveva ricevuto l’incarico di sorvegliare e coltivare.
22 “Ma”, potrebbe chiedere qualcuno, “non sarebbe stato piacevole se avesse potuto fare subito tutte
queste nuove esperienze insieme a una compagna, una moglie, imparando così insieme a lei?” Sì, ma
non sarebbe stato più appropriato che acquistasse prima notevole esperienza e conoscenza? Quindi,
una volta che avesse avuto una compagna, sarebbe stato in grado di rispondere alle sue domande e di
darle spiegazioni; in tal modo ella avrebbe avuto più rispetto per lui quale capo a motivo della
conoscenza che aveva. (Efes. 5:22, 23) Il diretto avvertimento che Dio diede ad Adamo sulle
conseguenze che avrebbe avute se avesse disubbidito mangiando dell’albero proibito pose Adamo nella
posizione di profeta di Dio verso la compagna che Egli avrebbe in seguito creata per l’uomo. — Gen.
2:16, 17.
23 La sola informazione che in effetti la Bibbia ci fornisce è che, prima di creare Eva, Dio conduceva
all’uomo tutte le creature che aveva formate e “l’uomo dava dunque i nomi a tutti gli animali domestici e
alle creature volatili dei cieli e a ogni bestia selvaggia del campo, ma per l’uomo non si trovava un aiuto
come suo complemento”. (Gen. 2:18-20) Ci vogliono solo poche parole per descriverlo; ma quanto tempo
richiese in effetti?
24 La brevità del racconto di Genesi non deve certo farci pensare che Dio si limitasse a radunare tutti gli
animali e gli uccelli in un grande gruppo, facendoli poi sfilare davanti ad Adamo mentre egli dava loro in
fretta un nome, ad uno ad uno. È vero che poté doversi occupare solo delle specie fondamentali di
famiglie invece che di tutte le varietà di creature che sono venute da quelle specie di famiglie. Ma anche
così, non si deve escludere questa possibilità: il fatto che Dio ‘condusse’ queste creature ad Adamo può
significare che Adamo le studiò abbastanza da vicino per qualche tempo, osservandone le caratteristiche
abitudini e costituzione, per poi scegliere un nome specialmente adatto a ciascuna. Questo poté
richiedere una considerevole quantità di tempo. E possiamo notare che, allorché Adamo vide finalmente
la moglie appena creata, le sue prime parole furono: “Questa è finalmente osso delle mie ossa e carne
della mia carne”. (Gen. 2:23) Anche questo potrebbe indicare che ricevette la sua deliziosa compagna
umana dopo aver aspettato per un certo tempo.
25 Cosa significa questo? Semplicemente che tali fattori, e le possibilità che consentono, ci impediscono
di dire in modo positivo quanto tempo trascorse dalla creazione di Adamo a quella della prima donna.
Non sappiamo se fu un tempo breve, come un mese, o alcuni mesi, un anno o anche più. Ma qualunque
sia il tempo intercorso si dovrebbe sottrarre dal tempo trascorso dalla creazione di Adamo per sapere a
che punto siamo del settimo “giorno” di Dio, il suo grande giorno di riposo. Quindi, che siano passati
seimila anni dall’inizio dell’esistenza umana è una cosa. E tutt’altra cosa che siano passati seimila anni
del settimo “giorno” creativo di Dio. E a questo riguardo non sappiamo a che punto siamo nel corso del
tempo.
26 Ma questo non significa che la cronologia non sia importante. È naturale che ce ne interessiamo,
poiché Dio ha ritenuto opportuno farne parte integrante della sua Parola ispirata. Dei profeti dell’antichità,
l’apostolo Pietro dice che “essi continuarono a investigare quale particolare stagione o quale sorta di
stagione lo spirito che era in loro indicasse . . . quando rendeva anticipatamente testimonianza delle
sofferenze per Cristo e delle glorie che le avrebbero seguite”. — 1 Piet. 1:10, 11.
27 Oggi desideriamo giustamente sapere in quale “stagione” ci troviamo e Dio ci provvede le informazioni
necessarie. I profeti di Dio dell’antichità ebbero fede assoluta che tutto quanto Dio aveva detto si sarebbe
certamente adempiuto. Sebbene non conosciamo certi particolari o fattori relativi al tempo, possiamo e
dobbiamo avere la stessa ferma fede nell’immutabilità del proposito di Dio. Il Figlio di Dio ci ha fornito una
vigorosa ragione per essere vigilanti e scorgere l’adempimento di quel proposito, come mostra il
seguente articolo.
[Riquadro/Figure a pagina 17]
LE PROMESSE DI GEOVA SI AVVERANO ESATTAMENTE AL TEMPO DA LUI FISSATO
Il Messia apparve esattamente al tempo predetto
Al termine di 70 anni, Geova fece liberare gli Israeliti da Babilonia perché restaurassero il paese di Giuda
Al tempo giusto, dopo 400 anni di afflizione, gli Israeliti furono liberati dall’Egitto

w89 1/8 10-15 Dio si propone che l'uomo viva felice in un paradiso
Dio si propone che l’uomo viva felice in un paradiso
“E Geova Dio prendeva l’uomo e lo poneva nel giardino di Eden perché lo coltivasse e ne avesse cura”.
— GENESI 2:15.
IL PROPOSITO originale del Creatore, tuttora valido, era che gli esseri umani ubbidienti vivessero felici
senza invecchiare, sempre nel pieno del vigore giovanile, una vita senza noia, ricca di mete significative,
una vita in cui amare ed essere amati con sincerità e altruismo, nella perfezione, in un paradiso! —
Genesi 2:8; confronta Luca 23:42, 43.
2 Per convincervene, pensate a quando Adamo, appena creato, prese coscienza per la prima volta,
quando osservò il suo corpo e tutto ciò che vedeva, udiva e sentiva intorno a sé, quando ad un tratto capì
di essere vivo! Questo avvenne circa 6.000 anni fa, nell’anno 4026 prima della nostra era volgare,
secondo il computo del tempo riportato nella Sacra Bibbia. Avvenne nella regione attualmente nota come
Turchia, nella parte sudoccidentale di quella che oggi chiamiamo Asia, in qualche luogo nei pressi
dell’Eufrate e del Tigri, dunque nell’emisfero settentrionale del nostro globo. Sarà stato più o meno il 1°
ottobre, giacché i più antichi calendari dell’umanità cominciavano a contare il tempo grosso modo da
quella data.
3 Il primo uomo venne alla vita già adulto, perfettamente formato e sano, dotato di una perfetta moralità. Il
nome che il racconto biblico gli attribuisce ripetute volte richiama l’attenzione alla sostanza da cui fu
formato: si chiamava ’Adhàm. La terra, o suolo, da cui fu formato si chiamava ’adhamàh. Perciò si
potrebbe ben dire che il suo nome significava “uomo terreno”. Questo divenne il nome proprio del primo
uomo: Adamo. Che profonda impressione deve aver fatto ad Adamo venire alla vita, divenire una
persona conscia ed intelligente!
4 Quando questo primo uomo, Adamo, venne alla vita, si destò alla consapevolezza intelligente e aprì gli
occhi, non si trovò a giacere in un grembo peloso, cullato dalle lunghe e possenti braccia di qualche
creatura scimmiesca, aggrappandosi ad essa, gli occhi fissi nei suoi occhi, chiamandola teneramente
Mamma. Il primo uomo Adamo non ebbe questo strano tipo di risveglio alla vita. Non sentì alcun legame
di parentela con le scimmie, neanche quando in seguito ne vide una per la prima volta. Nel giorno in cui
fu creato nulla suggeriva che discendesse anche lontanamente da una scimmia o da una qualsiasi
creatura del genere. Tuttavia il primo uomo, Adamo, doveva rimanere perplesso quanto al modo in cui
era venuto all’esistenza? No.
5 È chiaro che egli aveva motivo di sentirsi perplesso chiedendosi come erano venute all’esistenza tutte
le cose meravigliose che guardava. Si ritrovava in un parco, un paradiso che non era stato lui a
progettare e realizzare. Com’era venuto all’esistenza tutto questo? Essendo un uomo perfettamente
intelligente e razionale, l’avrà voluto sapere. In precedenza, egli non aveva avuto alcuna esperienza.
Sapeva di non essere un uomo che si era fatto o sviluppato da sé. Se era in quella condizione, non era
davvero opera sua. — Confronta Salmo 100:3; 139:14.
6 Il primo uomo Adamo era vivo, felice, in una dimora terrena perfetta: forse sulle prime sarà stato troppo
eccitato per chiedersi da dove era venuto e perché. Non poteva quasi fare a meno di gridare di gioia.
Scoprì che le parole gli uscivano di bocca. Si udì parlare nella lingua dell’uomo, commentando le cose
belle che vedeva e udiva. Com’era bello essere vivo lì in quel giardino paradisiaco! Ma mentre gioiva
nell’acquisire informazioni osservando, ascoltando, annusando e toccando tutto ciò che gli stava intorno,
sarà stato spinto a fare dei ragionamenti. Per noi, se ci fossimo trovati al posto suo, tutto sarebbe stato
avvolto nel mistero, un mistero che non avremmo potuto risolvere da noi stessi.
Nessun mistero riguardo all’esistenza dell’uomo
7 La perplessità che il primo uomo Adamo provava ritrovandosi in vita e solo, senza vedere nessun altro
simile a lui in quel giardino paradisiaco, non durò a lungo. A un certo punto egli udì la voce di qualcuno
che parlava. L’uomo la capiva, ma dov’era colui che parlava? L’uomo non vedeva parlare nessuno. La
voce proveniva dal reame invisibile, e si rivolgeva a lui. Era la voce del Fattore dell’uomo, del suo
Creatore! E l’uomo poteva rispondergli nella stessa lingua. Si trovò a parlare con Dio, con il Creatore.
L’uomo non aveva bisogno di alcun sofisticato radioricevitore per udire la voce divina. Dio conversava
con lui come sua creatura in maniera diretta.
8 Ora l’uomo sapeva di non essere solo, e questo deve averlo fatto sentir meglio. Mille domande
affollavano la sua mente: poteva formularle all’Essere invisibile che parlava con lui. Chi l’aveva fatto, e chi
aveva fatto quel bel giardino? Perché era stato messo lì, e cosa doveva fare della sua vita? Vivere aveva
qualche scopo? Questo primo uomo Adamo fu oggetto di un’attenzione e un interesse paterni, in quanto
la sua mente indagatrice ricevette risposte soddisfacenti alle sue domande. Come sarà stato contento il
suo Fattore e Datore di vita, il suo Padre celeste, di udire l’uomo pronunciare le sue prime parole! E come
fu felice il Padre celeste di udire suo figlio parlare con lui! Per logica, la prima domanda sarà stata: “Come
sono venuto all’esistenza?” Il Padre celeste rispose con piacere a questa domanda, riconoscendo così
quel primo uomo come Suo figlio, un “figlio di Dio”. (Luca 3:38) Geova si identificò come il Padre di quel
primo uomo, Adamo. Ecco in sintesi la risposta che Adamo ricevette dal suo Padre celeste e che
tramandò alla sua progenie:
9 “E Geova Dio formava l’uomo dalla polvere del suolo e gli soffiava nelle narici l’alito della vita, e l’uomo
divenne un’anima vivente. Inoltre, Geova Dio piantò un giardino in Eden, verso oriente, e vi pose l’uomo
che aveva formato. Così Geova Dio fece crescere dal suolo ogni albero desiderabile alla vista e buono
come cibo e anche l’albero della vita nel mezzo del giardino e l’albero della conoscenza del bene e del
male. Ora c’era un fiume che usciva dall’Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva e diveniva, per
così dire, quattro capi”. — Genesi 2:7-10.
10 La mente lucida ed elastica di Adamo assimilava con enorme interesse queste informazioni
soddisfacenti. Ora egli sapeva di non essere venuto da quel reame invisibile dal quale il suo Creatore e
Formatore stava parlando. Era stato formato invece dalla terra sulla quale viveva, e pertanto era terreno.
Il suo Datore di vita e Padre era Geova Dio. Egli era “un’anima vivente”. Avendo ricevuto la vita da Geova
Dio, era un “figlio di Dio”. Gli alberi intorno a lui nel giardino di Eden producevano frutti che erano buoni
come cibo, perché egli li mangiasse e si sostenesse in vita come anima vivente. Ma perché doveva
mantenersi in vita, perché era stato posto sulla terra, in quel giardino di Eden? Era un uomo adulto,
intelligente e capace, e aveva il diritto di sapere. Altrimenti, come avrebbe potuto realizzare lo scopo della
sua vita e in questo modo compiacere il suo Fattore e Padre compiendo la volontà divina? Le risposte a
queste legittime domande furono date nelle informazioni seguenti:
11 “E Geova Dio prendeva l’uomo e lo poneva nel giardino di Eden perché lo coltivasse e ne avesse cura.
E Geova Dio impose all’uomo anche questo comando: ‘Di ogni albero del giardino puoi mangiare a
sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel
giorno in cui ne mangerai positivamente morirai’”. — Genesi 2:15-17.
12 Adamo deve aver ringraziato il suo Creatore per aver ricevuto un’occupazione che lo tenesse
impegnato in maniera costruttiva in questo meraviglioso giardino di Eden. Ora conosceva la volontà del
suo Creatore, e poteva fare qualcosa per Lui sulla terra. Ora gli era stata affidata una responsabilità,
quella di coltivare il giardino di Eden e di averne cura, ma era una cosa piacevole. Adempiendo tale
responsabilità avrebbe fatto sì che il giardino di Eden mantenesse un aspetto tale da recare gloria e lode
al suo Fattore, Geova Dio. Ogni volta che Adamo, dopo aver lavorato, aveva fame, poteva mangiare a
sazietà dagli alberi del giardino. In questo modo poteva rinnovare le sue forze e continuare a vivere felice
a tempo indefinito, in eterno. — Confronta Ecclesiaste 3:10-13.
La prospettiva della vita eterna
13 In eterno? Che pensiero quasi incredibile doveva essere questo per l’uomo perfetto! Ma perché no? Il
suo Creatore non aveva la minima intenzione di distruggere quel giardino di Eden, frutto di un magistrale
disegno. Perché mai avrebbe dovuto distruggere il proprio lavoro, se era così buono ed esprimeva così
bene la sua creatività artistica? Logicamente, egli non si sarebbe proposto di fare una cosa del genere.
(Isaia 45:18) E dato che questo incomparabile giardino doveva continuare ad essere coltivato, avrebbe
avuto bisogno di qualcuno che lo coltivasse e ne avesse cura, qualcuno come il perfetto uomo Adamo. E
se quest’uomo non avesse mai mangiato del frutto proibito dell’“albero della conoscenza del bene e del
male” non sarebbe mai morto. L’uomo perfetto poteva vivere per sempre!
14 Adamo aveva davanti a sé la vita eterna nel paradisiaco giardino di Eden! Poteva goderne in eterno, a
patto di rimanere perfettamente ubbidiente al suo Creatore, non mangiando mai del frutto che era stato
proibito dal Creatore dell’uomo. Costui desiderava che l’uomo perfetto rimanesse ubbidiente e
continuasse a vivere in eterno. La proibizione del frutto dell’“albero della conoscenza del bene e del male”
non doveva essere una causa di morte. Serviva semplicemente a mettere alla prova la perfetta
ubbidienza dell’uomo a suo Padre. Dava all’uomo l’occasione di dimostrare il suo amore per Dio, il suo
Creatore.
15 Profondamente soddisfatto di non essere solo il risultato di una combinazione fortuita ma di avere un
Padre celeste, illuminato in merito allo scopo della sua vita, con la prospettiva di vivere per sempre nel
Paradiso, l’uomo perfetto aveva dinanzi a sé un futuro luminoso. Mangiava il frutto degli alberi buoni
come cibo ed evitava l’“albero della conoscenza del bene e del male”. Voleva che fosse il suo Creatore a
fargli conoscere ciò che era bene. Lavorare, non per qualcosa di nocivo ma per coltivare il giardino di
Eden, era bene, e l’uomo perfetto lavorava.
Nessuna necessità di spiegazioni
16 La luce del giorno calava mentre il grande luminare diurno, di cui l’uomo poteva seguire il moto nel
cielo, tramontava. Caddero le tenebre, la notte, ed egli poteva scorgere la luna. Questa non gli ispirava
un senso di timore; era il luminare minore che illuminava la notte. (Genesi 1:14-18) Probabilmente nel
giardino volavano delle lucciole, emettendo a intermittenza la loro debole luce fredda.
17 Quando si fece notte e caddero le tenebre, egli sentì il bisogno di dormire come gli animali intorno a lui.
Al risveglio cominciò a sentir fame, e mangiò con buon appetito il frutto degli alberi non proibiti facendo
quella che si poteva chiamare una colazione.
18 Rinnovate le proprie forze e ben ristorato dal riposo notturno, il suo pensiero andò al lavoro del giorno.
Nell’osservare tutta la verde vegetazione che lo circondava non pensò di dover investigare il mistero di
ciò che uomini che sarebbero vissuti migliaia di anni dopo avrebbero chiamato fotosintesi, quel processo
enigmatico in virtù del quale il pigmento verde delle piante, la clorofilla, sfrutta l’energia della luce solare
per produrre sostanze utili per l’alimentazione umana e animale, assorbendo nel contempo l’anidride
carbonica che uomini e animali espirano e liberando ossigeno perché essi lo possano respirare. Gli
uomini lo possono definire un mistero, ma Adamo non aveva alcun bisogno di risolverlo. Era un miracolo
del Creatore dell’uomo. Egli lo capiva e faceva sì che funzionasse a beneficio delle creature in vita sulla
terra. Pertanto, per l’intelligenza perfetta del primo uomo bastava sapere che Dio, il Creatore, faceva
crescere le cose e aveva affidato all’uomo il compito di aver cura di queste forme di vita vegetale che
crescevano nel giardino di Eden. — Vedi Genesi 1:12.
Solo, ma per nulla infelice
19 L’istruzione dell’uomo da parte del suo Padre celeste non era finita. L’uomo aveva cura del giardino di
Eden senza che sulla terra ci fosse alcun suo simile che si unisse a lui o lo aiutasse. Per quanto
riguardava la sua specie, la specie umana, era solo. Ma non cominciò ad andare in cerca di un suo simile
per avere una compagnia terrena. Non chiese a Dio, il suo Padre celeste, di dargli un fratello o una
sorella. Pur essendo solo come uomo non divenne pazzo e non perse la gioia di vivere e di lavorare.
Godeva della compagnia di Dio. — Confronta Salmo 27:4.
20 Adamo sapeva che gli occhi del suo Padre celeste erano su di lui e sul suo lavoro. La sua più grande
soddisfazione era far piacere al suo Dio e Creatore, le cui meravigliose qualità erano rivelate da tutte le
bellissime opere creative di cui l’uomo era circondato. (Confronta Rivelazione 15:3). Continuare a vivere
in questo modo non sarebbe stato una sofferenza insopportabile o un dovere noioso per quest’uomo
perfettamente equilibrato che poteva conversare con il suo Dio. E Dio aveva dato ad Adamo un lavoro
interessante e affascinante che sarebbe stato fonte di grande soddisfazione e piacere. Il prossimo
articolo dirà di più sulle benedizioni del Paradiso e sulle prospettive che Adamo aveva ricevuto dal suo
amorevole Creatore.
[Note in calce]
Questa è, nella lingua originale, la parola che ricorre nel racconto della creazione riportato nella Sacra
Bibbia. — Genesi 1:26, Traduzione del Nuovo Mondo con riferimenti, nota in calce.
Riguardo a questo fiume edenico il profeta Mosè, che mise per iscritto queste informazioni nel libro di
Genesi nel XVI secolo prima della nostra era volgare, aggiunse le seguenti informazioni in base alla
conoscenza del suo giorno:
“Il nome del primo è Pison; è quello che circonda l’intero paese di Avila, dov’è l’oro. E l’oro di quel paese
è buono. Ci sono anche il bdellio e la pietra di onice. E il nome del secondo fiume è Ghihon; è quello che
circonda l’intero paese di Cus. E il nome del terzo fiume è Iddechel; è quello che va ad oriente
dell’Assiria. E il quarto fiume è l’Eufrate”. — Genesi 2:11-14.
[Referenza fotografica a pagina 10]
NASA photo

w89 1/8 15-21 Grandiose prospettive per l'umanità in un paradiso di delizie


Grandiose prospettive per l’umanità in un paradiso di delizie
“Dio li benedisse e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra e soggiogatela, e
tenete sottoposti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e ogni creatura vivente che si muove sopra
la terra’”. — GENESI 1:28.
“DIO è amore”, ci dice la Sacra Bibbia. Egli si interessa in maniera amorevole e altruistica dell’umanità e
opera incessantemente affinché gli uomini possano godere per sempre di una vita sana e pacifica sulla
terra, in un paradiso di delizie. (1 Giovanni 4:16; confronta Salmo 16:11). Il primo uomo, il perfetto
Adamo, conduceva una vita tranquilla e aveva un lavoro piacevole e interessante. Il Creatore dell’uomo
l’aveva incaricato di coltivare il bel giardino di Eden. Poi il suo Creatore gli affidò un altro compito, un
incarico speciale e stimolante, come rivela il racconto:
2 “Ora Geova Dio formava dal suolo ogni bestia selvaggia del campo e ogni creatura volatile dei cieli, e le
conduceva all’uomo per vedere come avrebbe chiamato ciascuna; e in qualunque modo l’uomo la
chiamasse — ciascun’anima vivente — quello era il suo nome. L’uomo dava dunque i nomi a tutti gli
animali domestici e alle creature volatili dei cieli e a ogni bestia selvaggia del campo”. — Genesi 2:19, 20.
3 L’uomo chiamò il cavallo sus, il toro shohr, la pecora seh, il capro `ez, un uccello `ohf, la colomba
yohnàh, il pavone tukkì, il leone ’aryèh o ’arì, l’orso dov, la scimmia qohf, il cane kèlev, il serpente
nachàsh, e così via. Quando giunse al fiume che usciva dal giardino di Eden, vide i pesci. Al pesce diede
nome dagàh. L’uomo, disarmato, non provava timore di questi animali, domestici e selvatici, né degli
uccelli, ed essi non provavano timore di lui, riconoscendolo per istinto come loro superiore, appartenente
a una forma di vita più alta. Essi erano creature di Dio, a cui Egli aveva donato la vita, e l’uomo non
aveva alcun desiderio, alcuna tendenza a far loro del male o a toglier loro la vita.
4 Il racconto non ci dice per quanto tempo all’uomo furono mostrati gli animali domestici e selvatici e le
creature volatili dei cieli. Tutto era disposto e guidato da Dio. È probabile che Adamo si sia preso il tempo
di studiare ciascun animale, osservandone le abitudini caratteristiche e la costituzione così da dargli poi
un nome particolarmente adatto. Questo potrebbe significare che trascorse un notevole periodo di tempo.
Per Adamo, acquistare familiarità in questo modo con le molte specie di creature viventi sulla terra era
un’esperienza estremamente interessante, e distinguere ciascuna specie con un nome adatto richiedeva
grande abilità mentale e linguistica.
5 Ma in che ordine erano state create tutte queste creature viventi? Gli animali terrestri erano stati creati
prima o dopo degli uccelli? E in che posizione stava l’uomo, in ordine di tempo e d’importanza, rispetto a
tutte queste creature inferiori? Come aveva preparato Dio la superficie della terra per una tale varietà di
creature viventi? Come aveva provveduto l’aria in cui gli uccelli potevano volare così in alto, l’acqua da
bere e la vegetazione come cibo, un grande luminare per far luce di giorno e permettere all’uomo di
vedere, e il luminare minore per abbellire la notte? Perché il clima era così mite e caldo che l’uomo
poteva andare in giro, lavorare e dormire nudo e all’aperto?
6 L’uomo non fu lasciato a indovinare per avere le risposte. La sua mente indagatrice meritava risposte
intelligenti provenienti da una fonte autorevole che conoscesse bene i fatti. Come figlio di Dio non fu
abbandonato nell’ignoranza, ma con tutta probabilità il suo alto livello d’intelligenza fu onorato con la
meravigliosa storia della creazione riportata in Genesi 1:1-25.
7 Adamo sarà stato molto grato per quell’emozionante racconto della creazione. Esso spiegava molte
cose. Da com’era formulato, Adamo capì che c’erano stati tre lunghi periodi di tempo (che Dio chiamava
giorni secondo il Suo modo di misurare il tempo) prima del quarto periodo creativo in cui Dio aveva fatto
apparire nella distesa dei cieli i due grandi luminari dando origine al giorno umano di ventiquattr’ore,
molto più breve. Questo più breve giorno umano sulla terra era il tempo compreso fra un tramonto del
luminare maggiore e quello successivo. Adamo comprese anche che il suo tempo sarebbe stato diviso in
anni, e senza dubbio cominciò immediatamente a contare i suoi anni di vita. Poteva farlo grazie al
luminare più grande nella distesa dei cieli. Ma in quanto ai giorni creativi di Dio, molto più lunghi, il primo
uomo comprese che stava vivendo nel sesto giorno dell’opera creativa di Dio relativa alla terra. Fino ad
allora non gli era stato detto nulla che indicasse che quel sesto giorno (dedicato al creare tutti quegli
animali terrestri e poi, separatamente, l’uomo) fosse finito. Ora l’uomo capiva l’ordine della creazione
della vita vegetale, marina, degli uccelli e degli animali terrestri. Ma Adamo, da solo nel giardino di Eden,
non era di per sé la piena e completa espressione dell’amorevole proposito di Dio per l’uomo nel
Paradiso terrestre.
Creata la prima donna
8 Il primo uomo, con la sua mente perfetta e il suo spirito d’osservazione, notò che nel regno degli uccelli
e degli animali c’erano maschi e femmine, e che insieme questi riproducevano le loro specie. Ma nel caso
dell’uomo stesso, a quel tempo non era così. Se questa osservazione lo spinse a pensare ad avere una
compagna, non trovò alcun coniuge adatto nel regno animale, nemmeno fra le scimmie. Adamo avrà
concluso che non c’era una compagna per lui; altrimenti, se ce ne fosse stata una, Dio non gliel’avrebbe
forse presentata? L’uomo era stato creato separatamente da tutte quelle specie animali, e doveva essere
diverso! Adamo non era incline a decidere le cose da sé e diventare impudente tanto da chiedere al suo
Creatore una compagna. Era giusto che l’uomo perfetto lasciasse tutto nelle mani di Dio, infatti scoprì
ben presto che Dio aveva tratto le proprie conclusioni sulla situazione. In merito a questo e a ciò che
accadde poi il racconto ci dice:
9 “Ma per l’uomo non si trovava un aiuto come suo complemento. Perciò Geova Dio fece cadere
sull’uomo un profondo sonno e, mentre dormiva, prese una delle sue costole e chiuse quindi la carne sul
posto d’essa. E Geova Dio edificava dalla costola che aveva preso dall’uomo una donna e la conduceva
all’uomo. Allora l’uomo disse: ‘Questa è finalmente osso delle mie ossa e carne della mia carne. Questa
sarà chiamata Donna, perché dall’uomo questa è stata tratta’. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua
madre e si dovrà tenere stretto a sua moglie e dovranno divenire una sola carne. Ed entrambi
continuarono ad essere nudi, l’uomo e sua moglie, eppure non si vergognavano”. — Genesi 2:20-25.
10 Le parole che Adamo pronunciò quando gli fu presentata la donna perfetta come suo aiuto e
complemento esprimevano completa soddisfazione: “Questa è finalmente osso delle mie ossa e carne
della mia carne”. Ciò che disse quando infine vide sua moglie appena creata potrebbe suggerire che egli
dovette aspettare un bel po’ prima di ricevere la sua meravigliosa compagna. Descrivendo il suo
complemento, Adamo chiamò sua moglie “Donna” (’ishshàh, letteralmente: “uomo femmina”), “perché
dall’uomo questa è stata tratta”. (Genesi 2:23, Traduzione del Nuovo Mondo con riferimenti, nota in calce)
Adamo non sentiva alcun vincolo di parentela con le creature volatili né con gli animali terrestri che Dio gli
aveva presentato in precedenza perché desse loro un nome. La sua carne era diversa dalla loro. Ma
questa donna era veramente della sua stessa carne. La costola presa dal suo fianco fabbricava lo stesso
tipo di sangue che scorreva nelle sue vene. (Vedi Matteo 19:4-6). Ora aveva qualcuno nei cui confronti
agire come profeta di Dio e con cui parlare del meraviglioso racconto della creazione.
11 Ma qual era il proposito del Creatore dell’uomo nel dargli una moglie? Era solo quello di dargli un aiuto
e un complemento, una compagna della sua stessa specie perché non soffrisse di solitudine? Il racconto
spiega il proposito di Dio riferendoci come Dio benedisse il loro matrimonio:
12 “E Dio proseguì, dicendo: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e
tengano sottoposti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e gli animali domestici e tutta la terra e
ogni animale che si muove sopra la terra’. E Dio creava l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di
Dio; li creò maschio e femmina. Inoltre, Dio li benedisse e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi e
riempite la terra e soggiogatela, e tenete sottoposti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e ogni
creatura vivente che si muove sopra la terra’.
13 “E Dio proseguì, dicendo: ‘Ecco, vi ho dato tutta la vegetazione che fa seme che è sulla superficie
dell’intera terra e ogni albero sul quale è il frutto di un albero che fa seme. Vi serva di cibo. E a ogni
bestia selvaggia della terra e a ogni creatura volatile dei cieli e a ogni cosa che si muove sopra la terra in
cui è vita come un’anima ho dato tutta la verde vegetazione per cibo’. E così si fece”. — Genesi 1:26-30.
Le prospettive che si offrivano alla prima coppia umana
14 Com’era meraviglioso, per l’uomo perfetto e per la sua moglie perfetta, udire la voce di Dio che parlava
loro, dicendo loro cosa fare e benedicendoli! Con la benedizione di Dio la vita non sarebbe stata vana,
ma sarebbero stati messi in grado di assolvere il loro incarico. Che futuro meraviglioso avevano dinanzi!
Lì nel giardino di Eden, loro dimora, quella coppia felice avrà probabilmente meditato su quello che
sarebbe risultato dal compiere la volontà di Dio per loro. Guardando con gli occhi della mente nel lontano
futuro vedevano non solo il “giardino in Eden, verso oriente”, ma l’intera terra piena di uomini e donne
dall’espressione raggiante. (Genesi 2:8) L’uomo e la donna avranno esultato al pensiero che questi
sarebbero stati tutti loro figli, loro discendenti. Tutti sarebbero stati perfetti, senza difetti fisici, tutti
avrebbero goduto dell’eterna giovinezza, pieni di salute e di gioia di vivere, e tutti avrebbero espresso
amore perfetto l’uno per l’altro, adorando come i loro progenitori umani il grande Creatore e Padre
celeste. Che gioia per il primo uomo e la prima donna pensare di avere una tale famiglia!
15 Ci sarebbe stato cibo in abbondanza per ogni membro di questa famiglia umana che avrebbe riempito
l’intera terra. Per cominciare, c’era cibo in abbondanza lì, nel giardino di Eden. Dio aveva provveduto
tutta la vegetazione che produceva seme perché servisse come cibo sano e nutriente, oltre agli alberi da
frutto. — Confronta Salmo 104:24.
16 Man mano che sarebbe cresciuta di numero, questa famiglia felice avrebbe esteso il giardino oltre i
confini dell’Eden, poiché le parole di Dio indicavano che fuori del giardino di Eden la terra era incolta.
Come minimo non era curata e portata allo stesso alto livello di coltivazione che contrassegnava il
giardino di Eden. Ecco perché il Creatore disse loro di ‘soggiogare’ la terra mentre la riempivano. —
Genesi 1:28.
17 Mentre coltivatori e custodi perfetti avrebbero esteso il giardino, la terra soggiogata avrebbe prodotto
cibo in abbondanza per la crescente popolazione. Alla fine il giardino sarebbe cresciuto fino a ricoprire
l’intera terra, e tutto il pianeta, dimora eterna del genere umano, sarebbe stato un paradiso. Visto dal
cielo sarebbe stato un capolavoro di bellezza, e il Creatore celeste avrebbe potuto dire che era molto
buono. — Confronta Giobbe 38:7.
18 Sarebbe stato tutto altrettanto pacifico e tranquillo come quel giardino di Eden in cui si trovavano
l’uomo e la donna appena sposati. Non ci sarebbe stato bisogno di temere nessuno di quegli animali e di
quelle creature volatili che il primo uomo, Adamo, aveva osservato e a cui aveva dato il nome. Come i
loro primogenitori umani, quegli abitanti perfetti della terra paradisiaca avrebbero tenuto sottoposti i pesci
del mare, le creature volatili dei cieli e ogni cosa vivente che si muoveva sulla terra, comprese le bestie
selvagge del campo. Sottomettendosi per istinto all’uomo, creato “a immagine di Dio”, queste creature
inferiori sarebbero state in pace con lui. I loro amorevoli e perfetti padroni umani, nel tenerle sottoposte,
avrebbero promosso un clima di pace fra la creazione animale. La pacifica influenza di questi padroni
umani simili a Dio si sarebbe estesa protettivamente a queste creature inferiori, a cui non sarebbe
mancato nulla. Soprattutto, l’umanità perfetta sarebbe stata in pace con Dio, che non avrebbe mai tolto
loro la sua benedizione. — Confronta Isaia 11:9.
Dio si riposa dalle sue opere creative
19 Nel contemplare quello che sarebbe stato l’aspetto della terra una volta adempiuto il proposito di Dio,
la coppia umana perfetta si sarà resa conto di qualcosa. Per portare a termine questo meraviglioso
incarico affidato loro da Dio avrebbero avuto bisogno di tempo. Quanto tempo? Lo sapeva il loro Creatore
e Padre celeste. Egli indicò loro che un’altra fase si era conclusa nella grande serie dei giorni creativi, e
che essi si trovavano alla “sera”, all’inizio di un nuovo giorno secondo il modo in cui Dio stesso contava i
giorni creativi. Doveva essere un giorno benedetto e santificato per il puro e giusto proposito di Dio.
L’uomo perfetto, il profeta di Dio, ne prese nota. Il racconto ispirato ci dice:
20 “Dio vide poi tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. E si faceva sera e si faceva mattina,
un sesto giorno. Così furono portati a compimento i cieli e la terra e tutto il loro esercito. E il settimo
giorno Dio portò a compimento l’opera che aveva fatto, e si riposava il settimo giorno da tutta l’opera che
aveva fatto. E Dio benediceva il settimo giorno e lo rendeva sacro, perché in esso si è andato riposando
da tutta la sua opera che Dio ha creato allo scopo di fare. Questa è la storia dei cieli e della terra nel
tempo in cui furono creati, nel giorno che Geova Dio fece terra e cielo”. — Genesi 1:31–2:4.
21 Il racconto non dice che Dio concluse il suo giorno di riposo, che vide che era molto buono e che si
fece sera e si fece mattina, un settimo giorno. Per corrispondere ai sei giorni creativi precedenti, il settimo
giorno deve ancora essere dichiarato molto buono, poiché non è ancora finito. Può forse Geova Dio
dichiararlo molto buono finora? Fino a questo momento, è stato un giorno di pacifico riposo per lui? Che
dire di quella prospettiva affascinante che il primo uomo e la prima donna contemplarono il giorno del loro
matrimonio nel Paradiso? Nel prossimo articolo vedremo come sono andate le cose.
[Nota in calce]
Questi sono i nomi che ricorrono nel testo ebraico di Genesi e di altri libri ispirati delle Scritture Ebraiche.
Agar — Tema: Una schiava e il suo ruolo profetico GALATI 4:24, 25

it-1 74-5 Agar


AGAR
(Àgar).
Schiava egiziana di Sara; poi concubina di Abraamo e madre di Ismaele. Mentre era in Egitto a motivo
della carestia che imperversava nel paese di Canaan, Abraamo (Abramo) acquistò servi e serve, e può
darsi che in quel tempo Agar sia diventata schiava di Sara. — Ge 12:10, 16.
Poiché era sterile, Sara (Sarai) diede Agar come moglie ad Abraamo chiedendogli di avere rapporti con
lei. Ma, rimasta incinta, Agar cominciò a disprezzare la padrona, tanto che Sara se ne lamentò col marito.
“Abramo disse dunque a Sarai: ‘Ecco, la tua serva è a tua disposizione. Falle ciò che è bene ai tuoi
occhi’. Quindi Sarai la umiliava tanto che essa fuggì via da lei”. (Ge 16:1-6) L’angelo di Geova trovò Agar
presso la fonte sulla via di Sur e le ordinò di tornare dalla padrona e di umiliarsi sotto la sua mano. Inoltre
le disse che Geova avrebbe grandemente moltiplicato il suo seme e che il figlio che le sarebbe nato si
doveva chiamare Ismaele. Quando nacque Ismaele Abraamo aveva 86 anni. — Ge 16:7-16.
Anni dopo, quando Abraamo preparò “un grande banchetto il giorno che Isacco fu svezzato” all’età di
cinque anni circa, Sara notò che Ismaele figlio di Agar, ormai 19enne, “si prendeva gioco” di Isacco.
Questo non era un innocente gioco da bambini. Come è sottinteso nel versetto successivo, poteva
trattarsi di scherni per il fatto che Isacco era l’erede. In questa occasione Ismaele manifestò i primi segni
di quello spirito antagonistico che, come aveva predetto l’angelo di Geova, sarebbe stato la sua
caratteristica. (Ge 16:12) Temendo evidentemente per l’avvenire di suo figlio Isacco, Sara chiese ad
Abraamo di scacciare Agar e suo figlio. Questo dispiacque ad Abraamo, che però, ubbidendo a Geova,
acconsentì alla richiesta della moglie. L’indomani mattina di buon’ora congedò Agar col figlio, dandole del
pane e un otre d’acqua. — Ge 21:8-14.
Agar vagò nel deserto di Beer-Seba. “Infine l’acqua si esaurì . . . ed essa gettò il fanciullo sotto uno dei
cespugli”. Il fatto che Ismaele fosse chiamato “fanciullo” non è un anacronismo, perché il termine ebraico
yèledh, qui tradotto “fanciullo” significa anche “giovane”, e così è tradotto in Genesi 4:23. Ismaele venne
gettato sotto un cespuglio, benché fosse stato predetto che sarebbe diventato una “zebra d’uomo”, forse
perché da adolescente non era molto forte. (Ge 16:12) Forse perse le forze per primo e sua madre
dovette sorreggerlo. Ciò non sarebbe inconcepibile, dato che in quei tempi le donne, specie le schiave,
erano abituate a portare pesanti carichi nella vita d’ogni giorno. Sembra che anche Agar poi avesse perso
le forze, tanto che non potendo più sorreggere il figlio fu costretta a depositarlo, forse un po’
bruscamente, al riparo del cespuglio più vicino. Agar stessa si sedette “alla distanza di un tiro d’arco”
(comune espressione ebraica che indica la normale distanza a cui gli arcieri ponevano il bersaglio) da
suo figlio. — Ge 21:14-16.
Allora l’angelo di Dio chiamò Agar, dicendole di non temere perché Ismaele sarebbe diventato una
grande nazione. Inoltre Dio le aprì gli occhi così che vide un pozzo, da cui attinse l’acqua per riempire
l’otre e dar da bere al figlio. “Dio continuò ad essere col ragazzo”, che col tempo divenne un arciere e
“prese a dimorare nel deserto di Paran”. Agar gli trovò moglie nel paese d’Egitto. — Ge 21:17-21.
Secondo l’apostolo Paolo, Agar figurava in un dramma simbolico in cui rappresentava la nazione
dell’Israele carnale, legata a Geova dal patto della Legge inaugurato al monte Sinai, patto che aveva
prodotto “figli per la schiavitù”. A motivo della condizione peccaminosa della popolazione, la nazione fu
incapace di osservare quel patto. Sotto di esso gli israeliti non divennero un popolo libero ma furono
condannati come peccatori meritevoli di morte; quindi erano schiavi. (Gv 8:34; Ro 8:1-3) La
Gerusalemme dei giorni di Paolo corrispondeva ad Agar, poiché essendo la capitale rappresentava
l’organizzazione dell’Israele naturale, e si trovava in schiavitù con i suoi figli. I cristiani generati dallo
spirito sono invece figli della “Gerusalemme di sopra”, la simbolica donna di Dio. Questa Gerusalemme,
come Sara la donna libera, non è mai stata in schiavitù. Ma come Isacco era perseguitato da Ismaele,
così anche i figli della “Gerusalemme di sopra”, resi liberi dal Figlio, erano perseguitati dai figli della
Gerusalemme schiava. Comunque Agar e suo figlio furono scacciati, e ciò indicava che Geova avrebbe
ripudiato l’Israele naturale come nazione. — Gal 4:21-31; vedi anche Gv 8:31-40.

w85 15/3 12-13 Operiamo con l'Organizzatore dell'intero universo


9 In primo luogo qui Geova non stava parlando a un patto. Si stava rivolgendo a una nazione, il suo
popolo eletto, a lui vincolato dal patto della Legge mosaica. Dal punto di vista di Dio quella nazione
formava una “donna” composita, che era per lui come una moglie. Secondo quanto l’apostolo Paolo
scrisse ai galati, quella “donna” simbolica era tipica, ma egli non dice che sia un patto, o un accordo. Un
patto non potrebbe essere confortato o consolato. Paolo mostra, invece, che la “donna” antitipica è
vivente, come una “madre”, proprio come il “proprietario maritale”, Geova, è vivente come Persona,
poiché ha intelletto ed è in grado di confortare. Parlando di donne dell’antichità l’apostolo scrisse: “Ora
questa Agar [la servitrice che si sostituì alla padrona, Sara, per generare Ismaele da Abraamo] significa il
Sinai, un monte dell’Arabia, e [Agar] corrisponde alla Gerusalemme d’oggi [al tempo in cui Paolo era sulla
terra], poiché è in schiavitù [al patto della Legge mosaica] con i suoi figli. Ma la Gerusalemme di sopra è
libera, ed essa è nostra madre”. — Galati 4:25, 26.
La Gerusalemme in schiavitù
10 Agar non raffigura, o non rappresenta, il patto della Legge mosaica. E quel patto, con i suoi Dieci
Comandamenti, nemmeno è simboleggiato dal monte Sinai, al quale corrisponde Agar. Naturalmente Dio
non conclude patti con il monte Sinai. Ma quello fu il luogo in cui portò gli israeliti, che aveva liberato dalla
schiavitù egiziana, in una relazione di patto con lui, e li trattò come nazione libera. Questo avvenne dopo
che Dio aveva concluso unilateralmente un patto con Abraamo, promettendogli un discendente maschio.
11 Quando Mosè, il mediatore del patto della Legge, scese dal monte Sinai, la sua faccia aveva uno
splendore sovrumano, di un’intensità tale da doverla coprire con un velo perché gli israeliti lo potessero
guardare. (II Corinti 3:12-16) Ma sul monte Sinai Mosè non era stato in contatto diretto con Geova, visto
che Dio concluse il patto con gli israeliti tramite un angelo. (Atti 7:37, 38; Ebrei 2:2) In quel modo la
nazione di Israele si assoggettò al patto della Legge. Secoli dopo, però, quel patto fu eliminato, essendo
inchiodato sul palo di tortura di Gesù nel 33 E.V. — Colossesi 2:13, 14.
12 Paolo scrisse che il monte Sinai corrispondeva alla Gerusalemme di sotto del suo giorno.
Naturalmente Gerusalemme non era un patto; era una notevole città dove risiedevano degli ebrei. In
qualità di capitale rappresentava la nazione ed era la “madre” simbolica dei “figli”, vale a dire di tutti i
componenti della nazione ebraica, o israelita. (Matteo 23:37) A Gerusalemme c’era il tempio di Geova, il
Dio con il quale gli israeliti avevano una relazione di patto. Ma a quel tempo il popolo ebraico non aveva
un proprio regno indipendente retto da un discendente del re Davide. Ragion per cui non era libero, ma
schiavo di autorità politiche gentili. Cosa ancor più importante, si trovava in schiavitù religiosa. Solo il
Messia promesso, Gesù Cristo, avrebbe potuto liberarlo sia da quella condizione che dalla schiavitù del
peccato. Ma quella Gerusalemme non accettò Gesù quale Messia e Re e non fu mai liberata. Al
contrario, perì per mano dei romani nel 70 E.V., con il conseguente disastro per i suoi “figli”.

w88 15/2 31 Domande dai lettori


⌡ I servitori di Dio sono tenuti a ‘provvedere ai loro familiari’. Come poté dunque Abraamo mandar
via in quel modo Agar e Ismaele nel deserto?
È sia amorevole che giusto che i servitori di Dio provvedano ai loro familiari bisognosi. Circa i genitori
cristiani, l’apostolo Paolo scrisse: “Certo, se qualcuno non provvede ai suoi, e specialmente a quelli della
sua casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di uno senza fede”. — 1 Timoteo 5:8.
Possiamo essere certi che la condotta di Abraamo non fu contraria allo spirito di questo consiglio ispirato,
poiché egli è additato come esempio di vera fede quale “amico di Geova”. — Giacomo 2:23; Ebrei 11:8-
19.
Dio promise una benedizione attraverso il seme o l’erede di Abraamo. Quando Sara era ormai anziana e
ancora sterile, esortò Abraamo ad avere un figlio da Agar, la sua schiava egiziana. In seguito Agar,
rimasta incinta, cominciò ad agire in maniera così insolente verso di lei che il suo comportamento poté
essere descritto come una “violenza”, cioè un torto commesso con perfidia contro la diletta moglie di
Abraamo. (Esodo 23:1; 2 Samuele 22:49; Salmo 11:5) Abraamo lasciò che Sara disciplinasse Agar, al
che Agar fuggì nel deserto, forse per tornarsene in Egitto. Il racconto non dice che Agar prendesse con
sé delle provviste, per cui forse sapeva di potersi procurare acqua e viveri presso altri accampamenti, ad
esempio presso comunità di beduini. — Genesi 12:1-3, 7; 16:1-6.
Un angelo intervenne e disse ad Agar che doveva tornare a casa, che avrebbe avuto molti discendenti e
che la mano di suo figlio Ismaele ‘sarebbe stata contro tutti’. (Genesi 16:7-12) Non molti anni dopo,
Ismaele mostrò inimicizia nei confronti del giovane Isacco, vero erede di Abraamo nato da Sara. Ismaele
cominciò a ‘prendersi gioco’ di Isacco, maltrattandolo. Questo era più grave di una semplice rivalità tra
fratelli. La Parola di Dio la definisce una ‘persecuzione’ nei confronti del seme promesso da Dio ad
Abraamo. Era quindi necessario un intervento energico. — Genesi 21:1-9; Galati 4:29-31.
Geova disse ad Abraamo di dare ascolto all’opinione della moglie sul da farsi, cioè ‘cacciare Agar e suo
figlio’. Pur essendo dispiaciuto alla prospettiva che Agar se ne andasse con suo figlio, Abraamo provvide
loro il necessario in senso materiale. Forse a differenza della volta precedente in cui era andata nel
deserto, questa volta Agar partì con una scorta di pane (cosa che forse includeva vari alimenti) e acqua
provveduta da Abraamo. Evidentemente Agar si perse in qualche punto del “deserto di Beer-Seba”, e le
sue provviste si esaurirono prima di arrivare a uno dei pozzi della zona. La sua difficile situazione non era
però attribuibile ad Abraamo, in quanto egli aveva ‘provveduto ai suoi’ pur essendo costretto a mandarli
via di casa a motivo di una condotta errata. — Genesi 21:10-21.
[Cartina/Foto a pagina 31]
(Per la corretta impaginazione, vedi l’edizione stampata)
[Referenza fotografica]
Da una cartina di proprietà del Pictorial Archive (Near Eastern History) Est. and Survey of Israel
[Foto]
Wadi Zin, valle di un fiume asciutto a sud di Beer-Seba
Aggeo — Tema: Perseverate nel compiere la volontà di Dio MATTEO 24:13

it-1 75-6 Aggeo


AGGEO
(Aggèo) [[nato di] festa].
Profeta ebreo in Giuda e Gerusalemme nel periodo in cui Zorobabele era governatore durante il regno
del re persiano Dario I figlio d’Istaspe. — Ag 1:1; 2:1, 10, 20; Esd 5:1, 2.
Secondo la tradizione ebraica Aggeo faceva parte della Grande Sinagoga. Aggeo 2:10-19 farebbe
pensare che fosse un sacerdote. Il suo nome compare insieme a quello del profeta Zaccaria nelle
soprascritte del Salmo 111 (112) nella Vulgata latina, dei Salmi 125 e 126 nella Pescitta siriaca, Salmo
145 nella Settanta greca, nella Pescitta e nella Vulgata, e Salmi 146, 147 e 148 nella Settanta e nella
Pescitta. Probabilmente Aggeo era nato in Babilonia e nel 537 a.E.V. era tornato a Gerusalemme con
Zorobabele e il rimanente ebraico. Purtroppo si sa ben poco di questo profeta, perché le Scritture non ne
rivelano la paternità, la tribù, ecc.
Aggeo fu il primo profeta postesilico, a cui due mesi più tardi si unì Zaccaria. (Ag 1:1; Zac 1:1) La
costruzione del tempio aveva subìto un’interruzione, provocata dall’opposizione nemica ma protrattasi per
alcuni anni a motivo dell’apatia degli ebrei, intenti a soddisfare egoistici interessi personali. Aggeo
riaccese lo zelo degli ebrei rimpatriati dall’esilio affinché riprendessero la costruzione del tempio. (Esd
3:10-13; 4:1-24; Ag 1:4) I quattro messaggi di Dio, pronunciati da Aggeo in un periodo di circa quattro
mesi nel secondo anno di Dario I figlio d’Istaspe (520 a.E.V.) e messi per iscritto dal profeta nell’omonimo
libro biblico, furono particolarmente efficaci per indurre gli ebrei a riprendere la costruzione del tempio.
(Ag 1:1; 2:1, 10, 20; vedi AGGEO, LIBRO DI). Aggeo e Zaccaria continuarono a esortarli a proseguire i
lavori finché il tempio non fu ultimato verso la fine del sesto anno di Dario, il 515 a.E.V. — Esd 5:1, 2;
6:14, 15.

w97 1/1 6-11 Tutti glorifichino Geova!


Tutti glorifichino Geova!
“Nella regione della luce devono glorificare Geova”. — ISAIA 24:15.
GEOVA, l’illustre nome di Dio! I fedeli profeti dell’antichità si rallegrarono grandemente di parlare in
questo nome! Glorificarono con esultanza il loro Sovrano Signore, Geova, nome che lo identifica come
Colui che fa ciò che si propone. (Isaia 40:5; Geremia 10:6, 10; Ezechiele 36:23) Anche i cosiddetti profeti
minori diedero gloria a Geova in modo molto espressivo. Uno fu Aggeo. Nel libro di Aggeo, formato di soli
38 versetti, il nome di Dio ricorre 35 volte. Questa profezia sembra priva di vita se si sostituisce il prezioso
nome Geova con il titolo “Signore”, come lo rendono gli apostoli sopraffini della cristianità nelle loro
traduzioni della Bibbia. — Confronta 2 Corinti 11:5.
2 In Isaia 12:2 viene usata una forma doppia del nome. Il profeta dichiara: “Ecco, Dio è la mia salvezza.
Confiderò e non avrò terrore; poiché Iah Geova è la mia forza e la mia potenza, ed è stato per me la
salvezza”. (Vedi anche Isaia 26:4). Pertanto circa 200 anni prima della liberazione di Israele dalla
schiavitù di Babilonia, Iah Geova assicurò mediante il suo profeta Isaia che avrebbe salvato il suo popolo
con la sua potenza. La schiavitù doveva durare dal 607 al 537 a.E.V. Isaia scrisse pure: “Io, Geova,
faccio ogni cosa . . . Colui che dice di Ciro: ‘È il mio pastore, e tutto ciò di cui mi diletto adempirà
completamente’; perfino nel mio dire di Gerusalemme: ‘Sarà riedificata’, e del tempio: ‘Saranno gettate le
tue fondamenta’”. Chi era questo Ciro? Niente meno che Ciro re di Persia, che conquistò Babilonia nel
539 a.E.V. — Isaia 44:24, 28.
3 Adempiendo le parole di Geova messe per iscritto da Isaia, Ciro emanò un decreto relativo al popolo
d’Israele prigioniero: “Chiunque fra voi è di tutto il suo popolo, il suo Dio sia con lui. Salga dunque a
Gerusalemme, che è in Giuda, e riedifichi la casa di Geova l’Iddio d’Israele — egli è il vero Dio — la quale
era a Gerusalemme”. Un rimanente ebraico traboccante di felicità, insieme ai non israeliti netinei e ai figli
dei servitori di Salomone tornò a Gerusalemme. Vi arrivò in tempo per celebrare la festa delle capanne
nel 537 a.E.V. e offrire sacrifici a Geova sul suo altare. L’anno seguente, nel secondo mese, furono poste
le fondamenta del secondo tempio, fra alte urla di gioia e di lode a Geova. — Esdra 1:1-4; 2:1, 2, 43, 55;
3:1-6, 8, 10-13.
4 La profezia di Geova sulla restaurazione doveva adempiersi gloriosamente in Israele: “Il deserto e la
regione arida esulteranno, e la pianura desertica gioirà e fiorirà come lo zafferano. . . . Là saranno quelli
che vedranno la gloria di Geova, lo splendore del nostro Dio”. “Andrete con allegrezza, e sarete condotti
con pace. I monti e i colli stessi si rallegreranno davanti a voi con grida di gioia . . . E deve divenire per
Geova qualcosa di famoso, un segno a tempo indefinito che non sarà stroncato”. — Isaia 35:1, 2; 55:12,
13.
5 Quella gioia, tuttavia, fu di breve durata. I popoli vicini proposero un’alleanza “interconfessionale” per la
costruzione del tempio. Dapprima gli ebrei tennero duro, dicendo: “Voi non avete nulla a che fare con noi
nell’edificare una casa al nostro Dio, poiché noi stessi, insieme, edificheremo a Geova l’Iddio d’Israele,
proprio come ci ha comandato il re Ciro, re di Persia”. Allora i vicini divennero forti oppositori.
‘Indebolivano di continuo le mani del popolo di Giuda e lo scoraggiavano dall’edificare’. Presentarono
anche la situazione sotto falsa luce ad Artaserse, il successore di Ciro, il quale emanò un ordine che
vietava la costruzione del tempio. (Esdra 4:1-24) Per 17 anni i lavori rimasero fermi. Purtroppo in quel
periodo gli ebrei adottarono un modo di vivere materialistico.
Parla “Geova degli eserciti”
6 Anche in quelle condizioni Geova manifestò ‘la sua forza e la sua potenza’ a favore di Israele
mandando profeti, in particolare Aggeo e Zaccaria, perché gli ebrei si rendessero conto delle loro
responsabilità. Il nome Aggeo ha a che fare con la festa, perché pare significhi “nato di festa”. Egli
cominciò a profetizzare il primo giorno del sesto mese, poco prima della festa delle capanne, quando gli
ebrei ‘non dovevano essere che gioiosi’. (Deuteronomio 16:15) Geova, per mezzo di Aggeo, pronunciò
quattro messaggi in un periodo di 112 giorni. — Aggeo 1:1; 2:1, 10, 20.
7 Introducendo la sua profezia, Aggeo disse: “Geova degli eserciti ha detto questo”. (Aggeo 1:2a) Chi
potrebbero essere questi “eserciti”? Sono le schiere angeliche di Geova, che a volte la Bibbia chiama
forze militari. (Giobbe 1:6; 2:1; Salmo 103:20, 21; Matteo 26:53) Per noi oggi non è incoraggiante sapere
che il Sovrano Signore Geova stesso impiega queste invincibili forze celesti per dirigere la nostra opera di
ripristinare la vera adorazione sulla terra? — Confronta 2 Re 6:15-17.
8 Qual era il contenuto del primo messaggio di Aggeo? Il popolo aveva detto: “Il tempo non è venuto, il
tempo della casa di Geova, perché sia edificata”. La costruzione del tempio, che rappresentava il
ripristino dell’adorazione divina, non era più la loro prima preoccupazione. Si erano messi a costruire
dimore sontuose per se stessi. A causa del modo di pensare materialistico il loro entusiasmo per
l’adorazione di Geova era diminuito. Di conseguenza egli aveva ritirato la sua benedizione. I loro campi
non producevano più ed essi non avevano indumenti per il rigido inverno. Il guadagno era diventato
scarso, ed era come se mettessero denaro in una borsa piena di buchi. — Aggeo 1:2b-6.
9 Per due volte Geova rivolse loro questa energica esortazione: “Ponete il cuore alle vostre vie”.
Evidentemente Zorobabele, il governatore di Gerusalemme, e il sommo sacerdote Giosuè risposero
all’invito e coraggiosamente esortarono tutto il popolo ad ascoltare “la voce di Geova loro Dio, e le parole
di Aggeo il profeta, in quanto Geova loro Dio l’aveva mandato; e il popolo temeva a causa di Geova”.
Inoltre, “Aggeo il messaggero di Geova continuò a dire al popolo secondo la missione del messaggero di
Geova, dicendo: ‘“Io sono con voi”, è l’espressione di Geova’”. — Aggeo 1:5, 7-14.
10 Alcuni dei più vecchi a Gerusalemme avrebbero potuto considerare la gloria del tempio ricostruito
“nulla” in paragone con quella del tempio precedente. Tuttavia, circa 51 giorni dopo, Geova spinse Aggeo
a dichiarare un secondo messaggio. Egli proclamò: “‘Sii forte, o Zorobabele’, è l’espressione di Geova, ‘e
sii forte, o Giosuè figlio di Iozadac, sommo sacerdote. E sii forte, popolo tutto del paese’, è l’espressione
di Geova, ‘e lavorate. Poiché io sono con voi’, è l’espressione di Geova degli eserciti. . . . ‘Non abbiate
timore’”. Geova, che a tempo debito avrebbe impiegato la sua onnipotenza per ‘scrollare cielo e terra’,
fece in modo che l’opposizione venisse totalmente superata, perfino un divieto imperiale. Nel giro di
cinque anni la costruzione del tempio fu coronata dal successo. — Aggeo 2:3-6.
11 Si adempì allora una sorprendente promessa: “‘Le cose desiderabili di tutte le nazioni dovranno venire;
e certamente riempirò questa casa di gloria’, ha detto Geova degli eserciti”. (Aggeo 2:7) Quelle “cose
desiderabili” erano i non israeliti che andavano ad adorare in quel tempio, che rifletteva la gloria della Sua
maestosa presenza. Com’era questo tempio ricostruito in paragone con quello costruito ai giorni di
Salomone? Il profeta di Dio dichiarò: “‘La gloria di quest’ultima casa diverrà più grande di quella della
casa precedente’, ha detto Geova degli eserciti”. (Aggeo 2:9) Nel primo adempimento della profezia il
tempio ricostruito durò più a lungo della prima casa. Era ancora in piedi nel 29 E.V., quando comparve il
Messia. Inoltre, prima che i suoi nemici apostati lo facessero uccidere nel 33 E.V., il Messia stesso recò
gloria ad esso quando vi predicò la verità.
12 Il primo e il secondo tempio di Gerusalemme servirono a uno scopo essenziale prefigurando importanti
aspetti del servizio sacerdotale del Messia e tenendo viva la pura adorazione di Geova sulla terra sino
all’effettiva comparsa del Messia. — Ebrei 10:1.
Il glorioso tempio spirituale
13 La profezia di restaurazione pronunciata da Aggeo ha forse un significato speciale per i tempi
successivi? Certo! Il ricostruito tempio di Gerusalemme divenne il centro di tutta la vera adorazione sulla
terra. Ma prefigurava un tempio spirituale molto più glorioso. Esso cominciò a operare nel 29 E.V. quando
Geova, al battesimo di Gesù nel Giordano, lo unse quale Sommo Sacerdote e lo spirito santo scese
come una colomba su di lui. (Matteo 3:16) Dopo avere portato a termine il suo ministero terreno con una
morte di sacrificio, Gesù fu risuscitato e salì in cielo, raffigurato dal Santissimo del tempio, dove presentò
a Geova il valore del suo sacrificio. Questo servì da riscatto, coprendo i peccati dei suoi discepoli, e aprì
la strada perché il giorno di Pentecoste del 33 E.V. venissero unti come sottosacerdoti nel tempio
spirituale di Geova. Il fedele ministero da essi svolto nel cortile del tempio sulla terra fino alla loro morte
avrebbe fatto ottenere loro una futura risurrezione celeste, per continuare il servizio sacerdotale.
14 Migliaia di ebrei — e in seguito di gentili — pentiti affluirono in quella congregazione cristiana e
cominciarono a dichiarare anch’essi la buona notizia del futuro dominio del Regno di Dio sulla terra. Dopo
circa 30 anni, l’apostolo Paolo poté dire che la buona notizia era stata “predicata in tutta la creazione che
è sotto il cielo”. (Colossesi 1:23) Ma dopo la morte degli apostoli ebbe inizio una grande apostasia, e la
luce della verità cominciò a tremolare. Il vero cristianesimo fu eclissato dal settarismo della cristianità,
basato su filosofie e insegnamenti pagani. — Atti 20:29, 30.
15 Passarono secoli. Poi, negli anni ’70 del secolo scorso, un gruppo di cristiani sinceri intraprese uno
studio approfondito della Bibbia. In base alle Scritture poterono additare il 1914 come anno che segnava
il termine dei “tempi fissati delle nazioni”. Fu allora che sette “tempi” simbolici (2.520 anni di bestiale
dominio umano) terminarono con l’intronizzazione in cielo di Cristo Gesù, Colui che ha “il diritto legale” di
Re messianico della terra. (Luca 21:24; Daniele 4:25; Ezechiele 21:26, 27) In particolare dal 1919 in poi
questi Studenti Biblici, noti oggi col nome di Testimoni di Geova, si sono impegnati per diffondere
energicamente in tutta la terra la buona notizia del veniente Regno. Fu nel 1919 che alcune migliaia di
loro risposero all’invito all’azione rivolto in occasione dell’assemblea di Cedar Point, nell’Ohio (USA). Il
loro numero crebbe fino al 1935 quando fecero rapporto di servizio di campo 56.153 proclamatori.
Quell’anno 52.465 avevano preso gli emblemi del pane e del vino alla Commemorazione annuale della
morte di Gesù, simboleggiando così la loro speranza di divenire sacerdoti con Cristo Gesù nella parte
celeste del grande tempio spirituale di Geova. Presteranno servizio con lui anche come re associati nel
suo Regno messianico. — Luca 22:29, 30; Romani 8:15-17.
16 Tuttavia Rivelazione (Apocalisse) 7:4-8⇒;⇐ e 14:1-4 mostra che il numero totale di questi cristiani unti
è limitato a 144.000, e molti di essi furono radunati nel I secolo prima che iniziasse la grande apostasia.
Dalla fine del XIX secolo e poi nel XX, Geova ha radunato un gruppo di persone che sono purificate
dall’acqua della sua Parola, dichiarate giuste mediante la fede nel sacrificio espiatorio di Gesù e
suggellate infine come cristiani unti per completare il numero dei 144.000.
17 Cosa deve avvenire una volta che l’intero numero degli unti è stato scelto? Nel 1935, a un’assemblea
storica tenuta nella città di Washington (USA), fu reso noto che la “grande folla” di Rivelazione 7:9-17 era
un gruppo che doveva essere riconosciuto “dopo” i 144.000 e il cui destino è la vita eterna su una terra
paradisiaca. Dopo avere identificato chiaramente l’unto Gesù, Giovanni il Battezzatore, che verrà
risuscitato sulla terra come una delle “altre pecore”, disse del Messia: “Egli deve continuare a crescere,
ma io devo continuare a diminuire”. (Giovanni 1:29; 3:30; 10:16; Matteo 11:11) L’opera di Giovanni il
Battezzatore di preparare discepoli per il Messia stava terminando quando Gesù cominciò a scegliere un
crescente numero di persone che avrebbero fatto parte dei 144.000. Negli anni ’30 avvenne il contrario.
Meno persone venivano ‘chiamate ed elette’ per far parte dei 144.000 mentre cominciavano ad
aumentare enormemente i componenti della “grande folla” di “altre pecore”. Questa grande folla continua
a moltiplicarsi mentre si avvicina la fine del malvagio sistema mondiale che avrà luogo ad Armaghedon.
— Rivelazione 17:14b.
18 Al principio degli anni ’20 un importante discorso pubblico pronunciato dai testimoni di Geova a cui
venne fatta molta pubblicità era intitolato “Milioni ora viventi non morranno mai”. A quel tempo una
dichiarazione del genere può essere stata presa come segno di ottimismo esagerato. Ma oggi si può fare
questa dichiarazione con piena fiducia. Sia la crescente luce sulla profezia biblica che lo stato di anarchia
in cui versa questo mondo morente sono la chiara prova che la fine del sistema di Satana è molto, molto
vicina! Il rapporto della Commemorazione del 1996 mostra che i presenti sono stati 12.921.933, dei quali
solo 8.757 (0,068 per cento) hanno indicato di avere la speranza celeste prendendo gli emblemi. Il
ripristino della vera adorazione sta per essere completato. Ma continuiamo l’opera senza mai rallentare.
Sì, Aggeo 2:4 dice: “‘Sii forte, popolo tutto del paese’, è l’espressione di Geova, ‘e lavorate. Poiché io
sono con voi’, è l’espressione di Geova degli eserciti”. Non permettiamo che tracce di materialismo o di
mondanità raffreddino il nostro zelo per l’opera di Geova. — 1 Giovanni 2:15-17.
19 Abbiamo il gioioso privilegio di partecipare all’adempimento moderno di Aggeo 2:6, 7: “Geova degli
eserciti ha detto questo: ‘Ancora una volta — fra poco — e scrollerò i cieli e la terra e il mare e il suolo
asciutto. E certamente scrollerò tutte le nazioni, e le cose desiderabili di tutte le nazioni dovranno venire;
e certamente riempirò questa casa di gloria’, ha detto Geova degli eserciti”. Nel nostro secolo in tutto il
mondo sono molto diffusi avidità, corruzione e odio. Questo mondo è davvero nei suoi ultimi giorni e
Geova ha già cominciato a ‘scrollarlo’ facendo ‘proclamare il suo giorno di vendetta’ dai suoi Testimoni.
(Isaia 61:2) Questo scrollamento preliminare culminerà con la distruzione del mondo ad Armaghedon, ma
prima che ciò avvenga Geova raduna per il suo servizio “le cose desiderabili di tutte le nazioni”, le
persone mansuete della terra, paragonate a pecore. (Giovanni 6:44) Questa “grande folla” ora ‘rende
sacro servizio’ nel cortile terreno della sua casa di adorazione. — Rivelazione 7:9, 15.
20 Chi serve nel tempio spirituale di Geova ottiene un guadagno più prezioso di qualsiasi tesoro
materiale. (Proverbi 2:1-6; 3:13, 14; Matteo 6:19-21) Inoltre Aggeo 2:9 dichiara: “‘La gloria di quest’ultima
casa diverrà più grande di quella della casa precedente’, ha detto Geova degli eserciti. ‘E in questo luogo
darò pace’, è l’espressione di Geova degli eserciti”. Cosa significano oggi per noi queste parole? Il
prossimo articolo ce lo dirà.
[Note in calce]
L’espressione “Iah Geova” si usa per dare speciale enfasi. Vedi Perspicacia nello studio delle Scritture,
volume 1, it-1 pagine 1230-31.
Iesua in Esdra e in altri libri biblici.
[Figura a pagina 7]
Gli eserciti celesti di Geova dirigono e sostengono i suoi Testimoni sulla terra
Ahitofel — Tema: Geova frustra le trame dei traditori SALMO 59:5

it-1 81 Ahitofel
AHITOFEL
(Ahìtofel).
Nativo di Ghilo sulle colline di Giuda (2Sa 15:12), padre di uno degli uomini potenti di Davide di nome
Eliam, e forse nonno di Betsabea. (2Sa 11:3; 23:34) I sagaci consigli di Ahitofel, consigliere personale di
Davide, erano stimati come se fossero la diretta parola di Geova. (2Sa 16:23) In seguito, pur essendo
stato intimo amico di Davide, divenne traditore e si unì ad Absalom, figlio di Davide, nell’insurrezione
contro il re. Essendo fra i promotori della rivolta, consigliò ad Absalom di violare le concubine di Davide, e
chiese il permesso di radunare un esercito di 12.000 uomini per dare immediatamente la caccia a Davide
e ucciderlo mentre era ancora debole e disorganizzato. (2Sa 15:31; 16:15, 21; 17:1-4) Quando Geova
sventò questo piano ben architettato, e venne seguito il consiglio di Husai, Ahitofel evidentemente si rese
conto che la ribellione di Absalom sarebbe fallita. (2Sa 15:32-34; 17:5-14) Si suicidò e fu sepolto con i
suoi antenati. (2Sa 17:23) Tranne che in tempo di guerra, questo è l’unico caso di suicidio menzionato
nelle Scritture Ebraiche. Il suo tradimento a quanto pare è ricordato nel Salmo 55:12-14.

w96 1/4 29-30 Gettate sempre il vostro peso su Geova


Quando ci si sente traditi
Questo ci fa venire in mente l’episodio che spinse Davide a scrivere il Salmo 55. Era sottoposto a grande
tensione emotiva. “Il mio medesimo cuore è in penoso dolore dentro di me”, scrisse, “e su di me sono
caduti gli spaventi della morte stessa”. (Salmo 55:4) Perché soffriva così? Absalom, suo figlio, aveva
cercato di usurpare il trono del padre. (2 Samuele 15:1-6) Essere tradito dal proprio figlio era già difficile
da accettare, ma a peggiorare la situazione il più fidato consigliere di Davide, un uomo di nome Ahitofel,
si era unito alla cospirazione contro di lui. È di Ahitofel che Davide parla in Salmo 55:12-14. A causa della
cospirazione e del tradimento, Davide fu costretto a fuggire da Gerusalemme. (2 Samuele 15:13, 14) Che
angoscia dovette provare!
Nonostante ciò, Davide non permise che la forte emozione e il dolore indebolissero la sua fiducia in
Geova. Pregò Geova di frustrare i piani dei cospiratori. (2 Samuele 15:30, 31) Ancora una volta notiamo
che Davide non attese con le mani in mano che facesse tutto Geova. Non appena ne ebbe l’opportunità,
fece il possibile per sventare la cospirazione ordita contro di lui. Rimandò a Gerusalemme un altro suo
consigliere, Husai, perché si fingesse favorevole alla cospirazione, mentre in realtà andava per frustrarla.
(2 Samuele 15:32-34) Con l’aiuto di Geova il piano funzionò. Husai riuscì a guadagnare abbastanza
tempo da permettere a Davide di raggruppare le proprie forze e organizzare la resistenza. — 2 Samuele
17:14.
Per tutta la vita Davide deve aver apprezzato moltissimo la cura protettiva di Geova e anche la sua
pazienza e prontezza a perdonare. (Salmo 34:18, 19; 51:17) È per questo che Davide ci incoraggia a
chiedere aiuto a Geova con fiducia nei momenti difficili, a ‘gettare il nostro peso su Geova’. — Confronta
1 Pietro 5:6, 7.
Aman — Tema: Orgoglio e odio contraddistinguono i figli del Diavolo 1° GIOVANNI 3:10-12

it-1 104-5 Aman


AMAN
(Àman).
Figlio di Ammedata l’agaghita. Il titolo “agaghita” può indicare che Aman era un amalechita di stirpe reale.
(Est 3:1; vedi AGAG n. 1; AGAGHITA). In effetti, se Aman era amalechita, ciò di per sé avrebbe spiegato
la ragione di tanto odio verso gli ebrei, perché Geova aveva decretato il completo sterminio degli
amalechiti. (Eso 17:14-16) Questo perché avevano manifestato di odiare Dio e il suo popolo, gli israeliti,
prendendo l’iniziativa di attaccarli mentre erano in viaggio nel deserto. — Eso 17:8.
Aman era al servizio di Assuero (Serse I) re di Persia che regnò all’inizio del V secolo a.E.V. Aman era
molto stimato e divenne primo ministro dell’impero persiano. Adirato perché l’ebreo Mardocheo si era
rifiutato di inchinarsi davanti a lui, Aman tramò per annientare lui e tutti gli ebrei dell’impero. Descrisse gli
ebrei come persone pericolose per lo stato, violatori della legge, che avevano leggi “diverse da quelle di
tutti gli altri popoli”. Fece inoltre un’offerta di natura economica dicendo al re: “Si scriva che siano distrutti;
e io pagherò diecimila talenti d’argento [ca. 102.600.000.000 di lire] nelle mani di quelli che fanno il lavoro
portandoli nel tesoro del re”. Il re diede ad Aman il suo anello con sigillo e rispose: “L’argento è dato a te,
nonché il popolo, per farne ciò che è bene ai tuoi propri occhi”. — Est 3:1-11.
Aman era gonfio d’orgoglio per aver ricevuto dal re l’autorità di emanare un decreto che autorizzava lo
sterminio degli ebrei e il saccheggio dei loro beni, e anche per essere stato in seguito invitato a due
banchetti offerti dalla regina Ester. (Est 3:12, 13; 5:4-12) Ma proprio quando pensava di essere sul punto
di realizzare la sua massima ambizione, la situazione si capovolse. Aman, che si aspettava
egoisticamente di essere esaltato, subì una cocente umiliazione quando il re gli ordinò di tenere una
cerimonia pubblica in onore dell’odiato Mardocheo, il quale in precedenza aveva scoperto un complotto
contro la vita del re. (Est 6:1-12; 2:21-23) I saggi di Aman e sua moglie videro in questo un presagio che
l’ebreo Mardocheo avrebbe avuto la meglio su di lui. — Est 6:13.
Il declino di Aman giunse a un tragico epilogo durante il secondo banchetto speciale offerto dalla regina
Ester, cugina di Mardocheo. (Est 2:7) Con coraggio, alla presenza di Aman, essa fece appello al re.
Rivelò all’attonito sovrano che i suoi stessi interessi erano minacciati; infatti la vita di sua moglie era in
pericolo a motivo di un feroce complotto. Mentre l’ira del re cresceva, Ester dichiarò con franchezza che il
vile cospiratore era “questo empio Aman”, il primo ministro ora in preda al terrore. (Est 7:1-6) Quindi il re
ordinò che Aman fosse impiccato al palo alto 22 m che egli stesso aveva preparato per impiccarvi
Mardocheo. (Est 7:7-10) La casa di Aman fu data a Ester (Est 8:7), mentre Mardocheo divenne primo
ministro e fu autorizzato a concedere agli ebrei la possibilità di difendersi. (Est 8:2, 10-15) Avendo due
giorni per vendicarsi dei loro nemici, gli ebrei riportarono una schiacciante vittoria, uccidendone oltre
75.000. I dieci figli di Aman furono uccisi e l’indomani furono appesi al palo ed esposti a pubblica infamia.
— Est 9:1-17; vedi ESTER; ESTER, LIBRO DI; MARDOCHEO n. 2; PURIM.
Aman aveva manifestato le caratteristiche degli amalechiti. Ovviamente adorava falsi dèi, e forse era
ricorso agli astrologi per tirare a sorte il giorno propizio per lo sterminio degli ebrei. (Est 3:7; vedi
SORTE). Le sue erano “opere della carne” poiché praticava idolatria e spiritismo, nutriva odio omicida
verso gli ebrei e aveva uno spirito orgoglioso, superbo, egoistico, accompagnato da estrema gelosia e
invidia, specie verso i servitori di Dio. (Gal 5:19-21) Era bugiardo e disonesto (Est 3:8), e quando i suoi
piani furono sventati e si vide condannato dimostrò di essere un abietto codardo. (Est 7:6-8) Così rivelò di
essere un servitore dell’Avversario di Dio, il Diavolo, secondo il principio di Romani 6:16.

w79 15/9 15-17 Una donna giudiziosa manifesta il suo altruismo


LEALE, MA SENZA COMPROMESSI
15 Ester è sempre in contatto con Mardocheo e continua a seguirne le istruzioni. Mentre egli siede alla
porta del re, Bigtan e Teres, funzionari di corte (che pare montassero la guardia alla porta
dell’appartamento privato del re), si indignano contro Assuero e cercano l’occasione per mettergli le mani
addosso. Appreso il complotto, Mardocheo ne informa immediatamente Ester, che parla al re in nome di
Mardocheo. Le sue dichiarazioni fanno aprire un’inchiesta. Presto i due traditori vengono giustiziati e i
loro cadaveri sono pubblicamente esposti su un palo in quanto colpevoli di lesa maestà. Sebbene
Mardocheo non venga ricompensato, il suo gesto di lealtà viene scritto nel libro dei fatti del giorno. — Est.
2:21-23.
16 Benché Mardocheo sia leale e abbia il dovuto riguardo per l’autorità governativa, non è disposto al
compromesso. Passa il tempo e per qualche ragione Assuero nomina primo ministro un certo ricco di
nome Aman. Inoltre, per ordine del re, tutti i servitori del sovrano che stanno alla porta del palazzo si
inchinano e si prostrano davanti ad Aman. Ma guardate Mardocheo! Continua a rifiutarsi decisamente di
prostrarsi dinanzi al nuovo primo ministro. Questo fatto manda Aman su tutte le furie. — Est. 3:1-5.
17 Perché Mardocheo ha assunto tale atteggiamento risoluto? Ebbene, Aman è un agaghita,
probabilmente un amalechita di discendenza reale. Geova aveva decretato lo sterminio finale degli
amalechiti perché avevano mostrato odio verso Dio e verso il suo popolo attaccando gli israeliti nel
deserto. (Eso. 17:8, 14-16; Deut. 25:17-19; 1 Sam. 15:1-33) Ecco perché il devoto Mardocheo è
irremovibile nel suo rifiuto di prostrarsi davanti ad Aman. L’inchinarsi sarebbe indice non solo di rispetto,
ma anche di pace e forse di omaggio verso questo amalechita. Mardocheo si mostra inflessibile perché si
tratta di mantenere l’integrità verso Dio.
18 L’adirato Aman comincia a cercare l’occasione propizia per annientare sia Mardocheo che il suo
popolo, i giudei di tutto l’impero. A tal fine, durante il mese di nisan, primo mese del dodicesimo anno di
Assuero, l’agaghita senza scrupoli ricorre alla divinazione. Davanti a lui ‘qualcuno [evidentemente un
astrologo] getta il Pur, cioè la Sorte’. Questo vien fatto allo scopo di determinare il giorno più propizio per
sterminare il popolo di Geova. — Est. 3:6, 7.
19 Ora Aman, parlando al re Assuero, mette in cattiva luce i giudei dipingendoli come gente indesiderabile
che viola le leggi. Aggiungendo un incentivo economico, l’agaghita dice: “Si scriva che siano distrutti; e io
pagherò diecimila talenti d’argento [un valore di miliardi di lire] nelle mani di quelli che fanno il lavoro
portandolo nel tesoro del re”. — Est. 3:8, 9.
20 Assuero dà peso alle false accuse? Sì, ci crede. Il re si sfila l’anello del sigillo, usato per autenticare i
documenti ufficiali, e lo dà ad Aman. “L’argento è dato a te, nonché il popolo, per farne ciò che è bene ai
tuoi propri occhi”, dice il governante persiano. Ben presto, sotto la guida di Aman, i segretari reali sono
impegnati a scrivere lettere contenenti un decreto che ordina la distruzione dei giudei. Il malvagio
agaghita usa l’anello del sigillo che reca l’emblema caratteristico del sovrano. Aman imprime l’anello nella
cera o in qualche altra sostanza soffice su questi documenti e così li autentica. — Est. 3:10-12.
21 Le lettere sono presto in mano ai corrieri, che impiegano veloci cavalli da posta. Il decreto, pubblicato
in varie lingue e diffuso in tutto l’impero, autorizza ad annientare i giudei e a saccheggiarne i beni.
Quando? Il tredicesimo giorno del mese invernale di adar (febbraio-marzo). È quindi comprensibile che
mentre Assuero e Aman siedono e bevono, la città di Susan, dove risiedono molti giudei, sia in
confusione. — Est. 3:13-15; 9:18.
TEMPO DI MOSTRARE CORAGGIO
22 Appena Mardocheo viene a sapere del piano di genocidio, si strappa le vesti, indossa un ruvido sacco
e si cosparge di ceneri in segno di lutto, e grida amaramente e ad alta voce. In maniera simile, la calamità
incombente induce i giudei di tutti i distretti giurisdizionali a fare gran lutto. Inoltre digiunano e senza
dubbio levano molte preghiere a Geova Dio. — Est. 4:1-3.
23 Anche Ester è profondamente addolorata. Manda degli abiti a Mardocheo perché si tolga il sacco, ma
egli non li accetta. In risposta a una domanda, egli manda alla regina una copia della legge appena
emanata e le ordina di andare davanti al re per implorare favore per il suo popolo. Cosa risponde Ester?
‘Tutti sanno che qualsiasi uomo o donna entri dal re senza essere stato chiamato viene messo a morte.
Solo se il re stende lo scettro d’oro la persona resta in vita. In quanto a me, sono ormai trenta giorni che
non vengo chiamata dinanzi a lui’. (Est. 4:4-11) Sì, Ester perderebbe la vita, a meno che il re Assuero
non ne approvi specificamente la presenza stendendo verso di lei il suo scettro, simbolo dell’autorità
reale. Richiede certo coraggio e fede in Geova andare dinanzi al sovrano senza essere stata invitata.
24 Ciò nondimeno, Mardocheo risponde: “Non pensare nella tua propria anima che la casa del re
scamperà più di tutti gli altri Giudei. Poiché se in questo tempo tu del tutto tacerai, sollievo e liberazione
stessi si leveranno per i Giudei da un altro luogo, ma in quanto a te e alla casa di tuo padre, perirete. E
chi sa se è per un tempo come questo che sei pervenuta alla dignità reale?”. (Est. 4:12-14) Mardocheo
ha fede che Ester è assurta alla dignità reale proprio in questo tempo per uno scopo speciale: la
liberazione del popolo di Dio. Ma in quanto a lei, mostrerà altruismo, fede e coraggio?
25 In risposta, Ester esorta Mardocheo a radunare tutti i giudei a Susan perché digiunino a suo favore.
‘Anch’io digiunerò’, dice, “e dopo ciò entrerò dal re, il che non è secondo la legge; e nel caso che io
debba perire, devo perire”. Ester sta per rischiare la sua stessa vita, ma questa donna giudiziosa è decisa
ad agire con coraggio e altruismo a favore del suo popolo. Ecco dunque che Ester, Mardocheo e i giudei
a Susan pregano e digiunano e confidano in Geova Dio per essere liberati. — Est. 4:15-17.
26 Anche nei tempi moderni i seguaci di Gesù Cristo unti con lo spirito, che sono giudei spirituali, e i loro
compagni devono coraggiosamente affrontare prove e nemici. (Rom. 2:28, 29) Il re dominante, Gesù
Cristo, può permettere ai nemici di giungere al limite dei loro tentativi di distruggere il popolo di Dio.
Com’è essenziale quindi che gli unti cristiani e i loro dedicati compagni agiscano con coraggio, pregando
per avere da Dio saggezza e manifestando fede vittoriosa! Ma in quanto a Geova, continuerà a sostenere
il suo popolo? Giudicatelo da voi, mentre continuiamo ad osservare il drammatico susseguirsi degli
avvenimenti del giorno di Ester.
[Figura a pagina 13]
“E nel caso che io debba perire, devo perire”. — Ester 4:16.

w79 15/9 17-22 Geova non abbandona il suo popolo


Geova non abbandona il suo popolo
“Geova non abbandonerà il suo popolo, né lascerà la sua propria eredità”. — Sal. 94:14.
GEOVA “non abbandonerà il suo popolo per amore del suo gran nome”. Così si era espresso il profeta
Samuele. In maniera simile, il salmista aveva dichiarato: “Geova non abbandonerà il suo popolo, né
lascerà la sua propria eredità”. — 1 Sam. 12:22, Nardoni; Sal. 94:14.
2 Avete personalmente fiducia in queste parole? Potevano esser certi Ester, Mardocheo e i giudei del loro
giorno che Geova non avrebbe abbandonato il suo popolo? Vedremo.
FIDUCIA IN GEOVA E AZIONE
3 Ora è il terzo giorno da che gli angosciati giudei dell’impero persiano hanno cominciato a digiunare e
pregare Geova. La coraggiosa e altruista regina Ester si è vestita in abiti regali e, senza essere stata
invitata, sta in piedi nel cortile interno della casa del re. Dal suo trono il re Assuero vede la regina. È la
sua fine? No. Egli tende lo scettro d’oro verso di lei ed essa si avvicina toccandone la punta. Ester ha
ottenuto il favore del re e lo sente chiedere: “Che cos’hai, o Ester la regina, e qual è la tua richiesta? Fino
alla metà del regno ti sia pure dato!” In risposta, essa invita Assuero e il primo ministro Aman a un
banchetto, e il suo gentile invito è accettato. — Est. 5:1-5.
4 Più tardi quel giorno il monarca persiano e Aman l’agaghita vanno al banchetto del vino da Ester. A un
certo punto il re chiede a Ester: “Qual è la tua petizione?” Rispondendo, essa invita Assuero e Aman a un
altro banchetto il giorno seguente. Aman se ne va tutto allegro. Ma quando l’integro Mardocheo il giudeo
non trema a motivo suo, l’amalechita s’indigna grandemente, sebbene si padroneggi. Come entra in casa
sua Aman chiama la moglie e gli amici. Non sa resistere al desiderio di vantarsi e raccontare loro come
Assuero lo ha esaltato al di sopra di tutti i principi e i servitori del re. — Est. 5:6-11.
5 “Per di più”, continua Aman, “Ester la regina non ha fatto venire col re al banchetto che ella aveva fatto
nessun altro che me, e anche domani sono invitato da lei col re”. Comunque, c’è qualcosa che cruccia
profondamente il vanaglorioso agaghita, poiché aggiunge: “Ma tutto questo non mi fa affatto piacere
finché vedo Mardocheo il Giudeo sedere alla porta del re”. Zeres, la moglie di Aman, e i suoi amici sono
convinti di poter risolvere il problema. “Facciano un palo alto cinquanta cubiti”, dicono. “Quindi la mattina
di’ al re che vi appendano Mardocheo. Va quindi gioioso al banchetto col re”. Pensate! Il cadavere di
Mardocheo appeso a un palo alto 50 cubiti (22 metri)! ‘Mica male!’ pensa il superbo Aman, e fa erigere il
palo. — Est. 5:12-14.
6 Mentre attendiamo di conoscere gli sviluppi del giorno successivo abbiamo tempo di meditare sulla
condotta di Mardocheo ed Ester. Entrambi riposero fiducia in Geova e ne cercarono la guida. Per amore
del popolo di Geova, Ester rischiò la propria vita andando coraggiosamente davanti al re senza essere
stata invitata. Come Mardocheo ed Ester, gli unti cristiani di oggi mostrano simile amore per tutto il
popolo di Dio e, nonostante la persecuzione da parte di oppositori religiosi, i moderni servitori di Dio
agiscono con assoluta fiducia in Geova.
LA MANO DI GEOVA DIVIENE PIÙ EVIDENTE
7 Geova, quando decide di farlo, può controllare o dirigere le autorità governative per fare adempiere la
sua volontà. Appropriatamente quindi un proverbio ispirato afferma: “Il cuore del re è come corsi d’acqua
nella mano di Geova. Ovunque si diletti, egli lo volge”. (Prov. 21:1; Dan. 2:21) Osservate ora come la
mano dell’Altissimo divenne più evidente ai giorni di Mardocheo ed Ester.
8 Assuero non riesce a dormire la notte prima di questo secondo banchetto, probabilmente perché la
mano di Geova è all’opera. Il re, traendo forse la conclusione di aver mancato in qualche modo, comanda
che gli si legga il libro delle memorie. Dopo un bel po’, sente della lealtà di Mardocheo nell’aver scoperto
la congiura di due funzionari di corte Bigtana (Bigtan) e Teres. Ma il re apprende che questo gesto di
lealtà non è stato ricompensato. Allora il sovrano di Persia decide che Mardocheo dev’essere onorato. —
Est. 6:1-3.
9 La mattina seguente, di buon’ora, l’intrigante Aman viene ricevuto dal re Assuero. Ma prima che
l’agaghita possa portare avanti il suo complotto omicida contro Mardocheo, il re chiede: “Che cosa si
deve fare all’uomo nel cui onore il re stesso ha preso diletto?” Aman dice in cuor suo: “In chi il re
prenderebbe diletto rendendogli onore più che in me?” Quindi, immaginandosi senza dubbio nel ruolo di
colui che doveva essere altamente onorato, Aman dice: ‘Si faccia uscire il cavallo del re col copricapo
regale sulla sua testa. (All’altero Aman non andava bene un cavallo qualsiasi!). Si vesta l’uomo con le
stesse vesti del re. Poi si faccia cavalcare l’uomo nella pubblica piazza della città e si faccia gridare
dinanzi a lui: “In questo modo si fa all’uomo nel cui onore il re stesso ha preso diletto”’. — Est. 6:4-9.
10 “Presto”, dice Assuero, “prendi la veste e il cavallo, proprio come hai detto, e fa così a Mardocheo il
Giudeo che siede alla porta del re. Non lasciar nulla inadempiuto di tutto ciò che hai pronunciato”. Che
colpo tremendo per il superbo Aman! Ma che può fare? Se mancasse di ubbidire, verrebbe certamente
ucciso. Per cui non passa molto che Mardocheo, vestito con gli abiti reali e in sella al cavallo del re,
cavalca nella pubblica piazza preceduto dall’umiliato Aman che grida: “In questo modo si fa all’uomo nel
cui onore il re stesso ha preso diletto”. Mardocheo torna poi alla porta del re e Aman corre a casa,
facendo lutto e coprendosi la testa dalla vergogna. La moglie e gli amici non gli recano alcun conforto, ma
dicono: “Se Mardocheo, dinanzi al quale hai cominciato a cadere, è dal seme dei Giudei, non prevarrai
contro di lui, ma senza fallo gli cadrai dinanzi”. Sì, per la moglie e gli amici dell’agaghita il fatto che egli
abbia dovuto tenere una cerimonia pubblica in onore di Mardocheo costituisce un presagio che Aman
cadrà dinanzi a questo giudeo. Aman ha appena finito di sentir pronunciare queste parole che i funzionari
di corte del re arrivano e lo conducono al secondo banchetto di Ester. — Est. 6:10-14.
CORAGGIOSA IDENTIFICAZIONE E INTREPIDA DENUNCIA
11 Durante il banchetto, Assuero chiede: “Qual è la tua petizione, o Ester la regina?” Ci vuole coraggio a
rispondere, ma la regina dice: “Se ho trovato favore ai tuoi occhi, o re, e se al re in effetti sembra bene,
mi sia data la mia propria anima alla mia petizione e il mio popolo alla mia richiesta. Poiché siamo stati
venduti, io e il mio popolo, per essere annientati, uccisi e distrutti. Ora se fossimo stati venduti per
semplici schiavi e per semplici serve, avrei dovuto tacere. Ma l’angustia non conviene quando è di danno
al re”. — Est. 7:1-4.
12 Che cosa? La regina Ester è ebrea e il suo popolo è stato condannato all’annientamento? Assuero
vuol sapere chi è il responsabile. Senza timore Ester risponde: “L’uomo, l’avversario e nemico, è questo
malvagio Aman”. La regina è stata leale, smascherando l’atterrito amalechita in sua presenza.
Coraggiosamente Ester ha indicato Aman quale responsabile di vergognose calunnie e lo ha identificato
come un perfido intrigante che opera contro gli stessi interessi del sovrano di Persia. Infuriato, il re si reca
nel giardino del palazzo. Aman, in preda alla paura in quanto sa che è inutile attendersi misericordia da
Assuero, cade sul divano su cui sta Ester. Implora d’aver salva la vita. Ma Ester non cede, perché questo
dispiacerebbe a Geova che ha decretato la completa distruzione degli amalechiti. — Est. 7:5-8.
13 Di ritorno dal giardino Assuero vede il disperato Aman sul divano di Ester e grida: “Si deve anche far
violenza alla regina, presso di me nella casa?” Immediatamente il re condanna a morte il malvagio
agaghita. Presto il corpo esanime di Aman penzola dallo stesso palo che era stato eretto per il giudeo
Mardocheo. Solo allora il furore del re si placa. — Est. 7:8-10.
14 Guardando indietro, notiamo che la coraggiosa Ester non solo rivelò la propria identità di giudea, ma
denunciò intrepidamente Aman come nemico del popolo di Dio. In maniera simile oggi, quelli che a
partire dalla prima guerra mondiale sono divenuti unti seguaci di Gesù Cristo, insieme a unti precedenti,
si sono coraggiosamente identificati come giudei spirituali e, come tali, testimoni di Geova. (Isa. 43:10-12)
Anch’essi hanno senz’altro dei nemici. Per esempio, il clero della cristianità, come Aman, ha cercato di
distruggere il popolo di Geova, ma i veri cristiani hanno intrepidamente smascherato questi nemici pieni
di odio, le cui macchinazioni non avranno maggior successo di quelle di Aman, l’amalechita senza
scrupoli. Questo perché il popolo di Geova, che dichiara la Parola di Dio con baldanza, ha il sostegno
divino nell’affrontare complotti e persecuzioni. — Isa. 54:17; Atti 4:29-31.
DALL’ANGUSTIA ALL’ALLEGREZZA
15 Assuero dà la casa del giustiziato Aman ad Ester, che ha rivelato al re la sua parentela con
Mardocheo. Inoltre, il sovrano si sfila l’anello del sigillo, che era stato tolto ad Aman, e lo dà a Mardocheo,
nominando questo leale giudeo primo ministro in luogo dell’agaghita. Avvalendosi del grado di autorità
concessole dal re, Ester pone Mardocheo a capo della casa di Aman. — Est. 8:1, 2.
16 Rischiando ancora una volta la vita per il suo popolo, Ester va dinanzi al re senza essere stata invitata
e cade piangendo ai suoi piedi. Assuero tende lo scettro d’oro ed Ester si alza, dicendo: ‘Se al re in effetti
sembra bene e se ho trovato favore dinanzi a lui, si scriva un documento al fine di revocare il disegno di
Aman. Come posso sopportare di guardare la calamità del mio popolo e la distruzione dei miei parenti?’
Siccome le leggi dei medi e dei persiani sono irrevocabili, Assuero autorizza Ester e Mardocheo a
scrivere in nome del re un documento ufficiale a favore dei giudei che consenta di neutralizzare gli effetti
del primo. — Est. 1:19; 8:3-8.
17 A ciò il nuovo primo ministro entra in azione. Il ventitreesimo giorno di sivan (maggio-giugno) vengono
convocati i segretari del re e Mardocheo detta un controdecreto. Presto esso raggiungerà i giudei, il resto
della gente e i funzionari governativi — satrapi (o viceré), governatori subordinati e principi — nei 127
distretti giurisdizionali della Persia. Mardocheo autentica i documenti sigillandoli con l’anello del sigillo
reale. In che consiste la nuova legge? Il re Assuero ha concesso ai giudei il diritto di congregarsi e di
stare in difesa delle loro anime, di annientare quelli che mostrano loro ostilità. Sì, il 13 adar (febbraio-
marzo), giorno precedentemente fissato per il loro sterminio, saranno in grado di difendersi! Senza
indugio e alternandosi, corrieri su veloci cavalli da posta spronano le loro cavalcature, portando il
controdecreto in ogni parte del vasto impero. — Est. 8:9-14.
18 Il primo ministro Mardocheo, vestito in abiti reali di panno turchino e lino, esce dalla presenza del re.
Indossa un manto finemente intessuto di lana tinta di porpora e porta sulla testa una grande corona d’oro.
Ha certo buone ragioni di essere felice a motivo del controdecreto. Susan è in festa e alla fine per i giudei
di tutto l’impero ci sono allegrezza, un banchetto e un giorno felice. Inoltre, sulla gente è caduto il terrore
dei giudei e molti divengono proseliti — Est. 8:15-17.
19 Se i cristiani del nostro giorno riflettono su questi avvenimenti possono trarne incoraggiamento. Come
Aman complottò per annientare i giudei naturali, così i capi religiosi della cristianità hanno cercato di
sterminare gli odierni giudei spirituali, i fratelli spirituali di Cristo. Gesù, che esercita il potere reale su tutta
la terra come Assuero lo esercitava sull’impero persiano, ha permesso tali tentativi, ma ha anche reso
possibile ai suoi unti seguaci di difendere la loro vita come cristiani testimoni di Geova. Inoltre, migliaia di
persone sincere, come i proseliti persiani del giorno di Ester, si sono schierate con questi giudei spirituali,
abbracciando la vera adorazione. — Zacc. 8:23; Gal. 6:16.
GEOVA SOSTIENE IL SUO POPOLO
20 Sono passati vari mesi ed è il tredicesimo giorno di adar. I giudei, congregati nelle loro città, mettono le
mani addosso a quelli che vogliono far loro del male. Non c’è uomo che tenga testa al popolo di Dio.
Anzi, vengono assistiti da funzionari governativi perché il terrore di Mardocheo è caduto su di loro. Ma è
principalmente grazie al sostegno di Geova che i giudei abbattono quelli che li odiano. Solo a Susan il
castello uccidono 500 uomini, e i dieci figli di Aman vengono messi a morte. In tutto l’impero sono uccisi
75.000 nemici, ma in nessun luogo i giudei si danno al saccheggio. Secondo una richiesta di Ester, il re
Assuero concede ai giudei della capitale, Susan, un giorno in più per combattere, durante il quale
uccideranno altri 300 uomini senza però prender bottino. Inoltre, i corpi dei dieci figli di Aman vengono
appesi al palo. Distrutti i nemici, i vittoriosi giudei fanno del quattordicesimo giorno di adar nei distretti
periferici e del quindicesimo giorno a Susan un tempo di banchetti e allegrezza. — Est. 9:1-19.
21 Geova ha liberato il suo popolo, e dovrebbero ricordarselo. Di conseguenza Mardocheo invia
documenti scritti ai giudei di tutto l’impero. Perché? Per imporre loro l’obbligo di celebrare annualmente il
14 e il 15 adar come giorni di banchetto, scambio di doni e allegrezza. In seguito, ai giudei viene mandata
un’altra lettera in merito, con la conferma della regina Ester. Questa festa di liberazione è chiamata
Purim, nome derivante dal fatto che Aman fece gettare il Pur, o la Sorte, per determinare il giorno
propizio per attuare il piano di sterminio che infine ricadde sulla sua propria testa. — Est. 9:20-32.
GEOVA SALVA I GIUSTI
22 Per Ester, Mardocheo e gli altri giudei il pericolo è passato. Geova non ha abbandonato il suo popolo.
Col passar del tempo, il re Assuero impone dei lavori forzati al paese e alle isole del mare. (Per esempio,
durante il suo regno completò gran parte dei lavori di costruzione iniziati da suo padre Dario I a
Persepoli). Ai vertici del governo — in effetti secondo solo al re — c’è Mardocheo. Questo fedele giudeo,
approvato e rispettato dal dedicato popolo di Dio, continua a operare per il loro bene e a parlare di pace a
tutta la loro progenie. — Est. 10:1-3.
23 Mardocheo fu veramente un uomo di fede, coraggio, risolutezza, integrità e lealtà a Geova e al popolo
di Dio. Ester fu una donna giudiziosa, capace di stare in silenzio quando necessario, ma di parlare
intrepidamente al momento giusto. Accettò consigli da Mardocheo, anche quando il seguirli metteva a
repentaglio la sua vita. Davvero questa donna bella e sottomessa manifestò amore, altruismo e lealtà al
suo popolo. Sia lei che Mardocheo confidarono completamente in Geova e invocarono in preghiera la
guida divina.
24 Che ottimi esempi per il moderno popolo di Dio! Di fronte all’opposizione e alla persecuzione essi
prestano servizio a fianco a fianco, leali a Geova e l’uno all’altro. Sì, sono certi che Geova Dio li sosterrà
e li libererà, come sostenne e liberò Ester, Mardocheo e il loro popolo. (Filip. 1:27-30) È proprio vero che
“molte sono le calamità del giusto, ma Geova lo libera da esse tutte”. (Sal. 34:19) Quindi, continuiamo a
proclamare le lodi del nostro Dio e a confidare sempre in lui, perché Geova non abbandona il suo popolo.
[Figura a pagina 20]
Ester non cede e il malvagio Aman è condannato a morte

w81 1/7 19 Conviene reprimere il proprio orgoglio


Uno che rifiutò di reprimere il proprio orgoglio passando sopra a un affronto fu Aman l’Agaghita. Il re
Assuero aveva ordinato che tutti s’inchinassero ad Aman, ma Mardocheo il Giudeo, per suoi buoni motivi,
si rifiutò di farlo. La cosa fece talmente adirare l’orgoglioso e vanitoso Aman che decise di uccidere non
solo Mardocheo, ma tutti i giudei. Alla fine Aman fu profondamente umiliato e morì sul palo che aveva
preparato per Mardocheo. Se Aman avesse soffocato il suo orgoglio e dimenticato l’affronto di
Mardocheo, forse non avrebbe fatto quella fine umiliante e prematura. (Ester capp. 3-9) “Lo stolto lascia
scorger subito il suo cruccio, ma chi dissimula un affronto è uomo accorto”. — Prov. 12:16, Versione
Riveduta.
Conviene anche reprimere il proprio orgoglio e scusarsi quando si è fatto torto a qualcuno con una parola
o con un’azione. Abbiamo il dovere verso noi stessi e verso l’altra persona di fare pace. Gesù consigliò
nel suo Sermone del Monte: “Se, dunque, porti il tuo dono all’altare e lì ricordi che il tuo fratello ha
qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, e va via; prima fa pace col tuo fratello, e
poi, tornato, offri il tuo dono”. — Matt. 5:23, 24.
Un altro caso ancora in cui potremmo dover reprimere il nostro orgoglio è quello di ammettere di aver
commesso un errore. Nessuno sa tutto; nessuno è perfetto. Perciò quando ci accorgiamo di aver detto
una cosa sbagliata o di aver commesso un errore di giudizio, e quindi di aver agito poco saggiamente, la
condotta migliore è quella di ammettere l’errore davanti a quelli sui quali esso può aver influito. Questo è
specialmente importante da parte di chi ha compiti di sorveglianza, sia che si tratti di un genitore, di un
sovrintendente o di un anziano nominato nella congregazione. — Confronta Giacomo 3:1, 2.
Conviene inoltre soffocare il nostro orgoglio aspettandoci sempre meno di quanto pensiamo di meritare.
Infatti Gesù disse che se si è invitati a un banchetto è meglio sedersi all’ultimo posto, anche se forse si
pensa di aver diritto a un posto più onorevole. È meglio esser invitati ad andare a occupare un posto
migliore che essere invitati ad alzarsi e a spostarsi in un posto meno onorevole. — Luca 14:7-11.
Ci sono quindi molte ragioni per reprimere il proprio orgoglio, non è vero? Conviene farlo.

w93 15/8 20 La padronanza esista in voi e trabocchi


10 Considerate anche l’esempio di un contemporaneo di Mardocheo ed Ester. Un funzionario di nome
Aman si adirò perché Mardocheo non si inchinava davanti a lui. In seguito Aman pensò a torto che
sarebbe stato favorito. “Aman uscì quel giorno gioioso e allegro di cuore; ma appena Aman vide
Mardocheo alla porta del re e che non si levò e non tremò a causa di lui, Aman fu immediatamente pieno
di furore contro Mardocheo. Comunque, Aman si padroneggiò ed entrò nella sua casa”. (Ester 5:9, 10)
Con la stessa facilità con cui si era rallegrato si adirò alla semplice vista di colui verso il quale nutriva
rancore. Quando la Bibbia dice che Aman “si padroneggiò”, pensate che voglia additarlo come esempio
di padronanza di sé? Difficilmente. Lì per lì Aman si dominò e non lasciò trasparire i suoi sentimenti, ma
non tenne a freno la sua ira e la sua gelosia. Questi sentimenti lo spinsero a tramare un omicidio.
11 Similmente oggi il non tenere a freno i sentimenti può danneggiare seriamente i cristiani. ‘Questo non
può capitare nella congregazione’, penserà qualcuno. Ma è successo. A Filippi, tra due cristiane unte non
correva buon sangue, per motivi che la Bibbia non descrive. Tanto per fare un’ipotesi, immaginate quanto
segue: Evodia aveva invitato alcuni fratelli e sorelle a pranzo o a una festicciola. Sintiche non era stata
invitata e se l’era presa. Per ripicca a sua volta forse non aveva invitato Evodia in un’altra occasione. Da
allora l’una guardava l’altra con occhio critico; col tempo avevano quasi smesso di rivolgersi la parola. In
una situazione del genere, il problema di fondo era forse il mancato invito a pranzo? No. Quella poteva
essere stata solo la scintilla. Poiché le due sorelle unte non avevano dominato i propri sentimenti, la
scintilla aveva dato fuoco a una foresta. Il problema persisté e crebbe al punto da rendere necessario
l’intervento di un apostolo. — Filippesi 4:2, 3.
Amnon — Tema: L’amore erotico basato sull’egoismo porta alla rovina 1° TESSALONICESI 4:3-7

it-1 117-8 Amnon


AMNON
(Àmnon) [degno di fede; fedele; di lunga durata].
1. Figlio primogenito di Davide e Ahinoam l’izreelita, nato a Ebron. — 2Sa 3:2; 1Cr 3:1.
Amnon fu preso da un desiderio passionale per la bella Tamar, sorella di Absalom, al punto di ammalarsi
d’amore. Seguendo il consiglio del cugino Gionadab, Amnon si finse malato e pregò Davide di mandare
Tamar a casa sua per preparare “pane di consolazione” in sua presenza. Approfittò poi dell’opportunità
per violentare la sorellastra, nonostante lei lo supplicasse e cercasse di farlo ragionare. Questo caso
illustra come può essere egoista l’amore erotico. Infatti avendo soddisfatto il proprio desiderio, Amnon
fece scacciare Tamar in strada, come se provasse ripugnanza per lei e la sua presenza stessa lo facesse
sentire impuro. — 2Sa 13:1-19.
Absalom, fratello di Tamar, odiava Amnon per quest’azione e due anni più tardi, durante una festa in
occasione della tosatura delle pecore, lo fece uccidere dai suoi servitori mentre era “allegro per il vino”.
(2Sa 13:20-29) Dato che Amnon, figlio maggiore di Davide, era il legittimo erede al trono, la sua morte
poté essere desiderata da Absalom anche per accrescere le sue possibilità di ottenere il regno. Con
questo avvenimento cominciò ad adempiersi la profezia pronunciata da Natan dopo l’adulterio di Davide
con la moglie di Uria. — 2Sa 12:10; vedi ABSALOM.

w77 15/4 240 Che cosa vogliono i giovani dalla vita?


17 Amnon, figlio maggiore di Davide, nutrì un desiderio passionale per la sua bella sorellastra Tamar.
Fingendosi malato, fece in modo d’essere servito da Tamar, che gli portò da mangiare quando non c’era
nessun altro in giro. Allora egli “l’afferrò e le disse: ‘Vieni, giaci con me, sorella mia’”. Essendo ella una
donna virtuosa, protestò, ma lui non volle ascoltare e la costrinse a giacere con lui. Ottenne realmente
quello che desiderava? Il racconto descrive il risultato: “Amnon la odiava con un odio grandissimo, . . .
maggiore dell’amore col quale l’aveva amata, così che Amnon le disse: ‘Levati, vattene!’” — 2 Sam. 13:1-
33.
18 È chiaro che Amnon, soddisfacendo il suo desiderio passionale e incestuoso non recò nessun piacere
né a sé né alla sua sorellastra. E questo è ciò che spesso accade quando persone hanno relazioni
sessuali immorali. Il Journal of the American Medical Association riportò questa confessione di un
giovane che aveva avuto relazioni sessuali preconiugali con molte ragazze traviate: “Ho imparato che
non mi recava felicità”. E di un’esperienza simile una studentessa di una scuola mista disse piangendo:
“Non ne valeva certo la pena: non è stato divertente in quel momento e da allora sono sempre
preoccupata”.
19 Siamo veramente saggi se diamo ascolto al comando della Bibbia: “Fuggite la fornicazione”! In verità,
‘fuggi i desideri propri della giovinezza’, che possono metterti in difficoltà. (1 Cor. 6:18; 2 Tim. 2:22) La
moralità sessuale ha senso perché quelli che la seguono hanno probabilità molto maggiori che il loro
matrimonio sia felice. D’altra parte, la cosiddetta “libertà” sessuale cambia ciò che dovrebbe essere
piacevole e puro in qualcosa di meschino e detestabile. Evita dunque l’immoralità, evita le cose che
conducono ad essa: le conversazioni che vertono sempre sull’altro sesso, anche le letture o le immagini
che eccitano la passione sessuale. Ricorda di tenere la mente, gli occhi e la lingua occupati in cose pure,
positive, operando per conseguire mete meritorie che rechino benefici duraturi. — Efes. 5:3-5; Filip. 4:8.

w82 15/4 8-9 Guardatevi dall'amore basato solo sulla passione


La parola di Dio è vivente
Guardatevi dall’amore basato solo sulla passione
L’IDDIO ONNIPOTENTE pose nell’uomo e nella donna una meravigliosa attrazione reciproca. Se però
questa attrazione non viene controllata possono derivarne vere e proprie tragedie, come mostra il caso di
Amnon, figlio del re Davide.
Amnon era perdutamente innamorato della bella sorellastra Tamar. La sua passione per lei era così
ardente da consumarlo. Era angustiato perché non poteva averla vicino. Quando un cugino di Amnon,
Gionadab, seppe che Amnon era così innamorato di Tamar, gli disse: ‘Fingiti malato. Quando tuo padre,
Davide, verrà a trovarti, digli: “Ti prego, fa venire Tamar a prepararmi qualcosa da mangiare”’.
Davide acconsentì alla richiesta di Amnon. Tamar andò da lui e, come potete vedere, gli preparò
qualcosa da mangiare. Se non che, quando glielo portò, egli rifiutò di mangiare e disse: ‘Manda via tutti’.
Le persone che si trovavano in casa forse pensarono che Amnon si sentisse così male da non volere
compagnia, e se ne andarono tutti eccetto Tamar.
Allora Amnon disse: ‘Portami il cibo a letto e servimi come un paziente’. Quando Tamar si avvicinò,
Amnon l’afferrò e disse: ‘Vieni a letto con me’. Ma Tamar cercò di fuggire. Amnon, però, era più forte ed
ebbe la meglio su di lei. Che avvenne poi? Accrebbe questo l’amore di Amnon per Tamar?
No, ebbe proprio l’effetto contrario. Amnon cominciò a provare per Tamar un odio più grande dell’amore
che aveva nutrito per lei. Perciò le disse: ‘Vattene’. Poiché la ragazza non voleva andarsene, egli chiamò
il suo domestico e gli disse: ‘Getta fuori questa donna e serra la porta’. Ma la cosa non finì lì.
Tamar si strappò la veste, si cosparse il capo di cenere e se ne andò piangendo. Quando suo fratello
Absalom la vide, capì che era stato Amnon. Questo suscitò in lui un odio per Amnon, così che decise di
vendicare Tamar.
Due anni dopo, Absalom indisse un banchetto e vi invitò tutti i figli di Davide. Ai suoi servitori disse:
‘Quando Amnon avrà bevuto abbastanza, uccidetelo’. Ed essi eseguirono l’ordine di Absalom. Dopo di
ciò Absalom fuggì dal paese. Potete quindi vedere quanti guai sorsero per il fatto che Amnon non seppe
dominare il suo desiderio passionale per la bella Tamar. — II Samuele 13:1-38.
La meravigliosa attrazione fra i sessi è una vera benedizione, che consente un fidanzamento e un
matrimonio felice. Ma quando i desideri sessuali non vengono padroneggiati, spesso ne derivano guai
come gravidanze illegittime, aborti e malattie veneree, per menzionarne solo alcuni. Si può trarre un’utile
lezione da racconti biblici come questo, chiedendo quindi aiuto a Dio per dominare le passioni. — Galati
5:22, 23; Colossesi 3:8; I Tessalonicesi 4:3-7.

yy 136-40 18 La moralità sessuale ha senso?


13 Per mezzo dell’apostolo Paolo Dio ci dice: “Il matrimonio sia onorevole fra tutti, e il letto matrimoniale
sia senza contaminazione, poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri”. (Ebrei 13:4) La fornicazione
include non solo i rapporti sessuali promiscui con chiunque, ma anche i rapporti prematrimoniali, come
quelli fra persone fidanzate ma non ancora sposate.
14 La Parola di Dio è molto esplicita nel condannare la fornicazione e ogni altra condotta dissoluta. Dice
che le persone che praticano tali cose non avranno nessuna parte nel regno di Dio. La Bibbia afferma:
“Non siate sviati. Né fornicatori, né idolatri, né adulteri, né uomini tenuti per scopi non naturali, né uomini
che giacciono con uomini, né ladri, né avidi, né ubriaconi, né oltraggiatori, né rapaci erediteranno il regno
di Dio”. — 1 Corinti 6:9, 10.
15 Che la legge di Dio sia così positiva è realmente per il nostro bene. Gli impulsi sessuali possono
essere molto forti, e nella vita di quasi tutti si presentano occasioni in cui sarebbe facile cedere sotto la
pressione della tentazione. Se la legge di Dio in materia fosse vaga o incerta, in quelle circostanze non ci
sarebbe per certo di grande aiuto. Ma siccome è così chiara e vigorosa ci aiuta a rimanere assennati,
sostiene il nostro coraggio morale e, ciò che più conta, ci aiuta a imparare a odiare la condotta errata.
Odii in effetti l’immoralità sessuale? Perché dovresti odiarla?
16 Se a volte tale condotta sembra attraente, chiediti: ‘Desidero che la seguano quelli della mia propria
famiglia, i miei genitori o i miei fratelli e sorelle? Desidero che abbiano figli illegittimi? Accrescerebbe
questo il mio amore e il mio rispetto per loro?’ In caso contrario, non è tale condotta da odiare?
Certamente non vorrai diventare come un asciugamano pubblico su cui qualsiasi uomo o donna possa
strofinare le mani per mezzo dell’immoralità.
17 Che dire dei figli nati da tale condotta immorale? Se sei una ragazza, supponiamo che tu dia alla luce
un tale figlio, chi ne avrebbe cura? Tua madre e tuo padre? Tu stessa? Come te ne occuperesti? E come
si sentirebbe il figlio crescendo e scoprendo come fu concepito? O se tu ti rifiutassi di assolvere la
responsabilità e rinunciassi a tuo figlio per farlo adottare da altri, che ne penserebbero di te? Come ti
sentiresti tu? Potresti cercar di nascondere la nascita, tenendo poi nascosto il bambino e cedendolo per
l’adozione e cercando così di evitare la vergogna e la responsabilità. Ma non potrai mai evitare te stessa,
non ti pare?
18 Se sei un maschio, e generassi un figlio illegittimo, la tua coscienza sarebbe tranquilla? Pensa a tutta
l’afflizione e la vergogna che ricadrebbero sia sulla madre che sul figlio. Questo è certamente qualche
cosa da evitare.
19 In realtà, quale bene è mai derivato dall’immoralità sessuale? Perché vi sono in relazione con essa
tante cose indesiderabili, compresi debilitanti malattie veneree, aborti, lotte per gelosia e perfino
assassinii? Perché nei paesi dove è concessa una grande “libertà” sessuale, l’incidenza dei divorzi è
spesso fra le più alte del mondo? Il divorzio significa successo o è prova di fallimento? È un segno di vera
felicità o di infelicità e insoddisfazione?
20 D’altra parte, la moralità sessuale ha senso perché quelli che vi si attengono hanno più probabilità di
fare del loro matrimonio un successo. Questo avviene perché hanno tenuto il matrimonio in gran
considerazione, rispettando la disposizione di Dio e rispettando il futuro coniuge e il reciproco diritto di
trovare nel matrimonio un coniuge puro.
21 Infatti più badi a evitare la condotta dissoluta o a non prenderti delle libertà quando fai la corte e sei
fidanzato, più è probabile che il tuo matrimonio abbia successo. Quindi né tu né il tuo coniuge sarete
tormentati da dubbi sulla sincerità dell’amore dell’altro a causa del sospetto che il sesso fosse il solo
motivo del matrimonio. Perché, dopo tutto, il matrimonio non è solo l’unione di due corpi, è l’unione di due
persone. E ci dev’essere da parte di entrambi molto rispetto e amore per la persona perché il matrimonio
rechi felicità durevole.
COME FARE UNA SAGGIA SCELTA
22 L’amore basato solo sulla passione non è un amore perenne. È un amore egoistico, bramoso. Questa
specie di amore è ben illustrata nella Bibbia dal caso di Amnon, figlio di Davide. Egli “si innamorò” della
sua bella sorellastra Tamar. Quindi con l’inganno la costrinse ad avere rapporti con lui. E dopo? Il
racconto ci dice: “E Amnon la odiava con un odio grandissimo, perché l’odio con cui la odiò era maggiore
dell’amore col quale l’aveva amata”. La cacciò nella strada. (2 Samuele 13:1-19) Ora, se sei una giovane
donna, dovresti ingenuamente pensare che, siccome qualche ragazzo ti esprime amore appassionato e
vuole che tu abbia rapporti con lui, significhi che ti ami sinceramente? Potrebbe forse comportarsi proprio
come fece Amnon.
23 La Bibbia ci narra che la moglie del funzionario egiziano Potifar espresse la stessa specie d’interesse
per il giovane Giuseppe, che prestava servizio in casa loro. Quando egli resistette ai suoi tentativi di
sedurlo, essa mostrò le sue vere intenzioni. Perfidamente mentì al marito su Giuseppe, facendolo
ingiustamente gettare in prigione. — Genesi 39:7-20.
24 Sì, la cosiddetta “libertà” sessuale trasforma ciò che dovrebbe essere piacevole e puro in qualche cosa
di spregevole e detestabile. Quindi, che cosa desideri: un occasionale, breve momento di illecita
passione sessuale con tutti i rischi e i problemi che comporta, o la soddisfazione di avere ogni giorno
dinanzi a Dio e agli uomini una coscienza pura con il rispetto di te stesso?
25 Se vuoi mantenerti libero dall’immoralità, sta lontano dalle cose che vi conducono: la conversazione
che verte sempre sull’altro sesso e leggere articoli o guardare illustrazioni che hanno una sola mira,
quella di eccitare la passione sessuale. Tieni la mente, gli occhi, la lingua occupati in cose pure, positive,
operando per una meta meritoria che rechi benefici durevoli e non lasci vergogna o afflizione.
26 Soprattutto, rafforza la conoscenza e l’apprezzamento del Creatore e della giustezza e sapienza delle
sue vie. Rivolgiti a lui in preghiera e rivolgi il cuore alle cose che promette a quelli che lo servono. Se
veramente lo vuoi, puoi seguire con fermezza una condotta sessualmente morale, poiché Geova Dio e il
Figlio suo te ne daranno la forza necessaria.
Anna — Tema: La devozione altruistica reca benedizioni 1°TIMOTEO 4:7b, 8

it-1 142 Anna


ANNA
1. [Nome proprio femminile; dall’ebraico “Hannah”, che significa “favore, grazia”]. Madre del profeta
Samuele. Anna viveva a Ramataim-Zofim nella regione montagnosa di Efraim col marito Elcana, levita, e
l’altra moglie, Peninna. Benché non avesse figli, a differenza di Peninna che ne aveva avuti diversi, Anna
era ugualmente la moglie prediletta di Elcana. Specie quando Elcana portava la famiglia per la visita
annuale al tabernacolo di Silo, Peninna scherniva Anna perché era sterile. — 1Sa 1:1-8.
In occasione di una di queste visite a Silo, Anna fece voto a Geova che, se avesse avuto un figlio,
l’avrebbe dedicato al Suo servizio. Vedendo che Anna muoveva le labbra mentre pregava in silenzio, il
sommo sacerdote Eli dapprima sospettò che avesse ecceduto col vino e fosse ubriaca. Ma accorgendosi
del fervore e della sincerità che manifestava, Eli le augurò che Geova Dio esaudisse la sua richiesta.
Anna ben presto rimase incinta. Dopo aver partorito Samuele non tornò a Silo finché non l’ebbe svezzato.
Allora lo presentò a Geova come aveva promesso, portando come offerta un toro di tre anni, un’efa di
farina e una grossa giara di vino. (1Sa 1:9-28) Quindi ogni anno, quando andava a Silo, Anna portava al
figlio un nuovo manto senza maniche. Eli la benedisse di nuovo e Geova le mostrò nuovamente favore
così che col tempo partorì tre figli e due figlie. — 1Sa 2:18-21.
Anna aveva diverse buone qualità. Era devota e umile, e voleva far contento il marito. Ogni anno lo
accompagnava al tabernacolo per fare sacrifici. Fece personalmente un grande sacrificio, rinunciando
alla compagnia di suo figlio, per mantenere la parola data e mostrare riconoscenza per la benignità di
Geova. Conservò il suo affetto materno, com’è dimostrato dal fatto che ogni anno faceva un nuovo
mantello per Samuele. I pensieri espressi nel suo cantico di gratitudine, quando lei ed Elcana
presentarono Samuele per il servizio nel tabernacolo, sono molto simili ai sentimenti manifestati da Maria
poco dopo aver appreso che doveva essere la madre del Messia. — Lu 1:46-55.

w79 1/11 8-9 Anna, una donna che trovò conforto nella preghiera
ANNA, una donna senza figli, viveva in un tempo in cui le donne consideravano la sterilità una terribile
maledizione. I loro sentimenti erano simili a quelli di Rachele, che, in preda alla disperazione, disse al
marito Giacobbe: “Dammi dei figli, altrimenti sarò una donna morta”. (Gen. 30:1) Anche Anna pensava
che la sua femminilità fosse incompleta perché non aveva figli. Il problema era aggravato dal fatto che lei
non era l’unica moglie di Elcana. Egli aveva sposato anche Peninna, dalla quale invece aveva avuto figli
e figlie.
Quando Elcana e la famiglia si recavano al santuario di Silo per adorare, Peninna approfittava della
situazione per umiliare Anna, tormentandola con riferimenti alla sua sterilità. Anna si abbandonava al
pianto e non mangiava la sua porzione del pasto sacrificale. Allora il marito cercava di confortarla,
dicendo: “Anna, perché piangi, e perché non mangi, e perché il tuo cuore si sente male? Non ti sono io
meglio di dieci figli?” — 1 Sam. 1:2-8.
Infine Anna confidò tutte le sue preoccupazioni a Geova Dio. Trovandosi a Silo in una certa occasione,
lasciò la tavola e “pregava Geova e piangeva grandemente”. (1 Sam. 1:9, 10) Con vero fervore Anna
supplicò: “O Geova . . . se guarderai senza fallo l’afflizione della tua schiava ed effettivamente ti ricorderai
di me, e non dimenticherai la tua schiava ed effettivamente darai alla tua schiava una progenie maschia,
io la dovrò dare a Geova per tutti i giorni della sua vita, e nessun rasoio verrà sulla sua testa”. — 1 Sam.
1:11.
Siccome Anna muoveva solo le labbra mentre confidava intimamente la sua angustia a Geova Dio, il
sommo sacerdote Eli pensò erroneamente che fosse ubriaca, e la rimproverò. Ma Anna si affrettò a
spiegare: “No, mio signore! Sono una donna dallo spirito molto depresso; e non ho bevuto vino né
bevanda inebriante, ma verso la mia anima dinanzi a Geova. Non fare della tua schiava una donna
buona a nulla, poiché fino ad ora ho parlato dall’abbondanza della mia preoccupazione e della mia
vessazione”. — 1 Sam. 1:15, 16.
Riconoscendo il suo errore, egli le augurò la benedizione di Dio, dicendo: “Va in pace, e l’Iddio d’Israele
esaudisca la richiesta che tu gli hai fatta”. — 1 Sam. 1:17.
Che effetto ebbero su Anna la sua preghiera e le parole di Eli? Anna trovò vero conforto. Riprese a
mangiare e “la sua faccia non fu più preoccupata”. (1 Sam. 1:18) Avendo messo la questione nelle mani
di Geova Dio, fu liberata dal profondo dolore interiore. Anna capì che l’Altissimo si interessava di lei come
persona e confidò nel suo aiuto. Pur non sapendo esattamente quale sarebbe stato l’esito, Anna si sentì
intimamente in pace. Dovette pensare che la sua sterilità sarebbe cessata o che Geova Dio avrebbe in
qualche altro modo colmato il vuoto che ne derivava.
La fiducia di Anna nell’Altissimo non era certamente malriposta. Diede alla luce un bambino e lo chiamò
Samuele. Dopo averlo svezzato, Anna portò Samuele al santuario perché vi prestasse servizio. (1 Sam.
1:19-28) Dal momento che la Bibbia menziona una registrazione genealogica dei leviti “dai tre anni d’età
in su”, può darsi che il bambino avesse a quel tempo almeno tre anni. — 2 Cron. 31:16.
Riconoscente per la benignità che Geova le aveva mostrato, Anna fece una preghiera di ringraziamento.
Questa preghiera glorificava Geova come Colui che è senza pari. Anna disse: “Nessuno è santo come
Geova, poiché non c’è nessuno eccetto te; e non c’è nessuna roccia simile al nostro Dio”. (1 Sam. 2:2)
Nel suo proprio caso, Anna aveva visto che l’Altissimo è come una ferma roccia. Su di lui si può davvero
fare affidamento.
Per Anna erano in serbo ulteriori benedizioni. Una volta, recatasi con il marito a Silo, Eli li benedisse
entrambi dicendo: “Geova ti assegni una progenie da questa donna in luogo della cosa prestata
[Samuele], che è stata prestata a Geova”. (1 Sam. 2:20) Anna ebbe la gioia di veder realizzata quella
benedizione. Infine divenne madre di altri tre ragazzi e due ragazze. — 1 Sam. 2:21.
Come Anna trovò conforto nella preghiera, anche noi possiamo trovare incoraggiamento se mettiamo tutti
i nostri problemi nelle mani di Geova Dio. Egli risponderà a ogni richiesta che è in armonia col suo
proposito. Per cui, quando apriamo il nostro cuore al nostro Padre celeste, sia concesso anche a noi,
come ad Anna, di ‘non essere più preoccupati’, fiduciosi che egli eliminerà il nostro peso, qualunque sia,
o ci metterà in condizione di poterlo sopportare.

w90 1/3 3-4 Si può trovare la gioia in un mondo deprimente!


Si può trovare la gioia in un mondo deprimente!
MARIE ha un carattere vivace e allegro. È difficile credere che solo qualche anno fa questa donna di 32
anni diceva di sentirsi morta dentro. Marie soffriva di una grave forma di depressione. “È stato come una
grande nuvola nera che pian piano si è sollevata”, spiega. Sì, alla fine Marie è guarita e ha ritrovato la
gioia.
Ogni anno la depressione grave colpisce in tutto il mondo cento milioni di persone! Non si tratta della
semplice malinconia passeggera che la maggioranza di noi prova di tanto in tanto. La depressione grave
comporta una tristezza che non dà tregua. Chi è depresso perde interesse per la vita e non prova piacere
in nulla; anzi, prova una disperazione totale e un senso di completo fallimento. Nel 1983 l’Organizzazione
Mondiale della Sanità dichiarò: “Al presente non ci sono dubbi che le malattie depressive si verificano in
tutte le parti del mondo”.
Questa notizia non sorprende chi studia con attenzione la Bibbia. La Bibbia dice che stiamo vivendo negli
“ultimi giorni”, un periodo caratterizzato da “tempi difficili”. (2 Timoteo 3:1-5) Strutture sociali che in
passato offrivano sostegno in momenti di crisi emotiva si sono sgretolate. Nell’articolo “L’epoca della
malinconia?” il dott. Gerald Klerman attribuisce l’odierno aumento della depressione a questo
cambiamento. Egli spiega: “Le tre forme di aggregazione sociale a cui più ci si è rivolti nei momenti di
bisogno sono state la famiglia, la chiesa e il vicinato. . . . Una caratteristica del nostro tempo è che tutte e
tre queste forme di aggregazione sono, in varia misura, in crisi”.
Fu la disgregazione della sua famiglia che spinse Marie alla disperazione. “Quando la mia matrigna se ne
andò senza una parola, mi sentii tradita e sola. Avevo 12 anni, e di colpo il mio mondo sembrò crollare”,
ricorda Marie. Dopo non molto essa dovette andarsene di casa perché suo padre le faceva proposte
immorali. Marie ammette: “Mi sentivo anormale e persi tutta la fiducia in me stessa”. Così ebbe inizio per
lei la depressione grave.
Un giorno in cui Marie era estremamente depressa due testimoni di Geova bussarono alla sua porta. Il
loro gioioso messaggio biblico destò subito in lei un grande interesse. “Prima la vita mi sembrava del tutto
inutile, e vedevo solo tante cose negative, ma ora mi convinsi che potevo vivere in un nuovo mondo in cui
Dio avrebbe corretto tutte queste ingiustizie. Con l’aiuto di Dio potevo diventare idonea per ricevere
questa benedizione; la mia vita acquistò così vero significato”. Frequentando le adunanze dei Testimoni,
essa trovò sincero amore e sostegno emotivo. (Giovanni 13:34, 35) Anche i buoni consigli degli anziani di
congregazione l’aiutarono a cominciare a cambiare il suo modo di pensare negativo. (Giacomo 5:14) La
sua depressione cominciò ad allentare la presa. Molte altre persone che, come Marie, sono depresse a
motivo delle condizioni del mondo hanno trovato “la gioia di Geova” acquistando accurata conoscenza
della verità biblica. — Neemia 8:10; 1 Timoteo 2:4.
Ma, la depressione di Marie sparì forse istantaneamente? Dovremmo credere che i cristiani siano immuni
dalla depressione? Per rispondere a queste domande, dobbiamo analizzare in maniera più approfondita
questo disturbo e le sue complesse cause. Conoscendo le vere ragioni della depressione potrete riuscire
meglio a combatterla voi stessi o ad aiutare qualcuno che ne soffre.
Le cause della depressione grave
In alcuni casi la depressione ha cause fisiologiche, come malattie, carenze alimentari e squilibri ormonali.
Può anche essere provocata da tossine, agenti inquinanti, medicinali e allergeni. Comunque la Bibbia
rivela che una causa possono essere anche i propri “inquietanti pensieri”. — Salmo 94:19.
Nella maggior parte dei casi chi diventa depresso, come Marie, ha alle spalle grossi dispiaceri o situazioni
stressanti. Molti si sentono come il salmista che disse: “La mia anima ne ha avuto abbastanza delle
calamità . . . Mi hanno accerchiato tutti nello stesso tempo. [Tu, Geova,] hai allontanato da me amico e
compagno; i miei conoscenti sono un luogo tenebroso”. (Salmo 88:3, 17, 18) Come il salmista, essi si
sentono sopraffatti dai problemi o da qualche perdita e considerano la loro vita in generale senza
speranza. Possono sentirsi come se fossero completamente soli in un luogo tenebroso, e pensare che
persino Dio li abbia abbandonati.
Perché giungono a una conclusione così scoraggiante, sviluppando in effetti uno spirito abbattuto? Non è
solo a causa di problemi esterni; è anche a motivo di sentimenti negativi o dubbi sul proprio conto. Si
sentono incapaci di affrontare i problemi o una perdita. “A causa della pena del cuore c’è lo spirito
abbattuto”, spiega Proverbi 15:13. Tale pena del cuore include anche il considerarsi un fallimento, o
pensare che gli altri lo credano. Anche Epafrodito, un cristiano del I secolo, dopo essere guarito da una
grave malattia nel corso di una missione in cui era stato mandato dalla propria congregazione, divenne
“depresso perché [la congregazione aveva] udito che si era ammalato”. — Filippesi 2:25-30.
Visto che ‘lo spirito abbattuto secca le ossa’, ovvero mina la stessa esistenza, spesso alla base della
depressione grave c’è una scarsa stima di se stessi. (Proverbi 17:22) La ‘pena del cuore’ potrebbe anche
essere dovuta al fatto che ci si preoccupa troppo di come ci vedono gli altri, oppure a perfezionismo, ira
repressa, risentimento, contrasti non appianati o sensi di colpa (reali o esagerati).
Le cause della depressione grave sono dunque molte. Tuttavia Marie ha trovato la vera gioia dopo
essere divenuta cristiana. “Allora ho avuto una speranza”, ha detto. Ma per qualche tempo ha dovuto
continuare a combattere la depressione. Come si può infine vincerla?
[Nota in calce]
Vedi “Depressione: È solo un fattore mentale?” in Svegliatevi! del 22 ottobre 1987.

w90 1/3 5 Vincere la battaglia contro la depressione


Vincere la battaglia contro la depressione
“CIÒ che più mi opprimeva”, confessò Lola, “era il senso di colpa che provavo sentendomi disperata,
mentre pensavo che essendo una servitrice di Geova non avrei dovuto sentirmi così”. Questa diffusa idea
errata è spesso il primo nemico che il cristiano depresso deve sconfiggere. Lola aggiunse: “Quando smisi
di tormentarmi mentalmente per questo e pensai solo a guarire potei affrontare meglio la depressione”.
Sì, la depressione di per sé non è un motivo per credere di essere venuti meno verso Dio.
Come menzionava l’articolo precedente, la causa della depressione può essere fisiologica. Nel 1915,
molto prima che le recenti ricerche mettessero molte malattie organiche in relazione con la depressione,
La Torre di Guardia affermava: “Questa tristezza di spirito, questo senso di solitudine o depressione, è
naturale, ogni tanto, in tutti gli uomini . . . [Esso è] in qualche misura accentuato dallo stato di salute
fisica”. Pertanto, se la malinconia persiste, può essere utile andare dal medico. Se la situazione è grave,
si può decidere di far curare la depressione da uno specialista nel campo.
Ma anche se la causa non è fisica, non è realistico aspettarsi che un servitore di Dio non sia mai triste o
scoraggiato. Pensate solo a come la fedele Anna ‘aveva l’anima amareggiata e piangeva dirottamente’.
(1 Samuele 1:7, 10) Anche Neemia ‘pianse e fece cordoglio per giorni’ e aveva “tristezza di cuore”.
(Neemia 1:4; 2:2) Giobbe provò disgusto per la propria vita e pensò che Dio l’avesse abbandonato.
(Giobbe 10:1; 29:2, 4, 5) Il re Davide disse che il suo spirito veniva meno dentro di lui e che il suo cuore si
intorpidiva. (Salmo 143:4) E l’apostolo Paolo disse di avere “timori di dentro” e di sentirsi ‘abbattuto’. — 2
Corinti 4:9; 7:5, 6.
Anche se tutti questi erano fedeli servitori di Dio, ci furono momenti in cui si sentirono afflitti da varie
difficoltà, preoccupazioni o amare delusioni. Ma Dio non li aveva abbandonati né aveva tolto da loro il suo
spirito santo. Il loro sentirsi depressi non dipendeva da un fallimento spirituale. In un’occasione in cui era
afflitto, Davide supplicò in preghiera: “Fa rallegrare l’anima del tuo servitore”. Dio confortò Davide durante
quel ‘giorno d’angustia’ e lo aiutò, col tempo, a trovare la gioia. (Salmo 86:1, 4, 7) Geova aiuterà allo
stesso modo i suoi servitori odierni.
Dato che di per sé la depressione non è una dimostrazione né di fallimento spirituale né di debolezza
mentale, il cristiano che ne soffra non dovrebbe rimanere zitto per l’imbarazzo. Piuttosto, dovrebbe fare
uno dei passi più importanti nel combattere questo disturbo. Di che passo si tratta?
Esprimete il vostro stato d’animo
Dovrebbe parlarne con qualcuno. Proverbi 12:25 afferma: “L’ansiosa cura nel cuore dell’uomo è ciò che
lo farà chinare, ma la parola buona è ciò che lo fa rallegrare”. Nessun altro essere umano può sapere
quanto è intensa l’“ansiosa cura” nel vostro cuore a meno che non vi apriate e ne parliate. Confidandovi
con una persona comprensiva che è in grado di aiutarvi, probabilmente apprenderete che altri si sono
sentiti come voi e hanno avuto problemi simili. Inoltre, esprimere a parole i sentimenti è un processo
salutare, poiché fa bene al cuore esprimere un dolore anziché cercare di reprimerlo. Pertanto, chi è
depresso dovrebbe confidarsi con il coniuge, con i genitori o con un amico compassionevole e
spiritualmente qualificato. — Galati 6:1.
In parte il problema di Marie (menzionata nell’articolo precedente) stava nel fatto che cercava di
reprimere le emozioni che la turbavano e che provocarono la sua depressione. “Nel corso degli anni mi
ero creata una maschera”, disse. “Gli altri non avrebbero mai immaginato che per me era così difficile
affrontare questi sentimenti di indegnità”. Ma Marie si confidò con un anziano di congregazione. Facendo
domande appropriate l’anziano ‘attinse’ dal suo cuore l’ansietà che l’assillava e l’aiutò a comprendere
meglio se stessa. (Proverbi 20:5) Le sue buone parole basate sulle Scritture la rassicurarono. “Per la
prima volta cominciai a ricevere aiuto per vincere alcuni sentimenti che contribuivano alla mia
depressione”, spiegò Marie.
Così, parlando con un anziano comprensivo, chi ha l’anima “come un paese esausto” può ricevere
“acqua” spiritualmente ristoratrice. (Salmo 143:6; Isaia 32:1, 2) Un consigliere spirituale che ha
discernimento potrebbe anche aiutarvi a capire che potete fare dei passi pratici per affrontare quella che
forse avete considerato una situazione disperata. (Proverbi 24:6) Ma non basta semplicemente
confidarsi.
Riconoscete il vostro vero valore
Il sentirsi inutili gioca un ruolo importante nella depressione. Forse a motivo di un’infanzia infelice, alcuni
cristiani hanno poca stima di sé. Ma anche se, sotto il profilo emotivo, i maltrattamenti fisici, emotivi o
sessuali subiti hanno lasciato il segno, questo non cambia il valore di una persona. Dovete perciò
sforzarvi di avere un’opinione equilibrata del vostro vero valore come persona. “Io dico quindi a ciascuno
di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che è giusto, ma abbia di sé un concetto sobrio”,
esortò l’apostolo Paolo. (Romani 12:3, La Bibbia Concordata) Pur stando attenti a non cadere
nell’arroganza, dovreste cercare di non andare all’altro estremo. Chi ha una relazione con Dio è prezioso,
desiderabile ai suoi occhi, poiché Dio sceglie esseri umani perché divengano la sua “speciale proprietà”.
Che enorme privilegio! — Malachia 3:17; Aggeo 2:7.
Inoltre, quale onore essere “collaboratori di Dio” impegnandoci nell’opera cristiana di fare discepoli. (1
Corinti 3:9; Matteo 28:19, 20) Molti cristiani che soffrono di depressione hanno riscontrato che
quest’opera aumenta la stima di se stessi. “Anche dopo essere divenuta cristiana, mi sentivo molto
incapace”, ammise Marie. Tuttavia essa perseverò nell’opera di predicazione, e un giorno incontrò una
giovane che aveva una lesione cerebrale e voleva conoscere la Bibbia. “Aveva bisogno di qualcuno che
fosse paziente con lei, poiché imparava con lentezza”, disse Marie. “Essa assorbiva gran parte della mia
attenzione, tanto che mi dimenticai di me stessa e delle mie incapacità. Questa donna aveva bisogno del
mio aiuto e io sapevo di poterglielo dare grazie alla forza di Geova. Non so dirvi quanto mi ha
incoraggiato vederla battezzarsi. La stima che avevo di me stessa crebbe e la depressione grave
scomparve definitivamente”. Com’è vero che “chi innaffia liberalmente altri sarà anche lui liberalmente
innaffiato”! — Proverbi 11:25.
Molte persone depresse, però, si comportano come una cristiana che soffriva di depressione grave e che
ammise: “Anche se mi do molto da fare per pulire, cucinare ed essere ospitale, a un certo punto comincio
a criticarmi per ogni piccolezza”. Questo tipo di critica irragionevole mina fortemente la stima di se stessi.
Ricordate che il nostro Dio è comprensivo e ‘non continua a trovar da ridire per ogni tempo’. (Salmo
103:8-10, 14) Se Geova, che ha un senso di giustizia superiore al nostro, non ci assilla per ogni
piccolezza ed è disposto a essere così tollerante, non dovremmo sforzarci di imitarlo nel modo in cui
trattiamo noi stessi?
Tutti abbiamo difetti e punti deboli. Ma abbiamo anche i nostri punti forti. L’apostolo Paolo non si
aspettava di eccellere in tutti i campi. Egli affermò: “Anche se sono inesperto in parola, certamente non lo
sono in conoscenza”. Paolo non si sentì inferiore solo perché forse non eccelleva come oratore pubblico.
(2 Corinti 11:6) Similmente, chi è depresso dovrebbe soffermarsi su ciò che riesce a fare bene.
“La sapienza è con i modesti”, cioè con coloro che riconoscono e accettano le proprie limitazioni.
(Proverbi 11:2) Ciascuno di noi è un’anima a sé, diversa dalle altre per circostanze, energie fisiche e
capacità. Quando servite Geova con tutta l’anima, facendo ciò che voi potete fare, egli è soddisfatto.
(Marco 12:30-33) Geova non è uno che non è mai contento degli sforzi dei suoi devoti adoratori. Leora,
una cristiana che ha combattuto con successo la depressione, disse: “In certe cose non riesco bene
come tutti gli altri, ad esempio nelle presentazioni nel ministero di campo. Ma ci provo. Faccio del mio
meglio”.
Sbagli e malintesi
Ma che dire se fate un grosso sbaglio? Forse vi sentite come il re Davide, che ‘andò in giro tutto il giorno
con tristezza’ a causa dei suoi errori, del suo peccato. Ma il fatto stesso che vi sentiate così può essere la
prova che non siete andati troppo in là, commettendo un peccato imperdonabile! (Salmo 38:3-6, 8) Il
senso di colpa può dimostrare che chi ha peccato ha un cuore onesto e una buona coscienza. Perciò,
come affrontare il senso di colpa? Ebbene, avete chiesto perdono a Dio in preghiera e avete fatto dei
passi per correggere l’errore? (2 Corinti 7:9-11) Se sì, abbiate fede nella misericordia di Colui che
perdona in larga misura, decisi a non ripetere il peccato. (Isaia 55:7) Se siete stati disciplinati, ‘non venite
meno quando siete corretti, poiché Geova disciplina colui che ama’. (Ebrei 12:5, 6) Tale correzione ha lo
scopo di aiutare a ristabilire una pecora smarrita. Non toglie nulla al suo valore come persona.
Anche se il nostro cuore ci condanna, non dobbiamo concludere che Geova ci abbia condannato.
“Assicureremo il nostro cuore davanti a lui circa qualunque cosa di cui il nostro cuore ci condanni, perché
Dio è maggiore del nostro cuore e conosce ogni cosa”. (1 Giovanni 3:19, 20) Geova non vede solo i
nostri peccati e i nostri sbagli. Egli conosce le circostanze attenuanti, la nostra intera vita, i nostri motivi e
le nostre intenzioni. La vastità della sua conoscenza gli permette di essere comprensivo nell’udire le
nostre sincere preghiere di perdono, come udì quella di Davide.
Anche i malintesi e il preoccuparsi eccessivamente di avere l’approvazione degli altri fanno perdere la
stima di sé, forse fino al punto di sentirsi respinti. A causa dell’imperfezione, un altro cristiano può parlarvi
con un tono che vi sembra insensibile o sgarbato. Tuttavia molti malintesi si possono chiarire dicendo alla
persona che effetto ha avuto su di voi la sua osservazione. (Confronta Matteo 5:23, 24). Inoltre,
Salomone consigliò: “Non porre il tuo cuore a tutte le parole che il popolo può pronunciare”. Perché?
“Poiché il tuo proprio cuore sa bene che molte volte anche tu, tu stesso, hai invocato il male su altri”.
(Ecclesiaste 7:21, 22) Siate abbastanza realisti da non aspettarvi la perfezione da voi stessi o da altri
esseri umani imperfetti. Siate pronti a perdonare e a sopportare gli altri. — Colossesi 3:13.
Inoltre, non è il fatto che siate amati dagli altri o no che determina il vostro vero valore. Cristo ‘non fu
tenuto in nessun conto’, e fu “valutato” molto poco ‘dal punto di vista degli altri’. (Isaia 53:3; Zaccaria
11:13) Questo cambiò forse il suo vero valore o la stima che Dio aveva di lui? No, per cui anche se
fossimo perfetti come Gesù non potremmo piacere a tutti.
Potenza per perseverare
A volte la depressione grave può persistere nonostante i nostri sforzi per vincerla. A causa delle
sofferenze emotive, alcuni cristiani si possono sentire come si sentì Giona, che disse: “Morire è per me
meglio che vivere”. (Giona 4:1-3) Ma la sua angustia non fu permanente. Egli la superò. Perciò, se la
depressione vi fa sembrare insopportabile la vita, ricordate che è come la tribolazione di cui parlò Paolo:
“temporanea”. (2 Corinti 4:8, 9, 16-18) Avrà fine! Nessuna situazione è disperata. Geova promette di
“ravvivare il cuore di quelli che sono affranti”. — Isaia 57:15.
Non cessate mai di pregare, anche se le vostre preghiere sembrano vane. Davide supplicò: “Odi, o Dio, il
mio grido d’implorazione . . . quando il mio cuore si indebolirà. A una roccia che è più alta di me voglia tu
guidarmi”. (Salmo 61:1, 2) Come fa Dio a guidarci a una fiducia interiore che, con le nostre sole forze, ci
sembra irraggiungibile? Eileen, che combatte la depressione da anni, risponde: “Geova non mi ha
permesso di arrendermi. Questo mi dà la speranza che, se continuo a tentare, egli continuerà ad
aiutarmi. Conoscere la verità della Bibbia mi ha letteralmente tenuta in vita. In molti modi diversi (con la
preghiera, il ministero, le adunanze, le pubblicazioni, la famiglia e gli amici) Geova mi ha dato la forza per
continuare a lottare”.
Considerate il disturbo come una prova della vostra fede. “Potete confidare in Dio”, ci assicura l’apostolo
Paolo. “Egli non permetterà che siate provati più di quanto potete sopportare. Ma quando sarete provati,
Egli farà anche una via d’uscita affinché lo possiate sopportare”. (1 Corinti 10:13, Beck) Sì, Dio vi darà
“potenza oltre ciò che è normale” per sopportare qualsiasi peso emotivo. — 2 Corinti 4:7.
Un nuovo mondo senza depressione!
Dio ha promesso che presto, tramite il suo Regno celeste, eliminerà tutte le condizioni deprimenti che ci
sono sulla terra. La sua Parola dichiara: “Io creo nuovi cieli e nuova terra; e le cose precedenti non
saranno ricordate, né saliranno in cuore. Ma esultate e gioite per sempre di ciò che io creo”. (Isaia 65:17,
18) Queste parole ebbero un primo adempimento nel 537 a.E.V., quando l’antica nazione d’Israele fu
restituita alla sua patria. In quell’occasione gli israeliti cantarono: “Divenimmo come quelli che sognavano.
In quel tempo la nostra bocca si riempì di risa, e la nostra lingua di grido di gioia”. (Salmo 126:1, 2) Che
dimensioni grandiose avrà, nel nuovo mondo di Dio, l’imminente adempimento finale di questa
rassicurante profezia! — 2 Pietro 3:13; Rivelazione 21:1-4.
Sulla terra, sotto il Regno di Dio (i “nuovi cieli”), una giusta società di persone (la “nuova terra”) sarà
riportata in perfetta salute sotto il profilo emotivo, fisico e spirituale. Non è che non ricorderanno più nulla
del passato, ma con tutte le cose piacevoli a cui potranno pensare e di cui potranno rallegrarsi, non
avranno motivo di richiamare alla mente le tristi esperienze del passato o di soffermarsi su di esse.
Immaginate di svegliarvi ogni mattina con la mente perfettamente lucida, pronti a intraprendere l’attività
della giornata, senza più il peso della depressione!
Pienamente convinta della realtà di questa speranza, Lola (menzionata all’inizio) ha detto: “Per me l’aiuto
più grande è stato ricordare che il Regno di Geova risolverà questo problema. Sapevo che la depressione
non sarebbe durata in eterno”. Sì, potete essere certi che fra poco Dio farà in modo che la depressione
sia vinta per sempre!
[Nota in calce]
Vedi “Terapie delle gravi forme di depressione”, in Svegliatevi! dell’8 aprile 1982.

w90 15/3 26-30 Come aiutare chi è depresso a ritrovare la gioia


Come aiutare chi è depresso a ritrovare la gioia
EPAFRODITO, un discepolo cristiano del I secolo, era depresso. Era stato inviato per provvedere ai
bisogni dell’apostolo Paolo, che si trovava in prigione, ma si era ammalato gravemente. Pur essendo
guarito, Epafrodito era depresso perché la sua congregazione d’origine, che l’aveva inviato a Roma,
aveva “udito che si era ammalato”. (Filippesi 2:25, 26) L’essere così distante e allo stesso tempo volerli
rassicurare sul suo stato di salute fece insorgere la depressione. Probabilmente egli pensava anche che i
fratelli della sua congregazione lo considerassero un fallito. Come poteva essere aiutato a ritrovare la
gioia?
Epafrodito fu rimandato a Filippi, la sua città, portando una lettera dell’apostolo Paolo. In essa Paolo
raccomandava alla congregazione: “Fategli perciò la consueta accoglienza nel Signore con ogni gioia; e
continuate a tenere cari gli uomini di tale sorta”. (Filippesi 2:27-30) I cristiani di Filippi furono esortati a
stare vicini ad Epafrodito accogliendolo in maniera degna della fratellanza tipica della congregazione
cristiana. Le loro parole consolanti gli avrebbero dimostrato che lo stimavano molto, sì, lo ‘tenevano caro’.
Queste gioiose premure avrebbero contribuito molto ad aiutarlo a superare la sua depressione.
Questo esempio dimostra che, anche se i cristiani in generale ‘si rallegrano nel Signore’, alcuni di loro
soffrono di varie forme di depressione. (Filippesi 4:4) La depressione grave è un serio disturbo emotivo
che può persino portare al suicidio. A volte vi sono implicati squilibri chimici nel cervello e altri fattori fisici.
Tuttavia la depressione si può spesso attenuare grazie all’aiuto perspicace di altri. Per questo motivo
Paolo esortò: “Parlate in maniera consolante alle anime depresse”. (1 Tessalonicesi 5:14) Le
congregazioni dei testimoni di Geova dovrebbero quindi dare con gioia sostegno emotivo alle anime
depresse. L’odierna organizzazione cristiana riconobbe questa responsabilità già nel 1903, poiché a
proposito delle anime depresse, o abbattute, La Torre di Guardia ebbe a dire: “Gli abbattuti e i deboli
hanno bisogno di aiuto, sostegno, incoraggiamento”. Ma come si può aiutare un’anima depressa?
Innanzi tutto, mostrando “i medesimi sentimenti”, potreste aiutare la persona depressa a rivelare qual è
“l’ansiosa cura” del suo cuore. Successivamente la vostra “parola buona” potrà aiutarla a rallegrarsi. (1
Pietro 3:8; Proverbi 12:25) Il solo fatto di lasciarla parlare liberamente e di farle capire che vi interessate
di lei può esserle di grande sollievo. “Avevo un paio di amici con i quali potevo veramente confidarmi”,
spiega Maria, una cristiana nubile che lottava contro la depressione. “Avevo bisogno di qualcuno che
ascoltasse”. Avere qualcuno con cui condividere i più intimi pensieri sui problemi della vita può voler dire
molto.
Non basta comunque ascoltare e dare consigli superficiali come “Guarda il lato positivo della cosa” o
“Pensa in modo positivo”. Affermazioni del genere potrebbero rivelare mancanza di empatia ed essere
completamente fuori luogo quando qualcuno è depresso, come indica Proverbi 25:20 quando dice: “Chi
toglie una veste in un giorno freddo è come . . . un cantore con canti per un cuore mesto”. Fare
affermazioni ottimistiche senza fondamento può lasciare l’individuo depresso ancor più turbato. Perché?
Perché simili tentativi non prendono in considerazione i motivi della sua depressione.
Rafforzare con le parole
La persona gravemente depressa non si sente solo triste ma probabilmente anche indegna e disperata.
La parola greca tradotta “anime depresse” significa letteralmente “quelli di poca anima”. Uno studioso di
greco dà questa definizione: “Chi tribola a tal punto che il suo cuore sprofonda dentro di lui”. Le sue
energie emotive si sono esaurite e la sua stima di sé è venuta meno. — Confronta Proverbi 17:22.
Il patriarca Giobbe disse: “Io vi rafforzerei con le parole della mia bocca”. (Giobbe 16:5) La parola ebraica
per “rafforzare” è a volte resa “fortificare” o “rinforzare”. È usata per descrivere come il tempio fu ‘reso
forte’ mediante riparazioni alla struttura. (Isaia 41:10; Naum 2:1; 2 Cronache 24:13) Le vostre parole
devono abilmente ricostruire la stima di sé della persona depressa, mattone dopo mattone, per così dire.
Per far questo occorre che facciate appello alla sua “facoltà di ragionare”. (Romani 12:1) La già citata
Torre di Guardia del 1903 diceva riguardo alle persone depresse: “Non avendo . . . stima di sé, hanno
bisogno che qualcuno dia loro un po’ di importanza, così da mettere in luce i talenti che in effetti
possiedono, per loro stesso incoraggiamento e anche per il bene dell’intera famiglia della fede”.
L’esempio biblico di Elcana e di Anna, la sua moglie depressa, illustra come si può rafforzare qualcuno
con le parole, come fece Giobbe. Elcana aveva due mogli. Una di loro, Peninna, aveva diversi figli,
mentre Anna era sterile. Probabilmente Anna pensava di non valere nulla. (Confronta Genesi 30:1).
Come se ciò non bastasse, Peninna la vessava al punto da farla scoppiare in lacrime e farle perdere
l’appetito. Benché Elcana non si rendesse conto della gravità della sua angoscia, vedendo la situazione
le chiese: “Anna, perché piangi, e perché non mangi, e perché il tuo cuore si sente male?” — 1 Samuele
1:1-8.
Le benevole domande di Elcana, che non implicavano delle accuse, davano ad Anna l’opportunità di
esprimere i suoi sentimenti. Sia che rispondesse o no, era aiutata ad analizzare perché probabilmente si
sentiva indegna. Così oggi un’anima depressa potrebbe avere un’opinione molto negativa di sé. Potreste
chiedere: ‘Perché pensi questo?’ Poi ascoltate attentamente il suo sfogo, che vi rivelerà ciò che prova nel
suo cuore. — Confronta Proverbi 20:5.
Quindi Elcana rivolse ad Anna questa rafforzante domanda: “Non ti sono io meglio di dieci figli?” Ricordò
ad Anna che nonostante la sua sterilità egli le voleva bene, la considerava preziosa, per cui Anna poteva
concludere: ‘Beh, dopo tutto valgo qualcosa. Mio marito in effetti mi vuole molto bene!’ Le parole di
Elcana fortificarono Anna, che riprese a mangiare e andò al tempio. — 1 Samuele 1:8, 9.
Elcana fu specifico e richiamò l’attenzione della moglie su un motivo legittimo che essa aveva per sentirsi
meglio. Chi vuole aiutare una persona depressa deve fare altrettanto. Per esempio una cristiana di nome
Naomi spiega ciò che l’aiutò a ritrovare la gioia: “Alcuni amici mi lodarono per il modo in cui avevo
allevato mio figlio, per come tenevo la casa e persino per il modo in cui continuavo ad aver cura del mio
aspetto personale nonostante la depressione. Questo incoraggiamento mi aiutò moltissimo!” Sì, una lode
meritata aiuta l’anima depressa a vedere le proprie buone qualità e ad avere un’equilibrata opinione di sé.
Se vostra moglie è depressa, perché non cercare di incoraggiarla secondo le parole di Proverbi 31:28,
29? Qui leggiamo: “Il suo proprietario si leva, e la loda. Ci sono molte figlie che hanno mostrato capacità,
ma tu, tu sei ascesa al di sopra di esse tutte”. È vero che una moglie depressa può non condividere
questa opinione, ritenendosi un fallimento perché non riesce a star dietro alle faccende domestiche come
vorrebbe. Tuttavia ricordandole la donna che è interiormente e quella che era prima di iniziare a soffrire di
depressione, potreste riuscire a convincerla che la vostra non è una lode priva di contenuto. Potreste
anche dirle che vi rendete conto che ciò che fa ora le richiede uno sforzo immane. Potreste dire: ‘So
quanto ti è costato fare questo. Sei veramente da lodare per tutti gli sforzi che fai!’ Ricevere
l’approvazione e la lode del coniuge e dei figli, cioè di quelli che la conoscono meglio, è indispensabile
per ricostruire la stima di sé. — Confronta 1 Corinti 7:33, 34.
L’uso di esempi biblici può aiutare una persona depressa a capire quali cambiamenti potrebbe dover
apportare al suo modo di pensare. Per esempio, forse una persona è troppo sensibile a ciò che dicono gli
altri. Potreste considerare insieme l’esempio di Epafrodito e chiedere: ‘Perché pensi che si sentì
depresso quando seppe che la sua congregazione d’origine aveva udito della sua malattia? Era davvero
un fallito? Perché Paolo disse di tenerlo caro? Il valore di Epafrodito come persona dipendeva veramente
dal privilegio di servizio che ricopriva?’ Domande del genere possono aiutare il cristiano depresso a fare
un’applicazione personale e a rendersi conto di non essere un fallito.
“Sostenete i deboli”
La Bibbia esorta: “Sostenete i deboli”. (1 Tessalonicesi 5:14) Poter contare su molti amici cristiani in
grado di fornire assistenza a livello pratico è un altro vantaggio della vera religione. I veri amici sono quelli
‘nati per quando c’è angustia’, che stanno veramente vicini a chi è depresso. (Proverbi 17:17) Quando
l’apostolo Paolo si sentì ‘abbattuto’ e provava ‘timore di dentro’, fu confortato ‘dalla presenza di Tito’. (2
Corinti 7:5, 6) Similmente, calorose visite e telefonate in momenti appropriati saranno probabilmente
molto apprezzate dalle anime depresse. Potreste chiedere se potete essere d’aiuto in maniera pratica, ad
esempio facendo qualche commissione, sbrigando le faccende domestiche o altre cose del genere. Una
donna cristiana di nome Maria dice: “Quando ero depressa, un’amica mi scrisse diverse volte, includendo
sempre incoraggianti versetti della Bibbia. Leggevo e rileggevo la lettera, e nel farlo piangevo. Quelle
lettere erano come oro per me”.
Dopo aver esortato la congregazione ad aiutare le “anime depresse”, Paolo dice: “Siate longanimi verso
tutti. Guardate che nessuno renda male per male a nessun altro”. (1 Tessalonicesi 5:14, 15) La pazienza
è essenziale, poiché a causa della sofferenza mentale, dei pensieri negativi e dell’esaurimento dovuto
alla mancanza di riposo, la persona depressa può rispondere in modo “avventato”, come fece Giobbe.
(Giobbe 6:2, 3) Rachele, una donna cristiana la cui madre era affetta da depressione grave, rivelò: “Molte
volte mia madre diceva cose odiose. Il più delle volte cercavo di ricordare a me stessa che tipo di
persona mia madre è veramente: amorevole, benevola e generosa. Imparai che chi è depresso dice
molte cose che in effetti non pensa. La cosa peggiore che si possa fare è rispondere o reagire allo stesso
modo”.
In particolare alcune cristiane mature potrebbero essere in grado di recare sollievo ad altre donne che
soffrono di angosce a livello emotivo. (Confronta 1 Timoteo 5:9, 10). Queste cristiane capaci possono
prefiggersi di parlare in maniera consolante a queste altre donne in occasioni adatte. A volte è più
appropriato che siano mature sorelle cristiane anziché fratelli a continuare ad aiutare una donna.
Organizzando le cose e sorvegliandole dovutamente, gli anziani cristiani possono far sì che le anime
depresse ricevano la cura necessaria.
Anziani con una lingua ammaestrata
In particolare i pastori spirituali devono avere “conoscenza e perspicacia” così da saper “rispondere con
una parola allo stanco”. (Geremia 3:15; Isaia 50:4) Se un anziano non sta attento, può involontariamente
far sentire peggio la persona depressa. Per esempio i tre compagni di Giobbe ufficialmente erano andati
“a dolersi con lui e a confortarlo”. Ma le loro parole, motivate da un’opinione errata sulla situazione di
Giobbe, anziché confortarlo lo ‘schiacciarono’. — Giobbe 2:11; 8:1, 5, 6; 11:1, 13-19; 19:2.
Vari articoli delle pubblicazioni della Watch Tower hanno illustrato i princìpi che si possono applicare nel
dare consigli. La maggioranza degli anziani ha applicato tali informazioni. Nondimeno in certi casi
affermazioni sconsiderate fatte da anziani — a livello personale o in discorsi — hanno causato molto
danno. Gli anziani quindi evitino di ‘parlare sconsideratamente come con i colpi di una spada’, ma si
esprimano con la ‘lingua salutare dei saggi’. (Proverbi 12:18) Se prima di parlare un anziano pensa
all’effetto che potranno avere le sue parole, ciò che dirà potrà essere fonte di ristoro. Perciò voi anziani
siate pronti ad ascoltare e lenti a trarre conclusioni prima di avere un quadro completo della situazione. —
Proverbi 18:13.
Quando gli anziani mostrano sincero interesse per le persone depresse, queste si sentono amate ed
apprezzate. Tale cura altruistica può spingerle a non tener conto di eventuali osservazioni scoraggianti.
(Giacomo 3:2) Le persone depresse sono spesso sopraffatte da sensi di colpa e gli anziani possono
aiutarle ad avere una veduta equilibrata delle cose. Anche quando è stato commesso un grave peccato,
la cura spirituale da parte degli anziani può aiutare ‘ciò che è zoppo a essere sanato’. — Ebrei 12:13.
Quando le persone depresse pensano che le loro preghiere siano inefficaci, gli anziani possono pregare
con loro e per loro. Leggendo con loro articoli basati sulla Bibbia che trattano l’argomento della
depressione, gli anziani possono ‘spalmare’ queste persone con parole spirituali lenitive. (Giacomo 5:14,
15) Gli anziani possono anche aiutare chi è depresso a compiere passi scritturali per risolvere eventuali
contrasti personali con qualcun altro, se questo è un problema. (Confronta Matteo 5:23, 24; 18:15-17).
Spesso alla base della depressione ci sono contrasti del genere, specialmente in seno alla famiglia.
Tenete presente che ci vuole tempo per riprendersi. Anche gli amorevoli sforzi di Elcana non
risollevarono immediatamente Anna dalla depressione. Le sue stesse preghiere come pure le
rassicurazioni del sommo sacerdote alla fine le recarono sollievo. (1 Samuele 1:12-18) Abbiate quindi
pazienza se i risultati tardano a venire. Naturalmente gli anziani in genere non sono dei medici e in certi
casi ciò che possono fare è limitato. Loro, insieme ai familiari della persona depressa, possono doverla
incoraggiare a rivolgersi a esperti in materia. Se necessario, gli anziani o i familiari possono chiaramente
spiegare all’esperto l’importanza di rispettare le convinzioni religiose della persona depressa.
Fino al nuovo mondo di Dio, nessuno avrà una perfetta salute fisica, mentale o emotiva. Nel frattempo, i
cristiani che dovessero perdere la gioia a causa della depressione possono trarre forza non solo dalla
congregazione cristiana ma anche dal nostro Padre celeste, “che conforta i depressi”. — 2 Corinti 7:6,
New American Standard Bible.
[Note in calce]
Vedi l’articolo “Sconfiggere la depressione: L’aiuto che altri possono dare” in Svegliatevi! dell’8 novembre
1987, g87 8/11 pagine 12-16.
Vedi gli articoli “Una lingua ammaestrata per ‘incoraggiare lo stanco’” nella Torre di Guardia del 1°
novembre 1982, e “‘Parole spirituali’ per chi soffre di disturbi mentali” nel numero del 15 novembre 1988.

[Riquadro a pagina 29]


COME PARLARE IN MANIERA CONSOLANTE
 ASCOLTATE ATTENTAMENTE: Con domande scrutatrici ‘attingete’ ai sentimenti del cuore della
persona. Siate pronti ad ascoltare e lenti a trarre conclusioni prima di avere un quadro completo della
situazione. — Proverbi 20:5; 18:13.
 MOSTRATE EMPATIA: Mostrando “i medesimi sentimenti” insieme a ‘tenera compassione’, cercate di
identificarvi emotivamente con la persona depressa. ‘Piangete con chi piange’. — 1 Pietro 3:8; Romani
12:15.
 SIATE LONGANIMI: Possono volerci ripetute conversazioni, per cui siate pazienti. Non tenete conto
dell’eventuale “parlare avventato” che la frustrazione può produrre in chi è depresso. — Giobbe 6:3.
 RAFFORZATE CON LE PAROLE: Aiutate la persona depressa a vedere le sue buone qualità.
Lodatela in maniera specifica. Mostratele che il valore di una persona non si misura dai problemi, dalle
esperienze negative del passato o dalle sue mancanze. Spiegatele perché Dio la ama e ha cura di lei. —
Giobbe 16:5.
Anun (figlio di Naas) — Tema: Attenti a giudicare i motivi altrui! LUCA 6:36, 38

it-1 150 Anun


ANUN
(Ànun) [egli ha mostrato favore; egli è stato benigno].
1. Figlio e successore di Naas re di Ammon. A motivo dell’amorevole benignità mostratagli da Naas,
Davide inviò messaggeri a confortare Anun per la perdita del padre. Ma Anun, convinto dai suoi principi
che questo non era altro che uno stratagemma di Davide per spiare la città, disonorò i servitori di Davide
radendo loro metà della barba, tagliando in due i loro abiti fino alle natiche e quindi mandandoli via.
Quando i figli di Ammon videro che erano diventati “un fetore” per Davide a motivo dell’umiliazione subita
dai suoi messaggeri, Anun prese l’iniziativa di prepararsi per la guerra e assoldò i siri per combattere
contro Israele. Nei conflitti che seguirono, gli ammoniti e i siri furono sbaragliati da Israele; Davide
assoggettò ai lavori forzati gli ammoniti di Rabba sopravvissuti. — 2Sa 10:1–11:1; 12:26-31; 1Cr 19:1–
20:3.

w74 15/1 39-40 Guardatevi dai pensieri poco benevoli


Guardatevi dai pensieri poco benevoli
AVETE mai udito espressioni come: “Non credo una parola di ciò!” o: “Chi crede d’essere?” o: “Non è
così meraviglioso. Avrei potuto fare di meglio”? Noi tutti l’abbiamo udito senz’altro, eppure quanto
sarebbe stato meglio non dire simili cose! O, meglio ancora, non avere simili pensieri poco benevoli!
Che cosa fa avere pensieri poco benevoli verso altri? Ebbene, un’altra persona può ricevere indebita
attenzione, o molti elogi. Oppure un’altra rivelerà il suo vivo desiderio d’essere notata e lodata. Il modo in
cui uno reagisce alla situazione può dunque rivelare una punta d’invidia.
La Bibbia contiene molti eccellenti ammonimenti per salvaguardarci da tali caratteristiche poco amorevoli.
Ci consiglia di tenere a freno la lingua, ma mostra anche il bisogno di badare ai pensieri. Anche se non
sono espressi a parole, i pensieri poco benevoli possono, ciò nondimeno, nuocere. Tendono a peggiorare
i rapporti con altri. Possono anche danneggiare colui che ha tali pensieri. Questo avviene perché ciò che
influisce sulla mente influisce anche sul corpo.
Alcuni pensieri poco benevoli da cui ci dobbiamo guardare sono quelli che rivelano ingiusto sospetto.
Perché? Ebbene, considerate un esempio. La Bibbia parla degli ingiustificati sospetti dei principi di un
popolo chiamato Ammoniti. Questo popolo, benché attaccasse di frequente gli Israeliti, non era mai stato
attaccato da loro, poiché Israele aveva ricevuto da Geova specifiche istruzioni di non attaccarlo. (Deut.
2:19) Tuttavia quando il Re Davide di Gerusalemme mandò loro i suoi messaggeri a fare le sue
condoglianze per la morte del loro re, quei principi accusarono i messaggeri d’essere spie e li umiliarono
grandemente. I sospetti li spinsero perfino a corrompere una nazione vicina perché si unisse loro nella
guerra contro Israele. Alla fine pagarono cari i loro ingiustificati sospetti con la sconfitta ed essendo
assoggettati a Israele. Possiamo imparare da ciò che accadde loro. — 1 Cron. 19:1–20:3.
Nei rapporti con amici, parenti, stretti associati e, in particolare, con i conservi cristiani, è meglio fidarsi
degli altri. Anche se sorgono problemi, date loro il beneficio del dubbio. È meglio essere delusi ogni tanto
che essere indebitamente sospettosi, come se tutti fossero pronti ad approfittare di voi. Molti mariti e
molte mogli si rendono la vita infelice perché si sospettano ingiustamente. Quanto più felice sarebbe il
loro matrimonio se si prefiggessero di avere pensieri benigni gli uni verso gli altri!
Dovremmo specialmente badare di non avere pensieri poco benevoli quando si tratta di giudicare i motivi
altrui. Non dimentichiamo che fu il Diavolo stesso il primo ad accusare altri di egoistici motivi, senza
giustificazione. Cominciò la sua malvagia condotta nutrendo pensieri poco benevoli verso Dio, ciò che lo
portò a calunniare il Creatore. (Gen. 3:1-5) In seguito mise in dubbio i motivi di tutti i servitori di Dio. A che
cosa ha portato questo? Egli fa tutto quello che può per mostrare che i suoi sospetti sono fondati. E
questa, si noti, è un’altra ragione per non avere indebiti sospetti; c’è sempre il pericolo di cercare di
dimostrare che i propri sospetti sono fondati, e di divenire così nemici di altre persone. — Riv. 12:10.
Si possono nutrire pensieri poco benevoli anche avendo uno spirito troppo critico, pretendendo troppo
dagli altri. È bene comprendere che quanto può apparire piccolo e insignificante a noi può rappresentare
una grande vittoria o impresa per un altro. Quando nelle case c’è il “divario fra le generazioni”, non è esso
dovuto al fatto che i genitori criticano troppo i figli e i figli criticano troppo i genitori? Farebbero bene a
imparare dal proverbio turco: “Chi cerca un amico senza difetti resterà senza l’amico”.
C’è specialmente bisogno che i viaggiatori si guardino dai pensieri poco benevoli e delle ingiuste critiche
quando visitano paesi stranieri. Vedendo cose e usanze strane si può benissimo essere indotti a fare uno
sfavorevole paragone fra ciò che si vede e le condizioni del proprio paese. Invece, non sarebbe meglio
esercitare empatia, mettersi per così dire nei panni degli altri? Così facendo, si potranno fare concessioni,
riconoscendo fino a che punto le persone sono vittime delle circostanze. Vedendoli dal giusto punto di
vista, si possono ammirare sinceramente per quello che riescono a fare nelle condizioni esistenti.
Imparate a provare gioia in quello che fanno gli altri notando i loro lati buoni invece di badare troppo ai
loro difetti. Non siate come la persona stolta che, notando che l’oratore ripeteva una certa espressione,
contò quante volte la usava. Quanto più profitto poteva trarre dal discorso concentrando la sua attenzione
sugli argomenti presentati e apprezzando la sincerità dell’oratore!
Nel vostro stesso interesse e nell’interesse dei buoni rapporti con altri, guardatevi dunque dai pensieri
poco benevoli. Invece, date ascolto all’ispirato consiglio: “Infine, fratelli, tutte le cose . . . amabili, tutte le
cose delle quali si parla bene, se vi è qualche virtù e qualche cosa degna di lode, continuate a
considerare queste cose”. — Filip. 4:8.

w80 1/10 12-13 Attenti a non attribuire agli altri motivi errati (W97 15-5 P.26-29)
Una volta il re Davide mandò i suoi servitori a confortare il re Anun di Ammon per la morte di suo padre.
Ma gli ammoniti, invece, sospettarono che Davide avesse mandato gli uomini per spiare, e quindi li
umiliarono profondamente. Questo portò a una guerra, in cui gli ammoniti e i siri subirono una grande
disfatta. Che disastrose conseguenze per aver dubitato dei motivi altrui! — II Sam. cap. 10.
MALINTESI
Cosa possono imparare i cristiani dal racconto biblico? Per esempio che è possibile fraintendere lo spirito
e i motivi delle azioni altrui. Questo fecero gli ammoniti quando Davide mandò gli uomini a confortare il re
Anun. Oggi un individuo può essere timido e riservato. Forse ha anche un’espressione facciale seria. Altri
potrebbero ingiustamente concludere che è una persona fredda, orgogliosa ed egoista, anche se forse è
tutto il contrario.
A volte si accusa qualcuno di pigrizia. Ma forse il presunto pigro sta già facendo del suo meglio. A causa
di qualche debolezza fisica o problema di salute può non essere in grado di fare di più o di lavorare più in
fretta. È bene quindi comprendere che, per molte ragioni, non tutti sono ugualmente efficienti o produttivi.
A volte si mettono in dubbio i motivi di qualcuno che sta solo cercando di rendersi utile ad altri. Per
esempio, in un certo ufficio diverse persone fanno a turno per rispondere al telefono dopo il normale
orario di lavoro. Non sono tenute a stare sedute accanto al telefono in attesa delle chiamate, ma possono
fare qualcos’altro in una stanza vicina. Un giorno uno dei responsabili, che non era di turno, si trovò
proprio vicino al telefono quando cominciò a squillare. Gentilmente rispose, affinché la persona di turno
non fosse costretta a interrompere la sua attività nella stanza vicina. Purtroppo però l’individuo che era di
turno, anziché ringraziare l’altro per il suo amorevole aiuto, pensò che l’avesse fatto per un motivo errato.
Una questione di scarsa importanza? Sì, ma illustra il bisogno di stare attenti ai malintesi nel valutare gli
atteggiamenti e i motivi degli altri.
CONCEDIAMO AGLI ALTRI IL BENEFICIO DEL DUBBIO
Comprendendo le spiacevoli conseguenze che possono derivare dal mettere in dubbio la buona fede
degli altri, vogliamo certamente evitare di farlo. I cristiani fanno bene a concedere agli altri il beneficio del
dubbio. Questo è in armonia con il principio divino espresso dall’apostolo Paolo secondo cui l’amore
“crede ogni cosa”. (I Cor. 13:7) Attenersi a questo principio significa senza dubbio aver fiducia di un
conservo cristiano in caso di dubbio, anziché sospettare ingiustamente di lui.
Cercare di conoscere meglio gli altri può aiutarci a evitare di dubitare di loro. Questo può richiedere mesi
o anche anni. Ma in molti casi, più informazioni abbiamo, meno corriamo il pericolo di attribuire ad altri
motivi errati.
QUANDO SONO MESSI IN DUBBIO I NOSTRI MOTIVI
Che dire se siamo noi quelli di cui si dubita? Come dovremmo reagire? È bene non offendersi, perché
Ecclesiaste 7:9 dice: “Non t’affrettare nel tuo spirito a offenderti”. Col tempo l’altra persona può imparare
a conoscerti meglio e può cambiare idea. Rendendosi conto di quanto si sbagliasse, ti amerà ancora di
più, specialmente per il fatto che non hai reagito con ira. I cristiani desiderano imitare Dio, che esercita
padronanza di sé anche quando viene accusato. Inoltre, Geova conosce i nostri motivi e ci darà conforto.
Proveremo gioia se continueremo a ‘confidare in Geova e fare il bene’. Se ritiene opportuno dimostrare la
nostra buona fede in una certa questione, Geova può farlo al momento giusto. — Sal. 37:3-8; Atti 15:8; II
Cor. 7:6.
Una situazione particolarmente difficile si verifica quando qualcuno riceve un consiglio da una persona
che dubita ingiustamente dei suoi motivi. Qualsiasi cosa il primo possa dire a sua discolpa rischia di
essere considerato un tentativo di giustificarsi. In effetti, però, il consiglio potrebbe essere fuori luogo per
il fatto che non sono stati presi in considerazione certi fattori. Oppure la persona che dà il consiglio, per
quanto benintenzionata, può essere portata a diffidare di voi se cercate di spiegare come stanno
effettivamente le cose. Perciò, se il punto in questione è di scarsa importanza, potreste preferire di non
aggiungere altro per far cambiare idea a chi vi ha dato il consiglio, sempre che, tacendo, non ne derivino
conseguenze dannose. Ma se la vostra posizione o i vostri motivi sono stati fraintesi, non è sempre il
caso di stare zitti. È ovvio che sarebbe moralmente sbagliato cedere il campo a una menzogna senza
dire nulla. Vi sono circostanze in cui è appropriato che spieghiate con calma la vostra posizione o il vostro
atteggiamento, affinché la vostra coscienza sia tranquilla sapendo di avere almeno cercato di chiarire le
cose, anziché sentirvi in colpa per avere debolmente acconsentito a una falsa accusa. Questo può anche
essere utile a chi ha dato il consiglio, perché anche lui impari a essere equilibrato nel dare consigli.
Un proverbio tedesco dice: “Chi mente una volta non viene più creduto anche quando dice la verità”. Ma
questo non dovrebbe accadere fra i cristiani. Se qualcuno commette un errore che diviene noto agli altri e
un successivo sviluppo ricorda ad alcuni quel vecchio sbaglio, dovrebbero forse sospettare di lui a causa
di quel precedente errore? Non necessariamente, poiché l’amore non giudica una persona in quattro e
quattr’otto. Se noi, pur essendo innocenti, fossimo sospettati di qualcosa solo perché l’abbiamo fatta nel
passato, non saremmo addolorati di tale sfiducia nei nostri confronti? Certamente, perché sotto l’influsso
dello spirito santo di Dio le persone fanno enormi cambiamenti in meglio. È anche bene ricordare che
“l’amore . . . non tiene conto dell’ingiuria”. — I Cor. 6:9-11; 13:4, 5.

W99 1-2 P.4


Aquila — Tema: Predicate con zelo e siate ospitali TITO 2:14; EBREI 13:2

it-1 165 Aquila, I


AQUILA, I
[dal lat.; nome proprio di persona masch.].
Ebreo nativo del Ponto, nell’Asia Minore settentrionale, sempre menzionato insieme a Priscilla, sua
moglie e fedele compagna. Espulsi da Roma in seguito al decreto contro gli ebrei emanato
dall’imperatore Claudio nel 49 o all’inizio del 50 E.V., essi si stabilirono a Corinto. (At 18:1, 2) Quando
arrivò Paolo nell’autunno del 50 E.V., Aquila e Priscilla lo ospitarono amorevolmente. Fra loro nacque una
stretta amicizia poiché svolgevano insieme lo stesso lavoro di fabbricanti di tende e senza dubbio Aquila
e Priscilla aiutarono Paolo a rafforzare la nuova congregazione locale. — At 18:3.
Quando alla fine del secondo viaggio missionario Paolo s’imbarcò per la Siria nel 52 E.V., Aquila e
Priscilla lo accompagnarono fino a Efeso (At 18:18, 19), e vi rimasero almeno finché Paolo da lì scrisse ai
corinti verso il 55 E.V. La loro casa serviva come luogo di adunanza per la congregazione locale ed essi
ebbero il privilegio di aiutare l’eloquente Apollo ad acquistare un più accurato intendimento della via di
Dio. (1Co 16:19; At 18:26) Allorché Paolo scrisse ai romani, verso il 56 E.V., Claudio era morto e Aquila e
Priscilla erano tornati a Roma, e infatti egli mandò i saluti a questi suoi “compagni d’opera”. (Ro 16:3)
Anche qui la congregazione si radunava in casa loro. (Ro 16:5) Mentre erano con Paolo, una volta Aquila
e Priscilla avevano “rischiato il proprio collo” per lui, meritando la gratitudine di tutte le congregazioni. (Ro
16:4) Più tardi ritornarono a Efeso, infatti Paolo, mentre si trovava a Roma poco prima di subire il martirio
(ca. 65 E.V.), chiese a Timoteo di portare loro i suoi saluti. — 1Tm 1:3; 2Tm 4:19.

w88 1/10 13 Apprezziamo i nostri fratelli


14 Dal versetto 3 al 15 di Romani 16 Paolo manda saluti ad oltre 20 cristiani menzionandoli per nome, e a
molti altri menzionandoli individualmente o come gruppo. (Leggi i versetti 3, 4 di Romani 16). Riuscite ad
avvertire l’affetto fraterno che Paolo sentiva per Prisca (o, Priscilla; confronta Atti 18:2) e Aquila? Questa
coppia aveva affrontato dei pericoli per Paolo. Ora egli salutava questi compagni d’opera con gratitudine
e mandava loro un’espressione di ringraziamento da parte delle congregazioni gentili. Come devono
essersi sentiti incoraggiati Aquila e Priscilla da questi saluti sinceri!

w93 15/11 20-1 Abbiate coraggio!


Coraggio di ‘rischiare il proprio collo’
13 Aquila e sua moglie Priscilla (Prisca) furono d’esempio in quanto con coraggio ‘rischiarono il proprio
collo’ per un compagno di fede. Accolsero Paolo in casa loro, lavorarono con lui fabbricando tende e lo
aiutarono a rafforzare la nuova congregazione di Corinto. (Atti 18:1-4) Durante i 15 anni della loro
amicizia misero perfino a repentaglio la loro vita in un modo a noi sconosciuto. Vivevano a Roma quando
Paolo scrisse ai cristiani di quella città: “Date i miei saluti a Prisca e Aquila, miei compagni d’opera in
Cristo Gesù, che hanno rischiato il proprio collo per la mia anima, ai quali non solo io ma anche tutte le
congregazioni delle nazioni rendono grazie”. — Romani 16:3, 4.
14 Rischiando il collo per Paolo, Aquila e Prisca agirono in armonia con le parole di Gesù: “Vi do un nuovo
comandamento, che vi amiate gli uni gli altri; come vi ho amati io, che anche voi vi amiate gli uni gli altri”.
(Giovanni 13:34) Questo comandamento era “nuovo” nel senso che andava oltre il comando contenuto
nella Legge mosaica di amare il prossimo come se stessi. (Levitico 19:18) Richiedeva un amore disposto
a sacrificarsi fino a dare la vita per gli altri, come fece Gesù. Tertulliano, scrittore del II-III secolo E.V., citò
quello che le persone del mondo dicevano dei cristiani: “‘Vedi’, dicono, ‘come si amano fra loro . . . e sono
pronti a morire l’un per l’altro’”. Specialmente durante la persecuzione potremmo trovarci a dover
dimostrare amore fraterno rischiando coraggiosamente la vita per non esporre i nostri conservi a brutalità
o morte per mano del nemico. — 1 Giovanni 3:16.

w96 15/12 22-4 Aquila e Priscilla: una coppia esemplare


Aquila e Priscilla: una coppia esemplare
“DATE i miei saluti a Prisca e Aquila, miei compagni d’opera in Cristo Gesù, che hanno rischiato il proprio
collo per la mia anima, ai quali non solo io ma anche tutte le congregazioni delle nazioni rendono grazie”.
— Romani 16:3, 4.
Queste parole che l’apostolo Paolo rivolse alla congregazione cristiana di Roma rivelano la grande stima
e il caloroso affetto che aveva per questa coppia. Si assicurò di non dimenticarsi di loro quando scrisse
alla congregazione di cui facevano parte. Ma chi erano questi due “compagni d’opera” di Paolo, e perché
erano così cari a lui e alle congregazioni? — 2 Timoteo 4:19.
Aquila era un ebreo della diaspora (gli ebrei dispersi) nativo del Ponto, regione dell’Asia Minore
settentrionale. Lui e sua moglie Priscilla (Prisca) si erano stabiliti a Roma. In quella città c’era una folta
comunità giudaica almeno dal 63 a.E.V., allorché Pompeo Magno aveva conquistato Gerusalemme e
condotto a Roma molti prigionieri come schiavi. Epigrafi di epoca romana rivelano infatti l’esistenza di una
dozzina di sinagoghe nella città antica. Alla Pentecoste del 33 E.V. alcuni giudei di Roma si trovavano a
Gerusalemme, dove udirono la buona notizia. Forse tramite loro il messaggio di Cristo raggiunse per la
prima volta la capitale dell’impero romano. — Atti 2:10.
Tuttavia nel 49 o agli inizi del 50 E.V. i giudei erano stati espulsi da Roma per ordine dell’imperatore
Claudio. Perciò l’apostolo Paolo conobbe Aquila e Priscilla nella città greca di Corinto. Quando arrivò a
Corinto, Aquila e Priscilla gli offrirono prontamente sia ospitalità che lavoro. Infatti, erano dello stesso
mestiere: fabbricanti di tende. — Atti 18:2, 3.
Fabbricanti di tende
Fabbricare tende non era un lavoro facile. Comportava tagliare e cucire pezzi di cuoio o di stoffa rigida e
grossolana. Secondo lo studioso Fernando Bea, era un “lavoro che richiedeva attenzione e perizia” da
parte degli artigiani che lavoravano con “tessuti ruvidi e resistenti, usati per accamparsi durante i viaggi,
ripararsi dal sole e dalla pioggia, avvolgere la mercanzia nelle stive delle navi”. — Saulo, Saulo . . . un
testimone di Cristo, Città Nuova Editrice, Roma, 1988.
Questo fa sorgere una domanda. Paolo non disse forse di essere stato ‘educato ai piedi di Gamaliele’,
cosa che lo avrebbe preparato per una professione prestigiosa negli anni avvenire? (Atti 22:3) Sì, ma gli
ebrei del I secolo consideravano onorevole insegnare un mestiere a un ragazzo anche se doveva
ricevere un’istruzione superiore. Perciò è probabile che sia Aquila che Paolo avessero imparato il
mestiere di fabbricante di tende da giovani. Quell’esperienza tornò loro molto utile in seguito. Ma,
essendo cristiani, non consideravano il lavoro secolare fine a se stesso. Paolo spiegò che il mestiere che
svolgeva a Corinto con Aquila e Priscilla era solo un mezzo per sostenere la sua principale attività:
dichiarare la buona notizia senza “imporre un costoso peso a nessuno”. — 2 Tessalonicesi 3:8; 1 Corinti
9:18; 2 Corinti 11:7.
È evidente che Aquila e Priscilla erano felici di fare tutto il possibile per agevolare l’attività missionaria di
Paolo. Chissà quante volte i tre amici avranno fatto una pausa durante il lavoro per dare testimonianza
informale ai clienti o ai passanti! E sebbene il mestiere di fabbricanti di tende fosse umile e faticoso,
erano felici di svolgerlo, lavorando anche “notte e giorno” pur di promuovere gli interessi di Dio. Oggi
avviene un po’ la stessa cosa: molti cristiani si sostengono con un lavoro part time o stagionale per
dedicare la maggior parte del tempo che resta a diffondere la buona notizia. — 1 Tessalonicesi 2:9;
Matteo 24:14; 1 Timoteo 6:6.
Esempi di ospitalità
Probabilmente Paolo, durante i 18 mesi che rimase a Corinto, usò la casa di Aquila come base per le sue
attività missionarie. (Atti 18:3, 11) È probabile, perciò, che Aquila e Priscilla abbiano avuto il piacere di
ospitare anche Sila (Silvano) e Timoteo al loro arrivo dalla Macedonia. (Atti 18:5) Può darsi che l’apostolo
Paolo abbia scritto le due lettere ai Tessalonicesi, diventate poi parte del canone biblico, mentre
alloggiava da Aquila e Priscilla.
È facile immaginare che in quel periodo la casa di Priscilla e Aquila fosse un vero centro di attività
teocratica. Probabilmente era frequentata da molti cari amici: Stefana e la sua famiglia, i primi cristiani
della provincia dell’Acaia battezzati dallo stesso Paolo; Tizio Giusto, che permise a Paolo di usare la sua
casa per pronunciarvi discorsi; e Crispo, presidente della sinagoga, che accettò la verità insieme a tutta la
sua casa. (Atti 18:7, 8; 1 Corinti 1:16) Poi c’erano Fortunato e Acaico; Gaio, presso la cui abitazione si
tenevano forse adunanze della congregazione; Erasto, economo della città; Terzo, l’amanuense a cui
Paolo dettò la lettera ai Romani; e Febe, fedele sorella della vicina congregazione di Cencrea, che
probabilmente portò la lettera da Corinto a Roma. — Romani 16:1, 22, 23; 1 Corinti 16:17.
Chi fra gli odierni servitori di Geova ha avuto la possibilità di offrire ospitalità a un ministro viaggiante sa
quanto ciò possa essere edificante e indimenticabile. Le incoraggianti esperienze raccontate in tali
occasioni possono essere una vera fonte di ristoro spirituale per tutti. (Romani 1:11, 12) E chi, come
Aquila e Priscilla, mette a disposizione la propria casa per le adunanze, forse per uno studio di libro di
congregazione, ha la gioia e la soddisfazione di contribuire in tal modo al progresso della vera
adorazione.
L’amicizia con Paolo era così stretta che quando nella primavera del 52 E.V. partì da Corinto, Aquila e
Priscilla lo accompagnarono fino a Efeso. (Atti 18:18-21) Si fermarono in questa città e prepararono il
terreno per la successiva visita dell’apostolo. Fu lì che questi esperti insegnanti della buona notizia
“presero con sé” l’eloquente Apollo ed ebbero la gioia di aiutarlo a capire “più correttamente la via di Dio”.
(Atti 18:24-26) Quando Paolo, nel suo terzo viaggio missionario, tornò a Efeso, verso l’inverno del 52/53
E.V., il campo coltivato da questa coppia energica era già maturo per la raccolta. Per circa tre anni Paolo
predicò e insegnò lì riguardo alla “Via”, mentre la congregazione di Efeso teneva le adunanze in casa di
Aquila. — Atti 19:1-20, 26; 20:31; 1 Corinti 16:8, 19.
In seguito, allorché tornarono a Roma, questi due amici di Paolo continuarono a ‘seguire il corso
dell’ospitalità’, mettendo a disposizione la loro casa per tenervi riunioni cristiane. — Romani 12:13; 16:3-
5.
‘Rischiarono il proprio collo’ per Paolo
Può darsi che pure a Efeso Paolo sia stato ospitato da Aquila e Priscilla. Alloggiava presso di loro al
momento del tumulto degli argentieri? Stando al racconto di Atti 19:23-31, quando i fabbricanti di tempietti
insorsero contro la predicazione della buona notizia, i fratelli dovettero trattenere Paolo che voleva
presentarsi davanti alla turba. Alcuni biblisti hanno ipotizzato che forse fu proprio in un pericoloso
frangente come quello che Paolo si sentì ‘incerto perfino della sua propria vita’ e che Aquila e Priscilla in
qualche modo intervennero ‘rischiando il proprio collo’ per lui. — 2 Corinti 1:8; Romani 16:3, 4.
Dopo che ‘il tumulto si fu acquietato’, Paolo saggiamente lasciò la città. (Atti 20:1) Senza dubbio anche
Aquila e Priscilla subirono opposizione e scherni. Si scoraggiarono per questo? Al contrario, continuarono
coraggiosamente a svolgere le loro attività cristiane.
Una coppia affiatata
Dopo la morte di Claudio, Aquila e Priscilla tornarono a Roma. (Romani 16:3-15) Tuttavia, l’ultima volta
che vengono menzionati nella Bibbia, li ritroviamo a Efeso. (2 Timoteo 4:19) Ancora una volta, come in
tutti gli altri passi biblici in cui vengono ricordati, questi coniugi sono menzionati insieme. Che coppia
affiatata e unita! Paolo non poteva pensare a quel caro fratello, Aquila, senza ricordare anche la sua
fedele collaboratrice, Priscilla. Che eccellente esempio per le coppie cristiane di oggi: il leale sostegno di
un coniuge devoto consente di fare molto “nell’opera del Signore”, a volte anche più di ciò che si potrebbe
fare da non sposati. — 1 Corinti 15:58.
Aquila e Priscilla servirono in diverse congregazioni. Come loro, oggi molti cristiani zelanti si sono resi
disponibili per trasferirsi dove il bisogno è più grande. Anch’essi provano la gioia e la soddisfazione di
veder crescere gli interessi del Regno e di stringere calorose e preziose amicizie cristiane.
Con il loro splendido esempio di amore cristiano, Aquila e Priscilla si conquistarono la stima di Paolo e di
altri. Quel che più conta, si fecero una buona reputazione presso Geova. Le Scritture ci assicurano: “Dio
non è ingiusto da dimenticare la vostra opera e l’amore che avete mostrato per il suo nome, in quanto
avete servito e continuate a servire i santi”. — Ebrei 6:10.
Forse non abbiamo la possibilità di prodigarci nei modi in cui si prodigarono Aquila e Priscilla, ma
possiamo imitare il loro eccellente esempio. Proveremo profonda soddisfazione spendendo le nostre
energie e la nostra vita nel sacro servizio, non dimenticando mai “di fare il bene e di condividere con altri,
poiché Dio si compiace di tali sacrifici”. — Ebrei 13:15, 16.
Il re Asa — Tema: Zelanti per la pura adorazione GIOVANNI 2:17

it-1 213-4 Asa


ASA
1. Terzo re di Giuda dopo la divisione della nazione in due regni. Asa era figlio di Abiam (Abia) e nipote di
Roboamo. Regnò per 41 anni (977-937 a.E.V.). — 1Re 15:8-10.
Zelo di Asa per la pura adorazione. Nel ventennio seguito alla scissione nazionale Giuda e Beniamino
erano sprofondati nell’apostasia. Asa manifestò zelo per la pura adorazione “come Davide suo antenato”,
e si accinse con coraggio a eliminare i prostituti dal tempio e gli idoli dal paese. Tolse a sua nonna Maaca
la posizione di ‘prima donna’ del paese, perché aveva fatto “un orribile idolo” al palo sacro, o Asheràh, e
ridusse in cenere l’idolo. — 1Re 15:11-13.
In 2 Cronache 14:2-5 si legge che Asa “eliminò dunque gli altari stranieri e gli alti luoghi e spezzò le
colonne sacre e tagliò i pali sacri”. Ma 1 Re 15:14 e 2 Cronache 15:17 dicono che “non eliminò gli alti
luoghi”. Può quindi darsi che gli alti luoghi menzionati nel precedente brano di Cronache fossero quelli
dove si praticava l’adorazione pagana che aveva contaminato Giuda, mentre il brano di Re si riferirebbe
agli alti luoghi dove la popolazione adorava Geova. Anche dopo l’erezione del tabernacolo e più tardi
dopo la costruzione del tempio, occasionali sacrifici erano offerti a Geova sugli alti luoghi e in speciali
circostanze gli furono ben accetti, come nei casi di Samuele, Davide ed Elia. (1Sa 9:11-19; 1Cr 21:26-30;
1Re 18:30-39) Comunque il luogo approvato per i normali sacrifici era quello autorizzato da Geova. (Nu
33:52; De 12:2-14; Gsè 22:29) Errate forme di adorazione sugli alti luoghi poterono continuare
nonostante l’eliminazione degli alti luoghi pagani, forse perché il re non s’impegnò ad eliminarli con lo
stesso vigore con cui eliminò quelli pagani. Oppure è possibile che Asa avesse effettuato una completa
rimozione di tutti gli alti luoghi; in tal caso, col tempo, questi sorsero di nuovo e non furono più eliminati
sino alla fine del suo regno, tanto che furono abbattuti dal suo successore, Giosafat.
Per il suo zelo per la giusta adorazione Asa ebbe la benedizione di Geova e quindi i primi dieci anni del
suo regno furono anni di pace. (2Cr 14:1, 6) In seguito Giuda fu attaccato da un esercito di un milione di
guerrieri al comando di Zera l’etiope. Nonostante la grande inferiorità numerica, Asa andò incontro
all’invasore a Maresa, circa 38 km a OSO di Gerusalemme nei bassopiani di Giuda. La sua fervente
preghiera prima della battaglia fu sia un riconoscimento che Geova Dio aveva il potere di liberarli che
un’invocazione d’aiuto rivolta a Lui: “Ci appoggiamo a te e nel tuo nome siamo venuti contro questa folla.
O Geova, tu sei il nostro Dio. Non ritenga forza l’uomo mortale contro di te”. Il risultato fu una completa
vittoria. — 2Cr 14:8-15.
Asa incontrò poi il profeta Azaria il quale gli ricordò: “Geova è con voi finché voi mostrate d’essere con
lui”, ma “se lo lasciate, egli vi lascerà”. Egli rammentò ad Asa le lotte fratricide che avevano afflitto la
nazione quando questa si era allontanata da Geova e lo esortò a continuare con coraggio la sua attività a
sostegno della pura adorazione. (2Cr 15:1-7) La pronta reazione di Asa e l’incoraggiamento che diede
alla nazione nel vero servizio di Geova indussero un gran numero di abitanti del regno settentrionale ad
abbandonare quella regione per partecipare a una grandiosa assemblea tenuta a Gerusalemme nel 15°
anno del regno di Asa (963 a.E.V.), assemblea durante la quale venne stipulato un patto che esprimeva
la determinazione del popolo di cercare Geova e che prevedeva la pena di morte per chi non l’avesse
osservato. — 2Cr 15:8-15.
Complotto e guerra contro Baasa. Baasa re d’Israele tentò di impedire il passaggio di chiunque volesse
tornare in Giuda fortificando Rama, la città di frontiera poco più a N di Gerusalemme, sulla strada
principale che portava a questa città. Asa, per qualche ragionamento umano o seguendo cattivi consigli,
smise di confidare unicamente in Geova e ricorse alla diplomazia e a trattative segrete per scongiurare
questa minaccia. Prese i tesori del tempio e quelli della casa reale e li mandò a Ben-Adad I re di Siria per
indurlo a distogliere l’attenzione di Baasa con un attacco contro la frontiera N di Israele. Ben-Adad I
accettò, e la sua incursione contro città israelite al N interruppe i lavori di costruzione di Baasa
costringendolo a ritirare le sue forze da Rama. Asa allora chiamò a raccolta tutta la manodopera
disponibile nell’intero regno di Giuda e portò via tutte le scorte di materiale edile di Baasa, servendosene
per costruire le città di Gheba e Mizpa. — 1Re 15:16-22; 2Cr 16:1-6.
Per questo Hanani il veggente andò da Asa e gli fece notare come era stato incoerente a non confidare in
Dio che lo aveva liberato dal grande esercito etiope, ricordandogli che “riguardo a Geova, i suoi occhi
scorrono tutta la terra per mostrare la sua forza a favore di quelli il cui cuore è completo verso di lui”. Per
la sua azione insensata Asa ora avrebbe dovuto affrontare una guerra continua. Irritato dal rimprovero,
Asa mise ingiustamente in prigione Hanani e cominciò a opprimere altri del popolo. — 2Cr 16:7-11.
L’affermazione di 2 Cronache 16:1 che Baasa salì contro Giuda “nel trentaseiesimo anno del regno di
Asa” ha causato qualche perplessità, dato che il regno di Baasa, iniziato nel terzo anno di Asa e durato
solo 24 anni, era terminato circa 10 anni prima del 36° anno del regno di Asa. (1Re 15:33) Alcuni
pensano a un errore di copiatura e ritengono si tratti del 16° o del 26° anno del regno di Asa, ma non è
necessario ipotizzare un errore per far tornare il conto. Commentatori ebrei citano il Seder Olam, il quale
avanza l’ipotesi che fosse il 36° anno dall’inizio del regno separato di Giuda (997 a.E.V.), corrispondente
al 16° anno di Asa (infatti Roboamo regnò 17 anni, Abia 3 anni e Asa era ora nel 16° anno). ( Soncino
Books of the Bible, Londra, 1952, nt. a 2Cr 16:1) Tale era pure l’opinione di James Ussher. Quindi anche
l’apparente contraddizione fra la dichiarazione di 2 Cronache 15:19 che ‘non ci fu guerra fino al
trentacinquesimo [in realtà il quindicesimo] anno del regno di Asa’, e quella di 1 Re 15:16 secondo cui “ci
fu la guerra stessa fra Asa e Baasa re d’Israele per tutti i loro giorni”, può essere spiegata dal fatto che,
una volta iniziate, le ostilità fra i due re continuarono come aveva predetto Hanani. — 2Cr 16:9.
Malattia e morte. Negli ultimi tre anni della sua vita Asa soffrì di una malattia ai piedi (forse gotta), e poco
saggiamente si preoccupò più della sua salute fisica che di quella spirituale. Alla sua morte ricevette
degna sepoltura nella tomba che si era preparato personalmente nella città di Davide. — 1Re 15:23, 24;
2Cr 16:12-14.
Nonostante si fosse mostrato poco saggio e a volte privo di discernimento spirituale, le sue buone qualità
e il fatto che rifuggì dall’apostasia ebbero più peso dei suoi errori, e Asa è considerato uno dei re fedeli
della casa reale di Giuda. (2Cr 15:17) Ai 41 anni del regno di Asa corrisposero, almeno in parte, i regni di
otto re d’Israele: Geroboamo, Nadab, Baasa, Ela, Zimri, Omri, Tibni (che governò su una parte di Israele
in opposizione a Omri) e Acab. (1Re 15:9, 25, 33; 16:8, 15, 16, 21, 23, 29) Alla morte di Asa salì al trono
suo figlio Giosafat. — 1Re 15:24.

w81 1/6 28-9 "Tale il padre tale il figlio"


“Tale il padre tale il figlio”
Non nel caso di Asa!
COM’ERA tuo padre? O, se sei una donna, com’era tua madre?
Un detto comune è “Tale il padre tale il figlio”. Lo stesso concetto è espresso dal detto tedesco Der Apfel
fällt nicht weit vom Stamm (la mela non cade lontano dal tronco). Questi detti derivano dalla
constatazione che spesso i figli conservano i tratti e la mentalità dei genitori.
È così nel tuo caso? Forse qualcuno dice di te: ‘È tutto suo padre!’ Ne sei contento? Vuoi essere come
tuo padre o tua madre?
Probabilmente il tuo genitore aveva o ha molte ammirevoli qualità che saresti lieto di avere anche tu. Ma
che dire se uno si accorge, in tutta onestà, che il modo di vivere del genitore è proprio l’opposto di ciò che
insegnano certi princìpi biblici? Naturalmente non vorrà ribellarsi apertamente al genitore. Ma sapendo
quanto può esser forte l’influenza dei genitori, il figlio o la figlia che si trovasse in tale situazione avrebbe
bisogno di fare sinceri e persistenti sforzi per sviluppare un modo di pensare o d’agire diverso dal loro.
Tuttavia ne varrebbe la pena, specialmente se ciò servisse ad avvicinare maggiormente il figlio a Dio, il
nostro Padre celeste. Nella Bibbia è menzionato un interessante esempio, quello di Asa.
LA SCELTA FATTA DA ASA
Nel X secolo a.E.V. Asa divenne re di Giuda. Suo padre Abiam (Abia) gli aveva dato un cattivo esempio;
invece di confidare zelantemente in Geova Dio, aveva tollerato pratiche idolatriche sugli “alti luoghi” della
falsa adorazione. Sotto questo aspetto Abiam ‘aveva camminato in tutti i peccati di suo padre’, Roboamo.
(I Re 14:22-24; 15:3) Pensi che Asa, figlio di Abiam, potesse dipartirsi da quel modello d’infedeltà?
Oppure anche nel suo caso si sarebbe mostrato vero il detto “Tale il padre tale il figlio”?
L’interessante racconto scritturale mostra che Asa non seguì le orme né del padre né del nonno. “Asa
faceva ciò che era retto agli occhi di Geova, come Davide suo antenato”. Sì, scelse di non seguire
l’esempio del padre e del nonno. Seguì quello del suo trisnonno Davide, un esempio di zelo per la pura
adorazione. La Bibbia aggiunge riguardo ad Asa: “Fece passare dal paese i prostituti del tempio e
rimosse tutti gli idoli di letame che i suoi antenati avevano fatti”. (I Re 15:11, 12; II Cron. 14:2-5) Lanciò
un’energica campagna contro l’idolatria.
RICOMPENSATO DA GEOVA
La fede di Asa in Geova fu grandemente ricompensata. Come? Ebbene, in seguito un esercito di un
milione di uomini al comando di Zera l’Etiope marciò contro il regno di Giuda. Il re si rivolse all’Altissimo
con queste parole: “O Geova, in quanto ad aiutare, a te non importa se ci sono molti o gente senza
nessuna potenza. Aiutaci, o Geova nostro Dio, poiché ci appoggiamo in effetti su di te e nel tuo nome
siamo venuti contro questa folla. O Geova, tu sei il nostro Dio”. — II Cron. 14:9-11.
Dio ascoltò questo re così diverso dal padre. Con l’aiuto di Dio i sudditi di Asa riuscirono a infliggere
un’umiliante sconfitta ai nemici etiopi. — II Cron. 14:12, 13.
Dopo ciò il profeta Azaria incontrò Asa e incoraggiò lui e i suoi sudditi a rimanere fedeli a Geova, dicendo:
“Geova è con voi finché voi mostrate d’essere con lui; e se lo ricercate, si lascerà trovare da voi, ma se lo
lasciate egli vi lascerà”. Riferendosi forse al turbolento periodo d’infedeltà da parte d’Israele prima
dell’inizio della monarchia, Azaria continuò: “Molti furono i giorni nei quali Israele era stato senza un vero
Dio. . . . C’erano molti disordini fra tutti gli abitanti dei paesi. Ed eran frantumati, nazione contro nazione e
città contro città, perché Dio stesso li tenne nel disordine con ogni sorta di angustia”. Ma non era detto
che le cose dovessero necessariamente andare in quel modo. Se il popolo e il re si fossero mostrati
diversi dai loro antenati infedeli, disse il profeta, ‘ci sarebbe stata una ricompensa per la loro attività’. — II
Cron. 15:1-7.
Asa e i suoi sudditi reagirono positivamente alle parole di Azaria. Continuarono l’opera intrapresa per
purificare la nazione dall’idolatria. Nel tempio di Geova rimisero in opera l’altare, che evidentemente era
stato profanato. In un’assemblea tenuta nel quindicesimo anno del regno di Asa il popolo stipulò un patto
per servire Geova e stabilì che chiunque si fosse deliberatamente rifiutato di farlo sarebbe stato messo a
morte. Fra i convenuti c’erano molti sudditi del regno settentrionale delle dieci tribù, i quali avevano
disertato, passando dalla parte di Asa, “quando avevano visto che Geova suo Dio era con lui”. — II Cron.
15:8-15.
In quanto ad Asa, non si trattenne dall’agire nemmeno contro l’idolatra nonna Maaca, che godeva di una
grande influenza nel regno. Asa non le permise di conservare la sua posizione “perché ella aveva fatto un
orribile idolo per il palo sacro”, per la dea Asherah. — I Re 15:13; II Cron. 15:16.
TENDENZA A TORNARE INDIETRO
Chiunque abbia deciso di essere sotto certi aspetti diverso da un genitore incredulo riscontrerà che è
necessario continuare a sforzarsi per coltivare una personalità cristiana. Può sembrare che per qualche
tempo la persona riesca ad essere diversa, dopo di che, crescendo o essendo sottoposta a particolari
pressioni, può capitare che torni indietro e cominci a imitare il genitore incredulo. Notiamo questo pericolo
esaminando la vita di Asa.
“Nel trentaseiesimo anno del regno di Asa” il re israelita Baasa mosse contro il regno meridionale di
Giuda. Per impedire che i suoi sudditi passassero dalla parte di Asa, Baasa cominciò a fortificare Rama,
una città di confine. Anziché continuare a confidare nella protezione di Geova, Asa ricorse all’intrigo.
Pagò il re siro Ben-Adad perché infrangesse il suo patto col regno israelita delle dieci tribù. I siri
attaccarono dal nord alcune città israelite, costringendo Baasa a sospendere i lavori di fortificazione e a
ritirare le truppe da Rama. Asa radunò i suoi sudditi e invase il territorio delle dieci tribù. Si impadronì dei
materiali da costruzione che si trovavano a Rama e li usò per edificare Gheba e Mizpa. — II Cron. 16:1-6.
Ma la mancanza di fede mostrata da Asa in questa circostanza non sfuggì a Geova. Tramite il suo
profeta Hanani, Dio disse ad Asa: “Ti sei appoggiato al re di Siria e non ti sei appoggiato a Geova tuo
Dio. . . . Non erano gli Etiopi e i Libi stessi forze militari assai grandi in moltitudine, in carri e in cavalieri; e
perché ti appoggiasti a Geova non li diede egli nella tua mano? Poiché, riguardo a Geova, i suoi occhi
scorrono tutta la terra per mostrare la sua forza a favore di quelli il cui cuore è completo verso di lui. Tu
hai agito stoltamente rispetto a ciò, poiché da ora in poi ci saranno guerre contro di te”. — II Cron. 16:7-9.
Si umiliò Asa sentendo queste parole? No. Si offese e fece imprigionare Hanani. Asa cominciò anche ad
opprimere altri sudditi. Gli ultimi tre anni di vita di Asa non furono anni felici. Si ammalò di una malattia ai
piedi, forse la gotta. Ma anche in questo caso non chiese aiuto a Geova Dio, ma a guaritori, che forse per
guarirlo fecero ricorso a mezzi occulti. Dopo aver regnato per circa 41 anni, Asa morì. — I Re 15:23, 24;
II Cron. 16:10, 12-14.
La vita di Asa dimostra chiaramente che non possiamo sottovalutare l’influenza dei nostri genitori, nel
bene o nel male. Ma mostrò anche che il detto “Tale il padre tale il figlio” non è necessariamente una
regola.
[Note in calce]
II Cronache 15:17 e I Re 15:14 indicano che “Asa non rimosse gli alti luoghi”. Questo potrebbe significare
che gli alti luoghi, pur essendo stati distrutti prima, furono ricostruiti durante il regno di Asa. Oppure
potrebbe darsi che gli alti luoghi come centri idolatrici fossero stati rimossi, ma continuasse ad esservi
praticata un’impropria adorazione di Geova.
Contando evidentemente non dal tempo del suo regno effettivo ma dal tempo in cui le dieci tribù si erano
separate dalla casa reale di Davide.

w91 1/4 12-13 Questo è il tempo di cercare Geova


Geova merita di essere cercato
18 Grazie al sacrificio di riscatto di Cristo Gesù, Geova non ci incolpa dei peccati e delle mancanze che
abbiamo commesso in passato se ci pentiamo ed esercitiamo fede. Notate le parole di Davide: “Non ci ha
fatto nemmeno secondo i nostri peccati; né secondo i nostri errori ha recato su di noi ciò che meritiamo.
Poiché, come i cieli sono più alti della terra, la sua amorevole benignità è superiore verso quelli che lo
temono. Quanto il levante è lontano dal ponente, tanto lontano da noi egli ha posto le nostre
trasgressioni. Come un padre mostra misericordia ai suoi figli, Geova ha mostrato misericordia a quelli
che lo temono. Poiché egli stesso conosce bene come siamo formati, ricordando che siamo polvere”. —
Salmo 103:10-14; Ebrei 10:10, 12-14.
19 Geova è un Dio davvero benigno e misericordioso. Se ci rivolgiamo a lui con umiltà e pentimento, egli
ci perdona completamente. Non serba rancore in eterno condannandoci a soffrire per sempre in un
inferno di fuoco. No, infatti egli stesso dichiarò: “Io, io sono Colui che cancello le tue trasgressioni per
amore di me stesso, e non ricorderò i tuoi peccati”. Che incoraggiamento dovrebbe essere questo per
coloro che si fossero allontanati dalla verità e avessero trascurato la propria relazione con Geova! Essi
pure sono incoraggiati a ricercare ora Geova e a tornare ad associarsi attivamente con il popolo che
porta il suo nome. — Isaia 43:25.
20 A questo riguardo il re Asa dell’antico Giuda è per noi un esempio incoraggiante. Egli aveva sradicato
la falsa adorazione dal suo regno, ma rimanevano ancora tracce di culto pagano. Il racconto di 2
Cronache 15, versetti da 2 ⇒fino ⇐a 4, narra ciò che il profeta Azaria ricordò ad Asa: “Geova è con voi
finché voi mostrate d’essere con lui; e se lo ricercate, si lascerà trovare da voi, ma se lo lasciate, egli vi
lascerà. E molti furono i giorni nei quali Israele era stato senza un vero Dio . . . Ma quando nella loro
angustia tornarono a Geova l’Iddio d’Israele e lo cercarono, egli si lasciò trovare da loro”.
21 Geova non giocò a nascondino con il re Asa, ma “si lasciò trovare”. Come reagì il re a questo
messaggio? I versetti 8 e 12 ⇒di 2 Cronache 15 ⇐dello stesso capitolo rispondono: “Appena Asa ebbe
udito queste parole . . . , si fece coraggio e faceva scomparire le cose disgustanti da tutto il paese . . . e
rinnovava l’altare di Geova che era davanti al portico di Geova. Per giunta, [gli abitanti di Giuda]
entrarono in un patto per ricercare Geova l’Iddio dei loro antenati con tutto il loro cuore e con tutta la loro
anima”. Sì, ricercarono premurosamente Geova “con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima”. Quale fu
il risultato per la nazione? Il versetto 15 ⇒di 2 Cronache 15 ⇐ci narra: “E tutto Giuda si diede
all’allegrezza per la cosa giurata; poiché avevano giurato con tutto il loro cuore e l’avevano cercato con
pieno piacere da parte loro, così che egli si fece trovare da loro; e Geova continuò a dar loro riposo
tutt’intorno”.
22 Ebbene, non è questo un incoraggiamento per tutti noi ad agire in maniera positiva riguardo alla pura
adorazione di Geova? Sappiamo che vi sono altri milioni di persone che possono divenire lodatori di
Geova. Senza dubbio molti di loro stanno facendo cambiamenti nella propria vita al fine di soddisfare le
esigenze scritturali per servire Geova. Altri stanno crescendo in perspicacia e fede, stanno cercando
Geova, così che presto saranno spinti a parlare ad altri nella lingua pura, trasmettendo loro un profondo
intendimento della verità intorno a Geova e al suo Regno. E perché è così importante che tutti noi
cerchiamo Geova ora che lo si può trovare? Perché il nuovo mondo che ha promesso è vicino! — Isaia
65:17-25; Luca 21:29-33; Romani 10:13-15.
[Foto]
Molti amici dei testimoni di Geova che sono presenti alla Commemorazione sono potenziali servitori di
Dio
[Figura a pagina 12]
Al tempo del re Asa, la nazione si volse a Geova

w93 15/11 16-17 Camminate con coraggio nelle vie di Geova


19 Quando Salomone, figlio di Davide, si accingeva a edificare il tempio di Dio, l’anziano genitore gli diede
questa esortazione: “Sii coraggioso e forte e agisci. Non aver timore e non ti atterrire, poiché Geova Dio,
il mio Dio, è con te. Non ti abbandonerà né ti lascerà finché tutta l’opera del servizio della casa di Geova
sia finita”. (1 Cronache 28:20) Agendo con coraggio, Salomone riuscì a completare il tempio. Oggi,
quando un programma di edilizia teocratica si presenta difficile, ricordiamo le parole di Davide: “Sii
coraggioso e forte e agisci”. Che modo eccellente di onorare Geova e di promuovere la pura adorazione!
20 Spinto dal desiderio di onorare Dio e promuovere la pura adorazione, il re Asa eliminò da Giuda gli idoli
e i prostituti del tempio. Destituì inoltre la nonna apostata dall’alta carica che ricopriva e ne bruciò
l’“orribile idolo”. (1 Re 15:11-13) Sì, Asa “si fece coraggio e faceva scomparire le cose disgustanti da tutto
il paese di Giuda e di Beniamino e dalle città che aveva catturato dalla regione montagnosa di Efraim, e
rinnovava l’altare di Geova che era davanti al portico di Geova”. (2 Cronache 15:8) Siete anche voi
coraggiosi nel rigettare l’apostasia e nel promuovere la pura adorazione? State impiegando le vostre
risorse materiali per il progresso degli interessi del Regno? E state cercando di onorare Geova
partecipando con regolarità all’opera di dichiarare la buona notizia come suoi Testimoni?
21 Come siamo grati che Dio abbia fatto mettere per iscritto nella Bibbia questi racconti di persone
coraggiose di epoca precristiana che mantennero l’integrità! Di sicuro il loro eccellente esempio può
aiutarci a rendere sacro servizio a Geova con coraggio, santo timore e riverenza. (Ebrei 12:28) Ma anche
le Scritture Greche Cristiane contengono esempi di santo coraggio all’opera. Come possono alcuni di
questi racconti aiutarci a camminare con coraggio nelle vie di Geova?
[Figura a pagina 15]
Gedeone e il suo manipolo di prodi confidarono coraggiosamente in Geova
La regina Atalia — Tema: L’influenza di Izebel, un pericolo da cui guardarsi ROMANI 1:28-30 ;
1°GIOVANNI 5:21

it-1 239 Atalia


ATALIA
(Atalìa).
1. Regina di Giuda, figlia di Acab re d’Israele e di sua moglie Izebel, e nipote di Omri. (2Re 8:18, 26) Era
sorella di Ieoram re d’Israele, e sorella o sorellastra degli altri 70 figli di Acab, che Ieu ordinò fossero tutti
uccisi. (2Re 3:1, 2; 10:1-9) Per calcolo politico Atalia fu data in matrimonio a Ieoram, figlio maggiore di
Giosafat re di Giuda. (2Re 8:25-27; 2Cr 18:1) Era inoltre madre di Acazia, che a suo tempo divenne re di
Giuda.
Come sua madre Izebel, Atalia incitò il marito Ieoram a fare ciò che era male agli occhi di Geova durante
gli otto anni del suo regno. (1Re 21:25; 2Cr 21:4-6) E come la madre, Atalia sparse molto sangue
innocente. Quando il malvagio figlio Acazia morì dopo un anno di regno, essa fece uccidere tutti gli altri
eredi al trono, ad eccezione del piccolo Ioas, che era stato nascosto dal sommo sacerdote e da sua
moglie, zia di Ioas. Dopo di che Atalia si autoproclamò regina e regnò per sei anni, all’incirca dal 905
all’899 a.E.V. (2Cr 22:11, 12) I suoi figli saccheggiarono il tempio di Geova e offrirono a Baal le cose
sacre. — 2Cr 24:7.
Quando Ioas compì sette anni, il sommo sacerdote Ieoiada timorato di Dio fece uscire il ragazzino dal
suo nascondiglio e lo incoronò legittimo erede al trono. Udendo il tumulto, Atalia si precipitò nel tempio e,
vedendo cosa accadeva, gridò: “Cospirazione! Cospirazione!” Il sommo sacerdote Ieoiada ordinò che
fosse portata fuori dell’area del tempio per essere giustiziata alla porta dei cavalli del palazzo reale; con
lei forse si estinse l’abominevole casa di Acab. (2Re 11:1-20; 2Cr 22:1–23:21) Così si avverò quanto era
stato predetto: “Nulla della parola di Geova, che Geova ha pronunciato contro la casa di Acab, cadrà a
terra inadempiuto”! — 2Re 10:10, 11; 1Re 21:20-24.

w80 15/6 29-30 Atalia, un'idolatra assetata di potere


Atalia, un’idolatra assetata di potere
IL DETTO ‘tale madre tale figlia’ può senz’altro applicarsi ad Atalia, figlia di Izebel e del re israelita Acab.
Izebel non si trattenne dallo spargere sangue innocente per raggiungere i propri fini, e lo stesso può dirsi
di Atalia. Entrambe erano radicate nell’idolatria.
Il fedele re Giosafat fece davvero un tragico errore quando stipulò un’alleanza matrimoniale col re Acab,
prendendo Atalia come moglie per suo figlio Ieoram. Quell’alleanza costò quasi la vita a Giosafat, quando
si unì al re Acab in un’impresa militare contro i siri. Sebbene Geova Dio intervenisse in suo aiuto,
Giosafat fu ripreso con queste parole: “Si deve dare aiuto al malvagio, e dovresti provare amore per quelli
che odiano Geova?” — II Cron. 18:1-3, 30, 31; 19:1, 2.
Dopo la morte di Giosafat, la discendenza reale di Giuda rischiò lo sterminio come conseguenza di quel
matrimonio. La perniciosa influenza di Atalia portò Ieoram a seguire la pessima condotta della casa reale
di Acab. Per rafforzare la propria posizione, egli uccise i suoi fratelli e alcuni principi. Abbandonato da
Geova per la sua infedeltà, Ieoram dovette affrontare problemi interni ed esterni. Gli arabi e i filistei
invasero il regno di Giuda e, ad eccezione del figlio più giovane, Acazia (Ioacaz), fecero prigionieri tutti i
figli di Ieoram. Poi la banda di predoni venuta con gli arabi uccise tutti i figli maggiori. Infine Ieoram morì
di una malattia ripugnante, nel corso della quale “gli vennero fuori gli intestini”. — II Re 8:16-19; II Cron.
21:4, 16-19; 22:1.
Quando Acazia successe al padre sul trono, la madre ne divenne la consigliera. Siccome era lei a
esercitare il vero potere, il breve anno di regno di Acazia fu contrassegnato da una grande malvagità.
Quando Acazia fu colpito a morte per ordine del re Ieu d’Israele, Atalia ne approfittò per impadronirsi del
trono del regno di Giuda. — II Cron. 22:2-9.
Atalia era così assetata di potere che uccise i propri nipoti. Se non che il bimbo Ioas sfuggì alla morte
grazie all’intervento della zia, Ieosabeat. Circa sei anni dopo, il marito di Ieosabeat, il sommo sacerdote
Ieoiada, fece proclamare re Ioas. Vedendo questo, “Atalia si strappò le vesti e gridò: ‘Cospirazione!
Cospirazione!’” Ma non poté fare altro. Ieoiada ordinò che fosse messa a morte. Così l’ultimo
componente sopravvissuto della casa di Acab finì ingloriosamente. — II Cron. 22:10-12; 23:11-15.
Come si può spiegare il comportamento sanguinario di Atalia? Era completamente dedita al culto degli
idoli. A causa della sua influenza, i suoi figli irruppero nel tempio di Geova, evidentemente per
saccheggiarlo. Oggetti asportati dal santuario di Geova furono dedicati a Baal, dio della fertilità. (II Cron.
24:7) Come spiega la Bibbia, l’idolatria porta a ogni specie di altri gravi peccati. Leggiamo:
“Siccome non hanno approvato di ritenere Dio nell’accurata conoscenza, Dio li ha abbandonati a un
disapprovato stato mentale, perché facciano le cose sconvenienti, essendo essi pieni d’ogni ingiustizia,
malvagità, concupiscenza, malizia, essendo pieni d’invidia, assassinio, contesa, inganno, malignità,
essendo sussurratori, maldicenti, odiatori di Dio, insolenti, superbi, millantatori, inventori di cose
dannose”. (Rom. 1:28-30)
Il fatto che Atalia assassinò i nipoti per assicurarsi il potere mostra fino a che punto di aberrazione
mentale l’idolatria può portare una persona.
Il caso di Atalia dà risalto al pericolo di contaminarsi con l’idolatria. La falsa adorazione può aprire la porta
a ogni specie di mali. Saggiamente, quindi, facciamo bene a continuare a prestare ascolto alle ispirate
parole: “Figliuoletti, guardatevi dagli idoli”. — I Giov. 5:21.
Azael — Tema: Uno spietato oppressore adempie una profezia biblica ECCLESIASTE 5:8

it-1 257-8 Azael


AZAEL
(Azaèl) [Dio ha guardato].
Noto re di Siria che a quanto pare cominciò a regnare all’epoca di Ieoram re d’Israele (ca. 917-905
a.E.V.). (2Re 8:7-16) Morì durante il regno di Ioas re d’Israele (ca. 859-845 a.E.V.). (2Re 13:24, 25) Azael
non era di stirpe reale, ma era stato semplicemente un alto funzionario al servizio del suo predecessore,
il re di Siria Ben-Adad II. — 2Re 8:7-9.
Anni prima che Azael salisse al trono, Geova aveva ordinato a Elia di “ungere Azael come re sulla Siria”.
La ragione di ciò era che Israele aveva peccato contro Dio e Azael doveva punire la nazione. — 1Re
19:15-18.
Azael non fu mai unto letteralmente con olio, ma l’incarico dato a Elia fu tuttavia adempiuto dal suo
successore, il profeta Eliseo. Questo avvenne quando il re di Siria Ben-Adad II si ammalò e mandò Azael
a Damasco, principale città della Siria. Azael doveva portare un dono a Eliseo e chiedergli se Ben-Adad
sarebbe sopravvissuto alla sua malattia o no. Eliseo disse ad Azael: “Va [da Ben-Adad], digli:
‘Positivamente ti rimetterai’”. Ma poi proseguì: “E Geova mi ha mostrato che positivamente morirà”.
Quindi disse ad Azael: “Geova mi ha mostrato che tu sarai re sulla Siria”. Al suo ritorno, riferendo la
risposta di Eliseo alla domanda del re, Azael disse: “Mi ha detto: ‘Positivamente ti rimetterai’”. Ma
l’indomani Azael soffocò il re con un copriletto bagnato e cominciò a regnare al suo posto. — 2Re 8:7-15.
Le parole di Eliseo ad Azael sono state oggetto di molte congetture. Secondo le annotazioni a margine
del testo masoretico, come pure secondo la Settanta greca, la Vulgata latina, la Pescitta siriaca e 18
manoscritti ebraici, sarebbero: “Digli: ‘. . . ti rimetterai’”. Mentre la lezione principale del testo masoretico
dice: “Digli: ‘. . . non ti rimetterai’”.
Ammesso che Azael dovesse dire a Ben-Adad “Positivamente ti rimetterai”, può darsi che alla domanda
di Ben-Adad Eliseo abbia risposto con un enigma, intendendo che la malattia di Ben-Adad in se stessa
non sarebbe stata mortale, ma che ciò nonostante egli sarebbe morto (come infatti avvenne, per mano di
Azael). Ad ogni modo, Azael riferì al re la prima parte della risposta di Eliseo: “Positivamente ti rimetterai”,
dando il resto della risposta con la sua azione violenta. — 2Re 8:10.
Azael opprime Israele. Poco dopo essere salito al trono, Azael mosse guerra al re d’Israele e al re di
Giuda a Ramot-Galaad. In quell’occasione Ieoram re d’Israele venne ferito a Rama, ma la narrazione non
dice quale fu l’esito della battaglia. (2Re 8:25-29; 2Cr 22:1-6) All’epoca di Ieu re d’Israele, successore di
Ieoram, Azael cominciò a impadronirsi un po’ alla volta del paese d’Israele, conquistando Galaad e
Basan a E del Giordano. (2Re 10:32, 33) Ciò a quanto pare aprì la strada alla successiva invasione del
regno di Giuda. Azael prese la città di Gat in Filistea, e si accinse a salire contro Gerusalemme. Ma Ioas
re di Giuda lo fece desistere dal suo intento offrendogli i tesori del tempio e del palazzo reale, al che
Azael si ritirò, risparmiando Gerusalemme. — 2Re 12:17, 18.
Specie durante il regno di Ioacaz d’Israele, figlio di Ieu, Azael cominciò a opprimere sempre più Israele,
adempiendo quanto era stato previsto dal profeta Eliseo: Azael avrebbe dato fuoco ai luoghi fortificati
d’Israele, passato a fil di spada gli uomini scelti, sfracellato i bambini e sventrato le donne incinte. (2Re
13:3, 22; 8:12) Ma Dio non permise alla Siria di abbattere completamente Israele. (2Re 13:4, 5) Dopo la
morte di Azael, Ioas re d’Israele riportò tre vittorie su Ben-Adad III figlio di Azael e riconquistò le città che
questi aveva sottratto a suo padre, il re Ioacaz. (2Re 13:23-25) In seguito Geroboamo II re d’Israele
“restituì Damasco e Amat a Giuda in Israele”. — 2Re 14:28.
In antiche iscrizioni. Azael è menzionato in un’iscrizione scoperta in una località chiamata attualmente
Afis, circa 40 km a SO di Aleppo. L’iscrizione definisce Azael “re di Aram”, e concorda con la Bibbia nel
dire che il figlio Ben-Adad III, qui chiamato “Barhadad”, gli succedette sul trono di Siria.
Le campagne di Salmaneser III contro la Siria sono ricordate nei suoi annali, in cui descrive le vittorie
riportate su Azael. In questi annali Azael viene definito un uomo qualunque (lett., un figlio di nessuno),
senza dubbio perché non era di discendenza reale, ma aveva usurpato il trono di Damasco assassinando
il re Ben-Adad II. Una di queste iscrizioni dice: “Nel diciottesimo anno del mio regno attraversai l’Eufrate
per la sedicesima volta. Azael di Damasco (Imerisu) confidò nel suo numeroso esercito e chiamò alle
armi truppe in gran numero, facendo del monte Senir (Sa-ni-ru), un monte, di fronte al Libano, la sua
fortezza. Combattei contro di lui e gli inflissi una sconfitta, passando a fil di spada 16.000 suoi soldati
scelti. Gli presi 1.121 carri da guerra, 470 cavalli da sella e anche il suo accampamento. Egli scomparve
per salvarsi la vita (ma) lo inseguii e lo assediai a Damasco (Di-mas-qi), sua residenza reale. (Là)
abbattei i suoi giardini (fuori della città, e me ne andai). Marciai fino ai monti di Hauran (sadee matHa-u-ra-
ni), distruggendo, demolendo e incendiando innumerevoli città, portando via da esse spoglie che non si
possono contare”. — Ancient Near Eastern Texts, a cura di J. B. Pritchard, 1974, p. 280.
Ma Salmaneser III evidentemente non riuscì a conquistare Damasco. La conquistò Tiglat-Pileser III, ai
giorni di Rezin re di Siria. Questo adempì la profezia pronunciata da Geova per mezzo di Amos:
“Certamente manderò un fuoco sulla casa di Azael, e deve divorare le torri di dimora di Ben-Adad. E
certamente romperò la sbarra di Damasco”. — Am 1:4, 5; 2Re 16:9.
Balaam — Tema: L’avidità acceca 1°CORINTI 6:10; PROVERBI 20:21

it-1 280-1 Balaam


BALAAM
(Bàlaam) [forse, uno che ingoia].
Figlio di Beor, vissuto nel XV secolo a.E.V. Era del villaggio arameo di Petor, nell’alta valle dell’Eufrate,
vicino al fiume Sajur. Pur non essendo israelita, Balaam aveva una certa conoscenza di Geova e lo
riconosceva come il vero Dio, tanto che in un’occasione lo chiamò “Geova mio Dio”. (Nu 22:5, 18) Questo
forse era dovuto al fatto che devoti adoratori di Geova (Abraamo, Lot e Giacobbe) erano vissuti nelle
vicinanze di Haran, non lontano da Petor. — Ge 12:4, 5; 24:10; 28:5; 31:18, 38.
Balaam rifiutò l’offerta della prima delegazione inviata da Balac re di Moab, che gli portava “compensi per
la divinazione”, dicendo: “Geova ha rifiutato di lasciarmi andare con voi”. (Nu 22:5-14) Quando vennero
“altri principi in maggior numero e più onorevoli” (Nu 22:15), e Balaam chiese di nuovo a Dio il permesso
di andare, Geova disse: “Levati, va con loro. Ma potrai pronunciare solo la parola che io ti avrò
pronunciato”. — Nu 22:16-21; Mic 6:5.
Durante il viaggio l’angelo di Geova bloccò tre volte la strada, inducendo l’asina di Balaam prima a
deviare in un campo, poi a premere il piede di Balaam contro un muro e infine a sdraiarsi per terra. Tre
volte Balaam batté l’animale che miracolosamente espresse a parole la sua protesta. (Nu 22:22-30)
Finalmente Balaam stesso vide l’angelo di Geova, che annunciò: “Io sono uscito a fare resistenza, perché
la tua via è stata precipitosa contro la mia volontà”. Ma ancora una volta Geova permise a Balaam di
continuare per la sua strada. — Nu 22:31-35.
In ogni caso Dio disapprovò qualsiasi tentativo di Balaam di maledire Israele, ribadendo che, se fosse
andato, avrebbe dovuto benedire, non maledire (Gsè 24:9, 10); tuttavia gli permise di andare. Come nel
caso di Caino, Geova espresse la sua disapprovazione ma gli consentì di fare la sua scelta: abbandonare
la via errata o buttarsi a capofitto in una condotta malvagia. (Ge 4:6-8) Balaam quindi, come Caino, si
ostinò a non tener conto della volontà di Geova al riguardo, deciso a raggiungere il suo obiettivo
egoistico. Nel caso di Balaam, l’avidità della ricompensa lo accecò facendogli seguire la via sbagliata,
come scrive Giuda: ‘Balaam si precipitò per un compenso nell’errore’. L’apostolo Pietro osserva:
“Balaam, figlio di Beor, . . . amò il compenso dell’ingiustizia, ma ricevette una riprensione per la propria
violazione di ciò che era giusto. Un bestia da soma senza voce, esprimendosi con voce umana, impedì la
folle condotta del profeta”. — Gda 11; 2Pt 2:15, 16.
Giunto in territorio moabita e incontrato il re Balac sulla riva dell’Arnon, Balaam non perse tempo e il
giorno successivo si mise all’opera al servizio di quegli oppositori del popolo di Geova. Balaam insieme a
Balac offrì sacrifici, poi si ritirò sperando di ricevere qualche “sinistro presagio” (Nu 23:3; 24:1), ma l’unico
messaggio che ricevette da Geova fu una benedizione per Israele. La stessa procedura propiziatoria fu
seguita di nuovo in cima al Pisga, e ancora una volta non ci fu “nessun sinistro incantesimo contro
Giacobbe”, ma solo benedizioni. Infine la cerimonia fu ripetuta in cima al Peor, e per la terza volta “Dio
cambiò la maledizione in benedizione”. — Nu 22:41–24:9; Ne 13:2.
A questo punto “l’ira di Balac divampò contro Balaam”, e battendo le mani con rabbia esclamò: “Ti ho
chiamato per esecrare i miei nemici, ed ecco, tu li hai benedetti fino al limite queste tre volte. Ed ora
vattene al tuo luogo. Mi ero detto che immancabilmente ti avrei onorato, ma, ecco, Geova ti ha trattenuto
dall’onore”. (Nu 24:10, 11) Balaam cercò di scusarsi, dando a Geova la colpa di non aver potuto maledire
Israele, e dicendo che ‘non avrebbe potuto trasgredire l’ordine di Geova’, e che avrebbe detto ‘qualunque
cosa Geova avesse proferito’. Quindi dopo aver pronunciato qualche altra espressione proverbiale contro
i nemici d’Israele, “Balaam si levò e se ne andò e tornò al suo luogo”. — Nu 24:12-25.
L’affermazione che Balaam “tornò al suo luogo” non significa necessariamente che egli ritornasse proprio
a casa sua a Petor. In se stessa questa espressione non indica che Balaam si fosse allontanato dalle
immediate vicinanze del monte Peor. Il Commentary di F. C. Cook osserva in merito a Numeri 24:25:
“Tornò al suo proprio luogo . . . Non al suo paese, infatti rimase fra i madianiti per complottare in altri
modi contro il popolo di Dio, e per perire nel suo peccato. . . . La frase, che ricorre spesso (cfr. e.g. Gen.
xviii. 33,⇒;⇐ xxxi. 55; I S⇒am⇐. xxvi. 25; 2 S⇒am⇐. xix. 39), è idiomatica, e significa semplicemente
che Balaam se ne andò dove voleva”.
Balaam sperava ancora di ricevere la ricca ricompensa per cui aveva fatto tanta strada e si era dato tanto
da fare. Se lui non poteva maledire Israele, ragionò, forse Dio stesso avrebbe maledetto il suo popolo, se
solo si fosse potuto indurlo ad abbandonarsi all’adorazione immorale del Baal di Peor. Quindi “Balaam . .
. insegnava a Balac a porre una pietra d’inciampo davanti ai figli d’Israele, a mangiare cose sacrificate
agli idoli e a commettere fornicazione”. (Ri 2:14) “Per la parola di Balaam”, le figlie di Moab e di Madian
“servirono a indurre i figli d’Israele a commettere infedeltà verso Geova nel fatto di Peor, così che il
flagello venne sull’assemblea di Geova”. (Nu 31:16) Il risultato: 24.000 uomini d’Israele morirono per il
loro peccato. (Nu 25:1-9) Né Madian né Balaam stesso sfuggirono alla punizione divina. Geova ordinò
che gli uomini, le donne e i ragazzi di Madian fossero giustiziati; solo le vergini furono risparmiate. “E
uccisero Balaam figlio di Beor con la spada”. (Nu 25:16-18; 31:1-18) In quanto ai moabiti, essi furono
esclusi dalla congregazione di Geova “fino alla decima generazione”. — De 23:3-6.
W69 P.457-458
w74 15/3 168-74 Geova benedice i leali
Geova benedice i leali
“O voi che amate Geova, odiate ciò che è male. Egli guarda le anime dei suoi leali”. — Sal. 97:10.
ESSENDO il Creatore di tutti i viventi del cielo e della terra, Geova è il supremo Re e il solo vero Dio. La
Bibbia ne parla come del “Re a tempo indefinito”. (Ger. 10:10) Non ha dunque il diritto di esigere lealtà
dai suoi sudditi che ha creati? (Efes. 4:24) Non è soltanto ragionevole che egli esegua sanzioni sugli
sleali ma che benedica quelli che sono leali? I governanti umani non fanno forse la stessa cosa?
2 Dei più di tre miliardi (tremila milioni) di persone che oggi sono sulla terra, comparativamente pochi
prestano alcuna attenzione al loro obbligo d’esser leali al grande Sovrano, Geova Dio. Essendo di vista
corta, scorgono solo l’umano governo nazionalistico che è immediatamente su di loro. Pensano che la
lealtà verso tale governo debba venire prima di tutto il resto. Alla sua richiesta, son disposti a violare le
leggi di Dio facendo ciò che è male ai suoi occhi. Ma non è questa una prospettiva deturpata dei
superiori? È come se i dipendenti di una ditta considerassero i dirigenti come autorità superiori al
proprietario. L’autorità dei governanti umani non è più grande di quella di Colui che è Re al di sopra di
tutti.
3 Nel lontano primo secolo della nostra Èra Volgare un gruppo di uomini mostrò la corretta prospettiva
quando un gruppo di governanti umani fece loro richieste che implicavano la disubbidienza al Sovrano
Supremo. Mostrarono la propria lealtà verso di lui con la loro risposta, dicendo: “Dobbiamo ubbidire a Dio
quale governante anziché agli uomini”. (Atti 5:29) In una grande contesa come questa può non esser
difficile essere leali a Dio, ma che dire delle cose apparentemente piccole? Che dire delle cose che
possono apparire innocenti ma che possono condurre ad atti di slealtà anche più gravi?
4 La parola “lealtà” rende l’idea della fedele osservanza e della devozione al governante o capo. Dà
anche l’idea della devozione a qualche cosa o a qualcuno oltre che della fedeltà a qualsiasi persona o
persone a cui la fedeltà è dovuta. Nella parte ebraica della Bibbia la parola per “lealtà” si riferisce alla
benignità. Tuttavia contiene più del pensiero del tenero riguardo o benignità che sorge dall’amore,
benché lo comprenda così che la parola ebraica è spesso tradotta come “amorevole benignità” o “amore
leale”. È una benignità che si rivolge amorevolmente a un oggetto finché non se ne adempia lo scopo, ed
è quale Dio la esprime verso i suoi servitori ed essi verso di lui. Può vedersi così che la lealtà può essere
a doppio senso. Essa può esser mostrata dai sudditi verso un governante e da un governante verso i
suoi sudditi. Riguardo a Geova, in II Samuele 22:26 è scritto: “Con qualcuno leale agirai con lealtà”.
Questo è risultato vero, poiché egli non ha mai mancato di adempiere una promessa verso i suoi leali
servitori.
RE D’ISRAELE
5 Guardando l’antica nazione d’Israele, possiamo vedere come Dio agì lealmente verso di essa. Quella
nazione ebbe con lui una relazione incomparabile. Con mano forte aveva liberato il popolo dalla schiavitù
d’Egitto e l’aveva condotto sano e salvo fino ai piedi del monte Sinai in Arabia. Lì aveva fatto un patto o
accordo con loro, qualche cosa che non aveva fatto con nessun altro gruppo nazionale. Aveva dato loro
un codice di leggi e li aveva governati come loro invisibile Re. Riguardo a questa insolita relazione, Mosè
disse loro: “Te ha scelto Geova tuo Dio onde divenga suo popolo, una speciale proprietà, fra tutti i popoli
che sono sulla superficie della terra”. (Deut. 7:6) Così fu il vero Re d’Israele. Geova manifestò inoltre la
sua lealtà verso di loro concedendo loro vittorie su nazioni nemiche che erano più popolose e più potenti
di quanto essi non fossero. — Deut. 9:1-3.
6 Geova si attese giustamente da loro che gli manifestassero lealtà, non andando in cerca di altri dèi.
Questo fu chiaramente esposto nelle leggi che diede loro. Il primo dei famosi Dieci Comandamenti
dichiara: “Io sono Geova tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa degli schiavi. Non
devi avere altri dèi contro la mia faccia”. (Eso. 20:2, 3) Sarebbe stato un grave atto di slealtà verso di lui,
loro Dio e Re, se alcuno della nazione si fosse volto all’adorazione di dèi stranieri.
7 Molti anni dopo quando erano nelle pianure di Moab e si preparavano ad entrare nel paese che Dio
aveva loro promesso, Mosè avvertì che il loro invisibile Re avrebbe inflitto loro sanzioni se avessero agito
in modo sleale. Fra l’altro egli disse: “Maledetto sarai nella città, e maledetto sarai nel campo”. (Deut.
28:16) Inoltre menzionò le benedizioni che sarebbero venute su di loro se si fossero mantenuti leali. —
Deut. 28:1-14.
8 Gli Israeliti ebbero, in ciò che Dio fece per loro, un incentivo molto reale a perseverare nella via
dell’ubbidienza e della lealtà verso di lui. Egli li aveva liberati dalla schiavitù d’Egitto e aveva provveduto a
ogni loro necessità durante i loro quarant’anni nel deserto. Aveva dato loro per cibo la miracolosa manna,
aveva provveduto loro l’acqua, aveva dato loro un codice sanitario che ne proteggeva la salute e in quel
periodo aveva perfino impedito che si consumassero le loro scarpe e le loro vesti. — Deut. 29:5.
9 Verso la fine dei loro quarant’anni nel deserto furono attaccati dagli Amorrei al comando dei re Sihon e
Og. Geova aiutò Israele mettendo in fuga quei nemici. (Deut. 2:32-36; 3:1-13) I Moabiti notarono questa
vittoria e provarono molto timore, specialmente quando videro il vasto accampamento degli Israeliti
sparso nelle pianure di Moab. Provarono un “disgustoso terrore dei figli d’Israele”. (Num. 22:1-3) I nomadi
Madianiti pure si preoccuparono, e i loro anziani consultarono dunque gli anziani dei Moabiti. Questi ultimi
osservarono: “Ora questa congregazione lambirà tutti i nostri dintorni come il toro lambisce la verde
vegetazione del campo”. (Num. 22:4) Ci furono così avvenimenti che fecero di una cosa apparentemente
piccola una difficile prova della lealtà israelita verso Geova, loro Re.
BALAC COMPLOTTA CONTRO ISRAELE
10 Sapendo che non avrebbero potuto riportare la vittoria militare sugli Israeliti senza l’aiuto divino, Balac,
re dei Moabiti, cercò l’aiuto di Balaam, un uomo che abitava nella lontana città di Petor, evidentemente
nella valle dell’Eufrate superiore presso Haran. Quantunque non fosse Israelita, Balaam aveva qualche
conoscenza e cognizione di Geova il vero Dio. Balac e i suoi alleati madianiti mandarono da Balaam una
delegazione per chiedergli di venire a maledire gli Israeliti. Essa comunicò la richiesta di Balac: “Ora
vieni, ti prego; maledicimi questo popolo, poiché è più potente di me. Forse li potrò colpire e li potrò
cacciare dal paese; poiché so bene che colui che tu benedici è benedetto e colui che tu maledici è
maledetto”. (Num. 22:6) Balaam rifiutò la richiesta dopo aver interrogato Geova, dicendo: “Andate al
vostro paese, perché Geova ha rifiutato di lasciarmi andare con voi”. — Num. 22:13.
11 Fu mandata da Balac una seconda delegazione di messaggeri più onorevoli. Essa offrì a Balaam
ricche ricompense che avrebbe ricevute se fosse venuto a esecrare Israele. Nonostante il fatto che, alla
visita della prima delegazione, Dio avesse detto a Balaam di non andare, di nuovo Balaam cercò il
permesso di andare, essendo spinto dal suo avido desiderio per la ricca ricompensa. Geova permise a
Balaam di prendere la sua propria decisione per fare ciò che era nel suo cuore, ma quando Balaam
preferì andare con la delegazione, Egli se ne dispiacque e mandò il Suo angelo a fare resistenza. Questo
angelo disse: “Ecco, io, io sono uscito a far resistenza, perché la tua via è stata a precipizio contro la mia
volontà”. (Num. 22:22-32) Non tenendo conto di questa prova del dispiacere di Geova, Balaam continuò
a fare ciò che era nel suo proprio cuore quando l’angelo gli ebbe detto che poteva andare con gli uomini.
— 2 Piet. 2:15, 16; Giuda 11.
12 Dopo essere arrivato a Moab, Balaam fece tre tentativi di maledire Israele, ma ogni volta Geova fece
pronunciare a Balaam una benedizione. È comprensibile che il re Balac s’infuriò. “Ti ho chiamato per
esecrare i miei nemici, ed ecco, tu li hai benedetti fino al limite queste tre volte”. (Num. 24:10) Questa
ulteriore prova del dispiacere di Dio per il desiderio di Balaam di maledire Israele non fece diminuire
l’avido desiderio di Balaam per la ricompensa. Egli ora ragionò con Balac e anche con i governanti
madianiti che se avessero potuto indurre gli Israeliti a divenire sleali verso Geova, allora Geova stesso li
avrebbe maledetti. Balaam suggerì che essi adescassero gli Israeliti a partecipare all’adorazione
sessuale del Baal di Peor. (Num. 31:16) Riguardo a ciò, Rivelazione 2:14 dice che Balaam “insegnava a
Balac di porre una pietra d’inciampo davanti ai figli d’Israele, di mangiare cose sacrificate agli idoli e di
commettere fornicazione”. Fu una macchinazione astuta.
PROVA DI LEALTÀ
13 Seguendo l’insidia di Balaam, i Moabiti e i Madianiti avrebbero colpito un punto debole degli Israeliti, i
loro desideri carnali. Questa debolezza aveva già causato loro difficoltà. In un’occasione durante la loro
peregrinazione nel deserto, avevano bramato certi tipi di cibo che avevan gustato in Egitto. Non si
trattava di aver fame, ma cedettero al loro desiderio carnale dei tipi di cibo che piacevano loro. Erano
insoddisfatti di ciò che Dio aveva loro provveduto, e pertanto si lamentarono: “Chi ci darà carne da
mangiare? Ci ricordiamo del pesce che mangiavamo in Egitto per nulla, dei meloni e dei cocomeri e dei
porri e delle cipolle e dell’aglio! Ma ora la nostra anima si è inaridita! I nostri occhi non sono su nient’altro
che la manna”. (Num. 11:4-6) Questa ingrata espressione recò su di loro l’ira di Geova poiché era un
rifiuto delle sue provvisioni. In un’altra occasione parlarono irrispettosamente della manna come di un
“pane spregevole”. (Num. 21:5) Qualche cosa di così piccolo come il cibo poteva farli lamentare contro il
loro invisibile Re. Balaam dispose di approfittare di questa debolezza carnale, che sarebbe sembrata
come una cosa di poco conto, per portarli a un grave atto di slealtà verso Dio.
14 Quando presentò il suo progetto a Balac e ai suoi alleati, forse Balaam disse qualche cosa di questo
genere: ‘Guarda, ti prego, come sono belle le donne di Moab e di Madian. E nelle loro danze sono molto
allettanti e seducenti. E non è vero che gli Israeliti sono stati nel deserto per quarant’anni e il loro Dio ha
dato loro da mangiare solo la manna? Non può darsi che guardino con occhi bramosi i prodotti del
paese? Se, ora, le donne di Moab e di Madian offrissero la loro ospitalità, non potrebbero questi girovaghi
del deserto esser pronti per un vero banchetto del miglior cibo e del miglior vino di Moab? Si mettano a
sedere per mangiare e bere. Gustino i piatti tentatori di Moab, e il loro spirito si riscaldi col forte vino di
Madian. Quando si saranno abituati alla pratica, le donne sapranno quindi come attirarli in modo che
abbiano rapporti con loro e Israele si inchini agli dèi di Moab’.
15 Quando le belle donne moabite e madianite rivolsero agli uomini israeliti l’invito di venire alla loro festa,
senza dubbio agli uomini sembrò come un’innocente espressione d’ospitalità. Essi poterono ragionare in
questo modo: ‘Che potrebbe esserci di male ad accettare la gentile ospitalità dei Moabiti e dei Madianiti?
Non ci sarebbe nulla di male a condividere cibo e vino. Le danze sarebbero un trattenimento riposante.
Per certo, dopo il duro combattimento che abbiamo avuto con gli Amorrei, abbiamo diritto a un po’ di
rilassamento’. Tale modo di ragionare sarebbe stato un pericoloso razionalizzare sulle azioni che li
avrebbero portati a una situazione assai precaria.
16 Sarebbe sembrata come una cosa di poco conto accettare l’ospitalità dei Moabiti e dei Madianiti, e
mangiare la tentatrice varietà dei loro deliziosi cibi. Ma c’era la questione delle cattive compagnie. Questi
erano pagani adoratori del sesso i quali si dedicavano a riti licenziosi come parte della loro adorazione di
Baal, compresa la prostituzione cerimoniale. La ripetuta compagnia di tali persone, specialmente nella
rilassata atmosfera di una festa, non era sicura. Il buon cibo e le generose quantità di vino avrebbero
creato uno spirito da cuor leggero e avrebbero indebolito la resistenza a ciò che era male agli occhi di
Dio. In quelle circostanze, non sarebbero stati allettati gli uomini israeliti dalla vista di donne di notevole
bellezza che avrebbero danzato scarsamente vestite, con movenze sensuali, dinanzi ai tavoli del loro
banchetto? Non avrebbero ceduto al seducente invito di queste donne di partecipare con loro ai licenziosi
riti di adorazione di Baal? Così le cattive compagnie li avrebbero condotti a gravi atti di slealtà verso il loro
Dio e Re. — Eso. 34:12-15; Osea 4:11.
17 Le feste di quei popoli pagani erano religiose sotto ogni aspetto. La loro musica, le loro danze e i loro
licenziosi riti eran tutti parte della loro adorazione di Baal. Le danze che le loro donne compivano in onore
dei loro dèi servivano ad eccitare la passione sessuale dei presenti. Quegli uomini israeliti che presero
parte a questa festa cedettero in realtà agli allettamenti che erano stati posti loro dinanzi. Come un toro
condotto allo scannatoio essi furono condotti dai loro desideri carnali in principio a una festa
apparentemente innocente e in seguito alla condotta dissoluta e idolatrica, il che fu tutto un peccato
contro Dio. (Prov. 7:22) “Il popolo cominciò ad avere relazione immorale con le figlie di Moab. E le donne
vennero a invitare il popolo ai sacrifici dei loro dèi, e il popolo mangiava e s’inchinava ai loro dèi”. — Num.
25:1, 2.
18 Com’era stato predetto da Balaam, l’ira di Geova sorse a causa di questa malizia e slealtà da parte
loro. Egli fece percorrere l’accampamento israelita da una piaga mortale, che uccise 23.000 persone. (1
Cor. 10:8) Numeri, capitolo venticinque, non dichiara con precisione quanti idolatri fossero uccisi dai
giudici di Israele, ma probabilmente questi furono inclusi nella cifra complessiva di 24.000 vittime della
piaga, apparentemente con 1.000 uccisi. Così, accettando l’invito di assistere a una festa
apparentemente innocente, quegli Israeliti furono condotti a tale calamità.
19 Da ultimo si pose fine al flagello quando Fineas, figlio di Eleazaro il sommo sacerdote, ebbe trafitto con
una lancia Zimri e la donna madianita Cozbi, che aveva introdotta nella sua tenda per avervi rapporti
immorali. Molto probabilmente Zimri fu uno degli agitatori fra gli sleali. Poiché la prostituzione cerimoniale
faceva parte dell’adorazione di Baal, si poté considerare che Zimri introducesse nell’accampamento
d’Israele l’adorazione di Baal quando condusse Cozbi nella sua tenda e vi ebbe rapporti sessuali con lei.
(Num. 25:6-8) Secoli dopo Geova rammentò agli Israeliti questa slealtà verso di lui quando fece scrivere
dal suo profeta Osea: “Essi stessi andarono al Baal di Peor, e si dedicavano alla cosa vergognosa, e
divennero disgustanti come la cosa del loro amore”. — Osea 9:10.
20 La macchinazione di Balaam, mentre causò grande danno agli Israeliti, non riuscì, perché gli Israeliti
leali resisterono agli allettamenti carnali a fare ciò che è male agli occhi di Dio. L’insidia si ritorse in effetti
sui Madianiti, poiché Dio comandò agli Israeliti leali di abbatterli. “Geova parlò poi a Mosè, dicendo: ‘Ci
sia un osteggiare dei Madianiti, e li dovete colpire, perché essi vi osteggiano con le loro opere d’astuzia
che hanno astutamente commesse contro di voi nel fatto di Peor e nel fatto di Cozbi figlia del capotribù di
Madian, loro sorella che fu colpita a morte il giorno del flagello per il fatto di Peor’”. (Num. 25:16-18) Le
città madianite e i campi cinti da mura della zona furono destinate al fuoco. Cinque re di Madian, tutti i
maschi e ogni femmina che aveva avuto rapporti sessuali, nonché Balaam, furono messi a morte. (Num.
31:1-20) I Moabiti, che erano discendenti di Lot nipote di Abraamo, non furono giustiziati, ma a causa
della loro partecipazione al complotto Dio impedì loro d’entrare nella congregazione di Geova, “fino alla
decima generazione . . . a tempo indefinito”. — Deut. 23:3, 4.
BENEDETTI I LEALI
21 Il sacerdote Fineas diede prova d’essere uno dei leali, e per la sollecita azione che aveva compiuta
contro Zimri e Cozbi ricevette lodevole menzione. Egli non tollerò “nessuna rivalità” verso l’adorazione di
Geova, e questo gli fu “attribuito a giustizia”. Perciò, gli fu dato un patto di pace con Geova che “deve
servire come il patto d’un sacerdozio a tempo indefinito per lui e per la sua progenie dopo di lui”. — Num.
25:11-13; Sal. 106:30, 31.
22 L’eccellente esempio del leale Fineas è quello che oggi dovremmo voler seguire, non quello di coloro
che cedettero ai desideri carnali. Ciò che accadde a quegli sleali ci serve da esempio ammonitore. (1
Cor. 10:11) È un esempio di come, coltivando desideri errati, anche quando sembrano di poco conto e
insignificanti, si può esser condotti al disastro. — Giac. 1:14, 15.
23 Come quegli Israeliti, simili a Fineas, che rimasero leali a Geova furono benedetti col privilegio di
entrare nella Terra Promessa, così oggi i cristiani che si mantengono leali verso Geova possono
attendersi di ricevere le splendide benedizioni che Dio ha in serbo per quelli che lo amano. Essi
entreranno nella magnifica nuova èra promessa che verrà sotto il regno del suo unto Re, Gesù Cristo.
“Dell’incremento del suo governo, e della pace, non ci sarà fine”. Egli governerà “secondo diritto e
giustizia, da ora in avanti, sì, per sempre”. (Isa. 9:7, An American Translation) Quale incentivo è questo
per non cedere mai alle tentazioni carnali e per non compiere atti di slealtà verso Dio!
24 Avendo dinanzi la speranza di tale nuova èra, abbiamo una vigorosa ragione per resistere alle
tentazioni di fare ciò che è male agli occhi di Geova. Ma dobbiamo riconoscere che i desideri carnali sono
oggi un punto debole degli uomini proprio come lo fu ai giorni di quegli Israeliti che si accamparono nelle
pianure di Moab. Le tentazioni ad abbandonarsi a tali desideri sono assai grandi perché siamo circondati
da persone mondane dedite alla condotta dissoluta e all’impurità sessuale. In un certo senso esse si
dedicano all’adorazione del sesso come vi si dedicavano i Moabiti e i Madianiti. La loro letteratura, le loro
rappresentazioni teatrali, le loro pellicole cinematografiche e i loro programmi televisivi danno risalto a
ogni depravato desiderio carnale che possa essere immaginato da una mente corrotta. Noi dobbiamo
resistere a tale cattiva influenza. Cedere a essa ed essere condotti a fare ciò che è male agli occhi di Dio
può esserci fatale, come lo fu per quei 24.000 Israeliti che perirono per la loro slealtà.
25 Perciò, quando vi si presentano tentazioni che possono apparire come cose di poco conto ma che
possono effettivamente indurvi a fare ciò che è male agli occhi di Dio, vogliate ricordare questa prova di
lealtà che ebbe luogo nelle pianure di Moab. Scegliete il corso dei leali e tenete presente ciò che è scritto
in Salmo 97:10: “O voi che amate Geova, odiate ciò è male. Egli guarda le anime dei suoi leali”.
[Figura a pagina 172]
Accettando ciò che poté apparire come un’espressione di ospitalità madianita, gli Israeliti furono irretiti in
modo da compiere atti di grave peccato contro il vero Dio

w78 15/10 28-31 Un uomo che si oppose alla volontà di Dio


Un uomo che si oppose alla volontà di Dio
BALAAM era un divinatore e l’efficacia delle sue maledizioni e benedizioni lo aveva reso famoso molto al
di là dei confini del suo paese nativo. Veniva da Petor, una città situata nella valle superiore dell’Eufrate
vicino al fiume Sajur. Non lontano di lì c’era Haran, dove un tempo avevano vissuto uomini devoti come
Abraamo, Lot e Giacobbe. Questo fatto potrebbe spiegare perché il divinatore Balaam conosceva il vero
Dio, riferendosi a lui persino come a “Geova mio Dio”. — Num. 22:18.
Ma come mai Balaam si oppose alla volontà di Dio? Quando gli Israeliti stavano per entrare nella Terra
Promessa, il re moabita Balac e il suo popolo furono colpiti da terrore vedendo la vasta moltitudine, forse
3.000.000 di persone. I rappresentanti della nazione moabita si consigliarono con gli anziani di Madian e
convennero che Israele minacciava la loro sicurezza. (Num. 22:1-4) Essi sapevano molto bene ciò che
Geova Dio aveva fatto per Israele liberando la nazione dall’Egitto e sapevano pure che aveva concesso
loro una schiacciante vittoria sui potenti regni amorrei a est del Giordano. Quindi non avevano nessuna
speranza di sconfiggere gli Israeliti in battaglia. Ma fecero questo ragionamento: ‘E se si potessero
maledire gli Israeliti? Non servirebbe a indebolirli, per cui sarebbe possibile cacciarli?’ Perciò, il re Balac
fu indotto a cercare i servizi di Balaam nella speranza di avere il sopravvento su Israele.
LA PRIMA DELEGAZIONE
Ben presto una delegazione di anziani o principi moabiti e madianiti fu in cammino per Petor. Questo il
messaggio inviato a Balaam: “Ecco, un popolo è uscito dall’Egitto. Ecco, hanno coperto la terra fin dove
si può vedere, e dimorano proprio di fronte a me. Ed ora vieni, ti prego; maledicimi questo popolo, poiché
è più potente di me. Forse li potrò colpire e li potrò cacciare dal paese poiché so bene che colui che tu
benedici è benedetto e colui che tu maledici è maledetto”. — Num. 22:5-7.
Quindi Balaam invitò la delegazione a rimanere lì quella notte, promettendo di riferire loro la parola di
Geova il giorno dopo. Quale fu la rivelazione divina a Balaam? “Non devi maledire il popolo, perché è
benedetto”. (Num. 22:8, 12) In considerazione di queste parole, Balaam disse agli uomini: “Andate al
vostro paese, perché Geova ha rifiutato di lasciarmi andare con voi”. (Num. 22:13) Da queste parole, la
delegazione poté intuire che in realtà Balaam avrebbe voluto andare ma non gli era stato permesso.
Riferendo l’accaduto a Balac, dissero: “Balaam si è rifiutato di venire con noi”. — Num. 22:14.
INVIATA UNA DELEGAZIONE PIÙ ILLUSTRE
A quanto sembra Balac concluse che l’offerta fatta a Balaam e la delegazione stessa non avevano avuto
abbastanza effetto. Il re moabita ragionò evidentemente che Balaam aveva il suo prezzo, ed era deciso a
far venire il divinatore perché fosse pronunciata una maledizione più potente. Perciò, il re mandò una
delegazione più numerosa e più onorevole, assicurando a Balaam che se avesse esecrato Israele
avrebbe ricevuto grandi onori. — Num. 22:15-17.
BALAAM VUOLE LA RICOMPENSA
Cosa avrebbe fatto ora Balaam? “Se Balac mi desse la sua casa piena d’argento e d’oro”, disse, “io non
potrei trasgredire l’ordine di Geova mio Dio, in modo da fare qualche cosa piccola o grande”. (Num.
22:18) Balaam sapeva molto bene che qualsiasi tentativo di maledire Israele era contro la volontà di
Geova. Comunque non mandò via gli uomini ma evidentemente coltivò l’idea che Geova gli permettesse
di partire coi messaggeri. Per cui disse loro: “Ora voi pure state qui, vi prego, questa notte, affinché io
sappia ciò che ancora mi proferirà Geova”. (Num. 22:19) Pur dicendo che a nessun prezzo avrebbe
maledetto Israele, in realtà Balaam voleva la ricompensa. Evidentemente egli ragionò così: ‘Se solo
avessi il permesso divino di andare, non esiterei a partire immediatamente per Moab’.
Gli avvenimenti successivi rivelano che in effetti Balaam la pensava così. Quella medesima notte ottenne
ciò che cercava: Dio gli permise di accompagnare la delegazione. Ma a questa condizione: “Tu potrai
pronunciare solo la parola che io ti avrò pronunciata”. (Num. 22:20) Balaam non indugiò. La mattina sellò
la sua asina e partì per Moab insieme ai principi inviati da Balac. Avendo ricevuto il permesso di andare,
Balaam era deciso a maledire Israele e ottenere così la ricompensa promessa. Nulla lo avrebbe fermato.
O sì?
Geova Dio non era contento che Balaam accompagnasse gli uomini, deciso a maledire Israele malgrado
avesse ricevuto il comando di non farlo. Una bella sorpresa attendeva Balaam. La sua asina cominciò a
comportarsi in modo piuttosto insolito. Perché? Un angelo di Geova si era fermato sul sentiero. Fu
mostrato enfaticamente a Balaam che opponendosi alla volontà di Dio sarebbe incorso nella morte. Gli fu
di nuovo rammentato che la sola cosa che era autorizzato a fare era di pronunciare ciò che Geova voleva
dicesse. — Num. 22:22-35.
Dopo ciò cambiò Balaam le sue intenzioni? Da quello che disse al re Balac potrebbe sembrare di sì: “La
parola che Dio avrà posta nella mia bocca è ciò che pronuncerò”. (Num. 22:38) In effetti, però, Balaam
voleva sempre la ricompensa ed era disposto a fare il possibile per ottenerla.
Questo potrebbe suscitare le domande: Perché il vero Dio scelse di parlare per mezzo di un divinatore?
Perché semplicemente non gli lasciò pronunciare una maledizione su Israele, maledizione che il tempo
avrebbe rivelato essere del tutto inefficace? A questo riguardo, dobbiamo ricordare che i Moabiti e i
Madianiti riconoscevano che la sola potenza militare non poteva riuscire contro Israele. Per quanto li
riguardava, essi avevano a disposizione nella persona di Balaam l’arma più potente contro Israele, cioè il
mezzo per far pronunciare contro di loro un’efficace maledizione. Inoltre, Balaam voleva cooperare con
loro per ottenere la ricca ricompensa materiale offerta. Ma che dire se questo famoso divinatore, invece
di maledire gli Israeliti, fosse stato costretto a benedirli fino al limite nonostante volesse fare il contrario?
Non avrebbe questo dimostrato che nessun’arma poteva riuscire contro il popolo di Dio? Evidentemente
servì allo scopo di Geova impiegare Balaam per benedire Israele, con sgomento del re moabita Balac.
All’arrivo di Balaam, il re moabita dovette essere davvero soddisfatto. Balac offrì sacrifici, senz’altro grato
agli dèi d’essere riuscito a far venire il divinatore. Per l’occasione furono fatti festeggiamenti propiziatori, a
cui Balaam e i principi parteciparono mediante le porzioni inviate loro. — Num. 22:40.
BALAAM NON MALEDICE ISRAELE
In seguito, Balac condusse Balaam su un luogo elevato, da cui il divinatore poteva godere una buona
vista degli Israeliti accampati. Balaam si accinse immediatamente a fare quello per cui era stato
chiamato. Chiese a Balac di erigere sette altari e di offrire su di essi sette tori e sette montoni. Quindi,
Balaam si ritirò da solo su un nudo colle, evidentemente allo scopo di compiere riti per ‘ricorrere a
qualche sinistro presagio’. Ma lì Geova costrinse Balaam a pronunciare una benedizione su Israele.
Anche altri due tentativi di maledire il popolo di Dio, Israele, fallirono miseramente. — Num. 23:1–24:9.
Perciò l’ira di Balac divampò contro Balaam. “Io ti ho chiamato per esecrare i miei nemici”, disse, “ed
ecco, tu li hai benedetti fino al limite queste tre volte. Ed ora vattene al tuo luogo”. (Num. 24:10, 11)
Balaam tentò di giustificare il suo fallimento, dicendo: “Non avevo anche ai tuoi messaggeri che mi
mandasti parlato io, dicendo: ‘Se Balac mi desse la sua casa piena d’argento e d’oro, non potrei
trasgredire l’ordine di Geova in modo da fare qualche cosa buona o cattiva di mio proprio cuore.
Qualunque cosa Geova avrà proferita io proferirò’?” — Num. 24:12, 13.
In seguito, spinto dallo spirito di Dio, Balaam pronunciò dichiarazioni profetiche tra cui un messaggio di
condanna per Moab. Quindi Balac e Balaam si separarono. La Bibbia riferisce che Balaam “tornò al suo
luogo”, intendendo semplicemente che il divinatore se ne andò per la sua strada. Ma aveva Balaam
imparato finalmente la lezione che era inutile opporsi alla volontà di Dio? Tornò a Petor? No. — Num.
24:14-25.
BALAAM SI OPPONE ALLA VOLONTÀ DI DIO SINO ALLA FINE
Balaam voleva sempre la ricompensa e cercò di ottenerla in qualsiasi modo possibile. Dal momento che
non poteva maledire Israele, escogitò un piano mediante cui gli Israeliti avrebbero potuto attirare su di sé
la maledizione di Dio. Suggerì a Balac come servirsi di donne madianite e moabite per indurre gli uomini
israeliti a commettere idolatria e fornicazione. (Num. 31:16; Riv. 2:14) La macchinazione ebbe un certo
successo, poiché migliaia di uomini furono adescati dalla licenziosa adorazione del sesso. Come
conseguenza, 24.000 uomini d’Israele perirono. — Num. 25:1-9.
Ma la provocatoria opposizione di Balaam alla volontà di Dio fu ricompensata? Tutt’altro. Quando Geova
comandò agli Israeliti di vendicarsi dei Madianiti per la parte avuta nell’intrappolare gli Israeliti, Balaam
era ancora in mezzo a loro e così fu raggiunto dalla spada dell’esecuzione. (Num. 31:7, 8) Sì, Balaam
pagò con la vita la sua azione ostinata.
Pertanto il divinatore di Petor è un esempio ammonitore per tutti quelli che insistono a non tener conto
della volontà di Dio e inseguono invece un guadagno egoistico. (2 Piet. 2:15, 16; Giuda 11) Questo
dovrebbe incoraggiarci a studiare le Sacre Scritture, ad apprendere che cosa vuole Dio da noi e poi a
farlo, non seguendo mai una condotta stolta come quella di Balaam.
Baldassarre — Tema: Imparate l’umiltà per non andare incontro alla rovina PROVERBI 16:18

it-1 282-4 Baldassarre


BALDASSARRE
(Baldassàrre) [da un termine accadico che significa “proteggi la sua vita”; o, forse, “Bel protegga il re”].
Figlio primogenito di Nabonedo e suo coreggente durante gli ultimi anni dell’impero babilonese. Nella
Bibbia è menzionato solo dal profeta Daniele e per molto tempo la sua posizione di “re di Babilonia” fu
negata dai critici. (Da 5:1, 9; 7:1; 8:1) Tuttavia antichi testi rinvenuti dagli archeologi hanno permesso di
dimostrare la storicità del racconto biblico.
In Daniele 5:2, 11, 18, 22, si parla di Nabucodonosor come del “padre” di Baldassarre, e di Baldassarre
come del “figlio” di Nabucodonosor. È stato scritto che probabilmente la madre di Baldassarre era Nitocri,
figlia di Nabucodonosor (II). (R. P. Dougherty, Nabonidus and Belshazzar, 1929) In tal caso
Nabucodonosor sarebbe stato il nonno di Baldassarre. (Vedi Ge 28:10, 13 per un uso simile di “padre”).
Comunque non tutti gli studiosi sono convinti di questa spiegazione. Può darsi che Nabucodonosor fosse
semplicemente il predecessore di Baldassarre sul trono e suo “padre” in tal senso. Analogamente gli
assiri usarono l’espressione “figlio di Omri” per indicare un successore di Omri. — Vedi OMRI n. 3.
La storia secolare conferma il ruolo di Baldassarre quale sovrano di Babilonia?
Una tavoletta con un’iscrizione cuneiforme che risale all’anno di accessione di Neriglissar, succeduto ad
Awil-Marduk (Evil-Merodac) sul trono babilonese, menziona un certo “Baldassarre, il principale
funzionario del re”, in relazione a un’operazione finanziaria. È possibile, anche se non è provato, che si
tratti del Baldassarre della Bibbia. Nel 1924 è stata pubblicata la decifrazione di un antico testo
cuneiforme, detto “Storia in versi di Nabonedo”, grazie al quale sono state portate alla luce preziose
informazioni che avvalorano senz’altro la posizione regale che Baldassarre aveva a Babilonia e spiegano
in che modo divenne coreggente di Nabonedo. A proposito della conquista di Tema da parte di
Nabonedo nel terzo anno del suo regno, parte del testo dice: “Egli affidò l’‘accampamento’ al (figlio)
maggiore, il primogenito [Baldassarre], le truppe ovunque nel paese sottopose al suo (comando). Lasciò
andare (ogni cosa), a lui affidò il regno e, lui stesso [Nabonedo] partì per un lungo viaggio, e le forze
(militari) di Akkad marciavano con lui; egli si volse verso Tema, (molto più) a ovest”. (Ancient Near
Eastern Texts, a cura di J. B. Pritchard, 1974, p. 313) Quindi Baldassarre esercitò senz’altro l’autorità
regale dal terzo anno di Nabonedo in poi, e questo avvenimento probabilmente corrisponde al riferimento
di Daniele al “primo anno di Baldassarre re di Babilonia”. — Da 7:1.
In un altro documento, la Cronaca di Nabonedo, a proposito del settimo, nono, decimo e undicesimo
anno del regno di Nabonedo, viene ripetuta questa dichiarazione: “Il re (era) a Tema (mentre) il principe,
gli ufficiali e il suo esercito (erano) in Akkad [Babilonia]”. (A. K. Grayson, Assyrian and Babylonian
Chronicles, 1975, p. 108) A quanto pare Nabonedo per gran parte del suo regno rimase lontano da
Babilonia, e, pur non abbandonando la posizione di sovrano supremo, delegò in sua assenza l’autorità
amministrativa al figlio Baldassarre. Ciò è reso evidente da numerosi testi ricuperati da antichi archivi
comprovanti che Baldassarre ebbe prerogative regali, che emanò ordini e comandi. Le questioni trattate
da Baldassarre in certi documenti e decreti erano tali da dover essere normalmente trattate da
Nabonedo, quale sovrano supremo, se fosse stato presente. Baldassarre rimase soltanto secondo
nell’impero, e perciò poté offrire a Daniele solo di diventare “il terzo nel regno”. — Da 5:16.
È vero che nelle iscrizioni ufficiali Baldassarre ha il titolo di “principe ereditario”, mentre nel libro di
Daniele ha il titolo di “re”. (Da 5:1-30) Una scoperta archeologica fatta nella Siria settentrionale ne spiega
la ragione. Nel 1979 venne riportata alla luce una statua a grandezza naturale di un governante
dell’antica Gozan. Sul lembo della veste c’erano due iscrizioni, una in lingua assira, l’altra in aramaico: la
lingua in cui Daniele scrisse di Baldassarre. Le due iscrizioni quasi identiche differivano in un punto
significativo. Il testo nella lingua imperiale assira dice che si trattava della statua del “governatore di
Gozan”. Il testo in aramaico, la lingua della popolazione locale, lo definisce “re”.
Alan Millard, archeologo e linguista, scrive: “Alla luce delle fonti babilonesi e delle nuove iscrizioni su
questa statua, poteva essere del tutto appropriato per un documento non ufficiale come il Libro di Daniele
chiamare Baldassarre ‘re’. Agiva in qualità di re, in rappresentanza del padre, per quanto forse non fosse
legalmente re. L’esatta distinzione sarebbe stata irrilevante e disorientante nella storia riportata in
Daniele”. — Biblical Archaeology Review, maggio-giugno 1985, p. 77.
Chi deteneva il potere sovrano in Babilonia doveva essere d’esempio nel riverire gli dèi. Esistono sei testi
cuneiformi relativi ad avvenimenti accaduti dal 5° al 13° anno del regno di Nabonedo che dimostrano la
devozione di Baldassarre alle divinità babilonesi. Quale reggente in assenza di Nabonedo, secondo
questi documenti Baldassarre offrì oro, argento e animali ai templi di Erec e Sippar, comportandosi così
in modo consono alla sua posizione regale.
La fine del dominio di Baldassarre. La notte del 5 ottobre 539 a.E.V. (calendario gregoriano; 11
ottobre, calendario giuliano), Baldassarre diede un grande banchetto per mille dei suoi grandi, come
riferisce il capitolo 5 di Daniele. (Da 5:1) Babilonia era minacciata dagli eserciti assedianti di Ciro il
Persiano e del suo alleato Dario il Medo. Secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio (che a sua volta cita il
babilonese Beroso), Nabonedo dopo essere stato sconfitto dagli eserciti medo-persiani si era rifugiato a
Borsippa. (Contro Apione, I, 150-152 [20]) Così Baldassarre sarebbe rimasto come reggente a Babilonia.
Tenere un banchetto quando la città era in stato d’assedio non è tanto strano se si ricorda che i
babilonesi consideravano inespugnabili le mura della città. Gli storici Erodoto e Senofonte dichiarano
inoltre che la città aveva abbondanti scorte e quindi nessuno si preoccupava che potesse mancare il
necessario. Erodoto descrive l’aspetto festoso della città quella notte, fra danze e piaceri.
Durante il banchetto e sotto l’effetto del vino, Baldassarre chiese che gli venissero portati i vasi del tempio
di Gerusalemme affinché lui, i suoi ospiti, le sue mogli e le sue concubine potessero usarli mentre
lodavano gli dèi di Babilonia. Ovviamente questa richiesta non era dovuta a mancanza di recipienti per
bere, ma piuttosto costituiva un deliberato oltraggio da parte di questo re pagano verso il Dio degli
israeliti, Geova. (Da 5:2-4) Fu un atto provocatorio nei confronti di Geova, che aveva ispirato le profezie
che predicevano la caduta di Babilonia. Baldassarre, che sembrava non darsi pensiero dell’assedio posto
dagli eserciti nemici, rimase invece profondamente scosso quando d’un tratto apparve una mano che
cominciò a scrivere sulla parete del palazzo. Con le ginocchia tremanti, chiamò tutti i suoi saggi perché
interpretassero il messaggio scritto, ma inutilmente. La narrazione dice che a questo punto la regina gli
diede un valido consiglio, indicando in Daniele l’unico in grado di fornire la spiegazione. (Da 5:5-12)
Secondo alcuni studiosi “la regina” non sarebbe stata la moglie di Baldassarre, ma sua madre, Nitocri,
ritenuta figlia di Nabucodonosor. Daniele, per ispirazione, rivelò il significato del messaggio miracoloso,
che prediceva la resa di Babilonia ai medi e ai persiani. Benché l’anziano profeta condannasse l’atto
blasfemo di Baldassarre, quello cioè di usare i vasi destinati all’adorazione di Geova per lodare dèi che
non vedono, non odono e non sanno nulla, Baldassarre non revocò la sua offerta e investì Daniele della
carica di terzo governante del regno. — Da 5:17-29.
Baldassarre non sopravvisse; fu ucciso la notte stessa della resa della città, il 5 ottobre 539 a.E.V.,
quando, secondo la Cronaca di Nabonedo, “le truppe di Ciro (II) entrarono in Babilonia senza
combattere”. (Assyrian and Babylonian Chronicles, cit., pp. 109, 110; vedi anche Da 5:30). Con la morte
di Baldassarre e la resa di Nabonedo a Ciro ebbe termine l’impero neobabilonese. — Vedi CIRO;
NABONEDO.
[Foto a pagina 283]
Cilindro babilonese in cui compaiono i nomi del re Nabonedo e di suo figlio Baldassarre

W98 15-9 P.8-9

w88 1/12 13-14 Quando Geova impartì delle lezioni a certi re


Baldassarre vede la scritta sul muro
15 Un altro monarca al quale Geova ebbe occasione di impartire una lezione fu Baldassarre, che regnava
insieme a suo padre Nabonedo. In occasione di un grande banchetto, Baldassarre ebbe l’ardire di
ordinare che si portassero i vasi d’oro che suo nonno Nabucodonosor aveva asportato dal tempio di
Geova a Gerusalemme, affinché lui, i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine potessero bervi. Così
“bevvero vino, e lodarono gli dèi d’oro e d’argento, di rame, di ferro, di legno e di pietra”. — Daniele 5:3,
4.
16 Era giunto il tempo stabilito da Dio per porre fine al dominio di Babilonia. Egli fece dunque apparire su
una parete una strana scritta. Questo miracolo scosse a tal punto il re che egli chiamò immediatamente
tutti i suoi saggi perché interpretassero la scritta. Nessuno fu in grado di farlo. Allora la madre gli
rammentò che Daniele, il quale aveva interpretato i sogni di Nabucodonosor, sarebbe stato in grado di
interpretarla. (Daniele 5:10-12) Quando fu convocato e gli venne chiesto se poteva farlo, Daniele ricordò
al monarca che Dio aveva umiliato il suo superbo nonno affinché sapesse che l’Altissimo domina sul
regno del genere umano. — Daniele 5:20, 21.
17 Daniele disse inoltre a Baldassarre: “Non hai glorificato l’Iddio nella cui mano è il tuo alito e a cui
appartengono tutte le tue vie”. (Daniele 5:23) La scritta notificava quindi al governante babilonese che i
giorni del suo regno erano pervenuti alla fine, che egli era stato pesato e trovato mancante e che il suo
regno doveva essere dato ai medi e ai persiani. E quella stessa notte, dopo che Geova ebbe impartito
all’altezzoso monarca la meritata lezione, Baldassarre, il re caldeo, fu ucciso. — Daniele 5:30.
18 Come impartì ai superbi monarchi Nabucodonosor e Baldassarre lezioni sulla sua sovranità e sul suo
potere salvifico, così ad Armaghedon Geova farà conoscere a tutti i governanti della terra che egli è il
Governante supremo, l’onnipotente Sovrano universale. Ciò influirà sulla vostra vita. In che senso? Nel
senso che allora Geova libererà anche i suoi fedeli servitori, proprio come liberò i tre ebrei dalla fornace
ardente. — Daniele 3:26-30.

w88 1/12 19-20 Geova ricompensa la fede e il coraggio


Un altro esempio di fede e di coraggio
18 Un altro esempio di fede e di coraggio è riportato nel capitolo 5 del libro di Daniele. Baldassarre, re di
Babilonia, stava tenendo un sontuoso banchetto sacrilego con mille dei suoi grandi, le sue concubine e le
sue mogli secondarie. All’improvviso apparve sul muro una strana scritta. Il re ne fu talmente scosso che
le giunture dei suoi fianchi si sciolsero e i suoi ginocchi battevano l’uno contro l’altro. Ancora una volta fu
chiamato Daniele, il servitore del vero Dio, perché interpretasse la scritta che aveva lasciato perplessi
tutti i saggi di Babilonia.
19 Il fatto di essere solo in quell’ambiente sfarzoso e ostile non mise soggezione a Daniele né lo indusse
ad annacquare il suo messaggio o a perdere di vista la contesa. In maniera pacata e calma, con un
linguaggio chiaro e dignitoso, diede testimonianza riguardo al suo Dio. Non accontentandosi
semplicemente di interpretare la scritta, Daniele ricordò al re che Geova Dio aveva umiliato suo nonno
facendo sì che vivesse come una bestia selvatica finché non riconobbe che l’Iddio Altissimo domina sul
regno del genere umano. “Benché tu conoscessi tutto questo”, disse Daniele a Baldassarre, ‘non ti sei
umiliato, ma hai profanato i vasi del tempio di Geova e hai lodato gli dèi d’oro, d’argento, di rame, di ferro,
di legno e di pietra, che non vedono nulla né odono nulla né conoscono nulla. Ma non hai glorificato
l’Iddio a cui appartengono tutte le tue vie. Di conseguenza egli ha emanato il suo decreto. Sei stato
pesato nella bilancia e trovato mancante, e il tuo regno è stato diviso e dato ai medi e ai persiani’. Sì,
Daniele diede nuovamente uno splendido esempio di fede e di coraggio per gli odierni servitori di Dio. —
Daniele 5:22-28.
20 Arrivando al sesto capitolo di Daniele, troviamo un altro eccellente esempio di fede e coraggio. Ora il re
era Dario, che fece di Daniele uno dei tre principali funzionari del suo regno. Altri, invidiosi di Daniele,
persuasero il monarca a emanare una legge che per 30 giorni vietava di fare richieste a chiunque non
fosse il re. Essi si rendevano conto che questo era l’unico modo per trovare un pretesto contro Daniele.
Questi ignorò la legge e continuò a pregare nella sua camera in terrazza con le finestre aperte, rivolto
verso Gerusalemme. Essendo stato riconosciuto colpevole di aver violato il decreto reale, Daniele,
secondo la pena prevista dalla legge, fu gettato nella fossa dei leoni. Ancora una volta Geova ricompensò
Daniele per la sua fede e il suo coraggio. In che modo? Per dirla con le parole di Ebrei 11:33, Geova
‘fermò le bocche dei leoni’.
21 I capitoli da 1 ⇒fino ⇐a 6 di Daniele narrano avvenimenti che rafforzano veramente la fede! Geova
Dio ricompensò in maniera davvero meravigliosa quelli che manifestarono fede e coraggio. Da una parte,
ciò avvenne in quanto essi furono innalzati, e, dall’altra, in quanto vennero miracolosamente liberati.
Quando ci troviamo davanti a una prova possiamo davvero trarre conforto e speranza dalle vicende di
questi fedeli testimoni. Queste cose, infatti, furono messe per iscritto proprio per questo scopo! La nostra
determinazione sia quindi quella di imitare da vicino la loro fede e il loro coraggio. — Romani 15:4; Ebrei
6:12.
[Figura a pagina 17]
Daniele e i suoi tre compagni impararono a dire di no
Barnaba — Tema: Siate cordiali e generosi nel vostro ministero GALATI 6:9

it-1 291-2 Barnaba


BARNABA
(Bàrnaba) [figlio di conforto].
Questa importante figura del cristianesimo del I secolo ci è presentata per la prima volta nelle Scritture
dallo storico Luca in Atti 4:34-36. Da questi versetti apprendiamo che quest’uomo devoto era un levita
nativo di Cipro che all’epoca si trovava a Gerusalemme. Fra i molti credenti che poco dopo la Pentecoste
vendettero case e campi e consegnarono il ricavato agli apostoli per promuovere l’opera cristiana, egli è
l’unico menzionato per nome. Si chiamava Giuseppe, ma gli apostoli lo soprannominarono Barnaba, che
significa “Figlio di conforto”. L’usanza di dare soprannomi secondo le caratteristiche personali non era
insolita.
Era un uomo molto cordiale e generoso, che non esitò a offrire se stesso e tutti i suoi beni materiali per
promuovere gli interessi del Regno. Fu lieto di ‘venire in aiuto’ dei fratelli (At 9:27), e alla vista di nuovi
interessati “si rallegrò e li incoraggiava tutti a rimanere nel Signore con proponimento di cuore”. Barnaba
“era un uomo buono, pieno di spirito santo e di fede” (At 11:23, 24), profeta e maestro della
congregazione di Antiochia. (At 13:1) Gli apostoli menzionarono Barnaba fra gli “amati”, coloro “che
hanno ceduto le loro anime per il nome del nostro Signore Gesù Cristo”. (At 15:25, 26) Pur non essendo
uno dei dodici apostoli, era giustamente chiamato apostolo (At 14:14), perché senza dubbio era uno degli
uomini “mandati dallo spirito santo”. — At 13:4, 43.
L’amicizia che legava Barnaba e Paolo, e che durò anni, ebbe inizio circa tre anni dopo la conversione di
Paolo, quando quest’ultimo volle mettersi in contatto con la congregazione di Gerusalemme. Non è
rivelato come Barnaba avesse conosciuto Paolo. Ma fu Barnaba ad avere il privilegio di presentare Paolo
a Pietro e al discepolo Giacomo. — At 9:26, 27; Gal 1:18, 19.
Nel frattempo certi ebrei di lingua greca provenienti da Cipro e da Cirene avevano suscitato molto
interesse per il cristianesimo in Antiochia di Siria. Di conseguenza il corpo direttivo di Gerusalemme
mandò Barnaba ad Antiochia per incoraggiare e rafforzare i nuovi credenti. Fu una buona scelta dato che
Barnaba era un cipriota di lingua greca. Quando “una considerevole folla si aggiunse al Signore” ad
Antiochia, Barnaba si affrettò ad andare a Tarso per convincere Paolo a venire ad aiutarlo nel suo
ministero. In quell’epoca il divino avvertimento di una prossima carestia indusse i fratelli di Antiochia a
raccogliere molte provviste che, a suo tempo, furono inviate alla congregazione di Gerusalemme per
mano di Barnaba e Paolo. — At 11:22-24, 27-30; 12:25.
Compiuta quell’opera di soccorso, i due fecero ritorno ad Antiochia verso il 47 E.V., e di là partirono per
un viaggio missionario sotto la direttiva dello spirito santo. Barnaba e Paolo toccarono prima Cipro, dove
fecero conoscere la verità di Dio al proconsole Sergio Paolo. Quindi proseguirono il viaggio all’interno
dell’Asia Minore. A volte incontrarono la violenta opposizione delle turbe. Un giorno a Listra, dopo avere
sanato uno zoppo, erano appena riusciti a trattenere “le folle dall’offrire loro sacrifici” (poiché pensavano
che Barnaba fosse il dio Zeus e Paolo, che “era quello che prendeva la direttiva nel parlare”, Ermes o
Mercurio) quando gli ebrei “persuasero le folle, e lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città”. —
At 13:1-12; 14:1-20.
Verso il 49 E.V. Barnaba e Paolo sottoposero al corpo direttivo di Gerusalemme la scottante questione
della circoncisione dei non ebrei e, una volta definita, fecero subito ritorno ad Antiochia onde prepararsi
per il successivo viaggio missionario. (At 15:2-36) Tuttavia, non essendo riusciti a mettersi d’accordo
sull’opportunità di portare con loro Giovanni Marco, si diressero in territori diversi. Barnaba portò con sé a
Cipro suo cugino Marco mentre Paolo, accompagnato da Sila, si recò in Siria e Cilicia. (At 15:37-41) A
questo punto termina quanto le Scritture dicono di Barnaba, fatta eccezione per qualche breve menzione
in alcune lettere di Paolo. — 1Co 9:6; Gal 2:1, 9, 13; Col 4:10.

w78 1/11 5-7 Barnaba, leale sostenitore della vera adorazione


Barnaba, leale sostenitore della vera adorazione
“IL regno dei cieli è simile a un commerciante viaggiatore che cercava perle eccellenti. Trovata una perla
di alto valore, se ne andò e vendette prontamente tutte le cose che aveva e la comprò”. (Matt. 13:45, 46)
Queste parole di Gesù Cristo illustrano bene il vivo apprezzamento per le cose spirituali che i suoi
discepoli dovevano manifestare. Chi riconosceva quanto vale ottenere il regno dei cieli era disposto a
dare qualsiasi altra cosa per questa eredità, la più preziosa che ci fosse. Uno che lo riconobbe fu
Giuseppe, soprannominato Barnaba. Quest’uomo, nativo di Cipro, era un Israelita della tribù di Levi e
divenne uno dei primi componenti della congregazione cristiana.
Barnaba desiderava sinceramente che i suoi compagni di fede traessero beneficio dall’insegnamento
degli apostoli. Molti Giudei e proseliti convertiti erano andati a Gerusalemme da luoghi distanti per la festa
di Pentecoste del 33 E.V. Udita la completa testimonianza di Pietro che identificava in Gesù il promesso
Messia o Cristo, si pentirono e divennero discepoli battezzati. Tuttavia, avevano ancora molto da
imparare. Per dare loro la possibilità di prolungare il loro soggiorno a Gerusalemme, i credenti misero
insieme le loro risorse finanziarie. Barnaba, ad esempio, vendette volontariamente un appezzamento di
terreno, dando il ricavato agli apostoli perché lo distribuissero a chi era nel bisogno. — Atti 4:34-37.
Che ottimo spirito manifestò Barnaba! Non solo apprezzò il privilegio d’accedere in futuro al regno
celeste, ma fu anche disposto a rinunciare a beni materiali affinché altri fossero fortificati spiritualmente.
Inoltre, Barnaba dovette essere esemplare nel dare incoraggiamento e aiuto personale. Fu senz’altro
grazie al suo altruistico interesse per gli altri che gli apostoli lo soprannominarono Barnaba, che significa
“Figlio di Conforto”. (Atti 4:36) Se si considera che sostenne lealmente la vera adorazione, quel
soprannome fu molto appropriato.
Quando l’ex persecutore Saulo (Paolo) tornò a Gerusalemme come discepolo battezzato di Gesù Cristo, i
fratelli del posto ebbero timore di associarsi a lui. Non potevano credere che fosse veramente divenuto
un discepolo. Può darsi che Paolo fosse scoraggiato non essendogli stato concesso di incontrare gli
anziani della congregazione. Fortunatamente, Barnaba, il “Figlio di Conforto”, venne in suo aiuto. Lo
presentò a Pietro e Giacomo, fratellastro di Gesù, per cui Paolo poté essere accettato pienamente dalla
congregazione. — Atti 9:26, 27; Gal. 1:18, 19.
OPERA AD ANTIOCHIA
In seguito, Barnaba fu inviato dalla congregazione di Gerusalemme a curare gli interessi spirituali ad
Antiochia. Alcuni fratelli della sua nativa Cipro e anche di Cirene avevano proclamato la “buona notizia”
fra gli abitanti di lingua greca. Grazie a questa attività, molti divennero credenti. Fu motivo di grande gioia
per Barnaba vedere che tanti si valevano dell’immeritata benignità di Geova, divenendo discepoli di Gesù
Cristo. Allora egli li incoraggiò a “rimanere nel Signore con proponimento di cuore”. Ora che erano
cristiani, dovevano mantenersi fedeli. Per “rimanere nel Signore con proponimento di cuore” dovevano
stare uniti a Lui con tutto il cuore, con tutto il loro affetto. L’intero scopo della loro vita doveva essere
quello di mostrarsi pienamente devoti, di cuore, al loro Signore. — Atti 11:19-23.
L’incoraggiamento dato da Barnaba dovette avere un effetto salutare, specialmente perché egli “era un
uomo buono, pieno di spirito santo e di fede”. Fu irreprensibile e retto e si prodigò altruisticamente. La
sua condotta fu al di sopra di ogni critica. Barnaba permise allo spirito santo di operare pienamente su di
lui. Ebbe anche ferma fede, sostenuta dal frutto di opere eccellenti. Con un così eccellente esempio in
mezzo ad essa, la congregazione di Antiochia cresceva. — Atti 11:24.
Barnaba desiderava evidentemente che i fratelli ricevessero il migliore aiuto spirituale possibile.
Riconoscendo d’avere bisogno di aiuto per poter curare la congregazione in aumento, partì per Tarso in
cerca di Paolo. Dopo di che, insieme a Paolo, Barnaba promosse gli interessi spirituali ad Antiochia per
circa un anno. In quel periodo entrambi gli uomini andarono a Gerusalemme con i soccorsi offerti per i
fratelli della Giudea. — Atti 11:25-30.
IL PRIMO VIAGGIO DI EVANGELIZZAZIONE CON PAOLO
Accompagnati da Marco, cugino di Barnaba, i due uomini tornarono ad Antiochia. Durante un’adunanza
della congregazione locale, lo spirito di Dio, che operava senz’altro per mezzo di uno dei profeti della
congregazione, indicò che Barnaba e Paolo dovevano essere appartati per un servizio speciale. Avendo
Marco per servitore, Barnaba e Paolo partirono per il loro primo viaggio di evangelizzazione, toccando
Cipro e certe città dell’Asia Minore. Alla prima tappa in Asia Minore, nella città di Perga, Marco decise di
lasciarli e tornare a Gerusalemme. Paolo pensò che Marco non avesse una valida ragione per farlo, ma
Barnaba giudicò meno severamente la partenza del cugino. Sembra che durante il viaggio fosse Paolo a
prendere la direttiva nel parlare. Entrambi gli uomini, comunque, furono perseguitati da turbe infuriate. A
Listra, Paolo fu persino lapidato e abbandonato per morto. Coraggiosamente, entrambi gli uomini
tornarono nelle città dove c’erano stati disordini e rafforzarono i credenti. Nominarono anche anziani nelle
congregazioni appena formate. — Atti 13:1–14:26.
IL PROBLEMA DELLA CIRCONCISIONE
Tornati ad Antiochia, da dove lo spirito santo li aveva fatti partire, Barnaba e Paolo riferirono alla
congregazione le loro attività. Ma poi sorse un problema nella congregazione di Antiochia. Certi uomini
venuti dalla Giudea insistevano che i credenti gentili non potessero essere salvati se non si
circoncidevano e non si conformavano alla legge mosaica. Per appianare la questione, Paolo e Barnaba
partirono per Gerusalemme onde presentare la questione agli apostoli e agli altri anziani di quella
congregazione. — Atti 15:1, 2.
In quella circostanza entrambi gli uomini resero testimonianza al modo in cui Geova li aveva impiegati per
dichiarare la “buona notizia” ai Gentili incirconcisi. In base a tutte le testimonianze rese e all’evidenza
delle Sacre Scritture, gli apostoli e altri anziani della congregazione di Gerusalemme scrissero una lettera
per indicare che dai credenti gentili non erano richieste la circoncisione e l’osservanza della legge
mosaica. La lettera dichiarava: “Poiché allo spirito santo e a noi è parso bene di non aggiungervi nessun
altro peso, eccetto queste cose necessarie: che vi asteniate dalle cose sacrificate agli idoli e dal sangue e
da ciò che è strangolato e dalla fornicazione. Se vi asterrete attentamente da queste cose, prospererete.
State sani!” Quando Barnaba e Paolo portarono questa lettera ad Antiochia, ci fu grande allegrezza nella
congregazione. — Atti 15:3-31.
Può darsi fosse dopo ciò che Pietro visitò la congregazione di Antiochia e si associò liberamente ai
credenti gentili incirconcisi. Ma, poi, quando certi fratelli giudei scesero da Gerusalemme, Pietro smise di
associarsi con i convertiti gentili e stette esclusivamente con i fratelli giudei. Neppure Barnaba mostrò
equilibrio e fece la stessa cosa. Ma tutti reagirono bene quando Paolo riprese Pietro, indicando
chiaramente che tale comportamento era sbagliato. — Gal. 2:11-14.
FEDELE SERVIZIO INSIEME A MARCO
Sorse un altro problema, che questa volta riguardò Paolo e Barnaba personalmente. Paolo pensò di
tornare a visitare i fratelli che avevano incontrato durante il loro primo viaggio di evangelizzazione.
Tuttavia, quando Barnaba insisté di condurre anche Marco, fra i due uomini ci fu un aspro alterco.
Avendoli Marco lasciati la prima volta, Paolo dubitava della sua fidatezza e non lo voleva come
compagno di viaggio. Perciò, Barnaba e Paolo si separarono. Accompagnato da Marco, Barnaba tornò a
Cipro. (Atti 15:36-39) Evidentemente Marco lavorò fedelmente insieme a Barnaba, poiché in seguito lo
stesso Paolo ammise che Marco era un buon compagno. Nella sua seconda lettera a Timoteo, Paolo
scrisse: “Prendi Marco e conducilo con te, poiché mi è utile per il servizio”. (2 Tim. 4:11) Così, Barnaba,
insieme a Marco, dovette compiere un eccellente lavoro edificando i fratelli nell’isola di Cipro e facendo
nuovi discepoli.
Barnaba, pur avendo delle debolezze come qualsiasi altro uomo, fu all’altezza del suo soprannome,
“Figlio di Conforto”. Ebbe un ruolo importante nell’edificare e nell’incoraggiare i fratelli. Sostenendo
lealmente la vera adorazione, diede un esempio di come “rimanere nel Signore con proponimento di
cuore”. — Atti 11:23.

w92 1/9 11-15 Un modello ispirato di opera missionaria cristiana


Nell’isola di Cipro
6 Senza indugio i missionari salparono dal porto siro di Seleucia diretti all’isola di Cipro. Dopo aver
toccato terra a Salamina, non si lasciarono distrarre ma “proclamavano la parola di Dio nelle sinagoghe
dei giudei”. Seguendo l’esempio di Cristo, non si accontentarono di stabilirsi in quella città aspettando poi
che gli isolani andassero da loro. Al contrario, attraversarono “tutta l’isola”. Senza dubbio questo significò
fare molta strada a piedi e cambiare più volte alloggio, perché Cipro è un’isola grande e nel loro giro ne
percorsero la parte principale in tutta la sua lunghezza. — Atti 13:5, 6.
7 Alla fine della loro permanenza i due furono ricompensati con una meravigliosa esperienza nella città di
Pafo. Il proconsole dell’isola, Sergio Paolo, ascoltò il loro messaggio e “divenne credente”. (Atti 13:7, 12)
In seguito Paolo scrisse: “[Voi] vedete la vostra chiamata, fratelli, che non furono chiamati molti saggi
secondo la carne, non molti potenti, non molti di nobile nascita”. (1 Corinti 1:26) Nondimeno, fra i potenti
che accolsero il messaggio ci fu Sergio Paolo. Questa esperienza dovrebbe incoraggiare tutti, in
particolare i missionari, ad avere un atteggiamento positivo circa il dare testimonianza ai funzionari
governativi, così come siamo esortati a fare in 1 Timoteo 2:1-4. Uomini autorevoli sono stati a volte di
grande aiuto per i servitori di Dio. — Neemia 2:4-8.
8 Sotto la guida dello spirito di Geova, Paolo ebbe la parte principale nella conversione di Sergio Paolo.
(Atti 13:8-12) Inoltre, a quanto pare, da quel momento in poi fu Paolo a prendere la direttiva. (Confronta
Atti 13:7 con Atti 13:15, 16, 43). Questo era in armonia con l’incarico divino che Paolo aveva ricevuto
all’epoca della sua conversione. (Atti 9:15) Forse questo cambiamento mise alla prova l’umiltà di
Barnaba. Comunque, invece di prenderlo come un affronto personale, Barnaba probabilmente agì in
armonia col significato del suo nome, “Figlio di Conforto”, e sostenne lealmente Paolo per tutto il viaggio
missionario, come pure in seguito, quando alcuni cristiani ebrei contestarono il ministero da loro svolto
presso gli incirconcisi gentili. (Atti 15:1, 2) Che ottimo esempio è questo per tutti noi, inclusi coloro che
vivono nelle case missionarie e nelle case Betel! Dovremmo essere sempre pronti ad accettare gli
aggiustamenti teocratici e dare il nostro pieno appoggio a quelli che vengono nominati per prendere la
direttiva fra noi. — Ebrei 13:17.
L’altopiano dell’Asia Minore
9 Da Cipro Paolo e Barnaba salparono in direzione nord verso il continente asiatico. Per qualche ragione
non rivelata, i missionari non si fermarono nella regione costiera, ma fecero un viaggio lungo e pericoloso
di ben 180 chilometri fino ad Antiochia di Pisidia, sull’altopiano centrale dell’Asia Minore. Per arrivarci
bisognava salire fino a un passo di montagna e scendere poi su un altopiano situato a 1.100 metri sul
livello del mare. L’erudito biblico J. S. Howson dice: “Le abitudini criminose e banditesche della
popolazione di quelle montagne che separano l’altopiano . . . dalle pianure della costa meridionale erano
tristemente note in tutta l’antichità”. Per di più i missionari dovettero affrontare i pericoli costituiti dagli
elementi naturali. “In nessun distretto dell’Asia Minore”, aggiunge Howson, “i fiumi in piena sono tanto
pericolosi quanto nel tratto montuoso della Pisidia, dove fiumi gonfi scorrono impetuosi in fondo a
imponenti dirupi o si precipitano con violenza giù per strette gole”. Questi particolari ci aiutano a
visualizzare il tipo di viaggi che i missionari erano disposti a compiere per divulgare la buona notizia. (2
Corinti 11:26) Similmente oggi molti servitori di Geova affrontano con coraggio ogni sorta di ostacoli per
raggiungere le persone e portare loro la buona notizia.
10 Dato che ad Antiochia di Pisidia c’era una sinagoga ebraica, i missionari andarono prima lì per dare
l’opportunità di accettare la buona notizia a persone che avevano più dimestichezza con la Parola di Dio.
Invitato a parlare, Paolo si alzò in piedi e pronunciò un magistrale discorso pubblico. Durante quel
discorso mantenne una base comune con i giudei e i proseliti presenti nell’uditorio. (Atti 13:13-16, 26)
Dopo l’introduzione, Paolo passò in rassegna l’illustre storia degli ebrei, ricordando loro che Geova aveva
scelto i loro padri e poi li aveva liberati dall’Egitto, e come li aveva inoltre aiutati a sconfiggere gli abitanti
della Terra Promessa. Successivamente Paolo mise in risalto i rapporti di Geova con Davide. Quelle
informazioni erano di particolare interesse per gli ebrei del I secolo perché essi aspettavano che Dio
suscitasse un discendente di Davide come salvatore e governante eterno. A quel punto Paolo annunciò
coraggiosamente: “Dalla progenie di quest’uomo [cioè di Davide], secondo la sua promessa, Dio ha
recato a Israele un salvatore, Gesù”. — Atti 13:17-23.
11 Comunque, il tipo di salvatore che molti giudei attendevano era un eroe militare che li liberasse dalla
dominazione romana e innalzasse la nazione ebraica al di sopra di tutte le altre. Perciò rimasero
senz’altro stupiti sentendo Paolo dire che il Messia era stato consegnato dai loro stessi capi religiosi
perché fosse messo a morte. “Ma Dio lo destò dai morti”, dichiarò intrepidamente Paolo. Verso la fine del
suo discorso spiegò ai presenti che potevano ottenere un meraviglioso tipo di salvezza. “Vi sia perciò
noto”, disse, “che per mezzo di Lui vi è proclamato il perdono dei peccati; e che di tutte le cose di cui non
potevate essere dichiarati senza colpa per mezzo della legge di Mosè, chiunque crede è dichiarato senza
colpa per mezzo di Lui”. Paolo concluse il suo discorso esortando l’uditorio a non essere classificato fra i
molti riguardo ai quali Dio aveva predetto che avrebbero disprezzato il suo meraviglioso provvedimento
per la salvezza. — Atti 13:30-41.
12 Un discorso scritturale davvero efficace! Come reagì l’uditorio? “Molti dei giudei e dei proseliti che
adoravano Dio seguirono Paolo e Barnaba”. (Atti 13:43) Com’è incoraggiante questo per noi oggi! Sia
consentito anche a noi di fare del nostro meglio per esporre la verità con efficacia, sia nel ministero
pubblico che nei commenti e nei discorsi alle adunanze di congregazione. — 1 Timoteo 4:13-16.
13 I nuovi interessati di Antiochia di Pisidia non potevano tenere per sé questa buona notizia. Di
conseguenza “il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per udire la parola di Geova”. E ben presto
il messaggio si estese oltre quella città. Infatti “la parola di Geova si diffondeva in tutto il paese”. (Atti
13:44, 49) Invece di esserne contenti, giudei gelosi riuscirono a far espellere i missionari dalla città. (Atti
13:45, 50) Che effetto ebbe questo sui nuovi discepoli? Si scoraggiarono e si arresero?
14 No, perché quella era l’opera di Dio. Inoltre i missionari avevano posto un solido fondamento di fede
nel risuscitato Signore Gesù Cristo. Ovviamente, quindi, i nuovi discepoli consideravano Cristo, non i
missionari, come loro Condottiero. Leggiamo così che “i discepoli erano pieni di gioia e di spirito santo”.
(Atti 13:52) Com’è incoraggiante questo per i missionari e per altri che oggi fanno discepoli! Se facciamo
umilmente e con zelo la nostra parte, Geova Dio e Gesù Cristo benediranno il nostro ministero. — 1
Corinti 3:9.
A Iconio, Listra e Derbe
15 Paolo e Barnaba percorsero ora circa 140 chilometri in direzione sud-est fino alla città successiva,
Iconio. Non si lasciarono intimorire dalla persecuzione e seguirono la stessa procedura che avevano
seguito ad Antiochia. Descrivendo il risultato, la Bibbia dice: “Una grande moltitudine sia di giudei che di
greci divennero credenti”. (Atti 14:1) Ancora una volta i giudei che non accettarono la buona notizia
suscitarono opposizione. Ma i missionari perseverarono e trascorsero considerevole tempo a Iconio per
aiutare i nuovi discepoli. Poi, essendo stati informati che i loro oppositori giudei intendevano lapidarli,
Paolo e Barnaba saggiamente fuggirono e raggiunsero il territorio successivo, ‘Listra e Derbe e il paese
dintorno’. — Atti 14:2-6.
16 Coraggiosamente “dichiararono la buona notizia” in quel territorio nuovo, vergine. (Atti 14:7) Quando lo
vennero a sapere, i giudei di Antiochia di Pisidia e di Iconio andarono fino a Listra e persuasero le folle a
lapidare Paolo. Questi non ebbe il tempo di fuggire e fu colpito con pietre, tanto che i suoi oppositori
erano convinti che fosse morto e lo trascinarono fuori della città. — Atti 14:19.
17 Vi immaginate che angoscia dovettero provare i nuovi discepoli? Ma, meraviglia delle meraviglie,
quando circondarono Paolo, egli si alzò! La Bibbia non dice se fra quei nuovi discepoli c’era anche un
giovane di nome Timoteo. Certo prima o poi egli dovette venire a conoscenza di ciò che Dio aveva fatto
per Paolo, e la cosa dovette fare una grande impressione sulla sua giovane mente. Paolo, nella sua
seconda lettera a Timoteo, scrisse: “Tu hai seguito attentamente il mio insegnamento, la mia condotta, . .
. la sorta di cose che mi accaddero ad Antiochia, a Iconio, a Listra, la sorta di persecuzioni che ho
sopportato; eppure il Signore mi ha liberato da esse tutte”. (2 Timoteo 3:10, 11) Uno o due anni circa
dopo quella lapidazione, Paolo tornò a Listra e trovò che il giovane Timoteo era un cristiano esemplare, di
cui “rendevano buona testimonianza i fratelli di Listra e di Iconio”. (Atti 16:1, 2) Così Paolo lo scelse come
suo compagno di viaggio. Questo aiutò Timoteo a crescere spiritualmente e col tempo egli divenne
idoneo per essere mandato da Paolo a visitare varie congregazioni. (Filippesi 2:19, 20; 1 Timoteo 1:3)
Anche oggi zelanti servitori di Dio esercitano una splendida influenza sui giovani, molti dei quali,
crescendo, diventano validi servitori di Dio, come Timoteo.
18 La mattina successiva all’episodio di Listra che gli era quasi costato la vita, Paolo partì con Barnaba
per Derbe. Questa volta gli oppositori non li seguirono, e la Bibbia dice che ‘fecero parecchi discepoli’.
(Atti 14:20, 21) Dopo aver fondato una congregazione a Derbe, Paolo e Barnaba dovettero prendere una
decisione. Da Derbe c’era una strada romana trafficata che portava a Tarso. Da lì, con un breve viaggio,
si poteva arrivare ad Antiochia di Siria. Forse sarebbe stato il modo più conveniente per tornare alla base,
e quei missionari potevano pensare di meritarsi un po’ di riposo. A somiglianza del loro Maestro, però,
Paolo e Barnaba avvertivano un bisogno più grande. — Marco 6:31-34.
Compirono pienamente l’opera di Dio
19 Invece di tornare a casa per la via più breve, i missionari tornarono intrepidamente indietro e
rivisitarono quelle stesse città in cui avevano rischiato la vita. Benedisse Geova il loro altruistico interesse
per le nuove pecore? Sì, senz’altro, perché il racconto dice che riuscirono a ‘rafforzare le anime dei
discepoli, incoraggiandoli a rimanere nella fede’. Appropriatamente dissero a quei nuovi discepoli:
“Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni”. (Atti 14:21, 22) Paolo e Barnaba
rammentarono loro anche la loro chiamata quali coeredi del futuro Regno di Dio. Oggi dovremmo
incoraggiare in modo simile i nuovi discepoli. Possiamo rafforzarli affinché sopportino le prove ricordando
loro la prospettiva di vivere per sempre sulla terra sotto il dominio di quello stesso Regno di Dio che
Paolo e Barnaba predicavano.
20 Prima di lasciare ciascuna città, Paolo e Barnaba aiutavano la congregazione locale a organizzarsi
meglio. Evidentemente addestravano uomini qualificati e li nominavano affinché prendessero la direttiva.
(Atti 14:23) Questo favoriva senz’altro l’ulteriore espansione. Allo stesso modo oggi i missionari e altri,
dopo aver aiutato coloro che non hanno esperienza a progredire fino al punto di poter assolvere
responsabilità, a volte si recano altrove per continuare la loro buona opera in luoghi in cui il bisogno è
maggiore.
21 Quando infine i missionari tornarono ad Antiochia di Siria, avevano ogni ragione di sentirsi
profondamente soddisfatti. La Bibbia dice che avevano “pienamente compiuto” l’opera che Dio aveva
affidato loro. (Atti 14:26) Com’era logico aspettarsi, la narrazione delle loro esperienze procurò “a tutti i
fratelli grande gioia”. (Atti 15:3) Ma cosa avrebbero fatto ora? Si sarebbero riposati sugli allori? Niente
affatto. Dopo essersi recati a Gerusalemme per sottoporre al corpo direttivo il problema della
circoncisione affinché decidesse in merito, i due ripartirono per altri viaggi missionari. Questa volta
andarono in direzioni diverse. Barnaba prese con sé Giovanni Marco e andò a Cipro, mentre Paolo trovò
un nuovo compagno, Sila, col quale attraversò la Siria e la Cilicia. (Atti 15:39-41) Fu nel corso di questo
viaggio che egli scelse il giovane Timoteo e lo portò con sé.
22 La Bibbia non parla dei risultati del secondo viaggio di Barnaba. In quanto a Paolo, si recò in un nuovo
territorio e fondò congregazioni in almeno cinque città: Filippi, Berea, Tessalonica, Corinto ed Efeso. Qual
era il segreto del notevole successo di Paolo? Gli stessi princìpi valgono anche per coloro che oggi fanno
discepoli di Cristo?
[Figura a pagina 15]
L’apostolo Paolo sopportò la persecuzione, e questo fece una durevole impressione sul giovane Timoteo

w93 15/8 21-2 La padronanza esista in voi e trabocchi


17 Possiamo imparare qualcosa sulla padronanza di sé anche da un episodio che vide coinvolti Paolo e
Barnaba. Dopo essere stati compagni di servizio per anni, ebbero una divergenza di opinioni
sull’opportunità di condurre con loro Marco in un viaggio. “Ci fu un’accesa esplosione d’ira, così che si
separarono l’uno dall’altro; e Barnaba, preso con sé Marco, salpò verso Cipro”. (Atti 15:39) Il fatto che
quegli uomini maturi non abbiano controllato i loro sentimenti in quella circostanza dovrebbe servirci di
monito. Se capitò a loro, può capitare anche a noi. Tuttavia essi non lasciarono che l’accaduto creasse
una durevole frattura fra loro o scatenasse una faida. Tutto fa ritenere che i due fratelli implicati ripresero
il controllo delle proprie emozioni e in seguito collaborarono pacificamente. — Colossesi 4:10; 2 Timoteo
4:11.
18 Possiamo aspettarci che fra i servitori di Dio ci siano sentimenti feriti, perfino rancori. C’erano in epoca
ebraica e nel periodo apostolico. Ci sono stati anche fra i servitori di Geova odierni, perché siamo tutti
imperfetti. (Giacomo 3:2) Gesù esortò i suoi seguaci ad agire prontamente per risolvere simili problemi tra
fratelli. (Matteo 5:23-25) Ma è ancora meglio cercare di prevenirli migliorando la nostra padronanza. Se
un fratello o una sorella ha detto o fatto una cosa relativamente piccola che vi ha offesi o feriti, perché
non controllarvi e metterci semplicemente una pietra sopra? È proprio necessario affrontare l’altra
persona, come se non si fosse soddisfatti finché l’altro non ha ammesso di essere in torto? Fino a che
punto siete in grado di controllare i vostri sentimenti?

w90 15/6 13-14 Il popolo di Geova è reso fermo nella fede


Inizia il secondo viaggio missionario
17 Quando fu proposta l’idea di un secondo viaggio missionario, sorse un problema. (15:36-41) Paolo
suggerì di rivisitare insieme a Barnaba le congregazioni di Cipro e dell’Asia Minore. Barnaba fu
d’accordo, ma voleva portare con sé suo cugino Marco. Paolo non era dello stesso avviso, poiché Marco
li aveva abbandonati in Panfilia. Ne nacque “un’accesa esplosione d’ira”, ma né Paolo né Barnaba
cercarono di sostenere la propria posizione tentando di coinvolgere nella loro questione privata altri
anziani o il corpo direttivo. Che ottimo esempio!
18 Questa disputa, tuttavia, causò una separazione. Barnaba prese con sé Marco e se ne andò a Cipro.
Paolo, insieme a Sila, “attraversò la Siria e la Cilicia, rafforzando le congregazioni”. Barnaba si sarà fatto
influenzare da vincoli di parentela, ma avrebbe dovuto riconoscere che Paolo era un apostolo e che era
stato scelto come “un vaso eletto”. (Atti 9:15) E che dire di noi? Questo episodio dovrebbe imprimere in
noi la necessità di riconoscere l’autorità teocratica e di cooperare pienamente con “lo schiavo fedele e
discreto”! — Matteo 24:45-47.

W98 15-4 P.20-23


Baruc (segretario di Geremia) — Tema: Servite Geova per altruismo 1°CORINTI 10:24

it-1 293 Baruc


BARUC
(Bàruc) [benedetto].
1. Scriba segretario di Geremia. Baruc era figlio di Neria e fratello di Seraia, il funzionario di Sedechia che
lesse il rotolo di Geremia lungo l’Eufrate. — Ger 32:12; 51:59-64.
Nel quarto anno del re Ioiachim, 625 a.E.V., Baruc, sotto dettatura di Geremia, cominciò a scrivere in un
rotolo il messaggio profetico della rovina di Gerusalemme. Verso la fine dell’autunno dell’anno dopo, 624
a.E.V., Baruc lesse ad alta voce il rotolo “agli orecchi di tutto il popolo” all’ingresso della casa di Geova.
Fu poi invitato a leggerlo a una riunione di principi, i quali, a motivo di quello che udivano e temendo ciò
che sarebbe accaduto quando la parola fosse giunta agli orecchi del re, consigliarono a Baruc e a
Geremia di nascondersi. Ioiachim, udendo la denuncia, bruciò il rotolo pezzo per pezzo, e comandò che
Baruc e Geremia fossero condotti davanti a lui, “ma Geova li tenne nascosti”. Baruc scrisse un altro rotolo
dettato da Geremia, come il primo, ma contenente “molte altre parole” dalla bocca di Geova. — Ger 36:1-
32.
Sedici anni dopo, nel decimo anno di Sedechia, solo qualche mese prima del saccheggio di
Gerusalemme, Baruc prese l’atto di acquisto della proprietà che Geremia aveva acquistato da un cugino
e lo pose in un vaso di terracotta perché fosse conservato in luogo sicuro. — Ger 32:1, 9-16.
Ad un certo punto durante la stesura del primo rotolo, Baruc si lamentò di essere stanco e Geova
l’ammonì: ‘Non continuare a cercare grandi cose per te stesso’. Comunque, per la sua fedeltà gli fu
promessa salva la vita ‘in tutti i luoghi nei quali sarebbe andato’, non solo durante il terribile assedio di
Gerusalemme, ma anche dopo quando la popolazione ribelle costrinse lui e Geremia ad andare in Egitto.
— Ger 45:1-5; 43:4-7.

w79 15/3 28-30 Baruc, un segretario che ricevette un messaggio profetico


Baruc, un segretario che ricevette un messaggio profetico
NELL’ULTIMO venticinquennio del settimo secolo a.E.V., Baruc fu segretario del profeta Geremia. Visse
in un’epoca in cui i suoi compagni israeliti non tenevano in nessun conto la parola di Geova ma
insistevano nel fare a modo proprio. Perciò le profezie che Baruc scrisse sotto la guida di Geremia
additavano soprattutto la calamità. Dato che queste profezie erano molto impopolari, a volte Baruc
condivise le spiacevoli vicende del profeta Geremia. In un’occasione, le circostanze in cui si trovava e il
contenuto dei messaggi profetici fecero perdere l’equilibrio a Baruc, per cui uno specifico messaggio
profetico fu rivolto direttamente a lui.
Nel quarto anno di regno di Ioiachim, Geremia dettò a Baruc il messaggio profetico relativo alla
distruzione di Gerusalemme per mano dei caldei. In uno speciale giorno di digiuno nel tardo autunno
dell’anno successivo, Baruc, col rotolo che aveva scritto, si presentò nel cortile del tempio. Perché Baruc
e non Geremia? Geremia non poteva andarvi, forse perché un decreto dei funzionari del tempio glielo
impediva. Quindi Geremia mandò Baruc a leggere la parola di Geova agli israeliti radunati. Fra gli uomini
che udirono la lettura pubblica ci fu un certo Micaia. Egli fece immediatamente rapporto al segretario del
re Ioiachim e ai principi. — Ger. 36:1-13.
I principi inviarono allora Ieudi da Baruc, per chiedergli di portare il rotolo profetico. Baruc fu trattato
gentilmente, essendo invitato a sedersi e a leggere il rotolo. Udendo il vigoroso messaggio di condanna, i
principi si impaurirono, rivelando indubbiamente la loro apprensione con l’espressione del viso e il modo
di fare. Si sentirono in obbligo di informare il re Ioiachim sul contenuto del rotolo. Per stabilire che parte
aveva avuto Baruc nella stesura del rotolo profetico, i principi chiesero: “Come hai scritto tutte queste
parole dalla sua bocca?” La risposta di Baruc fece capire che egli era semplicemente il segretario e che
aveva scritto fedelmente quanto ordinatogli da Geremia. Disse: “Dalla sua bocca egli mi dichiarava tutte
queste parole, e io scrivevo nel libro con l’inchiostro”. Comprendendo che il messaggio profetico avrebbe
destato l’ira del re, i principi suggerirono a Baruc e Geremia di nascondersi. Secondo le previsioni dei
principi, Ioiachim comandò di prendere i due uomini. Tuttavia, grazie alla protezione di Geova, il
nascondiglio di Geremia e di Baruc non fu scoperto. — Ger. 36:14-26.
Questo episodio dovette essere di grande incoraggiamento per Baruc, perché un precedente messaggio
profetico era stato rivolto personalmente a lui. Quel messaggio era servito a correggere il suo modo di
pensare. Nel quarto anno del regno di Ioiachim, Baruc esclamò: “Guai a me, ora, poiché Geova ha
aggiunto mestizia alla mia pena! Io mi sono stancato a causa dei miei sospiri, e non ho trovato alcun
luogo di riposo”. (Ger. 45:3) La pena di Baruc era dovuta all’angoscia che provava dimorando in mezzo ai
suoi connazionali illegali. Erano corrotti, ostinati e impenitenti. Può darsi benissimo che Baruc si sentisse
come Lot a Sodoma, del quale la Bibbia dice: “Quel giusto, per ciò che vedeva e udiva mentre dimorava
fra loro, si tormentava di giorno in giorno l’anima giusta a causa delle loro opere illegali”. (2 Piet. 2:8)
Oltre alla pena che aveva nel cuore, Baruc si sentiva mesto. Perché pensava che Geova Dio avesse
aggiunto mestizia alla sua pena?
La parola di Geova non prometteva un cambiamento in meglio durante la vita di Baruc. Piuttosto, era un
messaggio minaccioso, che additava una distruzione certa. Questa prospettiva riempiva Baruc di
mestizia. Da un punto di vista personale, non c’era speranza di migliorare la propria posizione. Quindi
sospirava. Non poteva trovare pace né “luogo di riposo”.
Baruc non aveva un buon atteggiamento. Doveva essere corretto. Geova gli dichiarò: “Ecco, ciò che ho
edificato demolisco, e ciò che ho piantato sradico, perfino tutto il paese stesso. Ma in quanto a te, tu
continui a cercar grandi cose per te stesso. Non continuare a cercare. Poiché, ecco, io farò venire la
calamità su ogni carne, . . . e per certo ti darò la tua anima come spoglia in tutti i luoghi ai quali andrai”. —
Ger. 45:4, 5.
Poiché la distruzione che Geova aveva decretata per bocca del suo profeta Geremia sarebbe venuta,
non era certo il tempo di pensare a “grandi cose” per sé. Non era il tempo di pensare a sicurezza
materiale, prosperità, beni o preminenza. Baruc fu esortato ad accontentarsi di sfuggire vivo alla futura
distruzione. Cosa poteva valere di più? (Matt. 16:26) Pur essendogli assicurata la sopravvivenza, Baruc
doveva condividere le difficoltà del popolo in generale. Poté pregustare la protezione che avrebbe
ricevuto quando Geova impedì a lui e Geremia di cadere nelle mani del re Ioiachim.
Anche dopo la distruzione di Gerusalemme, Baruc comprese di aver ancora bisogno di perseveranza e di
dover confidare nella protezione di Geova. Quando Geremia dichiarò al popolo la parola di Geova,
consigliando di non fuggire in Egitto, essi non prestarono attenzione. Per scusare il ripudio della parola di
Geova dichiarata mediante Geremia, calunniarono Baruc, dicendo: “Baruc figlio di Neria ti istiga contro di
noi allo scopo di darci in mano ai Caldei, per metterci a morte o per portarci in esilio a Babilonia”. (Ger.
43:3) Asserirono così che Geremia, ora invecchiato, era influenzato dal suo segretario e non dichiarava
più la parola di Geova ma presentava il messaggio del suo segretario come messaggio dell’Onnipotente.
Di fronte a un tale atteggiamento, Baruc dovette continuare ad aver fede nella promessa di Geova di
salvarlo.
Oggi possiamo trarre beneficio dalla vicenda di Baruc. Non ricevette speciali ricompense materiali per
aver servito Geova fedelmente come segretario di Geremia. Allo stesso modo, oggi non dovremmo
aspettarci un trattamento speciale quando tutte le persone in generale soffrono e hanno avversità.
Dovremmo essere disposti a soffrire anche durante la futura “grande tribolazione”, accontentandoci della
promessa di Geova: “Probabilmente potrete esser nascosti nel giorno dell’ira di Geova”. (Matt. 24:21, 22;
Sof. 2:3) Allora, quando vedremo l’esecuzione del giudizio di Dio contro i malvagi, potremo attendere con
fiducia di ricevere come spoglia la nostra anima o vita, sopravvivendo alla “grande tribolazione” per
entrare nel nuovo ordine di giustizia e pace di Geova.

w80 15/8 19-22 La strada giusta dev'essere scelta ora


6 “La parola che Geremia il profeta pronunciò a Baruc figlio di Neria quando egli scrisse in un libro queste
parole dalla bocca di Geremia nel quarto anno di Ioiachim figlio di Giosia, re di Giuda, dicendo: ‘Geova
l’Iddio d’Israele ha detto questo riguardo a te, o Baruc: “Tu hai detto: ‘Guai a me, ora, poiché Geova ha
aggiunto mestizia alla mia pena! Io mi sono stancato a causa dei miei sospiri, e non ho trovato alcun
luogo di riposo’”’”.
7 Non sappiamo da quanto tempo Baruc fosse il segretario di Geremia, ma aveva almeno altri 18 anni da
trascorrere in compagnia del profeta. Non possiamo sapere quale “pena” patisse vedendo peggiorare le
condizioni del regno di Giuda, ma ora, oltre a ciò, doveva anche mettere per iscritto l’angustioso
messaggio di calamità dettato da Geremia. Probabilmente si sentiva come Geremia al tempo in cui il
profeta scrisse il libro delle “Lamentazioni” dopo la distruzione di Gerusalemme nel 607 a.E.V. da parte
del re di Babilonia. È possibile che le continue e ripetute profezie di calamità da parte di Geremia
avessero logorato Baruc.
8 Baruc non intravedeva “alcun luogo di riposo” per sé. Geova notò la disposizione d’animo di Baruc e
comandò a Geremia di dirgli: “Geova ha detto questo: ‘Ecco, ciò che ho edificato demolisco, e ciò che ho
piantato sradico, perfino tutto il paese stesso. Ma in quanto a te, tu continui a cercar grandi cose per te
stesso. Non continuare a cercare’”. — Ger. 45:4, 5.
9 Anche se Geova non le menzionò, Baruc sapeva quali “grandi cose” cercava per sé. Evidentemente
erano cose che Geova non approvava, per cui avrebbe dovuto smettere di cercarle. Perché?
10 A motivo di ciò che Geova aveva in mente di fare a breve scadenza. In quello stesso anno aveva
suscitato Nabucodonosor come re di Babilonia, e questi era colui che Geova intendeva impiegare come
esecutore dei suoi giudizi contro il popolo di Baruc. Particolarmente dai giorni del re Davide (1077-1037
a.E.V.), Geova aveva edificato il regno d’Israele, ma ora, tramite Nabucodonosor, stava per demolire quel
governo reale onde rimanesse inerte per 2.520 anni, fino al 1914 E.V. Nel lontano 1473 a.E.V. Geova
aveva piantato la nazione d’Israele nella Terra Promessa, ma ora, dopo più di 800 anni, stava per
sradicarla. Per 70 anni il paese del regno di Giuda sarebbe rimasto senza alcun israelita o animale
domestico, mentre la popolazione sarebbe stata in esilio nel paese di Nabucodonosor. A motivo di quanto
stava per accadere, era forse il tempo appropriato perché un uomo che conosceva il proposito di Geova
proclamato da Geremia cercasse per sé “grandi cose” di carattere personale? Niente affatto!
11 Ecco perché Geova gli disse di smettere di cercare tali cose. Che dire se Baruc avesse continuato
egoisticamente a cercarle? Avrebbe potuto essere in piena armonia con il messaggio che doveva
scrivere e proclamare? No! I rapporti fra lui e il profeta di Geova, Geremia, si sarebbero senz’altro
incrinati. Se Baruc voleva rimanere veramente in armonia con Geremia e il suo messaggio doveva
reprimere le ambizioni egoistiche. Mancavano ancora 18 anni alla predetta calamità, ma Baruc si trovava
già a dover prendere una decisione. La sua stessa vita, la sua “anima”, dipendeva dal prendere la
decisione giusta e dall’attenervisi.
12 Che somiglianza fra la critica situazione di Baruc e la nostra! Questo in particolare dal 1914 in poi,
poiché da allora i testimoni di Geova hanno predicato che la cristianità, il moderno antìtipo dell’infedele
Gerusalemme, verrà distrutta da qualcuno più grande di Nabucodonosor, l’ormai regnante re celeste
Gesù Cristo. È perciò veramente sconsigliabile che chi è in una relazione di patto con Dio cerchi per sé
“grandi cose” in questo sistema di cose in sfacelo e in un tempo cruciale come questo. Significherebbe
non capire che stiamo vivendo nel “tempo della fine”. Rivelerebbe mancanza di fede e di fiducia
nell’esattezza e nell’urgenza del messaggio predicato dalla classe di Geremia circa la condanna di
questo vecchio sistema di cose. È in gioco la vita, l’“anima” di ciascuno! Geova sta per compiere la sua
opera di demolire e sradicare tramite qualcuno più potente di Nabucodonosor, Gesù Cristo. Vogliamo
essere distrutti assieme al moderno antìtipo dell’apostata Gerusalemme, cioè la cristianità? Se non
vogliamo esserlo, allora dobbiamo prendere la nostra decisione finché ce n’è ancora tempo, la decisione
di fare ciò che Geova disse al segretario di Geremia, Baruc, e cioè di smettere di cercare “grandi cose” in
questo mondo.
[Figura a pagina 20]
Il "giorno di vendetta" di Dio non è il tempo di cercare "grandi cose" per se stessi
13 Ciascuno di noi cerchi di vivere in armonia con il messaggio proclamato dalla classe di Geremia.
Abbandoniamo le ambizioni egoistiche e non riponiamo i nostri affetti sulle cose transitorie di questo
condannato sistema di cose. Si richiede che partecipiamo coraggiosamente con la classe di Geremia
all’opera di avvertimento da compiere in relazione all’imminente “giorno di vendetta” di Geova. Non è
tempo di avere un cuore diviso. — Isa. 61:1, 2.
14 Quale sarà la ricompensa? È indicata in quello che Geremia ricevette il comando di dire a Baruc:
“‘Poiché, ecco, io farò venire la calamità su ogni carne’, è l’espressione di Geova, ‘e per certo ti darò la
tua anima come spoglia in tutti i luoghi ai quali andrai’”. — Ger. 45:5b.
15 Per Baruc le cose andarono proprio così. Questo mostra che senza perdere tempo prese la decisione
giusta. Ce lo conferma un precedente capitolo, Geremia 43:5-7, che narra ciò che accadde dopo la
distruzione di Gerusalemme nel 607 a.E.V. Si legge che nella loro fuga dal paese di Giuda verso l’Egitto, i
timorosi giudei sopravvissuti portarono con sé “Geremia il profeta e Baruc figlio Neria. E infine vennero
nel paese d’Egitto, poiché non ubbidirono alla voce di Geova; e vennero gradualmente fino a Tafnes”,
nell’Egitto settentrionale. Ma anche dopo ciò Geremia continuò a profetizzare a quei giudei disubbidienti.
— Ger. 43:8–44:30.
16 Quegli ostinati giudei non riuscirono a sottrarsi per molto alla dominazione della potenza mondiale
babilonese, perché a suo tempo Nabucodonosor aggiunse l’Egitto al suo impero. Se Geremia e Baruc
sopravvissero per vedere l’arrivo dei babilonesi, possiamo esser certi che non caddero vittime dell’ira di
Nabucodonosor. Egli aveva buoni motivi per ricordarsi di loro con benignità. Baruc avrebbe continuato ad
avere la sua “anima” come spoglia, cosa garantitagli da Geova in Geremia 45:5. Avrebbe così potuto
rendersi conto di quanto fosse stato saggio a smettere di cercare “grandi cose” per se stesso.
17 Possiamo trarre vero profitto dall’esempio di ubbidiente sottomissione alla correzione di Geova datoci
da Baruc? Sì! Non importa quanto stretti siano i nostri legami con la classe di Geremia, facciamo ciò che
Dio approva se non ricerchiamo “grandi cose” per noi stessi in questi ultimi giorni della cristianità. La
nostra “anima”, la nostra vita come persone, vale molto più delle “grandi cose” destinate a scomparire
con questo mondo malvagio, quando non ci rimarrà addosso che la sola “anima”. Essere allora vivi come
‘anime’ che godranno l’approvazione divina sarà qualcosa di infinitamente più prezioso che godere ora
per breve tempo qualsiasi cosa appartenga alla cristianità e a tutta la religione organizzata.

[Figura a pagina 20]


Il “giorno di vendetta” di Dio non è il tempo di cercare “grandi cose” per se stessi
[Figura a pagina 21]
Cerchiamo di non essere pigri nel compiere la “missione di Geova”
Betsabea — Tema: I trasgressori pentiti possono ottenere il favore di Dio ISAIA 1:18; 55:7

it-1 355-6 Betsabea


BETSABEA
(Betsabèa) [figlia di abbondanza; forse, figlia [nata] il settimo [giorno]].
Figlia di Eliam (Ammiel in 1Cr 3:5); forse nipote di Ahitofel. (2Sa 11:3; 23:34) Già moglie di Uria l’ittita,
uno degli uomini potenti di Davide, sposò poi Davide dopo essere stata implicata in uno degli episodi più
tristi della vita di questo re. — 2Sa 23:39.
Mentre una sera di primavera Betsabea faceva il bagno, il re Davide, dalla vicina terrazza del suo
palazzo, scorse questa donna “di ottimo aspetto”. Appreso che suo marito era lontano a combattere, il re
divorato dalla passione fece condurre Betsabea al palazzo, dove ebbe rapporti con lei. “Più tardi essa
tornò a casa sua”, e dopo alcune settimane informò Davide che era rimasta incinta. Allora Davide pensò
di far dormire Uria con la moglie per nascondere l’adulterio, ma quando questo progetto fallì, il re fece in
modo che Uria fosse ucciso in battaglia. Terminato il periodo di lutto, Betsabea divenne moglie di Davide
e diede alla luce il figlio. — 2Sa 11:1-27.
“Ma la cosa . . . parve cattiva agli occhi di Geova”. Il suo profeta Natan rimproverò il re facendo
un’illustrazione in cui rappresentò Betsabea come “un’agnella” di un uomo povero, Uria, che un ricco,
Davide, aveva presa per offrirla a un visitatore. Con gran dolore Davide si pentì (Sl 51), ma il figlio
adulterino, di cui non si sa il nome, morì. (Vedi DAVIDE). Anni dopo Davide soffrì ancora per il suo
peccato: suo figlio Absalom abusò delle sue stesse concubine. — 2Sa 11:27–12:23; 16:21, 22.
Betsabea trovò conforto nel marito pentito, più volte lo chiamò “mio signore”, come aveva fatto Sara (1Re
1:15-21; 1Pt 3:6), e a suo tempo gli diede un figlio, Salomone, che Geova amò e benedisse. (2Sa 12:24,
25) Essa ebbe anche altri tre figli, Simea, Sobab e Natan, quest’ultimo antenato di Maria madre di Gesù.
Poiché Giuseppe era discendente di Salomone, entrambi i genitori terreni di Gesù discendevano sia da
Betsabea che da Davide. — 1Cr 3:5; Mt 1:6, 16; Lu 3:23, 31.
Betsabea è menzionata di nuovo verso la fine dei 40 anni del regno di Davide. Davide le aveva giurato:
“Salomone tuo figlio è colui che regnerà dopo di me”. Perciò quando Adonia fratellastro maggiore di
Salomone tentò di usurpare il trono poco prima della morte di Davide, Betsabea, dietro suggerimento del
profeta Natan, ricordò a Davide il suo giuramento. Immediatamente Davide pose Salomone sul trono e
Betsabea divenne così la regina madre. — 1Re 1:5-37.
Dopo che il trono di Salomone fu saldamente stabilito, Betsabea comparve dinanzi a lui in veste di
influente intermediaria a favore di Adonia. Subito Salomone “si levò per andarle incontro e si inchinò”,
ordinando che si disponesse un trono per sua madre, “perché si sedesse alla sua destra”. Tuttavia la sua
richiesta rivelava soltanto la doppiezza di Adonia, per cui Salomone lo fece mettere a morte. — 1Re 2:13-
25.

w93 15/3 8-13 La misericordia di Geova ci salva dalla disperazione


La misericordia di Geova ci salva dalla disperazione
“Mostrami favore, o Dio, secondo la tua amorevole benignità. Secondo l’abbondanza delle tue
misericordie cancella le mie trasgressioni”. — SALMO 51:1.
LA LEGGE di Geova non può essere violata impunemente. Com’è evidente questo se commettiamo
qualche grave peccato contro Dio! Anche se forse abbiamo servito Geova fedelmente per anni, se
violassimo la sua legge potremmo provare grande ansietà o profonda depressione. Potremmo pensare
che Geova ci abbia abbandonato e che non siamo più degni di servirlo. Il nostro peccato può apparirci
come una fitta coltre di nubi che ci impedisce di ricevere la luce del favore di Dio.
2 Una volta Davide, re dell’antico Israele, si trovò in una situazione simile. Come mai?
Passi falsi possono portare a commettere peccati gravi
3 Davide amava Dio, ma fece alcuni passi falsi che lo portarono a commettere peccati gravi. (Confronta
Galati 6:1). Questo può capitare a qualunque uomo imperfetto, specialmente se ha autorità su altri.
Essendo un re valoroso, Davide aveva fama e potere. Chi osava contraddirlo? Uomini capaci erano ai
suoi ordini, e il popolo era pronto a fare ciò che egli richiedeva. Eppure Davide commise degli errori,
prendendosi molte mogli e facendo un censimento del popolo. — Deuteronomio 17:14-20; 1 Cronache
21:1.
4 In quel periodo di prosperità materiale, Davide commise gravi peccati contro Dio e l’uomo. Un peccato
portò all’altro come in una catena ordita da Satana! Mentre gli altri israeliti combattevano contro gli
ammoniti, dalla terrazza del suo palazzo Davide se ne stava a guardare la bella moglie di Uria, Betsabea,
che faceva il bagno. Dato che Uria era in guerra, il re fece condurre la donna nel suo palazzo e commise
adulterio con lei. Immaginate lo shock quando seppe poi che la donna era rimasta incinta! Davide mandò
a chiamare Uria, sperando che trascorresse la notte con Betsabea e credesse poi che il bambino fosse
suo. Benché Davide lo facesse ubriacare, Uria non andò a giacere con la moglie. Disperato, Davide inviò
al comandante Gioab ordini segreti di mandare Uria in prima linea, dove sarebbe sicuramente morto. Uria
rimase ucciso in battaglia, la vedova osservò il consueto periodo di lutto, e Davide la sposò prima che gli
altri si accorgessero che era incinta. — 2 Samuele 11:1-27.
5 Tramite il profeta Natan, Dio smascherò i peccati di Davide e disse: “Farò sorgere contro di te la
calamità dalla tua propria casa”. Di conseguenza il bambino dato alla luce da Betsabea morì. (2 Samuele
12:1-23) Il primogenito di Davide, Amnon, violentò la sorellastra Tamar e fu assassinato dal fratello di lei.
(2 Samuele 13:1-33) Questo stesso figlio del re, Absalom, cercò di usurpare il trono e umiliò
pubblicamente il padre avendo rapporti con le concubine di Davide. (2 Samuele 15:1–16:22) Scoppiò una
guerra civile che finì con la morte di Absalom e un ulteriore dolore per Davide. (2 Samuele 18:1-33)
Tuttavia i peccati di Davide lo resero più umile e cosciente del bisogno di stare vicino al suo
compassionevole Dio. Se dovessimo commettere degli errori, pentiamoci umilmente e avviciniamoci a
Geova. — Confronta Giacomo 4:8.
6 Davide era particolarmente colpevole perché era un governante israelita, che conosceva bene la Legge
di Geova. (Deuteronomio 17:18-20) Non era un faraone egiziano o un re babilonese che, non avendo tale
conoscenza, forse facevano regolarmente cose disapprovate da Dio. (Confronta Efesini 2:12; 4:18).
Appartenendo a una nazione dedicata a Geova, Davide sapeva che l’adulterio e l’assassinio sono peccati
gravi. (Esodo 20:13, 14) Anche i cristiani conoscono la legge di Dio. Come Davide, però, alcuni di loro la
infrangono a causa della peccaminosità ereditata, della debolezza umana e di tentazioni a cui non sanno
resistere. Se ciò dovesse accadere a qualcuno di noi, nessuno ci obbliga a rimanere in uno stato
ottenebrato che offusca la nostra vista spirituale e ci fa sprofondare nella disperazione.
La confessione reca sollievo
7 Se abbiamo violato seriamente la legge di Dio, potremmo trovare difficile confessare i nostri peccati,
anche a Geova. Cosa può accadere in tali circostanze? Nel Salmo 32 Davide ammise: “Quando tacevo
[invece di confessare] le mie ossa si consumarono per il mio gemere tutto il giorno. Poiché giorno e notte
la tua mano [o Geova] era grave su di me. L’umore della mia vita si è cambiato come all’arido calore
dell’estate”. (Versetti 3, 4⇒ di Salmo 32⇐) Il tentativo di nascondere il suo peccato e di soffocare i
rimorsi di coscienza sfibrarono il trasgressore Davide. L’angoscia ridusse il suo vigore rendendolo simile
a un albero che la siccità ha privato dell’umore vitale. Può ben darsi che egli ne risentisse sia a livello
mentale che fisico. In ogni caso, perse la gioia. Se qualcuno di noi dovesse trovarsi in uno stato simile,
cosa dovrebbe fare?
8 Confessando il peccato a Dio si possono ottenere perdono e sollievo. “Infine ti confessai il mio peccato
e non coprii il mio errore”, cantò Davide. “Dissi: ‘Farò confessione delle mie trasgressioni a Geova’. E tu
stesso perdonasti l’errore dei miei peccati”. (Salmo 32:5) Siete angustiati per qualche peccato nascosto?
Non sarebbe meglio confessarlo e lasciarlo, così da beneficiare della misericordia di Dio? Perché non
chiamate gli anziani della congregazione e non chiedete aiuto spirituale? (Proverbi 28:13; Giacomo 5:13-
20) Il vostro spirito contrito sarà tenuto in considerazione e col tempo proverete di nuovo la gioia
cristiana. “Felice è colui la cui rivolta è perdonata, il cui peccato è coperto”, disse Davide. “Felice è l’uomo
al quale Geova non attribuisce errore, e nel cui spirito non c’è inganno”. — Salmo 32:1, 2.
9 Davide e Betsabea dovettero rendere conto a Geova Dio della loro trasgressione. Avrebbero potuto
essere messi a morte per i loro peccati, ma Dio ebbe misericordia di loro. In particolare fu misericordioso
con Davide a motivo del patto del Regno. (2 Samuele 7:11-16) L’atteggiamento contrito di Davide per i
peccati commessi in relazione a Betsabea è evidente dal Salmo 51. Questo commovente salmo fu
composto dal re pentito dopo che il profeta Natan ne aveva sensibilizzato la coscienza mostrandogli
l’enormità delle sue trasgressioni della legge divina. Ci volle coraggio da parte di Natan per far notare a
Davide i suoi peccati, così come oggi gli anziani cristiani nominati devono essere coraggiosi per fare
altrettanto. Invece di negare l’accusa e ordinare che Natan fosse messo a morte, il re confessò
umilmente. (2 Samuele 12:1-14) Il Salmo 51 mostra cosa disse a Dio in preghiera riguardo al suo
comportamento riprovevole e ben si addice alla meditazione in preghiera, specie se abbiamo commesso
degli errori e desideriamo vivamente ottenere la misericordia di Geova.
Dobbiamo rendere conto a Dio
10 Davide non cercò di scusare il suo peccato, ma supplicò: “Mostrami favore, o Dio, secondo la tua
amorevole benignità. Secondo l’abbondanza delle tue misericordie cancella le mie trasgressioni”. (Salmo
51:1) Trasgredendo, Davide aveva oltrepassato i confini della Legge di Dio. Poteva comunque sperare di
riprendersi spiritualmente se Dio gli avesse mostrato favore secondo la Sua amorevole benignità, o
amore leale. L’abbondanza delle misericordie che Dio aveva mostrato in passato dava al re pentito una
base per aver fede che il Creatore avrebbe cancellato le sue trasgressioni.
11 Tramite le ombre profetiche dei sacrifici del giorno di espiazione, Geova aveva fatto capire che c’era un
modo per purificare chi si pente dei propri peccati. Ora sappiamo che Dio ci concede la sua misericordia
e il suo perdono in base alla nostra fede nel sacrificio di riscatto di Gesù Cristo. Se Davide, che
conosceva solo tipi e ombre di questo sacrificio, poté confidare nell’amorevole benignità e nelle
misericordie di Geova, quanto più gli odierni servitori di Dio dovrebbero esercitare fede nel riscatto
provveduto per la loro salvezza! — Romani 5:8; Ebrei 10:1.
12 Supplicando Dio, Davide aggiunse: “Lavami completamente dal mio errore, e purificami anche dal mio
peccato. Poiché io stesso conosco le mie trasgressioni, e il mio peccato è continuamente di fronte a me”.
(Salmo 51:2, 3) Peccare significa mancare il bersaglio delle norme di Geova. Sicuramente Davide era
venuto meno. Tuttavia non era come un assassino o un adultero indifferente al proprio reato,
preoccupato solo della punizione o della possibilità di contrarre qualche malattia. Amando Geova, Davide
odiava il male. (Salmo 97:10) Provava ripugnanza per il suo peccato e voleva che Dio lo purificasse
completamente. Davide era ben consapevole delle sue trasgressioni e profondamente dispiaciuto di
essersi lasciato sopraffare dal suo desiderio peccaminoso. Il suo peccato era di continuo davanti a lui,
perché la persona timorata di Dio, quando ha la coscienza sporca, non ha requie finché non mostra
pentimento, non confessa e non ottiene il perdono di Geova.
13 Riconoscendo di dover rendere conto a Geova, Davide disse: “Ho peccato contro di te, contro te solo,
e ho fatto ciò che è male ai tuoi occhi, affinché tu mostri d’esser giusto quando parli, perché tu sia libero
da colpa quando giudichi”. (Salmo 51:4) Davide aveva infranto le leggi di Dio, infangato la sua posizione
di re e ‘mancato senza dubbio di rispetto a Geova’, esponendoLo al biasimo. (2 Samuele 12:14; Esodo
20:13, 14, 17) Le azioni peccaminose di Davide erano reati anche contro la società israelita e i
componenti della sua famiglia, così come oggi un trasgressore battezzato causa tristezza o dolore alla
congregazione cristiana e ai suoi cari. Anche se si rendeva conto di aver peccato contro il suo prossimo,
come Uria, il re pentito riconosceva di essere maggiormente responsabile davanti a Geova. (Confronta
Genesi 39:7-9). Davide riconobbe che il giudizio di Geova sarebbe stato giusto. (Romani 3:4) I cristiani
che hanno peccato dovrebbero provare gli stessi sentimenti.
Attenuanti
14 Pur non cercando di giustificarsi, Davide in effetti disse: “Ecco, con errore fui dato alla luce con dolori di
parto, e mia madre mi concepì nel peccato”. (Salmo 51:5) Davide era stato dato alla luce nell’errore, e
sua madre aveva provato i dolori di parto a causa della peccaminosità ereditata. (Genesi 3:16; Romani
5:12) Le sue parole non significano che i corretti rapporti coniugali, il concepimento e la nascita siano
peccaminosi, in quanto fu Dio a istituire il matrimonio e la procreazione. Davide non si stava nemmeno
riferendo ad alcuno specifico peccato commesso da sua madre. Era stato concepito nel peccato nel
senso che i suoi genitori erano peccatori come tutti gli uomini imperfetti. — Giobbe 14:4.
15 Se abbiamo peccato, possiamo menzionare in preghiera a Dio eventuali circostanze attenuanti che
possono aver contribuito alla nostra trasgressione. Ma non tramutiamo l’immeritata benignità di Dio in
una scusa per tenere una condotta dissoluta né usiamo la peccaminosità ereditata come un paravento
per sottrarci alla responsabilità del nostro peccato. (Giuda 3, 4) Davide si riconobbe colpevole di aver
coltivato pensieri impuri e di aver ceduto alla tentazione. Preghiamo di non essere abbandonati in
tentazione e poi agiamo in armonia con la nostra preghiera. — Matteo 6:13.
Richiesta di purificazione
16 Si può dare l’impressione di essere persone per bene, devote, ma Dio guarda oltre le apparenze e
vede quello che uno è interiormente. Davide disse a Geova: “Ecco, hai provato diletto nella stessa
veracità nelle parti interiori; e nell’intimo voglia tu farmi conoscere la completa sapienza”. (Salmo 51:6)
Davide si era macchiato di falsità e tortuosità nel provocare la morte di Uria e cercando di nascondere i
fatti sulla gravidanza di Betsabea. Però sapeva che Dio prova diletto nella veracità e nella santità. Questa
consapevolezza dovrebbe avere un effetto positivo sulla nostra condotta, perché Geova ci
condannerebbe se agissimo in maniera tortuosa. (Proverbi 3:32) Davide si rendeva pure conto che se
Dio ‘gli avesse fatto conoscere la completa sapienza’, come re pentito, sarebbe stato in grado di
osservare le norme divine per il resto della sua vita.
17 Comprendendo il bisogno di essere aiutato da Dio a vincere le sue tendenze peccaminose, il salmista
implorò ulteriormente: “Voglia tu purificarmi dal peccato con issopo, perché io sia puro; voglia tu lavarmi,
perché io divenga più bianco perfino della neve”. (Salmo 51:7) Fra le altre cose, la pianta di issòpo (forse
una varietà della maggiorana [Origanum maru]) era usata nella cerimonia di purificazione dei lebbrosi
guariti. (Levitico 14:2-7) Era quindi appropriato che Davide pregasse di essere purificato dal peccato con
issopo. L’idea di purezza è anche associata alla sua richiesta che Geova lo lavasse affinché fosse
completamente puro, più bianco della neve incontaminata. (Isaia 1:18) Se qualcuno di noi prova rimorsi di
coscienza per aver commesso qualche trasgressione, abbia fede che se si pente e chiede perdono a Dio,
Egli può purificarlo in base al sacrificio di riscatto di Gesù.
Richiesta di essere ristabilito
18 Qualunque cristiano abbia provato rimorsi di coscienza può capire le parole di Davide: “Voglia tu
[Geova] farmi udire esultanza e allegrezza, affinché le ossa che hai schiacciato gioiscano”. (Salmo 51:8)
Prima che Davide si pentisse e confessasse i suoi peccati, la sua coscienza turbata lo faceva sentire
terribilmente male. Non provava gioia nemmeno nei canti di esultanza e allegrezza eseguiti da eccellenti
cantori e musicisti provetti. Tale era la sofferenza del peccatore Davide per la disapprovazione di Dio che
egli era come un uomo le cui ossa fossero state dolorosamente schiacciate. Anelava al perdono, alla
guarigione spirituale e a ritrovare la gioia di un tempo. Anche oggi un trasgressore pentito ha bisogno del
perdono di Geova per ritrovare la gioia che provava prima che commettesse qualcosa che ha incrinato la
sua relazione con Dio. Che una persona pentita provi di nuovo la “gioia dello spirito santo” è un segno
che Geova l’ha perdonata e la ama. (1 Tessalonicesi 1:6) Che conforto dà questo!
19 Davide pregò ulteriormente: “Nascondi la tua faccia dai miei peccati, e cancella anche tutti i miei
errori”. (Salmo 51:9) Non ci si può aspettare che Geova guardi il peccato con approvazione. Per questo
Davide gli chiese di nascondere la Sua faccia dai suoi peccati. Il re chiese a Dio anche di cancellare tutti i
suoi errori, di eliminare tutta la sua ingiustizia. Se solo Geova lo avesse fatto! Ciò avrebbe sollevato il
morale di Davide, liberandolo dal peso di una coscienza turbata, e il re ormai pentito avrebbe saputo di
essere stato perdonato dal suo amorevole Dio.
Cosa dovreste fare se avete peccato?
20 Il Salmo 51 indica che qualunque dedicato servitore di Geova abbia commesso un grave peccato e si
sia pentito può chiederGli con fiducia di mostrargli favore e di purificarlo dai suoi peccati. Se sei un
cristiano che ha commesso un simile peccato, perché non chiedi umilmente perdono al nostro Padre
celeste in preghiera? Riconosci di aver bisogno dell’aiuto di Dio per non perdere la sua approvazione, e
chiedigli di ridarti la gioia che provavi un tempo. I cristiani pentiti possono fiduciosamente rivolgersi a
Geova in preghiera per chiedergli questo, in quanto “egli perdonerà in larga misura”. (Isaia 55:7; Salmo
103:10-14) Naturalmente per poter ricevere la necessaria assistenza spirituale si dovrebbero chiamare gli
anziani della congregazione. — Giacomo 5:13-15.
21 La misericordia di Geova salva davvero i suoi servitori dalla disperazione. Ma esaminiamo le ulteriori
richieste sincere che Davide fece nel Salmo 51. Il prossimo studio mostrerà che Geova non disprezza il
cuore rotto.

w93 15/3 13-18 Geova non disprezza il cuore rotto


Geova non disprezza il cuore rotto
“I sacrifici a Dio sono uno spirito rotto; un cuore rotto e affranto, o Dio, tu non disprezzerai”. — SALMO
51:17.
GEOVA può ‘ostruire l’accesso presso di sé come con una massa di nuvole, perché la preghiera non
passi’. (Lamentazioni 3:44) Egli però desidera che i suoi servitori abbiano accesso a lui. Anche se un suo
adoratore dovesse commettere un grave errore ma si pente, il nostro Padre celeste non dimentica il bene
fatto da quella persona. Per questo l’apostolo Paolo poté dire ai suoi conservi cristiani: “Dio non è
ingiusto da dimenticare la vostra opera e l’amore che avete mostrato per il suo nome”. — Ebrei 6:10.
2 Anche gli anziani cristiani dovrebbero tener conto degli anni di fedele servizio che i loro compagni di
fede hanno reso a Dio. Questo include il sacro servizio svolto da coloro che hanno commesso un passo
falso o che hanno peccato gravemente ma che si sono pentiti. I pastori cristiani hanno a cuore il
benessere spirituale di tutti i componenti del gregge di Dio. — Galati 6:1, 2.
3 Il trasgressore pentito ha bisogno della misericordia di Geova. Ma occorre dell’altro, come si comprende
dalle parole di Davide che troviamo in Salmo 51:10-19.
Ci vuole un cuore puro
4 Se a causa di qualche peccato un cristiano dedicato si trova in una cattiva condizione spirituale, di cosa
può avere bisogno oltre che della misericordia e del perdono di Geova? Ebbene, Davide supplicò: “Crea
in me anche un cuore puro, o Dio, e metti dentro di me uno spirito nuovo, saldo”. (Salmo 51:10) A quanto
pare Davide fece questa richiesta perché si rendeva conto di avere ancora nel cuore la tendenza a
commettere gravi peccati. Forse non abbiamo commesso il genere di peccati da cui Davide fu adescato
in relazione a Betsabea e Uria, ma abbiamo bisogno dell’aiuto di Geova per non cedere alla tentazione di
commettere gravi peccati. Inoltre potremmo personalmente avere bisogno dell’aiuto di Dio per eliminare
dal nostro cuore tratti peccaminosi come concupiscenza e odio, peccati equiparati a furto e omicidio. —
Colossesi 3:5, 6; 1 Giovanni 3:15.
5 Geova richiede che i suoi servitori abbiano “un cuore puro”, cioè purezza di motivi o intenti. Sapendo di
non aver mostrato tale purezza, Davide pregò che Dio purificasse il suo cuore e lo mettesse in armonia
con le norme divine. Il salmista voleva avere anche uno spirito, o inclinazione mentale, nuovo, saldo.
Aveva bisogno di uno spirito che lo aiutasse a resistere alla tentazione e ad aderire fermamente alle leggi
e ai princìpi di Geova.
Lo spirito santo è essenziale
6 Quando siamo affranti per aver commesso degli sbagli o delle trasgressioni, potremmo pensare che Dio
ci rigetterà e ci toglierà il suo spirito o forza attiva. Così pensò Davide, perché implorò Geova dicendo:
“Non rigettarmi d’innanzi alla tua faccia; e il tuo santo spirito, oh, non togliere da me”. (Salmo 51:11)
Davide, umile e contrito, pensava che i suoi peccati lo avessero reso indegno di servire Geova. Essere
rigettato d’innanzi alla faccia di Dio avrebbe significato perdere il suo favore, il suo conforto e la sua
benedizione. Per ristabilirsi spiritualmente, Davide aveva bisogno dello spirito santo di Geova. Avendo lo
spirito santo, il re avrebbe potuto chiedere in preghiera la guida divina per piacere a Geova, evitare il
peccato e regnare con saggezza. Sapendo di aver peccato contro il Datore dello spirito santo, Davide
appropriatamente implorò Geova di non togliere il suo spirito da lui.
7 Che dire di noi? Anche noi dobbiamo chiedere in preghiera lo spirito santo e stare attenti a non
contristarlo mancando di seguirne la guida. (Luca 11:13; Efesini 4:30) Altrimenti potremmo perdere lo
spirito e non essere in grado di produrne i frutti di origine divina: amore, gioia, pace, longanimità,
benignità, bontà, fede, mitezza e padronanza di sé. In particolare, Geova Dio ci toglierebbe il suo spirito
santo se continuassimo a peccare impenitentemente contro di Lui.
L’esultanza della salvezza
8 Il peccatore pentito che viene ristabilito spiritualmente può tornare a rallegrarsi del provvedimento di
Geova per la salvezza. Desiderando ardentemente questo, Davide pregò Dio: “Rendimi l’esultanza della
salvezza da te, e voglia tu sostenermi pure con uno spirito volenteroso”. (Salmo 51:12) Com’era
meraviglioso esultare nella sicura speranza della salvezza per mano di Geova Dio! (Salmo 3:8) Dopo
aver peccato contro Dio, Davide cercò di ritrovare la gioia della Sua salvezza. Secoli dopo, Geova
provvide salvezza mediante il sacrificio di riscatto di suo Figlio, Gesù Cristo. Se qualche dedicato
servitore di Dio peccasse gravemente ma volesse ritrovare la gioia della salvezza, dovrebbe mostrare
pentimento così da evitare di peccare contro lo spirito santo. — Matteo 12:31, 32; Ebrei 6:4-6.
9 Davide chiese a Geova di sostenerlo “pure con uno spirito volenteroso”. Non sembra che questo spirito
volenteroso si riferisca alla disponibilità di Dio ad aiutarlo o al suo spirito santo, bensì all’inclinazione
mentale che spingeva Davide ad agire. Davide voleva che Dio lo sostenesse infondendogli uno spirito
volenteroso, desideroso di fare ciò che era giusto, per non ricadere di nuovo nel peccato. Geova Dio
sostiene di continuo i suoi servitori e solleva quelli abbattuti da varie difficoltà. (Salmo 145:14) Com’è
confortante comprendere questo, specie se abbiamo commesso degli errori ma, contriti, desideriamo
servire Geova fedelmente per sempre!
Cosa poteva insegnare ai trasgressori?
10 Se Dio lo avesse permesso, Davide desiderava altruisticamente fare qualcosa che dimostrasse la sua
gratitudine per la misericordia di Geova e nello stesso tempo fosse utile ad altri. Infatti, esternando i suoi
sentimenti in preghiera a Geova, il re pentito dichiarò: “Certamente insegnerò ai trasgressori le tue vie,
affinché i peccatori stessi si rivolgano direttamente a te”. (Salmo 51:13) Come poteva il peccatore Davide
insegnare ai trasgressori la Legge di Dio? Cosa avrebbe potuto dire loro? E di che utilità sarebbe stato
questo?
11 Nell’insegnare agli israeliti trasgressori le vie di Dio allo scopo di allontanarli dalla cattiva strada,
Davide poteva spiegare quanto è dannoso il peccato, cosa significa il pentimento e come si ottiene la
misericordia di Dio. Avendo provato lo struggente dolore del disfavore di Geova e di una coscienza
sporca, Davide sarebbe stato senz’altro un insegnante compassionevole verso i peccatori pentiti e
affranti. Naturalmente avrebbe potuto usare il suo esempio per insegnare ad altri solo dopo avere egli
stesso accettato le norme di Dio e ottenuto il suo perdono, perché quelli che non si sottomettono al volere
di Dio non hanno diritto di ‘enumerare i Suoi regolamenti’. — Salmo 50:16, 17.
12 Ribadendo in forma diversa le sue intenzioni, Davide disse: “Liberami dalla colpa di sangue, o Dio, Dio
della mia salvezza, affinché la mia lingua annunci con gioia la tua giustizia”. (Salmo 51:14) La colpa di
sangue comportava la condanna a morte. (Genesi 9:5, 6) Sapere quindi che l’Iddio della sua salvezza lo
aveva liberato dalla colpa di sangue in relazione a Uria avrebbe permesso a Davide di provare pace di
cuore e di mente. La sua lingua avrebbe allora potuto cantare con gioia la giustizia di Dio, non la propria.
(Ecclesiaste 7:20; Romani 3:10) Davide non poteva cancellare l’immoralità commessa né riportare in vita
Uria, come oggi nessuno può restituire la castità a una persona che ha sedotto o risuscitare qualcuno che
ha ucciso. Non dovremmo pensare a questo quando siamo tentati? E quanto dovremmo essere grati a
Geova per la misericordia che ci mostra con giustizia! La gratitudine dovrebbe spingerci a indirizzare altri
alla suprema Fonte della giustizia e del perdono.
13 Nessun peccatore può aprire giustamente le labbra per lodare Geova Dio a meno che, per così dire,
Egli misericordiosamente non gliele apra affinché dichiari le Sue verità. Per questo Davide cantò: “O
Geova, voglia tu aprire queste mie labbra, affinché la mia propria bocca dichiari la tua lode”. (Salmo
51:15) Con la coscienza alleggerita grazie al perdono di Dio, Davide si sarebbe sentito spinto a insegnare
ai trasgressori le vie di Geova e avrebbe potuto lodarlo liberamente. Come nel caso di Davide, tutti coloro
i cui peccati sono stati perdonati dovrebbero apprezzare l’immeritata benignità che Geova ha mostrato
loro e cogliere ogni occasione per annunciare la verità di Dio e ‘dichiarare la sua lode’. — Salmo 43:3.
Sacrifici accettevoli a Dio
14 Davide aveva acquistato un profondo discernimento che lo spinse a dire a Geova: “Non ti diletti del
sacrificio, altrimenti lo darei; dell’olocausto non ti compiaci”. (Salmo 51:16) Il patto della Legge richiedeva
che si offrissero a Dio sacrifici animali. Ma i peccati di Davide — adulterio e omicidio, punibili con la morte
— non potevano essere espiati da quei sacrifici. Altrimenti egli non avrebbe badato a spese per offrire
sacrifici animali a Geova. Senza un sincero pentimento, i sacrifici non hanno nessun valore. Sarebbe
quindi sbagliato credere di poter riparare con qualche buona azione il male che si continua a commettere.
15 Davide aggiunse: “I sacrifici a Dio sono uno spirito rotto; un cuore rotto e affranto, o Dio, tu non
disprezzerai”. (Salmo 51:17) Nel caso di un peccatore pentito, “i sacrifici [accettevoli] a Dio sono uno
spirito rotto”. Tale persona non ha un atteggiamento bellicoso. Il cuore della persona dedicata che ha uno
spirito rotto è profondamente addolorato per il peccato commesso, è affranto perché avverte la
disapprovazione di Dio ed è disposto a fare qualunque cosa pur di riottenere il favore divino. Non
possiamo offrire a Dio nulla di valore finché non ci pentiamo dei nostri peccati e non gli diamo il nostro
cuore con esclusiva devozione. — Naum 1:2.
16 Dio non rigetta sacrifici come un cuore rotto e affranto. Qualunque difficoltà possiamo incontrare come
suoi servitori, quindi, non cediamo alla disperazione. Se abbiamo inciampato lungo il sentiero della vita in
un modo che spinge il nostro cuore a invocare la misericordia divina, non tutto è perduto. Anche se
abbiamo peccato gravemente ma siamo pentiti, Geova non disprezzerà il nostro cuore rotto. Ci
perdonerà in base al sacrificio di riscatto di Cristo e ci ristabilirà nel Suo favore. (Isaia 57:15; Ebrei 4:16; 1
Giovanni 2:1) Come nel caso di Davide, però, l’obiettivo delle nostre preghiere dovrebbe essere quello di
riavere il favore di Dio e non di sfuggire alla necessaria riprensione o correzione. Dio perdonò Davide, ma
lo castigò pure. — 2 Samuele 12:11-14.
Preoccupazione per la pura adorazione
17 Se abbiamo commesso un grave peccato, senza dubbio ne saremo molto preoccupati e il cuore
contrito ci spingerà a implorare il perdono di Dio. Tuttavia dovremmo pregare anche per altri. Benché
desiderasse vivamente rendere di nuovo un’adorazione accettevole a Dio, nel suo salmo Davide non
dimenticò egoisticamente gli altri. Incluse questa richiesta a Geova: “Nella tua buona volontà tratta bene
Sion; voglia tu edificare le mura di Gerusalemme”. — Salmo 51:18.
18 Sì, Davide desiderava vivamente riavere il favore di Dio. Ma la preghiera dell’umile salmista fu anche
che ‘Dio, nella sua buona volontà, trattasse bene Sion’, cioè Gerusalemme, la capitale di Israele, dove
Davide aveva sperato di erigere un tempio a Dio. I gravi peccati di Davide avevano messo in pericolo
l’intera nazione, perché tutto il popolo poteva subire le conseguenze della condotta errata del re.
(Confronta 2 Samuele, capitolo 24). Si poteva dire che i suoi peccati avevano minato “le mura di
Gerusalemme”, così che ora dovevano essere riedificate.
19 Se abbiamo peccato gravemente, ma abbiamo ottenuto il perdono di Dio, sarebbe appropriato che lo
pregassimo di porre in qualche modo rimedio all’eventuale danno causato dalla nostra condotta.
Possiamo aver recato biasimo sul suo santo nome, minato la stabilità della congregazione e causato
dolore alla nostra famiglia. Il nostro Padre celeste può cancellare qualunque biasimo recato sul suo
nome, può edificare la congregazione tramite il suo spirito santo e può confortare il cuore dei nostri cari
che lo amano e lo servono. Ovviamente, che abbiamo peccato o no, dovremmo sempre preoccuparci
della santificazione del nome di Geova e del bene del suo popolo. — Matteo 6:9.
20 Se Geova avesse riedificato le mura di Sion, che altro sarebbe avvenuto? Davide cantò: “In tal caso
[tu, Geova,] ti diletterai dei sacrifici di giustizia, del sacrificio bruciato e dell’offerta intera; in tal caso tori
saranno offerti proprio sul tuo stesso altare”. (Salmo 51:19) Davide desiderava ardentemente che lui e la
nazione godessero del favore di Geova così da poterLo adorare in modo accettevole. Allora Dio si
sarebbe dilettato dei loro sacrifici bruciati e delle loro offerte intere, perché sarebbero stati sacrifici di
giustizia offerti da persone dedicate, sincere e pentite, che avevano il favore di Dio. Grati della
misericordia di Geova, sul suo altare avrebbero offerto tori, i sacrifici migliori e più costosi. Oggi onoriamo
Geova offrendogli il meglio di ciò che abbiamo. E le nostre offerte includono “i giovani tori delle nostre
labbra”, sacrifici di lode al nostro misericordioso Dio, Geova. — Osea 14:2; Ebrei 13:15.
Geova ascolta le nostre invocazioni
21 La fervida preghiera di Davide contenuta nel Salmo 51 ci mostra che se pecchiamo dovremmo reagire
con uno spirito veramente pentito. Questo salmo contiene inoltre lezioni utili e appropriate per noi. Per
esempio, se pecchiamo, ma ci pentiamo, possiamo confidare nella misericordia di Dio. Tuttavia,
preoccupiamoci innanzi tutto del biasimo che possiamo aver recato sul nome di Geova. (Versetti 1-41 di
Salmo 51) Come Davide, possiamo rivolgerci al nostro Padre celeste per invocare misericordia a motivo
della nostra peccaminosità ereditata. (Versetto 5 di Salmo 51) Dovremmo essere veritieri e chiedere
sapienza a Dio. (Versetto 6 di Salmo 51) Se abbiamo peccato, dobbiamo supplicare Geova che ci
purifichi e che ci dia un cuore puro e uno spirito saldo. — Versetti 7-10 di Salmo 51.
22 Il Salmo 51 ci aiuta anche a capire che non dovremmo mai indurirci nel peccato. Se ciò avvenisse,
Geova ci toglierebbe il suo spirito santo, o forza attiva. Se invece abbiamo lo spirito di Dio, possiamo
insegnare ad altri le sue vie. (Versetti 11-13⇒ di Salmo 51⇐) Se commettiamo un errore, ma ci
pentiamo, Geova ci permetterà di continuare a lodarlo, perché non disprezza mai il cuore rotto e affranto.
(Versetti 14-17⇒ di Salmo 51⇐) Questo salmo mostra inoltre che le nostre preghiere non dovrebbero
incentrarsi solo su di noi. Dovremmo pregare per la benedizione e il benessere spirituale di tutti quelli che
praticano la pura adorazione di Geova. — Versetti 18, 19⇒ di Salmo 51⇐.
23 Questo commovente salmo di Davide dovrebbe infonderci coraggio e renderci ottimisti. Ci aiuta a
capire che non tutto è perduto nemmeno se abbiamo commesso qualche peccato. Perché? Perché, se
siamo pentiti, la misericordia di Geova può salvarci dalla disperazione. Se siamo contriti e completamente
dedicati al nostro amorevole Padre celeste, egli ascolta le nostre invocazioni di misericordia. E com’è
confortante sapere che Geova non disprezza il cuore rotto!

[Foto a pagina 15]


Chiedete in preghiera lo spirito santo e state attenti a non contristarlo?
[Foto a pagina 17]
Mostrate gratitudine per l’immeritata benignità di Geova dichiarando la sua verità
Boaz — Tema: Siate moralmente puri e accettate la vostra responsabilità dinanzi a Dio TITO 1:15

it-1 372 Boaz


BOAZ
(Bòaz) [forse, in forza].
1. Proprietario terriero di Betleem di Giuda, “uomo potente per ricchezza”, vissuto verso il XIV secolo
a.E.V. (Ru 2:1) Boaz era figlio di Salma (Salmon) e di Raab, e padre di Obed. (Mt 1:5) Fu uno degli
antenati del Messia, il settimo nella discendenza di Giuda. (1Cr 2:3-11; Lu 3:32, 33) Il libro di Rut narra
cosa provocò la svolta assai insolita degli avvenimenti che consentì a Boaz di essere incluso nella
genealogia di Gesù.
Boaz aveva un parente stretto di nome Elimelec che, insieme ai due figli, morì senza lasciare eredi
maschi. Delle vedove dei due figli, una, Rut, rimase con Naomi, la vedova di Elimelec. Era il tempo della
mietitura, e Rut “per caso” spigolava nel campo di Boaz. (Ru 2:3) Boaz era un vero giudeo, un devoto
adoratore di Geova. Non solo salutava i mietitori con un “Geova sia con voi”, ma, dopo aver osservato la
lealtà di Rut nei confronti di Naomi, le disse: “Geova ricompensi il tuo modo di agire, e vi sia per te un
perfetto salario da Geova”. (Ru 2:4, 12) Quando Rut riferì queste cose alla suocera, Naomi esclamò: “Sia
egli benedetto da Geova . . . È uno dei nostri ricompratori”! (Ru 2:20) Inoltre, finita la mietitura, Naomi
spiegò a Rut la prassi da seguire per portare la cosa all’attenzione di Boaz. Mentre dormiva sull’aia, Boaz
si svegliò e trovò Rut che giaceva ai suoi piedi, che aveva scoperti, per chiedergli di ricomprare la
proprietà di Elimelec mediante il levirato. (Vedi MATRIMONIO DEL COGNATO). Rut doveva prendere il
posto di Naomi, che non era più in età da avere figli. Senza perdere tempo, la mattina successiva Boaz
convocò un altro parente più stretto, ma costui, che la Bibbia chiama soltanto Tal dei tali, rifiutò di
ottemperare alla disposizione divina. Boaz invece fu pronto a farlo e prese in moglie Rut, con la
benedizione degli astanti. Essa gli partorì un figlio chiamato Obed, nonno del re Davide. — Ru 3:1–4:17.
In tutto il racconto, dalla prima volta che saluta gentilmente i lavoratori fino a quando si assume la
responsabilità di preservare il nome della famiglia di Elimelec, si vede che Boaz è un uomo ammirevole: è
un uomo d’azione e autorevole eppure ha buona padronanza di sé, fede e integrità, è generoso e gentile,
moralmente puro, e sotto tutti gli aspetti ligio ai comandamenti di Geova.

w72 15/7 428-35 Accettiamo pienamente la sfida del servizio di Geova


Accettiamo pienamente la sfida del servizio di Geova
“‘Nascosi da te la mia faccia solo per un momento, ma con amorevole benignità a tempo indefinito avrò di
sicuro misericordia su di te’, ha detto il tuo Ricompratore, Geova”. — Isa. 54:8.
A BETLEEM stava spuntando l’alba. Si poteva già scorgere debolmente un po’ di movimento per le
strade mentre la pallida luce del nuovo giorno rivelava alcune indistinte figure che si affrettavano a
sbrigare qualche faccenda di buon mattino. L’aggraziata figura di una giovane donna si avvicina alla città
e attraversa rapida e silenziosa lo spiazzo che è all’ingresso della porta. Dal suo viso traspare
un’espressione di gioia e si muove con passo elastico nonostante il fagotto avvolto nel mantello. Ella gira
ed entra in una casa modesta dov’è salutata brevemente da una donna molto più vecchia, quindi
entrambe si siedono, aspettando vivamente, la più giovane con una speranza per il futuro, la più vecchia
con la speranza di realizzare il desiderio di tutta una vita.
2 La mente di entrambe le donne va alla porta della città e agli avvenimenti che cominciano a verificarsi
mentre i primi raggi del sole nascente illuminano la cittadina appollaiata sull’altura collinosa. Più persone
si muovono nelle strade. Il sole sale più in alto. Benché non sia ancora estate, il periodo semestrale
d’asciutto è inoltrato e anche in queste prime ore del giorno il sole comincia a far sentire il suo calore. Ora
c’è gente dappertutto e lo spiazzo davanti alla porta della città è teatro di considerevole attività. Ma
all’ingresso della porta è seduto da solo un uomo anziano, il cui portamento e abito lo distinguono come
un uomo di mezzi e di una certa importanza nella comunità. Questa mattina ha un contegno grave
mentre i suoi occhi scrutano ogni nuovo viso che appare nella piazza. Ovviamente, cerca qualcuno.
All’improvviso grida: “Vieni, siedi qui, ‘Tal dei tali’”. Un altro uomo di età matura si ferma, si gira e si siede
accanto al primo. Con questo saluto e questa risposta, dovevano cominciare avvenimenti che avrebbero
cambiato non solo la vita delle due donne che attendevano pazientemente nella casetta di Betleem, ma
anche la vita di molti nelle generazioni avvenire. Doveva essere presentata al “Tal dei tali” una sfida che
avrebbe avuto effetti di vasta portata, perfino nel nostro giorno.
3 Il nome della giovane donna che entrò nella città in quel giorno significativo era Rut e la donna più
anziana che la salutò quando ella entrò in casa era sua suocera, Naomi, vedova di Elimelec. Rut non era
Giudea naturale di nascita benché Naomi lo fosse. Rut era Moabita. Ma come fece a divenire nuora di
Naomi, e abitare a Betleem così lontano dal suo paese e dal suo popolo? Qual era la sua parentela con
Boaz, l’uomo anziano così intento a discutere una cosa con il “Tal dei tali”? E che cos’era questa cosa
tanto importante che la sua sfida poteva influire sulla nostra vita oggi, oltre trenta secoli dopo?
4 Il dramma che stava per cominciare nell’antico Israele, narrato nel libro di Rut, profetizzava avvenimenti
dei tempi moderni che presentano una sfida e hanno effetti di vasta portata come quelli di allora. (1 Cor.
10:11; Rom. 15:4) E ciascun personaggio dell’antico dramma è pure figurativo. Il nome Elimelec significa
“Dio è re”. Pertanto egli raffigura il Signore Gesù Cristo. Lo stesso può dirsi di Boaz, stretto parente di
Naomi, il cui nome significa possibilmente “con forza”. C’era dunque da aspettarsi che Naomi, il cui nome
significa “mia piacevolezza”, raffigurasse quelli sposati a Gesù, quelli che formano la sua sposa,
particolarmente quelli che sono sulla terra in questo “tempodella fine” quando il dramma ha il suo
rimarchevole adempimento. Rut, il cui nome significa forse “amicizia”, divenne nuora di Naomi ed ebbe
così la prospettiva di produrre una progenie per Naomi. Pertanto anch’ella rappresenterebbe quelli della
sposa di Cristo, da un punto di vista leggermente diverso e in diverse circostanze. Chi raffigura dunque
quello chiamato “Tal dei tali”, che fu pure stretto parente di Naomi? Lasceremo che il corso degli
avvenimenti nel giorno moderno ne renda chiara l’identità.
UNA DONNA ABBANDONATA
5 Torniamo ora al tempo in cui la felice famiglia di Elimelec era ancora intatta, sua moglie, Naomi, e i loro
due figli, Malon e Chilion, abitanti nel territorio di Giuda, a Betleem o Efrata. Betleem significa “casa del
pane”, mentre Efrata significa “fruttuosità” o “fertilità”. Entrambi i nomi hanno a che fare con
l’abbondanza, con l’assenza della fame o della carestia, ma in questo tredicesimo secolo avanti la nostra
èra volgare, si abbatte effettivamente su Betleem e sull’intero territorio della tribù di Giuda la carestia, la
mancanza di pane, raffigurando la scarsità che in modo spirituale colpì l’organizzazione di Geova durante
la prima guerra mondiale. Sia che altri abitanti di Betleem lasciassero o no la città, Elimelec se ne va con
la sua famiglia. Attraversa il fiume Giordano e si stabilisce nel paese o nel campo di Moab per risiedervi
temporaneamente come residente forestiero, così come oggi i servitori di Geova sono residenti
temporanei nel sistema di cose di Satana. (Giov. 17:16; 1 Giov. 5:19) Così facendo, Elimelec lascia nel
paese un possedimento ereditario. — Rut 1:1, 2.
6 Col passar del tempo l’attempato Elimelec muore, lasciando Naomi vedova. Naomi ritiene quindi
opportuno fare sposare i suoi due figli lì nel paese di Moab, e Malon, evidentemente il maggiore, sposa
Rut la Moabita, mentre Chilion sposa Orpa, pure Moabita. Infine, comunque, anche Malon e Chilion
muoiono, lasciando una madre vedova, Naomi, e mogli vedove, Rut e Orpa. (Rut 1:3-5) Sono vedove
senza figli, e non hanno dato nessuna progenie a Naomi. Essendo ella stessa troppo vecchia per avere
dei figli, Naomi deve sopportare un amaro biasimo. La morte di Malon (che significa “malaticcio, invalido”)
e Chilion (che significa “fragilità”) raffigura la morte spirituale di alcuni associati all’organizzazione di Dio
in questo difficile periodo. Fu un tempo di grande dolore per il popolo di Geova.
7 Naomi si vide come una donna abbandonata, senza seme o senza la facoltà riproduttiva di produrre
seme. Era come “una moglie lasciata interamente e afflitta di spirito, e come una moglie del tempo della
giovinezza che fu quindi rigettata”. Nei giorni in cui il frutto del seno si poteva considerare come una
benedizione da Geova e la sterilità come una maledizione, Naomi si sentì giustificata a dire: “Geova mi
ha umiliata”. (Rut 1:21) Secoli dopo il profeta Isaia fu ispirato a scrivere di una simile umiliazione, in
questo caso come diretto risultato del dispiacere di Geova. Per capire pienamente la sfida che si
presentò a Naomi, dobbiamo comprendere la profezia d’Isaia e la sua applicazione ad avvenimenti che si
sono verificati in adempimento nei tempi moderni. “‘Poiché Geova ti chiamò come se tu fossi una moglie
lasciata interamente e afflitta di spirito, e come una moglie del tempo della giovinezza che fu quindi
rigettata’, ha detto il tuo Dio: ‘Per breve momento ti lasciai interamente, ma con grande misericordia ti
radunerò. Con una marea d’indignazione nascosi da te la mia faccia solo per un momento, ma con
amorevole benignità a tempo indefinito avrò di sicuro misericordia su di te’, ha detto il tuo Ricompratore,
Geova”. — Isa. 54:6-8
GEOVA, UN PROPRIETARIO MARITALE
8 Questa profezia farebbe pensare che Geova, l’Iddio di tutta la creazione, abbia una moglie. È possibile?
Sì, simbolicamente parlando. In Isaia 54:5 le viene detto: “Poiché il suo grande Fattore è il tuo
proprietario maritale, essendo il suo nome Geova degli eserciti; e il Santo d’Israele è il tuo Ricompratore”.
Queste parole sono rivolte non a Naomi, che al giorno d’Isaia era morta da cinque secoli, né ad alcuna
donna letterale ma a un’organizzazione, la celeste Sion, l’organizzazione universale di spirituali figli di Dio
in cielo. Negli scorsi millenovecento anni questi figli spirituali dell’organizzazione universale di Dio non
sono stati limitati agli invisibili angeli spirituali del cielo che sono ancora santi e leali a Geova Dio. Questa
organizzazione universale di Geova ha incluso figli di Dio generati dallo spirito sulla terra che
raggiungono infine il numero totale di 144.000. (Riv. 14:1) Tutti questi sono seguaci delle orme del
principale dell’organizzazione universale di Dio, cioè il Signore Gesù Cristo.
9 Questi 144.000 seguaci delle orme di Gesù Cristo sono fidanzati per sposarlo in cielo e di conseguenza
sono la futura sposa di Cristo, come li chiama Rivelazione 21:9, “la sposa, la moglie dell’Agnello”. I
membri di questa classe della sposa sono stati scelti nel corso dei passati millenovecento anni. Per
questa ragione oggi sulla terra poteva essercene tutt’al più solo un rimanente. Quelli che sopravvissero
alla prima guerra mondiale, essendosi dedicati a Dio e battezzati prima dell’anno 1919 del nostro
ventesimo secolo, sono raffigurati nel dramma da Naomi. Come vennero dunque a trovarsi nella
condizione di Naomi nel paese di Moab, senza figli e abbandonata?
10 Per capire questo aspetto del dramma di Naomi e di Rut è necessario capire un altro aspetto della
relazione del rimanente sulla terra con altri membri dell’organizzazione universale di Dio, quelli che sono
in cielo. Poiché quelli del rimanente sono membri dell’organizzazione universale di Dio, qualsiasi cosa
tocchi il rimanente della sposa, ancora nella carne benché figli spirituali di Dio, tocca similmente la donna
di Dio, la celeste Sion od organizzazione universale. Questo si capisce molto chiaramente considerando
la profezia di Isaia 54:6-8 alla luce di avvenimenti che riguardarono l’attività della classe di Naomi durante
la prima guerra mondiale. Poiché fu in quel periodo, dal 1918 fino al 1919, che il più grande Elimelec
“morì” rispetto alla classe di Naomi, che divenne abbandonata, come se fosse senza un proprietario
maritale. Fu un’esperienza di umiliazione quando Geova, il marito di quell’organizzazione universale,
rigettò la sua donna, rappresentata dai membri generati dallo spirito qui sulla terra, per adempiere Isaia
54:6-8.
GEOVA È DISPIACIUTO DELLA SUA DONNA
11 Notate che nella profezia di Isaia Geova descrive la sua donna come abbandonata, afflitta di spirito,
avendole egli nascosto la faccia. Ciò indica un periodo di dispiacere verso di lei. Per questo motivo
nell’undicesimo versetto⇒ di Isaia 54⇐, si rivolge a lei dicendo: “O donna afflitta, agitata dalla tempesta,
sconfortata”. Il rimanente rappresentato da Naomi venne a trovarsi in una condizione come questa,
particolarmente nell’anno 1918, quando, in un certo senso, fu esiliato dal favore di Geova Dio. Quell’anno
Geova Dio venne all’improvviso nel suo tempio, accompagnato dal messaggero del patto, il Signore
Gesù Cristo. Egli esaminò il rimanente lì sulla terra; ne fu dispiaciuto. (Mal. 3:1, 2) Per qualche tempo
esso non aveva pienamente accettato la sfida del servizio del Regno di Geova che gli era stata
presentata. Si trattenevano, per il timore dell’uomo e non si mantenevano giustamente “puri dal mondo”.
(Giac. 1:27, La Bibbia concordata) Perciò Geova lasciò che divenissero schiavi di Babilonia la Grande e
dei suoi associati politici. In questo tempo si abbatterono su di loro molta persecuzione e molti oltraggi
che culminarono nel 1918 nell’arresto e nell’imprigionamento dei rappresentanti della sede centrale della
Società, dietro la falsa accusa di spionaggio. Questo significò che tutta l’universale organizzazione di Dio,
la donna di Dio, sarebbe stata colpita dal suo dispiacere, e la profezia predice che l’intera organizzazione
sarebbe stata come “una moglie lasciata interamente”.
12 Ma che Geova nasconda la sua faccia alla sua donna come corrisponde alla morte di Elimelec se
Elimelec rappresenta il Signore Gesù Cristo? Come muore in effetti il celeste Gesù Cristo verso la classe
di Naomi sulla terra? Durante il suo ministero terreno Gesù dimostrò chiaramente la norma d’azione: ‘Io
faccio quello che vedo fare dal Padre mio’. Se, dunque, durante il periodo di divino disfavore verso il
rimanente, Geova abbandonò la sua donna, le nascose la sua faccia, quindi il Figlio dovette fare la
stessa cosa, particolarmente verso quella parte dell’organizzazione universale di Dio, il rimanente
spirituale qui sulla terra, che forma i membri della sua sposa. Pertanto Gesù Cristo, in effetti, “morì”
rispetto a quelli abbandonati da Geova.
SUSCITATA UNA SERIA SFIDA
13 A questo punto, nell’antico dramma, sono passati dieci anni e ora Naomi ode che a Betleem c’è stato
un cambiamento. Geova ha di nuovo rivolto l’attenzione al suo popolo dandogli pane. Naomi decide di
tornare. Ma c’è una ragione anche più impellente. Laggiù a Betleem di Giuda Naomi aveva un
possedimento ereditario e ha bisogno di tornarvi per entrarne in possesso. Questo pone una seria sfida a
Rut e Orpa, le sue due “figlie”. Che cosa faranno? Evidentemente senza discutere si avviano con Naomi
per la strada che conduce a Betleem. (Rut 1:6, 7) Quindi, in qualche punto lungo la strada, Naomi tenta di
dissuaderle. “‘Andate, tornate, ciascuna alla casa di sua madre. . . . Geova vi faccia dono, e davvero
trovate ciascuna un luogo di riposo nella casa di suo marito’. Quindi le baciò, ed esse alzavano la voce e
piangevano. E le dicevano: ‘No, ma torneremo con te al tuo popolo’. Ma Naomi disse: ‘Tornate, figlie mie.
Perché dovreste venire con me? Ho io ancora dei figli nelle mie parti interiori, e dovranno essi divenire
vostri mariti? Tornate, figlie mie, andate, poiché io mi son fatta troppo vecchia per appartenere a un
marito. . . . No, figlie mie, poiché a causa di voi mi è molto amaro, che la mano di Geova sia uscita contro
di me’”. — Rut 1:8-13.
14 “Allora esse alzarono la voce e piansero ancora un po’, dopo di che Orpa baciò la suocera. In quanto a
Rut, si attaccò a lei. Dunque disse: ‘Ecco, la tua cognata vedova è tornata al suo popolo e ai suoi dèi.
Torna con la tua cognata vedova’”. (Rut 1:14, 15) Orpa raffigura alcuni che vengono a contatto con la
fedele classe di Naomi e che manifestano un po’ di interesse e zelo per un certo tempo ma che tornano
indietro mentre sono ancora nella loro giovinezza cristiana. L’interesse e i desideri personali impediscono
loro di accettare la sfida di Geova di ‘metterlo alla prova’ se egli “non vi [aprirà] le cateratte dei cieli e in
effetti non [vuoterà] su di voi una benedizione finché non ci sia più bisogno”. — Mal. 3:10; Ebr. 10:38, 39;
2 Piet. 2:22.
15 La classe di Rut, d’altra parte, sacrifica ogni vantaggio personale per partecipare con la classe di
Naomi all’adempimento del proposito di Geova per loro. “E Rut diceva: ‘Non mi far premura di
abbandonarti, di volgermi dall’accompagnarti; poiché dove andrai tu andrò io, e dove passerai la notte
passerò la notte. Il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio il mio Dio. Dove tu morrai io morrò, e li sarò
sepolta. Geova mi faccia così e vi aggiunga se altro che la morte opererà una separazione fra me e te’”.
— Rut 1:16, 17.
16 Con queste parole: “Geova mi faccia così e mi aggiunga”, Rut giurava, faceva un giuramento a Geova
che avrebbe fatto queste cose. Ella accettava pienamente questa sfida di servire l’Iddio di Naomi,
accompagnando Naomi nel suo servizio anche fino alla morte. Il fatto che Orpa non l’accettasse non
indebolì la determinazione di Rut ne raffreddò il suo zelo. L’influenza di Naomi aveva operato la
conversione di Rut, e ora il profondo desiderio del cuore di Naomi era che Rut accettasse fedelmente
l’ulteriore sfida che entrambe le donne dovevano affrontare al ritorno in Betleem.
PRESENTATA UN’ULTERIORE SFIDA
17 L’amarezza e la delusione che Naomi aveva espresso a Rut e a Orpa circa le loro prospettive a
Betleem non sono alleviate dal ritorno a casa di Naomi. Tornata a casa, il suo senso di perdita non fa
altro che acuirsi, e la viva consapevolezza della sua impotenza non fa altro che accrescere la sua
amarezza e il suo dolore. Tutta la città si eccita per il loro ritorno, specialmente le donne, che non
possono credere ai loro occhi. Ma dov’è Elimelec? Dove sono Malon e Chilion? E chi è questa Moabita?
“E le donne dicevano: È questa Naomi?’ ed ella diceva alle donne: ‘Non mi chiamate Naomi [che significa
“mia piacevolezza”]. Chiamatemi Mara [che significa “amara”], poiché l’Onnipotente me l’ha reso molto
amaro. Quando andai ero piena, e Geova mi ha fatto tornare a mani vuote. Perché dovreste chiamarmi
Naomi, quando Geova mi ha umiliata e l’Onnipotente mi ha causato calamità?’” — Rut 1:18-22.
18 Veramente la classe di Naomi poteva dire in questo tempo di afflizione: “Chiamatemi Mara, l’amara”.
Pure Isaia 12:1 fa riferimento a questa severa disciplina quando dice, mentre il profeta parla a Geova Dio:
“Sebbene tu ti adirassi con me, la tua ira gradualmente si stornò”. Quindi Isaia 52:3 dice: “Poiché Geova
ha detto questo: ‘Fu per nulla che foste venduti, e sarà senza denaro che sarete ricomprati’”. In altre
parole, il popolo che fece prigionieri i dedicati servitori di Dio qui sulla terra non li pagò, li ebbe per nulla. I
versetti cinque e sei ⇒di Isaia 52 ⇐aggiungono: “‘E ora, che interesse ho qui io?” è l’espressione di
Geova. ‘Poiché il mio popolo fu preso per nulla. . . . Per tale ragione il mio popolo conoscerà il mio nome,
pure per tale ragione in quel giorno, perché io sono Colui che parlo’”. Dio lasciò dunque che il suo popolo
fosse preso per nulla; lasciò che il nemico se ne impossessasse senza acquistarlo. Perciò, la donna di
Dio, rappresentata dal rimanente raffigurato da Naomi qui sulla terra, doveva essere redenta,
riacquistata, fuori di Babilonia la Grande.
19 Questa fu la sfida che si presentò a Naomi di Betleem della tribù di Giuda, senza figli e vedova, come
abbandonata, castigata da Geova. Tuttavia nel profondo del suo cuore ardeva il desiderio di partecipare
al proposito di Geova per le donne d’Israele, particolarmente per alcune favorite della tribù di Giuda, per
quelle di questa tribù che avevano la prospettiva della promessa di Giacobbe, il padre di Giuda. Poco
prima di morire in Egitto nell’anno 1711 a.E.V., Giacobbe benedisse Giuda con queste parole: “Lo scettro
non si allontanerà da Giuda, né il bastone del comandante di fra i suoi piedi, finché venga Silo; e a lui
apparterrà l’ubbidienza del popolo”. (Gen. 49:10) Questo Silo, il cui nome significa “Colui del quale è” o
“Colui al quale appartiene”, dev’essere il Comandante che tiene il bastone. Dev’essere Colui che afferra
lo scettro reale. Dev’essere il Messia, il vero Seme di Abraamo, mediante il quale tutte le famiglie della
terra si sarebbero benedette. (Gen. 22:17, 18) Di chi sarebbe stato figlio nella linea di discendenza di
Giuda, il pronipote di Abraamo? Quale madre di Giuda sarebbe stata significativamente onorata da
portarlo al seno? Non Naomi, poteva ben ragionare ella nel suo cuore, essendo senza figli e avendo
superato l’età della gravidanza. Non c’è da meravigliarsi che Naomi, nella sua desolata condizione,
gridasse: “Chiamatemi Mara”.
GEOVA APRE LA VIA
20 Ma Geova non avrebbe abbandonato questa donna fedele il cui grido era giunto ai suoi orecchi.
Appropriatamente il profeta avrebbe potuto dirle ciò che disse, parlando secoli dopo per conto di Geova
alla donna che essa raffigurava: “‘Nascosi da te la mia faccia solo per un momento, ma con amorevole
benignità a tempo indefinito avrò di sicuro misericordia su di te’, ha detto il tuo Ricompratore, Geova”.
(Isa. 54:8) Come doveva avvenire ciò nel caso di Naomi? Se fosse morta senza un discendente naturale,
non avrebbe avuto nessun erede a cui lasciare la proprietà del marito morto. Inoltre, se il proposito di
Geova di far venire Silo dalla tribù di Giuda doveva adempiersi per mezzo di lei, aveva bisogno di un
erede maschio. Che cosa doveva fare?
21 Di nuovo la legge d’Israele prendeva provvedimento per chi era nella situazione di Naomi. Secondo la
medesima promessa di Geova nessuna fedele donna dell’antico Israele doveva rimanere sterile. Egli
aveva detto: “Perché continui a ubbidire alla voce di Geova tuo Dio: . . . Benedetto sarà il frutto del tuo
ventre”. (Deut. 28:2-4) Né un uomo doveva rimanere senza qualcuno che tramandasse il suo nome. La
legge d’Israele dichiarava: “Nel caso in cui dei fratelli dimorino insieme e uno d’essi sia morto senza aver
figli, la moglie del morto non dovrebbe divenire di un uomo estraneo di fuori. Suo cognato vada da lei, e
la deve prendere in moglie e compiere con lei il matrimonio del cognato. E deve accadere che il
primogenito ch’ella partorirà dovrebbe succedere al nome del suo fratello morto affinché il suo nome non
sia cancellato da Israele”. (Deut. 25:5, 6) Questa legge, insieme alla legge della ricompra, era l’unica
speranza di Naomi. Se si riusciva a trovare un fratello o un parente prossimo, allora Naomi poteva
confidare in questo provvedimento della legge per cercare una soluzione. Ma Naomi stessa non poteva
avere un figlio neanche se si trovava il parente. La sua unica probabilità dipendeva quindi da sua nuora
Rut, che poteva prendere il suo posto in questa disposizione e provvedere un seme a Elimelec. Come
avrebbe Rut considerato questa opportunità? Sarebbe stata disposta a rinunciare a qualunque speranza
avesse di trovare un giovane che le desse qualche cosa per se stessa? O avrebbe riconosciuto in questa
sfida l’occasione di ricercare il proposito di Geova e di farne il suo modo di vivere?
22 E che dire di Boaz e del “Tal dei tali”? Avrebbero sostenuto questa sfida di provvedere un erede a
Naomi per il nome del suo marito morto, Elimelec? L’avrebbero riconosciuta come un’opportunità di
partecipare più pienamente al servizio di Geova? E che effetto ha oggi su di noi questa sfida e il suo
esito? Il modo in cui Naomi doveva essere ristorata nello spirito, il modo in cui il suo sogno di tutta una
vita sarebbe divenuto realtà, e le parti che avrebbero avuto Rut, Boaz e il “Tal dei tali” nell’affrontare
questa sfida, fanno tutti parte di questo commovente dramma che spinge anche oggi a fare del proposito
di Geova il nostro modo di vivere. L’articolo che segue ne rivelerà l’esito.
[Nota in calce]
Si veda il libro I Testimoni di Geova nel proposito divino (inglese), pagg. 79-83.
“Osserva, o figlio mio, il comandamento di tuo padre, e non abbandonare la legge di tua madre. Legateli
di continuo al cuore; attaccateli alla gola. Quando cammini, ti condurrà; quando giaci, farà la guardia su di
te; e quando ti sei svegliato, essa stessa si occuperà di te. Poiché il comandamento è una lampada, e
una luce è la legge, e le riprensioni della disciplina sono la via della vita”. — Prov. 6:20-23.
[Figura a pagina 429]
“Sta tranquilla, figlia mia, finché tu sappia come la cosa andrà a finire, poiché l’uomo non avrà riposo a
meno che egli non porti oggi a termine la cosa”.
[Figura a pagina 433]
Rut accettò la sfida di servire Geova, dichiarando a Naomi: “Il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio il
mio Dio”

w72 15/7 436-42 Fate del proposito di Geova il vostro modo di vivere
Fate del proposito di Geova il vostro modo di vivere
LA FEDE non è posseduta da tutti”. Così disse l’apostolo Paolo. (2 Tess. 3:2) Tra le numerose ragioni di
ciò una rimarchevole è lo spirito di autodeterminazione divenuto così forte nel nostro ventesimo secolo.
Questo desiderio di piacere personale è divenuto una religione, mentre l’amore verso il Creatore è stato
accantonato e l’indifferenza verso il suo proposito sovverte il cuore e la mente. Come deve ristorare
Geova, e quale esempio è per noi, osservare quelli che hanno altruisticamente accettato la sfida del
servizio di Geova e hanno fatto del suo proposito il loro modo di vivere. Un notevole esempio è quello di
Rut dei tempi antichi che lasciò il suo popolo e la sua casa a Moab e accompagnò la suocera vedova
Naomi a Betleem. Ella pure vedova, avrebbe potuto benissimo interessarsi di trovare marito a Moab e di
stabilirsi in un ambiente noto per allevare una famiglia. Ma l’amore di Rut per Naomi e per l’adorazione di
Geova la spinse ad abbandonare tutto e ad accompagnare Naomi che tornava in Israele. In questo
ambiente sconosciuto il suo altruistico amore fu provato sino al limite, ma il suo sincero desiderio di fare
del proposito di Geova il suo modo di vivere la sostenne e la spinse ad affrontare questa sfida senza un
attimo di esitazione. L’esito che ne ebbero Rut e Naomi, nonché gli avvenimenti stessi che portarono a
esso, ci danno un’incoraggiante lezione di zelo e devozione.
2 È il tempo della raccolta dell’orzo il che significherebbe che è dopo la celebrazione della Pasqua. È
primavera, le piogge invernali sono finite, e ora c’è qualche cosa da mietere in Betleem–Giuda. È di
nuovo il luogo del pane dopo dieci lunghi anni di carestia. Naomi aveva trascorso quegli anni in Moab,
dove aveva perso il marito Elimelec e i suoi due figli, uno dei quali era Malon, marito di Rut. Ora Naomi è
di nuovo a casa, con Rut, e ha il favore divino. Sono tornate nel suo paese natale, sono di nuovo nel
possedimento ereditario di Naomi. (Rut 1:22) A che cosa si riferisce questo nei tempi moderni?
Nell’antitipo storico d’oggi questo richiamerebbe l’attenzione sulle parole di Gesù riguardo al
radunamento di tutti gli eletti, il rimanente dei suoi unti discepoli, per mezzo degli angeli. Quando? Dopo
la caduta di Babilonia la Grande (l’impero mondiale della falsa religione) ad opera dell’antitipico Ciro il
Grande. Allora era il tempo che doveva adempiersi la profezia di Gesù riguardo alla fine del sistema di
cose. — Matt. 24:29-31.
3 Isaia 12:1, 2 parla della gioia che ci fu a quel tempo in cui il rimanente fu radunato fuori di Babilonia la
Grande. “E in quel giorno di sicuro dirai: ‘Ti ringrazierò, o Geova, poiché sebbene tu ti adirassi con me, la
tua ira gradualmente si stornò, e mi confortavi. Ecco, Dio è la mia salvezza. Io confiderò e non avrò
nessun terrore; poiché Iah Geova è la mia forza e la mia potenza, e di me è stato la salvezza’”. Queste
parole sono ripetute dal rimanente raffigurato da Naomi, a cominciare dal 1919 con la sua restaurazione
nel favore divino e con il ristabilimento nel servizio di Dio secondo il suo proposito per loro.
LO ZELO NELLA MIETITURA DÀ FRUTTO
4 Ora, nel dramma tipico, era in corso la mietitura dell’orzo. Rut abitava con la suocera, ma non voleva
esserle di peso. Voleva contribuire al mantenimento di Naomi. Con il consenso di Naomi, si valse dunque
della legge d’Israele sulla mietitura (Lev. 19:9, 10) e “andò ed entrò e spigolava nel campo dietro i
mietitori. Così capitò per caso nel tratto di campo che apparteneva a Boaz, il quale era della famiglia di
Elimelec”. (Rut 2:1-3) Boaz era un vero adoratore di Geova e rispettava la legge di Geova. (Rut 2:4-7)
Quando apprende l’identità di Rut dispone che Rut continui a lavorare nei suoi campi, sia per tutta la
mietitura dell’orzo che per la mietitura del grano che sarebbe seguìta e sarebbe durata fino alla festa di
Pentecoste nel mese di maggio. Così facendo dice a Rut: “Mi è stato pienamente riferito tutto ciò che hai
fatto a tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come lasciavi tuo padre e tua madre e il paese dei tuoi
parenti e venivi a un popolo che in precedenza non avevi conosciuto. Geova ricompensi il tuo modo di
agire, e vi sia per te un perfetto salario da Geova l’Iddio d’Israele, sotto le cui ali ti sei venuta a rifugiare”.
(Rut 2:8-13) Favorendo Rut con questa disposizione, egli pensa alla suocera di lei, l’anziana Naomi, per
recare beneficio anche a lei.
5 I drammatici avvenimenti del giorno in adempimento di ciò sono in armonia con quanto disse Gesù: “Il
campo è il mondo . . . La mietitura è il termine di un sistema di cose, e i mietitori sono gli angeli”. (Matt.
13:38, 39) I membri della sposa di Cristo non erano ancora completi nell’anno 1919. Ne dovevano essere
radunati altri e, come Rut si unì a Naomi, lavorando diligentemente con lei nell’attività di mietitura,
lealmente anche fino alla morte, così dal 1919 in poi cominciò ad apparire una più nuova aggiunta alla
classe del rimanente. Questa classe addizionale fu raffigurata da Rut.
6 Quell’anno, il sabato pomeriggio, 6 settembre 1919, fu tenuto nel lago Erie un battesimo collettivo, al
tempo del congresso generale di Cedar Point, nell’Ohio, e ci furono più di 200 battezzati. Questi si
aggiunsero al precedente, originario rimanente, raffigurato da Naomi, della sposa di Cristo. Fra gli
spettatori c’erano i funzionari della Società liberati dalla prigione federale di Atlanta il martedì 25 marzo di
quell’anno. Ora godevano di una nuova libertà e operavano ancora a favore degli interessi del Regno del
teocratico governo di Geova Dio. Tre anni dopo, nel 1922, fu tenuta a Cedar Point, nell’Ohio, un’altra
assemblea generale. Il sabato 9 settembre 1922, ci furono 361 battezzati. Col passar del tempo
continuava ad aggiungersi la classe di Rut. Ora, come Rut la Moabita, la moderna classe di Rut
determinò di lavorare con zelo insieme alla classe di Naomi sino alla fine della mietitura di Dio sulla terra,
sia della mietitura dell’orzo che della mietitura del grano, come raffigura il dramma profetico. E come
accadde a Rut, che Boaz dichiarò una donna eccellente, così accadde a questa nuova aggiunta al
rimanente. Essa fu un’eccellente donna antitipica di esclusiva devozione a Geova Dio.
LA SPERANZA DI NAOMI METTE ALLA PROVA LA DEVOZIONE DI RUT
7 Ora, come risultato dell’industriosità di Rut e della generosità di Boaz, Naomi e Rut hanno da mangiare.
Tuttavia, Naomi è un’anziana vedova che ha superato l’età di partorire figli e ha questo possedimento
ereditario che fu di suo marito Elimelec. Ora non ha nessun aiuto se Rut non agisse quale sua
rappresentante o in sostituzione di lei. Naomi vede la soluzione. Decide di vendere questo possedimento,
pensando particolarmente ai vantaggi per Rut, che deve impiegare in questa trattativa. Per di più,
essendo vedove, Naomi e sua nuora Rut non potrebbero apportare nessun contributo alla discendenza
reale della tribù di Giuda che porta al promesso Silo. Naomi deve avere un figlio; deve avere un figlio
adottato, un figlio di Rut nella tribù di Giuda, perché quel possedimento ereditario non potrebbe uscire
dalla tribù di Giuda. Perciò Rut deve sposare un uomo nella tribù di Giuda e conservarvi la proprietà. Ma
prima, Rut deve accettare questo modo di vivere per sé, rinunciando a qualsiasi desiderio di un uomo più
giovane che non l’attempato Boaz. Come accoglierà la proposta?
8 Naomi le presenta la sfida molto chiaramente. Ella le dice: “Figlia mia, non dovrei cercarti un luogo di
riposo, affinché ti vada bene? Ed ora, non è Boaz, con le giovani del quale sei stata, nostro congiunto?
Ecco, egli questa sera ventila l’orzo nell’aia. E tu devi lavarti e spalmarti d’olio e metterti addosso i
mantelli e scendere all’aia. Non farti conoscere dall’uomo finché non abbia finito di mangiare e di bere. E
dovrebbe accadere che quando si mette a giacere, tu devi pure prendere nota del luogo dove giace; e
devi andare e scoprirlo ai piedi e metterti a giacere; ed egli, da parte sua, ti dichiarerà ciò che dovresti
fare”. Come rispose Rut? “Allora ella le disse: ‘Farò tutto ciò che mi dici’. Ed ella scendeva all’aia e faceva
secondo tutto ciò che sua suocera le aveva comandato”. — Rut 3:1-6.
9 Naomi è come l’apostolo Paolo. Nella sua relazione con la chiesa o congregazione, Paolo dice: “Vi ho
personalmente promessi in matrimonio a un solo marito onde vi presenti come casta vergine al Cristo”. (2
Cor. 11:2) Similmente, Naomi dispone per il matrimonio di Rut con l’uomo appropriato. Rut va dunque nel
campo e si mette a giacere ai piedi di Boaz. Quando egli si sveglia nel cuore della notte ella gli propone
di prenderla in moglie per suscitare un seme al morto Elimelec. — Rut 3:7-9.
SI FRAPPONE UN ALTRO “GO’EL'”
10 Questa non fu un’azione immorale da parte di Naomi e di Rut. Manifestò semplicemente fiducia
nell’onore di colui che era nella posizione di ricompratore, di go’el'. Che Boaz non fraintendesse il suo
motivo o non interpretasse erroneamente la sua proposta di matrimonio per levirato come un’impudica
offerta si capisce dalla sua risposta. “Allora [Boaz] disse: ‘Sii benedetta da Geova, figlia mia. Hai
espresso la tua amorevole benignità meglio in questo ultimo caso che nel primo, non andando dietro ai
giovani, miseri o ricchi. Ed ora, figlia mia, non temere. Tutto ciò che dici io ti farò, poiché ognuno alla
porta del mio popolo è consapevole che sei una donna eccellente. Ed ora mentre io sono infatti un
ricompratore, c’è anche un ricompratore che è parente più stretto di me. Passa qui la notte, e in mattinata
deve accadere che se egli ti ricompra, bene! Faccia la ricompra. Ma se non prova diletto nel ricomprarti,
per certo ti ricomprerò io, io stesso, com’è sicuro che Geova vive’”. — Rut 3:10-13.
11 Boaz è un uomo onorato, un uomo di grande padronanza di sé, e rammenta a Rut che nella relazione
familiare c’è un uomo più prossimo a Naomi di lui. Egli stesso è nipote di Naomi, mentre questo parente
più stretto è cognato di Naomi. È colui che dovrebbe avere la prima opportunità di comprare questo
possedimento ereditario di Naomi, di agire quale ricompratore, il go’el'. Ciò non significa che Boaz, dopo
essere stato per così lungo tempo un vecchio scapolo senza responsabilità familiari, non sia disposto a
fare il suo dovere, anche se significa diventare padre di famiglia. È disposto ad apportare il suo contributo
alla discendenza reale che conduce al promesso Silo della tribù di Giuda, a cui appartiene Boaz.
Nell’antitipo questo si applica al Signore Gesù Cristo quale celeste go’el', il Ricompratore o Redentore.
Ma prima di tutto lascia la classe di Naomi e la classe di Rut alla mercé di chiunque sia raffigurato dal
“Tal dei tali”, cognato di Naomi. Questo mette alla prova la suddivisione di Naomi e di Rut dell’odierno
rimanente. Chi vince? Chi perde? Il racconto ce lo dice.
12 Rut se ne va da sua suocera avanti che i primi raggi del sole mattutino illuminino la città. È piena di
gioia mentre porta avvolte nel mantello le sei misure d’orzo che Boaz le ha dato come pegno della sua
promessa. È salutata dall’anziana Naomi con le parole: “Chi sei tu, figlia mia?” Riconoscendo il significato
dell’espressione di Naomi, ella spiega che non è ancora la moglie di Boaz, ma narra tutto ciò che è
accaduto e che Boaz le ha detto. Quindi Naomi dice: “Sta tranquilla, figlia mia, finché tu sappia come la
cosa andrà a finire, poiché l’uomo non avrà riposo a meno che egli non porti oggi a termine la cosa”. Rut
attende ansiosamente, con una luminosa speranza per il futuro; Naomi attende con la speranza di
realizzare il desiderio di tutta la sua vita. — Rut 3:14-18.
AL RICOMPRATORE SI PRESENTA UNA SFIDA
13 Ora si sta rapidamente per giungere al culmine degli avvenimenti di questa significativa giornata. “In
quanto a Boaz, salì alla porta e lì sedeva. Ed ecco, passava il ricompratore, che Boaz aveva menzionato.
Quindi disse: ‘Vieni, siedi qui, “Tal dei tali”’. Per cui egli venne e sedette. . . . Disse ora al ricompratore: ‘Il
tratto del campo che appartenne al nostro fratello Elimelec, Naomi, che è tornata dal campo di Moab,
deve venderlo. In quanto a me, ho pensato di dovertelo rivelare, dicendo: “Compralo di fronte agli abitanti
e agli anziani del mio popolo. Se tu lo ricompri, ricompralo; ma se tu non lo ricompri, dichiaramelo,
affinché io lo sappia, poiché non c’è nessun altro che te a fare la ricompra, e io vengo dopo di te”’. Allora
egli disse: ‘Sarò io a ricomprare’”. — Rut 4:1-4.
14 Ah, sì, il “Tal dei tali” è disposto a comprare la proprietà; così accrescerà i possedimenti che ha a
Betleem. E in quanto a questa donna anziana, Naomi, ha perso la sua facoltà di riproduzione, per cui non
c’è pericolo di avere un figlio da lei a cui trasmettere la proprietà; quindi egli avrà l’intera proprietà di
Naomi per sé, oltre a quella che ha già. “Quindi Boaz disse: ‘Il giorno che tu acquisti il campo dalla mano
di Naomi, lo devi pure acquistare da Rut la Moabita, moglie del morto, in modo da suscitare il nome del
morto sulla sua eredità’”. Ah, ora la cosa è diversa. Comporta troppa responsabilità: le cose potrebbero
complicarsi. Di fronte a questa inaspettata sfida, il ricompratore risponde a Boaz: “Non sono in grado di
ricomprarlo per me stesso, onde io non rovini la mia propria eredità. Ricompralo tu per te stesso con il
mio diritto di ricompra, perché io non sono in grado di fare la ricompra”. Si toglie dunque un sandalo e lo
dà a Boaz come attestazione dell’accordo. — Rut 4:5-8.
15 Il “Tal dei tali” ha mancato di sostenere la sfida. Ma non Boaz. Egli accetta la disposizione; è felice di
accettarla. E dice al parente più stretto e a tutto il popolo: “Voi siete oggi testimoni che in effetti io
acquisto tutto ciò che appartenne a Elimelec e tutto ciò che appartenne a Chilion e a Malon dalla mano di
Naomi. E acquisto in effetti per me stesso come moglie pure Rut la Moabita, moglie di Malon, per
suscitare il nome del morto sulla sua eredità e affinché il nome del morto non sia stroncato di fra i suoi
fratelli e dalla porta del suo luogo. Voi siete oggi testimoni”. Pertanto Boaz adempie il proposito di Geova
riguardo alla responsabilità verso un fratello, mentre il “Tal dei tali” è disonorato agli occhi di tutto il popolo
che è alla porta. — Rut 4:9-12.
16 Ma, chi rappresenta il “Tal dei tali” nei tempi moderni? E che effetto ha su di noi questa sfida, circa
trenta secoli dopo? Giacché il “Tal dei tali” ostacolò per un po’ Boaz, egli rappresenta una classe qui sulla
terra che ostacola Gesù Cristo lo sposo a cui sia quelli della classe di Naomi che quelli della classe di Rut
sono spiritualmente fidanzati. Questo “Tal dei tali”, che era cognato di Naomi e che avrebbe potuto
prendere il posto di Elimelec e suscitargli un seme, raffigura uno che viene meno al suo dovere, uno che
semplicemente simula d’essere Cristo, un falso profeta, di cui il Signore Gesù Cristo avvertì i suoi
seguaci, dicendo: “Poiché [nel tempo della fine] sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti che faranno grandi
segni e prodigi da sviare, se possibile, anche gli eletti”, cioè la classe di Naomi e la classe di Rut. (Matt.
24:24) Così avviene con questa odierna classe del falso Cristo. Oh, essi vogliono impadronirsi della
congregazione, del rimanente sposato al Signore Gesù Cristo, e vogliono il suo patrocinio e appoggio,
ma non vogliono la responsabilità di far produrre alla classe di Naomi e alla classe di Rut i frutti degli
interessi del Regno; comporterebbe troppo lavoro. Diminuisce troppo i loro egoistici interessi. Essi non si
interessano del regno di Dio. Preferiscono la Lega delle Nazioni e ora le Nazioni Unite del tempo attuale.
Non vogliono avere niente a che fare con la stirpe reale di Silo, il Re Gesù Cristo. Questa attitudine
mentale e questa linea d’azione potrebbero corrispondere solo al clero religioso della cristianità. Esso
non ha accettato la sfida del servizio di Geova e non ha fatto del suo proposito il proprio modo di vivere.
Gesù avvertì di fuggire da costoro! — 2 Tim. 3:5; Riv. 18:4.
ACCETTANDO LA VIA DI GEOVA SI È BENEDETTI
17 D’altra parte, Boaz, mantenendo la sua promessa, prende Rut in moglie secondo la disposizione del
levirato. (Rut 4:13-15) Il loro matrimonio non produsse un re o il Silo; il tempo del Regno d’Israele non era
ancora cominciato. Ma produssero uno che divenne nonno del re Davide, l’undicesimo nella linea di
Giuda e col quale Geova fece un patto per un Regno eterno (Matt. 1:3-6; 2 Sam. 7:12, 13), uno la cui
discendenza porta infine al Signore Gesù Cristo, il permanente erede del re Davide. (Luca 3:23-31;
20:41-44) Gli interessi di Rut e gli interessi di Naomi sono tutti collegati. Rut è la madre, ma Naomi adotta
il bambino e gli fa da balia, come se fosse figlio del suo proprio defunto marito Elimelec, colui che
riceverà il possedimento ereditario di Elimelec. Conformemente le vicine dicono: “‘È nato un figlio a
Naomi’. E gli davano nome Obed [che significa “servitore” o “chi serve”]”. (Rut 4:16, 17) Pertanto,
accettando la sfida presentata loro, e avendo a cuore gli interessi del proposito di Geova, Boaz e Rut
dedicano altruisticamente la loro vita all’adempimento di quel proposito e Geova li benedice permettendo
loro di produrre uno che ha realmente prospettive reali nella discendenza del promesso Silo, il cui “scettro
non si allontanerà da Giuda, né il bastone del comandante di fra i suoi piedi, . . . e a [cui] apparterrà
l’ubbidienza del popolo”. — Gen. 49:10.
18 Infine, ora, nel nostro stesso giorno la classe di Naomi e la classe di Rut del rimanente spirituale hanno
la prospettiva di divenire la sposa di Cristo, il Silo della profezia di Giacobbe. Ma non producono l’unto re
del messianico Regno di Dio, non più di quanto lo producessero Boaz e Rut. Producono però una classe
che serve Dio. Come il bambino che nacque a Rut in Betleem ricevette il nome di Obed, che significa “chi
serve” o “servitore”, così le moderne classi di Rut e di Naomi producono o formano una classe descritta
nella profezia di Gesù in Matteo, capitolo 24, come la classe dello “schiavo fedele e discreto”. Ed
entrambe le parti del rimanente spirituale d’oggi, la parte di Rut e la parte di Naomi, hanno intenso amore
l’una per l’altra come l’incrollabile amore di Rut verso l’anziana vedova Naomi, per la quale Rut “è meglio
di sette figli”. Nulla eccetto la morte può produrre una separazione fra loro due.
TEMPO DI ZELO E DEVOZIONE
19 Quale lezione di zelo e devozione si trova nel drammatico eppur commovente libro biblico di Rut! E
quale esempio forniscono le moderne classi di Naomi e di Rut a quelli che vivono ora nel tempo della fine
di questo malvagio sistema di cose! Questo non è il tempo di volgersi a una condotta di
autodeterminazione, preferendo una via di propria scelta a motivo di egoistici interessi od occupazioni.
Ne è il tempo di mostrare indifferenza verso il proposito di Dio che ora si approssima al culmine per
questo sistema di cose. Naomi si rese sicuramente conto che avrebbe potuto non sapere mai se era
stata effettivamente impiegata nella discendenza di Silo, tuttavia fu disposta a dedicare tutta la sua vita
per renderlo possibile. E Rut, che era una giovane donna, avrebbe potuto sposare qualsiasi giovanotto,
un ricco se l’avesse voluto o un povero se lo avesse amato, ma fu invece disposta a sposare un vecchio
solo perché suo figlio potesse divenire il figlio di Naomi. Ma lo fecero entrambe perché amavano Geova e
volevano partecipare all’adempimento del proposito di Geova. Che esempio di altruistico amore! Eppure
sia Naomi che Rut, nel loro tempo e fra i loro vicini, poterono essere considerate solo persone “comuni”.
20 Oggi viviamo nel “tempo della fine”, nel tempo in cui tutte queste profezie hanno un così meraviglioso
adempimento. Paolo scrisse questo avvertimento per noi: “Inoltre, dico questo, fratelli, che il tempo
rimasto è ridotto. Da ora in poi quelli . . . che fanno uso del mondo [siano] come quelli che non ne usano
appieno; poiché la scena di questo mondo cambia”. (1 Cor. 7:29-31) Se pensiamo di poter vivere come la
gente di questo sistema, impiegando il nostro tempo solo nelle occupazioni della vita, allora avremo un
brusco risveglio perché, come fa pensare Paolo, questo mondo sta rapidamente per scomparire e presto
non ci sarà in esso nessuna vita. Oggi, c’è tanto per cui vivere in vista delle prospettive delle benedizioni
del Regno messianico che presto saranno elargite in tutta la terra, ed è rimasto così poco tempo per
vivere in questo presente sistema malvagio. Anche se rinunciassimo a tutto ciò che questo sistema ha
per noi, ‘facendo uso del mondo’, come disse Paolo, “come quelli che non ne usano appieno”, come
potrebbe questo paragonarsi alla condotta seguìta da Rut, e dalla classe di Rut che ha già trascorso anni
nell’adempimento del proposito di Geova? Tuttavia come Geova ha benedetto con i frutti del Regno sia la
parte di Naomi che la parte di Rut dell’unto rimanente, così benedirà chiunque accetta ora pienamente la
sfida del servizio di Geova e fa del proposito di Geova il proprio modo di vivere. Quale ricompensa
migliore di questa si potrebbe ricevere?
[Figura a pagina 441]
Rut presentò altruisticamente il suo bambino a Naomi, che lo adottò come se fosse il proprio figlio; il
bambino divenne antenato del Messia.

w78 15/7 16-21 "Una donna eccellente" mostra amore leale


“Una donna eccellente” mostra amore leale
“Ognuno alla porta del mio popolo è consapevole che sei una donna eccellente”. — Rut 3:11.
SONO calate le tenebre della notte e su Betleem di Giuda e la campagna circostante è sceso un quieto
silenzio. In un’aia un uomo anziano dorme. Ma ecco che una giovane donna gli si avvicina furtivamente,
lo scopre appena, e si mette a giacere. Egli si sveglia, la trova ai suoi piedi e chiede: “Chi sei?” La
risposta di lei? “Sono Rut la tua schiava”. Essa è andata da lui per uno speciale e nobilissimo scopo.
Mentre la conversazione continua egli riconosce che è una donna virtuosa e dice: “Ognuno alla porta del
mio popolo è consapevole che sei una donna eccellente”. — Rut 3:9-11.
2 Cos’ha portato a questo insolito incontro di mezzanotte? Chi è in realtà questa donna? E qual è
l’identità dell’uomo anziano? Perché le dice che è conosciuta come “una donna eccellente”? Quali qualità
rivela? Queste e altre domande si affollano nella nostra mente allorché riflettiamo su questa straordinaria
scena notturna.
3 Il racconto divinamente ispirato che ci accingiamo a considerare, scritto probabilmente ai giorni di
Davide (verso il 1090 a.E.V.) dal profeta ebreo Samuele, è uno degli unici due libri biblici che portano un
nome femminile. (L’altro è quello di Ester). Sebbene alcuni considerino il libro di Rut una commovente
storia d’amore, è molto più di questo. Il racconto dà risalto al proposito di Geova Dio di produrre un erede
del Regno, il Messia da lungo tempo promesso. Inoltre, esalta l’amorevole benignità di Dio. — Gen. 3:15;
Rut 2:20; 4:17-22.
UNA FAMIGLIA COLPITA DALL’AVVERSITÀ
4 Gli avvenimenti narrati in questo racconto si verificarono “nei giorni in cui i giudici amministravano la
giustizia” in Israele. Dovette essere al principio di quel periodo, poiché l’uomo che abbiamo visto nell’aia
con Rut era Boaz, figlio di Raab contemporanea di Giosuè. (Rut 1:1; Gios. 2:1, 2; Matt. 1:5) Questi fatti
avvincenti abbracciano un periodo di circa 11 anni e si svolgono forse attorno al 1300 a.E.V.
5 Nel paese di Giuda è sorta una carestia e Betleem (o Efrata) ne sente gli effetti. L’avversità ha colpito
specialmente la famiglia di un certo Elimelec. Comprendendo la necessità di provvedere ai bisogni dei
suoi familiari, egli prende una decisione. Presto Elimelec, sua moglie Naomi e i loro due figli Malon e
Chilion attraversano il Giordano. Questi Efratei vanno a risiedere come forestieri in Moab, un paese su un
altipiano a est del mar Morto e a sud del fiume Arnon. — Rut 1:1, 2; confronta I Timoteo 5:8.
6 A suo tempo Elimelec muore, lasciando vedova Naomi, ormai avanti con gli anni. Successivamente i
loro due figli sposano delle Moabite. Malon sposa Rut mentre Chilion prende in moglie Orpa. (Rut 1:4, 5;
4:10) Passano circa 10 anni, e la calamità si abbatte di nuovo su questa famiglia. I figli di Naomi muoiono
entrambi e per di più senza progenie. Ora le tre donne sono sole, e il lutto e la vedovanza sono ben duri
da sopportare.
7 Specialmente Naomi è addolorata. Essa è giudea e conosce la speciale benedizione pronunciata in
punto di morte dal patriarca Giacobbe su suo figlio Giuda, con queste parole: “Lo scettro non si
allontanerà da Giuda, né il bastone del comandante di fra i suoi piedi, finché venga Silo; e a lui apparterrà
l’ubbidienza del popolo”. Questo Silo avrà lo scettro reale; infatti, sarà il Messia, il seme di Abraamo
mediante il quale tutte le famiglie della terra si benediranno. Donne di Giuda hanno la possibilità di
partorire figli che saranno antenati di quell’Unto! Ma i figli di Naomi sono morti senza progenie, ed essa
ha passato l’età d’avere figli. La possibilità che Naomi e la sua famiglia contribuiscano alla stirpe del
Messia è davvero remota. — Rut 1:3-5; Gen. 22:17, 18; 49:10, 33.
8 Tuttavia, c’è almeno un barlume di speranza che si stia preparando qualcosa di buono. Naomi ha
appreso, forse da qualche mercante ebreo di passaggio, che Geova ha “rivolto l’attenzione al suo popolo
dandogli pane”. Sì, la carestia è finita e, con la benedizione divina, c’è di nuovo pane in Giuda, buon pane
a Betleem, la “casa del pane”. Dopo non molto le tre vedove sono in cammino “nella strada per tornare al
paese di Giuda”. Non è un viaggio facile, perché devono attraversare regioni infestate di solito da ladroni
e uomini pronti a tutto. Ma la devozione di Naomi verso Geova Dio e il desiderio di ricongiungersi al suo
popolo la spingono a proseguire nonostante i pericoli del cammino. — Rut 1:6, 7.
TEMPO DI DECISIONE
9 Le giovani vedove compiranno un semplice atto di cortesia accompagnando la suocera attempata solo
fino al confine tra Moab e Israele? O proseguiranno? Vedremo. A un certo punto del cammino, Naomi
dice: “Andate, tornate, ciascuna alla casa di sua madre”. (Rut 1:8) Perché “di sua madre”, quando almeno
il padre di Rut è ancora vivo? (Rut 2:11) È naturale che una donna anziana faccia un commento simile a
delle giovani, e le loro madri avevano una casa ben fornita, a differenza della suocera indigente. Ad ogni
modo, l’affetto materno sarebbe stato di speciale conforto per una figlia addolorata.
10 Ascoltate mentre Naomi continua: “Geova eserciti amorevole benignità verso di voi, proprio come voi
l’avete esercitata verso gli uomini ora morti e verso di me. Geova vi faccia dono, e davvero trovate
ciascuna un luogo di riposo nella casa di suo marito”. (Rut 1:8, 9) Le due Moabite hanno mostrato
amorevole benignità, o amore leale, a Naomi e ai loro defunti mariti. Non sono state come le mogli ittite di
Esaù che furono “fonte di amarezza di spirito per Isacco e Rebecca”. (Gen. 26:34, 35) Priva essa stessa
di beni, Naomi può solo sperare che Dio ricompensi le sue nuore. Ed è disposta a congedarle con la
speranza che Geova darà a ciascuna di loro il riposo e il conforto che derivano dall’avere un marito e una
casa, ponendo fine così alla vedovanza e alle sue pene.
11 Ma Rut e Orpa non se ne vanno. Quando Naomi le bacia, esse si mettono a piangere ad alta voce.
Ovviamente è una suocera benigna e amorevole dalla quale è doloroso separarsi. (Rut 1:8-10; confronta
Atti 20:36-38). Ma Naomi insiste, ragionando: “Ho io ancora dei figli nelle mie parti interiori, e dovranno
essi divenire vostri mariti? Tornate, figlie mie, andate, poiché io mi son fatta troppo vecchia per
appartenere a un marito. Se avessi detto d’avere anche speranza che questa notte per certo apparterrei
a un marito e che anche partorirei per certo dei figli, continuereste ad aspettarli finché crescerebbero? Vi
terreste appartate per loro in modo da non divenire di un marito?” Sì, anche se i figli deceduti di Naomi
fossero stati sostituiti da altri figli ed essi fossero cresciuti, queste giovani donne si sarebbero astenute
nel frattempo dallo sposare qualcun altro? Era irragionevole pensarlo. E come donne moabite avevano
scarse prospettive di sposare un uomo in Giuda e poi allevare una famiglia. — Rut 1:11-13.
12 “No, figlie mie”, continua Naomi, “poiché a causa di voi mi è molto amaro, che la mano di Geova sia
uscita contro di me”. (Rut 1:13) Naomi non accusa Dio; qualunque cosa egli faccia o permetta dev’essere
giusta. (Prov. 19:3) Ma essa è addolorata per le sue nuore. Ed è giunto per loro il momento di decidere.
Proseguiranno altruisticamente con Naomi? I loro motivi e la loro lealtà sono messi alla prova.
13 Orpa prende la sua decisione. Piangendo bacia la suocera e se ne va. “Ecco”, dice Naomi a Rut. “La
tua cognata vedova è tornata al suo popolo e ai suoi dèi. Torna con la tua cognata vedova”. (Rut 1:14,
15) Sì, Orpa tornava al suo popolo e ai “suoi dèi”. Sia lei che Rut erano state allevate in mezzo al “popolo
di Chemos” e può darsi che avessero anche assistito agli orribili sacrifici di bambini nell’adorazione di
quel falso dio di Moab. Orpa torna a tutto ciò! — Num. 21:29; 2 Re 3:26, 27.
14 Ma non così Rut. “Non mi far premura di abbandonarti, di volgermi dall’accompagnarti”, dice, “poiché
dove andrai tu andrò io, e dove passerai la notte passerò la notte. Il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo
Dio il mio Dio. Dove tu morrai io morrò, e lì sarò sepolta”. Dopo di che la Moabita fa un giuramento
dinanzi a Dio, dicendo: “Geova mi faccia così e vi aggiunga se altro che la morte opererà una
separazione fra me e te”. Che commovente espressione di amore leale! Anzi, significa molto di più. Rut
ha scelto una vita di servizio a Geova, e il popolo di Naomi — che ha una relazione con il vero Dio in virtù
di un patto — sarà il suo popolo. La Moabita è decisa a servire Geova fedelmente. Quindi, Naomi
rinuncia a mandar via la giovane donna. — Rut 1:16-18.
15 Mentre l’anziana Giudea e la giovane Moabita riprendono l’arduo viaggio a fianco a fianco, abbiamo
l’occasione di riflettere sulle toccanti scene cui abbiamo assistito. L’interesse personale ha avuto il
sopravvento su Orpa. Il progresso che poteva aver fatto nella conoscenza di Geova non ha significato
abbastanza per lei da impedirle di tornare al suo popolo e ai “suoi dèi”. Se Rut avesse egoisticamente
desiderato il suo paese nativo avrebbe anch’essa potuto tornarvi. (Confronta Ebrei 11:15). Ma questa
giovane Moabita ha dimostrato amore leale non solo per l’attempata Naomi, ma specialmente per Geova.
Ha manifestato uno spirito di sacrificio e la determinazione di servire il vero Dio con fede. Osservando
queste contrastanti decisioni, noi pure siamo incoraggiati a non ‘tornare indietro alla distruzione’ ma ad
avere “fede per conservare in vita l’anima”. — Ebr. 10:38, 39.
BETLEEM È IN AGITAZIONE!
16 Infine, le due donne giungono a destinazione, Betleem. La loro presenza mette in agitazione l’intera
città. “È questa Naomi?” continuano a chiedere le donne. Gli anni hanno lasciato il segno. Certo le donne
notano gli effetti che il dolore e l’afflizione hanno prodotto su questa donna un tempo allegra. Anzi, la sua
stessa risposta indica la pena che ha nel cuore!
17 “Non mi chiamate Naomi [mia piacevolezza]”, dice. “Chiamatemi Mara [amara], poiché l’Onnipotente
me l’ha reso molto amaro. Quando andai ero piena [avendo marito e due figli], e Geova mi ha fatto
tornare a mani vuote. Perché dovreste chiamarmi Naomi, quando Geova mi ha umiliata e l’Onnipotente
mi ha causato calamità?” (Rut 1:19-21) Sì, Naomi è disposta ad accettare ciò che Geova permette, ma
evidentemente pensa che Geova sia contro di lei. (Rut 1:13; confronta I Samuele 3:18). Indubbiamente,
in un’epoca in cui il seno fecondo è considerato una benedizione divina e la sterilità una maledizione, è
umiliante per una donna non avere una progenie vivente. E che speranza può avere ora Naomi di
contribuire alla stirpe del Messia?
UN’UMILE SPIGOLATRICE TROVA FAVORE
18 Naomi e Rut sono venute a Betleem “all’inizio della mietitura dell’orzo”, al principio della primavera.
(Rut 1:22) Essendo operosa e disposta a servire, Rut, con il permesso di Naomi, va a spigolare dietro ai
mietitori nei campi. Sa che la spigolatura è il provvedimento di Geova per il povero e l’afflitto, il residente
forestiero, il ragazzo senza padre e la vedova. In Israele è loro permesso raccogliere o spigolare
qualsiasi parte di una messe che i mietitori hanno involontariamente o intenzionalmente lasciato dietro di
sé. (Lev. 19:9, 10; Deut. 24:19-21) Sebbene Rut ne abbia il diritto, umilmente chiede e ottiene il
permesso di spigolare in un certo campo. Ma evidentemente c’è la mano di Geova nella cosa poiché “per
caso” essa capita “nel tratto di campo che apparteneva a Boaz”. — Rut 2:3.
19 Ecco che Boaz si avvicina. È un “uomo potente per dovizia”, ed è figlio di Salmon e Raab. Sì, Boaz è
giudeo. Non solo Boaz è un padrone premuroso molto stimato dai suoi lavoratori, ma è un devoto
adoratore del vero Dio, poiché saluta i mietitori con le parole “Geova sia con voi”, ed essi rispondono:
“Geova ti benedica”. — Rut 2:1-4.
20 Dal giovane preposto ai mietitori, Boaz viene a sapere che Rut è la Moabita recentemente venuta a
Betleem con Naomi. Dopo averne ottenuto il permesso, essa ha spigolato assiduamente nel fresco della
mattina finché il sole è stato alto nel cielo, sopportando il caldo senza lamentarsi. Solo adesso si è seduta
momentaneamente nella casa, a quanto sembra una semplice capanna per i mietitori. Rut non è certo
una donna viziata! — Rut 2:5-7.
21 Successivamente Boaz esorta Rut a non spigolare in un altro campo, ma a stare presso le sue giovani,
che probabilmente seguivano i suoi mietitori e legavano i covoni. Boaz ha comandato ai giovani di non
toccarla, ed essa è libera di bere dai vasi che hanno riempito d’acqua. Profondamente grata, Rut cade
umilmente sulla sua faccia e si china a terra, chiedendo: “Come mai ho trovato favore ai tuoi occhi così
che sono notata, essendo io una straniera?” Ebbene, Boaz non sta cercando di conquistarsi il suo affetto
per appagare il capriccio di un vecchio. Piuttosto, ha udito che la Moabita ha lasciato suo padre, sua
madre e il suo paese, restando accanto all’anziana suocera. Ovviamente colpito dall’amore leale e
dall’umiltà di Rut, egli è spinto a dire: “Geova ricompensi il tuo modo di agire, e vi sia per te un perfetto
salario da Geova l’Iddio d’Israele, sotto le cui ali [protettive] ti sei venuta a rifugiare”. Certo, come
ammette Rut, Boaz l’ha confortata e le ha parlato in maniera rassicurante. — Rut 2:8-13; Sal. 91:2, 4.
22 Al tempo del pasto dei mietitori Boaz dice: “Accostati qui, e devi mangiare del pane e intingere il tuo
pezzo nell’aceto [“agretto”]”. Che condimento rinfrescante nella calura del giorno! Boaz porge a Rut grano
arrostito ed essa ne mangia a sazietà, e gliene avanza pure. — Rut 2:14; confronta la versione a cura del
Pontificio Istituto Biblico.
23 Poi si rimette al lavoro. Mosso da uno spirito di generosità, Boaz dice ai suoi giovani di lasciare
spigolare Rut “anche fra le spighe di grano tagliate”. Ingiunge loro anche di “sfilargliene alcune dai
manipoli di spighe”, lasciandole dietro affinché essa le raccolga. Giunge la sera, e Rut è ancora occupata
a ‘battere’ ciò che ha spigolato, a trebbiare. Battendo a mano l’orzo per terra con una verga o un
correggiato, lo si può separare dallo stelo e dalla pula. Quel giorno Rut ha spigolato una ventina di litri
d’orzo! Essa lo porta a casa a Betleem. Altruisticamente, Rut tira fuori anche il cibo che quel giorno le è
avanzato all’ora del pasto e lo dà alla suocera bisognosa. — Rut 2:14-18.
24 Rut mostra di nuovo amore leale a Naomi. Si aggiungano a ciò l’amore della giovane verso Geova, la
sua operosità e la sua umiltà; non è strano che la gente la consideri “una donna eccellente”. (Rut 3:11)
Certo Rut non mangia il “pane di pigrizia”, e per il suo duro lavoro ha qualcosa da condividere con chi è
nel bisogno. (Prov. 31:27, 31; Efes. 4:28) E assumendo la sua responsabilità verso l’anziana suocera
vedova, la Moabita deve provare la felicità che deriva dal dare. (Atti 20:35; 1 Tim. 5:3-8) Rut è davvero un
ottimo esempio per qualsiasi donna devota.
[Nota in calce]
Per la considerazione del significato profetico del libro di Rut, vedi La Torre di Guardia del 15 luglio 1972,
w72 pagg. 428-442, e il libro Preservation, pagg. 169-335, pubblicato nel 1932 dalla Watch Tower Bible
and Tract Society.
[Figura a pagina 17]
Rut implora Naomi: ‘Non mi far premura di abbandonarti, poiché dove andrai tu andrò io’
Caino — Tema: Il modo in cui reagiamo ai consigli rivela molto della nostra personalità
PROVERBI 19:20

it-1 386-7 Caino


CAINO
[qualcosa di prodotto].
Primo figlio nato alla coppia umana originale, Adamo ed Eva.
Dopo la nascita di Caino, Eva disse: “Ho prodotto un uomo con l’aiuto di Geova”. (Ge 4:1) Pensava forse
di essere la donna predetta che avrebbe generato il seme mediante il quale sarebbe venuta la
liberazione? (Ge 3:15) In tal caso, si sbagliava di grosso. Nondimeno poteva giustamente dire che Caino
era stato prodotto “con l’aiuto di Geova”, in quanto Dio non aveva privato i peccatori Adamo ed Eva delle
facoltà riproduttive e, nell’emettere la sentenza contro di lei, aveva detto che avrebbe ‘partorito figli’,
sebbene con dolore. — Ge 3:16.
Caino divenne coltivatore del suolo e, “dopo qualche tempo”, anch’egli come il fratello minore Abele portò
delle offerte da presentare a Geova, sentendo la necessità di ottenere il favore di Dio. La sua offerta di
“frutti del suolo” non fu però ‘guardata con alcun favore’ da Dio. (Ge 4:2-5; cfr. Nu 16:15; Am 5:22). Anche
se alcuni fanno rilevare che non viene detto che l’offerta di Caino fosse dei frutti più scelti mentre è
specificato che l’offerta di Abele consisteva dei “primogeniti del suo gregge, perfino i loro pezzi grassi”, il
problema non stava nella qualità dei prodotti offerti da Caino. Come si nota da Ebrei 11:4, l’offerta di
Caino non era motivata dalla fede che rese ben accetto il sacrificio di Abele. Dio può non aver
considerato con favore l’offerta di Caino anche a motivo del fatto che era incruenta, mentre quella di
Abele rappresentava una vita immolata.
Non è detto in che modo venisse fatta una distinzione fra l’offerta approvata e quella disapprovata, ma fu
senz’altro evidente sia a Caino che ad Abele. Geova, che legge il cuore dell’uomo (1Sa 16:7; Sl 139:1-6),
conosceva l’atteggiamento errato di Caino, e ne rifiutò il sacrificio. Questo rese chiaramente manifesta la
cattiva inclinazione di Caino, il quale cominciò quindi a produrre apertamente le “opere della carne”:
“inimicizie, contesa, gelosia, accessi d’ira”. (Gal 5:19, 20) Geova spiegò all’uomo accigliato che avrebbe
potuto essere esaltato semplicemente volgendosi a fare il bene. Caino avrebbe potuto umiliarsi imitando
l’approvato esempio del fratello, ma preferì ignorare il consiglio di Dio di dominare il desiderio
peccaminoso che era ‘in agguato alla porta’, pronto ad avere il sopravvento su di lui. (Ge 4:6, 7; cfr. Gc
1:14, 15). Tale condotta irrispettosa fu il “sentiero di Caino”. — Gda 11.
Successivamente Caino disse a suo fratello: “Andiamo nel campo”. (Ge 4:8) (Sebbene queste parole
manchino nel testo masoretico, alcuni manoscritti ebraici hanno qui un segno d’omissione, mentre il
Pentateuco samaritano, la Settanta greca, la Pescitta siriaca e la Vetus Latina includono tutti queste
parole dette da Caino ad Abele). Nel campo Caino attaccò Abele, uccidendolo e diventando così il primo
assassino umano. Come tale si poteva dire che “ebbe origine dal malvagio”, il quale è il padre degli
omicidi come pure della menzogna. (1Gv 3:12; Gv 8:44) L’indifferente risposta di Caino quando Geova gli
chiese dove fosse Abele fu un’ulteriore dimostrazione della sua indole; non fu un’espressione di
pentimento o di rimorso, ma una replica menzognera: “Non lo so. Sono io il guardiano di mio fratello?” —
Ge 4:9.
La sentenza con cui Dio bandiva Caino dal suolo intendeva evidentemente allontanarlo dai pressi del
giardino di Eden, e la precedente maledizione della terra sarebbe stata accresciuta nel caso di Caino, in
quanto la terra non avrebbe risposto ai suoi sforzi di coltivarla. Caino si rammaricò per la severità della
punizione, temendo la vendetta per l’assassinio di Abele, ma non espresse alcun sincero pentimento.
Geova “pose dunque un segno per Caino” onde impedire che fosse ucciso, anche se la Bibbia non dice
che questo segno o marchio venisse impresso in qualche modo sulla sua persona. Il “segno” era
probabilmente il solenne decreto di Dio, noto e osservato da altri. — Ge 4:10-15; cfr. il v. ⇒Ge 4:⇐24
dove il decreto è menzionato da Lamec.
Essendo stato bandito, Caino andò “nel paese di Fuga ad oriente dell’Eden”, portando con sé sua moglie,
figlia innominata di Adamo ed Eva. (Ge 4:16, 17; cfr. 5:4, come pure l’esempio molto più tardo del
matrimonio di Abraamo con la sorellastra Sara, Ge 20:12). Dopo la nascita del figlio Enoc, Caino “si mise
a edificare una città”, e le diede il nome del figlio. Questa città, secondo i criteri moderni, poteva essere
un semplice villaggio fortificato, e la Bibbia non dice quando fu ultimata. I suoi discendenti sono in parte
elencati e includono uomini che si distinsero come nomadi allevatori di bestiame, suonatori di strumenti
musicali e forgiatori di arnesi di metallo, e altri che divennero noti perché praticavano la poligamia e per la
loro violenza. (Ge 4:17-24) La discendenza di Caino terminò col diluvio universale ai giorni di Noè.
W99 1-2 P.20-23
W99 15-1 P.21-24

w95 15/9 3-5 Ciò che dovreste sapere sulla gelosia


Ciò che dovreste sapere sulla gelosia
COS’È la gelosia? È un sentimento intenso che può generare ansia, tristezza o ira. Possiamo provare
gelosia quando sembra che qualcuno riesca meglio di noi in qualcosa. Oppure possiamo ingelosirci
quando un amico riceve più elogi di noi. Ma la gelosia è sempre errata?
Chi è dominato dalla gelosia è portato a sospettare dei potenziali rivali. Saul, antico re di Israele, ne è un
esempio. All’inizio amava il suo scudiero, Davide, tanto che ne fece un capo dell’esercito. (1 Samuele
16:21; 18:5) Poi un giorno Saul udì delle donne che lodavano Davide dicendo: “Saul ha abbattuto le sue
migliaia, e Davide le sue decine di migliaia”. (1 Samuele 18:7) Saul non avrebbe dovuto lasciare che
questo incrinasse i suoi buoni rapporti con Davide. Invece si offese. “Da quel giorno in poi Saul guardava
di continuo Davide con sospetto”. — 1 Samuele 18:9.
La persona gelosa non augura necessariamente il male ad altri. Può semplicemente risentirsi per il
successo di un amico e desiderare ardentemente di avere le sue qualità o di trovarsi nella sua situazione.
Una forma di gelosia particolarmente deleteria è invece l’invidia. L’invidioso può tramare per impedire che
la persona di cui è geloso abbia dei vantaggi o può augurarsi che gli capiti qualcosa di male. A volte chi è
geloso non riesce a nascondere i suoi sentimenti. Può provare l’impulso irresistibile di fare del male a
qualcuno, come il re Saul che cercò di uccidere Davide. Più di una volta Saul scagliò la lancia contro
Davide nel tentativo di ‘inchiodarlo al muro’. — 1 Samuele 18:11; 19:10.
‘Ma io non sono una persona gelosa’, potreste rispondere. È vero, può darsi che la vostra vita non sia
dominata dalla gelosia. In qualche misura, però, tutti noi risentiamo della gelosia: la nostra e quella altrui.
Forse siamo pronti a riconoscere la gelosia negli altri, ma non altrettanto in noi stessi.
“Tendenza all’invidia”
Nella storia della natura umana peccaminosa narrata nella Parola di Dio, la Bibbia, troviamo spesso
peccati d’invidia. Ricordate il racconto di Caino e Abele? Questi figli di Adamo ed Eva offrirono entrambi
un sacrificio a Dio. Abele lo fece perché era un uomo di fede. (Ebrei 11:4) Aveva fede nella capacità di
Dio di adempiere il Suo grandioso proposito riguardo alla terra. (Genesi 1:28; 3:15; Ebrei 11:1) Abele
credeva pure che Dio avrebbe ricompensato gli uomini fedeli dando loro la vita nel veniente Paradiso
terrestre. (Ebrei 11:6) Dio mostrò quindi di gradire il sacrificio di Abele. Se Caino avesse veramente
amato suo fratello Abele, sarebbe stato felice che Dio lo stesse benedicendo. Invece Caino “si accese di
grande ira”. — Genesi 4:5.
Dio esortò Caino a fare il bene affinché anch’egli potesse ricevere una benedizione. Poi lo avvertì: “Se
non ti volgi per fare il bene, il peccato è in agguato all’ingresso, e la sua brama è verso di te; e tu, da
parte tua, lo dominerai?” (Genesi 4:7) Purtroppo Caino non dominò la sua gelosa ira, ed essa lo spinse
ad assassinare il suo giusto fratello. (1 Giovanni 3:12) Da allora lotte e guerre hanno provocato la morte
di centinaia di milioni di persone. Secondo un’enciclopedia, “fra le cause basilari della guerra possono
esserci il desiderio di estendere il proprio territorio, il desiderio di maggiore ricchezza, il desiderio di più
potere o il desiderio di sicurezza”. — The World Book Encyclopedia.
I veri cristiani non partecipano alle guerre di questo mondo. (Giovanni 17:16) Purtroppo, però, a volte
certi cristiani si fanno coinvolgere in dispute. Se altri membri della congregazione si schierano per l’uno o
per l’altro, queste dispute possono trasformarsi in dannose guerre verbali. “Da dove vengono le guerre e
da dove vengono le lotte fra voi?”, chiese lo scrittore biblico Giacomo ai suoi conservi. (Giacomo 4:1) Egli
diede la risposta a quella domanda condannando la loro avidità materialistica e aggiunse: “[Voi]
continuate . . . a concupire”, o “siete gelosi”. (Giacomo 4:2, nota in calce) Sì, il materialismo può portare
alla concupiscenza, o cupidigia, e a essere gelosi di quelli che sembra stiano meglio di noi. Per questa
ragione Giacomo mise in guardia contro la “tendenza all’invidia” insita negli esseri umani. — Giacomo
4:5.
Perché è utile analizzare le cause della gelosia? Ebbene, questo può aiutarci a essere onesti con noi
stessi e a promuovere migliori rapporti con gli altri. Può anche aiutarci a essere più comprensivi, più
tolleranti e più indulgenti. Quel che più conta, mette in evidenza il disperato bisogno che l’uomo ha
dell’amorevole provvedimento preso da Dio per salvarci e liberarci dalle peccaminose tendenze umane.
— Romani 7:24, 25.
Un mondo esente da gelosia peccaminosa
Da un punto di vista umano, un mondo esente da gelosia peccaminosa può sembrare inattuabile. Lo
scrittore Rom Landau ammette: “La sapienza accumulata nel corso dei secoli, con tutto ciò che i filosofi . .
. e gli psicologi hanno detto sull’argomento, non offre nessuna guida all’uomo tormentato dalla gelosia . . .
Qualche medico ha mai guarito un uomo dalla sua gelosia?”
La Parola di Dio invece offre la speranza di ottenere la vita umana perfetta in un nuovo mondo in cui
nessuno sarà più piagato dall’empia gelosia o dall’invidia. Per di più la pace di quel nuovo mondo non
sarà turbata da persone che manifesteranno simili tratti malvagi. — Galati 5:19-21; 2 Pietro 3:13.
Eppure non tutta la gelosia è errata. La Bibbia afferma che Geova stesso “è un Dio geloso”. Cosa
significa questo? E cosa dice la Bibbia riguardo alla gelosia giusta? Al tempo stesso, come si può
dominare la propria gelosia errata? Si vedano gli articoli che seguono.

w95 15/9 7 L'invidioso


L’invidioso
NELLA lingua ebraica c’è un’unica parola base per “gelosia”. Quando si riferisce agli uomini imperfetti
essa si può tradurre “invidia” o “rivalità”. (Genesi 26:14; Ecclesiaste 4:4) La lingua greca invece ha più di
un termine per “gelosia”. La parola zèlos, come il suo equivalente ebraico, può indicare sia la gelosia
giusta che quella errata. Un’altra parola greca, fthònos, ha esclusivamente senso negativo. Nella
Traduzione del Nuovo Mondo è sempre resa “invidia”.
Com’era usata la parola fthònos nel greco antico? Un dizionario biblico dice: ‘A differenza dell’avido,
l’uomo che prova fthònos non desidera necessariamente le cose che gli altri, con suo disappunto, hanno;
semplicemente non sopporta l’idea che le abbiano. Differisce da chi compete in quanto la sua mira non è
quella di vincere, ma di impedire che vincano gli altri’. — The Anchor Bible Dictionary.
Spesso l’invidioso non si rende conto che la causa principale dei suoi problemi è il suo atteggiamento.
‘Una delle caratteristiche di fthònos’, spiega il medesimo dizionario, ‘è l’inconsapevolezza. L’uomo
fthoneròs, se chiamato a giustificare la sua condotta, ripeterà a se stesso e agli altri che le sue vittime si
meritano quel trattamento e che è la situazione ingiusta a indurlo a criticare. Se gli si chiede come fa a
parlare in quel modo di un amico, dirà che lo critica avendo a cuore i suoi migliori interessi’.
Gli evangelisti Matteo e Marco usano il termine greco fthònos per descrivere lo spirito che animava coloro
che si resero responsabili dell’uccisione di Gesù. (Matteo 27:18; Marco 15:10) Sì, erano mossi
dall’invidia. Lo stesso sentimento dannoso trasforma gli apostati in feroci odiatori dei loro ex fratelli. (1
Timoteo 6:3-5) Non sorprende che agli invidiosi sia precluso l’ingresso nel Regno di Dio! Geova Dio ha
decretato che tutti quelli che continuano a essere “pieni d’invidia . . . meritano la morte”. — Romani 1:29,
32; Galati 5:21.
[Foto a pagina 7]
Non lasciate che l’invidia rovini la vostra vita

w95 15/9 15 L'amore vince la gelosia errata


5 È vero che è più facile dirlo che farlo. Lo scrittore biblico Giacomo ci ricorda che in ogni essere umano
imperfetto c’è una “tendenza all’invidia”. (Giacomo 4:5) Il primo decesso fra gli esseri umani fu causato
dal fatto che Caino cedette alla gelosia errata. I filistei perseguitarono Isacco perché invidiosi della sua
crescente prosperità. Rachele era gelosa della sorella perché aveva partorito molti figli. I figli di Giacobbe
erano gelosi del favore mostrato al loro fratello minore Giuseppe. A quanto pare Miriam era gelosa della
cognata non israelita. Per invidia Cora, Datan e Abiram ordirono una cospirazione contro Mosè e
Aaronne. Il re Saul divenne geloso dei successi militari di Davide. Senza meno la gelosia fu uno dei
motivi delle continue discussioni fra i discepoli di Gesù riguardo a chi fosse il più grande fra loro. Il fatto è
che nessun essere umano imperfetto è completamente esente dalla peccaminosa “tendenza all’invidia”.
— Genesi 4:4-8; 26:14; 30:1; 37:11; Numeri 12:1, 2; 16:1-3; Salmo 106:16; 1 Samuele 18:7-9; Matteo
20:21, 24; Marco 9:33, 34; Luca 22:24.

w73 1/11 652-3 Vendicato il sangue degli innocenti


Vendicato il sangue degli innocenti
“Poiché, ecco, Geova uscirà dal suo luogo per chiedere conto dell’errore all’abitante del paese contro di
lui, e il paese per certo esporrà il suo spargimento di sangue e non coprirà più i suoi uccisi”. — Isa. 26:21.
DA QUANDO Geova cominciò a trattare con il genere umano dimostrò la sua alta considerazione per la
vita. Nello stesso tempo rese chiaro all’uomo che anch’egli deve rispettare la vita o altrimenti rispondere a
Geova della sua mancanza di riguardo. Non avendo tenuto conto della legge di Geova, le nazioni si sono
attirate il giusto giudizio di Geova, e il sangue innocente sparso nel corso dei secoli non può più essere
coperto o rimanere invendicato. Questo è reso del tutto sicuro dalle parole del profeta Isaia: “Poiché,
ecco, Geova uscirà dal suo luogo per chiedere conto dell’errore all’abitante del paese contro di lui, e il
paese per certo esporrà il suo spargimento di sangue e non coprirà più i suoi uccisi”. — Isa. 26:21.
2 I primi due uomini che si sa nacquero nella razza umana furono coinvolti in questa controversia dello
spargimento di sangue innocente quando l’offerta fatta a Geova da Abele fu accettata, mentre quella di
Caino non fu guardata con favore, “e Caino si accese di grande ira, e il suo viso era dimesso”.
Riconoscendo la minaccia rappresentata dall’ira di Caino per la vita di Abele, Geova avvertì Caino che
avrebbe potuto avere esaltazione solo volgendosi per fare il bene. Comunque, la ragione per cui Caino
non aveva ricevuto favore nell’offerta fatta a Geova, ‘Colui che legge i cuori’, divenne più manifesta
allorché l’errata attitudine di Caino si rivelò ulteriormente. (1 Sam. 16:7) Invece di umiliarsi per
riconoscere la legge di Geova e seguire l’esempio di suo fratello, preferì ignorare il consiglio di Dio di
padroneggiare il peccato che era “in agguato all’ingresso” e seguì la via che lo portò al violento
assassinio di suo fratello. (1 Giov. 3:12; Giuda 11) Un’ulteriore evidenza della sua attitudine fu la risposta
insensibile e menzognera che diede alla domanda di Geova su dov’era Abele: “Non lo so. Sono io il
guardiano di mio fratello?” Questa non era certo un’espressione di pentimento o di rimorso! Né la pretesa
innocenza di Caino poteva esonerarlo dalla responsabilità. Il giudizio di Geova fu emesso
immediatamente. “Ascolta! Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra. E ora sei maledetto, al bando
dalla terra, che ha aperto la sua bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano”. — Gen. 4:4-
11.
3 Notate che Geova richiamò particolarmente l’attenzione sul fatto che il sangue di Abele era stato
versato in terra. Perché? Perché la vita è nel sangue e il sangue di Abele fu versato senza un motivo
giustificabile. Caino tolse la vita ad Abele, una vita che apparteneva a Dio, e il sangue che macchiò la
terra sulla scena del suo assassinio rese muta ma eloquente testimonianza alla vita che era stata
versata, gridando vendetta a Geova. Caino dovette rendersi conto che avendo tolto la vita ad Abele
aveva messo a repentaglio la sua propria vita, poiché si lamentò con Geova: “Dovrò divenire vagante e
fuggiasco sulla terra, ed è certo che chiunque mi troverà mi ucciderà”. (Gen. 4:14) Comunque, Geova gli
disse: “‘Per tale ragione chiunque ucciderà Caino dovrà subire vendetta sette volte’. E Geova pose
dunque un segno per Caino onde nessuno, trovandolo, lo colpisse a morte”. (Gen. 4:15) Il segno che
Geova pose su Caino aveva un significato inequivocabile, come attestò in seguito Lamec, discendente di
Caino, allorché compose queste parole: “Ho ucciso un uomo perché mi ha ferito, sì, un giovane perché
mi ha dato un colpo. Se Caino dev’essere vendicato sette volte, quindi Lamec settanta volte e sette”.
(Gen. 4:23, 24) La violenza crebbe sulla terra finché, nel giorno di Noè, Geova cancellò tutto ciò in cui era
attivo “l’alito della forza della vita”, dall’uomo alla bestia. Solo Noè e quelli che erano con lui nell’arca
furono risparmiati quando le acque del diluvio coprirono la terra. — Gen. 7:22, 23.

w81 1/7 19 Conviene reprimere il proprio orgoglio


A questo riguardo leggiamo: “Riprendi la persona saggia ed essa ti amerà”. “L’orecchio che ascolta la
riprensione della vita alberga proprio fra i saggi”. (Prov. 9:8; 15:31) Uno che agli inizi della storia umana
rifiutò di accettare la riprensione fu Caino. Geova Dio l’aveva avvertito, dicendo: “Il peccato è in agguato
all’ingresso, e la sua brama si volge verso di te; e tu, da parte tua, lo padroneggerai?” Per orgoglio Caino
rifiutò di ascoltare e divenne quindi un assassino messo al bando. (Gen. 4:7)

w86 15/7 17 Continuate a vivere come figli di Dio


Amate “con opera e verità”
12 Se imitassimo Caino, saremmo spiritualmente morti. (Leggi I Giovanni 3:13-15). Caino odiava tanto
suo fratello che arrivò al punto di ucciderlo, e non ci sorprende se il mondo in maniera simile ci odia, dato
che Gesù lo predisse. (Marco 13:13) Ma “noi sappiamo [o abbiamo fiducia] d’esser passati dalla morte
[spirituale] alla vita [eterna], perché amiamo i fratelli”, i nostri conservi testimoni di Geova. A motivo di
questo amore fraterno, unito alla fede in Cristo, non siamo più ‘morti’ nei falli e nei peccati, ma Dio ha
tolto da noi la Sua condanna, e noi siamo stati destati dalla morte spirituale, avendo ricevuto la speranza
della vita eterna. (Giovanni 5:24; Efesini 2:1-7) Gli apostati, che sono privi di amore, non nutrono questa
speranza, poiché “chi non ama rimane nella morte” spirituale.
13 In realtà, “chiunque odia il suo fratello è omicida”. Può non essere commesso un assassinio letterale
(come avvenne invece quando Caino uccise Abele per invidia e per odio), ma chi nutre odio preferirebbe
che il suo fratello spirituale non fosse in vita. Dato che Geova legge il cuore, colui che odia è condannato.
(Proverbi 21:2; confronta Matteo 5:21, 22). Questo impenitente “omicida” — che odia un proprio conservo
— non “ha la vita eterna dimorante in sé”. Perciò, se in segreto nutriamo odio nei confronti di uno
qualsiasi dei nostri conservi Testimoni, non dovremmo forse pregare Geova perché ci aiuti a cambiare il
nostro stato d’animo e a nutrire amore fraterno?

w96 15/6 4-5 Cosa significa amare Dio?


Cosa significa amare Dio?
CIRCA seimila anni fa nacque il primo bambino sulla terra. Dopo la sua nascita, la madre, Eva, disse: “Ho
prodotto un uomo con l’aiuto di Geova”. (Genesi 4:1) La sua dichiarazione rivela che, sebbene già
condannati a morte per la loro ribellione, Eva e il marito Adamo erano ancora consapevoli della Divinità di
Geova. In seguito ebbero un altro figlio. I due figli si chiamavano Caino e Abele.
Crescendo, i figli impararono sicuramente molto riguardo all’amore di Geova anche solo osservando la
creazione. Potevano ammirare gli splendidi colori della natura e la varietà di animali e piante. Dio aveva
dato loro non solo la vita, ma anche la capacità di goderla.
Appresero che i loro genitori erano stati creati perfetti e che l’originale proposito di Geova era che gli
uomini vivessero per sempre. Probabilmente Adamo ed Eva descrissero il bellissimo giardino di Eden e
in qualche modo spiegarono loro perché erano stati espulsi da quella dimora paradisiaca. Può darsi che
Caino e Abele fossero anche a conoscenza della profezia divina riportata in Genesi 3:15. Mediante quella
profezia Geova espresse il suo proposito di mettere le cose a posto a tempo debito per il bene di quelli
che lo amano e che si dimostrano leali a lui.
Acquistare conoscenza di Geova Dio e delle sue qualità deve aver suscitato in Caino e Abele il desiderio
di ottenerne l’approvazione. Così si accostarono a Geova presentandogli delle offerte. La Bibbia dice:
“Avvenne che dopo qualche tempo Caino portava dei frutti del suolo come offerta a Geova. Ma in quanto
ad Abele, anche lui portò dei primogeniti del suo gregge, perfino i loro pezzi grassi”. — Genesi 4:3, 4.
Il desiderio di avere l’approvazione di Dio costituì la base per stringere una relazione con lui. Col tempo
Caino si ribellò a Dio, mentre Abele continuò a essere mosso da sincero amore per lui. Abele non
avrebbe mai potuto stringere tale relazione con Geova Dio se non avesse prima acquistato conoscenza
della sua personalità e del suo proposito.
Anche voi potete acquistare conoscenza di Geova. Per esempio, tramite la Bibbia potete imparare che
Dio è una persona reale, non una forza impersonale che crea per puro caso. (Confronta Giovanni 7:28;
Ebrei 9:24; Rivelazione 4:11). La Bibbia insegna pure che Geova è ‘un Dio misericordioso e clemente,
lento all’ira e abbondante in amorevole benignità e verità’. — Esodo 34:6.
“Ubbidire è meglio del sacrificio”
Come illustra la storia di Caino e Abele, non basta avere conoscenza di Dio e provare il desiderio di
stringere un’intima relazione con lui. È vero che entrambi i fratelli si accostarono a Dio facendogli delle
offerte. Tuttavia, “mentre Geova guardava con favore ad Abele e alla sua offerta, non guardò con alcun
favore a Caino e alla sua offerta. E Caino si accese di grande ira, e il suo viso era dimesso”. — Genesi
4:3-5.
Perché Geova rigettò il sacrificio di Caino? C’era qualcosa che non andava nella qualità della sua offerta?
Geova si era forse offeso perché Caino aveva offerto i “frutti del suolo” invece che sacrifici animali? Non
necessariamente. In seguito Dio fu lieto di accettare offerte di cereali e di altri frutti del suolo da molti suoi
adoratori. (Levitico 2:1-16) Evidentemente c’era qualcosa che non andava nel cuore di Caino. Geova
poteva leggere il cuore di Caino e lo avvertì dicendo: “Perché ti accendi d’ira e perché il tuo viso è
dimesso? Se ti volgi per fare il bene, non ci sarà un’esaltazione? Ma se non ti volgi per fare il bene, il
peccato è in agguato all’ingresso, e la sua brama è verso di te”. — Genesi 4:6, 7.
Avere sincero amore per Dio significa più che fare semplicemente sacrifici. Per questo Geova incoraggiò
Caino a ‘volgersi per fare il bene’. Dio voleva ubbidienza. L’ubbidienza a Dio avrebbe aiutato Caino a
porre un buon fondamento per un’amorevole relazione con il Creatore. La Bibbia mette in risalto il valore
dell’ubbidienza dicendo: “Si diletta Geova degli olocausti e dei sacrifici quanto dell’ubbidienza alla voce di
Geova? Ecco, ubbidire è meglio del sacrificio e prestare attenzione è meglio del grasso dei montoni”. — 1
Samuele 15:22.
In seguito questo concetto fu chiaramente ribadito dalle parole di 1 Giovanni 5:3: “Questo è ciò che
significa l’amore di Dio, che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi”.
Non c’è modo migliore di dimostrare a Geova il nostro amore che sottometterci alla sua autorità. Questo
significa ubbidire al codice morale della Bibbia. (1 Corinti 6:9, 10) Significa amare ciò che è bene e odiare
ciò che è male. — Salmo 97:10; 101:3; Proverbi 8:13.
Un’importante espressione del nostro amore per Dio è l’amore per il prossimo. La Bibbia ci dice: “Se
qualcuno fa la dichiarazione: ‘Io amo Dio’, eppure odia il suo fratello, è bugiardo. Poiché chi non ama il
suo fratello, che ha visto, non può amare Dio, che non ha visto”. — 1 Giovanni 4:20.

w96 15/6 7 Cosa significa amare Dio?


Benché imperfetti, anche voi, come Caino e Abele avete la capacità potenziale di amare il vostro
Creatore. Caino fece la sua scelta: si unì a Satana e divenne il primo assassino umano. (1 Giovanni 3:12)
Abele, invece, sarà ricordato da Geova come un giusto, un uomo di fede, e sarà ricompensato con la vita
nel futuro Paradiso. — Ebrei 11:4.
Anche voi dovete scegliere. Con l’aiuto dello spirito di Dio e della sua Parola potete veramente amare Dio
‘con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza vitale’. (Deuteronomio 6:5) Geova, da parte sua,
continuerà ad amarvi, perché è “il rimuneratore di quelli che premurosamente lo cercano”. — Ebrei 11:6.
[Figura a pagina 7]
Il sacrificio di Abele fu accetto a Dio
Caleb (figlio di Iefunne) — Tema: Geova rende potenti coloro che lo seguono pienamente
1° CORINTI 16:13; 2°CORINTI 4:7; GIOSUÈ 14:8

it-1 389-90 Caleb


CALEB
(Càleb) [cane].
2. Figlio di Iefunne il chenizeo della tribù di Giuda, zio di Otniel e probabilmente discendente del n. 1. (Nu
32:12; Gsè 15:17; 1Cr 4:13, 15; vedi OTNIEL). A 40 anni Caleb fu uno dei 12 uomini mandati da Mosè a
esplorare per 40 giorni il paese di Canaan e, al ritorno, insieme a Giosuè affrontò l’opposizione di tutti gli
altri e fece un rapporto favorevole, dicendo: “Saliamo direttamente, ed è certo che ne prenderemo
possesso”. (Nu 13:6, 30; 14:6-9) Poiché aveva ‘seguito pienamente Geova suo Dio’ fu l’unico adulto di
quella generazione, a parte Giosuè e alcuni leviti, a entrare nella Terra Promessa nel 1473 a.E.V. Sei
anni dopo, all’età di 85 anni, Caleb dichiarò: “Ora, ecco, Geova mi ha conservato in vita, proprio come
promise, in questi quarantacinque anni da che Geova fece questa promessa a Mosè quando Israele
camminava nel deserto, e ora, ecco, oggi ho ottantacinque anni. Tuttavia oggi sono così forte come il
giorno che Mosè mi mandò. Come la mia potenza era allora, così la mia potenza è ora per la guerra, sia
per uscire che per entrare”. — Gsè 14:6-11.
La città di Ebron (la roccaforte chiamata Chiriat-Arba, tenuta dai giganteschi anachim) e il territorio
circostante che includeva la vicina Debir furono assegnati a Caleb come suo possedimento. In 1 Samuele
30:13, 14, dove si parla degli amalechiti che fecero un’incursione “a sud di Caleb”, non sembra ci si
riferisca a una città con tale nome, ma piuttosto alla regione assegnata a Caleb e che portava il suo
nome; quindi l’incursione avvenne ‘a sud del territorio di Caleb’.
Ricevendo tale possedimento, Caleb dichiarò: “Chiunque colpirà Chiriat-Sefer [chiamata anche Debir] e
in effetti la catturerà, certamente gli darò in moglie Acsa mia figlia”. Suo nipote Otniel (primo giudice
d’Israele dopo la morte di Giosuè) conquistò la città e ottenne il premio. Caleb diede allora a sua figlia,
dietro richiesta di lei, Gullot Superiore e Gullot Inferiore come dono di nozze, oltre al “pezzo di terra a
sud”. — Gsè 15:13-19; Gdc 1:11-15; 3:9-11.
Acsa è elencata come figlia di “Caleb fratello di Ierameel” (il Caleb n. 1), il quale visse circa un secolo e
mezzo prima di “Caleb figlio di Iefunne”. (1Cr 2:42, 49) Secondo alcuni commentatori ci sarebbe stato un
solo Caleb. Ma il notevole intervallo di tempo che separa Ezron, nipote di Giuda, dall’insediamento in
Canaan porta a escludere tale ipotesi. Altri dicono che entrambi i Caleb devono aver avuto figlie con lo
stesso nome. Tuttavia nelle genealogie le donne vengono menzionate solo quando hanno avuto un ruolo
notevole nella storia del popolo di Dio. E dato che ci fu una sola Acsa famosa, doveva essere la figlia del
secondo Caleb, il figlio di Iefunne. Altri commentatori ancora, pur non avendo il sostegno di nessuna
autorità testuale, ometterebbero dal versetto (1Cr 2:49) questa frase riguardante Acsa come aggiunta
erronea di uno scriba. È più probabile pensare che lo scrittore originale abbia intenzionalmente incluso
questa sintetica informazione nel versetto 49 per una ragione particolare, usando il termine “figlia” nel
senso più ampio di discendente per richiamare l’attenzione sul fatto che Acsa non solo era la figlia di
Caleb figlio di Iefunne, ma era anche una diretta discendente di Caleb figlio di Ezron.

w93 15/5 26-9 Seguite Geova pienamente?


Seguite Geova pienamente?
“I GIUSTI confidano come un giovane leone”. (Proverbi 28:1) Esercitano fede, seguono con fiducia la
Parola di Dio e continuano coraggiosamente a servire Geova anche di fronte al pericolo.
Quando nel XVI secolo a.E.V. gli israeliti erano nella penisola del Sinai dopo che Dio li aveva liberati dalla
schiavitù d’Egitto, due uomini in particolare mostrarono di confidare come leoni. Manifestarono anche
fedeltà a Geova in circostanze avverse. Uno dei due era l’efraimita Giosuè, assistente di Mosè e poi suo
successore. (Esodo 33:11; Numeri 13:8, 16; Deuteronomio 34:9; Giosuè 1:1, 2) L’altro era Caleb, figlio di
Iefunne, della tribù di Giuda. — Numeri 13:6; 32:12.
Caleb fece la volontà di Geova con zelo e lealtà. La sua lunga vita di fedele servizio a Dio gli permise di
dire che aveva ‘seguito pienamente Geova’. (Giosuè 14:8) “Fui pienamente fedele al Signore Dio mio”,
dice la versione della CEI. Caleb ‘seguì pienamente la volontà di Jahve suo Dio’, ‘continuò a confidare’ in
lui. (Garofalo; Nardoni) Secondo un’altra traduzione Caleb dichiarò: “Seguii il SIGNORE mio Dio con tutto
il cuore”. (New International Version) Che dire di voi? State seguendo Geova pienamente?
Mandati a esplorare il paese
Immaginate di trovarvi fra gli israeliti poco dopo che Dio li ha liberati dalla schiavitù d’Egitto. Notate com’è
fedele il profeta Mosè nel seguire i comandi che Dio gli dà. Sì, osservate quanta fiducia ha Caleb che
Geova è con il Suo popolo.
È il secondo anno dopo l’esodo dall’Egitto e gli israeliti sono accampati a Cades-Barnea nel deserto di
Paran. Si trovano al confine della Terra Promessa. Dietro ordine di Dio, Mosè sta per inviare in Canaan
12 esploratori. Egli dice: “Salite qui nel Negheb, e dovete salire nella regione montagnosa. E dovete
vedere qual è il paese e il popolo che vi dimora, se è forte o debole, se sono pochi o molti; e qual è il
paese in cui dimorano, se è buono o cattivo, e quali sono le città in cui dimorano, se è in accampamenti o
in fortificazioni; e qual è la terra, se è grassa o magra, se ci sono alberi o no. E vi dovete mostrare
coraggiosi e prendere dei frutti del paese”. — Numeri 13:17-20.
I 12 uomini partono per la loro pericolosa missione. La spedizione dura 40 giorni. A Ebron vedono uomini
di statura imponente. Nella valle di Escol notano la fertilità del paese e decidono di riportare indietro
alcuni frutti. Un grappolo d’uva è così pesante che dev’essere portato su una sbarra da due uomini! —
Numeri 13:21-25.
Tornati all’accampamento israelita, gli esploratori riferiscono: “Siamo entrati nel paese dove ci hai
mandati, e in realtà vi scorre latte e miele, e questi sono i suoi frutti. Ciò nonostante, c’è il fatto che il
popolo che dimora nel paese è forte, e le città fortificate sono grandissime; e, inoltre, vi abbiamo visto
quelli nati da Anac. Gli amalechiti dimorano nel paese del Negheb, e gli ittiti e i gebusei e gli amorrei
dimorano nella regione montagnosa, e i cananei dimorano presso il mare e presso la riva del Giordano”.
(Numeri 13:26-29) Dieci esploratori non hanno nessuna intenzione di eseguire gli ordini di Dio ed entrare
in forze nella Terra Promessa.
“Geova è con noi”
Mostrando fede in Geova Dio, l’intrepido esploratore Caleb invece esorta: “Saliamo direttamente, ed è
certo che ne prenderemo possesso, perché di sicuro potremo prevalere su di esso”. Ma i dieci esploratori
non sono d’accordo, sostenendo che gli abitanti di Canaan sono più forti degli israeliti. Quegli esploratori
pusillanimi e privi di fede si considerano in paragone come semplici cavallette. — Numeri 13:30-33.
“Geova è con noi. Non li temete”, esortano Caleb e Giosuè. Le loro parole cadono su orecchi sordi.
Quando il popolo parla di colpirli con pietre, Dio interviene e pronuncia questa sentenza contro i
mormoratori: “Non entrerete nel paese in cui alzai la mano in giuramento per risiedere con voi, eccetto
Caleb figlio di Iefunne e Giosuè figlio di Nun. E i vostri piccoli . . . questi pure certamente introdurrò, ed
essi in realtà conosceranno il paese che voi avete rigettato . . . E i vostri figli diverranno pastori nel
deserto per quarant’anni, . . . finché i vostri cadaveri giungano alla loro fine nel deserto. Secondo il
numero dei giorni che esploraste il paese, quaranta giorni, un giorno per un anno, un giorno per un anno,
risponderete dei vostri errori per quarant’anni”. — Numeri 14:9, 30-34.
Ancora fedeli dopo anni
La condanna dei 40 anni viene scontata e la morte reclama un’intera generazione di mormoratori. Ma
Caleb e Giosuè sono ancora fedeli a Dio. Nelle pianure di Moab, Mosè e il sommo sacerdote Eleazaro
hanno contato gli uomini in età di leva dai 20 anni in su. Da ogni tribù di Israele Dio sceglie un uomo a cui
affidare la ripartizione della Terra Promessa. Caleb, Giosuè ed Eleazaro sono fra loro. (Numeri 34:17-29)
Sebbene abbia ora 79 anni, Caleb è ancora vigoroso, leale e coraggioso.
Quando Mosè e Aaronne censirono il popolo nel deserto del Sinai poco prima che esso rifiutasse
pavidamente di entrare nel paese di Canaan, gli uomini di guerra di Israele erano 603.550. Dopo quattro
decenni nel deserto, l’esercito si era ridotto a 601.730 uomini. (Numeri 1:44-46; 26:51) Eppure, al
comando di Giosuè e col fedele Caleb nelle loro file, gli israeliti entrarono nella Terra Promessa e
passarono di vittoria in vittoria. Come Giosuè e Caleb avevano sempre sostenuto, Geova vinceva le
battaglie per conto del suo popolo.
Attraversato il fiume Giordano con i combattenti di Israele, gli attempati Giosuè e Caleb fanno la loro
parte nelle successive battaglie. Dopo sei anni di guerra, però, buona parte del paese dev’essere ancora
occupata. Geova ne scaccerà gli abitanti, ma ora decreta che il paese sia diviso a sorte fra le tribù
d’Israele. — Giosuè 13:1-7.
Seguì Geova pienamente
Veterano di molte battaglie, Caleb sta davanti a Giosuè e dice: “Io avevo quarant’anni quando Mosè
servitore di Geova mi mandò da Cades-Barnea per esplorare il paese, e venni, riportandogli parola
proprio come era in cuor mio. E i miei fratelli che salirono con me fecero struggere il cuore del popolo; ma
in quanto a me, io seguii pienamente Geova mio Dio”. (Giosuè 14:6-8) Sì, Caleb ha seguito Geova
pienamente, facendo lealmente la volontà di Dio.
“Di conseguenza”, aggiunge Caleb, “Mosè giurò quel giorno, dicendo: ‘Il paese che il tuo piede ha calcato
diverrà tuo e dei tuoi figli come eredità a tempo indefinito, perché hai seguito pienamente Geova mio Dio’.
Ed ora, ecco, Geova mi ha conservato in vita, proprio come promise, in questi quarantacinque anni da
che Geova fece questa promessa a Mosè quando Israele camminava nel deserto, e ora, ecco, oggi ho
ottantacinque anni. Tuttavia oggi sono così forte come il giorno che Mosè mi mandò. Come la mia
potenza era allora, così la mia potenza è ora per la guerra, sia per uscire che per entrare. E ora dammi
questa regione montagnosa che Geova promise quel giorno, poiché tu stesso udisti quel giorno che là
c’erano gli anachim e città grandi e fortificate. Probabilmente Geova sarà con me, e certamente li
spodesterò, proprio come Geova promise”. A questo punto Caleb riceve Ebron in eredità. — Giosuè 14:9-
15.
All’anziano Caleb è stato assegnato il territorio più difficile: una regione infestata da uomini di statura
straordinaria. Ma la cosa non spaventa questo guerriero 85enne. Col tempo i prepotenti abitanti di Ebron
vengono sconfitti. Otniel, figlio del fratello minore di Caleb e giudice di Israele, cattura Debir. Entrambe le
città vengono in seguito occupate dai leviti ed Ebron diviene una città di rifugio per l’omicida involontario.
— Giosuè 15:13-19; 21:3, 11-16; Giudici 1:9-15, 20.
Seguite sempre Geova pienamente
Caleb e Giosuè erano uomini imperfetti. Nondimeno compirono fedelmente la volontà di Dio. La loro fede
non si affievolì durante i difficili 40 anni che dovettero trascorrere nel deserto a causa della disubbidienza
degli israeliti. Similmente gli odierni servitori di Dio non permettono che nulla interferisca col loro servizio
alla lode di Dio. Consapevoli che è in corso una lotta fra l’organizzazione di Dio e quella di Satana il
Diavolo, rimangono saldi e si sforzano di continuo di piacere al loro Padre celeste in ogni cosa.
Per esempio, molti servitori di Geova hanno rischiato brutali maltrattamenti e persino la morte per
celebrare il Pasto Serale del Signore, la Commemorazione della morte di Gesù Cristo. (1 Corinti 11:23-
26) Ecco cosa narrò a questo riguardo una donna cristiana internata in un campo di concentramento
nazista durante la seconda guerra mondiale:
“Fu detto a tutti di essere nella lavanderia alle 23,00. Esattamente alle 23,00 ci riunimmo, in numero di
105. Stemmo stretti insieme in cerchio, in mezzo [al quale era] uno sgabello con un panno bianco che
portava gli emblemi. Una candela illuminava la stanza, poiché la luce elettrica avrebbe potuto tradirci. Ci
sentivamo come i primitivi cristiani nelle catacombe. Era una festa solenne. Esprimemmo di nuovo i nostri
ferventi voti al nostro Padre di usare tutta la nostra forza per la rivendicazione del Suo santo nome, di
mantenerci fedeli alla Teocrazia”.
Nonostante le prove e le persecuzioni che affrontiamo come servitori di Geova, possiamo confidare nella
forza che Dio dà per servirlo coraggiosamente e recare onore al suo santo nome. (Filippesi 4:13) Mentre
ci sforziamo di piacere a Geova, ci sarà utile ricordare Caleb. Il suo esempio nel seguire Geova
pienamente fece una profonda impressione a un giovane che intraprese l’opera di predicazione a tempo
pieno nel lontano 1921. Egli scrisse:
“Benché divenire pioniere significasse abbandonare il mio rimunerativo lavoro in una moderna stamperia
di Coventry [in Inghilterra], non vi fu nessun rimpianto. La mia dedicazione aveva già definito la
questione; la mia vita era dedicata a Dio. Rammentai Caleb, che entrò nella Terra Promessa con Giosuè
e di cui fu detto che ‘seguì pienamente Geova’. (Gios. 14:8) Questa mi sembrò la giusta attitudine.
Sapevo che servire Dio ‘pienamente’ avrebbe reso la mia vita di dedicazione più importante; mi avrebbe
offerto maggiori possibilità di produrre i frutti che identificano il cristiano”.
Caleb fu sicuramente benedetto per aver servito Geova pienamente e con lealtà, cercando sempre di
fare la Sua volontà. Come lui, altri hanno ricevuto grande gioia e ricche benedizioni servendo Dio. Possa
dirsi altrettanto di voi mentre continuate a servire Geova pienamente.
[Figura a pagina 26]
Caleb e Giosuè furono fedeli a Geova nella prova. E voi?

w93 15/11 14-15 Camminate con coraggio nelle vie di Geova


Coraggio di ‘seguire Geova pienamente’
13 I coraggiosi Giosuè e Caleb dimostrarono che si può camminare nelle vie di Dio. ‘Seguirono Geova
pienamente’. (Numeri 32:12) Giosuè e Caleb furono tra i 12 uomini mandati in ricognizione nella Terra
Promessa. Temendo gli abitanti, dieci di questi esploratori cercarono di dissuadere Israele dall’entrare in
Canaan. Invece Giosuè e Caleb dissero coraggiosamente: “Se Geova ha provato diletto in noi,
certamente ci introdurrà in quel paese e ce lo darà, un paese dove scorre latte e miele. Solo non vi
ribellate contro Geova; e voi, non temete il popolo del paese, poiché sono pane per noi. Il loro riparo si è
ritirato di sopra a loro, e Geova è con noi. Non li temete”. (Numeri 14:8, 9) Mancando di fede e di
coraggio, quella generazione di israeliti non entrò mai nella Terra Promessa. Ma Giosuè e Caleb, insieme
alla nuova generazione, vi entrarono.
14 Dio disse a Giosuè: “Sii coraggioso e molto forte per aver cura di fare secondo tutta la legge che Mosè
mio servitore ti ha comandato. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, affinché tu agisca con
saggezza dovunque tu vada. Questo libro della legge non si deve allontanare dalla tua bocca, e vi devi
leggere sottovoce giorno e notte, per aver cura di fare secondo tutto ciò che c’è scritto; poiché allora avrai
successo nella tua via e allora agirai con saggezza”. — Giosuè 1:7, 8.
15 Giosuè mise in pratica quelle parole, e Gerico e altre città caddero nelle mani degli israeliti. Dio fece
addirittura fermare il sole così che continuò a risplendere finché Israele non ebbe completato la sua
vittoria a Gabaon. (Giosuè 10:6-14) Quando si trovò in pericolo a causa di una coalizione di forze
nemiche ‘così numerose come i granelli di sabbia che sono sulla spiaggia del mare’, Giosuè agì
coraggiosamente e Dio diede ancora una volta la vittoria a Israele. (Giosuè 11:1-9) Anche se, come
Giosuè e Caleb, siamo uomini imperfetti, possiamo seguire Geova Dio pienamente, ed egli ci darà la
forza per camminare con coraggio nelle sue vie.
Cam — Tema: La mancanza di rispetto può avere tristi conseguenze GENESI 9:24, 25

it-1 395 Cam


CAM
1. Uno dei tre figli di Noè, nati dopo il 2470 a.E.V. (Ge 5:32; 7:6; 11:10) Forse era il figlio minore (Ge
9:24); comunque è menzionato per secondo in Genesi 5:32; 6:10 e altrove. In Genesi 10:21 Sem è
chiamato “fratello di Iafet il maggiore”. Alcuni ritengono che l’espressione “figlio più giovane” in Genesi
9:24 si riferisca a Canaan nipote di Noè. — Vedi CANAAN, CANANEO n. 1.
Cam ebbe quattro figli: Cus, Mizraim, Put e Canaan. (Ge 10:6; 1Cr 1:8) Da questi figli discesero gli etiopi,
gli egiziani, alcune tribù arabe e africane, e i cananei. Benché si affermi che alcune delle tribù e nazioni
camitiche menzionate in Genesi capitolo 10 parlassero una lingua semitica, ciò non esclude che fossero
di discendenza camitica, o che in origine parlassero una lingua camitica. Molti popoli adottavano la lingua
dei conquistatori o di altri popoli con cui avevano stretti contatti, oppure la lingua del paese in cui erano
emigrati.
Cam si sposò prima del Diluvio e sopravvisse ad esso, insieme a sua moglie, suo padre, sua madre e i
suoi due fratelli con le loro mogli. (Ge 6:18; 7:13; 8:15, 16, 18; 1Pt 3:19, 20) I figli di Cam nacquero dopo
il Diluvio.
Qualche tempo dopo egli fu implicato nell’episodio che portò alla maledizione di suo figlio Canaan. Noè si
era ubriacato di vino e si era scoperto nella sua tenda. Cam vide la nudità del padre, e invece di mostrare
giusto rispetto al capofamiglia, al servitore e profeta per mezzo del quale Dio aveva preservato la razza
umana, riferì ai due fratelli ciò che aveva visto. Sem e Iafet mostrarono il giusto rispetto camminando
all’indietro per coprire il padre con un mantello, in modo da non disonorarlo guardandone la nudità. Al suo
risveglio Noè pronunciò una maledizione non su Cam, ma su Canaan figlio di Cam. Nella successiva
benedizione di Sem, che includeva una benedizione anche per Iafet, Cam fu trascurato e ignorato; solo
Canaan fu menzionato come maledetto, e fu profetizzato che sarebbe diventato schiavo di Sem e di Iafet.
— Ge 9:20-27.
È possibile che Canaan stesso sia stato direttamente implicato nell’episodio e che suo padre Cam abbia
mancato di correggerlo. Oppure Noè, parlando profeticamente sotto ispirazione, previde che le
inclinazioni cattive di Cam, forse già evidenti in suo figlio Canaan, sarebbero state ereditate dalla
progenie di Canaan. La maledizione fu in parte adempiuta quando gli israeliti, che erano semiti,
soggiogarono i cananei. Quelli che non furono distrutti (ad esempio i gabaoniti [Gsè 9]) furono resi schiavi
da Israele. Secoli dopo, la maledizione ebbe un ulteriore adempimento quando i discendenti di Canaan,
figlio di Cam, vennero a trovarsi sotto il dominio di potenze mondiali iafetiche come la Media-Persia, la
Grecia e Roma.
Alcuni hanno erroneamente sostenuto che la razza nera e la schiavitù di persone di quella razza fossero
il risultato della maledizione pronunciata su Canaan. Ma i discendenti di Canaan, il maledetto, non erano
di razza nera. La razza nera discende da Cus e forse da Put, altri figli di Cam che non ebbero nulla a che
fare con quell’episodio o con la maledizione.

w83 1/8 14 Genesi infonde fede, speranza e coraggio


⌠ 9:24, 25 — Perché Noè maledisse Canaan quando il colpevole era stato Cam?
Molto probabilmente Canaan fu colpevole di qualche offesa o perversione contro la persona di suo nonno
Noè, e Cam aveva assistito senza intervenire. Anzi, sembra che Cam figlio di Noè abbia divulgato la
cosa, mentre Sem e Iafet agirono per coprire il padre. Perciò essi furono benedetti, il probabile
perpetratore Canaan fu maledetto, e Cam che era stato a vedere e ne aveva parlato in giro soffrì per la
vergogna che ricadde sulla sua progenie. Anche se le Scritture non forniscono tutti i particolari, il punto
importante è che Geova Dio fece pronunciare a Noè la profezia e ne determinò l’adempimento quando i
cananei che non erano stati annientati dagli israeliti furono ridotti schiavi di quei discendenti di Sem. —
Giosuè 9:23; I Re 9:21. (APP. LEVITICO 5:1)
Ciro — Tema: La parola di Dio si avvera sempre ISAIA 55:10, 11

it-1 496-9 Ciro


CIRO
Fondatore dell’impero persiano e conquistatore di Babilonia, detto “Ciro il Grande” per distinguerlo dal
nonno Ciro I.
Dopo la vittoria sull’impero babilonese, secondo un documento in caratteri cuneiformi noto come Cilindro
di Ciro, egli avrebbe detto: “Io sono Ciro, re del mondo, gran re, re legittimo, re di Babilonia, re di Sumer e
Akkad, re delle quattro estremità (della terra), figlio di Cambise (Ka-am-bu-zi-ia), gran re, re di Anzan,
nipote di Ciro [I], . . . discendente di Teispe, . . . di una famiglia (che) ha sempre regnato”. (Ancient Near
Eastern Texts, a cura di J. B. Pritchard, 1974, p. 316) È dunque dimostrato che Ciro era della dinastia dei
re di Anzan, città o regione la cui ubicazione è piuttosto incerta. Alcuni la collocano sui monti a N
dell’Elam, ma in genere si pensa si trovasse a E dell’Elam. Questa dinastia di re è detta degli
Achemenidi, da Achemene padre di Teispe.
La storia dei primi anni di Ciro II è piuttosto oscura, poiché dipende in gran parte dalle descrizioni
alquanto fantasiose di Erodoto (storico greco del V secolo a.E.V.) e di Senofonte (scrittore greco vissuto
mezzo secolo più tardi). Comunque entrambi presentano Ciro come il figlio del sovrano persiano
Cambise e di sua moglie Mandane, figlia di Astiage, re dei medi. (Erodoto, I, 107, 108; Senofonte,
Ciropedia, I, ii, 1) Tale parentela di Ciro coi medi è negata da Ctesia, altro storico greco della stessa
epoca, il quale sostiene invece che Ciro divenne genero di Astiage avendone sposato la figlia Amiti.
Ciro succedette al padre Cambise I sul trono di Anzan, allora sotto l’egemonia di Astiage re di Media.
Diodoro Siculo (del I secolo a.E.V.) pone l’inizio del regno di Ciro nel primo anno della 55a Olimpiade,
cioè nel 560-559 a.E.V. Erodoto dice che Ciro si ribellò alla dominazione dei medi e, a motivo della
defezione delle truppe di Astiage, riportò una facile vittoria e conquistò Ecbatana, capitale della Media.
Secondo la Cronaca di Nabonedo, il re Ishtumegu (Astiage) “radunò le sue truppe e marciò contro Ciro,
re di Anzan, per affron[tarlo in combattimento]. L’esercito di Ishtumegu [Astiage] si ribellò contro di lui e in
ceppi con[segnarono lui] a Ciro”. (Ancient Near Eastern Texts, cit. p. 305) Ciro riuscì ad accattivarsi la
lealtà dei medi, e da allora in poi medi e persiani combatterono uniti al suo comando. Negli anni seguenti
Ciro si accinse a consolidare il suo dominio sulla parte occidentale dell’impero medo, raggiungendo il
confine orientale del regno di Lidia presso il fiume Halys in Asia Minore.
Successivamente Ciro sconfisse Creso re di Lidia e conquistò Sardi. Poi sottomise le città ioniche
annettendo tutta l’Asia Minore all’impero persiano. Così, nel giro di pochi anni, Ciro era diventato il
principale rivale di Babilonia e del suo re, Nabonedo.
Conquista di Babilonia. Ciro ora era pronto ad affrontare la potente Babilonia e, specie da quel
momento in poi, ebbe una parte nell’adempimento della profezia biblica. Nell’ispirata profezia di Isaia
sulla ricostruzione di Gerusalemme e del suo tempio, questo re persiano era stato indicato per nome
come l’uomo a cui Geova Dio avrebbe affidato l’incarico di abbattere Babilonia e liberare gli ebrei che vi
sarebbero stati esiliati. (Isa 44:26–45:7) Anche se questa profezia fu scritta oltre 150 anni prima che Ciro
salisse al potere e la desolazione di Giuda evidentemente ebbe luogo prima della sua nascita, Geova
aveva dichiarato che Ciro sarebbe stato il Suo “pastore” a favore del popolo ebraico. (Isa 44:28; cfr. Ro
4:17). In virtù di tale nomina anticipata Ciro fu chiamato l’“unto” (forma dell’ebraico mashìach, messia, e
del greco christòs, cristo) di Geova. (Isa 45:1) Il fatto che Geova Dio ‘lo chiamasse per nome’ (Isa 45:4)
già tanto tempo prima non significa che fosse Lui a fargli mettere nome Ciro alla nascita, ma piuttosto che
preconobbe che sarebbe sorto un uomo con tale nome e che l’invito rivoltogli non sarebbe stato anonimo,
ma diretto e specifico.
Quindi, all’insaputa del re Ciro, che probabilmente era pagano e devoto zoroastriano, Geova Dio aveva
figurativamente “preso la [sua] destra” per guidarlo o rafforzarlo, cingendolo e preparandogli o
spianandogli la via per attuare il Suo proposito: la conquista di Babilonia. (Isa 45:1, 2, 5) Essendo Colui
che annuncia “dal principio il termine, e da molto tempo fa le cose che non sono state fatte”, l’Iddio
Onnipotente aveva determinato le circostanze delle vicende umane in modo da portare a termine il suo
consiglio. Aveva chiamato Ciro “dal levante”, dalla Persia (a E di Babilonia), dove sorgeva Pasargade, la
capitale preferita, e Ciro doveva essere simile a un “uccello da preda” nel piombare rapidamente su
Babilonia. (Isa 46:10, 11) Si noti che, secondo l’Encyclopædia Britannica (1910, vol. X, p. 454), “i persiani
portavano un’aquila fissata all’estremità di un’asta, e anche il sole, essendo una loro divinità, era
rappresentato sui loro stendardi, che . . . erano gelosamente sorvegliati dagli uomini più valorosi
dell’esercito”.
In che modo Ciro deviò le acque dell’Eufrate?
Le profezie bibliche relative alla conquista di Babilonia da parte di Ciro predicevano che i fiumi di
Babilonia si sarebbero prosciugati e che le sue porte sarebbero state lasciate aperte, che ci sarebbe stata
una repentina invasione della città e che i soldati di Babilonia non avrebbero opposto resistenza. (Isa
44:27; 45:1, 2; Ger 50:35-38; 51:30-32) Erodoto descrive un grande e profondo fossato che circondava
Babilonia, riferendo che numerose porte di bronzo (o di rame) permettevano di attraversare le mura
interne lungo l’Eufrate che tagliava in due la città. Nell’assediare la città, secondo Erodoto (I, 191), Ciro,
“per mezzo di un canale avendo immesso le acque dell’Eufrate nel bacino scavato [il lago artificiale che si
supponeva opera della regina Nitocri] che era allo stato di palude, fece sì che, abbassandosi il livello del
fiume, il vecchio letto diventasse guadabile. Ottenuto un tale risultato, i Persiani che avevano ricevuto gli
ordini proprio in vista di questo . . . entrarono in Babilonia. Se i Babilonesi fossero stati informati in
precedenza di ciò che Ciro intendeva fare, o se ne fossero accorti, essi dopo aver lasciato entrare i
Persiani in città li avrebbero distrutti nel peggiore dei modi. Infatti, sbarrate le piccole porte che davano
sul fiume e saliti essi stessi sul muraglione che avevano costruito lungo le rive del fiume, li avrebbero
presi come in una rete. Ora invece i Persiani si trovarono loro davanti all’improvviso. Data la grande
estensione della città, a quanto raccontano gli abitanti stessi, erano già in mano dei nemici i quartieri
estremi della città, quando i Babilonesi che abitavano il centro non sapevano ancora di essere presi; ma
in quel momento si davano alla danza (capitava infatti, che per loro fosse giorno di festa) e alla pazza
gioia, finché anche troppo vennero a conoscere lo stato delle cose. [Cfr. Da 5:1-4, 30; Ger 50:24; 51:31,
32]. In questo modo allora fu presa Babilonia per la prima volta”.
La descrizione di Senofonte differisce in alcuni particolari, ma contiene gli stessi elementi fondamentali di
quella di Erodoto. Senofonte dice che Ciro riteneva quasi impossibile prendere d’assalto le possenti mura
di Babilonia e quindi riferisce che pose l’assedio alla città, deviando le acque dell’Eufrate in canali e,
mentre la città stava celebrando una festa, fece risalire ai suoi uomini il greto del fiume fin oltre le mura
della città. Le guardie furono prese alla sprovvista e le truppe al comando di Gobria e Gadata
penetrarono nella città attraverso le porte stesse del palazzo. In una sola notte “la città fu conquistata e il
re ucciso”, e i soldati babilonesi che occupavano le varie fortificazioni si arresero la mattina dopo. —
Ciropedia, VII, v, 33; cfr. Ger 51:30.
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, citando la storia della conquista di Ciro scritta dal sacerdote babilonese
Beroso (del III secolo a.E.V.), dice quanto segue: “Nel diciassettesimo anno del regno di [Nabonedo],
Ciro venne dalla Persia con un grande esercito, e, avendo già conquistato tutto il resto dell’Asia, giunse in
gran fretta nella Babilonia. Quando Nabonedo si rese conto che avanzava per attaccarlo, radunò il suo
esercito e si oppose a lui; ma, sconfitto, fuggì con pochi uomini e si rinchiuse nella città di Borsippa [città
sorella di Babilonia]. Al che Ciro prese Babilonia e diede ordine che le mura esterne fossero demolite,
perché la città gli aveva causato molti guai ed era stato difficile prenderla. Poi marciò alla volta di
Borsippa per assediare Nabonedo; ma essendosi Nabonedo arreso senza opporre resistenza, fu
dapprima trattato benignamente da Ciro, che lo espulse dalla Babilonia ma gli permise di risiedere in
Carmania, dove trascorse il resto della sua vita e morì”. (Contro Apione, I, 150-153, [20]) Questa
descrizione si distingue dalle altre soprattutto per quanto dice delle attività di Nabonedo e dei rapporti che
Ciro ebbe con lui. Ma è d’accordo con la Bibbia dove si legge che Baldassarre, e non Nabonedo, fu il re
che venne ucciso la notte della caduta di Babilonia. — Vedi BALDASSARRE.
Le tavolette con iscrizioni cuneiformi scoperte dagli archeologi, pur non fornendo particolari sull’esatto
svolgimento della conquista, confermano la subitanea resa di Babilonia a Ciro. Secondo la Cronaca di
Nabonedo, in quello che risultò essere l’ultimo anno del regno di Nabonedo (539 a.E.V.), nel mese di
tishri (settembre-ottobre), Ciro attaccò gli eserciti babilonesi a Opis e li sconfisse. L’iscrizione prosegue:
“Il 14° giorno, Sippar fu presa senza combattere. N abonedo fuggì. Il 16° giorno, Gobria ( Ugbaru)
governatore di Gutium e l’esercito di Ciro entrarono a Babilonia senza combattere. Dopo di che
Nabonedo fu imprigionato a Babilonia quando (vi) tornò. . . . Nel mese di arahshamnu [marchesvan
(ottobre-novembre)], il 3° giorno, Ciro entrò a Bab ilonia”. (Ancient Near Eastern Texts, cit., p. 306) Grazie
a questa iscrizione si può stabilire la data della caduta di Babilonia il 16 tishri del 539 a.E.V., e l’entrata di
Ciro 17 giorni più tardi, il 3 marchesvan.
Inizia la dominazione mondiale ariana. Con questa vittoria Ciro pose fine alla dominazione di sovrani
semiti sulla Mesopotamia e sul Medio Oriente e fondò la prima potenza mondiale di origine ariana. Il
Cilindro di Ciro, documento in cuneiforme che gli storici ritengono fosse scritto per essere esposto a
Babilonia, ha un carattere decisamente religioso e descrive Ciro nell’atto di attribuire il merito della vittoria
a Marduk, il principale dio di Babilonia: “Egli [Marduk] scrutò ed esaminò tutti i paesi, alla ricerca di un
sovrano giusto disposto a condurlo . . . (nella processione annuale). (Quindi) pronunciò il nome di Ciro
(Ku-ra-as), re di Anzan, lo dichiarò (lett. pronunciò [il suo] nome) sovrano di tutto il mondo. . . . Marduk, il
gran signore, protettore del suo popolo, dei suoi adoratori, osservò con piacere le sue buone azioni e la
sua mente (lett. cuore) retta (e perciò) gli ordinò di marciare contro Babilonia (Ká.dingir.ra) sua città. Gli
fece prendere la strada di Babilonia (DIN.TIRki) camminando al suo fianco come un vero amico. Le sue
truppe innumerevoli, copiose come le acque di un fiume, lo accompagnavano con le armi nel fodero.
Senza colpo ferire, lo fece entrare a Babilonia (Su.an.na) sua città, evitando a Babilonia (Ká.dingir.raki)
qualsiasi calamità”. —Ancient Near Eastern Texts, cit., p. 315.
Perché il Cilindro di Ciro spiega la caduta di Babilonia in maniera diversa dalla Bibbia?
Nonostante questa interpretazione pagana degli avvenimenti, la Bibbia spiega che, nell’emanare il
proclama che autorizzava gli ebrei esiliati a tornare a Gerusalemme per ricostruirvi il tempio, Ciro
riconobbe: “Geova l’Iddio dei cieli mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli stesso mi ha incaricato di
edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda”. (Esd 1:1, 2) Ciò naturalmente non significa che Ciro
si fosse convertito all’ebraismo, ma semplicemente che conosceva i fatti biblici relativi alla sua vittoria.
Visto che Daniele ricopriva un’alta carica amministrativa, sia prima che dopo la caduta di Babilonia (Da
5:29; 6:1-3, 28), sarebbe stato molto strano che Ciro non fosse informato delle profezie che i profeti di
Geova avevano pronunciato e scritto, inclusa la profezia di Isaia che conteneva il suo stesso nome. In
quanto al succitato Cilindro di Ciro, è risaputo che altri oltre il re possono aver contribuito alla stesura di
tale documento in cuneiforme. G. Ernest Wright (Biblical Archaeology, 1963, p. 203), parla “del re, o
dell’ufficio che ideò il documento” (cfr. il caso simile di Dario in Da 6:6-9), mentre il dottor Emil G. Kraeling
(Rand McNally Bible Atlas, 1966, p. 328) definisce il Cilindro di Ciro “un documento propagandistico
composto dai sacerdoti babilonesi”. Può senz’altro essere stato redatto sotto l’influenza del clero
babilonese (Ancient Near Eastern Texts, cit., p. 315, nt. 1), servendo così allo scopo di trovare una
spiegazione per la completa incapacità di Marduk (noto anche come Bel) e degli altri dèi babilonesi di
salvare la città, arrivando ad attribuire a Marduk proprio quello che aveva fatto Geova. — Cfr. Isa 46:1, 2;
47:11-15.
Il decreto di Ciro per il ritorno dall’esilio. Decretando la fine dell’esilio degli ebrei, Ciro assolse il suo
incarico di ‘unto pastore’ di Geova a favore di Israele. (2Cr 36:22, 23; Esd 1:1-4) Il proclama fu emanato
“nel primo anno di Ciro re di Persia”, cioè nel suo primo anno di regno sulla conquistata Babilonia. In
Daniele 9:1 la Bibbia parla del “primo anno di Dario”, anno che può essere intercorso fra la caduta di
Babilonia e il “primo anno di Ciro” su Babilonia. Se così fu, questo significherebbe che secondo lo
scrittore l’inizio del primo anno di Ciro era forse da collocarsi verso la fine del 538 a.E.V. Se invece si
considera la posizione di Dario simile a quella di un viceré, e il suo regno contemporaneo a quello di Ciro,
secondo l’usanza babilonese il primo anno di regno di Ciro andrebbe dal nisan del 538 al nisan del 537
a.E.V.
In base a quanto dice la Bibbia, il decreto di Ciro che permetteva agli ebrei di tornare a Gerusalemme fu
probabilmente emanato alla fine del 538 o all’inizio del 537 a.E.V. Così gli ebrei esiliati avrebbero avuto il
tempo di prepararsi a partire da Babilonia, compiere il lungo viaggio fino in Giuda e Gerusalemme
(viaggio che secondo Esd 7:9 poteva richiedere quattro mesi circa) e sistemarsi in Giuda “nelle loro città”
entro il “settimo mese” (tishri) del 537 a.E.V. (Esd 3:1, 6) Questo segnò la fine dei predetti 70 anni di
desolazione di Giuda iniziati nello stesso mese di tishri del 607 a.E.V. — 2Re 25:22-26; 2Cr 36:20, 21.
La cooperazione di Ciro con gli ebrei era in netto contrasto col trattamento riservato loro da precedenti
sovrani pagani. Egli restituì i preziosi utensili del tempio che Nabucodonosor II aveva portato a Babilonia,
permise agli ebrei di importare legname di cedro dal Libano, e autorizzò lo stanziamento di fondi dalla
casa del re per coprire le spese di costruzione. (Esd 1:7-11; 3:7; 6:3-5) Secondo il Cilindro di Ciro
(ILLUSTRAZIONE, vol. 2, ⇒it-2 ⇐p. 332), il sovrano persiano seguì una politica generalmente
umanitaria e tollerante verso i popoli vinti del suo reame. L’iscrizione riporta le sue parole: “Ho restituito a
[certe già menzionate] città sacre sull’altra riva del Tigri, i cui santuari erano in rovina da molto tempo, le
immagini che (solevano) dimorarvi e stabilii per quelle santuari permanenti. Ho (inoltre) radunato tutti (i
precedenti) abitanti e (a quelli) ho restituito le loro abitazioni”. — Ancient Near Eastern Texts, cit., p. 316.
Oltre al proclama reale citato in Esdra 1:1-4, la Bibbia parla di un altro documento di Ciro, una “memoria”
depositata nell’archivio di Ecbatana in Media e scoperta durante il regno di Dario il Persiano. (Esd 5:13-
17; 6:1-5) A proposito di questo secondo documento, il prof. G. Ernest Wright dice: “È esplicitamente
intitolato dikrona, termine ufficiale aramaico per un memorandum che conteneva una decisione orale del
re o di un altro funzionario e che avviava un’azione amministrativa. Non era mai destinato alla
pubblicazione ma poteva essere consultato solo dal funzionario addetto, dopo di che era depositato negli
archivi di stato”. — Biblical Archaeology, cit., p. 203.
Morte e significato profetico. Si ritiene che Ciro sia caduto in battaglia nel 530 a.E.V., anche se le
notizie sono piuttosto confuse. Prima della sua morte, il figlio Cambise II gli si affiancò nel regno, e gli
succedette come sovrano unico sul trono di Persia quando Ciro morì.
Le profezie relative all’improvvisa caduta della simbolica Babilonia la Grande contenute nel libro di
Rivelazione coincidono negli aspetti principali con la descrizione della conquista della città letterale di
Babilonia per opera di Ciro. (Cfr. Ri 16:12; 18:7, 8 con Isa 44:27, 28; 47:8, 9). Il re alla testa delle
poderose forze militari descritte subito dopo il resoconto della caduta della simbolica Babilonia non è però
un re umano, bensì la celeste “Parola di Dio”, Gesù Cristo, il vero Pastore unto da Geova. — Ri 19:1-3,
11-16.

w77 15/5 314-6 Ciro, un uomo il cui ruolo fu profetizzato


Ciro, un uomo il cui ruolo fu profetizzato
DI POCHI uomini in tutto il corso della storia umana fu predetto lo specifico ruolo che avrebbero avuto nel
proposito di Dio. Ciro figlio di Cambise e fondatore dell’Impero Persiano fu tuttavia uno di questi. La sua
conquista di Babilonia nel 539 a.E.V. e la conseguente liberazione dei Giudei dall’esilio erano state
predette molto tempo prima della sua nascita.
Già nell’ottavo secolo a.E.V. Geova aveva predetto per mezzo del profeta Isaia:
“‘Io, Geova, faccio ogni cosa . . . Colui che faccio avverare la parola del suo servitore, e Colui che eseguo
completamente il consiglio dei suoi propri messaggeri; Colui che dico di Gerusalemme: “Sarà abitata”, e
delle città di Giuda: “Saranno riedificate, e ne erigerò i luoghi desolati”; Colui che dico alle acque
dell’abisso: “Prosciugatevi; e farò seccare tutti i vostri fiumi”; Colui che dico di Ciro: “Egli è il mio pastore,
e tutto ciò in cui io mi diletto adempirà completamente”; perfino nel mio dire di Gerusalemme: “Sarà
riedificata”, e del tempio: “Saranno gettate le tue fondamenta’”.
“Questo è ciò che Geova ha detto al suo unto, a Ciro, di cui ho preso la destra, per soggiogare dinanzi a
lui le nazioni, così che io sciolga pure i fianchi dei re; per aprire dinanzi a lui gli usci a due battenti; così
che nemmeno le porte saranno chiuse”. — Isa. 44:24–45:1.
Antichi storici confermano l’adempimento di questa straordinaria profezia. Pur differendo un po’
nell’esposizione, gli storici greci Erodoto e Senofonte fanno entrambi fondamentalmente lo stesso
racconto. Ciro deviò l’Eufrate, che scorreva attraverso Babilonia e faceva parte del suo sistema difensivo.
Gli eserciti vincitori marciarono allora sul letto del fiume, riuscendo a introdursi nella città dalle porte lungo
le rive. I Babilonesi che banchettavano e gozzovigliavano furono presi completamente alla sprovvista e la
città si arrese quella notte stessa.
Inoltre, com’era stato predetto, Ciro emanò un decreto che permetteva agli Ebrei esiliati di ritornare in
patria per riedificare il tempio. Quel decreto diceva: “Ciro re di Persia ha detto questo: ‘Geova l’Iddio dei
cieli mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli stesso mi ha incaricato di edificargli una casa in
Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque fra voi è di tutto il suo popolo, Geova suo Dio sia con lui.
Dunque salga’”. — 2 Cron. 36:23.
Che tale decreto fosse in armonia con la politica di questo sovrano è confermato dall’iscrizione del
Cilindro di Ciro, dove sono citate le sue parole: “Restituii a [certe già menzionate] sacre città sull’altra riva
del Tigri, i cui santuari sono in rovina da molto tempo, le immagini che (solevano) vivervi e stabilii per loro
santuari permanenti. Io (inoltre) radunai tutti i loro (precedenti) abitanti e restituii (loro) le loro abitazioni”.
Ancient Near Eastern Texts di James B. Pritchard, 1955, pag. 316.
Giuseppe Flavio, storico giudeo del primo secolo, sostiene che Ciro emanò il decreto dopo essere venuto
a conoscenza della profezia di Isaia. Egli scrive:
“Nel primo anno del regno di Ciro — questo era il settantesimo anno da che il nostro popolo era stato
costretto a emigrare dal suo paese a Babilonia — Dio ebbe pietà della cattività e della sventura di quegli
infelici e, come Egli aveva predetto loro mediante il profeta Geremia prima che la città fosse demolita,
che, dopo che avessero servito Nabucodonosor e i suoi discendenti e subìto questa schiavitù per
settant’anni, Egli li avrebbe ristabiliti nel paese dei loro padri ed essi avrebbero riedificato il tempio e
goduto l’antica prosperità, così Egli accordò loro. Poiché egli destò lo spirito di Ciro e gli fece scrivere in
tutta l’Asia: ‘Così dice il re Ciro. Poiché l’Iddio Altissimo mi ha nominato re del mondo abitato, io sono
persuaso che Egli è l’Iddio che la nazione israelita adora, poiché Egli ha predetto il mio nome mediante i
profeti e che io avrei dovuto edificare il Suo tempio in Gerusalemme nella terra di Giudea’.
“Ciro sapeva queste cose avendo letto il libro della profezia che Isaia aveva lasciato duecentodieci anni
prima. Poiché questo profeta aveva detto che Dio gli aveva rivelato in segreto: ‘È mia volontà che Ciro,
che io avrò nominato re di molte grandi nazioni, mandi il mio popolo nella loro terra e edifichi il mio
tempio’. Isaia profetizzò queste cose centoquarant’anni prima della distruzione del tempio. E quindi,
allorché Ciro le lesse, si meravigliò del potere divino e fu preso dal forte desiderio e dall’ambizione di fare
ciò ch’era stato scritto; e, avendo convocato gli Ebrei più illustri di Babilonia disse loro che li lasciava
tornare al loro paese nativo, e riedificare sia la città di Gerusalemme che il tempio di Dio, poiché Dio, egli
disse, sarebbe stato il loro alleato ed egli stesso avrebbe scritto ai suoi governatori e satrapi che erano
nelle vicinanze del loro paese affinché dessero loro contribuzioni di oro e argento per edificare il tempio e,
inoltre, animali per i sacrifici”. — Antichità giudaiche, Libro XI, Cap. 1, parr. 1, 2, dalla traduzione inglese
di Ralph Marcus.
Commentando questa dichiarazione di Giuseppe Flavio, The Zondervan Pictorial Encyclopedia of the
Bible (Vol. I, pag. 1055) dice: “Vi è ogni ragione di accettare la testimonianza di Giuseppe Flavio al
riguardo”. Molti critici, però, non sono d’accordo. Essi non possono accettare l’idea che la profezia
relativa a Ciro fosse stata scritta prima della caduta di Babilonia nel 539 a.E.V. Sostengono che i capitoli
da 40 fino a 66 di Isaia furono scritti da qualcuno che visse dopo quegli avvenimenti. La loro asserzione
nega che Geova Dio possa rivelare le cose ai suoi servitori molto tempo prima che avvengano e che egli
possa far avverare la sua parola.
LA PROFEZIA DI ISAIA È AUTENTICA
L’opinione che queste cose non potessero essere state scritte da Isaia è contraria a ogni evidenza
disponibile dal primo, se non dal secondo, secolo a.E.V. in poi. Il Rotolo del Mar Morto di Isaia, che si
crede risalga al primo secolo a.E.V. o al secondo secolo a.E.V., non mostra alcuna divisione della
profezia. Quello che ora è il quarantesimo capitolo di Isaia inizia nell’ultima riga della colonna in cui
termina in quel rotolo il capitolo 39 di Isaia. Ispirati scrittori biblici del primo secolo E.V. attribuirono a Isaia
materiale dell’ultima parte, come pure della prima, del libro che porta il suo nome. (Isa. 42:1-4; 53:1; Matt.
12:17-21; Rom. 10:16) Essi attribuirono dunque l’intera profezia a un solo scrittore, Isaia.
Indipendentemente dalla data attribuita dai critici a parti di Isaia, essi non possono negare che contenga
profezie le quali furono adempiute molto tempo dopo essere state messe per iscritto. Per esempio, c’è la
profezia secondo cui Babilonia sarebbe divenuta desolata come Sodoma e Gomorra, un luogo che non
sarebbe stato mai più abitato e dove neanche i pastori avrebbero portato i greggi a pascolare. (Isa. 13:19,
20) Quando il Rotolo del Mar Morto fu copiato da un manoscritto precedente, Babilonia esisteva ancora,
e a parte la profezia biblica, non vi era alcuna indicazione che la città sarebbe divenuta un deserto
desolato. Ma oggi le rovine cadenti dell’antica Babilonia attestano l’accurato adempimento della profezia.
Le teorie degli uomini che vorrebbero negare che Ciro adempì un ruolo profetizzato hanno perciò
dimostrato d’essere senza fondamento. La Parola profetica di Dio è veramente fidata. Questo dovrebbe
indurci a investigare la sua Parola, per essere sicuri di conoscere ciò che dice e di vivere in armonia con
essa.
Cora (n. 3) — Tema: Non cedete all’invidia GIOBBE 5:2; GALATI 5:19

it-1 562 Cora


CORA
[forse, calvo; calvizie].
3. Levita cheatita della famiglia di Izar. (Eso 6:16, 18, 21; 1Cr 6:1, 2, 22 [Amminadab forse era un altro
nome di Izar]). Durante il faticoso peregrinare di Israele nel deserto Cora si ribellò contro l’autorità di
Mosè e Aaronne, alleandosi con i rubeniti Datan, Abiram e On, e con 250 “capi principali dell’assemblea”
o “uomini di fama”. (Nu 16:1, 2) “L’intera assemblea, tutti loro, sono santi e Geova è in mezzo a loro”,
sostenevano i ribelli, chiedendo: “Perché, dunque, vi dovete innalzare al di sopra della congregazione di
Geova?” (Nu 16:3-11) In seguito Mosè mandò a chiamare Datan e Abiram, ma essi rifiutarono di
presentarsi, pensando che Mosè non avesse alcun diritto di convocarli. (Nu 16:12-15) A Cora, alla sua
assemblea e al sommo sacerdote Aaronne fu detto di presentarsi dinanzi a Geova, ciascuno col suo
portafuoco e l’incenso. — Nu 16:16, 17.
L’indomani Cora e i suoi 250 uomini, tutti col proprio incensiere acceso, si radunarono all’ingresso della
tenda di adunanza insieme a Mosè e Aaronne. La gloria di Geova apparve a tutta l’assemblea e Dio parlò
a Mosè e Aaronne dicendo loro di separarsi di mezzo all’assemblea, “perché li stermini in un istante”. Ma
Mosè e Aaronne intercedettero a favore del popolo, e Dio ordinò a Mosè di far allontanare l’assemblea
dai tabernacoli di Cora, Datan e Abiram. Ciò fu fatto. (Nu 16:18-27) Poco dopo, “la terra apriva la sua
bocca e inghiottiva loro e le loro case e tutto il genere umano che apparteneva a Cora e tutti i beni”. Essi
con tutto ciò che avevano scesero vivi nello Sceol, e la terra li coprì. — Nu 16:28-34.
Quelli che si trovavano davanti alla tenda di adunanza con i portafuoco pieni di incenso non sfuggirono,
perché “un fuoco uscì da Geova e consumava i duecentocinquanta uomini che offrivano l’incenso”. (Nu
16:35) Cora stesso si trovava in mezzo a loro e perciò perì nel fuoco mandato da Dio. — Nu 26:10.
Gli incensieri di coloro che avevano cospirato insieme a Cora furono trasformati in lamine di metallo con
cui rivestire l’altare. Questo “perché li hanno presentati dinanzi a Geova, così che sono divenuti santi; e
devono servire di segno ai figli d’Israele”. (Nu 16:36-40) Nonostante tale inconfutabile prova del giudizio
di Dio, l’indomani l’intera assemblea d’Israele cominciò a mormorare contro Mosè e Aaronne,
lamentandosi: “Voi, voi avete messo a morte il popolo di Geova”. Ciò provocò l’indignazione di Geova e,
nonostante le suppliche di Mosè e Aaronne, 14.700 morirono a motivo del conseguente flagello, che si
arrestò solo dopo che Aaronne ebbe fatto espiazione per il popolo. (Nu 16:41-50) Dopo ciò la posizione
sacerdotale di Aaronne venne confermata dal germogliare della sua verga. — Nu 17.
È evidente che i figli di Cora non seguirono il padre nella ribellione, poiché la Bibbia dichiara: “Comunque,
i figli di Cora non morirono”. (Nu 26:9-11) In seguito i discendenti di Cora si distinsero nel sacerdozio
levitico. — Vedi CORAITI.
Lo scrittore della lettera di Giuda associa Caino, Balaam e Cora nel mettere in guardia i cristiani dagli
uomini animaleschi “periti nel discorso ribelle di Cora”. Cora evidentemente voleva la gloria per sé. Si
oppose alle nomine fatte da Geova, diventando un ribelle, e perciò subì giustamente la morte per la sua
riprovevole condotta. — Gda 10, 11.

w79 15/5 13-15 Cora, un uomo superbo e ribelle


Cora, un uomo superbo e ribelle
IL LEVITA CORA, primo cugino di Mosè e Aaronne, ebbe il privilegio di vedere direttamente le
spettacolari manifestazioni della potenza e della gloria di Geova. Era presente quando le acque del Mar
Rosso si divisero, permettendo agli israeliti di attraversarlo all’asciutto. Quindi, insieme alla
congregazione d’Israele, levò la voce nel canto lodando Geova per aver distrutto in quello stesso mare
l’inseguitore egiziano. Da quel momento in poi, Cora vide il modo meraviglioso in cui Geova Dio aveva
cura del suo popolo nel deserto, fornendogli acqua, manna e carne. Assisté anche alla sconfitta degli
amalechiti che avevano lanciato a Israele un attacco ingiustificato. Anche questa vittoria fu una prova
della cura e della protezione di Geova.
Da ciò che aveva visto nel corso di quell’anno, Cora aveva sufficienti prove per sapere che Geova, pur
trattando il suo popolo misericordiosamente, non avrebbe tollerato né ribellione né deliberata
trasgressione delle leggi. Nadab e Abiu, figli di Aaronne, perirono in un fuoco inviato da Geova perché,
probabilmente mentre erano ubriachi, avevano offerto incenso che non era stato prescritto da Dio. Miriam
fu colpita temporaneamente dalla lebbra per aver criticato il fratello Mosè riguardo al suo matrimonio con
una cusita e sfidato la posizione eccezionale che occupava dinanzi a Geova. — Lev. 10:1, 2; Num. 12:1-
15.
Una volta lo stesso Cora aveva partecipato all’esecuzione della vendetta di Geova. Dopo che gli israeliti
erano stati coinvolti nell’adorazione del vitello al monte Sinai, Mosè aveva chiesto una prova di forza,
dicendo: “Chi è dalla parte di Geova? A me!” Solo i leviti, tra i quali doveva esserci Cora, si raccolsero al
fianco di Mosè. Ubbidendo al comando di Mosè, passarono nel campo e uccisero con la spada 3.000
idolatri. — Eso. 32:26-28.
IL MALCONTENTO CRESCE
Tuttavia, lo zelo per la giustizia che Cora poté aver manifestato in quell’occasione non durò. Sembra che
certe circostanze difficili fossero una prova troppo grande per lui. Non era contento della sua sorte e
voleva superbamente una posizione a cui non aveva diritto. Quali furono le circostanze nelle quali Cora
manifestò uno spirito superbo e ribelle?
Quando gli israeliti lasciarono l’Egitto, avevano dinanzi la meravigliosa prospettiva di entrare presto nella
Terra Promessa. Ma le cose cambiarono. Dieci delle dodici spie mandate nel paese portarono notizie
cattive che spaventarono gli israeliti. Perciò cominciarono a mormorare contro Mosè e Aaronne, dicendo:
“Fossimo morti nel paese d’Egitto, o fossimo morti in questo deserto! E perché Geova ci conduce in quel
paese per cadere di spada? Le nostre mogli e i nostri piccoli diverranno preda. Non è meglio che ce ne
torniamo in Egitto?” (Num. 14:2, 3) A causa della loro infedeltà, Geova li condannò a rimanere nel
deserto, finché dopo 40 anni di peregrinazioni tutti gli uomini registrati per la guerra morirono. Quindi
invece di ricevere un’eredità nella Terra Promessa, gli israeliti dovettero sopportare le avversità di una
vita nomade in un deserto squallido e desolato. Che delusione!
Col passar del tempo il malcontento fra gli israeliti crebbe. L’influente cheatita Cora, un uomo di forse 80
anni, fu evidentemente contagiato da questo spirito di malcontento. Col tempo capeggiò una ribellione
contro l’autorità dei suoi cugini Mosè e Aaronne, autorità data loro da Dio.
I leviti cheatiti erano accampati vicino ai rubeniti. Può darsi quindi che Cora e certi uomini importanti della
tribù di Ruben avessero un notevole scambio di idee. Essendo Ruben il primogenito di Giacobbe, può
darsi che alcuni di questi suoi discendenti fossero offesi perché Mosè esercitava autorità su di loro. In
quanto a Cora, non era contento di prestare servizio solo come assistente del sacerdozio aaronnico.
Infine, Cora e i rubeniti Datan, Abiram e On, insieme a 250 capitribù, si congregarono contro Mosè e
Aaronne, dicendo: “Questo vi basti, perché l’intera assemblea son tutti santi e Geova è in mezzo a loro.
Perché, dunque, vi dovreste innalzare al di sopra della congregazione di Geova?” — Num. 16:1-3.
Pertanto Cora dimenticò che Mosè e Aaronne avevano ricevuto la nomina da Geova, e che la santità
della congregazione dipendeva dall’ubbidienza alla legge di Dio. Tale santità o purezza non era innata in
loro. Cora sostenne erroneamente che Mosè e Aaronne si erano messi arbitrariamente al di sopra di una
congregazione in cui erano tutti uguali, in cui ciascun membro era santo.
MOSÈ IMPARTISCE LA RIPRENSIONE
Come avrebbero potuto capire tutti che Cora e i suoi sostenitori erano in errore? Mosè disse: “Nella
mattina Geova farà conoscere chi gli appartiene e chi è santo e chi gli si deve avvicinare, e chiunque avrà
scelto s’avvicinerà a Lui. Fate questo: Prendetevi i portafuoco, Cora e la sua intera assemblea, e domani
mettete in essi il fuoco e ponete su di essi l’incenso dinanzi a Geova, e deve accadere che l’uomo che
Geova avrà scelto, sarà il santo”. — Num. 16:5-7.
Non sarebbe passato molto prima che la controversia fosse risolta. Proprio la mattina dopo, Geova
avrebbe rivelato chi aveva scelto per rendergli servizio sacerdotale. Come levita cheatita, Cora non era
stato autorizzato a offrire incenso quale sacerdote. Se si fosse presentato a Geova per offrire incenso
avrebbe indicato di pensare che aveva il diritto di compiere servizi sacerdotali. Quindi dicendo a Cora e ai
suoi compagni di presentarsi coi portafuoco, Mosè li invitava ad agire secondo il loro personale desiderio
di assumere funzioni sacerdotali.
Nondimeno, fece capire a Cora e ai suoi compagni ribelli che la loro tesi era errata, dicendo: “È così poca
cosa per voi che l’Iddio d’Israele vi abbia separati dall’assemblea d’Israele per presentarvi a sé per
compiere il servizio del tabernacolo di Geova e per stare dinanzi all’assemblea a servirla, e che abbia
fatto avvicinare te e tutti i tuoi fratelli figli di Levi con te? Dovete voi cercare dunque anche d’assicurarvi il
sacerdozio? Per questa ragione tu e tutta la tua assemblea che vi radunate siete contro Geova. In quanto
ad Aaronne, che cos’è egli perché mormoriate contro di lui?” — Num. 16:9-11.
Questo rimprovero avrebbe dovuto indurre Cora e i suoi sostenitori a riconsiderare la propria posizione.
Cora e gli altri leviti avevano avuto il grande privilegio d’essere separati dagli altri israeliti per servire nel
santuario. Non era una cosa insignificante, da poco. Quindi Mosè dimostrava quanto poco Cora
apprezzasse l’onore e la dignità che Geova aveva conferito ai leviti. Ribellandosi alla disposizione di
Geova, Cora e i suoi sostenitori si mettevano in opposizione all’Altissimo. Quello che facevano era
ingiustificato. Non era stato Aaronne a costituirsi sommo sacerdote. Era tale per nomina di Dio.
CORA PERISCE MA NON I SUOI FIGLI
Le parole di Mosè, comunque, caddero su orecchi sordi. La mattina dopo Cora e 250 capitribù stettero
impudentemente all’ingresso del tabernacolo nel cortile, per offrirvi incenso. Geova dimostrò allora
vigorosamente che solo gli uomini della casa di Aaronne dovevano prestare servizio come sacerdoti. Un
fuoco da Geova consumò Cora e i 250 che erano con lui. — Num. 16:35; 26:10.
I figli di Cora non si unirono al padre in questa ribellione. Furono felici e contenti di servire come assistenti
dei sacerdoti e, perciò, continuarono a vivere. (Num. 26:9, 11) Tra i loro discendenti ci furono uomini che
scrissero canti di lode divenuti parte delle Scritture ispirate. Uno di questi canti o salmi ammette con
gratitudine: “Un giorno nei tuoi cortili è migliore di mille altrove. Ho scelto di stare sulla soglia della casa
del mio Dio anziché andare intorno nelle tende di malvagità. Poiché Geova Dio è un sole e uno scudo;
favore e gloria sono ciò che egli dà. Geova stesso non tratterrà alcuna cosa buona da quelli che
camminano in maniera irreprensibile”. — Sal. 84:10, 11.
Facciamo bene a imitare l’esempio dei figli di Cora, apprezzando sempre quello che Geova Dio ci ha
dato. In quanto allo stesso Cora, è per noi un esempio ammonitore. Quando il futuro appare poco
promettente, dobbiamo stare attenti a non farci vincere dall’orgoglio. Dobbiamo umilmente accettare
qualsiasi cosa Geova Dio permetta che subiamo, non ricalcitrando. Non dovremmo mai lasciare che i
momenti di avversità ci inducano a lamentarci della nostra sorte e a tramare per ottenere quello a cui non
abbiamo diritto. Se ricordiamo che vale veramente la pena di servire Dio con umiltà, quali che siano le
circostanze, possiamo evitare la disastrosa condotta di Cora e continuare ad avere l’approvazione di Dio
come i figli di Cora.

W65 P.423-424
W57 P.625, 626
Cornelio — Tema: Geova Dio non è parziale ATTI 10:34, 35

it-1 573-4 Cornelio


CORNELIO
Ufficiale dell’esercito (centurione) al comando di 100 uomini della coorte italica. (Vedi UFFICIALE
DELL’ESERCITO). Di stanza a Cesarea, viveva in casa propria. Il nome suggerisce che poteva essere di
famiglia nobile romana. Era “uomo devoto” che “faceva al popolo molti doni di misericordia e faceva di
continuo supplicazione a Dio”, ‘uomo giusto che temeva Dio e del quale l’intera nazione dei giudei
rendeva buona testimonianza’. Nell’autunno del 36 E.V. gli apparve in visione un angelo che gli disse: “Le
tue preghiere e i tuoi doni di misericordia sono ascesi a ricordo dinanzi a Dio”. L’angelo disse inoltre a
Cornelio di mandare a chiamare Pietro a Ioppe. — At 10:1-22.
Quando Pietro arrivò, Cornelio, in presenza dei “suoi parenti e [dei] suoi intimi amici”, gli disse: “Siamo . .
. tutti presenti dinanzi a Dio per udire tutte le cose che Geova ti ha comandato di dire”. (At 10:24, 33)
“Mentre Pietro stava ancora parlando . . . lo spirito santo cadde su tutti quelli che udivano la parola”.
Perciò queste persone, fra le quali Cornelio è menzionato per nome come il personaggio più importante,
furono i primi gentili o non ebrei a ricevere “il gratuito dono dello spirito santo”. (At 10:44, 45) Il battesimo
seguì immediatamente; dopo di che non si sa più nulla della vita e dell’attività di Cornelio.
Perché la conversione di Cornelio fu un avvenimento di particolare importanza?
Cornelio non era un proselito appartenente alla comunità ebraica, come sostengono alcuni, anche se era
a conoscenza degli scritti dei profeti, faceva doni di misericordia agli ebrei, temeva Dio, pregava di
continuo e usava il nome di Geova. Le Scritture indicano chiaramente che questo centurione era un
gentile incirconciso nel vero senso della parola. Se Cornelio fosse stato un proselito, Pietro non avrebbe
detto che a lui, ebreo, non era lecito frequentare un “uomo di un’altra razza”, in considerazione di quanto
era scritto nella Legge a proposito del residente forestiero. (Le 19:33, 34; At 10:28) Se fosse stato un
proselito, gli altri sei ebrei che accompagnavano Pietro non si sarebbero ‘meravigliati’ vedendo che lo
spirito santo era versato “su persone delle nazioni”. (At 10:45; 11:12) Se fosse stato un proselito, perché i
“sostenitori della circoncisione” avrebbero conteso per questo con Pietro? — At 11:2.
In realtà Cornelio era il primo, la primizia, dei non ebrei incirconcisi a diventare cristiano, indicando che
ormai non era più necessario che i gentili diventassero proseliti come l’eunuco etiope prima di essere
ammessi nella congregazione cristiana. “Per certo”, esclamò Pietro in quell’occasione storica,
“comprendo che Dio non è parziale, ma in ogni nazione l’uomo che lo teme e opera giustizia gli è
accetto”. (At 10:34, 35) Come alla Pentecoste Pietro era stato il primo ad aprire la Via agli ebrei, così
anche questa volta fu lui a portare la buona notizia della salvezza ai gentili incirconcisi. Anche Giacomo
fu d’accordo che questa era “la prima volta” che Dio rivolgeva l’attenzione “alle nazioni”. — At 15:7, 14.

w80 1/4 23-8 "Le chiavi del regno" e la "grande folla"


“Le chiavi del regno” e la “grande folla”
NELL’ANNO 36 E.V., a Cesarea, sulla costa orientale del Mar Mediterraneo, ebbe luogo un avvenimento
segnato nella storia del cristianesimo. Non si sa con certezza se in quell’anno Filippo l’evangelizzatore vi
si era già stabilito. In caso affermativo, come mai non fu impiegato lui per contattare un ufficiale
dell’esercito della coorte italica che era di stanza lì? Filippo aveva preceduto l’apostolo Pietro nelle attività
cristiane in Samaria, quindi perché non a Cesarea nel 36 E.V.? Le Scritture ispirate ci danno la risposta.
2 Il patto della Legge di cui Mosè era stato mediatore fra Geova Dio e Israele al Monte Sinai in Arabia fu
abolito sulla base della morte di Gesù Cristo, discendente di Abraamo e del re Davide, al palo. Questo
avvenne tre anni e mezzo dopo il battesimo di Gesù in acqua e la sua unzione con lo spirito nel 29 E.V.
Ciò nondimeno, Geova continuò a riservare un trattamento di favore ai giudei naturali e anche ai
samaritani in questo periodo di altri tre anni e mezzo, per adempiere la profezia di Daniele 9:24-27a.
Questa “settimana” o periodo di sette anni terminò nel settimo mese lunare (tishri) del 36 E.V. Da allora in
poi i discendenti israeliti di Abraamo sarebbero stati messi allo stesso livello, in senso spirituale, delle
persone delle nazioni non giudaiche, gli incirconcisi gentili. Dopo di che l’Iddio di Abraamo non avrebbe
più riservato un trattamento di favore ai giudei. Come fu dimostrato questo nel 36 E.V.?
3 Verso quel tempo, dietro urgente richiesta della congregazione cristiana della città portuale di Ioppe,
Pietro era arrivato lì e aveva destato dai morti Gazzella, una brava cristiana giudea. Pietro si trattenne
alcuni giorni da Simone il conciatore. (Atti 9:36-43) A quel tempo un gentile incirconciso era ritenuto una
compagnia indesiderabile per un giudeo, proprio come una persona disassociata dalla congregazione del
popolo di Dio. (Matt. 18:17) Quindi, fino a quel tempo, il giudeo cristiano Pietro non era mai entrato di sua
spontanea volontà in casa di un gentile incirconciso. (Questo valeva indubbiamente anche per
l’evangelizzatore Filippo). Di conseguenza, quando in seguito i circoncisi giudei cristiani di Gerusalemme
udirono che Pietro era entrato in casa di un gentile, lo criticarono, dicendo che “era entrato nella casa di
uomini incirconcisi e aveva mangiato con loro”. — Atti 11:3.
4 Anche Pietro, sebbene fosse un apostolo cristiano già da alcuni anni, disse all’uomo di Cesarea nella
cui casa aveva esitato a metter piede: “Voi ben sapete come sia illecito a un Giudeo unirsi o accostarsi a
un uomo di un’altra razza”. (Atti 10:28, Traduzione del Nuovo Mondo [NM]; La Bibbia di Gerusalemme)
Le razze gentili erano considerate contaminate e impure.
5 A sua difesa Pietro dovette esporre i fatti agli apostoli e ad altri circoncisi giudei cristiani di
Gerusalemme. Quali erano i fatti? Questi: Non era stato Pietro a prendere quell’iniziativa di sua volontà.
Aveva agito ubbidendo a Geova Dio.
6 Mentre Pietro era a Ioppe, a casa di Simone il conciatore, Dio mandò a Pietro una visione per fargli
capire che non doveva continuare a chiamare contaminate le cose che Dio aveva purificate. Poi tre
uomini, inviati da Cornelio, un centurione italiano di Cesarea, giunsero alla casa e chiesero di Pietro. A
questo punto Dio disse all’apostolo cristiano giudeo di andare con loro, “non dubitando affatto, perché li
ho inviati io”. Sei circoncisi giudei cristiani della congregazione di Ioppe risalirono con Pietro la costa fino
a Cesarea. Il giorno seguente, quando furono entrati in casa del centurione gentile Cornelio, questi
spiegò che l’angelo di Dio gli era apparso e gli aveva detto di mandare a chiamare Pietro a Ioppe: “Egli ti
dirà quelle cose mediante cui tu e tutta la tua casa potrete esser salvati”. — Atti 10:1-33; 11:14.
7 Senza sapere cosa stava per succedere, Pietro espose il messaggio riguardo al ministero terreno di
Gesù Cristo, la sua morte e la sua risurrezione dai morti grazie all’onnipotenza di Dio. Nel suo discorso
Pietro disse anche: “Questi è Colui che Dio ha decretato esser giudice dei vivi e dei morti. A lui tutti i
profeti rendono testimonianza, che chiunque ripone fede in lui ottiene per mezzo del suo nome il perdono
dei peccati”. — Atti 10:34-43.
8 A questo punto Geova Dio diede la prova che ora egli consentiva l’accesso nella congregazione
cristiana generata dallo spirito anche ai credenti gentili, sebbene incirconcisi; leggiamo infatti: “Mentre
Pietro parlava ancora di queste cose lo spirito santo scese su tutti quelli che udivano la parola. E i fedeli
venuti con Pietro che erano di quelli circoncisi si meravigliarono, perché il gratuito dono dello spirito santo
era versato anche su persone delle nazioni. Poiché li udivano parlare in lingue e glorificare Dio”. — Atti
10:44-46.
9 Raccontando egli stesso il fatto a Gerusalemme, Pietro disse: “Ma quando cominciai a parlare, lo spirito
santo cadde su loro come su noi in principio [alla Pentecoste del 33 E.V.]. Allora rammentai la parola del
Signore, come diceva: ‘Giovanni, da parte sua, battezzò con acqua, ma voi sarete battezzati nello spirito
santo’. Se Dio ha dato perciò lo stesso gratuito dono a loro come anche a noi che abbiam creduto al
Signore Gesù Cristo, chi ero io da poter impedire Dio?” — Atti 11:15-17.
10 Cosa fece allora Pietro? “Quindi Pietro rispose: ‘Può alcuno [dei sei giudei cristiani che
accompagnavano Pietro] proibire l’acqua così che non siano battezzati questi che hanno ricevuto lo
spirito santo come noi [circoncisi giudei cristiani]?’ Allora comandò che fossero battezzati nel nome di
Gesù Cristo”. — Atti 10:46-48.
11 Così “Dio rivolse la prima volta l’attenzione alle nazioni [incirconcise] per trarne un popolo per il suo
nome”. (Atti 15:14) In quell’occasione, in casa dell’incirconciso centurione Cornelio a Cesarea, Pietro usò
un’altra delle “chiavi del regno dei cieli”, la terza chiave. Da allora in poi i discepoli di Gesù unti con lo
spirito potevano essergli testimoni “fino alla più distante parte della terra”. (Atti 1:8) Ciò che Dio aveva
aperto per mezzo di Pietro, il possessore delle chiavi, rimase aperto per una testimonianza mondiale. In
armonia con questo, lo spirito santo di Dio scese o “cadde su” (greco: epipípto) tre distinte classi di
credenti: (1) sui 120 discepoli battezzati e, in seguito, su circa 3.000 convertiti giudei, tutti a
Gerusalemme alla Pentecoste del 33 E.V.; (2) sui samaritani battezzati, ma solo dopo l’arrivo e
l’intervento degli apostoli Pietro e Giovanni; (3) sui credenti gentili riuniti in casa di Cornelio a Cesarea nel
36 E.V. — Atti 1:15; 2:1-4, 38, 41; 8:15-17; 10:44, 45; 11:15, 16.
APERTA UNA VIA ALLA “GRANDE FOLLA”
12 Nel corso dei secoli da allora trascorsi, Geova ha tratto “un popolo per il suo nome” di fra i circoncisi
giudei, i circoncisi samaritani e gli incirconcisi gentili. (Amos 9:12) Questo popolo per il nome di Geova
doveva essere costituito di sole 144.000 persone che devono unirsi a Gesù nel suo regno celeste. — Riv.
7:4-8; 14:1-3.
13 Nel settembre del 1881 la Watch Tower Society pubblicò l’opuscolo Cibo per i cristiani riflessivi
(inglese). In seguito, nel 1886, uscì il libro Il divin piano delle età. Queste due pubblicazioni mostravano
che la natura spirituale e la natura umana o terrena sono separate e distinte. Di conseguenza, la
salvezza della congregazione dei 144.000 generati dallo spirito che devono andare in cielo sarebbe stata
diversa da quella dell’umanità redenta che dovrà vivere sulla terra paradisiaca. Ma alla base di entrambe
le salvezze c’è sempre il sacrificio di riscatto di Gesù Cristo.
14 Il 24 febbraio 1918, durante la prima guerra mondiale, J. F. Rutherford, quale presidente della Watch
Tower Bible and Tract Society, pronunciò un discorso pubblico a Los Angeles, in California. Era intitolato
“Milioni ora viventi non morranno mai”. Dopo la prima guerra mondiale le informazioni di questo
sorprendente discorso furono pubblicate in forma di libro. Vi veniva messo in risalto che sulla terra ci
sarebbero state persone dalla giusta disposizione che sarebbero state risparmiate durante il veniente
giorno dell’ira divina. Sarebbero sopravvissute nel nuovo ordine di Dio con l’opportunità di non morire mai
nella terra trasformata in un paradiso.
15 Sempre a Los Angeles, nel 1923, fu tenuto un congresso e il presidente della Società parlò della
parabola di Gesù delle pecore e dei capri. Con le Scritture dimostrò che le simboliche “pecore” della
parabola sono quelli che ora, in questo “tempo della fine”, fanno in molti modi del bene ai fratelli spirituali,
o ‘nati di nuovo’, di Gesù. Come ricompensa, tali operatori di bene sarebbero stati risparmiati durante la
veniente battaglia di Armaghedon, e il glorificato “Figlio dell’uomo”, il celeste Re Gesù Cristo, li avrebbe
introdotti nel reame terrestre del suo regno millenario. (Matt. 25:31-46) Questo rischiarò le speranze
terrene di molte persone simili a pecore che facevano del bene ai “fratelli” di Cristo come se l’avessero
fatto direttamente a lui.
16 Ma il culmine di questi sviluppi nell’intendimento biblico giunse dodici anni più tardi. Non fu un
momento qualsiasi della storia umana. La grande depressione economica era già nel sesto anno. Il 1933,
“Anno santo” della Chiesa Cattolica, non aveva portato la promessa “pace e prosperità”. Dopo gli scontri
con l’Impero etiopico, l’Italia fascista si preparava per la guerra, e il 3 ottobre 1935 le truppe italiane
invasero quell’impero. La Germania era nel terzo anno della dittatura di Adolf Hitler, che perseguitava
brutalmente i testimoni di Geova. Il 4 ottobre 1934 Hitler era stato avvertito da centinaia di telegrammi
giuntigli da ogni parte della terra che, se non avesse smesso di perseguitarli, Geova avrebbe distrutto lui
e il suo partito nazista. Ma, come un capro, egli decise di estirpare dal Reich tedesco questa “schiatta” di
cristiani politicamente neutrali.
17 Nel 1935, Franklin D. Roosevelt, presidente americano, era in difficoltà in relazione a un istituto da lui
patrocinato, l’NRA (National Recovery Administration), e il governo nazionale stava cedendo alle
pressioni dell’Azione Cattolica. La Russia sovietica era governata dall’“uomo forte”, Giuseppe Stalin. Il
Giappone imperiale, aggressivo nemico del comunismo, si dirigeva verso il nefasto “Tripartito” con l’Italia
fascista e la Germania nazista, per formare le potenze dell’Asse. Si preparava la seconda guerra
mondiale!
18 Sebbene il 1935 fosse un anno molto critico per la situazione politica mondiale, si dimostrò un anno
particolarmente entusiasmante per i testimoni di Geova. Dal 30 maggio al 3 giugno essi tennero un
congresso a Washington, città in cui ha sede il governo nazionale degli Stati Uniti. Il discorso pubblico
della domenica 2 giugno era intitolato “Governo” e fu radiotrasmesso in Gran Bretagna, Europa, Africa e
in varie isole. — Vedi L’Età d’Oro (inglese) del 29 agosto 1935.
19 In precedenza, il pomeriggio del venerdì 31 maggio era stato rivolto ai congressisti un elettrizzante
discorso. Per la sua importanza fu trasmesso simultaneamente da due stazioni radio. Persone simili a
“pecore” che desideravano la vita eterna su una terra paradisiaca furono specialmente invitate ad
assistere al congresso. L’interesse di tutti i congressisti fu rivolto a un tema fino ad allora frainteso, cioè
alla “grande moltitudine” vista in visione dall’apostolo Giovanni secondo Rivelazione 7:9-17 (Versione
Autorizzata). Con particolare gioia dell’uditorio visibile e invisibile, furono identificati i componenti di quella
“grande moltitudine”. Non si tratta di una classe di cristiani ‘nati di nuovo’, destinati al cielo. Si tratta della
classe terrena delle “pecore” della parabola di Gesù riportata in Matteo 25:31-46. Essi sopravvivono sulla
terra e in questo modo “vengono dalla grande tribolazione”. — Riv. 7:14.
20 Anche questi hanno l’obbligo di seguire fedelmente Gesù Cristo, il Pastore eccellente di Geova.
Mostrano la loro dedizione “consacrandosi” o dedicandosi a Geova tramite Cristo. Scritturalmente tale
dedicazione deve essere esternata con il battesimo in acqua nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito
santo. (Matt. 28:19, 20) Per cui, quelli che desideravano diventare probabili componenti della “grande
moltitudine” ora dovevano logicamente dedicarsi e simboleggiare la loro dedicazione con il battesimo in
acqua. (La Torre di Guardia inglese del 15 agosto 1934, pag. 250, par. 34) Non dovevano aspettarsi che,
dopo il loro battesimo, lo spirito di Dio ‘cadesse’ su di loro e li generasse per quella vita celeste che non
cercavano.
21 Quella rivelazione fu elettrizzante, specialmente per quelle persone simili a “pecore” che desideravano
vivamente capire la propria posizione nella disposizione di Geova. L’identificazione della “grande
moltitudine” li spinse perciò ad agire. Il programma del giorno seguente, il sabato 1° giugno, prevede va il
battesimo in acqua. Grande fu la gioia degli 840 candidati, la maggior parte dei quali fu immersa con la
speranza d’essere classificata da Geova come parte della futura “grande moltitudine”. Fu un battesimo
eccezionale. Fu come se le cateratte fossero state aperte e fiumi di persone si precipitassero a stringere
una relazione con Geova Dio facendone pubblica dichiarazione ed entrando a far parte del “solo gregge”
del Pastore eccellente per unirsi ai suoi “fratelli” spirituali. — Giov. 10:16; Matt. 25:34.
22 Fu come se la classe dello “schiavo fedele e discreto” avesse usato una “chiave della conoscenza”
(Matt. 24:45-47; Luca 11:52), e avesse aperto la porta di meravigliosi privilegi agli eventuali membri della
“grande moltitudine”. Afferrare questi privilegi avrebbe significato per loro ‘venir fuori dalla grande
tribolazione’ ed entrare nella terra purificata sotto il nuovo governo di Cristo. La loro attenzione fu rivolta a
quel governo il giorno seguente dal discorso pubblico sul soggetto “Governo”, tema più che adatto alla
situazione mondiale allora esistente. Il discorso avvertì per tempo il grande uditorio visibile e l’ancor più
numeroso uditorio di radioascoltatori circa l’incombente distruzione di tutti i governi terreni nella guerra di
Dio ad Armaghedon. Inoltre il discorso magnificò il governo teocratico di Geova affidato a Cristo come
l’unica speranza di tutto il genere umano. Questo era il governo divino che la “grande moltitudine” o
“grande folla” doveva acclamare come sua splendida speranza.
23 Ma tale uso della “chiave della conoscenza” aveva simultaneamente chiuso la porta d’accesso al regno
celeste per i credenti idonei? No, perché Gesù Cristo è Colui che ha la “chiave di Davide”, e solo lui può
chiudere quella porta. Era ancora possibile che alcuni vi fossero ammessi per volontà di Dio. Lo dimostra
il fatto che alcuni membri dell’unto rimanente dei testimoni di Geova sono stati battezzati in acqua in anni
successivi a quella storica rivelazione riguardo alla “grande moltitudine” nella primavera del 1935, e alla
pubblicazione di quelle informazioni nella rivista Torre di Guardia (inglese) del 1° e del 15 agosto 1935. —
Riv. 3:7; Luca 11:52; Matt. 23:13.
24 Solo lo scoppio della “grande tribolazione” potrà impedire ad altre persone di entrare nelle file di quelli
simili a “pecore” che costituiranno la “grande moltitudine” o “grande folla”. (NM) Allora sarà troppo tardi
per salvarsi dalla distruzione che si abbatterà su questo sistema di cose condannato. Per tutti gli anni
trascorsi dal 1935 la porta che permette di accedere nel “solo gregge” del Pastore eccellente è rimasta
aperta. Vi sono entrati più di due milioni di persone. Il Pastore eccellente, Gesù Cristo, disse: “Io sono la
porta delle pecore”. (Giov. 10:7-9) Come tale, fa ancora entrare gli amici dei suoi “fratelli” spirituali,
separandoli dai “capri” che non sopravvivranno affatto alla “grande tribolazione” e alla sua “guerra” ad
Har-Maghedon. Tutti quelli che lo desiderano ascoltino ora la “voce” del Pastore eccellente che risuona
tramite i suoi “fratelli” spirituali ancora sulla terra. (Giov. 10:16) Che privilegio inestimabile è quello di
trovare sicurezza nel “solo gregge” sotto il “solo pastore”!
[Nota in calce]
Le centinaia di testimoni appena battezzati si unirono all’uditorio visibile nel rispondere alla risoluzione
presentata dall’oratore al termine del discorso, quando disse: “E ora, cari amici dell’uditorio visibile e
invisibile, invito ognuno di voi che desidera un giusto governo, un governo che rechi pace, prosperità e
felicità a tutte le persone ubbidienti, lo invito ad alzarsi e a dire Sì”.
Circa il modo in cui fu accolto l’invito, il giornale Herald di Washington disse:
“Come un’onda di marea l’imponente folla dentro e fuori dell’uditorio è scattata in piedi. Con le braccia
alzate, i testimoni di Geova hanno gridato il loro sì con quanto fiato avevano. Le finestre dell’auditorio han
tremato all’impatto dell’onda sonora e la voce della folla, secondo quanto dice la polizia, si sarebbe potuta
facilmente sentire a un miglio di distanza”.
Scene simili si videro contemporaneamente a Londra, a Belfast, a Copenaghen e in centinaia di altri
luoghi in varie parti del mondo. — L’Età d’Oro (inglese) del 19 giugno 1935, pag. 598; vedi anche
l’Annuario dei testimoni di Geova del 1936 (inglese), pag. 62, par. 3.

w90 1/6 18-19 Camminiamo nel timore di Geova


14 A quel tempo (nel 36 E.V.) si stava verificando altrove un avvenimento degno di nota. (10:1-8) A
Cesarea viveva il devoto gentile Cornelio, un centurione romano che era a capo di un centinaio di uomini.
Egli aveva il comando della ‘coorte italica’, evidentemente composta di reclute scelte fra cittadini romani e
liberti provenienti dall’Italia. Anche se temeva Dio, Cornelio non era un proselito ebreo. In una visione un
angelo gli disse che le sue preghiere erano ‘ascese a ricordo dinanzi a Dio’. Pur non essendo ancora
dedicato a Geova, Cornelio ricevette risposta alla sua preghiera. Ma seguendo le istruzioni dell’angelo,
mandò a chiamare Pietro.
15 Nel frattempo, mentre pregava sulla terrazza della casa di Simone, Pietro ebbe una visione. (10:9-23)
Mentre era in estasi, vide scendere dal cielo un vaso simile a un lenzuolo pieno di quadrupedi, cose
striscianti e uccelli impuri. Quando gli fu detto di scannare e mangiare, Pietro rispose che non aveva mai
mangiato nulla di contaminato. “Smetti di chiamare contaminate le cose che Dio ha purificato”, gli fu
detto. La visione lasciò Pietro perplesso, ma egli seguì la guida dello spirito. Pertanto, insieme ad altri sei
fratelli ebrei, accompagnò gli inviati di Cornelio. — Atti 11:12.
16 Per la prima volta i gentili stavano per udire la buona notizia. (10:24-43) Quando Pietro e i suoi
compagni arrivarono a Cesarea, Cornelio, i suoi parenti e i suoi intimi amici li stavano aspettando.
Cornelio cadde ai piedi di Pietro, ma l’apostolo umilmente rifiutò tale omaggio. Spiegò che Geova aveva
unto Gesù con spirito santo e potenza quale Messia, e che chiunque ripone fede in lui ottiene il perdono
dei peccati.
17 Geova entrò ora in azione. (10:44-48) Mentre Pietro stava ancora parlando, Dio versò spirito santo su
quei credenti gentili. In quel preciso momento essi furono generati dallo spirito di Dio e ispirati a parlare
lingue straniere e a magnificarlo. Pertanto, furono appropriatamente battezzati nel nome di Gesù Cristo.
Fu così che Pietro usò la terza chiave per aprire ai gentili timorati di Dio la porta della conoscenza e
dell’opportunità di entrare nel Regno celeste. — Ma