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In merito alla riflessione di Giovanni Barra, due brevissime considerazioni (che proseguono un dialogo

avviato da qualche anno).

La prima. Perché chiamare sempre in ballo il M5S, prendendo spunto da un episodio non minore ma
minimo di ottusità individuale? Come è possibile pensare che la candidata di un paese (Canosa!) possa
essere considerata «classe dirigente» del Movimento (che per altro ha immediatamente preso le
distanze dalle parole deliranti, e ha spinto la candidata a sospendersi)? Apprezzo sempre gli articoli di
Giovanni, ma questa frase buttata lì mi pare poco onesta intellettualmente e manipolatoria
dell’opinione pubblica.

La seconda. Gli intellettuali di sinistra, cui è legittimo ascrivere Barra, preferiscono evitare il confronto
con alcuni problemi del nostro tempo, ritenendo le proprie categorie politiche inossidabili, universali ed
eterne. Per questo il populismo viene bollato come nefando in tutte le sue possibili varianti. Inutile
ricordare come esista un “populismo di sinistra” molto attrezzato anche teoreticamente. Soprattutto
inutile ricordare che, se esistono risposte sbagliate (e sicuramente il razzismo e la xenofobia lo sono
senza se e senza ma), i problemi, che la sinistra ha deciso semplicemente di ignorare (affidandone la
soluzione al caso o, peggio, al mercato) permangono: aumento dell’iniquità sociale, poteri
sovranazionali opachi o non democratici, la globalizzazione e la sua furia devastatrice di vite e culture,
la mercificazione totalizzante. «La distruzione è in corso, attraverso di noi, fuori di noi, contro di noi»
(René Char). Alcuni populismi stanno cercando di ripensare questi temi senza aggiogarsi al pensiero
unico, «a scavare l’ardesia». Buona parte della sinistra pare invece aver rinunziato a questo compito,
chiudendosi in torri d’avorio di pensiero e pratiche elitarie, divenendo così funzionale all’«orrore
economico».

Oltre ad una critica spesso leziosa dell’immaginario contemporaneo, oltre una schizzinosa presa di
distanza dal popolino barbaro e illetterato, esiste ancora nella sinistra la capacità di guardare ai
“rapporti di produzione” e ai processi economici mettendo in discussione l’assetto dominante? O essa
si è vocata irrimediabilmente, nei suoi languori, a comporre acrostici indolenti?